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Agosto 2025

IntervisteSegnalazione Eventi

Ilaria Pisciottani racconta “15 – La Fotografia oltre l’umano”

 

Ilaria Pisciottani racconta 15 – La Fotografia oltre l’umano

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |29|Agosto|2025|

 

 

Si avvicina sempre di più l’inaugurazione di 15 – La Fotografia oltre l’umano, una mostra che ha richiesto un lungo e accurato lavoro di preparazione. 
Dall’individuazione della sede espositiva alla scelta di un critico di rilievo come Roberto Mutti, dalla decisione di realizzare stampe di alta qualità direttamente in loco per garantire uniformità ed evitare spedizioni agli artisti, fino alla progettazione di un catalogo che include non solo la critica e un’intervista inedita a Mutti, ma anche ampio spazio dedicato a ciascun fotografo e alle sue opere.
 

 

Un ruolo centrale è stato inoltre riservato all’attenta selezione degli artisti, invitati personalmente e scelti non attraverso un bando aperto, ma in virtù della coerenza della loro ricerca e della forza dei linguaggi proposti.

 

Al tempo stesso, grande attenzione è stata posta nel dare continuità al progetto, affinché non si esaurisca a Varese ma possa proseguire altrove, incontrando nuovi interlocutori e ampliando il proprio raggio d’azione. La mostra si trasformerà così in un ulteriore format originale, pensato per adattarsi ad un contesto diverso e per rinnovarsi in dialogo con luoghi, pubblici e comunità differenti.

 

Un percorso articolato e condiviso, reso possibile grazie alla proficua collaborazione di più professionalità, che ha condotto alla definizione di un progetto espositivo di alto livello. I quattordici artisti selezionati porteranno infatti un contributo prezioso e originale, arricchendo una mostra capace di distinguersi per qualità, visione e cura in ogni dettaglio.

 

Abbiamo avuto il piacere di toglierci qualche curiosità a riguardo. Trattandosi di un’esposizione dagli aspetti singolari e originali, ne abbiamo parlato direttamente con la sua ideatrice, la fotografa e curatrice Ilaria Pisciottani.

 

 
 
 
 
 
 
 

 

Da dove nasce l’idea di questa mostra e, in particolare, come si è sviluppata la scelta di lavorare sul concetto di transanimale?

 

 

 

Nasce dalla voglia di mostrare un intreccio vitale attraverso delle opere fotografiche, in cui l’umano non occupa il centro assoluto, ma si riconosce parte di una rete complessa e interconnessa.

 

 
 

 

Cosa significa per te interrogare, attraverso la fotografia, il rapporto tra umano, animale e natura?

 

 

 

Significa che la fotografia può diventare lo strumento ideale per aprire questo dialogo, perché ha il potere di sospendere il visibile e di suggerire visioni nuove in cui si possa apprezzare un uomo che ha imparato ad essere umano e che ha finalmente capito il suo ruolo etico e morale.

 

 
 

 

Con quale criterio hai scelto gli artisti che partecipano a questo progetto? Quali qualità cercavi nelle loro opere e nei loro linguaggi visivi?

 

 

 

Ho scelto gli artisti per l’originalità della visione e la coerenza del linguaggio. Ogni fotografia ha una voce autonoma, ma tutte concorrono a un’unica narrazione: dissolvere i confini, aprire varchi, restituire sensibilità ibride. Il numero 15 diventa simbolo di armonia dinamica, di un’energia che unisce forze naturali e volontà di trasformazione.

 

In primis volevo unire fotografi molto diversi tra loro e penso di esserci riuscita.

 

Proprio il tema della mostra mi ha permesso di scegliere delle opere che cogliessero in pieno il concetto di Transanimale pur mantenendo in pieno la cifra stilistica dei fotografi che le esporranno, esaltando l’ambito in cui loro amano esprimersi liberamente senza porre loro delle forzature.

 

Noto spesso nelle varie mostre collettive in cui si debba rispettare un tema non di tipo trasversale ci sia spesso il rischio che tutto si riduca ad dover osservare immagini molto simili tra loro, trovo ciò molto noioso e poco illuminante, sia per chi espone che per il visitatore che non sa più neppure distinguere un fotografo dall’altro.
I 14 fotografi selezionati : Matteo Abbondanza, Fabrizio Ceci, Michele Coccioli, Monica Cossu, Giuseppina Irene Groccia, Matteo Groppi, Sonia Loren, Alessio Marzola, Maria Cristina Pasotti, Ilaria Pisciottani,  Alessandro Rovelli, Christine Selzer, Louis Selzer, Pier Paolo Tralli e in basso a ds Carla Pugliano ( Artista e Gallerista ospitante)

 

 

 

 

 

 

Non tutti hanno colto subito la portata del progetto, qualcuno si è fermato davanti alla richiesta di un contributo economico. Chi ha deciso di partecipare, invece, ha riconosciuto qualcosa di diverso. Secondo te, cosa hanno compreso questi artisti e perché hanno scelto di esserci?

 

 

 

I fotografi che hanno accettato la mia proposta artistica hanno probabilmente il mio stesso desiderio di crescere, di confrontarsi con onestà ed impegno nel settore della fotografia, che investono con amore nella loro arte, che durante l’anno molto generosamente, dedicano parte della loro ricchezza per esporre in contesti d’arte veri, dove amano mettersi in gioco, che danno il benvenuto al confronto con altri fotografi di talento e all’approccio con un vero critico del settore e riconosciuto, non un pinco palla qualunque, non hanno paura di ricevere note antipatiche, ne sanno anzi apprezzare il lato costruttivo.

 

Ultimo aspetto da non sottovalutare e che questi fotografi hanno avuto il desiderio di mettersi alla prova con il grande formato, portare tre opere importanti che superano la barriera del più comune 40×30 spaventa molti.

 

Il grande formato, come sottolinei, rappresenta una sfida che non tutti i fotografi sono pronti ad affrontare. In questa mostra, però, diventa un elemento distintivo insieme alla presenza di un critico non convenzionale ma di riconosciuto prestigio come Roberto Mutti. Qual è, a tuo avviso, l’importanza di tali scelte e quali benefici concreti portano non solo alla qualità complessiva dell’esposizione, ma anche al percorso degli artisti che vi partecipano?

 

 

 

Ora ti dico quel che penso fuori dai denti ed in modo sincero, così di riflesso sono chiari gli aspetti che hai toccato nella tua domanda.

 

Ogni volta che andiamo a vedere mostre di grandi fotografi e troviamo il grande formato, tutti noi pensiamo con un po’ di sana invidia: “Ma che meraviglia, questa sì che è un’esposizione, certo anche io se potessi esporre con dei pannelli così grandi, in posti così belli, con le note critiche di un grande esperto, con un catalogo così di qualità, avrei un grande risultato e successo

 

Ma poi che succede però?

 

Succede che la maggior parte dei fotografi, nonostante questa voglia, torna sempre nella sua amata area di comfort ad esporre in piccoli formati, in posti non sempre consoni, con pseudo critici che non fanno altro che dirgli quanto sono bravi! Perché? Perché sono poco generosi con se stessi, sono arroganti, per di più sapendo anche di avere dei grandi limiti, le loro foto non permettono un ingrandimento, sono spesso in bassa risoluzione per via di errati salvataggi e post produzioni non professionali, per mancanza di studio e di voglia di crescere veramente.

 

Gli artisti che parteciperanno alla mostra 15 sono a mio parere dei fotografi pronti ed intraprendenti, onesti, generosi, sobri e umili che amano mettersi in gioco con impegno e che mostreranno ad un pubblico che ama l’arte le loro straordinarie opere in un formato che inizia ad essere importante, il 100×150.

 

Non vogliamo che il pubblico si limiti a spostare lo sguardo da un’opera all’altra. Vogliamo che si immerga, che stabilisca analogie, che si lasci provocare dalle immagini. La fotografia, qui, è un varco: chiede di essere attraversata e di generare nuove domande.

 

Così come ci porra’ delle nuove domande e sfide la presenza autorevole del critico Roberto Mutti che tutti noi stimiamo molto per la sua onestà intellettuale, preparazione e impegno profuso in tanti anni di onorata carriera creata con impegno e senso della realtà nel rispetto della fotografia come vero impegno civile ed etico del fotografo.

 

La mostra apre prospettive etiche, poetiche e civili.

 

“15 – La Fotografia oltre l’umano” diventa così un invito a fermarsi, osservare e soprattutto a ripensare il nostro posto nel mondo, lasciando che le immagini non siano soltanto oggetti da contemplare, ma strumenti di consapevolezza e di cambiamento.

 

Il tutto si svolgerà a Varese in un luogo suggestivo come la CathArt Gallery dell’artista Carla Pugliano, che ringrazio per la sua accoglienza squisita in questa sua galleria che è un vero tempio e rispecchia ciò che l’arte oggi rappresenta per noi: una catarsi profonda, una forma di liberazione emotiva che passa attraverso la creazione e la fruizione artistica.

 

Sono stata esauriente?!

 

 
 
 
 
Si, sei stata molto chiara ed esaustiva, e di questo ti ringrazio.  Passiamo ora a parlare del catalogo, parte importante di ogni mostra. In questo caso non è stato concepito come un semplice documento, ma come parte integrante della mostra. Alla luce del pensiero di Vasari, che sottolineava l’importanza di come un’opera viene tramandata e raccontata, che significato attribuisci a questo volume e quale riflessione personale porta con sé?
 

 

Esatto, il catalogo vuole essere proprio un’estensione della mostra stessa. Non un semplice documento, ma un’opera autonoma che offre spazio alle immagini, alle parole e alle riflessioni. Mi piace pensarlo come una sorta di eredità vasariana, in cui biografia, descrizione e critica si intrecciano. È pensato per continuare il dialogo anche fuori dalla galleria, raggiungendo un pubblico ampio.

 

Penso che quando si realizza un catalogo bisogna avere grande rispetto per gli artisti ma soprattutto nei confronti della storia dell’arte stessa.

