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Marzo 2025

Senza categoria

Andrea Scardigli L’anima della fotografia musicale

  L’ArteCheMiPiace – Interviste







Andrea Scardigli

L’anima della fotografia musicale






di Giuseppina Irene Groccia |30|Marzo|2025|

Andrea Scardigli, nato a Roma nel 1972, è un fotografo con un percorso artistico ricco e sfaccettato. Dopo una carriera nel teatro come attore e mimo acrobata, ha trovato nella fotografia un nuovo linguaggio espressivo, trasformando la sua sensibilità scenica in immagini capaci di catturare emozioni autentiche. Diplomato presso la Scuola Permanente di Fotografia Graffiti Express, ha esplorato diversi generi, dal ritratto al nudo artistico, fino a specializzarsi nella fotografia musicale, un ambito che unisce la sua passione per l’arte visiva e per la musica jazz.

Con uno stile spontaneo e fortemente incentrato sul reportage, Scardigli riesce a cogliere l’essenza dei suoi soggetti, lasciando che siano le loro emozioni a guidare lo scatto. La sua opera “L’Insostenibile Leggerezza”, scelta per la mostra Everland Art, ne è un perfetto esempio: un’immagine nata in un momento critico di luce, ma capace di immortalare un’atmosfera irripetibile.

Attraverso il bianco e nero, la pazienza e un’attenta osservazione del ritmo musicale, Andrea Scardigli continua a esplorare il potere della fotografia come mezzo di comunicazione artistica, portando il pubblico dentro la magia della musica dal vivo.






Vi invito a scoprire direttamente dal protagonista come la sua arte si è evoluta nel tempo e quale messaggio cerca di trasmettere attraverso le sue fotografie.



Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

Sono diplomato in liceo artistico e ho sempre avuto la
passione per Arte e la Fotografia… sin da piccolo disegnavo e fotografavo.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

Semplicemente tramite anima e emozioni del soggetto che
scatto davanti, soprattutto in questo ambito musicale che i soggetti tutti
spontanei senza una regia.

 



Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?

Il mio stile artistico e prevalentemente reportage senza un
programma, ovviamente con il tempo il mio stile si è sempre concentrato
sull’anima ed emozione nell’ ambito della fotografia musicale.

 

In che misura l’ambiente artistico in cui sei cresciuto, con
genitori avvocati ma una forte connessione con l’arte, la pittura e
l’architettura, ha influenzato la tua evoluzione come fotografo, in particolare
nel ritratto e nella moda?

I miei genitori mi hanno trasmesso Arte e pittura e
Architettura, sono un nipote D’arte di un famoso Architetto del 900 (Arch.
Mario Marchi) anche lui mi ha trasmesso passione in tutto perfino la
fotografia. Come tutti i fotografi iniziano a lavorare nel campo del reportage
per poi passare al tipo di stile e genere fotografico adatto alle loro
esigenze.

Io sono stato molto fortunato a lavorare in vari generi
contemporaneamente, ritratto, nudo artistico e matrimonio…
per poi dedicarmi completamente al genere musicale jazz  per via che da piccolo ho suonato 2 strumenti, Clarinetto e Sax.

 

Dopo il tuo infortunio che ti ha costretto a ritirarti dal
mondo del teatro, come hai trovato la tua nuova strada nella fotografia? Ci
sono elementi della recitazione e dell’espressione teatrale che porti nel tuo
lavoro fotografico? In che modo il tuo background nel mimo e nella recitazione
ti aiuta a interagire con i soggetti e a raccontare storie attraverso le tue
fotografie?

Certamente, anche dopo un infortunio mi ero trovato senza
sentire nulla e quindi quel silenzio che avevo nell’ udito ho dovuto trovare un
modo di comunicare agli altri con la fotografia. Certo non è stato tutto facile
ma con il tempo mi ha dato forza anche dopo aver fatto un delicatissimo
intervento di impianto cocleare e ho potuto riacquistare buona parte del mio
udito, mi ha permesso di potenziate le mie capacità artistiche con la fotografia.

Gli elementi che porto con me sono: la pazienza; la
perseveranza sul mio lavoro. Soprattutto in questo genere di fotografia
musicale che devi ascoltare e controllare emozioni del musicista e il ritmo
musicale.

Grazie alla mia breve carriera artistica di mimo e attore,
mi ha permesso di sfruttare la mia capacità anche nella fotografia.

 

Quali tecniche fotografiche preferisci utilizzare per
catturare l’essenza dei tuoi soggetti, e come le hai sviluppate nel corso degli
anni?

Uso la macchina fotografica reflex scatto in modo naturale a
colori, poi le convertisco in bianco e nero in post- produzione.

Unica caratteristica essenziale per catturare i miei
soggetti in modo significativo è quella di avere molta pazienza e osservare il
soggetto tramite occhiello del corpo macchina e aspettare il momento giusto per
poi scattare la foto.

 

Che ruolo ha la tecnologia (fotocamere, software di
post-produzione) nel tuo processo creativo e nella realizzazione delle tue
opere fotografiche?

Non ha nessun ruolo, uso il necessario delle attrezzature
tecnologiche di post-produzione come ogni fotografo deve usare per lavorare e
mettere in risalto le proprie foto.



 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

Io lavoro esclusivamente in bianco e nero.

Il Bianco e nero mette in risalto espressività dal soggetto,
emozione del soggetto.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo
il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Il mio lavoro incide con avere degli ottimi rapporti con la
direzione artistica del teatro e in particolare il manager oppure il leader del
gruppo musicale per poter avere l’accredito ufficiale per poter eseguire e
scattare durante il concerto.



 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri
particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Si la foto “L’insostenibile leggerezza” che sarà esposta
nella mostra Everland Art.

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

E’ una domanda da 1000 euro… scherzi a parte – la considero un
valore aggiunto nell’arte contemporanea, visto che la fotografia è considerata come un mezzo di comunicazione artistica e visiva.

Spero che il pubblico apprezzi il mio contributo, la mia
arte, soprattutto il genere di fotografia che sto rappresentando (fotografia
musicale).

 



Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come
artista e come le hai superate?

Le difficoltà sono sempre tante e non finiscono mai,
dobbiamo andare a pari passo con le nuove tecnologie, come per i concorsi
fotografici…

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Conosco molto bene associazione, ho partecipato precedentemente a due mostre a Salerno.

Spero di poter arricchirmi sempre di più con la visibilità e
partecipando alle mostre collettive degli artisti.

Soprattutto far conoscere al pubblico il bello della
fotografia musicale.

 



In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno
di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi
raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se
c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso
di esse?

La foto “L’Insostenibile Leggerezza” è una delle mie preferite. Nel progetto ho presentato diverse immagini, e sono felice che abbiano scelto proprio quella che ho sempre ammirato.

L’opportunità di esporla è stata anche frutto di un pizzico di fortuna: lo scatto è avvenuto in un momento critico dal punto di vista dell’illuminazione scenica, che era già molto debole e stava per spegnersi del tutto. Sono riuscito a catturare gli ultimi istanti prima che tutto sprofondasse nel buio.

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

Cercare di valorizzare sempre meglio le foto jazz, mostrare
il lato umano e le emozioni che trovo osservando e ascoltando la musica tramite
la macchina fotografica.


Contatti


Email andreafotografo1972@gmail.com

Instagram scardigliandrea





Andrea Scardigli nasce a Roma il 25 ottobre 1972. Sin da giovane, sviluppa una forte passione per l’arte, che lo porta a intraprendere una carriera nel mondo del teatro come attore e mimo acrobata dal 1992 fino al 2023. La sua esperienza artistica nel campo della recitazione e del mimo lo aiuta a sviluppare una sensibilità unica verso l’espressione emotiva e la comunicazione non verbale, che diventeranno fondamentali nel suo approccio alla fotografia.

Nel 2005, Andrea si diploma in fotografia presso la Scuola Permanente di Fotografia Graffiti Express di Roma, decidendo di dedicarsi completamente alla fotografia. L’anno successivo, inizia a organizzare workshop di fotografia digitale, ritratto, moda, glamour e nudo artistico, sia in studi che in location di prestigio nella regione Lazio. Sempre nel 2006, apre il suo studio fotografico personale, Arte del Fotografare, dove si specializza in matrimoni, cerimonie, ritratti privati e foto di scena per il cinema e il teatro.

Nel 2013, Andrea si avvicina alla fotografia musicale, un settore che diventa il cuore del suo lavoro. Dopo aver seguito un corso di formazione specifico, inizia a concentrarsi sulla fotografia di concerti di musica jazz, un campo che rispecchia la sua passione per la musica, essendo lui stesso un ex musicista che ha suonato il clarinetto e il sax. Questo incontro tra arte visiva e musicale arricchisce il suo stile, portando la sua fotografia a esplorare le emozioni spontanee dei musicisti e l’intensità dei concerti dal vivo.

Il suo stile si distingue per un approccio reportage, dove la spontaneità e l’autenticità del momento sono al centro di ogni scatto. Le sue opere più significative sono caratterizzate da una forte carica emozionale e dalla capacità di catturare l’anima dei soggetti, spesso attraverso l’uso del bianco e nero. Andrea ha sviluppato una tecnica che si concentra sulla pazienza e sull’osservazione attenta, aspettando il momento giusto per immortalare l’emozione del soggetto o la magia del concerto.

Nonostante un infortunio che lo ha costretto a ritirarsi dal mondo del teatro, Andrea ha trovato nella fotografia un nuovo modo di comunicare con il mondo. Dopo aver superato un delicato intervento di impianto cocleare che gli ha restituito una parte dell’udito, ha potuto potenziare la sua capacità artistica, continuando a raccontare storie attraverso l’arte della fotografia.

Attualmente, Andrea è tra gli artisti selezionati per la mostra Everland Art – Percorsi di Ricerca organizzata dall’associazione culturale Athenae Artis. Il suo lavoro continua a evolversi, con un focus particolare sulla fotografia musicale, nella quale spera di trasmettere la bellezza e l’intensità dell’esperienza del jazz, facendo conoscere al pubblico le emozioni che nascono dall’ascolto della musica attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica.

































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Interviste

Khanh Nguyen – Il viaggio creativo di un’anima libera

   L’ArteCheMiPiace Interviste

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il viaggio creativo di un’anima libera

Khanh Nguyen

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |27|Marzo|2025|

 

 

 

Artista autodidatta nata in Vietnam nel 1947, la sua produzione si configura come un dialogo tra struttura e libertà espressiva, tra razionalità ed emozione. Nonostante una formazione accademica in economia, la pittura ha sempre rappresentato per Khanh Nguyen un linguaggio necessario, una ricerca intima capace di dare forma a emozioni e riflessioni profonde. Il suo stile si muove tra il rigore compositivo di Piero della Francesca e la gestualità dell’Espressionismo Astratto, in un equilibrio dinamico tra classicità e modernità. Rifiutando il caos costruito e la distorsione fine a sé stessa, la sua arte si distingue per una ricerca di armonia, dove colore e forma diventano strumenti di un’espressione sincera e meditata. Il suo lavoro è un diario visivo in cui convergono musica, letteratura, natura e stati d’animo, testimoniando un percorso artistico autonomo e profondamente radicato nella necessità di comunicare oltre le parole.

 

 

 

 

 

 

Per approfondire il suo percorso artistico e le sue ispirazioni, lasciamo spazio alle parole dell’artista in questa intervista.

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

 

Sono un’artista autodidatta nata nel 1947 in Vietnam, con
formazione artistica ottenuta durante il liceo francese a Saigon. Appassionata
di arte, avrei voluto proseguire una formazione artistica, alla quale ho dovuto
rinunciare, scoraggiata dalla famiglia perché tale percorso era considerato
troppo free spirit e non rispettabile per una giovane donna nell’ambito sociale
vietnamita del tempo. Così ho studiato l’economia in America dal 1967 fino al
Dottorato in Economia nel 1976. Ma non ho mai lasciato il sogno artistico: ho
sempre studiato la storia dell’arte, e ho continuato a dipingere tutta la mia
vita seguendo la mia propria passione di sperimentare, il mio istinto di creare
ed esprimere le miei proprie emozioni e idee.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

La pittura per me, con le forme ed i colori, è disegnare
sentieri attraverso foresti di emozioni, di feeling che le parole non bastano
per esprimere. Per me dipingere è comunicare emozioni. Così i miei dipinti
hanno sempre dei temi specifici ispirati dalla letteratura, dalla storia, dalla
musica, dalla natura, e sopratutto dagli stati d’animo. Sono come i miei diari
visivi, riflettono la musica che sento, le cose che leggo e vedo, le cose che
mi commuovono e mi fanno riflettere.

 

 

Foto di Khanh Nguyen in studio.  

 

Un momento di felicità 

(70x50cm) mixed media su tela

 

Questo dipinto è ispirato ad un momento nel romanzo Seta di Alessandro Baricco: era un momento di ricordo pieno di tenerezza di un altro momento di felicità.  In fatti, nel romanzo Hervé disegnava, e sua moglie domandava: che cosa è?  “È una voliera… Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volare via.” 

In realtà stava ricordando come, un anno prima, tornò in Giappone e trovò la giovane concubina del barone che lo accoglieva in silenzio ma con grande felicità per il suo ritorno, seduta accanto alla gabbia spalancata, tra i suoi uccelli volanti.  Per rappresentare questo istante di felicità nel ricordo di Hervé, ho scelto di mettere gli uccelli al centro del dipinto, uccelli esotici che sono stati regalati dal barone alla sua concubina. Perché la scena descritta è un ricordo sentimentale privato a Hervé, ho scelto di evocare la ragazza in estasi in modo più astratta e trasparente possibile, tranne per le sue labbra. Gli uccelli volano su e giù intorno alla ragazza, in vari disegni di fantasia e in diversi colori vivaci e caldi, segni del momento di esuberanza e felicità. Le nuvole in stile giapponese, anche loro trasparenti, aggiungono un leggero senso di movimento all’atmosfera di sogno. 

