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SCRIVO T, AMO – Il nuovo libro di Maria Marchese

  L’ArteCheMiPiace – Libri da leggere





SCRIVO T, AMO
Il nuovo libro di Maria Marchese





di Giuseppina Irene Groccia  |19|Maggio|2023|




Con “La mia Sherazade”, nel 2020 Maria Marchese dà inizio ad
un’inedita stagione poetica; dopo “Le scarpe rosse – Tra tumultuoso mare e
placide acque
”, del 2017, e “Fragilità poetiche”, del 2022, il suo verso
poetico si rivolge, spontaneo, verso una sfera amorosa, le cui pregnanze sono
intrise di un erotismo sfacciatamente elegante.

La penna di Maria Marchese racchiude entrambe le
definizioni: è spirituale, perché le sue parole, i suoi versi si innalzano
alti, fino a raggiungere vette divine, spirituali, che fanno sognare, che ci
accompagnano, in un viaggio pieno di sensazioni e scenari idilliaci.

Entra nella pelle, vi si infila, ti accarezza , ti
avvinghia, ti cattura, ti seduce la sua piuma. Talentuosa e creativa, tanto
nelle sue poesie come nei testi critici, con le figure retoriche, che conosce
alla perfezione, tutto ciò che tocca diventa poesia, storia.




 

“Scrivo t,amo” – prefazione a cura dello storico e
critico d’arte Valeriano Venneri


La raccolta poetica, nel tempo, matura ben oltre le intenzioni;
gli impegni dell’autrice comasca, che è altresì curatrice e critica d’arte, ne
procrastinano la pubblicazione, mente la sua mano continua, invero, a intessere
le preziose trame. Così, nel Giugno 2023, viene pubblicato “Scrivo t,amo”… Il
titolo stesso, fregiato da un accento scivolato, rappresenta, di per sé, un
incipit interessante: ti amo per come ne sono capace, ti amo con le mie
fragilità, perversioni, virtù…

“Scrivo t,amo” custodisce un immaginario plastico, in cui
amore e eros digradano l’uno nell’altro: da questa osmosi ha genesi un senso
sesto.

Mentre la penna minia profili e interstizi, la china rende
ebbri i cinque sensi, laddove pelle, mente e anima giocano, creando colorati e
pieni viluppi poetici. In essi, le parole seducono profumi, immagini, sapori,
suoni, lineamenti fisici, avvincendoli addentro una raffinata architettura
scrittoria. Quest’ultima lumeggia evocazioni plurisensoriali di un erotismo che
celebra la sacralità della coppia. I versi, infatti, ammagliano il suolo fisico
e il sentimento.

“Scrivo t,amo” raccoglie 58 poesie, 6 delle quali tradotte
in lingua straniera da docenti, artisti e critici d’arte: Arjan Kallco, autore,
poeta e docente dell’Università di Korca, Khira Jalil, autrice, poetessa,
artista e critica d’arte marocchina, Maribel De Alba Fernández, artista
spagnola.

La raccolta si presenta con una copertina minimale e
elegante, la cui foto principale ritrae la poetessa, con indosso l’opera in
seta dell’artista di Assisi Nino (Nino Palazzo). All’interno, invece, due
copertine fregiano la silloge, annichilendo il concetto di fine; giunti al centro
dell’opera, infatti, poesie inedite digradano numericamente, per ricongiungere
il lettore ad un ennesimo inizio. 

Anche questo aspetto merita di essere indagato:
l’autrice, infatti, è una continua metamorphose. Lo stretto legame con
l’universo artistico e i suoi protagonisti e un carattere performativo la
vedono esperirsi, da tempo, con vesti mutevoli, che la mostrano coinvolta in
esperienze artistiche polisemantiche.


Una sola poesia è in comune e viene ripetuta due volte: il
libro culmina con una lirica scritta a 4 mani con Angelo Orazio Pregoni,
autore, poeta, naso, profumiere, intellettuale e artista sinestetico.


Due prefatori d’eccellenza introducono la raccolta: il prof.
Valeriano Venneri, storico e critico d’arte, e Tano Simonato, chef stellato
milanese, proprietario del rinomato ristorante “Tano passami l’olio”, nella
città di Milano.




L’eleganza, la movenza, l’essere suadente, nell’atto di
portare il cibo alla bocca, sono già, di per sé, gesti erotici. Il pasto è un
preludio d’amore: il cibo rilassa, il vino disinibisce, si ‘gusta’ l’altro.

Se associamo l’atto del nutrirsi di cibo all’amore, ci
nutriremo, anche, d’amore e di afrodisiaco.


Qualcuno ti aspetta per mangiare insieme. Sta tutto lì
il segreto


La penna della Marchese cattura, attraverso il verso
poetico, un immaginario erotico vivo e pulsante, che conturba i sensi e il
senso, ubriacando il lettore di un erotismo sottile, intriso di sapori, odori,
suoni, pelle, carne…

Sono poesie eleganti, quelle di Maria Marchese, che si
insinua, quale poetessa dalla cifra scrittoria raffinata, con voluttuosa
leggiadria, nella mente del lettore.

E perché no… anche con i suoi tacchi a spillo.


(“Scrivo t,amo” – dalla prefazione dello chef stellato
milanese Tano Simonato)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 









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Axl Kant, Axl falda, Axl – entina… Axl woman: wonder? Senza dubbio! Il nerofumo d’autore di Axl tratteggia, sulle tele, un neo immaginario tutto femminile.

  L’ArteCheMiPiace –  Divagazioni sull’ Arte

Axl Kant, Axl falda, Axl – entina… Axl woman: wonder? Senza
dubbio! Il nerofumo d’autore di Axl tratteggia, sulle tele, un neo immaginario
tutto femminile.




di Maria Marchese |14|Dicembre|2024|


OnlyFans?… Only FANS! — Chemalditesta! —.

La donna è ben altro.

Dopo
l’evento al Salone di F. Curletto, durante il Fuorisalone di Milano,
Axl
 continua a sperimentare il proprio
rapporto con la china, definendo, sempre più marcatamente, una serie di figure esclusivamente
femminili; con l’inchiostro, vi impartisce carisma e sensualità e tutti i
paradossi che la donna porta con sé.

 

Eravamo rimasti a…

   Ale ma che sguardo ha Gimesh?
Ops Ykxheyelx? —

   Yxchel, Maria, hahaha —

   Siiii, lei ahahah! — I suoi
occhi possiedono quel vago strabismo di venere conturbante, come le labbra
della donna di “Nel profondo”, così mangamente Okusayane, così sensuali

 



Quel
nome, così strano, accompagna una donna Axl.

Da
allora, sono nate Irene – Tempo di Pace e Elektra.

 

Io e Axl pochi giorni fa.

  
Ale ti invio qualche pagina del romanzo che sto scrivendo. Se
ti ispirerà, ti andrebbe di realizzarne la copertina? —.

Intanto le descrivo la protagonista:
dualistica, camaleontica, metamorfica, ironica, tagliente, fantasiosa…

   Mmmh! Mi ispira. —.

Le
invio poche righe, la prima pagina o poco più, dove si comprende in pieno soprattutto
questo doppio volto.

Il giorno dopo

   Bing! Bing! — due notifiche
sonore del telefono. Premo e sul display appaiono due immagini che mi fanno
innamorare. Seppure siano dei bozzetti, mi ricordano la presenza scenica e il
fascino charmant della Valentina di Crepax, il disincanto e la risolutività di Mafalda
di Quino
, l’astuzia della
Kant  delle Giussani.

Il
senso di ciò che ho appena scritto è lontano dal voler fare paragoni: la
fascinazione propria del fumetto, del manga, a partire da Hokusai , parte
esattamente dalla capacità, da parte dell’autore, di caratterizzare i tratti
salienti dei loro eroi o eroine.


Parentesi

—…
ad un certo punto Maria, tu mi hai fatto notare che ritraevo esclusivamente
donne. Ragionandoci, poi, mi sono accorta che nelle tele con più soggetti,
quelli maschili li ho rappresentati come animali
— non ce ne vogliano i signori
uomini, perché le creature di Axl portano con sé un bagaglio simbolico
ricercato —.