 

È una traccia importante che segna il lavoro svolto degli artisti, se mal fatto diventa un vero insulto, si infangano loro ma anche la storia dell’arte stessa, il cammino dei padri fondatori dell’arte come il grande Vasari, che pur di lasciare traccia dell’arte rinascimentale dedicò con amore e fervore parte della sua vita nello svolgere questo importante compito di catalogare, archiviare gli artisti, le opere e le biografie, per poi tramandare tutto il lavoro svolto ai posteri.

 

Dopo di lui in pochi sono riusciti in questa missione, ci sono dei bei lavori ma meno grandiosi e più limitati come area geografica.

 

Giuseppina Irene Groccia è per me oggi una figura che potrebbe essere considerata una degna erede del Vasari.
Fin da subito ho colto in lei la giusta sensibilità artistica, nonché la preparazione e la professionalità necessarie per donare, ogni volta, raccolte ricche di valore e significato artistico. La conosco ormai da anni e sa sempre regalarmi grandi emozioni. La ringrazio sinceramente per questo impegno, perché lo porta avanti con forza e amore, senza mai cedere alla sola venalità che purtroppo caratterizza molti operatori del settore dell’arte contemporanea.

 

 

 

 

 

Se dovessi sintetizzare in una frase cosa rappresenta per te “15 – La Fotografia oltre l’umano”, quale immagine o pensiero sceglieresti?

 

 

 

Mi piacerebbe chiudere con un pensiero di Thomas Mann che ben descrive il nostro gruppo di lavoro

 

Un artista, un artista vero e non uno la cui professione borghese sia l’arte, uno predestinato e condannato, lo si riconosce tra mille, anche con uno sguardo non molto esperto… Nel suo viso si legge il senso dell’isolamento e dell’estraneità, la consapevolezza di essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e di smarrito nello stesso tempo
Per ulteriori dettagli e approfondimenti sulla mostra, vi invitiamo a consultare il comunicato stampa disponibile al seguente link
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

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Arte

COLORE, FORMA, SPAZIO E SILENZIO

 

 

 

 

COLORE, FORMA, SPAZIO E SILENZIO 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |28|Agosto|2025|

 

L’arte minimalista inganna l’occhio e la mente. Essa si presenta come un linguaggio essenziale, privo di ridondanze, ma dietro quella apparente semplicità si nasconde un processo creativo tra i più complessi e rigorosi. 

 

Senem Oezdogan Abstract Minimal Art

 

 

 

Creare un’opera minimale non significa sottrarre senza criterio, ma trovare il punto esatto in cui ogni segno, ogni spazio, ogni ritmo visivo diventa indispensabile.

Paul Grand – “Three girls running” 2012

 

 

La difficoltà sta nell’equilibrio sottile tra il “troppo poco” e il “troppo”. Se la composizione resta eccessivamente scarna, rischia di apparire vuota, priva di tensione e di senso. Se invece si eccede, anche di poco, si perde la purezza del gesto e con essa la forza intrinseca dell’opera. È un campo in cui la misura non è numerica, ma sensibile, un atto di ascolto costante tra l’artista e lo spazio che egli stesso costruisce.

 

La tela bianca, in questo contesto, diventa ancora più intimidatoria perché non offre rifugi né orpelli. Ogni intervento, anche il più piccolo, si espone nudo e definitivo, rivelando la lucidità o l’incertezza di chi lo compie. L’artista minimalista non può nascondersi dietro alla complessità decorativa, egli è chiamato a una chiarezza radicale, a una disciplina interiore che si traduce in precisione formale.

 

Fernando Zobel – Minimal Abstract Expressionism

 

 

Per questo l’arte minimale non è mai un “facile esercizio di sottrazione”, ma un raffinato esercizio critico. È un’arte che chiede all’autore di fermarsi al momento giusto, di accettare il silenzio come parte integrante della composizione, e di fidarsi del proprio istinto senza indulgere nell’eccesso.

 

In fondo, la sua difficoltà coincide con la sua grandezza… nel poco, deve vibrare l’essenziale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Segnalazione EventiSenza categoria

15 – La Fotografia oltre l’umano

 

15 – La Fotografia oltre l’umano

 

Dal 27 settembre all’11 ottobre 2025

 

 

 

 

 

Mostra Fotografica a cura di Ilaria Pisciottani e New Format Art

Vernissage con la presenza del critico Roberto Mutti: sabato 27 settembre 2025, ore 17:30

CathArt Gallery di Carla Pugliano, Piazza Giovanni XXIII – ingresso via Salvo d’Acquisto, Varese

 

 

 

Nata dalla visione di Ilaria Pisciottani, giornalista, fotografa d’arte e Press.ssa New Format Art, “15 – La Fotografia oltre l’umano” ha l’obiettivo di costituire non una semplice esposizione, ma un dispositivo critico che interroga lo statuto dell’immagine fotografica e il suo potere di ridefinire i confini dell’identità, della natura e del vivente.

 

Il tema centrale della mostra è il concetto di transanimale, ispirato al pensiero di Hans Jonas: un invito a superare la rigida contrapposizione tra uomo e animale, tra cultura e natura, aprendo lo sguardo a una visione in cui l’umano non occupa il centro assoluto, ma si colloca come parte di una rete viva e interconnessa.

 

Ad accompagnare il progetto vi sarà anche il prezioso contributo critico di Roberto Mutti, tra i più autorevoli critici e storici della fotografia in Italia, noto per la sua lunga attività come giornalista, curatore e docente. La sua riflessione offrirà ulteriori chiavi di lettura e prospettive interpretative, arricchendo il dialogo tra le opere e il pubblico e collocando la mostra all’interno di un più ampio orizzonte culturale e storico-artistico.

 

I 14 fotografi selezionati – Matteo Abbondanza, Fabrizio Ceci, Michele Coccioli, Monica Cossu, Giuseppina Irene Groccia, Matteo Groppi, Sonia Loren, Alessio Marzola, Maria Cristina Pasotti, Ilaria Pisciottani, Alessandro Rovelli, Christine Selzer, Louis Selzer, Pier Paolo Tralli – sono stati scelti per l’originalità della visione, la coerenza del linguaggio e l’intensità del messaggio. 

 

Stampate in grande formato, le immagini si aprono oltre il perimetro del visibile, trasformandosi in visioni capaci di dissolvere i confini tra le specie e di restituire al nostro sguardo inedite sensibilità ibride e nuove narrazioni visive. 

Il numero 15 simboleggia i 14 artisti insieme a Carla Pugliano – artista e gallerista che ospita il progetto – e diventa emblema di un’armonia dinamica, di un’energia creativa che unisce forze naturali e volontà di trasformazione. Ogni immagine è un varco, uno spazio di riconoscimento reciproco tra umano e non umano, un atto poetico e morale che invita a guardare e sentire oltre i limiti della percezione consueta.

 

La mostra è accompagnata da un catalogo di ampio respiro, realizzato da Giuseppina Irene Groccia per quanto riguarda la parte di impaginazione e grafica e pubblicato da L’ArteCheMiPiace. L’opera offre generosi spazi alle fotografie, alle presentazioni degli artisti e della galleria, oltre a un’intervista inedita a Roberto Mutti. Concepito non solo come documento, ma come estensione della mostra, il catalogo prosegue l’eredità vasariana: così come Giorgio Vasari seppe coniugare biografia, descrizione e valutazione critica delle opere, questo volume valorizza il dialogo tra immagini, artisti e riflessioni, offrendo al lettore una lettura complessiva e approfondita dell’esperienza espositiva e proponendo al contempo uno spaccato attuale sui protagonisti della fotografia contemporanea. Il catalogo è dotato di codice ISBN ed è disponibile per l’acquisto su Amazon, garantendo così una diffusione ampia e accessibile.

 

 

 

 

 

Il percorso di 15 – La Fotografia oltre l’umano non si esaurirà a Varese, ma proseguirà in Sicilia, dove le opere entreranno a far parte della collezione permanente del museo a cielo aperto di Cannistrà (ME), nato dal progetto culturale Nto menzu a na strada. Qui, tra i paesaggi rurali e l’identità viva del borgo, le fotografie si radicheranno nello spazio pubblico, arricchendolo di presenze e significati e dando vita a un dialogo duraturo tra territori, linguaggi e comunità. 

È un invito a ripensare il nostro posto nel tessuto vivente del mondo e a riconoscere nella fotografia non soltanto un mezzo espressivo, ma una pratica di consapevolezza etica nel porre domande, poetica nel trasformarle in visioni e civile nel restituirle alla collettività come occasione di dialogo e di cambiamento.

 

 

L’evento si realizza in collaborazione con New Format Art di Ilaria Pisciottani, Diorama Progetti Fotografici, la CathArt Gallery di Carla Pugliano e L’ArteCheMiPiace di Giuseppina Irene Groccia, quest’ultima anche media partner ufficiale della manifestazione.

 

 

 

 

 

 

Orari della mostra

Martedì, mercoledì, giovedì e venerdì 16:30–18:30

Sabato 10:00–12:30 / 15:30–19:00

Domenica 15:30–19:00

 

Per informazioni e contatti

+39 392 8081554

myartcharlotte@gmail.com

 

 

 
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Segnalazione Eventi

GAZA IS CROSIA: Un grido all’umanità

 

GAZA IS CROSIA: Un grido all’umanità

 

 

 

 

 

Mercoledì 20 agosto 2025 – ore 20:30 – lungomare di Mirto Crosia (CS)

 

 

Un gelido vento di coscienze ha sterminato il torpore dell’indifferenza in una quiete serata estiva sul lungomare di Mirto Crosia (CS), in data 20 agosto 2025

 

L’iniziativa dal titolo “Life for Gaza” – convintamente desiderata dalle donne del Comitato Solidale Alto Ionio Palestina Libera, coordinata da Loredana Muraca e realizzata con il patrocinio del Comune di Crosia – ha incendiato così il silenzio, dando vita a un orizzonte di pensieri, anime e umanità nei pressi del Chiosco “Mediterraneo Libero”, luogo adibito ad assaggi culinari calabro-palestinesi che narrano della resilienza di un popolo.

