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Alteolab di Francesco Minnicelli. Artigianato contemporaneo a Corigliano-Rossano

In occasione di SoeVe – L’essenza della forma, abbiamo avuto il piacere di collaborare con Alteolab, laboratorio artigianale di Corigliano-Rossano guidato da Francesco Minnicelli, che ha realizzato le cinque targhe consegnate alle Presenze d’Autore nel corso della serata inaugurale al Castello Ducale di Corigliano. Un lavoro pensato appositamente per l’occasione, a testimonianza di una collaborazione nella quale anche un oggetto di riconoscimento può diventare parte del racconto di un progetto.

Da questa esperienza nasce il desiderio di conoscere più da vicino il lavoro di Alteolab, una realtà artigianale che trova la propria identità nella capacità di unire manualità, progettazione e tecnologie contemporanee, con una produzione che attraversa ambiti diversi e risponde ogni volta a esigenze specifiche.

Alteolab nasce in una piccola bottega dello Scalo di Rossano, in via Napoli 24. Una porta verde, il banco da lavoro sempre in vista, oggetti curiosi disseminati nello spazio e quell’inconfondibile odore di cuoio e legno bruciato accolgono chi entra.

 

È qui che ogni oggetto personalizzato prende forma, prima di tutto, attraverso le mani. La lavorazione di legno, pelle e lastre di acrilico rappresenta il cuore dell’attività, mentre l’incisione laser e la stampa 3D diventano strumenti al servizio dell’idea, senza sostituire la componente artigianale.

 

È proprio nella combinazione tra tecniche differenti che Alteolab costruisce il proprio modo di lavorare. La progettazione nasce dalle esigenze del cliente e si traduce in un pezzo concreto attraverso un processo che può coinvolgere strumenti digitali, lavorazione manuale, rifinitura e, quando necessario, pittura a mano.

 

Targhe, trofei e insegne per eventi, aziende e associazioni convivono con bomboniere e oggetti da regalo per cerimonie e ricorrenze, lampade, orologi decorativi, modelli e prototipi realizzati attraverso la stampa 3D.

 

La varietà della produzione racconta una caratteristica precisa del laboratorio: non esiste un catalogo chiuso al quale ricondurre il lavoro, perché ogni pezzo nasce da una richiesta e viene progettato in funzione di quella richiesta.

Anche i modelli realizzati con la stampa 3D, infatti, possono essere successivamente rifiniti e dipinti a mano, fino a raggiungere un risultato unico. La tecnologia entra così nel processo senza cancellare la manualità, ma diventa parte di un percorso progettuale più ampio.

 

Dietro ogni lavoro c’è la stessa attenzione: ascoltare ciò che viene richiesto e trasformarlo in qualcosa di concreto, con una cura particolare per la qualità della finitura e per quei dettagli che spesso determinano la differenza nel risultato finale.

Modella che indossa una maschera e abito artigianale di Alteo Lab Artigianato

Tra le realizzazioni più riconoscibili di Alteolab c’è Clementizia, la maschera ufficiale del Carnevale di Corigliano-Rossano, ideata e realizzata interamente in laboratorio, dal concept al pezzo finito.

 

Alteolab ha inoltre firmato il logo e il trofeo de “Il Gusto dell’Eccellenza” e alcune particolari insegne in legno presenti sul territorio, tra cui quella del Toro Scatenato, sul lungomare di Rossano.

 

Altre produzioni nascono invece da collaborazioni con realtà associative, come i giochi in legno realizzati per l’associazione Hydra, mentre alcune creazioni in cuoio raggiungono committenti anche oltre i confini italiani, con richieste provenienti da diverse parti del mondo.

 

Sono lavori differenti per funzione, materiali e destinazione, ma accomunati dalla stessa impostazione: partire da un’idea e trovare la forma più adatta per trasformarla in un oggetto.

Il lavoro di Alteolab continua a guardare a nuove possibilità. La prossima realizzazione, in ordine di tempo, sarà una escape room al Castello Ducale, un progetto che introduce una nuova dimensione nella ricerca del laboratorio e intreccia ancora una volta artigianato, gioco e racconto del territorio.

È una direzione che racconta bene la natura di Alteolab: una bottega artigiana contemporanea, nella quale materiali, strumenti e competenze possono incontrarsi per dare forma a progetti sempre diversi.

La collaborazione con SoeVe – L’essenza della forma ci ha permesso di incontrare da vicino questa realtà e di apprezzarne la cura. Le cinque targhe realizzate per le Presenze d’Autore sono state un piccolo tassello di un progetto più ampio, ma anche un esempio concreto di ciò che può accadere quando un’idea incontra le mani capaci di trasformarla in forma.

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Codice Visivo 2026. Il viaggio oltre la mappa, mostra di fotografia contemporanea

La seconda edizione del progetto ideato e curato da Monica Bisin torna a Roma dal 17 al 24 ottobre.

Quattro autori,quattro progetti fotografici e un tema che invita ad andare oltre la geografia per entrare nella dimensione più personale dello sguardo.

L’ArteCheMiPiace torna a essere media partner dell’iniziativa.

 

Ci sono viaggi che hanno una destinazione precisa e altri che iniziano proprio quando quella destinazione smette di essere il punto centrale del percorso. È da questa seconda possibilità che prende forma Codice Visivo 2026 – Il viaggio – Oltre la mappa, la nuova edizione del progetto ideato e curato da Monica Bisin per Fag Arti Visive.

 

Dopo la prima edizione dello scorso anno, Codice Visivo torna a Roma con una formula che non cambia nella sua impostazione curatoriale, ma rinnova il proprio campo d’indagine. Dal 17 al 24 ottobre 2026, negli spazi del Sotto Sopra Art Studio, nel quartiere San Giovanni, quattro autori saranno chiamati a confrontarsi con il tema del viaggio, ciascuno attraverso un progetto autonomo e una personale costruzione dell’immagine.

Il vernissage è in programma sabato 17 ottobre alle ore 17.00. La mostra rientra inoltre nel circuito della Roma Art Week, la manifestazione annuale diffusa dedicata all’arte contemporanea nella capitale.

Un format pensato per dare tempo alla fotografia

Uno degli elementi che caratterizzano Codice Visivo è la scelta di lavorare con soli quattro autori.

Non si tratta semplicemente di una riduzione numerica rispetto alle collettive più ampie. È una precisa scelta curatoriale,che nasce dalla volontà di dare a ogni fotografo lo spazio necessario per presentare non soltanto alcune immagini,ma un vero e proprio progetto fotografico.

La differenza è sostanziale.

La fotografia d’autore si sviluppa spesso attraverso una pluralità di immagini che costruiscono tra loro una relazione. La singola fotografia può possedere una propria forza, ma è nella sequenza, nell’accostamento, nelle variazioni di ritmo e nelle corrispondenze tra le immagini che un progetto può rivelare la propria struttura narrativa.

L’autore non presenta quindi soltanto delle fotografie: predispone un racconto per immagini.

Ogni opera diventa parte di una costruzione più ampia. Una fotografia può introdurre un tema, un’altra modificarne la percezione, una terza aprire una direzione inattesa. È attraverso questo montaggio visivo che il lavoro fotografico può restituire un’esperienza, un luogo, una cultura o una percezione senza ridurli alla semplice rappresentazione.

Codice Visivo sceglie quindi di concedere a ciascun autore un tempo di visione maggiore.

Quattro presenze significano quattro percorsi che possono essere attraversati con maggiore attenzione. La pluralità non viene ricercata nella quantità degli espositori, ma nella distanza tra le loro ricerche.

Ed è proprio questo il format che Monica Bisin ha scelto di mantenere dalla prima alla seconda edizione.

Foto Andrea Bernabini

Dalla prima edizione a oggi: cambia il tema, resta il metodo

La prima edizione di Codice Visivo,lo scorso anno,era nata dalla volontà di esplorare la fotografia come linguaggio plurale,mettendo a confronto quattro differenti modalità di costruzione dell’immagine e aprendosi alla sperimentazione e ai nuovi linguaggi visivi.

Quest’anno il progetto si concentra invece sul viaggio.

Ma cosa è cambiato nel passaggio dalla prima alla seconda edizione?

Ne abbiamo parlato direttamente con la curatrice Monica Bisin

 

La prima edizione di Codice Visivo, lo scorso anno, nasceva dalla volontà di esplorare la fotografia come linguaggio plurale, mettendo a confronto quattro differenti modalità di costruzione dell’immagine. Quest’anno, con Il viaggio – Oltre la mappa, il progetto torna con una seconda edizione che parte da un tema preciso e apre nuovi percorsi di lettura. Che cosa è cambiato, dal punto di vista curatoriale, nel passaggio dalla prima alla seconda edizione e quale continuità hai invece scelto di mantenere?

 

Dal punto di vista curatoriale non è cambiato nulla: ho scelto di mantenere lo stesso format della prima edizione,mettendo in dialogo quattro autori e quattro progetti completamente differenti. A cambiare è la tematica,ma resta centrale la volontà di mostrare come uno stesso tema possa generare visioni, linguaggi e interpretazioni profondamente diverse.

Una risposta che chiarisce bene la natura di Codice Visivo: non un contenitore che cambia identità a ogni edizione,ma un progetto che mantiene una precisa struttura curatoriale e la mette ogni volta alla prova attraverso un nuovo tema.

