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Interviste

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Il Cuore del MUPA – Conversazione con il Direttore Piero Giannuzzi

 

Il Cuore del MUPA

 

Conversazione con il Direttore 

Piero Giannuzzi

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia  |13|Maggio|2025|

 

 

Ho conosciuto Piero Giannuzzi, direttore del MUPA, in occasione della mostra Percorsi, un progetto espositivo tenutosi presso il suo museo, al quale ho avuto il piacere di partecipare e collaborare attraverso il mio blog L’ArteCheMiPiace.

Da subito, mi ha colpito la sua accoglienza sincera e la visione nitida con cui conduce ogni iniziativa culturale: uno sguardo aperto, motivato, inclusivo, in grado di trasformare l’arte in esperienza condivisa. La sua determinazione è palpabile, così come la cura con cui affronta ogni aspetto organizzativo, capace di dare forma a eventi di grande qualità.

Professionista dell’immagine, fotografo per mestiere ma soprattutto per passione, Piero Giannuzzi ha saputo portare il linguaggio fotografico, insieme a molteplici espressioni artistiche, dalla pittura alla scultura, dall’arte digitale alla grafica, fino all’installazione e alla videoarte, dentro una realtà museale viva e dinamica, perfettamente integrata in un contesto storico di rara bellezza.

Il MuPa, ospitato in un elegante palazzo settecentesco restaurato nel cuore di Ginosa (TA), è oggi un punto di riferimento per l’arte contemporanea e la sperimentazione culturale, dove tradizione e innovazione si fondono armoniosamente.

Ma il MuPa è anche qualcosa di più profondo: è un omaggio sentito a una figura cara, alla quale è dedicato l’intero progetto.

Questa radice personale ne alimenta lo spirito, rendendolo sì un luogo di esposizione, ma anche di connessione, dialogo e appartenenza. Qui la cultura non si contempla da lontano, ma si vive, si condivide, si costruisce insieme.

In questa intervista, Piero Giannuzzi ci racconta la nascita e l’anima del MuPa, i valori che lo ispirano, le difficoltà del suo ritorno nella terra d’origine, e la sua instancabile volontà di dare futuro alla bellezza. 

Un dialogo che è, prima di tutto, un atto d’amore verso l’arte, il territorio e le persone.

 

 

 

 

 

 

 

Puoi raccontarci la storia della nascita del MuPa? Qual è stata l’idea iniziale che ha dato vita a questo museo?

 

Tutto è nato da un desiderio semplice, ma ambizioso: creare uno spazio in cui la cultura potesse essere davvero di tutti, e per tutti. Il MuPa non nasce come un “museo tradizionale”, ma come un polo culturale vivo, aperto, capace di abbracciare l’arte, la storia, la creatività e il dialogo sociale in tutte le loro forme. Fin dall’inizio, l’idea fondante è stata quella di costruire un luogo che potesse diventare un punto di riferimento per la comunità: non un contenitore statico, ma un cuore pulsante di esperienze condivise.

 

Ciò che rende unico il MuPa è la sua vocazione inclusiva. Non è stato pensato solo per raccontare, ma per accogliere: persone, idee, prospettive diverse. Ogni attività del MuPa ha un obiettivo chiaro: generare connessioni, creare appartenenza. Siamo in questo senso, un crocevia di linguaggi e visioni. Un luogo dove l’arte incontra il territorio, dove la memoria si intreccia con il futuro, dove la cultura non si visita, ma si vive.

 

Il MuPa ha una dedica speciale, in onore di una persona a cui tieni moltissimo. Ci puoi raccontare chi era e quale legame speciale ti ha ispirato a creare questa realtà museale?

Il MuPa porta dentro di sé una dedica speciale, forse la più importante: è nato da un’idea di mio suocero, Fernando Ria, padre, suocero, fratello, amico, ogni cosa. Una figura che ha lasciato un’impronta indelebile nella nostra comunità e nella nostra vita personale. Era una mente brillante, sempre un passo avanti rispetto al suo tempo, capace di vedere possibilità e connessioni dove gli altri vedevano solo ostacoli. Adesso che lui non è più tra noi, andiamo avanti anche per onorare la sua memoria. Ma ciò che lo rendeva davvero straordinario era il suo modo di mettere sempre gli altri al centro. Non c’era ambizione personale che venisse prima del bene comune, non c’era idea che non includesse un pensiero per chi aveva meno, per chi era ai margini. Il suo senso profondo di giustizia sociale, la sua capacità di ascolto e la sua visione inclusiva del futuro sono stati per me e per noi tutti una guida silenziosa ma costante. A lui dobbiamo molto, è andato via maledettamente troppo presto, ed il vuoto lasciato è enorme ma non lo colmeremo, non si può. 

Il MuPa, con la sua vocazione culturale aperta e partecipativa, con il suo desiderio di costruire legami e generare bellezza condivisa, è anche un modo per continuare il suo pensiero, per renderlo ancora vivo. Ogni progetto, ogni incontro, ogni sguardo curioso che entra nel nostro spazio culturale è, in un certo senso, un piccolo omaggio a ciò che lui ha seminato.
 
 

 

 

 

 

Quanto è stato importante il legame con il territorio nella creazione di questa realtà museale?

 

Il legame con il territorio è stato, fin dall’inizio, il cuore pulsante del MuPa. Amiamo profondamente questa terra, le sue radici, le sue storie, e sentiamo una responsabilità autentica nel prendercene cura. È proprio da questo amore che è nata la spinta a creare qualcosa che potesse restituire valore, che potesse dare nuova linfa alla nostra città, troppo spesso dimenticata o sottovalutata. Il MuPa è la risposta a un bisogno profondo: quello di far ripartire la città culturalmente parlando, non con grandi proclami, ma con piccoli gesti significativi che riaccendano il senso di appartenenza, la partecipazione, l’orgoglio di essere parte di un luogo che ha ancora tanto da raccontare. Ginosa, con la sua storia millenaria e la nostra Gravina, ne sono testimoni silenziosi e potenti. Il nostro territorio è la nostra radice e il nostro orizzonte. E se oggi il MuPa esiste, è perché crediamo che la cultura sia uno dei modi più potenti per far germogliare un futuro migliore, a partire da qui
 
 

 

 

 

Qual è la missione principale del MuPa e come si distingue da altre realtà museali?

 

Mi piace dire che il MuPa è un po’ come una vecchia osteria a conduzione familiare: un luogo autentico, dove ci si conosce per nome, dove si entra con curiosità e si esce con il cuore un po’ più pieno. Non ci interessano le etichette o le formalità: vogliamo toccare per mano i nostri ospiti, guardarli negli occhi, farli sentire accolti, ascoltati, coinvolti.

 

La nostra missione principale è l’inclusione sociale. Quella vera, non di facciata. Crediamo in una cultura che non isola, ma unisce. In un’arte che non seleziona, ma abbraccia. Il MuPa si distingue perché non mette le persone davanti a un’opera d’arte e basta, ma le invita a farne parte, a dialogare, a costruire insieme. Non vogliamo essere un “museo da visitare”, ma uno spazio da vivere. Al MuPa, la cultura non ha un piedistallo, ma una tavola imbandita, pronta ad accogliere chiunque abbia voglia di condividere.

 

 

 

Hai affermato che viviamo in un’epoca di “distruzione culturale”. In che modo il MuPa si pone come risposta a questa crisi e come può contribuire a un cambiamento positivo?

 

Sì, credo davvero che stiamo vivendo un’epoca di distruzione culturale. Un tempo in cui si parla tanto, ma si ascolta poco. In cui si guarda tutto, ma si osserva niente. In questo contesto svuotato di contenuti e di profondità, il MuPa vuole essere una piccola, ma concreta risposta. Un luogo in cui risvegliare coscienze assopite, soprattutto nei più giovani.

Vogliamo vedere i nostri ragazzi lasciare per un momento il cellulare, raddrizzare quella schiena ormai curva su uno schermo, e scoprire il piacere di perdersi dentro un libro, di emozionarsi davanti a un dipinto, di lasciarsi attraversare da una melodia o da una fotografia che racconta più di mille parole. Non perché siamo nostalgici del passato, ma perché crediamo nel potere trasformativo della cultura, quella vera. Quella che accende scintille.

 

 

 

Il MuPa offre ai visitatori esperienze immersive attraverso visori VR e contenuti cinematografici in realtà virtuale. Come è nata l’idea di integrare queste tecnologie e qual è la risposta del pubblico?

 

L’idea di integrare la realtà virtuale all’interno del MuPa è nata dal desiderio di rendere la cultura ancora più accessibile, emozionante e coinvolgente, soprattutto per le nuove generazioni. Viviamo in un mondo dove la tecnologia è parte integrante della quotidianità: invece di combatterla, abbiamo deciso di abbracciarla e usarla come ponte, non come barriera. Ad esempio poter visionare un posto lontano, piuttosto che le nostre chiese rupestri, magari inaccessibili, anche solo posizionando un visore sul volto beh, credo sia pura poesia. Magari chi non può “fisicamente” o “economicamente” affrontare viaggi di un certo tipo, viene qui, si accomoda e li vive, si, in modo differente, ma li vive.

 

Ci piace pensare al VR non come un semplice strumento “tecnologico”, ma come una nuova forma di narrazione, un modo per entrare dentro le storie, per viaggiare nel tempo e nello spazio, per vivere l’arte e la memoria con tutti i sensi. La risposta del pubblico ad oggi è stata sorprendente. Dai bambini agli anziani, vediamo nei loro occhi la meraviglia di chi riscopre la cultura in modo nuovo, immersivo, quasi magico. Molti ci dicono che grazie ai visori hanno “sentito” davvero ciò che stavano guardando. E per noi, questo è il segnale più bello: significa che stiamo riuscendo a far passare emozioni, non solo informazioni.

 

 

 

Le sei sale del MuPa sono dedicate a icone dell’arte italiana come Caravaggio, Fellini e Morricone. Qual è stato il criterio di scelta e come dialogano questi nomi con l’identità del museo?

 

La scelta di dedicare le sei sale del MuPa a figure come Caravaggio, Fellini, Morricone, Alighieri, Fracci e De Filippo non è stata casuale, né puramente celebrativa. Al contrario, è nata da un bisogno profondo: quello di costruire un dialogo tra passato e presente, tra eccellenza e quotidianità, tra genio e umanità, utilizzando i nomi di chi con la propria arte ha fatto in modo che il nome della nostra nazione fosse presente ovunque e per sempre. Abbiamo scelto queste icone perché incarnano valori che ci stanno a cuore: l’audacia creativa, l’originalità, la capacità di raccontare l’animo umano in tutte le sue sfumature. Caravaggio con la sua luce che scava nell’ombra, Fellini con il suo sguardo visionario sull’uomo, Morricone con la musica che diventa emozione pura e cosi via.

 

 

Dopo la tua formazione fuori, hai scelto di tornare e investire nella tua terra. Cosa ti ha spinto a questa decisione e quali sono le difficoltà e le soddisfazioni maggiori che hai incontrato?

Ho scelto di tornare e investire nella mia terra perché credo profondamente che lasciare le proprie radici sia un errore che non deve mai accadere, né mentalmente né fisicamente. Ginosa è una terra ricca di potenzialità, di storia, di cultura: può crescere, può fiorire, ma solo se siamo noi a crederci e a impegnarci per costruirne il futuro. Se andiamo tutti via, non accadrà mai. La decisione di tornare non è stata semplice: le difficoltà sono tante, dalla burocrazia lenta alla mancanza di infrastrutture, dalle resistenze al cambiamento alle sfide economiche quotidiane. Ma le soddisfazioni ripagano ogni sforzo: vedere i frutti del proprio lavoro sul territorio, creare opportunità per altri giovani, ridare valore a tradizioni e risorse locali è una gioia che non ha prezzo. E sapere di contribuire, anche nel mio piccolo, al riscatto della mia terra è la motivazione che ogni giorno mi spinge ad andare avanti.
 

 

 

 



 

Opere fotografiche di Piero Giannuzzi

 

 

La tua carriera di fotografo è ricca di esperienze significative. Ci puoi raccontare come è iniziato il tuo viaggio nel mondo della fotografia?

 

La fotografia mi ha affascinato da sempre. Fin da piccolo ero incuriosito da come fosse possibile fermare un’immagine, catturare un attimo che altrimenti sarebbe svanito. Da questa meraviglia nasce anche il nome del mio studio fotografico: Kaleidoscopio. Ho scelto questo nome perché rappresenta il mio modo di vedere il mondo, fatto di infinite combinazioni di colori, forme, prospettive. Mi ha sempre colpito pensare a come, già secoli fa, qualcuno come Niépce sia riuscito a immaginare e realizzare un mezzo per fissare ciò che si osservava, per renderlo eterno. È proprio da questa curiosità e da questo stupore che è iniziato il mio viaggio nel mondo della fotografia.

 

 

 

Il MuPa ha dimostrato un forte impegno nel coinvolgere giovani artisti attraverso iniziative come open call e mostre collettive. Quali strategie specifiche avete adottato per attrarre e supportare i giovani talenti, e come vedi il ruolo del museo nel facilitare l’ingresso delle nuove generazioni nel panorama artistico contemporaneo?

 

 

 

Il MuPa ha sempre creduto che il futuro dell’arte passi attraverso il sostegno ai giovani talenti. Per questo abbiamo adottato strategie mirate per attrarre e supportare i giovani artisti, a partire dalle open call accessibili e trasparenti, che permettono una selezione inclusiva e meritocratica. Abbiamo creato spazi dedicati a mostre collettive o workshop, offrendo non solo luoghi espositivi ma anche momenti di confronto, formazione e networking con artisti affermati e professionisti del settore. Crediamo che il museo debba essere più di un contenitore: deve diventare un incubatore di idee e progetti, un ponte tra le nuove generazioni e il panorama artistico contemporaneo. Il nostro obiettivo è dare ai giovani artisti gli strumenti e le opportunità per esprimersi, crescere e posizionarsi all’interno di un mercato complesso, senza snaturare la propria voce creativa. È una sfida continua, ma anche una grande responsabilità e un privilegio.

 

 

 

 

 

Quali sono i progetti in cantiere per il futuro del MuPa?

 

Il nostro obiettivo per il futuro del MuPa è continuare a crescere, alzare sempre più l’asticella e consolidarci come un vero e proprio polo culturale di riferimento. Vogliamo ampliare la nostra offerta, coinvolgendo un pubblico sempre più grande e diversificato, attraverso nuove mostre, eventi multidisciplinari, collaborazioni con artisti nazionali e internazionali, e attività educative rivolte a tutte le fasce d’età. Stiamo lavorando per rendere il MuPa un luogo vivo e dinamico, dove l’arte si intreccia con il territorio e con la comunità, capace di generare dialogo, confronto e crescita. È una sfida ambiziosa, ma siamo determinati a portarla avanti con passione e visione.

 

Il MuPa è anche il frutto di una rete di persone, imprese e realtà che hanno creduto nel progetto sin dall’inizio. Vuoi dedicarci un pensiero per ringraziare chi ha scelto di camminare accanto a te in questo viaggio culturale?
 
Una dedica speciale va a tutti coloro che ci sostengono continuando a credere nella cultura come luce che guida e radice che unisce, il nostro più profondo grazie. Professionisti ed imprese della nostra terra siete il respiro vivo di un sogno condiviso. Con voi, ogni pagina scritta ha più voce. State tenendo la mano ai nostri ragazzi, al loro futuro, ai loro sogni. Ogni fiducia data alla cultura è un seme piantato nei cuori delle nuove generazioni. Qualcuno deve pur farlo e se ci uniamo, possiamo rendere le cose meravigliose. 

 

Grazie a: AbaBio, Agri Ionica Srl, Alima Cooperativa Onlus, Arco Antico Ristorante, Autoservice Sannelli, AVIS Ginosa, Biffy Ristorante, Caffè 25, Cemab Srl, Cienne Autoricambi, Clan Pub, ClimaSat di Sante Bracciale, Drink Planet, Eclipse, Eden Spazio Bellezza, EdilArt s.c., Edil Maggi SRL, EdilLux Tamburrano SRL, Eurospin F. Ribecco, Farmacia Sangiorgio, Festa Allianz, Future Center di Patremia Paolo, Galante Consulenza e sviluppo Commerciale, Genera Innova Srl, Global Service Impianti, Graficam, Humana Life&Joy, Il Piccolo Principe Casa Vacanza, Il Praedio della Reale – Bio Agriturismo, Intelligere Moda, Jonica Bio, KaleidoscopioLab, La Pescarella Ristorante, Le Tre Civette B&B, Lignea74013, Linea Uomo Accontiature, Loforese Group SRL, Lomax Assicurazioni, Massanè Casa Vacanze, MZ Service, Nuova Luce Cooperativa Sociale, Pavone Montaggi, Pratoplà, PrencipEdil, Cantine Domenico Russo, RoyalFin Servizi Immobiliari, Sabry Tende, Sinergy, Studio Ria Stp, Tecnica Diesel, Tenuta Orsanese, Tertiam Viaggi, Rag. Fernando Ria, Ing. Alessandro Leccese, Avv. Deborah Panettieri, Rag. Domenico Gigante, Avv. Carmen Carlucci, Ing. Vito Parisi, Geom. Maurizio Napoli, Dr. Luca Calabria, Dr. Vito De Palma, Rag. Rossella Ria, Dr.ssa Grazia Ria, Dr. Cosimo Ria, Rag. Domenico Cazzetta, Dr. Paolo Costantino, Dr. Piero Giannuzzi e il Comune di Ginosa.

 

Aspettiamo tutti coloro che vorranno aggiungersi alla nostra grande Famiglia.

 

 

 

 

Invece in ambito personale c’è un progetto o un sogno artistico che ancora desideri realizzare?

 

Il mio progetto? Ma io non ho un progetto, io ho un’avventura! Io non voglio scattare foto, io voglio scattare vita! Desidero che la mia agenzia di comunicazione sia un carnevale, una festa perenne.

 

Come direbbe Benigni: “La vita non si spiega, si vive”. Ed io la voglio vivere tutta, fotografare con le mani, con gli occhi, col cuore, con le lacrime, con le risate, con i piedi, ah no, con i piedi no, avrebbe un altro significato!
Il mio sogno per la mia terra? Che i ragazzi non se ne vadano. Che restino. Che dicano: ‘Ma guarda quante cose belle possiamo fare qua!’ Perché la bellezza non sta nei grattacieli, ma nel sorriso della signora che ti vende il pane, nei muri scrostati che raccontano storie, nei vecchietti seduti al bar che parlano del tempo da quarant’anni!
E poi io voglio vivere, SERENO, si SERENO. Voglio vedere crescere le mie bimbe, i miei nipoti, guardarli e dire: ‘Ma che miracolo siete!’ Voglio star bene con la mia famiglia, sedermi a tavola, ridere, voglio ridere… sempre, perchè la vita corre troppo veloce.
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©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ArteIntervisteSegnalazione Eventi

Verso il vernissage di “Il riscatto della brutta psiche” Intervista doppia a Maurizio D’Andrea e Carla Pugliano

L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi/ Interviste

 

 

 

Verso il vernissage di “Il riscatto della brutta psiche” 

 

Intervista doppia a Maurizio D’Andrea e Carla Pugliano

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |06|Maggio|2025|

 

 

 

 

Cresce l’attesa per Il riscatto della brutta psiche, la mostra personale di Maurizio D’Andrea, artista internazionale e fondatore del Movimento Artistico Introversico Radicale, che inaugurerà il 10 maggio presso la CathArt Gallery di Varese. L’esposizione si preannuncia come un viaggio visivo potente e introspettivo, capace di dare forma alle tensioni emotive più profonde e ai paesaggi interiori spesso dimenticati.

