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Numistria. La memoria della rivoluzione nel nuovo romanzo di Pier Paolo Cetera

È stato recentemente pubblicato il nuovo romanzo di Pier Paolo Cetera, NUMISTRIA. Memorie di schiavi e rivoluzionari, edito da Luigi Pellegrini Editore.

L’opera si presenta come un ampio racconto corale che affonda le sue radici nella nascita della modernità, a partire dalla Rivoluzione francese. Come un messaggio antico custodito nelle memorie di schiavi e rivoluzionari, la narrazione si sviluppa attraverso una fitta rete di eventi e luoghi, dall’Europa alla Penisola italiana, fino alle Calabrie, mettendo in scena personaggi storici, come Maximilien Robespierre e Francesco Saverio Salfi, accanto a figure immaginarie. Tutti sono attraversati dall’impetuoso vento della Storia e da un ardente anelito di libertà.

Il romanzo si distingue per ambizione narrativa, profondità storica e ricchezza di riferimenti culturali, elementi che lo rendono particolarmente significativo nel panorama della narrativa storica contemporanea. Notevole è la capacità dell’autore di intrecciare riflessione filosofica e ricostruzione storica, dando vita a un progetto letterario solido e originale. Le postfazioni, a cura dei professori Maurizio Traversari e Franco Emilio Carlino, offrono inoltre una lettura critica puntuale dei temi e delle suggestioni dell’opera.

Docente e scrittore, Pier Paolo Cetera si occupa di storia, letteratura e filosofia secondo una prospettiva “glocal”, capace di connettere dimensione globale e radicamento locale. Ha collaborato con riviste e webzine, dedicandosi a ricerche che spaziano dalla biografia storica alle tradizioni popolari, fino allo studio di monumenti e beni storico-architettonici. Nel corso della sua attività ha ricevuto riconoscimenti come il Premio Graziano del Filorosso e il Premio “Galeazzo di Tarsia” – Belmonte. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo crossover “Memoriale telesiano” (ConSenso editore), dedicato alla figura del filosofo rinascimentale cosentino.

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Frammenti, poesia di Giacomo Lauricella

L’incontro tra il quadro “Linea di confine” dí Giuseppina Irene Groccia e la poesia di Giacomo Lauricella “Frammenti” si inserisce in quella che è una lunga tradizione di dialogo tra arti visive e letteratura, riassunta già da Orazio con il principio ut pictura poesis. Il rapporto tra essi non è di semplice equivalenza o illustrazione ma In primo luogo, la poesia non ha una funzione descrittiva dell’opera pittorica. Essa Non spiega il quadro, ma nasce piuttosto come risposta autonoma a esso, sviluppando un proprio livello di senso. In secondo luogo, il rapporto tra i due linguaggi non è gerarchico,  nessuno dei due precede o domina l’altro.

Si può leggere questo dialogo come un processo di espansione reciproca. L’immagine apre uno spazio interpretativo che la parola raccoglie e rielabora, mentre la poesia restituisce al quadro una dimensione ulteriore, non visibile ma implicita.

In questo caso si può affermare che un’opera non è mai definitivamente conclusa, ma rimane aperta a ulteriori sviluppi percettivi e interpretativi. Infatti, il quadro e la poesia costituiscono un unico campo di interazione e non due elementi separati.

Il risultato è la costruzione di uno spazio condiviso tra parola e visione, non una semplice spiegazione dell’immagine attraverso la parola, ma un territorio intermedio in cui l’opera si completa proprio nella distanza tra i due linguaggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Frammenti

 

Frammenti di specchi

maschere

su volto di musa

parlano a turno

di sogni infranti

e di speranze

come risorte fenici rinate.

Sfuma il confine

tra occhi smarriti

nel ricordo

e labbra socchiuse

in anelito di libertà

e il duplice volto

si fa anima che rifiuta

di essere una.

Nella giostra di colori

insiste il silenzio

canto muto di chi

ha vissuto mille vite

e ancora ne cerca una

la propria

autentica e intera.

Poesia di Giacomo Lauricella 

 

 

Linea di confine - Opera di Giuseppina Irene Groccia
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sul fare poesia. Eugenio Montale secondo Iosif Brodskij

sul fare poesia. Eugenio Montale secondo Iosif Brodskij

di Francisco Soriano

 

che Brodskij si occupasse della poesia di Eugenio Montale quando era ancora in vita non appare affatto sorprendente. lo scrittore russo elabora un enorme contributo, porgendo una miriade di questioni partorite dalla sua labirintica intelligenza, alla profondità lirica del poeta genovese. All’ombra di Dante, inserito all’interno del libro Il canto del pendolo, è un saggio imprescindibile per coloro che sono seriamente interessati a sondare i percorsi impervi delle radici della poesia. vero è, come sostiene Brodskij, che le parole dei poeti «sono meno mutevoli dei concetti che esprimono»[1], e che le opere d’arte non vengono mai accettate, a differenza della vita, per quello che sono, messe sempre «a confronto con le opere del passato, con precursori e predecessori»[2].

 

in generale i poeti sentono questa pressione e questo confronto, talvolta subendo una inibizione verbale, che Brodskij definisce come «paralisi». a questo punto non resta che «mettere alla porta tutti gli spettri come se non esistessero» e «cantare», obbedendo solo a sé stessi. l’accenno biografico su Montale consta della citazione di due fatti peculiari nella sua vita: la partecipazione del poeta genovese alla prima guerra mondiale e la sua vittoria del Nobel nel 1975. servono a Brodskij per definire un altro concetto, che per un poeta è più facile, e forse «meglio», affrontare l’insostenibilità del futuro che quella del presente (e come dargli torto visto quello che accade in termini di orrore). Montale avrebbe infine voluto essere un cantante d’opera lirica, e si oppose anche se non in modo non «eclatante» al regime fascista che, tuttavia, gli sarebbe pur costato il posto di direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze. intanto, a differenza di quanto accadeva ai poeti romantici, dalla vita breve e piena di avvenimenti, Montale si dedicava alla poesia e alla scrittura di saggi inerenti la musica e la letteratura in terza pagina del «Corsera». in questo solco Montale risulta essere per lo scrittore russo una «specie di anacronismo», ritenendo che il suo contributo alla poesia sia stato anacronisticamente grande. Brodskij continua la sua disanima segnalando che il poeta fu contemporaneo di Apollinaire, T. S. Eliot, e Mandel’štam, e alla loro stregua egli ha operato un cambiamento qualitativo della poesia nel proprio Paese, con un «compito» però più difficile. in termine di traduzione dei testi e non solo per questo aspetto per un poeta italiano che vuole sporgersi in avanti è necessario che egli rimuova «gli ostacoli ammucchiati dal traffico del passato e del presente», anche se appare evidente che per Montale non sia stato difficile superare quest’ultimo. innanzitutto perché c’era stata una inflazione estetica propria della poetica del romanticismo, che vedeva due colossi come D’Annunzio e Marinetti a provocarla. uno per un verso, l’altro per un altro, erano ambedue estremi, nell’estetica il primo e nel voler smembrare quell’armonia il secondo, insieme ai futuristi. tre poeti infine della generazione successiva, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba ed Eugenio Montale si sono affermati con le loro liriche in uno spazio moderno.