Se nella prima edizione il centro della ricerca era la pluralità del linguaggio fotografico,quest’anno la domanda si sposta sul modo in cui la fotografia possa trasformare l’idea stessa di viaggio.

Oltre la mappa. Quando il luogo diventa esperienza

Il viaggio proposto da Codice Visivo non coincide con la semplice destinazione.

È attraversamento di luoghi, ma anche di culture, memorie, percezioni e sensibilità. Può essere fisico, culturale, spirituale o immaginario.

Il tema permette così ai quattro autori di partire da realtà molto differenti per arrivare a una domanda comune: che cosa accade allo sguardo quando attraversa un luogo?

Quattro autori, quattro modi di viaggiare

Sandro Lombardo porta il progetto The Ships of Time in Giappone, ma il suo viaggio procede soprattutto attraverso una diversa percezione del tempo e dello spazio. I concetti di Ma, lo spazio della pausa e dell’intervallo, e Mujō,l a natura transitoria delle cose, diventano chiavi per osservare vuoti, presenze e sospensioni. Il Giappone si trasforma così da destinazione geografica a esperienza percettiva.

Riccardo Zappelli attraversa Venezia partendo proprio dall’immagine ormai sedimentata della città. Una Venezia raccontata e riprodotta innumerevoli volte, che rischia di essere riconosciuta prima ancora di essere guardata. Attraverso mosso, luce e colore, con un linguaggio vicino alla pittura, l’autore interviene sulla realtà e cerca un’immagine diversa della città. Il riferimento alla Venezia di Francesco Guccini introduce inoltre una dimensione di memoria e disincanto.

Con Girolamo Mingione, il viaggio diventa ricerca formale. In La forma del viaggio, Roma, Rotterdam, Amsterdam e Varsavia vengono attraversate attraverso linee, superfici, geometrie, tagli e prospettive. L’architettura diventa materia visiva e la riconoscibilità del luogo lascia spazio a una grammatica dello sguardo capace di mettere in relazione città lontane.

Elisabetta Nottola, con Shamma, conduce invece il pubblico nell’altopiano etiopico, seguendo il significato culturale e spirituale del tradizionale scialle bianco che accompagna la vita delle comunità locali. A Lalibela, le celebrazioni di Genna e Fasika emergono dalla penombra delle veglie illuminate dalle candele; poi il racconto si apre alla quotidianità, ai mercati, al lavoro, al teff, alla terra. Il bianco e nero diventa una scelta espressiva precisa, capace di concentrare l’attenzione sulle persone e sulla realtà incontrata.

Quattro percorsi,quindi, che non cercano una definizione unica del viaggio, ma ne mostrano la molteplicità.

La distanza tra ciò che vediamo e ciò che la fotografia rivela

È proprio nella distanza tra il luogo e lo sguardo che Monica Bisin individua uno dei territori più fertili della fotografia.

 

Il titolo Il viaggio – Oltre la mappa sembra suggerire che il viaggio fotografico non coincida necessariamente con il raggiungimento di un luogo, ma con la trasformazione dello sguardo di chi lo attraversa. Quanto conta, nella fotografia, la distanza tra il luogo che abbiamo davanti e ciò che l’autore riesce a farci vedere oltre quel luogo?

È proprio in quella distanza che,secondo me, nasce la fotografia. Il luogo è il punto di partenza, ma ciò che conta è quello che lo sguardo dell’autore riesce a rivelare oltre ciò che abbiamo davanti agli occhi: una dimensione personale, emotiva o concettuale che trasforma un luogo in un’esperienza.

È una risposta che attraversa idealmente tutti e quattro i progetti.

Il Giappone di Lombardo non è soltanto il Giappone. Venezia non è soltanto Venezia. Le città di Mingione non sono semplicemente quattro città europee. E l’Etiopia di Nottola non è soltanto un territorio da documentare.

In ciascun caso il luogo costituisce il punto di partenza di un processo di trasformazione: la realtà viene attraversata dallo sguardo dell’autore e restituita come esperienza.

È qui che la fotografia si allontana dalla semplice documentazione e diventa linguaggio.

 

Foto Andrea Bernabini

La scelta degli autori. quattro percorsi personali

La selezione dei quattro fotografi risponde proprio a questa esigenza.

 

I quattro fotografi presenti in questa edizione affrontano il tema del viaggio attraverso prospettive molto diverse: dal Giappone di Sandro Lombardo alla Venezia di Riccardo Zappelli, dalle architetture attraversate da Girolamo Mingione fino alla dimensione culturale e spirituale dello Shamma di Elisabetta Nottola. Qual è stato il criterio che ha guidato la scelta dei quattro autori e che tipo di relazione hai individuato tra percorsi così differenti?

 

Il criterio è stato quello di scegliere autori capaci di interpretare il viaggio in una dimensione molto personale e concettuale, lontana dalla sua lettura più convenzionale. Il filo che lega percorsi così differenti è proprio questo: andare “oltre la mappa”, oltre la geografia, per trasformare il viaggio in un’esperienza dello sguardo e della sensibilità.

La relazione tra gli autori,quindi,non è costruita sulla somiglianza.

È esattamente il contrario.

È nella loro capacità di partire da esperienze diverse e di trasformarle in altrettante forme di visione che il progetto trova la propria unità.

Monica Bisin. La curatela come ricerca

C’è infine un altro viaggio che attraversa Codice Visivo: quello della stessa curatrice.

Monica Bisin è da anni impegnata nella costruzione di progetti dedicati alla fotografia e all’arte contemporanea. La continuità del suo lavoro non si misura soltanto nella successione degli eventi,ma nella capacità di trasformare ogni nuovo progetto in un’occasione di ricerca e confronto.

Monica Bisin, artista e curatrice indipendente,

 

Monica, prima di concludere, vorrei riconoscere la continuità e l’ottima qualità del tuo lavoro curatoriale, che negli anni si è tradotto in una successione di progetti, incontri e nuove esplorazioni nel campo dell’arte contemporanea. Da dove nasce questa costante necessità di progettare e quanto,nel tuo percorso, la curatela è diventata essa stessa una forma di ricerca, quasi un modo personale di attraversare e interpretare l’arte contemporanea?

 

Ti ringrazio per questa domanda, perché mi dà modo di raccontare una parte importante del mio lavoro. La necessità di progettare nasce soprattutto dal bisogno di dare forma alle idee che ho in testa, di trasformarle in qualcosa di reale,visibile e condivisibile. Poi, nel confronto con gli artisti e con i loro percorsi, queste idee si arricchiscono e diventano a loro volta una forma di ricerca, che mi permette di continuare a scoprire e interpretare la fotografia contemporanea,ma anche me stessa.

È forse questa la dichiarazione che meglio completa il senso di Codice Visivo: progettare non come semplice passaggio dall’idea all’esposizione, ma come processo aperto, nel quale il confronto con gli artisti modifica e arricchisce la ricerca curatoriale.

Il viaggio, alla fine, non riguarda soltanto i quattro autori.

Riguarda anche il modo in cui una mostra nasce, si sviluppa e cambia attraverso gli incontri.

Una collaborazione che continua

Anche per questa seconda edizione L’ArteCheMiPiace torna a essere media partner di Codice Visivo, proseguendo la collaborazione avviata con la prima edizione.

Il blog dedicato all’arte e alla cultura contemporanea accompagnerà il progetto con un approfondimento editoriale dedicato alla mostra e ai suoi protagonisti.

In dialogo con il tema del viaggio, sarà inoltre presente attraverso sei opere tratte da UrbanBlur di Giuseppina Irene Groccia. Il progetto, attraverso movimento, mosso e dissolvenza, trasforma luoghi, igure e architetture in frammenti percettivi, portando il viaggio dalla dimensione dello spazio a quella della memoria visiva e della percezione.

Un progetto nel circuito della Roma Art Week

La seconda edizione di Codice Visivo è riconosciuta dalla FIAF – Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche e rientra nel circuito della Roma Art Week, manifestazione annuale diffusa dedicata all’arte contemporanea che coinvolge gallerie, istituzioni, artisti e realtà culturali della capitale.

Confermata quindi la collaborazione con RAW, piattaforma dedicata al panorama dell’arte contemporanea romana, e con Arte 24, format televisivo al servizio della cultura che da quindici anni dà voce e visibilità a numerosi eventi in location pubbliche e private.

La mostra sarà ospitata dal Sotto Sopra Art Studio, atelier e piccola galleria espositiva guidata dalla pittrice Rosanna Cerutti, nello storico e vivace quartiere romano di San Giovanni.

Il progetto sarà accompagnato da un catalogo dedicato ai quattro autori e da un articolato progetto di comunicazione e promozione.

Codice Visivo torna dunque con una seconda edizione che mantiene intatta la propria struttura e cambia il proprio punto di osservazione.

Quattro autori. Quattro progetti. Quattro modi di intendere il viaggio.

Non una destinazione da raggiungere, ma una possibilità di vedere oltre ciò che già conosciamo.

Perché, come suggerisce il titolo di questa nuova edizione, oltre la mappa comincia quello spazio nel quale il luogo diventa esperienza e lo sguardo diventa racconto.