Chiusa parentesi

Esclusi
gli eroi, quindi, siano esse di un sex appeal esplosivo, come
Valentina  , oppure
“macchiette” come
Mafalda , quelle donne, con le loro storie, quotidiane
o straordinarie, ci hanno avvinti tra le strisce a fumetti.



Volevo
arrivare proprio qui! Ciò che ho percepito da subito nelle donne della Mangano
è che ogni singolo dettaglio fisico, ma in generale compositivo, mi permette di
individuare una certa sfumatura caratteriale e altro ancora.

Axl ed io ne discutiamo, partendo dal presupposto che quelle
immagini “siano la strada giusta”. Il fil rouge.

Quando
Alessandra Mangano mi disse di voler togliere il colore dalle tele,
scioccandomi —tipo Ohibò, nooooo! —, all’opposto mi sorprese per diverse
ragioni; tolte la morbidezza, la condiscendenza e la gentilezza del gessetto
colorato, è evidente una mano abile, che impartisce la tenacia, la decisione e
la perseveranza della china. Il forte contrasto tra il bianco ed il nero, così
impattante, avvince l’occhio, ma quel lavoro di fine campitura — sopraffina
oserei dire — rende i suoi soggetti eleganti, preservando volutamente la fresca
acerbezza tipica del mondo adolescenziale, nei dettagli anatomici.

La
Mangano, infatti, non è un iperrealista, pur preservando il senso delle
proporzioni, e nemmeno la si può definire una surrealista; le sue donne sono in
perfetto equilibrio, sul confine che separa la realtà dall’immaginario. Frutto
di quello spazio sono quindi queste donne senza tempo — in un eterna
fanciullezza che non prevede l’invecchiamento fisiologico, ma alle quale Axl
riesce, attraverso l’introduzione di  dettagli
ricercati, dove il valore simbolico non è un abbellimento — vedi la cornucopia
in Irene – Tempo di pace, come ogni singolo fiore, foglia o animale — a
realizzare un vero e proprio progetto grafico.



Questo
termine potrebbe far pensare al rigore, a strutture architettoniche, forme geometriche,
ad unità di misura; in realtà, esso è evidente nella ripartizione dei pieni e
dei vuoti, i primi fatti da ombreggiature curate, tratteggiata, punteggiate… , le
cui distanze minimali denotano un lavoro certosino e paziente, alternate a
linee essenziali, che annodano, congiungono, delineano, quando i secondi
conferiscono respiro, permettendo di individuare l’essenza nera.

Trattandosi
di opere d’arte, a differenza del fumetto, in cui l’immagine rende meno
necessari i testi — anche per questo motivo sono le letture predilette dai
pigri — Ahi ahi! Qui interviene la Maestrina che è in me —. —, qui un testo non
esiste, ed il fatto che il lato estetico ameno consenta di esplorare anche
sfumature psicologiche, esistenziali, comportamentali e spirituali le rende intriganti.

 

Insomma,
non me ne vogliano le Onlyfansine con le loro proposte fast food — Only FANS è
il mio SOS! Perché non lo digerisco e mi causa un mal di testa feroce —, ma io
sono una gourmand, anche nella vita, non solamente per quanto riguarda la
cucina, perciò l’occhio vuole la sua parte — sacrosanto! Aggiungo —, ma
degustare l’universo femminile, così ricco di fragranze, intercalare espressivi
personali e identitari, nonsense comportamentali — Sugar Fornaciari ce Le
dipinge in cerca di guai oppure al telefono che non suona mai — ma anche no
dico io! —,sagge, materne altre volte lascive … è cosa che richiede amore,
tempo, dedizione.

 

Axl
nel frattempo sta per pubblicare il suo nuovo libro di poesie, mentre la
copertina del mio romanzo – che in realtà ha un coautore ma non posso dire
altro — prende forma!

 

Che
altro?

Ah!
Alla prossima by Maria Marchese































Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace 

Maria Marchese


Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com



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MATTEO SARRO The Magician’s Stone

 L’ArteCheMiPiace –  Divagazioni sull’ Arte


Horror Vacui/ Bisogna pur mettere il punto/ Floraison di Matteo Sarro

MATTEO SARRO
The Magician’s Stone






di Maria Marchese |29|Novembre|2024|


Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre, se sei Sarro crei — o sei? — le pietre: the magician’s stones

Lo avevamo lasciato alla collettiva Refugium Peccatorum, in quel di Milano, con l’opera Anima Nera; oggi, Matteo Sarro torna con una stagione artistica evoluta, rispetto al passato, dove il sasso muta ulteriormente, insassandoci! 

 

Giorgia ne ha piene le tasche — e, magari, anche le tasche piene —al buono e al cattivo, al bello e al brutto, li tirano comunque, secondo AntoineNigiotti lancia la sua donna come un sassoche torna, a suo dire, poi, indietro – ci sarà un cane a riportarlo? Ahahah —, mentre Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, ci trova addirittura un pianetanel sasso… 

Avevamo lasciato Matteo Sarro a Refugium Peccatorum, la mostra collettiva di Milanomentre lanciava il sasso e mostrava la mano… 

 





Da sx Una fase della creazione di un’opera della serie Metamorfosi 
Matteo Sarro mentre realizza un’opera della serie Metamorfosi



Rewind: io e Matteo Sarro 

Qualche anno fa, mi arriva la foto di Horror Vacui un’opera di Sarro, e qualche notizia su di lui; all’epoca, ero curatrice di un’esperienza collettiva alla quale partecipava. Mi forniscono il contatto, così, per capire, circoscrivere e poterne parlaregli domando l’origine di questa pietra solitaria, immersa nella “bianchitudine” totale

Sarro mi parla di alterità dell’io

— Ohibò — penso — identità e alterità assieme non sonoassurde —, mentre si apre una parentesi sconfinata nella mia testa, dove riflessioni vanno e vengono… — Che meraviglia! —. 

”Ohibò!” è riferito al fatto che mi chiedo chi possa comprendere un messaggio così sottile?! 

Ci sentiamo telefonicamente e passiamo mezza nottata a raccontarcela su come un essere umano possa comprendere la propria identità attraverso il confronto con gli altri — Lévinasdocetcon visitazione e vita” —, sul fatto che Sarro transustanzi la pietra in essere umano — Peccatore!… Grida qualcuno, perché il sasso è materia esanime mentre altri dicono a questo giovane di non filosofeggiare…

Lui, intanto, “ruba” la farina dalla dispensa del padre, mischiando dapprima con elementi acrilici, in un secondo tempo con schiume espanse, perché quel sasso sia saporoso come un pane lievitato, profumato di ricordo, radici, memoria, ma anche artistico, sperimentale, “studiato” come si dice al sud… 

Apro e chiudo un’altra parentesi 

Durante una conferenza a cui assistei, il caro Daverio parlò del filosofo che saliva sulla montagna, per ritornare e provare convincere il popolo e le alte sfere che le sue teorie erano fondate— pena: l’esilio o la morte, in caso di fallimento —; se ci riusciva,veniva accolto nella schiera degli eletti, degli eroi… 

Insomma, questo per raccontarvi che aria tirava in quel periodo

Il fatto che un 23 enne si stesse confrontando con me su un terreno difficile era evidente, come lapalissiano era il fatto che portassecon sé materiale nuovo, convincente e ben eseguitoMatteo era “quello che ce l’ha fatta”, intendo il filosofo. 

 





Matteo Sarro insieme con la curatrice e art influencer Maria Marchese, nello studio di Benevento  


Nel tempo 

Per farvela breve, io e Matteo Sarro creiamo un sodalizio artistico,dove racconto le vicissitudini di queste pietre umane – sì sì! Proprio come un sequel a puntate  : vivono il colpo di fulmine (Istant Crash) si lasciano, vengono additate come colpevoli di chissà quali peccati (vd Anima Nera) , poi, vengono assolte, vincono la paura della solitudine identificando il vuoto come spazio pieno di sé stesso ( vd Horror Vacui) — Parbleuaggiungo io sono tranchant, in certe situazioni ( vd Bisogna pur mettere il punto) , sbocciano, in altri casi, come un bouquet di fiori (vedi Floraison) … 

PoiMatteo si ferma. 