Brodskij concede una definizione del poeta Montale davvero sublime: «Montale, realista metafisico con il gusto evidente delle immagini dense, quanto più condensate possibile, riuscì a creare un suo stile poetico mediante la giustapposizione dell’“aulico” e del “prosaico” – sono parole sue –, uno stile che si potrebbe anche definire “amaro stile nuovo” (in contrapposizione alla formula dantesca che ha regnato nella poesia italiana per più di sei secoli)»[3]. non solo dunque Montale è in grado di superare la stretta del dolce stil novo, ma addirittura parafrasa il grande fiorentino nelle immagini e nel lessico. da questo momento i critici cominciano a definire la poesia montaliana come oscura, senza comprendere che le parafrasi appartengono alla categoria naturale di ogni discorso civile. per questo Brodskij e in riferimento a questo genialmente dice che un’opera d’arte ha come scopo quello di creare degli adepti e «il paradosso è che l’artista è tanto più ricco quanto più è indebitato»[4]. Montale ricorre a ogni inerzia prosodica utilizzando degli accorgimenti, sovvertendo ad esempio negli Ossi di seppia la musica onnipresente degli endecasillabi italiani, con un registro consapevolmente monotono che si fa stridulo grazie alle sillabe aggiunte o soffocato per le sillabe omesse. Brodskij afferma che Montale non ha debiti con nessuno dal punto di vista stilistico e se ne ha è con coloro i quali si scontra, considerando che anche la polemica è una «forma di eredità».

una poesia – questo il ragionamento di Brodskij – esprime nella forma più fedele l’interazione fra etica ed estetica: Montale al tempo stesso mostra la sua contrarietà a ogni eccesso stilistico, ma non rifiuta completamente l’utilizzo di forme. infatti, seppur dimostra generalmente un rifiuto alla rima, egli comunque alterna versi rimati ai non rimati. nella traduzione, purtroppo, parte dell’interazione etica/estetica si perde ma, nonostante tutto, in Montale resiste. Brodskij, che era anche un mirabile traduttore, afferma che la traduzione dei testi di Montale «riesce» abbastanza bene. infatti nonostante nel tradurre vi sia l’inevitabile tendenza di scemare in tonalità diverse, grazie al carattere ermeneutico del poeta ligure la traduzione dei suoi testi consente di «riportarsi alla pari con l’originale», infatti è possibile chiarire quei punti che l’autore potrebbe ritenere ovvi e che, addirittura, possono «sfuggire al lettore italiano». bisogna sottolineare dunque che traducendo, inevitabilmente si perde gran parte della sottile e discreta musica montaliana, anche se il «lettore americano ha il vantaggio di essere guidato a cogliere il significato dei versi che probabilmente lo porterebbero a esitare nel ripetere, in inglese, le accuse di oscurità di un lettore italiano»[5].

nell’ultimo libro di traduzioni di Montale in inglese, New Poems, venivano tradotte le poesie che coincidevano con la raccolta Satura del 1971: il tema principale è quello della morte, in particolare quella della moglie. la morte, come asserisce Brodskij, è un tema che «dà sempre luogo a un autoritratto». il protagonista dei New Poems è impegnato a misurare la distanza che lo separa dalla sua «interlocutrice»[6], immaginando la reazione che lei avrebbe avuto se fosse stata presente. secondo Brodskij, il silenzio in cui il poeta lascia cadere le sue parole, scatenando ancor di più l’immaginazione, non può che «conferire a questa “lei” una indiscutibile superiorità». è un punto focale che Brodskij, con la solita genialità, coglie in tutto il suo senso estremo: una superiorità in absentia, che suscita nel poeta un senso di disgiunzione in cui la sua persona «è stata esiliata nel tempo eterno». è in questo momento che si intuisce che la poesia d’amore, aggiunge Brodskij, «ha press’a poco la stessa parte che le è assegnata nella Divina Commedia o nei sonetti del Petrarca per Laura: la funzione di una guida»[7]. tuttavia, considerando che lo scenario è ben conosciuto, la dinamica della persona che si muove è profondamente diversa, nel senso che il linguaggio che esprime non ha niente in comune con «l’attesa religiosa». dunque il motivo dominante è e resta l’assenza, «percettibile attraverso quelle stesse sfumature di linguaggio e sentimento che lei usava una volta per manifestare la propria presenza – attraverso il linguaggio dell’intimità»[8]. è proprio vero, come dice lo scrittore russo, che in Montale la voce che bisbiglia, la sua, a sé stesso è la caratteristica più rimarchevole della sua poesia. soltanto lui e lei sono a conoscenza di certe cose, intimissime, le valigie, gli alberghi, l’infilascarpe: si tratta di una «mitologia privata».

in Montale l’eco di Dante non solo è riscontrabile nei versi ma rappresenta un riferimento inesauribile. così è, in questo «continuo, solitario scendere per tante scale», in Xenia I e Xenia II, nel Diario del ’71 e del ’72, cioè in quelle poesie che si ritrovano nel su citato New Poems. può essere una parola o un’intera poesia (come nel caso della n. 13 in Xenia I, che echeggia la conclusione del canto ventunesimo del Purgatorio). è necessario, ancora una volta, sottolineare il tono dimesso di Montale, affranto e cadente, perché sa bene che a una donna con la quale ha vissuto per così tanto tempo non sarebbero piaciute le parole altisonanti: parla al e nel silenzio, le pause fanno sentite il vuoto che solo lei può sentire, in qualche dove: «colei che è morta disapproverebbe, non meno di lui, i fuochi d’artificio verbali»[9]. ciò che rende l’arte umile è il tipo di assenza riscontrabile nelle poesie di Montale. importante perché Brodskij segnala che esiste un pericolo materiale che consiste nel ricadere nella nozione romantica che presuppone l’arte come imitazione della vita. nella realtà, se questa dinamica si realizzasse, comunque in modo marginale, si aspirerebbe a rispecchiare quei pochi elementi dell’esistenza che trascendono la vita. dunque l’arte imita la morte, cioè abita quel «regno» di cui «la vita non può offrire alcuna nozione». in definitiva l’arte ha la funzione di esorcizzare e ammansire quella che «è la più lunga versione della vita»[10]. Brodskij conclude sostenendo che l’arte si distingue dalla vita perché ha una capacità di produrre un grado di lirismo superiore a tutti quelli che si possono raggiungere in qualsiasi rapporto umano, deducendo infine che è per questi motivi che la poesia ha a che fare con la «nozione di vita ultraterrena».