Codice Visivo 2026
Il viaggio – Oltre la mappa

17–24 ottobre 2026

Vernissage: sabato 17 ottobre, ore 17.00

Sotto Sopra Art Studio – Roma San Giovanni

A cura di Monica Bisin / Fag Arti Visive

Ingresso libero

Media Partner: L’ArteCheMipiace

Partners Evento

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Le Stanze dell’Arte torna a Palazzo Fruscione. Arte contemporanea e Agenda 2030 attraverso le cinque P

Locandina Le Stanze dell’Arte 2026 a Palazzo Fruscione a Salerno

Dal 16 ottobre al 1° novembre 2026, Palazzo Fruscione a Salerno torna ad accogliere Le Stanze dell’Arte – Personali a Palazzo Fruscione, progetto realizzato con il patrocinio del Comune di Salerno, ideato e diretto artisticamente da Olga Marciano e curato da Luciano Di Gianni.

Anche quest’anno L’ArteCheMiPiace è lieta di affiancare la manifestazione come media partner, accompagnando la nuova edizione attraverso il racconto e la valorizzazione di un progetto che, negli anni, ha saputo costruire una propria identità nel panorama delle iniziative dedicate all’arte contemporanea.

La formula resta quella che costituisce il carattere distintivo della manifestazione: ogni artista ha una propria stanza. Ma l’edizione 2026 amplia questa idea e la trasforma in un percorso molto più articolato, nel quale alle ventiquattro personali si aggiungono installazioni, elementi interattivi e momenti pensati per coinvolgere direttamente il pubblico.

Ne nasce un percorso espositivo in cui opere,spazi e presenze concorrono a costruire un’esperienza che si rivela passo dopo passo.

 

Una mostra dentro la mostra

La particolarità de Le Stanze dell’Arte nasce da una formula espositiva precisa: ventiquattro artisti, ventiquattro percorsi personali, ciascuno affidato a uno spazio del Palazzo.

Non una collettiva costruita secondo un unico criterio visivo, dunque, ma una costellazione di ricerche differenti che trovano nell’architettura storica di Palazzo Fruscione una cornice comune. Ogni stanza conserva la propria identità, mentre l’insieme costruisce una narrazione più ampia, fatta di linguaggi, sensibilità e visioni differenti.

Per la VII edizione, questo percorso si apre inoltre al tema dell’Agenda 2030, assunto come riferimento per una riflessione sui grandi temi del presente e sulle possibilità di costruire un futuro più consapevole.

Palazzo Fruscione, una parte del racconto

Palazzo Fruscione non è soltanto il luogo che ospita la mostra. La sua architettura entra a far parte dell’esperienza: gli ambienti, i corridoi, le scale e le sale accompagnano il visitatore da una stanza all’altra, creando connessioni tra opere e linguaggi differenti.

L’edificio, risalente al XIII secolo e caratterizzato dalla particolare conformazione a L, conserva elementi architettonici che restituiscono alla visita una dimensione fortemente legata alla storia della città. Le superfici in tufo e pietra, gli spazi di passaggio e le diverse articolazioni del palazzo diventano parte del percorso.

È all’interno di questa struttura che le cinque dimensioni individuate dall’Agenda 2030 trovano una traduzione concreta e accessibile.

Cinque P per attraversare il futuro

Il tema dell’Agenda 2030 entra così nel percorso espositivo attraverso le sue cinque dimensioni fondamentali: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership. Le cinque P diventano una chiave di lettura che porta l’arte a confrontarsi con alcune delle grandi questioni del presente e con l’idea di un futuro fondato su attenzione, responsabilità, equilibrio e collaborazione.

A Palazzo Fruscione questi temi prendono forma attraverso una serie di installazioni e dispositivi pensati per coinvolgere anche il pubblico: le porte delle cinque P, il corridoio verde, le sedie delle possibilità, i tre teli sospesi e il patto dei visitatori.

Un percorso che accompagna le opere personali e amplia la mostra con una dimensione comune, nella quale ciascuno può lasciare una riflessione, una risposta o un impegno.

Un programma che amplia il percorso

Accanto alle ventiquattro personali, Le Stanze dell’Arte propone un calendario di appuntamenti che arricchisce la permanenza a Palazzo Fruscione con incontri, poesia, musica, teatro e occasioni di confronto diretto con gli artisti.

Venerdì 16 ottobre – ore 18.30

Inaugurazione della VII edizione

L’apertura della manifestazione sarà presentata da Gaia Bassi e comprenderà i saluti istituzionali di Vincenzo De Luca, Sindaco di Salerno, Dario Loffredo, Assessore, e Olga Marciano, Presidente di Flusso Contemporary Art e artista.

Seguiranno la presentazione degli artisti partecipanti alla VII edizione e dei relativi percorsi espositivi ospitati nelle sale di Palazzo Fruscione e la consegna del Premio “Le Stanze dell’Arte” a Sonia Zunica.

La serata sarà accompagnata dall’intervento musicale del Coro T’Incanto, diretto dal M° Antonella Zito, con Roberto Marino al piano e Biagio Marinelli alle percussioni.

A seguire, il brindisi inaugurale e la degustazione di vini di Corte Laureana, curata dal sommelier Vladimiro Gennatiempo con il Wine Team, accompagnata da una selezione di formaggi, olive, taralli e specialità del territorio.

La serata proseguirà con la visita alle esposizioni e l’incontro con gli artisti.

Domenica 18 ottobre – ore 19.00

A piedi scalzi – Tra parola e colore

Un appuntamento dedicato alla poesia con la presentazione del libro di Barbara Spatuzzi, in dialogo con Antonio Mariconda.

Le letture saranno affidate a Gaia Bassi, con una performance di Francesca Annunziata e accompagnamento di musica jazz di Matteo De Luca

Sabato 24 ottobre – ore 18.30

Se potessi incontrarmi

Presentazione del libro di Olga Marciano, in dialogo con Carmela Santangelo.

La serata prevede letture e una performance teatrale di Cinzia Ugatti, con gli interventi musicali di Gaia Bassi, voce, e Paolo Molinari, chitarra.

Un incontro costruito attraverso parole, voci, musica e teatro, che accompagna il pubblico tra le pagine del libro e la dimensione personale della sua autrice.

Venerdì 30 ottobre – ore 18.30

A ruota libera con gli artisti – 50 domande al buio

Un incontro informale e fuori dagli schemi, pensato per avvicinare il pubblico agli artisti attraverso 50 domande a sorpresa.

Domande capaci di andare oltre le opere per conoscere pensieri, curiosità, esperienze e aspetti meno conosciuti dei protagonisti della mostra.

Al termine, un momento conviviale con artisti e pubblico, accompagnato da tè, tisane e biscotti.

Domenica 1° novembre – ore 18.00

Finissage

La conclusione della VII edizione sarà affidata a un incontro finale con artisti e pubblico, durante il quale saranno consegnati i certificati di merito e i cataloghi a tutti gli artisti partecipanti, prima del saluto conclusivo.

Orari di apertura

Martedì, mercoledì e giovedì: 17.30–20.00

Venerdì, sabato e domenica: 11.00–13.00 / 17.30–20.00

Lunedì: chiuso

Le stanze. Ventiquattro sguardi sul presente

Ventiquattro artisti, ventiquattro ricerche e altrettanti modi di interpretare il presente. Le stanze diventano così luoghi autonomi, ciascuno con una propria identità, ma inseriti in un percorso comune che attraversa questioni legate alla natura, all’identità, alla fragilità, alla trasformazione, alla relazione tra individuo e ambiente.

Lucia Ansalone – Radici di futuro

La ricerca di Lucia Ansalone si concentra sul rapporto tra radici, appartenenza e possibilità. Il futuro nasce dalla capacità di riconoscere ciò che ci lega alla terra e alla propria storia, trasformandolo in una risorsa per il presente.

Giancarlo Massimo Chiancone – Il patto fragile

Una riflessione sulla precarietà degli equilibri che regolano il rapporto tra uomo, natura e società. Il “patto fragile” richiama la necessità di una responsabilità condivisa e di una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte.

Mimma De Luca – Cuore Sacro

La dimensione del sacro diventa spazio di ricerca e introspezione. Le opere di Mimma De Luca affrontano il rapporto tra interiorità, sentimento e spiritualità, restituendo alla figura e al simbolo una dimensione sospesa tra personale e universale.

Dario Di Martino – Il prezzo del verde

Il verde diventa materia di riflessione sul rapporto con il pianeta. Il titolo introduce una domanda precisa sul costo delle trasformazioni ambientali e sulle responsabilità che accompagnano il modo in cui utilizziamo e trasformiamo il territorio.

Elena Lembo – Essenza

Una ricerca orientata verso ciò che rimane quando la forma si riduce all’essenziale. Essenza porta l’attenzione sulla sostanza delle cose, sull’identità e sulla possibilità di riconoscere ciò che conta oltre l’apparenza.

Mariagrazia Mancino – Le vie dell’essere

Un percorso dedicato alla dimensione individuale e alle molteplici possibilità dell’esistenza. Le opere diventano tappe di una ricerca che attraversa identità, trasformazione e consapevolezza.

Antonio Mariconda – Volti oltre il volto

Il volto come luogo dell’identità, ma anche come superficie capace di nascondere e rivelare. La ricerca di Mariconda invita a guardare oltre la fisionomia per incontrare ciò che si cela dietro l’immagine.

Peppe Nocerino – Terra, Universo e Futuro

La Terra viene osservata nella sua relazione con una dimensione più ampia, quella dell’universo. Una riflessione che mette in relazione il destino del pianeta con la responsabilità dell’uomo e con le possibilità ancora aperte del futuro.