 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?

Amo particolarmente Piero della Francesca per la semplicità
del suo disegno che armonizza razionalità ed estetica, per la sua capacità di
catturare un istante nel tempo e di comunicare tante emozioni attraverso il
silenzio (invece di limitarsi a mostrarle in silenzio). In pratica come artista
preferisco uno stile semplice per esprimere e comunicare emozioni e idee, con
un approccio più moderno, con più spontaneità e libertà, con i colori e con le
forme, ispirandomi alle tendenze artistiche contemporanee, soprattutto
l’Espressionismo astratto, Futurismo e Color Field. Tuttavia, i miei dipinti
hanno sempre dei temi specifici ispirati dagli stati d’animo, dalla
letteratura, musica e natura. Non dipingo per solo giocare con i colori e le
forme.

 

La tua ricerca artistica sembra muoversi tra un profondo
interesse per la storia dell’arte italiana e l’influenza di correnti moderne
come l’Astrattismo e il Color Field. Come riesci a bilanciare la struttura e il
rigore compositivo di artisti come Piero della Francesca con la libertà
espressiva e cromatica delle avanguardie contemporanee?

Per me la principale differenza tra la pittura nello stile
di Piero (a) e nello stile dell’espressionismo astratto (b) sta nel modo in cui
la realtà è rappresentata nella pittura. In (a) il dipinto è figurativo nel
senso classico, e presenta le cose come una foto della realtà: cioè i soggetti,
siano persone o scenari, sono rappresentati con dettagli realistici in modo più
riconoscibile possibile. In (b) c’è più immaginazione, più creatività, più
metafora coinvolta in quanto puoi rappresentare persone e scenari in varie
forme e/o colori, cioè non necessariamente riconoscibili come sono in realtà.
Al di là di questa differenza, credo che le questioni di struttura e
composizione, di semplicità e di eleganza nel design si applichino ugualmente
sia a (a) che a (b). Aggiungerei un altro aspetto comune sia a (a) che a (b):
il lirismo, l’espressione lirica del messaggio o dell’emozione che viene
trasmessa attraverso il dipinto. Credo che in termini assoluti tutti i dipinti
siano basati più o meno su una idea di struttura/composizione, da cui gli
artisti improvvisano e creerebbero le loro visioni. Dove potrebbe non esserci
una tale base comune potrebbero essere i movimenti artistici attualmente
emergenti come Art Brut, Outsider Art, Urban/Graffiti Art e forse alcune
interpretazioni dell’Arte Etnica. Perché secondo me queste tendenze di design
mirano essenzialmente a creare caos, a negare e distorcere le realtà, a
ripetere più e più dettagli che vengono definiti come spontaneità istintiva.
Devo dire che anche lì c’è la possibilità di mantenere una certa ‘eleganza nel
chaos’, cosa che purtroppo non tutti cercano di fare.  In questo contesto citerei anche alcune opere
di Picasso in cui i disegni sono così distorti che non le penserei come arte
Naif, e sicuramente non come arte spontanea che è stata così elogiata da
Picasso come vera creatività che è istintiva nei bambini. Ma anche in quelle
realtà distorte di Picasso, vedo la sua composizione e struttura di fondo, se
queste decisioni sono state prese prima e/o durante il suo processo di pittura,
dipende dall’artista e dai momenti pittorici.

Non sto dicendo che non apprezzo queste tendenze artistiche
di oggi. Ho provato più volte questi stili, ma alla fine ho cancellato il
dipinto e ho ricominciato la tela da capo. Perché? semplicemente non è il mio
stile, non mi identifico con esso perché il mio messaggio nella pittura non è
quello di trasmettere del caos “fabbricato”, disordine, distorsione e
tensione sovraccarica, e sicuramente non voglio usare l’arte per cercare
appositamente un’antitesi alla semplicità e all’eleganza. Certamente l’arte può
essere usata per descrivere gli aspetti ‘brutti’ che naturalmente esistono
nella realtà del mondo (esempio: Caravaggio), ma usare l’arte per creare
intenzionalmente della “bruttezza” non è una chiamata artistica per
me.

Gli elementi dell’arte sono colore, forma, linea, spazio e
consistenza. I principi dell’arte sono scala, proporzione, unità, varietà,
ritmo, massa, forma, spazio, equilibrio, volume, prospettiva e profondità.
Secondo la narrativa generale dipingere un dipinto astratto è un atto
spontaneo. Secondo me può essere un atto spontaneo nell’esecuzione, nel
processo di dipingere; ma in fondo fare un dipinto astratto richiede una
conoscenza del colore e del design e dei contrasti tonali, e sopratutto come
creare interesse. Per questo ultimo, ci vuole un’idea davvero chiara di ciò che
vuoi dire tramite il dipinto. Un dipinto astratto non può riguardare nulla.

In breve per me le decisioni sulla composizione e la
struttura di un dipinto (decisioni fatti prima o durante il processo di
pittura) non inibiscono la mia spontaneità artistica e creatività. In effetti
per me è una parte necessaria del processo estetico della pittura (soprattutto
se dovessi decidere su una composizione che intendo essere sbilanciata). È qui,
nella composizione e nell’espressione semplice di sentimenti senza cadere nella
sentimentalità, che trovo ispirazione da Piero della Francesco sebbene faccio
l’astratto figurativo.

 

Volare 190 x 34cm diameter, mixed media on wooden Doric style column

 

Nota: Questa foto è un collage di foto presi da diversi angoli per ricostruire una vista continua, unidimensionale della colonna dipinta. 

 

Il tema è ispirato alla famosa canzone Volare (cit. “Volavo più in alto verso il sole tra le nuvole nel cielo infinito. E il rumore laggiù non è più che un fiato di vento che passa tra gli alberi di qua e di là”) e al canto 11 del Purgatorio di Dante (cit. “Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato”). L’opera era per esprimere il mio senso di totale libertà di essere me stessa avendo deciso di andare in pensione -per la seconda volta.  Per esprimere i miei sentimenti di luce, movimento e libertà, e per poter adattare bene il disegno alla rotondità della colonna, ho scelto di dipingere in stile futuristico, un movimento artistico italiano iniziato all’inizio del XX secolo. La colonna alla fine offre 2 immagine di una persona seconda a dove la guardi. Una persona è disegnata in stile figurativo più convenzionale, sollevandosi verso il cielo blu tra le nuvole sopra il verde. L’altra ‘persona’ è molto più metaforica in disegno, che ho ‘catturato’ per caso durante il processo di dipingere, si trova quasi sul lato opposto della colonna, sembra esser l’ombra dello stesso soggetto ora intuito nell’astrazione futuristica di luce e movimento. Per esprimere il movimento delle nuvole ho usato il design tradizionale orientale delle nuvole che si fonde perfettamente in questo stile moderno astratto del movimento.

In fine, ecco degli esempi di come ho lavorato col multimediale per la comunicazione dei vini che ho prodotto nell’azienda di famiglia a Bolgheri in Toscano. Ho ideato tutti i disegni e narrativi per creare un nuovo approccio visivo alla degustazione guidata dei vini, collaborando con un tecnico di animazione G.Ragazzini per farne dei video.  Ho fatto un libro fotografico intitolato ‘Storie di mani e di vino’ per celebrare il ruolo delle mani nel fare il vino, publicato in 2011, che si può trovare sull’ internet, o se no, posso anche inviare una versione digitale. 

 

Lavori con molte forme d’arte e materiali diversi, dalla
pittura alla fotografia, dalla scultura alla ceramica raku. C’è un filo
conduttore che lega queste pratiche nel tuo percorso creativo, o ogni mezzo
rappresenta per te un’esplorazione autonoma e distinta?

Queste diverse pratiche artistiche non sono azioni autonomi
e distinti per me. Sono esplorazioni legati ad un filo conduttore: la ricerca
della libertà, la spontaneità dell’espressione in piena consapevolezza che
spesso la forza comunicativa e l’eleganza visuale è nella semplicità del
disegno e della sua cromatica.

 

 

 

La tua esperienza nella viticoltura ha influenzato il tuo
percorso artistico, portandoti a esplorare il mondo del branding e della
comunicazione visiva per il vino. In che modo questo legame tra arte e vino ha
plasmato il tuo approccio alla creazione, sia in termini di materiali che di
tematiche?

 In effetti la mia
vita col vino e il conseguente bisogno di creare un marchio attraverso la
narrativa visiva mi hanno portato a fare molti progetti fotografici e video.
Anche qui ho applicato lo stesso approccio che uso per la pittura, vale a dire
esprimere emozioni con semplicità tenendo presente i principi estetici della
composizione delle immagini e la loro relazione reciproca con il narrativo.
Ovviamente è molto più facile e divertente scattare delle foto per catturare
rapidamente e istantaneamente lo spirito di un momento dell’azione. Per questo
motivo accetto volentieri di sacrificare i dettagli di precisione e la
perfezione di una posa, e preferisco usare un iPhone invece di una fotocamera
professionale tradizionale. La spontaneità di questa esperienza visiva mi ha
anche portato ad evolvere dalle idee puriste originali dell’ espressionismo
astratto che puntano sopratutto sulle forme e colori. Ho trovato che non
bisogna separare schiettamente l’arte astratto dall’arte figurativa, che i
dipinti astratti e figurativi non sono completamente disconnessi, perché anche
le forme astratte e i colori possono esser interpretati come rappresentazioni
figurativi della realtà. Con tale re-definizione dell’estratto mi sono
avvicinata agli approcci utilizzati nel movimento dell’arte concettuale
contemporanea, anche se non abbraccio pienamente l’importanza primordiale di
un’idea o di un concetto rispetto alla tecnica e all’estetica artistica. Così
per me è stata un’evoluzione naturale verso la pittura figurativa astratta usando
alcune idee dell’arte concettuale per esprimere i miei sentimenti sulla musica
e la natura, pensieri e domande sulla società o sull’esistenza. Basta esser
cosciente di non andare con il sentimento verso la sentimentalità eccessiva. 

Ecco 1 esempio di foto fatti durante la mia vita di vino.

 

 

 

 

 

 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionata?

Il mio processo di lavoro varia da pittura a pittura.
Generalmente tengo una lista di diversi temi, essenzialmente cose, musica e
idee che mi hanno commosso. Posso passare mesi a riflettere su diversi approcci
per esprimere le idee o emozioni provate. Poi, quando mi sento pronta, mi metto
a dipingere. Spesso finisco il dipinto in 1-2 giorni. Non mi piace ritoccare
troppo dopo, ma è successo che ho obliterato il dipinto per ricominciare la
tela da capo.

 

Preferisci lavorare in solitudine o trovi ispirazione anche
da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Lavoro sempre in solitudine.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo
il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Ho sempre visto i miei dipinti come i miei diari visivi e
così trovo importante dare loro un titolo appropriato. In questo senso sento il
bisogno di condividere con chi sta guardando il mio dipinto le emozioni che mi
hanno motivato a fare il dipinto nel modo in cui l’ho fatto. Così sto cercando
anche un feedback preciso e autentico dal pubblico, sopratutto dagli amici e
colleghi artisti, nel l’obiettivo di migliorare il mio processo creativo.
D’altra parte mi rendo conto che senza spiegare il perché e come ho fatto il
mio dipinto, e anche nonostante ciò, le altre persone possono guardare il
dipinto con una visione o un’interpretazione completamente diversa che può
anche riflettere delle intuizioni molto diverse e interessanti. La mia
osservazione dai musei, dalle art festival, dalle gallerie e mostre che ho
visitato e quelle in cui ho participato, è che in questi tempi di fretta e di
‘cortesia sociale’, il feedback all’arte esposta è riservato, consiste
generalmente di un silenzio o al massimo di un timido ‘mi piace’, cioè
l’equivalente del ‘like’ sul Facebook, e che sembra raro ricevere dei commenti
genuini dal pubblico.

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri
particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Si, si tratta di “Scintille”, o “Ascoltando Sonata No.22 di Beethoven/ Sparks”  127cm x 152cm, mixed media su tela.

 

 

 

 

Questo dipinto è ispirato alla Sonata di Beethoven n. 22.
Con solo 2 movimenti, non è una sonata come le altri. Fino a recente, fu
considerata come una oddity, una stranezza. È una delle mie favorite. Per me
ascoltando la musica, il primo movimento (invece dell’ apertura lenta di
tradizione) è immediatamente tutto energia e fantasie, che illustro con delle
scintille dorate e rosse, insieme con i cerchi rossi, per un effetto di
improvvisato, quasi esplosivo. Il secondo movimento consiste di una composizione
moto perpetuo, cioè di flussi continui di note musicali che secondo me
suggeriscono la determinazione, la perseveranza che sono necessari per
mantenere il fuoco, la creatività in corso. Questo implacabile moto perpetuo
scelto da Beethoven è simbolizzato qui dalle colonne nere, disegni spontanei
con le forme e il nero persistente. È stato detto che la Sonata n. 22 era la
sfida di Beethoven contro la conformità alle regole, e anche contro i critici
negativi ricevuti sul suo approccio insolito. È come se ha detto: faccio la mia
musica a mio modo e non mi interessa se ti piace.

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

 

Ho diversi pensieri sul ruolo dell’arte nella società di
oggi.

1) mi sembra che oggi c’è una convinzione molto diffusa per
una maggiore libertà nell’arte creativa, mentre forse c’è meno attenzione
all’educazione artistica, specialmente all’arte moderna, e il risultato è una
maggiore tolleranza per qualsiasi cosa, quindi uno sguardo più generoso, meno
critico dell’arte, specialmente per gli stili contemporanei. Forse anche perché
l’arte astratto moderno non è convenzionalmente figurativa, e dunque
sembrerebbe tutto uguale se uno non parte da una piccola conoscenza di base? Se
questo è vero, si potrebbe rintracciare il problema alla ‘mancanza’ di
educazione artistica offerte o ancora di ‘qualità’ nelle opere

2) L’arte potrebbe servire allo scopo di evidenziare alcune
questioni nella società e/o nella politica, ma qui ho la preoccupazione che con
i rapidi progressi della tecnologia e del social network, le generazioni più
giovani stiano cercando dei riferimenti altrove. Sembrano non molto interessati
alla storia dell’arte, o tendono ad avere un apprezzamento più casuale e più
superficiale dell’arte, anche dell’arte classica.

