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Agosto 2023

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Glissando Chamber Music Festival Le mie impressioni sulla prima serata – di Elisabetta Salatino

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 






Glissando Chamber Music Festival
Le mie impressioni sulla prima serata






di Elisabetta Salatino |30|Agosto|2023|




Quando ho letto il nome attribuito a questo festival ho subito pensato a Tornatore e a quel film che tanto ha segnato la mia vita “ La leggenda del pianista sull’Oceano”. Il protagonista, un bambino nato su una nave ritrovato da un operaio di colore, viene chiamato con uno dei nomi che ancora oggi risuona fra i cultori del cinema: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento e diventa crescendo una vera leggenda grazie alla musica.  


La posta messa in gioco da questo nuovo esperimento chiamato Glissando è alta. Al di là della musicologia e di tutte le branche interessate a fare analisi estetiche e tecniche, questo Festival si lascia alle spalle i famosi irrigidimenti legati spesso alla musica classica. Quando si parla di classica, infatti, gli studiosi, eruditi o esperti di turno con il solito sorrisetto beffardo, ricco di senso del sapere, sono subito pronti a fare analisi (spesso troppo arzigogolate e comprensibili solo agli amici di settore) e a sfoggiare l’inconfondibile penna da critici ultra navigati di settore.  
Un esperimento come quello ideato da Lorenzo Bevacqua, glissa queste frivolezze… Direi piuttosto che costituisce un importante contributo culturale e lo fa seguendo la via conosciuta  dell’orecchio (canale prediletto alla musica) ma anche ben altro. Si ascolta e si osserva la musica con uno sguardo diverso, e profondamente nuovo, scuotendo una  dimensione che  musicologi, artisti e filosofi chiamiano “del gusto e del pensiero”. Viene superata la strana convinzione che la musica classica sia per pochi eletti. 


Per questo a fine serata mi sono chiesta: un Festival come questo, è utile? 
Senza dubbio, si.
Rappresenta davvero una suggestione nel panorama culturale locale. Quante volte abbiamo ascoltato concerti di musica classica senza capire cosa stessimo realmente ascoltando? Quante volte ci siamo seduti comodamente sulla nostra sedia prenotata senza chiederci come mai si sia scelto quel luogo preciso per l’esecuzione? Quante volte ci siamo arresi solo al suono e non alla musica? 
Tante, troppe. Lo facciamo spessissimo e a volte inconsapevolmente. E allora un grazie a Glissando che ci fa finalmente interrogare su cosa sia la musica e su cosa possa rendere  più consapevole “musicalmente” l’intero uditorio/osservatorio. 

Dove risiede la chiave di successo di questo Festival?
Sicuramente nel fatto che la  musica è creativamente operante nei nostri luoghi della cultura. Il luogo rende anche più agevole, appassionante e interessante la visione del mondo della musica classica. Quasi maieuticamente, gli esecutori immersi nel luogo di riferimento scelto, tirano letteralmente fuori, il senso dell’ascolto e della visione della musica. La fruizione è essenzialmente multidimensionale. Dallo sguardo alla parola, dalla parola all’ascolto e dall’ascolto all’immaginazione.
Difficile come concetto? Affatto!
Ogni brano ha una storia e una sua struttura e narrarla prepara l’ascoltatore/osservatore a comprendere e incuriosirsi su ciò che verrà eseguito. Non si tratta solo di spiegare ciò che ormai sembra fruibile da internet o da un programma di sala. Dall’esegesi del brano alla storia dei compositori, ma anche dalla narrazione dei luoghi di riferimento in cui viene eseguito il brano, alle curiosità che hanno spinto scrittori a citare quei particolari brani. La cosiddetta guida all’ascolto parte dalla parola ma si dipana grazie alla nostra immaginazione. Si ascolta sapendo cosa gli altri stanno eseguendo e riusciamo finalmente a viaggiare  e a capire cosa sia la musica.  
Tensione circolare è la sensazione che ho affiancato a questa prima serata titolata come  “Sonata a Kreutzer”. L’uditorio/osservatorio ha potuto godere e soprattutto immaginare la dimensione musicale. Il luogo per la prima tappa: San Bernardino. Un posto dove la circolarità è ben evidente. Il chiostro, gli archi, il pozzo… le pareti che hanno ospitato i pensieri visivi di Giuseppina Irene Groccia con Grigio e l’abito Scarlet, del progetto Soeve, a cura di Veronica Martino e Sonia Quercia, fatto di rose circolari. Queste dimensioni d’arte hanno contribuito alla straordinaria possibilità da parte dei partecipanti di scrutare  nuovi dettagli e immaginare un incontro con le linee atonali di Webern, il romanticismo di Brahms o il classicismo di Beethoven eseguito dai Maestri Bevacqua al pianoforte e Acri al violino. 
Il Grigio sappiamo essere fatto di bianco e nero e quindi rappresenta un po’ lo sfondo dei dubbi e delle certezze dell’uomo, mentre il Rosso rappresenta la passione vista come puro amore ma anche come  passione sfrenata che può condurre alla morte. 
Tutto è perfettamente ricondotto ad un disegno musicale ben preciso. 



Nella  Sonata a Kreutzer di  Beethoven, in particolare, viene fuori questa  evidente tensione circolare.
La storia della Sonata in questione, in parte esplicata dalla voce narrante della serata Cristiana Bruno, inizia nel 1888. Lev Tolstoj ascolta per la prima volta la sonata per pianoforte e violino in la Maggiore n.9 di Ludwig Van Beethoven, dedicata al musicista e compositore francese, Rudolphe Kreutzer. Qualcuno pensò  subito a Kreutzer ma Beethoven a dir il vero, iniziò a provare un certo grado d’invidia per un violinista (scuro di pelle) di cui pare la donna di cui si era invaghita Ludwig, frequentasse. Beethoven pare avesse titolato la Sonata come “mulatta” proprio pensando al violinista dalla pelle scura. Ma all’ epoca una roba del genere avrebbe sortito solo scandalo e quindi si arrivò a Kreutzer. Ritornando a Tolstoj, durante l’esecuzione della sonata, vicino allo scrittore  si trovavano il pittore Il’ja Efimovic Repin e l’attore Andreev Burlak. I tre artisti rimasero così ipnotizzati dalla sonata  che decisero di trasformare l’idea che gli provocava quella musica attraverso le proprie discipline artistiche. Una sorta di gioco, quindi, per vedere chi dei tre fosse in grado di tirar fuori emozioni, partendo dalla sonata e sviluppandola in modo diverso grazie al proprio talento.
Nessuno vi riuscì, tranne Tolstoj.
Pensate, impattai questo romanzo ai tempi dell’Università. E non vi nascondo che mi procurò molti incubi. Si, perché la tensione che si percepisce è davvero forte e quasi paralizzante dal punto di vista emotivo. Ma meravigliosa, se penso a come è stata scritta questa in poche, pochissime pagine.  
Tolstoj lo scrisse istantaneamente e gli diede il titolo  della sonata di Beethoven. La trama narra del protagonista, Pozdnyšev, che presenta alla propria moglie, amante del  pianoforte, un giovane violinista, che in poco tempo inizia a frequentare la casa della coppia. Pian piano entra nell’immaginario del marito il dubbio che fra la moglie e l’uomo stia nascendo un amore e dopo diversi tormenti la uccide. All’inizio sono solo sospetti, che però prendono le sembianze della consapevolezza, quando Pozdnyšev ascolta i due, lei al pianoforte e lui al violino, eseguire la Sonata a Kreutzer di Beethoven. Se il tradimento si sia consumato non è dato sapere, e francamente, a Tolstoj non gliene è mai importato niente. 
Lo scopo dello scrittore è solo e soltanto uno: raccontare questa tensione, attraverso il potere evocativo della musica di Beethoven,  la vera spinta che conduce il protagonista all’assassinio della moglie.
Che cos’ha, dunque, di tanto ipnotizzante la Sonata di Beethoven? La domanda sorge spontanea e questa viene quasi rimarcata dall’esecuzione della stessa. 


