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Dicembre 2021

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STATI ESISTENZIALI IN RERUM NATURA: BIANCA BEGHIN POETA LEVITÀ E ASPREZZE UMANE IN REBUS NATURALIBUS

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte



STATI ESISTENZIALI IN RERUM NATURABIANCA BEGHIN POETA LEVITÀ E ASPREZZE UMANE IN REBUS NATURALIBUS




di Maria Marchese  |27|Dicembre|2021|





Se ci si fermasse ad ascoltare il lavoro delle radici, chi riuscirebbe a dormire?


Fabrizio Caramagna



Bianca Beghin attinge la levità di un calmo verso esistenziale, che attraversa le trame conoscitive in punta di piedi, per amare uno spazio esperienziale artistico, che nasce da un ascolto profondo e altresì lo necessita

Ivi l’autrice veneta vive intensamente l’autenticità di un’esperienza umana vera e spontanea: ama e corteggia allora il disvelamento dei dettagli e delle circostanze, che accadono in natura, ammantandosene come preziosa veste, per liberale poi su un concreto suolo artistico. 

In questo intimo spazio, ella percepisce l’intenso lavoro, compiutodalle radici, durante l’atto della crescita e altresì l’anelito della gemma, che ammicca dalle rese di una lignea fascina, pronta per essere arsa… 

E ancora coglie lo sfoglío” tra petali, che si carezzano e solleticano, oppure il fragore della frattura di un legnoso stelo, causata dal bailamme di una tempesta e, ancora, il fragoroso impeto degli umori acquei, che si abbattono contro il fermo, frastagliato sasso. 

Sin da bambina, Bianca Beghin viene rapita e dalla sinestesiadella verità artistica e da quella legata alla Natura: il suo temperamento si flette allora, come corda di violino, al contatto con le verità sensibili e altresì con quelle ineffabili, che nasco in seno alle alchimie di entrambe




Lejos un trino.                      Lontano un trillo 

El ruiseñor no sabe.             L’usignolo non sa 

Que te consuela.                  Che ti consola 

 

Borges 



Bianca Beghin riesce a cogliere lo spontaneo canto della sottilecreatura e a vivificarlo addentro le proprie opere

Dapprima sorrade la garza, sposandole la rudezza del terreo suolo, poi vi libera connubi segnico/ cromaticiove è possibile vivere la quiete del prezioso e Maestro canto, della sottile creatura. 

Nascono allora composizioni pittoriche, che esprimono metafore riflessive profonde: sollevati indi, dall’aggraziata mano della pittrice, dal gravame quotidiano, i primievi protagonisti, siano essi odorosi ritagli floreali, resinose rudezze, verdi filiinquiete inde… esperiscono se stessi, divenendo genera mater di evoluzioni estetiche introspettive. 


Bianca Beghin possiede l’innata capacità di individuare diastemi cromatici coi quali comunica, in maniera mirabile, i motti di anima e mente. 




 

Es un imperio                        È un impero 

Esa luz que se apaga            quella luce che muore 

O una luciérnaga?                 O una lucciola? 

 

  J. L. Borges 



L’autrice riesce ad annichilare, attraverso una peculiare e intuitiva crasi tra tratto, pigmento cromatico e materia, la distanza tra l’impero e la lucciola, narrate da Borges, nella brevità di questo haiku.





















 Maria Marchese

Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


Clicca sull’immagine per leggere tutti gli articoli di Maria



©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.




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Segnalazione Eventi Espositivi – FRAMMENTI DELL’IO

  L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi Espositivi





                                                          


 FRAMMENTI DELL’IO

 

Il processo creativo, o idea, si materializza, attraverso il
processo esecutorio, in vera realizzazione.

L’idea creativa può partire da un meccanismo mentale, che
potremmo definire abbastanza uniforme. Quando essa addiviene però ad opera
d’arte, oggetto quindi tangibile, allora la realtà ideale si frammenta in
espressioni diverse e mutevoli .

L’Io ideale unico, di ogni singolo artista, diventa così un atto
rivelatorio, che si manifesta ai nostri occhi come tangibile percezione
personale e conseguente destrutturazione della realtà.

L’Io soggetto-artista, infatti, vede un’esperienza e la oggettivizza,
scomponendola in colori, segni, materia…

L’opera d’arte stessa, così frammentata, ritorna indi all’
Io assoluto.

 

                                        Valeriano
Venneri    Maria Marchese 




FRAMMENTI DELL’IO

ART DIRECTOR: VALERIANO VENNERI

ART CURATOR: MARIA MARCHESE

 

 

La collettiva “FRAMMENTI DELL’IO” , a cura di Valeriano
Venneri e Maria Marchese, si terrà presso lo spazio immobiliare “QUO
IMMOBILIARIA” , nella città di Alicante

L’inaugurazione si terrà il giorno 20 Gennaio alle ore 20.00

L’evento avrà una durata di 3 mesi, dal 20 Gennaio al 20
Aprile 2022.

 

Ogni artista potrà portare fino a 3 opere 50×70, oppure 1
opera unica di dimensioni maggiori.

La collettiva prevede la realizzazione di un catalogo
cartaceo, che verrà tradotto in 3 lingue (italiano, inglese, spagnolo).