 

Quarta fermata di un emozionante itinerario che ha attraversato Corigliano Rossano, Torre Sant’Angelo e Cropalati, la serata, avviata dalla lucida introduzione di Giovanni Spedicati – poeta, scrittore ed editore de “La Mongolfiera” –, si è modellata sul tortuoso sentiero del libro “Palestina. Diario di Guerra” di Umberto Romano, pubblicato nel 2002 eppure oggi così drasticamente coevo. 

 



A interloquire con l’appassionato autore la moderatrice Giusy Stasi con i suoi critici e radicali interventi, in un lucido e stimolante confronto di idee e riflessioni condivise, reso ancor più suggestivo dalla viscerale presenza dei lettori L. Diletto, G. De Luca, G. Lauricella, O. Falbo, L. Iozzolino, F. Nigro, G. Muraca, S. Pellegrino, S. Mazzei.

 

I saluti istituzionali del Sindaco di Crosia Maria Teresa Aiello sono stati il coraggioso e commovente riflesso di un’istituzione che, ancor prima di rivestire tale ruolo, rammenta a sé stessa e a tutti i presenti il suo valore di Essere Umano, e in quanto tale detentrice di un’unica verità che trascende qualsiasi appartenenza o ideologia politica: il diritto alla Vita di tutti.

 

A concludere la serata la struggente testimonianza diretta di Vincenzo Fullone, un grido all’umanità intriso di dolore e amore verso il popolo palestinese, penetrato negli occhi e nel cuore di chi sa che il silenzio soffoca ed uccide quanto le bombe, che piegarsi non è saggezza, che tacere non è maturità, che la voce è ciò che ci rimane per disobbedire alle ingiustizie, per urlare all’unisono: “Sono solo una creatura”.

 



 

 

 

Il cammino della presentazione del libro non si arresta: dopo la tappa già svolta sabato 24 agosto ai Laghi di Sibari Art Festival, quinta fermata di un percorso che trasforma il dolore in parola, resistenza e speranza, il viaggio continuerà venerdì 19 settembre nel suggestivo Chiostro di Palazzo San Bernardino a Rossano, nuova occasione per portare la voce di Palestina. Diario di Guerra a un pubblico sempre più ampio.

 

A guidare questo spirito risuonano i versi tratti dal libro di Umberto Romano:

“Se dovessi morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia… per farne un aquilone di carta bianco, che voli sui cieli di Gaza e porti amore e speranza. Fa che resti racconto, e non realtà. Ma la verità è che ogni mattino si vede sempre meno la nostra ombra: restano solo cenere e lamento.”

 

 

Un testo che denuncia con forza le nefandezze di settant’anni di aggressione contro il popolo palestinese, sotto gli occhi di un mondo incapace di agire. Oggi la gente muore di fame sotto le bombe, in un genocidio che rievoca i fantasmi del peggior nazismo. Stringiamoci insieme e invochiamo misericordia, perché l’indifferenza ci rende complici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Interviste

VARCARE IL VISIBILE – Incontro con Emanuele Attadia e la sua Pittura

VARCARE IL VISIBILE
Incontro con Emanuele Attadia e la sua Pittura

di Giuseppina Irene Groccia |25| Agosto |2025|

 

 

Forse solo chi sogna è davvero desto.” Questa convinzione sembra attraversare la pittura di chi, fin da bambino, ha vissuto in un contesto familiare colmo di stimoli creativi, tra musica, teatro e arti visive. Emanuele Attadia, nato a Rossano (CS), coltiva sin da giovane il disegno e la musica, per poi approdare con dedizione alla pittura, intraprendendo un percorso da autodidatta dopo la laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. 

La sua cifra pittorica si riconosce in un realismo quasi iperreale, che si carica di simboli e di tensione poetica, restituendo immagini capaci di aprire varchi di mistero e intimità e di dare voce a quell’intreccio di sogno, fragilità ed enigma che abita l’animo umano.

La sua tecnica, paziente e minuziosa, costruisce immagini in cui la luce si fa sostanza e il dettaglio non è mai semplice ornamento, ma veicolo di verità interiore. È una luce che non resta in superficie: scivola sulle forme, le accarezza, le modella come se volesse svelarne l’essenza segreta. In questa trama luminosa il visibile diventa un varco, un punto d’accesso al non detto, e ciò che appare agli occhi assume la forza di una rivelazione silenziosa. Ogni tela diventa così un luogo di ascolto e meditazione, non una semplice rappresentazione, ma uno spazio in cui lo sguardo si trasforma in esperienza interiore.

Negli anni l’artista ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi in ambito internazionale, esponendo in sedi di rilievo come il MEAM di Barcellona e partecipando a concorsi che ne hanno consacrato la qualità espressiva. Tra i traguardi più significativi, la selezione come finalista al 17° Art Renewal Center Salon Competition, che ha condotto il suo dipinto a essere incluso nel Lunar Codex, capsula del tempo destinata alla luna, un riconoscimento straordinario, che suggella la sua visione come parte di un orizzonte senza confini. 

È stato inoltre finalista nel concorso dedicato a Tiziano Vecellio e al Beautiful Bizarre Art Prize 2025, affermandosi come una delle voci più interessanti della pittura figurativa contemporanea.

Già presentato nella precedente edizione del nostro Magazine ContempoArte con il dipinto “L’inaccessibilità dei sogni”, Emanuele Attadia torna sulle nostre pagine con la forza discreta della sua visione. Le sue opere non cercano mai l’effetto immediato, ma invitano a soffermarsi, a rallentare lo sguardo, a lasciarsi sorprendere da ciò che emerge nel silenzio. La pittura diventa per lui un ponte tra mondi apparentemente lontani, il concreto e l’evanescente, il quotidiano e l’eterno. 

 

 

 

In questa intervista possiamo avvicinarci non solo all’artista, ma anche a chi, con dedizione e sensibilità, fa di ogni tela uno spazio di ascolto e introspezione.

 

 

 

Sei cresciuto in un ambiente familiare ricco di stimoli
artistici. Come ha influito questo contesto sulla tua scelta di diventare
pittore? 

 

Innanzitutto volevo ringraziarti, cara Giuseppina, per avermi chiesto
di rilasciare questa intervista per il tuo blog e il tuo fantastico Magazine ContempoArte. Per me è un
privilegio, oltre che un onore. Tornando alla tua domanda, confermo che gli
stimoli artistici, nella mia famiglia, non sono mai mancati. Sin da
piccolissimo sono stato abbagliato dai dipinti di mio padre Pietro. Nel
tentativo di emulare i suoi capolavori, ricordo di aver scarabocchiato
centinaia di album da disegno. Lui è anche un insegnante di musica, ora in
pensione, per cui sono stato introdotto anche nel magico mondo musicale. Mio
fratello Luca, poi, è un grande attore di cinema, TV e teatro e mia madre, col
suo infinito turbinio di idee, dà vita a numerose iniziative nella scuola dove
insegna. In un ambiente così dinamico, sono stato facilitato nel comprendere
quale fosse per me la via più bella da intraprendere. 

 

Avvolta dal’inquietudine – Olio su tela 40×50 – 2024

 



 

Dopo una laurea in
Ingegneria Ambientale, hai intrapreso un percorso da autodidatta nella pittura.
Cosa ti ha spinto a questo cambio di rotta così radicale? 

 

Ogni esperienza di
vita è un filo che tesse l’anima. Il mio percorso di studi mi ha aiutato ad
arricchirmi come persona e, perché no, ad avere anche una prospettiva analitica
nella concezione e nella realizzazione dei miei dipinti. Il cambio di rotta non
è stato un calcolo, ma un dono dell’imprevedibilità della vita, che mi ha
guidato verso la pittura come un rifugio sicuro. Essere autodidatta è stato un
atto di fiducia nella mia voce interiore, lungo un viaggio senza meta
apparente, illuminato dalla magia che può regalare il meraviglioso linguaggio
pittorico. 

 

Fructus Ventris – Olio su tela 60×70 -2024

 



 

L’opera in evidenza nell’ultima edizione del Magazine ContempoArte, “L’inaccessibilità
dei sogni”, sembra incarnare perfettamente questa visione. Ci racconti la sua
genesi? 

 

“L’inaccessibilità dei sogni” è nata da una percezione viscerale,
un’immagine nata da ispirazioni colte da più fonti ed intrecciatisi nella mia
mente. La donna davanti allo specchio, con la sua espressione disincantata, è
come se cercasse di afferrare un mondo irraggiungibile e, di spalle, invitasse
l’osservatore a condividere il suo desiderio. Accanto a lei, una donna
addormentata, con le gambe che si perdono nello specchio, riesce ad abitare
quella dimensione onirica preclusa alla figura sveglia. Ogni essere umano è
sempre stato affascinato dal mondo dei sogni e dall’influenza che questo
esercita sull’esistenza, chiedendosi dove sia il punto di contatto tra sogno e
realtà e quale sia la vera illusione durante tutta la vita. E se chi conduce
un’esistenza molto concreta e materiale fosse in realtà colui che dorme? I
nostri sogni sono la porta del nostro universo interiore, in cui risiede la
parte vera e autentica di ogni individuo. Trascurarli, non dando importanza
alla nostra dimensione spirituale, significa dormire per tutta la vita,
escludendo inevitabilmente dalla stessa tutto ciò che potrebbe velarla di magia.

 

 



 

 

 

 

L’opera è stata selezionata come finalista all’Art Renewal Center Salon
Competition ed è stata inclusa nel Lunar Codex, una capsula del tempo destinata
alla luna. Cosa ha rappresentato per te questo riconoscimento? 

