Accompagnare lo sguardo - Roberto Mutti e l’arte di leggere la fotografia

 







Accompagnare lo sguardo


Roberto Mutti e l’arte di leggere la fotografia






di Giuseppina Irene Groccia |18| Agosto |2025|




Roberto Mutti è uno dei principali storici e critici della fotografia in Italia, attualmente docente presso l’Accademia del Teatro alla Scala e l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, nonché giornalista pubblicista per la Repubblica fin dal 1980. Curatore indipendente e organizzatore di prestigiosi festival e mostre, ha firmato oltre 200 tra saggi, monografie e cataloghi, consolidando una voce autorevole nel panorama culturale nazionale.

La filosofia è stata per lui una lente attraverso cui guardare la fotografia, non come esercizio di forma ma come linguaggio vivo, capace di incidere sulla mente e sulla collettivitàNel suo lungo percorso ha condiviso esperienze con grandi maestri, dal realismo poetico di Kertész alla forza visionaria di Giacomelli, fino alla leggerezza polaroid di Galimberti, ognuno capace, a suo modo, di segnare un punto di svolta. Ma lo stesso sguardo attento e partecipe Mutti lo rivolge a chi muove i primi passi, convinto che il talento possa rivelarsi nei modi più inattesi e fragili. È proprio in quei momenti che il critico deve saper ascoltare, offrendo lo spazio e la cura necessari perché un’intuizione ancora incerta trovi la propria forma.

Accanto alla scrittura e alla curatela, ha dato vita a progetti collettivi come Diorama Progetti Fotografici, nato dal desiderio di costruire uno spazio libero, aperto al confronto e alla ricerca, capace di dare voce a linguaggi laterali e ad autori che spesso restano nell’ombra. La sua riflessione non si ferma mai alla teoria astratta, essa cerca sempre un contatto diretto con gli artisti, con le loro immagini, con chi le osserva. È in questo dialogo continuo che Mutti mantiene uno sguardo limpido e indipendente, attento tanto alle derive del sistema dell’arte quanto alle trasformazioni profonde portate dall’era digitale.







Nel corso di questa conversazione, ci offre un’articolata riflessione sul linguaggio fotografico, ripercorrendone le trasformazioni e interrogandosi sul valore critico che l’immagine assume nel contesto culturale e sociale contemporaneo.



Lei insegna fotografia in contesti molto diversi, dall’Istituto Italiano di Fotografia all’Accademia del Teatro alla Scala. Come cambia l’approccio al linguaggio fotografico tra questi ambienti così diversi?


Non cambia molto anche se, ovviamente, l’Accademia ha un occhio di riguardo per il mondo dello spettacolo mentre l’Istituto è aperto a più diverse visioni. Nel mio insegnamento, tuttavia, inserisco elementi e riflessioni comuni nella convinzione che in fotografia esistono sì specializzazioni ma nella preparazione che deve dare una scuola queste barriere non esistono. Questo approccio comune poi lo devo declinare in modo diverso perché in Accademia lavoro con classi di pochi elementi mentre in Istituto sono molto più numerosi e quindi bisogna mettere in atto modalità differenti.   


Nel suo lavoro curatoriale si nota una grande attenzione al valore narrativo delle immagini. Come si costruisce oggi una mostra che sappia parlare sia all’appassionato che al grande pubblico?


Ogni fotografia possiede un valore narrativo che non appartiene, come si crede, solo al reportage (che oggi viene colpevolmente definito con il buffo neologismo storytelling) ma si può e direi si deve trovare anche nello still life, nel ritratto e soprattutto nella ricerca. Personalmente non ho nessun interesse per il cosiddetto grande pubblico che peraltro in genere ricambia il disinteresse per la fotografia salvo poche lodevoli eccezioni. Le mostre non si costruiscono per il pubblico ma per mettere in luce il lavoro di uno o più autori e lo si deve fare facendosi guidare da un solo elemento che è la sincerità ma non è detto che questa paghi. Faccio un esempio per essere chiaro: la più recente e purtroppo ultima mostra di Salgado sull’Amazzonia è stata visitata da moltissime persone che ne hanno apprezzato la bellezza ma molto meno il messaggio politico di allarme su quanto stiamo facendo al pianeta. Non parliamo poi dei tanti addetti ai lavori che hanno parlato di una deriva estetizzante dimostrando di essere incapaci di ascoltare e vedere, presi come sono dal far sentire i loro non richiesti giudizi.     


Lei ha spesso sottolineato l’importanza di accogliere e indirizzare i giovani fotografi. Qual è l’errore più comune che nota nei progetti emergenti, e cosa cerca invece in un lavoro davvero promettente?