Durante il periodo espositivo sarà cura del prof. Venneri organizzare
6 visite guidate, 2 al mese, le cui date verranno, via via, segnalate ad
autori, sui social, e divulgate attraverso i diversi canali di comunicazione, che
affiancano l’evento (Exit Urban Magazine, Art&Investments, Milano più
Sociale ……) 


Lo svolgimento della collettiva verrà divulgato, nel corso
dei 3 mesi, attraverso foto e video, sui social e attraverso i media partners.

Il costo dell’iniziativa è di euro 200, escluse spese di
spedizione.

Le opere dovranno pervenire entro e non oltre il 10 Gennaio
2022.

Le fotografie, in alta risoluzione, formato jpj, dovranno
essere spedite entro il 25 Dicembre 2021.

Ogni opera dovrà essere provvista, sul retro, di un cercato
di autenticità, sul quale è necessario precisare nome e cognome artista, titolo
opera, dimensioni, tecnica, anno di produzione.

A fronte di vendita delle opere, una percentuale del 20%
verrà riconosciuta al Curatore.

Le opere dovranno essere spedite all’indirizzo

QUO IMMOBILIARIA, JOAQUIN SEMPERE

Calle Canalejas,13 bajo, 03001 Alicante

Cell 0034 634762809

 

La quota dell’evento dovrà essere versata sul c/c bancario intestato
a

Valeriano Venneri, Santander, ES 19 0049 2807 56 2094097612

Il ritiro delle opere è previsto per il giorno 28 Aprile
2021. Sarà possibile provvedere attraverso uno spedizioniere di fiducia.
Diversamente, sarà sufficiente contattare il prof. Valeriano Venneri o la
curatrice Maria Marchese perché provvedano a fornire il nominativo di un
corriere di fiducia loro.

Tutto il materiale (foto, bonifico, scheda di partecipazione
compilata)  vanno spedite via mail a
entrambi gli indirizzi.

 

 

mailto:Mary.up74@gmail.com

Valeriano.venneri@gmail.com

 

Per informazioni di qualsiasi tipo contattare

Maria Marchese 
3488959814

Valeriano Venneri 34672096673

 

http://www.mariamarchesescrittrice.com

Ilrapinososcrivere.blogspot.com


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“Cuore Puro” di Ilaria Pisciottani in corsa ai David di Donatello

  L’ArteCheMiPiace – Interviste



Cuore Puro” di Ilaria Pisciottani 
in corsa ai David di Donatello


di Giuseppina Irene Groccia |19|Dicembre|2021|




Partiamo dalla manifestazione annuale Roma Art Week (RAW 2021), appuntamento imperdibile nella città Eterna, che mette in risalto l’arte
contemporanea in tutte le sue forme con lo scopo di sviluppare e sostenere la
conoscenza e la diffusione dell’arte a molteplici livelli.

È in questa manifestazione di prestigio che ha preso parte
la mostra personale di fotografia “Recordis” di Ilaria Pisciottani, fotografa,
sceneggiatrice e performer Fluxus di grande talento, l’evento è stato curato da
Valeria Cirone, esperta Direttrice creativa del settore.

L’esposizione si è svolta dal 28 al 31 ottobre 2021 presso
Palazzo Velli Expo riscuotendo un grande successo di pubblico.

Tema fondamentale nelle opere di Ilaria è stato il passare
del tempo e la memoria che ne modifica i ricordi. Opere che nella loro
sensibilità, forza e bellezza diventano presenza, spronandoci ad allargare il
nostro orizzonte emotivo attraverso tratti peculiari e inscindibili.

Evento nell’evento è stata la presentazione del progetto
Cuore Puro” in occasione del vernissage del 28 Ottobre.

Questa idea performativa, che in seguito ha dato vita al
cortometraggio di cui parleremo, nasce da un’idea di Ilaria e dall’incontro
artistico con l’attrice Mariella Sapienza.

Cuore Puro” è un cortometraggio che si presenta come una
mini opera cinematografica.

Ha ottenuto svariati ed importanti riconoscimenti, come la
partecipazione al FirstTime Filmmaker Sessions, prestigiosa kermesse della
Pinewood Studios.

È stato inoltre selezionato per concorrere al prestigioso
premio David di Donatello 2022.

Questo dimostra ampiamente di essere un corto dalle grandi
capacità e di essere in grado di trasmettere un messaggio forte e suggestivo.


Uno Short Movie diretto e prodotto dalla regista Holly
Irgen
, con Francesco Caso come direttore alla fotografia, Gian Luca Vidotto
come fonico e Carmen Bianchin come make-up artist.

Il corto è arricchito dalle musiche dei Maestri di fama
internazionale Zamboni Massimo, Riccardo Nanni e Lorenzo Confetta, la voce
della Sapienza che ha interpretato “Solo nelle nostre mani” è della
poetessa e scrittrice Concetta Martellone, gli abiti sono della stilista
Tiziana Novena, le coroncine indossate dalle due protagoniste sono dell’artista
Leonardo Sebastiani, le foto del back stage sono state affidate al fotografo di
scena Max Sebastiani.



Un talentuoso team, che è stato capace di operare con grande
professionalità ottenendo un’opera dal forte respiro internazionale.