Kreutzer Sonata – Renè-Francois-Xavier Prinet

Io, come anche altri curiosi, rispondiamo a questa domanda con l’immaginazione. Proprio la prima parte della sonata, un Presto, fa pensare a Pozdnyšev, torturato dal sospetto, dal dubbio, che  assiste all’esecuzione della sonata da parte dei due presunti amanti. Il pianoforte rappresenta la donna e il violino è l’uomo: sono gli strumenti a richiamare questa tensione circolare prima ancora che l’esecuzione inizi. Il Violino e il pianoforte sono come due corpi fatti per stare assieme. È un’immagine che ha attirato l’attenzione di molti studiosi e curiosi nel corso della storia, ed è davanti all’esecuzione della prima  serata di Glissando che si è  avvalorata tale teoria convincendomi. I due  maestri hanno proiettato nella mente dell’uditorio/osservatorio il delirio del protagonista, la sua macabra immaginazione e il dubbio che lo mangiava dentro spingendolo a pensare non agli strumenti come tali, ma agli amanti, proiettandoli in un immaginario in cui violino e pianoforte non sono altro che la proiezione dei due amanti stessi. 
Pozdnyšev  crede nel tradimento solo quando i due presunti amanti iniziano a suonare. Quella musica  per il protagonista è la prova schiacciante. Quella musica ha in sé dei passaggi che richiamano una chiara tensione ciclica (dal violino al piano e dal piano al violino).


Il Maestro Alessandro Acri con il suo violino si è presentato con garbo e gentilezza nella sua esecuzione quasi volesse avvicinarsi ad una donna che possiamo identificare al pianoforte, mentre il Maestro Lorenzo Bevacqua con il suo pianoforte ha risposto quasi con timidezza al violino. Dopo aver superato il primo momento di tensione, ecco che il violino ha fatto il suo repentino ingresso. Il pianoforte pian piano ha iniziato ad apprezzare le attenzioni e i complimenti del violino. Una sorta di corteggiamento  e allontanamento fra i due. Così si è dipanato un crescendo di emozioni contrastanti che l’uditorio/osservatorio ha colto perfettamente. Il dialogo fra gli strumenti si è  aperto straordinariamente  sempre di più e d’improvviso la tensione si è trasformata in passione e infine in morte. 

C’era da sentirsi completamente presi, da impazzire, un po’ come il delirio del personaggio di Tolstoj… Si una splendida follia!
Con Glissando si percorrono i sentieri più suggestivi della musica, e forse dopo aver partecipato e poi letto queste impressioni, risuonerà in tutti la curiosità di ritornare, ancora più forte, come accade in ogni vero dono culturale.


























Elisabetta Salatino

Sono nata nel 1985, nel cuore del centro storico di Rossano. Il mio è stato un iter formativo  fortunato, perché si è sviluppato interamente nelle scuole del “paese”. Nel 2004 dopo aver ottenuto il Diploma di Maturità Classica presso il Liceo “S. Nilo” di Rossano ho intrapreso gli studi universitari presso l’ Alma Mater Studiorum di Bologna conseguendo prima una Laurea triennale in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo con una dissertazione dal titolo: “Ecce Robot: ricadute performative dai Kraftwerk ai Daft PunK” (Relatore Gerardo Guccini) con pubblicazione Casa Editrice Agenda 2017 e poi completamento del ciclo di studi una Laurea Magistrale in Discipline della Musica (Musicologia e Beni culturali LM 45) con una dissertazione dal titolo: “Le Ballet Mecanique: dal fotogramma alla struttura ritmico-musicale”(Relatore Giani Maurizio). Nell’A.A. 2018-2019 ho conseguito una borsa di studio per merito per il Master di 1° Livello in Analisi e Teoria Musicale presso l’Università degli Studi di Cosenza con una dissertazione dal titolo “ U rosarij e ra Maronna e ru Pilerij. Analisi performativa di una pratica devozionale” (Relatore Macchiarella Ignazio). Ho partecipato come relatore all’ XI Convegno GATM ( Gruppo Analisi e Teoria musicale) nella sezione Avanguardie del Novecento presso l’Istituto Lettimi di Rimini. Ho acquisito negli anni specifiche competenze nel settore della musicologia storica, sistematico-filosofica, teorica e analitica, in specie, nella performance in campo etnomusicologico. Ho curato diversi seminari dedicati agli strumenti e alle tradizioni musicali calabresi in contesto universitario e con gemellaggi con Atenei Internazionali. Prediligo le indagini che riguardano le forme testuali per i media audiovisivi in particolare nel campo della musica contemporanea d’avanguardia e nelle relazioni che intercorrono tra suono e immagine nella storia del cinema.  Ma non solo… Dal 2018 sono membro del direttivo del Circolo Culturale Rossanese “ Giuseppe Converso” dove opero attivamente con progettazione di eventi di altissimo spessore, fra i tanti il più importante e di cui sono promotrice diretta de “Le forme della Memoria”  dedicata ogni anno alla Giornata della Memoria del 27 gennaio e grazie al quale lo stesso Circolo ha attivato un protocollo d’intesa con il Museo di Ferramonti di Tarsia. La curiosità verso le varie forme di espressione artistica mi ha condotto a sperimentare anche la scrittura per il teatro, in particolare “il teatro dei luoghi”. Dal 2020 sono infatti Vice Presidente dell’Associazione Retake Rossano, esperienza in cui sono riuscita a concretizzare la scrittura per sceneggiatura teatrale dedicata all’esplorazione e la conoscenza dei luoghi che viviamo con la forma narrativo/recitativa. Sono autrice di una tragicommedia dedicata al terremoto del 1836 che colpì Rossano dal titolo  “ A Petra si mova e u cor s’arresta”  edita  nel 2018 da Grafosud  e ho collaborato nel 2017 alla stesura del libro dedicato alla  “Chiesa di San Domenico” di Rossano con un capitolo  sulla storia della “Schola cantorum di Rossano”. Attualmente sono docente di italiano L2 per stranieri presso il progetto SAI di Corigliano-Rossano e dedico attività di approfondimento agli aspetti legati all’intercultura e alla realizzazione di laboratori per l’integrazione.

 




























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




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Donatella Maino Una sinergia unica tra il visivo e il verbale.

 

Manfred Koschabek 



Donatella Maino
Una sinergia unica tra il visivo e il verbale.
di Giuseppina Irene Groccia |29|Agosto|2023|



L’approccio di Donatella Maino all’arte e alla parola è ricco di emozioni e significati. La sua abilità nel fondere versi poetici con opere d’arte di amici artisti apre porte a un mondo di collegamenti profondi, creando una sinergia unica tra il visivo e il verbale. I versi scelti con cura si intrecciano con i dettagli delle opere, amplificandone l’emozione e la profondità e consentendo agli spettatori di cogliere sia la complessità dell’opera visiva che la ricchezza delle parole. 

Donatella Maino amplifica le emozioni intrinseche delle opere, creando sinergie che riflettono la potenza dell’arte nella sua forma più interdisciplinare. Questo connubio permette all’osservatore di immergersi in un mondo di significati e sensazioni, trasformando l’esperienza estetica soprattutto in un viaggio intellettuale ed emotivo. 


Nelle opere poetiche di Donatella Maino emerge un’analisi profonda dell’esperienza umana, espressa attraverso una ricercata forza poetica. Le sue composizioni, dotate di una scelta lessicale ricca e potente, si rivelano veicoli di significato intenso e riflessione cosciente. La sua parola diventa voce, una sinfonia notturna di toni sfumati, dipinge immagini che si manifestano come vividi quadri mentali, svelando i complessi strati emotivi intrinseci. La raffinata composizione dei suoi versi costituisce un richiamo alla profondità dell’esperienza umana, mentre gli sguardi che attraversano le opere che ama abbinare, si fanno connessioni palpabili tra la realtà e l’effusione dell’espressione. L’abilità della poetessa nel coniugare linguaggio e arte sottolinea una relazione simbiotica tra le parole e le opere, che in tal modo vengono elevate a una dimensione di profondità e significato. 


In molte delle sue composizioni, sillabe e visioni sembrano intrecciarsi in un connubio unico, permettendo al lettore di sognare dolcemente tra le intersezioni della poesia e dell’arte visiva.

La “poesia visiva” emerge come una tendenza volta a rinnovare i tradizionali metodi di composizione poetica sfruttando le qualità visive del testo. Donatella Maino sembra abbracciare questo approccio, trasmettendo emozioni e significati attraverso l’interazione di parole e immagini, unendo così due forme d’arte distintive in una sola ed unica espressione.








           Pagina bianca           


sconfitto è il silenzio,

ha vinto il dio delle parole scritte, 

parole inventate come avanzi interiori;

 

cercano l’assoluzione 

prima ancora di essere condannate, 

aspirano ad un’identità, 

sono felici senza conoscere la felicità, 

forse cercano solo di morire in pace.