A conferire ulteriore prestigio all’evento sarà la presenza di Daniele Radini Tedeschi, tra i più autorevoli critici d’arte contemporanea, già più volte Curatore e Commissario della Biennale di Venezia. Il suo intervento critico offrirà una lettura profonda e articolata del lavoro di D’Andrea, valorizzando il senso e l’urgenza espressiva di una mostra che nasce per scuotere e interrogare.

La sua partecipazione rappresenta un’occasione preziosa non solo per l’artista, ma anche per il pubblico presente, che potrà confrontarsi con una lettura lucida e autorevole del percorso espositivo.

Per anticipare i temi e lo spirito di questa mostra così particolare, abbiamo raccolto le voci dei suoi protagonisti: Maurizio D’Andrea, che ci guida all’interno della sua ricerca artistica, e Carla Pugliano, artista a sua volta e fondatrice della CathArt Gallery, che per la prima volta apre i suoi spazi a un progetto curatoriale esterno.
 

 

Un dialogo a due voci per scoprire cosa si cela dietro l’ideazione, la preparazione e il significato profondo di un evento che promette di lasciare il segno.
 
 
 
 
 

 

Carla, come nasce l’idea di ospitare proprio Maurizio
D’Andrea con la mostra “Il riscatto della brutta psiche”? Cosa l’ha colpita del
suo lavoro e cosa l’ha spinta a dedicargli uno spazio nella sua galleria?

 

 

Ho conosciuto Maurizio D’Andrea durante la Triennale Internazionale di Venezia,
dove entrambi siamo stati premiati con il Leone d’Oro. Da subito sono rimasta
colpita dalla coerenza e profondità del suo percorso artistico: il suo lavoro
scava nell’inconscio umano con coraggio e lucidità, dando forma visiva a
dinamiche interiori che spesso rimangono silenziose. La sua capacità di fondere
arte visiva, psicologia e teatro mi è sembrata perfettamente in linea con la
missione della CathArt Gallery, ovvero promuovere un’arte autentica,
trasformativa, che non abbia paura di affrontare anche le zone d’ombra della
psiche. Ospitarlo è stato un passo naturale.

 

 

 

 

 

 

La CathArt Gallery è nata inizialmente come
spazio dedicato alle sue opere. Questa è, se non sbaglio, la prima mostra
“esterna” che ospita. Come ha vissuto questa esperienza?

È stato un passaggio complesso ma estremamente stimolante. Mettere a
disposizione il mio spazio per altri artisti è, in fondo, un’estensione del mio
stesso linguaggio: offrire un luogo dove l’arte possa generare consapevolezza.
Occuparsi di un altro artista, conoscerlo ed entrare nel suo mondo significa
uscire da sé, ascoltare profondamente la sua voce e creare le condizioni
migliori affinché il suo messaggio venga colto in tutta la sua forza. Non si
tratta solo di esporre opere, ma di contribuire a creare una narrazione
coerente, uno spazio mentale oltre che fisico. Con D’Andrea ho sentito questa
continuità di visione.
In particolare, sono rimasta colpita dal progetto che mi ha proposto. “Il
riscatto della brutta psiche” non è semplicemente una mostra, ma un’esperienza
a più voci: con un monologo teatrale, una performance pittorica e la successiva
esposizione vera e propria. Ogni fase è stata pensata come parte di un rituale
collettivo di svelamento e catarsi.
Quando si lavora con un altro artista si crea, inevitabilmente, un rapporto di
fiducia, di stima e anche di amicizia. È un arricchimento profondo, che
permette di cogliere, toccare e analizzare un linguaggio espressivo diverso dal
proprio. E questo apre nuove prospettive interiori: ci si sente meno soli nel
proprio cammino creativo, ci si sente davvero parte di una comunità che parla,
in modi diversi, un’unica lingua: quella dell’arte.

 



 

All’inaugurazione sarà presente anche Daniele
Radini Tedeschi, uno dei critici più autorevoli della scena contemporanea. Può
raccontarci qualcosa, cosa significa per lei averlo in questo evento?



Ho conosciuto Daniele Radini Tedeschi in occasione della mia personale al Sacro
Monte di Varese
, sito UNESCO. Era presente al vernissage con un suo intervento
critico. Ricordo che ero piuttosto agitata per la sua presenza, ma fin da
subito ha saputo mettermi a mio agio, dimostrando una capacità rara: quella di
entrare nel mondo dell’artista, coglierne l’essenza più autentica e restituirla
con lucidità e rispetto.
Le sue osservazioni, mai scontate, mi hanno profondamente arricchita. Ha saputo
offrirmi una visione più ampia, dandomi consigli preziosi che porto ancora con
me. Ho una grande stima per Daniele Radini Tedeschi, che si è consolidata nel
tempo: la sua lettura critica è sempre profonda, acuta, capace di illuminare i
legami più nascosti tra estetica, pensiero e società.
Averlo oggi alla CathArt Gallery rappresenta per me non solo un onore
personale, ma anche un importante riconoscimento al progetto di questa mostra
portata avanti con passione. Il fatto che sia lui a introdurre la mostra di
Maurizio D’Andrea non fa che rafforzare il valore intellettuale e culturale di
tutto l’evento.
D’Andrea stesso, fin dai primi confronti sul progetto, non ha avuto alcun
dubbio: era proprio Daniele Radini Tedeschi il critico e storico dell’arte che
desiderava coinvolgere per accompagnare questa esposizione. La sua presenza
conferma l’ambizione e la profondità di questa mostra, che si muove su un piano
estetico, psicanalitico e concettuale.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

Maurizio, come nasce il progetto “Il riscatto
della brutta psiche”? C’è stato un momento preciso o un’urgenza interiore che
ha fatto scattare questa narrazione artistica così potente?

 

Il progetto “Il riscatto della
brutta psiche” nasce da un’urgenza viscerale supportata da studi e riflessioni
sin dall’adolescenza, da un bisogno interiore maturato nel tempo in seguito a
una lunga e radicale esplorazione dell’inconscio. Questo percorso si alimenta nel
confronto continuo tra il regno delle pulsioni di Freud e l’ombra junghiana e rappresenta
una parte della mente che la società vorrebbe nascondere sotto il velo della
bellezza artificiale. O vorrebbe ignorare! La psiche, nella sua forma più
cruda, è caotica, irrisolta, dolorosa, forse brutta, ed è proprio questo caos che
la performance vuole raccontare. Il taglio della tela, momento chiave del
progetto, ne è simbolo e detonatore: lo squarcio che rompe l’illusione
dell’armonia e ci restituisce alla verità dell’essere. L’urgenza non era quella
di raccontare una storia bella, ma quella di mostrare l’infranto, l’imperfetto,
il rimosso e di riscattarlo attraverso l’arte, catalizzatrice del riscatto.

 

 
 

 

La sua mostra unisce pittura,
teatro e psicoanalisi. In che modo questi linguaggi dialogano nella performance
e cosa spera che il pubblico possa attraversare emotivamente durante l’evento?

 

Pittura, teatro e psicoanalisi non
sono linguaggi separati, ma arrivano dello stesso corpo concettuale. Il teatro,
attraverso il monologo narrativo, diventa rito di iniziazione e confessione,
uno specchio emotivo in cui il pubblico è chiamato a guardare senza filtri. La
pittura, con le sue tele “brutte” e stratificate, incarna visivamente le
profondità dell’inconscio, rifiutando ogni estetica rassicurante. La
psicoanalisi fornisce il supporto teorico e simbolico attraverso cui leggere
questa esperienza. Freud, Jung e Lacan sono presenti in filigrana nel tessuto
della performance: l’ombra, il caos, il dolore rimosso, il riscatto,  sono i protagonisti silenziosi dell’evento.
L’emozione che si spera di attivare nel pubblico è duplice: uno smarrimento
iniziale, simile all’angoscia del sogno disturbante e, successivamente, una
catarsi. L’obiettivo non è consolare, ma inquietare, smuovere, aprire spiragli.
Ogni quadro svelato è una ferita, ma anche un varco. L’esperienza è pensata
come un viaggio psichico, dove l’osservatore è messo di fronte a se stesso, e
chiamato a scegliere se continuare a fuggire dal proprio caos o attraversarlo
per arrivare al riscatto.

 

 

 

Esporre alla CathArt Gallery,
spazio fondato da un’artista come Carla Pugliano, le ha offerto un contesto
particolare. Com’è nato questo incontro e cosa ha significato per lei essere
ospitato in questo spazio?

 

Esporre alla CathArt Gallery,
fondata da Carla Pugliano, artista straordinaria, non sarà un semplice evento
espositivo, ma un incontro profondo tra visioni affini. Carla, artista
sensibile e coraggiosa, ha creato uno spazio che accoglie l’arte come necessità
esistenziale, non come ornamento. Questo ha permesso di concepire “Il riscatto
della brutta psiche” non come una mostra tradizionale, ma come un’esperienza
totalizzante, una performance immersiva dove il confine tra autore e spettatore
si dissolve. L’incontro con Carla è avvenuto alla Triennale di Venezia dove
abbiamo vinto entrambi il Leone d’oro, e ho subito capito di avere conosciuto
un artista portatrice di una nuova arte. Il suo supporto mi ha offerto la
libertà di osare, di squarciare davvero il velo della convenzione estetica e
accogliere il rischio del disordine psichico come valore artistico. La CathArt Gallery
non è solo una galleria, ma uno spazio culturale vivo che ha saputo,
magicamente, vibrare insieme all’urgenza del mio progetto.

 

La presenza di Daniele Radini
Tedeschi aggiunge un forte peso critico e simbolico all’evento. Cosa
rappresenta per lei il confronto con la sua lettura del suo lavoro?

 

Daniele Radini Tedeschi, critico e
storico dell’arte riconosciuto a livello internazionale, con la sua statura
critica e la profondità del suo sguardo analitico, rappresenta una figura
fondamentale in questo evento. Ha sempre posto l’attenzione anche sulla
dimensione esistenziale e psichica dell’arte, e il suo confronto con questo
progetto porta il discorso a un livello di riflessione ancora più acuto. Il suo
sguardo non si ferma alla superficie della pittura, ma ne esplora le radici
simboliche, i richiami filosofici, i risvolti antropologici. La possibilità di
vedere la mia opera attraversata dalla sua interpretazione è un dono critico
che accende nuove prospettive. È uno specchio, ancora una volta, ma stavolta
esterno e colto, che mi obbliga a un ulteriore esercizio di consapevolezza. Non
si tratta di ricevere conferme, ma di abitare il dubbio con più strumenti, e in
questo, la lettura di Radini Tedeschi è un alleato prezioso.

 

Nelle sue opere si avverte una
forte tensione tra introspezione e linguaggio pittorico. In che modo il suo
percorso personale – umano e artistico – ha influenzato questa ricerca sul ‘non
detto’ della psiche?

 

Tutta la mia opera nasce da una
tensione irrisolta, dalla volontà di dare forma all’informe, di rendere
visibile ciò che per sua natura resta sepolto: il ‘non detto’ della psiche. Tutta
la mia opera nasce anche dal dubbio che si genera e prende forma. Il mio
percorso personale, segnato da studi scientifici e psicologici, dalla continua
esplorazione dell’inconscio e dal contatto diretto con la materia viscerale
dell’esistenza, ha generato un linguaggio pittorico che non cerca mai la
bellezza consolatoria, ma l’espressione autentica. L’uso delle mani, delle
spatole, dei gesti violenti, è il frutto di una necessità più che di una scelta
estetica: è la materia che chiede di emergere. Le influenze di Freud, Jung, Lacan,
si fondono con un vissuto profondamente umano, fatto di fragilità, paure,
solitudini. Ogni tela è un diario emotivo, un campo di battaglia tra ciò che
vorrebbe essere detto e ciò che non può esserlo, se non attraverso il
linguaggio del colore, del taglio, della distorsione. La mia arte è linguaggio.
È una lotta per dare voce a ciò che è stato silenziato. È, in ultima analisi,
una ricerca instancabile di verità e di riscatto

 

 

 

 

L’incontro tra la visione radicale e introspettiva di Maurizio D’Andrea, la sensibilità curatoriale di Carla Pugliano, qui per la prima volta nel doppio ruolo di artista e curatrice ospitante, e la lettura lucida e autorevole di Daniele Radini Tedeschi non è semplicemente una collaborazione, ma un esempio concreto di come la tensione tra pratiche differenti possa generare una mostra stratificata, colta e necessaria.
È da queste convergenze, rare e non scontate, che nasce un evento capace di oltrepassare la superficie dell’esposizione per farsi luogo di riflessione critica e confronto autentico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni sull’evento:

 

• Inaugurazione: Sabato 10 maggio 2025, ore 18:30

• Luogo: CathArt Gallery, Piazza Giovanni XXIII, 11 – Varese (Ingresso da Via Salvo D’Acquisto)

• Ingresso: Libero

• Apertura: da martedì a venerdì dalle 16:30 alle 19:00 – sabato dalle 10:00 alle 12:30 e 15:00 alle 19:30 / Domenica dalle 15:30 alle 18:30  

 

Per prenotazioni prendere contatti diretti.

 

 

Per saperne di più sull’Artista:

Contatti della Galleria:

• Email: myartcharlotte@gmail.com

• Telefono: 392 8081554

• Facebook: https://www.facebook.com/carla.pugliano/

• Instagram: https://www.instagram.com/cathart_gallery/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Interviste

Lorenzo Trombino L’arte come voce gentile dell’anima

Lorenzo Trombino 

L’arte come voce gentile dell’anima

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |30|Aprile|2025|

 
 

C’è una sensibilità speciale, intensa e profonda, che riesce a trasformare emozioni e pensieri in composizioni astratte, capaci di parlare direttamente all’anima. Lorenzo Trombino, studente del liceo artistico “Pantini-Pudente”, è uno di quei giovani artisti che hanno trovato nell’arte, e in particolare nell’astrattismo, un canale autentico per esprimere il proprio mondo interiore. La sua arte, ricca di colori e simboli, ha già ricevuto riconoscimenti e apprezzamenti, ma ciò che colpisce di più è l’autenticità con cui dipinge, quasi guidato da un istinto gentile. Una storia di talento, tenacia e delicatezza che si intreccia con la forza silenziosa di chi vive l’arte come necessità vitale.

Le sue parole, essenziali e ricche di immagini semplici ma profonde, riflettono la stessa immediatezza e sincerità che si ritrova nelle sue opere: ogni risposta è come un piccolo quadro, fatto di emozioni dirette, di visioni personali, e di quella tenerezza spontanea che solo una sensibilità fuori dall’ordinario può esprimere.

 

 

 

 

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

 

Conoscere i pittori famosi e iniziare a
dipingere su tela

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

 

Comunico i miei messaggi preferiti, quelli belli: i fiori, la terra, le piante, la natura

 

 



 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?

 

Astratta, la mia pittura è specialmente
astratta. Ora sto dipingendo con tecniche miste.

 



 

Quando dipingi, senti che il mondo diventa più silenzioso o più musicale? Come descriveresti quel suono o quel silenzio?

 

Quando dipingo c’è più suono. Come una tromba
allegra.

 

Il tuo modo speciale di percepire il mondo si riflette nei tuoi dipinti? In che modo la tua arte ti aiuta a esprimere ciò che senti o pensi?

 

Dipingere mi piace e mi aiuta a sentirmi
benissimo. Sento anche la paura e la dipingo a volte con i cerchi.

 

Ci sono aspetti del tuo modo di essere e della tua estrema sensibilità che senti come una forza nella tua arte? In che modo influenzano il tuo modo di creare?

 

Sono fragile ma la pittura mi fa forte.

 



 

 

Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?

 

Mi ispiro ai pittori che mi piacciono: Van Gogh,
Picasso, Warhol, Monet.  I musei anche mi
ispirano e i viaggi che faccio.

 



 

 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

 

Per ispirarmi, sui temi dei miei quadri, uso
spesso un barattolo che si chiama “barattolo delle ispirazioni”: scrivo su dei
foglietti gli argomenti di cui vorrei “parlare”, poi estraggo a sorte e trovo
il foglietto “giusto”, che mi dice cosa dipingerò.

 

Che importanza attribuisci al colore nel tuo lavoro? Come scegli la tua palette e che significato ha per te il colore?

 

I colori li guardo, a volte a lungo, poi li
scelgo. I colori mi aiutano a pensare.

 

 

 

Preferisci lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

 

Mi piace dipingere da solo, sia su tela che su
carta. La prima volta che ho disegnato un mio dipinto ero in un museo.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

 

Le persone che mi fanno i complimenti, perché
sono un artista, mi aiutano e mi fanno sentire felice e fiero.

 



 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

 

Mi piace molto Stelle cadenti. Le stelle sono
luminose  e io le osservo sempre dal mio terrazzo.

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

 

Con la mia arte descrivo l’universo e le cose
che esistono
.

 



 

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate?

 

Un po’ iniziare a parlare in pubblico, un po’
quando non riesco a pensare a cosa dipingere.

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono gli aspetti che pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

Mi piace partecipare alle mostre dove posso
viaggiare e vedere il mio quadro.  Spero
che Il Pittore diventi famoso.

 



 

 

In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?

 

Ho impiegato diversi giorni per realizzare
l’opera. Non volevo separarmi dal pennello però l’ho messo perché il pittore
dipinge col pennello.

 

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Voglio diventare un pittore importante e voglio
essere sempre un bravo studente.

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email adadevincentiis@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Interviste

Oltre la pelle – Un viaggio tra tatuaggio, pittura e introspezione attraverso le parole dell’artista Danilo Calò

 

Oltre la pelle


Un viaggio tra tatuaggio, pittura e  introspezione attraverso le parole dell’artista


Danilo Calò

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |24|Aprile|2025|

 

 

Danilo Calò è un artista e tatuatore il cui percorso creativo nasce da un vissuto intenso e profondamente umano. Nato a Berna nel 1975, cresce in Salento, dove eventi traumatici e la perdita precoce del padre lo portano a maturare rapidamente. La sua passione per il tatuaggio nasce in Svizzera, durante una convention che gli rivela il potenziale artistico di questa forma espressiva. Da autodidatta inizia a tatuare e successivamente si dedica anche alla pittura, scoprendo in essa un potente strumento di introspezione e catarsi.

Le sue opere pittoriche sono visioni che affiorano dall’inconscio e si nutrono di esperienze personali intense, come le crisi sentimentali o la rinascita interiore. Il suo stile, inizialmente influenzato dal tatuaggio classico, evolve nel tempo verso il realismo concettuale, mantenendo una forte carica emotiva, spesso connotata da una componente esoterica e simbolica. 

Il suo lavoro si colloca a cavallo tra due mondi solo apparentemente distanti: da un lato la dimensione intima e terapeutica del tatuaggio, dall’altro la forza viscerale della pittura, che diventa spazio di riflessione, proiezione e catarsi.