Abbiamo il piacere di conoscere meglio l’artista
protagonista Ilaria Pisciottani, attraverso questa nostra intervista

▪️ Ciao Ilaria, presentati ai nostri lettori…


Buongiorno Giuseppina e grazie di cuore per questa
intervista, complimenti per il tuo blog, saluto te e i tuoi lettori !


▪️ Come è nata l’idea di “Cuore
Puro”?


Come ormai noto sono un’artista fluxus che spazia dalla
fotografia alle performance d’arte.

Amo molto sperimentare ed esprimermi per raccontare me
stessa e il mio pensiero che è frutto di un vissuto non facile!

Modestamente credo di essere una illuminata e a fatica cerco
di portare avanti un compito difficile, quello di invogliare le persone ad amarsi
e ad amare senza distrazioni

Il progetto fotografico “Cuore puro” nasce appunto dal mio
desiderio di parlare di educazione dell’anima e del nostro cuore, di un
esercizio spirituale importante per noi e per la nostra società!

Solo con impegno mentale importante ognuno di noi può
preservare la propria purezza senza lasciarsi corrompere mai da nulla e da
nessuno!


▪️ Un progetto che sta riscuotendo
tanto successo. La tua creazione è in corsa ai David di Donatello, Te lo
aspettavi?


Certo non mi aspettavo che da quello che era inizialmente un
progetto fotografico e performativo si arrivasse ad ottenere addirittura un cortometraggio
con tutte le carte in regola per poter essere presentato in contest
cinematografici importanti


▪️Parlaci delle due protagoniste
del tuo cortometraggio…


Nel corto l’attrice Mariella Sapienza è la protagonista che
interpreta la creatura dal cuore puro che ha il dono di salvare le anime perse.
In questa storia viene a riportare la luce ad Emilia, interpretata da me, una
giovane donna ormai persa nell’oblio e nel suo darkness side che riscoprirà
anch’essa di possedere un cuore puro.


▪️ Ma cosa vuol dire cuore puro,
purezza di cuore?


Il cuore non consiste solo nei sentimenti, ma è il luogo più
intimo dell’essere umano, lo spazio interiore dove una persona è veramente sé
stessa.  Ma cosa vuol dire cuore puro,
purezza di cuore?


▪️Il contenuto concettuale della
tua Performance parla di purificazione interiore. Puoi spiegarci meglio questo
aspetto?


Il puro di cuore si riconosce perché vive e possiede una vita “unificata”, lineare, non tortuosa ma semplice. Il cuore purificato è il risultato di un processo che implica una liberazione e una rinuncia. Il puro di cuore non nasce tale, ha vissuto una semplificazione interiore, imparando a rinnegare in sé il male, ed è riuscito a “circoncidere” il suo cuore. Questa purificazione interiore implica un grande esercizio mentale e il riconoscimento di quella parte del cuore che è sotto l’influsso del male, riconoscere la parte brutta, la parte che è annuvolata dal male, per apprendere l’arte di lasciarsi sempre ammaestrare e condurre nella propria luce divina. Nel cammino dal cuore malato alla pienezza della luce del cuore c’è una dimensione futura, escatologica, come in tutte le beatitudini: è la gioia di sapere chi siamo e dove andiamo, ma anche il dono di riuscire a provare pietà verso chi soffre.


▪️Un lavoro di squadra davvero
encomiabile, raccontaci qualche dettaglio di questa tua esperienza…


Quando ho incontrato Mariella Sapienza ho visto in lei il
cuore puro che cercavo per i miei scatti, ma poi da lì in avanti è successo di
tutto, è stata un’ esaltazione continua!

Mariella è un entusiasta e trascinatrice e ama come me mostrare
il proprio talento!

Mi ha allora presentato la poetessa Concetta Martellone, il
video maker Francesco Caso, la stilista Tiziana Novena e suo figlio Leonardo un
bravissimo artista anche lui e abbiamo deciso che dovevamo creare una
performance D’Arte per la mia mostra personale sublime in cui lei era la
madrina!

Il regalo più grande è stato poi quando la sua amica Holly
Irgen ha accettato di essere la regista e producer della video performance, in
realtà ne ha fatto la sua opera prima e l’ha prodotta con così tanto ardore e
impegno che oggi siamo qui beati in corsa ai premi del 
David di Donatello


▪️Hai nuovi progetti in corso
d’opera?


Sono già molto proiettata nel futuro!

Sono già a lavoro su un nuovo progetto che si chiamerà
Invoglio

È un lavoro fotografico “materico” pensato ad hoc per
abbinarci una nuova  performance D’Arte,
lo presenterò nel 2022 in più prestigiosi appuntamenti D’Arte

A Giugno 2022 sarò una delle artiste selezionate che
saranno  presentate al Senato della
Repubblica come artiste che si sono distinte.

Un grande evento d’arte organizzato dalla Art Global curato
da Angiolina Marchese che ringrazio di cuore



Si ringrazia Max Sebastiani per la gentile concessione delle immagini, presenti in questo articolo.


Nell’articolo e nel video sono presenti opere dell’artista Vito Bongiorno ©copyright 2021






Ilaria Pisciottani, classe 1975, Marketing Manager, fotografa, performer e Visual Artist fluxus.

