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Gilberto Grilli racconta Pietro Annigoni. L’ultima favola del grande pittore del Novecento

 

“Se abbiamo fatto tanto per Annigoni in questi ultimi anni – dalla mostra di Palazzo Strozzi alle numerose retrospettive e pubblicazioni – lo dobbiamo a Gilberto Grilli, che ha voluto dedicare tutta la sua vita a Pietro Annigoni.”

Con queste parole Benedetto Annigoni, primogenito del grande pittore, riconosce il ruolo centrale di Gilberto Grilli, biografo e studioso che più di ogni altro ha contribuito a custodire, interpretare e diffondere l’opera di Pietro Annigoni.

A partire da questa consapevolezza, i testi di Gilberto Grilli assumono un valore centrale per comprendere la figura di Annigoni. Nei suoi scritti emerge infatti quanto segue.

Gilberto Grilli con Pietro Annigoni, in un momento di incontro e confronto dedicato alla vita e all’opera del maestro fiorentino.

L’ULTIMA FAVOLA.

C’era una volta un grande pittore, capace, secondo Berenson e De Chirico, di stare alla pari con i tre più grandi del Rinascimento. Questo genio, pero’, e’ stato nostro contemporaneo.

Cosi’ vicino a noi che non siamo riusciti a vederlo, come quando ci si trova a pochi centimetri dalla facciata di un palazzo e non possiamo coglierne le dimensioni reali.

Cosi,’ di Annigoni scopriamo solo l’aspetto tecnico, la mostruosa abilita’ esecutiva, presi come siamo a giustificare la follia  e l’arroganza dell’arte astratta e concettuale, delle troppe avanguardie, degli ismi che si ripetono fino alla noia, come nel gioco degli specchi.

Un’arte, quella degli ismi e delle avanguardie, che talora ha una sua dignita’,  un suo significato, quando deriva, come NELL’ETA GIOVANILE di un Picasso, e da una ricerca estetica seria che comunque rispetta i grandi del passato, la natura, l’uomo.

Ma in troppi altri casi quest’arte non e’ che una operazione di mercato, vedi Warhol, che ci ripropone mille volte l’equivalente di quell’immondizia che e’ in mostra e in vendita in qualsiasi shop-center.

E’ innegabile che il “taglio” di Fontana, cosi’ assoluto, cosi’ misterioso, cosi’ tipico del serial killer nella sua ripetitivita’ ossessiva, affascini e suggestioni soprattutto chi ha assorbito la lezione quotidiana di autodistruzione propinata dai mass- media sotto forma di consumismo, guerre, inquinamento.

Ma la dove Fontana denuncia inesorabilmente la nostra sconfitta con quella buia fessura, al tempo stesso origine ed implosione dell’universo e oscurita’ anatomica da cui nasciamo, Annigoni, agli antipodi, ci invita a riflettere su cio’ che possiamo ancora salvare: la nostra anima, e non solo nel senso religioso del termine.

Pietro Annigoni Solitudine II 1968 tempera grassa su tela

Guardate, per esempio, (solitudine 2): e’ di una modernita’ assoluta, in essa si celano il genio compositivo di un Mondrian, e il surrealismo di un Dali’, ma e’ eseguita con una magia tecnica ed espressiva che appartengono solo ai piu’ grandi tra i grandi. Quest’opera esprime un senso di isolamento e malinconia totale, tipica dei nostri tempi, con l’uomo che si rifugia e si arrocca sempre piu’ nel proprio egoismo per esorcizzare la distruzione di tutto cio’ che sta’ sotto ai suoi piedi, l’erba, le piante, gli animali, la terra.

Ed ecco che la rappresentazione annigoniana della realta’ si rivela paradossalmente piu’ moderna, piu’ attuale del taglio di Fontana, perche’ anziche’ istigarci alla rassegnazione inerte, ci invita a quella presa di coscienza che e’ l’indispensabile premessa ad una sia pur improbabile via di scampo.

Dove Fontana celebra la morte, Annigoni celebra il coraggio e la dignita’ di sopravvivere.

Gilberto Grilli

ANNIGONI- CHINA SU CARTONE 50X35
ANNIGONI- CHINA SU CARTONE 50X35

Biografia

A CURA DI Gilberto Grilli

Pietro Annigoni nasce a Milano il 7 giugno 1910. Il padre, Ricciardo, è un noto ingegnere, la madre,Therese, è una californiana di San Francisco. Pietro è il secondo di tre fratelli.

Il minore, Ricciardo Benedetto, giovanissimo ufficiale in Artiglieria, verrà fatto prigioniero dai Tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e morirà tre anni dopo a seguito delle sevizie inflittegli in campo di concentramento per il rifiuto di ogni collaborazione. La tragica vicenda del fratello peserà per sempre sul­l’animo di Pietro.

Il fratello maggiore, Giovanni, fu capitano di marina ed anch’egli ingegnere.

A Milano, Pietro frequenta il Ginnasio G. Parini e l’e­sclusivo Collegio Calchi-Taeggi. Nel 1925, il padre ha l’incarico di istallare la rete telefonica automatica della città di Firenze e vi si tra­sferisce temporaneamente con la famiglia, iscrivendo Pietro all’Istituto degli Scolopi dove conseguirà il diploma di maturità classica. E’ su quei banchi di scuo­la che farà amicizia con Riccardo Noferi, destinato a diventare suo segretario e confidente. Dopo la morte di quest’ultimo lo sostituirà Palmiro Meacci.

AUTORITRATTO DI PIETRO ANNIGONI-ANNI 80 OLIO SU CARTONE RIGIDO
ANNIGONI-DUE VOLTI DI MEMORIE LONTANE-TEMPERA, PASTELLI E SANGUIGNA SU CARTA GESSATA APPLICATA SU TAVOLA. CM.80X60

Al momento di tornare a Milano, nel 1928, Pietro, che ha già mostrato eccezionali attitudini per il disegno e già frequenta la Scuola Libera del Nudo, otterrà il con­senso di restare a Firenze per accedere all’Accademia delle Belle Arti, dove si diplomerà in Pittura con Feli­ce Carena, Scultura con Giuseppe Graziosi ed Incisio­ne con Celestino Celestini. Questi sono anni assai importanti per il formarsi della sua personalità, a quel tempo estremamente irrequie­ta, e per lo sviluppo di quell’ansia del conoscere che farà di lui un uomo di vastissima cultura. Nello stesso periodo nascono o si consolidano le ami­cizie più durature e significative, come quelle con lo scultore Mario Parri, con il letterato Renzo Simi, con lo storico Carlo de Francovich, con il futuro Soprin­tendente alle Belle Arti di Trento, Niccolò Rasmo, con i Principi Tommaso ed Elena Corsini con i Conti Venerosi Pesciolini, con il bibliofilo Adolf Koshland. E’proprio nello studio dell’amico Mario Parri che Pie­tro incontra, nel 1928 Anna Maggini, allora studentes­sa del Conservatorio Luigi Cherubini, con la quale si sposerà nel 1937.

Il rapporto con Anna, fondato su comuni ideali, è molto intenso, ma non privo di contrasti, tanto che sfocerà, nel 1954, in una sofferta separazione consen­suale.

ANNIGONI-STUDIO PER ADAMO. AFFRESCO NELLA BASILICA DI S. MARCO A FIRENZE. MATITA SU CARTA.

Anna resterà comunque per lui una figura di riferi­mento, come dimostrano le toccanti pagine del “Dia­rio” a lei dedicate in occasione della sua morte, avve­nuta nel 1969.

