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Febbraio 2022

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Villa Bertelli ospita WOW, Collettiva d’arte a cura di Alessio Musella

 L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi Espositivi


WOW

Collettiva d’arte nella Sala Treccani di Villa Bertelli 

a Forte dei Marmi


di Redazione 16|Febbraio|2022


Concentrata e insolita esposizione nella sala Treccani, dove da lunedì 21 febbraio  sarà aperta WOW, una collettiva d’arte, a cura di Alessio Musella Editore dell’Art Magazine www.exiturbanmagazine.it e Direttore del Blog www.artandinvestments.com. Numerosi gli artisti che hanno aderito all’iniziativa: Blub l’arte sa nuotareSandra MenoiaMario VespasianiTiziana StoccoMauro MoriconiAnna NazarovaSilver PlachesiGianna AmendolaAndrea GriecoEugenio RattàBianca BeghinEnrico Cecotto e Dropsy.

La parola WOW – spiega Musella – null’altro è se non l’espressione di stupore più comune di fronte a qualcosa che colpisce. 

Quando, davanti ad un’opera d’arte, la ragione lascia il posto a emozioni e reagisce di cuore e di pancia.

Per questa performance abbiamo scelto artisti capaci di dialogare con i colori forti, dato che da sempre il colore è l’elemento visivo più facilmente assimilabile, richiama forme e parole e permette di stimolare il ricordo. 

Alcuni di loro hanno voluto rendere omaggio alla pop art. 

L’obiettivo è quello di regalare un’esperienza piacevole da far vivere ai visitatori, conclude il curatore.

La mostra sarà visitabile al seguente orario: dal Lunedi al Giovedi previo appuntamento dalle 10:00 alle 12:15 e dalle 15:00 alle 19:00 prenotando al numero 0584 787251.

Partner

Exit Urban Magazine , Spazio SV – Centro espositivo San Vidal Venezia, Art & Investments , Villa BertelliSC Web AgencyArt & Shop



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Pauline Ohrel Scultura sensibile

 L’ArteCheMiPiace – My Favourites 

Pauline Ohrel  Scultura sensibile su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia


Pauline Ohrel
Scultura sensibile 




di Giuseppina Irene Groccia |14|Febbraio|2022|



Pauline Ohrel vive e lavora a Parigi. Ha studiato Giurisprudenza a Parigi e Londra e ha lavorato come avvocato per undici anni, parallelamente alla sua attività artistica. 

Nel 2002 sente di essere più attratta dalla sua vocazione artistica e decide così di dedicarsi interamente alla sua arte e più specificatamente al suo interesse per la scultura.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia




















Scultrice del sensibile, Pauline Ohrel cerca di catturare equilibri instabili e momenti temporanei. 

Modella terra, gesso, legno, metallo, filo, rete metallica: tutto ciò che può essere trasfigurato e nobilitato.



Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Avendo lavorato con successo per diversi anni con materiali classici come bronzo, pietra e legno, si è orientata in seguito per alcuni anni sul lavoro con la rete metallica, dove conferisce a questo materiale una stupefacente nobiltà.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
La proiezione nello spazio di forme che sembrano in movimento, i giochi di inversione di prospettiva e di anamorfosi offerti dalla trasparenza della materia, ci portano a un equilibrio unico tra volume e leggerezza, trasparenza e consistenza, figurazione ed evocazione. 


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Pauline lavora con fili e reti metalliche, una tecnica che ha appreso nella bottega di Dino Quartana a Parigi. Il filo gli permette di disegnare in tre dimensioni, dando anima ad intuizioni, attraverso tensioni e movimenti, rilasciati su forme di intrecci metallici.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia





I suoi personaggi assumono sempre la loro forza da emozioni e sentimenti in un movimento verticale, metafisico, nutrito di pura energia. Il suo universo è popolato da solitari funamboli.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Le sue eleganti sagome snelle, bambine diafane, pellegrini emaciati o funamboli… esplorano i confini tra due sentimenti: presenza e assenza, serenità e disperazione, interiorità e isolamento, solitudine e alterità, partenza e abbandono… Ci permette così di esplorare diverse rappresentazioni di umanità e, perché no, di andare oltre la nostra percezione del mondo. La sua scultura coglie la caducità degli atteggiamenti, la fragilità del momento in cui il corpo supera se stesso e diventa grazia.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Pauline Ohrel è spinta a scolpire, trasfigurare e nobilitare ogni materiale con cui lavora. I suoi personaggi seguono la forza delle sue emozioni e dei suoi sentimenti alimentati costantemente da pura energia. È la scultrice della sensibilità. La scultura è per lei “un’avventura rinnovata quotidianamente, fonte di emozioni sensuali, estetiche e intellettuali”.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Le silhouette eleganti e le forme espressive di Pauline Ohrel non sono tutte esplicitamente figurative, eppure trovano comunque la loro forza nelle emozioni, nei sentimenti e nelle posture umane alimentate da pura energia. 

Il lavoro di Pauline Ohrel è moderno, ma non sacrifica nulla per il bene della modernità esso è più interessato al cuore che al cervello.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Le sue opere sono corpi raffinati che svettano, si ergono verso la luce. I loro movimenti interrogano e le loro membra modellate dall’ascesi esprimono una specie di vigilanza, una dignità invincibile.


Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia





L’autrice coreografa i suoi lavori tanto quanto li modella. Ama scolpire sagome più leggere dell’aria, in perenne assenza di gravità. Intrecci che alleggeriscono lo spettacolo della vita, che tolgono i suoi mali, che la sollevano dalla sua pesantezza. 



Scultrice di sentimenti, le sue sono opere che si aprono all’immaginazione dello spettatore perché a Pauline non piace la scultura che rende già visibile tutto ciò che può essere intravisto o immaginato, troppo ovvio, lei si lascia guidare dall’attrazione della materia, dei volumi e delle forme. Per elevarsi meglio verso la trascendenza.






Pauline Ohrel  Scultura sensibile Su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

“RÉVÉLATIONS” DE PAULINE OHREL

Contatti dell’artista 

Web Site Pauline Ohrel







 




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Andy Warhol – Flowers –

 L’ArteCheMiPiace – Cappuccio e Brioche con…







Andy Warhol – Flowers

di Alessio Musella  |12|Febbraio|2022|





Realizzate nel 1964 in versione Pop Art, Flowers sono tra i lavori più riconosciuti dell’artista.

Furono create dall’artista ed esibite per la prima volta alla Leo Castelli Gallery riscuotendo un grande successo.




Andy Warhol si è ispirato ai fiori d’Ibisco in Flowers  trasformando di fatto  per la prima volta la natura in protagonista.

 

Per realizzare queste opere l’Artista ha unito tecniche impressioniste ed astratte dando vita ad immagini inedite, decisamente distanti dalle precedenti.




Sono state create  in diverse misure, la più grande arriva ai 2,5 metri per lato.

La serie dei Flowers è l’ultima in cui Warhol ha utilizzato la tecnica della pittura. 

L’idea di questa scelta legata alla natura gli fu suggerita dall’amico ed allora curatore del Metropolitan Museum of Art, Henry Geldzahler

Notando quanti quadri di Marilyn fossero presenti nella Factory  insieme a rappresentazioni di morte e disastri, suggerì a Andy di cambiare soggetto, guardandosi intorno venne attirato da una rivista con dei Fiori d’Ibisco in copertina intitolata Modern Photograpgy di Patricia Caulfield e propose ad Andy Warhol di prendere spunto da quella foto.