altre mirabili intuizioni in questo saggio ci conducono alla comprensione della poetica montaliana, legata costantemente da un filo rosso per la relazione che il poeta volle mantenere fra il linguaggio poetico e quello comune o quotidiano. nello stesso tempo, non volendo rendere facile ciò che non lo è, in Montale si certifica quello che a ragione riteneva, cioè che l’uomo di oggi ha ereditato un sistema nervoso che mal sopporta le condizioni di vita dell’oggi, per questo «massificandosi». purtroppo questo fenomeno cominciato da lontano ha sedimentato distorsioni gravissime e strutture formali controproducenti che inibiscono la sublimazione della creatività e della libertà individuale alla fantasia. è in questo probabilmente, tema poco raccontato e dibattuto, che risiede la minaccia di instaurazione di nuove dittature e autocrazie, pericolo costante delle moderne civiltà del mondo.

[1] Iosif Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, Milano 2023, p. 41.
[2] Ibid.
[3] Ivi, p. 44.
[4] Ibid.
[5] Ivi, p. 45.
[6] Ivi, p. 47.
[7] Ivi, p. 47.
[8] Ibid.
[9] Ivi, p. 50.
[10] Ibid.

Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente. È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, con una intensa attività di promozione della cultura italiana all’estero organizzando varie manifestazioni dedicata alla “Settimana della Lingua nel mondo”. Si è occupato di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri, traduzioni di testi dal persiano e giornate dedicate alla poesia persiana e italiana presso la scuola dell’Ambasciata italiana di Teheran. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte anche in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha collaborato con diversi articoli di biografie e saggistica letteraria sulla Rivista “Argo”. Attualmente collabora con la Rivista “Carmilla” di Valerio Evangelisti. Partecipa attivamente a conferenze e incontri pubblici sulla poesia. Ha scritto i seguenti volumi pubblicati da diverse case editrici:Fra Metope e Calicanti”, edita dalla casa editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017, Haiku Ravegnani, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Itō – Vita e morte di un’anarchica giapponese“, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018; “Non porgere l’altra guancia, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2019; “La Via Lattea, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2020; “Frammenti, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2020.

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INTERVISTA CON LA POETESSA E SCENEGGIATRICE ALBANESE NATASHA LAKO a cura di ANGELA KOSTA

 

Oggi abbiamo il privilegio di dialogare con Natasha Lako, una delle voci più autorevoli e innovative della letteratura e del cinema albanese contemporaneo. Poetessa, romanziera e sceneggiatrice, Lako ha saputo coniugare la profondità emotiva della poesia con la potenza narrativa del grande schermo, contribuendo a definire l’identità culturale di un’intera generazione. Il suo lavoro, che attraversa momenti storici di grande trasformazione, ci offre una finestra unica sul rapporto tra parola, immagine e memoria collettiva. In questa intervista esploreremo il suo ruolo di sceneggiatrice, il rapporto tra scrittura poetica e visiva, e il delicato equilibrio tra creatività e contesto storico-politico in cui è stata attiva. 

 

 

A. Kosta: Nel suo percorso di sceneggiatrice, quanto la poesia ha influenzato la costruzione delle immagini visive e dei dialoghi cinematografici?

Natasha L: Posso rispondere basandomi sui miei lavori cinematografici uno per uno. Dico lavoro, non creatività, sebbene sia tale, poiché la parola collaborazione sta alla base di ogni opera cinematografica, dove l’immagine costruita dallo sceneggiatore è la prima ad essere strappata e depositata nel laboratorio creativo del regista, se non è anche coautore della sceneggiatura, come spesso accade nel cinema mondiale. Lo dico con convinzione, che la sceneggiatura in questo caso, quando porta la responsabilità di un autore, come è successo nel nostro Paese. È la creazione individuale, che come origine di sceneggiatura, nasce da impulsi creativi interiori, è importante, a mio avviso, per lo sceneggiatore, il sintagma poetico creato come esigenza di impulsi drammaturgici, che espande lo spazio filmico attraverso il contesto, o sotto testo. In questo caso poesia significa anche contesto sociale o sotto testo. Più profondamente, significa anche la drammaturgia della connessione tra sentimento e pensiero, soprattutto in quella che può essere definita la soggettività dei personaggi con le relazioni che li circondano. Per uno sceneggiatore che vive di sensibilità poetica, le fluidità di natura che deriva dalla grafomania, sono impossibili. Il linguaggio poetico crea sempre più profondità, pensiero, vita, ritmo, intelligenza metaforica anche nei dialoghi. Ci sono anche fraintendimenti sul cosiddetto linguaggio poetico, quando viene associato all’idillio delle scene neoromantiche, estraneo alla profondità del significato filmico, che non significa nulla. Mi piace parlare di quel linguaggio poetico che è più spesso padroneggiato anche nei film di tipo saggistico, dove Lars Von Trier può essere menzionato come un maestro. In questi casi, non si tratta semplicemente di commercialissimo. I segreti poetici dello sceneggiatore esordiente, migliore di chiunque altro. Il regista, poi il compositore, i tre creatori della paternità del film, elaborano.
La spontaneità e la naturalezza che l’attore o l’attrice danno nel costruire i personaggi possono essere lette anche come poesia. Non c’è niente di più di questo tipo di linguaggio poetico di generalizzazioni di immagini, che offre un piacere estetico completo allo spettatore. Questo linguaggio poetico è creato anche dalla luce nel film. Forse, quando si parla del mio stile poetico, se non nella sua interezza, nelle sequenze del film, la mia poesia viene onorata di più, poiché trae origine da esso.

A. Kosta: Lei ha lavorato negli studi “Shqipëria e Re” in un periodo storico molto delicato: come si conciliava la creatività con le limitazioni ideologiche del regime?