Dal matrimonio con Anna nascono due figli, Benedet­to, nel 1939, e Maria Ricciarda, nel 1948, con i quali Pietro, nonostante le vicissitudini familiari e le lunghe assenze, riuscirà a costruire un rapporto privilegiato, tanto che, nelle sue ultime volontà, designerà Bene­detto come la persona a lui più vicina “nella sua esperienza di uomo e di artista”. Nel 1930 espone per la prima volta a Firenze in col­lettiva. Due anni dopo presenta, con grande successo, la sua prima mostra personale a Palazzo Ferroni nella galleria Bellini. Nel 1932, Ugo Ojetti gli dedica un arti­colo memorabile per la terza pagina del Corriere della Sera. Sempre nel 1932 vince il premio “Trenta-coste”.

Espone a Milano con eccezionale consenso di pubbli­co e di critica nel 1936.

Continua, nel frattempo, la sua passione per i viaggi, e visita molti paesi europei tra cui la Germania, ove rimane particolarmente ispirato dalla pittura rinasci­mentale nordica.

La serie delle gouaches realizzate durante i viaggi e le passeggiate in campagna, mostra un raro talento nel cogliere l’aspetto più profondo della natura, che egli riesce ad interpretare con estrema sensibilità quasi mai disgiunta dalla presenza umana.

Pietro ANNIGONI (1910-1988) Paesaggio Disegno Acquarello Gouache

Anticonformista, di idee liberali, contrario ad ogni forma di totalitarismo, ogni suo coinvolgimento diret­to nella politica verrà meno quando rimarrà deluso dai compromessi e dallo scarso rigore morale che accompagnarono il ritorno della democrazia.

Nello stesso periodo e per analoghi motivi si consu­merà il distacco di Annigoni dal mondo della cultura ufficiale, di cui era stato fino ad allora partecipe e pro­tagonista, come quando nel 1947 firma, insieme a Gregorio Sciltian, Xavier ed Antonio Buono, Alfredo Serri e altri, il “Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà”.

Con tale dichiarazione il gruppo si poneva in aperto conflitto con varie correnti dell’informale sorte in quegli anni, ma solo Annigoni sarà coerente fino in fondo e proseguirà senza esitazioni la sua battaglia solitaria in difesa di quel figurativo che per lui, stu­dioso di Benedetto Croce, coincideva con la difesa dell’integrità dell’ uomo, assumendone tutto il signifi­calo morale, prima ancora che estetico.

ANNIGONI- SANGUIGNE SU TAVOLA, CM.40X30
ANNIGONI- SANGUIGNE SU TAVOLA, CM.40X30

Nonostante il travaglio emotivo e culturale di quegli anni, sarà proprio tra il 1945 ed il 1950 che Annigoni realizzerà alcune tra le sue opere fondamentali ed oggi note ovunque.                         E’proprio in questa concezione aristocratica del ser­vizio e della responsabilità estesi anche al mondo del­l’arte che va cercata la chiave interpretativa della testi­monianza di Annigoni ed è forse qui la ragione dello spontaneo formarsi intorno a lui ed alla sua “bottega” di una vera e propria scuola di tipo rinascimentale, assolutamente gratuita, liberamente frequentata da artisti molto diversi tra loro ed oggi affermati, quali Luciano Guarnire, Marcello Tommasi, Romano Stefanelli, Nelson H.White, Fernando Bernardini, Timothy Widborne, Silvestro Pistoleri, Dawn Cookson, Antonio Ciccone, Ben Long, Douglas Anderson e molti altri.

Nel 1949, la Commissione della Roval Academy di Londra accetta di esporre alcune opere da lui propo­ste ed è l’inizio di un successo che diventerà di por­tata mondiale. A Londra espone molte volte: da Wildenstein (1950-1954), da Agnew (1952-1956), alla Federation of British Artists (1961), alle Upper Grosvenor Galleries ( 1966), oltre alla costante partecipa­zione alle mostre della Royal Academy.

Altre esposizioni importanti dello stesso periodo sono quelle alla Galerie Beaux Arts (Parigi, 1953), da Wildenstein (New York, 1957-1958), al Brooklyn Museum (New York 1961), al California Palace of the Legion of Honor (San Francisco, 1969).

STUDI PER AFFRESCO- LA PISCINA PROBATICA, PONTE BUGGIANESE.
STUDI PER AFFRESCO- LA PISCINA PROBATICA, PONTE BUGGIANESE

Tra le mostre personali tenute in Italia appaiono par­ticolarmente importanti quelle di Torino, Roma, Firen­ze, Verona, Brescia, Montecatini Terme, Bergamo, Rovereto e, per l’enorme successo, le due realizzate a Milano, alla Galleria Cortina (1968) ed alla Galleria Levi(1971).

Non si estingue mai nel corso della sua intera esisten­za la passione e quasi la necessità dei viaggi che si svolgono ormai da un capo all’altro del pianeta (India, Sud Africa. Iran, Messico e Sud America) alla ricerca di emozioni, culture, paesaggi sempre diversi che egli coglie con eccezionale capacità di sintesi nei suoi schizzi e disegni, non meno che nelle righe del suo “Diario”, ove emergono le sue particolari doti di scrit­tore.

Proprio durante un viaggio sulla nave Raffaello, nel 1966, conosce Rossella Segreto e nasce tra loro un grande amore che li porterà ad unirsi in matrimonio nel 1977.

Pietro Annigoni troverà in lei una preziosa collabora­trice che lo seguirà, insieme ad Ugo Ugolini ed agli allievi di sempre, negli ultimi grandi cicli di affreschi. Hanno posato per lui i personaggi più famosi di que­sto secolo. La rivista ‘Time” gli ha dedicato ben sette copertine. I ritratti della Casa reale inglese sono tra i più noti.

ANNIGONI- NUDO DELLA MOGLIE ROSSELLA- TECNICA MISTA SU TAVOLA, CM.60X80

L’ultimo ritratto eseguito è quello della seconda moglie Rossella Segreto. Gli anni che vanno dal 1966 al 1988 rappresentano uno dei periodi più attivi per la produzione artistica del Maestro.

Le sue opere sono esposte nei più importanti musei del mondo tra cui la Galleria degli Uffìzi, la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze, il Metropolitan Museum of’ Art di New York, la Collezione Reale Windsor Castle e il National Portrait Gallery di Lon­dra, Musei Vaticani. Le sue grandi composizioni allegoriche (il Cinciarda, il Sermone della montagna, la Lezione, Vita, le Solitudini, il Palladio) hanno suscitato ovunque reazioni di ammirazione talora vicina al fana­tismo o, all’opposto, di esasperato rifiuto.

GILBERTO GRILLI CON PIETRO ANNIGONI, ENTRAMBI CON IL SECONDO RITRATTO DELLA REGINA ELISABETTA 1969

Uomo  ed artista di enorme carisma, nato in un secolo di grandi rivoluzioni e contestazioni, dotato di capa­cità tecniche uniche al mondo che gli hanno permes­so di realizzare opere gigantesche non meno che minuscole incisioni, egli ha voluto consapevolmente dedicare la sua opera alla difesa della centralità e tra­scendenza dell’uomo di cui presagiva con lungimi­ranza quasi profetica l’imminente declino.

I suoi affreschi nel Convento di San Marco a Firenze, nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Ponte Buggianese, nell’Abbazia di Montecassino, nella Chiesa del Santo a Padova, nella sede della Fondazione Stillman a Wethersfield, Connecticut, IJ.S.A., in gran parte ispirati a soggetti sacri, ripropongono in chiave moderna la grande tradizione rinascimentale, rivelan­do capacità ed intuizioni che sono patrimonio esclu­sivo degli uomini superiori. Una grande opera di tem­pera muraria si può ammirare a Firenze nella casa della Contessa Margherita Venerosi Pesciolini.