Leggi la mia pagina bianca, allora

mi amerai, quando tutto sarà spento;


diventerai un cantastorie al soldo,

con i piedi nudi nella polvere.



Opera di Manfred Koschabek 










Il grillo del focolare



Sono morta a crampi d’anima

ascoltando il grillo del focolare,

il gorgoglio del paiolo,


il notturno di Chopin

che non ripara 

dai tuoi ritmi addominali.


Scabro e insipido,

il tuo dio all’espiazione,

di quel segno della croce

alla fine della messa.


Ballo il sirtaki della demenza,

– in cattività –

cercando granelli di vita esule


Opera di Beatrice Orsini










Non ti muovere


Nulla, nulla, non ti muovere,

ormai la frase è spezzata,

una parentesi e poi ancora una parentesi

ha corroso la lingua, l’anima,

più non scorre sangue nell’io insolente.

Imperversa la tua voce,

mi viene in mente l’urlo aperto cinque anni fa

mentre mi denigravo cadendo nella neve

davanti ad una sporca locanda.

Ero acqua sciolta al male…

Ancora l’insegna m’invita,

un affrettarsi di passi su e giù

agli angoli del cervello, all’imbarco per l’isola.

Così resto in silenzio e chino il capo sul petto

che mutilato disegna metà dello scempio.



Opera di Giuseppina Irene Groccia

 



ELOGIO

Si perdono oltre la barriera
i pensieri sconnessi
dalla fame, della paura.
Le scodelle dei cani s’allineano
sul tavolo arso dai lumini,
gli uccelli in gabbia intonano
il canto del sepolcro;
piccoli racconti scivolano
sulla veste macchiata di vino,
rimane fra i denti
la carne delle profezie,
masticate
con la crudeltà del morso


Opera di Daniele Gozzi










Di me



molti cassetti rovesciati,


di ciò che non è mai stato riposto,


per quella nostalgia delle cose minuscole:


capelli di paglia strappati ai pensieri,


dimenticanze bianche, nuvole appese


all’incognita dell’ora, l’agonia dello sguardo


che segue il valore dell’odio,


quell’eterno abbandono che imbrunisce i giunchi


e un braccio che dorme sul ciglio della strada:


ho vissuto senza accorgermene


cercando un re colpevole di non esistere.

Opera di Antonella Losso






A mio figlio


Quando sentirai la pianura arida dentro di te,

metti ordine nelle tue terre, riempi 

le isole di fiori di campo, riprenditi 

la gioia prima che s’allarghi

lo spazio delle sartie afflosciate;


io, uccello senza ali, senza più colori,

ti farò il  verso dalla nebbia, figlio mio. 



Donatella Maino

Donatella Maino nasce a Pergine Valsugana, Trento, alla vigilia di un Natale del dopoguerra, da genitori relativamente maturi. Quando i suoi occhi si aprono al mondo vede solo rovine. Tutto il suo habitat è disgregato dalle bombe che hanno fatto di Trento, città di frontiera con presidio tedesco, luogo di tragici scontri con le forze alleate.

Trascorre l’infanzia e l’adolescenza nell’indigenza che poi canterà in un suo brano “Un mondo scomparso”.

In quinta elementare la maestra riconosce in lei l’attitudine a fantasticare con le parole attraverso una prosa dedicata a “X Agosto” di Giovanni Pascoli, poesia che stimola l’immaginazione dell’autrice, fino a farla diventare tutt’altro pur rimanendo nel contesto e nell’intento del Poeta. Dopo le elementari sarà “obbligata” a frequentare scuole ad indirizzo amministrativo dove, con grande fatica, otterrà il diploma di segretaria d’azienda. Le condizioni della famiglia non le permettono di andare oltre ma la sua grande passione per le materie letterarie la porteranno a frequentare assiduamente mercatini di libri che mai riusciranno a spegnere la sua sete per la lettura alla quale si abbevera quotidianamente in contrapposizione al desiderio dei genitori che la vorrebbero più attenta ai problemi famigliari dai quali rifugge incominciando a comporre brevi versi e considerazioni introspettive nelle quali realizza le sue prime utopie.

L’Italia stava risorgendo dalle ceneri, in pieno boom economico, Donatella Maino si scontra con il primo, vero grande dolore della sua vita. Il padre perde la vita in un incidente automobilistico, al quale, dopo un mese, farà seguito la dipartita della madre, malata di cancro.

Sarà l’inizio di un calvario, di un pellegrinaggio che la porterà a conoscere la fame e l’indifferenza dei suoi simili. Genova, dove vive la sorella della madre, con una nidiata di sette figli, è la prima tappa di accoglienza. In questa splendida città, Donatella, conosce il mare ed è amore, subito amore che la compenserà dai morsi della fame, inevitabili compagni di una quotidianità che divide una pagnotta di pane in dieci bocche da sfamare. Rimane quanto basta per capire che il peso della sua presenza incide notevolmente sulla famiglia. Ritorna a Trento ospite di un’altra zia che sta vivendo la realtà agghiacciante della malattia, in fase terminale, del marito. Rivive la perdita dei genitori da poco subita e conosce e s’aggrappa al ragazzo col quale, dopo un anno, si sposerà. L’anno precedente il matrimonio lo trascorre in casa del fratello, di quattordici anni maggiore di lei, sposato e completamente fuori da ogni problematica riguardante le necessità affettive della sorella. Donatella Maino si sposa in un giorno di maggio, splendente di bianco, bagnata di chicchi di lacrime per le assenze ingiustificate.

Da Parigi arrivano notizie delle prime manifestazioni di piazza, in Italia i giovani lavoratori e gli studenti rispondono con i tamburi, a Trento, la Facoltà di Sociologia viene occupata dagli studenti, è l’anno 1968. Indottrinata dal padre, attivista del Partito Comunista Italiano, quando la bianca Trento (Città dei Principi Vescovi e del primo Concilio Ecumenico) dichiarava che i comunisti mangiano i bambini, Donatella Maino svolta all’estrema sinistra, abbracciando l’idea del P.S I.U.P. (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) e, benché sposata con un uomo “incolore”, indossa un eskimo e sfila per le vie cittadine urlando gli slogan inneggianti al Che e alla rivoluzione che emancipavano la donna fino a scrivere sugli stendardi “l’utero è mio e me lo gestisco io”.
A Trento nascono le Brigate Rosse con a capo Renato Curcio che porteranno l’Italia a soccombere alle varie manifestazioni di terrorismo, non ultima l’uccisione dell’Onorevole Aldo Moro. In questa totale confusione di ideali esasperati, l’autrice scrive e legge qualsiasi cosa le capiti sotto mano, compreso il Libretto Rosso di Mao Tze Tung e aleggia sempre più nei suoi scritti l’utopia di un mondo veramente migliore. Nel suo incedere si ritrova ad aspettare un bambino, Luca che nascerà in un clima famigliare già minato dalle incomprensioni coniugali.
Accolto con grande amore, il figlio ridimensiona le velleità politiche di Donatella che l’avevano vista in piazza a schivare manganellate della polizia che caricava i dimostranti almeno due volte al giorno. Consapevole del suo ruolo di madre si dedica anima e corpo al piccolo essere che le sta cambiando la vita in positivo. Getta l’eskimo in soffitta e tenta di immergersi in una quotidianità appagante, è il periodo dell’amore filiale, di liriche che tutt’ora il figlio conserva come dimostrazione di una madre un po’ sopra le righe ma che elargiva a piene mani tutto l’amore di cui era capace.
Donatella Maino si separerà dal marito quando il figlio avrà circa una decina d’anni, vivrà di lui, solo di lui per molto tempo, lo accompagnerà al matrimonio col cuore spezzato ma convinta che abbia tutto il diritto a formarsi una famiglia.
Nel 1996 le viene riscontrato un cancro maligno per cui subirà l’intervento con conseguente mutilazione del seno ma con l’incoscienza o il coraggio che l’hanno accompagnata tutta la vita, rifiuta categoricamente la chemioterapia. Ripudiata, per l’accadimento, dal compagno di allora decide di chiudere anche la seconda esperienza affettiva.
Nel 1999 nasce il primo nipote, Riccardo, al quale si lega a doppio filo rivivendo la propria maternità. Nel 2005 un altro fiore, Simone, viene a far parte del giardino di questa donna che tanti semi ha sparso nel crudo terreno della vita.
Nel 2000 ritenta la sorte con l’uomo che crede di aver aspettato da sempre, l’incastro cosmico perfetto. Si risposa nel settembre del 2005.
Sempre nel 2005 (anno veramente proficuo…) pubblica la sua prima raccolta di poesie con la Casa Editrice Il Filo, titolandola: “Di rami e foglie”, quasi a perpetuarsi nelle stagioni, nei cicli della vita e nel 2006, in autoedizione con la Lulu.com americana, pubblica: “Il peso del cielo”. Il 18 luglio 2008, sempre in autoedizione con la Lulu, pubblica “Bianco crudo”, testimonianza di vero dolore subito nel 2007: perdita dell’unico fratello (ultimo membro della sua famiglia) perdita di Paolo, compagno di un lunghissimo pezzo di vita (18 anni di convivenza), grossa crisi di rapporto con il suo adorato figlio, a novembre, esattamente il giorno 3, subisce un infarto. Ora, Donatella Maino, impegna il suo tempo lavorando presso la Provincia Autonoma di Trento per il Servizio A.P.E. (Agenzia per l’Energia), per non perdere completamente il contatto con la realtà, dice lei… e nel tempo libero si dedica ancora alla scrittura… contando le pastiglie… tante, troppe…






