— Torna sulla montagna? Va in vacanza? Sfrega le pietre per accendere il fuoco su un’isola deserta? Ahahah… —. 

Oggi 

Matteo mi videochiama — questo accadeva spesso, nel senso che a Matteo piace da sempre il confronto de visu, vero, anche mentre crea —

— Allora Mary? Come va? Sto preparando pasta e patate… —. 

Tranquilli: le pietre non sono diventati gnocchi nel frattempo. 

Tra lo sfrigolio dell’olio bollente e i vapori della pasta appena scolata, ascolto il racconto di quella pausa esistenziale e, come sempre, la pietanza, i fatti,…, trascendono, diventando un momento di riflessione

Appartengo 

Frutto di questa divagazione è l’opera “Appartengo” — a chi, cosa, quando, come, se e nel caso, è dato ai posteri o a Voi di decidere… —. 

È nello stile di Matteo Sarro, infatti, creare e liberare,medesimamente, il manufatto, da ogni concetto pregresso, così che esso fluttui ovunque, tra il suo pensiero e quello altrui, libero e leggero

Leggerezza 

La consistenza e la durezza proprie della pietra vengono annullate dal contesto compositivo, in cui l’ombra precipita al suolo mentre lei, la pietra, paradossalmente, esita, galleggia; tra le sue mani, inoltre, il colore diventa un manto setoso e impalpabile, tanto che la pura essenza perde i propri limiti estetici e diventa… 

Chi lo sa?!… 

Sulla tela “Appartengo”, il/la protagonista si manifesta come una regressione della compattezza, come se la pietra fosse tornata ad uno stato più liquido, quasi lavico, di ribollimento — forse èl’incertezza insita in Matteo oppure la necessità di perdere le certezze raggiunte, la semi gravità che inizia ad essere insostenibile? —. 

Pure la leggerezza diventa insostenibile in un film… 

Nonostante, quindi, le sue opere parlassero, sin dal primo momento di essendo non essendo” — non nel senso del buon Shakespeare il non essendo di Sarro, che pur è, ha cambiato texture, pelle… 

La sperimentazione Sarriana si arricchisce di un ingrediente esotico: la resina acrilica

Essa interagisce con la farina in maniera più irrequieta, più dinamica, meno domabile… 

Così, Matteo Sarro racconta, attraverso la nuova serie, questo cambiamento, in cui muta, come avviene nel grembo; i processi sono però disgreganti, dissolventi, per cui l’interezza appare sempre più dismorfica ed incerta, tornando, probabilmente, verso una nuova Unità: il nuovo Sé. 

E mentre Ambra Angiolini suggella un amore eterno al suon di “T’appartengo ed io ci tengo e se prometto poi mantengo/M’appartieni e se ci tieni tu prometti e poi mantieni”, e zia Giovanna cita un proverbio degli Indiani Nitsitapi

“Un uomo non dovrebbe mai camminare con tanto impeto da lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare” l’artista beneventano sottolinea un legame di appartenenza che si percepisce dalla vicinanza con le geometrie presenti sulla tela, ma se si tratti di terze persone è da vedersi…sono tracce aleatorie, forse offuscate dal vento, o, al contrario, liberatorie, perché ci permettono di scegliere. 


L’opera “Appartengo” – Matteo Sarro e la stessa opera 

Metamorfosi 

Il passo successivo lo vede staccarsi dalla tela, diventando architettura scultorea di una particellail metro quadrato umano non può contenere la metamorfosi, che rivisita spazi, interni ed esterni, rivedendo anche se stessa, continuamente

Sarro crea nuove illusioni, questa volta, però, coinvolgendo uno storytelling autoctono, che diventa esperienza esoticaallorché la mutazione è inattesa e sorprendente. 

Cosa sto diventando? 

Se io sono e allo stesso tempo cambio in… posso essere tutto, lo straniero, l’inatteso, l’infinitesimale nonché l’immensità, qui e in ogni luogo. 

Le unità di Metamorfosi potrebbero essere neo Aleph  ipotesi reali o effimere —  di un luogo fisico interiore in divenire. 

Rispetto al passato, le opere presentano una matericità graffiante, arrogante, prepotente, quanto il desiderio 

 

— Mannaggia Marchese quanto sei complicata! — direte voi. 

 

Ragazzi mica siamo qui a pettinare le bambole! Lo scambio con Matteo Sarro ci permette — e sottolineo Ci — di esplorare e superare confini personali da sempre

Volevate effetti speciali? Eccoli! 

 

Di consueto vi dico solo:

Alla prossima by Maria Marchese






































Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace 

Maria Marchese


Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


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Mario Vespasiani “The gentleman”

 L’ArteCheMiPiace –  Divagazioni sull’ Arte

La coppia Mario e Mara Vespasiani (sx); un’opera ispirata alla Musa 

Mario Vespasiani “The gentleman” 


C’è un nuovo supereroe
molto gentle, altrettanto mystic e, perché no, anche fashion. Superman, Iromen,
Spiderman … superati! Parola di Maria Marchese! L’universo di Mario Vespasiani,
a Gentleman in the world of art.

di Maria Marchese |26|Agosto|2024|

Oggi vi porto nell’universo del Maestro Mario Vespasiani:
parallelo, di nicchia, incontaminato… una vera e propria oasi dove l’intelligenza
non è artificiale.

 

L’incontro con l’artista di Ripatransone

Qualche tempo fa, tra le mani di un addetto del settore
arte, vedo un acquerello di Mario Vespasiani; l’art puntini puntini (metteteci
quello che volete: curator, developer, influencer, critic oppure bla bla — ahahah!
cattivona oggi la Marchese — direte Voi —;—  poi, più avanti, mi raddolcisco — vi rispondo)
lo contestualizza come pop, per via dei colori, avendo invitato il noto artista
ad inserire una propria opera nel contesto di una mostra internazionale dedicata
all’artista pop per eccellenza.

Guardo l’opera del Maestro Vespasiani, un autoritratto, e, nello
specifico, osservo proprio quei colori così ben modulati, impalpabili eppure
percettibili chiaramente allo sguardo; esattamente quel percettibile non è da fraintendersi
con chiassoso. Se pensiamo al termine pop — coniato dagli inglesi L.
Fiedler e R. Banham nel 1955, con un esplicito riferimento ai fenomeni della
comunicazione di massa, quindi, ai fumetti, ai rotocalchi, alla televisione, al
cinema… per circoscriverlo, più precisamente nel 1960, riferendosi
esclusivamente all’arte propriamente detta e indicando quelle opere che si
ispiravano alla cultura popolare, intesa come cultura di massa —, rivolto al
Maestro Vespasiani io dico e sottoscrivo “Nooooo”.





Un olio del Maestro Vespasiani 


Torniamo all’acquerello di Vespasiani

Nell’immediato, colgo la ricercatezza delle tonalità, così
inusuali, vibranti, frutto di un’indiscussa indagine nonché sperimentazione, che
mi colpiscono al punto tale che potrei paragonarle al suono potente ed
irradiante di un triangolo — chitarra, arpa, violino no, eh Marchese? No… è un
qualcosa di più elitario e se non lo sapete esiste anche un triangolista, che
non c’entra nulla con Pitagora e le formule matematiche, più famoso al mondo;
si tratta di Drew Hester, il percussionista dei Foo Fighters —: un vibrato
naturale, dal suono potente ed irradiante.

I colori, intese come mescite, e le nuances, creati da
Vespasiani possiedono la concretezza dello strumento metallico e del tocco e
dell’incipit sonoro, così intensamente delicato, come la continuità
quest’ultimo: il suono, infatti, perde quel lato fisico, la gravità, per
propagarsi nell’aria, trasformandosi in un’ascensione leggera — pura levità —,
che diventa presenza invisibile, ma significativa, laddove la ricerca umana si
è spinta oltre l’immanente.