All’ interno della rivista era dedicato un articolo ad un nuovo sistema di elaborazione del colore Kodak che incuriosì molto l’artista, che vide una forte somiglianza con la Serigrafia, decise  quindi  di appropriarsi dello scatto fotografico per poi rielaborarlo per creare la sua nuova opera.

Andy  dopo aver ritagliato  l’immagine gli diede una forma quadrata.

Appiattì le forme ed i colori, aumentò il contrasto rendendo i fiori d’Ibisco praticamente irriconoscibili.

Infine utilizzò  una pittura astratta ed a tratti impressionista dando origine ad uno dei suoi lavori più famosi.


In pratica I Fiori di Warhol possono essere considerati la sua versione della raffigurazione di natura morta.

I flowers sono stati anche motivo di problematiche legali per Warhol.

La foto che scelse per dare vita alla serie era stata scattata da Patricia Caulfield, direttrice esecutiva della rivista Modern Photography, la quale nel 1966  intraprese un’azione legale contro Warhol per l’appropriazione dell’immagine.

Dopo un lungo caso giudiziario arrivarono ad un accordo.

Due delle Opere di Andy Warhol Flowers vennero cedute alla fotografa, oltre ad una percentuale dei guadagni derivati da questa serie.



 

Dopo questo fatto  Warhol decise di utilizzare solo suoi scatti da trasformare  in Opere Pop.









Alessio Musella

Negli anni 90 sono stato impegnato come progettista in Medio Oriente, dove per quasi 10 anni ho fatto la spola tra Arabia Saudita Stati Uniti ed Europa, in ogni mio progetto, già all’epoca, appena possibile inserivo un’opera d’arte. 

Decido di ampliare il raggio d’azione occupandomi di analisi territoriali e comunicazione per affiancare le aziende che richiedevano di entrare in nuovi mercati esteri. Da sempre ho una passione per l’arte e la fotografia, fin dal Liceo Classico quelle due ore alla settimana dedicate alla storia dell’arte, un po’ di ricerca personale, e successivamente la Facoltà di Architettura mi hanno sempre spinto verso questo mondo. 

Oggi sono un consulente di marketing strategico per le aziende, redattore per diverse riviste,  Editore del Magazine  www.exiturbanmagazine.it e Direttore del Blog www.artandinvestments.com, dove parliamo di Arte, Fotografia e Musica, creati rispettivamente nel 2019 e nel 2020.



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dõmna Contemporary ArtExhibition a cura di eXclusive_collezioni d’arte contemporanea

   L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi Espositivi

dõmna  Contemporary ArtExhibition a cura di eXclusive_collezioni d’arte contemporanea







dõmna

Contemporary Art



di Redazione 11|Febbraio|2022




Per indagare e omaggiare il variegato e complesso universo delle donne attraverso l’arte.
Per capire come gli uomini le sognano e per comprendere, invece, come vorrebbero essere viste e vissute.
Per conoscere cosa le appassiona, le inquieta, le motiva.”


Dŏmna è un’esposizione annuale d’arte dedicata al mondo della donna, organizzata dall’Associazione “eXclusive_collezioni d’arte contemporanea”, con sede legale ed espositiva a Teano (CE), tenutasi, nella sua edizione d’anteprima, presso lo storico “quartiere militare borbonico” di Casagiove nel 2019 e poi sospesa per due anni a causa della pandemia.

La seconda edizione si terrà sempre nella stessa prestigiosa location, dal 5 al 21 marzo 2022, e sarà arricchita da incontri e spettacoli teatrali.

dõmna  Contemporary ArtExhibition a cura di eXclusive_collezioni d’arte contemporanea

Gli spettacoli, in particolar modo, rientreranno nella rassegna artistica “ripARTIre“, a cura di Enzo Russo dell’Associazione artistica “30Allora”, e prevedono l’esibizione di Marco Mantovanelli il 6 Marzo, di Nunzia Schiano il 13 Marzo e di Annalisa Brignola il 20 Marzo.

Si spazierà, quindi, dalle arti visive a contesti multidisciplinari, cercando di indagare la donna nella sua complessità ed omaggiarla attraverso estetiche diversificate.

La comunicazione nel settore dell’arte contemporanea è gestita dall’Osservatorio Artistico, con il concept della mostra di Paolo Feroce, responsabile delle collezioni del Museo d’arte e design PAM.

dõmna  Contemporary ArtExhibition a cura di eXclusive_collezioni d’arte contemporanea

A collaborare all’esposizione il dottor Luigi Mazzardo di Torino, Laura Ferrante e Giovanni Crisci di Caserta.

L’inaugurazione si terrà sabato, 5 marzo, alle 18:00 con il benvenuto ai visitatori del Sindaco della Città di Casagiove, dr. Giuseppe Vozza, del Consigliere delegato alla cultura Gennaro Caiazza e del Consigliere delegato agli eventi Pietro Menditto.

Alla mostra esporranno artisti da tutta Italia, quali:

Alessandra Angelini, Margherita Argentiero, Vittoria Giobbo, Roberta Janes, Tina Pedrazzini, Cristina Taiana, Veronica Longo, Luigi Cennamo Sbarra, Andrea Vogler, Diego Valentinuzzi, Maria Rosanna Cafolla, Miriam Ravasio, Paola Bona, Giuseppina Irene Groccia, Luisa Russo, Cristina Iotti e Francesco Zefferino.



Info: domnaeventi@gmail.com

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“IEROSNIA” : L’EROTISMO TRA IRONIA E ARTE

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte




I EROS NIA 


 L’EROTISMO TRA IRONIA E ARTE




di Maria Marchese  |11|Febbraio|2022|





“Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco.“ 


Gabriele d’Annunzio



Gianfranco Prillo disvela l’infinita tela: la lascia libera sicché, tra le naturali trame, appaiano le sue espressioni. 

L’autore policorese coglie quindi i millesimati istanti di quest’ultima: gesti, risa, ammiccamenti, intercalare… 

Ne subisce, indi, la fascinazione, per poi ricercare un personale attimo estatico, tra segno, colore e forma. 


L’artista inizia un intuitivo gioco seduttivo con le verità inespresse, abbracciate tra i sottili intrecci: col ciglio ama le pieghe, e la mano e le setole del pennello, poi, si avvicendano, per figurare la narrazione artistica.

Gianfranco Prillo pronunzia concretamente la parola κ λείπειν”(ek leipein),  tra le pienezze estetiche della composizione: la metafora rappresenta dall’eclissi suggella, infatti, il ricongiungimento tra l’astro solare e la nottivaga luna. 





Separati da un necessario compito, essi si amano in un celato attimo: laddove l’occhio umano non può appropriarsi dell’evidenza, si consuma una poetica e romantica fiamma. 

Il pittore, legato a questo favolato aspetto, alleggerisce la significanza di quegli incontri, intessendoli di squillanti, e, a tratti, eccessive, note tonali, di fattezze proteste al limite della realtà fumettistica, perché possano parlare, con levità, del suolo amoroso e erotico, allontanando, però, la grevità del giudizio. La veridicità del pigmento acrilico ne testimonia l’immediatezza. 

I protagonisti appaiono come vivaci presenze, attori veri, i cuilineamenti distorcono ironicamente l’aspetto della quotidianità di un palcoscenico umano troppo spesso offeso dal qualunquismo. 





