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INTERVISTA CON LA POETESSA E SCENEGGIATRICE ALBANESE NATASHA LAKO a cura di ANGELA KOSTA

 

Oggi abbiamo il privilegio di dialogare con Natasha Lako, una delle voci più autorevoli e innovative della letteratura e del cinema albanese contemporaneo. Poetessa, romanziera e sceneggiatrice, Lako ha saputo coniugare la profondità emotiva della poesia con la potenza narrativa del grande schermo, contribuendo a definire l’identità culturale di un’intera generazione. Il suo lavoro, che attraversa momenti storici di grande trasformazione, ci offre una finestra unica sul rapporto tra parola, immagine e memoria collettiva. In questa intervista esploreremo il suo ruolo di sceneggiatrice, il rapporto tra scrittura poetica e visiva, e il delicato equilibrio tra creatività e contesto storico-politico in cui è stata attiva. 

 

 

A. Kosta: Nel suo percorso di sceneggiatrice, quanto la poesia ha influenzato la costruzione delle immagini visive e dei dialoghi cinematografici?

Natasha L: Posso rispondere basandomi sui miei lavori cinematografici uno per uno. Dico lavoro, non creatività, sebbene sia tale, poiché la parola collaborazione sta alla base di ogni opera cinematografica, dove l’immagine costruita dallo sceneggiatore è la prima ad essere strappata e depositata nel laboratorio creativo del regista, se non è anche coautore della sceneggiatura, come spesso accade nel cinema mondiale. Lo dico con convinzione, che la sceneggiatura in questo caso, quando porta la responsabilità di un autore, come è successo nel nostro Paese. È la creazione individuale, che come origine di sceneggiatura, nasce da impulsi creativi interiori, è importante, a mio avviso, per lo sceneggiatore, il sintagma poetico creato come esigenza di impulsi drammaturgici, che espande lo spazio filmico attraverso il contesto, o sotto testo. In questo caso poesia significa anche contesto sociale o sotto testo. Più profondamente, significa anche la drammaturgia della connessione tra sentimento e pensiero, soprattutto in quella che può essere definita la soggettività dei personaggi con le relazioni che li circondano. Per uno sceneggiatore che vive di sensibilità poetica, le fluidità di natura che deriva dalla grafomania, sono impossibili. Il linguaggio poetico crea sempre più profondità, pensiero, vita, ritmo, intelligenza metaforica anche nei dialoghi. Ci sono anche fraintendimenti sul cosiddetto linguaggio poetico, quando viene associato all’idillio delle scene neoromantiche, estraneo alla profondità del significato filmico, che non significa nulla. Mi piace parlare di quel linguaggio poetico che è più spesso padroneggiato anche nei film di tipo saggistico, dove Lars Von Trier può essere menzionato come un maestro. In questi casi, non si tratta semplicemente di commercialissimo. I segreti poetici dello sceneggiatore esordiente, migliore di chiunque altro. Il regista, poi il compositore, i tre creatori della paternità del film, elaborano.
La spontaneità e la naturalezza che l’attore o l’attrice danno nel costruire i personaggi possono essere lette anche come poesia. Non c’è niente di più di questo tipo di linguaggio poetico di generalizzazioni di immagini, che offre un piacere estetico completo allo spettatore. Questo linguaggio poetico è creato anche dalla luce nel film. Forse, quando si parla del mio stile poetico, se non nella sua interezza, nelle sequenze del film, la mia poesia viene onorata di più, poiché trae origine da esso.

A. Kosta: Lei ha lavorato negli studi “Shqipëria e Re” in un periodo storico molto delicato: come si conciliava la creatività con le limitazioni ideologiche del regime?

Natasha L: Un tempo, nel periodo del totale isolamento dal mondo, la mia generazione guardava i film sui canali esteri, dove senza comprendere bene la lingua e senza l’aiuto dei sottotitoli, si poteva persino costruire metà dei loro messaggi secondo la propria immaginazione. E di nuovo ci si trovava dentro il film! Oggi, tornando indietro, come ai tempi del cinema muto, in tutti i film albanesi durante il periodo del totalitarismo, si cerca di capire fino a che punto il linguaggio dell’immagine parli da sé. In molti casi, nella cinematografia albanese, questo linguaggio d’immagine riesce a superare la parola stessa. E questo è il primo risultato dei migliori film di quel periodo, perché parlano di padronanza del linguaggio cinematografico. Gli studiosi, che raramente si occupano di profili cinematografici, trovano più facile giudicare un film, quasi teoricamente, basandosi su una sorta di documentazione, con ex funzioni di partito come guide, a volte persino piene di rigidi calcoli orientati all’ideologia, in una sorta di stereotipo generale, dove non si poteva parlare di un singolo individuo. Tutto ciò si ritrova più negli scritti che nel cinema albanese stesso. Per quel mondo di assemblee e attività di un singolo partito al potere, persino il linguaggio dell’immagine stessa poteva rappresentare un pericolo, perché parlava al di sopra della parola, o della storia stessa. Inutile dire che tra gli studiosi di oggi, alcuni occhi useranno un’altra supervisione ideologica che subordina la prospettiva ideologica di ieri. E quando si crea questo nodo di collegamento, due tipi di ideologie sovrapposte diventano come tante. Il film in questi casi non viene giudicato come un’opera del linguaggio dell’immagine. Nelle innumerevoli limitazioni ideologiche, la capacità dello sceneggiatore è stata quella di scegliere quel tema o quella preoccupazione creativa, dove ha potuto trovare le sue libere strade. Non sto dicendo che non potessero esserci temi elencati secondo un ordine, sia diretto, sia in base ad altri meccanismi che hanno indirizzato la propaganda. Potrebbero esserci stati anche casi in cui un scrittore si è offerto volontario per un cosiddetto argomento sulla sicurezza dello Stato. Secondo le sentenze odierne, questi argomenti servono anche come documentazione di un tempo che possiamo definire ormai chiuso! In alcuni di essi, una seconda lettura oggi crea anche una sorta di nuovo spazio, poiché qualsiasi precedente giudizio soggettivo assume un nuovo significato di esistenze oggettive. Quei personaggi che, per la perfezione della loro recitazione naturale, erano considerati negativi, ora sono tra i più piacevoli, come Sali Protopapa nel film “I teti në nronz – L’ottavo in Bronzo. Credo che la prima cascata protettiva, persino ispiratrice ed estremamente potente per lo scrittore stesso, sia stata il pubblico albanese, che sembrava riflettere negli autori tutti i suoi segni, quelli del desiderio di una cinematografia in cui l’uomo desidera vedere se stesso. Era come se entrambe le parti, lo scrittore e lo spettatore, collaborassero secondo un’intuizione segreta, nel rispetto della libertà umana interiore, a volte di più e a volte di meno, ma che non muore mai. L’autocensura ha funzionato. Sì! Il sottotesto ha funzionato. Sì. Anche la disabilità ha funzionato. Sì. Tuttavia, Kinostudio ha prodotto una serie di film di vera maestria e di veri ed importanti significati.

 

 

Angela Kosta: Cosa cercava in una storia per sceglierla come soggetto cinematografico? Un volto? Un conflitto? Una memoria?

Natasha. L: Un conflitto. Naturalmente in un conflitto che sia dato o arricchito dentro di sé.


A. Kosta: Molti suoi film sono legati a una narrazione intima ma collettiva. Qual è secondo lei il confine tra realtà vissuta e finzione nello scrivere per il cinema?