Ideatrice e fondatrice del gruppo d’arte contemporanea NewFormatArt

Ha al suo attivo diverse esperienze espositive internazionali tra cui il C.A.R museo del Ruhr in Germania nel 2018: il Photo Festival di Israele; alla Qlick Gallery di Amsterdam; alla BluBerlin Gallery; Al Matca in Vietnam, allo Studio Galerie di Parigi e alla GAM di Roma.

Ha pubblicato su Digital Camera, Creative Light e 121 Clicks. 

Dal 2019 al 2021 ha presentato con successo “Palingenesi” e “Recordis”,  due importanti progetti fotografici e di arti visive, attraverso diverse mostre personali a Roma e in occasione di Paratissima Torino.

A febbraio 2022 sarà presente alla Agorà Gallery di New York con una sua opera fotografica selezionata da Gurushots.


















Intervista a cura di Giuseppina Irene Groccia



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Ogni progetto promozionale, diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.


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Sogni non visti ma visibili – Nella Tarantino

 L’ArteCheMiPiace – Interviste


Sogni non visti ma visibili

________________

Nella Tarantino



di Giuseppina Irene Groccia |18|Dicembre|2021|




Nello sguardo indagatore di Nella Tarantino troviamo forza e sensibilità insieme, due caratteristiche con le quali riesce a penetrare la dimensione interiore del mondo che la circonda, riuscendo a fermare quel momento assoluto e potente di un istante che ritroviamo puntualmente nei suoi scatti fotografici.


Affianca da sempre la sua sensibilità di architetto alla ricerca fotografica, dedicandosi alla lettura del paesaggio, della città, del suo spazio e dei suoi abitanti.

Sono immagini di luoghi e persone colte solitamente nella normalità dei propri rituali.


Il suo potenziale artistico è quello di evitare in generale l’artificio della messa in scena, preferendo invece un linguaggio fotografico che scruta, studia e fotografa 

la vita che scorre.


Le sue fotografie riprendono momenti di vita dove l’autrice sembra voler immaginare e comunicare molto sui pensieri e sugli usi dei suoi soggetti.

Sono spesso attimi furtivamente rubati, immagini filtrate attraverso una grande sensibilità.

Si tratta di una osservazione attenta e non di uno sguardo qualsiasi quello che lei rivolge verso tutto ciò che legge intorno a sé, quindi una visione profonda del particolare e del pensare.

Immagini che sanno parlarci di sogni non visti ma visibili, nel preciso momento in cui riusciamo a coglierne l’essenza attraverso i suoi fotogrammi.


Nella sa raccontare un mondo interiore, le sue sono immagini che appartengono ad un universo poetico che spesso allude all’emissione diretta del suo inconscio.


Sa mettere in evidenza una sua personale interpretazione della luce attraverso un sapiente utilizzo di ombre, di bianchi e di neri portando a concepire il proprio lavoro fotografico come un grande, appassionato progetto di ricerca espressiva.


Il risultato è una sottile magia che diviene strumento di scoperta, costituendo così un intercalare narrativo tutto suo.


Le opere di Nella Tarantino sono testimonianze di segni raccolti dai suoi occhi, dove il significato passa spesso dalla mera rappresentazione ad una elevazione fatta di introspezione ed autoanalisi, dove le angosce e le paure si sovrappongono e dialogano sul supporto fotografico da cui sembrano emergere. 


Scelta indiscutibile di Nella è quella di coinvolgere emotivamente l’osservatore che percepisce di essere di fronte a momenti sublimi, dove la fotografia diviene atto poetico allo stesso tempo materiale e spirituale, meditativo e seduttivo.


Nelle sue opere più recenti, Nella Tarantino si rivolge principalmente alla corrente della Fotografia Transfigurativa, evidenziando composizioni in grado di raccontare l’impercettibile e rendendoci partecipi della sua capacità di scrutare l’anima. 


Ci regala un senso di rivelazione, dove riuscire a guardare al mondo o alle cose attraverso altri occhi. 

Tutto questo fa di lei, non una semplice fotografa ma una moderna e valida autrice capace di rappresentare l’essenza stessa della grande avventura dello sguardo e del pensiero, quale è la fotografia.


Giuseppina Irene Groccia 




Conosciamola meglio attraverso questa interessante intervista 


▪️ Nella, raccontaci cosa ti ha spinto ad avvicinarti al mondo della fotografia.


Avevo 18 anni, quando mio padre mi regalò la mia prima macchina fotografica, una Olympus OM10.

Ero al 1° anno della Facoltà di Architettura ed era impossibile, per quel tipo di studi, non dotarsi di una fotocamera. La usavo come uno strumento di rilevamento e di conoscenza della città e dei suoi edifici.

Ma è solo da circa cinque anni che mi sono appassionata sinceramente alla fotografia. Non so dirti come sia accaduto, forse solo da un bisogno, o da un insieme di circostanze, o forse da una ragione più profonda. Sentivo che presto avrei lasciato il mio lavoro di architetto e forse per disperazione dovevo fare qualcos’altro.

Il mio imperativo interiore era così forte che, senza che io me ne accorgessi, mi stava spingendo a ribellarmi, a liberarmi di quel che io credevo di amare, e che, al contrario, gravava su di me con un senso crescente di pesantezza. In altri termini, a cercare di scoprire quel che io amavo davvero, a trasformare quel “dovere” in un senso di leggerezza. Finalmente ho sentito di aver trovato la mia strada. La Fotografia mi ha restituito quella libertà che il mio lavoro mi levava, sempre di più.