Nel produrre la sua arte, l’artista la abita, la attraversa, facendone una via di resistenza e trasformazione. La sua pittura, talvolta oscura ma sempre autentica, è un atto di sincerità nei confronti di sé stesso prima ancora che del pubblico.

Negli ultimi anni, il suo linguaggio visivo ha superato le barriere personali e geografiche, approdando in contesti espositivi prestigiosi in città come Roma, Firenze e Torino. Qui, l’artista si è fatto notare per la capacità di raccontare l’umano nella sua fragilità  e nella sua volontà di rinascita.

Artista in costante evoluzione, Danilo Calò non rincorre stili o tendenze, ma segue una traiettoria personale e coerente, dove l’arte si fa specchio dell’anima e strumento di riscatto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

 

 

La mia passione verso l’arte ha avuto come motore le opere realizzate sulla pelle: in una convention di tatuaggi, la prima alla quale ho partecipato come visitatore, a Ginevra, sono stato abbagliato dai disegni che venivano riprodotti e da questo momento è iniziata la mia ammirazione e passione verso l’arte.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

 

Generalmente dipingo scegliendo intuitivamente il soggetto rappresentato. Solo in un secondo momento metto a fuoco il concetto rappresentato. In altre parole lascio parlare il mio lato inconscio per esprimere al meglio i concetti elaborati.

 

 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?

 

Avendo avuto un imprinting basato sul tatuaggio, inizialmente il mio stile rispecchiava molto il classic tattoo, quasi fantasy, costellato di mostri e draghi. Successivamente ha avuto un evoluzione verso il realistico, passando da soggetti quali demoni, rappresentazioni femminili e teschi, che ho utilizzato per lo studio di colori complementari. In questa ultima fase di crescita artistica il mio stile è diventato più concettuale.

 

La tua arte pittorica sembra essere una profonda espressione della tua interiorità e delle esperienze vissute. Quanto il tuo percorso personale e le difficoltà incontrate hanno influenzato la tua evoluzione artistica e il tuo stile? C’è un’opera a cui sei particolarmente legato per il suo significato emotivo?

 

Le mie opere sono interamente influenzate dal mio vissuto personale: a mio avviso è impossibile disgiungere l’espressione artistica dalle esperienze di vita personale. Infatti l’opera a cui mi sento più legato in assoluto è “Mente e Cuore”, raffigurante un corvo con un cuore straziato dal filo spinato nel quale si è impigliato. Quando ho dipinto questo quando stavo attraversando uno dei peggiori momenti della mia vita, venendo a conoscenza di tradimenti in campo sentimentale, familiare e da parte di tutti coloro che reputavo amici e collaboratori. Tutte situazioni nelle quali mi ci ero avvolto da solo, proprio come il corvo con il filo spinato.

 

 

Hai avuto l’opportunità di esporre le tue opere in diverse città d’Italia, tra cui Roma e Firenze. Cosa significa per te portare la tua arte in contesti così prestigiosi e come pensi che il pubblico recepisca il tuo lavoro? Ti senti più compreso ora rispetto agli inizi della tua carriera?

 

Rimango ancora basito quando noto persone che si fermano ad osservare le mie opere, non ho ancora realizzato di esporre in contesti prestigiosi…

 

Con Beyond the Skin hai trasformato il tatuaggio in qualcosa di più di una semplice decorazione corporea, portandolo a una dimensione quasi intima e terapeutica. Qual è il tuo approccio quando crei un tatuaggio per qualcuno? Quanto è importante la connessione emotiva con la persona che si affida a te?

 

Una forte intesa con il cliente è fondamentale per creare un’opera su pelle: infatti quando i miei clienti sono indecisi o non convinti di ciò che desiderano, sono io stesso a suggerirgli di prendersi del tempo, di elaborare quelle che sono le loro idee e le loro intuizioni in modo che io possa riprodurre nel miglior modo possibile ciò che hanno pensato. Ho sempre intuito, infatti, che il tatuaggio non è assolutamente solo una decorazione corporea, ma piuttosto un valore aggiunto, carico di significato emotivo, che prescinde dalla dimensione o dalla elaborazione più o meno strutturata dello stesso.

 

 

Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?

 

A livello artistico la mia ispirazione è Caravaggio, mentre per quanto riguarda i tatuaggi Paul Booth, Robert Hernandez e tanti altri che hanno contribuito ad articolare uno stile che verte sul macabro utilizzando una struttura realistica.

 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

 

Sia per i tatuaggi, sia per approcciarmi alla tela, l’unico rituale che seguo è quello di fumare una sigaretta di preparazione.

 

 

Preferisci lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

 

Il mio lavoro su tela è assolutamente in solitaria. Non voglio avere vincoli sul tempo: ogni pennellata ha bisogno della sua giusta elaborazione e concezione. Posso cambiare idea in corso d’opera, oppure a volte anche a opera terminata.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

 

Fondamentalmente dipingo per me, quindi l’apprezzamento più o meno positivo di un’opera non influisce nella realizzazione di quella successiva. Ovvio poi, è gratificante ricevere complimenti e ammirazione, ma evitando, appunto, che possano influenzare il mio lato artstico.

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

 

Artisticamente parlando la mia opera più significativa è il trittico, ovvero Skull#8, perchè è stata una vera sfida: riprodurre lo stesso teschio da tre punti di vista diversi, prestando attenzione agli stessi dettagli e a rispettare le stesse luci sicuramente è stato ciò che maggiormente mi ha impegnato!

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

 

In questa civiltà così tecnologica prendere un pennello, colori e tela serve sicuramente a staccarsi dal mondo virtuale e proiettare se stessi in qualcosa di concreto e duraturo nel tempo. A prescindere dal risultato, l’arte in tutte le sue forme la intendo come uno strumento curativo: così come ha aiutato me nei periodi più bui, può aiutare chiunque a trovare un suo equilibrio interiore.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate?

 

Sicuramente l’arte proiettata sul mondo dei tatuaggi all’epoca in cui ho esordito è stato un forte impatto, sia a livello familiare che sociale. Sicuramente la perseveranza ha dato i suoi risultati.

 

A livello artistico invece il maggiore ostacolo sono stato io stesso perchè non ho mai pensato di essere all’altezza di esposizioni di un certo calibro, quindi la sfida che ho affrontato è stata proprio un atto di fiducia in me.

 

 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

L’opera selezionata, “Oltre”, rappresenta letteralmente il concetto di andare oltre i confini. Osare è qualcosa alla portata di tutti, ma non per tutti. Significa avere il coraggio di rischiare, di andare avanti e di sperimentare nuovi sentieri di conoscenza ed esperienza. Partecipare ad Everland Art è proprio questo, superare una nuova sfida e crescere.

 

 

In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?
 

 

L’opera è stata scelta in modo abbastanza intuitivo, rispettando perfettamente quello che è il tema in atto. Come tipologia è stata la stessa opera una innovazione, in quanto il soggetto rappresentato è stato ritratto de visu, esperienza mai provata fino a quel momento. Ciò mi ha permesso di sgegliere posizione nello spazio, luci, ombre e progettarne al meglio la realizzazione. Sia il soggetto, il nudo artistico, che la realizzazione de visu, sono delle cose che non avrei mai pensato di fare, soprattutto per le difficoltà legate alla tematica dell’incarnato. Ho superato quindi una nuova sfida con me stesso, e con quelli che pensavo fossero dei limiti!

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Fermo restando che gli ultimi due quadri sono molto concettuali e rappresentano fondamentalmente organi corporei associati a oggetti, formando un intero concetto, non ho idea di come potrà evolvere il mio percorso. L’unica cosa che so per certo è che andrà avanti.
 
 
 
Contatti
 
Danilo Calò
Via Bellini, 17 cap 73058 Tuglie (LE)
Tel 347 472 6282
Email: danilotatuaggi@gmail.com
Danilo Calò nasce a Berna nel 1975 e trascorre i primi anni di vita a Tuglie, paesino del sud Salento, insieme ai nonni.

A pochi anni dal rientro in Italia dei suoi genitori, Danilo perde il padre all’età di 14anni, momento cruciale della sua vita che lo fa crescere e responsabilizzare anticipatamente.

Prosegue il suo percorso di studi presso l’Istituto Alberghiero e una volta ultimato torna in Svizzera per lavorare nel settore, volenteroso di fare nuove esperienze. Si imbatte casualmente in una tattoo convention, dove resta letteralmente incantato dal mondo del tatuaggio e decide che sarà quello il suo lavoro.

Inizia perciò a studiare disegno da autodidatta, acquista la prima macchinetta e inizia a tatuare. Per perfezionarsi ulteriormente, seguendo le indicazioni dei suoi tatuatori di riferimento nonchè maestri, inizia oltre che a disegnare, anche a dipingere, scoprendo che tale tecnica, insieme al disegno, non solo lo appassionava, ma gli permetteva di esprimere quel lato più intimo di sè che le parole ben poco rappresentavano.

Inizia così il vero e proprio percorso artistico di Danilo, che si è nel corso degli anni plasmato alle sue vicissitudini di vita, il fallimento del primo matrimonio, l’apertura di uno studio tutto suo, il fallimento della seconda relazione sentimentale sperimentando il tradimento, un’insieme di dolore, rabbia, frustrazione che lo hanno portato a un crollo emotivo. In questa fase Danilo ha continuato a dipingere, a proiettare su tela, legno e fogli il suo stato interiore, finchè non si è fermato.

Dopo un anno di fermo in cui ha raccolto i cocci, ristrutturato la propria vita, intrapreso una nuova relazione, Danilo ha ripreso i pennelli e continua a raccontare di sé sulla tela, dipingendo il suo contatto con il mondo esoterico!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
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Interviste

Antonio Iovine – Tra tradizione figurativa e ricerca emozionale

Antonio Iovine

 

Tra tradizione figurativa e ricerca emozionale

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |23|Aprile|2025|

 

 

Antonio Iovine è un artista salernitano nato nel 1976, la cui formazione affonda le radici nella tradizione figurativa classica campana. Attratto fin da giovane dalla forza espressiva del paesaggio e del ritratto, ha intrapreso un percorso artistico che unisce tecnica, introspezione ed emozione. È stato intorno ai vent’anni, osservando i tramonti sul lungomare di Salerno, che ha compreso che l’arte sarebbe stata il suo cammino: il desiderio di catturare e trasmettere quelle emozioni si è trasformato in ispirazione autentica, diventando il motore della sua ricerca creativa.

La sua arte si distingue per una profonda sensibilità che emerge in ogni dettaglio, in ogni scelta cromatica. La sua è vocazione artistica nasce dal vissuto, dai ricordi, dalle emozioni più intime, e si traduce in opere in cui la figurazione classica dialoga armoniosamente con un linguaggio contemporaneo.

Attraverso uno sguardo introspettivo e una forte componente emozionale, l’artista dà forma a un mondo interiore fatto di luce, memoria e simboli. Temi come l’infanzia, la maternità, la forza interiore e la fragilità diventano elementi ricorrenti in un percorso espressivo che non ha paura di mettersi a nudo. Ogni quadro è una narrazione silenziosa, un invito a soffermarsi, a osservare “oltre” l’immagine, a coglierne l’essenza più profonda.

Attento alla cura del particolare, l’artista non rinuncia alla sperimentazione, integrando nei suoi lavori materiali come stucchi e foglia oro, capaci di arricchire i suoi lavori di nuove vibrazioni e suggestioni. È proprio in questo equilibrio tra disciplina accademica e impulso creativo che si colloca la forza della sua poetica visiva.

 

 

 

 

 

 

In questa intervista Antonio Iovine si racconta attraverso pensieri e immagini, offrendo uno spaccato autentico del suo universo artistico.

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual è stato il momento in cui hai capito
che l’arte sarebbe stata il tuo percorso di vita? 

 

Intorno ai 20 anni. Quando
soffermandomi a guardare spesso tramonti sul lungomare di Salerno, il desiderio
di cercare di trasmettere quelle emozioni e quei colori meravigliosi, mi dava
motivazioni e ispirazioni, quelle giuste.

 

Se dovessi descrivere la tua arte con tre
parole, quali sceglieresti e perché?

Oltre – Emozionale – Introspettiva:
Oltre, perché fin da bambino con gli occhi dall’anima mi proiettavo oltre tutto
ciò che poteva essere negativo. Emozionale, perché cerco in tutti i modi di
trasmettere ciò che provo nel momento in cui sto realizzando una nuova opera, le
mie emozioni, i miei stati d’animo. Introspettiva, perché rifletto spesso su me
stesso, provo ad avere una certa” intelligenza emotiva” poi sono una persona
estremamente empatica.

 

 

 

Quali emozioni o sensazioni speri di
suscitare nel pubblico attraverso le tue opere?
 

Le mie opere sono ricche di
dettagli e particolari minuziosi. Amo curare nei minimi particolari anche un
dipinto semplice. Spero che questo possa suscitare emozioni, e interesse.

 

Cosa significa per te essere un artista
oggi e come vivi il rapporto tra tradizione e innovazione nella pittura? 

In
realtà oggi essere un artista è una vera sfida, in tutti i sensi. Spesso si va
controcorrente, perché ti trovi a “competere” con altri artisti, ma odio la
competizione. Per quanto riguarda l’innovazione è una scelta che deve essere
ben ponderata. Credo di avere trovato il mio giusto spazio in questo senso.

 

Quali sono le principali fonti di
ispirazione che guidano il tuo lavoro e come influenzano il tuo stile? 

La mia
vita giornaliera, i ricordi dell’infanzia. Gli eventi che a volte travolgono
senza preavviso.  Ma anche ciò che questo
mondo agonizzante ci fa vivere.

 

 

 

Quanto è importante la tecnica nell’arte e
quanto invece conta l’emozione che un’opera riesce a trasmettere? 

La tecnica è
fondamentale, per me che sono soprattutto un artista figurativo che viene dal
classico. L’emozione, quella viene del tutto spontanea, perché in ogni opera
c’è una parte di me.

 

C’è un aspetto della tua ricerca artistica
che senti ancora in continua evoluzione?
 

Certamente. Spesso ho talmente tante
idee e ispirazioni che devo far scorrere, devo lasciare spazio solo a quelle
realmente realizzabili.

 

Ti è mai capitato di sperimentare con
materiali o tecniche insolite? Se sì, quali sono state le scoperte più
sorprendenti?

Si spesso. Col tempo ho imparato a usare stucchi e foglie oro per
realizzare fondi, e usare bene la spatola non è proprio facile.

 

 

 

L’arte può essere un linguaggio
universale. Qual è il tuo rapporto con il simbolismo e le metafore visive? 

Nelle mie opere spesso realizzo soggetti che sono simbolo di qualcosa di importante
per me. L’infanzia, la maternità, il coraggio, la forza, la dolcezza. Le
metafore visive in realtà sono quasi in ogni mia opera. Credo che un dipinto
debba parlare da solo, senza una spiegazione, almeno lo spero.

 

Quanto spazio lasci all’improvvisazione e
quanto alla pianificazione quando lavori su un’opera? 

Per i miei lavori viene
prima la pianificazione, poi l’improvvisazione viene man mano che lavoro
l’opera.

 

Secondo te, in che modo i social media e
le piattaforme digitali hanno influenzato la diffusione dell’arte
contemporanea?

Sicuramente. Oggi i sociali media ti permettono di farti
conoscere in ogni luogo. Ed infatti proprio pochi giorni fa ho spedito un
dipinto in Svezia a Stoccolma. Un cliente svedese ha visto le mie opere e sen è
innamorato.

 

 

 

Quali sono stati i momenti più
gratificanti del tuo percorso artistico fino ad oggi? 

Credo che uno dei più
importanti è stato quando all’età di 19 anni, ho vinto il mio primo premio in
una collettiva, che si tenne a Bari. Venni premiato da un artista famoso locale
e dall’assessore. Poi circa 10 anni fa un gran hotel di Monaco di Baviera mi
commissiona un opera di 2,20 cm x 120cm. Il proprietario venne in vacanza in
costiera amalfitana, vide un mio dipinto esposto in una location e tramite il
proprietario di quella location mi ordinò quel dipinto, che è tutt’ora esposto
nella hole dell’hotel.

 

Se potessi collaborare con un artista del
passato o del presente, chi sceglieresti e perché? 

Eh, difficile scelta. Sicuro
uno è William-Adolphe Bouguereau, pittore francese dell’800, poi Caravaggio.

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Innanzi tutto la grande stima e ammirazione per
Maria Di Stasio, una giovane pro

fessionista curatrice d’arte che opera nel
settore in modo eccellente. Poi non nascondo che la prospettiva di esporre a
Roma in una galleria importante mi allettava. Per quanto riguarda le
prospettive, credo che ogni partecipante alla mostra spera in una lode e
riconoscimento. Si vedrà.

 

In che modo hai deciso di presentare la
tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di
esporre?
Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse? 

Tra me e la dott. ssa Di Stasio è nata una
sincera amicizia collaborativa, questo è una spinta notevole nella decisione di
partecipare. La scelta dell’opera è nata mesi fa. Desideravo realizzare un
dipinto che in qualche modo rappresentasse il coraggio delle donne, che nella
società in cui viviamo, vengono calpestate in ogni modo.

 

 

 

Hai in mente nuovi progetti o direzioni
artistiche che vorresti esplorare nel prossimo futuro? 

Sto cercando di poter
esporre all’estero, mi contattano molte gallerie straniere, vorrei organizzarmi
per una mostra personale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email iovineantonio.arte@gmail.com

Facebook Antonio Iovine

Instagram iovineantoniopainting

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Iovine

Nato a Salerno nel 1976, sono un artista pittore che affonda le radici nella tradizione figurativa della scuola classica Campana, con una particolare predilezione per il paesaggio e il ritratto. La mia passione per l’arte si è sviluppata fin dalla giovane età, e all’età di 19 anni ho avuto il privilegio di esporre la mia prima mostra. Con il passare degli anni, la mia ricerca artistica si è evoluta verso il contemporaneo, esplorando nuove forme espressive e tecniche innovative.

Ho partecipato a numerose mostre individuali e collettive, ottenendo importanti consensi e riconoscimenti per la qualità e la profondità del mio lavoro. Le mie opere sono presenti nelle più prestigiose gallerie italiane, dove continuo a esporre e a condividere la mia visione artistica con il pubblico.

La mia arte nasce da una continua evoluzione, in cui la tecnica e l’esperienza si uniscono al desiderio di esprimere chi sono veramente, un’anima ancora giovane e ricca di emozioni.

Dipingo perché è il mio modo di dialogare con il mondo, un linguaggio che va oltre le parole. Ogni opera è il frutto di un viaggio interiore, un percorso di sensazioni, riflessioni e ricordi che desidero condividere con il pubblico. La mia arte è il mio modo di regalare emozioni, di trasmettere la felicità attraverso colori che esplodono con la passione che porto dentro.

Vedere la mia arte come un’espressione pura di gioia è un invito per chi osserva a lasciarsi coinvolgere, a scoprire nel mio lavoro non solo l’immagine, ma l’emozione che c’è dietro. Ogni quadro è un dono, un frammento del mio cuore che si offre al mondo.

