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Le sculture di Valente Cancogni approdano a Dubai


Le opere di Valente Cancogni trovano oggi una collocazione sempre più solida all’interno del circuito artistico di Dubai, dove vengono esposte e promosse in modo strutturato e continuativo. Un percorso tutt’altro che casuale, che si inserisce in una progettualità avviata da tempo e consolidata grazie alla collaborazione con il curatore Alessio Musella, co-fondatore della Star (Home) Gallery.

In breve tempo, la Star Home Gallery si è affermata come una presenza attiva e riconoscibile nel panorama culturale degli Emirati Arabi Uniti, costruendo un network capace di valorizzare artisti contemporanei in dialogo con il contesto internazionale di Dubai. All’interno di questo sistema, le opere di Cancogni, spesso accompagnate da testi critici firmati dallo stesso Musella, vengono regolarmente promosse, contribuendo a rafforzare la visibilità dello scultore toscano.

Alla base di questa presenza vi è un vero e proprio “Progetto Dubai”, un tavolo di lavoro che nasce da lontano e che ha già portato Cancogni oltre i confini italiani in diverse occasioni. L’approdo delle sue sculture negli Emirati rappresenta quindi l’evoluzione naturale di un percorso coerente, oggi sostenuto dalla piattaforma curatoriale e relazionale della Star Home Gallery. La posizione dell’artista nel panorama artistico internazionale di Dubai è, di conseguenza, in costante ascesa.

Dal punto di vista linguistico e tecnico, la scultura di Valente Cancogni si fonda su un uso raffinato e complesso della ceramica e del bronzo, materiali che l’artista lavora attraverso processi articolati seguiti personalmente in ogni fase. L’intervento sulla materia avviene tramite l’applicazione di polveri e pigmenti che, sottoposti a cotture ad alta temperatura, generano sorprendenti effetti metallici, tra riflessi bronzei e argentei.

Il fuoco diventa così elemento attivo e imprevedibile, capace di trasformare colori e smalti e di lasciare tracce irripetibili sulla superficie dell’opera. È proprio in questa alchimia tra controllo e abbandono che Cancogni ricerca l’impatto emotivo della scultura, rendendo ogni lavoro pregno di personalità.

Al centro della sua poetica emerge il dialogo tra la figura umana, spesso fragile, slanciata, quasi sospesa, e una materia che il calore esalta e trasfigura. Un confronto silenzioso ma potente, che trova nel contesto internazionale di Dubai un terreno fertile per nuove letture e risonanze.

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A Napoli arriva “Natura Morta” di Jago – Bellezza e violenza scolpite nel marmo

C’è un’opera che, prima ancora di essere vista, fa discutere. Si chiama “Natura Morta” ed è l’ultima creazione di Jago, in arrivo a Napoli dopo mesi di esposizione a Milano. Il titolo rimanda a un genere antichissimo, ma l’artista lo ribalta con decisione, al posto di frutti, nel cesto ci sono pistole, fucili, mitragliatori. Tutto rigorosamente scolpito in marmo statuario. Un blocco di pietra trasformato in un fragile arsenale, in cui la bellezza classica diventa un contenitore di inquietudine contemporanea.

L’opera, realizzata nel 2025, è rimasta per sei mesi alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, dove ha dialogato simbolicamente con la celebre “Canestra di frutta” di Caravaggio. Se il pittore lombardo rifletteva sulla caducità della vita attraverso la decomposizione dei frutti, Jago sceglie l’iconografia della guerra per parlare della stessa fragilità, spostando il discorso dalla natura che appassisce all’umanità che si autodistrugge.

Dal 20 dicembre, “Natura Morta” avrà una casa permanente nello Jago Museum, ospitato nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel cuore del rione Sanità. Un luogo già carico di storia e ferite, che negli ultimi anni è diventato il palcoscenico dell’incontro tra arte e comunità. Collocare l’opera in questo luogo significa restituire alla città un simbolo, trasformando la scultura in un autentico e significativo dialogo con il presente.

A rendere “Natura Morta” ancora più sorprendente è il suo valore, secondo stime assicurative, l’opera raggiunge i 12 milioni di euro. Una cifra che non parla solo di mercato, ma anche di riconoscimento e complessità tecnica. Perché trasformare il marmo in una materia leggera, quasi vulnerabile, non è solo virtuosismo ma può trasformarsi in un messaggio potente quanto un grido collettivo.