 

Quando ho saputo
che “L’inaccessibilità dei sogni” è stata selezionata come finalista dell’ArtRenewal Center Salon Competition, il più grande concorso al mondo sull’arte
figurativa contemporanea, ed inlcusa nel Lunar Codex, ovviamente ho provato
un’emozione immensa, indescrivibile. Questo incredibile riconoscimento mi ha
donato nuova energia per proseguire nel mio percorso. Non è cosa di 
tutti i giorni vedere un dipinto viaggiare verso le stelle.
È come se quella donna davanti allo specchio, con il suo desiderio
inafferrabile, portasse un frammento della mia anima nell’infinito. La tua pittura
si colloca nell’ambito figurativo, con tratti che sfiorano l’iperrealismo. 

 

 

L’inaccessibilità dei sogni – Olio su tela 70×90 – 2024

 

 

 

Cosa
ti ha spinto a scegliere proprio questo linguaggio espressivo, invece di
orientarti verso forme più astratte o concettuali? 

 

Ogni dipinto è un’illusione
ottica, un equilibrio tra realtà e astrazione, dove la figura diventa un ponte
per l’anima. Il figurativo parla direttamente al cuore, narrando e celebrando
l’umano in modo potente ed eterno. L’idea di esaltare l’arte astratta o
concettuale a prescindere, a discapito di quella rappresentativa, come avviene
in molti contesti, soprattutto italiani, mi sembra limitante. È necessario che
dietro ogni forma espressiva vi sia una continua e fruttuosa ricerca ed una
profonda conoscenza della materia affinchè il risultato non sia sterile o
prettamente commerciale. Dipingere è un linguaggio, e come tale va affinato per
poter esprimere in maniera potente ed efficace il messaggio che si aspira a
veicolare. 

 

Le silenziose voci dell’anima – Olio su tela 70×100 – 2021

 



 

Il tuo stile pittorico si distingue per un forte contenuto simbolico
e introspettivo. Quali sono i temi che ti guidano? 

 

Attraverso la pittura miro
ad aprire una finestra su un universo parallelo, dove istinto e razionalità,
materia e anima si intrecciano profondamente. Cerco di affinare il linguaggio
pittorico per raccontare, in maniera sempre più fedele, ciò che vedo nel cuore.
I miei temi nascono da ciò che mi faccia tremare l’anima, come la tensione tra
realtà e sogno e la fragilità dell’essere umano. Ogni dipinto punta ad essere
un dialogo intimo che si manifesta unicamente sulla tela, un mondo magico che
inviti l’osservatore a perdersi e ritrovarsi. Seguo l’ispirazione ovunque mi
porti, lasciando che ogni pennellata trasformi il visibile in un’eco
dell’invisibile, un riflesso dell’anima che parla a chi sa ascoltare. 

 

Ecce Haereditas Domini – Olio su tela 70×80 – 2024

 



 

Guardando
al passato, quali sono gli artisti che più ti hanno ispirato, sia per la loro
tecnica che per la profondità del loro messaggio? 

 

La mia visione pittorica è
stata sicuramente influenzata da tutti i maestri in grado di dipingere
l’autentica essenza dell’essere umano e della natura. Caravaggio, con il suo
chiaroscuro drammatico, mi ha insegnato a scolpire l’emozione con la luce.
Antonio Mancini e John Singer Sargent mi hanno affascinato per la loro
pennellata vibrante. I preraffaelliti, come Waterhouse, Millais e Cowper mi
hanno incantato con la loro poesia visiva. Ma mi vengono in mente anche i
maestri della scuola russa, tipo Ilya Repin e Shishkin così come i tantissimi
pittori contemporanei che ammiro profondamente. Sono tutti fonte di ispirazione
per me. Poi ci sono opere che singolarmente mi colpiscono dritto al cuore come
“Dopo la prima comunione” di Carl Frithjof Smith, col suo toccante messaggio
nascosto. E potrei fare decine di esempi come questo. Tendenzialmente starei
ore di fronte ad un dipinto che mi parla nel profondo, studiandone ogni singola
pennellata. 

 

Struggente nostalgia (dettaglio) – Olio su pannello 20×30 – 2023

 



 

Hai praticato anche la pittura su ceramica sopra smalto. In che
modo questa esperienza ha influenzato la tua tecnica pittorica? 

 

È stato un
periodo fondamentale per permettermi di riprendere costantemente contatto con
la pittura, spingendomi a capire che non avrei più potuto farne a meno.

 

Lavorando in paradiso – Olio su pannello – 2020

 



 

Quanto è importante per te il legame con la Calabria, terra
in cui sei nato e cresciuto? 

 

Nel bene e nel male, il contesto in cui cresciamo
ci segna: sta poi alla sensibilità ed alla personalità del singolo individuo
scegliere cosa valorizzare di tutto ciò che si presenta sul suo cammino. Con
tutte le sue contraddizioni, la Calabria è una terra unica, un mosaico di
bellezza selvaggia e storia antica che ha incantato tantissimi artisti nel
corso dei secoli. È nei suoi paesaggi incantati, nei suoi silenzi capaci di
parlare all’anima che trovo l’ispirazione per i miei dipinti. Non posso che
essere legato a questa terra, che mi ha donato radici forti e ali per sognare,
rendendomi la persona che sono oggi. 

 

Prigioniero dei tormenti – Olio su tela 60×80 – 2025

 



 

Nel tuo percorso hai ricevuto
riconoscimenti in importanti concorsi internazionali e hai esposto in sedi
prestigiose come il MEAM di Barcellona. Cosa ti ha insegnato questa esperienza
internazionale? 

 

Ogni forma di esperienza a questi livelli è estremamente
positiva: confrontarsi con maestri di livello mondiale è arricchente sia dal
punto di vista artistico che da quello umano. C’è tanto da apprendere, da ogni
cultura e da ogni approccio pittorico e soprattutto da come all’estero siano in
grado di celebrare l’arte rappresentativa quale linguaggio universale capace di
unire talenti provenienti da ogni angolo del pianeta. Istituzioni come il MEAM,
ARC, Artelibre
e pubblicazioni come Beautiful Bizarre Magazine non sono solo
piattaforme, ma veri e propri catalizzatori di un rinascimento contemporaneo,
dove il dialogo tra artisti crea una sinergia unica, capace di ispirare e
spingere i confini della creatività. 

 

L’Artista Emanuele Attadia al lavoro

 



 

Hai progetti futuri già in cantiere? 

 

Ho
tanti progetti in lavorazione, ognuno con una sua storia da raccontare. Ciò che
li unisce è il desiderio di dare forma a ciò che vedo e sento nel mio cuore,
trasformando emozioni e visioni in opere che parlino in modo autentico. Ogni
nuovo lavoro è un passo in questo viaggio, un modo per esplorare e condividere
la bellezza che trovo intorno a me. 

 

Ephemeros – Olio su tela 70×90 – 2025

 

 

Infine, cosa diresti a un artista che vuole
intraprendere la strada della pittura figurativa oggi, in un mondo dominato da
immagini digitali e velocità? 

 

A un artista che sente il richiamo della pittura figurativa
direi: segui questa strada solo se la senti ardere dentro di te, come una
missione, una vocazione profonda, quasi una forma di preghiera. Dipingere non è
solo tecnica: è un atto di verità, un dialogo tra l’anima ed il mondo.
Dipingere attraverso una ricerca che passi attraverso l’arte figurativa può
diventare una chiave per aprire tante porte. 
In un’epoca dominata dal culto
della velocità e dalle immagini digitali, l’arte figurativa ha un potere unico:
rallentare il tempo, condurre verso l’essenza delle cose, toccare corde che il
digitale non può raggiungere. Ma se il tuo cuore non vibra per questa ricerca,
se vedi l’arte al pari di un’immagine fugace, forse è meglio guardare altrove.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Sito Web Emanuele Attadia

Email info@emanueleattadia.com

Facebook Page Emanuele Attadia Art

Instagram emanuele_attadia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nato a Rossano, Emanuele Attadia cresce in
un ambiente familiare artisticamente
molto dinamico: si avvicina attivamente alla musica ed al disegno sin dalla più
tenera
età, coltivandone l’interesse durante il suo percorso di studi. Consegue la
maturità
scientifica e quindi si laurea in Ingegneria per l’Ambiente ed il Territorio
presso
l’Università della Calabria. Per un anno pratica la pittura su ceramica sopra
smalto,
affinando la tecnica autonomamente. Successivamente, dal settembre 2014, si
dedica
con continuità e da autodidatta alla sua vera passione: la pittura.

Nel 2016 gli viene conferito il “Diploma di Merito” del Premio
della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in occasione della
XI Biennale di Arte Internazionale di Roma.

Nel 2020 è finalista del concorso internazionale di pittura
avente come tema unico l’opera di Richard Wagner “Lohengrin”, a cura del Club
Wagner, della “Fundacio de les Arts i els Artistes” e del prestigioso Museo
MEAM di Barcellona, dove espone insieme alle altre opere finaliste.

Nel 2023 fa parte della terza edizione della mostra
internazionale “The MEAM Hall”, presso il Museo MEAM di Barcellona.

Nel 2024 è finalista del Concorso Internazionale del Ritratto
dedicato al grande pittore rinascimentale Tiziano Vecellio, a cura dello Sheng
Xin Yuart Institute. Prende parte alla relativa mostra tenutasi nella
meravigliosa cornice di Forte Monte Ricco, a Pieve di Cadore (BL), luogo natìo
di Tiziano.  

Nel 2024 è finalista del 17esimo Art Renewal Center Salon
Competition, il più grande e prestigioso concorso al mondo legato al Realismo
Contemporaneo. Il dipinto è incluso nel Lunar Codex, una serie di capsule del
tempo, contenenti il lavoro di 7000 creativi, compresi  i finalisti del Concorso ARC, le quali
verranno lanciate sulla luna in tre missioni correlate alla NASA. Sarà il primo
significativo posizionamento di arte contemporanea sulla luna in 50 anni. 