Natasha. L: È vero che dalle mie sceneggiature sono nati degli affreschi cinematografici, a volte persino polifonici, nel solco della tradizione albanese, con personaggi a più voci, dal capo al rapitore, fino al compagno che a volte si stacca ancora di più per insistere su temi secondari, o funge da narrazione più diretta della posizione dell’autore. I registi albanesi lo hanno fatto spesso. Ricordo quando stavo scrivendo una scena per il film “Fletë të Bardha – Pagine bianche”, con una sceneggiatura completata alla fine del 1988, in cui appariva la guardia cooperativa, uno dei ruoli secondari interpretati nel film da Birçe Hasko. Il personaggio appena creato, nella scena appena creata, parlava come se parlasse a se stesso, all’inizio solo da un foglio di carta: “Sono il colpevole! Sono il colpevole!” Questo richiamo o sussurro si sarebbe insinuato da solo, non solo nella quiete che il dramma cinematografico stesso sviluppava, ma si sarebbe diffuso anche al di fuori di essa, verso una generale immobilità sociale di una lunga stagnazione, che si era fatta sentire ovunque per lungo tempo. Di tutto ciò che lo circondava, così come all’interno del film, ricadeva su di lui il ruolo di guardia collaborativa. Certo, chi non ha vissuto quel periodo cupo, difficilmente può assimilare appieno quel sotto testo. Ma l’immagine dell’uomo debole e confuso, ai margini della società, rimane. E non dimentichiamo che, dopotutto, era una guardia! Per chi non fosse completamente analfabeta nel linguaggio del cinema, ho sentito che questa scena avrebbe potuto assumere un suono diverso. Ricordo come uscii dalla stanza dove di solito scrivevo fino a mezzanotte, perché ero anche una casalinga, e aprii la porta del soggiorno dove riposava mio marito Mevlan. La tazza era piena delle impossibilità di un libero uso dell’espressione creativa, che il film avrebbe espresso con forza. Inoltre, devo dire che la guardia cooperativa che volevano sostituire mi era rimasta impressa fin da quando, come giornalista, avevo partecipato ad un’assemblea cooperativa, dove di solito si riuniva l’intero villaggio. C’era forse qualcosa tratto dalla vita di Jakov Xoxe per la creazione del personaggio principale, persino Apollonia stessa, dove è stato girato?  La scena finale del film? Certo. Non c’è opera in cui il capriccio artistico non crei, a volte come una nuvola, qualcosa che sorge da un terreno reale. Per me, anche i personaggi storici che ho creato sono stati figure concrete, ovviamente non solo molto amate, ma anche con molti misteri da risolvere. Altrimenti non ci sarebbe drammaturgia.

A. Kosta Come è cambiata, secondo lei, la figura della sceneggiatrice donna in Albania dai suoi esordi fino ad oggi?

Natasha L: Oggi gli sceneggiatori sono anche coloro che creano i dialoghi per i conduttori di un programma o di un reportage televisivo. Tra loro ci sono molti sceneggiatori di talento.
Nei lungometraggi è diverso. Gli sceneggiatori di cortometraggi e lungometraggi sono rari, non sono ancora stati creati profili completi, compaiono e scompaiono rapidamente, a causa della scarsa produzione cinematografica. Come sceneggiatrice di lungometraggi, vorrei segnalare Doruntina Basha dal Kosovo.


Angela. K: Ci può raccontare un momento di svolta o crisi creativa durante la scrittura di una sceneggiatura? E come lo ha superato?

Natasha. L: Dopo aver completato tutte le procedure per l’approvazione della sceneggiatura sui percorsi di Shote e Azem Galica, dal periodo della sinossi presentata alla redazione, all’approvazione finale del Consiglio Artistico e fino al Ministero della Cultura, subito dopo la creazione del gruppo cinematografico, nel periodo in cui si decideva la divisione dei ruoli, le riprese del film sono state bloccate. Per me, questo ha significato la cancellazione di circa due anni di vita e una forte stanchezza emotiva, oltre al lavoro creativo quotidiano e alla ricerca storica. È sufficiente immergersi emotivamente nella vita di due personaggi, di cui le loro vite sono state stroncate da tutti i loro parenti. Da questo lungo calvario, innanzitutto emotivo, e da tutta quella stanchezza, incluso le sedute per l’approvazione della sceneggiatura, è stata come una salvezza, come una doccia che ti calma, che ho deciso di scrivere una sceneggiatura per un film comico. È stato come fuggire da un trauma. La coppia Shote e Azem Galica è stata sostituita dalla coppia della vita di Tirana nei primi anni ’80, in un appartamento simile al mio. Si tratta del film “Fjalë pafund – Parole infinite” di Spartak Pecani, che è stato anche il suo primo film e primo ruolo. A spianare la strada, è stata la giovane attrice Luiza Xhuvani.

Angela. K: Ha mai scritto pensando già a un attore o a una regia specifica? Quanto conta per lei la sinergia con il regista?

Natasha. L: Quando scrivevo la sceneggiatura del film “Muraglia Vivente”, sulla leggenda di Rozafa, sapevo che sarebbe stata realizzata con Muharrem Fejzo, con cui avevo collaborato ad altri due progetti cinematografici. Il progetto “The DEAL” è stato realizzato per il film “L’insegnante”, sulla prima scuola femminile, che ha avuto un’ottima accoglienza. La collaborazione con il regista Mevlan Shanaj, (mio ​​marito che si occupa esclusivamente di film di lungometraggio in cui ha realizzato dalle mie quattro sceneggiature, tutto  è stato collegato fin dall’inizio. L’unica volta in cui ho scritto i personaggi pensando a due attori principali è stato nella sceneggiatura: “Lule të kuqe, lule të zeza – Fiori rossi, fiori neri”, dalle impressioni del periodo nero del ’97.

Angela. K: Come direttrice degli archivi cinematografici, ha avuto accesso a una memoria visiva vasta: quanto ha influito questo sul suo modo di scrivere oggi?

Natasha. L: Naturalmente, lavorare per dieci anni come direttrice dell’AQSHF, per la prima volta come istituzione separata, ha gettato le basi per questo centro, come casa per i registi. Mi ha fatto apprezzare di più il cinema come atto di memoria, ma anche come flessibilità di esperienza nella mia creatività. Il legame con l’Istituto “Luce” si è consolidato. Ora temo a quella grande dedizione nel passato, a scapito della creatività. Ma ho vinto, immergendomi nella “conoscenza” cinematografica. Ne è nato il libro di saggi “L’energia Filmica”, il primo libro sulla cinematografia albanese, depositato presso la Biblioteca del Congresso negli Stati Uniti.

A. Kosta: La lingua del cinema e quella della poesia spesso si sfiorano: secondo lei, esistono scene che sono poesie mute?

Natasha. L: Certamente… più che altrove direi che nel linguaggio cinematografico, si usa l’espressione “anche il silenzio parla”. Costruite sulla base delle mie sceneggiature, ci sono scene poetiche e silenziose come nel finale del film sopracitato, con una coppia quasi distrutta, come per l’eco di esperienze amare, che come in una punizione rimane legata l’una all’altra. È una sequenza o un piano così significativo, per il passaggio dei traumi delle società post-comuniste, che è stato utilizzato anche come foto nonché sulla copertina di un libro che analizza tutta la cinematografia dei paesi europei post-comunisti. Sono temi che rendono la critica ancora più fortunata poiché li svela. La critica del cinema albanese non ha molto tempo libero, né molta pazienza per tali analisi. 

Angela. K: Se dovesse scrivere oggi una sceneggiatura autobiografica, quale sarebbe la scena con cui aprirebbe il film?

Natasha. L: Un paio di mutandine lunghe di cotone, di un bianco scintillante, sorrette da un’altra benda bianca da letto. “Tessuto di lino, come ai tempi di Penelope, intrecciato con la seta del telaio di Scutari”, aggiungerei nella prima frase dei ricordi. Nella mia infanzia, dopo la guerra, le foto erano rare, ma i ricami a mano erano come per i bambini reali. È un aspetto autonomo, distaccato da tutto, semplicemente  la prima fotografia della mia vita, un primo ricordo, un accenno tra parentesi. Come mi hanno raccontato, prima ancora di compiere due anni, ho avuto la febbre tifoide all’ospedale di Corizia, con mia nonna al mio fianco. Le parole madre e nonna, per tutta la mia generazione, erano quasi la stessa cosa, perché sotto le loro cure, mi sembrava che vivessero solo per me. I bambini li nutre il sacrificio. Le madri coltivavano sogni per i loro figli. E, con tutti i ricami che venivano inviati da parte di madre che era nata a Berat, insieme si definivano in tre.

