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Giuseppina Irene Groccia

ArteArtistiSegnalazione Eventi

Nadia Martorano a MUMART 2026 | Arte contemporanea e ricerca del colore

Tra le artiste che negli ultimi anni stanno costruendo un percorso espositivo sempre più articolato, Nadia Martorano continua a distinguersi per una ricerca pittorica riconoscibile, fondata sull’intensità del colore, sulla sperimentazione materica e su una personale interpretazione del paesaggio e della natura. Autodidatta, capace di sviluppare un linguaggio libero da schemi precostituiti, l’artista affianca alla costante evoluzione della propria produzione una presenza sempre più significativa nel panorama espositivo contemporaneo, prendendo parte con continuità a manifestazioni di rilievo in Italia e all’estero.

L’ArteCheMiPiace segue con particolare attenzione questo percorso, accompagnandone e raccontandone l’evoluzione attraverso un progetto editoriale dedicato, volto ad approfondire nel tempo la sua ricerca artistica e le tappe più significative della sua attività.

Reduce da numerosi appuntamenti espositivi che l’hanno vista protagonista negli ultimi mesi, Nadia Martorano è stata recentemente selezionata per partecipare alla XI Edizione di MUMART 2026, prestigiosa collettiva internazionale ospitata nelle storiche sale del Museo Michetti di Francavilla al Mare, tra gli appuntamenti artistici più consolidati e apprezzati del panorama nazionale.

L’edizione 2026, dedicata al compositore Francesco Paolo Tosti, ha riunito circa 140 opere provenienti dall’Italia e dall’estero, dando vita a un percorso espositivo capace di mettere in dialogo pittura, scultura, fotografia, poesia, installazioni e arte digitale. Un progetto culturale che rinnova il legame con il patrimonio artistico abruzzese e con la tradizione del celebre Cenacolo Michettiano, valorizzando allo stesso tempo la pluralità dei linguaggi contemporanei.

Ospitata nelle prestigiose sale del Museo Michetti, la manifestazione ha ricevuto l’Alto Patrocinio della Regione Abruzzo e il sostegno di numerose istituzioni, confermandosi anche in questa undicesima edizione come un importante luogo di incontro, confronto e crescita per gli artisti invitati.

La stessa Martorano ha accolto questa esperienza come un momento di particolare valore umano e professionale, sottolineando il significato dell’incontro tra sensibilità differenti e l’importanza di un contesto espositivo capace di favorire condivisione, dialogo e nuove prospettive di ricerca. Un riconoscimento che si inserisce con naturalezza all’interno di un percorso artistico in costante evoluzione, scandito da una presenza sempre più attiva in eventi di rilevanza nazionale e internazionale.

Tra i numerosi appuntamenti che caratterizzano il suo calendario espositivo, abbiamo scelto di raccontare questa esperienza per il valore storico della sede che l’ha ospitata e per il prestigio di una manifestazione che continua a rappresentare un autorevole punto di riferimento nel panorama dell’arte contemporanea italiana.

 

Contacts

Email martorano.nadia@gmail.com

Facebook Nadia Martorano

Instagram martoranonadia

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ArteArtistiInterviste

Sonia Loren. Costruzioni e derive dello sguardo nella fotografia contemporanea

Nel lavoro di Sonia Loren l’immagine fotografica si sposta continuamente dalla funzione di registrazione del reale verso uno spazio di trasformazione, dove percezione e costruzione visiva si sovrappongono e si ridefiniscono costantemente. La fotografia non coincide con il momento dello scatto, ma si estende in un processo che coinvolge interventi successivi, variazioni e passaggi che modificano la superficie dell’immagine fino a renderla instabile e aperta, come se ogni volta potesse ricominciare da capo.

Il riferimento al cinema attraversa questa ricerca come struttura interna del pensiero visivo. L’immagine nasce già come frammento di una sequenza possibile, attraversata da montaggio, sovrapposizione e discontinuità che determinano un andamento narrativo non lineare, quasi come un ricordo che ritorna in modo improvviso e si ricompone ogni volta in una forma diversa. La fotografia assume così una condizione sospesa tra registrazione e invenzione, tra ciò che accade e ciò che prende forma attraverso lo sguardo.

La costruzione delle immagini si alimenta di riferimenti che includono letteratura, musica, danza e situazioni quotidiane. Questi elementi entrano nel processo creativo come materiali che agiscono durante la produzione dell’opera e contribuiscono a generare livelli diversi di lettura, a volte anche inattesi. L’immagine prende forma da un insieme di impulsi visivi ed emotivi che si intrecciano senza una gerarchia fissa, come se si sedessero insieme sullo stesso tavolo di lavoro.

Il ruolo del tempo vissuto nel suo lavoro assume la natura di uno stato in movimento che attraversa il presente dell’immagine e ne modifica continuamente l’esito. Il tempo personale e quello condiviso entrano nel processo creativo e producono apparizioni visive che emergono durante la costruzione dell’opera e si trasformano in nuove possibilità narrative, quasi come se l’immagine ricordasse mentre viene creata.

Le immagini vengono sottoposte a interventi, manipolazioni digitali e variazioni successive che riducono i riferimenti immediati al reale e aprono passaggi verso costruzioni visive alternative. In questo percorso si attivano situazioni che intrecciano elementi quotidiani e scenari immaginati, generando ambienti visivi in costante ridefinizione, a tratti anche con una componente quasi teatrale.

La narrazione si sviluppa attraverso frammenti che richiedono allo sguardo un ruolo attivo nella costruzione del senso. Le immagini presentano aperture e intervalli che invitano a stabilire connessioni e relazioni tra elementi differenti, dando forma a un sistema visivo articolato su più livelli, come una storia che non viene mai raccontata tutta insieme.

Il lavoro affronta anche il tema dell’identità femminile attraverso figure che si presentano in forme variabili e attraversano stati differenti della rappresentazione. Le immagini mettono in relazione presenza e trasformazione e definiscono una sequenza di passaggi che coinvolge la rappresentazione del soggetto e la sua continua variazione. In questo stesso ambito emerge una pratica di autoritratto in forma velata, nella quale la presenza dell’artista affiora attraverso indizi sottili, frammenti e interferenze che rimandano al corpo senza renderlo mai pienamente riconoscibile.

Nella fotografia contemporanea l’autoritratto femminile si sviluppa spesso come territorio di ridefinizione del soggetto, in cui l’immagine non restituisce un’identità stabile ma attiva processi di costruzione e decostruzione dello sguardo, tra presenza dichiarata e dissolvenza, in un gioco di esposizione e sottrazione. Sonia Loren si inserisce in questo orizzonte attraverso una modalità indiretta, nella quale il sé non coincide con una rappresentazione esplicita ma affiora come traccia percettiva che attraversa l’immagine e ne orienta in maniera latente la costruzione.

L’attività curatoriale sviluppata all’interno del Med Photo Fest e nel dialogo con Vittorio Graziano introduce un ulteriore ambito di lavoro legato alla costruzione di percorsi espositivi e alla relazione tra opere di autori diversi. La selezione delle immagini e la loro disposizione nello spazio genera connessioni tra linguaggi e provenienze differenti, costruendo sequenze visive che mettono in relazione esperienze artistiche eterogenee, con la sensazione di un racconto collettivo che si compone poco alla volta.

L’esperienza internazionale tra Brasile, Europa e Italia contribuisce a un continuo scambio tra contesti culturali e pratiche artistiche differenti. Questo aspetto alimenta una pratica che ha possibilità di svilupparsi attraverso il confronto diretto con opere, artisti e ambienti espositivi, riuscendo a dare forma a un lavoro che si muove tra la produzione artistica e la costruzione curatoriale, in un percorso che non si chiude mai davvero.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Nosoutras e Submersa - Sonia Loren

 

 


Abbiamo avuto il piacere di parlare con lei e di entrare nel cuore della sua ricerca, tra processi visivi, esperienze internazionali e costruzione tra Brasile e Italia della fotografia contemporanea.

 

La tua formazione attraversa arti visive e cinema. In che modo questi due linguaggi si influenzano oggi nel tuo lavoro fotografico?

Le influenze delle arti visive e del cinema restano oggi molto forti nel mio lavoro. Per me è praticamente impossibile separare queste due formazioni. L’intera mia ricerca artistica guarda alla fotografia come risultato e come processo. Catturo immagini del reale e trasformo le scene in nuove immagini, creando anche immagini dell’irreale, figurazioni legate alla dimensione del sogno e del fantastico. Qualcosa che appartiene profondamente anche al linguaggio cinematografico.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

Come nasce per te un’immagine, da un’idea, da un’emozione o da un processo visivo?

Le principali influenze per il mio lavoro sono sempre state la fotografia del cinema, le storie dei personaggi, la letteratura, la musica, la danza, le mie memorie affettive e quelle collettive. Quando fotografo, anche quando catturo per caso scene del quotidiano durante viaggi o passeggiate nella mia città, la mia mente già “vede” immagini immaginarie. Successivamente, quando inizio il processo di creazione di un nuovo progetto, tutte queste influenze diventano fondamentali.

Quando mi siedo davanti al computer con le fotografie che ho realizzato, ho sempre libri sul tavolo, aperti su pagine casuali o su brevi passaggi evidenziati durante le letture; ascolto musica e guardo film. A volte nasce un’idea, altre volte un’emozione e/o un processo visivo. Così costruisco una nuova immagine: i miei personaggi, persone anonime che compaiono nelle fotografie, oppure persone conosciute, vengono inseriti in nuovi paesaggi, entrando o uscendo di scena come in un film. Intervengo sull’immagine iniziale, sottraendo dettagli fino a raggiungere ciò che sento come l’immagine che mi “parla”.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

La fotografia, nella tua ricerca, non sembra mai essere “pura”, ma spesso viene transformata e manipolata. Cosa ti interessa esplorare attraverso queste interferenze sull’immagine?

Mi interessa indagare le possibilità di intervento su una stessa immagine fino a farne perdere il riferimento alla sua realtà. Mi piace simulare situazioni che rimandano a esperienze vissute e creare nuove storie, con l’influenza del cinema e della letteratura, attraverso queste nuove immagini.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

Il tema della memória, individuale e collettiva, ricorre spesso nel tuo lavoro. Che ruolo ha la memoria nella costruzione delle tue immagini?

Dico spesso che ho iniziato a fotografare nell’infanzia, senza macchina fotografica, soltanto con uno sguardo sensibile e attento rivolto alle piccole sfumature della vita. Queste esperienze mi hanno accompagnata in tutte le fasi del mio percorso, nelle storie che ascoltavo, nei libri che leggevo e nei film che guardavo. Riconoscevo punti di contatto tra le altre persone e i personaggi dell’arte e della vita.

Il ruolo delle memorie nel mio lavoro assume una funzione poetica del sogno ad occhi aperti, come uno stato atemporale dell’essere, un sogno che può diventare anche collettivo. Gaston Bachelard, ne La poetica del rêverie, afferma: “Nella nostra infanzia, il sogno ad occhi aperti ci dava libertà. Psicologicamente parlando, è nel sogno ad occhi aperti che siamo esseri liberi”. Quando creo in questo stato di rêverie è quando mi sento libera.

Il tuo lavoro dialoga anche con letteratura e riferimenti simbolici molto forti. Quanto è importante per te a narrazione, anche implícita, dentro uma fotografia?

Sono appassionata di letteratura. È presente in tutta la mia vita e nella mia arte. La fotografia, per me, va oltre il semplice registro. La luce, la composizione e i simboli presenti in una fotografia spingono l’osservatore a leggere, sentire e riflettere, così come accade nella letteratura.