Nel 2025 è finalista presso il 2025 Beautiful Bizarre Art Prize,
nella sezione Ryamar Paintings Award, uno dei più prestigiosi concorsi al mondo
legati all’arte figurativa contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sezione Interviste del nostro blog ospita periodicamente artisti, galleristi, critici d’arte, letterati e autorevoli operatori culturali, selezionati per la loro capacità di offrire contributi significativi alla valorizzazione e diffusione di temi rilevanti nel panorama artistico contemporaneo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Artisti

ASTRIT SHOTI, UN ARTISTA CHE ARRIVA DALLA PICCOLA ALBANIA IN ITALIA OTTENENDO GRANDE SUCCESSO!

 

ASTRIT SHOTI, UN ARTISTA CHE ARRIVA DALLA PICCOLA ALBANIA IN ITALIA OTTENENDO GRANDE SUCCESSO!

di Artur Nura |23|Agosto|2025|
Oramai Astrit Shoti è un artista italo‑albanese di grande bravura, capace di trasformare la materia in poesia visiva. La sua arte materica, sperimentale e simbolica, unisce cultura italiana e albanese, conferendogli quella solida dimensione culturale apprezzata da critici riconosciuti.
L’arte di Shoti dimostra un vero talento che coniuga tradizione artigianale Albanese, ricerca stilistica e profondità simbolica italiana.
 

 

 
Shoti è nato a Peshkopi, nei monti dell’Albania ed ha sviluppato una carriera artistica ricca e articolata in oltre 40 anni di esperienza, come pittore e decoratore, impiegando tecniche molto varie: dipinti, bassorilievi in rame, gessi, resine, finti marmi, trompe-l’oeil, e lavori in legno.
Per di più oltre all’esperienza ricca in Albania, il suo percorso artistici attivo da oltre trent’anni, ha esposto a Roma, Barcellona, Londra, Bruxelles e Venezia.
Le sue creazioni si caratterizzano per una forte componente materica, grazie all’uso sapiente della spatola e di materiali biologici che conferiscono tridimensionalità e vitalità ai soggetti: onde, porte, lava, fango, prati, fiori e figure.
 

 

 
Le rovine romane sono state spesso fonte d’ispirazione per Shoti che fonde antico e moderno con grande senso simbolico.
Per Shoti sembra che l’arte è un atto di espressione viscerale. Non dipinge solo per creare un’immagine, ma per trasmettere un messaggio, un’emozione che li viene da dentro. Le sue opere sono legate alla materia, alla natura e alla vita che scorre. Usa tecniche come la pittura materica, che dà tridimensionalità ai suoi lavori, dando vita alle superfici in un modo che non si limita a ciò che si vede, ma che si può quasi toccare.”
L’Albania è la sua radice, ma l’Italia è diventata la sua seconda casa in tutti i sensi possibili. Crescendo, ha vissuto in un contesto rurale, circondato dalla natura e da tradizioni che hanno plasmato la sua visione del mondo.
Sembra che quando è arrivato in Italia, ha dovuto trovare il suo posto, poiché la sua arte è sempre stata il filo conduttore della sua vita. L’Italia, con la sua ricca tradizione artistica, li ha offerto strumenti e opportunità per perfezionare.
 

 

 
Tuttavia, le sue radici albanesi sono sempre con lui, e si riflettono nella simbologia e nei temi delle sue opere.
Con la mostra “Poesia della Materia”, inaugurata il 15 novembre 2023 presso l’Ambasciata d’Albania a Roma (via Asmara, 5), ha presentato oltre 40 opere materiche sono state visitabili su prenotazione fino al 31 gennaio 2024.
“Poesia della Materia’’ è stata una riflessione su come l’arte possa esprimere l’essenza della natura, ma anche la sua forza trasformativa. La mostra era anche un omaggio al suo legame con l’ambiente, e alla bellezza intrinseca che si nasconde in ogni elemento naturale, come la lava, il fango, o le onde del mare. La materia stessa è una poesia, per artista Shoti che ha lavorato per hotel di lusso a Roma, ville private e boutique di alta moda, trasformando pareti architettoniche in vere e proprie opere d’arte.
 

 

 
Astrit Shoti ha avuto un’occasione davvero speciale anche nella celebrazione della bellezza e della cultura delle due nazioni, Albania e Kosovo, attraverso la partecipazione delle rappresentanti di Miss Universo Albania e Miss Universo Kosovo nel Palazzo Ferajoli, come sede prestigiosa Romana.
Eventi come questi sono spesso più di una semplice competizione di bellezza; sono un’opportunità per mettere in risalto il patrimonio culturale, le tradizioni, e l’identità delle persone coinvolte ed Astrit Shoti non a caso ha esposto le sue opere durante quest’occasione così importante che e’ stata una combinazione straordinaria di arte e cultura. Le opere e le installazioni di Astrit Shoti hanno aggiunto una dimensione visiva e simbolica a un tale evento che già portava con sé una forte carica emotiva e culturale.
Per le influenze tematiche possiamo menzionare le rovine romane che sono un soggetto ricorrente, fondendo antico e moderno secondo necessità artistiche e di committenza.
Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ha elogiato le sue composizioni informali e materiche, paragonandole all’astrazione materica di Anselm Kiefer, definendole “puro gusto del colore in esiti metallici”
 

 

 
Angelo Crespi, altro critico, ha analizzato l’opera “Porta del Giardino degli Aranci”, evidenziando la porta come simbolo di passaggio e transizione, resa con un realismo tridimensionale che celebra la forza materica e la vitalità latente dell’opera.
 
 
 
Secondo fonti pubbliche, Shoti ha partecipato a diversi eventi e ricevuto importanti riconoscimenti internazionali come:
Tour Biennale d’Europa: esposizioni a Parigi, Barcellona, Londra e Venezia (2022)
Espana Top Selection: Premio città di Barcellona al MEAM di Barcellona (2022) 
Artista dell’Anno a Bruxelles presso Espace Art Gallery (2022) 
“80 Artisti”, catalogo e mostra a cura di Angelo Crespi a Palazzo Ximenes, Firenze (2023) 
Premio Internazionale Michelangelo (2023) 
Pubblicazione su Annuario Artisti – Mondadori 2023 
Inserimento su volume Porto Franco curato da Vittorio Sgarbi (2023) 
Sanremo Artexpo, Teatro Ariston, Sanremo (2023) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.
 
 

 

 

 

 

 

 

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Interviste

Ribaltare la Prospettiva – La Fotografia secondo Robbie McIntosh

 

 

Ribaltare la Prospettiva

 

La Fotografia secondo Robbie McIntosh

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |20|Agosto |2025|

 

 

Dietro il nome d’arte che evoca lontane sonorità nordiche, si cela un fotografo che a Napoli ha trovato un campo d’azione privilegiato, pur senza rivendicare un legame di appartenenza. 

Nella traiettoria artistica di Robbie McIntosh, classe 1977, la fotografia non appare mai come un mestiere da esercitare, né come un semplice mezzo di espressione. È piuttosto una missione dello sguardo, un impegno continuo a interrogare la realtà, a decifrare l’umano nelle sue forme più spontanee e contraddittorie. I suoi scatti sembrano far parte di una disciplina interiore, un percorso di indagine che tiene insieme estetica e antropologia, poesia e documento. In questo senso, il suo lavoro si pone come una ricerca instancabile, non la rappresentazione di un mondo osservato da lontano, ma la costruzione di un dialogo ravvicinato con la vita stessa, nelle sue verità fragili e insieme potenti.

Riservato, poco incline alla sovraesposizione personale, McIntosh lascia che siano le sue immagini a parlare per lui: corpi comuni, non scolpiti, colti sulle spiagge di Napoli o in altri contesti urbani, sempre restituiti con dignità e verità. Nel tempo ha costruito uno stile personale che ricorda l’occhio corrosivo e affettuoso di Martin Parr, ma con una cifra tutta sua, uno sguardo insieme crudo e compassionevole, che si nutre di contraddizioni.

Autore di libri già fondamentali come On The Beach e Scampia Anno Zero, premiato a livello nazionale e internazionale, McIntosh è un fotografo che riesce a trasformare il quotidiano in racconto universale. Dietro la sua apparente ritrosia si cela un pensiero lucido, netto, mai banale, che rende ogni sua affermazione tanto precisa quanto spiazzante.

Le sue risposte alle nostre domande portano l’inconfondibile segno del suo stile fotografico. Nelle parole asciutte e precise di Robbie si coglie la stessa tensione che attraversa le sue immagini… un equilibrio fragile tra silenzio e rivelazione. Più che semplici risposte, esse ribaltano spesso la prospettiva, con un linguaggio netto, diretto, che alterna rigore e improvvisi slanci poetici. Le sue parole non concedono appigli facili ma lasciano intravedere, senza concedere del tutto, aprendo varchi inattesi che spingono chi ascolta a riconsiderare le proprie domande. E questo aspetto riflette perfettamente le caratteristiche delle sue fotografie.

La sua attenta osservazione del mondo è capace di cogliere la bellezza nelle imperfezioni, la forza nei gesti quotidiani, la poesia nascosta nei corpi e negli spazi che attraversa. La fotografia per lui non è mai separata dalla vita, essa è un modo di percepire, interrogare e restituire l’umanità nella sua interezza. Con lui, fotografia e vita coincidono, perché, come ama ripetere, “tutto è politico. Il corpo è uno strumento politico, ogni cellula è un manifesto ideologico. Tutto è bellezza. Bellezza è verità”.

 

 

 



 

 

 

Lasciamo ora a lui stesso la parola, per scoprire direttamente come osserva, interpreta e racconta il mondo attraverso la fotografia

 

 

Robbie McIntosh, il tuo nome d’arte, evoca un suono nordico. Eppure il tuo legame con Napoli sembra intenso, visto che vivi e lavori qui da anni. Come vivi la città e in che misura senti di avere radici o di appartenere a un luogo?