Amo inventare la felicità, plasmandola con pennellate che raccontano di un mondo che può essere più luminoso, più vivo, più pieno di colori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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Divagazioni sull’arteInterviste

Mariateresa Aiello: l’arte di reinterpretare Marilyn Monroe

 

Mariateresa Aiello

 

L’arte di reinterpretare Marilyn Monroe

 
 
 
 
 
 
 
 

di Alessandra Primicerio |23|Aprile|2025|

 
 
 

In un’epoca in cui le icone del passato continuano a
plasmare la nostra cultura, l’artista
Mariateresa Aiello si fa notare per la
sua abilità nel reinterpretare figure emblematiche con uno sguardo originale e
personale. La sua ultima serie di dipinti, dedicata a
Marilyn Monroe, non è
solo un tributo a una delle star più celebri del cinema, ma un vero e proprio
viaggio nell’anima di una donna complessa e affascinante. Con l’uso di simboli,
colori vivaci e tecniche innovative, l’artista ci invita a scoprire le
molteplici sfaccettature della vita di Marilyn: dalla diva senza tempo, alla
donna vulnerabile e profonda. In questa intervista l’artista condivide con noi
le sue fonti d’ispirazione, il suo processo creativo e il significato dietro le
sue opere, offrendo uno spaccato di come l’arte possa fungere da ponte tra
passato e presente, rendendo omaggio a chi ha lasciato un segno indelebile
nella storia.

 
 
 
 
 

 

 

D.
Cosa ti ha ispirato a scegliere Marilyn Monroe come soggetto per questa serie
di dipinti?

R. Ho scelto di
interpretare Marilyn Monroe per una serie di dipinti perché ultimamente ho
osservato la sua immagine su alcune riviste che conservo. Ho iniziato a leggere
di lei e a documentarmi. Anche se non sono una ritrattista, dato che di solito
dipingo paesaggi e luoghi particolari che mi interessano, questa volta ho
voluto considerare questa figura affascinante.

D.
Qual è il messaggio che desideri trasmettere con queste opere che combinano il
ritratto di Marilyn con simboli e bandiere di vari paesi?

 R. Ho rappresentato Marilyn in cinque opere e
in alcune di esse ho inserito simboli come la bandiera americana. Nel primo
quadro, l’ho collocata in un contesto che riflette il suo mondo, poiché viveva
in un ambiente americano. Ho scelto elementi che richiamano l’America, come
stelle e strisce, per rappresentare la vita che conduceva. Marilyn è diventata
un’icona internazionale, conosciuta in tutto il mondo e ha ricevuto premi non
solo negli Stati Uniti, come il Golden Globe, ma anche in Italia, dove ha
ricevuto il David di Donatello da Anna Magnani.

D.
Come descriveresti il tuo stile artistico e quali tecniche usi per realizzare
questi dipinti così vivaci e carichi di colore?

R.   Il mio stile si basa sul trasposizionismo: gli elementi si
intrecciano, si sovrappongono e si fondono. Ad esempio, la corposità di Marilyn
si mescola con il cielo o il paesaggio circostante. Utilizzo la tecnica del
“dentro-fuori” e del “vuoto-pieno”. Amo i colori e i
contrasti, così ho rappresentato Marilyn con un viso delicato, immersa in
tonalità forti. Ho scelto di ritrarla solo a mezzobusto per cogliere la sua
anima piuttosto che il corpo.

D.
Perché hai scelto di utilizzare uno sfondo così grafico e simbolico con
bandiere ed elementi astratti? Cosa rappresentano questi elementi nella tua
visione artistica?

R. Lo sfondo che ho
creato è grafico e simbolico, con elementi astratti. Il cerchio rappresenta il
sole, mentre le stelle – simboli della bandiera americana – possono anche
simboleggiare la notte, poiché molti dei rapporti più importanti di Marilyn si
svolgevano durante le ore notturne. Ho cercato di rappresentare le luci e le
ombre in questa donna complessa, semplificando alcuni elementi per assemblarli
in un tessuto grafico moderno.

 

 

 

D.
Marilyn Monroe è una figura iconica che ha attraversato la storia. Qual è il
tuo approccio a reinterpretarla in chiave personale e moderna?

R.  Mi sono appassionata a Marilyn per la sua
poliedricità:  attrice, cantante, modella
e produttrice cinematografica. La sua vita è stata segnata da dolori e traumi,
come l’abbandono da parte della madre e le difficoltà nei suoi rapporti.
Nonostante tutto, era una donna intelligente, con una formazione in critica
letteraria. Ho voluto reinterpretarla in modo moderno, dopo aver approfondito
la sua vita e il suo percorso.

D.
Ci sono temi o aspetti della sua vita che ti interessano particolarmente e che
hai cercato di esprimere attraverso il tuo lavoro?

R.  In un dipinto, ho rappresentato Marilyn nella
sua New York. In un altro, l’attrice si abbraccia, riflettendo sull’amore per
se stessa, nonostante non sia riuscita sempre a prendersi cura di sé. Ho
incluso frasi che ha scritto, come: “Ho imparato che l’unica persona di
cui devo davvero prendermi cura sono io.” In un’opera la rappresento di
fronte al mare, in una spiaggia del Mar Tirreno, mentre in un’altra è
sorridente e pronta a calcare il palcoscenico. Nel quinto dipinto, si trova
davanti a un tramonto, con i suoi capelli che riflettono sia la luce che
l’ombra, simboleggiando serenità e dolore.

 

 

 

D.
Quanto è importante per te trasmettere emozioni attraverso l’uso del colore e
della composizione nelle tue opere?

R. È fondamentale per
me trasmettere emozioni attraverso il colore, che è essenziale nella mia arte.
Prima di dipingere, elaboro vari bozzetti fino a trovare la dimensione ideale
da riportare sulla tela. Utilizzo sfumature pastello più tenui in alcune zone,
mentre in altre opto per colori più forti e impattanti. Questa ricerca
psicologica riflette il mio essere donna, oscillando tra malinconia e gioia.

D.
Quando è stato difficile o stimolante lavorare su una figura così conosciuta
come Marilyn senza cadere in una semplice imitazione?

 R.  Non
ho voluto creare delle imitazioni di Marilyn. Ho studiato artisti come Andy
Warhol, Salvador Dalì e Mimmo Rotella, ma mi sono distaccata completamente da
loro. Mentre Rotella utilizzava il metodo dello strappo e Dalì aveva quasi
ritagliato la sua testa per apporla su una tela e vi aveva impresso del colore
rosso per rappresentare la passionalità della diva, Warhol l’ha rappresentata
in serie perché per l’artista l’arte era mercificazione e doveva essere
consumata come un qualsiasi prodotto, io ho cercato di catturare l’anima di
Marilyn, proiettandola in un contesto moderno.

 

 

 

D.
Quali sono i tuoi obiettivi come artista? Hai delle influenze specifiche che ti
hanno aiutato a sviluppare il tuo stile?

R. I miei obiettivi
futuri sono continuare a lavorare come artista, rafforzando il mio stile o
creandone uno nuovo. Non mi sono ispirata a nessun artista in particolare,
sebbene abbia studiato la storia dell’arte. Mi sono diplomata al liceo
artistico e laureata in lettere moderne con indirizzo artistico. Ho visitato
molte mostre, ma ho sempre cercato di attingere a quella scintilla che mi
distingue dagli altri. La mia mostra su Marilyn è ancora in corso fino al 15
aprile presso la galleria Le Muse  di Myriam
Peluso. 

 

 

 

Intervista e testo a cura di
Alessandra Primicerio (critico d’arte)

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandra Primicerio

 
Critico d’arte e docente di Storia dell’arte negli Istituti Superiori.
Si è laureata e specializzata, con il massimo dei voti, presso Università della Calabria.
È stata Cultore della materia e collaboratrice alla didattica del prof Luigi Spezzaferro  presso la cattedra di Storia dell’Arte Moderna, del Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, dell’Università della Calabria.
Ha catalogato opere di interesse storico- artistico per la Soprintendenza della Calabria.
Ha collaborato all’organizzazione di eventi culturali e alla didattica per numerosi cataloghi delle  mostre  promosse dalla Soprintendenza PSAE della Calabria.
Ideatrice e curatrice del  Progetto Laboratorio Didattico presso il complesso monumentale di Sant’Agostino per la mostra  Opere della Collezione Carlo F. Bilotti da Picasso a Warhol.
È stata Socio fondatore e Presidente della Coop. EventoArte che ha promosso e gestito numerose manifestazione culturali e mostre tra cui, per la prima volta in Calabria, “Leonardo da Vinci. Le macchine del Tempo” , presentata nel 2006  al Museo del Presente di Rende .
Guida specializzata presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo Arnone per numerose mostre.
Vincitrice del Concorso indetto dal Comune di Cosenza per aver elaborato una tesi sperimentale sull’arte in  Calabria.
Ha presentato diverse mostre Personali e Collettive.
Relatrice e moderatrice in diverse manifestazioni, convegni, meeting e conferenze.
Attualmente è membro e critico d’arte del Direttivo dell’Associazione UCAI –Cosenza e direttrice artistica del Centro Studi il Convivio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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Interviste

Catarina Diaz – Collage di Memoria, Bellezza e Trasformazione

 

Catarina Diaz

 

Collage di Memoria, Bellezza e Trasformazione

 

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |18|Aprile|2025|

 

 

Vi sono artiste la cui opera non si limita a decorare lo sguardo, ma lo risveglia, lo conduce verso territori dell’interiorità dove bellezza e memoria, dolore e trascendenza danzano in un equilibrio fragile e sacro. Catarina Diaz è una di queste. Nata in Angola e cresciuta tra i venti dell’Africa e i profumi del Portogallo, la sua arte è un canto stratificato e luminoso che attraversa geografie, epoche e stati dell’essere.

Catarina crea le sue immagini intrecciando visioni, tessendo con delicatezza frammenti di memoria, sogno e intuizione in paesaggi dell’anima. Le sue radici affondano in una genealogia artistica nutrita da generazioni di creatori – pittori, musicisti, ceramisti, scrittori – e sbocciano oggi in un linguaggio visivo intimo e universale. La sua infanzia africana, intensa e colorata, segnata da un doloroso esilio, si intreccia con l’eleganza del Rococò portoghese e la vitalità della scena artistica londinese, generando un dialogo appassionato tra passato e presente, tra individuale e collettivo.

Autodidatta e profondamente intuitiva, Catarina si muove in un territorio creativo ibrido, dove collage analogici, pittura e tecniche decorative su metallo, legno e tela si fondono in un’estetica ricca di texture, contrasti drammatici e oro liquido. I suoi lavori evocano l’intensità emotiva del Chiaroscuro e la teatralità delle icone sacre, in un equilibrio sapiente tra contemplazione e impatto.

Ma è nella narrazione simbolica che l’opera di Catarina tocca corde più profonde. Ogni creazione è una soglia aperta sul mistero… riflessioni visive sul femminino sacro, sulla ciclicità della natura e sulla capacità dell’anima di rinascere nel dolore. La serie Voyage in Gold, ispirata all’eredità marittima del Portogallo, è un esempio emblematico di questa poetica: un attraversamento dell’oro come elemento alchemico, della memoria come mappa interiore, della bellezza come atto di resistenza.

Il riconoscimento internazionale – con mostre alla Saatchi Gallery, al Carrousel du Louvre, e apparizioni su riviste come Vogue, Vanity Fair e The Flux Review – conferma l’importanza del suo percorso. Eppure, la vera grandezza di questa artista risiede nella sua coerenza visionaria: l’arte, per lei, è rifugio e rivoluzione, specchio e lampo. È uno strumento di guarigione e di risveglio, una forma di preghiera laica che invita a ritrovare la luce nel cuore del caos.

Come ha dichiarato la critica della BBC Maeve Doyle, l’opera di Catarina è “molto, molto trascendente”. La voce di Catarina Diaz si leva come un richiamo sottile e potente, capace di attraversare silenzi interiori e riaccendere la meraviglia. La sua arte ci ricorda che la bellezza non è un ornamento, ma una via. Una via per ritrovarsi, per risvegliarsi, per appartenere di nuovo a ciò che è autentico e vivo. La sua voce risuona come una promessa, quella che la bellezza possa ancora condurci verso noi stessi e che l’arte, quando nasce da verità profonde, sa ancora toccare l’eternità.

 

 

 

 

 

 

Addentriamoci nel suo mondo, sarà direttamente lei a raccontarsi attraverso le parole di questa intervista che ci ha gentilmente concesso.

 

 

 

Catarina,
sei un’artista riconosciuta a livello internazionale. Qual è stato il momento
in cui hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada nella vita?

Sono
nata in una famiglia di artisti con quattro generazioni e ho disegnato e
dipinto fin dall’infanzia. Ma il momento decisivo è arrivato dopo aver perso
mia sorella a causa del cancro e aver affrontato il mio percorso personale
attraverso la depressione. L’arte è diventata la mia salvezza, un percorso di
guarigione.

In
seguito, una masterclass trasformativa con l’accademico reale David Mach mi ha
introdotto al mondo del collage analogico in un modo che non mi sarei mai
aspettato. Dopo una carriera nell’insegnamento, nelle pubbliche relazioni e
nelle relazioni internazionali in Portogallo, è stata la scena artistica
cosmopolita londinese a ispirarmi ad abbracciare pienamente il mio scopo
artistico.

 

Le tue opere fondono realismo, surrealismo e spiritualità. Come descriveresti il
​​ tuo stile artistico?

La
critica d’arte della BBC Maeve Doyle ha descritto le mie opere come “opere
molto trascendenti che fondono sapientemente realismo, naturalismo e
spiritualità”. Le mie composizioni presentano spesso figure femminili
eteree intrecciate con elementi naturali in composizioni oniriche. Utilizzo
tecniche di chiaroscuro drammatico per creare profondità e intensità emotiva,
spesso abbinando le mie opere a cornici antiche restaurate per esaltarne il
senso di atemporalità. Il mio linguaggio visivo è concepito per evocare uno
spazio contemplativo, invitando gli spettatori a un viaggio di scoperta di sé e
di crescita spirituale.

La
tua infanzia in Africa e il trasferimento in Portogallo hanno profondamente
influenzato il tuo lavoro. Come si manifestano queste esperienze nella tua arte
oggi?

Sono
nato in Angola, ex colonia portoghese, e la mia famiglia si è trasferita in
Portogallo a causa della guerra d’indipendenza. Mia madre, pittrice e mia prima
mentore, ha riempito la mia infanzia di toni e texture africani.

Queste
radici rimangono al centro della mia identità visiva. La mia tavolozza presenta
spesso arancioni intensi, magenta e ori radiosi, catturando l’illuminazione
interiore della luce africana. Molte delle mie opere traggono ispirazione dai
ricordi d’infanzia e dai “racconti della giungla” dei miei nonni. La
mia recente serie Voyage in Gold incarna questa miscela, attingendo all’eredità
marittima del Portogallo ed esplorando al contempo l’emergere della luce
dall’oscurità.

 

Il
tuo processo creativo combina collage analogico, pittura e tecniche miste. Come
nasce un’opera d’arte di Catarina Diaz?

La
composizione è la parte più gioiosa del mio processo creativo. Inizio con la
ricerca di immagini di moda, fotografia e fauna selvatica, traendo ispirazione
da film, documentari, musica, letteratura e storia dell’arte.

Le
mie opere originali sono collage analogici realizzati a partire da stampe
Giclée fine art su carta Somerset Velvet, una superficie dalla texture ricca
che mi permette di fondere pigmenti a olio, acrilici, inchiostri pigmentati,
foglia d’oro e resina su tela preparata con gesso. Cornici antiche restaurate
aggiungono un’ulteriore dimensione all’audacia di ogni opera.

Sebbene
ami la ricerca, il taglio, l’incollaggio e la sperimentazione, è la
composizione a essere davvero magica. La pittura poi completa la visione,
aggiungendo coesione, emozione e profondità. 

 

 

I
temi della bellezza interiore e della natura percorrono le tue opere. Quale
messaggio speri di trasmettere agli spettatori?

In
sostanza, la mia arte riguarda la ricerca della vera identità in un mondo
disconnesso. Il mio obiettivo è riportare la calma nel tumulto, giustapponendo
la vita urbana con elementi del mondo naturale.

Ogni
opera riflette il mio processo di guarigione, ma è anche un invito per
l’osservatore a iniziare il proprio. Spero che il mio lavoro ispiri le persone
a guardare dentro di sé, a trovare quel raro e silenzioso centro in cui poter
abbracciare sia la bellezza che l’imperfezione. Il mio messaggio finale:
nonostante il caos della vita, la bellezza è sempre presente e il viaggio verso
la scoperta di sé è una potente forma di crescita.

Hai
esposto in sedi prestigiose come la Saatchi Gallery, il Carrousel du Louvre e
la Fitzrovia Gallery. Qual è stata l’esperienza che ti ha emozionato di più e
perché? 

Ogni mostra è stata significativa, ma la mia personale a Lisbona,
curata da Pedro Jaime Vasconcelos, è stata davvero trasformativa. Dal momento
in cui sono entrato, ho avuto la sensazione che lo spazio dialogasse con le mie
opere. L’illuminazione di qualità museale illuminava gli accenti dorati delle
mie opere e l’allestimento curato aiutava i visitatori a seguire la narrazione
della mostra. Ciò che mi ha colpito di più è stato vedere come le persone si
sono confrontate con le opere: alcune sono rimaste in silenziosa
contemplazione, altre hanno condiviso interpretazioni emozionali. Molti si sono
sentiti trasportati dalla fusione di eredità africana e portoghese nei colori e
nelle composizioni. La serata inaugurale, animata dalla vivace comunità artistica
di Lisbona, è stata come un vero ritorno a casa, un omaggio sia alle mie radici
che alla mia evoluzione.

Ho
anche a cuore la mostra Flux di Londra. È stata una costante del mio percorso,
che mi ha messo in contatto con una comunità dinamica e solidale di artisti,
curatori e collezionisti. Flux è più di una mostra: è un movimento creativo in
cui collaborazione e dialogo artistico sono fondamentali.

 

 

 

Ti
sei avventurata nel design e negli NFT. Cosa ti ha spinto a esplorare questi
campi e quali sono i progetti futuri?

Il
mio amore per le nuove tecniche mi ha portato naturalmente a esplorare il
design e l’arte digitale. Ho lanciato la mia prima collezione NFT con Voice HQ
a New York e ho esposto opere fisse e animate in mostre immersive e VR a
Londra, in Portogallo, in Italia e in Giappone.

Le
collaborazioni con registi, musicisti e compositori hanno dato vita ad
animazioni eteree, in cui immagini, paesaggi sonori e movimento creano una
risonanza emotiva in ambienti completamente immersivi. Sto anche collaborando
con una scuola di design portoghese a progetti sperimentali interdisciplinari.

Attualmente
mi sto espandendo nel settore dell’interior design e dell’arte indossabile
attraverso collaborazioni con gallerie. Il mio concept “Flamboyant
Pets” cattura le personalità degli animali attraverso composizioni
surreali e vibranti, che spaziano da accessori per animali domestici, articoli per
la casa a lussuose sciarpe di seta. Questa serie debutterà su Barking at the
Moon, il programma radiofonico della BBC condotto da Jo Good, e sarà lanciata
ufficialmente al Goodwoof di Chelsea, insieme alla conduttrice ed esperta di
animali cinofili Anna Webb.