L’importanza della narrazione, soprattutto quando costruita in forma implicita, lascia l’interpretazione aperta. Funziona come una poesia visiva, in cui il pubblico è invitato a colmare le proprie lacune con le proprie esperienze e memorie. Gli elementi simbolici, con le loro luci e ombre, agiscono come metafore visive. Esiste anche una dimensione emotiva, quando una fotografia evoca sensazioni di mistero, malinconia o gioia attraverso questa simbologia, creando una forma di empatia più profonda rispetto a una semplice registrazione documentaria.

Nosoutras - Sonia Loren

 

Hai partecipato a numerosi contesti internazionali tra Brasile, Europa e Italia. In che modo questi spostamenti hanno influenzato la tua visione artística?

È un percorso di apprendimenti che mi permette di vivere altre culture, conoscere persone, artisti in generale, musei, gallerie e spazi culturali alternativi. A partire da queste esperienze non torno mai la stessa; qualcosa inizia sempre a fluire da prospettive diverse, e questo per me è molto importante.

Credo che l’artista non si costruisca in isolamento. Le arti sono interconnesse con altri ambiti: l’architettura di paesi millenari come l’Italia e altri paesi europei, la storia, l’archeologia, la natura, i paesaggi, i sensi e gli odori, tutto influenza la mia visione artistica e la mia vita.

Ho conosciuto molti artisti durante questi viaggi, soprattutto in Sicilia, che mi affascina, alcuni personalmente, altri attraverso la ricerca sul loro lavoro. Amo la dimensione collettiva. Attraverso il Med Photo Fest ho conosciuto fotografi che hanno aperto percorsi di partecipazione a mostre in Italia, come Ljdia Musso, che mi ha invitata per due volte a esporre a Napoli; Ilaria Pisciottani, del nord Italia, che ha curato una mostra alla quale sono stata invitata a partecipare presso la Cathart Gallery di Carla Pugliano, uno spazio molto bello a Milano. Il catalogo della mostra è stato realizzato da L’ArteCheMiPiace, di Giuseppina Irene Groccia, che è anche colei che mi intervista.

Potrei citare molti altri fotografi e fotografe conosciuti personalmente nelle edizioni del Med Photo Fest, come Rosario Vicino, Franca Centaro, Antonio Pignato, Bruna Caniglia, Elena Ghini, Alessandro Giacomo e tanti altri attraverso le loro opere. C’è anche l’artista cubana Ailen Maletta, con la quale mantengo da anni un dialogo attraverso i social, pur non avendola ancora incontrata di persona. Nel 2023 ho conosciuto il grande fotografo e persona straordinaria dell’Uruguay, paese vicino al Brasile, Roberto Fernández Ibáñez, che ha ricevuto uno dei premi del Med insieme a me. Il suo lavoro affronta in modo intenso la condizione femminile, La Contemporaneidad de Las Brujas. Ci siamo conosciuti a Catania e abbiamo trascorso lì giorni molto intensi insieme alla sua gentile compagna, Alicia Acuña.

In Italia ho conosciuto anche molti fotografi brasiliani, come Delfina Rocha, Premio di Fotografia Autoriale Med 25. Questi incontri sono stati e continuano a essere molto ispiratori. Sono grata al Med Photo Fest per questo ponte di scambio. In Brasile, le numerose mostre a cui ho partecipato sono state fondamentali per il mio percorso artistico. Sono più di vent’anni di scambi arricchenti con altri artisti, curatori e operatori culturali. C’è sempre qualcosa da imparare e qualcosa da trasmettere, soprattutto con le donne, tema centrale delle mie ricerche artistiche.

 

L’esperimento e la manipulazione digitale sono centrali nel tuo processo creativo. Quanto spazio lasci al caso e quanto invece al controllo tecnico?

Mi piace molto il caso, ciò che nasce da un momento inatteso, da un’emozione, da un’idea che “chiama” dopo una lettura, un film o una passeggiata. A volte nasce da una conversazione con sconosciuti, da uno sguardo che si sofferma su qualcosa o su persone reali che attraversano il mio percorso, oppure da riflessioni più profonde. Tutto per me diventa sperimentazione, materiale che posso utilizzare nel processo del mio lavoro. Anche il controllo tecnico è sperimentazione. Non possiedo una conoscenza completa di tutte le tecniche digitali, quindi continuo a sperimentare e talvolta invento nuove procedure. È l’incontro tra questi due aspetti che mi permette di creare con libertà.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

In molte delle tue opere emerge una riflessione sulla condizione femminile e sulla trasformazione dell’identità. Come affronti questi temi senza cadere nella retorica?

La condizione femminile è sempre stata il principale focus del mio lavoro. Uno dei miei primi progetti della serie “Os trapos – daquilo que nos escapa todos os dias pelo resto de nossas vidas”, selezionato in un Salone d’Arte in Brasile, affrontava già questo tema. Ho cercato fotografie di matrimoni di oltre cinquant’anni, appartenenti a familiari e a persone anonime, e sono intervenuta su queste immagini rimuovendo i volti delle coppie, privilegiando gli abiti, i costumi del rito, costruendo una narrazione del matrimonio come istituzione spettrale.

Proseguendo questa ricerca, ho sviluppato altri lavori come “Diga (me) onde tua liberdade repousa”, “Por onde anda Eva Lilith”, “Escrevo (te) a mim mesma”, “Submersa – o corpo como anima” e, più recentemente, “Nosoutras”. Privilegio la narrazione rispetto al manifesto. Non cerco di formulare tesi; la mia intenzione è creare personaggi complessi, ambigui e contraddittori.

Il mio lavoro è profondamente autobiografico. Mi riconosco in molte donne e, allo stesso tempo, in nessuna di esse. Sono sempre in ricerca; non esiste un’identità fissa, ma una fluidità in costante trasformazione. In un’occasione ho partecipato a letture portfolio al Festival Internazionale di Fotografia Fest Foto Poa (Porto Alegre, Brasile) e almeno tre lettori (USA, Colombia e Italia) mi hanno restituito un feedback simile: hanno sottolineato il coraggio nell’affrontare la condizione femminile e l’identità senza retorica e in modo poetico, soprattutto in “Submersa”. Vi riconoscevano una poesia visiva in un tema sempre attuale, quello della condizione femminile.

Faccio ciò che amo, non seguo le mode né riproduco linguaggi. È un percorso impegnativo, spesso non sempre accolto. Eppure rimango fedele alla mia essenza.

 

Come è nata la tua collaborazione com il Med Photo Fest e con Vittorio Graziano e in che modo si è sviluppata questa collaborazione nel tempo?

Ho conosciuto Vittorio Graziano nel 2020 durante il FestFotoPoa – Festival Internazionale di Fotografia di Porto Alegre, in Brasile. Il Med Photo Fest aveva una collaborazione con il festival e Vittorio era uno dei lettori di portfolio online. Ho partecipato a una lettura di portfolio con lui, che ha mostrato grande interesse per il mio lavoro e mi ha invitata a prendere parte al festival in Italia.

Durante le nostre conversazioni, Vittorio mi ha raccontato di essere stato un immigrato italiano in Brasile negli anni Settanta e di aver fatto parte del Foto Cine Clube Bandeirante. Per coincidenza, durante i miei studi in Arti Visive, la mia ricerca in fotografia faceva riferimento proprio a un libro sul Foto Cine Clube Bandeirante, nel quale compariva il nome di Vittorio, anche se non avrei mai immaginato di conoscerlo né sapevo chi fosse.

Vittorio ha sempre dimostrato una grande ammirazione per la cultura brasiliana. Mi sono interessata alla sua storia di immigrato e fotografo, così come al Med Photo Fest. Sono stata invitata a partecipare alle edizioni successive e nel 2022 il festival è stato dedicato alla fotografia contemporanea brasiliana, occasione in cui ho visitato per la prima volta l’Italia e la Sicilia. Sono nipote di immigrati italiani dal lato materno e mi sono emozionata arrivando nella terra dei miei antenati.

Questa è stata anche la mia prima mostra personale internazionale, con la serie “Submersa – o corpo como anima”. In quell’occasione sono stati premiati i grandi fotografi brasiliani Eustáquio Neves e Márcio Scavone. Successivamente sono stata invitata a entrare a far parte della Meditteraneum Collection.

Nel 2023 sono stata premiata dal Med Photo Fest con il Premio di Fotografia Autoriale per i progetti “Submersa” e “Nosoutras”. Attualmente faccio parte del team del festival, collaborando all’organizzazione e alla divulgazione del Med Photo Fest sui social network e nei contatti con artisti della fotografia del Sud America. È stato e continua a essere un grande percorso di apprendimento e un piacere far parte di questo importante festival di fotografia.

Sono tornata in Sicilia nel 2025 per una nuova partecipazione come artista e anche come curatrice di Tonino Trovato, fotografo siciliano che ha partecipato al Med25. Sono stata inoltre invitata due volte a far parte della giuria di un concorso di fotografia sportiva, una collaborazione tra il Med Photo Fest e Panathlon

Sonia Loren con Vittorio Graziano, Presidente Med Photo Fest

 

Nel tuo ruolo al Med Photo Fest sei anche curatrice. Come cambia il tuo sguardo quando passi dalla produzione dell’opera alla selezione e costruzione di una mostra?

Mi piace molto conoscere nuovi artisti, di tutte le età e generi, e osservare ciò che stanno creando nel mondo. Ho recentemente conseguito una specializzazione in Curatela e Critica d’Arte presso la Zait Scuola di Curatela di Berlino, in Germania. Ho avuto l’opportunità di approfondire il contesto dell’arte contemporanea, comprendendo ciò che è accaduto e ciò che accade a livello globale, tra artisti, curatori, istituzioni e biennali.

Ritengo che, nella transizione dal ruolo di artista a quello di curatrice, sia necessario un certo distacco emotivo e una focalizzazione sul dialogo tra le opere di autori diversi, mantenendo equilibrio senza oscurarne le individualità. Si tratta di ampliare lo sguardo per costruire una narrazione collettiva coerente.

Come fotografa mi immergo nella mia espressione personale; come curatrice devo adottare uno sguardo più analitico per organizzare nuclei tematici e creare un flusso coerente all’interno della mostra. Nel caso del Med Photo Fest, è il direttore artistico Vittorio Graziano a occuparsi della curatela. Io collaboro nella selezione e nella riflessione su alcuni lavori. Il concetto di curatela del festival, in alcuni aspetti, si differenzia dalle pratiche più comuni in Brasile.

In ogni caso, credo che il curatore non debba imporsi sull’opera dell’artista. L’artista viene sempre prima di tutto.

 

Cosa significa per te “curare” la fotografia oggi, in un contesto Internazionale come quello del festival?

Ritengo che la curatela consista nell’assumere scelte puntuali che vanno oltre la semplice selezione delle immagini. Si tratta di ampliare l’ascolto e costruire narrazioni capaci di connettere dialoghi internazionali, creando ponti di riflessione, dando visibilità e valorizzando anche artisti che raccontano le proprie storie a partire da nuove prospettive su ancestralità, territori e diversità.

Lontana da vecchie egemonie, la curatela contemporanea mette in discussione binarismi e modelli consolidati. Propone un contrappunto visivo, generando confronti, contrasti e avvicinamenti tra differenti corpi di lavoro. L’esperienza offerta al pubblico diventa così più ricca e va oltre la somma delle singole immagini.