 

Il mio legame con Napoli è molto meno stretto
di quanto si possa pensare. Non sono neppure nato qui, e non ho neppure
trascorso i primi 8 anni di vita, che sono tra i più formativi in assoluto,
quelli che determinano le possibili traiettorie dell’esistenza umana. Non penso
di avere radici, in senso assoluto. Attecchisco ovunque, e di principio sono
internazionalista. I confini mi stanno stretti, le barriere vanno abbattute, e
i nazionalismi portano solo guerre e odio.

 

Quando è nata la tua passione per la fotografia? C’è stato
un momento preciso in cui hai capito che avresti voluto farlo sul serio? E
quali autori, fotografi o meno, ti hanno ispirato lungo il cammino?

 

Ho sempre preso la fotografia molto
sul serio, anche quando non ero un fotografo professionista. Ogni espressione
dell’anima va presa con estrema serietà, perchè si sta maneggiando la vera
essenza dell’uomo. Gli autori, in assoluto, oltre ogni categoria, che più mi
hanno ispirato (per certi versi anche traumatizzato) sono Martin Scorsese,
Hunter S. Thompson, Ciprì
e Maresco, Francois Truffaut, Robert Hunter, Gregory
Corso
, per citarne solo alcuni.

Provai ad esprimermi con la musica,
ma non avevo né il talento e neppure la disciplina per perseguire quella strada
con soddisfazione (intesa come capacità di realizzare quello che sentivo
interiormente).

 

 

 

Nei tuoi canali e progetti fotografici è raro trovare un tuo
autoritratto o un’immagine che ti ritragga. È una scelta deliberata quella di
restare fuori campo? In che modo questa “assenza” visiva si collega alla tua
idea di fotografo come osservatore silenzioso e discreto?

 

Non sono mai stato particolarmente a
mio agio dall’altra parte dell’obiettivo, non mi piace la sovraesposizione
della propria immagine, detesto il presenzialismo, soprattutto quello inutile.

Sono già presente in tutte le
fotografie che faccio, è come se in realtà l’obiettivo sia perennemente puntato
verso me.

Non sposo in modo ortodosso l’idea
del fotografo come osservatore silenzioso e discreto, nella maniera bressoniana
del termine. Secondo me è un gioco di equilibri, di esserci e non esserci, di
vuoti e pieni, di suoni e silenzi. Di armonia e senso generale dell’estetica.
E’ necessario gettare dei sassi per smuovere le acque inerti.

 

 

 

Tra i tuoi lavori, mi aveva colpito in particolare la serie sulle statue di Cristo a mani aperte. Cosa ti aveva spinto a soffermarti su quella ripetizione sacra e urbana, e cosa cercavi di raccontare attraverso quelle immagini?

Quella storia delle statue religiose
nacque forse per caso, in un momento di stasi. La religione codificata e
strutturata dall’uomo mi ha sempre messo a disagio. Non condivido il senso del
peccato imposto dalla morale cristiana. La religione mi è stata imposta, e ne
sono scappato presto. Il sacro è in ogni luogo, non solo in quelli preposti al
culto. E’ dentro l’uomo.

 

 

 

“On The Beach” ha segnato il tuo punto di svolta. Cosa ha
trasformato una serie di fotografie balneari in un progetto esistenziale lungo
13 anni? Cos’hai scoperto in quelle persone che ti ha fatto restare così tanto
tempo sulla spiaggia?

 

Non è stato il punto di svolta, è
stato il punto di inizio, un progetto nato nel 2012. Volevo recuperare la memoria, forse la mia. I pezzi
di qualcosa di mai vissuto personalmente in modo razionale, ma suggestioni di
bambino. Gli odori e i suoni. Salvare quello che c’è da salvare, e secondo me è
molto. Abbattere il pregiudizio sociale, il classismo e lo snobismo. Senza
giudizio, preferisco esprimermi ad un livello emotivo. E’ quello che mi passa
davanti. La città è cambiata parecchio, e continua a farlo. E’ come il
neverending tour. E’ come un treno, o un fiume, che continua a scorrere.

 

 

 

Hai detto che “tutti dovrebbero sentirsi a proprio agio con
un costume addosso”. È una frase potentissima. Fotografare i corpi reali per te
è solo un gesto estetico o anche politico?

 

E’ un gesto antifascista. On The
Beach è un lavoro più politico di quanto possa apparire ad uno sguardo
superficiale.

Tutto è politico.

Il corpo è uno strumento politico,
ogni cellula è un manifesto ideologico.

Tutto è bellezza.

Bellezza è verità.

 

 

 

Lavori esclusivamente in analogico. In un mondo dominato dal
digitale e dall’istantaneità, perché questa scelta così netta? Cosa cambia,
nella testa, nel cuore e nel corpo, quando si fotografa con la pellicola?

 

Preferisco che le fotografie
conservino un supporto fisico, un negativo nella fattispecie. Mi piace
l’esperienza di camera oscura, la ritualità, il pensiero che il minimo errore
si debba pagare. E’ necessario avere molta disciplina oltre al talento. Il
cosiddetto background fotografico, oltre alla valenza artistica.

La pellicola ha un limite, e questo
può aiutare nell’evitare di scattare centinaia o addirittura migliaia di
fotografie al giorno.

 

 

 

In “On The Beach” sembri passare da un punto di vista
antropologico a uno poetico, da ironico a struggente. Come scegli cosa
mostrare? E cosa invece decidi deliberatamente di non fotografare?

 

E’ solo una questione di coerenza
col proprio sentire, istante dopo istante. In certi giorni sono prolisso, in
altri muto.

 


 

Il tuo approccio è molto ravvicinato, quasi fisico, eppure
dici che un bravo fotografo deve restare “un fantasma danzante”. Come si
mantiene la giusta distanza quando ci si affeziona così tanto ai propri
soggetti?

 

E’ lo sforzo maggiore. Restare sul
bordo del cerchio della fiducia. Se si entra troppo, si perde l’integrità
artistica. Se si è troppo fuori, non si riesce a scavare in profondità.

 

 

 

Le tue recenti fotografie dedicate a feste private e
performer burlesque sembrano un cambio di atmosfera. Che legame c’è tra questi
ambienti notturni e le tue spiagge diurne? Cosa cerchi, oggi, nei corpi e nei
volti di quelle serate?

 

Era semplicemente una serie di
fotografie figlie di un periodo di noia e di assenza di altri stimoli. E’ stato
interessante osservare le due facce della luna. L’uomo e il performer. Dove
finisce l’autenticità e dove inizia la fiction.

 

 

 

Come vivi il fatto che molti dei tuoi soggetti oggi ti
riconoscono, ti chiedono le foto, quasi “recitano” per te? Riesci ancora a
catturare l’autenticità o è cambiata anche la tua fotografia?

 

E’ un aspetto che mi diverte, ci
gioco sopra e lo uso per prendermi in giro, destrutturare e riscrivere qualcosa
di già fatto e visto.

 

 

 

Stai lavorando su Scampia. Che approccio usi per raccontare
un luogo così carico di pregiudizi, narrazioni già scritte e dolore? Come eviti
il rischio di estetizzare il disagio?

 

E’ un lavoro finito, a causa della
tragedia nella Vela Celeste nel Luglio 2024, che ha accelerato lo sgombero di
quella e delle altre 2 vele superstiti, e la demolizione della Vela Gialla (di
fatto conclusa pochi mesi fa) e di quella Rossa.

Volevo semplicemente guardare con i
miei occhi, senza pregiudizi. Senza mai aver letto una certa letteratura o
visto determinate fiction.

Avrei voluto continuare il mio
racconto, ma il destino così ha voluto.

Spero solo che le persone innocenti
trovino finalmente pace e dignità.

Estetica ed etica per me coincidono.

 

 

 

Negli ultimi anni hai ricevuto premi importanti e
riconoscimenti anche internazionali. Che rapporto hai con tutto questo? Ti senti
cambiato nel modo di fotografare da quando il tuo lavoro è diventato così
seguito e apprezzato?

 

Certamente mi soddisfa, e mi spinge
ad andare avanti con maggiore intensità, ma senza forzature.

Mi diverte anche, per certi versi. E
mi divertono anche certe dinamiche che osservo o che mi rapportano.

Ma essenzialmente non sono mai
cambiato.

 

Se un giorno dovessi smettere di fotografare le spiagge,
cosa ti mancherebbe di più? E cosa credi che mancherebbe a noi che le abbiamo
guardate attraverso i tuoi occhi?

 

E’ una evenienza che non rientra nei
miei piani.

 

Guardando avanti, quali saranno i tuoi prossimi progetti?
C’è un ambito su cui desideri lavorare da qui al prossimo libro, una nuova
serie fotografica o un tema che ti affascina?

 

Ho delle cose in mente, e sto già
lavorando ad altre, sotto traccia.

Ma preferisco mantenere l’assoluto
riserbo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

Sito Web Robbie McIntosh Photographer 

Instagram robbie_mcintosh 

 

 

 

 

 

 

 

 

Robbie McIntosh

Fotografo professionista nato nel 1977, vive e lavora a Napoli. Al centro della sua ricerca c’è l’umanità, osservata nelle sue unicità e contraddizioni, tra fragilità e forza, silenzio e rivelazione.

Ha pubblicato due libri: On The Beach (2012, giunto alla terza edizione), progetto che segna un punto di svolta nel suo percorso, e Scampia Anno Zero (2023), vincitore del Corigliano Calabro Book Award 2024. Le sue opere, caratterizzate da un linguaggio netto ed essenziale, alternano rigore analitico e improvvisi slanci poetici, mantenendo sempre una tensione tra ciò che svela e ciò che trattiene.

Parallelamente alla produzione editoriale, ha condotto workshop in diversi contesti internazionali, portando avanti una visione della fotografia come missione dello sguardo, strumento critico e politico di indagine sulla realtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Segnalazione Eventi

Serata di Parole e Musica: Presentazione di Alright Compà di Rino Garro a Caloveto

Serata di Parole e Musica: 
 
Presentazione di Alright Compà 
di Rino Garro a Caloveto
 
 
 
 
 

Domenica 24 agosto 2025, alle ore 20:30, Piazza dei Caduti – Caloveto (CS)

 

 

La magia della letteratura arriva in piazza con la presentazione del libro “Alright Compà” di Rino Garro, un appuntamento da non perdere per chi ama storie che parlano di vita, memoria e cultura.