Vespasiani potrebbe suonare il Triangolo di Penrose  —
ullaaaa Marchese! — direte Voi —, che in realtà non è uno strumento musicale,
ma ha ispirato diversi artisti come M. C. Escher  ; il
suddetto, creato dall’artista svedese Oscar Reutersvard nel
1934 e indipendentemente inventato e reso popolare dal matematico 
Roger
Penrose
 in un articolo del febbraio 1958, dove lo descriveva
come l’impossibile nella sua forma pura, è un oggetto impossibile,
ovvero può esistere solamente come rappresentazione bidimensionale e non può
essere costruito nello spazio, poiché presenta una sovrapposizione impossibile
di linee con differenti costruzioni prospettiche.





Un opera di Mario Vespasiani (sx) – Il Presidente Mattarella ammira le opere di Vespasiani


Oltre ai colori, quell’acquerello di Vespasiani…

Oltretutto, quel volto mi rimanda all’idea dell’” Ecce Homo”, da intendersi come
legame con una spiritualità per pochi, quasi una sindone, dove di fisico c’è un
vaga, sanguigna impronta, che testimonia una presenza umana e le atrocità che
ha subito, il resto lo si respira, intuisce; di Vespasiani, però, percepisco un
lato ameno.

Infatti, Vespasiani indaga sfere della conoscenza altre
dalla geometria, si parla della mistica cristiana, dell’alchimia, delle leggi
naturali e della sapienza orientale, suscitando interesse in studiosi di
teologia, astrofisica, filosofia, antropologia…, oltre a compiere un profondo
viaggio addentro — badate bene la differenza perché la più semplice delle
preposizioni qui fa una magia di significato spettacolare: sbilancia la
stabilità del ‘dentro’, un concetto spaziale comunissimo, trasformandolo in un
concetto penetrante, di sfumatura radicalmente diversa, perché ci parla di
profondità, di intensità… —  queste
ultime e se stesso.





Mario Vespasiani presso il Museo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia 


Qualche tempo dopo

Qualche tempo dopo, incontro una conoscenza comune, in un
contesto del varesotto, e ne parliamo, promettendoci di far visita allo studio
d’arte di Ripatransone. Come spesso accade, ci si perde di vista, ma continuo a
condividere i miei articoli con quel contatto 
.

Pochi giorni fa, mi invita a approfondire nuovamente la
personalità di Vespasiani e gli invio un vocale nel quale sintetizzo alcuni
pensieri sul modus vivendi del Maestro.

Qualche ora dopo, mi scrive Mario Vespasiani per
ringraziarmi delle riflessioni espresse — la tecnologia maledetta ma anche
benedetta — : le jeux sont fait.




Le opere di M. Vespasiani in dialogo con quelle di F. Goya; un olio di M. Vespasiani 


Oggi

Mea culpa —  dovuta ad
eccessiva discrezione — approfondisco solo ora la storia di Vespasiani, ma,
durante una telefonata, trovo conferma che ciò che percepii, da un solo
acquerello, aveva fondatezza.

Marchese occhio di lince! Ahahah

Quando parliamo di Vespasiani si parla di una storia antica,
che trascende la data di nascita, databile a… chi lo sa; come vi ho accennato
prima, le discipline a cui è devoto sono lontane dalle letture per divago. Inizia
molto giovane, non ancora ventenne, ad esporre, vantando oggi esposizioni su
tutto il territorio nazionale, tra gallerie, musei, luoghi di culto e contesti
inusuali (presso i Musei Capitolini Roma, al Padiglione Italia della Biennale
di Venezia, nella sede di Torino, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo della
stessa città… queste per citarne alcune); a 27 anni vince il premio Pagine
bianche d’autore ed è presente nel libro “Fragili eroi” di Roberto Grimaccia; ha
tenuto conferenze all’Accademia delle Belle Arti di Macerata, per essere stato
uno dei primi ad aver creato una cifra stilistica che si è evoluta attraverso
l’uso di nuovi materiale e recenti tecnologie; le sue opere sono state messe in
dialogo con quelle di alcuni artisti italiani della caratura di M. Schifano, O.
Licini, M. Giscomelli, L. Lotto — ed essendo una sostenitrice del Lotto, della
sua personalità in po’ irriverente, di una sua certa spregiudicatezza
compositiva (pensiamo all’ Annunciazione di
Recanati
 del 1534), dico —Chapeau! —
; per non parlare, poi, del progetto Araxis, opere tessute, dove
rivoluziona il modo di concepire le sfumature dei colori, mediante una
sovrapposizione di migliaia di fili, immaginandovi figure archetipe in divenire
(la cui ritualità, quindi, si rinnova nel tempo); dal 2013 lavora al progetto Mara
as Muse
(come tutti i grandi artisti, anche Vespasiani ha al proprio fianco
una musa ispiratrice, presenza femminina costante ma, a differenza di ciò che
accade da mezzo secolo, ossia che “Siddonna” — neo conio Marchese — accendeva
intuizioni e poi tutto finiva lì, Vespasiani e Mara testimoniano una relazione
completa, fatta da intesa, devozione, complementari età quotidiane, documentata
da foto, scritti, video… tanto da rendere la coppia una delle più autorevoli
del panorama artistico italiano a cui il Magazine Eventi Culturali, nel 2019,
ha dedicato la copertina.

Alla 4’ edizione la rassegna di incontri culturali
“Indipendenti, ribelli e mistici”, ideata dai signori Vespasiani: una serie di
incontri che si tengono presso lo studio d’Arte di Ripatransone, dove, nel
tempo, si sta profilando una figura, quella della “voce fuori dal coro”. Gli
ospiti, del calibro di G.
Magi
, P.
Battistel
…, argomentano, con cognizione di causa, punti di vista e concetti
che forniscono spunti di riflessione importanti e non comuni, non OGM.

Il mistico superato? Bypassato l’improbabile Ulf Buck e la rumpologia  — anche no! —, Vespasiani — questa anche ve
la scrivo perché i piace assai: il Magazine Stilus ha dedicato un
approfondimento alla sua calligrafia, collocandolo tra i Maestri dall’Arte, tra
Klee e Kandinskij, precedentemente trattati — si afferma come una figura
controcorrente per preparazione, gentilezza, eleganza, lungimiranza…: in un
momento storico in cui sembrerebbero primeggiare haters, urlatori ed
improvvisatori di ogni tipo, l’artista, a mio avviso, dimostra come conoscenza,
cultura, educazione, etica e spiritualità siano, all’opposto, qualità vincenti.

La pittura di Vespasiani

Durante la telefonata, apprendo da Vespasiani che ha una
predilezione per la pittura ad olio — l’acquerello che vidi era un’eccezione —.

Tutto extra ordinario!

Prima di intraprendere un’opera — come un vero e proprio
viaggio — l’artista si connette con la propria parte più alta, affinché sia la
parte divina a muovere la sua mano; quella di Vespasiani è pittura alchemica,
perciò parlavo di creazione di colori e nuances — no al tubetto o barattolo
Pret a porter —, espressa attraverso un alfabeto simbolico che si fonda sulle
rivelazioni della mistica cristiana.

Come il Myron, l’olio profumato usato durante i
crismi, il colore oleoso di Vespasiani ha una valenza spirituale: iniziatica,
salvifica, di guarigione…

Quindi, esso si unisce al pigmento e al linguaggio segnico per
diventare una trasfigurazione, dove il passaggio di stato è insito nell’unità, nella
singola pennellata, quindi, per diventare chiara transustanziazione della
composizione. Mentre l’olio edulcora, mitiga la finitezza e le certezze, la
sintesi segnica dell’artista scompone la realtà fisica in particelle, che
ascendono, in un moto centrifugo, ma, al contrario rispetto al significato
attribuitogli dal dizionario, non è disgregazione bensì in ritorno all’uno
universale.

Vespasiani ha la capacità di accostare colori così dissimili
tra loro, creando solo armonia, una vera e propria euritmia, quasi un
architettura cromatica divina, direi — Mattarella stesso definì straordinario il
suo uso dei colori  —.