Anche il recupero della memoria è fondamentale, poiché proteggere e documentare il presente significa trasformare questi materiali fotografici in un’eredità culturale. Il Med Photo Fest rende possibili questo tipo di approcci curatoriale.

Mostra antologica di Vittorio Graziano a cura di Sonia Loren

 

Hai curato la mostra antológica “50 anni di fotografia di Vittorio Graziano”. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare un percorso così lungo e importante?

Quando ho ricevuto l’invito da Vittorio a curare i suoi 50 anni di fotografia, sono passata dalla gioia di avere accesso a un materiale fotografico che abbraccia un’intera vita a un certo caos, quasi comico. Vittorio possiede un archivio ampio e ricchissimo, composto da diversi momenti della sua carriera come fotografo.

La tematica del suo lavoro attraversa percorsi differenti. Ci sono fotografie familiari, bellissime e profondamente emozionanti; immagini di architettura che riflettono la sua formazione iniziale come ingegnere, in cui esplora colori, geometrie e prospettive sottili; e c’è anche un notevole percorso nella fotografia di strada, in cui cattura istanti precisi del passaggio di persone anonime davanti a cartelloni pubblicitari in diverse città e paesi. Sono immagini molto speciali, che includono anche scatti realizzati in Brasile negli anni Settanta, di grande intensità visiva.

Si tratta di uno sguardo che spesso passa inosservato alla maggior parte delle persone. Mi sono riconosciuta in molti lavori di Vittorio, qualcosa che attraversa anche la mia pratica fotografica. La prima sfida è stata selezionare le immagini tra centinaia. Abbiamo fatto questa selezione insieme, in un primo momento.

Per me è fondamentale, in curatela, conoscere profondamente il percorso dell’artista/fotografo/ingegnere/immigrato/direttore artistico del Med Photo Fest, così come comprendere il contesto in cui le immagini sono state prodotte, sia in modo intenzionale sia in momenti di casualità. Sono stati mesi di conversazioni, selezioni e revisioni successive.

Siamo arrivati a circa 80 fotografie, sufficienti a raccontare parte dei suoi 50 anni di percorso, anche se sarebbe possibile costruire altre grandi mostre a partire dallo stesso archivio. Questo processo mi ha permesso di conoscere episodi decisivi della sua vita, fondamentali per la scrittura del testo curatoriale finale.

Alcune immagini familiari mi hanno colpita in modo profondo. Come scrive Roland Barthes in La camera chiara, si tratta del punctum, quel dettaglio che ferisce, attraversa e tocca in modo viscerale, al di là dell’interesse intellettuale dello studium. Un’immagine in particolare, intitolata “Tenerezza”, mostra Mariella con il suo primo figlio, Elio, ancora neonato, addormentato tra le sue braccia, mentre lo sguardo della madre si dirige verso un “tra-tempi” silenzioso. Questa immagine mi è entrata dentro con un’intensità quasi fisica. Ho pensato: siamo tutte Mariella.

Le esposizioni del festival seguono, in alcuni casi, una struttura più organizzata nell’allestimento dei lavori, il che limita un po’ approcci più liberi nella relazione tra formati e supporti. Tuttavia, la sfida è stata accolta. Il riscontro del pubblico è stato molto positivo e ho ricevuto messaggi dai figli di Vittorio, che hanno ringraziato per la curatela e per il testo, che ha emozionato la madre, Mariella.

Vittorio Graziano ha vissuto con intensità la mostra dedicata ai suoi 50 anni di fotografia e questo coinvolgimento ha toccato profondamente anche me, perché ho preso parte a questo percorso. È stato un onore partecipare a questa mia prima curatela internazionale.

 

Quando costruisci una mostra collettiva, quali elementi consideri fondamentali per creare un dialogo tra artisti e opere?

Definire una linea curatoriale chiara, capace di tenere insieme poetiche differenti, significa equilibrare l’identità autoriale di ciascun artista con una narrazione estetica e concettuale che abbia senso quando le opere sono poste in relazione tra loro. Questo processo stimola lo sguardo del pubblico.

Raggruppare i lavori per contrasti, temi o tecniche permette di costruire vicinanze e affinità tra opere diverse, creando relazioni in cui ogni lavoro contribuisce ad arricchire la lettura dell’altro. È uno sguardo attento, in cui ogni opera diventa parte di un dialogo più ampio.

Pensare un allestimento significa anche immaginare un flusso espositivo, con spazi di respiro o contrasti intenzionali che guidino il percorso del visitatore. Non sempre lo spazio espositivo consente di valorizzare pienamente tutti i lavori: si tratta di un equilibrio complesso, che richiede rispetto e attenzione nei confronti di ogni artista.

Il testo curatoriale e la mediazione, soprattutto nelle grandi collettive e nei progetti con accessibilità ampliata, diventano strumenti fondamentali per rendere leggibile il perché e il come delle relazioni tra le opere.

Ho compreso più a fondo queste dinamiche durante la mia specializzazione in Curatela e Critica d’Arte. Allo stesso tempo, ritengo possibile anche superare alcune regole, soprattutto quando lo spazio espositivo è più libero e alternativo e permette approcci differenti. Sono, in ogni caso, sfide costanti.

 

 

Il Med Photo Fest Mette in relazione artisti di diversi paesi e linguaggi. Cosa cerchi tu in questo tipo di confronto?

Conoscere altri artisti, lavori diversi e le culture di ciascuno, così come il contesto in cui avviene lo scambio, rappresenta un passaggio fondamentale. È necessario evitare che l’ego prevalga sull’opera.

Quando ci si allontana, anche solo in parte, dal proprio lavoro, si può davvero osservare l’altro e aprirsi al dialogo con gli altri artisti. Si tratta sempre di un campo di sperimentazione e conoscenza, di nuove relazioni e possibilità di contatto, che permettono anche di far circolare il proprio lavoro verso pubblici differenti e, allo stesso tempo, di portare in Brasile le opere degli artisti che partecipano al Med Photo Fest.

Guardando al tuo percorso, quale trasformazione senti piú decisiva nella tua ricerca artistica? Se dovessi riassumere il tuo lavoro in una direzione attuale, verso cosa senti che si sta muovendo la tua ricerca?

Penso di essere costantemente in trasformazione, sia nella carriera artistica sia nella vita, e queste due dimensioni procedono insieme. La mia ricerca sul femminile è diventata il fulcro principale del mio lavoro e, anche quando mi rivolgo ad altre situazioni, torno sempre a una riflessione sulla condizione femminile e sulla trasformazione dell’identità.

Riconoscere questa ricerca sul femminile come filo conduttore del mio percorso rappresenta per me un passo di maturità artistica, e credo che questa sia la direzione verso cui il mio lavoro si sta orientando, approfondendosi attraverso diversi linguaggi delle arti visive. Questa autoidentificazione mi permette di trasformare esperienze personali in poetiche visive che intrecciano arte e vita.

Anche le curatele e i nuovi progetti orientati allo scambio internazionale, soprattutto con artiste donne, sono fondamentali per il mio percorso nelle arti. Ciò che mi interessa è il viaggio, le domande che emergono costantemente nel processo. Credo che non esistano risposte definitive. Esiste uno spazio “tra i tempi”.

SONIA LOREN. CONSTRUCTIONS AND DRIFTS OF THE GAZE IN CONTEMPORARY PHOTOGRAPHY

In the work of Sonia Loren, the photographic image continuously shifts from the function of recording reality toward a space of transformation, where perception and visual construction overlap and are constantly redefined. Photography does not coincide with the moment of the shot, but extends into a process that involves subsequent interventions, variations, and passages that modify the surface of the image until it becomes unstable and open, as if it could begin again each time from scratch.

The reference to cinema runs through this research as an internal structure of visual thought. The image is already conceived as a fragment of a possible sequence, traversed by editing, superimposition, and discontinuity that determine a non-linear narrative flow, almost like a memory that returns unexpectedly and reassembles itself each time in a different form. Photography thus assumes a suspended condition between recording and invention, between what happens and what takes shape through the gaze.

The construction of images is nourished by references that include literature, music, dance, and everyday situations. These elements enter the creative process as materials that act during the production of the work and contribute to generating different levels of reading, sometimes unexpected. The image takes shape from a set of visual and emotional impulses that intertwine without a fixed hierarchy, as if they were placed together on the same working table.

Serie "Diga (me) onde tua liberdade repousa - Sonia Loren

 

The role of lived time in her work takes on the nature of a state in motion that crosses the present of the image and continuously alters its outcome. Personal time and shared time enter the creative process and produce visual apparitions that emerge during the construction of the work, transforming into new narrative possibilities, almost as if the image were remembering while being created.

The images are subjected to interventions, digital manipulations, and successive variations that reduce immediate references to reality and open passages toward alternative visual constructions. Within this path, situations emerge that intertwine everyday elements and imagined scenarios, generating visual environments in constant redefinition, at times with a quasi-theatrical dimension.

Narrative unfolds through fragments that require an active role from the gaze in the construction of meaning. The images present openings and intervals that invite connections and relationships between different elements, shaping a multi-layered visual system, like a story that is never told all at once.

Os trapos ainda pulsa - Sonia Loren

 

The work also addresses the theme of female identity through figures that appear in variable forms and pass through different states of representation. The images relate presence and transformation and outline a sequence of passages involving the representation of the subject and its continuous variation. Within this same field, a practice of veiled self-portraiture emerges, in which the artist’s presence surfaces through subtle clues, fragments, and interferences that refer to the body without ever making it fully recognizable.

In contemporary photography, female self-portraiture often develops as a territory of redefinition of the subject, where the image does not return a stable identity but activates processes of construction and deconstruction of the gaze, between declared presence and dissolution, in a play of exposure and withdrawal. Sonia Loren fits into this horizon through an indirect mode, in which the self does not coincide with explicit representation but emerges as a perceptual trace that traverses the image and subtly orients its construction.

The curatorial activity developed within Med Photo Fest and in dialogue with Vittorio Graziano introduces an additional field of work linked to the construction of exhibition pathways and to the relationship between works by different artists. The selection of images and their spatial arrangement generates connections between different languages and backgrounds, constructing visual sequences that relate heterogeneous artistic experiences, evoking a sense of a collective narrative gradually taking shape.

The international experience between Brazil, Europe, and Italy contributes to a continuous exchange between cultural contexts and artistic practices. This aspect nourishes a practice that develops through direct confrontation with works, artists, and exhibition environments, giving form to a process that moves between artistic production and curatorial construction, in a path that never fully comes to a close.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

Self Portrait - Sonia Loren
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Carla Pugliano a Terni con “Transizioni”. Intervista sulla nuova fase della sua ricerca artistica

In occasione della mostra personale Transizioni, ospitata presso il Museo Diocesano e Capitolare di Terni, abbiamo deciso di avviare un colloquio diretto con Carla Pugliano per approfondire dall’interno alcuni passaggi chiave della sua ricerca più recente.

Il progetto espositivo presenta una nuova serie di opere che accompagna un’evoluzione del linguaggio verso una dimensione più libera e materica, in cui il gesto e la stratificazione diventano strumenti centrali di costruzione dell’immagine e di racconto interiore.

Le domande che seguono nascono dal desiderio di entrare nel processo creativo dell’artista e di restituire il modo in cui questa nuova fase si sta formando e definendo nel tempo, tra esperienza e  pratica.

Un dialogo che si inserisce nel percorso della mostra e ne accompagna la lettura da una prospettiva più ravvicinata e personale.