 

Quella tracciata da Rino Garro in Alright Compà, romanzo che sarà presentato a Caloveto (CS) domenica 24 agosto, si può considerare l’epilogo ma anche la continuazione di un viaggio letterario, umano e personale iniziato con Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant, il suo racconto che si muove tra la scoperta del sé e la nostalgia per le proprie radici; elementi che ritornano in Alright Compà, dove però più pregnante diventa il tema del precariato che il protagonista, ormai trentenne, vive in prima persona. È questo il motivo che lo porterà alla ricerca di un lavoro a Manchester, lui che aveva già cercato fortuna a Firenze; il viaggio iniziato anni prima continua e sembra essere il motore trainante della vicenda che si dipana tra le incertezze dello stesso protagonista e il suo ‘mal di vivere’, la sua voglia di cambiare e di adattarsi a nuove situazioni che si intrecciano continuamente. È su questo filo invisibile, ma ben saldo, che si muove la vicenda: un romanzo che nasconde un racconto nato da un tema legato a un particolare che – come se fosse lievito madre – si sviluppa e fa proseliti.

 

La serata si aprirà con i saluti di Umberto Mazza, Sindaco di Caloveto, e sarà guidata dalla conduzione del docente Maurizio Traversari

Parteciperà con un suo intervento anche lo storico e studioso Pierpaolo Cetera, mentre l’autore Rino Garro concluderà l’incontro raccontando il percorso creativo del suo libro.

 

L’evento, promosso dall’Associazione Soci@l e dal Festival delle Letterature, con il prezioso contributo della Pro Loco di Caloveto e la media partnership di L’artechemipiace, è organizzato con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Caloveto.

Ad arricchire l’atmosfera ci saranno intermezzi musicali a cura di Francesco Traversari, per una serata che unisce parole e note in un’unica esperienza da vivere insieme.

 

 

Vi invitiamo a partecipare a una serata di approfondimento e cultura, tra storie, emozioni e riflessioni, nel cuore di Caloveto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Interviste

Accompagnare lo sguardo – Roberto Mutti e l’arte di leggere la fotografia

Accompagnare lo sguardo


Roberto Mutti e l’arte di leggere la fotografia

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |18| Agosto |2025|

 

 

 

Roberto Mutti è uno dei principali storici e critici della fotografia in Italia, attualmente docente presso l’Accademia del Teatro alla Scala e l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, nonché giornalista pubblicista per la Repubblica fin dal 1980. Curatore indipendente e organizzatore di prestigiosi festival e mostre, ha firmato oltre 200 tra saggi, monografie e cataloghi, consolidando una voce autorevole nel panorama culturale nazionale.

La filosofia è stata per lui una lente attraverso cui guardare la fotografia, non come esercizio di forma ma come linguaggio vivo, capace di incidere sulla mente e sulla collettivitàNel suo lungo percorso ha condiviso esperienze con grandi maestri, dal realismo poetico di Kertész alla forza visionaria di Giacomelli, fino alla leggerezza polaroid di Galimberti, ognuno capace, a suo modo, di segnare un punto di svolta. Ma lo stesso sguardo attento e partecipe Mutti lo rivolge a chi muove i primi passi, convinto che il talento possa rivelarsi nei modi più inattesi e fragili. È proprio in quei momenti che il critico deve saper ascoltare, offrendo lo spazio e la cura necessari perché un’intuizione ancora incerta trovi la propria forma.

Accanto alla scrittura e alla curatela, ha dato vita a progetti collettivi come Diorama Progetti Fotografici, nato dal desiderio di costruire uno spazio libero, aperto al confronto e alla ricerca, capace di dare voce a linguaggi laterali e ad autori che spesso restano nell’ombra. La sua riflessione non si ferma mai alla teoria astratta, essa cerca sempre un contatto diretto con gli artisti, con le loro immagini, con chi le osserva. È in questo dialogo continuo che Mutti mantiene uno sguardo limpido e indipendente, attento tanto alle derive del sistema dell’arte quanto alle trasformazioni profonde portate dall’era digitale.

 

 

 

 

 

Nel corso di questa conversazione, ci offre un’articolata riflessione sul linguaggio fotografico, ripercorrendone le trasformazioni e interrogandosi sul valore critico che l’immagine assume nel contesto culturale e sociale contemporaneo.

 

 

Lei insegna fotografia in contesti molto diversi, dall’Istituto Italiano di Fotografia all’Accademia del Teatro alla Scala. Come cambia l’approccio al linguaggio fotografico tra questi ambienti così diversi?

 

Non cambia molto anche se, ovviamente, l’Accademia ha un occhio di riguardo per il mondo dello spettacolo mentre l’Istituto è aperto a più diverse visioni. Nel mio insegnamento, tuttavia, inserisco elementi e riflessioni comuni nella convinzione che in fotografia esistono sì specializzazioni ma nella preparazione che deve dare una scuola queste barriere non esistono. Questo approccio comune poi lo devo declinare in modo diverso perché in Accademia lavoro con classi di pochi elementi mentre in Istituto sono molto più numerosi e quindi bisogna mettere in atto modalità differenti.   

 

Nel suo lavoro curatoriale si nota una grande attenzione al valore narrativo delle immagini. Come si costruisce oggi una mostra che sappia parlare sia all’appassionato che al grande pubblico?

 

Ogni fotografia possiede un valore narrativo che non appartiene, come si crede, solo al reportage (che oggi viene colpevolmente definito con il buffo neologismo storytelling) ma si può e direi si deve trovare anche nello still life, nel ritratto e soprattutto nella ricerca. Personalmente non ho nessun interesse per il cosiddetto grande pubblico che peraltro in genere ricambia il disinteresse per la fotografia salvo poche lodevoli eccezioni. Le mostre non si costruiscono per il pubblico ma per mettere in luce il lavoro di uno o più autori e lo si deve fare facendosi guidare da un solo elemento che è la sincerità ma non è detto che questa paghi. Faccio un esempio per essere chiaro: la più recente e purtroppo ultima mostra di Salgado sull’Amazzonia è stata visitata da moltissime persone che ne hanno apprezzato la bellezza ma molto meno il messaggio politico di allarme su quanto stiamo facendo al pianeta. Non parliamo poi dei tanti addetti ai lavori che hanno parlato di una deriva estetizzante dimostrando di essere incapaci di ascoltare e vedere, presi come sono dal far sentire i loro non richiesti giudizi.     

 

Lei ha spesso sottolineato l’importanza di accogliere e indirizzare i giovani fotografi. Qual è l’errore più comune che nota nei progetti emergenti, e cosa cerca invece in un lavoro davvero promettente?

 

Non mi sento di parlare in generale di una categoria così indefinita come quella dei “giovani fotografi” però se accetta un giudizio necessariamente generico che quindi esclude alcune pregevoli eccezioni, mi sembra che esista un certo diffuso conformismo. È come se gli autori, invece di cercare un personale linguaggio, si impegnassero a seguire quello che in una certa fase riscuote un generale interesse. Basta pensare con quanta superficialità ci si muove nel contesto della cosiddetta street photography senza una vera riflessione sul suo vero significato ontologico. In un lavoro che mi viene presentato cerco l’originalità della ricerca, la consapevolezza critica che la deve accompagnare e, ancora una volta, la sincerità o se preferisce l’autenticità. Si capisce subito se l’autrice o l’autore conosce la storia della fotografia, se ha studiato il passato non per ancorarvici ma per comprenderne la lezione e costruire così il suo percorso.  

 

 

    

Scrive di fotografia da oltre 40 anni: com’è cambiato il ruolo del critico fotografico nell’epoca digitale, dove tutti si sentono autori e recensori?

 

Tutti hanno diritto di sentirsi autori, recensori, critici e non importa che lo facciano scrivendo su un giornale o sul proprio profilo instagram. Ma per farlo non ci si può improvvisare, bisogna avere l’umiltà di studiare, approfondire e soprattutto ascoltare. Comunque, di superficiali e presuntuosi ce ne sono sempre stati, la novità è che il digitale ha moltiplicato le opportunità: se si è bravi e si ha qualcosa da dire si può far sentire la propria voce. La democrazia ha il limite di regalare spazio anche a chi non lo sa usare ma anche il pregio di aprirsi a chi lo merita.   

 

Avendo studiato filosofia, ha mai sentito che questa formazione abbia influenzato il suo modo di leggere, interpretare e insegnare la fotografia?

 

Assolutamente sì. Rispetto ai miei colleghi che provengono da studi artistici, ho constatato di avere un approccio totalmente diverso, non necessariamente migliore ma sicuramente più attento a una visione che include l’estetica ma intende guardare più lontano. Alfred Stiglitz, d’altra parte, diceva che allestire una mostra è come scrivere un saggio di filosofia e a questa massima mi sono spesso affidato, per lo meno quando il tema e gli autori lo suggerivano. La filosofia per me non è stata solo una rivelazione e uno studio molto appassionato ma soprattutto continua ad essere una guida per la vita di ogni giorno e, inevitabilmente, un filtro critico per affrontare anche la fotografia. 

 

 

 

Diorama nasce come spazio di progettualità e riflessione sulla fotografia. Qual è la visione che guida questo progetto e in che modo si inserisce, con la sua identità, nel panorama delle tante realtà curatoriali con cui lei ha collaborato nel tempo?

 

Diorama Progetti Fotografici nasce da alcune esigenze sia professionali che umane, perché con Cristina Comelli e mio fratello Pierluigi abbiamo avuto l’intenzione di rendere ancor più solido il rapporto di collaborazione anche amicale che ci lega da molti anni soprattutto nell’organizzazione del Milano Photofestival. Condividiamo l’idea di proporre la fotografia come ambito di una riflessione critica sul presente, di ampliare la conoscenza degli autori del passato, di dare spazio a quelle realtà autoriali che hanno difficoltà a farsi notare nel panorama fotografico contemporaneo. Questo ci consente una libertà di azione che rappresenta per noi un bene prezioso.   