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Una sinfonia visiva – L’Arte di Luca Barlocci

  L’ArteCheMiPiace – Interviste


















Una sinfonia visiva

L’Arte di Luca Barlocci








di Giuseppina Irene Groccia |20|Agosto|2023|




La capacità di Luca Barlocci di combinare elementi in maniera equilibrata e bilanciata è evidente, poiché ogni combinazione fotografica sembra essere uno scorrere fluido di armoniose rievocazioni. 


Lontano da definizioni strettamente razionalistiche e concezioni intellettualistiche rigide della fotografia, Luca mira a catturare le sue visioni a partire da elementi reali. Si tratta di una connessione di figure, forme ed elementi che emergono come frammenti di immagini mentali e sensazioni che risiedono nella sua memoria, riuscendo a espandersi e trasformarsi nelle molteplici e infinite potenzialità delle sue variazioni, con l’intento di non porsi limiti nella ricerca e sublimare pienamente la sua creatività.


In un delicato equilibrio di reciproca influenza, egli propone un affascinante dualismo tra improvvisazione e studio dell’immagine. L’attento utilizzo della sua lente, lo porta ad assumere il ruolo di un osservatore acuto del mondo e dell’ambiente circostante, agendo come perlustratore e investigatore intuitivo. 


Come finestre sul tempo, le sue immagini svelano l’essenza di istanti fugaci, resi indelebili attraverso l’arte di congelare il destino in attimi eterni. È come una sinfonia visiva che si svolge davanti ai nostri occhi. I suoi elementi in una continua dicotomia di luci e ombre, in una combinazione mai semplicemente epidermica, trasmettono emozioni profonde e comunicano messaggi che sfidano qualsiasi semplice sguardo.


Tutte le sue fotografie trasudano di un afflato emotivo che, scorrendo tra forme talvolta contrastanti, cattura sentimenti profondi e rimane impresso nei cuori e nelle menti di chi le osserva.


Il suo recente progetto “Pictorialism” rappresenta un interessante tentativo di rievocare e reinterpretare il movimento artistico conosciuto come Pictorialismo, che ebbe origine nel 1885. Queste affascinanti immagini riflettono la volontà di richiamare una estetica avvincente e sperimentale, con l’obiettivo di integrarla nel contesto artistico contemporaneo. Ogni scatto si focalizza sull’interpretazione soggettiva e sulla creatività dell’artista, il quale continua ad esplorare le tecniche e gli stili del pictorialismo, sia per omaggiare il passato che per esplorare nuove possibilità creative nell’era digitale.


























Come hai scoperto la tua passione per la fotografia e cosa
ti ha spinto a diventare un 
fotografo?



Sinceramente è successo per puro caso, ho comprato la mia
prima macchina fotografica, 
una compatta Canon circa 10 anni fa, per il solo desiderio
di avere un archivio dei posti che 
visitavo nel tempo libero, principalmente musei, chiese,
borghi antichi di cui la mia regione 
è ricca. Questo dovuto alla mia passione e al fatto che
sono stato un restauratore e un 
venditore di antiquariato per più di 20 anni. Scattando poi
mi sono reso conto di quanto 
fosse magico quel piccolo oggetto e di quale possibilità
poteva dare ad una persona come 
me che ha sempre sentito il bisogno di esprimersi ma che
purtroppo non aveva nessun 
talento nel disegno. La passione poi è cresciuta
ulteriormente, la curiosità di scoprire quali 
fossero i limiti della fotografia e così da quel giorno non
ho più smesso.  




Il mondo della fotografia è vasto e variegato. Quali sono i
generi fotografici che ti 
affascinano di più e perché? 


Bella domanda. In realtà, a causa del mio carattere, amo
esplorare tutto, sono una 
persona estremamente curiosa. Non so dirti qual è il genere
fotografico che preferisco in 
quanto per me la fotografia non ha generi, anche se per
comodità e per distinguerli 
dobbiamo sicuramente dargli un qualche nome per meglio
identificarli. La fotografia è per 
me semplicemente un mondo e vorrei esplorarlo tutto, se il
tempo me lo concederà.  




Hai un fotografo o un’opera d’arte che ti ha
ispirato particolarmente nella tua carriera? In 
che modo ha influenzato il tuo lavoro?


Ce ne sono molti, a volte non nella loro totalità, magari
anche solo per una foto, ma penso 
che siano un pò il riflesso di quella che è la mia
formazione artistica, che è classica, dei 
miei sentimenti, dei miei sogni, della mia immaginazione,
alquanto fervida, delle mie 
speranze, dei miei canoni, di come vedo il mondo intorno a
me. 
Ci sono però due fotografi a cui voglio rendere omaggio e a
cui sono particolarmente 
affezionato, Mario Giacomelli e Masao Yamamoto.



Parlando di stili fotografici, c’è un particolare
approccio o estetica che preferisci nei tuoi 
scatti?


Sinceramente no. Per me la fotografia è un viaggio interiore, ho iniziato fotografando ciò che era di fronte a me, all’inizio mi piacevano molto i
paesaggi ma erano delle semplici 
cartoline, che si sono poi evolute nel tempo, ma non li ho
mai abbandonati. Ora ho una 
visone diversa di ciò che mi trovo di fronte, cerco, e non
sempre ci riesco, di portare alla 
luce qualcosa che non è molto visibile ad un primo sguardo.
Penso che la fotografia debba 
essere una cosa estremamente personale se si vuole elevarla
ad arte, quindi per farlo 
necessariamente deve essere riconoscibile tra le tante foto
che ci sono, e, cosa non meno 
importante, che il fotografo si debba in qualche modo
evolvere col tempo. Non riesco a 
definire artista qualcuno che impara delle tecniche, e
magari perchè arriva un pò di 
successo, continua ad esprimersi e a produrre sempre le
stesse cose. E’ un grosso limite 
della iper produzione di immagini che lasciano il tempo che
trovano. Quindi al di là delle 
tecniche che si usano a me interessa ciò che si vuole
esprimere.



Parlaci della tua passione per la fotografia in bianco e
nero. Qual è il fascino che questo 
stile ha su di te e come credi che influenzi il tuo lavoro?


Il colore che amo di più. Io vedo il bianco e nero prima che
vedere il colore ogni volta che 
fotografo. Un amore viscerale lo definirei, il più
accattivante dei colori, una magia.




Qual è la tua opinione sull’ importanza
dell’ attrezzatura fotografica rispetto alla creatività e 
alla visione personale? Puoi condividere con noi quali sono
i tuoi strumenti preferiti e quali 
considerazioni guidano la tua scelta?


A mio avviso non c’è nessuna correlazione tra l’attrezzatura
fotografica e il processo 
creativo. Tutto parte da ciò che si vuole trasferire su uno
o più scatti, che è quello che un 
fotografo ha nella sua testa. Va da sè che quello che conta
in realtà è la sensibilità del 
fotografo, la sua cultura, ciò che ama e odia, la sua
immaginazione, i suoi limiti, i desideri, 
la volontà di rappresentare un tema o semplicemente di
rappresentare la bellezza. La 
fotografia è uno strumento davvero potente, e bisognerebbe
stare attenti ad abusarne, 
come invece purtroppo vedo fare. Ma d’altronde viviamo in
una società consumistica e la 
fotografia ne è vittima come un pò tutto e tutti.