ANNIGONI-DUE VOLTI DI MEMORIE LONTANE-TEMPERA, PASTELLI E SANGUIGNA SU CARTA GESSATA APPLICATA SU TAVOLA. CM.80X60

Ber­nard Berenson scrisse di lui “Pietro Annigoni, non solo è il più grande pittore di questo secolo, ma  è anche in grado di competere alla pari con i più grandi pittori di tutti i secoli” e “… rimarrà nella storia dell’arte come il contestatore di un’epoca buia …”.

Tra i tanti riconoscimenti onorifici ed accademici attribuiti ad Annigoni in Italia e all’estero, si ricordano quello di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana e quello di Cavaliere all’Ordine Civile di Savoia.

Dopo una lunga malattia, durante la quale ebbe l’a­morevole conforto della moglie Rossella, dei figli Benedetto e Maria Ricciarda e degli amici più cari, Pie­tro Annigoni muore il 28 ottobre 1988 a Firenze dove riposa nel Cimitero Monumentale delle Porte Sante a S. Miniato a Monte.

Annigoni e la sua scuola
Bellezza tra alchimia e realtà

di Gilberto Grilli

È il catalogo della mostra ospitata dal 15 ottobre al 5 dicembre 2023 a Sesto Fiorentino (Firenze) in una triplice sede: Centro Espositivo Antonio Berti, La Soffitta Spazio delle Arti, Rifugio Gualdo.
Il volume riproduce un nutrito nucleo di opere, di cui alcune mai esposte prima, provenienti dall’archivio di Gilberto Grilli, biografo di Pietro Annigoni e collezionista della sua opera. Ai dipinti e ai disegni di Annigoni – scelti per rappresentare un vero e proprio excursus della sua lunga ed eclettica carriera – sono affiancati i lavori di alcuni suoi importanti allievi: Silvestro Pistolesi, Luciano Guarnieri, Romano Stefanelli, Antonio Ciccone, Luigi Falai, Massimo Callossi, Samuele Vanni.

La copertina del volume è cliccabile per la consultazione e la richiesta del catalogo.

Gilberto Grilli (Mercatello sul Metauro, 1957) è biografo, curatore e collezionista d’arte, riconosciuto come uno dei principali studiosi dell’opera di Pietro Annigoni.

Dopo la formazione presso l’Istituto d’Arte di Urbino, prosegue il suo percorso artistico a Firenze, dove frequenta la scuola del maestro Annigoni, instaurando con lui un rapporto di collaborazione e di approfondimento critico che lo porterà a diventarne uno dei più importanti interpreti e biografi.

A partire dagli anni Ottanta dedica la propria attività allo studio sistematico dell’opera di Annigoni, curando nel corso del tempo numerose mostre e realizzando una vasta produzione editoriale e catalografica. Il suo lavoro di ricerca e divulgazione ha contribuito in modo significativo alla riscoperta e alla valorizzazione dell’artista nel panorama internazionale.

Parallelamente, ha sviluppato una importante attività collezionistica: la sua residenza a Fano, la Casa Museo Grilli, custodisce oggi un patrimonio di oltre 3.800 opere d’arte, comprendente disegni, litografie e incisioni, testimonianza della sua lunga dedizione alla pittura figurativa del Novecento.

La sua attività è caratterizzata da un costante impegno nella tutela e nella diffusione della cultura figurativa, che ha perseguito attraverso mostre, pubblicazioni e iniziative culturali, contribuendo alla conservazione della memoria artistica di Pietro Annigoni e del suo tempo.

 
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Willem ed Elaine de Kooning nelle dinamiche del sistema artistico del Novecento.

La storia di Willem de Kooning e Elaine de Kooning non si lascia raccontare facilmente secondo categorie lineari. Non è solo una vicenda sentimentale né esclusivamente un capitolo della storia dell’Espressionismo astratto, ma piuttosto un percorso condiviso tra vita e lavoro, in cui due individualità distinte si sono alimentate e spesso contraddette a vicenda.

Willem de Kooning costruisce la propria pittura attraverso un processo instabile fatto di cancellazioni, ripensamenti e ritorni continui. Nulla sembra mai definitivo ogni immagine resta aperta come se potesse essere nuovamente messa in discussione. Questa precarietà formale finisce per riflettersi anche nel suo modo di stare nel mondo segnato da un continuo equilibrio tra controllo e disordine.

Elaine de Kooning al contrario si muove con maggiore agilità sul piano intellettuale. Pittrice ma anche osservatrice attenta della scena artistica riesce a leggere e restituire ciò che la circonda con una lucidità che spesso supera in termini di riconoscimento la considerazione riservata alla sua stessa produzione pittorica.

Il loro rapporto aperto, discontinuo e a tratti violento non è un semplice sfondo biografico, ma qualcosa che agisce in modo diretto sulla loro vita e sul loro lavoro. Le relazioni parallele, le separazioni e i ritorni contribuiscono a creare un clima instabile che non rimane chiuso nella sfera privata. Si riflette invece nel modo in cui entrambi occupano la scena artistica, nelle alleanze che costruiscono, nei conflitti che emergono e nelle opportunità che si aprono o si chiudono nel tempo.

Eppure questa libertà non è stata senza squilibri. Con il tempo Willem de Kooning si è imposto sempre di più come figura centrale, quasi simbolica, della scena artistica. Elaine de Kooning invece è rimasta in una posizione più incerta, dove il riconoscimento arrivava in modo parziale e spesso attraverso mediazioni. Il fatto di muoversi dentro i circuiti critici e intellettuali le ha permesso di avere una certa influenza sul dibattito artistico, ma non è stato sufficiente a darle lo stesso peso e la stessa visibilità del marito.

Quando negli ultimi anni Elaine de Kooning torna accanto a Willem de Kooning ormai segnato dalla malattia, il loro rapporto si trasforma radicalmente. Non è più la relazione turbolenta degli inizi ma una forma più concreto, fatto di responsabilità e cura. In quel passaggio finale si concentra qualcosa che è difficile definire con precisione, non una riconciliazione in senso classico, ma piuttosto la consapevolezza di un legame che, pur tra distanze e fratture, non si è mai davvero interrotto.

Forse è proprio qui che la loro storia continua a mettere in discussione l’idea stessa di separazione tra opera e vita e tra autonomia e dipendenza reciproca. Non come un caso eccezionale, ma come qualcosa di più diffuso e ricorrente nell’arte del Novecento, dove i confini tra esperienza personale e produzione artistica restano spesso mobili e difficili da fissare.

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Il mito eterno di Banksy è l’arte che vive oltre l’identità.

Per oltre vent’anni il nome di Banksy ha rappresentato uno dei più affascinanti enigmi dell’arte contemporanea. Un artista capace di comparire sui muri di mezzo mondo con immagini semplici ma potentissime, la bambina con il palloncino, il lanciatore di fiori, i topi ribelli, e sparire subito dopo, lasciando dietro di sé solo un messaggio politico e una firma. Senza volto.

Oggi però quel mistero sembra più vicino che mai a una possibile soluzione. Una recente inchiesta giornalistica ha rilanciato con forza una teoria che circola da anni, dietro lo pseudonimo Banksy ci sarebbe Robin Gunningham, artista nato a Bristol nel 1973. Non si tratta di una conferma ufficiale, l’artista e il suo entourage non hanno mai commentato, ma dell’indagine più articolata mai realizzata sull’identità del writer.