 

Nel corso della sua attività ha curato autori estremamente diversi tra loro, da André Kertész a Maurizio Galimberti, da Mario Giacomelli a Fulvio Roiter. Cosa cambia — e cosa, invece, resta invariato — nell’approccio curatoriale quando ci si confronta con linguaggi così eterogenei?

 

Ogni volta che si lavora con o su un autore bisogna entrare nel suo mondo. Tempo fa una fotografa mi ha fatto un complimento di cui vado fiero: ha detto che prestavo la stessa attenzione a un autore importante come a un esordiente e che non cambiavo che il mio interlocutore era Gianni Berengo Gardin o una ragazza che mi sottoponeva il suo primo portfolio. Bisogna avere pazienza e dedicare molto tempo se si vuole ottenere un risultato soddisfacente: per la personale di Kertész ho studiato a lungo per realizzare un percorso espositivo originale ma che rispondesse anche al suo spirito. Diverso è quando ci si può confrontare dal vivo con i fotografi: con Fulvio Roiter abbiamo passato lunghe giornate a Venezia a discutere, raccontare, confrontarci, perfino a bisticciare ma il volume che ho scritto per Bruno Mondadori mi ha reso una sorta di suo biografo. Con Enrico Cattaneo e Virgilio Carnisio ho realizzato così tante mostre e libri da diventare un loro critico di riferimento. Con Maurizio Galimberti, per fare un altro esempio, ho un rapporto di amicizia che ci lega fin da quado era un esordiente quasi sconosciuto e lì è emersa la mia capacità di riconoscere il talento soprattutto quando ad altri sfugge.  Per realizzare alla galleria Belvedere  la prima mostra milanese di Mario Dondero e il relativo catalogo, sono stato a casa sua a Fermo, abbiamo passato assieme giornate intere a parlare di politica, di cibo, di calcio perché era tifoso del Genoa, di Cuba, di arte, delle Guerra Civile in Spagna, di Parigi dove ogni tanto ci incontravamo, di donne e, nei ritagli di tempo, abbiamo scelto le fotografie da esporre. Il giorno dell’inaugurazione le abbiamo vendute tutte. Il critico deve sì rimanere sé stesso ma anche essere plastico per comprendere la poetica di chi gli sta di fronte come pure le sue manie: Mario De Biasi era preciso in modo irreprensibile, Mario Dondero perdeva i negativi, Mario Cresci è imprevedibile, Roberto Polillo generoso, Carla Cerati era riflessiva, Giuseppe Pino ombroso. Una volta lo intervistai per Repubblica e, prima di pubblicarlo, gli feci vedere l’articolo che, mi disse, lo aveva deluso. Glielo lasciai chiedendogli dove voleva che lo modificassi e una settimana dopo mi disse che andava tutto bene: aveva voluto mettermi alla prova. Da lì è nata un’amicizia, tre o quattro mostre e due libri. Se avessi reagito male alle sue critiche, come forse avevo il diritto di fare, tutto questo non sarebbe successo. Un’ultima notazione: non lavoro con autori che non stimo o non mi interessano. Ho rifiutato lavori magari ben pagati per questa ragione e mi è capitato di accettare molto meno per aiutare chi mi aveva invece interessato.     

 

Roberto Mutti insieme a Maurizio Galimberti

 

 

 

 

 

 

 

Molti grandi maestri della fotografia, negli ultimi anni, hanno espresso il timore che la fotografia “stia morendo”, soffocata dalla sovrapproduzione visiva, dalla superficialità del consumo digitale o, più recentemente, dalle immagini generate artificialmente. Lei, che da decenni osserva l’evoluzione di questo linguaggio, come interpreta queste affermazioni? Ritiene davvero che la fotografia stia perdendo qualcosa di essenziale, o che invece stia semplicemente cambiando pelle?

 

È il mondo che sta cambiando, come è inevitabile che sia, e di fronte a tutto ciò nel tempo sono state certificate molte morti: si sono decretate quelle della carta stampata, dei libri, della letteratura, della monarchia, della pietà, della poesia, della solidarietà, dello Stato, dell’intero Occidente e perfino di Dio. Tutti soggetti che, magari un po’ acciaccati, continuano ad esistere. Viviamo in una fase di transizione dicono quelli che credono di essere originali (si vive sempre nelle fasi di transizione no?) e la fotografia ha conosciuto una rivoluzione di cui siamo i fortunati testimoni, quella del digitale. Si tratta dell’ennesimo grande cambiamento: chissà cosa pensavano i fotografi che usavano con perizia e attenzione il banco ottico leggendo la pubblicità della Kodak n. 1 che invitava sfrontatamente a limitarsi a schiacciare il bottone per ottenere una fotografia. Certamente la crisi sta mordendo il reportage schiacciato fra il declino delle testate giornalistiche e la ricerca del risparmio ad ogni costo che induce anche molti giornali a scaricare gratis le fotografie da internet. Comunque, non è la fotografia che sta morendo ma semmai è la generale incapacità di leggerla, interpretarla, approfondirla a preoccupare. Banalizzandola, infatti, le si fa perdere il suo intrinseco valore evocativo.   

       

Dopo oltre 200 pubblicazioni e innumerevoli mostre, qual è oggi, secondo lei, il futuro della fotografia autoriale? E cosa augura ai curatori e critici del domani?

 

La fotografia autoriale esisterà sempre perché da qualche parte del mondo ci sarà qualcuno che rifletterà sul metalinguaggio, si confronterà con un corpo o un volto, indagherà su un paesaggio, farà vivere di vita nuova un oggetto, sarà testimone di avvenimenti da condividere. Starà ai curatori intercettarli, incoraggiarli, svolgere il ruolo di interlocutori fra loro e il pubblico. Non possiamo sapere quando e in che modo, ma tutto questo sicuramente avverrà. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Segnalazione Eventi

LIFE FOR GAZA – A MIRTO CROSIA IL CAMMINO DI SOLIDARIETÀ CONTINUA

 

LIFE FOR GAZA

 

A MIRTO CROSIA IL CAMMINO DI SOLIDARIETÀ CONTINUA

 

 

Mercoledì 20 agosto 2025 – ore 20:30 – Lungomare di Mirto Crosia

 

 

Dopo le tappe di Corigliano Rossano, Torre Sant’Angelo e Cropalati, il cammino di solidarietà a sostegno del popolo palestinese approda sul lungomare di Mirto Crosia (CS)

Una nuova serata di riflessione, cultura e testimonianza che prende le mosse dal libro “Palestina. Diario di Guerra” di Umberto Romano, scritto anni fa ma oggi drammaticamente attuale alla luce dei gravi eventi in corso.

 

L’iniziativa, fortemente voluta e organizzata dal Comitato Solidale Ionio Palestina Libera, dal titolo “Life for Gaza”, rappresenta la quarta tappa di un percorso che unisce voci, cuori e coscienze per non restare indifferenti davanti a una delle più grandi tragedie umanitarie del nostro tempo. Letture, dialoghi e testimonianze animeranno la serata, con l’intento di rompere il silenzio e restituire dignità a un popolo che resiste.

 

La serata sarà introdotta da Giovanni Spedicati, poeta, scrittore ed editore de La Mongolfiera, e coordinata da Evelina Viola, attivista di Legambiente e componente del Comitato Solidale Ionio Palestina Libera

 

Porterà i saluti istituzionali il Sindaco di Crosia Maria Teresa Aiello.

 

Seguiranno gli interventi di Loredana Muraca del Coordinamento Solidale Jonio Palestina Libera, un dialogo con l’autore a cura di Giusy Stasi, la testimonianza diretta di Vincenzo Fullone e le letture dal testo affidate a L. Diletto, G. De Luca, G. Lauricella, O. Falbo, L. Iozzolino, F. Nigro, G. Muraca, S. Pellegrino, S. Mazzei.

 

A conclusione dell’incontro, presso il Chiosco Mediterraneo Libero, ci sarà uno spazio conviviale con degustazioni di piatti palestinesi e calabresi, per intrecciare culture e profumi che raccontano la resistenza e l’identità di un popolo.

 

L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Crosia e sostenuta dalla media partnership di L’ArteCheMiPiace.

 

 

 

Restare umani significa non voltarsi dall’altra parte. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clicca sulla copertina per richiedere il libro

 

 

 

 

 

 

Il libro di Umberto Romano “Palestina-Diario di Guerra”, rappresenta una testimonianza delle atrocità commesse da Israele contro il popolo palestinese. L’attuale tragedia, costata finora migliaia tra vittime e feriti, non è un fatto isolato nell’ambito dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese, che ha già compiuto decine di massacri con mezzi terroristici per ottenere un obiettivo: quello di costringere il popolo palestinese o all’emigrazione o ad affrontare uno sterminio. E’ vero che oggi non siamo nel 1948, quando la catastrofe palestinese, la “makba”, è quasi passata sotto il silenzio internazionale, ma, dopo le centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, mai rispettate da parte di Israele, la domanda dei palestinesi, dei democratici e anche di Umberto Romano è la seguente: quando la Comunità Internazionale deciderà di dare giustizia al popolo palestinese, che non ha alcuna responsabilità storica dell’olocausto e cui la lotta non ha niente a che fare con l’antisemitismo? Il libro di Umberto Romano è un contributo alla conoscenza della tragica realtà della vita del popolo palestinese, vittima del peggior terrorismo di stato da parte di Israele, ma che, ironia della sorte, viene accusato sempre di terrorismo.

 

 

 

Nemer Hammad

 

(Delegato Generale Palestinese in Italia)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 
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È possibile inviare comunicati stampa o proposte all’indirizzo: gigroart23@gmail.com.
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