Jago carica di senso ogni dettaglio. In quel cesto di armi coesistono fascinazione e inquietudine, una bellezza calibrata che trattiene in sé l’ombra della minaccia. È un paradosso visivo che obbliga lo spettatore a riflettere, a guardare con attenzione, a interrogarsi. L’artista non pretende di darci risposte, piuttosto, ci trascina in un confronto serrato con la nostra stessa brutalità, con quella bellezza che porta il sapore della morte e con la distruzione che si traveste di bellezza. Ci obbliga a guardare ciò che preferiremmo ignorare, e in questo sta la sua forza…  trasformare lo stupore in consapevolezza.

Si tratta di un’opera che non è solo un’opera costosa e spettacolare, ma bensì un gesto radicale, una chiamata alla responsabilità estetica e civile. Un tassello nel percorso di un artista che continua a scegliere il marmo per modellare, oltre alle forme, le contraddizioni del nostro tempo.

Se vuoi approfondire la visione e la carriera dell’artista, puoi ritrovare altri spunti nel nostro precedente articolo su Jago, e che puoi leggere qui:

 

 

 

 

 

 

 

Nota: tutte le immagini presenti in questo articolo sono state reperite dal sito ufficiale dell’artista Jago e utilizzate a scopo informativo e giornalistico

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ArteSegnalazione Eventi

La Dolce Via Festival – Il primo ponte cinematografico tra Italia ed Emirati Arabi Uniti

In questi giorni gli Emirati Arabi Uniti stanno ospitando il primo evento cinematografico italo-emiratino, La Dolce Via Festival, ideato per valorizzare i talenti creativi emiratini attraverso percorsi formativi offerti dalle eccellenze italiane del settore. L’Ambasciata d’Italia negli EAU e il Consolato Generale d’Italia a Dubai partecipano attivamente all’iniziativa, rappresentati dal Vice Capo Missione Giacomo Buonaiuto e dal Console Generale Edoardo Napoli.

Presso la Mohammed bin Rashid Library, S.E. Mohammed Al Murr, Presidente della Biblioteca, ha ricevuto il La Dolce Via Award insieme al Console italiano, al Presidente della AUE Prof. Muthanna, a Thoraya Al Awadhi, Roberta Calarese e ai due ospiti d’onore italiani: il regista Gabriele Mainetti e l’attore Alessandro Preziosi.

La Dolce Via Festival, fondato nel 2023 da Benedetta Paravia—detentrice di Golden Visa e riconosciuta come “talented pioneering individual”—è promosso da A.N.G.E.L.S. – Associazione Nazionale Giovani Energie Latrici di Solidarietà APS, a sostegno dei giovani creativi e studenti universitari emiratini.

L’obiettivo dell’iniziativa è avvicinare le nuove generazioni alla cultura cinematografica italiana e contribuire allo sviluppo di un polo cinematografico nazionale negli Emirati Arabi Uniti, guidato da cittadini emiratini. Il Festival mira inoltre a favorire collaborazioni, joint venture e coproduzioni tra Italia ed Emirati, offrendo agli studenti delle Facoltà di Arti, Design e Media & Communication un percorso formativo di alto livello con esperti del cinema italiano.

L’edizione 2024, in programma dal 24 al 26 novembre, coinvolge studenti provenienti da diverse università emiratine — con una partecipazione speciale dell’American University in the Emirates — che stanno assistendo alle masterclass del regista e produttore Gabriele Mainetti. La sua trilogia è in proiezione presso la Mohammed bin Rashid Library, affiancata da workshop e sessioni dedicate agli studenti. Per la prima volta è presente anche l’attore Alessandro Preziosi, che sta conquistando i giovani aspiranti attori con la sua esperienza e le sue lezioni.

Il Festival si svolge sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e della Regione Lazio. Sul fronte emiratino, l’iniziativa è realizzata sotto l’egida del Ministero degli Affari Esteri degli EAU e dell’Ambasciata d’Italia ad Abu Dhabi, con la collaborazione mediatica di RAI e Abu Dhabi Media.

Mercoledì 19 novembre è stato firmato un Memorandum of Understanding tra l’American University in the Emirates — rappresentata dal Presidente e Fondatore, Prof. Muthanna G. Abdul Razzaq — e A.N.G.E.L.S. APS, rappresentata dalla Vicepresidente Benedetta Paravia. L’accordo mira a sviluppare programmi di alta formazione specialistica nel settore cinematografico, offrendo agli studenti di Media e Design l’opportunità di rafforzare la propria crescita professionale attraverso percorsi di eccellenza in Italia, nell’ambito de La Dolce Via Festival. Questo rappresenta il quarto accordo firmato da Paravia.