Piero Penna – Paesaggi da custodire

Il paesaggio diventa patrimonio da osservare e proteggere. La ricerca pone l’attenzione sulla fragilità degli ambienti e sulla necessità di una nuova consapevolezza nei confronti dei luoghi che abitiamo.

Enzo Santoro – Riflessioni celate

Un lavoro costruito attorno a ciò che appare e a ciò che resta nascosto. Le opere suggeriscono una lettura stratificata, nella quale l’immagine diventa occasione per interrogarsi su ciò che non è immediatamente visibile.

Barbara Spatuzzi – Il respiro del mondo

Il respiro diventa metafora di una relazione continua tra individuo e ambiente. Una ricerca che riconduce il gesto artistico alla necessità di ascoltare il mondo e le sue trasformazioni.

Massimo Borrelli – Non pensavo fosse cenere

La cenere porta con sé il segno della trasformazione e di ciò che resta dopo una perdita o un cambiamento. Il lavoro affronta il tema della fragilità attraverso una materia che conserva la traccia di ciò che è stato.

Lello D’Anna – F_LOVERS

Attraverso la lente intima del light painting, Lello D’Anna esplora la relazione tra luce e materia, celebrando il fiore come evento luminoso e dinamico. La luce, come un pennello invisibile nell’oscurità, scolpisce delicatamente le forme floreali e ne rivela texture nascoste, nervature segrete e trasparenze eteree. Ogni composizione nasce dal dialogo tra fragilità organica ed energia luminosa, in un’esplosione controllata di vita che emerge dal buio. Il fiore viene ricondotto alla sua essenza più pura e ogni scatto diventa una meditazione, un fugace momento di splendore in cui ogni petalo sembra sussurrare la propria identità, evocando purezza e una dimensione di sacralità della natura.

Giorgio Della Monica – L’abbraccio

L’abbraccio diventa immagine di vicinanza, protezione e relazione. Un gesto semplice che assume un valore simbolico e riconduce l’arte alla dimensione dell’incontro.

Enzo Forgione – In viridia immersio

Il rapporto con la natura viene affrontato attraverso una ricerca che porta lo spettatore dentro una dimensione verde, avvolgente e percettiva. La natura non è semplice sfondo, ma ambiente da esplorare e riconoscere.

Laura Libera Lupo – Anime in estinzione

La fragilità delle specie e la perdita della biodiversità diventano il punto di partenza per una riflessione sulla responsabilità nei confronti del pianeta. Le “anime in estinzione” richiamano ciò che rischia di scomparire e che necessita di attenzione e cura.

Olga Marciano – Sguardi

Lo sguardo come strumento di osservazione e conoscenza. La ricerca di Olga Marciano si concentra sulla figura e sulla relazione tra chi osserva e ciò che viene osservato, restituendo all’immagine una dimensione aperta e interrogativa.

Giancarlo De Luca – Prima della parola

Il corpo femminile diventa territorio simbolico nel quale si incontrano vita, nutrimento, identità e vulnerabilità. Il seno, legato da sempre alla maternità e alla fertilità, attraversa epoche e culture conservando una forte dimensione ancestrale. Nella ricerca di Giancarlo De Luca questa simbologia assume una lettura contemporanea, restituendo al corpo femminile una dimensione di consapevolezza, forza e identità.

Claudio Martinenghi – Massacri

Una ricerca che affronta il tema della violenza e della distruzione attraverso immagini capaci di confrontarsi con la parte più drammatica della contemporaneità. Il titolo richiama una realtà che l’arte osserva senza sottrarsi alla sua durezza.

Valeria Nuzzo – Archeologie del paesaggio

Il paesaggio viene letto come una stratificazione di segni, tracce e trasformazioni. Una sorta di archeologia del presente, nella quale ciò che vediamo racconta anche ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora cambiare.

Nicola Pellegrino – La Terra

La Terra come origine, luogo di appartenenza e patrimonio comune. Il lavoro si confronta con il pianeta nella sua dimensione fisica e simbolica, riportando l’attenzione sulla necessità di preservarne l’equilibrio.

Giulia Reale – Il tempo di un futuro

Il futuro viene osservato nella sua relazione con il tempo. Il titolo introduce una riflessione sulla possibilità di costruire ciò che ancora non esiste attraverso le scelte compiute nel presente.

Regina Senatore – Rame e anima

Materia e interiorità si incontrano in una ricerca nella quale il rame assume una funzione espressiva e simbolica. La materia diventa così strumento per parlare di identità, trasformazione e dimensione interiore.

Sabrina Tortorella – Nel nome del cuore

Il cuore come luogo simbolico delle emozioni, delle relazioni e delle scelte. Un lavoro che riconduce la ricerca artistica alla dimensione del sentimento e alla possibilità di riconoscere ciò che ci unisce.

Un percorso che continua oltre le opere

La forza di questa edizione risiede anche nella capacità di mettere in relazione le singole esperienze artistiche con un percorso collettivo.

Le cinque P dell’Agenda 2030 offrono una traccia comune senza uniformare le ricerche. Ogni artista conserva il proprio linguaggio e la propria autonomia, mentre il pubblico è chiamato a costruire il proprio percorso tra le stanze e le installazioni.

Le opere diventano così punti di partenza per interrogativi più ampi: quale rapporto abbiamo con il pianeta? Come cambiano le nostre relazioni? Quale idea di futuro vogliamo costruire? Quale responsabilità appartiene alle nostre scelte quotidiane?

L’arte come esperienza condivisa

Le Stanze dell’Arte torna dunque a Palazzo Fruscione con una formula che conserva il carattere delle personali, ma amplia progressivamente il proprio raggio d’azione.

Le ventiquattro stanze raccontano ventiquattro sensibilità differenti. Le installazioni dedicate alle cinque P costruiscono un filo comune. Gli incontri, le presentazioni, la musica, la poesia e il teatro ampliano ulteriormente il programma.

Al centro rimane l’opera, ma attorno all’opera si costruisce un’esperienza più ampia, nella quale il pubblico può osservare, ascoltare, confrontarsi e lasciare a propria volta una traccia.

Dal 16 ottobre al 1° novembre 2026, Palazzo Fruscione ospita un percorso che intreccia arte contemporanea, Agenda 2030 e una pluralità di sguardi sulle questioni che riguardano il nostro modo di vivere,relazionarci e prenderci cura del mondo.

Le Stanze dell’Arte – Personali a Palazzo Fruscione

VII edizione

16 ottobre – 1° novembre 2026

Palazzo Fruscione, Salerno

 

Direzione artistica: Olga Marciano

Curatela: Luciano Di Gianni

 

Con il patrocinio del Comune di Salerno

 

Media partner: L’ArteCheMiPiace

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ArteArtisti

Nadia Martorano e l’arte come dono. Cento piccoli dipinti, un’unica matrice

In alcune occasioni, un’opera d’arte può trovare una destinazione diversa da quella abituale, entrando nella dimensione privata e diventando parte di un gesto personale, di un legame o di un dono.

Non nasce per una sala espositiva, per una collezione o per essere semplicemente osservata, ma per entrare nella vita di qualcuno e diventare un dono. È una dimensione particolare dell’arte, forse tra le più intime, perché porta l’opera fuori dal consueto circuito espositivo e la affida a un legame personale.

È da questa idea che prende forma un progetto singolare realizzato dall’artista Nadia Martorano in occasione del matrimonio della sorella, celebrato il 19 settembre 2026. Nel ruolo di testimone, l’artista ha scelto di affidare agli invitati qualcosa che appartenesse realmente al proprio linguaggio creativo, non un oggetto acquistato per l’occasione, ma una piccola opera d’arte realizzata personalmente.

Sono così nati cento piccoli dipinti a olio su tela, simili tra loro ma ciascuno differente, arricchiti dalla presenza di elementi Swarovski. Singolarmente, ogni frammento possiede una propria identità; insieme, le cento tele compongono un’unica immagine, un Lago dei Cigni, costruito attraverso la moltiplicazione di piccole porzioni pittoriche.

Il progetto introduce così una riflessione interessante sul rapporto tra unicità e molteplicità. L’opera mantiene una matrice comune, ma nel momento in cui viene suddivisa in cento differenti esemplari acquista una nuova natura. Ogni piccolo dipinto diventa infatti un’opera autonoma e, nello stesso tempo, parte di una composizione più ampia.

È proprio questo passaggio a rendere il progetto particolarmente interessante dal punto di vista artistico, la matrice non viene semplicemente riprodotta, ma interpretata attraverso una serie di variazioni manuali. La dimensione ridotta delle tele non ne diminuisce il valore, perché ciascun frammento conserva il gesto dell’artista e la propria irripetibilità.

Alla base del progetto esiste un’opera originaria, presentata nell’ambito di ARTEXPÒ – 1° Grand Prix di Monte Carlo, nel Principato di Monaco, e successivamente documentata nel relativo catalogo d’arte. Di quell’esperienza e dell’opera avevamo già parlato in un nostro precedente articolo, dedicato alla partecipazione dell’artista alla manifestazione monegasca e al riconoscimento ottenuto.

È da quella matrice che prende avvio il percorso delle cento piccole tele destinate al matrimonio. Il passaggio è significativo, un’opera nata in un’ambito espositivo viene reinterpretata per assumere una funzione completamente diversa, diventando un dono destinato alla condivisione.