BIOGRAFIA DI NATASHA LAKO

Natasha Lako (nata il 13 maggio 1948 a Korçë, Albania) è una delle voci più importanti della letteratura albanese contemporanea, riconosciuta soprattutto come poetessa, romanziera, sceneggiatrice e figura di spicco della prima generazione di donne scrittrici nel paese. Studiò scienze politiche con specializzazione in giornalismo all’Università di Tirana. Iniziò a pubblicare poesie in giovane età, già da adolescente, facendosi notare nella scena letteraria albanese in un periodo in cui pochi scrittori donna erano presenti nel panorama culturale del paese.

Natasha Lako è considerata una figura centrale nel panorama delle lettere albanesi, grazie alla sua produzione poetica e narrativa che esplora temi personali, sociali e di identità. Appartiene alla prima generazione di scrittrici donna dell’Albania moderna e ha contribuito ad aprire la strada a molte altre autrici.

La sua opera comprende numerose raccolte di poesie e romanzi.
Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue, tra qui: inglese, tedesco, francese, olandese, italiano, greco e svedese, e sono incluse in numerose antologie internazionali.
Oltre alla poesia e alla narrativa, Lako ha lavorato come sceneggiatrice e collaboratrice presso gli studi cinematografici “Shqipëria e Re” a Tirana, scrivendo diverse sceneggiature per il cinema albanese.
Dopo la fine del regime comunista in Albania, Lako è stata tra le poche donne elette al Parlamento albanese nel 1991, rappresentando il Partito Democratico nella prima legislatura pluralista del paese.

Nel 1997, è stata nominata Prima Direttrice degli Archivi cinematografici centrali albanesi, ruolo che ha ricoperto per molti anni contribuendo alla conservazione della memoria filmica nazionale.
Natasha Lako è sposata con il noto attore e regista albanese Mevlan Shanaj di cui hanno due figli.





Intervista a cura di Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice e promotrice letteraria.

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Custodire le parole: il dizionario di Mandatoriccio di Franco Emilio Carlino tra memoria storica, identità e futuro

Giorni fa, in occasione della giornata nazionale del Dialetto, alla sua vigilia, il 16 gennaio 2026, a Cosenza, nel salotto letterario del Terrazzo della Casa Editrice L. Pellegrini, alla presenza di un ristretto e qualificato pubblico, ha avuto luogo la presentazione del Dizionario Etimologico del Dialetto Mandatoriccese. Raccolta di Parole Perse, con Proverbi, Modi di dire, Soprannomi e Note storiche di Mandatoriccio, compilato da Franco Emilio Carlino, Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Socio della Deputazione di Storia Patria Per la Calabria e Componente del Comitato Scientifico dell’Università Popolare di Rossano.

L’evento è stato coordinato magistralmente dal giornalista Francesco Kostner. I lavori sono seguiti con la relazione del prefatore prof. Pierpaolo Cetera e l’intervento dell’Autore prof. Franco Emilio Carlino che ha dialogato con il giornalista trattenendosi sulle motivazioni che lo hanno spinto a compilare il suddetto Dizionario. Carlino si è poi soffermato sulle finalità della pubblicazione e sulla struttura dell’opera.

Dell’intervento del prefatore prof. Pierpaolo Cetera pubblichiamo un’ampia sintesi.

«Partirei subito dal libro, dal suo titolo che rimanda immediatamente a una disciplina – l’etimologia– e due concetti chiave, come quelli di dialetto e dizionario. Ebbene credo che tutto il senso di quest’opera stia in ciò: voglio dire, in una riappropriazione dignitosa dell’idioma, di un patrimonio linguistico, attraverso una scrupolosa disamina culturale (l’etimologia), cosa messa in evidenza fin dalle prime righe dall’a. stesso; una valenza pedagogica ed etica (di conservazione di un mondo linguistico: quello dialettale); di un suo impegno ragionato nel costruire uno strumento (il dizionario), agile fruizione ma completo. C’è direi, in tutto il processo un suo monito: quello di non disperdere questo patrimonio, anzi di proiettarlo in un avanti plausibile.

Impegno, monito e patrimonio. È una triade che, in un certo senso, accompagna tutta l’esperienza saggistica dell’amico Franco Emilio, anzi ne è la sua cifra: culturale, morale e civile.

Il Dizionario, quindi, come oggetto ramificante, che aspetta i suoi frutti, il suo utilizzo, che traccia un suo impegno/impiego futuro.

Vorrei qui dire che il dialetto e le lingue locali non sono solo il passato. Per quando l’ostinata tendenza in atto sia quella di seppellire con i parlanti anche l’idioma locale – frutto di una esacerbata globalizzazione dei linguaggi e di appiattimento della comunicazione – è in atto una reattività di fondo che riconsidera positivamente l’uso e la diffusione del dialetto. Se giovani poeti e qualche raro scrittore “reinventa” la lingua madre ci sarà un motivo! Ecco in questa capacità di nuova invenzione constaterebbe il futuro del dialetto…    

Tornando al volume di Franco Emilio Carlino, bisogna notare che, come strumento di consultazione, ci arricchisce anche dal punto di vista della linguistica storica, della glottologia, della ricerca filologica.

L’ampia introduzione storico-locale sul borgo mette a punto un periodo di circa 4 secoli: dalla fondazione nel XVII alla seconda metà del XX secolo; seguono, quindi, l’evoluzione del linguaggio dialettale e formazione della parlata a Mandatoriccio (che si collocherebbe tra i dialetti della Calabria Ultra, a partire dall’isoglossa del catanzarese) considerazioni fonologiche (come quella sulla distinzione della f intervocalica dal suono caratteristico hf) e glottologiche che coprono circa sessanta pagine e che ispirati al lavoro dei grandi studiosi del passato (in primis G. Rohlfs). Segue il glossario – che è la parte corposa – e le relative appendici interessanti per i richiami demologici.

Due sono le novità di questa ricerca, individuati dall’autore – e che sono state approfondite in altri contributi scritti da F.E. Carlino (mi riferisco ai precedenti lavori sul Reventino-Savuto e sulle Tradizioni di suo borgo natio) – e costituiscono spunti e interessi da sviluppare.

Il primo punto è di natura geo-linguistica: l’a. asserisce infatti (p. 16) che la parlata mandatoriccese ha origine negli eventi storici (al contempo luttuosi e solidaristici) conseguente ai terremoti del 1636-38 (rif. Kostner), quando parte della popolazione del casale di Scigliano venne ricollocata nel nuovo casale voluto dal Signore locale il feudatario Teodoro Mandatoriccio e che proprio da questi prenderà il nome. Il ruolo svolto sia della Chiesa e che dal feudatario Mandatoriccio (per motivi opposti ma mai così stranamente coincidenti in quel momento): per il feudatario vide così l’accrescersi della forza lavoro a disposizione; per la chiesa mettere a frutto l’idea di intervento di natura solidaristica per aiutare le popolazioni colpite dal disastro naturale.

Lo sviluppo conseguente fu di tipo urbanistico lineare o segmentato: importanti furono i punti di riferimento del Castello e della chiesa matrice. Siamo lontani da modelli “utilitaristici” – come quello noto di urbanistica razionale ed illuministica che portò alla fondazione di Filadelfia in Calabria Ultra – bensì modelli di urbanizzazione che erano tipici e legati alla grande proprietà fondiaria (con costruzioni di case palazzate nelle aree rurali e non nel borgo, ville e masserie ancora visibili come dell’Arso) e piccole abitazioni per la maggior parte della popolazione.  

Furono fondamentali, per la piccola comunità di operosi contadini ed artigiani che presto vedranno all’attivo un esperimento di convivenza tra genti diverse e sconosciute tra loro. È stato quindi un casale in cui un dialetto viene trapiantato da un luogo a un altro.

La seconda questione importante – per i suoi aspetti letterari e di storia culturale – è la menzione di un autore (Pasquale Spataro) che potrebbe aprirci a un mondo: quello della letteratura e lingua in vernacolo calabrese nei luoghi di emigrazione della gente mandatoriccese (Germania, USA; Argentina…), tutt’ora negletto e poco o per nulla studiato».