«Dal mio arrivo negli Emirati Arabi Uniti nel 2002», ha dichiarato la fondatrice e direttrice del Festival, la dott.ssa Benedetta Paravia, «ho sempre considerato un dovere e un onore contribuire allo sviluppo di questo straordinario Paese attraverso il know-how italiano. Ho ideato iniziative a sostegno dell’Emiratizzazione, avendo compreso a fondo l’importanza di questo progetto nazionale. Oggi lavoro affinché gli studenti di oggi possano un giorno vincere un Leone d’Oro a Venezia come registi, produttori o attori. Gli Emirati sono ricchi di talenti straordinari che meritano di essere incoraggiati e guidati verso una formazione cinematografica avanzata.»

La Dolce Via Festival rappresenta una vera pietra miliare nelle relazioni culturali e cinematografiche tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, essendo il primo festival cinematografico mai istituito tra i due Paesi.

Per ulteriori informazioni: www.ladolceviafestival.ae

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Arte

Honfleur contemporanea, itinerario tra gallerie, atelier e creatività normanna

Honfleur, deliziosa cittadina portuale in Normandia, è oggi uno dei centri più vivaci per l’arte contemporanea in Francia. Nonostante le sue dimensioni contenute, vanta un’incredibile concentrazione di gallerie d’arte moderna e contemporanea, che si affiancano al fascino storico dei vicoli e del porto antico.

Honfleur è legata profondamente alla storia dell’arte: qui nacque Eugène Boudin, maestro della luce e precursore dell’Impressionismo. Questa tradizione pittorica ha creato un terreno fertile per le generazioni successive di artisti, e oggi la città è un punto d’incontro tra arte classica, moderna e contemporanea.


Già dagli anni ’50 e ’60, Honfleur è diventata una meta di villeggiatura culturale per parigini, collezionisti e amanti dell’arte.
L’apertura di piccole gallerie indipendenti ha risposto a una domanda crescente: il turista che passeggia lungo il Vieux Bassin non cerca solo paesaggi, ma anche opere da portare con sé.
Oggi, questa tradizione si è consolidata in una rete viva e competitiva di gallerie contemporanee, ognuna con una propria identità.

Le principali gallerie d’arte contemporanea

Nel centro storico, soprattutto attorno al Vieux Bassin (il vecchio porto), si trovano numerose gallerie. Tra le più note:

  • Galerie Saint-Léonard – specializzata in pittura contemporanea francese ed europea, spesso ospita mostre tematiche su luce e materia.

  • Galerie Eric Lefrancois – presenta sculture e pitture di artisti contemporanei, con particolare attenzione alle tecniche miste.

  • Galerie Bartoux – parte di un gruppo internazionale, espone nomi noti dell’arte moderna e contemporanea (Dali, Picasso, Chagall, ma anche artisti viventi).

  • Galerie Authentique – si distingue per opere astratte e arte concettuale, molto frequentata dai collezionisti.

  • Galerie Sainte-Catherine – ospita artisti locali e internazionali, con una selezione che spazia dall’espressionismo all’arte figurativa moderna.

Oltre a queste, vi sono piccole gallerie indipendenti e atelier di artisti sparsi per le vie: molte aprono solo nei fine settimana o durante la bella stagione.

C’è qualcosa di quasi magnetico in Honfleur: una piccola città di mare che, nonostante le sue dimensioni, custodisce un’anima artistica immensa. Passeggiando tra i vicoli acciottolati che circondano il Vieux Bassin, è impossibile non notare la quantità sorprendente di gallerie d’arte contemporanea. Ma perché proprio qui, in questa cittadina normanna, l’arte moderna ha trovato una casa così accogliente?

Tutto comincia con la luce di Honfleur — quella luce mutevole e intensa che ha incantato Eugène Boudin, Monet e gli altri padri dell’Impressionismo. È una luce indelebile, che trasforma il paesaggio in emozione, e che da oltre un secolo continua ad attirare pittori, fotografi e scultori in cerca d’ispirazione. Qui, la tradizione artistica non è un ricordo del passato, ma una presenza attiva che si rinnova ogni giorno.