Ora, credo di poter dire: io sono una fotografa.



▪️ Sei un’autodidatta oppure hai seguito dei corsi o frequentato delle scuole?


Ho seguito diversi corsi di fotografia in questi anni. Prima ho dovuto imparare bene a conoscere la mia fotocamera, ho acquistato una piccola Canon APS-C, e poi, in seguito una full frame, e l’ho dotata di diversi obiettivi. Contemporaneamente ho seguito corsi di Photoshop, prima base e poi avanzati. Scatto in raw, lavoro e sviluppo in Camera Raw, e dopo con Photoshop. Una foto può darsi che la lavori in pochi passaggi, ma può accadere che dedichi molto più tempo alla post produzione, anche diversi giorni.

Reputo, per il digitale, assolutamente necessaria la conoscenza di Photoshop. In realtà lavorare con Photoshop, per me equivale quasi a lavorare con Autocad. 

Credo che si legga con evidenza dell’importanza che assegno alla tecnica, componente essenziale di tutti i processi artistici, e in particolare della fotografia. A risalire dall’antica secolare polemica dei detrattori dell’invenzione della fotografia in nome del primato della pittura, sino alla ancora ricorrente questione della “poesia dell’analogico” di contro alla “freddezza del digitale”.

Su tutto questo ha già fatto giustizia il pensiero definitivo di Walter Benjamin, che già nel 1931 stigmatizza “la rozzezza del concetto filisteo dell’arte, al quale è estranea qualsiasi considerazione tecnica e che, con la comparsa provocatoria della nuova arte, sente approssimarsi la fine”. Avverto, al contrario, in questo primo scorcio del XXI secolo un inesorabile declino delle arti figurative tradizionali, mentre ripongo ancora un’ultima incrollabile fiducia nel Regno delle immagini del Cinema e della Fotografia.

Nonostante la loro continua profanazione, sono ancora, oltre ogni ostacolo, il segno di una resistenza invincibile.

 

Le Corbusier scriveva: “L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi  sotto la luce. I nostri occhi sono fatti per vedere le forme nella luce: l’ombra e la luce rivelano queste forme; i cubi, i coni, le sfere, i cilindri e le piramidi sono le grandi forme primarie… La loro immagine ci appare netta… E senza ambiguità.“


Prima disegnavo edifici, ora disegno con la luce. Amo i toni scuri, i neri decisi, e le luci forti. 

Fotografia significa “scrivere con la luce”.

Non disegno più edifici, disegno con la luce. Un’impresa molto più difficile, quasi una sfida.




▪️ Quanto e come ha influenzato la tua professione di architetto nella tua ricerca e sperimentazione fotografica?


Mi rendo conto che è tutto così incredibilmente intrecciato. 

Vorrei  provare a impostare la tua domanda in maniera leggermente diversa, perché non esiste l’Architettura, così come, credo, non esista la Fotografia, bensì  quel modo di fare o di cercare architettura  come quel modo di cercare o fare fotografia. Leggo il filo invisibile che unisce i miei tentativi di architetto ai miei sogni di fotografa.

Formata alla scuola dell’architettura dell’espressionismo, ho sempre seguito quella traccia che conduce dall’arte alla vita. Complice una condizione estrema di solitudine e di desolazione, ho percorso l’unica via possibile, quella di un’architettura fortemente simbolica, come un desiderio, come una nostalgia.

In fondo un’idea impraticabile, una non-architettura, sconfinante nei territori dell’immaginazione o della installazione temporanea. Ai limiti di una forte tensione formale, dai blocchi cementizi si liberavano esili e trasparenti tentativi di superamento e smaterializzazione.  I lavori a cui sono più legata, alcuni rimasti alla semplice dimensione di ipotesi o proposta, fanno parte di un ciclo denominato “Trilogia dell’Angelo”.

Mi rendevo conto, già allora che, forse, non erano quelli dell’architettura gli strumenti e i materiali giusti per me. Il passaggio alla fotografia è stato naturale, non solo l’“intrattabile realtà”, ostile ed estranea, ma, dentro di me, la messa a fuoco di quel che avrei voluto fare da sempre.

Ammiravo ScharounMirallesCoop Himmelb(l)au, architetti capaci di tracciare haiku nel cielo delle metropoli, di far vibrare aste e lance nel vortice delle folle, di scrivere strani segni nei territori abbandonati delle periferie del nostro tramonto. Come in un volo finale, l’architettura che amavo inverava l’intero ciclo romantico, e apparvero angeli e acrobati, funamboli e saltimbanchi a insegnare lo stupore incantato di un nuovo sguardo sul mondo.




▪️ La tua serie fotografica che ti è rimasta nel cuore. Raccontacela!


La Fotografia mi ha restituito alla mia solitudine, lontano dalla lotta, ho ritrovato il mio sguardo di testimone. Perduta e finalmente ritrovata, prima dentro e poi, fuori, lontana dal rumore del mondo.

Così non mi è difficile rispondere a questa tua nuova domanda. 

Non è una serie, sono solo pochi scatti rubati, in un piccolo circo di periferia, allo sguardo innocente di una bambina che spalanca i suoi occhi al miracolo di un trapezio, o di un gruppo di  ragazzini che dondola, sospeso, sulla “barca dei sogni”.

