Fotogrammi inattesi __ di Antonello Ferrara

 L’ArteCheMiPiace - Interviste

©Foto di Debora Leone


Fotogrammi inattesi
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di Antonello Ferrara 



di Giuseppina Irene Groccia |28|Ottobre|2021|


L’arte fotografica di Antonello Ferrara si propone di offrire allo spettatore opere che rappresentano laboratori di estetica onirica, dove lascia al fruitore la facoltà di naufragare volutamente in una propria direzione recettiva.

Uno spazio speciale dove la visione domina sulla forma e la dimensione del definito, animando la percezione del reale-irreale.


La narrazione scenica ci restituisce esempi di fotogrammi capaci di trasformare immagini in veri attivatori dell’immaginazione.


Nel suo percorso troviamo opere che presentano una carica visiva ed emozionale come principio fondamentale. La loro rappresentazione astratta ricostruisce scene trasfigurate dalla visionarietà.


Antonello Ferrara, quale virtuoso dell'immaginario mostra modelli di fotografia intrisi di una sensibilità visiva, particolarmente incline ad una delicata deriva poetica.


Ne consegue un racconto dalla forza travolgente, un mondo sommerso in grado di donare parola alle immagini, coltivando nell’osservatore una visione che va oltre il fermo immagine.


La sua è una ricerca e una sperimentazione con il preciso intento di offrire una personale interpretazione senza mai limitarsi a riportare la sola realtà effettiva.

Nessuna immagine è leggibile in un senso solo, ogni fotografia intende relazionarsi con il fruitore attraverso il segno personale dell’autore, Antonello riesce abilmente ad orientarsi trovando un punto fermo, un equilibrio tra la sua interiorità e ciò che scorre al suo esterno.


Creatività e fantasia, è questa l’anima del suo lavoro che ci permette di cogliere vizi ed ossessioni, spazi ovattati e nicchie di pensiero dentro alle sue immagini.

La fotografia diventa il suo “raccolto” in cui identificarsi, dove decidere come e cosa esprimere. 


Antonello ci riesce in modo egregio, il suo atto fotografico diventa infatti forma sottesa di documentazione, capace di rintracciare un nuovo ordine estetico, dentro e fuori di sè.







Cercheremo di conoscerlo meglio attraverso questa intervista, approfondendo le sue esperienze creative e il suo lavoro.



▪️Come è nata l’esigenza di avvicinarti all’arte e cosa ti ha fatto decidere di esprimerti per immagini?


Nella mia famiglia si è sempre avuto una grande attenzione per l’arte in genere, pittura e musica su tutto. Sono stato sempre immerso nella creatività. Mio nonno materno, con il quale sono cresciuto, dipingeva ritratti addirittura sulle teste dei chiodi, gli zii, mia madre e mia sorella dipingevano. 

 


▪️Puoi parlarci delle principali sfide dei tuoi esordi? Cosa ti ha motivato e spronato verso la passione per la fotografia?


A circa 10 anni. Alla prima comunione mi hanno chiesto cosa avrei voluto avere come regalo: la bicicletta o la macchina fotografica. Scelsi la seconda, rappresentava per me un modo per essere creativo quanto i miei parenti. Non era semplice, nessuno mi ha insegnato. La macchina era una Agfa Pocket, quindi niente di creativo. Oggi rivedo le foto da ragazzino e mi rendo conto che avevo un buon occhio. Poi il calcio ha prevalso, giocare a pallone era diventata per me una delle due opportunità di andare via. La seconda, la Marina Militare è diventata l’opportunità per trovare un lavoro stabile a 17 anni quasi compiuti. Quindi stop alla fotografia, troppo difficile, per circa 33 anni.





▪️Ci parli della corrispondenza reciproca tra la tua passione per la musica e l’arte fotografica?


Qui si apre un capitolo fortemente emotivo. Da ragazzino avevo uno zio più grande di me di 16 anni. E’ stato lui a farmi ascoltare il Rock Progressive, quello dei Genesis, Led Zeppelin, Deep Purple fino ai Pink Floyd. Ascoltare un album come Tubular Bell di Mike Olflied sono immagini che nascono dentro di te e devono essere fluide. Sono immagini che si muovono, suggestioni che non comprendi appieno. Io sono assolutamente incapace di suonare uno strumento ma la musica influisce nel mio modo di fotografare proprio nello scatto.