Carla Pugliano Mostra personale Transizioni

In “Transizioni” hai scelto di abbandonare la figura per approdare a una dimensione pienamente astratta. Cosa ha determinato questa svolta così netta nel tuo linguaggio?

Più che un abbandono della figura, che non ho alcuna intenzione di accantonare, parlerei di un’evoluzione naturale. La figurazione è stata uno strumento attraverso cui raccontare l’interiorità dell’essere umano, ma anche un modo per esercitare la mia tecnica nella costruzione dei volumi e degli incarnati. Poi è nata l’esigenza di andare oltre l’immagine, per avvicinarmi a quella purezza che la materia e l’istinto riescono a restituirmi.

L’immediatezza del gesto crea oggi dentro di me un equilibrio tra la pazienza della tecnica e l’impeto dell’irrazionalità. L’informale rappresenta per me l’ignoto, l’imprevisto e l’accettazione dell’incertezza. È un modo per attraversare uno sconvolgimento emotivo improvviso e lasciare che l’opera trovi la sua compiutezza prima che quel sentimento si consumi. È un’esperienza potente, adrenalinica. Non so davvero cosa accadrà e non posso averne il controllo, come a ricordarmi che la vita stessa non si lascia mai domare del tutto.

A questo si aggiunge lo studio dei materiali, dei tempi di essiccazione e della tenuta delle superfici. Non esistono formule magiche e questo comporta inevitabilmente anche momenti di fallimento. Le sfide mi agitano sempre, ma sono proprio quei timori a diventare la mia forza. Ogni volta che sento di aver raggiunto una stabilità, nasce in me il desiderio di superarla. Credo che sia proprio questa tensione continua ad alimentare la mia ricerca artistica, così come accade nella vita.

“Transizioni” rappresenta questo passaggio. Non una rottura con il passato, ma il naturale approdo di un percorso che progressivamente si è liberato dei vincoli del visibile per concentrarsi sull’essenza.

Senza il riferimento figurativo, il centro della tua ricerca sembra spostarsi completamente su materia, gesto e stratificazione. Cosa racconta oggi, per te, l’astrazione che prima passava anche attraverso il corpo e l’immagine?

L’astrazione mi consente di esprimere emozioni e stati interiori senza il filtro del riconoscibile. Mi permette di concentrarmi completamente sull’atto creativo, quell’attimo in cui la tela diventa chiara e si compone attraverso un dialogo profondo con la parte più intima e istintiva di me.

Il gesto è il vero protagonista di questo processo e la materia e il colore ne diventano il prolungamento, ne raccolgono l’energia, lo assecondano e lo mettono alla prova. È da questa relazione che la tela prende forma e ogni stratificazione custodisce nei miei lavori la memoria di ciò che è accaduto sulla superficie e soprattutto nella mia anima. Nulla viene davvero cancellato, ogni colatura, ogni emozione, ogni deposito materico si sedimenta e continua a intrecciarsi con ciò che verrà dopo. Con la figura tradizionale questo accadeva in misura minore, perché inevitabilmente il mio sguardo veniva attratto dal soggetto rappresentato. Quando ho cominciato a immergere volti e corpi in un contesto astratto, la parte più complessa era proprio lo sfondo, perché non controllabile da subito, ma da comporre in modo diretto e imprevedibile.  

Per me il gesto pittorico appartiene a un tempo preciso, destinato però a richiudersi. Lo immagino come un portale da attraversare per entrare nel proprio mondo interiore, ma non sempre è accessibile. Per sua natura è effimero e bisogna saper cogliere quell’istante, affinché il segno rimanga diretto, viscerale e possa prendere forma.

Segue poi una fase di rilettura silenziosa, quasi di ascolto dell’opera stessa. Solo prendendo distanza riesco a comprenderla davvero, ed è sempre sorprendente osservare le interpretazioni di chi la incontra: spesso restituiscono significati che neppure io avevo pienamente intuito.

La figura resta una parte importante del mio lavoro e non sento il desiderio di abbandonarla. Entrambe le dimensioni mi abitano, quella figurativa e quella informale, perché rappresentano due modi diversi ma complementari di esprimermi. È proprio il dialogo continuo, talvolta armonico e talvolta conflittuale, tra queste due forme espressive che, nel loro equilibrio precario, riflette con maggiore autenticità la mia natura.

In questo stesso periodo ti trovi a vivere il Museo Diocesano e Capitolare di Terni in una doppia veste, con una mostra personale e al tempo stesso come curatrice di una collettiva. Cosa cambia nel tuo sguardo quando sei dentro lo spazio come artista e quando invece lo abiti come curatrice, e cosa succede quando queste due prospettive finiscono per sovrapporsi e contaminarsi?

Sono due ruoli differenti, ma complementari. Quando espongo entro in una dimensione intima e  anche più fragile. È il luogo in cui la mia interiorità, le mie incertezze e la mia ricerca trovano una forma concreta. Questa mostra ha per me un significato particolare, perché segna la nascita di una nuova poetica, sviluppata nell’arco di meno di un anno, ma maturata attraverso un percorso introspettivo molto più lungo. È un passaggio che mi emoziona profondamente.

Anche la curatela la sento profondamente. Più che “curatrice”, mi piace pensare di essere semplicemente un’artista che mette a disposizione esperienza e sensibilità al servizio di altri, perché conosco bene cosa significhi affidare una parte di sé e desiderare che venga accolta con rispetto, ascolto e attenzione. Tutto è nato quasi naturalmente dopo l’apertura della mia galleria. Fin dall’inizio ho nutrito il desiderio di contaminare il mio spazio con visioni diverse, con le emozioni di altri artisti. Ad ogni progetto si crea sempre una magia nuova, difficile da spiegare a parole. C’è poi un altro aspetto che considero prezioso: il confronto umano. In questo ruolo ho la fortuna di condividere idee, dubbi, emozioni con persone che parlano, ciascuna a modo proprio, il linguaggio dell’arte.

Per questo le due prospettive finiscono inevitabilmente per contaminarsi. Essere pittrice mi rende più empatica nell’accogliere il lavoro degli altri, mentre l’esperienza della curatela mi offre continuamente nuovi punti di vista che arricchiscono anche il mio modo di dipingere.

Oggi, avere l’opportunità di curare una mostra collettiva in un contesto prestigioso come il Museo Diocesano e Capitolare di Terni è un grande onore. Ho affrontato questa esperienza con attenzione e delicatezza e prima di tutto come artista. Per me prendersi cura di una mostra significa accogliere, custodire e mettere in relazione poetiche differenti, affinché possano convivere senza perdere la propria identità. Quando mi è stato affidato questo incarico ho provato anche un po’ di timore, ma il desiderio di mettermi alla prova è stato più forte. Ho accettato con entusiasmo, sostenuta dalla competenza e dalla professionalità del team di Start Edizioni, da cui ho imparato moltissimo, non solo sul piano professionale, ma anche su quello umano. Ho trovato grande coerenza, serietà e un profondo rispetto per ogni persona coinvolta. Avere l’occasione di conoscere anche il lavoro che c’è dietro ogni progetto mi ha fatto capire quanta dedizione, attenzione e responsabilità richieda. È stata un’esperienza che mi ha dato una prospettiva nuova sul mondo dell’arte e mi ha ricordato quanto ci sia ancora da apprendere. Credo che l’umiltà e il lavoro costante siano elementi fondamentali per crescere prima ancora che come artista, come persona.

È un anno che sto vivendo con un’intensità particolare. Non ho mai avuto un rapporto semplice con il tempo, ma questa immersione totale nell’arte mi dà la sensazione di poterlo dilatare, rendendolo più ricco e  più pieno.

In occasione dell’inaugurazione sarà presente anche il contributo critico di Daniele Radini Tedeschi. Che valore ha per te questo dialogo critico più strutturato e continuativo nella lettura del tuo lavoro e nella sua evoluzione?

Per me il valore più grande di questo dialogo sta proprio nella continuità. Trovo importante avere uno sguardo esterno che mi aiuti a leggere più a fondo il mio percorso. A volte ci sono aspetti del lavoro che chi crea percepisce solo in modo intuitivo e che diventano più chiari grazie al confronto. La critica, quando è sincera e costruttiva, non cambia la direzione del lavoro, che deve restare libera e istintiva, ma aiuta a comprenderlo meglio.

Daniele Radini Tedeschi aveva già accompagnato una mia precedente mostra, prevalentemente figurativa, offrendomi una lettura che ho sentito particolarmente significativa e che considero ancora oggi un importante spunto di riflessione. Ritrovarci in questa mia personale, davanti a una fase completamente nuova della mia ricerca, rende questo momento ancora più significativo. Mi piace l’idea che sia lo stesso sguardo critico a posarsi sulla mia evoluzione nel tempo, perché solo così è possibile coglierne davvero le trasformazioni, ma anche ciò che, nonostante tutto, rimane.

Mi confronterò ancora con la sua lettura con curiosità e apertura totale, certa che saprà mettere in luce i punti di forza del mio lavoro, ma soprattutto gli aspetti sui quali posso continuare a crescere.  È questo, per me, il senso più prezioso di una critica autentica.

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Nadia Martorano. Il colore come struttura della visione

Entrare nel corpus pittorico di Nadia Martorano significa confrontarsi con una pittura che si costruisce interamente sulla densità del colore e sulla sua capacità di generare forma prima ancora che rappresentarla. L’immagine non nasce come traduzione del reale, ma come sua trasfigurazione immediata, in cui la natura diventa campo sensibile e non semplice soggetto.

 

Il lavoro di Nadia Martorano si sviluppa inoltre in una condizione non accademica, maturata attraverso un percorso autonomo in cui l’esperienza diretta della pratica pittorica assume un ruolo fondativo. Questa libertà iniziale si riflette nell’approccio ai materiali e alle soluzioni espressive, senza adesione a modelli stilistici rigidi, ma attraverso una costruzione progressiva di un linguaggio personale.

 

La ricerca si sviluppa per assimilazione e superamento, con un rapporto libero nei confronti della tradizione della pittura di luce e del paesaggio moderno. Il riferimento alla grande stagione impressionista resta presente come memoria visiva, ma viene rielaborato in una direzione contemporanea che privilegia intensità cromatica e libertà gestuale.

 

Il primo impatto visivo rimanda a una concezione della luce che affonda le radici nella grande tradizione impressionista, e tuttavia la supera nella direzione di una maggiore intensità materica. Se il paesaggio resta un riferimento costante, esso non mantiene mai una funzione descrittiva stabile, si frammenta, si apre, si ricompone secondo logiche interne al colore stesso.

 

Non c’è spazio per una stesura pacata o per una mediazione tonale rassicurante. La pittura si affida a cromie sature, a contrasti netti, a sovrapposizioni che costruiscono la superficie come un campo energetico più che come una finestra sul mondo. Ogni accostamento cromatico sembra rispondere a una necessità interna, quasi a una urgenza percettiva che non ammette riduzioni.

 

La materia pittorica, spesso lavorata con spatola e interventi densi, rafforza la presenza fisica dell’opera. Il colore ricopre la superficie e al tempo stesso la trasforma, la solleva, ne altera la continuità, trattenendo la luce in modo irregolare e mutevole. La pittura genera così una luce propria, interna alla materia, che si manifesta attraverso la densità del colore.