E quelle figure di “donne alla finestra”, sorprese anche loro in quell’istante irreversibile in cui la vita ti sfiora a tua insaputa e non hai neanche il tempo di chiederti “cosa è stato”.

E poi, quest’ultima mia serie di “Bambole” nascoste dietro tende impolverate di negozi abbandonati di una città insondabile, catturate tra la fascinazione di antiche egizie sopravvivenze ed inquietanti androidi alla guida di astronavi perdute in misteriose traiettorie di viaggi interstellari.




▪️ Da qualche anno ti sei avvicinata alla Fotografia Transfigurativa. Spiegaci perché hai deciso di investire tutto su questo tipo di fotografia.


La fotografia è creazione, ri-creazione della realtà. L’architettura è stata, per me, il desiderio di liberare l’anima nascosta di “quel” luogo, il suo dáimōn, di fare in modo che si rivelasse, così la Fotografia Transfigurativa, ma molto più in là, molto più in profondità, verso quei margini incerti dove l’invisibile appare e subito svanisce, e disorienta. Potrei definirla una poetica dell’assenza o del nascondimento di oggetti silenziosi e di testimoni muti, attenti al disvelarsi, instabile e incerto, del mistero segreto dell’inconscio delle cose, attraverso la ferita dolorosa riaperta dallo sguardo ansioso della fotocamera. 

Del resto è tutto già teorizzato nelle pagine di Carlo Riggi: “Transfigurare non è un modo per stravolgere i significati, ma per trovarne il vero nucleo, l’essenza”. E se, poi, mi perdo nella malinconia di un bianco e nero, solcato da lampi di luce su fondali cupi, non è altro che quel che ho sempre cercato: come per l’espressionismo, la fotografia transfigurativa è “un problema dell’anima”, la “visione del sogno”.






Mi riallaccio a quanto scritto da Nella sopra e con l’occasione riporto questa bellissima riflessione critica di Carlo Riggi, dedicata al suo percorso artistico e pubblicata all’interno del Gruppo Facebook “Fotografia Transfigurativa”.

Se nel gruppo c’è qualcuno da cui si possa apprendere di tecnica fotografica, questa è Nella Tarantino. Non iso, tempi e diaframmi, non solo almeno, ma quella tecnica che permette di penetrare le difese dei fruitori, corrompere le sentinelle, tranciare i cavalli di frisia e irrompere nel mondo emotivo di chi osserva le sue foto; quella sua speciale attitudine a scrutare nel buio alla ricerca di sonorità invisibili, attraversare i generi rimanendo fedele a sé stessa, far collimare passione e ragione, collocando i suoi soggetti e i suoi scenari sempre, in modo indelebile, dentro l’immaginario collettivo.  


Molti fotografi utilizzano le nuove tecnologie provando ad emulare i risultati della pellicola. Nella va oltre. Le sue fotografie sono frutto di un flusso di lavoro interamente digitale, eppure davanti ad esse non ci si chiede mai come siano realizzate. La nostra collega, forte delle sue competenze professionali e dell’innato buon gusto, ha trovato una nuova via, ottenendo per le sue immagini, attraverso una postproduzione sapiente e misurata (di cui ci piacerebbe, eccome, carpire i segreti), una resa decisa, drammatica, ma mai artificiosa o forzata, ponendosi dunque come apripista per una fotografia che non ha più motivo di sentirsi in soggezione verso la pellicola e la camera oscura, non più subalterna, né orfana. 


(“La Finestra sul Cortile” 21 Novembre 2021)






In particolare Carlo Riggi si sofferma su questa fotografia


Questa foto è una di quelle che non si dimenticano. Questa bimba tutta occhi, emanazione piena dell’autrice col suo strumento per scrutare la vita, a metà tra pudore e sfrontatezza, tra la voglia di sparire e il desiderio di mostrare al mondo i propri sentimenti.   


Un bianco e nero forte, spietato, che rivela in filigrana le tensioni evolutive di una piccola donna in preda a emozioni più grandi di lei, che prova a trattenere nel suo sorriso ingoiato, tra lacrime ferme sulla soglia; un insieme di ansia e eccitazione legato al venire alla luce delle sue nuove forme, un gorgo vorace di sapiente innocenza. 


Un ghirigoro bianco, elegante e civettuolo, taglia la foto in due, come la linea di un’aria musicale appena bisbigliata. La semibreve appesa in alto – si direbbe un FA – riverbera sulle altre notine disegnate sul cerchietto in testa e sul viso. Perché questa foto canta, pure. Sullo sfondo si ode l’eco lontana di un’orchestrina felliniana; l’atmosfera circense diventa un tappeto silente, allusivo, seduttivo. Il richiamo muto di una donna consapevole di sé e spaventata di quel che sta diventando. 


L’uomo anziano si accosta a questa immagine, posseduto totalmente da un mistero ormai interdetto; un refolo antico, come una carezza prudente, leggera e distante. Perché i vecchi, dice De André, hanno sempre paura di far troppo forte.


(“La Finestra sul Cortile” 21 Novembre 2021)











▪️ Ritornando alla nostra intervista, che approccio hai con la post-produzione per arrivare agli aspetti contenutistici e stilistici delle tue opere fotografiche?