L’artista trasferisce così il proprio lavoro da uno spazio pubblico a una realtà privata, senza interromperne il percorso. Cambia la destinazione, cambia la scala, cambia persino il modo in cui l’opera viene incontrata dal pubblico, ma rimane riconoscibile l’origine del progetto.

Il dono diventa quindi anche una forma di diffusione dell’arte. Cento persone ricevono un frammento, cento piccoli dipinti prendono strade differenti e l’opera originaria continua, in qualche modo, a vivere attraverso ciascuno di essi.

C’è qualcosa di particolarmente suggestivo nell’idea di un’opera concepita per essere divisa senza perdere la propria unità.

Il Lago dei Cigni diventa, in questa circostanza, una sorta di immagine-matrice: la sua identità permane anche quando viene affidata a cento differenti supporti. Il gesto dell’artista non consiste quindi soltanto nel creare una serie di piccoli dipinti, ma nel pensare un’opera capace di trasformarsi attraverso la relazione con chi la riceve.

Anche gli Swarovski contribuiscono a questa trasformazione. Gli elementi luminosi inseriti sulla superficie pittorica aggiungono una componente materica e riflettente, introducendo nella piccola dimensione delle tele un elemento prezioso che accompagna la leggerezza evocata dal soggetto.

L’opera, dunque, non si esaurisce nella sua immagine complessiva. Vive anche nei suoi dettagli, nelle differenze tra un frammento e l’altro, nella possibilità che ciascun destinatario conservi una parte di quella composizione senza possederla interamente.

Il valore di questo progetto risiede forse proprio nella sua origine. Un gesto familiare che trova nell’arte la propria forma espressiva.

Il matrimonio rappresenta l’occasione, ma il lavoro dell’artista porta il significato oltre la circostanza. Il dono non è soltanto qualcosa da conservare come ricordo di una giornata, ma un piccolo oggetto d’arte pensato e realizzato attraverso il proprio linguaggio.

È una prospettiva che restituisce all’arte una delle sue funzioni più antiche: essere offerta, condivisa, affidata agli altri.

In questo caso, la condivisione assume una forma quasi letterale. L’opera viene suddivisa in cento parti, ciascuna destinata a una persona diversa. Eppure, proprio attraverso questa dispersione, la sua origine comune rimane visibile.

Forse è questa la particolarità più interessante del progetto, l’opera non perde la propria identità quando viene donata. Al contrario, trova nel dono una nuova possibilità di esistenza.

L’artista, residente a Spezzano Albanese, in provincia di Cosenza, vive il proprio rapporto con i luoghi attraverso una concezione dell’arte che non riconosce confini territoriali. Ogni paese, ogni città, ogni realtà che sceglie di accogliere il suo lavoro può diventare parte del suo percorso, non come semplice luogo di presenza, ma come spazio di incontro e di appartenenza artistica.

È una posizione che nasce dalla volontà di considerare l’arte per ciò che può rappresentare nella sua forma più libera: un linguaggio capace di avvicinare persone e territori, senza essere condizionato da appartenenze o distinzioni. L’artista si sente parte di ogni luogo nel quale viene invitata a esprimersi e considera questa apertura una componente importante del proprio percorso.

In questa senso, anche il gesto da cui nasce il progetto assume un significato più ampio. Un’opera pensata per una persona cara diventa occasione di condivisione, mentre l’arte continua il proprio cammino oltre il luogo e il momento per cui è stata concepita.

Il dono, allora, non coincide soltanto con ciò che viene consegnato, ma con la possibilità di affidare all’arte un messaggio di apertura, appartenere a un luogo senza escluderne altri, attraversare territori diversi e lasciare che ogni incontro diventi parte del proprio percorso creativo.

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ArteSegnalazione Eventi

SoeVe – L’essenza della forma. Oltre 200 persone al Castello Ducale di Corigliano per la mostra d’arte contemporanea

SoeVe – L’essenza della forma al Castello Ducale di Corigliano: oltre 200 persone all’Opening Experience della mostra dedicata a Sonia Quercia.
Al Castello Ducale di Corigliano oltre duecento persone per l’Opening Experience della mostra collettiva d’arte contemporanea.
Il percorso espositivo prosegue fino al 20 settembre 2026.

È stata una serata di grande partecipazione quella di sabato 12 settembre al Castello Ducale di Corigliano, dove oltre duecento persone hanno preso parte all’Opening Experience di SoeVe – L’essenza della forma, promosso da SoeVe – Veronica Martino e L’ArteCheMiPiace di Giuseppina Irene Groccia, in collaborazione con l’Associazione Culturale White Castle e con il patrocinio del Comune di Corigliano-Rossano. Un appuntamento dedicato a Sonia Quercia, artista e anima di SoeVe, nel quale arte, musica, parola, abiti e immagini hanno trovato una propria unità espressiva.

L’ampia partecipazione del pubblico e i numerosi riscontri ricevuti al termine della serata hanno accompagnato un progetto costruito nel corso di mesi di lavoro, organizzazione e collaborazione. L’Opening Experience ha unito la dimensione performativa alla successiva apertura della mostra collettiva, in un’atmosfera resa particolarmente suggestiva dagli spazi del Castello, dalla luce e dalle note del pianoforte.

La scelta del Castello Ducale non è stata casuale: è proprio qui che SoeVe aveva presentato il suo ultimo abito prima dell’interruzione del percorso artistico. Tornare nello stesso luogo ha significato riprendere un filo rimasto sospeso e trasformarlo in una nuova esperienza.

In questo passaggio assume particolare rilievo la presenza del Maestro Lorenzo Bevacqua, legata a SoeVe da una precedente esperienza artistica. Durante l’ultima serata del Glissando Chamber Music Festival, manifestazione ideata e realizzata dallo stesso Bevacqua, SoeVe lo aveva omaggiato con Dumka, un abito creato appositamente per quell’occasione.

Particolarmente apprezzato è stato il programma pianistico di rilievo proposto nel corso della serata, che ha trovato uno dei suoi momenti più suggestivi nel tema tratto da Lo Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nella trascrizione per pianoforte di Michail Pletnëv. L’esecuzione, accolta dal pubblico con grande attenzione e partecipazione, ha conferito alla serata la dimensione di un’autentica esperienza concertistica, con il pianoforte al centro di un programma capace di accompagnare l’Opening Experience con la forza e l’eleganza della grande musica.

Il fulcro dell’Opening Experience è stato l’incontro tra gli abiti-scultura di SoeVe, realizzati da Veronica Martino, e i quadri di Giuseppina Irene Groccia. Ogni abito è stato accostato a un’opera, costruendo una relazione visiva tra forma, materia e immagine.

A guidare la lettura del percorso è stato Giuseppe De Rosis, con un’interpretazione filosofica degli abiti e dei quadri. Alla sua lettura si sono affiancati i momenti poetici di Lella Persiani e Placido Bonifacio, che hanno accompagnato l’ingresso di ciascun abito.

Ad aprire la serata è stata Tonia Mingrone, con un’intensa interpretazione teatrale di una poesia di Sonia Quercia, restituita con sensibilità, in un inizio intimo e raccolto, attraversato da una delicata nota di malinconia.

Particolarmente significativo l’intervento di Assunta Scorpiniti, che ha dato voce a Sonia attraverso un testo scritto in prima persona, restituendone la presenza con parole che sembravano arrivare direttamente da lei, come un racconto affidato alla sua stessa voce.

Per l’apertura ufficiale della mostra, si è quindi saliti al piano delle sale espositive, dove Chiara Milito, Mariel Cetera, Martina Scrivano, Beatrice Scopato, Maria Rosaria Cozza, Martina Diacono, Bina Papparella, Claudia Spataro, Achiropita Bosco e Francesca Attadia si sono affiancate ai rispettivi quadri, ricomponendo nello spazio espositivo la connessione tra abito e opera già sviluppata nella performance.

Tonia Mingrone, con alcuni passi di danza, ha quindi aperto il corteo verso le sale. Una visione d’insieme di particolare suggestione: tutte le modelle, accostate alle rispettive opere, componevano lungo il corridoio un’unica sequenza sospesa, accompagnando lo sguardo verso le sale espositive.

La serata inaugurale ha visto inoltre la presenza e l’intervento del Vicesindaco con delega alla Cultura Giovanni Pistoia, insieme alla critica e storica dell’arte Mariateresa Buccieri, che ha curato l’aspetto curatoriale della mostra. Agli artisti presenti sono stati quindi consegnati il catalogo ufficiale, l’attestato di partecipazione e la fotografia di rito, a suggellare la partecipazione a questa particolare esperienza espositiva. La serata è stata documentata dal fotografo ufficiale Ercolino Ferraina.

La mostra riunisce 54 artisti, tra presenze che hanno già condiviso esperienze con SoeVe e nuove sensibilità artistiche. Accanto agli artisti, cinque figure hanno ricevuto un riconoscimento speciale come Presenze d’Autore: Lorenzo Bevacqua, Mariateresa Buccieri, Giuseppe De Rosis, Assunta Scorpiniti e Tonia Mingrone, ciascuno portatore di un contributo specifico sul piano musicale, critico, filosofico, letterario e performativo. A ciascuno è stata dedicata una creazione di Alteolab di Francesco Minnicelli, accompagnata dall’Attestato di riconoscimento e di merito consegnati da Liliana Zangaro.