 

In questo equilibrio instabile tra figurazione e dissoluzione si colloca la cifra più riconoscibile del lavoro di Martorano. Le forme emergono e scompaiono con la stessa rapidità, come appartenenti a un processo continuo di trasformazione in cui nulla si stabilizza definitivamente. Il paesaggio, quando appare, conserva sempre una natura mobile, non conclusa.

 

All’interno del lavoro convivono registri differenti che non si escludono ma si sovrappongono. Figurazione, astrazione e sintesi percettiva si alternano senza gerarchie definite, generando immagini in cui il soggetto non coincide mai pienamente con la propria definizione visiva. L’immagine rimane aperta e attraversabile su più livelli di lettura.

 

È proprio in questa instabilità che la pittura trova la sua coerenza interna. Il colore diventa struttura e al tempo stesso dissolvenza, principio generativo e forza di sottrazione. La superficie si comporta come un organismo vivo, attraversato da variazioni che non cercano sintesi ma persistenza del movimento.

 

Il risultato è una visione in cui la natura non viene interpretata, ma vissuta. Non esiste distanza tra osservazione e immersione e lo sguardo entra nell’immagine, venendo progressivamente assorbito. La pittura si afferma così come esperienza percettiva totale in cui la realtà non è riprodotta ma continuamente rigenerata nel gesto cromatico.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

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Nadia Martorano. Color as the Structure of Vision

Entering the pictorial corpus of Nadia Martorano means engaging with a painting that is built entirely upon the density of colour and its ability to generate form even before representing it. The image is not conceived as a translation of reality, but as its immediate transfiguration, in which nature becomes a field of sensibility rather than a simple subject.

 

The work of Nadia Martorano also develops within a non-academic condition, shaped through an autonomous path in which direct experience of pictorial practice plays a foundational role. This initial freedom is reflected in her approach to materials and expressive solutions, without adherence to rigid stylistic models, but through a progressive construction of a personal language.

 

Her research unfolds through assimilation and overcoming, maintaining a free relationship with the tradition of light painting and the modern landscape. The reference to the great Impressionist season remains as a visual memory, yet it is reworked in a contemporary direction that privileges chromatic intensity and gestural freedom.

The first visual impact recalls a conception of light rooted in the great Impressionist tradition, yet it pushes beyond it towards a greater material intensity. While landscape remains a constant reference, it never retains a stable descriptive function; it fragments, opens, and recomposes itself according to internal logics of colour.

 

There is no space for calm application or reassuring tonal mediation. The painting relies on saturated hues, sharp contrasts, and overlapping layers that construct the surface as an energetic field rather than a window onto the world. Each chromatic encounter appears to respond to an internal necessity, almost to a perceptual urgency that allows no reduction.

Pictorial matter, often worked with a palette knife and dense interventions, reinforces the physical presence of the artwork. Colour covers the surface while simultaneously transforming it, lifting it, altering its continuity, retaining light in an irregular and mutable way. Painting thus generates its own light, internal to the material, which emerges through the density of colour.

 

Within this unstable balance between figuration and dissolution lies the most recognisable trait of Martorano’s work. Forms emerge and vanish with equal immediacy, as part of a continuous process of transformation in which nothing ever becomes definitively fixed. The landscape, when it appears, always retains a mobile, unfinished quality.

Within her practice, different registers coexist without exclusion, overlapping and interacting. Figuration, abstraction, and perceptual synthesis alternate without fixed hierarchies, generating images in which the subject never fully coincides with its visual definition. The image remains open and traversable across multiple levels of reading.

 

It is precisely in this instability that painting finds its internal coherence. Colour becomes both structure and dissolution, generative principle and force of subtraction. The surface behaves like a living organism, crossed by variations that do not seek synthesis but rather the persistence of movement.

The result is a vision in which nature is not interpreted, but lived. There is no distance between observation and immersion, and the gaze enters the image, becoming progressively absorbed. Painting thus asserts itself as a total perceptual experience in which reality is not reproduced but continuously regenerated through the chromatic gesture.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

 

 

 

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Willy Indiviglia e la poesia della materia tra scultura e scatto digitale

 

Il compito che Willy Indiviglia si assegna da tempo è quello di spogliare l’immagine della sua funzione documentaria. Non la fotografia come cronaca o descrizione del reale, ma la fotografia come territorio di una metamorfosi visiva e interiore. È un’operazione che unisce la sapienza antica di chi ha iniziato tra gli acidi della camera oscura all’immediatezza digitale del nostro presente.

 

Fissare l’identità attraverso un’ombra è una contraddizione in termini, un paradosso visivo. Eppure, in questa serie fotografica, la sagoma dell’artista ritorna costantemente: appare di spalle, si nasconde dietro a trame geometriche, si trasforma in un cameo scuro che attraversa la scena. Questo mostrarsi svanendo non è un semplice espediente estetico. Al contrario, è il fulcro stesso della sua ricerca. L’ombra di Indiviglia è lo spazio della libertà assoluta, il luogo in cui la giovinezza che sfuma dialoga con la necessità di esserci, di reagire e di trovare un posizionamento nel mondo. Quando la figura umana si dissolve nel colore, non stiamo assistendo a una cancellazione, ma a un’emersione del sé.

 

Spesso il suo processo creativo non risponde a un disegno calcolato, ma si accende e si propaga attraverso l’ascolto della musica. Il flusso sonoro agisce per lui come un vero e proprio catalizzatore emotivo capace di far affiorare pensieri e ricordi latenti, guidando l’istinto nella costruzione del progetto fotografico. Questa vicinanza profonda con l’elemento acustico spiega la natura morbida e mai rigida delle sue composizioni.

I passaggi di tono, le dissolvenze e le sovrapposizioni cromatiche esasperate diventano variazioni di un ritmo, la traduzione visiva e immediata di una suggestione sonora. L’istinto, guidato dal suono, permette all’artista di operare una sintesi perfetta, amalgamando la drammaticità dei neri intensi con la leggerezza delle velature e delle trasparenze che abitano lo schermo.

Questo medesimo andamento ritmico si estende infine alla modellazione scultorea, dove il gesto si fa volume e le forme si flettono in linee sinuose, traducendo la vibrazione invisibile delle onde sonore nella morbidezza tangibile di dune modellate dal vento.

 

L’operazione di Indiviglia ci costringe a riflettere sull’uso degli strumenti contemporanei. In un’epoca in cui lo smartphone è diventato il mezzo della riproduzione seriale e distratta, l’artista lo trasforma in un dispositivo di riflessione rallentata. Utilizzare l’applicazione Snapseed come fosse un’estensione delle proprie dita, muovendosi sullo schermo come con un pennello sulla tela, significa scardinare l’idea che la tecnologia sia fredda o preimpostata. Non ci sono filtri pronti nel suo lavoro. Ci sono, invece, sovrapposizioni di luci, sfocature calibrate, texture e velature cromatiche esasperate. L’imperfezione cercata, l’errore digitale voluto e la saturazione estrema diventano la sua personale pellicola sensibile.

 

Ma la ricerca di Indiviglia non si esaurisce sulla superficie bidimensionale dello schermo. C’è un legame sotterraneo e potente che unisce i suoi scatti alla pratica della scultura, un territorio in cui l’artista plasma il legno e l’argilla per dare corpo alle stesse visioni che animano il formato digitale.

 

L’opera fotografica recente dal titolo emblematico “Tutto ritorna”, dove una figura si staglia in una corsa sospesa all’interno di un’orbita buia e sovrapposta, non fa che confermare questo moto circolare. Troviamo l’idea che ogni intuizione visiva sia destinata a tornare, a trasformarsi e a sedimentare in forme diverse. La scultura, per lui, è una fotografia che ha conquistato il volume. La fotografia, di contro, è una superficie sensibile in cui la luce viene scavata come materia.

Willy Indiviglia "Tutto ritorna" 2026

Se analizziamo visivamente la produzione plastica, l’uso combinato dei materiali risponde alla medesima urgenza poetica che guida l’applicazione digitale. Nel legno, l’artista asseconda le venature, i nodi e le spaccature naturali, leggendovi i segni del tempo esattamente come sul display esaspera le trame e le sfocature. Nell’argilla, invece, il gesto si fa più fluido e morbido. Le superfici si incurvano in linee sinuose e continue che ricordano il disegno delle dune formate dal vento sulla sabbia. Non c’è rigidità accademica, ma si sviluppa una dinamica del movimento e della transizione. Le curve concave e convesse della materia plastica imitano i passaggi tonali, le sfumature e i giochi di “vedo e non vedo” che caratterizzano i suoi paesaggi interiori.

 

C’è una corrispondenza formale netta tra la silhouette scura che abita le fotografie e la fisicità di queste opere tridimensionali. I profili slanciati, i vuoti che perforano il blocco solido lasciando passare la luce e l’alternanza tra zone levigate e superfici ruvide non sono altro che la proiezione plastica di quell’ombra che nei fotogrammi appare e scompare. Quella sagoma umana, che sullo schermo dello smartphone vive di trasparenze, velature o fughe dinamiche, nella scultura trova la sua stabilità. Diventa corpo, duna, tronco e radice, sfidando la natura effimera del pixel per consegnarsi alla permanenza dello spazio reale.

 

L’autore non cerca lo scatto perfetto secondo le regole dell’ottica tradizionale. Il suo è un lavoro di stratificazione. Alberi, fiori, nuvole e dettagli naturalistici non sono elementi decorativi, ma simboli affettivi, frammenti di un passato che viene sezionato e stravolto per costruire un nuovo linguaggio. Ogni immagine diventa così una piccola macchina del tempo.

Guardando la sequenza dei suoi scatti, si ha la precisa sensazione di assistere a un salto continuo tra ciò che è stato e ciò che si trasforma, un flusso in cui la musica, compagna indispensabile nel suo processo creativo, detta il ritmo emotivo dell’opera.

 

Questo catalogo di apparizioni e dissolvenze non fa che confermare la vera natura della fotografia per Willy Indiviglia, uno strumento che non serve a registrare la realtà, ma a misurare la nostra evoluzione interiore.

Una porta che si schiude nel vuoto di un’immagine, la presenza silenziosa e immobile di un albero, la densità improvvisa di un’ombra che si allunga. Nulla di tutto questo è un semplice dettaglio o un caso, sono piuttosto varchi pronti ad aprirsi.

Davanti alle sue opere non serve la logica, serve il coraggio di fermarsi. Willy Indiviglia ci costringe a rallentare il passo e a guardare oltre la superficie ingannevole di un clic quotidiano, dove si nasconde una visione, un segreto intimo e irripetibile che restituisce allo scatto la sua magia più autentica.

È il miracolo invisibile di un istante che smette di scorrere e si fa poesia.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Willy Indiviglia and the poetry of matter between sculpture and digital photography

The task that Willy Indiviglia has long assigned himself is to strip the image of its documentary function. Not photography as a chronicle or description of reality, but photography as the territory of a visual and inner metamorphosis. It is an operation that unites the ancient wisdom of those who started among the acids of the darkroom with the digital immediacy of our present.

 

Fixing identity through a shadow is a contradiction in terms, a visual paradox. Yet, in this photographic series, the artist’s silhouette constantly returns: it appears from behind, hides behind geometric patterns, and transforms into a dark cameo traversing the scene. This showing of oneself by vanishing is not a mere aesthetic expedient. On the contrary, it is the very core of his research. Indiviglia’s shadow is the space of absolute freedom, the place where fading youth dialogues with the need to exist, to react, and to find a placement in the world. When the human figure dissolves into color, we are not witnessing a cancellation, but an emergence of the self.