 

Clicca sulla locandina a seguire, per accedere al sito dell’autore, dove sono disponibili tutti i contenuti relativi alla serata dell’evento

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ANNA KEIKO – SHANGHAI (CINA)

 

Anna Keiko, rinomata poetessa e saggista originaria di Shanghai, Cina, ha lasciato un’impronta profonda nella letteratura contemporanea. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università dell’Est della Cina a Shanghai, ha ottenuto riconoscimenti a livello internazionale per la sua poesia, tradotta in oltre 30 lingue e pubblicata in più di 500 riviste, giornali e edia di 40 Paesi esteri.

Fondatrice e caporedattrice dell’Associazione Letteraria ACC – Shanghai Huifeng, ricopre il ruolo di rappresentante e direttrice cinese della Fondazione Internazionale Culturale Ithaca. Inoltre, è membro di “Immagine & Poesia” in Italia e dell’Unione Letteraria Canadese-Cubana, a testimonianza del suo impegno nel promuovere scambi letterari interculturali. 

La sua produzione poetica comprende sei raccolte, tra cui “Lonely in the Blood and Absurd Language”, la quale esplora emozioni umane, tematiche ambientali e interrogativi esistenziali. Il suo stile innovativo e le immagini evocative le hanno valso numerosi premi, tra cui il 30° Premio Internazionale di Poesia in Italia e il Certificato di Ambasciatrice della Pace Mondiale nel 2024. Keiko è stata la prima poetessa cinese a ricevere, negli Stati Uniti nel 2023, la Medaglia per lo Scambio Culturale per il Contributo Significativo alla Poesia Mondiale. Le sue opere, come “Octopus Bones” e altri testi acclamati, hanno conquistato il pubblico internazionale, portandola a partecipare a prestigiosi festival e conferenze poetiche in tutto il mondo. 

Il suo impegno artistico si estende anche alla prosa, ai saggi, ai testi lirici e teatrali, dimostrando una grande versatilità. Candidata al Premio Nobel per la Letteratura nel 2020, Anna Keiko continua a superare confini, portando la letteratura cinese sulla scena mondiale.

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Il Solco – Pubblicata la settima edizione

È disponibile il nuovo numero de Il Solco, una pubblicazione che anche in questa edizione rinnova lo spirito di condivisione e ricerca che ha guidato il progetto sin dalle sue origini. Il volume si presenta come un invito alla riflessione e come un simbolico omaggio al percorso promosso nel tempo da Pierluigi Rizzo, fondatore dell’iniziativa.

Questa uscita dedica un’attenzione speciale a Nora Ornella Pujia, figura storica legata al progetto sin dall’inizio. La copertina accoglie una sua rara opera pittorica, scelta come tributo alla sua presenza e al contributo artistico ma soprattutto umano che ha saputo lasciare.

Ad aprire il volume è una poesia colma di sensibilità, dedicata a lei dalla sua amica di lunga data e compagna di cammino poetico, Margherita Belgrado. All’interno del volume, una selezione delle sue poesie accompagna il lettore con una trama emotiva che attraversa l’edizione con discrezione e autenticità, qualità che da sempre la distinguevano.

Accanto a lei, ventitré autori — Margherita Biondi Belgrado, Angela Campana, Alfonso Caniglia, Maria Curatolo, Nilo Domanico, Lina Felicetti, Aldo Fusaro, Roberta Fusaro, Giuseppina Irene Groccia, Enzo Labonia, Giacomo Lauricella, Simone Longo, Ornella Mamone Capria, Ermelinda Pipieri, Antonietta Pirillo, Ida Proto, Marinella Pucci, Nora Ornella Pujia, Clelia Rimoli, Maria Romeo, Giulia Spanó Secco, Mario Pino Toscano, Maurizio Traversari e Pierluigi Rizzo — presentano un insieme articolato di linguaggi e forme espressive: poesia, narrativa, arti visive, pittura, scultura e sperimentazioni digitali si intrecciano in un dialogo corale. La pluralità dei loro sguardi dà vita a una raccolta che valorizza le diverse sensibilità, restituendo un panorama creativo ricco e coerente.

La prefazione firmata dal professor Salvatore Bugliaro, storico e ricercatore, introduce il volume con un’analisi attenta, offrendo una lettura critico-interpretativa dedicata a ciascun partecipante. Il suo contributo, esteso anche alla revisione editoriale, conferisce alla pubblicazione un ulteriore livello di cura e approfondimento.

Il progetto “Mille voci per il futuro”, proposto da Giulia Spanó Secco, è stato accolto con interesse da Il Solco e affianca la pubblicazione tramite una serie di QR code realizzati come supporto esterno, distribuiti separatamente insieme al volume. Questo materiale aggiuntivo consente di fruire di una parte dei contenuti in modalità audio, offrendo un’esperienza più inclusiva e accessibile anche ai lettori non vedenti o ipovedenti, e sottolineando il valore di apertura e partecipazione che caratterizza la raccolta.

Il libro è edito da LartecheMipiace, che ne seguirà la diffusione sia in formato digitale, consultabile e sfogliabile online, sia tramite la distribuzione fisica destinata alle biblioteche nazionali di Firenze, Roma e Cosenza. Il volume è dotato di codice ISBN e verrà inserito nei principali sistemi bibliografici, garantendone l’archiviazione e la reperibilità nel tempo.


Clicca sulla copertina per sfogliare la versione digitale 

 

La pubblicazione potrà essere richiesta direttamente agli autori e, in una fase successiva, sarà disponibile anche su Amazon, garantendo così un accesso più ampio e immediato.


Questa nuova uscita rappresenta un ulteriore passo nel cammino collettivo tracciato da Il Solco. Un progetto che continua ad arricchirsi attraverso le voci, le opere e la partecipazione dei suoi protagonisti.

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La forza della parola e del sentimento… Marinella Scigliano

Marinella Scigliano, nata a Rossano il 3 marzo 1965, porta nel cuore la passione per la poesia, nata da un’esperienza dolorosa che ha saputo trasformare in luce e parola. Legatissima alla sua città, ricca di storia artistica e culturale, Marinella ha trovato nella scrittura un modo per dare voce alle emozioni più profonde.

Alla domanda “cos’è la poesia per me?”, ama rispondere: “In passato avrei detto che è il più bel viaggio introspettivo per guarire l’anima. Oggi rappresenta quel che sono… il divenire.”
Un pensiero che racchiude perfettamente la sua evoluzione interiore e artistica, segnata da una sensibilità autentica e da un profondo amore per la parola.

Seguo Marinella da molto tempo, ed è una presenza sempre vicina alle attività del mio blog. Ha partecipato, tempo fa, a una mia precedente pubblicazione che univa arte visiva e poesia, un momento che lei stessa ama ricordare come la sua prima occasione di condivisione pubblica. È quindi per me una grande gioia ritrovarla oggi, con la sua voce intensa e luminosa, nelle pagine del blog e nel prossimo numero del magazine *ContempoArte* in uscita a breve.

Sono inoltre felice di presentare in questo articolo una selezione di due sue bellissime poesie, che testimoniano ancora una volta la profondità e la grazia della sua ispirazione.

TEMPESTA

Mi abituerò

a calpestare germogli ed

il mare morire all’orizzonte

di una terra non più mia

nel muro a secco di un

abbraccio

al confine di un deserto

dove il vento non si posa…

a placare la solennità del

tempo il mio sguardo

in un batter di ciglia.

LETTERA AD UNA MADRE

Si piega sotto il peso

della neve il silenzio

dell’inverno.

La luce delle stelle morte

trasmigra da cielo a terra.

Non è più tempo che

la mia guancia scivoli sulla

tua per cercarti tra parole

perdute e se è pur facile

dimenticare tra un ululato e

il vento

non piango…

mi è dolce perdermi

quando a gran voce mi

chiami…

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Fondali di Corallo… Rossella Scaramuzza

Con Fondali di corallo (Bertoni Editore, aprile 2025), Rossella Scaramuzza consegna al lettore una raccolta poetica che si presenta come un approdo maturo e consapevole all’interno del panorama lirico contemporaneo. La sua voce, al tempo stesso limpida e vertiginosa, si muove tra le pieghe dell’anima con l’eleganza di chi sa che la poesia può rivelare e non solo descrivere. Nei suoi versi, il mare, da scenario simbolico, diventa materia viva, cangiante, che accoglie e restituisce l’essenza stessa dell’esistenza.