La ricostruzione si basa sull’incrocio di documenti pubblici, spostamenti, testimonianze e registri amministrativi. Secondo i giornalisti, Gunningham avrebbe addirittura cambiato legalmente nome in “David Jones”, uno dei più comuni nel Regno Unito, rendendo ancora più difficile seguirne le tracce.

Un elemento importante dell’inchiesta riguarda i murales comparsi in Ucraina nel 2022, alcune persone con identità compatibili con quelle legate a Gunningham sarebbero entrate nel paese proprio nei giorni in cui le opere apparivano sui muri delle città bombardate.

In tutto questo resta però un dato fondamentale, non c’è alcuna conferma ufficiale. L’organizzazione che autentica le opere di Banksy, Pest Control, non ha commentato e i suoi legali continuano a contestare ogni tentativo di rivelazione definitiva.

In altre parole, anche di fronte alla più solida delle indagini, il mistero non è completamente dissolto.

La pista di Bristol non è nuova. È nella città inglese che negli anni ’80 e ’90 nasce una delle scene creative più fertili del Regno Unito, dove musica, arte urbana e cultura underground si mescolano continuamente.

Qui entra in scena Robert Del Naja, musicista e membro dei Massive Attack, noto anche come “3D”. Prima di diventare una figura centrale del trip-hop mondiale, Del Naja era uno dei pionieri della stencil art nella città. Lo stesso Banksy ha raccontato più volte di aver iniziato ispirandosi proprio a lui.

Negli anni si è diffusa persino la teoria che Del Naja fosse Banksy. Alcune coincidenze, murales apparsi nelle stesse città in cui i Massive Attack erano in tour, hanno alimentato la leggenda. Le ricostruzioni più recenti tendono però a ridimensionare questa ipotesi. Del Naja sarebbe piuttosto un collaboratore o parte della rete creativa attorno al progetto Banksy, non l’autore principale.

Robert Del Naja

La domanda “chi è Banksy?” è diventata negli anni quasi un genere giornalistico a sé. Ma dietro la curiosità c’erano anche motivazioni più concrete.

La prima è economica. Banksy è oggi uno degli artisti viventi più quotati al mondo, alcune sue opere superano facilmente il milione di dollari. Con cifre di questo livello, conoscere l’autore significa definire meglio diritti, autenticazioni e storia delle opere.

La seconda ragione è culturale. Banksy è diventato una voce politica globale, intervenendo con i suoi murales su temi come guerra, capitalismo, migrazioni e conflitto israelo-palestinese. Per alcuni osservatori un artista con un’influenza così forte non può restare completamente invisibile.

Infine c’è il semplice impulso umano verso il mistero, quando un enigma dura troppo a lungo, prima o poi qualcuno prova a risolverlo.

Eppure una parte consistente del mondo dell’arte ha sempre sostenuto che l’anonimato fosse parte integrante dell’opera.

Banksy ha costruito la propria forza proprio sull’assenza di identità. I suoi interventi comparivano improvvisamente nello spazio pubblico, senza conferenze stampa né inaugurazioni, quasi come atti di guerriglia visiva.

Senza un volto, il messaggio diventava più universale. L’opera non apparteneva a un artista celebre, ma sembrava emergere direttamente dalla città e dalle sue contraddizioni.

C’è anche un motivo molto pragmatico, molti dei lavori di Banksy sono tecnicamente illegali. L’anonimato è sempre stato per lui una forma di protezione legale e personale.

Ma cosa cambia davvero adesso? La risposta più sorprendente è che probabilmente non cambia quasi nulla.

Il sistema che regola il mercato di Banksy rimane lo stesso. Le opere autentiche sono certificate da Pest Control, l’unico organismo autorizzato. Finché questo meccanismo non cambia, la persona dietro lo pseudonimo conta relativamente poco per il mercato.

Anzi, spesso le rivelazioni alimentano ancora di più l’interesse mediatico e culturale attorno all’artista.

Il mito, ormai, è già costruito.

Le reazioni degli artisti e dei critici si dividono sostanzialmente in tre correnti.

La prima è quella dei romantici, per loro Banksy doveva restare anonimo per sempre. Il mistero faceva parte della poesia dell’opera e rappresentava una critica radicale al culto dell’artista-star.

La seconda è quella dei pragmatici, un fenomeno culturale di questa dimensione difficilmente può restare segreto per decenni. Era solo questione di tempo.

La terza è quella dei più cinici, conoscere il nome non cambia nulla. Banksy è ormai un linguaggio, un immaginario, quasi un marchio culturale globale.

Forse, in fondo, la domanda non è davvero chi sia Banksy. La domanda è se avremmo dovuto saperlo.

Per più di vent’anni i suoi lavori sono comparsi sui muri delle città come messaggi lasciati nella notte. Senza volto, senza conferenze stampa, senza una biografia da raccontare. Solo immagini capaci di parlare da sole. In un sistema dell’arte costruito spesso attorno alla figura dell’artista-star, quell’assenza era diventata parte dell’opera stessa.

L’anonimato non era soltanto una forma di protezione, ma un vero e proprio linguaggio che spostava l’attenzione dal nome al messaggio e dall’autore alla città.

In fondo, Banksy ha anche riportato al centro il significato originario della figura del writer, una presenza anonima, spesso incappucciata, che agisce nello spazio urbano come gesto di rottura e di denuncia verso il sistema. Nei suoi interventi questo aspetto non è mai stato secondario, ma anzi volutamente enfatizzato, quasi a ricordare che la street art nasce prima di tutto come atto di dissenso e appropriazione dello spazio pubblico, ben distante da quelle forme più decorative che oggi spesso vengono associate ai muri delle città.

Ma i miti contemporanei vivono dentro un ecosistema mediatico che prima o poi li costringe a mostrarsi. Più cresce la fama, più diventa difficile custodire il segreto. È una dinamica quasi inevitabile.

Eppure il paradosso di Banksy è proprio questo, il suo mistero non è mai stato davvero il suo nome. Il suo mistero era che, per anni, quel nome non fosse necessario.

Se un giorno l’identità dovesse emergere senza più dubbi, probabilmente cambierà poco. Perché il vero Banksy non è mai stato soltanto una persona. È un’idea che continua a comparire sui muri delle città, un’immagine semplice, improvvisa, capace di raccontare una storia senza bisogno di firmarsi.

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Emanuel Acciarito. Architettura come scultura dello spazio

La vera arte non racconta semplicemente il mondo, ma spesso lo mette in discussione, lo esplora e lo ripensa attraverso la forma

In questa idea si può leggere con chiarezza il percorso di Emanuel Acciarito, là dove la disciplina architettonica incontra il pensiero e la materia smette di essere semplice presenza per farsi simbolo, denso di significato. Architetto per formazione e artista per necessità interiore, Acciarito attraversa linguaggi differenti mantenendo intatta la stessa intensità, che è quella di chi osserva lo spazio con l’attenzione analitica del progettista e, insieme, quella di chi sa sostare sul tempo con la sensibilità sottile del poeta.

La sua storia creativa nasce dentro la disciplina dello spazio. L’architettura ha insegnato ordine, misura, responsabilità verso il territorio. Da qui prende avvio una poetica che guarda alla rigenerazione urbana, alla memoria dei luoghi, alla relazione tra uomo e ambiente. Poi accade qualcosa di ulteriore. Il progetto smette di restare progetto e diventa domanda.