All’interno del percorso espositivo, una sala è interamente dedicata a Sonia Quercia, con una selezione che ne ripercorre le diverse espressioni artistiche: pittura, installazioni e abiti-scultura in carta firmati SoeVe.

L’allestimento della sezione antologica e della collettiva è curato dalla critica d’arte Mariateresa Buccieri, che ha dato armonia alla presenza delle opere negli spazi del Castello, valorizzando la lettura d’insieme della mostra e il legame con lo spirito del progetto.

 

Uno degli aspetti più caratterizzanti della serata è stata la scelta delle organizzatrici, Veronica Martino e Giuseppina Irene Groccia, di mantenere una presenza volutamente discreta, lasciando che fossero le diverse forme artistiche e performative a occupare il centro della scena. Musica, abiti, opere, parole e luce hanno così costruito il racconto del progetto, secondo un format nel quale ogni elemento ha trovato il proprio spazio espressivo. Solo nella parte conclusiva, affidata alla voce fuori campo che ha accompagnato la serata, le due organizzatrici hanno scelto di spiegare il senso di questa scelta e le ragioni di una regia affidata alle opere e alle diverse sensibilità artistiche coinvolte.

A completare il progetto, il catalogo ufficiale “SoeVe – L’essenza della forma”, con la cura editoriale di Giuseppina Irene Groccia, realizzato e pubblicato da L’ArteCheMiPiace. Il volume racconta la genesi del progetto e ne raccoglie tutti i protagonisti attraverso contributi e testimonianze. In copertina, come omaggio, è riprodotta un’opera di Sonia Quercia, a cui è dedicato l’intero progetto: dalla mostra al catalogo, fino alla serata inaugurale e alle diverse iniziative che ne hanno accompagnato la realizzazione.

Per chi fosse interessato ad acquistare il catalogo, è possibile richiederlo direttamente all’editore scrivendo a info@lartechemipiace.com.

La mostra prosegue fino al 20 settembre 2026.

Sarà possibile visitare l’esposizione e conoscere le opere dei seguenti artisti:

Loredana Fiammetta Aino | Aurora Amato | Maria Teresa Bevacqua | Mauro Benvenuto | Andrea Biffi | Gianfranco Caliò | Alfonso Caniglia | Diva Caputo | Matilde Cervino | Luigi Cinquegrana | Oriana Cimino | Liliana Condemi | Mariella Costa | Maria Rosaria Cozza | Nilo Domanico | Ercolino Ferraina | Guglielmo Ferrari | Rosellina Formoso | Santo Fortugno | Mimma Galtieri | Domenico Grosso | Ornella Imbrogno | Enzo Labonia | Rosario La Seta | Imma Lavorato | Francesca Lo Celso | Patrizia Lo Feudo | Carmela Mafrica | Rita Mantuano | Nadia Martorano | Maria Teresa Mazzei | Roberto Mendicino | Antonella Milito | Eliana Noto | Lorenza Parrotta | Mariella Perrotta | Luigi Patitucci | Luca Policastri | Ida Proto | Maria Pia Risuleo | Pierluigi Rizzo | Maria Romeo | Pino Savoia | Rosa Scalise | Riccarda Stabile | Luigi Tarantino | Enza Tassitani | Fabiana Patricia Vega | Giovanni Vescio | Antonella Vincenzo | Liliana Zangaro.

 

Un progetto nato dall’incontro tra persone, esperienze e linguaggi artistici diversi, nel segno di una continuità che trova nell’arte la propria forma più naturale. La sua realizzazione è stata resa possibile dalla disponibilità di Agata Febbraro, direttrice del Castello, e dal patrocinio del Comune di Corigliano Rossano, con il particolare sostegno della dott.ssa Maria Razzanelli, che ha accolto e sostenuto l’iniziativa. Un percorso costruito attraverso il contributo degli artisti, dei professionisti e delle diverse figure coinvolte, sotto il coordinamento di Veronica Martino e Giuseppina Irene Groccia.

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Arte

Arte contemporanea e relazioni internazionali. Il percorso di Alessio Musella a Dubai

Alessio Musella, arte contemporanea e networking tra Italia e Dubai

Alessio Musella si è distinto a Dubai per aver fondato e diretto la Star Home Gallery, un progetto espositivo innovativo pensato per promuovere l’arte contemporanea internazionale nel contesto dinamico del mercato mediorientale.

Attraverso questa galleria, ha introdotto il concetto di home gallery, uno spazio intimo e accogliente che supera la rigidità dei tradizionali spazi espositivi per integrare l’arte in ambienti domestici, facilitando un legame più personale ed esclusivo tra le opere e i collezionisti.

Accanto a questa iniziativa, ha aperto “The Bridge“, una galleria classica concepita appositamente per valutare il reale impatto con il pubblico su strada. Per potenziare la strategia di comunicazione e la promozione delle proprie attività nella metropoli emiratina, ha creato una partnership con Ur Dream Media ed è attivo come direttore e referente di ContempoArte Magazine a Dubai.

Sul fronte della divulgazione e della comunicazione con il pubblico italiano, si è inoltre distinto partecipando come ospite alle dirette social di Alessia Zuppicchiatti, in cui ha raccontato come viene vissuta l’arte negli Emirati e ha affrontato il tema della pseudo-crisi legata alla guerra, oltre alla presenza settimanale su Radio Libertà, ospite del conduttore Antonino D’Anna, dove ha parlato di arte e fotografia a 360 gradi insieme a ospiti residenti e lavoratori negli Emirati.

Nelle vesti di curatore e art advisor, ha coordinato mostre di successo come la rassegna inaugurale intitolata “Habibi“, portando negli Emirati le creazioni di numerosi artisti italiani e internazionali, tra cui Lorenzo Marini, Moreno Bondi, Mariella Rinaldi e Giuseppina Irene Groccia.

Musella ha infine esteso la sua visione estetica al di fuori della galleria tradizionale, collaborando alla valorizzazione artistica di spazi commerciali, ristorativi e residenze private, e affermandosi così come un importante punto di riferimento culturale e di networking tra l’Italia e Dubai

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ArteSegnalazione Eventi

CariatiInArte 2026, il borgo di Cariati raccontato attraverso lo sguardo degli artisti

Copertina grafica per l'articolo su CariatiInArte 2026 con vista panoramica sul borgo di Cariati e la cattedrale affacciata sul mare.

Si è svolta domenica 6 settembre la VII edizione di CariatiInArte – Festival Storico Artistico, appuntamento dedicato all’arte en plein air che anche quest’anno ha portato nel borgo di Cariati artisti provenienti dalla Calabria e da altre regioni italiane.

Una giornata in cui il patrimonio storico e paesaggistico del territorio è diventato materia di osservazione e interpretazione artistica. Tecniche, sensibilità e linguaggi differenti hanno restituito immagini nuove di Cariati, attraverso opere nate dall’incontro diretto con il borgo e con la sua atmosfera.

Inserita nel programma PAC Calabria 2014-2020, la manifestazione ha confermato la propria vocazione come occasione di incontro tra artisti, pubblico e territorio, con l’arte al centro di un percorso dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione della Calabria.

Particolarmente significativo il livello delle opere presentate, valutate da una giuria esperta che ha assegnato quattro riconoscimenti e una menzione speciale. La cerimonia di premiazione si è svolta all’interno del Museo MUMAM, luogo che ha accolto il momento conclusivo della manifestazione e la consegna dei riconoscimenti agli artisti.

Il primo premio è andato a Vincenzo Cipriani, di Turi (Bari), per Notturno in piazza Plebiscito, opera capace di restituire la suggestione della piazza attraverso una personale lettura della luce e dello spazio.

Al secondo posto Tracce di storia di Fabio Castellaneta, artista di Taranto, mentre il terzo premio è stato assegnato a Elena Lyamova, artista di origine russa ormai legata al territorio di Crucoli, per la realistica Finestra sul borgo.

In quarta posizione Cariati di Notte di Manuela Iacovino, proveniente da Cirò Marina.

La menzione speciale è stata invece attribuita a Luigi Perenz, di Fuscaldo, per Tramonto su Cariati, opera apprezzata per la sua capacità di cogliere il fascino del paesaggio e della luce al calare del giorno.

La varietà delle opere e degli approcci conferma uno degli aspetti più interessanti di CariatiInArte: la possibilità di osservare uno stesso luogo attraverso sensibilità artistiche profondamente diverse. Il borgo diventa così soggetto e punto di partenza per una narrazione collettiva, nella quale ogni artista lascia una propria traccia interpretativa.

È anche attraverso questi incontri che il Festival continua a crescere, intrecciando arte, cultura, inclusione e partecipazione e trasformando una giornata dedicata alla creatività in un’esperienza condivisa con la comunità.

La VII edizione si è conclusa con un ringraziamento rivolto agli artisti partecipanti, alle associazioni coinvolte, alle attività commerciali, ai soci della Pro Loco, ai volontari del Servizio Civile, al Museo MUMAM, alla giuria, a Cariatinet, a Cariati Centro Storico e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione della manifestazione.

Un appuntamento che dà già appuntamento alla prossima edizione, con la promessa di tornare a raccontare Cariati attraverso gli occhi e le sensibilità dell’arte.