Il corallo, emblema di una bellezza che nasce dalla profondità e dal tempo, diviene metafora di una ricerca interiore costante: un tornare a sé dopo l’urto delle maree, un rinnovarsi attraverso la fragilità. Scaramuzza scava con mano sapiente nelle zone d’ombra dell’essere, traducendo il dolore in parola, la memoria in luce. La sua scrittura, densa e musicale, ricorda quella di certe poetiche novecentesche in cui la parola riusciva a farsi corpo, respiro, eco di una verità universale.

Definire Fondali di corallo una semplice silloge sarebbe riduttivo. L’opera si configura come un viaggio sensoriale e spirituale, una discesa nel cuore del lettore, dove ogni verso si trasforma in frammento di mare, in corallo che risplende nell’intimità di chi legge. Rossella Scaramuzza si afferma così come una voce autentica, capace di trasformare la vulnerabilità in arte e di restituire alla poesia la sua originaria funzione: quella di illuminare, con grazia e ardore, gli abissi del vivere.

COME LE SERE D’ESTATE

Me lo strapperei, sì,

uno strappo recisivo.

Poi lo sbatterei, come si fa con il polpo

le sere d’estate, quando

-bagnati di sale-

si lancia il proprio trofeo sulle pietre per stordirlo ed esibirlo

e insieme alla vittoria se ne assapora già il gusto. 

E farei così con il mio cuore:

me lo strapperei dal petto

e proverei a stordirlo sui sassi,   

sulla battigia di pietre

e sugli scogli appuntiti,   

fino a quando,

-bagnata di lacrime e sale-

completamente stordito

e rimesso al suo posto, 

potrei convincermi di non sentire più il suo dolore

e se si addormenta,

-finalmente liberata-

potrei abbandonarmi al mare

UNA VITA CON NESSUNO

Come me,
è Donna Polifemo!
La Fiducia è donna,
come lo Strazio di Polifemo
per aver abbassato i suoi scudi
ed averli consegnati all’affabulatore.
Una vita con Nessuno.
Oltre ogni orizzonte e confine,
oltre ogni mare e terra
vado gridando il mio dolore,
ferita e accecata da un profondo squarcio.

SPIAGGIATA

E te ne vai in giro,
con il mio scalpo tra le mani.
Mi hai spiaggiata…
Anche al dolore ci si arrocca, ci si abitua talmente!
Ma forse, non sai,
Vita
Che ti vivo così: fronte mare!
L’Orizzonte negli occhi
L’Infinito nello sguardo
Le Profondità nel cuore
Le Onde nei pensieri
E il Vento, il Vento che mi leviga,
mi scava, mi ammorbidisce ed è scudo,
maestro e m’invita a prendere il largo.
A volte spiaggiata, a volte arroccata,
a volte infranta,
a volte onda altissima
che si confonde al cielo.

IL LANCIO

Mi hai voluta
mi hai stretta al tuo petto
e poi, d’improvviso, non c’era più il riparo,
come se mi avessi presa dai capelli ed estirpata,
estratta, di colpo, di netto,
così, a crudo e incurante del lancio,
di dove potessi finire,
se sbattuta su una roccia,
o se ammarata negli abissi.
Incurante, così, d’improvviso,
mi hai sradicata con forza, ma incurante del lancio,
di dove potessi finire:
infranta in terra,
o tra le fiamme,
o affogata nel mio stesso sangue!
Non avevi più voglia: tutto qui!
Ma sotto le tue unghie c’è ancora un po’ di pelle,
ancora un po’ di sangue,
la Mia Pelle, il Mio Sangue…
E nelle tue mani c’è ancora un po’ di Me
e lo so, so che te le porti al cuore!

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LetteraturaSegnalazione Eventi

Presentazione del libro “La voce che non si dimentica” di Simone Longo

Presentazione del libro “La voce che non si dimentica” di Simone Longo

 
 
 
 

Venerdì 24 ottobre, alle ore 18:00, presso la sede dell’Università Popolare nel Palazzo San Bernardino di Corigliano-Rossano, si terrà la presentazione del libro La voce che non si dimentica di Simone Longo.

L’evento sarà introdotto e coordinato da Gennaro Mercogliano, direttore dell’Università Popolare Rossanese, e si aprirà con i saluti istituzionali di Giovanni Pistoia, Vice Sindaco.

Interverranno, inoltre, Giuseppe De RosisLoredana Muraca e Maurizio Traversari

 

Durante l’incontro sono previsti momenti musicali a cura di Pino Salerno e letture tratte dal testo.

 

Sarà presente l’autore, Simone Longo, per dialogare con il pubblico e rispondere alle domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Letteratura

Il Dizionario Etimologico del Dialetto Mandatoriccese di Franco Emilio Carlino

Ha visto la luce
un’opera unica per la comunità mandatoriccese della quale deve andare fiera




 

Il Dizionario
Etimologico del Dialetto Mandatoriccese

(Raccolta di parole perse, con proverbi, modi di dire,
soprannomi e note storiche di Mandatoriccio)

 

“La lingua di una Comunità è la riflessione del suo
stesso pensiero, la testimonianza del suo costume, la sua storia, un bene
culturale da riscoprire e da tutelare, un patrimonio da difendere per non
assistere sempre più al dissolversi delle tradizioni, della lingua dei nostri
nonni e dei genitori, delle nostre origini, della nostra identità.

In essa sono contenute le tracce delle influenze dovute
alla presenza sul territorio di altri popoli. Il dialetto, con i suoi vocaboli
cataloga e certifica le espressioni, i modi di dire, la vita di tutti i giorni,
il nostro modo di agire, i rapporti sociali, tutto ciò che appartiene e
coinvolge la comunità.

Sulla lingua, inoltre, incidono molti fattori tra cui,
inesorabilmente, il tempo che la trasforma e spesso,

a lungo andare, la rimuove senza concedergli la
possibilità di rinnovarsi e diffondersi. Pertanto, preservarla vuol dire
custodire quelli che sono le qualità umane ed etiche della stessa comunità.

Riscoprirne le radici dialettali, significa quindi
garantirne il suo valore culturale.

Sulla base di quanto si è fatto cenno, poiché fortemente
eroso dalla odierna quotidianità, ho inteso in qualche modo recuperare il
nostro dialetto, le nostre parole perse o desuete per ridargli la giusta dignità,
quale patrimonio della comunità mandatoriccese”.

Con
queste parole estrapolate dalla Introduzione del Dizionario l’Autore
mandatoriccese – rossanese, Socio della prestigiosa Accademia Cosentina, Socio
della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e Componente del Comitato Scientifico
dell’Università Popolare introduce il suo interessante e vasto lavoro raccolto
nel suo Dizionario.

     “Del resto, il
tempo e la modernità – continua Carlino – ci hanno abituati a veder scomparire alcune
consuetudini ritenute demodé, usi, credenze popolari e antichi mestieri ormai
passati nel dimenticatoio. La ragione, molto spesso, ci riconduce alla nostra
incuria e alla incapacità di mantenere ciò che di prezioso abbiamo. Col tempo,
ci siamo lasciati attrarre da una diffusa omologazione al globale che ha
investito la società nella quale viviamo, ormai distante dal pacato ritmo di un
tempo, contrassegnato, invece, da una forma di frenesia che, ahimè, ci
costringe, di conseguenza, a privilegiare un lessico povero, spesso costruito
con frasi scontate e fatte da concetti siglati da messaggini inviati e diffusi
attraverso canali come (Messenger, WhatsApp, ecc.) una pratica che ha relegato
ai margini la nostra cultura e la nostra tradizione. Comportamenti che, se non corretti,
a lungo andare ci porteranno alla inequivocabile perdita e cancellazione della
nostra memoria e dei nostri ricordi. A quanto detto va associata altresì la
capacità di comprendere quale sia stata realmente l’influenza subita dal nostro
lessico nelle diverse forme come ad esempio la provenienza, la derivazione o la
vicinanza del termine ad altri simili presenti in altre zone o paesi limitrofi”.