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ArteDivagazioni sull’arte

Studi d’artista: viaggio nelle stanze segrete dell’arte

Studi d’artista: viaggio nelle stanze segrete dell’arte

In un mondo che corre veloce e che spesso consuma le immagini d’arte con uno scroll distratto, c’è ancora chi sceglie di rallentare e desidera aprire porte reali, non solo virtuali. Per fortuna c’è chi ama ancora sedersi accanto agli artisti, dentro i loro studi, per ascoltarli mentre raccontano la propria visione, il proprio percorso, le proprie fragilità.

Da questo desiderio di incontro e di sguardo autentico che nasce “Studi d’artista“, la rubrica curata da The Art Post Blog, che da anni racconta l’arte contemporanea attraverso le voci dei suoi protagonisti. Una serie di interviste intime e appassionate che portano il lettore dentro gli atelier, ma anche dentro le vite di chi crea: pittori, illustratori, street artists, incisori, autodidatti e professionisti affermati, provenienti da tutta Italia (e non solo).

Ogni incontro è un viaggio unico, fatto di colori, parole, storie personali e geografie interiori. C’è chi ha trasformato un angolo del soggiorno in un laboratorio, chi ha scelto di non mostrare più le proprie opere online, chi usa la materia come memoria viva, chi dà voce al dolore, alla bellezza, al corpo.

Dove nasce davvero l’arte

L’arte nasce lontano dalle luci delle gallerie, lontano dai feed social in perenne aggiornamento, l’arte continua a nascere ogni giorno dentro spazi reali, vissuti, imperfetti. Studi ricavati in soggiorni di casa, laboratori condivisi, vecchie officine trasformate in atelier: è lì che prende forma quella materia fragile e potente che chiamiamo arte.

Con la rubrica Studi d’artista possiamo entrare proprio in questi luoghi, fisici ed emotivi, per incontrare chi crea con passione, fatica e libertà, ma dove scopriamo anche chi l’arte la promuove in forme diverse.

Si tratta di una mappa sentimentale dell’arte di oggi, fatta di storie che non cercano la spettacolarizzazione, ma la verità del fare. Uno spazio in cui gli artisti si raccontano senza filtri, davanti al proprio cavalletto o accanto a una stampa ancora fresca, tra pigmenti, silenzi, entusiasmi e dubbi.

Le interviste raccolte in questa serie non sono semplici domande e risposte.
Sono incontri, racconti in prima persona, voci che parlano di tecnica ma anche di vita. C’è infatti chi ha fatto della pittura una forma di resistenza, chi lavora tra le montagne, chi trasforma la sofferenza in materia, chi dipinge in soggiorno e chi in una vecchia officina. C’è chi non mostra più le proprie opere online, perché crede che l’arte si debba vedere dal vero.

L’intervista come incontro

Ogni articolo della serie è un’intervista in profondità, ma si legge come un racconto. Nessuna domanda preconfezionata, nessuna risposta di circostanza. Solo parole vere, nate dal confronto, dal tempo e dall’ascolto.

C’è chi ha trovato nell’arte una via di salvezza, chi lavora con materiali di recupero, chi racconta il proprio territorio, chi esplora il dolore, la memoria, l’identità.

In un’intervista recente, ad esempio, Mauro Patta ci ha raccontato il suo legame con la Sardegna e il senso profondo dei suoi murales. Come lui, tanti altri artisti hanno condiviso riflessioni, esperienze, cambi di rotta e processi creativi che raramente trovano spazio altrove.

Un invito a rallentare

In un panorama digitale sempre più veloce e distratto, Studi d’artista invita a rallentare, osservare, ascoltare. Ogni intervista è un’occasione per riscoprire la dimensione umana dell’arte, per sentire la voce di chi crea e per tornare al valore del gesto, del segno, della materia.

Che si tratti di un giovane autodidatta o di un artista già esposto in galleria, poco importa: quello che conta è la verità del fare, quella che si respira solo entrando davvero in uno studio.

Ogni intervista è una finestra aperta, un piccolo ritratto umano, una mappa emotiva della creatività di oggi.

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ArteRubrica di Alessio Musella

Collezionare Emozioni o Valori? L’Eterno Dilemma del Collezionista Moderno

Arte Collezionismo Finanza

 

Acquistare opere d’arte per puro piacere è sempre consigliabile, ma la domanda e l’offerta di prodotti e accordi che abbiano anche un ritorno economico sono ormai all’ordine del giorno.