Per rivivere i momenti più significativi della VII edizione di CariatiInArte, clicca sull’immagine e accedi al video ufficiale della manifestazione, a cura di CariatiNet Notizie.

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Arte

BURNING MAN 2026 Axis Mundi. L’arte come luogo di connessione

Ogni anno, nel cuore del deserto del Nevada, accade qualcosa che sfugge alle definizioni consuete. Per pochi giorni, là dove esiste soltanto una vasta distesa di terra e polvere, prende forma una città. Si chiama Black Rock City e non è semplicemente il luogo in cui si svolge Burning Man: è essa stessa una delle più grandi opere collettive contemporanee.

Il Burning Man nasce nel 1986 sulla spiaggia di Baker Beach, a San Francisco, come un gesto spontaneo e simbolico: la combustione di una figura umana in legno. Da quella prima effimera azione è nata, nel corso dei decenni, una manifestazione che oggi riunisce una comunità internazionale intorno all’arte, alla partecipazione, alla libera espressione e alla costruzione condivisa di un’esperienza. Dal 1990 il deserto di Black Rock, in Nevada, ne è diventato il paesaggio naturale e insieme il luogo della sua utopia temporanea.

Ma definire Burning Man un festival sarebbe riduttivo.

Non ci sono spettatori nel senso tradizionale del termine. Non esiste una successione di grandi nomi chiamati a intrattenere un pubblico. Le opere, le installazioni, le architetture, le performance, i campi e i veicoli artistici nascono dalla comunità stessa. L’arte non viene semplicemente esposta: viene abitata, attraversata, trasformata e restituita a chi la incontra.

È forse proprio qui che Burning Man assume un interesse particolare per chi guarda all’arte come esperienza e non soltanto come oggetto.

Nel deserto possono sorgere strutture monumentali, sculture interattive, architetture visionarie, opere luminose e dispositivi capaci di coinvolgere fisicamente il visitatore. Ma ciò che conta non è soltanto la loro dimensione spettacolare. È il rapporto che instaurano con chi vi entra. L’opera diventa esperienza; l’esperienza diventa memoria; la memoria diventa parte di una narrazione collettiva.

L’edizione 2026, in programma dal 30 agosto al 7 settembre, porta questo principio verso una dimensione ancora più simbolica. Il tema scelto è Axis Mundi, l’“asse del mondo”: quell’immagine archetipica che, nelle diverse culture, identifica un centro capace di mettere in comunicazione la terra e il cielo, il mondo umano e quello spirituale, ciò che conosciamo e ciò che rimane oltre la nostra percezione.

L’albero cosmico, la montagna sacra, la colonna, il pilastro: forme diverse per raccontare una medesima intuizione, quella di un punto centrale attorno al quale l’esistenza trova un ordine e una relazione.

Burning Man interpreta questo simbolo in modo contemporaneo. L’Axis Mundi non è soltanto una struttura verticale che unisce alto e basso, ma può diventare la comunità stessa, il luogo immateriale nel quale individui lontani per origine, cultura e storia si incontrano e costruiscono una realtà comune.

È una riflessione particolarmente significativa in un’epoca nella quale la connessione è diventata quasi permanente e, paradossalmente, la sensazione di isolamento non sembra essere diminuita.

C’è poi un elemento che rende Burning Man quasi una contraddizione vivente rispetto alla cultura contemporanea: la sua straordinaria capacità di costruire per poi distruggere.

Black Rock City viene edificata nel deserto e, al termine dell’esperienza, viene smontata. Nulla dovrebbe rimanere. Anche le grandi opere che hanno richiesto mesi di progettazione e costruzione sono destinate all’effimero.

Nel 2026, tra le installazioni più significative vi è Cryptomeria, il Man Pavilion progettato da Alexander Rose e ispirato all’antico cedro giapponese Jōmon Sugi. La struttura è concepita su tre livelli, come un percorso dal mondo naturale a quello umano fino alla dimensione celeste: ancora una volta, un vero e proprio Axis Mundi.

E poi c’è il Temple of the Moon, progettato da James Gwertzman insieme alla Moonlight Collective e al Temple Build Crew. La sua ispirazione è una particolare fioritura del deserto, la Queen of the Night, un fiore che sboccia una sola notte e appassisce prima dell’alba. La sua brevissima esistenza diventa così metafora della vita, dell’esperienza e dello stesso Burning Man: qualcosa che appare, raggiunge la propria intensità e poi scompare.

È difficile non vedere, in questa scelta, una precisa dichiarazione poetica: l’effimero non è ciò che manca di valore; può essere, al contrario, ciò che ci obbliga a essere presenti.

 

Le opere del 2026 sembrano sviluppare questa idea in molte direzioni. Tra gli interventi selezionati compaiono alberi monumentali, percorsi immersivi, strutture sonore e luminose, architetture ispirate alla montagna sacra, serpenti luminosi, giardini, spazi contemplativi e opere nelle quali il corpo umano diventa esso stesso elemento di connessione tra terra e cielo.

In Axis Mundi: Resonant Spire, per esempio, una torre lignea di 33 piedi trasforma le voci dei partecipanti in luce e suono. In altre opere il riferimento all’asse cosmico passa attraverso l’albero, la spirale, la montagna o il corpo. L’arte diventa così una soglia: non qualcosa da osservare a distanza, ma un luogo nel quale entrare.

Ed è forse questo il tratto più interessante di Burning Man.

Qui l’arte rinuncia, almeno temporaneamente, alla propria tradizionale distanza dall’osservatore. Non chiede soltanto di essere guardata. Chiede di essere attraversata.

Alla fine rimane il fuoco.

La grande effigie del Man viene bruciata nel corso della manifestazione, mentre il Temple viene tradizionalmente affidato alle fiamme nella fase conclusiva dell’evento. Non si tratta soltanto di una spettacolare conclusione scenografica. Il fuoco assume il valore di una trasformazione: ciò che è stato costruito viene restituito alla materia, ciò che è stato vissuto diventa storia.

Forse è proprio per questo che Burning Man, pur con tutte le sue contraddizioni e con la complessità organizzativa che oggi lo caratterizza, continua a esercitare una forte attrazione sull’immaginario contemporaneo.

Perché nel deserto mette in scena una domanda antica attraverso strumenti completamente contemporanei:

che cosa accade quando una comunità decide di creare insieme qualcosa che non è destinato a durare?

La risposta non è un’opera soltanto.

È un’esperienza.

È una città.

È una comunità.

E, nel caso di Burning Man 2026, è soprattutto un asse immaginario che prova a ricucire ciò che spesso percepiamo come separato: uomo e natura, materia e spirito, individuo e collettività, arte e vita.

Nel deserto, per una settimana, tutto questo prende forma.

Poi scompare.

E forse è proprio nella sua scomparsa che Burning Man trova la sua forma più originale e autentica.

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ArteArtistiRubrica di Alessio Musella

SALVADOR DALI’: L’ARTE NON E’ STATICA…

Salvador Dalí non ha mai accettato di farsi mettere all’angolo da una definizione. Etichettarlo come semplice pittore è un errore grossolano, una gabbia troppo stretta per un vulcano che ha incenerito i confini tra i linguaggi.
​È stato pittore visionario, disegnatore implacabile, scultore di chimere, scrittore di deliri lucidi, cineasta dell’inconscio e architetto di un immaginario che ha colonizzato la grafica, la pubblicità e l’intera anima visiva del Novecento. Per lui l’arte non era una nicchia protetta, ma un territorio di conquista totale, un laboratorio permanente dove ogni disciplina diventava materia viva da plasmare e deformare.
​La sua mappa interiore si è nutrita della luce tagliente e crudele di Figueres, Cadaqués, Madrid e Parigi, crocevia in cui alla fine degli anni Venti ha incrociato il destino del movimento surrealista. Lì ha trovato la sua lingua madre: i sogni fatti carne, le ossessioni che diventano totem, le immagini doppie che sfidano la logica e le associazioni irrazionali capaci di ribaltare il reale. Sotto le sue dita, la realtà ha smesso di essere solida per farsi ambigua, instabile, vertiginosamente sorprendente.

​Ma il cambiamento più spregiudicato è avvenuto quando Dalí ha fatto irruzione nel mondo della moda. Non un semplice capriccio mondano, ma un palcoscenico d’elezione dove ha potuto respirare senza filtri. Ha tessuto alleanze clandestine e geniali con Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, Christian Dior, Jean Dessès e Paco Rabanne, trasformando abiti, tessuti, accessori e packaging in sculture da indossare. Ha firmato pagine memorabili per riviste culto come Vogue e Harper’s Bazaar, dimostrando che il corpo umano poteva diventare la tela definitiva.

Perché per Dalí l’arte non ha mai avuto pareti. Non poteva essere confinata su una tela bianca e appesa al muro di un museo asettico. Poteva essere dipinta, certo, ma anche indossata, fotografata, respirata, trasformata in uno spettacolo vivente che continua a guardarci, inquietante e immortale, da ogni angolo del nostro sguardo.