Non mi sento di parlare in generale di una categoria così indefinita come quella dei “giovani fotografi” però se accetta un giudizio necessariamente generico che quindi esclude alcune pregevoli eccezioni, mi sembra che esista un certo diffuso conformismo. È come se gli autori, invece di cercare un personale linguaggio, si impegnassero a seguire quello che in una certa fase riscuote un generale interesse. Basta pensare con quanta superficialità ci si muove nel contesto della cosiddetta street photography senza una vera riflessione sul suo vero significato ontologico. In un lavoro che mi viene presentato cerco l’originalità della ricerca, la consapevolezza critica che la deve accompagnare e, ancora una volta, la sincerità o se preferisce l’autenticità. Si capisce subito se l’autrice o l’autore conosce la storia della fotografia, se ha studiato il passato non per ancorarvici ma per comprenderne la lezione e costruire così il suo percorso.  




    

Scrive di fotografia da oltre 40 anni: com’è cambiato il ruolo del critico fotografico nell’epoca digitale, dove tutti si sentono autori e recensori?


Tutti hanno diritto di sentirsi autori, recensori, critici e non importa che lo facciano scrivendo su un giornale o sul proprio profilo instagram. Ma per farlo non ci si può improvvisare, bisogna avere l’umiltà di studiare, approfondire e soprattutto ascoltare. Comunque, di superficiali e presuntuosi ce ne sono sempre stati, la novità è che il digitale ha moltiplicato le opportunità: se si è bravi e si ha qualcosa da dire si può far sentire la propria voce. La democrazia ha il limite di regalare spazio anche a chi non lo sa usare ma anche il pregio di aprirsi a chi lo merita.   


Avendo studiato filosofia, ha mai sentito che questa formazione abbia influenzato il suo modo di leggere, interpretare e insegnare la fotografia?


Assolutamente sì. Rispetto ai miei colleghi che provengono da studi artistici, ho constatato di avere un approccio totalmente diverso, non necessariamente migliore ma sicuramente più attento a una visione che include l’estetica ma intende guardare più lontano. Alfred Stiglitz, d’altra parte, diceva che allestire una mostra è come scrivere un saggio di filosofia e a questa massima mi sono spesso affidato, per lo meno quando il tema e gli autori lo suggerivano. La filosofia per me non è stata solo una rivelazione e uno studio molto appassionato ma soprattutto continua ad essere una guida per la vita di ogni giorno e, inevitabilmente, un filtro critico per affrontare anche la fotografia. 





Diorama nasce come spazio di progettualità e riflessione sulla fotografia. Qual è la visione che guida questo progetto e in che modo si inserisce, con la sua identità, nel panorama delle tante realtà curatoriali con cui lei ha collaborato nel tempo?


Diorama Progetti Fotografici nasce da alcune esigenze sia professionali che umane, perché con Cristina Comelli e mio fratello Pierluigi abbiamo avuto l’intenzione di rendere ancor più solido il rapporto di collaborazione anche amicale che ci lega da molti anni soprattutto nell’organizzazione del Milano Photofestival. Condividiamo l’idea di proporre la fotografia come ambito di una riflessione critica sul presente, di ampliare la conoscenza degli autori del passato, di dare spazio a quelle realtà autoriali che hanno difficoltà a farsi notare nel panorama fotografico contemporaneo. Questo ci consente una libertà di azione che rappresenta per noi un bene prezioso.   


Nel corso della sua attività ha curato autori estremamente diversi tra loro, da André Kertész a Maurizio Galimberti, da Mario Giacomelli a Fulvio Roiter. Cosa cambia — e cosa, invece, resta invariato — nell’approccio curatoriale quando ci si confronta con linguaggi così eterogenei?