Collaboro
anche con Pepita Coffee e Fat Boy Slim, creando opere d’arte esclusive per
confezioni di caffè provenienti da fonti etiche e installazioni immersive
in-store, che saranno presentate alla prossima Flux Exhibition a luglio.

Prima
di diventare un’artista a tempo pieno, hai lavorato nel campo dell’istruzione,
delle pubbliche relazioni e delle relazioni internazionali. In che modo queste
esperienze hanno influenzato il tuo approccio creativo e professionale?

Ognuno
di questi ruoli ha plasmato la mia pratica artistica in modo unico.
L’istruzione mi ha insegnato la pazienza e mi ha fornito gli strumenti per
guidare gli altri, cosa che ora faccio attraverso la mia arte. Le pubbliche
relazioni e le relazioni internazionali mi hanno fornito solide basi in
comunicazione, organizzazione e consapevolezza culturale.

Queste
competenze mi hanno aiutato a destreggiarmi nel lato commerciale del mondo
dell’arte, gestendo collaborazioni, mostre e contatti internazionali, rimanendo
fedele alla mia visione creativa. 

 

 

 

La
critica d’arte Maeve Doyle ha descritto il tuo lavoro come
“trascendente”. Quali influenze artistiche o filosofiche hanno
plasmato la tua visione?

Sono
stato ispirato da una vasta gamma di artisti, dalla vibrante energia della
Golden Age/Pop Art di New York alla fotografia di Cecil Beaton e Frans Lanting.
Uno dei miei riferimenti artistici più forti è Peter Blake. Le sue opere del
tardo periodo, gioiose e senza filtri, incarnano libertà e autenticità, creando
puramente dall’ispirazione.

Filosoficamente,
il mio lavoro è radicato nella convinzione che la guarigione inizi con la
riconnessione: con la natura, con noi stessi e con la nostra essenza. Anche la
scena artistica contemporanea londinese e l’estetica Rococò mi hanno
profondamente influenzato, manifestandosi in dettagli sontuosi, composizioni
fluide e un gioco di luci e forme.

Attualmente
collabori con designer, compositori e altri artisti. Cosa possiamo aspettarci
dai tuoi prossimi progetti?
 

Sto collaborando con Lisa Gray di The Flux e
PJV-Art a Londra e Lisbona per sviluppare nuove e audaci collaborazioni, come
Flamboyant Pets e la partnership con Pepita Coffee & Fat Boy Slim. Ci
stiamo espandendo oltre le mostre, spaziando nell’interior design, nell’artwear
e negli articoli per la casa, esplorando come il mio lavoro si trasformi
attraverso diversi media.

Sto
anche co-creando installazioni con fotografi e altri creativi, spingendo
costantemente i confini artistici, fondendo arte, moda, fauna selvatica e
narrazione.

Queste
sinergie creative sono una fonte di magia e sono entusiasta di condividerle con
il mondo.

Quali
mostre sono attualmente in corso e cosa riserva il futuro a Catarina Diaz?

Attualmente
espongo alla Casa de Angola di Lisbona nell’ambito del progetto Ausência
D’África, così come alla House Gallery Pedro Jaime Vasconcelos, sempre in
Portogallo. Tra le prossime mostre, un evento artistico esclusivo in un
castello di Parigi, la Flux Exhibition alla Bomb Factory Art Foundation di
Londra e nuove collaborazioni con gallerie a Monaco e Dubai. Il mio lavoro
apparirà anche su The Flux Review (edizione 12) e nel Source Book for Interior
Designers di Estila Magazine. Guardando al futuro, la mia missione rimane la
stessa: creare arte che aiuti le persone a riconnettersi con se stesse, con la
bellezza e con la natura. In questo modo, spero di innescare un dialogo
significativo, promuovere la guarigione e trascendere le barriere culturali,
un’opera alla volta.

Contatti

 

Sito Web  Catarina Diaz
Instagram catarina_diaz 

Catarina Diaz, artista londinese, ha consolidato la sua posizione nel mondo dell’arte, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti dal Presidente del Portogallo per il suo eccezionale talento. Le sue opere sono state esposte su scala globale, da installazioni digitali e mostre a musei e fiere d’arte. In particolare, le sue opere hanno impreziosito sedi prestigiose come la Saatchi Gallery, il Carrousel du Louvre a Parigi e vari eventi in tutto il mondo. La sua arte è stata inoltre presentata in una varietà di media, tra cui programmi televisivi, riviste d’arte, podcast e pubblicazioni come Artist Talk Magazine, The Flux Review, The World of Interiors, House & Garden, Tattler, Vanity Fair e Vogue.
 
Al centro del processo artistico di Catarina c’è la collaborazione. Collaborando con altri artisti, designer, registi e compositori a vari progetti, crea collage minimalisti che ispirano gli spettatori a ricercare un significato più profondo e ad abbracciare la bellezza dell’imperfezione, della dualità e dell’esistenza trascendente.
 
L’arte di Catarina non è solo frutto del suo talento, ma anche un riflesso delle sue esperienze e dei suoi ricordi profondamente personali. Le sue vite passate, rivisitate dal suo presente, in particolare la sua prima infanzia in Africa, sono una ricca fonte di ispirazione. Queste esperienze non solo hanno plasmato la sua arte, ma fungono anche da strumento catartico, offrendo sollievo dalle pressioni del mondo. La sua arte è una finestra sulla sua profondità emotiva e sul suo significato personale, invitando gli spettatori a entrare in contatto con essa a un livello più profondo.
Questa narrazione allude alla possibilità che la natura riporti la tranquillità nel caos del mondo, inquadrando questioni legate al salvataggio del potere e dell’identità femminile e dell’umanità in generale.
 
La critica d’arte della BBC Maeve Doyle ha descritto l’opera di Catarina come “opere molto, molto trascendenti che mescolano realismo, naturalismo e spiritualità”.
 
Oltre alla sua variegata carriera nell’istruzione, nelle pubbliche relazioni e nelle relazioni internazionali, la vera passione di Catarina è sempre stata l’arte. Questa passione è stata alimentata dalla vita cosmopolita e dalla vivace scena artistica londinese. Il suo approccio unico all’arte, radicato nella sua autentica visione artistica e completato dalla creatività immaginativa dello spettatore, è una testimonianza della sua individualità e creatività. Le sue opere stimolano gli spettatori a scoprire la propria bellezza interiore e a intraprendere un percorso creativo e stimolante.

 

 

 

 

There are artists whose work does not simply decorate the gaze, but awakens it, leads it towards territories of interiority where beauty and memory, pain and transcendence dance in a fragile and sacred balance. Catarina Diaz is one of them. Born in Angola and raised between the winds of Africa and the scents of Portugal, her art is a layered and luminous song that crosses geographies, eras and states of being.

 

Catarina creates her images by intertwining visions, delicately weaving fragments of memory, dream and intuition into landscapes of the soul. Her roots are in an artistic genealogy nourished by generations of creators – painters, musicians, ceramists, writers – and blossom today in an intimate and universal visual language. Her African childhood, intense and colorful, marked by a painful exile, intertwines with the elegance of Portuguese Rococo and the vitality of the London art scene, generating a passionate dialogue between past and present, between individual and collective.

 

Self-taught and deeply intuitive, Catarina moves in a hybrid creative territory, where analog collages, painting and decorative techniques on metal, wood and canvas blend in an aesthetic rich in textures, dramatic contrasts and liquid gold. Her works evoke the emotional intensity of chiaroscuro and the theatricality of sacred icons, in a skillful balance between contemplation and impact.

 

But it is in the symbolic narration that Catarina’s work touches deeper chords. Each creation is an open threshold on the mystery… visual reflections on the sacred feminine, on the cyclical nature and on the soul’s ability to be reborn in pain. The Voyage in Gold series, inspired by Portugal’s maritime heritage, is an emblematic example of this poetics: a crossing of gold as an alchemical element, of memory as an interior map, of beauty as an act of resistance.

 

International recognition – with exhibitions at the Saatchi Gallery, the Carrousel du Louvre, and appearances in magazines such as Vogue, Vanity Fair and The Flux Review – confirms the importance of her path. Yet, the true greatness of this artist lies in her visionary coherence: art, for her, is refuge and revolution, mirror and flash. It is a tool for healing and awakening, a form of secular prayer that invites us to find the light in the heart of chaos.

 

As BBC critic Maeve Doyle stated, Catarina’s work is “very, very transcendent”. Catarina Diaz’s voice rises like a subtle and powerful call, capable of crossing inner silences and rekindling wonder. Her art reminds us that beauty is not an ornament, but a path. A path to find ourselves, to awaken, to belong again to what is authentic and alive. His voice resonates like a promise, that beauty can still lead us towards ourselves and that art, when born from profound truths, can still touch eternity.

 

 

 

 

 

 

 

Let’s delve into her world, she will tell us about herself through the words of this interview that she kindly granted us.

 

Catarina, you are an
internationally recognised artist. What was the moment when you realised art
would be your life’s path?

I was born into a family of four generations of artists and have
drawn and painted since childhood. But the defining moment came after losing my
sister to cancer and facing my own journey through depression. Art became my
salvation—a healing path.

Later, a transformative masterclass with Royal Academician David
Mach introduced me to the world of analogue collage in a way I never expected.
After careers in Teaching, PR, and International Relations in Portugal, it was
London’s cosmopolitan art scene that ultimately inspired me to fully embrace my
artistic purpose.

 

 

 

Your work blends realism,
surrealism, and spirituality. How would you describe your artistic style?

BBC art critic Maeve Doyle described my pieces as “very transcendent
works that skilfully blend realism with naturalism and spirituality.” My
compositions often feature ethereal feminine figures interwoven with natural
elements in dreamlike arrangements.

I use dramatic chiaroscuro techniques to create emotional depth and
intensity, often pairing my works with restored antique gallery frames to
enhance their sense of timelessness. My visual language is designed to evoke a
contemplative space—inviting viewers into a journey of self-discovery and
spiritual growth.

 

 

 

 

 

 

Your childhood in Africa and
move to Portugal have deeply influenced your work. How do these experiences
manifest in your art today?

I was born in Angola, a former Portuguese colony, and my family
moved to Portugal due to the war of independence. My mother—a painter and my
first mentor—filled my childhood with African tones and textures.

These roots remain at the heart of my visual identity. My palette
often features deep oranges, magentas, and radiant golds, capturing the inner
illumination of African light. Many of my pieces are inspired by childhood
memories and my grandparents’ “tales of the jungle.” My recent Voyage in Gold series embodies this
blend—drawing on Portugal’s maritime legacy while exploring the emergence of
light from darkness.

 

 

 

Your process combines
analogue collage, painting, and mixed media. How does a Catarina Diaz artwork
come to life?

Composition is the most joyful part of my creative process. I begin
by researching fashion, photography, and wildlife imagery, drawing inspiration
from films, documentaries, music, literature, and art history.

My original works are analogue collages made from fine art Giclée
prints on Somerset Velvet paper—a richly textured surface that allows me to
blend oil pigments, acrylics, pigment inks, gold leaf, and resin on
gesso-primed canvas. Restored antique frames add another dimension to the
boldness of each piece.

While I love the research, cutting, gluing, and experimentation,
it’s the composition that feels truly magical. Painting then completes the
vision—adding cohesion, emotion, and depth.

 

 

 

 

 

Themes of inner beauty and
nature run through your work. What message do you hope to convey to viewers?

At its core, my art is about the search for true identity in a
disconnected world. I aim to restore calm within turmoil by juxtaposing urban
life with elements of the natural world.

Each piece is a reflection of my own healing process, but it’s also
an invitation for the viewer to begin theirs. I hope my work inspires people to
look inward—to find that rare, quiet centre where they can embrace both beauty
and imperfection. My ultimate message: despite life’s chaos, beauty is always
present, and the journey toward self-discovery is a powerful form of growth.

 

 

 

You’ve exhibited in
prestigious venues like the Saatchi Gallery, the Carrousel du Louvre, and the
Fitzrovia Gallery. Which experience moved you the most, and why?

Each exhibition has been meaningful, but my solo show in
Lisbon—curated by Pedro Jaime Vasconcelos—was truly transformative. From the
moment I entered the venue, it felt like the space was in dialogue with my
work. The museum-quality lighting illuminated the gold accents in my pieces, and
the thoughtful layout helped guide visitors through the narrative of the show.

What moved me most was seeing how people engaged with the work—some
stood in silent contemplation, others shared emotional interpretations. Many
felt transported by the blend of African and Portuguese heritage within the
colours and compositions. The opening night, filled with Lisbon’s vibrant art
community, felt like a true homecoming—honouring both my roots and my
evolution.

I also hold the Flux Exhibition in London close to my heart. It’s
been a constant in my journey—connecting me with a dynamic, supportive
community of artists, curators, and collectors. Flux is more than an
exhibition—it’s a creative movement where collaboration and artistic dialogue
thrive.

 

 

 

You’ve ventured into design
and NFTs. What drew you to expand into these fields, and what projects are
ahead?

My love for new techniques naturally led me to explore design and
digital art. I launched my first NFT collection with Voice HQ in New York and
have exhibited both still and animated works in immersive and VR exhibitions
across London, Portugal, Italy, and Japan.

Collaborations with filmmakers, musicians, and composers have
resulted in ethereal animations—where visuals, soundscapes, and movement create
emotional resonance in fully immersive environments. I’m also working with a
Portuguese design school on experimental cross-disciplinary projects.

Currently, I’m expanding into interior design and wearable art
through gallery partnerships. My Flamboyant Pets
concept captures the personalities of animals through surreal, vibrant
compositions—spanning pet accessories, homeware, and luxurious silk scarves.

This series will debut on Barking at the Moon,
the BBC radio show hosted by Jo Good, and will be officially launched at
Goodwoof in Chelsea, alongside broadcaster and canine expert Anna Webb.

I’m also collaborating with Pepita Coffee and Fat Boy Slim, creating
exclusive artwork for ethically sourced coffee packaging and immersive in-store
installations—launching at the upcoming Flux Exhibition in July.

 

 

 

 

 

 

Before becoming a full-time
artist, you worked in education, PR, and international relations. How have
these experiences influenced your creative and professional approach?

Each of those roles shaped my artistic practice in unique ways.
Education taught me patience and gave me the tools to guide others—something I
now do through my art. PR and international relations gave me a strong
foundation in communication, organisation, and cultural awareness.

These skills have helped me navigate the business side of the art
world—managing collaborations, exhibitions, and international connections—while
staying true to my creative vision.

 

 

 

Art critic Maeve Doyle
described your work as “transcendent.” What artistic or philosophical influences
have shaped your vision?

I’ve been inspired by a wide range of artists—from the vibrant
energy of New York’s Golden Age/Pop Art to the photography of Cecil Beaton and
Frans Lanting. One of my strongest artistic references is Peter Blake. His joyful,
unfiltered late-period work embodies freedom and authenticity—creating purely
from inspiration.

Philosophically, my work is rooted in the belief that healing begins
with reconnection—with nature, with ourselves, and with our essence. London’s
contemporary art scene and Rococo aesthetics have also deeply influenced
me—manifesting in lavish details, fluid compositions, and a play of light and
form.

 

 

 

You’re currently
collaborating with designers, composers, and other artists. What can we expect
from your upcoming projects?

I’m working with Lisa Gray of The Flux and PJV-Art in London and
Lisbon to develop bold new collaborations, such as Flamboyant Pets and the
partnership with Pepita Coffee & Fat Boy Slim. We’re expanding beyond
exhibitions into interior design, artwear, and homeware—exploring how my work
transforms across different mediums.

I’m also co-creating installations with photographers and other
creatives, constantly pushing artistic boundaries, merging art, fashion, wildlife
and storytelling.

These creative synergies are a source of magic, and I’m excited to
share them with the world.

 

 

 

 

 

 

What exhibitions are
currently underway, and what lies ahead for Catarina Diaz?

I’m currently exhibiting at Casa de Angola in Lisbon as part of the Ausência D’África concept, as well
as at the House Gallery Pedro Jaime Vasconcelos, also in Portugal.

Upcoming shows include an exclusive art event at a château in Paris,
the Flux Exhibition at Bomb Factory Art Foundation in London, and new gallery
partnerships in Monaco and Dubai. My work will also appear in The Flux Review (Edition 12) and in
Estila Magazine’s Source Book for Interior
Designers
.

Looking ahead, my mission remains the same: to create art that helps
people reconnect—with themselves, with beauty, and with nature. Through this, I
hope to spark meaningful dialogue, promote healing, and transcend cultural
barriers—one piece at a time.

 

 

 

 

Contacts

 

Web Site  Catarina Diaz

Instagram catarina_diaz 

 

 

 

 

 

 

 

Catarina Diaz, a London-based artist, has solidified her position in the art world, garnering multiple awards and recognition from the President of Portugal for her exceptional talent. Her work has been showcased on a global scale, from digital installations and exhibitions to museums and art fairs. Notably, her pieces have graced prestigious venues such as the Saatchi Gallery, the Carrousel du Louvre in Paris, and various events worldwide. Her art has also been featured in a variety of media, including television shows, art reviews, podcasts, and publications like Artist Talk Magazine, The Flux Review, The World of Interiors, House & Garden, Tattler, Vanity Fair, and Vogue.

At the heart of Catarina’s artistic process is collaboration. Working with other artists, designers, filmmakers, and composers on various projects, she creates minimalist collages that inspire viewers to search for a deeper meaning and embrace the beauty of imperfection, duality, and transcendent existence. 

Catarina’s art is not just a product of her talent, but a reflection of her deeply personal experiences and memories. Her past lives revisited by her present self, particularly her young childhood in Africa, serve as a rich source of inspiration. These experiences have not only shaped her art but also serve as a cathartic tool, providing relief from the pressures of the world. Her art is a window into her emotional depth and personal significance, inviting viewers to connect on a deeper level.

This storytelling alludes to the possibility of nature restoring tranquillity to the chaos of the world, framing issues related to the rescue of feminine power and identity and humanity in general. 

BBC art critic Maeve Doyle has described Catarina’s work as “very, very transcendent pieces mixing realism with naturalism and spirituality.”

Aside from her diverse career in education, public relations, and international relations, Catarina’s true passion has always been art. This passion was sparked by London’s cosmopolitan life and vibrant art scene. Her unique approach to art, which is rooted in her authentic artistic vision and completed in the viewer’s imaginative creativity, is a testament to her individuality and creativity. Her work challenges viewers to discover their inner beauty and embark on their own creative and empowering journeys.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Interviste

Introspezione e colore – Il viaggio pittorico di Maria Sturiale

Introspezione e colore

 

Il viaggio pittorico di Maria Sturiale

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |15|Aprile|2025|

 

 

Maria Sturiale è un’artista figurativa siciliana la cui pittura nasce da un’intensa vocazione interiore e da un profondo legame con la sua terra, intesa non solo come luogo fisico, ma come universo culturale, emotivo e simbolico. La sua formazione, inizialmente autodidatta, si è evoluta nel tempo grazie a un percorso di studio rigoroso che ha incluso esperienze significative in ambito fotografico e pittorico, sotto la guida di maestri di rilievo. L’arte di Sturiale si distingue per la capacità di coniugare accuratezza tecnica e introspezione, radici identitarie e tensione verso la sperimentazione. Le sue opere restituiscono la Sicilia nei suoi colori, nei suoi miti e nelle sue atmosfere, ma si aprono anche a riflessioni universali sul fascino, la fragilità e la ricerca di senso. Come una Fenice, l’artista ha saputo rinascere creativamente in una fase matura della vita, trasformando vissuti e visioni in immagini dense di emozione, autenticità e bellezza consapevole.