Natasha L: Un tempo, nel periodo del totale isolamento dal mondo, la mia generazione guardava i film sui canali esteri, dove senza comprendere bene la lingua e senza l’aiuto dei sottotitoli, si poteva persino costruire metà dei loro messaggi secondo la propria immaginazione. E di nuovo ci si trovava dentro il film! Oggi, tornando indietro, come ai tempi del cinema muto, in tutti i film albanesi durante il periodo del totalitarismo, si cerca di capire fino a che punto il linguaggio dell’immagine parli da sé. In molti casi, nella cinematografia albanese, questo linguaggio d’immagine riesce a superare la parola stessa. E questo è il primo risultato dei migliori film di quel periodo, perché parlano di padronanza del linguaggio cinematografico. Gli studiosi, che raramente si occupano di profili cinematografici, trovano più facile giudicare un film, quasi teoricamente, basandosi su una sorta di documentazione, con ex funzioni di partito come guide, a volte persino piene di rigidi calcoli orientati all’ideologia, in una sorta di stereotipo generale, dove non si poteva parlare di un singolo individuo. Tutto ciò si ritrova più negli scritti che nel cinema albanese stesso. Per quel mondo di assemblee e attività di un singolo partito al potere, persino il linguaggio dell’immagine stessa poteva rappresentare un pericolo, perché parlava al di sopra della parola, o della storia stessa. Inutile dire che tra gli studiosi di oggi, alcuni occhi useranno un’altra supervisione ideologica che subordina la prospettiva ideologica di ieri. E quando si crea questo nodo di collegamento, due tipi di ideologie sovrapposte diventano come tante. Il film in questi casi non viene giudicato come un’opera del linguaggio dell’immagine. Nelle innumerevoli limitazioni ideologiche, la capacità dello sceneggiatore è stata quella di scegliere quel tema o quella preoccupazione creativa, dove ha potuto trovare le sue libere strade. Non sto dicendo che non potessero esserci temi elencati secondo un ordine, sia diretto, sia in base ad altri meccanismi che hanno indirizzato la propaganda. Potrebbero esserci stati anche casi in cui un scrittore si è offerto volontario per un cosiddetto argomento sulla sicurezza dello Stato. Secondo le sentenze odierne, questi argomenti servono anche come documentazione di un tempo che possiamo definire ormai chiuso! In alcuni di essi, una seconda lettura oggi crea anche una sorta di nuovo spazio, poiché qualsiasi precedente giudizio soggettivo assume un nuovo significato di esistenze oggettive. Quei personaggi che, per la perfezione della loro recitazione naturale, erano considerati negativi, ora sono tra i più piacevoli, come Sali Protopapa nel film “I teti në nronz – L’ottavo in Bronzo. Credo che la prima cascata protettiva, persino ispiratrice ed estremamente potente per lo scrittore stesso, sia stata il pubblico albanese, che sembrava riflettere negli autori tutti i suoi segni, quelli del desiderio di una cinematografia in cui l’uomo desidera vedere se stesso. Era come se entrambe le parti, lo scrittore e lo spettatore, collaborassero secondo un’intuizione segreta, nel rispetto della libertà umana interiore, a volte di più e a volte di meno, ma che non muore mai. L’autocensura ha funzionato. Sì! Il sottotesto ha funzionato. Sì. Anche la disabilità ha funzionato. Sì. Tuttavia, Kinostudio ha prodotto una serie di film di vera maestria e di veri ed importanti significati.

 

 

Angela Kosta: Cosa cercava in una storia per sceglierla come soggetto cinematografico? Un volto? Un conflitto? Una memoria?

Natasha. L: Un conflitto. Naturalmente in un conflitto che sia dato o arricchito dentro di sé.


A. Kosta: Molti suoi film sono legati a una narrazione intima ma collettiva. Qual è secondo lei il confine tra realtà vissuta e finzione nello scrivere per il cinema?

Natasha. L: È vero che dalle mie sceneggiature sono nati degli affreschi cinematografici, a volte persino polifonici, nel solco della tradizione albanese, con personaggi a più voci, dal capo al rapitore, fino al compagno che a volte si stacca ancora di più per insistere su temi secondari, o funge da narrazione più diretta della posizione dell’autore. I registi albanesi lo hanno fatto spesso. Ricordo quando stavo scrivendo una scena per il film “Fletë të Bardha – Pagine bianche”, con una sceneggiatura completata alla fine del 1988, in cui appariva la guardia cooperativa, uno dei ruoli secondari interpretati nel film da Birçe Hasko. Il personaggio appena creato, nella scena appena creata, parlava come se parlasse a se stesso, all’inizio solo da un foglio di carta: “Sono il colpevole! Sono il colpevole!” Questo richiamo o sussurro si sarebbe insinuato da solo, non solo nella quiete che il dramma cinematografico stesso sviluppava, ma si sarebbe diffuso anche al di fuori di essa, verso una generale immobilità sociale di una lunga stagnazione, che si era fatta sentire ovunque per lungo tempo. Di tutto ciò che lo circondava, così come all’interno del film, ricadeva su di lui il ruolo di guardia collaborativa. Certo, chi non ha vissuto quel periodo cupo, difficilmente può assimilare appieno quel sotto testo. Ma l’immagine dell’uomo debole e confuso, ai margini della società, rimane. E non dimentichiamo che, dopotutto, era una guardia! Per chi non fosse completamente analfabeta nel linguaggio del cinema, ho sentito che questa scena avrebbe potuto assumere un suono diverso. Ricordo come uscii dalla stanza dove di solito scrivevo fino a mezzanotte, perché ero anche una casalinga, e aprii la porta del soggiorno dove riposava mio marito Mevlan. La tazza era piena delle impossibilità di un libero uso dell’espressione creativa, che il film avrebbe espresso con forza. Inoltre, devo dire che la guardia cooperativa che volevano sostituire mi era rimasta impressa fin da quando, come giornalista, avevo partecipato ad un’assemblea cooperativa, dove di solito si riuniva l’intero villaggio. C’era forse qualcosa tratto dalla vita di Jakov Xoxe per la creazione del personaggio principale, persino Apollonia stessa, dove è stato girato?  La scena finale del film? Certo. Non c’è opera in cui il capriccio artistico non crei, a volte come una nuvola, qualcosa che sorge da un terreno reale. Per me, anche i personaggi storici che ho creato sono stati figure concrete, ovviamente non solo molto amate, ma anche con molti misteri da risolvere. Altrimenti non ci sarebbe drammaturgia.

A. Kosta Come è cambiata, secondo lei, la figura della sceneggiatrice donna in Albania dai suoi esordi fino ad oggi?

Natasha L: Oggi gli sceneggiatori sono anche coloro che creano i dialoghi per i conduttori di un programma o di un reportage televisivo. Tra loro ci sono molti sceneggiatori di talento.
Nei lungometraggi è diverso. Gli sceneggiatori di cortometraggi e lungometraggi sono rari, non sono ancora stati creati profili completi, compaiono e scompaiono rapidamente, a causa della scarsa produzione cinematografica. Come sceneggiatrice di lungometraggi, vorrei segnalare Doruntina Basha dal Kosovo.