Spesso si dice che una buona fotografia parli da sola.
Tuttavia, la post-produzione è 
un’ importante fase del processo creativo. Come
bilanci la manipolazione digitale per 
ottenere l’ effetto desiderato senza perdere
l’ autenticità dell’ immagine?


Si, penso che una fotografia se buona debba dare degli
spunti per riflettere, o magari delle 
emozioni immediate o persino entrambe le cose. Tutto sta
nella sensibilità di chi guarda, 
osserva, scava. Non sono affatto contrario a sapere ciò
che il fotografo aveva in mente di 
esprimere con una determinata foto, ma allo stesso modo è
molto interessante conoscere il 
pensiero di chi si trova di fronte a quella immagine. Se una
fotografia crea questa 
interazione ha già raggiunto un grande obbiettivo. Per quanto riguarda la post-produzione ritengo sia un
giudizio molto personale, il senso 
estetico non è qualcosa di canonico, ognuno ha il suo. Chi
decide se una donna è poco o 
molto truccata? Qualcuno parla di buon gusto, ma ognuno ha
una sua sensibilità e 
percezione delle cose. Personalmente scelgo il vestito delle
mie fotografie a secondo del 
mio stato d’animo e di ciò che voglio rappresentare. Le
fotografie sono bellissime anche 
nude e crude .

 


Quali sono alcuni dei tuoi trucchi o tecniche preferite per
catturare emozioni autentiche nelle 
tue fotografie di ritratti? Come riesci a far emergere la
personalità dei tuoi soggetti?

 

Aspettare quello che secondo me è il momento giusto, aiutare
magari il soggetto ad 
esprimere qualcosa che sto cercando nel caso siano ritratti
a qualcuno che ha del tempo da 
dedicarmi, saper cogliere il momento se si tratta di
soggetti che ti trovi davanti, magari solo 
per qualche istante . Avere più tempo ovviamente permette di
stabilire un certo contatto 
con la persona da fotografare e questo permette anche di
vedere le sue espressioni, di poter 
capire meglio com’è e di poter in qualche modo scegliere
come fotografarla.

 


Come scegli le location da immortalare e quali elementi
cerchi di catturare nelle tue 
fotografie?


Mi fermo quando vedo qualcosa che cattura la mia attenzione,
mi siedo, cammino, vago in 
quel posto per cercare punti di vista diversi e cerco di
stabilire una connessione, è rarissimo 
che mi metta a scattare immediatamente quando la situazione
lo permette. 
Quando ti accorgi di una situazione o di una persona che
vuoi fotografare quanto conta 
l’improvvisazione e quanto, invece, lo
studio dell’immagine?

Molto conta saper improvvisare, non sai quanto tempo avrai a
disposizione, fortunatamente 
ho questa capacità, ma si può anche sviluppare con il tempo.
E’ fondamentale per un 
fotografo. Riuscire a capire e valutare quanto tempo avrai
a disposizione è altresì 
importante.





Qual è il progetto fotografico di cui sei particolarmente
orgoglioso?


Non ce n’è uno in particolare, per motivi diversi sono tutti
motivo di orgoglio, sono la mia 
storia, ed è questo che li rende tutti importanti perchè
sono il segno di un determinato 
periodo, allo stesso modo di singole fotografie che portano
con loro ricordi, storie ed 
emozioni.



Il tuo recente progetto dal titolo “Pictorialism” è un
chiaro omaggio alla radice artistica della fotografia. In questo articolo abbiamo scelto di presentare dieci opere che ne fanno parte. Ce ne parli un pò?!


Il mio bagaglio culturale personale, essendo stato venditore e restauratore di arte antica, mi ha naturalmente portato a contatto con questo tipo di fotografia e con il Movimento stesso in un processo inverso. Ho sentito il bisogno di produrre fotografie con un tratto artistico per poi prendere coscienza dell’ esistenza di una corrente fotografica che aveva già affrontato e cercato di avvicinare la fotografia alla nobile arte pittorica. Anche dal punto di vista tecnico sono state utilizzate tecniche diverse rispetto ai tratti tipici del Pittorialismo, anche grazie a moderne macchine fotografiche e nuovi software di post-produzione. Lunghe esposizioni, doppie esposizioni, tempi lunghi con movimento della fotocamera al momento dello scatto, uso di texture. Tutto questo si è concentrato su ciò che è più importante per me, la scelta dello scatto iniziale, destinato a stimolare l’ immaginazione, una riflessione, uno stato d’ animo e non solo lo stupore dell’ osservatore.



In che modo credi possa
arricchire la comprensione e l’interpretazione dell’arte fotografica nel
contesto attuale?

 

Attraverso l’adozione di tecniche e stili ispirati al
movimento pictorialista, intendo offrire una nuova prospettiva sulla
fotografia, stimolando una riflessione più profonda sul rapporto tra estetica,
emozione e narrativa visiva. 
Ritengo che questo possa offrire una mia personale prospettiva
estetica, permettendo di cogliere le radici dell’arte fotografica e di
confrontarle con le tendenze moderne. Credo possa in qualche modo promuovere
una riflessione approfondita sulla sua evoluzione e sull’interazione tra
passato e presente.

 


Con quali principali aspetti dell’estetica Pictorialista
cerchi di combinare il fascino del passato con il linguaggio visivo
contemporaneo?

 

Solitamente mi concentro sull’uso della luce, della
sfocatura e della texture per creare immagini che evocano un senso di emotività
e mistero. Amo osservare lo sguardo del fruitore andare verso la mia
narrazione, integrando sfumature e tonalità che richiamano un po’ le tecniche
pittoriche dell’epoca. Penso che questa fusione di elementi possa incontrare il
linguaggio contemporaneo creando connessione tra il precedente  e l’attuale.

 

 

Alla luce delle moderne tecnologie fotografiche e delle
tendenze artistiche contemporanee, quale messaggio speri di trasmettere?

 

Il mio intento è di evidenziare come l’evoluzione
tecnologica possa armoniosamente affiancare i principi artistici fondamentali,
offrendo nuove opportunità creative senza perdere di vista le radici storiche
dell’arte fotografica.



Per concludere parlaci dei tuoi obiettivi futuri come fotografo. Ci sono
progetti o sfide che hai in mente di 
affrontare?


Stampare il primo libro è l’obbiettivo più vicino, e viaggiare.










Contatti dell’artista


Email  lucabisbt@gmail.com

Facebook Luca Barlocci

Instagram Luca Barlocci Photographer 









Luca Barlocci è nato nel 1973 a San Benedetto del Tronto, in Italia.

Restauratore di oggetti d’antiquariato, continua l’attività di famiglia dopo aver terminato gli studi linguistici e sull’umanità.

Sempre innamorato dell’arte, soprattutto di quella antica, trascorre molto tempo, sin da quando era un ragazzino alla ricerca di piccoli tesori nascosti.

Fotografo autodidatta, nel 2011 scopre la sua passione per la fotografia che nel tempo diventa un grande amore.

Nel corso degli anni il tempo per lo studio e la ricerca fotografica  guadagna sempre più spazio e riempie le sue giornate di crescente dedizione, restituendo un prezioso senso di appartenenza ai propri luoghi e alla natura, ma anche nuova ispirazione in direzioni inattese e indagine fotografica di campi inesplorati.

Luca Barlocci ha individuato nel paesaggio una preziosa fonte di materiale vitale che attinge a ritrovare identità, a ricomporre il suo mondo interiore e a rivelare la pienezza, le sfumature e le preoccupazioni della fotografia.

Le sue immagini denotano il fascino che accompagna sempre e che l’autore riesce a trasmettere con l’arte attraverso un fascino di colore unico e la ricerca incessante della perfetta armonia.

Evidenziando l’attitudine a leggere i dati reali anche attraverso il riferimento simbolico e la rappresentazione astratta, l’autore ci mostra anche percorsi di ricerca più correlati all’inconscio. Alla rappresentazione di sé e della dualità interiore, dimostrandosi affascinato dal simbolismo, dalle evocazioni dei significati e dalle metafore, ma anche dal tratto umano, dai gesti, dai rituali quotidiani e dai segni del tempo sui volti delle persone.