Gianfranco Prillo li assolve dalla schiavitù della perfezione e del socialmente accettabile, per evocare una re-ligo familiare e altresì fiabesca, che nasce da un inconscio bambino. 

Le opere si manifestano come arlecchine storie, in cui l’incoscienza adolescenziale e altresì la profondità del pensiero adulto si fondono, sublimate nello spazio alternativo di una moderna “Sherazade”  : una “vicenda” si distingue dall’altra, pregna di fantasia e intuizione, regalando una salvifica via di fuga rispetto alla banalità. 





“Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni altro amore, ad ogni altro dolore, ad ogni altro sogno, per sempre, per sempre… “

Gianfranco Prillo ritaglia, dal lungo tessuto esperienziale e materico, quei particolari episodi, che rappresentano un voltafaccia alle acredini e alle asprezze, arrivando a preservareuna spontaneità indispensabile: lo fa in maniera scanzonata, peculiare e vincente. 







Contatti dell’artista 


Facebook Gianfranco Prillo

Instagram gianfrancoprillo
























 Maria Marchese

Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


Clicca sull’immagine per leggere tutti gli articoli di Maria



©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.




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Alana Dee Haynes – La Fotografia illustrata

 L’ArteCheMiPiace – My Favourites 

Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata
Alana Dee Haynes



di Giuseppina Irene Groccia |10|Febbraio|2022|




La Fotografia illustrata


Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata

Alana Dee Haynes, nata nel 1992 a New York, è un’artista visiva e multimediale che attualmente vive e lavora a New York City. Formatasi come fotografa al Fashion Institute of Technology di New York, ha proseguito e coltivato il proprio percorso artistico studiando anche incisione e scultura.


Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata


Confondendo il confine tra fotografia e illustrazione, l’artista con sede a Brooklyn incide intricati disegni grafici su foto tratte dalle riviste di moda. Adorna i suoi soggetti con scarabocchi barocchi, alcuni imitando vene e muscolatura, altri disegnando tatuaggi sul corpo come una seconda pelle. Il risultato è sensuale, affascinante ed etereo, le incisioni a inchiostro lasciano tracce di un suo personale tocco artistico sull’immagine.

Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata


Alana utilizza spesso immagini di altri artisti, selezionate attraverso le diverse collaborazioni con numerosi fotografi di moda.

Negli ultimi anni, si è spinta a sperimentare e trovare un suo personale stile artistico. Ne sono scaturiti immagini stimolanti e squisite che propongono corpi meravigliosamente ricamati finalizzati a comporre deliziosi ritratti illustrati.






Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata

Nei suoi lavori ritroviamo spesso un processo meditativo di creazione composto da segni e tratti ripetitivi, la Haynes sovrappone schemi e reticoli complessi sulle foto accuratamente selezionate; sono tratti ricchi di vorticose reti, di linee e motivi, tutti disegnati a mano. 

Attraverso la sua deliberata stratificazione e l’audace combinazione di tecniche, ogni opera diventa una documentazione archeologica dell’esperienza creativa dell’artista.






Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata

Alana vede schemi ovunque e con la sua Micro Pen aiuta anche noi a vederli. Seguendo il flusso delle fotografie, disegna motivi ad alto contrasto che creano composizioni misteriose e seducenti. Con la sua tecnica migliora l’esperienza visiva ed emotiva della fotografia, rivelando qualcosa che sembra essere celato all’interno di esse.






Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata

Non possiamo chiamarlo un atto di graffiti, ma piuttosto una esplorazione  di ciò che si cela sotto la superficie di un’immagine, Alana ne scopre il significato e ci riporta un racconto fatto di moda, arte, iscrizione simbolica e dei suoi sogni intrisi di vita e scarabocchi.

Attingendo alle fotografie – sue o di altri – l’artista riesce a rivelare strati che non avremmo mai pensato ci fossero in uno sguardo primordiale.




Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata

Riempiendo gli spazi negativi con una penna, l’immagine si evolve in qualcosa di completamente nuovo, Alana riesce così a trasformare le fotografie in un’arte tutta sua.






Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata













Al centro del lavoro della Haynes c’è il desiderio di portare lo spettatore nel suo mondo e mostrargli il modo in cui recepisce ogni stimolo visivo.

E se facciamo attenzione e apriamo gli occhi sulle sue visioni, riusciamo a trovare infiniti mondi reali e immaginari ancora da scoprire.



Alana Dee Haynes - La Fotografia illustrata
















“Quando vedo un’immissione, ho una reazione immediata ad essa; Vedo la mia stessa immagine su di essa; e poi comincio a disegnare, creando ciò che ho visto nella mia mente e allo stesso tempo prendendo decisioni spontanee costanti man mano che il pezzo evolve”
























Contatti dell’artista 


Email alana.haynes@gmail.com

Instagram alanadeehaynes









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ContempoArte Magazíne

ContempoArte – Selezione 02-22

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La Rubrica ContempoArte presenta la rinnovata raccolta di opere, selezionate tra tutte quelle pubblicate su Facebook, Instagram e Pinterest, accompagnate dall’hashtag #Lartechemipiacecontest
Questa nuova raccolta abbraccia tanti piccoli straordinari racconti, schegge di creatività che affascinano e sorprendono.
Sono opere, la cui analisi offre uno sguardo ravvicinato al variegato insieme di idee, stili, materiali e tecniche riguardanti l’operato dei diversi artisti selezionati.
Ognuno nella sua  disciplina artistica propone opere di diverso tipo, per ciascuna delle quali vi è un’analisi di composizione, stile, tecnica e concezione artistica, così da poter portare il lettore ad immaginare, percepire e contemplare il grande fascino dell’arte contemporanea nella sua espressione più nobile.

 


Artisti di questa raccolta:


Pita Nketiah, Jens Schaefer, Yajaira Pirela, Stefano Sommariva, Amedeo Burgio, Fabio Costa, Lut Moerenhout, blacknwhite_e_secret, Antonello Ferrara, Roberto Vigasio, Antonella Mangano, Uta Polster, Mimmo Summa, Inge Schutteman-Kalee, Wybe Hietbrink, Deepak, Daniele Cabri, Olga Niki, Iogà Aurora, Laeradelmediocre, Daniele Ciranna, Andrea Marco Ghia.

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ROBERTO VIGASIO – L’autoritratto come poetica emotiva, oltre che come tecnica.

  L’ArteCheMiPiace – Interviste

Intervista a Roberto Vigasio













L’autoritratto come poetica emotiva, oltre che come
tecnica.

di Giuseppina Irene Groccia |02|Febbraio|2022|




È una analisi introspettiva carica di significati quella che
ci presenta Roberto Vigasio attraverso questo ambizioso progetto fotografico
denominato “selfportraitproject365”  e
portato a termine nel mese scorso.

L’artista ripercorre per immagini una storia lunga 365
giorni, mettendo in pratica la modalità dell’autorappresentazione attraverso la
fotografia.

Negli scatti di Roberto, le immagini ripercorrono  in maniera originale quella che è la sua
mission introspettiva.

Lautoritratto diventa mediatore di comunicazione del sé, le sue frammentazioni ed emozioni lo rendono un efficace mezzo di
autoriflessione che aiuta ad acquisire maggiore consapevolezza e accettazione
di se stessi.

 

Nelle molteplici espressioni che l’artista esplora
giornalmente, possiamo cogliere ogni contrazione muscolare, ogni impercettibile
deformazione del volto e alterazione posturale del corpo.