Angela. K: Ci può raccontare un momento di svolta o crisi creativa durante la scrittura di una sceneggiatura? E come lo ha superato?

Natasha. L: Dopo aver completato tutte le procedure per l’approvazione della sceneggiatura sui percorsi di Shote e Azem Galica, dal periodo della sinossi presentata alla redazione, all’approvazione finale del Consiglio Artistico e fino al Ministero della Cultura, subito dopo la creazione del gruppo cinematografico, nel periodo in cui si decideva la divisione dei ruoli, le riprese del film sono state bloccate. Per me, questo ha significato la cancellazione di circa due anni di vita e una forte stanchezza emotiva, oltre al lavoro creativo quotidiano e alla ricerca storica. È sufficiente immergersi emotivamente nella vita di due personaggi, di cui le loro vite sono state stroncate da tutti i loro parenti. Da questo lungo calvario, innanzitutto emotivo, e da tutta quella stanchezza, incluso le sedute per l’approvazione della sceneggiatura, è stata come una salvezza, come una doccia che ti calma, che ho deciso di scrivere una sceneggiatura per un film comico. È stato come fuggire da un trauma. La coppia Shote e Azem Galica è stata sostituita dalla coppia della vita di Tirana nei primi anni ’80, in un appartamento simile al mio. Si tratta del film “Fjalë pafund – Parole infinite” di Spartak Pecani, che è stato anche il suo primo film e primo ruolo. A spianare la strada, è stata la giovane attrice Luiza Xhuvani.

Angela. K: Ha mai scritto pensando già a un attore o a una regia specifica? Quanto conta per lei la sinergia con il regista?

Natasha. L: Quando scrivevo la sceneggiatura del film “Muraglia Vivente”, sulla leggenda di Rozafa, sapevo che sarebbe stata realizzata con Muharrem Fejzo, con cui avevo collaborato ad altri due progetti cinematografici. Il progetto “The DEAL” è stato realizzato per il film “L’insegnante”, sulla prima scuola femminile, che ha avuto un’ottima accoglienza. La collaborazione con il regista Mevlan Shanaj, (mio ​​marito che si occupa esclusivamente di film di lungometraggio in cui ha realizzato dalle mie quattro sceneggiature, tutto  è stato collegato fin dall’inizio. L’unica volta in cui ho scritto i personaggi pensando a due attori principali è stato nella sceneggiatura: “Lule të kuqe, lule të zeza – Fiori rossi, fiori neri”, dalle impressioni del periodo nero del ’97.

Angela. K: Come direttrice degli archivi cinematografici, ha avuto accesso a una memoria visiva vasta: quanto ha influito questo sul suo modo di scrivere oggi?

Natasha. L: Naturalmente, lavorare per dieci anni come direttrice dell’AQSHF, per la prima volta come istituzione separata, ha gettato le basi per questo centro, come casa per i registi. Mi ha fatto apprezzare di più il cinema come atto di memoria, ma anche come flessibilità di esperienza nella mia creatività. Il legame con l’Istituto “Luce” si è consolidato. Ora temo a quella grande dedizione nel passato, a scapito della creatività. Ma ho vinto, immergendomi nella “conoscenza” cinematografica. Ne è nato il libro di saggi “L’energia Filmica”, il primo libro sulla cinematografia albanese, depositato presso la Biblioteca del Congresso negli Stati Uniti.

A. Kosta: La lingua del cinema e quella della poesia spesso si sfiorano: secondo lei, esistono scene che sono poesie mute?

Natasha. L: Certamente… più che altrove direi che nel linguaggio cinematografico, si usa l’espressione “anche il silenzio parla”. Costruite sulla base delle mie sceneggiature, ci sono scene poetiche e silenziose come nel finale del film sopracitato, con una coppia quasi distrutta, come per l’eco di esperienze amare, che come in una punizione rimane legata l’una all’altra. È una sequenza o un piano così significativo, per il passaggio dei traumi delle società post-comuniste, che è stato utilizzato anche come foto nonché sulla copertina di un libro che analizza tutta la cinematografia dei paesi europei post-comunisti. Sono temi che rendono la critica ancora più fortunata poiché li svela. La critica del cinema albanese non ha molto tempo libero, né molta pazienza per tali analisi. 

Angela. K: Se dovesse scrivere oggi una sceneggiatura autobiografica, quale sarebbe la scena con cui aprirebbe il film?

Natasha. L: Un paio di mutandine lunghe di cotone, di un bianco scintillante, sorrette da un’altra benda bianca da letto. “Tessuto di lino, come ai tempi di Penelope, intrecciato con la seta del telaio di Scutari”, aggiungerei nella prima frase dei ricordi. Nella mia infanzia, dopo la guerra, le foto erano rare, ma i ricami a mano erano come per i bambini reali. È un aspetto autonomo, distaccato da tutto, semplicemente  la prima fotografia della mia vita, un primo ricordo, un accenno tra parentesi. Come mi hanno raccontato, prima ancora di compiere due anni, ho avuto la febbre tifoide all’ospedale di Corizia, con mia nonna al mio fianco. Le parole madre e nonna, per tutta la mia generazione, erano quasi la stessa cosa, perché sotto le loro cure, mi sembrava che vivessero solo per me. I bambini li nutre il sacrificio. Le madri coltivavano sogni per i loro figli. E, con tutti i ricami che venivano inviati da parte di madre che era nata a Berat, insieme si definivano in tre.

BIOGRAFIA DI NATASHA LAKO

Natasha Lako (nata il 13 maggio 1948 a Korçë, Albania) è una delle voci più importanti della letteratura albanese contemporanea, riconosciuta soprattutto come poetessa, romanziera, sceneggiatrice e figura di spicco della prima generazione di donne scrittrici nel paese. Studiò scienze politiche con specializzazione in giornalismo all’Università di Tirana. Iniziò a pubblicare poesie in giovane età, già da adolescente, facendosi notare nella scena letteraria albanese in un periodo in cui pochi scrittori donna erano presenti nel panorama culturale del paese.

Natasha Lako è considerata una figura centrale nel panorama delle lettere albanesi, grazie alla sua produzione poetica e narrativa che esplora temi personali, sociali e di identità. Appartiene alla prima generazione di scrittrici donna dell’Albania moderna e ha contribuito ad aprire la strada a molte altre autrici.

La sua opera comprende numerose raccolte di poesie e romanzi.
Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue, tra qui: inglese, tedesco, francese, olandese, italiano, greco e svedese, e sono incluse in numerose antologie internazionali.
Oltre alla poesia e alla narrativa, Lako ha lavorato come sceneggiatrice e collaboratrice presso gli studi cinematografici “Shqipëria e Re” a Tirana, scrivendo diverse sceneggiature per il cinema albanese.
Dopo la fine del regime comunista in Albania, Lako è stata tra le poche donne elette al Parlamento albanese nel 1991, rappresentando il Partito Democratico nella prima legislatura pluralista del paese.