Proprio in questo passaggio si inserisce una delle ricerche più significative del suo percorso progettuale, lo studio di un grattacielo eco-sostenibile sviluppato durante il lavoro di tesi, premiato e presentato in diversi contesti di ricerca architettonica. L’intuizione nasce dall’osservazione dello zampillo d’acqua, un’immagine elementare e potente che diventa matrice formale e concettuale di un’architettura capace di svilupparsi verticalmente come una danza di forme nello spazio, trasformando un movimento naturale in struttura progettuale. Nel processo creativo la forma dell’acqua assume un valore simbolico e progettuale, diventando linguaggio formale e visione sociale. Prima scultura dello spazio, poi architettura, il progetto traduce nella dimensione costruita una riflessione sul valore dell’acqua come bene comune e sulla necessità di ristabilire un equilibrio tra l’uomo e l’ambiente.

In questo slittamento tra materia simbolica e costruzione reale emerge con chiarezza uno dei nuclei più autentici della ricerca di Acciarito, là dove la dimensione progettuale si apre a una riflessione poetica e la pratica artistica diventa luogo di elaborazione di visioni capaci di interrogare il futuro. È dentro questa prospettiva che la forma, nel lavoro dell’artista, supera la semplice funzione costruttiva per diventare codice espressivo.

Dietro la geometria rigorosa e la misura solo apparentemente neutra dello spazio, la struttura si trasforma in un vero e proprio linguaggio simbolico. La forma, sospesa in un equilibrio sottile tra rigore e intuizione, dischiude così varchi di senso che invitano a una lettura più ampia e articolata, là dove pensiero ed emozione finiscono naturalmente per incontrarsi.

Il bianco entra in scena come scelta radicale, il colore, certo, ma anche dichiarazione di intenti. Qui diventa superficie ricettiva, capace di accogliere la luce e di amplificarne la dimensione quasi spirituale; uno spazio mentale in cui ogni segno trova la propria risonanza. Nelle culture che la sua ricerca attraversa, il bianco conserva una forza sacrale, una presenza silenziosa che continua a parlare di purezza e trascendenza. L’artista assorbe queste sedimentazioni simboliche e le traduce in un linguaggio personale, prossimo a una grammatica essenziale con cui tornare a interrogare, con lucidità e misura, la materia stessa.

 

Le opere scultoree raccontano questo percorso con chiarezza. “Ambito” appare come un organismo armonico, una sfera che richiama il ciclo della vita e la centralità dell’essere umano nel cosmo. I cerchi sovrapposti suggeriscono movimento, equilibrio, continuità tra individuo e universo. Lo spettatore percepisce una calma apparente che nasconde una riflessione più ampia sul fragile rapporto tra uomo e natura.

 

Aeternitas” introduce una dimensione diversa. Il tempo assume volto e verticalità, la figura si allunga verso l’alto attraverso anelli che evocano antiche tradizioni e miti lontani. Qui la scultura sembra custodire una memoria collettiva, un dialogo tra culture, spiritualità e desiderio di permanenza. La materia assume il ritmo di un rito, quasi una preghiera silenziosa affidata alla forma.

 

Anche quando si confronta con la pittura, come avviene in “Medusa”, la forza della ricerca resta intatta. Il corpo femminile emerge come luogo emotivo, in uno spazio sospeso dove la forza si intreccia con la fragilità, dando vita a una bellezza capace di evocare inquietudine. La tecnica mista utilizza la materia senza sottoporla a coercizione, restituendone il movimento e la densità espressiva. Essa sprigiona un’energia che affonda le radici nell’esperienza personale dell’artista e si estende oltre il confine della forma, coinvolgendo chi osserva in una percezione più ampia. Ogni segno trattiene un frammento di vita vissuta, lo trasforma in immagine autonoma, lo offre allo spettatore come testimonianza e come spazio di riflessione, luogo in cui l’introspezione si confronta con la presenza dell’opera.

 

Nelle sculture, la stessa energia torna a manifestarsi in forme archetipiche. Nella prima, la sfera e i cerchi sovrapposti evocano con chiarezza un’idea di ciclicità, di armonia e di centralità dell’uomo nel cosmo. Nella seconda, invece, la verticalità della figura e gli anelli che ne scandiscono il collo alludono al tempo come principio eterno e come traccia di un rituale ancestrale. L’opera si pone davanti allo sguardo dello spettatore, pronta a sollevare domande più che a fornire risposte, e invita a percepire spazio e tempo come esperienza, in cui simboli e materia si fanno strumenti attivi per una  riflessione.

 

In continuità con questo percorso di sintesi tra forma, mito e significato, l’artista amplia recentemente il suo repertorio con “Nike”, scultura in cui il gesto celebrativo diventa cifra poetica. Concepita in omaggio alle trenta medaglie conquistate dalla spedizione italiana alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, la Dea delle Olimpiadi viene trasfigurata in un corpo architettonico, la cui “pelle” è costruita dai cerchi olimpici. Non semplice raffigurazione, ma architettura del gesto trionfale, “Nike” si erge come trofeo stilizzato, dove la mitologia si fonde con il linguaggio contemporaneo e la forma diventa veicolo di vittoria e potenza simbolica. La scultura testimonia come l’autore sappia traslare il mito in struttura, conferendo al gesto celebrativo una densità spaziale e un equilibrio compositivo che risuona con l’intero percorso creativo.

In questa prospettiva risuona con particolare precisione una riflessione di Paul Klee, artista che affermava che l’arte rende visibile ciò che già esiste oltre lo sguardo immediato. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible” . La frase appare sorprendentemente vicina al pensiero poetico di Emanuel Acciarito, il cui lavoro non cerca la descrizione del mondo ma bensì una sua rivelazione interiore.

Tra controllo e sensibilità prende forma un linguaggio che intreccia questi due elementi in un equilibrio armonioso. L’architetto e l’artista convivono senza conflitto, come due voci dello stesso racconto. Da una parte la volontà di armonia, dall’altra la necessità di esplorare zone interiori dove il simbolo prende il posto della descrizione. La sua ricerca dialoga con il presente, con la città, con la responsabilità culturale di chi crea immagini capaci di parlare al futuro.

Resta, alla fine, una sensazione precisa. Le sue opere chiedono tempo, attenzione, silenzio. Invocano uno sguardo disposto a sostare, a lasciarsi attraversare da significati che emergono lentamente. In quella sospensione si riconosce la cifra più autentica del suo lavoro, un’arte che costruisce ponti tra materia e spirito, tra esperienza quotidiana e dimensione archetipica, tra la concretezza dell’architettura e la libertà della visione.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di arte & architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com                

Phone  3477719697

Scroll down for the English text:

True art does not simply narrate the world; more often, it questions it, explores it, and reimagines it through form.

 

This idea clearly frames the trajectory of Emanuel Acciarito, where architectural discipline intersects with thought, and matter ceases to be mere presence to become a symbol, rich with meaning. Trained as an architect and compelled to create as an artist, Acciarito moves across different languages while maintaining the same intensity—the analytical attention of a designer observing space, alongside the subtle sensitivity of a poet attuned to the flow of time.

His creative journey originates within the discipline of space. Architecture has taught order, proportion, and responsibility toward the territory. From this foundation emerges a poetic vision attentive to urban regeneration, the memory of places, and the relationship between humans and their environment. Yet something further occurs. The project ceases to remain merely a project and becomes a question.

It is precisely at this juncture that one of the most significant investigations of his design path unfolds: the study of an eco-sustainable skyscraper developed during his thesis, awarded and presented in various architectural research contexts. The inspiration arose from observing a water jet—an elemental, powerful image that becomes the formal and conceptual matrix of an architecture capable of growing vertically like a dance of forms in space, transforming a natural movement into a structural design. In the creative process, the shape of water assumes symbolic and design value, becoming a formal language and social vision. First a sculpture of space, then architecture, the project translates in the built dimension a reflection on water as a common good and on the necessity of reestablishing balance between humans and the environment.