Roberto esplora le sue infinite emozioni “dipingendole” sul
suo viso, esasperandole spesso anche in smorfie grottesche e liberatorie.

Sono
atti di creatività che mette in scena, esclusivamente
per la sua fotocamera, che consegna abilmente alla sensibilità dell
osservatore
e alla sua capacità interpretativa.

 

Egli riesce così a proporci una continuità incessante di
rivelazioni, un’opera fatta di mutazioni e transitorietà, dove il concetto “tempo” diventa intima riflessione, 
confluendo infine in una narrazione nitida e impalpabile che ne
sublima l’essenza
.

 

Roberto affida alla fotografia il compito di raccontare la sua identità di artista scegliendo questa espressione artistica  come mezzo per esprimere al meglio la
sua esistenza interiore.

La sua è una lunga narrazione per immagini rappresentata con interessanti autoritratti; scatti estemporanei che vogliono raccontarci
qualcosa assumendo l’aspetto di “momenti” capaci di impressionare in un istante.

 

Sono istantanee con le quali riesce a maturare la concezione
di se stesso come artista. Metodo con cui scava nelle profondità dell’animo
umano, in primis il suo, formulando una analisi che gli permette di andare
oltre la pura rappresentazione, rendendolo capace di arrivare al concetto più
esistenziale di una tecnica ritrattistica.

 

Il corpo, non più soggetto ma linguaggio, si lascia guidare dalle intime sensazioni quotidiane; egli sfrutta la performance e il trasformismo scenico con posture, smorfie ed
emozioni per produrre un racconto che sa parlarci di esperienze e turbamenti  dell’animo umano.

 

“selfportraitproject365” vuole documentare la
sperimentazione, la narrazione ma anche la ricerca della propria identità
d’artista che si impone nella società odierna come testimonianza di
malessere ma anche come possibile rappresentazione di rivalsa e di salvezza.

 

Questo racconto lascia aperte molte strade interpretative,
la sua strutturazione e il suo procedimento forniscono una sensibile linearità in grado
di avviare sviluppi meditativi che permettono di esplorare le immense e
affascinanti dimensioni della fotografia come introspezione personale, oppure come
straordinario strumento di espressione capace di indirizzarci verso nuovi e variegati sentieri narrativi.

Intervista a Roberto Vigasio




▪️ Ciao Roberto, innanzitutto vorrei chiederti di raccontarci di te e di
come si è caratterizzata la tua formazione artistica

Mi chiamo Roberto Vigasio sono nato a Brescia il 2 novembre
del 1973 e come dico di solito, io non sono stato concepito ma sono stato
sviluppato poiché i miei nonni erano fotografi e mio papà ha fatto il
fotografo.

L’attività di famiglia inizia nel 1942 quando mio
nonno Bruno rileva un’attività di un
altro fotografo bresciano che si occupava principalmente di scattare le
fototessere.

Negli anni 40 fare una fototessera non era un
processo semplice come oggi
, c’erano macchine enormi in legno con delle lastre di vetro
delicate e difficilissime da preparare, bisognava essere anche chimici ed
alchimisti oltre che fotografi. Tutta la procedura era complicata compreso lo
sviluppo e la stampa. Le lastre e le
fotografie spesso venivano ritoccate a mano per correggere difetti o
imperfezioni di lavorazione e mia nonna Giulia aveva imparato a fare anche
quello.

Sin da piccolo ho vissuto tra i chimici dello sviluppo, fissaggio e stampa, prima del bianco e nero e poi del colore. Sono sempre stato affascinato
da questo mondo.

Mio papà mi ha sempre mostrato il suo lavoro, ma inizialmente ha preferito
tenermi lontano in quanto diceva che con la fotografia non si mangiava, ma sia
io che mio fratello abbiamo collaborato con lui fino al 2013. 
Ho così avuto la possibilità di seguire la
trasformazione della fotografia dal bianco e nero fino al digitale testando le
attrezzature. La mia formazione artistica è avvenuta in silenzio e tra le mura
di casa. Non ho mai avuto il coraggio e la forza di mostrare i miei lavori fino
a pochi anni fa


Intervista a Roberto Vigasio


▪️ In che modo l’arte fotografica ti si è presentata?

L’arte fotografica e la passione per la stessa è avvenuta
guardando le fotografie negli archivi di famiglia, principalmente di lastre
fotografiche di ritratti. Poi nel tempo ho seguito i clienti e gli amici nei
loro percorsi artistici.

La
mia prima macchina fotografica è stata
una Polaroid usata e non del tutto funzionante. Ai tempi, più di oggi, il costo della pellicola era
molto alto e i miei genitori non potevano permetterselo pertanto le pellicole
praticamente non le ho mai viste.  Su
1000 fotografie scattate solo poche decine si erano impresse sulla pellicola,
le altre erano solo nella mia testa.

A 10 anni ho impugnato la mia prima reflex, è stata una
Miranda con un’ottica 50 mm che mia mamma mi aveva prestato con titubanza.
Insieme a quella fotocamera ed alcune indicazioni rubate a papà ho incominciato
a scattare le mie prime fotografie in 35mm. Anche in questo caso all’inizio
tantissimi scatti erano a vuoto, non c’era quasi mai il rullino.

Due
anni dopo, durante le  scuole
medie il professore di tecnica, super appassionato di fotografia, allestì all’interno della scuola una camera
oscura: da quel momento ebbi modo  di
avvicinarmi alla sviluppo e alla stampa della
pellicola bianco e nero.

Oggi
ricordo come se fosse ieri l’emozione e la magia del vedere l
immagine
fiorire dalla carta bianca nella vaschetta della sviluppo. Una sensazione
incredibile a cui tutti dovrebbero assistere perché è un piccolo
miracolo.

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Quali sono stati i momenti salienti del tuo percorso?

Dal
momento citato sopra è iniziata
la mia formazione scolastica nel mondo fotografico. Una vera fortuna quel
professore, mi ha insegnato tantissimo: lo sviluppo della pellicola, l
uso
dei chimici, timer, ingranditore, i tipi di carta, le
ottiche, lo sviluppo, il fissaggio, l
asciugatura ed i trattamenti per avere
una fotografia sempre al meglio. 

Grazie a questa formazione teorica e pratica ho avuto
finalmente accesso al laboratorio di famiglia. All’inizio mio papà non era
molto contento poiché preso dall’entusiasmo ho incominciato a consumare
pellicole e carta a profusione. I primi erano esperimenti e spesso molto
azzardati che però mi hanno dato la possibilità di imparare divertendomi.

Il mio interesse non si è fermato al bianco e nero e con
l’arrivo delle attrezzature per lo sviluppo e stampa del colore 
si è esteso anche quello. La tecnologia era più moderna e le attrezzature automatizzate e tanti processi automatizzati, ma sempre molto affascinanti.

La fotografia è sempre una passione celata, mi piaceva sperimentare e fotografare, ma tutto poi veniva
elaborato e stampato solo per me e raramente mostravo agli altri i miei lavori.

A 18 anni anziché continuare a studiare mi
sono buttato nell’attività di famiglia. Mi sono sempre occupato della vendita del
materiale fotografico; quindi ero molto preparato sia dal punto di vista
tecnico che pratico.
 Ho vissuto levoluzione della fotografia dalla
pellicola tradizionale 
al sensore digitale partendo dalla Canon Ion, alla Sony Mavica, per poi arrivare alle prime reflex digitali. Con la
fotografia digitale mi sono anche formato sull’uso dei software. Ai
tempi si usavano solo Photoshop per l’elaborazione e Corel Draw per fare volantini ed
elaborazioni grafiche. Ai tempi era veramente un lusso avere un PC
con i programmi originali e dopo poco arrivò anche la Polaroid palette che
trasformava file digitali in diapositiva o negativo.