Nel 1997, è stata nominata Prima Direttrice degli Archivi cinematografici centrali albanesi, ruolo che ha ricoperto per molti anni contribuendo alla conservazione della memoria filmica nazionale.
Natasha Lako è sposata con il noto attore e regista albanese Mevlan Shanaj di cui hanno due figli.





Intervista a cura di Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice e promotrice letteraria.

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Letteratura

Custodire le parole: il dizionario di Mandatoriccio di Franco Emilio Carlino tra memoria storica, identità e futuro

Giorni fa, in occasione della giornata nazionale del Dialetto, alla sua vigilia, il 16 gennaio 2026, a Cosenza, nel salotto letterario del Terrazzo della Casa Editrice L. Pellegrini, alla presenza di un ristretto e qualificato pubblico, ha avuto luogo la presentazione del Dizionario Etimologico del Dialetto Mandatoriccese. Raccolta di Parole Perse, con Proverbi, Modi di dire, Soprannomi e Note storiche di Mandatoriccio, compilato da Franco Emilio Carlino, Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Socio della Deputazione di Storia Patria Per la Calabria e Componente del Comitato Scientifico dell’Università Popolare di Rossano.

L’evento è stato coordinato magistralmente dal giornalista Francesco Kostner. I lavori sono seguiti con la relazione del prefatore prof. Pierpaolo Cetera e l’intervento dell’Autore prof. Franco Emilio Carlino che ha dialogato con il giornalista trattenendosi sulle motivazioni che lo hanno spinto a compilare il suddetto Dizionario. Carlino si è poi soffermato sulle finalità della pubblicazione e sulla struttura dell’opera.

Dell’intervento del prefatore prof. Pierpaolo Cetera pubblichiamo un’ampia sintesi.

«Partirei subito dal libro, dal suo titolo che rimanda immediatamente a una disciplina – l’etimologia– e due concetti chiave, come quelli di dialetto e dizionario. Ebbene credo che tutto il senso di quest’opera stia in ciò: voglio dire, in una riappropriazione dignitosa dell’idioma, di un patrimonio linguistico, attraverso una scrupolosa disamina culturale (l’etimologia), cosa messa in evidenza fin dalle prime righe dall’a. stesso; una valenza pedagogica ed etica (di conservazione di un mondo linguistico: quello dialettale); di un suo impegno ragionato nel costruire uno strumento (il dizionario), agile fruizione ma completo. C’è direi, in tutto il processo un suo monito: quello di non disperdere questo patrimonio, anzi di proiettarlo in un avanti plausibile.

Impegno, monito e patrimonio. È una triade che, in un certo senso, accompagna tutta l’esperienza saggistica dell’amico Franco Emilio, anzi ne è la sua cifra: culturale, morale e civile.

Il Dizionario, quindi, come oggetto ramificante, che aspetta i suoi frutti, il suo utilizzo, che traccia un suo impegno/impiego futuro.

Vorrei qui dire che il dialetto e le lingue locali non sono solo il passato. Per quando l’ostinata tendenza in atto sia quella di seppellire con i parlanti anche l’idioma locale – frutto di una esacerbata globalizzazione dei linguaggi e di appiattimento della comunicazione – è in atto una reattività di fondo che riconsidera positivamente l’uso e la diffusione del dialetto. Se giovani poeti e qualche raro scrittore “reinventa” la lingua madre ci sarà un motivo! Ecco in questa capacità di nuova invenzione constaterebbe il futuro del dialetto…    

Tornando al volume di Franco Emilio Carlino, bisogna notare che, come strumento di consultazione, ci arricchisce anche dal punto di vista della linguistica storica, della glottologia, della ricerca filologica.

L’ampia introduzione storico-locale sul borgo mette a punto un periodo di circa 4 secoli: dalla fondazione nel XVII alla seconda metà del XX secolo; seguono, quindi, l’evoluzione del linguaggio dialettale e formazione della parlata a Mandatoriccio (che si collocherebbe tra i dialetti della Calabria Ultra, a partire dall’isoglossa del catanzarese) considerazioni fonologiche (come quella sulla distinzione della f intervocalica dal suono caratteristico hf) e glottologiche che coprono circa sessanta pagine e che ispirati al lavoro dei grandi studiosi del passato (in primis G. Rohlfs). Segue il glossario – che è la parte corposa – e le relative appendici interessanti per i richiami demologici.

Due sono le novità di questa ricerca, individuati dall’autore – e che sono state approfondite in altri contributi scritti da F.E. Carlino (mi riferisco ai precedenti lavori sul Reventino-Savuto e sulle Tradizioni di suo borgo natio) – e costituiscono spunti e interessi da sviluppare.

Il primo punto è di natura geo-linguistica: l’a. asserisce infatti (p. 16) che la parlata mandatoriccese ha origine negli eventi storici (al contempo luttuosi e solidaristici) conseguente ai terremoti del 1636-38 (rif. Kostner), quando parte della popolazione del casale di Scigliano venne ricollocata nel nuovo casale voluto dal Signore locale il feudatario Teodoro Mandatoriccio e che proprio da questi prenderà il nome. Il ruolo svolto sia della Chiesa e che dal feudatario Mandatoriccio (per motivi opposti ma mai così stranamente coincidenti in quel momento): per il feudatario vide così l’accrescersi della forza lavoro a disposizione; per la chiesa mettere a frutto l’idea di intervento di natura solidaristica per aiutare le popolazioni colpite dal disastro naturale.

Lo sviluppo conseguente fu di tipo urbanistico lineare o segmentato: importanti furono i punti di riferimento del Castello e della chiesa matrice. Siamo lontani da modelli “utilitaristici” – come quello noto di urbanistica razionale ed illuministica che portò alla fondazione di Filadelfia in Calabria Ultra – bensì modelli di urbanizzazione che erano tipici e legati alla grande proprietà fondiaria (con costruzioni di case palazzate nelle aree rurali e non nel borgo, ville e masserie ancora visibili come dell’Arso) e piccole abitazioni per la maggior parte della popolazione.  

Furono fondamentali, per la piccola comunità di operosi contadini ed artigiani che presto vedranno all’attivo un esperimento di convivenza tra genti diverse e sconosciute tra loro. È stato quindi un casale in cui un dialetto viene trapiantato da un luogo a un altro.