 

Insomma, capace, buono (perché non manca di guardare con
attenzione le opere di bene; nel 2000, grazie ad grande evento organizzato da
lui nella sua città in favore della Croce Azzurra, un catalogo ed un’asta, fu possibile
acquistare un’ambulanza nuova…) e avvenente mi fa gridare — Kalokagathia! (un
concetto nato nella Grecia antica che indica l’ideale di perfezione fisica e
morale) — in un periodo storico in cui ahimè non l’argivo termine  può sembrare astruso, ma lo sono parole come
morale, etica, misticismo e non selfie.

Però c’è una nuova “dottrina”  da non sottovalutare! L’interpretazione
dell’emoticon.

  
Cattiva io? Tristemente realista.

Eppure non scorata! Finché ci sono indipendenti, ribelli e
mistici.

Superman, Iromen, Spiderman… superati! Io scelgo Mario
Vespasiani, il Gentleman in the world of art.

Parola di Maria Marchese. Alla prossima. 
























Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace 

Maria Marchese


Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


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  L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 





Fredda e immobile? Ahahah ride Axl, Figaro, Curletto,
Maruca, la 
Marchese: — Giammai!…— La donna è Mobile (lo sosteneva
pure Verdi)




di Maria Marchese |05|Aprile|2024|

 

In occasione della Design Week, il salone Franco Curletto, a
Milano, 
organizza l’evento Speedy Glowy, in cui la special guest
sarà l’ artista 
Milanese Axl, protagonista con alcune tra le opere della sua
nuova 
stagione.

 

—Fredda ed immobile come una statua, fiato non restami da respirar — dice la bella Rosina, mentre
messer Figaro si fa una 
sonora risata — e con lui ridono anche AXL, Curletto ,
Saverina Maruca e mi ci 
metto pure io ahahah! —.

Poi, però, la pietrificata Rosina afferma anche — Io sono
docile, son rispettosa, sono 
ubbediente, dolce, amorosa; mi lascio reggere, mi fo
guidare. Ma se mi toccano, 
dov’è il mio debole — capelli, orgoglio, outfit giornaliero…
ahahah! — sarò una 
vipera – o un pesce combattente, come nell’opera Anima di
Axl, aggiungo —.


Le demoiselles di Rossini (Rosina, Isabella, Angelina,
Desdemona, Semiramide, 
Giulia, Berenice, Matilda…) — non quelle di Picasso, più
easy e lascive e pur senza 
Rossini, Bellini, Spritz, specifico io … — sono in gamba:
appassionate, combattive, 
psicologicamente complesse — non aspettano certamente
strutte e languide, sul 
palco, di essere salvate dal tenore — semmai lo seducono
oppure lo colpiscono 
“aimablement” con il loro ombrellino da sole, un buffetto da
maestrina con la penna 
rossa, però —.

Rosina è dunque intelligente, attiva, tenace e pronta a
tutto pur di non cedere alla 
pressione altrui…



 

Rewind!

 

— Signora Mangano bonjour — esordisco.

 

— Ca va? — chiedo, poi.

— Ho deciso di iniziare una serie nuova, una

Trilogia — risponde Alessandra Mangano.

— Olè! — replico — Tipo? Idea? Concetto?

— Continuo.

— Tolgo il colore — mi gela lei.

— Mmmm —.

(Da Axl switcha in black and white: la nuova serie
“Autoritratto dell’anima”, di 
Maria Marchese)

Con la serie “Autoritratto dell’ anima”, Axl
spazza via il colore — non con un colpo di 
phon, quello lo fanno Curletto o Figaro —: quel en-tête
(colpo di testa in francese) ha 
messo in luce una nuova maturità artistica, in cui la sua
mano delinea, con un 
margine di errore pressoché minimo, i profili dei
protagonisti, gestendo l’importanza 
dei ruoli attraverso un sapiente gioco di pieni e vuoti, di
tenuità e intensità.

Non solo. — C’è altro vi chiederete? —.

— Siiiii! — rispondo io.



 

Dopo aver affrontato una considerevole ricerca simbolica —
alchechengi, elleboro, 
fiori di loto, nell’opera Four chiama a ruolo addirittura
una certa Yxchel — “mon 
dieux“ mi dico e vi direte —, Axl mette in evidenza anche la
capacità di 
caratterizzare le sue donne con dettagli minimali, dove
concilia il valore simbolico e 
quello estetico, in maniera ammiccante.


Qualche tempo fa

— Ale ma che sguardo ha Gimesh? ops Ykxheyelx? —

— Yxchel, Maria, hahaha —

— Siiii, lei ahahah! — I suoi occhi possiedono quel vago
strabismo di venere 
conturbante, come le labbra della donna di “Nel profondo”,
così mangamente 
Okusayane, così sensuali…

In sintesi

Abbandonando l’universalità che l’ha contraddistinta nel
passato, Axl compie un 
ulteriore switch: perdendo i presupposti del
Nam-myoho-renge-kyo, dell’uno per tutti 
e tutti per uno, dell’ ommmm…, le sue opere diventano
identitarie di una realtà 
femminina e anche femmina.

 

Attenzione però! Questa parola che scatena turbinanti
emozioni nei maschietti, qui, è 
da intendersi come “fruttuosa”, e la di lei “delectatio”,
come insegna sora Ildegarda di 
Bingen, non è bruciante libido, bensì è paragonabile al
calore del sole che imbeve la 
terra con continuità, affinché tutto cresca e fiorisca.

Così Axl ruba i frutti di una realtà nettarea, edenica,
ancestrale e — non ci fa un 
succo ahahah— li sintetizza in composizioni, il cui perno è
un ovale, che lei rende 
muliebre adornandolo con arabeschi d’inchiostro. La sua mano
annoda e libera il 
liquido nero, finché forme appartenenti alla natura si
trasformano in appendici e 
particolari del corpo della donna.





Questo processo è particolarmente evidente nell’opera Il Viaggio
e raffinato 
nell’opera Ascesa: due sono le figure — e qui scatta il
fatidico “Two il meglio che 
one” — per un unico soggetto: Axl riesce pienamente a
rendere l’idea di due diverse 
maturità impartendo maggior o minore rilevanza ad un
elemento anatomico o ad uno 
genuino rispetto all’altro.





Torniamo a quel Mobile

— La donna è Mobile qual piuma al vento — scrive anche il
Maestro Verdi…

Verdi sono la tematiche del Fuorisalone di Milano, “Materia
Natura” e 
“sostenibilità”, e si sposano perfettamente con le opere
dell’artista milanese; 
dal 15 al 21 Aprile, anche l’atelier Franco Curletto — il
nostro Figaro e artista, 
di natali Torinesi come Piffetti, ebanista di fama
internazionale, autore del 
doppio corpo, il mobile più prestigioso al mondo — apre le
sue porte all’Arte: 
Axl esporrà, in quest’occasione, le tele Anima, Four e Il viaggio.

 

E se Rosina di Bellini — non quella di Mozart però — è
docile, rispettosa, 
ubbediente, dolce, amorosa, ma anche vipera, quella di Axl è
Yxchel — 
acciderbolina —, quindi combattente, fruttuosa, solida,
madre e donna, esotica, 
esoterica, misteriosa, mobile? … siiii mutevole, vivace,
cangiante, ricca di sfumature.

 

La donna Axl sarà mobile, in particolar modo, mercoledì 17
Aprile, dalle ore 18.00 
alle 21.30, in via Pasubio 12, a Milano, giorno in cui il
prestigioso salone dedicherà 
una serata, per la Design Week, dove presenterà Speedy Glow,
mentre Axl sarà la 
Special guest, con alcune opere, t-shirt stampate e delle
shoppers.

 

Per l’occasione saranno esposte le opere dell’artista
Alessandra Mangano, con 
l’accompagnamento di un Vegan Cocktail curato da Nica
Cardinale e Italian Dream 
Food.





Quel mobile è anche da intendersi nel senso di movibile,
itinerante perché il 
22 Aprile, giorno in cui ricorre il World Heart day, Axl
proporrà le shoppers, per il 
progetto Riconnessione con la Madre Terra, nato in sinergia
con Saverina Maruca, 
presso il centro di estetica e benessere Althea, in via L.
Pirandello, a Taormina.