In this transition between symbolic matter and real construction, one of the most authentic cores of Acciarito’s research emerges, where the design dimension opens to poetic reflection and artistic practice becomes a site for developing visions capable of interrogating the future. It is within this perspective that form, in the artist’s work, transcends mere constructive function to become expressive code.

Behind the rigorous geometry and the seemingly neutral measure of space, the structure transforms into a truly symbolic language. Suspended in a subtle equilibrium between precision and intuition, the form opens pathways of meaning, inviting a broader and more articulated reading, where thought and emotion naturally converge.

White enters the scene as a radical choice—a color, certainly, but also a declaration of intent. Here it becomes a receptive surface, capable of embracing light and amplifying its almost spiritual dimension; a mental space where every mark finds resonance. In the cultures Acciarito’s research traverses, white retains a sacred power, a silent presence that continues to speak of purity and transcendence. The artist absorbs these symbolic sedimentations and translates them into a personal language, close to an essential grammar through which he interrogates matter itself with clarity and measure.

The sculptural works clearly narrate this journey. “Ambito” appears as a harmonious organism, a sphere evoking the cycle of life and the centrality of the human being in the cosmos. The overlapping circles suggest movement, balance, and continuity between individual and universe. The viewer perceives an apparent calm that conceals a broader reflection on the fragile relationship between humans and nature.

“Aeternitas” introduces a different dimension. Time assumes form and verticality, the figure stretching upward through rings that evoke ancient traditions and distant myths. Here the sculpture seems to hold a collective memory, a dialogue between cultures, spirituality, and the desire for permanence. Matter takes on the rhythm of a ritual, almost a silent prayer entrusted to form.

Even when engaging with painting, as in “Medusa”, the strength of the research remains intact. The female body emerges as an emotional locus, within a suspended space where strength intertwines with fragility, giving rise to a beauty capable of evoking unease. Mixed media employs matter without coercion, restoring its movement and expressive density. It radiates an energy rooted in the personal experience of the artist and extending beyond the boundary of form, engaging the viewer in a wider perception. Every mark retains a fragment of lived life, transforms it into an autonomous image, and offers it to the observer as testimony and space for reflection, where introspection confronts the presence of the work.

In the sculptures, the same energy manifests in archetypal forms. In “Ambito”, the sphere and overlapping circles clearly evoke cyclicality, harmony, and the centrality of humankind in the cosmos. In “Aeternitas”, the verticality of the figure and the rings marking the neck allude to time as an eternal principle and as the trace of an ancestral ritual. The work presents itself to the viewer, ready to pose questions rather than offer answers, inviting perception of space and time as experience, where symbols and matter become active instruments for reflection.

Continuing this path of synthesis between form, myth, and meaning, the artist recently expanded his repertoire with “Nike”, a sculpture in which the celebratory gesture becomes a poetic motif. Conceived in homage to the thirty medals won by the Italian team at the 2026 Milan-Cortina Winter Olympics, the Olympian goddess is transfigured into an architectural body, whose “skin” is constructed from the Olympic rings. Not mere representation, but architecture of the triumphant gesture, “Nike” rises as a stylized trophy, where mythology merges with contemporary language, and form becomes a vehicle of victory and symbolic power. The sculpture demonstrates how the artist translates myth into structure, endowing the celebratory act with spatial density and compositional balance that resonates across his entire creative trajectory.

In this perspective, a reflection by Paul Klee resonates with particular precision: the artist asserted that art makes visible what already exists beyond immediate sight. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible.” The statement appears surprisingly close to Emanuel Acciarito’s poetic thought, whose work does not seek to describe the world but rather to reveal its inner truth.

Between control and sensitivity emerges a language that weaves these elements in harmonious balance. The architect and the artist coexist without conflict, like two voices of the same narrative. On one side, the desire for harmony; on the other, the need to explore interior territories where symbol replaces description. His research engages with the present, with the city, with the cultural responsibility of those who create images capable of speaking to the future.

In the end, a precise sensation remains. His works demand time, attention, and silence. They invoke a gaze willing to linger, to be penetrated by meanings that emerge slowly. In that suspension, the most authentic signature of his work is recognized—an art that builds bridges between matter and spirit, between daily experience and archetypal dimension, between the concreteness of architecture and the freedom of vision.

 

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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ArteSegnalazione Eventi

ANDY WARHOL Ladies and Gentlemen ritorna dopo 50 anni

Ferrara si prepara ad accogliere tra qualche giorno un evento espositivo che si delinea al tempo stesso come celebrazione e rilettura critica di un momento fondamentale della storia dell’arte contemporanea. A cinquant’anni dalla storica mostra Ladies and Gentlemen, la città rende omaggio a Andy Warhol riproponendo, nelle sale di Palazzo dei Diamanti, dal 14 marzo al 19 luglio 2026, una  rievocazione di quel progetto espositivo che negli anni Settanta aveva segnato un passaggio decisivo nella poetica dell’artista.

La mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, ideata e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, con il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum, propone una ricostruzione immersiva della celebre esposizione presentata dall’artista tra il 1975 e il 1976. Il progetto, curato da Chiara Vorrasi, riunisce oltre centocinquanta opere tra acrilici su tela, disegni, serigrafie e fotografie Polaroid provenienti da importanti musei e collezioni private europee e americane, offrendo al pubblico un viaggio articolato nell’universo della ritrattistica warholiana.

Se la stagione più nota della ricerca warholiana era stata dominata dall’immaginario della celebrità — dalle icone cinematografiche come Marilyn Monroe alle figure pubbliche della politica e della cultura di massa — la serie Ladies and Gentlemen rappresenta un significativo spostamento di prospettiva. In questi lavori Warhol abbandona temporaneamente il pantheon delle star internazionali per rivolgere lo sguardo verso una realtà marginale ma carica di vitalità espressiva: quella delle drag queen afroamericane e portoricane della scena underground newyorkese

Il gesto non è soltanto iconografico, ma profondamente concettuale. Attraverso la consueta grammatica visiva fatta di colori acidi, contrasti grafici e reiterazioni seriali, l’artista conferisce monumentalità a figure fino ad allora rimaste ai margini della rappresentazione ufficiale. I volti truccati, le pose teatrali e la sensualità ostentata diventano così strumenti di una nuova narrazione dell’identità, in cui il confine tra autenticità e costruzione performativa appare volutamente instabile.

Ne emerge una galleria di effigi vibranti e seducenti, sospese tra glamour e provocazione, che sembrano anticipare molte delle sensibilità estetiche e culturali del nostro tempo. In queste immagini Warhol coglie infatti il potenziale simbolico della performance di genere e della contaminazione culturale, temi che oggi occupano una posizione centrale nel dibattito artistico e sociale.

La mostra ferrarese non si limita tuttavia a ricostruire l’atmosfera della storica esposizione degli anni Settanta. Accanto al nucleo dedicato alla serie Ladies and Gentlemen, il percorso propone una più ampia ricognizione nell’universo della ritrattistica warholiana, mettendo in dialogo alcune delle immagini più emblematiche prodotte tra gli anni Sessanta e Ottanta. Dalle celebri effigi di Mao Zedong, nelle quali l’iconografia politica viene trasfigurata in oggetto pop, fino ai ritratti di protagonisti della scena musicale e dello spettacolo come Mick Jagger, Liza Minnelli e Grace Jones, emerge con chiarezza la capacità dell’artista di trasformare il volto umano in un potente dispositivo visivo.

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975

Attraverso la serigrafia, la fotografia istantanea e l’uso sperimentale di tecnologie allora emergenti — come la celebre Polaroid — Warhol reinventa infatti il ritratto tradizionale, appropriandosi dei codici della comunicazione di massa e traducendoli in linguaggio artistico. Il risultato è un’immagine che non si limita a rappresentare il soggetto, ma ne amplifica la dimensione simbolica, trasformandolo in icona.