3) Così dal punto di vista di un artista sento che l’arte di
oggi è diventata molto commercializzata, e la tendenza sembra essere piuttosto
per l’arte tipo poster, più pronte con impatto immediato e messaggio tipico ed
accettabile sul social (ref. urban art, art brut, graffiti art), che si
manifesta anche tramite la popolarità del tattoo.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come
artista e come le hai superate?

Nessuno problema finora 

 

 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneIn che modo hai deciso di presentare la tua arte
all’interno di questo percorso espositivo.

 

Ho scelto di presentare la mia arte all’Expò EVERLAND
ART” – PERCORSI DI RICERCA perché l’evento si presenta come “un viaggio
nell’intimità dell’animo, una scoperta dell’arte in costante evoluzione che
invita l’essere umano a esplorare il proprio sé più profondo.” Questo percorso
di ricerca, questo viaggio nell’intimità dell’animo, l’ho fatto in una vita che
si estende su 2 secoli, 2 millenni. In effetti ho vissuto diverse vite, andando
da nord a sud, da est a ovest e ritorno, senza lasciarmi condizionata nello
spazio, nello spirito o nel tempo. Durante quelle vite sono stato in continua
ricerca di quella parte di me che è autentica e creativa, la mia individualità.
Credo fermamente che tutti debbano trovare ed esprimere il proprio sé creativo,
e se l’espressione di questa creatività è arte, è tanto meglio. Ma non è
semplice: la società, con le sue regole e aspettative, spesso spinge verso la
conformità e la razionalità, dimenticando l’importanza della creatività. (A
proposito, sto scrivendo tutto quanto sopra nella mia autobiografia che sarà
pubblicata entro la fine dell’anno.)

 

Quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo
creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o
un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?

 

Il dipinto che participa all Everland Art Expò si chiama Il
Rifiuto: 70cm X 50cm, mixed media su tela.

 

 

 

Questo dipinto è ispirato al libro ‘L’uomo a una dimensione’
dal sociologo Herbert Marcuse, un libro scritto nel 1964 che parla dell’
attualità sociale e umana di oggi. Sto cercando qui di evocare un mondo in cui
il progresso tecnologico, anziché liberare l’uomo, lo imprigiona in una gabbia
dorata di falsi bisogni e desideri manipolati. E l’uomo, in una
rappresentazione quasi unidimensionale, sembra essere contento, anche se
arreso; ma allo stesso tempo sembra sognare qualcosa di diverso, forse la
libertà di volare via come l’uccello blu, e di evolvere e creare, qui
simbolizzato nel free disegno del fiore/nuvola rossi. In altre parole sto
cercando di dire che possiamo, proprio dobbiamo ripensare il nostro modo di
vivere per liberarci dal sistema in cui viviamo. Dobbiamo cercare il modo di
dire no alla società consumistica moderna che ci sta confondendo, chiudendoci
in un stato di ‘falsa’ felicità (Marcuse parlava di “euforia nella
infelicità”), e di dire no al progresso tecnologico e digitale che sta
ridefinendo cosa significa essere umano e vivere se stesso. E tutto questo
ognuno di noi può fare, a modo suo, senza drammatizzare o allarmare, ma con
consapevolezza, calma e determinazione. Il primo passo verso un mondo
alternativo deve essere un rifiuto delle immagini impiantati nella nostra mente
ma che non sono nostri. Poi, dobbiamo riscoprire il proprio sé e la capacità di
sognare, creare nuove immagini per un nuovo orizzonte
.

 

 

 

Il secondo dipinto che sarà presente su video all’Everland Art
Expò si chiama Rema La Tua Barca (Row your boat): 127 x 229cm, mixed media su
tela.

 

 

Il dipinto è ispirato da una canzone in inglese per bambini
che si chiama Row Row your boat, Rema Rema la tua barca, con il testo come
segue:

 

“Rema, Rema, Rema La Tua Barca,

Delicatamente giù per il fiume,

Allegramente, Allegramente,

La vita non è che un sogno.”

 

 

L’idea è che la barca è tutto ciò che ti occorre per guidare
la tua propria vita. E la vita non è che un sogno, basta sognare e vogare la
tua barca. Continua a sognare e osa vivere più di una vita. In effetti la vita
può essere molti sogni che verrebbero fuori nel tempo SE solo tu osi continuare
a sognare e realizzare i sogni. I sogni sono le idee e le passioni che hai nel
tuo cuore e nella tua mente che formano una sorta di linea rossa che ti spinge
e ti tira verso i prossimi passi.

Ogni sogno è come una barca: ci sali, la remi sull’acqua,
che sia fiume o mare, andando dove vuoi e il destino vuole, guidato da una
linea rossa di obiettivi, desideri. A volte ti arrendi lungo la strada. Ma
finché continui a sognare sali su un’altra barca e remi…Alla fine la vita
stessa è una barca, ognuno di noi è più o meno attrezzato per remarla sulle
acque. Con i tuoi sogni e con i tuoi viaggi in giro incontri altre barche,
altre persone (famiglia, amici, conoscenti o persone che si sono incontrate
solo una volta), e alcune di queste barche potrebbero viaggiare insieme a te
parte della strada o tutta la strada sul fiume della vita.

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

Un progetto particolare su cui sto lavorando è di trovare il
mio modo di raccontare la storia millenaria di Roma, la città dove ho la
fortuna di abitare, oramai per quasi 10 anni in totale (che non mi bastano per
conoscere tutte le sue storie e culture). 

Ecco un esempio:

Ercole tra le rovine/Hercules among the ruins, 177 x 130cm,
olio su tela.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

 

Email  knguyen47@yahoo.com

 

 

 

 

 

 

 

 Khanh Nguyen

Nata in Vietnam nel 1947, è un’artista autodidatta con una formazione artistica iniziale presso il liceo francese di Saigon. Nonostante una profonda passione per l’arte, le convenzioni sociali dell’epoca l’hanno indirizzata verso un percorso accademico differente, portandola a conseguire una laurea e successivamente un Dottorato in Economia negli Stati Uniti tra il 1967 e il 1976. Tuttavia, l’arte è sempre rimasta una componente essenziale della sua vita. Ha continuato a studiare la storia dell’arte e a dipingere con costante dedizione, guidata dalla volontà di sperimentare e dall’istinto creativo che la spinge a esprimere emozioni e idee attraverso il colore e la forma.

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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L’Acquerello come Metafora della Vita – Gabriella Zanchi

 L’ArteCheMiPiace – Interviste 

L’Acquerello come Metafora della Vita







di Giuseppina Irene Groccia |26|Marzo|2025|


Nata e cresciuta tra le fornaci di Murano, in una famiglia di maestri vetrai, Gabriella Zanchi ha respirato fin dall’infanzia un’atmosfera intrisa di creatività e artigianalità. Nonostante ciò, la sua formazione, si è sviluppata in modo autonomo e istintivo, portandola a esplorare il linguaggio dell’acquerello come espressione più autentica del suo sentire.

L’acqua, elemento primario della sua tecnica, diventa nella sua ricerca pittorica il simbolo di un equilibrio tra controllo e libertà. Il pigmento che si diffonde sul foglio, in un gioco di trasparenze e imprevedibilità, rievoca il flusso stesso dell’esistenza: impossibile da governare del tutto, ma sempre capace di sorprendere. In questo senso, l’artista abbraccia l’imperfezione e il caso come parte integrante del processo creativo, accogliendo la trasformazione del colore durante l’asciugatura come un’eco della mutevolezza della vita stessa.

Dipingere è per lei un atto istintivo e meditativo, un dialogo continuo tra l’idea e la materia, tra la visione interiore e la sua manifestazione sul foglio di carta cotone. I dettagli finali – miche metallizzate, acrilico e inchiostri – conferiscono identità alle sue “creature”, come se ogni opera fosse una sorta di alchimia visiva, un ponte tra la dimensione spontanea dell’acquerello e la necessità di definizione del segno.

Se la sua infanzia è stata segnata dalla solidità del vetro e dalle tensioni di un carattere forte in un ambiente familiare altrettanto intenso, la sua esperienza in montagna ha rappresentato un punto di svolta: immersa nella natura incontaminata, ha trovato nell’acquerello la via per tradurre sulla carta la bellezza mutevole del mondo circostante. 

Nel suo percorso artistico, l’acquerello diventa anche filosofia di vita, un dialogo costante tra istinto e materia, tra caso e intenzione. Ed è proprio da qui che nasce il suo universo creativo, che ora esploriamo più da vicino attraverso le sue parole.




Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

 

Disegno da quando ho memoria di me stessa, da bambina uno
dei miei passatempi preferiti era fare dei disegni che poi nella mia mente,
univo in incredibili storie che inventavo solo per me, mentre le disegnavo;
quindi credo si possa dire che non ci sia stato un momento particolare che mi
ha avvicinato all’arte, ma piuttosto che questa passione per l’arte mi ha
accompagnato fin da sempre.

 

Con l’acquerello la mia avventura è iniziata qualche anno fa
ed è stato subito amore; 
ho finalmente trovato la tecnica pittorica che più mi si
addice.

 


 

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

 

Spero sempre che il messaggio che possa arrivare
all’osservatore sia qualcosa di positivo, di gioioso, un messaggio di
spensieratezza e serenità. 
Dipingere mi fa provare queste sensazioni; è la mia uscita
d’emergenza dalla frenesia del mondo, dal peso della vita..e quindi spero che i
miei dipinti trasmettano leggerezza, un’energia buona, che faccia bene allo
spirito delle persone anche per un solo attimo.

 


 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?

 

Attualmente nel punto in cui mi trovo del mio percorso
artistico, in riferimento al mio modo di fare arte contemporanea, mi definirei
borderline tra il surrealismo e l’astrattismo… non saprei bene dove collocarmi
con le mie illustrazioni. 

Sono pochi mesi che i miei lavori hanno intrapreso questa
direzione; prima ho avuto un periodo di qualche anno in cui dipingevo
illustrazioni di volti con velleità art-nouveau, prima ancora dipingevo alberi
in stile tendente al naif…

Questo cambio di direzione verso ciò che creo adesso è nato
da un bisogno di una libertà d’espressione meno controllata, più istintiva, che
mi possa dare una più ampia possibilità di ricerca e sperimentazione, una
possibilità totale di uscire dagli schemi.




L’acquerello, con la sua imprevedibilità, sembra riflettere
la sua visione della vita. C’è stato un momento in cui questa caratteristica
dell’acquerello l’ha aiutata a vedere o affrontare una situazione personale in
modo diverso?

 

Che la vita sia imprevedibile è una delle uniche certezze
che ho, oltre al fatto che un giorno dovrò morire; ed è proprio questa
eventualità che ho dovuto prendere in considerazione l’estate scorsa, quando ho
avuto dei problemi di salute che mi hanno messa davanti al fatto che il mio
tempo su questa terra, per me forse sarebbe giunto al termine a breve, che
questa possibilità mi ha regalato una visione diversa dell’esistenza in sé. 
L’imprevedibilità dell’acqua, il muovere il pigmento di
colore facendolo scivolare, cercando di sfumarlo, portarlo dove l’ispirazione
vorrebbe creare una forma, cercare un controllo, una simbiosi con questo
elemento imprevedibile e affascinante, che comunque ha sempre l’ultima parola
nell’asciugatura che rivelerà un qualcosa di diverso, di vicino a ciò che
abbiamo creato ma diverso, è qualcosa di magico e di metaforico; m’insegna a
lasciar andare, lasciar che sia, accettare che come nella vita, non posso avere
il controllo su tutto.

Accettare l’imperfezione del mio essere umana e in perpetuo
mutamento.

Il mio modo di fare arte cambiò; tutto ciò che stava
accadendo nella mia vita si rifletteva nel mio rapporto con l’acquerello, nella
mia ricerca continua, nei miei tentativi di evoluzione, perché la mia arte è
imprevedibile e imperfetta, e mutogena, è fuori controllo come un acquerello,
come lo sono io… come lo è la vita.

 



Essendo cresciuta in una famiglia di Maestri Vetrai a
Murano, crede che l’arte del vetro abbia influenzato in qualche modo il suo
approccio alla pittura ad acquerello, magari nel modo di percepire la luce, la
trasparenza o i colori?

 

No, non credo che il vetro abbia influenzato il mio modo di
dipingere. Sicuramente sono cresciuta in un ambiente molto stimolante
artisticamente parlando. 
Sono stati più che altro i miei dipinti a suggerire una
collaborazione con mio fratello nel reinterpretare certe forme, creando
sculture in vetro tratte dalle mie illustrazioni; questo è un progetto ancora
in fase di sviluppo ma che mi entusiasma molto. 
Vedere le mie creature prender forma tridimensionalmente
nella materia che è il vetro, nascere dalle magiche mani di Fabiano, è molto
emozionante per me.

 


 


Parla di un processo istintivo e di un’evoluzione continua
nella sua ricerca artistica. C’è un tema ricorrente o un’emozione specifica che
sente di voler esplorare sempre di più nei suoi lavori futuri?

 

Riconosco la mia poca tecnica nel dipingere, io non sono
un’acquerellista nel senso stretto del termine; non possiedo la maestria
tecnica di questo tipo di pittura. 
Ciò nonostante ambisco ad acquisire sempre più padronanza
per poter aver più possibilità di espressione, ma sono molto più attratta dalla
sperimentazione, dal farmi guidare dall’istinto e dall’emozione che mi dà
dipingere; per me è liberatorio e estasiante a tratti, una sorta di forma
meditativa che mi permette di staccarmi da tutto il resto. Quindi pur essendo
consapevole delle mie lacune, della mia poca tecnica, non sento la necessità di
apprendere in modo scolastico.