La scelta del colore o del bianco e nero risponde sempre all’urgenza creativa della situazione. In un modo o nell’altro, la poesia di Luca Barlocci dimostra un presagio vitale di stimoli rigenerativi, un inno alla vita e un riferimento ai valori della terra e alla bellezza unica del paesaggio umano.

Nel corso degli anni ha partecipato a numerose mostre, Roma, Milano, Torino, Venezia, Petrovac, e ha collezionato numerosi premi e riconoscimenti.

Nel 2016 viene chiamato a diventare membro dell’agenzia GT Art photo agency di Milano, che annovera fotografi come Francesco Cito, reporter di guerra di fama internazionale, per poi trasferirsi definitivamente in Serbia.



















©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Sigfrido e la foglia di tiglio, Achille e il tallone, l’uovo — o la gallina —: Anna Cristino, la spatola vulnerabile e la sua Maternità.

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 










Sigfrido e la foglia di tiglio, Achille e il tallone, l’uovo — o la gallina —: Anna Cristino, la spatola
vulnerabile e la sua Maternità. 


di Maria Marchese |17|Agosto|2023|








— SHIIIINK — esplode la lama.

 

L’ho definita una spatola resiliente che salta, zampilla, si
contrae e, di colpo, si espande, ma anche vorace 
poiché ruba il colore acrilico — lo divora — e lo vomita,
immediatamente, sulle tele, con periziosa mano; la 
ritengo una spatola multiforme e versatile perché realizza
composizioni sempre diverse preservando una 
propria cifra esecutoria matura.

Una lama vivace e resultiva ha fenduto il fecondo e teso
ventre che ha partorito l’esagenesi “La rinascita”, 
mentre la spatola che concepisce l’opera “Maternità” è
vulnerabile.

— SHIIIINK — esplode la lama.

La Cristino vulnera la testa di questa madre con un taglio
netto: la maternità diventa allora come la foglia 
apostata che si posa sulla spalla di Sigfrido, la croce che ne
decreta la morte, oppure è quell’unica parte del 
corpo rimasta mortale — il tallone malandrino che ancora
oggi dà problemi — di Achille.




Ma la vulnerabilità è legata alla sensibilità e ad una certa
qual forma di intelligenza, così Anna Cristino la 
plasma in un amplesso ovoidale — marmoreo fuori e carnoso
dentro — in cui l’architettura ovale si ripete 
— le mammelle, il volto muliebre, la guancia del neonato, le
cosce e i polpacci… — in un intuitivo gioco 
speculare che suggella il senso di appartenenza, ma che
suggerisce anche il pensiero di una gestazione neo 
identitaria.

L’arte per la Cristino è transveberazione, l’arte della
Cristino è transveberazione: come un dardo, la sua 
spatola lacera, sia le carni che lo spirito, per togliere
l’eccesso e creare, ma il passo prima è quel dolore, 
tanto estatico come salvifico e irrinunciabile, quanto
l’amore per un figlio.

Il paradosso per antonomasia su cui anche i filosofi greci
come Aristotele o Plutarco hanno dibattuto — Ma 
è nato prima l’uovo o la gallina? — ha come risposta
plausibile l’uovo, e così il suo uso iconografico in tutte 
le culture — dal Giappone alla Polinesia, dal Perù
all’India, dall’Egitto alla Finlandia, dalla Cina all’Africa — è 
la rappresentazione del seme primordiale, da cui tutto ha
avuto inizio.

L’uovo di struzzo che scende dalla volta a forma di
conchiglia e come una perla rimane sospeso al di sopra 
del viso della Sacra Maria, nella Pala Montefeltro , del
Maestro Aretino Piero della Francesca , significa che 
la fede è superiore alla ragione — ratio/irrazionale 1 a 0,
come nella maternità di Anna Cristino —.



Quella stessa beatitudine sarà ricercata da alcuni dei
personaggi dipinti da Hieronymus Bosch, nel trittico “
Giardino delle delizie “ il guscio delle uova, in questo
caso, è rotto — non integro quindi, come la testa della 
maternità dell’artista barese — e gli esseri umani ci si
tuffano letteralmente agognando il ritorno ad uno 
stato di pace.

René Magritte, nell’opera “ La chiaroveggenza “, tramuta un
uovo — il modello — in un uccello con le ali 
spiegate — il modello sulla tela — frutto di un’evoluzione
immaginata e prevista dall’estro dell’artista, 
facendoci riflettere sul nostro modo di concepire la realtà,
spesso troppo ottuso, e su cosa voglia dire 
osservare con sguardo attento. Uova sode, sciolte, integre,
rotte, incrinate, all’occhio di bue… , insomma in 
tutte le salse, compaiono nelle opere di un altro grande
surrealista, Salvador Dalì ; per lui l’uovo assume 
un’importanza tale da adornarne i tetti del suo studio a
Port Lagat, paesino di pescatori sulla costa brava 
della Spagna, qui uova gigantesche si stagliano contro il
cielo simili a sentinelle della sua mente sfrenata.





Nella Metamorfosi di Narciso , del 1937, di forma ovale è la
testa del mito greco cui si contrappone la mano 
che regge un uovo da cui spunta un fiore di narciso. Nel
dipinto del ’48 “L’Aurora”, l’uovo è raffigurato con 
il rosso e vivo tuorlo, mentre l’albume diviene un fiume
solcato in barca dall’essere del futuro. Nella Venus 
Spatiale , l’uovo poggia in equilibrio sopra il pube in una
rappresentazione della fecondità senza tempo 
come allude la presenza di un orologio che ha perso la sua
funzione primaria essendo liquefatto.


Fertilità è anche il tema della scultura Concetto Spaziale –
Natura, del 1967, di Lucio Fontana, in ottone 
lucidato; in quest’opera, il maestro dei tagli si indaga
nelle tre dimensioni: una forma ovale primordiale 
solcata nella sua perfezione da due semplici segni esprime
una forza inaudita. Il divenire e mutare della 
materia e della sua “natura” e di tutte le percezioni
fisiche ad essa legate sono la perfetta rappresentazione 
del fluire della vita e del pensiero.

Chi, invece, distrugge qualcosa — il guscio — è Piero
Manzoni , in quello che è l’omaggio all’uovo tra i più 
particolari mai realizzati da un’artista: il 21 luglio 1960,
presso la galleria Azimuth, realizza la sua 
performance Consumazione dell’arte dinamica del pubblico
invitando i presenti a mangiare delle uova sode 
da lui cucinate e innalzate al grado di opera d’arte
riportando sul guscio l’impronta del suo pollice. L’artista 
consapevolmente invita alla distruzione della sua creazione,
a cibarsene, contribuendo così alla 
rigenerazione del corpo. Un’opera sicuramente ironica che
però riflette profondamente sul tema 
dell’eucaristia e della risurrezione.

Ci si domanda allora se quella parte indoma — tallone,
spalla, uovo o gallina —sia fragilità o, all’opposto, 
virtù?.

La Maternità di Anna Cristino, come l’uovo, contiene il caos
della vita: non è però liquido ma acrilico, 
immediato, immanente, concreto, polveroso, pullulante di
umori cromatici e valori emotivi.

Ricordo che al mattino, da piccola, mia nonna preparava un
uovo sbattuto con lo zucchero — è 
ricostituente diceva —.

La saggezza e la forza, insomma, sono legate a questa
piccola identità, capace forse di guarire e il tallone e 
la spalla.

 






Anna Cristino è protagonista della mostra itinerante
“Penelope et Mare Nostrum”, la cui prima tappa si è 
tenuta presso il Club Nautico Santa Pola, in Spagna, dal 10
Giugno al 10 Luglio 2023, la cui parte curatoriale 
è stata seguita dallo storico e critico d’arte Valeriano
Venneri e dalla poetessa, curatrice e critica d’arte 
comasca Maria Marchese.

Una seconda tappa la vede presente presso il Castello Rocca
Paolina, a Perugia, come una degli artisti 
rappresentanti per la Spagna, e terminerà con una terza
tappa al Museo del Mar di Santa Pola, tra fine 
settembre e Ottobre 2023.



































Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace 

Maria Marchese


Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


Clicca sull’immagine per leggere tutti gli articoli di Maria










©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.