 

 

 

 

 

“Tu es charmante” Olio su tela & Foglia oro 50×70 cm 

 

 

 

In questa intervista, Maria Sturiale ci accompagna dentro il suo universo artistico, raccontando con sincerità e passione il percorso, le ispirazioni e le sfide che hanno dato forma alla sua pittura.

 

 

 

Puoi
raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o
un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

Il mio percorso artistico inizia fin dall’infanzia, la formazione
è stata autodidatta, finche’ a livello professionale, dopo aver insegnato fuori
sede diversi anni, mi sono stabilita nuovamente nella mia terra In Sicilia.
Cosi’ nel 2022, mi sono dedicata all’immagine conseguendo il livello avanzato
di fotografia dopo aver frequentato con impegno la rinomata scuola
“Officinafotografica” di Antonio Licari a Catania.

L’anno successivo, ho arricchito ulteriormente il mio
bagaglio artistico partecipando a un corso di formazione pittorica presso lo
studio del maestro Emanuele Montanucci ad Acireale.

Inoltre ho avuto il piacere e l’onore di partecipare ad
alcuni workshop con il rinomato pittore iperrealista Antonio Castellò Avilleira
presso la scuola “Le Muse” a Roma.

Attualmente, proseguo la formazione artistica frequentando la
scuola “Art Anthology” del maestro Pietro Alessandro Trovato a Catania, dove
continuo ad esplorare campi di ricerca e nuove forme di espressione artistica.

 

Qual è il
tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue
opere?

Le opere comunicano le mie origini, molte hanno l’impronta
della sicilianità, i colori e i temi della mia terra, talvolta mi sposto su
altri generi per sperimentare, crescere, comprendere, mischiare. Non mi
fossilizzo su uno schema, quello che racconto nei miei quadri deve essere
comprensibile e gradevole a chi osserva. Il gusto è sempre personale, le creazioni
possono anche non incontrare il favore dello spettatore tuttavia, mantengo
costante l’esercizio della rifinitura cercando di creare un prodotto di
qualità.

 

Come
descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?

Il
mio stile artistico è figurativo. Nel tempo l’arte figurativa che ho proposto si e’
addentrata nell’esplorazione di idee emozioni e commenti culturali, essa ha
riflesso una visione artistica personale, promuovendo creatività, abilità e
impatto nell’espressione visiva.

 

 

 

Nel tuo
percorso artistico c’è un momento significativo in cui la passione per la
pittura è rinata con grande forza, emergendo “dalle ceneri del passato come una
Fenice”. Cosa ha scatenato questa rinascita e come ha influito sulla tua
visione dell’arte e della tua stessa carriera?

Sicuramente la mia vita ha subito una svolta al rientro dalla
città di Firenze, dove ho vissuto tre anni avendo li’ insegnato. La città di
Firenze è impregnata d’arte, ogni fine settimana era dedicato ad una mostra o
visite in luoghi rinomati come il Museo degli Uffizi, in cui tornerei ripetutamente
per la quantità di opere preziose e la molteplice bellezza che vi si riscontra.
Attraverso queste emozioni ho ritrovato la giusta spinta per realizzare nuove
opere pittoriche, creare un sito in cui inserirle e fare pubblicità al mio
percorso, che si sta sviluppando anche grazie alla partecipazione a mostre ed
eventi.

 

Hai detto
che la tua passione per l’arte nasce dal desiderio di raccontare la tua terra
attraverso la pittura. In che modo la cultura, la storia e i paesaggi di
Acireale e delle altre città che hai vissuto hanno influenzato il tuo stile e
le tue opere?

Le opere sono inevitabilmente il frutto della terra in cui
vivo, lo stile, i colori, i paesaggi, raccontano molto della Sicilia. Ne sono
un esempio le Teste di Moro o le pigne siciliane, tanto conosciute nelle
ceramiche di Caltagirone. Anche alcuni paesaggi sono dedicati alla Sicilia,
come Taormina piuttosto che Catania. Amo tutto ciò che mi circonda, dipingere è
un modo alternativo per raccontarlo.

 

 

 

La tua
formazione artistica è stata una combinazione di esperienza autodidatta e corsi
con maestri rinomati. Come hai integrato le conoscenze acquisite durante i
corsi di fotografia, pittura e iperrealismo con il tuo approccio personale
all’arte, e in che modo queste esperienze continuano a influenzare il tuo
lavoro oggi?

Aver fatto una preparazione fotografica è stato fondamentale
per una preparazione artistica completa. Un buon dipinto nasce spesso da
un’ottima fotografia. Oggi viene molto utilizza l’intelligenza artificiale per
ricavare immagini nuove ma l’artista deve fare attenzione alle imperfezioni che
si possono generare o alle colorazioni artificiose. L’esperienza fatta accanto
al pittore iperrealista Antonio Castellò Avilleira mi ha insegnato a guardare e
ricreare i particolari in modo quanto più fedele possibile ma è un esercizio
che per quanto mi riguarda proseguo per poi distaccarmene se occorre maturare altri
stili.

 


 

Qual è il
processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o
rituali a cui sei particolarmente affezionato?

Il processo creativo è un mix di emozioni, immagini, musica,
introspezione. Generalmente traggo degli spunti da un tema emozionale che sento
di voler trasmettere, la mia mente mixa immagini, io le vedo con chiarezza
nella mia immaginazione, poi cerco di riprodurle su base fotografica, poiche’ è
necessario dare concretezza a colori e forme nel reale.

 

 

 

Preferisci
lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione anche da contesti
collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Ho partecipato a diversi workshop collettivi, in particolare
ho avuto l’onore di accrescere la mia esperienza in tre workshop con il maestro
iperrealista Antonio Castello Avilleira, quando ti incontri con un maestro di
quel calibro fai un salto di qualità. Devo molto ad Antonio, come anche al mio
attuale maestro Pietro Alessandro Trovato, con il quale sto proseguendo la
formazione permanente, creando uno stile ed un carattere personale.

 

 

 

 Come vivi il rapporto tra l’arte e il
pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il
tuo lavoro?

E’ molto gratificante ricevere like sui social, ma non so
cosa pensare quando non ricevo richieste di acquisto del prodotto. Bisogna
sensibilizzare la gente a circondarsi di bellezza. Vorrei molto influenzare il
pubblico a ricercare il senso del bello. Quindi ritengo che l’arte debba
circolare tra la gente comune, non solo tra persone che coltivano interessi di
settore.

 

C’è
un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa
per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Una delle opere a cui sono più affezionata è “Tu es
charmante”, proprio il quadro che presento alla collettiva d’arte presso la
Galleria  ‘IL LEONE’ di Roma.

 E’ un ‘opera che parla
alle donne e ad ogni individuo. Essa desidera indicare a ciascuno, che possiede
un complesso di caratteristiche interiori emananti una bellezza intangibile
definita nella parola “fascino”. Persino donne bellissime come la diva Natialie
Portman possono sentirsi insicure di se stesse, la bellezza esteriore non è il
passaporto verso la pienezza del sé. Il titolo del quadro è rassicurante, parla
ad ognuno dicendo : non temere…..“Tu sei affascinante”.

Oltre alla realizzazione tecnica, nel quadro va esplorato lo
sguardo della Portman nel suo dubbio, nella sua delicatezza quasi fragile,
contrapposta all’immagine sofisticata e di classe della diva.

 

 

 

Come vedi
il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro
contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

In passato l’arte ha avuto dei fasti con grandissimi artisti
che hanno determinato degli stili precisi e delle correnti, un esempio è il
grandissimo Andy Warhol. Oggi a mio parere, non c’è una corrente o un autore che
spicca in modo forte e determinato. Viviamo nell’era dell’immagine ma rischiamo
di farne una overdose con superficialità. Personalmente, faccio ricerca con
fatica per raffinare il mio stile, nel grandissimo mare artistico dovuto anche
alla condivisione di molteplici immagini nei social. Con le opere da me create
spero di portare bellezza e messaggi positivi alle persone che mi circondano.

 

 

Quali
sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai
superate?

L’attività del dipingere è costosa e richiede tempo,
concentrazione e costanza. Per fortuna svolgo un lavoro statale che mi permette
di avere una base economica indipendente. Il tempo è invece “tiranno”… vorrei
avere giorni interi per dipingere ed invece pianifico nella settimana gli spazi
che posso dedicare alla pittura. Se attreverso quest’attività guadagnassi bene,
dipingerei a tempo pieno ma… non è così.. Sorrido e vado avanti, perché la
pittura mi fa stare bene  e sono rinata
“come una Fenice”. Non posso farne a meno dell’arte, è come l’amore, vive e
splende dentro di me.

 

 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Quando ho visto la Locandina di Everland Art ed ho letto il
bando, ho compreso subito che si trattava di un evento di grande qualità
artistica. Ho approfondito le informazioni ricercando la Galleria d’arte “Il
Leone”, di seguito ho conosciuto virtualmente l’associazione culturale Athenae
Artis e ho trovato una sinergia di ricchezza culturale e professionalità. Per
me è un vero piacere esporre in contesti come questo, certamente saranno
presenti artisti interessanti con altrettante opere di impatto visivo. Allo
stesso tempo per me è una splendida vetrina che rimbalzando sui social accresce
il mio profilo.

 

 

 

Quali
progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che
vorresti esplorare?

Desidero proseguire ad arricchirmi con esperienze artistiche
gratificanti, trasferendo sempre la gioia all’interno del mio lavoro, lasciando
indietro i cattivi sentimenti troppo spesso ridondanti nei media. Custodiamo
per noi la bellezza, la bontà, la semplicità, la ricchezza, i buoni sentimenti.
Ricordiamoci di essere grati per ciò che abbiamo e della capacità creativa che
regala al mondo qualcosa di buono.

 

Contatti
 

Maria Sturiale nasce ad Acireale nel 1974, immergendosi fin
dall’infanzia in un mondo di immagini, pittura e disegno che avrebbero plasmato
il suo destino artistico. Laureatasi in Lingue e Letterature Straniere presso
l’illustre Università degli Studi di Catania, situata nella storica sede del
monastero dei Benedettini, Maria Sturiale ha abbracciato la carriera
dell’insegnamento, diventando professoressa d’inglese, pur esercitando
attualmente la professione del docente di sostegno. La formazione artistica di
Maria é stata inizialmente autodidatta, ella ha sempre coltivato la passione
per l’arte, sebbene gli impegni accademici e lavorativi l’abbiano talvolta
limitato il suo tempo per dipingere. Dopo aver vissuto due anni ad Udine e tre
a Firenze, dove ha arricchito la sua esperienza e affinato la sua sensibilità
artistica, la sua passione per la pittura è rinata con una forza inarrestabile,
emergendo “dalle ceneri del passato come una Fenice”. Nel 2022, Maria
Sturiale ha conseguito il livello avanzato di fotografia dopo aver frequentato
con impegno la rinomata scuola “Officinafotografica” di Antonio
Licari a Catania. L’anno successivo, ha arricchito ulteriormente il suo
bagaglio artistico partecipando a un corso di formazione pittorica presso lo
studio del maestro Emanuele Montanucci ad Acireale. La sua ricerca di
perfezionamento artistico l’ha portata anche a partecipare ad alcuni workshop
con il rinomato pittore iperrealista Antonio Castellò Avilleira. Attualmente,
Maria continua il suo viaggio artistico frequentando la scuola “Art
Anthology” del maestro Pietro Alessandro Trovato a Catania, dove continua
a coltivare la sua passione per l’arte e a esplorare nuove forme di espressione
artistica. 

 

Le opere pittoriche “Tu es charmente” e “Il Satiro danzante
di Mazara del Vallo” sono state apprezzate commentate dal critico d’arte
Michele Murgese. Inoltre “Tu es Charmante” ha ricevuto la “Mensione speciale”
in occasione della XXII° edizione di Opernart 2025, conferita presso la Biblioraca
Angelica di Roma; mentre “Il Satiro danzante di Mazara del Vallo” ha ricevuto
la “Menzione d’onore” in occasione del Premio nazionale di pittura “Paolo
Vetri”- Enna, III edizione 2024. Il 15 febbraio 2025 l’opera “Teatro Greco
di Taormina al tramonto” è stata premiata con con un “Attestato di
merito” al “Premio Internazionale Catalani” tenutosi presso la
galleria d’arte Spazio Macos di Messina. Recentemente il 23 marzo 2025 L’opera
“Tu es charmante” ha ricevuto il primo premio alla mostra
“Culture nel mondo” tenutasi alla libreria Feltrinelli di Catania a
cura dell’associazione culturale Popcatane di Dora D’andrea.

 

 

 
 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Interviste

Un Viaggio nel Linguaggio Visivo di Sandra Sciommarello

 

Un Viaggio nel Linguaggio Visivo di Sandra Sciommarello

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |14|Aprile|2025|

 

Sandra Sciommarello, conosciuta nel mondo dell’arte con il nome d’arte Sandy Art, è un’artista calabrese che, nonostante il suo percorso relativamente recente nel campo artistico, ha già delineato una propria poetica e un linguaggio distintivo. Nata a Rossano (CS), la sua formazione è avvenuta attraverso studi scientifici, con una laurea in Scienze Infermieristiche conseguita all’Università di Firenze, ma la sua passione per l’arte e la creatività l’ha sempre accompagnata. La sua carriera artistica è un cammino che si è aperto solo nel 2024, quando ha deciso di frequentare il Centro Studi Artistici Angel Rose, dove ha avuto modo di esplorare diverse tecniche e materiali.

Ciò che contraddistingue il lavoro di questa artista è l’approccio sperimentale che guida ogni sua creazione. Non si pone limiti né sulle tecniche né sui temi, esplorando un ampio ventaglio di possibilità espressive. La sua arte è un continuo processo di ricerca, nel quale l’intuizione e l’emozione giocano un ruolo fondamentale. La sua preferenza per l’arte figurativa, in particolare per la figura femminile, è evidente: il corpo della donna diventa il suo soggetto privilegiato, usato come veicolo per esplorare temi profondi e contemporanei, come la riflessione sull’identità, la lotta contro la violenza di genere, l’inclusività e l’amore per sé.

Le opere di Sandra Sciommarello, pur mantenendo un forte legame con la pittura tradizionale, si arricchiscono di elementi materici, che rompono la bidimensionalità delle tele e creano un’interazione più profonda con lo spettatore. Dettagli come gioielli, stoffe, sabbia, legno e conchiglie arricchiscono le sue composizioni, donando loro una dimensione tattile che invita il pubblico a un coinvolgimento emotivo e sensoriale. Questo gioco di materiali e texture è per l’artista una necessità creativa, un modo per allontanarsi dalla pura estetica e puntare a un’esperienza che stimoli riflessioni e sentimenti.

Tra le opere più significative del suo percorso c’è La Dea Arsi, una figura femminile che invita lo spettatore a riflettere sulla propria immagine riflessa, sulla bellezza e sulla valorizzazione del sé. Quest’opera ha riscosso ampio consenso, tanto da essere selezionata per mostre internazionali e ricevere una Segnalazione di Merito al Premio d’Arte Internazionale Visioni. La sua arte, che si nutre di un costante confronto con il pubblico e gli altri artisti, non è solo un atto di creazione, ma un gesto di comunicazione profonda, destinato a suscitare emozioni, a stimolare pensieri e ad aprire uno spazio di riflessione su temi universali.

Il percorso di Sandra è appena all’inizio, ma la sua visione è chiara: l’arte è un linguaggio senza confini, un mezzo potente per parlare del mondo e delle sue contraddizioni. È un dono che deve essere condiviso, come lei stessa sottolinea, per contribuire alla bellezza e alla crescita collettiva. Guardando al futuro, l’artista intende espandere il suo orizzonte, esplorando nuove tecniche e collaborando con altri creativi, come nel caso del progetto di body art in collaborazione con altre donne, incentrato sull’empowerment femminile e sulla valorizzazione del corpo.

 

Per comprendere meglio la sua visione artistica e il suo percorso, abbiamo avuto il piacere di intervistare Sandra Sciommarello, che ci racconta il suo approccio all’arte, le sue sperimentazioni e le emozioni che animano le sue opere.

 

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

Salve a tutti, mi chiamo Sandra Sciommarello in arte SANDY
ART
, sono calabrese e vivo a Corigliano-Rossano (CS).

Sono una persona poliedrica, determinata e molto curiosa, mi
piace sperimentare e mettermi alla prova in più ambiti; ogni esperienza mi
arricchisce e stimola, cerco da spettatrice di pormi  senza pregiudizio e cogliere la bellezza
intrinseca ed estrinseca in ogni creazione.

Una delle mie qualità è quella di non pormi limiti auto
sabotanti, di affidarmi con fiducia al flusso naturale della vita e pensare che
ognuno di noi ha doti nascoste da sviluppare.

Nel mondo dell’arte sono una neofita ma anche e soprattutto
una ricercatrice.

Ho sempre amato
l’arte, cosi come amo viaggiare, e ho avuto modo di vedere varie mostre in giro
per il mondo.

Una  mia
ritualità a fine di ogni anno è  stilare
una lista di desideri per l’anno che verrà.

A fine 2023 nella mia lista
scrissi: “cimentarmi in una nuova attività che mi permetta di esprimermi a 360
gradi” ed ecco che infatti nel gennaio 2024 ho iniziato a frequentare il Centro
Studi Artistici ANGEL ROSE di Emanuela Bosco,
sito nel mio paese di residenza.
Dopo alcune lezioni tecniche e nozionistiche ho preso finalmente in mano i
pennelli è in quel momento mi si è aperto un mondo nuovo fatto di colori e
nuove opportunità di comunicazione.

Terminata la prima opera olio su tela, ho capito, io per
prima, che avevo delle ottime potenzialità, e da allora non mi sono più fermata,
anzi le mie sperimentazioni artistiche sono diventate man mano sempre più elaborate e personalizzate.

 

 

 

 

 


Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

Amo l’arte figurativa e soprattutto l’immagine femminile.

Fin da subito l’immagine della donna mi ha affascinato per
le sue mille declinazioni.

Sono una donna, amo le donne e credo che l’universo
femminile si presti a disparate narrazioni in modo elegante ma profondo.

Uso  la figura
femminile in modo versatile, attraverso le mie donne riesco a  comunicare il mio punto di vista sia su temi
legati ad aspetti specifici della sfera femminile sia a comunicare temi sociali
e  di attualità

 

 

 

 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo
?

Le mie creazioni amo
definirle SPERIMENTAZIONI ARTISTICHE, proprio perché non mi pongo limiti nè
sulla tecnica ne sulla tematica.

Sono aperta a nuove scoperte e guardo al mondo dell’arte
come un ambiente in cui ognuno può raccontare di se e del mondo, senza
limitazioni, ecco perché lo trovo un ambito molto affascinante e mai statico.

 

 

 

Ami arricchire le tue opere con dettagli che rompono la
bidimensionalità dell’opera, creando un gioco di profondità. Cosa ti spinge a
integrare questi elementi tridimensionali nelle tue tele?

Fin dalla mia  prima
creazione ho avvertito la necessità di creare qualcosa di personalizzato e con
caratteristiche riconoscibile.