 

Often his creative process does not respond to a calculated design, but ignites and propagates through the listening of music. The sound flow acts for him as a true emotional catalyst capable of bringing latent thoughts and memories to the surface, guiding instinct in the construction of the photographic project. This profound closeness to the acoustic element explains the soft and never rigid nature of his compositions. The transitions of tone, the fades, and the heightened chromatic overlays become variations of a rhythm, the visual and immediate translation of a sound suggestion. Instinct, guided by sound, allows the artist to achieve a perfect synthesis, blending the drama of intense blacks with the lightness of the glazes and transparencies that inhabit the screen. This same rhythmic movement finally extends to sculptural modeling, where the gesture becomes volume and shapes bend into sinuous lines, translating the invisible vibration of sound waves into the tangible softness of dunes shaped by the wind.

 

Indiviglia’s operation forces us to reflect on the use of contemporary tools. In an era when the smartphone has become the medium of serial and distracted reproduction, the artist transforms it into a device for slowed-down reflection. Using the Snapseed application as if it were an extension of his own fingers, moving across the screen like a brush on canvas, means dismantling the idea that technology is cold or pre-programmed. There are no ready-made filters in his work. Instead, there are overlays of light, calibrated blurs, textures, and heightened chromatic glazes. The sought-after imperfection, the intentional digital error, and the extreme saturation become his personal sensitive film.

But Indiviglia’s research does not end on the two-dimensional surface of the screen. There is an underground and powerful bond linking his shots to the practice of sculpture, a territory where the artist shapes wood and clay to give substance to the very same visions that animate the digital format. The recent photographic work with the emblematic title “Tutto ritorna” (Everything Returns), where a figure stands out in a suspended race inside a dark and overlapped orbit, only confirms this circular motion. We find the idea that every visual intuition is destined to return, to transform, and to settle into different forms. Sculpture, for him, is a photograph that has conquered volume. Photography, conversely, is a sensitive surface where light is hollowed out like matter.

 

If we visually analyze his plastic production, the combined use of materials responds to the same poetic urgency that guides the digital application. In wood, the artist accommodates the natural grains, knots, and cracks, reading in them the signs of time just as on the display he heightens textures and blurs. In clay, however, the gesture becomes more fluid and soft. The surfaces curve into sinuous and continuous lines that recall the pattern of dunes formed by the wind on the sand. There is no academic rigidity, but rather a dynamic of movement and transition develops. The concave and convex curves of the plastic matter mimic the tonal transitions, the nuances, and the games of “now you see it, now you don’t” that characterize his inner landscapes.

 

There is a clear formal correspondence between the dark silhouette inhabiting the photographs and the physicality of these three-dimensional works. The slender profiles, the voids that pierce the solid block letting light pass through, and the alternation between polished zones and rough surfaces are nothing but the plastic projection of that shadow which appears and disappears in the frames. That human silhouette, which lives of transparencies, glazes, or dynamic escapes on the smartphone screen, finds its stability in sculpture. It becomes body, dune, trunk, and root, defying the ephemeral nature of the pixel to surrender itself to the permanence of real space.

The author does not seek the perfect shot according to the rules of traditional optics. His is a work of stratification. Trees, doors, clouds, and writings on walls are not decorative elements, but affective symbols, fragments of a past that is dissected and overturned to build a new language. Each image thus becomes a small time machine. Looking at the sequence of his shots, one has the precise feeling of witnessing a continuous leap between what was and what is transformed, a flow in which music – an indispensable companion in his creative process – dictates the emotional rhythm of the work.

 

This catalogue of appearances and disappearances only confirms the true nature of photography for Willy Indiviglia, a tool that does not serve to record reality, but to measure our inner evolution. A door that opens into the void of an image, the silent and motionless presence of a tree, the sudden density of a shadow that lengthens. None of this is a simple detail or a coincidence, they are rather entryways ready to open. Before his works, logic is not needed, what is needed is the courage to stop. Willy Indiviglia forces us to slow our pace and look beyond the deceptive surface of an everyday click, where a vision hides, an intimate and unrepeatable secret that restores to the shot its most authentic magic. It is the invisible miracle of a moment that stops flowing and becomes poetry.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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“Ti racconto… forse”. Tra autobiografia e AI, il nuovo progetto fotografico di Diego Salvador

Il progetto “Ti racconto… forse” di Diego Salvador si costruisce come un intreccio instabile di autobiografia, sperimentazione linguistica e interrogazione sullo statuto stesso dell’immagine contemporanea. Non si tratta di un diario visivo né di una narrazione lineare del vissuto, ma piuttosto di una lenta decostruzione del racconto personale, dove l’esperienza non viene mai semplicemente restituita, bensì continuamente riattivata, deformata, ri-orientata dal dispositivo fotografico e dalle sue estensioni tecnologiche.

Si potrebbe dire, semplificando al massimo, che il lavoro si regge su tre direttrici fondamentali: la messa in scena del sé come figura funzionale e non identitaria, la sperimentazione sul mosso come principio epistemologico dell’immagine, e l’ingresso dell’intelligenza artificiale come agente interpretativo interno al processo creativo. Tre elementi che, lungi dall’essere separati, si contaminano reciprocamente fino a produrre un sistema visivo che non ha intenzione di descrivere, ma interroga costantemente le proprie condizioni di possibilità.

La componente autobiografica, infatti, non assume mai la forma della confessione o della trasparenza. Al contrario, si presenta come una struttura opaca, quasi amministrativa: l’io alla scrivania, figura ricorrente del progetto, non è un soggetto che si racconta, ma un soggetto che si esercita nella gestione del proprio ruolo. La scrivania diventa così un dispositivo simbolico prima ancora che un luogo reale, uno spazio di decisione, ma anche di distanza, in cui l’identità si manifesta come funzione operativa, continuamente esposta alla propria stessa messa in scena.

A questo primo livello si sovrappone la questione del mosso, che in Salvador non ha nulla di accidentale né di puramente estetico. Al contrario, esso si manifesta come una presa di posizione nei confronti della tradizione fotografica della nitidezza, della messa a fuoco come garanzia di verità. Qui il fuori fuoco, la vibrazione, lo slittamento dell’immagine non indicano una perdita, ma una trasformazione del suo statuto. L’immagine non è più ciò che ferma il mondo, ma ciò che ne registra la natura instabile, la sua impossibilità a coincidere con una forma definitiva.

È inevitabile, a questo punto, il riferimento a Zygmunt Bauman, ma ciò che interessa nel progetto non è la semplice evocazione della sua teoria, quanto la sua effettiva trasposizione operativa. La “liquidità” non viene trattata come immagine poetica del contemporaneo, bensì come condizione strutturale che investe tanto i soggetti quanto i dispositivi di rappresentazione. Se, come Bauman osserva, le forme sociali contemporanee hanno perso la loro capacità di mantenersi stabili nel tempo, diventando transitorie, reversibili, continuamente rinegoziabili, allora anche l’immagine fotografica non può più aspirare a fissare ciò che per sua natura è già in transito.

Il mosso, in questo contesto, non è uno stile ma una conseguenza logica. Esso è la traduzione visiva di un mondo che non concede più punti d’appoggio stabili allo sguardo. Il reale non si lascia catturare in forma stabile, ma si presenta soltanto come un campo percettivo instabile, fatto di variazioni continue e mai definitivamente fissabili.

All’interno di questa struttura si colloca il passaggio forse più decisivo del progetto, in cui l’introduzione dell’intelligenza artificiale non assume il ruolo di semplice strumento tecnico ma quello di soggetto interpretante interno alla costruzione dell’opera. L’immagine non resta chiusa nel regime del visivo, ma viene immediatamente traslata nel linguaggio, sottoposta a una domanda critica, restituita come discorso. Questo movimento dall’immagine al testo non è un semplice commento, ma una vera e propria estensione del campo fotografico.

Il dispositivo si articola con una chiarezza quasi didattica ma concettualmente complessa: l’immagine viene interrogata da un’AI, la risposta entra a far parte dell’opera, e successivamente viene rilanciata verso lo spettatore attraverso una seconda domanda, che lo chiama a prendere posizione. Si crea così una struttura triadica — autore, intelligenza artificiale, spettatore — in cui il significato non è mai stabile ma sempre negoziato e riaperto.

Non esiste più, in questo sistema, una gerarchia chiusa dell’interpretazione. L’autore non domina il senso dell’immagine, l’AI non lo esaurisce, lo spettatore non lo conclude. Tutti e tre i poli contribuiscono invece a generare un campo semantico in cui l’opera coincide con il suo stesso processo di interpretazione.

L’indagine proposta dall’artista in “ Ti racconto… forse” non ha lo scopo esclusivo di interrogare la fotografia contemporanea, ma la spinge  oltre la sua definizione tradizionale, verso una zona ibrida in cui immagine e linguaggio non sono più separabili, e in cui il vedere coincide sempre più con l’essere dentro una rete di interpretazioni che non smettono di prodursi.

Ciò che rimane, alla fine, non è una narrazione compiuta del sé, ma la sua continua esposizione a forme diverse di lettura: umane, algoritmiche, spettatoriali. Ed è forse proprio in questa sospensione, in questa rinuncia a ogni chiusura definitiva del senso, che il progetto trova la sua coerenza più profonda.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

Segnalaci le tue impressioni scrivendo direttamente all’autore: diegosa49@gmail.com

 

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“Tell Me… Maybe”. Between autobiography and AI, the new photographic project by Diego Salvador

The project “Tell Me… Maybe” by Diego Salvador is constructed as an unstable intertwining of autobiography, linguistic experimentation, and an inquiry into the very status of the contemporary image. It is neither a visual diary nor a linear narrative of lived experience, but rather a slow deconstruction of personal storytelling, where experience is never simply returned, but continuously reactivated, distorted, and reoriented by the photographic device and its technological extensions.

 

It could be said, in the simplest terms, that the work is structured around three fundamental directions: the staging of the self as a functional rather than identity-based figure, the experimentation with motion blur as an epistemological principle of the image, and the entry of artificial intelligence as an interpretive agent within the creative process. Three elements that, far from remaining separate, mutually contaminate one another to produce a visual system that does not aim to describe, but constantly questions its own conditions of possibility.

 

The autobiographical component, in fact, never takes the form of confession or transparency. On the contrary, it presents itself as an opaque, almost administrative structure: the self at the desk, a recurring figure in the project, is not a subject that tells itself, but a subject exercising the management of its role. The desk thus becomes a symbolic device even before being a real place—a space of decision, but also of distance, where identity manifests itself as an operative function, continuously exposed to its own staging.

 

On this first level, the question of motion blur is superimposed, which in Salvador’s work is neither accidental nor merely aesthetic. On the contrary, it emerges as a critical stance toward the photographic tradition of sharpness and focus as guarantees of truth. Here, defocus, vibration, and image slippage do not indicate loss, but a transformation of status. The image is no longer what arrests the world, but what records its unstable nature, its impossibility of coinciding with a definitive form.

 

At this point, a reference to Zygmunt Bauman becomes inevitable, yet what matters in the project is not a simple evocation of his theory, but its actual operational transposition. “Liquidity” is not treated as a poetic metaphor of the contemporary, but as a structural condition affecting both subjects and representational devices. If, as Bauman observes, contemporary social forms have lost their capacity to remain stable over time, becoming transient, reversible, and continuously renegotiated, then the photographic image can no longer aspire to fix what is, by nature, already in transit.