Questo è il mio percorso, in questi anni ho imparato molto
da sola sperimentando e continuerò a farlo, perché anche se imperfetto, questo
è il mio modo, questa è la mia arte, questa sono io e non voglio assomigliare a
nessun altro che a me stessa.

Amo visceralmente la natura in tutte le sue forme, la
considero la forma più alta e sublime di bellezza; m’ispiro alla flora, alla
fauna, all’Universo e alla meraviglia di tutto il Creato! Non amo gli artifici,
il finto, il falso… amo la Luce e cerco di stare nel bello, di trasmettere il
bello, non nel senso stretto del termine, la bellezza è soggettiva; intendo
trasmettere una sensazione di gioia, di serenità, di purezza, di pulito e
onesto, nella semplicità e nell’imperfezione, sempre!

Il mondo ha bisogno di Luce e di buone energie, e io non dipingo
la tristezza, il dolore, la paura… anche nei momenti difficili in cui magari
provo tristi emozioni, soprattutto se le provo non le voglio dipingere ma cerco
la Luce, per non far spazio alla negatività e non darle nutrimento.

 


 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

 

Quando inizio un nuovo lavoro non ho bene in mente che cosa
andrò a dipingere; a volte ho idea dei colori che vorrei usare, di una
particolare sensazione, uno stato emozionale e niente altro. Dipingo una forma,
ne aggiungo un’altra, e così via… il risultato finale è una sorpresa in realtà,
e molto spesso mi racconta qualcosa di me, di ciò che sto vivendo magari… a
livello subconscio spesso fa emergere delle chiavi di lettura che mi aiutano
poi a comprendere qualcosa di personale. Altre volte no, semplicemente sono
illustrazioni che mi guardano dal foglio, e io guardo loro.

Amo dipingere in solitudine, ascoltando musica di ogni tipo
e a volte mi accorgo che può essere anche la musica stessa a guidarmi nel
creare.

A volte canto mentre dipingo… altre volte sono talmente
immersa che mi accorgo che non mi stacco da ciò che sto creando da troppo
tempo, perché magari sono ore che dipingo e non ho pranzato, o semplicemente
capisco che è ora di smettere perché mi bruciano gli occhi o si è fatto buio.

Oltre alla base in acquerello, i miei lavori sono ricchi di
dettagli che dipingo con miche metallizzate, inchiostri, acrilici… e quindi
diventa un viaggio infinito di particolari finché quel che vedo mi piace da
poterlo definire finito, completo.

Dipingere mi catapulta in una dimensione in cui tutto è
senza peso e mi sento libera e parte di un mondo inaccessibile agli altri, un
mondo parallelo solo mio.

 


 


Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

Ho deciso di mettermi in gioco, di proporre i miei lavori
affacciandomi in questo mondo a me sconosciuto delle esposizioni. Ho sempre
dipinto per me stessa, non ho mai pensato veramente che le mie creazioni
potessero suscitare l’interesse di molti. Ma negli ultimi mesi, la mia arte è
stata molto apprezzata inaspettatamente; diverse opere hanno trovato casa in
America, qualcosa mi è stato commissionato in Italia… e quindi ho pensato che
forse è giunto il momento di prender coraggio e uscire allo scoperto.

Questa è la seconda esposizione collettiva a cui partecipo,
la mia prima è stata l’anno scorso a dicembre a Venezia; un’esposizione del
piccolo formato con cui ho partecipato con due illustrazioni, riscontrando
feedback positivi.

Mi sono imbattuta per caso nel bando di questa esposizione
internazionale e ho provato a partecipare alle selezioni.

Non ho molte aspettative a dire il vero, sono molto felice
di partecipare e ciò che m’interessa di più è il parere di persone esperte
nell’ambito dell’arte, riguardo la mia pittura; credo che questo mi potrà
aiutare a credere un po’ più in me stessa, ad alzare un po’ la mia autostima e
a darmi un po’ di coraggio nel propormi, se otterrò un buon riscontro.

Spero che la mia opera possa suscitare un’emozione
nell’osservatore.

Sono una goccia in un oceano di artisti incredibili, di
opere meravigliose, e sono fiera di portare il mio piccolo contributo nel mondo
dell’Arte, con gratitudine a chi mi dedicherà del tempo, all’osservatore che si
soffermerà per un momento e al quale spero con tutto il cuore di poter donare
un’istante di bellezza.

 


 

In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno
di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi
raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella realizzazione e se c’è
un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di
esse?

 

Presenterò un’illustrazione su carta cotone 76x56cm, tecnica
mista di acquerello, acrilico, miche metallizzate e inchiostro.

L’opera che espongo si chiama AMAMORFIA ed è ispirata alla
creazione. Una sorta di camera gestazionale, un improbabile grembo materno;
reti di cellule, fascie muscolari ibridate a una botanica aliena, neuroni
abbozzati su figure mordide dai colori nei toni del rosa, del carnale..il tutto
in una continuità armonica che suggerisce l’espansione.

Credo il tutto mi sia stato suggerito dal fatto che sto per
diventare zia; io non ho figli e non ho vissuto la maternità. La gravidanza
della compagnia di mio fratello è la prima che mi capita di vivere da vicino,
il pensiero di come si stia formando giorno dopo giorno mia nipote, credo mi
sia stata d’ispirazione subconsciamente, nella creazione di quest’opera.

 


 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Devo seguire il mio corpo, mi sto riorganizzando la vita per
poter invecchiare e degenerare nel miglior modo possibile. Attualmente sono
un’artigiana vetraia, ma non potrò continuare a fare questo lavoro per molto
ancora. Entro la fine di quest’anno attuerò dei cambiamenti che mi
permetteranno di avere molto più tempo da dedicare alla pittura, che è la cosa
che mi dà più gioia e entusiasmo in assoluto!

Mi sto riavvicinando alla mia famiglia, che mi sta aiutando
molto in questo cambiamento.

Sono felice, non vedo l’ora di aver più tempo per
l’arte… non tutti i mali vengono per nuocere, e io mi sento molto fortunata!

Per il resto, nella mia arte, nella mia vita, mi lascerò
trasportare dagli eventi, cercherò di evolvere ed esplorare, di creare e di
sperimentare, cercando di essere fluida come acqua, di lasciare che tutto
scorra… come acquerello su un foglio di carta cotone!




 



 

Contatti


Email zanchigabriella@gmail.com








Gabriella Zanchi

Nata a Venezia nel 1979, [Nome dell’Artista] proviene da una famiglia di artigiani vetrai da più generazioni e cresce immersa nella creatività di una fornace di vetri artistici a Murano. Suo padre e suo fratello sono Maestri Vetrai, e quest’ultimo è particolarmente noto a livello internazionale. Pur non lavorando direttamente nella produzione in fornace, il suo ruolo si concentra sulla progettazione, sul disegno e sulle fasi di lavorazione del vetro pre e post produzione.

La passione per il disegno l’accompagna sin dall’infanzia, diventando una costante nel suo percorso. Spirito libero e indipendente, a 18 anni lascia la casa di famiglia per intraprendere una serie di esperienze che la portano a esplorare nuovi orizzonti. Tra queste, un periodo di quattro anni vissuto in montagna, immersa nella natura più autentica, segna una svolta profonda nella sua vita e nel suo rapporto con l’arte. È proprio in questo contesto, tra paesaggi incontaminati e cieli stellati, che si avvicina all’acquerello, trovando in questa tecnica la forma espressiva più affine alla sua sensibilità.

L’acquerello diventa per lei non solo un mezzo artistico, ma una vera e propria filosofia: il dialogo tra l’acqua e il pigmento, tra il controllo e l’imprevedibilità, riflette la sua visione della vita. Il processo di asciugatura, che trasforma e sorprende l’artista stessa, diventa una metafora dell’accettazione dell’inaspettato. Dipinge in modo istintivo, lasciandosi guidare dalle emozioni e dai colori, costruendo le sue opere strato dopo strato, fino a dare forma a pensieri e suggestioni che emergono sul foglio di carta cotone.

I dettagli finali – miche metallizzate, acrilico e inchiostri – arricchiscono le sue creazioni, donando loro un’identità più definita. La sua ricerca è in continua evoluzione, spinta dal desiderio di scoprire e trasmettere bellezza ed emozione, condividendo con il pubblico frammenti del suo mondo interiore attraverso la delicatezza dell’acquerello.
























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Interviste

Intervista a Maria Flora Cocchi: il suo percorso tra fotografia, simbolismo e materia.

L’ArteCheMiPiace – Interviste

 
 
Intervista a Maria Flora Cocchi: il suo percorso tra fotografia, simbolismo e materia.
 
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |25|Marzo|2025|
 

Maria Flora Cocchi si distingue nel panorama artistico contemporaneo per la sua peculiare sintesi tra fotografia e intervento digitale, un linguaggio che le consente di esplorare la dimensione simbolica delle immagini. La sua formazione accademica, unita all’esperienza nel teatro come costumista e docente di storia dell’arte, ha contribuito a definire una ricerca visiva che si muove tra memoria, figurazione e rielaborazione concettuale.

La sua poetica si fonda sulla volontà di oltrepassare la superficie dell’immagine per rivelarne l’essenza più profonda. La “figurazione simbolica” da lei adottata trasforma il dato reale in pretesto per una narrazione più intima e stratificata, in cui il processo di post-produzione diventa un mezzo di espressione fondamentale. Ogni sua opera è una costruzione meticolosa, spesso arricchita da elementi materici che ampliano la dimensione espressiva del lavoro. Questo dialogo tra digitale e materia, tra tecnologia e tradizione, rende il suo linguaggio artistico innovativo e personale.

Il percorso artistico di questa artista è in continua evoluzione, come lei stessa afferma. Il suo lavoro attuale, dedicato alla figura femminile nella storia, riflette il suo interesse per la cultura e la società. Attraverso la sua arte, indaga il ruolo della donna nelle diverse epoche, combinando ricerca storica e sensibilità visiva per offrire una rappresentazione profonda e significativa.

La sua partecipazione a eventi espositivi come Everland Art conferma il valore della sua ricerca e l’importanza del confronto con altri artisti. La sua opera “Delicato equilibrio” affronta il tema dell’ecosostenibilità, sottolineando come l’arte possa essere veicolo di consapevolezza e responsabilità ambientale. Qui, la trasformazione del dato reale – tronchi d’albero reinterpretati attraverso la fotografia e l’inserimento di materiali naturali – si fa metafora della necessità di armonizzare sviluppo e conservazione.

 

 

 
 
 
 

Per comprendere meglio il suo percorso e il significato delle sue opere, è interessante esplorare le parole dell’artista stessa attraverso un’intervista che approfondisce le sue ispirazioni, le tecniche e la visione che guida la sua produzione artistica.

 
 
 

Puoi raccontarci come hai iniziato
il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti
ha spinto verso l’arte?

 

L’ arte mi ha sempre accompagnato nella mia formazione,
poi come docente di disegno e storia dell’arte e come costumista teatrale.

 

Qual è il
tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue
opere?

 

Prevalentemente
le mie opere tendono a far emergere e conoscere, attraverso una realtà iconica,
il senso più profondo del rappresentato …… l’oltre dell’ immagine, l’essenza.

 

Come
descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?

 

La mia opera
è “Figurazione simbolica” dove l’immagine, il dato oggettivo è il pretesto
estetico per raccontarmi. Amo entrare dentro l’immagine per interpretarla,
cambiarla e assemblarla con altri contenuti visivi: il risultato è una EMOZIONE
VISIVO-DIGITALE.

 



 

 

La tua tecnica prevede un
meticoloso lavoro di post-produzione che trasforma la fotografia in qualcosa di
unico. Qual è il momento in cui senti che un’opera è davvero completa? Hai mai
la sensazione che potresti continuare a modificarla all’infinito?

 

Succede spesso che le mie opere
siano soggette a interventi di ampliamento espressivo; per questo inserisco
elementi materici per la loro valenza comunicativa.

Le mie opere sono un continuo
divenire di espressioni aggiunte.

 



 

 

Dopo anni come costumista e
docente, sei tornata alla fotografia con un linguaggio tutto tuo. Come è stato
questo passaggio e in che modo le tue esperienze precedenti hanno influenzato
il tuo modo di creare oggi?

 

L’accostamento alla dimensione
della fotografia ha avuto origine nella frequentazione di un corso fotografico
base. La mia curiosità innata, la fantasia compositiva e la cultura artistica
hanno fatto il resto.

 



 

 

Il tuo lavoro richiede una grande
fusione tra pensiero concettuale e abilità tecnica. C’è un aspetto che trovi
più stimolante e uno che, invece, ti mette alla prova ogni volta che inizi un
nuovo progetto?

 

Il
pensiero concettuale, che da significato ad ogni mia scelta del rappresentato,
fluisce in maniera spontanea e costruttiva dietro un semplice stimolo di
ricerca. L’aspetto che più mi mette alla prova, è la scelta tecnologica da
applicare.

 



 

Quali sono le principali fonti di
ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze
personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?

 

Fonte di ispirazione
sono i personaggi storici in generale, la mitologia greca e le principali
correnti artistiche.

 

Qual è il processo creativo che
segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei
particolarmente affezionato?

 

Sento di dire che il processo
creativo delle mie opere si allinea con la visione aristotelica del divenire.
Il punto di partenza è la realtà tangibile che si eleva a concetto, ad un
perché, che determina le scelte successive delineando un contenuto.

 



 

Preferisci lavorare su tela in
solitudine o trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o
eventi d’arte?

 

Sicuramente i contesti collettivi
arricchiscono di impulsi creativi non trascurabili e appaganti. La
realizzazione, invece, del prodotto artistico, richiede concentrazione, ricerca
di informazioni e dettagli che preferisco svolgere in maniera autonoma.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e
il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il
tuo lavoro?

 

Il pubblico riveste un ruolo molto
importante perché ogni osservazione e commento, mi restituisce l’esattezza
della mia proposta comunicativa.