Lo stile SANDY art è
proprio  il connubio tra la classica
pittura a olio o acrilico con aggiunta di dettagli materici.

Credo che questa unione esalti le mie creazioni e
incuriosisca lo spettatore.

L’obiettivo futuro
che mi prefiggo è che proprio attraverso questa particolare costruzione, le
creazioni SANDY ART  siano riconoscibili.

 

 

In un mondo in cui la pittura è spesso vista come un’arte
puramente visiva, cosa cerchi di comunicare ai tuoi spettatori attraverso l’uso
di texture e materiali che emergono dalla superficie?

Aggiungo a i miei
quadri  materiali che emergono dalla tela
proprio per rompere la bidimensionalità
e creare una interazione maggiore con lo spettatore.

Credo che l’arte in genere non può essere ridotta a qualcosa
che è solo bella da vedere, l’arte deve emozionare!

L’arte è uno strumento potentissimo per comunicare, a volte
è intuitivo altre volte è concettuale o astratto. Certo è, che alcune creazioni
comunicano allo spettatore non solo per la bellezza puramente estetica ma
proprio perché rievocano sentimenti, emozioni profonde e  inducono alla riflessione…ecco io tento di
fare questo, di incuriosire e indurre a uno spunto riflessivo.

 

 

 

Quando crei, come scegli i soggetti da raffigurare? C’è
un legame tra il tema delle tue opere e la scelta dei materiali che utilizzi
per arricchirle?

 

Il mio processo
creativo non è ancora definito e standardizzato.

A volte parto da un
idea, da una tematica che voglio rappresentare e una volta dipinta decido di
arricchirla con del materiale materico, 
altre volte invece parto dal dettaglio, dal materiale. Per
esempio mi è capitato di passeggiare in spiaggia e trovare dei legnetti o
cortecce o conchiglie o sassolini e da quel dettaglio immaginare come e dove
inserirla.

 

Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo
lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato
particolarmente la tua visione
?

Da  sperimentatrice, non metto paletti alla
creatività.

Amo frequentare mostre e esposizioni di ogni tipo, guardo al
mondo con curiosità alla ricerca della bellezza a volte nascosta, a volte ben
evidente.

Seguo, anche grazie ai social, diversi artisti
contemporanei per confrontare stili differenti, e prendere spunti generici.

Credo che ogni persona che crea sia un artista, ogni
creazione sia un dono per l’umanità e un modo di esprimere prima di tutto la
nostra complessa interiorità.

Siamo abituati a conoscere soprattutto i  grandi maestri dell’arte, viviamo in un paese, l’italia che è sempre stata culla di
cultura e arte… 
ma anche chi lavora a
maglia o produce piccoli oggetti è per me un artista e un creatore 
e ha qualcosa da insegnare.

Definisco artista chiunque dedichi il suo tempo a creare
qualcosa.

 

 

 

Che importanza attribuisci al colore nel tuo lavoro? Come
scegli la tua palette e che significato ha per te il colore?

 

Per quanto riguarda l’uso del colore, ammetto che è un
aspetto su cui sto ancora studiando.

So bene che in arte ogni
singolo colore ha il suo significato e esprimesuscita  determinate emozioni ma  con estrema umiltà dichiaro che sono una
artista in formazione e evoluzione, ho tanto da approfondire e questo è uno
degli aspetti su cui attualmente sto studiando.

 

 

Preferisci lavorare su tela in solitudine o trovi
ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Attualmente faccio sperimentazioni in solitaria che
alterno a momenti di creatività guidata appoggiandomi appunto al centro studi
artistici.

Sento la necessità di condividere le mie ispirazioni ma
anche di apprendere dalle sperimentazioni altrui, il centro studi che frequento
è un ambiente stimolante che frequento con piacere.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che
modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Per ogni essere umano la validazione esterna è un aspetto
fondamentale.

All’inizio della mia avventura è stato molto gratificante
ricevere tanti feedback positivi, un ottimo incoraggiamento per andare avanti.

Poi con estrema caparbietà
e senza farmi condizionare da specifiche aspettative  ho iniziato a visionare dei bandi per  partecipare a delle  mostre.

Cosi con la mia opera “LA DEA ARSI” nell’ottobre 2024 ho
preso parte alla mia prima Mostra Internazionale presso Casa Cava di Matera,
ricordo bene la sensazione di quel momento, tanto entusiasmo e tanta emozione

Entusiasmo perché non
ero più una spettatrice, un visitatore ma ero passata dall’altra parte, ero tra
gli Artisti in esposizione, leggere il mio nome sulla locandina mi ha fatto
concretizzare che questo sogno si stava avverando. ero riuscita a creare
qualcosa degno di concorrere insieme a opere straordinarie in una mostra
internazionale.

Il confronto con gli altri partecipanti nn mi ha spaventato,
chiaramente erano tutte persone o che svolgevano lavori legati al mondo
artistico (accademici, professori d’arte) o artisti che dipingevano da anni,
alcuni fin da bambini, quindi qualcosa di molto distante dalla mia esperienza
personale.

Nonostante questa fosse la mia prima esperienza, l’opera da
me presentata  aveva tutte le
potenzialità, di fatto  sia il critico d’arte che ha recensito, sia tutti gli altri
partecipanti e visitatori hanno elargito complimenti a iosa sulla mia creazione
e sull’idea da me proposta.

Da lì ho capito che nonostante la mia inesperienza, la mia
creazione veicolava un messaggio potente, e che non è mai troppo tardi per approcciarsi
a un hobby, per avere sogni e per reinventarsi ogni giorno fino alla versione
migliore di noi.

Spero che la mia esperienza sia da ispirazione ad altre
persone che si autolimitano. Non ci sono limiti ai nostri sogni, non è ne una
questione di età, ne di possibilità, ne di mancanza di tempo, ne altro, siamo
noi a imporci dei limiti e a sabotare spesso le nostre esistenze.

La vita ci da opportunità infinite, ci vuole solo un pò di
coraggio per crederci e credere in noi stessi

 

 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che
consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

A essere onesta io
amo ogni opera che creo.

Chiaramente essendo il mio un percorso appena iniziato  ci sono alcune che sono delle prove da
studio,  altre, quelle che preferisco,
sono Racconti di qualcosa che voglio trasmettere.

Un  opera a cui tengo
particolarmente è la NASCITA DI SANDY, ossia il mio primo quadro in assoluto ,
(da li il nome), perché con Lei nasco anche io in un nuovo aspetto di me, nasce
la SANDRA artista.

Mentre l’opera a cui sono maggiormente affezionata è LA DEA ARSI, quest’opera nasce per indurre alla riflessione, trattasi di una donna
bellissima che ci invita con lo sguardo a guardare la vera opera d’arte, ossia
l’immagine riflessa nello specchio alla sua sinistra.

Il nome _ARSI è rappresentativo appunto del punto di vista
personale ed emozionale dello spettatore, che di fronte a Lei, specchiandosi,
ha modo di far emergere sentimenti ed emozioni puramente introspettive e
soggettive.

Chi si porrà di fronte all’opera potrà ad esempio

Am -ARSI

Paragon _ARSI

Ignor _ARSI

Osserv _ARSI

Ispir _ARSI

Critic  _ARSI

Celebr_ARSI

E così via

Pertanto, l’opera può ritenersi duttile e mutevole come lo
sono gli stati d’animo umani.

 

Vado molto fiera di questa creazione, che nasce dall’idea di
comunicare allo spettatore (e alle donne in modo particolare) di darsi sempre
un valore, di specchiarsi in se stessi e trovare le risposte, di vedersi
realmente per quello che sono e di volersi bene perché ogni persona  è un opera d’arte.

Con la DEA Arsi ho partecipato a 2 Mostre Internazionali,

   
-WOMAN RASSEGNA D’ARTE CONTEPORANEA “WOMAN” 4
EDIZIONE PRESSO CASA CAVA MATERA A CURA DI ANTONIETTA D’ECCLESIIS ART PROMOTER
TOP ARTIST DAL 12 AL 19 OTTOBRE 2024

 


PREMIO D’ARTE INTERNAZIONALE “VISIONI” 1
EDIZIONEPRESSO TEMPIO DI POMONA (SA) DAL 7 AL 14 DICEMBRE 2024.

 

LA MIA
OPERA LA DEA ARSI HA RICEVUTO UNA SEGNALAZIONE DI MERITO E IL CATALOGO DI
VISIONI (CONTENENTE LA MIA OPERA) SARA’ ARCHIVIATO NELLA BIBLIOTECA THOMAS
WATSON DEL METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

 

Ad oggi è la mia opera di punta, e anche per l’anno 2025, ho
inviato la mia candidatura a bandi di selezione ancora in fase di svolgimento.

Vorrei esporla in contesti europei, in merito aspetto
l’esito delle selezione per una Galleria di prestigio di Parigi e per l’Ateneo
di MADRID.

Stay tuned…

 

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo
?

 

 Nella società odierna in cui la
bruttezza spesso dilaga, l’arte è uno strumento estremamente potente per
veicolare invece bellezza.

L’arte contemporanea soprattutto svincolandosi da rigidi canoni
accademici permette agli artisti di spaziare negli stile e nell’uso dei
materiali.

Ho sempre creduto che se nella nostra mente nasce un idea di certo c’è un
modo per farla venire alla luce.

Il mio lavoro ha lo scopo di
veicolare messaggi quali l’inclusione, la lotta alla violenza sulle
donne, l’amore per se stessi , celebrare la forza delle donne  nella loro complessità.

Spero che avrò modo di creare opere sempre più elaborate e deduttive.

Vorrei che il mio messaggio sia comprensibile e intuitivo, perché l’arte
è un dono per tutti.

 

io sono una donna di 45 anni, non ho  avuto figli ma le mie sperimentazioni
artistiche sono metaforicamente il prodotto  non del mio utero, ma della mia mente, delle
mie mani, del mio cuore  e della mia
anima.

 

 

 

 Recentemente hai partecipato a Visioni, il premio d’arte internazionale organizzato dall’associazione culturale AthenaeArtis di Maria Di Stasio. Che esperienza è stata per te? C’è qualcosa di particolare che hai apprezzato o che ha arricchito il tuo percorso artistico?

 

L’evento VISIONI ha attirato molto
la mia attenzione soprattutto per la location, il Tempio di Pomona è un complesso
bellissimo nel cuore di Salerno e si presta molto bene a esposizioni di vario
genere.

Maria di Stasio è una grande professionista ma anche e soprattutto una
donna speciale.

Ricordo che prima di inviare la mia candidatura le feci una telefonata e lei
mi mise subito a mio agio,  credo sia una
donna con una spiccata sensibilità.

Poi ci siamo conosciute dal vivo e posso confermare che è una persona
attenta, comprensiva affidabile e di una dolcezza infinita.

 

L’evento è stato impeccabile, gli artisti selezionati di un livello
davvero alto e le opere davvero molto innovative e interessanti.

Quindi sono onorata di aver preso parte a un evento cosi esclusivo, e di
essermi confrontata con artisti straordinari.

 

 

 

 

LtLa tua opera presentata a Visioni, è stata tra le protagoniste
dell’evento, distinguendosi al punto da farti ottenere una Segnalazione di
Merito. Puoi raccontarci il processo creativo che ti ha portato a realizzarle?
C’è una storia, un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?

 

Il fatto che tra piu di 100 opere
e 60 artisti la mia DEA ARSI si sia distinta e abbia ottenuto una segnalazione
di merito nn solo mi riempie il cuore di gioia ma mi conferma che se si fa
qualcosa con amore questo verrà riconosciuto.

Come ho già detto in precedenza la DEA ARSI è un opera semplice nella sua
parte puramente stilistica ma veicola un messaggio potente e questa la
caratteristica vincente secondo me.

È un quadro che dialoga con lo spettatore, il quale ponendosi dinnanzi
allo specchio si ritrova a fare i conti con se stesso. Vorrei che tutti
specchiandosi provassero sensazioni di benessere e amore per se stessi, ma in
un mondo che ci vuole performanti e sempre di corsa a volte non ci prendiamo il
tempo nemmeno di guadare la nostra immagine riflessa in uno specchio e cogliere
la meraviglia che siamo. Tutti , indistintamente speciali.

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o
tematiche che vorresti esplorare?

 

Spero che nel mio prossimo futuro possa avere la possibilità di esporre
in contesti prestigiosi europei.

Ho in cantiere diverse nuove idee, non solo di pittura ma vorrei
cimentarmi in qualcosa di più complesso che mixi un po’ i generi e i materiali.

Ho in lavorazione una installazione per una mostra specifica che ci sarà
a novembre 2025

 

Tra pochi  giorni partirò per il
Marocco una metà che vado a esplorare per vagliare l’uso di alcune loro tinture
e spezie , che mi piacerebbe integrare nelle mie creazioni. Inoltre  parteciparò a dei laboratori di ceramica.

Di recente ho conosciuto una donna, un’artista che si occupa di body
artherapy , un progetto davvero valido  che
coinvolge donne operate di tumore al seno e tecniche miste di pittura e  body painting
e insieme vorremmo ampliare questo progetto.

 

Quindi che dire, il mondo SANDY ART è una fucina di idee in continuo
aggiornamento,

idee sempre nuove, sperimentazioni senza limitazioni.

Non so dove mi porterà questo percorso ma il fatto che sia duttile e che
dipenda esclusivamente da me mi fa andare avanti con il sorriso e con la
certezza che grandi cose possono venire alla luce, affidandoci alla vita con
fiducia.

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email s.sandra1980@libero.it

Facebook Sandra Sciommariello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MI CHIAMO SANDRA SCIOMMARELLO , NATA A ROSSANO (CS) IL
28/5/1980

DOPO I TRADIZIONALI STUDI SCOLASTICI , HO CONSEGUITO IL
DIPLOMA PRESSO IL LICEO SCIENTIFICO E L’ISTITUTO MAGISTRALE,  HO FREQUENTATO L’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI
FIRENZE CONSEGUENDO LA LAUREA TRIENNALE IN SCIENZE INFERMIERISTICHE.

DAL 1.3.2005 LAVORO PRESSO IL CENTRO MEDICO LEGALE  INAIL , SEDE DI CORIGLIANO ROSSANO.

HO SEMPRE SEGUITO LA MIA PASSIONE NELLO SPERIMENTARE DIVERSE
E VARIE DISCIPLINE, TRA CUI EQUITAZIONE, PILATES, TEATRO, GINNASTICA AEREA,
CUCITO, COMPOSIZIONE DI POESIE E PITTURA

DAL GENNAIO 2024 HO INIZIATO A FREQUENTARE IL CENTRO STUDI
ARTISTICI ANGEL ROSE DI BOSCO EMANUELA PRESSO LA CITTA’ DI CORIGLIANO ROSSANO.

IN QUESTO BREVE MA PROFICUO PERCORSO HO SPERIMENTATO DIVERSE
TECNICHE TRA CUI PITTURA CON AQUERELLO, COLORI A OLIO, STUDI MATERICI CON  MATERIALI ALTERNATI TIPO LEGNO E STUCCO,
CARBONCINO , ECC

LA MIA TENDENZA PERSONALE E’ VERSO IL MATERICO MI PIACE
AGGIUNGERE ALLE MIE CREAZIONI DETTAGLI IN RILIEVO , TIPO GIOIELLI, STOFFE ,
FOGLIE ,SABBIA, ECC

PREDILIGO LA FIGURA FEMMINILE E I NUDI ARTISTICI E IL
FIGURATIVO

SONO I DETTAGLI A RENDERE UNICI LE CREAZIONI SANDY

 

LE MIE OPERE SONO STATE IN MOSTRA PRESSO :


MOSTRA COLLETTIVA ORGANIZZATA
DA SCUOLA D’ARTE ANGELROSE  PRESSO CENTRO
STORICO DI ROSSANO DAL 13 AL 15 AGOSTO 2024

 


41° PREMIO NAZIONALE DI
PITTURA FIGHILLEARTE PRESSO FIGHILLE (PG) 5-6- OTTOBRE 2024

 

 


RASSEGNA D’ARTE CONTEPORANEA
“WOMAN” 4 EDIZIONE PRESSO CASA CAVA MATERA A CURA DI ANTONIETTA D’ECCLESIIS ART
PROMOTER TOP ARTIST DAL 12 AL 19 OTTOBRE 2024

 


PREMIO D’ARTE INTERNAZIONALE
“VISIONI” 1 EDIZIONEPRESSO TEMPIO DI POMONA (SA) DAL 7 AL 14 DICEMBRE 2024

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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IntervisteMy Favourites

Viktor Sheleg – Un Dialogo Silenzioso con la Tela… Riflessioni sull’Arte, il Caos e l’Armonia

 

Viktor Sheleg

 

Un Dialogo Silenzioso con la Tela  

 

Riflessioni sull’Arte, il Caos e l’Armonia

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |12|Aprile|2025|

 

 

Viktor Sheleg è uno di quegli artisti che non hanno mai cercato riparo sotto le strutture rassicuranti dell’accademia, anzi: fin dall’inizio del suo percorso ha sentito l’urgenza di liberarsi da ogni regola precostituita, di tradire le attese, di tradurre il mondo non secondo la logica del visibile, ma attraverso quella più sottile e bruciante del percepito. Nato nel 1962, in Lettonia, Sheleg è cresciuto tra colori e silenzi, scoprendo la pittura come atto necessario già da bambino. Fu sua madre, un’artista mancata, a consegnargli la prima scatola di colori a olio: un piccolo gesto che si rivelò fondativo, quasi rituale, come il passaggio di un fuoco sacro.

Il suo percorso artistico non si è mai piegato a una sola cifra espressiva. La sua pittura, piuttosto, si adatta come una pelle viva all’emozione del momento. La tela diventa così un campo di tensione in cui convivono figurazione e astrazione, forma e dissoluzione, concretezza e sogno. Non è importante se ciò che appare sia riconoscibile dall’occhio o appartenga all’indefinito: ciò che conta è la verità del sentire, la fedeltà a una vibrazione interiore che guida il gesto, e che trasforma l’atto pittorico in rivelazione.

 

Nel lavoro di Viktor Sheleg, l’astrazione non è un linguaggio scelto, ma un’urgenza interiore, un modo inevitabile di esistere sulla tela. La sua pittura si sottrae ai dettami della forma e del soggetto, per abbracciare invece una grammatica emotiva, istintiva, profondamente viscerale. L’uso del colore – mai ornamentale, mai scontato – si rivela come gesto rivoluzionario: non risponde a un’estetica codificata, ma nasce da una tensione interna, da una vibrazione autentica che scardina ogni schema.

Nel suo universo pittorico, l’osservatore non è guidato da un ordine gerarchico tra colore, tratto e figura. Al contrario, viene travolto d’improvviso da un turbine cromatico che precede ogni riconoscibilità, da linee che sembrano tracciate in uno stato di ascolto profondo, come se la mano dell’artista rispondesse a un richiamo interiore più che a un progetto. In Sheleg, l’astrazione è respiro, è pelle, è carne. È lo spazio stesso che diventa emozione.

Ogni sua opera si fa quindi atto di ricerca, indagine incessante di un altrove pittorico dove il segno non descrive ma evoca, dove il gesto non rappresenta ma svela. La composizione si apre così a nuove dimensioni percettive, dove l’equilibrio nasce dal rischio, e la bellezza si manifesta nella collisione tra energia e mistero. In questo modo, Viktor Sheleg non dipinge l’astratto: lo vive, lo abita, lo attraversa.