 

Within this context, motion blur is not a style but a logical consequence. It is the visual translation of a world that no longer provides stable footholds for the gaze. The real cannot be captured in a stable form, but presents itself only as an unstable perceptual field, made of continuous variations that can never be definitively fixed.

 

Within this structure lies perhaps the most decisive passage of the project, in which the introduction of artificial intelligence does not take on the role of a simple technical tool, but that of an interpretive subject internal to the construction of the work. The image does not remain confined to the visual regime; it is immediately translated into language, subjected to a critical question, and returned as discourse. This movement from image to text is not a simple commentary, but a true extension of the photographic field.

 

The device is articulated with almost didactic clarity, yet conceptually complex: the image is interrogated by an AI, the response becomes part of the work, and is subsequently redirected toward the viewer through a second question, which calls for a position to be taken. A triadic structure thus emerges—author, artificial intelligence, viewer—in which meaning is never stable but always negotiated and reopened.

 

Within this system, there is no longer a closed hierarchy of interpretation. The author does not dominate the meaning of the image, the AI does not exhaust it, and the viewer does not conclude it. All three poles instead contribute to generating a semantic field in which the work coincides with its own process of interpretation.

 

The inquiry proposed by the artist in “Tell Me… Maybe” is not limited to questioning contemporary photography, but pushes it beyond its traditional definition, toward a hybrid zone in which image and language are no longer separable, and in which seeing increasingly coincides with being inside a network of interpretations that continuously produce themselves.

 

What remains, in the end, is not a completed narrative of the self, but its continuous exposure to different forms of reading: human, algorithmic, and spectator-based. And it is perhaps precisely in this suspension, in this refusal of any definitive closure of meaning, that the project finds its deepest coherence.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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ArteArtisti

La dissoluzione dell’istante nella doppia esposizione di Anca Corut

La Settimana Santa siciliana, in questo lavoro, perde ogni residuo descrittivo per trasformarsi in una materia visiva instabile e stratificata, nella quale la doppia esposizione in bianco e nero non agisce come semplice espediente linguistico, ma come struttura necessaria a restituire la complessità percettiva di un’esperienza che travolge lo sguardo e dissolve la possibilità di distinguere con precisione ciò che appartiene al rito, ciò che appartiene alla memoria e ciò che invece continua a sopravvivere come impressione emotiva dentro chi osserva.

Il progetto prende forma a partire da un percorso nei luoghi della Settimana Santa siciliana, compiuto tra Caltanissetta, Enna, Ispica e Scicli, nel corso del quale l’esperienza del vedere si è progressivamente trasformata in una condizione di immersione, in cui l’immagine non si è più data come semplice registrazione del reale ma come materia densa, carica di una gravità percettiva che coinvolge il corpo stesso dell’autrice e ne dissolve la distanza rispetto all’evento, fino a renderla parte di un movimento collettivo fatto di passi, canti e presenze in cui la visione coincide con la partecipazione.

La ricerca fotografica di Anca Corut si colloca in una direzione volutamente eccentrica rispetto alla fotografia intesa come registrazione del visibile, configurandosi piuttosto come una costruzione stratificata dello sguardo in cui la doppia esposizione non assume valore ornamentale né sperimentazione episodica, ma diventa dispositivo critico attraverso il quale la stabilità dell’immagine viene costantemente sabotata a favore di una condizione percettiva mobile, instabile, attraversata da più livelli di realtà che insistono sul medesimo fotogramma senza mai risolversi in una forma definitiva.

All’interno di questo impianto il bianco e nero non si limita a sottrarre il dato cromatico, ma agisce come principio di riduzione radicale che riconduce la scena a una tensione elementare tra emersione e cancellazione, tra apparizione e dissolvenza, dove le figure non occupano uno spazio ma si inscrivono come presenze intermittenti, simili a residui di un’esperienza visiva che non trova mai un punto di fissazione stabile.

Le immagini emergono così come superfici di passaggio, in cui il corpo, il gesto e la traccia non coincidono mai con una identità univoca ma si dispongono secondo una logica di sovrapposizione che trasforma il soggetto fotografico in un campo di possibilità più che in un oggetto definito, restituendo alla visione una dimensione che non appartiene alla nitidezza descrittiva ma a una zona intermedia, come immagine mai risolta nella sua forma.

Nel quadro di questa ricerca la doppia esposizione si sottrae a ogni funzione puramente tecnica e diventa forma di pensiero visivo, una sorta di grammatica instabile attraverso cui l’autrice interroga non la realtà nella sua evidenza, ma la sua resistenza alla fissazione, costruendo immagini che non rispondono alla necessità della rappresentazione ma aprono varchi percettivi nei quali la visione si espone alla propria stessa instabilità.

Nel tornare alla serie dedicata alla Settimana Santa siciliana, l’autrice costringe frammenti differenti della processione a convivere nello stesso spazio fotografico, facendo collidere volti, gesti, simulacri e traiettorie dei corpi in una costruzione visiva che altera la linearità dell’evento e produce una dimensione sospesa, quasi ipnotica, nella quale il tempo non procede secondo una successione ordinata ma si accumula per stratificazioni successive, come accade nei ricordi più intensi, incapaci di fissarsi in una forma stabile e definitiva.

Le città attraversate — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — cessano così di appartenere a una geografia riconoscibile e diventano superfici mentali, luoghi della visione nei quali le figure si sdoppiano, si rincorrono, si dissolvono l’una dentro l’altra attraverso una continua oscillazione tra presenza e sparizione, mentre il bianco e nero sottrae ogni elemento accessorio e riduce l’immagine al contrasto originario tra luce e ombra, tra emersione e scomparsa.

La luce, in queste opere, incide lo spazio senza limitarlo alla descrizione, lo attraversa come una lama capace di scavare dentro la densità della folla e dentro la materia stessa del rito, mentre le ombre sedimentano sulla superficie fotografica come depositi di esperienza vissuta, da questo incontro nasce una terza immagine che non coincide più con il reale osservabile ma con una dimensione interiore e perturbante della processione, una sorta di palinsesto visivo nel quale ogni gesto conserva la traccia di quello precedente e anticipa quello successivo.

 

La doppia esposizione diventa allora un rigoroso esercizio di contrappunto visivo attraverso il quale la fotografia rinuncia definitivamente alla pretesa documentaria e costruisce invece una grammatica della visione fondata sulla compresenza, sulla sovrapposizione e sulla persistenza emotiva, fino al punto in cui lo spettatore non può più mantenere una distanza neutrale dall’immagine ma viene inevitabilmente assorbito dentro il ritmo cadenzato dei passi, dentro la pulsazione collettiva del rito, dentro quella vertigine visiva nella quale il sacro non appare come rappresentazione ma come esperienza fisica e totalizzante.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

The Dissolution of the Instant in Anca Corut’s Double Exposure

The Sicilian Holy Week, in this work, loses any residual descriptive function and transforms into an unstable and stratified visual matter, in which black-and-white double exposure does not operate as a mere linguistic device but as a necessary structure for restoring the perceptual complexity of an experience that overwhelms the gaze and dissolves the possibility of precisely distinguishing what belongs to ritual, what belongs to memory, and what instead continues to survive as an emotional impression within the viewer.

 

The project takes shape from a journey through the places of the Sicilian Holy Week, undertaken between Caltanissetta, Enna, Ispica, and Scicli, during which the act of seeing progressively shifts into a condition of immersion, in which the image no longer presents itself as a simple record of reality but as dense matter, charged with a perceptual gravity that involves the author’s body itself and dissolves the distance from the event, until it becomes part of a collective movement made of steps, chants, and presences in which vision coincides with participation.

 

The photographic research of Anca Corut positions itself in a deliberately eccentric direction with respect to photography understood as the recording of the visible, configuring itself instead as a stratified construction of the gaze in which double exposure does not assume ornamental value nor episodic experimentation, but becomes a critical device through which the stability of the image is constantly sabotaged in favour of a mobile and unstable perceptual condition, traversed by multiple levels of reality that insist on the same frame without ever resolving into a definitive form. Within this framework, black and white does not merely remove chromatic data but acts as a principle of radical reduction that brings the scene back to an elementary tension between emergence and erasure, between apparition and disappearance, where figures do not occupy a space but inscribe themselves as intermittent presences, similar to residues of a visual experience that never finds a stable point of fixation. The images thus emerge as surfaces of passage, in which body, gesture, and trace never coincide with a single identity but are arranged according to a logic of superimposition that transforms the photographic subject into a field of possibilities rather than a defined object, restoring to vision a dimension that does not belong to descriptive clarity but to an intermediate zone, where what appears always retains the memory of what precedes it and the prefiguration of what follows. In this perspective, double exposure withdraws from any purely technical function and becomes a form of visual thought, a kind of unstable grammar through which the author interrogates not reality in its evidence but its resistance to fixation, constructing images that do not respond to the necessity of representation but open perceptual breaches in which vision is exposed to its own instability.

 

Returning to the series dedicated to the Sicilian Holy Week, the author compels different fragments of the procession to coexist within the same photographic space, causing faces, gestures, religious effigies, and bodily trajectories to collide in a visual construction that alters the linearity of the event and produces a suspended, almost hypnotic dimension in which time does not proceed according to an ordered succession but accumulates in successive stratifications, as occurs in the most intense memories, incapable of fixing themselves into a stable and definitive form.

 

The cities traversed — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — thus cease to belong to a recognisable geography and become mental surfaces, sites of vision in which figures split, pursue one another, and dissolve into each other through a continuous oscillation between presence and disappearance, while black and white removes every accessory element and reduces the image to the original contrast between light and shadow, between emergence and disappearance.

 

The light, in these works, incises space without limiting it to description, passing through it like a blade capable of carving into the density of the crowd and into the very substance of the ritual, while shadows sediment on the photographic surface as deposits of lived experience; from this encounter a third image arises that no longer coincides with the observable real but with an inner and disturbing dimension of the procession, a kind of visual palimpsest in which every gesture preserves the trace of the preceding one and anticipates the following one.

 

Double exposure thus becomes a rigorous exercise in visual counterpoint through which photography definitively renounces any documentary claim and instead constructs a grammar of vision founded on coexistence, superimposition, and emotional persistence, to the point where the viewer can no longer maintain a neutral distance from the image but is inevitably absorbed into the cadenced rhythm of the steps, into the collective pulsation of the ritual, into that visual vertigo in which the sacred appears not as representation but as a physical, stratified, and totalizing experience.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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Arte

Nicola Saverino e la visione curatoriale di Alessio Paolo Musella. Materia e identità siciliana nell’arte contemporanea

Alessio Paolo Musella, noto critico d’arte, editore e curatore, ha inserito l’artista siciliano Nicola Saverino all’interno dei suoi progetti di promozione culturale. Musella è conosciuto per la sua capacità di valorizzare linguaggi espressivi unici, portandoli all’attenzione del grande pubblico e dei collezionisti.

La scelta di Musella non è affatto casuale. L’arte di Nicola Saverino si distingue per una forte componente materica e un profondo legame con le radici e l’espressività della sua terra, la Sicilia, riletta attraverso una chiave interpretativa assolutamente moderna e internazionale.

Nelle sue opere la materia diventa voce: le tele non sono mai piatte, ma ricche di spessori, texture e stratificazioni, spesso arricchite dall’uso di materiali non convenzionali come le corde che tracciano i contorni delle figure, rendendo il quadro quasi scultoreo. I suoi soggetti preferiti vedono figure umane e strumenti musicali, come violoncelli o contrabbassi, fondersi in un unico corpo espressivo, giocando su forti contrasti cromatici tra sfondi profondi e tonalità calde .