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ContempoArte Selezione Settembre 2023

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Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera. Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
Questa nuova Edizione butta uno sguardo plurale, trasversale e intergenerazionale su una porzione affascinante del panorama artistico attuale. L’arte contemporanea è un territorio vasto e in continua evoluzione, in cui le diverse voci degli artisti si intrecciano, si sfidano e si ispirano reciprocamente. In questa raccolta si è scelto di presentare una serie di opere selezionate che hanno la potenzialità di spingere i confini della nostra comprensione artistica, a porci domande e a cercare connessioni tra le opere che vengono proposte. Come una finestra che si apre sul mondo interiore degli artisti, troviamo singole narrazioni, le quali consentono di percepire la loro passione, la loro riflessione e il loro impegno nel dare vita a opere che ci sfidano a pensare in modo nuovo e profondo.

 

Artisti presenti in questa Raccolta:


Willy Verginer, Gianluca Monacelli, Rosetta Agliardi, Katia Bonanno, Paolo Volpi, Lavinia Dianini, Elisabetta Maetzke, Eugenio Franzò, Patrizia Candiano Cirò, Marina Vitolo, Serena D’Onofrio, Giancarlo Siniscalchi, Ornella Imbrogno, Domenico Summa, Giuseppina Irene Groccia, Martina Cardia, Maximiliano Marconi, Sergio Catitti, Giuseppe Panza, Iolanda Morante, Ilaria Pisciottani, Floriana Avellino, Roberta Chiodi.

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TONIA ERBINO e il suo Campo Ottico Sospeso

 L’ArteCheMiPiace – Interviste



Foto: Claudia Del Giudice






TONIA ERBINO
e il suo Campo Ottico Sospeso











di Giuseppina Irene Groccia |04|Agosto|2023|



Tonia Erbino è un’artista straordinaria la cui pittura affascina per il suo stile unico e per la sua impostazione cromatica e strutturale. La capacità di combinare colori vibranti e una composizione ben definita, le permette di creare opere d’arte che catturano l’attenzione e stimolano l’immaginazione. Nelle sue pennellate i colori si fondono e si sovrappongono in modo inaspettato, creando un senso di equilibrio e armonia. Questa sua abilità aggiunge alle sue composizioni un senso di stabilità e forza, rendendo le sue opere visivamente accattivanti e compiute.


L’artista è affascinata dalle dinamiche e dalle emozioni che permeano le interazioni umane e cerca di catturare questi momenti fugaci attraverso la sua arte. I soggetti delle sue opere raccontano il quotidiano nel silenzioso scorrere del tempo.

Nei suoi dipinti, si possono trovare scene di vita quotidiana: persone in conversazione, momenti di intimità o anche soggetti solitari. 

Attraverso il suo “campo ottico sospeso” aggiunge un’atmosfera eterea alle sue opere, come se i soggetti fossero intrappolati in un momento senza tempo. Le figure appaiono separate dal contesto circostante, immerse in uno spazio indefinito che amplifica la loro presenza e importanza. 

Le sue stanze abitate da personaggi solitari richiamano all’arte di Edward Hopper, sia per il contesto che per le cromie raffinate, l’uso sofisticato della luce e del materico, nonché lo stile enigmatico e simbolico. 

Come Hopper, Tonia Erbino cattura momenti apparentemente ordinari della vita di tutti i giorni, utilizzando un’atmosfera particolare, spesso caratterizzata da una luce radente o un senso di quiete, per enfatizzare il significato emotivo dei suoi soggetti.


La sua pittura onirica, di matrice espressionista, si sviluppa su tele dallo spazio limitato, evocando scenari suggestivi che trasportano il fruitore in un universo artistico unico. Ogni opera sembra avere una narrazione propria, un messaggio o un’emozione da trasmettere attraverso uno stile capace di evocare percezioni e suscitare riflessioni intimiste. 

Ma è l’incisività dell’anima e dei sentimenti che si sprigiona da questi quadri che li rende ancora più speciali. L’artista riesce a trasmettere con forza le emozioni umane universali, invitando lo spettatore a riflettere sulle proprie esperienze e a connettersi con la profondità delle sensazioni rappresentate.

Attraverso una pittura figurativa molto originale, l’artista ci permette di compiere un viaggio emozionale che suscita un senso di empatia e di introspezione. Le sue opere invitano lo spettatore a immergersi in un mondo di profondità emotiva e a connettersi con la bellezza e la complessità dell’esperienza umana.







Conosciamola meglio attraverso questa intervista, che ci permetterà di scoprire il suo percorso artistico, le sue passioni e le sue prospettive future…



Quando hai intuito di avere una predisposizione artistica?

Credo di averlo sempre saputo; una sorta  di consapevolezza insita ed inconscia,
propria di chi sa di essere nato per svolgere un determinato compito ed
assolvere una determinata funzione.

 

▪️ Qual è stata la tua formazione
artistica?

Nell’ infanzia amavo i libri di favole illustrati, i libri
americani di modellismo sartoriale e le immagini evocative visibili nelle
cartoline illustrate.

Passavo ore a disegnare, ricopiando modelli o riproducendo
la realtà che mi circondava.

Iscrivermi al liceo artistico S.S. Apostoli di Napoli, dopo
la licenza media, è stata una scelta naturale come lo è stato proseguire gli
studi presso l’ Accademia di Belle Arti di Napoli, conseguendo il diploma di
laurea in Pittura.

Nel mio percorso di studi ho incontrato grandi maestri che
mi hanno spronato, offrendomi la possibilità di partecipare a diversi
eventi  formativi di natura artistica.

Ho sempre amato approfondire lo studio dei grandi maestri,
leggerne le biografie e, quando possibile, viaggiare per fruire le loro opere
da vicino nei grandi musei europei.



▪️ Come descriveresti il tuo stile
artistico?

Credo di essermi sempre orientata verso la rappresentazione
della figura umana, verso la resa di un mio personale universo familiare e
affettivo. Il risultato finale vira verso esiti al contempo mistici ed onirici.

Definirei pertanto il mio stile come una figurazione
intimista di natura mistica.




 

▪️ Quali sono i temi o le emozioni
che cerchi di esprimere attraverso le tue opere?

Il mio intento è quello di esprimere, mediante la pittura,
il mio universo interiore che difficilmente riuscirebbe a venire fuori o ad
essere raccontato in diverso modo.

Un canale preferenziale, la pittura, che mi consente di
narrare la mia interiorità .

 




▪️ Quali tecniche pittoriche
preferisci utilizzare e perché?

Ho sperimentato l’ uso di diverse tecniche pittoriche; da
diversi anni prediligo però la pittura ad olio perché mi consente di instaurare
un rapporto vivo e costante con l’ opera.

Tale tecnica mi rende possibile modellare, plasmare,
sfregare, scavare il colore; i tempi lunghi di asciugatura mi offrono la
possibilità di dialogare con l’ opera stessa, ritornando su essa a più riprese.

 



▪Come vedi il tuo lavoro in
relazione all’arte contemporanea e alle tendenze attuali?

Credo che la mia arte sia contemporanea poiché partendo da
un racconto personale apre le porte sull’ universo di un ‘ artista che vive il
tempo e lo spazio contemporaneo e che su di essi si interroga, provando a
rivolgere ad altri gli stessi interrogativi, provando a trovare una via da
percorrere, significativa di senso.

 


▪️ Puoi parlare di un progetto o di
un’opera in particolare che per te ha un significato speciale? Ci spieghi
perché?

In realtà i cicli pittorici che ho periodicamente
raffigurato hanno avuto tutti per me un significato speciale .

Tra questi, ” Rooms”, una serie pittorica
composta da diversi dipinti ad olio, presentato in una mostra personale alla
Galleria Sabato Angiero Arte, mi ha accompagnata durante i duri mesi della
pandemia e dei vari lockdown, consentendomi, attraverso l’ ideazione e l’
evoluzione del progetto di continuare a sentirmi viva, continuare a sperare.



 

▪️ Come gestisci il processo
creativo? Hai una routine o segui un flusso spontaneo?

Il processo creativo é strettamente connesso alla mia vita
quotidiana.

Avere lo studio annesso alla casa dove vivo mi consente di
lavorare mediante un flusso continuo ed interrotto che non é scandito da orari
precisi o da un precisa routine, ma é una propaggine del mio vivere quotidiano
.

 


▪️ Come scegli i colori e le composizioni
per le tue opere? C’è una strategia specifica dietro le tue scelte?

La mia vita é un’ opera aperta, un’ opera costante, nel
senso che le mie giornate, il mio
osservare quotidiano sono finalizzate alla realizzazione delle opere.
Osservando, studio tagli e colori, molto spesso disegno le scene che il mio
occhio ritaglia dall’ osservazione della realtà, altrettanto spesso le  fotografo.