Nel
comunicato stampa della prestigiosa Casa Editrice L. Pellegrini di Cosenza alla
quale il Dizionario è stato affidato per la dovuta stesura e pubblicazione si
scrive:  “In un dizionario etimologico
ricco di parole perse, proverbi e modi di dire Franco Emilio Carlino offre un
notevole contributo alla valorizzazione dell’identità culturale, sociale e
civile di Mandatoriccio

 






Questi
siamo e dobbiamo rimanere

 

Un
patrimonio di lemmi, termini, modi di parlare e di esprimersi, molti dei quali
andati perduti, che affondano le radici nella più antica storia popolare del
luogo. Una ricchezza di suoni, intercalari, vocaboli, che hanno attraversato i
secoli e che oggi, grazie ad una certosina e capillare ricognizione sul
territorio, lo storico Franco Emilio Carlino affida ad uno studio poderoso,
frutto di decenni di impegno e duro lavoro interpretativo: il Dizionario
etimologico del dialetto mandatoriccese
edito da Luigi Pellegrini.

Un’opera
encomiabile, come viene sottolineato nella prefazione al volume, firmata dal
professor Pierpaolo Cetera, “uno di quei lasciti – motivati da una passione
intensa e da un’attitudine intangibile – che fa dello studioso un agente di
preservazione di un mondo, dei suoi affetti e dell’identità di una comunità”.

“Il
luogo dell’anima”, potrebbe aggiungersi, a proposito di Mandatoriccio e del
profondo legame che Franco Emilio Carlino mostra di avere nei confronti del
paese natìo, al quale dedica quest’ultima fatica che lo conferma tra i maggiori
studiosi di storia locale della Calabria. Un omaggio al comune, ma anche alle
sue nuove generazioni, alle quali Carlino si rivolge in una toccante dedica
“perché non si disperda il Nostro idioma dialettale e vadano fieri della
propria lingua e delle proprie origini”.

Il
Dizionario etimologico del dialetto mandatoriccese, dunque, rappresenta
un altro significativo passo in avanti nella costante ricerca storico-culturale
che vede Carlino impegnato a dare voce, peso e valore alle comunità dell’Alto
Jonio Cosentino, a partire, appunto, da Mandatoriccio, cui ha dedicato già
altre opere che ne indagano anche le peculiarità dialettali.  Il risultato è, in effetti, di notevole
portata, viste le ben 10.551 voci che compongono il nuovo Dizionario
etimologico
, forse il punto più alto (anche se con Franco Emilio Carlino
bisogna essere cauti, perché si rischia di essere sconfessati il giorno dopo)
della universale perlustrazione del mondo in cui l’autore dell’opera mostra di
trovarsi a suo agio, offrendo esemplari contributi di conoscenza e di
approfondimento. “Questo ulteriore volume dedicato a Mandatoriccio”, afferma Carlino,
“che raccoglie l’elenco alfabetico delle parole perdute, alcune locuzioni ed
altri elementi linguistici fornendone il significato etimologico e la
traduzione in italiano, mi offre, quindi, ancora una volta l’opportunità di
fare comunione ed entrare in sintonia con la mia terra, interpretando il
sentimento della mia gente ed interagendo con essa per affrontare insieme una
sfida importante, che è quella della riscoperta e dalla valorizzazione della
nostra cultura attraverso le nostre tradizioni, la nostra storia, la nostra
lingua, da implementare, rendere fruibile e tramandare a quanti verranno dopo
di noi, convinto che solo attraverso l’uso quotidiano del nostro dialetto
riusciremo a rimanere decisamente più autentici”. Difficile trovare parole
migliori per cogliere appieno lo “spirito” di quest’ultima fatica letteraria di
Franco Emilio Carlino, destinata per tante ragioni a lasciare il segno”.




3
ottobre 2025                                                                       

Ufficio stampa Luigi Pellegrini












































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Letteratura

Franco Emilio Carlino premiato a Forlì – Riflessioni di una voce autorevole tra memoria, cultura e impegno civile

 

Franco Emilio Carlino premiato a Forlì

 

Riflessioni di una voce autorevole tra memoria, cultura e impegno civile

 

 

 

Franco Emilio Carlino, già nostro gradito ospite in una interessante intervista e presto protagonista anche sulle pagine del prossimo numero di ContempoArte, continua a confermarsi figura di rilievo nel panorama culturale italiano. 

Lo scorso 20 settembre, a Forlì, presso il Circolo Aurora in Corso Garibaldi 80, nell’ambito del Festival Forlivese della Libertà, Carlino è stato premiato per il concorso nazionale Idee e proposte per la cultura italiana, promosso da Historica Edizioni

Il suo contributo è confluito, insieme a quelli di altri autori selezionati, nell’antologia pubblicata per l’occasione, suggellando un nuovo riconoscimento al suo lungo e instancabile impegno intellettuale.

Personalità eminente della Calabria culturale, Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico che intreccia ricerca, scrittura, testimonianza e passione educativa. Docente di lunga esperienza, animatore degli Organi Collegiali della scuola pubblica, presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre interpretato l’educazione come responsabilità collettiva. La sua azione si è tradotta in pubblicazioni, progetti e iniziative capaci di far dialogare istituzioni, territorio e memoria storica, restituendo centralità alla cultura come strumento di partecipazione e inclusione.

Studioso delle genealogie nobiliari, della storia locale e delle radici identitarie calabresi, ma anche instancabile promotore di iniziative culturali e associative, Carlino ha saputo coniugare rigore accademico e sensibilità narrativa. Nella sua opera emerge un filo rosso: la convinzione che memoria e conoscenza non siano solo esercizi intellettuali, ma atti profondamente civili, capaci di rafforzare i legami comunitari e di stimolare un dialogo intergenerazionale autentico.

Con la premiazione di Forlì, la sua voce ha trovato una nuova risonanza a livello nazionale, riconoscendo la forza di un pensiero che nasce dal territorio ma parla a un pubblico più ampio, attento al valore della cultura come bene condiviso.

 

 

 

 

 

In continuità con questo percorso di impegno e riflessione, proponiamo ai nostri lettori il contributo selezionato al concorso, autentica sintesi del pensiero e della visione civile di Franco Emilio Carlino.

 

 

 

 

 

Cultura e Condivisione la giusta “relazione” per dare senso all’eccellenza  nella nuova Città di Corigliano-Rossano come forma di integrazione sociale  

 

di Franco Emilio Carlino, Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Socio della Deputazione di Storia Patria della Calabria e Componente Comitato Scientifico Università Popolare di Rossano.

 

Cauto e dubbioso, a tratti esitante, mi guardo intorno prima di dare una risposta, innanzitutto a me stesso, in modo da fugare ogni dubbio, circa la mancanza di cultura nella nostra nuova Città. Poi, fiducioso e determinato, ma anche soddisfatto, per quanto negli anni realizzato, ripenso che non è la cultura che manca alla nostra Città, poiché quella esistente oltre ad essere millenaria è anche prestigiosa viste le antiche radici greco-bizantine. E quindi mi domando ancora cosa ci manca per migliorare la qualità della vita? La risposta viene da sé, manca qualcosa, che possa farci fare il salto di qualità, in modo che la cultura fruibile venga fuori nel suo smisurato valore al servizio della nuova comunità, anche come forma di integrazione sociale. Del resto è noto, la nuova Città è sì ricca di molte Associazioni culturali ed il tessuto sociale è intriso di cultura, ma il nuovo Centro Urbano derivante dalla recente fusione, non è ancora completamente omogeneo circa il profilo culturale, molti sono i gap da superare, ragione per la quale la cultura esistente risulta spesso individualista, non accessibile a tutti, incapace e inadeguata ad armonizzare una vera integrazione del suo stesso contesto sociale. Quindi, visti alcuni segnali non proprio incoraggianti, credo, si rende necessario e improcrastinabile trovare gli strumenti necessari per attivare nuove proposte per una vera cultura integrante. 