Se parliamo di compravendita di giovani nomi dall’alto potenziale speculativo – e rischio proporzionale – problemi non ci sono.

È ormai nella normalità del mercato dell’arte, e rimane nei suoi confini.

Quando, però, il discorso verte su altri termini e le promesse sono di vendite con riacquisti a tassi di rendimento fissi e sicuri, la situazione si complica.

Se, infatti, gli operatori del mercato dell’arte cominciano a vendere prodotti finanziari travestiti da dipinti, entrano nella sfera regolamentata dei mercati finanziari.

Detto questo, il legame tra arte e mercato è uno snodo cardine per analizzare e capire un sistema complesso come quello dell’arte contemporanea.

Alessio Musella, Art Promoter attualmente a Dubai
 

Ed il mercato non è solo quello delle aste o di pochi nomi internazionali che si spartiscono la fetta più grande della torta, ma sono anche collezionisti capaci di instaurare un rapporto diretto con gallerie, curatori ed artisti, o ancora realtà aziendali che non mirano alla mera speculazione, ma sono interessate a costruire un tessuto culturale e una visione imprenditoriale ampia e multidisciplinare.

L’intreccio tra denaro e arte è profondamente radicato nella storia. Dal Cinquecento in poi, tra mecenatismo, committenza, collezionismo e speculazione, la dimensione finanziaria dell’arte si modula in molti modi e secondo tempi diversi, in un intreccio che si è fatto oggi, in tempi di globalizzazione particolarmente fitto e complesso.

Una delle caratteristiche distintive del mercato dell’arte è il suo andamento generalmente decorrelato rispetto ai mercati finanziari tradizionali. Mentre azioni, obbligazioni e immobili spesso subiscono forti oscillazioni dovute ai cicli economici e alle crisi finanziarie, l’arte tende a mantenere una certa stabilità o addirittura incrementare il suo valore in periodi di turbolenza economica.

Quando inizi il dialogo con un potenziale nuovo ” collezionista” non bisogna limitarsi nell’offrire solo suggerimenti d’acquisto, ma sviluppare un planning su misura. «Ogni collezionista è diverso: ci sono quelli che collezionano per passione, chi vuole fare filantropia e chi considera l’arte come un investimento,»

A seconda delle motivazioni, è necessario adottare un approccio specifico: a partire dalla scelta delle opere.

Importante da ricordare è che l’acquisto di opere d’arte è fatta soprattutto di relazioni e contatti, elementi cruciali per fare le scelte giuste. «Il mondo dell’arte è un microcosmo dove non è così difficile scoprire la reputazione di un art advisor o di un gallerista.» Conoscere le persone giuste è importante non solo per ottenere buone opportunità, ma anche per evitare errori comuni, soprattutto per chi si avvicina a questo settore per la prima volta.

Un consiglio che mi sento di dare per chi vuole intraprendere per la prima volta un percorso legato all’acquisto di opere d’arte è conoscere meglio il mercato prima di fare un acquisto importante, visitando case d’asta, e incontrando galleristi, curatori e gli stessi artisti per meglio comprendere ogni aspetto dell’investimento.

Dopo l’ondata di acquisti durante la pandemia, stiamo assistendo a una fase di stallo» Le guerre, l’instabilità economica e i tassi di interesse elevati hanno rallentato il mercato, ma questo contesto storico non rappresenta necessariamente una minaccia per il mercato dell’arte. «I collezionisti oggi possono avere più tempo per fare ricerche e valutare con calma le opere che desiderano davvero.

Ogni rapporto nasconde, però, controversie ….

Molti artisti e critici sostengono che la crescente mercificazione rischi di compromettere l’autenticità creativa, spostando il focus dall’espressione personale al valore monetario. Altri, al contrario, vedono nella finanza uno strumento essenziale per sostenere e valorizzare la creatività artistica, permettendo agli artisti emergenti di trovare il supporto necessario per sviluppare la propria carriera.


Oggi, arte e finanza vivono un momento di simbiosi più profondo che mai: il collezionismo è visto sempre più come una strategia di diversificazione dei portafogli di investimento, mentre l’arte continua a rappresentare un elemento distintivo, capace di conferire prestigio, unicità e una forte valenza culturale ed emozionale.