La seconda questione importante – per i suoi aspetti letterari e di storia culturale – è la menzione di un autore (Pasquale Spataro) che potrebbe aprirci a un mondo: quello della letteratura e lingua in vernacolo calabrese nei luoghi di emigrazione della gente mandatoriccese (Germania, USA; Argentina…), tutt’ora negletto e poco o per nulla studiato».

 

Clicca sulla locandina a seguire, per accedere al sito dell’autore, dove sono disponibili tutti i contenuti relativi alla serata dell’evento

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Letteratura

ANNA KEIKO – SHANGHAI (CINA)

 

Anna Keiko, rinomata poetessa e saggista originaria di Shanghai, Cina, ha lasciato un’impronta profonda nella letteratura contemporanea. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università dell’Est della Cina a Shanghai, ha ottenuto riconoscimenti a livello internazionale per la sua poesia, tradotta in oltre 30 lingue e pubblicata in più di 500 riviste, giornali e edia di 40 Paesi esteri.

Fondatrice e caporedattrice dell’Associazione Letteraria ACC – Shanghai Huifeng, ricopre il ruolo di rappresentante e direttrice cinese della Fondazione Internazionale Culturale Ithaca. Inoltre, è membro di “Immagine & Poesia” in Italia e dell’Unione Letteraria Canadese-Cubana, a testimonianza del suo impegno nel promuovere scambi letterari interculturali. 

La sua produzione poetica comprende sei raccolte, tra cui “Lonely in the Blood and Absurd Language”, la quale esplora emozioni umane, tematiche ambientali e interrogativi esistenziali. Il suo stile innovativo e le immagini evocative le hanno valso numerosi premi, tra cui il 30° Premio Internazionale di Poesia in Italia e il Certificato di Ambasciatrice della Pace Mondiale nel 2024. Keiko è stata la prima poetessa cinese a ricevere, negli Stati Uniti nel 2023, la Medaglia per lo Scambio Culturale per il Contributo Significativo alla Poesia Mondiale. Le sue opere, come “Octopus Bones” e altri testi acclamati, hanno conquistato il pubblico internazionale, portandola a partecipare a prestigiosi festival e conferenze poetiche in tutto il mondo. 

Il suo impegno artistico si estende anche alla prosa, ai saggi, ai testi lirici e teatrali, dimostrando una grande versatilità. Candidata al Premio Nobel per la Letteratura nel 2020, Anna Keiko continua a superare confini, portando la letteratura cinese sulla scena mondiale.

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Letteratura

Il Solco – Pubblicata la settima edizione

È disponibile il nuovo numero de Il Solco, una pubblicazione che anche in questa edizione rinnova lo spirito di condivisione e ricerca che ha guidato il progetto sin dalle sue origini. Il volume si presenta come un invito alla riflessione e come un simbolico omaggio al percorso promosso nel tempo da Pierluigi Rizzo, fondatore dell’iniziativa.

Questa uscita dedica un’attenzione speciale a Nora Ornella Pujia, figura storica legata al progetto sin dall’inizio. La copertina accoglie una sua rara opera pittorica, scelta come tributo alla sua presenza e al contributo artistico ma soprattutto umano che ha saputo lasciare.

Ad aprire il volume è una poesia colma di sensibilità, dedicata a lei dalla sua amica di lunga data e compagna di cammino poetico, Margherita Belgrado. All’interno del volume, una selezione delle sue poesie accompagna il lettore con una trama emotiva che attraversa l’edizione con discrezione e autenticità, qualità che da sempre la distinguevano.

Accanto a lei, ventitré autori — Margherita Biondi Belgrado, Angela Campana, Alfonso Caniglia, Maria Curatolo, Nilo Domanico, Lina Felicetti, Aldo Fusaro, Roberta Fusaro, Giuseppina Irene Groccia, Enzo Labonia, Giacomo Lauricella, Simone Longo, Ornella Mamone Capria, Ermelinda Pipieri, Antonietta Pirillo, Ida Proto, Marinella Pucci, Nora Ornella Pujia, Clelia Rimoli, Maria Romeo, Giulia Spanó Secco, Mario Pino Toscano, Maurizio Traversari e Pierluigi Rizzo — presentano un insieme articolato di linguaggi e forme espressive: poesia, narrativa, arti visive, pittura, scultura e sperimentazioni digitali si intrecciano in un dialogo corale. La pluralità dei loro sguardi dà vita a una raccolta che valorizza le diverse sensibilità, restituendo un panorama creativo ricco e coerente.

La prefazione firmata dal professor Salvatore Bugliaro, storico e ricercatore, introduce il volume con un’analisi attenta, offrendo una lettura critico-interpretativa dedicata a ciascun partecipante. Il suo contributo, esteso anche alla revisione editoriale, conferisce alla pubblicazione un ulteriore livello di cura e approfondimento.

Il progetto “Mille voci per il futuro”, proposto da Giulia Spanó Secco, è stato accolto con interesse da Il Solco e affianca la pubblicazione tramite una serie di QR code realizzati come supporto esterno, distribuiti separatamente insieme al volume. Questo materiale aggiuntivo consente di fruire di una parte dei contenuti in modalità audio, offrendo un’esperienza più inclusiva e accessibile anche ai lettori non vedenti o ipovedenti, e sottolineando il valore di apertura e partecipazione che caratterizza la raccolta.

Il libro è edito da LartecheMipiace, che ne seguirà la diffusione sia in formato digitale, consultabile e sfogliabile online, sia tramite la distribuzione fisica destinata alle biblioteche nazionali di Firenze, Roma e Cosenza. Il volume è dotato di codice ISBN e verrà inserito nei principali sistemi bibliografici, garantendone l’archiviazione e la reperibilità nel tempo.


Clicca sulla copertina per sfogliare la versione digitale 

 

La pubblicazione potrà essere richiesta direttamente agli autori e, in una fase successiva, sarà disponibile anche su Amazon, garantendo così un accesso più ampio e immediato.


Questa nuova uscita rappresenta un ulteriore passo nel cammino collettivo tracciato da Il Solco. Un progetto che continua ad arricchirsi attraverso le voci, le opere e la partecipazione dei suoi protagonisti.

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Letteratura

La forza della parola e del sentimento… Marinella Scigliano

Marinella Scigliano, nata a Rossano il 3 marzo 1965, porta nel cuore la passione per la poesia, nata da un’esperienza dolorosa che ha saputo trasformare in luce e parola. Legatissima alla sua città, ricca di storia artistica e culturale, Marinella ha trovato nella scrittura un modo per dare voce alle emozioni più profonde.

Alla domanda “cos’è la poesia per me?”, ama rispondere: “In passato avrei detto che è il più bel viaggio introspettivo per guarire l’anima. Oggi rappresenta quel che sono… il divenire.”
Un pensiero che racchiude perfettamente la sua evoluzione interiore e artistica, segnata da una sensibilità autentica e da un profondo amore per la parola.