     L’articolazione di questa breve premessa mi riporta col pensiero a una mia recente e corposa intervista nella quale il concetto di cultura entra impetuosamente nell’articolato della discussione all’interno della quale, però, un altro termine viene continuamente da me richiamato come elemento imprescindibile per una giusta “relazione” capace di dare senso e valore all’eccellenza, per cercare di migliorare la qualità della vita della nuova Città di Corigliano Rossano e valorizzare così il territorio nel suo complesso, tenendo sempre uno sguardo fermo alla salvaguardia della cultura locale. Questo secondo termine si chiama condivisione. Non vi può essere cultura senza condivisione, pertanto, sono convinto siano necessari suggerimenti, idee e linee guida volte a migliorare o promuovere la cultura attraverso azioni concrete in ambito sociale utilizzando anche la tecnologia. Le due vecchie Città, al di là della loro unione fisica devono trovare terreni comuni da arare eliminando le scorie e la conflittualità del loro passato. Fino a quando non si troveranno vere forme di condivisione sui piccoli come sui grandi progetti, la Città sarà pure la terza della Calabria ma perderà la sfida decisiva sulla vera integrazione della sua comunità.

     La cultura odierna, per la sua vivacità e la perseverante trasformazione cui è sottoposta, condizionata peraltro da una molteplicità di elementi, potremmo precisarla come l’insieme di tante altre culture, quali quelle che fanno riferimento alle nostre padronanze, ai nostri valori, ai nostri costumi e alle norme che regolano  i nostri comportamenti e le relazioni, per non dire ancora, allargando l’orizzonte, a tutte le nostre conoscenze, ma anche alle tradizioni, al folklore e perché no anche alle credenze popolari. All’interno di queste culture, oggi si è inserita prepotentemente, occupando spazi enormi, come si accennava, la tecnologia della comunicazione che influenza e caratterizza moltissimo la nostra società e della quale bisogna tenere conto.  

     Il tema del presente intervento invita a soffermarmi sulle numerose ed anche eccellenti proposte culturali che nella nostra Città continuano a realizzarsi, in primis il fiorire di pubblicazioni editoriali, con tanti volumi riguardanti anche la microstoria, ma che quasi sempre registrano una breve durata, e sempre circoscritta al momento della loro presentazione, senza poi avere una efficace ricaduta in particolare nella scuola, l’anello più importante per il futuro della stessa comunità. Questo rappresenta un evidente punto di criticità. Al riguardo, sarebbe perciò utile che le case editrici pensassero anche a delle forme di collaborazione con le scuole per orientare gli alunni alla conoscenza della storia locale proponendone lo studio, facendone conoscere gli autori, con l’organizzazione di appositi incontri o tavole rotonde su temi individuati e condivisi. La stessa cosa si può dire delle biblioteche, a parte qualche sporadico episodio di buona volontà indirizzato ad incrementare la lettura, ma ancora insufficiente per conseguire i livelli culturali auspicati. Per migliorare la cultura della nostra Città questo non basta. Dobbiamo spingerci oltre e verso una ricaduta positiva della proposta effettuata. Ecco perché credo sia utile lavorare insieme per trovare le giuste strategie. Per esempio, una cosa importante potrebbe essere dedicarsi alla conoscenza della propria lingua, a maggior ragione oggi che la Città unica si compone di due grandi città una di provenienza greco bizantina, con un suo dialetto e l’altra di provenienza ausonica, quindi non greca, con un altro dialetto. Stessa cosa dicasi per la storia, l’arte e le usanze dei due luoghi.  Il confronto su questi temi deve essere serrato, coinvolgendo le scuole ai diversi livelli con esperienze e progetti mirati se si vuole raggiungere una vera integrazione culturale senza tuttavia né demonizzare e né mortificare le diverse peculiarità di origine.   

     Alcune esperienze, mi portano a considerare che potrebbe essere utile, ad esempio, introdurre lo studio e le conoscenze del dialetto facendo notare le differenze tra i due dialetti anche attraverso la provenienza etimologica dei termini oppure attraverso la lettura di opere di storia locale, la proiezione di documentari e film riguardanti il territorio di pertinenza, la visita ai musei della Città e ai siti archeologici del territorio, la partecipazione a eventi culturali. Queste alcune delle cose che, condivise, aiuterebbero a migliorare non solo le conoscenze ma anche l’apprezzamento, il rispetto e l’orgoglio per la propria cultura.

     Accennavo prima alla storia locale o più precisamente alla microstoria, che deve essere considerata una questione importante alla quale dare la giusta attenzione se si vuole veramente comprendere la nostra cultura come possibile chiave di integrazione. Guardando alla mia esperienza supportata anche da alcune pubblicazioni rivolte alla partecipazione delle giovani generazioni, perché queste si avvicinino il più possibile alla propria storia e alla riscoperta della propria identità culturale del territorio facendo tesoro di quanto la stessa storia, in termini di vicende, tradizioni, folklore, religione, esperienze, monumentalità, arte, beni culturali, archeologia, economia, agricoltura e altro ancora, ci ha tramandato, elementi fondamentali per la costruzione di quella solida identità collettiva, specie nei piccoli centri, mi permetto di sostenere con certezza che può essere la via maestra per maturare anche quel senso di appartenenza che forse si sta perdendo. La  storia locale, ancora oggi non trova nella scuola adeguato spazio. Si preferisce il suo insegnamento tradizionale, secondo i programmi ministeriali, continuando a parlare di Fenici e Sumeri, popolazioni a noi lontane, che si fa fatica a farle comprendere a ragazzi di 11 anni, quando invece dietro l’uscio di casa, aprendo la porta, e spalancando gli occhi ci rendiamo conto che abbiamo un mondo vastissimo da esplorare. Basti pensare a popolazioni come gli Enotri, i Greci e i Bruzi, ai nostri territori ricchi di opere d’arte, ai tanti siti archeologici a portata di mano, un territorio racchiuso tra le due grandi Città della Magna Grecia come Sibari e Crotone, alla ricchezza ambientale di circa 850 km di spiaggia, ai diversi parchi naturali del Pollino, della Sila, dell’Aspromonte e delle Serre. Questo dovrebbe, per quanto mi riguarda, far cogliere a tutti gli enormi vantaggi che se ne possono ricavare in termini culturali. Penso che la storia si debba studiare partendo dal vicino, con la microstoria, per arrivare al lontano allargando via via l’orizzonte e preparando la mente dei ragazzi a recepire discorsi più complessi. Questo eviterebbe il facile disorientamento e la crescita di un maggiore amore per lo studio della storia e il possibile recupero dell’identità nei piccoli centri. 

     Al riguardo, una idea per allargare il ventaglio della proposta culturale sarebbe quella di far funzionare delle navette permanenti tra la grande Città di Corigliano Rossano e il suo Hinterland in modo da consentire ai turisti, ma anche ai residenti,  di visitare anche il vasto territorio della Sila Greca ricco di paesaggi affascinanti e splendidi borghi considerevoli per cultura, vicende storiche, opere d’arte e tradizioni.    

     Le iniziative per raggiungere uno scopo devono essere regolarmente accompagnate e indirizzate alla costante promozione della cultura. Non a caso parlavo prima di condivisione. Inoltre, se tutte le forze culturali della Città si muovono insieme condividendo un progetto per la Città ricco di straordinarie iniziative nel campo della formazione, dell’ambiente, dello sport, della musica, incontri su temi sociali e pedagogici dimostrando al contempo forte intesa e collaborazione i risultati non possono mancare. 

     Fortunatamente la nuova Città dispone di tantissimi punti di aggregazione. Luoghi come cinema, teatro, il mondo dell’arte, scuole di musica e musei non mancano e sono il cuore pulsante delle diverse e articolate proposte culturali attraverso la promozione anche di ottime iniziative, fruibili però molto spesso da parte di chi ne avrebbe meno bisogno. È necessario trovare soluzioni per progetti aperti a tutta la Città coinvolgendo le scuole se si vuole in qualche modo aprirsi ad una cultura aggregante. Le istituzioni locali, le scuole, il mondo associativo devono mettere in campo tutte le loro energie e risorse aprendosi alla elaborazione di progetti comuni e condivisi nei diversi campi della cultura, avendo come obiettivo primario quello di raggiungere le diverse fasce sociali per promuovere la cultura di integrazione della quale oggi c’è tanto bisogno. Fare e promuovere cultura per il bene della propria Città non può essere qualcosa di astratto, ma richiama tutti al senso della responsabilità e dell’appartenenza ad una comunità. 