Il legame tra arte e finanza non è solo una questione di numeri e quotazioni , ma è un legame destinato a evolversi continuamente, segnando il passo di due mondi che continueranno a influenzarsi, arricchirsi e sfidarsi reciprocamente.

Volendo tornare “romantico” concludo con il sostenere che chiunque voglia avvicinarsi al mondo dell’arte deve essere preso per mano per fargli comprendere che non è necessario essere esperti o avere patrimoni milionari per amare l’arte. “Basta la curiosità e la voglia di scoprire, perché l’arte è soprattutto questo: esplorare nuovi mondi e vivere”

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ArteArtisti

Custodire la presenza dell’arte – Mario Stefano e la sua visione, perché questo artista non mostra più le opere terminate su internet

 

Custodire la presenza dell’arte

Mario Stefano e la sua visione, perché questo artista non mostra più le opere terminate su internet

 

 

 

Ci sono artisti che scelgono di rincorrere la visibilità, affidando alle piattaforme digitali il compito di moltiplicare le immagini delle loro opere. E poi ci sono scelte opposte, radicali, che riportano l’arte alla sua essenza.

 

Mario Stefano, artista con cui ho avuto modo di collaborare e di sostenere nel percorso di divulgazione, ha deciso di compiere un passo coraggioso: rimuovere le proprie opere dalla rete e bandire la pubblicazione integrale dei suoi quadri.
Un gesto che può sembrare controcorrente in un’epoca di sovraesposizione, e che rappresenta una scelta personale dell’artista, non necessariamente condivisa da tutti, ma sicuramente degna di rispetto perché guidata dall’intento di restituire all’arte la sua natura viva, intima e irripetibile.

 

A spiegare le ragioni di questa scelta è lo stesso artista, con parole che diventano manifesto di una nuova idea di presenza artistica.


Mario Stefano - Artista -
L’artista Mario Stefano

 

Perché ho deciso di non pubblicare le mie opere intere, ma soltanto dei dettagli? Perché credo che l’opera d’arte debba essere incontrata da vicino, nella sua interezza. Non attraverso uno schermo, ma dal vivo, dove lo sguardo possa spostarsi liberamente da un punto all’altro del quadro, lasciandosi guidare dalla contemplazione. Vedere un’opera è un’esperienza immersiva: richiede tempo, silenzio, attenzione.

Ho scelto i dettagli non per proteggere me stesso, ma per proteggere l’opera. La pittura ha bisogno di spazio, di un ritmo lento, di uno sguardo che non scivoli via in tre secondi. Quando un’opera si compie, essa chiede di essere guardata con presenza, di essere colta nella sua essenza.

Non mostro i miei lavori finiti perché non sono semplici immagini, ma presenze. L’arte, quella autentica, non cerca visibilità: cerca verità. Non vuole esposizione, ma incontro. In un tempo che mostra tutto, io sento il bisogno di custodire.

Viviamo in un’epoca che produce immagini sintetiche: io, con la pittura, cerco di generare presenze. Le mie opere non appartengono ai feed dei social, non si lasciano catturare da uno screenshot, non nascono per la velocità. Sono fatte di stratificazioni, di errori, di gesti ripetuti e intuizioni cercate. Sono fatte di mani, di testa, di cuore. E anche di spirito.

Ogni quadro è un corpo, un evento: ha peso, respiro, silenzio. E come ogni corpo vivo merita distanza, attenzione, intimità.

Per questo non pubblico le mie opere finite. Perché pubblicarle significherebbe snaturarle, ridurle a immagini quando invece sono presenze, trasformarle in contenuti quando in realtà sono contenitori di senso. In un tempo che chiama tutto “visibilità”, io scelgo la visione.”


 

 

 

 

La scelta di Mario Stefano è senza dubbio forte e radicale. È una visione personale che non tutti gli artisti condividono, perché ognuno trova il proprio modo di mettere in relazione l’opera con il pubblico. Ciò che conta, però, è la coerenza e il coraggio con cui un artista decide di custodire la propria arte.
 

 

Presto avremo modo di ospitarlo per un’intervista, in cui potrà approfondire meglio questo approccio e raccontarci da vicino cosa significhi, oggi, restituire all’arte la sua dimensione più autentica.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Arte

COLORE, FORMA, SPAZIO E SILENZIO

 

 

 

 

COLORE, FORMA, SPAZIO E SILENZIO 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |28|Agosto|2025|

 

L’arte minimalista inganna l’occhio e la mente. Essa si presenta come un linguaggio essenziale, privo di ridondanze, ma dietro quella apparente semplicità si nasconde un processo creativo tra i più complessi e rigorosi. 