L’operazione editoriale e curatoriale portata avanti da Musella punta a inserire Saverino in contesti espositivi di rilievo, sia fisici che digitali, spiegando non solo il valore estetico delle opere, ma anche il processo artigianale e concettuale che sta dietro alla tela. Questa sinergia dimostra come il ruolo del critico moderno sia quello di farsi vero e proprio ponte tra l’isolamento creativo dell’artista e il mercato globale dell’arte.

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ArteArtisti

Il Segno Liberato. Lo “Scarabocchio” di Tommaso Marcello

Guardatela bene, questa forma che si snoda sulla parete. Ha la lucentezza della ceramica, la sinuosità quasi biologica di un organismo primordiale, eppure si intitola, con una scelta che è quasi una provocazione intellettuale, Scarabocchio.

 

 

 

Che cos’è, dopotutto, uno scarabocchio? Per secoli, la storia dell’arte occidentale, quella delle accademie, dei canoni rigidi, del disegno geometrico, ha considerato lo scarabocchio come l’antitesi dell’arte. Un errore della mano, un passatempo infantile, l’espressione di un’assenza di pensiero. Ma il Novecento ci ha insegnato il contrario.

Cy Twombly, nato Edwin Parker Twombly Jr. nel 1928, è stato un artista americano che sfuggiva a ogni facile categorizzazione.

Pensate a Cy Twombly e ai suoi grovigli di calligrafia ed espressione gestuale, un “graffito dell’anima” che eleva il segno apparentemente casuale a dignità monumentale, o all’automatismo dei surrealisti. Tommaso Marcello si inserisce, forse anche inconsciamente, in questo filone di liberazione del segno, ma lo fa con una sensibilità squisitamente contemporanea e profondamente umana.

Quest’opera nasce da una storia bellissima e commovente, che è la necessità di comunicazione di un ragazzo privato della parola lineare, che affida al gesto grafico il proprio mondo interiore. Qui il cortocircuito è affascinante. L’artista prende quel gesto effimero, quella linea tracciata di fretta sulla carta, e la nobilita attraverso la materia.

Diventa una scultura tridimensionale, dove il gioco dei pieni e dei vuoti, una costante nella ricerca di Marcello, crea una danza con la luce e converte quegli stessi varchi in feritoie e spazi di transito per lo sguardo dell’altro che si fanno invito a entrare.

C’è un contrasto meraviglioso nella figura di questo artista. Da un lato la disciplina rigorosa della sua professione di Sottufficiale dell’Esercito, un mondo fatto di regole e uniformità, dall’altro questa assoluta anarchia della forma, questo bisogno ancestrale di strutturare la materia per trovare un silenzio interiore che non isoli, ma che crei relazione.

Scarabocchio si rivela un’opera capace di aprirsi all’altro, attraverso la quale Marcello riesce a riscattare l’imperfezione trasformandola in un vero e monumentale manifesto di autenticità. Ci ricorda che, quando la parola fallisce, è l’arte a dover diventare il cammino comune, la lingua universale che ci permette di ritrovarci umani, fragili, e finalmente liberi.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Nella foto sopra l’artista è con la recente edizione del magazine ContempoArte, all’interno del quale ha trovato spazio la sua ricerca, presentata e approfondita nell’ambito di una selezione di autori che si distinguono per la coerenza e l’originalità del proprio percorso. ContempoArte è una pubblicazione ufficiale periodica di L’ArteCheMiPiace, dedicata alla valorizzazione di artisti contemporanei e offre un contesto critico e documentale alle ricerche più significative del panorama attuale.

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ArteArtisti

“L’Argentina chiama, Dubai risponde”. Carolina Curti debutta negli Emirati con una fine art esclusiva firmata Musella

Il debutto delle opere di Carolina Curti a Dubai segna un capitolo di straordinaria rilevanza per il mercato internazionale della fine art, sancendo un legame culturale ed economico sempre più stretto tra il Sudamerica e il Medio Oriente.
 
Questo importante sviluppo artistico e commerciale è il risultato diretto dell’incontro e della successiva collaborazione tra l’artista argentina e il noto curatore e art advisor Alessio Paolo Musella, avvenuto a Doha nel dicembre del 2025. Da quel momento, la sinergia tra la visione espressiva della Curti e la guida strategica di Musella ha permesso di strutturare un’operazione di altissimo profilo, pensata specificamente per intercettare le dinamiche esigenti e sofisticate del collezionismo d’élite degli Emirati Arabi Uniti.

​Il cuore di questo lancio si focalizza su un’opera prima, un olio su tela dal forte impatto visivo e concettuale, la cui diffusione è stata pianificata secondo i più rigidi canoni del mercato dell’arte di pregio. Per preservare l’esclusività e garantire il valore dell’investimento nel tempo, l’opera viene proposta in una tiratura estremamente limitata di sole 7 copie certificate.

Questa scelta non solo risponde alla domanda di rarità e unicità tipica dei collezionisti di Dubai, ma introduce anche un rigoroso protocollo di autenticità, fondamentale in un hub artistico globale che fa della trasparenza e del prestigio i suoi pilastri fondanti. Con la formula “L’Argentina chiama, Dubai risponde“, questo progetto non solo celebra il talento della Curti, ma ridefinisce le nuove rotte della fine art contemporanea lungo l’asse del Golfo Persico

DICHIARAZIONE ARTISTICA

“Cerco la mia ispirazione nella bellezza di tutta la natura, che mi nutre come la linfa alimenta l’albero.

Ogni immagine provoca in me sensazioni che riverso sulla tela bianca, attraverso l’uso di tecniche miste, nelle quali generalmente i colori freddi e le texture giocano un ruolo predominante nella mia opera.

Amo il design, la composizione e la forma. Il mio lato strutturato e perfezionista mi porta a pensare ogni dettaglio nella creazione delle mie serie: studio il tema, le tecniche, i supporti, affinché ogni opera abbia un filo conduttore che le conferisca un senso di appartenenza alla serie. Tuttavia, nel processo creativo ho bisogno di allontanarmi dalla realtà, liberarmi, rompere e semplificare la forma. Ho bisogno della libertà di creare il fogliame al di là delle radici che mi nutrono, motivo per cui le mie opere vanno dalla figurazione all’astrazione, utilizzando generalmente entrambe. Questa dualità mi rappresenta: sono così, strutturata e allo stesso tempo libera.”

Carolina Curti


BIOGRAFIA

Di nazionalità italo-argentina, è nata a Firmat, provincia di Santa Fe, Repubblica Argentina, nel 1963. Ha acquisito la cittadinanza italiana grazie al nonno paterno.

Vive a Villa Constitución (provincia di Santa Fe). Qui ha svolto i suoi studi terziari, laureandosi in Professoressa di Matematica, Fisica e Cosmografia. Si è avvicinata all’arte nel 1999, attraverso laboratori artistici nella sua città, sulle rive del fiume Paraná, cercando di dare forma ai sentimenti che quell’ambiente naturale generava in lei. Questo incontro con la pittura è stato un evento fondamentale nella sua vita e, con il tempo, l’ha portata a cambiare professione.

La sua formazione non è accademica: ha iniziato con la figurazione, in particolare figura umana e paesaggio, attraverso atelier e seminari di grandi maestri nazionali e internazionali. Ognuno di loro ha contribuito allo sviluppo della sua impronta artistica. Con il passare del tempo la sua opera si è trasformata, riuscendo a rompere la propria struttura, scomponendo le forme e invitando l’osservatore a ricomporle e a lasciarsi attraversare dall’energia generata da ogni creazione.

È costantemente alla ricerca di nuove tecniche e dell’uso di materiali diversi. Questa miscela costituisce la firma distintiva della sua opera. Nel 2015 ha inaugurato la sua galleria “Arte en Difusión” e il suo atelier, dove tiene corsi di pittura su cavalletto. Per due anni ha condotto una rubrica di divulgazione artistica su un canale televisivo locale, mettendo a frutto la sua vocazione didattica, questa volta applicata alla pittura e alla storia dell’arte.

Attualmente organizza mostre proprie e di colleghi della sua zona nella sua città. Partecipa a festival, eventi, mostre ed esposizioni a livello locale, nazionale e internazionale.

 
 

“Argentina Calls, Dubai Responds”: Carolina Curti debuts in the UAE with an exclusive fine art project curated by Musella

The debut of Carolina Curti’s works in Dubai marks a chapter of extraordinary significance for the international fine art market, strengthening an increasingly close cultural and economic bond between South America and the Middle East. This important artistic and commercial development is the direct result of the encounter and subsequent collaboration between the Argentine artist and the renowned curator and art advisor Alessio Paolo Musella, which took place in Doha in December 2025. From that moment on, the synergy between Curti’s expressive vision and Musella’s strategic guidance made it possible to structure a highly ambitious project, specifically designed to engage with the demanding and sophisticated dynamics of elite collectors in the United Arab Emirates.

The core of this launch centers on a debut work, an oil on canvas with strong visual and conceptual impact, whose distribution has been planned according to the strictest standards of the high-end art market. In order to preserve exclusivity and ensure long-term investment value, the work is offered in an extremely limited edition of only 7 certified copies. This choice not only responds to the demand for rarity and uniqueness typical of Dubai’s collectors, but also introduces a rigorous protocol of authenticity, essential in a global art hub that builds its foundations on transparency and prestige.

With the concept “Argentina calls, Dubai responds,” this project not only celebrates Curti’s talent, but also redefines the new routes of contemporary fine art along the axis of the Persian Gulf.

ARTISTIC STATEMENT

“I seek my inspiration in the beauty of all nature, which nourishes me as sap nourishes the tree.

Each image evokes sensations in me that I pour onto the blank canvas, using mixed media techniques, in which cold colors and textures generally play a predominant role in my work.

I love design, composition, and form. My structured and perfectionist side leads me to think through every detail in the creation of my series: I study the theme, techniques, and supports so that each work has a common thread that gives it a sense of belonging to the series. However, in the creative process I need to distance myself from reality, to free myself, to break and simplify form. I need the freedom to create foliage beyond the roots that nourish me, which is why my works move from figuration to abstraction, generally using both. This duality represents me: I am like this, structured and at the same time free.”

Carolina Curti


BIOGRAPHY

Of Italian-Argentine nationality, she was born in Firmat, Santa Fe Province, Argentina, in 1963. She acquired Italian citizenship through her paternal grandfather.

She lives in Villa Constitución (Santa Fe Province). There she completed her tertiary studies, graduating as a Professor of Mathematics, Physics, and Cosmography. She approached art in 1999 through artistic workshops in her hometown, on the banks of the Paraná River, seeking to express the emotions that that natural environment generated within her. This encounter with painting was a pivotal moment in her life and, over time, led her to change her profession.

Her training is non-academic: she began with figuration, especially the human figure and landscape, through ateliers and seminars with major national and international masters. Each of them contributed to the development of her artistic imprint. Over time, her work evolved, breaking away from its own structure, deconstructing forms, and inviting the viewer to reconstruct them and be immersed in the energy generated by each creation.

She is constantly in search of new techniques and the use of different materials. This blend constitutes the distinctive signature of her work. In 2015 she inaugurated her gallery “Arte en Difusión” and her studio, where she teaches easel painting classes. For two years she hosted an art education segment on a local television channel, applying her teaching vocation to painting and art history.

She currently organizes exhibitions of her own work and that of fellow artists in her city. She participates in festivals, events, exhibitions, and shows at local, national, and international levels.

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