 



 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai
realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi
raccontarci la sua storia?

 

“Bellezza negata” (2016) fa
riferimento al problema sociale del femminicidio. Ho costruito uno spazio
prospettico, ho inserito come simbolo femminile il volto di una scultura
“spaccato a metà” (la realtà). Il pavimento in basso è attraversato da una
striscia rossa come il sangue. Il prospetto, è una serie di quinte, dove quella
a destra contiene l’immagine dalla scultura intera il cui messaggio è: “è
possibile uccidere una donna, ma il suo ricordo rimane vivo nella memoria”.

L’opera è stata pubblicata in
“l’èlite” selezione d’arte 2019.

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella
società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo
ruolo?

 

Penso che ogni forma di arte
contribuisca in maniera efficace e soggettiva a risvegliare e sollecitare
emozioni. Anche la mia, ho il piacere di constatare che sollecita emozioni,
risveglia competenze culturali passate, attualizzandole e ricollocandole nel
contesto odierno.

 



 

Quali sono le maggiori difficoltà
che hai affrontato come artista e come le hai superate?

 

La mia attività artistica è
partita da un bisogno intrinseco della mia persona a livello espressivo.
Sentivo la necessità di rappresentare ed esprimere i miei saperi e le mie
sensibilità. Non ho avuto alcuna difficoltà.

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

La
partecipazione a mostre collettive permette e apre ad un confronto e
arricchimento reciproco.

 



 

In che modo hai deciso di
presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere
hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha
guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio
particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?

 

Il
titolo del percorso espositivo “EverlandArt” ha sollecitato in me il concetto
della difesa dell’ambiente e della custodia del creato. L’opera si intitola
“Delicato equilibrio” tra sviluppo e conservazione. L’oggi ci mostra come il
progresso dell’uomo, sicuramente positivo, deve comunque, tenere conto
dell’ambiente. Per la realizzazione dell’opera, mi sono ispirata a delle
sculture (realizzate in occasione di un evento artistico, “Icastica” ad Arezzo)
rappresentanti tronchi di albero con inseriti dei volumi realizzati in gesso
bianco. Una volta fotografati, li ho riportati, attraverso interventi
fotografici, al loro aspetto naturale; successivamente li ho collocati in un
prato che, con aggiunte di elementi materici quali cortecce, muschio etc.
contribuiscono a conferire all’opera un aspetto realistico con sottolineature
luminose personali.

 

Quali progetti o obiettivi hai per
il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Il progetto a cui sto lavorando, riguarda
la figura femminile nella storia: la donna dal punto di vista estetico-formale,
sociale-antropologico, psicologico-domestico etc. la mia indagine parte
dall’Antico Testamento fino ai giorni nostri. Di ogni epoca ho scelto una
figura femminile che ha suscitato in me interesse, approfondito poi, da ricerca
e letture. La tecnica utilizzata è fotografia in post-produzione con
inserimenti materici.

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email maria.cocchi@libero.it

 

 

 

 

 

 

 

Maria Flora Cocchi nasce e vive ad Arezzo. Docente di Disegno e Storia dell’Arte, ha ottenuto l’abilitazione anche in arredamento, scenografia e scenotecnica. La sua esperienza nel teatro, in qualità di costumista, l’ha portata alla pubblicazione de L’Abbigliamento nel volume Storia Comparata dell’Oreficeria, edito dal Centro Affari di Arezzo.

Nel corso della sua carriera, ha affinato la tecnica fotografica e ha esplorato nuovi linguaggi espressivi attraverso l’uso del digitale. L’incontro tra fotografia e computer ha rappresentato per lei una svolta creativa, aprendo nuove prospettive artistiche.

Questa passione l’ha condotta alla realizzazione di opere esposte con successo, ma soprattutto le ha permesso di confrontarsi con altre realtà artistiche, arricchendo il suo percorso e ampliando la sua visione figurativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com

 

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“Full Immersion” di Matteo Sarro: dopo il successo di Roma, la mostra approda in Belgio

 



“Full Immersion” di Matteo Sarro: dopo il successo di Roma, la mostra approda in Belgio


Dopo l’esordio di successo a Roma, Full Immersion di Matteo Sarro, a cura di Maria Marchese, avrà una continuazione in Belgio.

La mostra dell’artista beneventano Matteo Sarro, a cura di Maria Marchese, presso lo Spazio Valeriani, in quel di Roma, ottiene grandi consensi da parte del pubblico presente. Un esordio tanto promettente non poteva non avere un proseguo: mentre ancora siamo nel vivo dell’esperienza espositiva, Sarro ha iniziato una produzione inedita per un’”immersione totale” in terra belga.

 

Il 14 Marzo è stata inaugurata “Full Immersion” , la prima mostra personale di Matteo Sarro : un’immersione totale tra le opere e tra i consensi del pubblico presente, intervenuto numeroso presso lo Spazio Valeriani, che ne decretano il successo. Con – geniale l’allestimento ideato dall’artista e dalla curatrice Maria Marchese , dove l’apposizione di specchi tra le opere ha sortito l’effetto desiderato, ossia di azzerare il confine tra le persone ed i manufatti, tra la vita quotidiana e l’arte, tra pensiero e materia. Sono  14 le opere presenti in mostra – tele, sculture ed oggetti di design – che raccontano il percorso artistico di Sarro, dagli esordi ad oggi. Esse convincono innanzitutto per la cifra distintiva dell’artista, che denota una personalità “esotica”, intesa come squisita capacità di esplorare e sperimentare l’inconsueto, traducendolo, poi, in creazioni che seducono esteticamente e psicologicamente. Affascinano, infatti, le grandi tele come Lembo” ed “Oltre, che raccontano un importante e profondo legame con il luogo d’origine, Benevento, conla famiglia e la tradizione, dai colori terrosi su fondi immacolati, ma dalle forme incerte, tanto quanto le tele più piccole, le ultime della produzione “sarriana” , come “Purity” e “Légerecomme unpierre”, contraddistinte da un’approfondita indagine nella sfera del colore, tradotta in nuances ricercate, a volte riflessive altre “audaci”. Tra le prime e le seconde si intende chiaramente un distacco rispetto ai principi che sono stati fondamento giammai, però, rinnegati dall’artista, bensì ri – dimensionati, ossia  hanno acquisito un peso diverso, nel contesto della sua crescita.






L’esperienza di Matteo Sarro, sia esistenziale che artistica, testimonia un rapporto “partenza/tornanza” alle origini che evolve, invertendo i valori, via via che la propensione alla scoperta di altre terre, insita nell’artista da sempre, e la sua inclinazione naturale alla sperimentazione, lo conducono altrove. Tutta la sua produzione si contraddistingue per la mescita della farina, simbolo dei legami ancestrali, con le resine acriliche, portavoce di esplorazioni nell’ignoto; questo stesso connubio muta, nelle sue stagioni, nelle proporzioni: la presenza della farina diminuisce esponenzialmente, lasciando spazio alle “azioni” delle resine, determinando una serie di interessanti variazioni morfologiche delle sue pietre.






Durante la serata erano presenti Mario Tacinelli, curatore d’arte, direttore artistico, con l’artista Luisa Valeriani, di Spazio Valeriani, che ha ospitato “Full Immersion, e molte altre personalità di spicco nel panorama artistico italiano, tra cui Gino Rossi, art dealer, Laura Mantovi, jewelery designer, la stylist Giuseppina Lauria, lo scrittore Ruggero Capone, le artiste Irene Malish e Anastasia Chaikovskaia… 

Questo esordio così promettente dell’artista non poteva non avere un seguito: dal 3 Luglio al 3 Ottobre 2025, sarà lAlof Brussels Shuman di Bruxelles ad ospitare la mostra a cura di Maria Marchese.





Full Immersion sarà Visitabile fino al 24 Marzo 2025.































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 





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L’arte di Patrizia Nigro è un sussurro della natura, un viaggio tra materia, sogno e rinascita

  L’ArteCheMiPiace Interviste

L’arte di Patrizia Nigro è un sussurro della natura, un viaggio tra materia, sogno e rinascita

di Giuseppina Irene Groccia |25|Marzo|2025|


Patrizia Nigro è un’artista che intesse un dialogo intimo con la natura, l’umanità e il mondo spirituale, dove ogni opera diventa un racconto silenzioso delle sue esperienze e riflessioni. La sua arte, che spazia dalla scultura in legno di recupero alla pittura, è una risposta rispettosa e poetica ai temi della fragilità e della bellezza del nostro ambiente. La scelta di lavorare con il legno trovato, un materiale già modellato dalla natura, rispecchia la sua visione di un mondo che offre costantemente spunti di rinascita, ma che necessita di essere ascoltato e protetto.

Le sculture di questa artista sono molto più di semplici oggetti; essi sono frammenti di storie di vita, modellate dal tempo e dalla forza degli elementi. La sua tecnica, che unisce il figurativo e il fantastico, è un invito a fermarsi e a guardare il mondo con occhi nuovi, più attenti e consapevoli. Il legno, nelle sue mani, diventa simbolo di resilienza, e ogni sua opera, dai vortici che richiamano alla protezione della terra agli omaggi alla bellezza della quotidianità, è un messaggio di speranza. L’artista, infatti, non cerca solo di far riflettere, ma di suggerire la possibilità di un cambiamento positivo, con il potere che ogni piccolo gesto umano può avere sul futuro del nostro mondo.

Attraverso la sua partecipazione a mostre e il continuo impegno nella ricerca, l’artista riesce a comunicare con l’osservatore, cercando allo stesso tempo di crescere, di esplorare nuovi orizzonti creativi. Il suo percorso è una testimonianza del valore dell’arte come linguaggio universale, capace di unire e di risvegliare sensibilità condivise. 





Lacrime di
rugiada  
80×100 acrilio su tela


Nel dialogo che segue, Patrizia Nigro racconta con profondità e sensibilità il suo percorso artistico, le ispirazioni che guidano la sua creatività e il messaggio che desidera trasmettere attraverso le sue opere





Puoi raccontarci come hai
iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento
particolare che ti ha spinto verso l’arte?

L’amore
per l’arte lo nutro sin da piccola, è sempre stato il linguaggio a me più
congeniale per comunicare con gli altri. All’inizio ho espresso questa passione
con i disegni, poi con le matite colorate e, dopo diverse esperienze, attualmente
anche con i colori ad olio e quelli acrilici. Successivamente, mi sono
appassionata alla scultura del legno di recupero, un materiale caldo, che
possiede già una sua storia e che non inquina.

Mi
sono diplomata al Liceo Artistico di Eboli e, nel corso degli anni, ho frequentato
corsi privati di pittura ad olio, acrilico, seta e scultura.

L’amore
e il rispetto verso la natura, gli animali e l’essere umano, con le sue
fragilità, sono diventati i temi della mia arte.



Qual è il tema o il
messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Essendo amante
della natura, cerco di interpretare quello che essa mi offre, come ad esempio i
piccoli legni che raccolgo sulla riva del mare o dei fiumi, e comunico la loro
bellezza. Si tratta per me di “objet trouvè”, ovvero oggetti che hanno in sé
una loro storia e un enorme  fascino.

Con essi realizzo
sculture, con le quali cerco di trasmettere quanto riescono a emozionare e
farci riflettere sull’importanza di valorizzare e proteggere il nostro ambiente
naturale.



Come descriveresti il tuo stile artistico e
come si è evoluto nel corso del tempo?

Io ho usato la
mia arte per comunicare, elemento fondamentale per me. Ho studiato scuola
classica e, dopo aver sperimentato diversi stili e tecniche, sono arrivata ad
avere un mio stile personale, che potrei definire figurativo, fantastico e in
parte surreale; tuttavia, la ricerca e lo studio continuano sempre.


Il soffio della foresta – scultura in legno
riciclato dalla montagna e mare 45x20x60

 




Nei tuoi sogni trovi risposte come sussurri
del vento. C’è stato un sogno in particolare che ha influenzato profondamente
una tua opera? Se si, come si è trasformato poi in arte?

Si, questo
avviene spesso, a volte non proprio durante il sonno, ma durante un riposo a occhi
chiusi.

Uno tra i più
recenti è avvenuto in un momento doloroso della mia vita. Sono scivolata sul
ghiaccio e ho rotto il polso destro e io sono destrorsa.

Stavo riposando
sul divano ed è lì che questa immagine mi è apparsa.

Quando mi sono
destata, l’immagine era lì precisa, ma non sapevo come disegnarla sul taccuino;
con fatica ci sono riuscita, anche se era così confuso da poterlo riconoscere.

Si è trasformato
in un’opera d’arte quando, dopo un paio di mesi, mi è arrivata una richiesta
per partecipare a una collettiva, che aveva un tema libero.

Nel frattempo, era
scoppiata la guerra in Ucraina e, stando in convalescenza, vedevo tutti i
giorni scene orrende con donne che fuggivano dalla guerra. Così è nato “Lacrime
di rugiada”, un telo di un metro e novanta per uno e quaranta, acrilico su
tela. Per me era un urlo di aiuto, un invito a riflettere su cosa era più
importante, le cose o le persone, ma anche un suggerimento di speranza e una
risposta, data dalla figura della donna, che ritengo rigeneratrice in tutti i
sensi.


Soffio – 90×70 olio e acrilico
su tela



Lavori con il
legno di recupero, dando nuova vita a materiali già modellati dal tempo e dalla
natura. C’è stato un pezzo di legno che ti ha particolarmente colpita per la
sua storia o la sua forma, ispirandoti a creare qualcosa di speciale.

Da molti anni recupero
pezzi di legni che ritengo interessanti e belli, in passato realizzavo oggetti
decorativi per il giardino e per la casa; dopo ho trovato alcuni legni, nei
quali intravedevo già una donna che voleva essere ripulita e portata al suo
splendore. Ad esempio, Lidia, la dama dal cappellino rosso, Virginia ecc. Un
pezzo di legno che mi ha colpito particolarmente, di recente, è stato un
vortice che avevo visto in un sogno, nel quale c’erano tanti vortici che
risucchiavano al loro interno tutto quello che trovavano sul loro cammino.