Le mie prime elaborazioni fotografiche digitali erano i
ritocchi di fotografie che sarebbero finite sulle lapidi, erano lavori che
richiedevano tempo e dedizione; 
mi è sempre piaciuto pensare che fosse anche
un mio modo per prendermi cura di persone sconosciute.
 Il mio lavoro spesso si incrociava con la
mia passione e ho sempre cercato di mettere la mia parte artistica anche in un
lavoro che all’apparenza poteva sembrare tutt’altro. Ho avuto la fortuna di
vedere e collaudare tutte le novità del settore, sia a livello di attrezzature
di raccolta, stampa ed elaborazione delle immagini sia di fotocamere per
raccogliere le immagini. In tutte queste prove ho sempre usato, oggetti,
panorami, animali, fiori, amici, ma mai me stesso, nessun autoritratto.

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Parlaci dei tuoi interessanti e importanti Workshop a cui hai preso parte….

La mia formazione è stata inizialmente sempre da autodidatta
ma successivamente ho fatto corsi e diversi workshop. Uno tra i più importanti
per me e per la mia passione è stato con Joyce Tennyson che mi aveva fatto
scoprire l’utilizzo della luce e dei corpi in in un modo che era prettamente
suo, chi non si ricorda il suo calendario per la Pirelli? In occasione di quel
workshop avevo fatto delle fotografie bellissime a detta anche di Joyce ma
durante una sessione di scatto sono sparite le mie diapositive, probabilmente
rubate.  Ero rimasto così male che decisi
di non mostrarle più a nessuno ed il mio mondo si richiuse nuovamente, non solo
per l’atto in sé, ma anche perché per me era stato una delle prime volte in cui
aprivo i mei agli altri.

Dopo quell’evento ho partecipato ad altri workshop sia
inerenti la tecnica fotografica e gli stili.

Nel tempo ho sperimentato diverse tipologie di foto dalla
macro, al ritratto, al reportage, alla fotografia di studio, Street,
naturalistica, industriale, alla fotografia di famiglia ovviamente sempre a
livello amatoriale lo facevo per me. Un amico albergatore mi ha offerto la
possibilità di fare delle fotografie al suo villaggio sperduto su un’isola
paradisiaca, come potevo dire di no. In quella occasione ho scoperto dentro di
me una creatività ed un entusiasmo incredibile. Era una situazione bellissima
ma con pochissimi servizi, materiali appena sufficienti, ma tanta voglia di
fare da parte mia e di tutto lo staff, sembrava una festa. Non avevo
illuminatori, ma poche lampade ad incandescenza con cavi corti, candele e
pannelli riflettenti creati dal nulla, ma tutti partecipavano “all’incredibile”
set anche i clienti del resort. Per me è stata un’esperienza bellissima era
stata una prima sperimentazione di come potessi trasformare la mia passione in
un lavoro. Dopo poco tempo l’attività di famiglia è stata chiusa ed io non ho
avuto il coraggio di diventare un fotografo di professione. Per anni la mia
passione è rimasta silente, la motivazione era svanita fino al 2019 quando ho
scoperto l’esisteva della fototerapia.

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Ecco, arriviamo ad un
argomento a te molto caro… Spiegaci questa tua esperienza con la fototerapia

La fototerapia è l’utilizzo della fotografia nell’ambito
clinico o meglio la fotografia viene utilizzata come tramite 
tra il paziente ed un terapeuta. La fototerapia viene applicata
a
ttraverso diverse tecniche scoperte e diffuse da Judy Weiser.

Io sono stato e sono in terapia da anni e con il tempo mi
sono appassionato al mondo della psicologia e quando ho scoperto che due
passioni si fondevano insieme ho cercato di raccogliere più informazioni
possibili.

Per me la fotografia è sempre stata una forma di
meditazione, un modo per stare bene. Appena metto l’occhio in un mirino o su un
display ed inizio a fotografare mi si attiva uno stato d’animo particolarissimo
dove mi sento più allineato con me stesso e con ciò che mi circonda.

In uno scatto posso raccontare di me anche senza essere il
soggetto dell’immagine. In un immagine ci sono in modo più o meno consapevole le
mie memorie, le mie emozioni, le mie sensazioni e le mie proiezioni, le mie
intenzioni.

La conoscenza e lo studio delle tecniche di fototerapia mi
hanno aiutato a dare ulteriore solidità alle mie sensazioni e a comprendere
maggiormente la forza ed il valore intrinseco di una fotografia.

A settembre del 2019 ho organizzato a Brescia una
presentazione della fototerapia invitando Antonello Turchetti co-fondatore del gruppo Net-Fo a illustrare il mondo della fototerapia e l’importanza del suo utilizzo.

Dopo 15 giorni sempre con Antonelli Turchetti abbiamo dato
luce ad un workshop esperienziale di fototerapia. In quella occasione ho
sperimentato in prima persona alcune delle tecniche ed è stato meraviglioso.

Da quel momento in poi ho cercato di informarmi il più
possibile e mi sono iscritto nel 2020 al corso di formazione a Bologna presso
l’Istituto di Fototerapia Psicocorporea a cura di Riccardo Musacchi.

Durante la formazione ho avuto la possibilità di
approfondire e di sperimentare ulteriori tecniche e posso confermare che hanno
avuto un effetto positivo su di me come persona e sul mio modo di essere
fotografo. Nello stesso periodo ho conosciuto Cristina Núñez ed il suo metodoSpex (Self-Portrait-Experience). E’ stato amore a prima vista e ho subito
partecipato ad un suo workshop, poi ad un secondo ed infine ho deciso di
diventare facilitatore del suo metodo. Attualmente ho terminato la formazione e
sto concludendo la tesi.

Queste interessanti esperienze mi hanno dato gli stimoli giusti per mostrare al pubblico
i miei lavori, anche quelli più intimi come gli autoritratti.


Intervista a Roberto Vigasio

▪️ Come è nata l’idea del tuo progetto #selfportraitproject365? Raccontaci cosa esattamente
volevi trasmettere ed infine come è stato recepito…

Lavorare con il gruppo di docenti dell’istituto di
fototerapia psicocorporea e con l’esperienza fatta con l’autoritratto nel
metodo Spex mi hanno dato la possibilità di conoscermi meglio e e la forza ed
il coraggio necessari per il mio progetto #selfportraitproject365.

Il 1 gennaio del 2021 ho deciso di esplorare me stesso e di
raccontarmi attraverso un autoritratto al giorno.

Non è stato facile scattare 365 autoritratti però ho cercato
di portare in ogni scatto quotidiano le mie sensazioni o le mie emozioni anche
attraverso oggetti che avessero attirato la mia attenzione e fondermi con essi
in una fotografia.

Il mio obiettivo era di poter dar luce alle mie diverse
personalità anche attraverso le emozioni, a volte cercandole attraverso una
recitazione, non ho mai fatto scuola di teatro, ma altre lasciando defluire con
naturalezza le sensazioni della giornata. L’obiettivo diventava osservatore
silente e confessore attento nel rimandarmi nello scatto tante altre “verità”.