Qui, infatti, hanno trovato casa l’opera Ascesa e Maat —
Maata Hari? Nooo 
hihihi… pensate a che fatica faccio io, ogni qual volta ho
un tête-à-tête con 
questa “deitudine”—, che rappresenta l’ordine universale —
tranne che a casa 
nostra, per quello c’è la divina Alexa — in contrapposizione
a ciò che è 
ingiusto.

Amore incondizionato, Il silenzio e Il dono, tele tra le più
rappresentative della 
pittrice, per quanto riguarda l’amore che la Madre Terra
rivolge all’ essere umano, 
sono il tris artistico che mette Axl sul banco; Saverina
Maruca si “gioca” il 
Massaggio Maka — anche Saverina mi dà del filo da torcere in
quanto a nomi —: 
attraverso quest’ultimo, la professionista conduce le
persone al ricongiungimento con 
la Madre Terra.

Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno — Ops!
Questa è un’altra storia — 
si torna alla Natura, alla sostenibilità e Milano.

Ricapitoliamo!

Il 17 Aprile 2024, Axl sarà all’Atelier Franco Curletto, in
via Pasubio 12, a Milano, 
alle ore…, mentre il 22 Aprile, troveremo le sue shoppers e
il massaggio Maka, da 
Althea – Centro di estetica e di benessere di Saverina
Maruca, in via L. Pirandello, a 
Taormina.

 

E io? “Muto l’accento e così il pensier” — da scrittrice —.








































Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace 

Maria Marchese


Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

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Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


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Sigfrido e la foglia di tiglio, Achille e il tallone, l’uovo — o la gallina —: Anna Cristino, la spatola vulnerabile e la sua Maternità.

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 










Sigfrido e la foglia di tiglio, Achille e il tallone, l’uovo — o la gallina —: Anna Cristino, la spatola
vulnerabile e la sua Maternità. 


di Maria Marchese |17|Agosto|2023|








— SHIIIINK — esplode la lama.

 

L’ho definita una spatola resiliente che salta, zampilla, si
contrae e, di colpo, si espande, ma anche vorace 
poiché ruba il colore acrilico — lo divora — e lo vomita,
immediatamente, sulle tele, con periziosa mano; la 
ritengo una spatola multiforme e versatile perché realizza
composizioni sempre diverse preservando una 
propria cifra esecutoria matura.

Una lama vivace e resultiva ha fenduto il fecondo e teso
ventre che ha partorito l’esagenesi “La rinascita”, 
mentre la spatola che concepisce l’opera “Maternità” è
vulnerabile.

— SHIIIINK — esplode la lama.

La Cristino vulnera la testa di questa madre con un taglio
netto: la maternità diventa allora come la foglia 
apostata che si posa sulla spalla di Sigfrido, la croce che ne
decreta la morte, oppure è quell’unica parte del 
corpo rimasta mortale — il tallone malandrino che ancora
oggi dà problemi — di Achille.




Ma la vulnerabilità è legata alla sensibilità e ad una certa
qual forma di intelligenza, così Anna Cristino la 
plasma in un amplesso ovoidale — marmoreo fuori e carnoso
dentro — in cui l’architettura ovale si ripete 
— le mammelle, il volto muliebre, la guancia del neonato, le
cosce e i polpacci… — in un intuitivo gioco 
speculare che suggella il senso di appartenenza, ma che
suggerisce anche il pensiero di una gestazione neo 
identitaria.

L’arte per la Cristino è transveberazione, l’arte della
Cristino è transveberazione: come un dardo, la sua 
spatola lacera, sia le carni che lo spirito, per togliere
l’eccesso e creare, ma il passo prima è quel dolore, 
tanto estatico come salvifico e irrinunciabile, quanto
l’amore per un figlio.

Il paradosso per antonomasia su cui anche i filosofi greci
come Aristotele o Plutarco hanno dibattuto — Ma 
è nato prima l’uovo o la gallina? — ha come risposta
plausibile l’uovo, e così il suo uso iconografico in tutte 
le culture — dal Giappone alla Polinesia, dal Perù
all’India, dall’Egitto alla Finlandia, dalla Cina all’Africa — è 
la rappresentazione del seme primordiale, da cui tutto ha
avuto inizio.

L’uovo di struzzo che scende dalla volta a forma di
conchiglia e come una perla rimane sospeso al di sopra 
del viso della Sacra Maria, nella Pala Montefeltro , del
Maestro Aretino Piero della Francesca , significa che 
la fede è superiore alla ragione — ratio/irrazionale 1 a 0,
come nella maternità di Anna Cristino —.



Quella stessa beatitudine sarà ricercata da alcuni dei
personaggi dipinti da Hieronymus Bosch, nel trittico “
Giardino delle delizie “ il guscio delle uova, in questo
caso, è rotto — non integro quindi, come la testa della 
maternità dell’artista barese — e gli esseri umani ci si
tuffano letteralmente agognando il ritorno ad uno 
stato di pace.

René Magritte, nell’opera “ La chiaroveggenza “, tramuta un
uovo — il modello — in un uccello con le ali 
spiegate — il modello sulla tela — frutto di un’evoluzione
immaginata e prevista dall’estro dell’artista, 
facendoci riflettere sul nostro modo di concepire la realtà,
spesso troppo ottuso, e su cosa voglia dire 
osservare con sguardo attento. Uova sode, sciolte, integre,
rotte, incrinate, all’occhio di bue… , insomma in 
tutte le salse, compaiono nelle opere di un altro grande
surrealista, Salvador Dalì ; per lui l’uovo assume 
un’importanza tale da adornarne i tetti del suo studio a
Port Lagat, paesino di pescatori sulla costa brava 
della Spagna, qui uova gigantesche si stagliano contro il
cielo simili a sentinelle della sua mente sfrenata.





Nella Metamorfosi di Narciso , del 1937, di forma ovale è la
testa del mito greco cui si contrappone la mano 
che regge un uovo da cui spunta un fiore di narciso. Nel
dipinto del ’48 “L’Aurora”, l’uovo è raffigurato con 
il rosso e vivo tuorlo, mentre l’albume diviene un fiume
solcato in barca dall’essere del futuro. Nella Venus 
Spatiale , l’uovo poggia in equilibrio sopra il pube in una
rappresentazione della fecondità senza tempo 
come allude la presenza di un orologio che ha perso la sua
funzione primaria essendo liquefatto.


Fertilità è anche il tema della scultura Concetto Spaziale –
Natura, del 1967, di Lucio Fontana, in ottone 
lucidato; in quest’opera, il maestro dei tagli si indaga
nelle tre dimensioni: una forma ovale primordiale 
solcata nella sua perfezione da due semplici segni esprime
una forza inaudita. Il divenire e mutare della 
materia e della sua “natura” e di tutte le percezioni
fisiche ad essa legate sono la perfetta rappresentazione 
del fluire della vita e del pensiero.

Chi, invece, distrugge qualcosa — il guscio — è Piero
Manzoni , in quello che è l’omaggio all’uovo tra i più 
particolari mai realizzati da un’artista: il 21 luglio 1960,
presso la galleria Azimuth, realizza la sua 
performance Consumazione dell’arte dinamica del pubblico
invitando i presenti a mangiare delle uova sode 
da lui cucinate e innalzate al grado di opera d’arte
riportando sul guscio l’impronta del suo pollice. L’artista 
consapevolmente invita alla distruzione della sua creazione,
a cibarsene, contribuendo così alla 
rigenerazione del corpo. Un’opera sicuramente ironica che
però riflette profondamente sul tema 
dell’eucaristia e della risurrezione.

Ci si domanda allora se quella parte indoma — tallone,
spalla, uovo o gallina —sia fragilità o, all’opposto, 
virtù?.

La Maternità di Anna Cristino, come l’uovo, contiene il caos
della vita: non è però liquido ma acrilico, 
immediato, immanente, concreto, polveroso, pullulante di
umori cromatici e valori emotivi.