Seguo Marinella da molto tempo, ed è una presenza sempre vicina alle attività del mio blog. Ha partecipato, tempo fa, a una mia precedente pubblicazione che univa arte visiva e poesia, un momento che lei stessa ama ricordare come la sua prima occasione di condivisione pubblica. È quindi per me una grande gioia ritrovarla oggi, con la sua voce intensa e luminosa, nelle pagine del blog e nel prossimo numero del magazine *ContempoArte* in uscita a breve.

Sono inoltre felice di presentare in questo articolo una selezione di due sue bellissime poesie, che testimoniano ancora una volta la profondità e la grazia della sua ispirazione.

TEMPESTA

Mi abituerò

a calpestare germogli ed

il mare morire all’orizzonte

di una terra non più mia

nel muro a secco di un

abbraccio

al confine di un deserto

dove il vento non si posa…

a placare la solennità del

tempo il mio sguardo

in un batter di ciglia.

LETTERA AD UNA MADRE

Si piega sotto il peso

della neve il silenzio

dell’inverno.

La luce delle stelle morte

trasmigra da cielo a terra.

Non è più tempo che

la mia guancia scivoli sulla

tua per cercarti tra parole

perdute e se è pur facile

dimenticare tra un ululato e

il vento

non piango…

mi è dolce perdermi

quando a gran voce mi

chiami…

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Letteratura

Fondali di Corallo… Rossella Scaramuzza

Con Fondali di corallo (Bertoni Editore, aprile 2025), Rossella Scaramuzza consegna al lettore una raccolta poetica che si presenta come un approdo maturo e consapevole all’interno del panorama lirico contemporaneo. La sua voce, al tempo stesso limpida e vertiginosa, si muove tra le pieghe dell’anima con l’eleganza di chi sa che la poesia può rivelare e non solo descrivere. Nei suoi versi, il mare, da scenario simbolico, diventa materia viva, cangiante, che accoglie e restituisce l’essenza stessa dell’esistenza.

Il corallo, emblema di una bellezza che nasce dalla profondità e dal tempo, diviene metafora di una ricerca interiore costante: un tornare a sé dopo l’urto delle maree, un rinnovarsi attraverso la fragilità. Scaramuzza scava con mano sapiente nelle zone d’ombra dell’essere, traducendo il dolore in parola, la memoria in luce. La sua scrittura, densa e musicale, ricorda quella di certe poetiche novecentesche in cui la parola riusciva a farsi corpo, respiro, eco di una verità universale.

Definire Fondali di corallo una semplice silloge sarebbe riduttivo. L’opera si configura come un viaggio sensoriale e spirituale, una discesa nel cuore del lettore, dove ogni verso si trasforma in frammento di mare, in corallo che risplende nell’intimità di chi legge. Rossella Scaramuzza si afferma così come una voce autentica, capace di trasformare la vulnerabilità in arte e di restituire alla poesia la sua originaria funzione: quella di illuminare, con grazia e ardore, gli abissi del vivere.

COME LE SERE D’ESTATE

Me lo strapperei, sì,

uno strappo recisivo.

Poi lo sbatterei, come si fa con il polpo

le sere d’estate, quando

-bagnati di sale-

si lancia il proprio trofeo sulle pietre per stordirlo ed esibirlo

e insieme alla vittoria se ne assapora già il gusto. 

E farei così con il mio cuore:

me lo strapperei dal petto

e proverei a stordirlo sui sassi,   

sulla battigia di pietre

e sugli scogli appuntiti,   

fino a quando,

-bagnata di lacrime e sale-

completamente stordito

e rimesso al suo posto, 

potrei convincermi di non sentire più il suo dolore

e se si addormenta,

-finalmente liberata-

potrei abbandonarmi al mare

UNA VITA CON NESSUNO

Come me,
è Donna Polifemo!
La Fiducia è donna,
come lo Strazio di Polifemo
per aver abbassato i suoi scudi
ed averli consegnati all’affabulatore.
Una vita con Nessuno.
Oltre ogni orizzonte e confine,
oltre ogni mare e terra
vado gridando il mio dolore,
ferita e accecata da un profondo squarcio.

SPIAGGIATA

E te ne vai in giro,
con il mio scalpo tra le mani.
Mi hai spiaggiata…
Anche al dolore ci si arrocca, ci si abitua talmente!
Ma forse, non sai,
Vita
Che ti vivo così: fronte mare!
L’Orizzonte negli occhi
L’Infinito nello sguardo
Le Profondità nel cuore
Le Onde nei pensieri
E il Vento, il Vento che mi leviga,
mi scava, mi ammorbidisce ed è scudo,
maestro e m’invita a prendere il largo.
A volte spiaggiata, a volte arroccata,
a volte infranta,
a volte onda altissima
che si confonde al cielo.

IL LANCIO

Mi hai voluta
mi hai stretta al tuo petto
e poi, d’improvviso, non c’era più il riparo,
come se mi avessi presa dai capelli ed estirpata,
estratta, di colpo, di netto,
così, a crudo e incurante del lancio,
di dove potessi finire,
se sbattuta su una roccia,
o se ammarata negli abissi.
Incurante, così, d’improvviso,
mi hai sradicata con forza, ma incurante del lancio,
di dove potessi finire:
infranta in terra,
o tra le fiamme,
o affogata nel mio stesso sangue!
Non avevi più voglia: tutto qui!
Ma sotto le tue unghie c’è ancora un po’ di pelle,
ancora un po’ di sangue,
la Mia Pelle, il Mio Sangue…
E nelle tue mani c’è ancora un po’ di Me
e lo so, so che te le porti al cuore!

Clicca sulla copertina per richiedere il libro

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LetteraturaSegnalazione Eventi

Presentazione del libro “La voce che non si dimentica” di Simone Longo

Presentazione del libro “La voce che non si dimentica” di Simone Longo

 
 
 
 

Venerdì 24 ottobre, alle ore 18:00, presso la sede dell’Università Popolare nel Palazzo San Bernardino di Corigliano-Rossano, si terrà la presentazione del libro La voce che non si dimentica di Simone Longo.

L’evento sarà introdotto e coordinato da Gennaro Mercogliano, direttore dell’Università Popolare Rossanese, e si aprirà con i saluti istituzionali di Giovanni Pistoia, Vice Sindaco.

Interverranno, inoltre, Giuseppe De RosisLoredana Muraca e Maurizio Traversari

 

Durante l’incontro sono previsti momenti musicali a cura di Pino Salerno e letture tratte dal testo.

 

Sarà presente l’autore, Simone Longo, per dialogare con il pubblico e rispondere alle domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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