La mia idea è stata di raccontare come un processo di un anno di autoscatti porta l’autore a conoscersi meglio e ad avere una maggiore percezione della sua individualità.

Mi piace pensare che sono riuscito a trasmettere le mie
emozioni e la mia evoluzione individuale come artista, fotografo e persona.
Dopo un anno di lavoro le persone mi contattano su Facebook per consigli o
semplicemente per conoscere meglio il mio progetto.


Intervista a Roberto Vigasio


 

▪️Come hai realizzato i tuoi scatti?

Ho
usato uno smartphone di € 200,00,
una luce Ring ed un muro di casa pitturato di nero.

 

▪️Quindi non hai usato una fotocamera reflex in uno studio
fotografico?

Davvero, non ho uno studio e volutamente ho utilizzato uno strumento “democratico” e “semplice” come lo smartphone. Per me era importante creare, dare forma a 365
idee.

 

▪️ Ci parli un po’ delle diverse tematiche toccate in ognuno dei tuoi
scatti giornalieri?

Nell’arco
di 365 giorni ho sperimentato tantissime tecniche fotografiche con uno
smartphone con i suoi pregi e difetti, vantaggi e limiti. L
obiettivo
per me era di raccontare delle mie sensazioni, delle
mie emozioni, nella quotidianità attraverso
uno scatto. Ho toccato tantissime sfaccettature di me, grazie alla creatività che è aumentata
strada facendo.

 

▪️ Questo progetto ti ha visto doppiamente protagonista, ti sei alternato
costantemente nel ruolo di soggetto e regista. Raccontaci questo interessante
aspetto…

Questo progetto mi ha visto esprimermi come protagonista ma
ho potuto lavorare anche su altri due fronti, come autore e  regista che pensa e crea lo scatto, ma
soprattutto come osservatore esterno. 
Questo grazie alla mia formazione in Fototerapia Psicocorporea e nel metodo Spex di Cristina Nunez. Ci tengo a sottolineare che sono stato
affiancato, consigliato e supportato da tre terapeuti psicologhi ed un’arte
terapeuta Federica Cerami, in questo viaggio. Durante l’osservazione della
fotografia appena scattata, ma soprattutto l’ascoltarmi nel momento in cui
facevo lo scatto quotidiano, spesso mi ha portato ad un confronto con me a volte
doloroso e difficile, ma altre volte divertente ed ironico, però è stata
indispensabile la presenza di una guida o come nel mio caso di più guide. Un
intero staff di professionisti ed amici che hanno reso questa mia impresa
possibile.

 

▪️ Una sfida lunga 365 giorni. Qual è stato l’aspetto più impegnativo e
come sei riuscito a mantenerlo?

L’aspetto più impegnativo del mio lavoro è stato cercare di
rendere ogni scatto quotidiano il più aderente alle mie sensazioni cercando di
rappresentarlo in un modo creativo diverso da quelli scattati precedentemente.
Il processo creativo è stata la mia salvezza nei momenti più difficili.
All’inizio era timido, ma con il passare del tempo si stava trasformando in un
vulcano e le idee salivano dal cilindro magico in pochi attimi. La creatività
una volta risvegliata e coltivata è diventata una parte integrante della mia
quotidianità e si presenta sotto forma di “intuizione” anche in ambiti diversi
da quello fotografico. Il mio progetto ha sicuramente influenzato le mie
relazioni sociali, le vacanze, la quotidianità; ogni giorno dedicavo dai 10
minuti nelle sessioni veloci alle 2 o tre ore per dare forma alla mia
sensazione. Ci sono state volte in cui quasi a mezzanotte dopo due o tre
tentativi mi lasciavo andare ad un pianto di disperazione ed in quel momento
venivo folgorato dall’intuizione e con chiarezza vedevo lo scatto. La parte più
impegnativa del percorso penso che sia stata quella di essere costante, ho
rinunciato e rimandato tante cose in nome del mio progetto, avere a che fare con
l’immagine di se stesso tutti i giorni non è stato facile ed ho avuto momenti
molto difficili. Alcuni di questi li ho pubblicati in post su Facebook per
raccontare la mia difficoltà. A volte è stato difficile anche affrontare le
critiche o i fraintendimenti scritti sotto il mio post, mi hanno ferito, mi
sono sentito giudicato e hanno equivocato il mio lavoro. Per rendere più
accessibile a tutti l’idea di affrontare un progetto come il mio ho scelto di
usare lo smartphone anziché la fotocamera sia per necessità di spazi e
logistica, ma anche per comodità e facilità d’uso. Ci tengo a sottolineare che
ho deciso di condividere su Instagram e Facebook il mio lavoro non per una
ricerca di like, ma in realtà è stato un modo per mettermi ulteriormente alla
prova esponendomi ad una platea più vasta. Un progetto come questo non sarebbe
stato possibile prima che iniziassi la formazione in fototerapia e nel metodo
Spex. Non sarei mai riuscito a scattare un autoritratto e tantomeno di
mostrarlo a qualcuno.

Un anno è lungo e i due motori che mi hanno trainato sono la
creatività e la motivazione di poter mostrare alle persone la forza ed il
valore della fotografia, sia come arte che come strumento di indagine e
crescita individuale.

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Cosa ti ha attratto di questo tipo di sfida?

Per me non è mai stata una sfida nel senso stretto del
termine, ma è stata una ricerca di me. 
Ho affrontato questo progetto con l’idea di conoscere di più messo stesso e di sperimentare gli anni di formazione nel mondo della fotografia e della fototerapia. Avevo voglia di raccontami e condividere. La mia motivazione è stata quella di
cercare in primis me stesso, ma nello stesso tempo di sperare che le persone
osservando le mie fotografie potessero rispecchiarsi e attivarsi per
sperimentare a loro volta l’autoritratto.

 

▪️ Ci spieghi quali sono, secondo te, le differenze tra un atto performativo e il tuo processo di autorappresentazione? 

Durante il progetto non ho mai visto l’atto della
preparazione allo scatto come una performance, ma semplicemente come un atto
dove mi mettevo a nudo davanti all’obiettivo e a me stesso. Spesso
inconsapevole il processo, è stato come aprire un nuovo dialogo quotidiano con
la fotocamera.

 

▪️ Nella resa finale di questo tuo progetto quanta importanza ha avuto la
pianificazione e la ricerca e quanto invece è imputabile all’improvvisazione?

 

Non ho pianificato gli scatti, nel breve e nel lungo
periodo. Ho cercato di vivere l’esperienza della quotidianità e farne un
riassunto ogni giorno. 
La non pianificazione da una parte mi ha sicuramente complicato la vita nel senso che fare un piano di lavoro con le fotografie calcolate giorno per giorno avrebbe reso più facile gli scatti, ma sin dall’inizio non era mia intenzione organizzarmi, sarebbe stato un modo per rinunciare all’autenticità delle sensazioni della giornata. Ho cercato di vivere la quotidianità e tutto legato all’improvvisazione. E’ risultata anche un’alternanza tra le immagine ma in realtà non è stata consapevole. Ho rispettato i momenti, alcuni ero più contento altre più ironico in cui mi piaceva scherzare anche se a volte mi sono accorto, con il senno di poi, che anche dove pensavo di essere scherzoso c’era sempre una punta di malinconia o di disagio, non sempre fortunatamente. Per me è stato molto importante manifestare le mie emozioni, dal modo più plateale al modo più celato, mi ha permesso di vedermi anche in situazioni “scomode” o “socialmente non fruibili”.  