     Ho sempre considerato la positività della condivisione, come pure la promozione del suo valore, ma ho anche pensato che qualunque esperienza fatta, in qualunque campo, assume maggiore valore se questa viene partecipata rendendola utile e fruibile agli altri. Come arrivarci e affinché tutto possa accadere non è semplice, ma bisogna osare se si vogliono conoscere la propria cultura, le proprie origini, da dove proveniamo, i nostri antenati, come pure le testimonianze, il viaggio che abbiamo fatto, chi ci ha preceduto e dove siamo arrivati, oppure quali sono stati i personaggi principali della nostra storia ed ancora chi erano coloro che ci hanno organizzato come comunità e cosa facevano, quanto hanno condizionato e segnato la nostra personalità, ed infine le vicende e le influenze storiche che ci hanno riguardato, sapendo delle tante dominazioni che ci hanno attraversato. La voglia di apprendere, che fondamentalmente è e rimane la sostanza della nostra ragione, non ci deve mai abbandonare, anzi va sostenuta e alimentata continuamente allo scopo di fare memoria comune del nostro passato per immaginare positivamente il nostro futuro. Questo può essere una via o una strategia per tutelare e ampliare la nostra cultura oltre che a farla diventare integrante. Solo così per le nuove generazioni, oggi sempre più percepite come generazioni prive di radici in un’epoca priva di veri modelli di riferimento, la cultura può risultare un prezioso insegnamento, come pure per questo nostro mondo sradicato e smemorato.

     In conclusione, mi piace sottolineare come memoria, cultura e tecnologia sono fondamentali nello sviluppo e nell’integrazione della nostra Città. Le prime due richiedano un continuo nutrimento per preservare l’identità futura della nostra comunità, dove la promozione culturale svolge un aiuto cruciale. Infine, la tecnologia che in questo contesto di resistenza culturale, richiama tutti ad una visione nuova della sua applicazione per favorire non solo la conservazione della nostra memoria, ma farci sempre più scoprire com’eravamo, con uno sguardo al futuro della nostra amata terra. È implicito che quanto proposto per la mia Città è estensibile a ogni singolo luogo del nostro Paese.

Corigliano Rossano 21 luglio 2025

                                                                                                       Franco Emilio Carlino

 

 

 

 

Alla luce di quanto emerso dal suo scritto, appare chiaro che il contributo di Carlino non sia soltanto un saggio di rara lucidità, ma anche una tessera preziosa di una raccolta che intreccia riflessioni e visioni sul futuro della cultura italiana. Un mosaico vivo che ci invita a pensare la cultura come orizzonte di senso, strumento di comunità e promessa di rinnovamento.

 

L’antologia, edita da Historica Edizioni, è disponibile sul sito della casa editrice e nei principali store online

 

 

Clicca sulla copertina del libro 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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LetteraturaSegnalazione Eventi

Grande successo per la presentazione di “Cercarsi dentro” di Norella Pujia

 

 

Grande successo per la presentazione di Cercarsi dentro di Norella Pujia

 

 

 

 

Un tributo sentito e partecipato a una donna che ha lasciato il segno nella scuola, nel volontariato, nella cultura e nella vita di chi le è stato vicino.
 
 
 
 
 
di Redazione  |07|08|2025|
 
 
 

Si è svolta con straordinario successo di pubblico la presentazione del libro Cercarsi dentro di Norella Pujia, a cura del Circolo Culturale Rossanese e con il patrocinio del Comune di Corigliano Rossano

L’evento, tenutosi nel suggestivo Chiostro del Palazzo San Bernardino nel centro storico di Rossano a Corigliano Rossano (CS), ha rappresentato non solo un appuntamento letterario di rilievo, ma anche un intenso momento di memoria condivisa, affetto e riconoscenza.

 

La grande partecipazione di pubblico è stata il segno tangibile del profondo legame che Norella Pujia ha saputo costruire nel tempo con la comunità, grazie alla sua attività di insegnante, al suo generoso impegno nel volontariato e alla sua presenza appassionata nel mondo artistico-letterario, in cui era molto attiva. Socia del Circolo Culturale Rossanese, partecipava con entusiasmo a numerosi gruppi poetici, lasciando ovunque una traccia luminosa di sé.

 

 

 

Determinante per la riuscita della serata è stata l’ottima organizzazione a cura del presidente del Circolo, Antonio Guarasci, che ha coordinato con competenza gli interventi e introdotto i vari relatori in un programma ricco e articolato: interventi critici, letture poetiche tratte dal libro, testimonianze emozionanti, proiezioni video e delicati accompagnamenti musicali, curati da Cesare Sisca, hanno scandito il ritmo di un evento rifinito nei dettagli.

 

I saluti istituzionali sono stati affidati al Sindaco Flavio Stasi e all’ex Consigliere comunale Liliana Zangaro, la quale ha lasciato intendere che il Comune intende avviare un’iniziativa dedicata alla memoria di Norella Pujia, a conferma dell’impronta importante che ha saputo lasciare nella vita culturale e sociale della città.

 

Tra gli ospiti, Salvatore Bugliaro, prefatore del libro, ha offerto un excursus puntuale e approfondito sull’opera, soffermandosi sia sulla struttura che sul contenuto critico, restituendo con grande chiarezza la visione poetica dell’autrice.

 

 

Nicola Candiano, nipote di Norella, ha proposto un intervento intimo e personale, mettendo in luce la figura umana dell’autrice, la sua sensibilità e la sua dedizione agli altri.

 

 

 

Francesco Filareto ha invece delineato un interessante parallelismo tra la scrittura poetica di Norella Pujia e la filosofia, interpretata come percorso di consapevolezza e ascolto interiore, offrendo una lettura riflessiva della sua voce poetica.

 

 

Molto toccante anche la poesia letta da Margherita Belgrado, cara amica dell’autrice, che ha voluto omaggiare un legame profondo, lungo oltre quarant’anni e interrotto all’improvviso, lasciando una ferita carica di nostalgia e affetto.

 

 

Giuseppina Irene Groccia, editrice del libro per L’ArteCheMiPiace, ha espresso con commozione il rammarico di non aver potuto vivere insieme all’autrice il finale di un progetto che avevano immaginato e iniziato a costruire insieme, sottolineando con gratitudine il gesto d’amore del marito e delle figlie di Norella, che hanno voluto fortemente vedere realizzato il suo sogno.

 

La lettura di una delle poesie centrali del libro da parte di Giacomo Lauricella ha offerto un momento sentito e partecipato. Insieme a lui, anche le lettrici Angela Campana, con una poesia espressiva e toccante, e Rosalba Converso che hanno contribuito a dare voce viva ai versi dell’autrice. 

 

In chiusura, è intervenuto anche un commosso Saro Polimeni, presidente dell’associazione di volontariato Insieme, realtà nella quale Norella Pujia ha offerto il suo contributo con dedizione e generosità, distinguendosi per la profonda umanità e lo spirito di servizio che la caratterizzavano.

 

Le proiezioni video, accompagnate da immagini che ripercorrevano i momenti salienti della vita di Norella, hanno ulteriormente commosso i presenti, restituendo quasi la sensazione che lei fosse lì, tra il pubblico, a condividere ogni istante della serata.

 

A concludere la serata, i saluti di Valeria, figlia dell’autrice, che ha espresso con voce commossa la profonda gratitudine della famiglia, ringraziando tutti i presenti senza tralasciare nessuno. Insieme al padre Gianfranco Federico e alla sorella Fabrizia, ha assistito con visibile emozione a un omaggio che ha restituito pienamente l’affetto e la stima che Norella ha saputo seminare nella sua vita.

 

 

 

 

Le fotografie  presenti nell’articolo sono a cura di Ercolino Ferraina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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