 

Senem Oezdogan Abstract Minimal Art

 

 

 

Creare un’opera minimale non significa sottrarre senza criterio, ma trovare il punto esatto in cui ogni segno, ogni spazio, ogni ritmo visivo diventa indispensabile.

Paul Grand – “Three girls running” 2012

 

 

La difficoltà sta nell’equilibrio sottile tra il “troppo poco” e il “troppo”. Se la composizione resta eccessivamente scarna, rischia di apparire vuota, priva di tensione e di senso. Se invece si eccede, anche di poco, si perde la purezza del gesto e con essa la forza intrinseca dell’opera. È un campo in cui la misura non è numerica, ma sensibile, un atto di ascolto costante tra l’artista e lo spazio che egli stesso costruisce.

 

La tela bianca, in questo contesto, diventa ancora più intimidatoria perché non offre rifugi né orpelli. Ogni intervento, anche il più piccolo, si espone nudo e definitivo, rivelando la lucidità o l’incertezza di chi lo compie. L’artista minimalista non può nascondersi dietro alla complessità decorativa, egli è chiamato a una chiarezza radicale, a una disciplina interiore che si traduce in precisione formale.

 

Fernando Zobel – Minimal Abstract Expressionism

 

 

Per questo l’arte minimale non è mai un “facile esercizio di sottrazione”, ma un raffinato esercizio critico. È un’arte che chiede all’autore di fermarsi al momento giusto, di accettare il silenzio come parte integrante della composizione, e di fidarsi del proprio istinto senza indulgere nell’eccesso.

 

In fondo, la sua difficoltà coincide con la sua grandezza… nel poco, deve vibrare l’essenziale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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ArteMy Favourites

Galleria Sciarra Il Tempio Liberty delle Virtù Femminili nel Cuore di Roma

 

 
 

Galleria Sciarra


Il Tempio Liberty delle Virtù Femminili nel Cuore di Roma

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |29|Luglio|2025|

 

 

La Galleria Sciarra è uno dei gioielli nascosti di Roma, situata nel cuore del centro storico, a pochi passi da via del Corso e Piazza Venezia. Nonostante si trovi in una zona centralissima, è poco conosciuta dai turisti, il che la rende ancora più affascinante.

La Galleria è un passaggio pedonale coperto, costruito tra il 1885 e il 1888 dall’architetto Giulio De Angelis su commissione del principe Maffeo Sciarra Colonna di Carbognano. Doveva fungere da elegante collegamento tra via Marco Minghetti, Piazza dell’Oratorio e via delle Muratte, e far parte di un più ampio progetto di rinnovamento urbanistico e commerciale.

 

 

 

 

La Galleria è decorata in stile Liberty (o Art Nouveau), e ciò che la rende davvero straordinaria sono i suoi affreschi spettacolari, i quali rappresentano un unicum nell’arte decorativa di fine Ottocento a Roma.

Essi furono realizzati tra il 1885 e il 1888 dal pittore Giuseppe Cellini, un artista attivo nel periodo della transizione tra l’eclettismo ottocentesco e il Liberty italiano. La decorazione pittorica fu ispirata da una visione idealizzata e moraleggiante della donna borghese, molto cara al committente, Maffeo Sciarra, aristocratico conservatore e fervente sostenitore dei valori della famiglia tradizionale.

 

 

L’intero ciclo pittorico è un omaggio alla femminilità borghese, vista come cardine dell’equilibrio sociale. Le figure femminili, elegantemente vestite secondo la moda del tempo, rappresentano una sorta di “manifesto morale” visivo.

Le principali virtù rappresentate sono:

La Pudicizia (Modestia), La Fedeltà coniugale, La Fortezza, La Maternità, La Discrezione, La Sobrietà, La Grazia, La Carità domestica

 

Ogni scena è accompagnata da motti e sentenze in italiano, latino e greco antico, scritti in stile lapidario, come se fossero precetti scolpiti nel marmo del vivere borghese. Ad esempio:

 

“La bellezza non è ornamento, ma luce dell’anima.”

 

 

 

“La donna è l’angelo della famiglia.”

 

 

 

 

Gli affreschi si sviluppano su tutti e quattro i lati della corte interna, disposti su più livelli, tra lesene, archi e balconcini, come se fossero quadri viventi inseriti in una scenografia teatrale.