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Tra gli aspetti che caratterizzano gli scatti che compongono questa
serie colpisce in modo particolare la singolare alternanza tra il gioco e
l’espressione di disagio o di denuncia. Puoi parlarci di questa caratteristica?

 

Anche questo aspetto è stato sicuramente inconsapevole.
Riguardando le fotografie appena scattate a volte ridevo come un matto, altre
piangevo. In realtà mi sono accorto che anche dove c’era ironia spesso c’era
disagio e questi scatti sono stati molto utili in terapia.

C’è una fotografia dove indosso le orecchie di una playmate
e al primo sguardo è divertente, ma in realtà in quel momento se si ingrandisce
l’immagine stavo piangendo. E’ partita con ironia, ma alla fine il dolore di
quella giornata è uscito, ero in un momento molto delicato. Per me lo scatto di
riferimento è il primo poiché nel primo scatto c’è la paura, la tensione ma anche la
voglia di trovare me stesso, di cercarmi e nello stesso tempo di mostrarmi e
di aprirmi come avevo accennato all’inizio. La fotografia personalmente mi
permette innanzitutto di sentirmi bene, è una sorta di meditazione. Tutto
acquisisce un valore, un sapore, un colore diverso.  E’ una sensazione dove mi sento più centrato
e più naturale indipendentemente che stia scattando una fotografia industriale,
di architettura o naturalistica, non ha importanza, ma in quel momento sono
rilassato, in pace ed in contatto con la mia parte intima e questo mi fa stare
bene

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Hai un tuo scatto in
particolare tra tutti i 365 che ci proporresti come punto di riferimento di
questo tuo percorso?

 

Il primo. L’inizio quando lo rivedo è un tuffo nelle
sensazioni di paura ed incertezza, ma anche di voglia di raccontare e di
conoscermi. Un entusiasmo che c’è sempre stato fino alla fine con alti e bassi,
ma che mi ha portato a terminare il percorso.

 

Intervista a Roberto Vigasio


▪️ Cosa ti permette di esprimere la fotografia?

La mia natura, la mia parte più intima. Per me fotografare è come meditare e mi fa stare bene. La fotografia è per me uno strumento, come una penna per lo scrittore. Raccolgo idee e sensazioni, guardo nel mirino e scatto. Nella fotografia ci metto me stesso, la mia storia le mie esperienze e anche quello che consciamente non riesco a definire al momento, ma osservando l’immagine con attenzione e cautela trovo sempre spunti per conoscermi meglio.

Dal mio punto di vista la fotografia mi permette di essere
probabilmente più me stesso e quindi di potermi esprimere liberamente per
immagini; forse mentre scatto mi sento anche meno auto giudicante e più libero
di rappresentarmi, di presentarmi e di raccontarmi attraverso i fotogrammi…

Riassumendo è un atto di conoscenza di me e di cura, mi fa
stare bene.

 

▪️ Ha dei Maestri di riferimento a cui guardi, a cui si senti affine?

Negli anni ho vissuto la fotografia
come strumento e solo da pochi come arte e quindi non conosco molto il mondo
della fotografia d’autore. Non è
per presunzione, ma perch
é mi sono occupato della parte legata alla tecnica e poco della parte
artistica.
 Sicuramente nel tempo ho visto
tantissime fotografie, libri, mostre,
e
documentari su tantissimi autori ma non ne ho mai avuto uno di riferimento
specifico e soprattutto in quest’anno di lavoro sull’autoritratto ho cercato di
tenermi alla larga dalle fotografie degli altri a
utori, per
quanto possibile, per evitare di esserne influenzato

Non ho una profonda cultura su altri artisti, ma sto iniziando ad osservare e conoscere in modo più profondo questo aspetto.


Intervista a Roberto Vigasio


 

▪️ Continuerai sulla linea degli autoscatti oppure hai voglia di nuovi
esperimenti?

Non ho ancora un progetto fotografico pronto, ma
sicuramente mi piacerebbe lavorare ancora con i ritratti e gli autoritratti.

 

▪️ Cosa puoi anticiparci dei tuoi progetti futuri?


Il mio prossimo progetto è trasformare i 365 scatti in un libro autobiografico, con indicazioni propedeutiche per avvicinarsi ed affrontare l’autoritratto. Oltre questo lavorerò con il metodo Spex attraverso workshop online ed in presenza. Attualmente insieme ad una psicologa stiamo tenendo un corso Spex ad una classe scolastica in età adolescenziale ed i feedback sono bellissimi. Sicuramente dedicherò molto tempo a questo tipo di progetti.




Contatti dell’artista


Email robvi73@gmail.com

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Intervista a cura di Giuseppina Irene Groccia



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Il nuovo libro di Anila Dahriu – PROIETTATO NELL’EMBRIONE MAI NATO

  L’ArteCheMiPiace – Libri da leggere


PROIETTATO NELL’EMBRIONE MAI NATO

Il nuovo libro 
di Anila Dahriu

di Giuseppina Irene Groccia |01|Febbraio|2022|





“Quando nasce un libro

nasce un’anima nuova”.

Anila Dahriu



È uscita in questi giorni la nuova raccolta di poesie, in
lingua albanese, della scrittrice e poetessa Anila Dahriu.

Si tratta dell’opera “Proiettato nell’embrione mai
nato
“, in lingua originale “Degdisur në embrionin të palindur“,
pubblicato dalla casa Editrice “IWA Bogdani” con sede in Kosovo

In questa raccolta poetica, scritta nella sua lingua madre, l’autrice
riconferma la sua eccezionale abilità nel condurci con invenzione, fantasia e
virtualità creativa nella sua personalissima sfera emozionale.

Sono composizioni intime e 
preziose che spaziano tra dimensione privata, memorie e storia.

La sua è una voce che varca il buio riuscendo a fare
riaffiorare storie ed emozioni dimenticate; versi che attraversano il tempo e l’inquietudine, giungendo a quella poesia che è capace di creare un imponderabile senso di
appartenenza con la nostra interiorità.

Nell’attesa di leggere la traduzione in italiano e Inglese prevista entro la fine di questo anno, vi anticipo una delle bellissime poesie presente in questa silloge



Ti
ho lasciato libero amore mio

Ti
ho lasciato libero amore mio,

Libero
perché ti ho amato tanto,

Come
le onde del mare in un’estate calda.

 Libero amor mio…

Come
l’aria del mattino azzurro,

Come
una notte piena di stelle ornata in un cielo dorato,

Vorrei
che tu sia cosi,

La
saggezza dell’anima mia,

Una
barchetta a vela in orizzonti invisibili.

Come
un gabbiano,

Dove
il suo volo è la mia speranza,

Ti
amo sempre

Rosa
viola nel mio giardino ,

Primavera
sempre nei miei occhi,

Libero
ti ho lasciato amor mio,

Perché
ti amo ,

E io ho amato così tanto





Il libro è arricchito dalla bellissima prefazione di Engjëll I. Berisha, poeta albanese, molto apprezzato nella sua terra di origine e che ha
dato i natali a scrittori di fama internazionale come
Jeton Kelmendi, anche lui collaboratore editoriale di questo nuovo lavoro letterario che vede protagonista la talentuosa poetessa Anila Dahriu
.