In questa prospettiva, anche gli autoritratti che chiudono il percorso assumono un valore emblematico. L’artista applica a se stesso lo stesso processo di costruzione visiva riservato alle celebrità, mettendo in scena la propria immagine come un simulacro mediatico. Il volto di Warhol diventa così maschera, superficie, segno riproducibile all’infinito.

La rievocazione ferrarese di Ladies and Gentlemen si propone quindi non solo come un omaggio a uno dei protagonisti più influenti del Novecento, ma come un’occasione per interrogare l’attualità della sua ricerca. Le immagini concepite da Warhol negli anni Settanta — tra artificio, spettacolo e identità fluida — sembrano infatti anticipare la cultura visiva contemporanea, in cui la costruzione pubblica del sé e la circolazione globale delle immagini sono diventate elementi centrali dell’esperienza sociale.

 

 

 

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Arte

Un ponte tra Italia e Dubai. Gli spazi espositivi di Alessio Musella tra Home Gallery e galleria esterna

Alessio Musella, art dealer nonché referente e caporedattore per l’area degli Emirati del nostro magazine ContempoArte, ci apre le porte degli spazi che ha progettato e realizzato con passione nel corso degli ultimi cinque mesi. Un progetto articolato che comprende la Home Gallery e una galleria esterna, ambienti destinati a diventare luoghi di incontro e di dialogo per artisti, collezionisti e operatori del settore.

Questi spazi ospiteranno anche il nostro prossimo numero di ContempoArte Magazine , che sarà presentato e diffuso a Dubai attraverso una rete di autorevoli professionisti e protagonisti della scena artistica locale. L’impegno di Musella sta dando vita, con grande determinazione a un vero e proprio ponte culturale tra la scena artistica italiana e quella emiratina. I risultati ottenuti fino ad oggi sono sorprendenti e seguiranno con grande interesse sia il primo allestimento della galleria esterna sia gli incontri e i talk che prenderanno forma all’interno della Home Gallery.

Dubai, osservata da questa prospettiva, rivela per noi una dualità particolarmente affascinante, soprattutto nel confronto tra l’approccio intimo e narrativo della Home Gallery nel Dubai International Financial Centre e quello più istituzionale e museale delle gallerie situate nell’area di Dubai Hills.

Nel cuore del distretto finanziario, la Home Gallery rompe idealmente la “quarta parete” del sistema dell’arte. Non si configura soltanto come spazio espositivo, ma come un vero ecosistema narrativo, dove l’arte diventa esperienza condivisa. L’ambiente è caldo, accogliente e domestico, arredi ricercati, luci soffuse e tappeti selezionati costruiscono un’atmosfera nella quale il visitatore non è più semplice osservatore, ma ospite. In questo contesto l’incontro con l’opera si trasforma in un dialogo personale, un caffè sorseggiato su un divano, una conversazione informale, il racconto intimo del percorso dell’artista che prende forma in un contatto diretto e autentico.

Accanto a questa dimensione raccolta e relazionale, la galleria esterna si presenta invece come un vero tempio della creatività, ispirato ai canoni del White Cube contemporaneo e arricchito dalla forte dimensione di community tipica del contesto di Dubai Hills. Gli ambienti sono ampi, essenziali e quasi eterei. Soffitti alti, una stanza bianca e una stanza nera, illuminate da un sistema tecnico di grande precisione che isola l’opera dal resto dello spazio. Qui il vuoto diventa elemento progettuale, capace di dare respiro al lavoro esposto e di sottolinearne il valore quasi museale, amplificando l’impatto visivo e la forza espressiva di ogni singolo pezzo.

È proprio in questa dialettica tra la dimensione intima dell’abitare e la solennità dello spazio espositivo che si articola una nuova piattaforma culturale, capace di consolidare il dialogo tra la scena artistica italiana e quella mediorientale, aprendo traiettorie inedite di scambio e collaborazione per artisti, curatori e collezionisti.

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ArteArtistiSegnalazione Eventi

PRESENTATA ALLA “BIENNALE DI SONDRIO” LA SCULTURA “NIKE” DELL’ARCHITETTO-ARTISTA EMANUEL ACCIARITO.

Si è inaugurata il 28 febbraio 2026 la Biennale di Sondrio. L’iniziativa promossa dall’Associazione Progetto Alfa OdV è inserita all’interno del progetto “Oltre il limite: un palco sulle vette”, finanziato dalla Regione Lombardia e sostenuto da Pro Valtellina, Comune di Tirano, Comune e Provincia di Sondrio.

Castello Masegra, Palazzo Pretorio, Palazzo Muzio, Palazzo Bim e il Museo Musa sono i quattro siti dislocati sul territorio cittadino, coinvolti in questa maratona delle arti, cui allestimento diffuso, resterà aperto fino ad aprile.

Direttore artistico della Biennale Arte, il professore, storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.

 

Tra i 300 partecipanti all’esposizione, anche l’architetto-artista Emanuel Acciarito, con tre sue sculture: “Ambito”, “Aeternitas presentate in anteprima lo scorso mese presso Palazzo Muzio e “Nike” in esposizione per la prima volta a Castello Masegra.

Con “Nike”, Acciarito omaggia a suo modo le trenta medaglie vinte dalla spedizione azzurra alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 che si sono appena concluse. E lo fa raffigurando la Dea delle Olimpiadi Nike, simbolo di vittoria, successo sportivo e velocità, in un processo creativo in cui l’immagine della mitologica figura viene stilizzata in un corpo architettonico attraverso una “pelle” creata con i cerchi olimpici e come un trofeo, presentata come simbolo di un trionfo conquistato in vetta.

 

 

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

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Arte

Una stanza tutta per sé – Dallo scritto di Virginia Woolf a “Le stanze dell’arte”

Il format espositivo Le Stanze dell’Arte, ideato da Olga Marciano e ospitato presso Palazzo Fruscione nel centro storico di Salerno, trova una sorprendente risonanza concettuale con il celebre saggio di Virginia Woolf  “Una stanza tutta per sé.” In entrambi i casi, la “stanza” non è inteso soltanto uno spazio fisico, ma una condizione alquanto necessaria, un luogo di libertà e autodeterminazione, senza il quale la creatività rischierebbe di rimanere frammentata o soffocata.

Così come la celebre e influente scrittrice, saggista e attivista britannica del XX secolo, considerata una figura chiave del modernismo letterario,  rivendicava per le donne scrittrici uno spazio proprio, materiale e simbolico, in cui poter pensare, creare e affermare la propria voce, “Le Stanze dell’Arte offrono a ogni artista uno spazio autonomo e dedicato, sottratto alla logica della collettiva tradizionale. Ogni stanza diventa una mostra personale, un territorio libero e indipendente in cui l’artista può sviluppare un discorso completo, armonico e senza compromessi. È uno spazio di tempo e ascolto, in cui la ricerca artistica può mostrarsi nella sua complessità, fatta di tecnica, visione e percorso.

Nell’ attraversare le stanze di Palazzo Fruscione, distribuite su tre livelli, il pubblico compie un viaggio tra molteplici universi creativi, varcando soglie successive che interrompono la continuità dello sguardo e impongono ogni volta una ricalibrazione percettiva.

Ciascuna stanza si configura come una “stanza tutta per sé”, un mondo autonomo e un incontro diretto con l’identità dell’artista, con la sua voce e la sua necessità espressiva. L’esperienza di fruizione assume così un carattere immersivo e attento, una sequenza di incontri che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto, restituendo racconti singolari senza mai schiacciarli all’interno di un discorso collettivo dominante.