Ogni volta che si lavora con o su un autore bisogna entrare nel suo mondo. Tempo fa una fotografa mi ha fatto un complimento di cui vado fiero: ha detto che prestavo la stessa attenzione a un autore importante come a un esordiente e che non cambiavo che il mio interlocutore era Gianni Berengo Gardin o una ragazza che mi sottoponeva il suo primo portfolio. Bisogna avere pazienza e dedicare molto tempo se si vuole ottenere un risultato soddisfacente: per la personale di Kertész ho studiato a lungo per realizzare un percorso espositivo originale ma che rispondesse anche al suo spirito. Diverso è quando ci si può confrontare dal vivo con i fotografi: con Fulvio Roiter abbiamo passato lunghe giornate a Venezia a discutere, raccontare, confrontarci, perfino a bisticciare ma il volume che ho scritto per Bruno Mondadori mi ha reso una sorta di suo biografo. Con Enrico Cattaneo e Virgilio Carnisio ho realizzato così tante mostre e libri da diventare un loro critico di riferimento. Con Maurizio Galimberti, per fare un altro esempio, ho un rapporto di amicizia che ci lega fin da quado era un esordiente quasi sconosciuto e lì è emersa la mia capacità di riconoscere il talento soprattutto quando ad altri sfugge.  Per realizzare alla galleria Belvedere  la prima mostra milanese di Mario Dondero e il relativo catalogo, sono stato a casa sua a Fermo, abbiamo passato assieme giornate intere a parlare di politica, di cibo, di calcio perché era tifoso del Genoa, di Cuba, di arte, delle Guerra Civile in Spagna, di Parigi dove ogni tanto ci incontravamo, di donne e, nei ritagli di tempo, abbiamo scelto le fotografie da esporre. Il giorno dell’inaugurazione le abbiamo vendute tutte. Il critico deve sì rimanere sé stesso ma anche essere plastico per comprendere la poetica di chi gli sta di fronte come pure le sue manie: Mario De Biasi era preciso in modo irreprensibile, Mario Dondero perdeva i negativi, Mario Cresci è imprevedibile, Roberto Polillo generoso, Carla Cerati era riflessiva, Giuseppe Pino ombroso. Una volta lo intervistai per Repubblica e, prima di pubblicarlo, gli feci vedere l’articolo che, mi disse, lo aveva deluso. Glielo lasciai chiedendogli dove voleva che lo modificassi e una settimana dopo mi disse che andava tutto bene: aveva voluto mettermi alla prova. Da lì è nata un’amicizia, tre o quattro mostre e due libri. Se avessi reagito male alle sue critiche, come forse avevo il diritto di fare, tutto questo non sarebbe successo. Un’ultima notazione: non lavoro con autori che non stimo o non mi interessano. Ho rifiutato lavori magari ben pagati per questa ragione e mi è capitato di accettare molto meno per aiutare chi mi aveva invece interessato.     


Roberto Mutti insieme a Maurizio Galimberti









Molti grandi maestri della fotografia, negli ultimi anni, hanno espresso il timore che la fotografia “stia morendo”, soffocata dalla sovrapproduzione visiva, dalla superficialità del consumo digitale o, più recentemente, dalle immagini generate artificialmente. Lei, che da decenni osserva l’evoluzione di questo linguaggio, come interpreta queste affermazioni? Ritiene davvero che la fotografia stia perdendo qualcosa di essenziale, o che invece stia semplicemente cambiando pelle?


È il mondo che sta cambiando, come è inevitabile che sia, e di fronte a tutto ciò nel tempo sono state certificate molte morti: si sono decretate quelle della carta stampata, dei libri, della letteratura, della monarchia, della pietà, della poesia, della solidarietà, dello Stato, dell’intero Occidente e perfino di Dio. Tutti soggetti che, magari un po’ acciaccati, continuano ad esistere. Viviamo in una fase di transizione dicono quelli che credono di essere originali (si vive sempre nelle fasi di transizione no?) e la fotografia ha conosciuto una rivoluzione di cui siamo i fortunati testimoni, quella del digitale. Si tratta dell’ennesimo grande cambiamento: chissà cosa pensavano i fotografi che usavano con perizia e attenzione il banco ottico leggendo la pubblicità della Kodak n. 1 che invitava sfrontatamente a limitarsi a schiacciare il bottone per ottenere una fotografia. Certamente la crisi sta mordendo il reportage schiacciato fra il declino delle testate giornalistiche e la ricerca del risparmio ad ogni costo che induce anche molti giornali a scaricare gratis le fotografie da internet. Comunque, non è la fotografia che sta morendo ma semmai è la generale incapacità di leggerla, interpretarla, approfondirla a preoccupare. Banalizzandola, infatti, le si fa perdere il suo intrinseco valore evocativo.   

       

Dopo oltre 200 pubblicazioni e innumerevoli mostre, qual è oggi, secondo lei, il futuro della fotografia autoriale? E cosa augura ai curatori e critici del domani?


La fotografia autoriale esisterà sempre perché da qualche parte del mondo ci sarà qualcuno che rifletterà sul metalinguaggio, si confronterà con un corpo o un volto, indagherà su un paesaggio, farà vivere di vita nuova un oggetto, sarà testimone di avvenimenti da condividere. Starà ai curatori intercettarli, incoraggiarli, svolgere il ruolo di interlocutori fra loro e il pubblico. Non possiamo sapere quando e in che modo, ma tutto questo sicuramente avverrà. 































©L’ArteCheMiPiace - Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 









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