A questa domanda credo di aver già risposto. Per me la post produzione è necessaria. Un buon uso di Photoshop non può che contribuire alla nascita di una buona foto.

Scatto sempre a colori, e sviluppo in bianco e nero. In questo modo, posso lavorare con le luminosità e le saturazioni di ogni singolo colore, in modo da ottenere una vasta gamma di grigi. 



▪️ Volevo chiederti come avviene la scelta dei soggetti per i tuoi scatti. La tua ispirazione è veicolata da qualcosa in particolare?


Mi accorgo quasi sempre, e non so dirti se nei paesaggi in cui mi perdo, siano essi luoghi o volti, figure, e, poi, nelle fotografie, di trovarmi di fronte, ogni volta a qualcosa di “familiare e di estraneo”, come se quei luoghi, quelle figure, quei volti, facessero da sempre parte del mio paesaggio più profondo, e nello stesso tempo, li vedessi per la prima volta, come luoghi sognati, figure e volti sconosciuti. Quando questo accade, sento che è avvenuto un piccolo miracolo, sento che quella è una “buona fotografia”, che è riuscita ad inoltrarsi “in interstizi dello spazio e del tempo del mio inconscio altrimenti inesplorati o silenti”. Come una fatalità, attraverso una ferita, quella fotografia si distacca da me dolorosamente e si avvicina e mi cattura, come in un processo inverso allo scatto della fotocamera, nel mistero insondabile della sua apparizione.  




▪️ A cosa stai lavorando in questo periodo?


Non ho progetti. Non saprei rispondere a questa tua domanda. Ci sono periodi in cui scatto molto, e altri invece in cui mi dedico ad altro. Nei momenti liberi, quando non ho foto da  lavorare, studio.

Studio la Storia della Fotografia e i grandi Maestri, quelli che sento a me più vicini. 

Oppure esco a fare delle lunghe passeggiate sul mare, senza fotocamera…















Contatti dell’artista  


Facebook Nella Tarantino 

Nella Tarantino è architetto e fotografo.

I suoi lavori di architettura sono stati pubblicati su
riviste e cataloghi nazionali e 
internazionali, tra cui:

–  “Angelica
trilogia” di Bruno Zevi, in L’ESPRESSO n. 28, 16 luglio 1998

 –  “Scultura per
il Millenario di Vatolla, Salerno” in L’architettura, cronache e storia, n. 515
settembre 1998

–  Massimo Locci
– Zevi e l’architettura italiana della fine del XX secolo in “Gli architetti di
Zevi, Storia e Controstoria dell’architettura italiana 1944-2000” Fondazione
Maxxi 2018

Hanno scritto o espresso pareri sul suo lavoro di
architetto: Paolo Taviani, Gillo Dorfles, Bruno Zevi, Cesare De Sessa, Predrag
Matvejevic

















Intervista a cura di Giuseppina Irene Groccia



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WILLIAM EUGENE SMITH, LIRISMO CONSAPEVOLE

L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte




WILLIAM EUGENE SMITH LIRISMO CONSAPEVOLE


“Onesto – sì; oggettivo – no”.





di Agostino Maiello |17|Dicembre|2021|





Proseguendo il discorso iniziato qui e proseguito qui, giungo alla fine di questa breve dissertazione dedicandomi a W. Eugene Smith, uno dei maestri della fotografia documentaria, figura di riferimento per generazioni di fotografi. Il fascino della sua figura, in realtà, colpisce prima ancora di dedicarsi alle fotografie, perché già il suo vissuto presenta materiale sufficiente per un film che finirebbe con l’essere epico: padre suicida nel ’36, quando Smith aveva 18 anni, una madre fotografa amatoriale – dalla personalità dominante; poi le durissime esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale (fu ad Okinawa ed a Iwo Jima), sino ad una grave ferita che lo costringerà a due anni di cure e, soprattutto, ad una pesante dipendenza dalle anfetamine che lo accompagnerà fino alla morte; e poi ancora due matrimoni (e due divorzi); depressione, alcolismo, bancarotta finanziaria, fino ad una morte piccola e lontana dalla ribalta, nel 1978, mentre in una drogheria dell’Arizona comprava cibo per gatti: un’uscita di scena dal sapore borghese, quasi beffardo, nei confronti di un personaggio vissuto con stili e canoni ben diversi, che a vent’anni era già un fotografo famoso ed a quaranta una leggenda.



Geniale, fiero ed indipendente, Smith iniziò a farsi notare molto giovane, iniziando a lavorare per “Newsweek”, ma ben presto entrò in “Life”, che resterà nel bene e nel male la rivista cui verrà associato – pur avendola lasciata una prima volta nel ’42 ed una seconda, definitiva, nel ’54, per divergenze sulla pubblicazione dei suoi lavori. E questo nonostante la rivista gli avesse dato il permesso di sviluppare e stampare da sé le proprie immagini, proprio in conseguenza della pressante urgenza di Smith di esercitare un controllo assoluto su ogni fase del proprio lavoro. Il che è tutt’altro che un’assurdità (anche in altri campi, si pensi a Kubrick) dal punto di vista creativo; è però davvero raro che venga consentito ad un fotografo che lavora per una rivista. Ma forse era davvero difficile resistere al fascino ed alla potenza delle stampe di Smith – eccellente fotografo nonché superbo stampatore: un bianconero di lirica bellezza, intensissimo con i suoi neri cupi e bianchi accecanti. I lavori su “Il medico di campagna”, “Il villaggio spagnolo” e “La levatrice nera” sono superbi esempi di fotogiornalismo di razza, che noi chiameremmo reportage ma che Smith soleva invece definire “saggi fotografici” (photo essays).