Questo permette di rendere leggibili non solo i risultati formali della ricerca, ma anche i processi, le intenzioni e le traiettorie che la attraversano. La stanza diventa quindi luogo di concentrazione e di legittimazione, in cui l’artista non è ospite di un discorso curatoriale dominante, ma soggetto pienamente autorizzato del proprio racconto visivo.

La pluralità che ne deriva non è mai gerarchica né competitiva. Come nella genealogia immaginata dalla scrittrice, fatta di molte voci che possono esistere solo se messe in condizione di parlare, Le Stanze dell’Arte costruiscono una coabitazione di autonomie. La condivisione dello spazio espositivo non annulla le differenze, ma le rende finalmente visibili e leggibili, favorendo una circolazione di sguardi, pubblici e relazioni.

È in quest’ottica che la scelta curatoriale di Olga Marciano assume una valenza etica e politica molto importante. Offrire una stanza non è un gesto neutro ma significa redistribuire attenzione, tempo e potere simbolico. Così come Virginia Woolf individuava nella stanza un atto di emancipazione, Le Stanze dell’Arte assumono la forma di un progetto che resiste alla logica dell’urgenza e delle sovrapposizioni, riaffermando il diritto dell’arte contemporanea a esistere in uno spazio di ascolto.

Clark et Pougnaud
Clark et Pougnaud

“Le Stanze dell’Arte” propongono dunque un modello espositivo capace di ridefinire il rapporto tra artista, spazio e pubblico, restituendo alla creazione ciò di cui ha più urgente bisogno…  tempo, silenzio e una stanza tutta per sé.

A ds la Curatrice e Artista Olga Marciano

Questa riflessione sullo spazio, la libertà e l’autonomia creativa trova una nuova occasione di esperienza concreta con la 5ª edizione di Le Stanze dell’Arte, che sarà inaugurata il 20 febbraio 2026.

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ArteSegnalazione Eventi

Le Stanze dell’Arte – Il format espositivo di Olga Marciano che ridefinisce la mostra contemporanea

Qualche giorno fa abbiamo avuto ospite per un’intervista Olga Marciano Oltre a confermarsi una bravissima artista apprezzata da collezionisti con opere acquisite dal FAMM Femmes Artistes du Musée de Mougins in Francia diretto dal noto collezionista Christian Levett abbiamo scoperto molto di più ovvero la sua visione curatoriale e la capacità di ideare eventi espositivi che si distinguono nettamente dalle mostre tradizionali

Con Le Stanze dell’Arte, evento ospitato presso Palazzo Fruscione nel centro storico di Salerno, Olga Marciano ha ideato un format espositivo vincente, pensato tanto per gli artisti quanto per il pubblico.

Non si tratta di una classica collettiva, ma di un progetto molto originale che riunisce numerose mostre personali all’interno di un unico grande contenitore espositivo. Ogni artista ha a disposizione una stanza, uno spazio autonomo e dedicato, in cui può raccontare il proprio progetto creativo in modo completo, coerente e approfondito.

Il risultato è sorprendente: agli artisti viene concessa una libertà espressiva totale, difficilmente possibile nelle collettive tradizionali, dove poche opere non sempre riescono a restituire la complessità di una ricerca. Qui, invece, ogni autore può costruire una vera e propria narrazione, attraverso un numero adeguato di opere, rendendo leggibili tecnica, idea e percorso artistico.

Allo stesso tempo, il pubblico vive un’esperienza immersiva e dinamica. Attraversando le numerose stanze del Palazzo, distribuite su tre piani, il visitatore entra di volta in volta in universi differenti, fatti di voci, anime e linguaggi diversi. Ogni stanza diventa un racconto autonomo, un incontro diretto con l’artista.

 

Un ulteriore vantaggio, tutt’altro che secondario, è la possibilità per ciascun artista di intercettare non solo il proprio pubblico, ma anche quello degli altri partecipanti, creando un’importante condivisione di visibilità e relazioni. Una scelta curatoriale fortemente voluta da Olga Marciano, che da artista conosce profondamente le reali esigenze di chi espone.

Come lei stessa racconta:

“Ho voluto creare un format che mettesse davvero l’artista al centro. Le Stanze dell’Arte nascono dall’esigenza di superare il limite della collettiva tradizionale, offrendo a ogni autore lo spazio e il tempo necessari per raccontarsi. Ogni stanza è una mostra personale, un’esperienza completa per chi espone e per chi guarda. L’arte ha bisogno di ascolto, non di sovrapposizioni.”

L’idea di un unico contenitore che ospiti contemporaneamente più mostre personali di artisti contemporanei si rivela dunque estremamente interessante e innovativa. Un progetto capace di diventare punto di riferimento per appassionati, collezionisti e per chi è alla ricerca di nuove forme di espressione artistica.

 

 

 

Lartechemipiace è media partner ufficiale dell’evento e seguirà l’evolversi del progetto, fornendo aggiornamenti sulle varie attività legate a Le Stanze dell’Arte.

 

Clicca qui per conoscere l’elenco degli artisti partecipanti, una selezione in costante aggiornamento, attualmente in fase di definizione.

 

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ArteArtisti

Le sculture di Valente Cancogni approdano a Dubai


Le opere di Valente Cancogni trovano oggi una collocazione sempre più solida all’interno del circuito artistico di Dubai, dove vengono esposte e promosse in modo strutturato e continuativo. Un percorso tutt’altro che casuale, che si inserisce in una progettualità avviata da tempo e consolidata grazie alla collaborazione con il curatore Alessio Musella, co-fondatore della Star (Home) Gallery.

In breve tempo, la Star Home Gallery si è affermata come una presenza attiva e riconoscibile nel panorama culturale degli Emirati Arabi Uniti, costruendo un network capace di valorizzare artisti contemporanei in dialogo con il contesto internazionale di Dubai. All’interno di questo sistema, le opere di Cancogni, spesso accompagnate da testi critici firmati dallo stesso Musella, vengono regolarmente promosse, contribuendo a rafforzare la visibilità dello scultore toscano.

Alla base di questa presenza vi è un vero e proprio “Progetto Dubai”, un tavolo di lavoro che nasce da lontano e che ha già portato Cancogni oltre i confini italiani in diverse occasioni. L’approdo delle sue sculture negli Emirati rappresenta quindi l’evoluzione naturale di un percorso coerente, oggi sostenuto dalla piattaforma curatoriale e relazionale della Star Home Gallery. La posizione dell’artista nel panorama artistico internazionale di Dubai è, di conseguenza, in costante ascesa.

Dal punto di vista linguistico e tecnico, la scultura di Valente Cancogni si fonda su un uso raffinato e complesso della ceramica e del bronzo, materiali che l’artista lavora attraverso processi articolati seguiti personalmente in ogni fase. L’intervento sulla materia avviene tramite l’applicazione di polveri e pigmenti che, sottoposti a cotture ad alta temperatura, generano sorprendenti effetti metallici, tra riflessi bronzei e argentei.

Il fuoco diventa così elemento attivo e imprevedibile, capace di trasformare colori e smalti e di lasciare tracce irripetibili sulla superficie dell’opera. È proprio in questa alchimia tra controllo e abbandono che Cancogni ricerca l’impatto emotivo della scultura, rendendo ogni lavoro pregno di personalità.

Al centro della sua poetica emerge il dialogo tra la figura umana, spesso fragile, slanciata, quasi sospesa, e una materia che il calore esalta e trasfigura. Un confronto silenzioso ma potente, che trova nel contesto internazionale di Dubai un terreno fertile per nuove letture e risonanze.

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