 


▪️ Hai mai sperimentato nuove
tecniche o stili artistici? Qual è stata la tua esperienza con queste
sperimentazioni?

Il mio processo pittorico non è mai stato preceduto da un
programmatico uso di stili o tecniche. Più che altro assecondo l’ istinto e l’
esigenza espressiva del momento e se questo necessita di strumenti e medium mai
usati prima, non mi astengo da farlo.

Ogni opera, pertanto, mi offre la possibilitá di
intraprendere una nuova avventura.

 


▪️ Come è iniziata la tua carriera
di insegnante d’arte? Qual è stato il tuo percorso per diventare un educatore
artistico?

Al termine degli studi accademici ho superato, giovanissima,
nel 2000 un concorso che mi ha consentito dopo pochi anni di essere
chiamata, mediante la graduatoria di merito, ad insegnare arte  nella scuola pubblica italiana, in
particolare nelle secondarie di primo e secondo grado.

Ho conseguito, successivamente, per amore della formazione, diversi altri titoli professionali che mi hanno sempre più specializzata
nell’ ambito dell’ insegnamento dell’ arte.

 

▪️Come bilanci il tuo lavoro come
artista e come insegnante? In che modo queste due sfere si influenzano
reciprocamente nella tua pratica artistica e nel tuo insegnamento?

Sono due facce della stessa medaglia.

Insegnando trasmetto, approfondisco, studio.

La pratica artistica, poi, 
mi consente di non essere distante da ciò che veicolo, da ciò che
trasmetto, studio, approfondisco.

È un po’ come sapere di cosa si stia parlando perché si vive
sulla propria pelle.

 

▪️ Quali sono gli obiettivi che ti
sei premessa nel campo artistico per il tuo futuro?

In primis la sincerità espressiva, ovvero l’ essere
costantemente in contatto con la mia interioritá per cercare di fornire di essa
un racconto sincero, scevro da condizionamenti e mode del momento.

L’ altro obiettivo che mi pongo è la scelta di
collaborazioni vivificanti e positive che mi consentano di interagire con le
varie componenti che costellano il mondo dell’ arte, privilegiando quelle
basate sull’ onestà, la gratuità, la trasparenza.

















Tonia Erbino nasce a New York nel 1974. Fin
dall’infanzia la sua “vocazione” artistica si palesa in modo evidente. Si
diploma con ottimi voti al Liceo Artistico di Napoli e completa la sua
formazione artistica conseguendo il diploma di laurea all’Accademia di Belle
Arti di Napoli con il massimo dei voti (110 con Lode). 
Partecipa, fin da giovanissima, a numerose mostre
collettive a cui seguono nel tempo svariate mostre personali. Dal 2016 al 2020 le sue opere sono state
esposte in molti Musei e Gallerie d’Arte Contemporanea: Galleria Serio (Napoli);
Medì,
Organismo di mediazione
del’ODCEC (Napoli); Foyer del
PAN-palazzo delle arti (Napoli);
galleria
“Spazio n°7” (Caserta);
Contemporary Art Talent Show- Artegenova (Genova); Spazio Corrosivo (Caserta); “Premio
Cascella”,
(Chieti); palazzo Ferrari -Parabita (Lecce); Ad oggi la sua ricerca artistica continua,
ininterrotta ed incessante. 
Consegue master e corsi di perfezionamento in storia
dell’arte e in educazione artistica. 
Nel 2000 supera, con ottimi voti, il concorso
nazionale a cattedra per l’insegnamento dell’arte ed immagine e del disegno e
della storia dell’arte, materie che inizia ad insegnare dal 1998. 
Consegue, successivamente, l’abilitazione per
l’insegnamento delle discipline pittoriche negli istituti d’arte. 
Dal 2007 è chiamata ad insegnare a tempo indeterminato
la materia di arte ed immagine nella scuola secondaria di primo grado.














©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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ONDE D’AMORE… Un Mare di Poesia

  L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi 



ONDE D’AMORE… 
Un Mare di Poesia
di Giuseppina Irene Groccia |03|Agosto|2023|

In un’atmosfera carica di emozioni e ispirazione, si avvicina l’evento culturale “Onde d’amore… un mare di poesia“, promosso con passione dal Comune di Crosia attraverso l’Assessorato alla Cultura


Questo interessante evento prende vita grazie alla volontà e alla brillante dedizione di Giuseppe De Rosis, un fervente sostenitore della bellezza e dell’importanza della parola poetica,  e alla volontà di Paola Nigro nell’aver accolto questa brillante idea di divulgazione culturale.


In programma, per venerdì 11 Agosto 2023 presso l’Arena del Mare Promenade Centofontane di Mirto Crosia,  una serata indimenticabile interamente dedicata al tema dell’amore, dove le parole si fonderanno in un caleidoscopio di emozioni, attraverso letture di lettere, brani e poesie appassionatamente dedicati all’amore. 


L’attenta coordinazione e introduzione saranno curate da Iole Aragona, che guiderà il pubblico attraverso una serie di momenti di profonda riflessione e coinvolgimento.

Il pubblico sarà accolto dai saluti di Paola Nigro, Assessore alla  Cultura del Comune di Mirto Crosia, che sottolineerà l’importanza dell’unione tra le comunità nella promozione dell’arte e della cultura.


Gli spettatori avranno l’opportunità di ascoltare il Professore  Giuseppe De Rosis e il giornalista-sociologo Antonio Iapichino, che aggiungeranno interessanti approfondimenti e saggezza all’evento con le loro riflessioni. 

Le letture e le interpretazioni poetiche, coordinate con cura e ispirazione dal Professor De Rosis, saranno eseguite da selezionati lettori, scelti tra autori e appassionati della cultura letteraria.


Un ulteriore elemento di bellezza verrà aggiunto alla serata attraverso le opere di artisti locali.  Gli autori che arricchiranno la scenografia dei relatori con la loro espressione artistica sono Alfonso Caniglia, Sonia Quercia, Giuseppina Irene Groccia, Isabella Tucci, Immacolata Tucci e Michele Tucci.


E non è tutto: gli intermezzi musicali che doneranno un tocco di magia e atmosfera, saranno curati dal Maestro Gianfranco Ferrarese, che aggiungerà le giuste note di armonia al flusso delle emozioni.


Non perdete l’opportunità di partecipare a questa esperienza di profonda connessione dedicata alla poesia e all’arte.

























































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A Passo d’Arte – Sfilata di abiti in carta e plastica

 L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi 








A PASSO D’ARTE

SFILATA DI ABITI IN CARTA E PLASTICA 





L’Associazione Ruskia APS è lieta di annunciare,  dopo un periodo di riflessione e di riprogettazione, il ritorno delle proprie attività con l’evento “A passo d’Arte“, una straordinaria sfilata di abiti creati utilizzando materiali ecologici come carta e plastica. Le menti creative di Sonia Quercia e Veronica Martino, conosciute come SOEVE, hanno dato vita a una collezione unica che incarna l’arte e la sostenibilità.


Questo eccezionale evento, patrocinato dal Comune di Cariati, avrà luogo presso il prestigioso Mu.M.A.M Museo del Mare, dell’Agricoltura e delle Migrazioni, situato nel centro storico di Cariati nel settecentesco Palazzo Chiriàci.  Un connubio perfetto tra creatività e storia, che fornirà lo sfondo ideale per esibire opere d’arte indossabili che raccontano storie di trasformazione e innovazione.


Durante la serata, avremo il piacere di ascoltare le parole ispirate di Anila Dahriu, Giuseppina Irene Groccia e Pierluigi Rizzo, che condivideranno con il pubblico i loro versi e le loro prospettive poetiche, offrendo un’ulteriore dimensione di profondità e riflessione all’evento.


Inoltre, sarà possibile ammirare le straordinarie opere del Maestro Alfonso Caniglia, che saranno esposte per arricchire questa eccezionale serata.


Vi invitiamo calorosamente a partecipare a “A passo d’Arte“, un evento che celebra la creatività, la sostenibilità e l’espressione artistica in forme nuove ed emozionanti.









































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 







La sezione Segnalazione Eventi propone informazioni su manifestazioni dedicate ad arte e cultura. Gli interessati alla pubblicazione degli eventi culturali in questa sezione, potranno inviare relativo comunicato stampa, locandina e altro materiale informativo alla seguente email: gigroart23@gmail.com

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