Ricordo che al mattino, da piccola, mia nonna preparava un
uovo sbattuto con lo zucchero — è 
ricostituente diceva —.

La saggezza e la forza, insomma, sono legate a questa
piccola identità, capace forse di guarire e il tallone e 
la spalla.

 






Anna Cristino è protagonista della mostra itinerante
“Penelope et Mare Nostrum”, la cui prima tappa si è 
tenuta presso il Club Nautico Santa Pola, in Spagna, dal 10
Giugno al 10 Luglio 2023, la cui parte curatoriale 
è stata seguita dallo storico e critico d’arte Valeriano
Venneri e dalla poetessa, curatrice e critica d’arte 
comasca Maria Marchese.

Una seconda tappa la vede presente presso il Castello Rocca
Paolina, a Perugia, come una degli artisti 
rappresentanti per la Spagna, e terminerà con una terza
tappa al Museo del Mar di Santa Pola, tra fine 
settembre e Ottobre 2023.



































Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace 

Maria Marchese


Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


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©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




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Khira Jalil e l’apicalisse: un’ape regina e le sue rivelazioni artistiche.

L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte  






Khira Jalil e l’apicalisse: 

un’ape regina e le sue rivelazioni artistiche. 



di Maria Marchese  |14|Marzo|2023|







E quanta esperienza ed arte | chieggian l’api frugali, augusta Bice, | io qui prendo a cantar

                     Virgilio 


Il sommo poeta stesso, avvinto dall’operosità dell’ape, si accinge ad ammannire un’ode: Virgilio, in pochi versi, riesce ad esprimere quanto stupore e incanto trovi, nella perizia delle minuscole creature, tanto da definirla arte. 

Nelle proprie tele, l’artista Khira Jalil si manifesta in egual maniera: come la lieve bestiola, ma con la fierezza di una regina, giorno dopo giorno, centellina, sui supporti, le proprie rivelazioni. 

Qui, ludicamente, utilizzo il termine “apicalisse”, storpiatura dell’altisonante parola apocalisse, che, nella propria significanza etimologica, indica una rivelazione, per sottolineare quanto gli elaborati dell’autrice marocchina costituiscano veri e propri messaggi, dai contenuti umani, socio/culturali filosofici… ; medesimamente, le sue composizioni ricordano le fitte trame di un alveare. Se consideriamo, poi, che l’idea dell’apocalisse è legata ad una serie di eventi, che narrano la fine, l’apicalisse, riferita alla pittrice, costituirebbe, alfine, il termine di una conoscenza artistica di grande valenza. 



Il virgineo telo è quell’unica pagina bianca, che Khira Jalil imporpora di una genesi cromatica, che è l’incipit, su cui, via via, costruirà le proprie celle. Così, l’artista, con la maestria di un orafo, dapprima, abbozza la “magione”, ossia la dimora, dove il pensiero è fondamento, disegnandone i profili; da quest’ultima, ella minia ogni singolo spazio, tra rigore e morbidezza. 



Il mielato colore, allora, si traduce in linee che si rincorrono, apparentemente, impazzite; in realtà, sono frutto di un’intuizione pregressa molto articolata. Il pennello, così, ruba mescite tonali a tratti dolci, altre volte squillanti, mentre la mano lo guida verso un’intricata risoluzione. All’occhio appaiono frugali arabeschi, sintesi di un linguaggio figurativo tribale, laddove la polis è, invero, universale. Il ciglio, fascinato, segue i contorni, poi, i colori, che addivengono figure arcaiche e minimali, ognuna delle quali appartiene al microcosmo individuo/animale/suolo, nonché al macrocosmo, che ci vede come essenze divenienti. Le setole sfumano i colori oppure creano sincopi tonali, elargite, sui tessuti, in maniera “genuina”; è possibile, infatti, ravvisare quell’incertezza, cifra identificativa della veridicità e dell’unicità, e dell’artista e dell’uomo. Ogni opera della Jalil costituisce la ricostruzione di una considerazione, che abbraccia il senso più profondo di un approccio multidisciplinare: raccontare, insegnare, educare, imparare… dalla vita stessa. 




L’ape è solo un minuscolo insetto eppure riesce a costruire un alveare che ha la capacità di un granaio e la geometria di una cattedrale. Il suo insegnamento è questo: se fai ciò che è possibile, di possibile in possibile arriverai all’impossibile.

         Fabrizio Caramagna





Le opere dell’artista marocchina diventano come il granaio e la cattedrale, citate da Caramagna; lavoro indispensabile, nutrimento, sacralità, preghiera, fondamenta e pareti solide: esse aprono lámia, ossia aperture profonde, dove esperirsi è, conseguentemente, sinonimo di evoluzione e crescita interiore. All’artista, peraltro anche poetessa, autrice, docente e critica d’arte, il cui fermo credo, confermato dal suo percorso artistico, è volto al concretamento dei desideri, il 7 gennaio, è stata dedicata una giornata, dall’università di Molay Slimane, a Béni Mellal, in Marocco. 

Quel giorno, il presidente del dipartimento di lettere arabe dott. Hisham Talal, i suoi studenti, insieme al dott. Mohamed Chari e i propri colleghi hanno fornito diverse chiavi di lettura, su tutte le opere letterarie della Jalil, attraverso un’attenta analisi di queste ultime. Peraltro, sono state celebrate le sue qualità di leader, che si batte per i diritti umani e la sua tenacia, nel perseverare e raggiungere i propri obbiettivi. 

Sostenuta da diversi partner economici e universitari, come il Centro per l’Arte e gli Investimenti IGHAT, nella persona del presidente Rahim Jabran, il presidente del Club di Investimento in Béni Mellal-khnifra e altri ancora, essi hanno puntato sull’artista e sulla donna, in un’ottica di progettazione in campo educativo e economico, al fine di sviluppare molteplici possibilità. 

Khira Jalil è presidente dell’associazione internazionale Art’s Wings Forum, che supporta numerose iniziative culturali internazionali. 






























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Maria Marchese


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“SOULS” KATERYNA REPA

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte





“SOULS” KATERYNA REPA





di Maria Marchese  |25|Luglio|2022|



“Impara dalle nuvole a non soffocare le lacrime.”

Giancarlo Stoccoro



È un cielo imporporato dall’oscuro grigiore della guerra, quello da cui Kateryna Repa viene ispirata: si appropria, quindi, delle lacrime, fiorite dai mesti assilli, di cui esso soffre, e le mescida con la nivea polvere bianca.

Quell’amoroso atto genera, indi, piene gocce, gemmazione di inespresse vite.

La serie “Souls ” nasce, infatti, come un lacrimoso pianto, e racconta presenze inascoltate, scomparse durante l’attuale conflitto.

L’artista ucraina sembra imparare, dalle nuvole, la spontaneità necessaria per esprimere, visibilmente, un rosario, ove le perle raccontano la dissolta liturgia di una catarsi, che risolve l’assenza di esseri umani.





L’autrice distingue, nella stagione anime, due “generazioni” .

Entrambe “confidano”, all’ascolto dell’osservatore, la conoscenza di individui: mentre una li rappresenta come tali, nella loro veste terrena, l’altra li ritrae nel loro ruolo sociale. I primi nuclei, appaiono, così, come “feti” , fruttate gestazioni, distaccatesi dal ramo della vita; le seconde, invece, si rivelano, allo sguardo, come manufatti, plasmati dalla mano dell’uomo.

L’artista li racconta, uno ad uno, come apparizioni postume, che bussano, dapprima, confusamente, poi, sempre più chiaramente, alla sua sensibilità; allora, decide di infondere, sulla loro pelle, la memoria di ogni singola storia.



Liquefà i colori acrilici, trasformandoli in vaporosi umori, che assolvono, alfine, la voce delle anime: fango , verdi anni e manti erbosi, nero asfalto, cilestrino cielo, porporino sangue, rosati veli… nutrono quei respiri, appena percettibili.

Kateryna Repa li numera, poi, centellinando ogni preziosa preghiera…



“Soul 9” è un adolescente di 16 anni, a cui i genitori davano del fallito, minimizzando ogni suo desìo e sogno: è stato ucciso, dai soldati, per strada, mentre andava, in bicicletta, a prendere l’acqua per la famiglia.