Ecco perche’ sorrido quando i puristi dell’arte storcono il naso quando si parla di contaminazione e apertura verso una divulgazione piu’ ampia e non radicata al solo Art System

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Arte

Il rapporto con il mondo dell’arte visto con la lente di due artisti

C’è una prassi nel mondo dell’arte che chiarisce il rapporto tra artista e fruitore. Ogni artista nel seguire la propria indole e la propria creatività, utilizza tecniche e temi che gli sono propri e che ovviamente si modificano col passare del tempo: le esperienze di vita, l’apprendimento del “mestiere” ma anche il riscontro del pubblico, incidono su ciò che verrà prodotto… Tuttavia questo processo è inquinato da fattori che distinguono gli artisti affermati da quelli che ancora non hanno raggiunto la notorietà. Gli artisti affermati hanno raggiunto una libertà creativa tale da permettersi la creazione di opere costose sotto il profilo tecnico e dei materiali che un artista comune non ha a disposizione: tanto è vero che nei musei e nelle esposizioni internazionali questo tipo di opere esprimono una fantasia sfrenata, spesso votata allo stupore, alle sensazioni e al coinvolgimento del fruitore. Ne sono un esempio certi tipi di istallazioni, per non parlare di opere ben più grandi come quelle di land art o che occupano piazze o giardini. Per fare ciò l’artista deve disporre di risorse economiche importanti, se non dell’appoggio di sponsor o di appositi finanziamenti. Per questa ragione tali possibilità sono appannaggio solo per personalità affermate.

Gli artisti non affermati invece hanno un campo di creatività più ristretto a causa del budget, ma soprattutto a causa dei luoghi in cui potranno esporre: una galleria non è un museo, gli spazi sono limitati e spesso gli ambienti vengono condivisi con altri autori. Così ci si limita a video istallazioni, quadri, piccole sculture ecc.

Ma c’è un altro elemento da tenere in stretta considerazione: il pubblico. Il pubblico di un artista affermato è un pubblico ampio, a causa della visibilità e del nome, ma è anche un pubblico che ha in sé diversi potenziali acquirenti attratti dall’idea di investire sull’arte. All’opposto, nel caso di un artista non affermato, il pubblico è più che altro legato al passaparola, al luogo in cui esporrà e alla propria cerchia di appassionati; e tra costoro ci saranno anche dei potenziali acquirenti che valuteranno l’acquisto di un’opera da mettere a casa in bella mostra. Tra i due artisti il pubblico è assai diverso: nel primo caso il nome affermato determina prezzi elevati, a volte sospinti dalle case d’asta. In questo caso il pubblico sarà composto da persone facoltose, oppure da enti o fondazioni che acquistano per investimento o per portare l’opera in un museo. Nel secondo caso gli acquirenti saranno amanti dell’arte, ma che fanno quell’acquisto prevalentemente per ragioni di gusto, ipotizzando magari che un giorno quel quadro varrà qualcosa in più.

Per comprendere meglio questo meccanismo ho preso in esame due artisti totalmente diversi. Il primo è Marcello Maloberti, docente alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Egli ha esposto in numerose gallerie e musei e il suo nome è piuttosto affermato. Dal sito Bam Arte estrapolo alcune righe dove viene spiegata la sua attività artistica:

La sua ricerca trae ispirazione da aspetti propri delle realtà urbane più marginali e minime con particolare attenzione all’informità e alla precarietà del vissuto. La sua osservazione va oltre l’immediatezza della dimensione quotidiana, con uno sguardo neorealista straniante e onirico, combinato a un approccio archeologico alla storia dell’arte. […] Questi interventi funzionano come narrazioni contratte, sono atmosfere da vivere ed esperire, temperature emotive da attraversare. Il corpo performante è quello della collettività, capace di produrre un dialogo tra la performance stessa e il suo pubblico. 

L'artista Marcello Maloberti

Da una delle sue ultime mostre dal titolo Metal Panic tenutasi a Milano tra il novembre 2024 e febbraio 2025 prendiamo in considerazione due opere. La prima si intitola M del 2024 e rappresenta un cartello stradale con la scritta “Milano”, ma posto al contrario. L’opera è un rimando alla “M” di Mussolini, mentre la posizione capovolta del cartello richiama il corpo del dittatore esibito in Piazzale Loreto il 29 aprile 1945.

A sn opera "M" del 2024, a ds opera "CIELO" del 2024

La seconda opera è CIELO del 2024, un’istallazione costituita da una scritta al neon ribaltata posta a venti metri d’altezza e sorretta dal braccio di una gru posto su di un camion. Maloberti sceglie di capovolgere la prospettiva dell’osservatore creando una sorta di anti-monumento, posto appunto verso il cielo.

L'artista GIuseppina Irene Groccia

La seconda artista che prendo in esame è Giuseppina Irene Groccia, conosciuta da coloro che leggono ContempoArte Magazine essendo la responsabile editoriale. Seppur le sue opere siano state esposte in diverse esposizioni, chiaramente non ha ancora raggiunto la visibilità di Maloberti.

In questo caso prendiamo in esame l’opera Anima, un’immagine digitale riprodotta su tela. In una recensione a cura di Stefano Vecchione per il «Quotidiano del sud» scrive:

Un’opera in continuità con la più recente produzione digitale dell’artista: la figura femminile, immersa in tonalità cromatiche intense, si offre in una declinazione che richiama l’immaginario pop. Lo sguardo della figura femminile diretto e penetrante, sembra oltrepassare la superficie dell’immagine, insinuandosi nell’interiorità di chi osserva e restituendo quel dialogo silenzioso da cui l’opera stessa trae il proprio titolo.

 

A sn opera "Anima", a ds opera "Regina di cuori"

La seconda opera è sempre un’immagine digitale riprodotta su tela dal titolo Regina di cuori. Sempre Stefano Vecchione scrive:

Un’opera digitale di recente produzione, dove il simbolo della carta da gioco si trasforma in una figura dal forte valore simbolico: una regina colorata è imponente ma al tempo stesso fragile, immagine di una femminilità capace di affrontare le difficoltà senza perdere la propria grazia; non è una semplice icona, ma una presenza autentica, custode di sensibilità e di potere emotivo, capace di infondere al linguaggio digitale una sensibilità poetica di matrice antica.

A parte l’evidente differenza contenutistica tra le recensioni dei due artisti, dove per Maloberti sembra fosse necessario dire necessariamente qualcosa, evidenziamo come il primo artista si esprima secondo un approccio concettuale. La Groccia invece utilizza il figurativo, ma con una rielaborazione estetica tutta al femminile. Se in Maloberti non c’è spazio per il sentimento e attraverso il concettuale sollecita la celebralità, la Groccia punta alle sensazioni e ai sentimenti attraverso il figurativo.

 

A fronte di queste caratteristiche, qual’è la differenza tra il pubblico che segue Maloberti o Groccia? Considerando la fama e la visibilità del primo, grazie a mostre di più ampio respiro, è evidente il fatto che ci troviamo davanti a un “artista di sistema”. Questo traguardo, come detto in precedenza, gli consente di avere dei mezzi economici maggiori atti a produrre opere; tuttavia a ben guardare le quotazioni, le opere fotografiche mantengono prezzi molto bassi: ad esempio la foto Il profilo della mandibola del 2001 viene stimato tra i 200 e i 300€ in un catalogo online. Mentre «Il giornale dell’arte» del febbraio 2014 stima il valore delle sue opere presso la Galleria Cortese di Milano tra i 4000 e i 35.000 €, stiamo parlando in questo caso di istallazioni, immagini e altro.

Giuseppina Irene Groccia vende le sue opere online in media a 2000 €. Sicché appare assai interessante notare come le opere della Groccia valgono più delle foto di Maloberti. La stessa cosa non si può dire per le istallazioni, ma è anche vero che la Groccia non propone istallazioni…

 

A questo punto giungiamo a delle conclusioni che ci spingono ad affermare che laddove si entra a far parte del “circuito dell’arte”, o al contrario si faccia arte plasmando lo stile “alla maniera degli artisti affermati”, ci si colloca più facilmente in quel contesto: ammesso che si riesca a farne parte a pieno titolo. Un contesto che, come abbiamo detto, predilige le idee sfrenate perché il valore è dettato dalla stravaganza. Una stravaganza però che parla più che altro a tutti coloro che usano l’arte con finalità prettamente commerciali. Un po’ come quegli scrittori che per attirare l’attenzione degli editori, del pubblico e dei premi letterari, preferiscono trattare argomenti di tendenza ottenendo maggiore accoglimento. Sotto questo aspetto è ben più genuino, ma forse meno ardito, il contributo di un artista non affermato che proprio per questa sua specificità è più vicino al sentire del pubblico. L’artista “fuori dal sistema dell’arte” è meno libero economicamente, ma nello stesso tempo è meno dipendente dalle pressioni dei galleristi. Non stiamo giungendo alla conclusione che vi sia un meglio o un peggio, abbiamo solo analizzato quanto ruota attorno a due realtà spesso incomunicabili ma che nascondono parecchie soprese.

Davide Mauro
 

Nato nel 1975 a Siracusa dove vive e lavora. Da sempre interessato alla storia dell’arte, alla scienza, alla fotografia e alla scrittura creativa, ha da poco pubblicato Il senso della Bellezza edito da VGS Libri. Dopo una breve esperienza giornalistica presso la rivista Inout, e Linkiesta ha deciso di fondare la webZine Elapsus. Ha collaborato anche per il blog Il Calibro. Davide si distingue per la sua profonda cultura e, ancor più, per la riflessione, un pensiero che sorge non dall’istinto, bensì da una logica radicata nella sua approfondita conoscenza delle cose, frutto di uno studio accurato.

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