 

L’artista non ha mai dipinto per piacere o per mestiere: ha sempre dipinto per necessità. Per questo motivo, si avvicina alla tela solo quando ne percepisce l’urgenza, quando sente dentro di sé quell’energia irrazionale e potente che cerca una via per uscire. Ogni sua opera è un incontro, quasi carnale, con l’invisibile. Spesso il volto di una donna emerge da un mare di segni e cromie, come un’apparizione che si impone con dolcezza e autorità insieme. La figura femminile non è mai oggetto decorativo, ma soggetto dominatore, epifania simbolica dell’interiorità.

Così, il suo linguaggio pittorico si fa liquido, cangiante, irregolare, e proprio per questo autentico. Sheleg accorda la narrazione visiva allo stato emotivo, come un musicista improvvisa sul tema del giorno, come un poeta che trascrive un sogno senza rileggerlo. In un’epoca che esige definizioni, categorie, etichette, Sheleg risponde con l’ambiguità dell’arte vera, quella che non si lascia spiegare, ma solo vivere. E forse è proprio qui, in questa assoluta fedeltà a se stesso, che risiede il segreto della sua forza: nel coraggio di non chiedere il permesso, né all’occhio né alla mente, ma solo al cuore.

 

 

 

 

A completamento di questo ritratto intenso e appassionato, aggiungiamo le parole dello stesso artista, che in questa intervista ci accompagna dentro il suo universo creativo, rivelando visioni, impulsi e pensieri che animano la sua pittura.

 

 

 

 

 

Hai detto che quando crei un’immagine, sei guidato dalle emozioni e dall’energia. Puoi raccontarci di più su questo processo creativo?

 

Questo è un caso in cui mostrare è più facile che spiegare. La mia opinione soggettiva è che ci siano artisti che riescono a dare vita a un oggetto inanimato (un dipinto) e altri a cui non è dato. Un artista può possedere un elevato livello di tecnica, una grande esperienza e una diligenza invidiabile, ma i suoi quadri non hanno magnetismo, sono privi di vitalità, pur essendo altamente professionali. Un altro esempio è quando guardi un dipinto e non riesci a distogliere lo sguardo, sebbene l’artista non abbia un’alta professionalità.

Non mi avvicino alla tela quando sono emotivamente vuoto e non considero la pittura un lavoro. Per me un dipinto è come una partner con cui dialogare. Mi addormento pensando a ciò che non abbiamo concordato e, al risveglio, corro a dirle qualcosa di importante.

Potrei descrivere questo processo a lungo, ma non so spiegare da dove provenga questa corrente. 

 

Come emerge l’armonia dal caos di colori, macchie, linee e schizzi nelle tue opere?

È semplice e complesso allo stesso tempo. Bisogna saper individuare elementi di bellezza nel caos e incorporare l’improvvisazione attorno a questo concetto.

 

 

 

Le tue opere spesso raffigurano donne in modo affascinante e complesso. Cosa ti ispira in queste rappresentazioni?

 

Per me non c’è mai stata una scelta tematica. Qualunque cosa dipinga, è sempre una donna. Scherzo. 

Sono fondamentalmente un’astrattista, ma nella cacofonia dell’assenza di soggetto inizio a vedere l’immagine femminile. Di norma, l’immagine femminile occupa tutto lo spazio sulla tela e non rimane nulla di astratto.

 

 

Hai mai sperimentato altri media oltre alla pittura?

 

La ricerca infinita di mezzi di espressione e materiali! Metallo, filo metallico, carta, carta kraft, giornali, tessuti, schiuma, ecc.

 

 

Le tue opere ci invitano a mettere in discussione il conformismo e le norme sociali. Come si riflette questo concetto nei tuoi dipinti?

 

Accolgo con favore il teppismo nella pittura perché non si può andare contro la propria natura, ma mi piace anche quando è bello.

 

 

Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso la tua arte?

 

È difficile da giudicare. Se c’è qualcosa del genere, lo spettatore lo vede, non lo so. Il mio messaggio non è urlare, non stringere le mani, non insegnare, forse è come un bacio a fior di labbra.

 

 

I tuoi insegnanti ti hanno consigliato di non proseguire gli studi accademici per preservare il tuo stile unico. Come hai vissuto questa scelta?

 

Sì, ho avuto una cosa del genere nella mia vita. Non direi che fossero insegnanti, ma per me erano persone autorevoli nel campo delle arti visive.

Un giovane con modesti risultati era contento di sentire parlare della sua individualità. Non capivo di cosa stessero parlando. Cos’è l’individualità? Volevo davvero studiare, affinare le mie competenze professionali, far parte di un team composto dalle stesse persone, ma alla fine ho seguito la mia strada, imparando i segreti della maestria attraverso l’autoformazione.

 

 

 

Quali sono stati i momenti più significativi della tua carriera artistica?

 

Forse è successo quando avevo 12 anni e mi sono imbattuta in una scatola di colori a olio. Mia madre mi ha detto che quei colori le erano stati comprati molto tempo prima, anche lei voleva diventare un’artista, ma qualcosa non ha funzionato. Forse puoi farcela, mi ha detto.

 

 

Hai esposto in numerosi paesi e partecipato a importanti fiere d’arte. In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo percorso artistico?

 

Francamente, non ha influenzato in alcun modo la mia creatività, piuttosto dovremmo parlare di benessere materiale. Certo, quando i tuoi quadri vengono acquistati, c’è un incentivo a dedicarsi solo alla creatività, non alla distrazione dovuta al guadagno.

 

 

 

C’è un’opera d’arte in particolare a cui ti senti più legata? Se sì, perché?

 

Da giovanissimo, vidi all’Hermitage un dipinto di Kees Van Dongen, “Donna con cappello nero”. In questo dipinto rimasi colpito dalla lumeggiatura turchese sul volto della ragazza. Sembrava in contrasto con la cromia generale, ma allo stesso tempo costituiva un accento importante per l’intera opera. In seguito ci furono Van Gogh, Gauguin, Toulouse Lautrec, ma questa fu la mia prima impressione.

 

 

Qual è il tuo rapporto con i collezionisti e il mercato dell’arte contemporanea?

 

I rapporti con i collezionisti possono essere definiti armoniosi. Loro amano la mia arte e io amo la loro. Il mercato dell’arte contemporanea è un concetto metafisico, e bisogna adattarsi. Non c’è amore in esso, solo opportunismo, ma bisogna sempre essere se stessi.

 

 

 

Quali artisti, passati o contemporanei, hanno influenzato il tuo lavoro?

 

Ne ho già parlato in precedenza, potrei aggiungere Valentin Serov, Feshin, I. Repin, Kandinsky, Rembrandt, Picasso, Kathe Kollwitz, anche se ce ne sono molti altri…

 

 

Se potessi collaborare con un artista di qualsiasi epoca, chi sceglieresti e perché?

 

Forse René Magritte o Antoni Tàpies. È difficile dire perché questi artisti in particolare, è più una questione di intuito.

 

 

 

Come vedi il futuro della pittura in un mondo sempre più digitale?

 

Non ci penso, vivo e lavoro oggi.

 

 

Qual è la tua opinione sull’arte astratta e sulla sua evoluzione nel tempo?

 

La mia opinione soggettiva è che l’astrazione sia un’arte molto leggera. È molto piacevole praticarla, chiunque ha questa opportunità, a volte anche gli animali. Non credo che cambierà. La cromoterapia ha un effetto positivo sulle persone e, nell’interiorità, la pittura astratta è un accento insostituibile.

 

 

 

Pensi che l’arte debba avere un ruolo sociale o debba essere semplicemente un’espressione estetica?

 

Personalmente, sono a favore dell’estetica nella pittura in presenza di espressione. È positivo quando un dipinto ha un impatto sullo spettatore.

 

 

Che consiglio daresti ai giovani artisti che vogliono affermarsi nel panorama dell’arte contemporanea?

 

Se un giovane non ha talento come pittore, è meglio fare qualcos’altro, e se c’è talento, più lavoro, non avere fretta di dichiararsi al mondo

Contatti
 

Viktor Sheleg è un artista contemporaneo di origine lettone, la cui opera si distingue per una straordinaria forza espressiva e una visione artistica profondamente personale. Nato nel 1962, vive e lavora attualmente in Lettonia, dove continua a sviluppare la propria ricerca artistica.

Il talento di Viktor Sheleg è emerso fin dalla giovane età. Quando si presentò il momento di intraprendere un percorso accademico formale, furono gli stessi docenti dell’Accademia d’Arte a riconoscere la straordinarietà del suo stile già pienamente formato. A loro avviso, un’istruzione convenzionale avrebbe potuto limitare l’originalità della sua visione artistica; per questo gli venne consigliato di seguire la propria vocazione, dando pieno spazio a un linguaggio espressivo autonomo e distintivo.

La produzione artistica di Sheleg si caratterizza per un profondo senso di libertà e per una riflessione critica sulle convenzioni sociali e il conformismo. Le sue opere invitano lo spettatore a mettere in discussione le norme che regolano la nostra quotidianità, celebrando al contempo la bellezza dell’individualità e dell’autenticità umana. In particolare, i suoi intensi e affascinanti ritratti femminili sono testimoni della sua capacità di cogliere e rappresentare la complessità dell’esistenza umana con rara sensibilità.

L’opera di Viktor Sheleg ha varcato i confini geografici, raggiungendo un pubblico internazionale attraverso la partecipazione a numerose e prestigiose fiere d’arte in tutto il mondo. La sua arte, apprezzata per l’unicità e la forza evocativa, ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama artistico contemporaneo, ispirando critici e appassionati a osservare il mondo attraverso una lente più profonda e poetica.

Oltre alla sua carriera artistica, Viktor Sheleg è sposato con Alla ed è padre di due figli, Maksim e Natasha.

 

Viktor Sheleg is one of those artists who never sought refuge under the reassuring structures of academia. On the contrary, from the very beginning of his artistic journey, he felt the urgency to break free from every pre-established rule, to defy expectations, and to translate the world not through the logic of the visible, but through the subtler and more searing logic of the perceived. Born in 1962 in Latvia, Sheleg grew up surrounded by colors and silences, discovering painting as a necessary act from early childhood. It was his mother, an artist who never had the chance to pursue her path, who gave him his first box of oil paints—a small gesture that proved to be foundational, almost ritualistic, like the passing of a sacred flame.

His artistic path has never been confined to a single expressive identity. Rather, his painting adapts like living skin to the emotion of the moment. The canvas becomes a field of tension where figuration and abstraction coexist, where form and dissolution, concreteness and dream intermingle. It doesn’t matter whether what appears is recognizable to the eye or belongs to the undefined: what matters is the truth of feeling, the fidelity to an inner vibration that guides the gesture and transforms the act of painting into revelation.

In Viktor Sheleg’s work, abstraction is not a chosen language, but an inner urgency, an inevitable way of existing on the canvas. His painting escapes the dictates of form and subject, instead embracing an emotional, instinctive, and deeply visceral grammar. The use of color—never ornamental, never predictable—becomes a revolutionary gesture: it does not respond to a codified aesthetic, but arises from an internal tension, from an authentic vibration that dismantles every scheme.

In his pictorial universe, the observer is not guided by a hierarchical order of color, stroke, and figure. On the contrary, they are suddenly swept away by a chromatic whirlwind that precedes any recognizability, by lines that seem drawn in a state of deep listening, as if the artist’s hand were responding to an inner call more than to a plan. In Sheleg’s work, abstraction is breath, is skin, is flesh. It is space itself becoming emotion.

Each of his works thus becomes an act of exploration, a tireless investigation of a pictorial elsewhere where the mark does not describe but evokes, where the gesture does not represent but reveals. The composition opens to new perceptual dimensions, where balance is born from risk, and beauty manifests in the collision between energy and mystery. In this way, Viktor Sheleg does not paint the abstract—he lives it, inhabits it, crosses it.

The artist has never painted for pleasure or as a profession: he has always painted out of necessity. For this reason, he approaches the canvas only when he feels the urgency, when he senses within himself that irrational and powerful energy seeking a way out. Each of his works is a near-carnal encounter with the invisible. Often, the face of a woman emerges from a sea of signs and colors, like an apparition that asserts itself with both gentleness and authority. The female figure is never a decorative object, but a dominating subject, a symbolic epiphany of interiority.

Thus, his pictorial language becomes liquid, changeable, irregular—and precisely for this reason, authentic. Sheleg aligns visual narration with emotional states, like a musician improvising on the theme of the day, like a poet transcribing a dream without rereading it. In an era that demands definitions, categories, and labels, Sheleg responds with the ambiguity of true art—art that cannot be explained, only experienced. And perhaps this is where the secret of his strength lies: in the absolute fidelity to himself, in the courage not to ask permission—from the eye, nor from the mind, but only from the heart.

 

Giuseppina Irene Groccia

 

 

 

To complete this intense and passionate portrait, we add the words of the artist himself, who in this interview accompanies us into his creative universe, revealing visions, impulses and thoughts that animate his painting.

 

 

 

 

You have said that when you create an image, you are guided
by emotions and energy. Can you tell us more about this creative process?

 

This is a case where
showing is easier than explaining. My subjective opinion is that there are
artists who can animate an inanimate object (painting), and there are those who
are not given it. An artist can possess a high set of technical methods, have a
great experience and enviable diligence, but his pictures have no magnetism,
they are lifeless although they are highly professional. Another example is
when you look at a painting and can not tear your eyes away, although the
artist and does not have a high school of professionalism.

I do not go to the canvas when emotionally empty and do not
treat painting as a job. For me a painting is like a partner with whom I am in
dialogue. I fall asleep thinking about what we haven’t agreed and waking up I
run to tell her something important.

I can describe this process for a long time, but I can’t
explain where this current comes from.

 

 

How does harmony emerge from the chaos of colors, stains,
lines, and splashes in your works?

 

 It’s both simple and
complex at the same time. 
You have to be able to pick out beautiful pieces from the
chaos and incorporate improvisation around that concept.

 

 

 

Your artworks often depict women in a fascinating and
complex way. What inspires you in these representations?

 

For me there has
never been a choice of topic . No matter what I paint, it’s always a woman.
Just kidding. I’m basically an abstractionist, but in the cacophony of the
subjectless I start to see the female image. As a rule, the female image takes
up all the space on the canvas and there’s nothing left of abstraction.

 

 

Have you ever experimented with other media besides
painting?

 

The endless search
for means of expression and material! Metal, wire, paper, kraft, newspaper,
textiles, foam, etc.

 

 

 

Your work invites us to question conformity and social
norms. How is this concept reflected in your paintings?

 

I welcome hooliganism
in painting because you can’t go against your nature, but I also like it when
it’s beautiful.

 

 

What message do you want to convey through your art?

 

That’s hard to judge.
If there is something like that, the viewer sees it, I don’t know about it. My
message is not shouting, not clasping hands, not teaching, maybe it’s like an
air kiss.

 

 

 

Your teachers advised you not to pursue academic education
in order to preserve your unique style. How did you experience this choice?

 

Yes, I had such a thing in my life. I wouldn’t say they were
teachers, but they were authoritative people in the visual arts for me. 
A young man with modest achievements was pleased to hear
about his individuality. I didn’t understand what they were talking about. What
is individuality? I really wanted to study, master professional skills, be in a
team of the same people, but in the end I went my own way, learning the secrets
of mastery through self-education.

 

 

 

 

What have been the most significant moments of your artistic
career?

Maybe it happened when I was 12 and I came across a box of
oil paints. My mom said that these paints were bought for her a long time ago,
she also wanted to become an artist, but something didn’t work out. Maybe you
can do it, she said.

 

 

You have exhibited in
numerous countries and participated in important art fairs. How have these
experiences influenced your artistic journey?

 

Frankly speaking, it did not affect my creativity in any
way, rather, we should talk about material well-being. Of course, when your
paintings are bought, there is an incentive to engage only in creativity, not
distracted by making money.

 

 

 

Do you have a particular artwork that you feel most
connected to? If so, whу?

 

When I was very
young, I saw a painting by Kees Van Dongen, “Woman in a Black Hat”, in the
Hermitage. In this painting, I was struck by the turquoise highlight on the
girl’s face. It seemed to be at odds with the overall color scheme, but at the same
time it was an important accent of the entire work. Later, there were Van Gogh,
Gauguin, Toulouse Lautrec
, but this was my first impression.

 

 

What is your
relationship with collectors and the contemporary art market?

 

Relations with collectors can be called harmonious. They
love my art and I love theirs. 
The contemporary art market is a metaphysical concept, and
you have to adjust to it. There is no love in it, only expediency, but you
always have to be yourself.

 

 

 

 

Which artists, past or contemporary, have influenced your
work?

 

I have already
written about it earlier, I can add Valentin Serov, Feshin, I. Repin,
Kandinsky, Rembrandt, Picasso, Kathe Kollwitz,
although there were many
more….

 

 

If you could collaborate with an artist from any era, who would
you choose and why?

 

Maybe René Magritte
or Antoni Tàpies .It’s hard to say why these particular artists, it’s more of an
intuitive.

 

 

 

 

How do you see the future of painting in an increasingly
digital world?

 

 I don’t think about
it, I live and work today.

 

 

What is your opinion on abstract art and its evolution over
time?

 

My subjective opinion
is that abstraction is a very lightweight art. It is very pleasant to do it,
any person has such an opportunity, and sometimes animals too. I don’t think that’s
going to change. Color therapy has a good effect on people, and in the interior
abstract painting is an irreplaceable accent.

 



 

Do you think art should have a social role, or should it
simply be an aesthetic expression?

 

Personally, I’m in
favor of aesthetics in painting in the presence of expression. It’s good when a
painting has an impact on the viewer.

 

 

What advice would you give to young artists who want to
establish themselves in the contemporary art scene?

 

If a young man has no
talent as a painter, it is better to do something else, and if there is talent,
more work, do not rush to declare themselves to the world.

 

 

 

 

 

Contacts

 

Web Site www.artsheleg.com

Viktor Sheleg is a contemporary Latvian artist whose work is distinguished by its expressive power and deeply personal artistic vision. Born in 1962, he currently lives and works in Latvia, where he continues to pursue his artistic exploration.

Viktor Sheleg’s talent was evident from an early age. When the time came to pursue formal academic training, the professors at the Academy of Art recognized the exceptional quality of his already well-formed artistic style. They advised him to forgo conventional education in favor of cultivating his distinctive and independent creative voice.

Sheleg’s artistic output is characterized by a profound sense of freedom and a critical reflection on social conventions and conformity. His work invites viewers to question the norms that shape our everyday lives, while celebrating the beauty of individuality and authenticity. Particularly striking are his intriguing depictions of women, which stand as a testament to his remarkable ability to capture and convey the complexity of human existence.

Viktor Sheleg’s art has transcended geographical boundaries, gaining international recognition through participation in numerous prestigious art fairs around the globe. His unique and evocative style has left an indelible mark on the contemporary art scene, inspiring critics and art enthusiasts alike to view the world through a more poetic and introspective lens.

In addition to his artistic career, Viktor Sheleg is married to Alla and is the father of two children, Maksim and Natasha.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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