Quest’ estate, andando
in spiaggia, ho notato un pezzo di legno di un certo volume, che assomigliava
ad un vortice.

Prelevato,
ripulito, pitturato e assemblato è diventato un vortice molto voluminoso, dove
ho posto al centro animali in via di estinzione, sempre in legno di recupero e
scolpiti da me.

Un vortice che
vuole porre l’attenzione sulla fragilità della nostra terra e tutto ciò che ne
fa parte. Le mie opere, però, suggeriscono sempre un filo di speranza; infatti,
ho posto al centro un bambino dipinto d’oro, con un drappo che andava al centro
del vortice come fosse un cordone ombelicale, suggerendo la rinascita.

L’uomo ha sempre
la possibilità di apportare un contributo positivo su tutto.



La tua arte è un
invito a riscoprire la bellezza del mondo con occhi attenti e consapevoli. Qual
è il messaggio più importante che speri di trasmettere a chi osserva le tue
opere?

Quello che mi
piacerebbe trasmettere è l’amore per una vita più sana e rispettosa del mondo e
di tutto ciò che contiene.



Quadro “Ariel” olio su tela 80 x60                             Scultura  legno riciclato 45x18x35                                                               


Qual è il
processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o
rituali a cui sei particolarmente affezionata?

La mia formazione
classica e figurativa mi guida nella realizzazione dei miei quadri, ma quello
che per me è fondamentale sono i piccoli pezzi di legno che trovo per “caso” in
giro; dopodiché continuo a operare in una forma bidimensionale con il quadro,
dove applico le tecniche, olio, acrilico e china ecc., ma cercando sempre modi
sperimentali e contemporanei.



Preferisci
lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione anche da contesti
collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Di solito, lavoro
da sola nel mio studio o in giardino, sia scolpendo il legno che dipingendo.
Dal mio punto di vista, non sono importante io come artista, ma la mia opera,
anche se, essendo un insegnante, comprendo l’esigenza dello spettatore di conoscere
il mio modo di creare. Infatti, quando mi è stata assegnato il compito di dipingere
un murales con i ragazzi/e, ho lavorato davanti a tutti ed è stato piacevole.


Scultura in legno riciclato dal mare “Giulia” 20x10x49




Come vivi il rapporto tra arte e pubblico? In
che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Sono convinta che
un’opera d’arte si completi con lo sguardo di chi l’osserva.

Quindi, ha molta
importanza il parere dello spettatore, ma, personalmente, non mi lascio
condizionare da pareri poco concreti; colgo stimoli costruttivi come conferme o
spunti per migliorarmi. Nell’ultima mostra personale, ho avuto modo di
osservare come le persone fossero incuriosite dai personaggi creati con le
sculture in legno riciclati e dai colori dei quadri; ciò che più destava il
loro interesse era capire la relazione scultura-quadro e, alla fine, entravano
anche loro in relazione con l’opera che ammiravano, creando una sinergia quasi
magica.


Scultura in
legno riciclato dalla montagna e il mare “Cappellino rosso” 8x9x34


C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato,
che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua
storia?

Da premettere che
tante opere da me realizzate hanno sempre un significato importante per me. Ma
se devo raccontarne una, quella è la scultura “La bellezza che caratterizza
ogni istante”, una donna che va a spasso con il cagnolino. Si tratta di legni
riciclati dal mare e dalle campagne, che apparentemente sembravano poco affascinanti
e belli, ma che invece assemblati hanno dato vita a me stessa. Io, infatti, ho
sempre avuto dei cani sin dalla nascita, amici di sempre, che rendono bella la
quotidianità e la vita.


La bellezza che
caratterizza ogni istante” scultura in legno riciclato  7x45x12




Come vedi il
ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro
contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

L’arte unisce i
cuori e gli animi di tutti, ha un linguaggio universale; è per questo che mi
lascio emozionare da qualsiasi forma di vera arte.

La mia arte nasce
dalle emozioni e suggerisce riflessioni su temi attuali; mi auguro che possa
avere un piccolo ruolo nella società attuale.


Quadro
“Annalisa” 60×80  olio su terla      Scultura in legno riciclato dal mare 14x14x50

 




Quali sono le
maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai affrontato e
come le hai superate?

Nel mondo
dell’arte esistono tanti bravissimi artisti e tanti stili; è difficile entrarci
e fare in modo che si venga presi in considerazione.

Il mercato
dell’arte è sempre imprevedibile, io punto sulle persone che conosco e di cui mi
fido e cerco canali che non mi illudano, ma che aiutino a sponsorizzare le mie
opere.



Vortice – olio, acrilico e china 108×64



Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

La spinta viene
dalla voglia di farsi conoscere come artista e scelgo sulla base delle mie conoscenze.
Ho conosciuto, infatti, Maria Di Stasio in una recente mostra a Salerno: una
persona splendida, empatica, umile e molto professionale con la quale si è
creato subito un bel rapporto. Poi la dott.sa Bognolo, che era il critico della
mostra, una persona sensibile e con una grande professionalità; mi ha
emozionata la critica alle mie sculture, perché ha colto esattamente il senso
di quello che volevo trasmettere. Da questa mostra mi aspetto visibilità nella
città di Roma, un luogo che celebra l’arte da sempre. Ogni mostra è un
arricchirsi di esperienze e relazioni, conoscenza di nuovi artisti, la cui arte
mi spinge a confrontarmi e migliorarmi.



In che modo hai deciso di presentare la tua
arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere ha scelto di
esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?

Ho scelto due
opere, un dipinto ad olio 60×80 e una scultura in legno riciclata dalla
montagna 8x9x32, perché una completa l’altra e insieme vogliono suggerirci una
riflessione sul rapporto che l’uomo ha con la natura e gli animali, un rapporto
che deve basarsi sul rispetto dell’ambiente e l’amore verso ogni essere
vivente.

La scultura è
stata la musa ispiratrice del quadro; ho trovato quel piccolo pezzo di legno
durante una passeggiata con i miei cagnolini, in primavera, su una montagna
vicino casa mia, Monte Cavallo. Immediatamente, ho pensato all’essere vivente
in esso contenuto, una donna che corre sulle vette innevate e si lascia
avvolgere dalla natura ricoperta da quel candido manto nevoso, in compagnia di
chi vive in quei luoghi, un furetto. Nel dipinto ho voluto illustrare anche la
stagione della primavera, con i bucaneve che colorano quel bianco e una luce
dal fondo che li fa brillare.

Il messaggio che
ho voluto trasmettere è l’importanza di imparare a godere di tutto quello che
ci circonda, la natura e gli esseri animali, perché ci trasmettono la gioia di
vivere.


Cappellino rosso – 60×80 olio, acrilico e china su tela 



Quali progetti o obiettivi hai per il futuro?
Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

I mie progetti
sono semplici: riuscire a fare ciò che mi piace fare, continuare a dialogare
con le mie opere e riuscire a sperimentare nuovi ambiti. Nell’arte vi sono
tanti mondi da esplorare e a me piace conoscerli.

 

 



 

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Instagram patrizia_nigro_artist

Patrizia Nigro – Biografia

Nata nel 1959 ad Altavilla Silentina (Salerno), Patrizia Nigro vive da oltre quarant’anni a Vipiteno, dove ha sviluppato e consolidato il suo percorso artistico. Diplomata al Liceo Artistico di Salerno, ha inizialmente intrapreso la carriera di maestra d’asilo, senza mai abbandonare la sua passione per l’arte. Nel corso degli anni, ha sperimentato e affinato diverse tecniche, spaziando dalla pittura alla scultura, fino alla creazione di scenografie teatrali.

Profondamente ispirata dalla natura, dagli animali e dalla dimensione spirituale, Nigro realizza sculture in legno di recupero, trasformando materiali plasmati dal tempo e dagli elementi in opere d’arte cariche di significato. La sua ricerca artistica si esprime anche attraverso la pittura, che utilizza per arricchire le sue creazioni di profondità e dettagli evocativi.

Oltre alla produzione artistica, ha condotto corsi di pittura e disegno per bambini e adulti, trasmettendo la sua sensibilità e il suo sapere a nuove generazioni. Ha partecipato a numerose mostre in tutta Italia, ricevendo riconoscimenti per la sua capacità di raccontare, attraverso l’arte, il delicato equilibrio tra uomo e natura. Il suo lavoro è un invito a riscoprire la bellezza del mondo con occhi attenti e consapevoli, celebrando la possibilità di trasformazione e rinascita insita in ogni frammento di vita.


























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



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Al Confine tra Istinto e Materia Carmela Tulino

L’ArteCheMiPiace – Interviste

Al Confine tra Istinto e Materia


Carmela Tulino




di Giuseppina Irene Groccia |24|Marzo|2025|

Carmela Tulino non si lascia definire da etichette, né da accademiche imposizioni. La sua arte nasce da un atto di ribellione quieta, come un’onda che scivola senza fretta, ma con una forza tutta propria. È un viaggio fatto di materia e sentimenti, una danza fra le emozioni più intense e le superfici che le ospitano. Ogni suo quadro non è solo una rappresentazione, ma una trasformazione – come la polvere ceramica che plasma, come il colore che si fa vivo, che si infila nelle fessure lasciate dalla vita.

Nel suo mondo, la forma non è mai solo forma, e il colore non è solo colore. C’è sempre un racconto dietro ogni pennellata, una memoria che si affaccia senza svelarsi completamente, perché ogni opera è come una pelle, una superficie irregolare che respira. È la sintesi di un’esplorazione interiore, che non cerca risposte, ma pone domande, invitando l’osservatore a tuffarsi nel suo tumulto silenzioso, nella tensione fra razionale e irrazionale, fra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.

Se le sue radici affondano nel restauro e nella valorizzazione culturale, Carmela riesce a mescolare l’arte del recupero con quella della creazione. Ogni strato di colore che sovrappone, ogni segno che lascia sulla tela, è un richiamo al passato, ma anche un atto di rinnovamento. Non si ferma mai alla superficie: sotto ogni gesto c’è la volontà di far emergere qualcosa di profondo, di misterioso. Le sue influenze, distanti eppure intime, spaziano da Schiele a Bacon, da Burri all’immaginario vittoriano, ma è nella sua materia che trova la vera voce.

E quando dipinge, tutto in lei diventa un atto fisico, quasi primordiale. Non c’è schema, né progetto: la tela è una zona di sperimentazione, dove l’istinto trova spazio per esprimersi. La musica che accompagna il suo gesto non è solo un sottofondo, è parte di quel silenzio interiore da cui sgorga ogni opera. Ogni quadro che nasce è come un piccolo universo, in continua espansione, che non smette di svelarsi.

L’arte di Carmela Tulino è un invito a un incontro intimo, senza parole, fatto di forme, colori e silenzi. Ogni opera è una chiave, ma non c’è una sola porta da aprire. La sua arte è un riflesso che si moltiplica, sempre differente per chi la guarda. E in questo, forse, risiede la sua forza: nell’offrire uno specchio che non restituisce mai la stessa immagine.

In questo contesto di continua evoluzione artistica, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare direttamente con Carmela Tulino, per scoprire più a fondo il suo percorso, le sue influenze e il processo che guida la sua creatività. Ecco cosa ci ha raccontato.


Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo
percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha
spinto verso l’arte? 



Il mio percorso artistico è nato quasi per gioco.
Non provengo da una famiglia di artisti, quindi l’arte per me è sempre stata
più una scoperta personale che una tradizione da seguire. Ho frequentato il
Liceo Artistico P.A. De Luca di Avellino, dove ho iniziato a esplorare diverse
tecniche e materiali, ma il vero punto di svolta è arrivato quando mi sono resa
conto che l’arte mi permetteva di esprimere ciò che le parole non riuscivano a
dire. Non c’è stato un evento preciso, ma piuttosto una serie di momenti: le
esperienze nei laboratori artigianali, i progetti di valorizzazione culturale a
cui ho partecipato, e persino il restauro di mobili antichi — tutti tasselli
che mi hanno avvicinata sempre di più a questa dimensione creativa. Ogni volta
che dipingo, è come se stessi traducendo emozioni e pensieri in qualcosa di
tangibile, lasciando che il colore e la materia parlino al posto mio. 


Qual è il
tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue
opere?
 


Il cuore delle mie opere risiede nell’esplorazione delle emozioni
umane e nella trasformazione di queste in forme e colori. Non seguo regole
accademiche precise: il mio approccio è istintivo, quasi viscerale. Ogni opera
nasce da un’esigenza interiore, spesso legata a esperienze personali o
riflessioni più profonde sulla condizione umana. Il tema principale è la lotta
tra ragione e sentimento, tra ciò che mostriamo al mondo e ciò che custodiamo
dentro di noi. Mi affascina rappresentare quella tensione emotiva, il conflitto
tra identità personale e condizionamenti sociali. Opere come “Intolleranze
sentimentali” ne sono un esempio: il volto distorto e il gesto esasperato
raccontano l’esplosione di emozioni trattenute troppo a lungo. Non voglio
imporre un significato preciso; lascio volutamente aperta l’interpretazione,
perché chi osserva possa trovare il proprio riflesso nell’opera, instaurando un
dialogo intimo e personale con essa. Per me, l’arte non deve dare risposte, ma
suscitare domande. 




Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo? 


Descriverei il mio stile come una fusione
tra istinto ed emozione, tradotta attraverso tecniche miste e stratificazioni
materiche. Uso spesso lavaggi di colore e materiali come stucco o polvere
ceramica per creare superfici vive, quasi tattili. Ogni strato aggiunto è come
una traccia del processo interiore che accompagna la creazione dell’opera.
Inizialmente il mio lavoro era più legato alla figurazione classica,
influenzato dalla mia formazione in conservazione dei beni culturali e
restauro. Col tempo, però, ho sentito la necessità di rompere con quella struttura
e lasciare più spazio all’improvvisazione e all’intuito. Ho iniziato a
sperimentare con texture più materiche e colori più liberi, cercando non tanto
di rappresentare una realtà esterna, quanto di dare forma a quella interna —
fatta di contrasti emotivi e riflessioni personali. Il mio stile, quindi, è in
continua evoluzione, proprio come il mio modo di sentire e vivere l’arte. Ogni
opera è un punto di passaggio, mai un punto d’arrivo. 