“SAGGEZZA DI ESSERE SE STESSI”

Di Engjell I. Berisha

Le relazioni che creiamo
in relazione al tempo che
viviamo, non è solo una coincidenza, ma anche la mentalità che
coltiviamo(nutriamo), per materializzare il nostro essere umano che saremo
sempre in convivenza con gli altri, che ci piaccia
o no, cioè una parte della nostra vita lo faremo lo stesso per gli altri.
Dunque questo ci dà un duplice compito, o un egoismo
sano o distruzione spirituale.
Durante la lettura delle ultime poesie della poetessa Anila Dahriu, che ritrae
i fenomeni che ci circondano, comunica con la vita, invoca le virtù, che
vede come un dono della natura che ci circonda. La poesia
“Ho scolpito il verso per te, mia patria “, – “L’ho scolpito
il verso per te / neanche la tempesta del tempo mi ha fermato / mentre
cadeva solo l’urlo / l’ho scolpito, nel nido
dell’anima / perché, lì, vive il tuo spirito / mentre ricresce
le ossa del mio corpo”.
Forse viviamo anche di desideri estetici e ne diventiamo ostaggi, ma, la
poetessa esprime qualcosa al di là di essa, porta la saggezza per essere se
stessa in pienezza con i beni comuni come essere e società.

 Il tempo lascia una traccia persistente secondo
la poesia: ” Il grido”, “Cigno bianco”
/ inaridito, sanguinato e prigioniero / peso del tempo
caos degli anni / raggi dell’universo / rimani ovunque un grido 
nell’agonia dell’innocenza”. E’ una raccolta poeticamente, come un albero
con radici, foglie, rami e frutti,
Riconsegna un messaggio, che per scegliere, dobbiamo creare relazioni che ci
aiutino, perché come lei osserva, dobbiamo prima ricostruire la nostra anima e
mentalità.
Quando dissuadiamo il nostro corpo, la mente subisce un altro processo
di comunicazione, quasi allettante.

 Conservando una mente attiva verso la
sua etnia e genesi, almeno
come si legge nelle sue poesie, non significa che essa è cambiata,

essere
qualcun’altro.La poetessa canta alla sua città natale  Valona ,alla sua patria Albania, e alla
patria ai suoi antenati Cameria(Grecia).
Anche quando si disseta per le bellezze dell’Albania, e quando cerca di bandire
da quel luogo il peccato che qualcuno ha piantato questa diabolica calunnia
fino al punto di urlare, perché tanta ce stato tanta cattiveria. Questo
pensiero
fisso, non è semplicemente una percezione intuitiva,
ma la sua anima trae la sua voce dalle esperienze che hanno lasciato il
paese in una crisi quasi collettiva, alla migrazione dove ha portato
con sé il suo amore e qualcosa che le pesa sul cuore. “Dove
siamo”, “Che pelle portiamo oggi?! Ieri
ci ha derubato delle lacrime / domani non è troppo tardi per bussare! Che pelle
cerchiamo nella vita?!”

  
Ci sono due fattori che legge nell’anima della poetessa dalle sue poesie, i sentimenti
che collega con la fede, quando a volte è tentata anche al creatore, Dio,
facendo domande, di cui
forse legge la risposta da chi fa il male . Oltre al secondo fattore, ci sono
le emozioni un po’ timide, a volte anche come le ferite, perché  li nasconde, tanto che si leggono tra le righe
di ogni poesia.
Il percorso per la liberazione dalla schiavitù non è solo quando suoniamo
l’allarme. È vero che i ricordi evocano emozioni, mentre la poetessa durante
questo libro è più piacevole, cercando di liberarci, e di strapparci alla pace,
il meglio per l’umanità.
Questo è il suo forte rapporto con la vita, come quando camminiamo intorno alla
pietra, a volte per diventare stabili quanto il suo peso, a volte per
proteggersi da tempeste che non ce lo chiedono.
Indubbiamente l’essere donna per la poetessa non è solo come il sapore di una
mela solo quando morde, ma dà alla essa effetti raccapriccianti, nella sua
marcia nella bellezza con il
monologo “Non aver paura”, “Donna innamorata / non aver
paura / nessuno strappa l’amore / viviamo già in
un secolo pazzo / dove i dongiovanni di oggi lasciano
tracce ovunque / non temere / tu, femmina labbra carnali / tu, femmina
giovanile”.
Che la virtù umana passi attraverso l’uomo, naturalmente ispirata, descrive
nella poesia di Madre Teresa,
“Preghiamo con te, Madre Maestosa”, come molte
altre domande che pone al Creatore, anche qui “Dio, perché punisci
l’umanità?” è una delle sue riflessioni spirituali quando sente disprezzo
e sofferenza più di quanto
l’uomo possa sopportare, e la poetessa, addolorata, le fa una domanda quasi
furiosa:

 “O Dio, dalle tue potenti ondate di
collera / anche le ossa dei morti tremano
sull’ultimo letto / gli spiriti degli esseri innocenti rimangono
sospesi senza luce / tra gli occhi solo il gelo
va / l’inverno silenzioso”. 

Poesie sull’amore, molte delle quali
con questo motivo, rappresentano al meglio ciò che c’è dentro questa poetessa,
cioè il carattere di cui l’uomo ha bisogno, come dono, il migliore e il
più saggio per essere se stesso. Dal principio alla fine conserva la sua
interpretazione, tanto originale quanto degna, come se si vedesse
molto direttamente sia quando adora che quando giudica.
Penso che sia l’unico modo in cui lo spirito poetico parla.

Engjell I. Berisha – Poeta, Scrittore





Contatti Anila Dahriu

Email aniladahriu@live.it

Facebook Anila Dahriu






 


 
Anila Dahriu

Anila Dahriu è nata 25.5.1970 a Valona, Albania. Appena diplomata all’Istituto Industriale si è iscritta alla Facoltà di Lettere che abbandona a causa della guerra civile. Sposa un italiano e dal 1997 al 2009 vive a Prato. Poi decide di trasferirsi in Calabria nel 2010. Ha pubblicato, in lingua albanese, La porta di se stessa, Lascia che io venga con te, Non ferire il mio sentimento, Brivido di fata, Verso l’ignoto”. In italiano” Fra le costole del peccato”, 2013, con testo albanese a fronte. E’ stata segnalata al “Premio Farina” a Roseto Capo Spulico(Calabria) (giugno 2014) e ha vinto il “Premio Terre Lontane” a Spezzano Albanese, Calabria (dicembre 2014) e “Il Premio Don Luigi Di Liegro” a Roma (2015). Nel 2016 pubblica con la casa editrice “LEPISMA” sede a Roma il libro con le poesie “Siamo soliti pensare”. Nel 2017 ripubblica “FRA LE COSTELE DEL PECCATO” edito da Consenso Publishing, 2017 Rossano –Corigliano. Il 17.6.2018 è invitata nel festival internazionale della poesia “MIHAL EMINESCU” a Craiova (Romania), premiata con la medaglia della partecipazione. Il 27.11.2019 viene conferito il premio internazionale DARDANICA “L’associazione internazionale degli scrittori Bondani,” con sede a Bruxelles e Pristina Lavora e vive a Mirto Crosia Calabria, scrivendo e traducendo vari poeti e scrittori italiani e albanesi conosciuti in Italia e nel mondo. Collabora con diversi giornali del posto, come “La voce” di Corigliano-Rossano (Calabria), a Roma, e il giornale “Mapo” con sede a Tirana in Albania. Collabora con la casa editrice “Ada” con la sede in Albania.








©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 














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