▪️La tua creatività ti ha portato ad unire la passione per le immagini con la scrittura. Ci racconti un po’ di questa tua esperienza?


Scrivere è stato per me un compito arduo. E’ la colonna portante della mia vita, è la mia sfida quotidiana, è il mio obbligo morale di essere ordinato. Saper scrivere è un dono che non ho ma che mi sono imposto. Quando passi molto tempo nelle lunghe navigazioni in nave, leggere diventa una necessità. Poi a 18 anni mi hanno affidato la biblioteca della mia nave, 350 persone di equipaggio. Cercavo di presentare un libro alla settimana e quindi avevo la necessità di leggere libri e man mano che leggevo scrivevo. Le immagini si sono unite piano piano. Ho un problema serio nella scrittura: sono troppo sintetico oltre a non conoscere bene la grammatica. Ogni progetto fotografico è prima scritto, poi descritto con dei disegni e poi fotografato. Si parte dalla scrittura, dall’obbligo di ordine che c’è dentro di me. Comunque il frutto di questo obbligo mi ha portato a fare per anni un lavoro bellissimo come quello di Addetto stampa della Marina Militare. Per me il lavoro più bello del mondo, perché promuovevo l’impegno dei miei colleghi in mare.




▪️Quali artisti o maestri rappresentano un riferimento per il tuo lavoro e quali consiglieresti di approfondire?


Man mano che cresco nelle abilità fotografiche conosco altri maestri e nuovi artisti. Sinceramente il primo che mi ha fatto rendere conto che le mie visioni interiori potevano diventare fotografie è stato un autore cecoslovacco non molto conosciuto: Miroslav Tichy. Ovviamente il mondo della pittura è quello che più di tutti anima il mio cuore. Io non conoscevo Turner ma fotografavo in un modo che lo ricordavo. Una mia amica me l’ha fatto conoscere ed ora è un punto di riferimento. Poi Paolo Ventura, uno splendido artista che unisce fotografia e pittura in un modo splendido, un vero maestro che spero di poter conoscere.




▪️Spesso racconti di come il tuo rapporto con la macchina fotografica sia profondamente legato al mare. Vuoi dirci qualcosa in più su questo aspetto? 


Io ho scelto di lavorare in mare, ovvio che è l’elemento più importante della mia vita. Escluso il mio periodo di vita a Roma, le mie case hanno tutte visto anche solo un pezzettino di mare. Per me è importante raccontare il rapporto tra uomo e mare, come lo si vive. Non ci si rende mai abbastanza conto dell’importanza che ha il mare per l’Italia. Abbiamo 8300 km di costa di cui 3200 sono spiaggia e littorali transitabili. Vuoi non raccontarli?





▪️Il Festival Internazionale di Fotografia e Arte Contemporanea, CASTELNUOVO FOTOGRAFIA, dedicato da sempre alle innumerevoli declinazioni del paesaggio, quest'anno ti ha visto protagonista con il tuo nuovo progetto “IL CIELO SOPRA PRIOLO". Ci parli un po’ di questa tua recente esperienza?


Questo progetto, dal titolo “Il cielo sopra Priolo” è il frutto della mia crescita da fotografo. Frequentando un corso di storytelling di Simone Cerio ho presentato le foto delle nuvole dall’alto dalla base dove lavoro. Il direttore mi ha fatto notare che sulle nuvole ci sono migliaia di lavori e mi ha invitato a investigare su una unica nuvoletta che molto spesso trovo sul cielo di questo paese. Priolo Gargallo è un paese nato nel 1978 ed è al centro del polo chimico più grande d’Italia. Indagando ho scoperto che nasce ogni giorno una nuvoletta che è l’insieme dell’aria calda emessa da alcune fabbriche della zona industriale e l’aria fredda ed umida che arriva dal mare. Questa nuvola si muove ed io la inseguo nel paese, nel cimitero, sulla spiaggia cercando di raccontare il suo rapporto con il territorio. Nessuno se ne accorge nel paese, è data per scontata e questo mi colpisce molto.






▪️C’è un opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Perché?


Ogni scarafone è bello a mamma so, quindi per ora sono legato a tutti i lavori. Il punto è che sono progetti a loro modo strani, non usuali.








Contatti dell’artista  


Sito Web Antonello Ferrara


Facebook Antonello Ferrara 


Instagram anto_c_a_f__



















Intervista a cura di Giuseppina Irene Groccia











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