La sua esperienza spazia
dal restauro alla decorazione, dalla scenografia all’interior relooking. Qual è
il filo conduttore che unisce tutte queste espressioni artistiche nel suo
percorso e come hanno arricchito la sua identità professionale? 


Il filo
conduttore che lega tutte queste esperienze è senza dubbio la trasformazione.
Che si tratti di restauro, scenografia o interior relooking, il mio obiettivo è
sempre stato dare nuova vita a qualcosa — che sia un oggetto, uno spazio o
un’idea. Il restauro mi ha insegnato il valore del passato e la responsabilità
di rispettarlo, ma anche come riportare alla luce ciò che sembrava perduto. La
scenografia, invece, mi ha dato la libertà di creare ambienti che raccontano
storie, dove lo spazio stesso diventa un linguaggio visivo. L’interior
relooking mi ha mostrato quanto l’estetica possa influenzare il modo in cui
viviamo e percepiamo gli ambienti quotidiani. Tutte queste esperienze hanno
arricchito la mia identità artistica, portandomi a sviluppare una visione più
completa e versatile. Ogni tecnica e disciplina ha lasciato qualcosa nel mio
modo di creare: il restauro mi ha dato precisione e pazienza, la scenografia ha
amplificato la mia capacità narrativa, e il relooking mi ha insegnato a
guardare oltre l’apparenza. Questo bagaglio si riflette nelle mie opere, dove
il contrasto tra materia e colore non è mai casuale, ma frutto di una ricerca
continua tra memoria e rinnovamento. Alla fine, credo che ogni trasformazione —
di un oggetto, di uno spazio o di un’emozione — racconti sempre, in qualche
modo, una rinascita. Ed è proprio questo il concetto che porto con me in ogni
mia creazione.

 


Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro?
Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato
particolarmente la tua visione? 


Le mie principali fonti di ispirazione
nascono da una combinazione di esperienze personali ed esplorazioni artistiche.
Più che seguire uno specifico movimento, mi lascio guidare dall’emozione e
dalla materia, ma inevitabilmente alcune influenze hanno lasciato un segno profondo
nel mio percorso. Dal punto di vista artistico, mi sento vicina
all’espressionismo per la sua capacità di trasformare l’interiorità in forme
viscerali e colori intensi. Artisti come Egon Schiele e Francis Bacon mi
affascinano per la loro rappresentazione cruda e disturbante dell’animo umano.
Allo stesso tempo, la ricerca materica di Alberto Burri e l’uso delle superfici
vive e “ferite” mi hanno spinto a sperimentare con texture e
materiali diversi, come la polvere ceramica e lo stucco. Sul piano personale,
le esperienze legate al restauro e alla valorizzazione del patrimonio culturale
hanno plasmato la mia sensibilità verso la materia e il tempo. Ogni oggetto
antico, ogni superficie logorata dal tempo racconta una storia, e questo
concetto di “memoria tangibile” si riflette nei miei lavori, dove le
stratificazioni di colore e materia cercano di trasmettere una sensazione di
vissuto, quasi archeologica. Infine, la mia tesi sugli illustratori vittoriani
di Alice nel Paese delle Meraviglie ha aggiunto un altro livello di
ispirazione: il loro modo di giocare con la deformazione della realtà e con
l’ambiguità visiva ha influenzato il modo in cui rappresento i corpi e le
espressioni nei miei dipinti. In sintesi, la mia arte nasce da una continua
fusione tra emozione, memoria e sperimentazione materica. Ogni opera è una
sorta di viaggio personale, ma aperto a chi la osserva, affinché possa
ritrovare qualcosa di sé in quelle forme e in quei colori. 


Qual è il processo
creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a
cui sei particolarmente affezionato? 


Il mio processo creativo è
piuttosto istintivo e raramente lineare. Di solito tutto parte da un’emozione o
da una riflessione che sento il bisogno di tradurre in materia e colore. Non parto
quasi mai da un disegno preparatorio dettagliato: preferisco lasciarmi guidare
dal gesto e dalla sensazione del momento. La prima fase è molto fisica: preparo
la superficie — che sia tela o tavola — lavorandola con stucco, polvere
ceramica o altri materiali che mi permettono di ottenere una base materica,
irregolare e viva. Questo passaggio è fondamentale, perché crea una sorta di
“pelle” dell’opera, con asperità e segni che diventano parte
integrante del risultato finale. Poi passo ai colori, che applico a strati,
usando lavaggi e velature. Amo vedere come il colore si infiltra tra le crepe
della materia, creando effetti imprevedibili. Spesso alterno pennellate rapide
e gestuali a momenti di pausa, in cui osservo l’opera e cerco di capire dove
vuole andare. È quasi un dialogo tra me e il quadro: non sempre vinco io. Non
ho veri e propri rituali, ma c’è una cosa a cui sono affezionata: prima di
iniziare, mi piace stare in silenzio per qualche minuto davanti alla tela
bianca. È un momento in cui mi svuoto dei pensieri quotidiani e cerco di
entrare in uno stato d’animo più profondo, quasi meditativo. E poi c’è la
musica. Non sempre, ma quando sento di dover liberare un’emozione forte, metto
brani intensi, spesso strumentali, che mi aiutano a lasciar andare il controllo
e dipingere più istintivamente. In definitiva, il mio processo creativo è un
dialogo continuo tra istinto e riflessione, tra materia e colore. Ogni opera è
il risultato di questo equilibrio, sempre in bilico tra controllo e
improvvisazione. Alla fine, il quadro mi dice quando è finito. Spesso è una
sensazione più che una decisione razionale. Se sento che l’opera
“respira”, che trasmette quel tumulto interiore da cui è nata, allora
so che è arrivata a compimento. 



Preferisci lavorare su tela in solitudine o
trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte? 


Generalmente, il mio processo creativo si svolge in solitudine, dove
posso concentrarmi completamente sulla mia ricerca e lasciare che le emozioni e
le intuizioni fluiscano liberamente. La tela diventa un luogo intimo in cui
posso esprimere me stessa senza distrazioni, e la solitudine mi permette di
ascoltare meglio ciò che l’opera sta cercando di comunicare. La mia arte nasce
da un’esigenza personale, e quel silenzio è fondamentale per arrivare a una
connessione profonda con il mio lavoro. Tuttavia, non disdegno completamente
l’aspetto collettivo dell’arte. Anche se la mia pratica è più introspettiva,
eventi come workshop, mostre o incontri con altri artisti sono momenti che
possono rivelarsi stimolanti e arricchenti. Il confronto con altre realtà
artistiche, la possibilità di osservare altre tecniche o prospettive, mi aiuta
a rimanere aperta e a esplorare nuove idee. È come se il dialogo con gli altri,
pur non essendo diretto nella creazione, potesse influenzare in modo sottile la
mia visione. In sintesi, la solitudine è la mia scelta preferita per lavorare,
ma i contesti collettivi mi offrono occasioni di crescita e di stimolo, che poi
interiorizzo e porto nel mio processo creativo. 


Come vivi il rapporto tra
l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone
influenzano il tuo lavoro? 


Il rapporto tra arte e pubblico è per me un
elemento fondamentale, ma anche complesso. Quando creo, il mio obiettivo è
trasmettere un’emozione, una riflessione, ma lascio sempre spazio
all’interpretazione individuale. L’arte non è mai statica: diventa viva e
prende una nuova forma ogni volta che entra in contatto con chi la osserva. Il
feedback del pubblico è, quindi, una parte importante del processo, ma non
influenze dirette sul lavoro che sto realizzando in quel momento. Per me, la
reazione delle persone è come una sorta di “specchio” che riflette la
loro percezione dell’opera e può far emergere sfumature che non avevo
considerato. A volte, mi colpisce sentire come un’opera venga letta in modi che
non avrei mai immaginato, ma trovo che questo arricchisca la mia visione. Non
nego che alcune critiche o osservazioni possano farmi riflettere, ma non permetto
che cambino la direzione che sto prendendo, a meno che non arrivi una
comprensione più profonda, che stimoli una nuova ricerca. Il mio approccio,
quindi, resta sempre molto personale e istintivo, ma il dialogo con il pubblico
mi aiuta a comprendere meglio come l’opera venga percepita e vissuta. In
definitiva, il pubblico è una parte integrante dell’esperienza artistica, ma la
mia visione rimane saldamente radicata nel mio mondo interiore. L’arte, per me,
deve essere un dialogo, ma senza mai perdere la sua autenticità. 


C’è un’opera,
tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per
te? Puoi raccontarci la sua storia?


Una delle opere che considero
particolarmente significativa per me è “Intolleranze sentimentali”.
Non solo perché è una delle mie opere più complesse, ma perché incarna una
riflessione profonda su temi che mi sono molto cari: il conflitto tra ragione e
sentimento, l’identità smarrita e la lotta interiore. Questa opera è stata
creata in un momento di grande fermento emotivo, dove mi sentivo in bilico tra
la necessità di “contenere” le emozioni e il desiderio di liberarle.
La figura centrale, distorta e esasperata, rappresenta il culmine di una lotta
emotiva che tutti, credo, conosciamo. L’uso della tecnica mista, con lavaggi di
colore e velature, ha permesso di ottenere una superficie materica e sensoriale
che quasi “trattiene” il conflitto, ma allo stesso tempo lo esprime.
Ogni strato di colore, ogni movimento nel dipingere è stato una sorta di esorcismo
per me, come se stessi cercando di dare forma a un caos interiore. L’opera si è
evoluta durante il processo, e ogni correzione, ogni modifica, mi ha portato
più vicino a comprendere qualcosa di profondo su me stessa. Ma ciò che rende
“Intolleranze sentimentali” davvero significativa è la sua capacità
di comunicare qualcosa di universale. Quando le persone mi parlano di
quest’opera, spesso mi dicono che riconoscono in essa le proprie emozioni, i
propri conflitti, e questo è il potere dell’arte: dare voce a sentimenti che,
altrimenti, rimarrebbero nascosti. In un certo senso, quest’opera rappresenta
non solo un pezzo della mia ricerca artistica, ma anche un momento di crescita
personale. 




Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che
il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo? 


Il ruolo
dell’arte nella società contemporanea è più che mai centrale, anche se a volte
sembra essere messo in discussione o sminuito. Viviamo in un mondo saturato di
immagini e stimoli, ma l’arte ha ancora il potere di fermarci, farci riflettere
e risvegliare una consapevolezza più profonda su di noi e sul nostro tempo. In
un’epoca in cui l’informazione è immediata e spesso superficiale, l’arte rimane
una forma di resistenza, un mezzo per entrare in contatto con l’interiorità,
con le emozioni e con questioni universali che riguardano tutti. Penso che
l’arte possa essere uno strumento di critica sociale, di esplorazione delle
nostre identità e delle nostre paure, ma anche di speranza e trasformazione. In
particolare, le opere che affrontano il conflitto, la perdita, l’introspezione
e la riconciliazione, come molte delle mie, riescono a parlare di ciò che non
viene sempre detto, a dare voce a chi si trova in difficoltà a esprimere le
proprie emozioni. L’arte ha il potere di scuotere, di mettere in discussione la
normalità e di stimolare un cambiamento nel modo in cui vediamo noi stessi e il
mondo. Il mio lavoro, sebbene molto personale, cerca proprio di affrontare
tematiche universali e di aprire uno spazio di riflessione. Cerco di tradurre
le emozioni e le esperienze di ogni individuo in forme visive che possano
toccare qualcosa di profondo, senza voler imporre un’interpretazione univoca.
Questo credo che possa contribuire al ruolo dell’arte nella società contemporanea:
non come una semplice decorazione, ma come una finestra che invita a guardare
dentro di noi, a confrontarci con la nostra umanità più autentica. 




Quali sono
le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate? 


Le difficoltà che ho affrontato come artista sono molteplici, ma una
delle principali è stata sicuramente la gestione dell’incertezza e del senso di
insoddisfazione che spesso accompagna il processo creativo. A volte, il non
riuscire a tradurre un’idea nella forma che avevo in mente o il vedere che
un’opera non si evolve come immaginato può essere frustrante. In quei momenti,
la tentazione di abbandonare o di sentirsi “bloccati” è forte. La
difficoltà più grande è stata imparare a convivere con questa incertezza e a
non giudicare troppo severamente il mio lavoro. Un’altra difficoltà è stata
quella di trovare un equilibrio tra il mio percorso artistico personale e le
aspettative del pubblico o del mercato dell’arte. Come artista emergente, c’è
sempre il rischio di sentirsi sotto pressione nel cercare di soddisfare
richieste che non corrispondono alla propria visione. Superare questa sfida è
stato possibile solo mantenendo salda la mia autenticità, restando fedele alla
mia ricerca e non adattandomi alle tendenze o alle mode del momento. La
consapevolezza che il mio lavoro è un percorso in continua evoluzione mi ha
aiutato a non farmi paralizzare dalla paura di non piacere o di non essere
abbastanza “commerciale”. Inoltre, come artista che lavora spesso in solitudine,
ho affrontato la difficoltà di non avere un dialogo costante con altri colleghi
o professionisti del settore, con il rischio di rimanere isolata nella propria
visione. La soluzione è stata cercare il confronto attraverso mostre, workshop
e collaborazioni che mi permettessero di arricchire la mia pratica e di
metterla in discussione. Infine, la difficoltà di conciliare l’arte con altre
responsabilità professionali e personali è stata una sfida. Il tempo è sempre
limitato, e trovare momenti dedicati completamente alla creazione è complicato.
Ma, alla fine, ogni difficoltà mi ha insegnato qualcosa di nuovo: che la
crescita artistica non avviene solo nei momenti di facilità, ma spesso proprio
attraverso le difficoltà. L’importante è non arrendersi, imparare da ogni passo
del percorso e continuare a credere nel valore del proprio lavoro. 




Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Partecipare a Everland Art – Percorsi di ricerca rappresenta per me
un’opportunità stimolante di confronto e crescita. Essere selezionata per un
evento che raccoglie artisti impegnati nella ricerca e nell’innovazione è
un’occasione unica per presentare il mio lavoro a un pubblico più ampio e
interagire con altre realtà artistiche. Mi ha spinto la volontà di mettere alla
prova la mia arte, di esplorare nuovi modi di dialogare con lo spettatore e di
confrontarmi con altre voci che, come la mia, cercano di esprimere emozioni e
riflessioni profonde. Le mie aspettative sono quelle di vivere un’esperienza
che non solo mi arricchisca dal punto di vista professionale, ma anche umano.
Spero di entrare in contatto con altri artisti e con il pubblico, in modo da
poter cogliere nuove sfumature della mia stessa ricerca. Un confronto diretto
con altre pratiche artistiche potrebbe portarmi a scoprire nuovi linguaggi o
ispirazioni che arricchiranno il mio lavoro. Inoltre, eventi come questi sono
occasioni per valutare come il mio lavoro viene percepito in contesti diversi,
lontani dalla mia dimensione più intima, e per ricevere feedback che, seppur
distanti dalla mia visione iniziale, possono aprire nuovi spazi di riflessione
e crescita. Sono convinta che questa esperienza possa contribuire al mio
percorso artistico, non solo come momento di visibilità, ma come una tappa
fondamentale nel processo di evoluzione creativa. 


In che modo hai deciso di
presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere
hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha
guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio
particolare che volevi trasmettere attraverso di esse? 


Per Everland
Art – Percorsi di ricerca, ho scelto di esporre alcune delle opere che meglio
riflettono il mio percorso artistico e che credo possano stimolare un dialogo
profondo con il pubblico. Le opere selezionate sono “Intolleranze
sentimentali” e “Occhio non vede, cuore non duole”, entrambe
rappresentative di tematiche legate al conflitto interiore, alla perdita di
identità e alla lotta emotiva. Queste opere sono state realizzate con tecniche
miste e cromatismi che vogliono trasmettere la frenesia emotiva e la tensione
tra ciò che si percepisce e ciò che si nasconde. Il processo creativo che mi ha
guidato è stato molto istintivo e riflessivo. In “Intolleranze
sentimentali”, ad esempio, la figura centrale distorta esprime il culmine
di una lotta tra ragione e sentimento. Ogni strato di colore è stato pensato
per rivelare il conflitto interiore, con lavaggi di colore e velature che
rappresentano le emozioni complesse che non si riescono a esprimere a parole.
Ho cercato di dare una forma visibile alla frustrazione e alla confusione che
spesso accompagnano momenti di grande stress emotivo, creando un’opera che
potesse “parlare” senza bisogno di spiegazioni verbali. In
“Occhio non vede, cuore non duole”, la tecnica mista materica, con
l’uso della polvere ceramica, ha permesso di dare una qualità tattile
all’opera, come se l’emozione fosse quasi palpabile. L’idea centrale era quella
di rappresentare l’illusione che ciò che non vediamo non ci colpisca, ma in
realtà tutto ciò che ignoriamo o rifiutiamo ci accompagna nel profondo. Il
contrasto tra l’aspetto visivo e quello emotivo nell’opera vuole comunicare
questa dicotomia. L’obiettivo che ho cercato di raggiungere con entrambe le
opere è quello di suscitare una riflessione intima e personale nel pubblico.
Voglio che chi osserva possa riconoscere qualcosa di sé, delle proprie emozioni
e conflitti, e che l’arte diventi una via per affrontare e riflettere su queste
tematiche universali. In questo percorso espositivo, ho voluto mantenere una
forte coerenza tra le opere e la mia ricerca artistica, puntando a creare
un’atmosfera che stimoli il pubblico a entrare in contatto con i propri
sentimenti più profondi, proprio come è stato per me nel realizzarle.  




Quali
progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che
vorresti esplorare? 


Per il futuro, uno dei miei principali obiettivi è
quello di continuare a evolvere come artista, ampliando il mio linguaggio
visivo e sperimentando nuove tecniche e materiali. Mi piacerebbe esplorare
maggiormente l’aspetto tridimensionale nelle mie opere, integrando sculture o
installazioni che possano interagire con lo spazio e con il pubblico in modo
ancora più diretto. La mia ricerca sul conflitto interiore e l’identità
potrebbe aprirsi a nuove dimensioni, creando opere che non solo “si
vedono”, ma che “si vivono”, in un’esperienza immersiva.
Inoltre, sto pensando di approfondire l’aspetto delle emozioni collettive, come
quelle legate ai cambiamenti sociali, culturali o ambientali. Mi interessa
esplorare come le nostre emozioni si intrecciano con l’ambiente che ci
circonda, con la società e con le problematiche globali. Vorrei sviluppare
progetti che affrontino tematiche legate alla memoria storica collettiva e alla
trasformazione del nostro rapporto con la natura e il mondo che abitiamo. Un
altro progetto che ho in mente è quello di ampliare la mia partecipazione a
eventi e mostre internazionali, per poter confrontarmi con altre realtà
artistiche e culturali. Credo che l’esposizione in contesti più ampi possa
arricchire ulteriormente il mio lavoro, portandomi a scoprire nuove influenze e
ispirazioni. Infine, spero di dedicarmi sempre di più alla creazione di un
dialogo continuo con il pubblico, affinché l’arte non rimanga solo una forma di
espressione privata, ma diventi un’esperienza condivisa, che possa stimolare
riflessioni e connessioni tra le persone. La possibilità di avviare progetti
partecipativi o collaborativi potrebbe essere una delle vie per continuare a
crescere e ad affrontare nuove sfide creative.







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Carmela Tulino – Tra emozione
e materia

Nata a Nola, in provincia di Napoli, il 13 febbraio 1982,
Carmela Tulino ha intrapreso un cammino artistico lontano dai percorsi
tradizionali, lasciandosi guidare più dall’istinto che dalle regole
accademiche. Il suo rapporto con l’arte nasce come un gioco, un’esplorazione
personale che si è trasformata nel tempo in una ricerca profonda e intima.

La sua formazione ha radici solide: ha studiato presso il Liceo
Artistico P.A. De Luca di Avellino, con indirizzo in conservazione dei beni
culturali, dove ha affinato la sua sensibilità attraverso laboratori artistici,
esperienze di scavo, restauro e catalogazione. Ha poi conseguito un master in
Storia dell’Arte Sacra presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia
Meridionale e sta attualmente completando la sua laurea in Storia e
conservazione dei beni culturali, per poi continuare e diventare storica e
Critica d’Arte, presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, con una
tesi dedicata agli illustratori vittoriani di Alice nel Paese delle Meraviglie,
sotto la guida del Prof. Stefano Causa.

Parallelamente, Carmela ha costruito una carriera nel restauro e
nel restyling di mobili e la decorazione, avviando un’attività con la sorella
nel settore vintage e antiquariato, collaborando con aziende danesi,
piemontesi, inglesi. Ha inoltre lavorato con l’associazione culturale Meridies per
la valorizzazione del patrimonio locale, contribuendo alla promozione del
Villaggio Preistorico di Nola, museo diocesano e archeologico, sotto la
supervisione di Tonia Solpietro, direttrice del Museo Diocesano di Nola.

La sua arte riflette un’anima in continuo movimento: tecnica
mista materica, velature e lavaggi di colore si fondono per dare vita a opere
che trasformano emozioni e pensieri in immagini tangibili. Dipinti come
“Occhio non vede, cuore non duole”, “Pudica” e “Intolleranze
sentimentali” raccontano il conflitto tra ragione e sentimento, invitando
l’osservatore a un dialogo personale e profondo con l’opera.


Per Carmela Tulino, l’arte resta un viaggio aperto, una continua scoperta dove
la materia si intreccia all’anima, lasciando spazio a chi guarda di trovare la
propria verità tra i colori e le forme.  L’arte è un’esperienza aperta, un
dialogo tra artista, opera e fruitore: la creazione non si conclude con il
pennello, ma si realizza pienamente solo quando chi osserva vi proietta il proprio
vissuto. Ogni quadro è una possibilità, una porta socchiusa che invita a
trovare la propria verità, in una conversazione intima tra immagine e anima.

 






























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Il MuPa di Ginosa accoglie “Percorsi” – Grande successo per la sua inaugurazione

 

Il MuPa di Ginosa accoglie Percorsi


Grande successo per la sua inaugurazione 

di Redazione  |23| Marzo|2025|

Ieri sera, tra le suggestive mura del MUPA – Museo Multimediale di Ginosa, si è respirata un’atmosfera appassionata e densa di emozioni. L’inaugurazione della mostra “Percorsi” ha rappresentato un vero e proprio viaggio tra idee, visioni e connessioni artistiche che hanno sorpreso e coinvolto un pubblico numeroso e attento.


Ad accogliere gli ospiti, il direttore del museo Piero Giannuzzi, che con parole precise e appassionate ha introdotto l’evento e anche la filosofia che anima il MUPA: un luogo dinamico, in continuo dialogo con l’arte e la contemporaneità. 

Poi, la scena è passata nelle mani di Mirella Bitetti, artista e curatrice, che ha svelato il senso di Percorsi e la sua esperienza nel nuovo ruolo di organizzatrice, lasciando trasparire la passione e l’impegno dietro ogni scelta espositiva. 

Nel suo intervento, ha inoltre voluto ringraziare per la collaborazione l’artista Giuseppina Irene Groccia, sottolineando il suo contributo all’evento sia come espositrice che come supporto organizzativo.

Ha quindi presentato gli artisti presenti al vernissage, dando loro spazio per raccontare personalmente il significato delle loro opere: Olga Marciano e Gaetano Carriero hanno condiviso la loro ricerca artistica con il pubblico, instaurando un dialogo diretto e coinvolgente. Inoltre, Mirella Bitetti ha introdotto anche il fotografo Diego Salvador e Rosellina Iacovelli, assenti alla serata ma parte integrante della mostra con i loro lavori.


Tra i ringraziamenti e le presentazioni, il testimone è passato a Giuseppina Irene Groccia, artista e founder del Blog “L’ArteCheMiPiace“, che ha condiviso con entusiasmo il suo duplice ruolo in questa avventura. Da un lato, come espositrice, ha presentato una nuova serie di opere in arte digitale; dall’altro, ha offerto un prezioso supporto all’organizzazione dell’evento in qualità di media partner e contribuendo alla selezione degli artisti attraverso il suo Blog e il magazine “ContempoArte“. Grazie al suo impegno, tre artisti da lei proposti hanno trovato spazio in mostra: Teresa Saviano, Enzo Forgione e il duo artistico formato da Christine Selzer e Katerina Dramitinou, che ha avuto modo di presentare personalmente all’inizio dell’evento, introducendo il pubblico alle loro opere e al loro percorso artistico.





In questa occasione, quattro delle sei sale del MUPA, dedicate a grandi personalità dell’arte italiana – Caravaggio, De Filippo, Fellini, Fracci, Morricone e Alighieri – si sono trasformate in spazi di ampia suggestione. Qui, opere differenti per stile ma accomunate da una forte identità artistica hanno dato vita a un dialogo visivo intenso e non verbale, capace di coinvolgere lo spettatore oltre le parole. 

Due artisti per ogni ambiente, in una mini personale che ha dato loro l’opportunità di presentare un ampio numero di opere, andando oltre la forma tradizionale di collettiva. Un intreccio di segni e colori che ha invitato i visitatori a immergersi in una dimensione di esplorazione e scoperta.

Olga Marciano, Gaetano Carriero e Giuseppina Irene Groccia hanno raccontato personalmente le loro opere, instaurando con il pubblico un confronto vivo e stimolante, mentre gli altri artisti hanno lasciato che le loro creazioni parlassero da sole, rivelando dettagli e significati nascosti a chi si fermava a osservare con attenzione.

L’entusiasmo dei visitatori si è fatto sentire: in tanti si sono fermati a dialogare con gli artisti, incuriositi dai percorsi creativi e dalle tecniche utilizzate. Una partecipazione attiva, segno che l’arte, quando incontra lo spettatore giusto, genera domande, emozioni, connessioni.


La serata si è conclusa con un rinfresco offerto dal MUPA, un momento di condivisione che ha permesso di prolungare il piacere dell’incontro e delle riflessioni nate davanti alle opere.


Il MuPa si è confermato ancora una volta come un punto di riferimento culturale, un luogo in cui l’arte incontra il pubblico in un dialogo diretto e coinvolgente. Custodito tra le mura di un magnifico palazzo settecentesco sapientemente restaurato, questo museo è l’esempio perfetto di come tradizione e innovazione possano intrecciarsi, dando vita a nuove esperienze artistiche.


“Viviamo in un tempo in cui la cultura rischia di scivolare nell’ombra. Il MuPa nasce per riportarla al centro, per dare spazio all’arte e permetterle di parlare direttamente alle persone, in un percorso immersivo e sensoriale,” ha concluso il direttore Piero Giannuzzi.


Per chi non ha potuto partecipare all’inaugurazione, la mostra “Percorsi” rimarrà visitabile fino al 20 aprile, ogni giorno dalle 17 alle 21

Un’occasione da non perdere per chi desidera lasciarsi trasportare in un viaggio artistico emotivamente sorprendente.






📍 MuPa – Palazzo Multimediale, Via Giunchiglie 10, Ginosa (TA)

📅 22 marzo – 20 aprile 2025

🕗 Orari di apertura: tutti i giorni dalle 17:00 alle 21:00

🎟️ Ingresso gratuito





Contatti


phone +39 3802670907 

e-mail info@mupapuglia.it

























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