“Soul 6” , invece, è una donna 26 enne, tradita e “abusata” , poi, in un supermercato.

“Soul 10” è un bambino di 4 anni, ucciso dai bombardamenti.

“Soul 7” è una vecchia signora di 73 anni, scomparsa nell’incendio della propria casa.

“Soul 5” è un giovane uomo d’affari, che ha rinunciato ad ogni piacere per il lavoro e il guadagno; incorniciato da un’argentina veste, ha lasciato il mondo senza godere di nulla.

“Soul 8” è un sacerdote, chiuso in se stesso e votatosi ad una vita claustrale per dirimere pensieri impuri; ammantato di obrizo, ora, tace.





Contatti dell’artista 


Instagram repakateryna

Facebook Ekateryna Repa 



























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CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL’IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE

L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte

CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL'IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE    di Maria Marchese per L’ArteCheMiPiace

CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL’IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE

di Maria Marchese  |23|Maggio|2022|



“Ma la bellezza non era tutto. La bellezza aveva questo guaio: veniva troppo immediatamente, veniva troppo completamente. Fermava la vita – la gelava. Ci si dimenticava le piccole agitazioni; l’arrossire, il pallore, qualche strana distorsione, qualche luce o ombra, che rendeva per un momento riconoscibile la faccia e tuttavia le dava una qualità che in seguito si vedeva per sempre.“                      

                             Virginia Woolf



CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL'IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE    di Maria Marchese per L’ArteCheMiPiace





Tra sistole e diastole conoscitive, una colorata macchia si liquefà sulla carta: è un profilo emotivo incerto, la cui unica consapevolezza è la propria presenza immediata. Cristina Gentile lo coglie in quell’infinitesimale istante, laddove il palpito è indispensabile seppure impercettibile: allora, l’autrice ne asseconda il disvelamento, carezzandolo con le setole del pennello. L’attimo cromatico appare, quindi, all’occhio, come un morbido viluppo tonale; l’autrice individua i celati capi di quel nodo e li accompagna, perché raccontino la loro personale epifania. Essi si manifestano in un totale diacronismo, e emotivo e formale, creando l’apparente chaos.


CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL'IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE    di Maria Marchese per L’ArteCheMiPiace

In queste origini, infatti, coesistono aspetti sfumati, che digradano e, medesimamente, il “coup de tête” , la nota difforme, che vivifica la stonatura, nell’euritmia della composizione. Tra la frugalità e l’impalpabile, nasce, indi, il letto di ogni esperienza, addentro il suolo che congiunge ossimori esperienziali. L’autrice ligure, poi, d’emblèe, li caratterizza ulteriormente: attingendo da una danza tribale, infonde i profili di un alfabeto fisionomico primievo, radicato nei primordi dell’inconscio.



CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL'IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE    di Maria Marchese  per L’ArteCheMiPiace

I passi silenziosi vengono amplificati, dall’artista, frantumando ogni canone pregresso: essa celebra, così, la libertà di vivere appieno la conoscenza di sé. La distorsione viene concepita come allontanamento da uno stato naturale delle cose; Cristina Gentile polverizza, invece, la rigidità e l’inclemenza di questo sguardo distaccato, per riappropriarsi della verità di una personalità eteroglossa.



CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL'IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE    di Maria Marchese  per L’ArteCheMiPiace

La disfasia estetica, concepita tra dettagli amplificati, cicatrici segnico/conoscitive, creature dalla morphè “fumettata” , squarci di carta, rubati e poi plasmati in assurdi lineamenti… sboccia, nei “Distorti, di Cristina Gentile, in salvifiche pagine artistiche.

Lo sguardo volto all’ascolto, capace di percepire e percepirsi come mutevole e cangiante affermazione di virtù e fragilità può, indi, rispecchiarsi in queste pagine di alternativa bellezza.









CRISTINA GENTILE ILLUSTRA LA MERAVIGLIA DELL'IMPERFEZIONE E LA NATURALEZZA DELLA DISTORSIONE    di Maria Marchese  per L’ArteCheMiPiace



Contatti dell’artista 


Sito Web www.cristinagentile.it 























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LA FAVOLA COME FUGA DALLA DISCRIMINAZIONE GIANNA AMENDOLA

L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte

Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace

LA FAVOLA COME FUGA DALLA DISCRIMINAZIONE

GIANNA AMENDOLA




di Maria Marchese  |28|Aprile|2022|



Gianna Amendola nasce a Montreal, da genitori italiani: inizia lì a crescere e a compiere i primi passi, e nell’universo sociale e mondo dell’apprendimento.

Poi, le scelte familiari la portano in Italia, precisamente, in Campania…

Ricordo che una persona cara mi raccontò diversi episodi della propria adolescenza, a Napoli.


Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace



Uno, in particolare, mi colpì profondamente: da ragazzo, iniziò a frequentare un quartiere malfamato, perché, lì, aveva una ”simpatia” ; descrisse, allora, le reazioni di adulti e bambini, che vivevano negli appartamenti, adiacenti alle vie: lanciavano piccoli sassi, contro le pareti e per la strada, come monito e intimazione nei suoi confronti, poiché stava violando il loro territorio, accompagnando, in questo modo, il suo passaggio.

Ho condiviso, con Gianna Amendola, questo aneddoto e, insieme, abbiamo ascoltato l’eco di quelle minuscole pietre, che colpiscono il suolo e non solamente quello…


Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace


L’autrice campana condivide, così, l’amarezza di

una realtà umanamente povera, che l’ha ferita, sin da bambina.

Discriminazione, acredine, ignoranza… sfondano la delicata soglia di un’anima in erba, segnandola profondamente.

Gianna Amendola, però, celava, gelosamente, nella propria “casa interiore”, l’incontro con la carta, il segno, il colore, da tempo immemore.


Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace

Più le vicende diventavano gravose, più quella laiason cresceva, liberando, in lei, una certezza: voleva dipingere. Si iscrive, quindi, all’Accademia di Belle Arti, distinguendosi per caparbietà e capacità: il suo “occhio” ama, infatti, una visione così diversa, rispetto agli insegnamenti, da destare approvazione e curiosità.


Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace












“Pioggia:

attraversa il mio cancello

un mazzo di iris”

                                          Ito Shintoku



L’artista crea, per rifugiarvisi, indi, un grembo, in cui è madre e creatura: la sottile membrana, che la preserva e nutre, percola ciò che può entrare.

Il torrenziale pianto muta, allora, in liquefatto nutrimento, “narrando” la vita di un “bouquet” .

In quel penetrale inviolabile, la lacrima ama intime tinte, che perdono la durezza e si sciolgono, creando un florilegio di piccole infiorescenze artistiche.


Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace




























































La salina goccia raddolcisce e emoziona il colore, poi, la mano dell’autrice, lo carezza, con setolati tocchi, poetando linee.

L’artista ne disvela il temperamento incontenibile, su veli di carta, elargendo spazi, testimonianze incerte e evanescenti di figure, che appartengono alla terra dell’utopia, ossia il diastema esperienziale onirico, in cui il bene superiore la fa da padrone.

L’occhio dell’osservatore viene confortato, dal “dolce naufragare” , in un liquefatto suolo alare: cielo, terra, fuoco, acqua vi si fondono e confondono, nella significanza di valori nobili.


Gianna Amendola a cura di Maria Marchese per la Rubrica Divagazioni sull’arte su L’ArteCheMiPiace


L’autrice palesa un comprensibile rifiuto della mera realtà, per quietarsi e quietare, dove la gravità si fluidifica e scorre.

Gianna Amendola dona levità ad ogni istante esistenziale, corrompendone, amabilmente, la severità: si possono, quindi, sfogliare innumerevoli pagine, in cui l’innocente mano capovolge l’inevitabile.

Le sue opere sono suggestioni policrome visive, in cui l’innata frugalità fanciullina diventa cifra di un’espressione estetica distintiva.






Contatti dell’artista 


Facebook Gianna Amendola

Instagram giannaamendola 




























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