Dopo l’esperienza con “Life” ed una breve parentesi in Magnum, Smith trascorse il resto della sua carriera dedicandosi a progetti personali, sempre più insofferente verso i vincoli (estetici, operativi, tempistici) che i lavori su commissione imponevano. La fama non gli venne meno: restano splendidi i lavori su Haiti, su Minamata, e le immagini scattate da e dentro il suo loft sulla Sesta Strada; e non si possono non citare le sue due più grandi opere incompiute: il lavoro sulla città di Pittsburgh, e l’idea di “The walk to Paradise Garden“, una sorta di libro totale ed autobiografico. Smith purtroppo non riuscirà mai a completare questi progetti, troppo ambiziosi ed impegnativi, per come li aveva concepiti, per le possibilità di un singolo autore.




Scorrendo le vicende della sua vita e della sua arte, non si può non pensare che mai un fotogiornalista fu tanto artista, ed allo stesso tempo mai un artista fu tanto fotogiornalista: questo dualismo ha accompagnato Smith lungo tutto il suo percorso professionale ed esistenziale, segnandone profondamente gli esiti. Aveva un talento visivo eccezionale, una profonda consapevolezza della struttura del linguaggio fotografico, ed una ferma convinzione su come questo andasse utilizzato per raggiungere gli scopi del fotografo. “Bisogna rendersi conto che la fotografia è la più grande bugiarda che ci sia, complice la convinzione che essa ci mostri la realtà così com’è”, scrisse. E ancora: “Il fotogiornalismo, a causa dell’enorme pubblico a cui arrivano le pubblicazioni che se ne servono, influenza le idee e l’opinione pubblica più di ogni altro ramo della fotografia, per cui il fotografo-giornalista deve avere (oltre all’indispensabile padronanza dei mezzi) un forte senso dell’onestà e l’intelligenza per capire e presentare il suo soggetto opportunamente”. 


Respingendo l’idea che una fotografia possa costituire una oggettiva e autentica rappresentazione del reale, Smith punta dunque a rappresentare la verità nei suoi tratti più essenziali, vale a dire come la percepiva lui in quanto artista: “bisogna osservare e sentire ciò che ci circonda e interpretarlo, traducendolo in un lavoro finito”. E dunque, se necessario aggiustava “la realtà per farla aderire meglio alla verità”. Questo spiega perché costruisse spesso le immagini, disponendo i soggetti in un certo modo, arrivando alle stampe finali con robusti interventi di camera oscura, esponendo insieme negativi diversi, mascherando e bruciando dove necessario, continuamente reinquadrando e tagliando i negativi.


Il risultato di questo approccio – chiarezza della visione, lucidità in fase di ripresa, controllo ed accuratezza in sviluppo e stampa – è un’opera omnia che, pur nella diversità dei soggetti, dei luoghi e dei tempi, non perde mai efficacia e potenza. Le sue fotografie sono permeate di un tetro lirismo che conferisce loro un valore simbolico, assoluto. “Le mie immagini devono andare oltre la verità letterale e, con estrema esattezza, mostrarne anche lo spirito; meglio ancora, simboleggiarla”. La luce, la superba luce che Smith era capace di usare – forte, intensa, espressiva come non mai – unita alla frequente teatralizzazione delle scene riprese, alla potente atmosfera che riempiva ed arricchiva le sue inquadrature: ogni elemento concorre a colpire ed emozionare l’osservatore con un’efficacia ed una chiarezza fuori dal comune. C’è una contraddizione di fondo in questa visione della pratica fotografica: lo sforzo perenne e disperato di restare ancorati all’oggettività del reale – un tratto essenziale più che mai nel fotogiornalismo – ma nel contempo il voler perseguire la realizzazione di immagini che vadano oltre il dato di realtà per assurgere a qualcosa di universale, che non siano cioè solo una rappresentazione del fatto mostrato, bensì un suo pieno e definitivo, permanente simbolo.



















 










Agostino Maiello


Agostino Maiello (Napoli, 1972) si occupa di fotografia dal 1998; nasce come fotografo di architettura, ma ha operato a lungo anche nel settore della fotografia documentaria, specie in ambito industriale, e di cerimonia. Da molti anni lavora per una multinazionale, occupandosi di soluzioni e sistemi per la stampa digitale. Dal 2000 è Caporedattore della rivista telematica di fotografia Nadir Magazine, e del portale associato Nadir Magazine News; ha anche collaborato con altre testate quali Fotografia Reflex ed Asferico. Collabora con lo Studio DomusPhoto di Roma, occupandosi della parte didattica, e con Camera Service per le attività di formazione e divulgazione della cultura fotografica; si occupa inoltre di laboratori dedicati alla storia della Fotografia e al paesaggio urbano. 






Agostino Maiello su Instagram 





©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 








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