Il tratto di Cellini è elegante e decorativo, con linee morbidecolori tenui, e una cura minuziosa dei dettagli nei tessuti, nelle acconciature, negli sfondi floreali e architettonici. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera quasi sospesa, idealizzata e mitica, pur parlando della quotidianità borghese.

 

 

Una delle peculiarità meno note è che le figure non rappresentano donne mitologiche o sante, ma donne reali, impegnate in attività quotidiane come leggere, educare i figli, cucire, ricevere ospiti, o passeggiare. Questa scelta rende gli affreschi straordinariamente moderni, nel senso che ritraggono la donna non solo come oggetto estetico, ma come soggetto morale e sociale.

Gli affreschi sono specchio della cultura di fine Ottocento: patriarcale, idealista, moralizzante, ma al tempo stesso rivelano anche un certo rispetto per la donna come custode del decoro sociale. Oggi possono essere letti anche in chiave critica, ma restano una testimonianza visiva affascinante di come l’arte interpretasse (e imponeva) i ruoli femminili nella società post-unitaria italiana.

 

Una delle curiosità più interessanti riguarda proprio l’intento originario della Galleria: il principe Sciarra aveva progettato questo spazio per essere un centro commerciale d’élite, con negozi di lusso al piano terra e gli uffici della sua rivista, “La Cronaca Bizantina”, ai piani superiori. La rivista, tra l’altro, fu uno dei primi esempi di giornalismo moderno in Italia, e si concentrava su arte, cultura e società.

Un altro dettaglio curioso: la Galleria, pur essendo proprietà privata, è aperta al pubblico durante il giorno, e molti romani la usano come scorciatoia elegante e tranquilla nel cuore caotico della città.

 

Se cercate un angolo di Roma lontano dal frastuono turistico, ma capace di sorprendervi con una bellezza intima e inaspettata, la Galleria Sciarra è una tappa imperdibile. È uno di quei luoghi magici dove il tempo sembra essersi fermato: appena varcato l’ingresso, vi ritroverete immersi in un mondo silenzioso e raffinato, avvolti dalla grazia delle figure femminili dipinte, dai colori morbidi degli affreschi e dalla luce che filtra delicatamente attraverso il soffitto in vetro e ferro battuto. Una piccola pausa poetica nel cuore della città eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Il lascito silenzioso di Arnaldo Pomodoro

 

 

 

Il lascito silenzioso di Arnaldo Pomodoro

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |24|Giugno|2025|

 

 

Il mondo dell’arte piange una delle voci più autorevoli e visionarie del Novecento. Ma le sue opere troneggiano nelle piazze, nei musei, continuando a parlare, a scuotere e ispirare le generazioni future.

 

Arnaldo Pomodoro è morto il 22 giugno 2025, nella sua casa di Milano, proprio alla vigilia del suo 99º compleanno.

Scultore di fama mondiale, amato per le sue “sfere ferite” in bronzo, levigate all’esterno da una perfezione formale che si aprono, all’interno, a una simbologia complessa e intensa

 

Nato il 23 giugno 1926 a Morciano di Romagna, egli conservava nella memoria della sua infanzia un’immagine quasi sospesa nel tempo che era quella di un bambino solitario e visionario, come lui stesso amava definirsi. Le giornate scorrevano lente sulle rive del fiume Conca, dove la natura gli offriva il suo primo materiale creativo: l’argilla.

 

Era lì, tra l’acqua e la terra, che le sue mani cominciarono a dar forma a un immaginario fuori dal comune. A differenza di ciò che altri bambini avrebbero costruito con quel materiale, semplici castelli o animali, dalle sue dita nascevano invece strutture sorprendenti e strane, che egli stesso chiamava “case kafkiane”; e già in quel nome si avvertiva un presentimento d’artista.

 

Queste prime forme, create con l’istinto e la libertà del gioco, raccontavano un mondo interiore ricco di fantasia e di visioni già allora lontane dal consueto. Era l’inizio di un viaggio che lo avrebbe portato, decenni dopo, a scolpire materia e simbolo nei più grandi spazi del mondo.

 

Arnaldo seguì le orme artistiche del fratello minore, Giò Pomodoro, anch’egli scultore. La loro dimensione familiare restò un legame costante, con due voci complementari nel panorama della scultura contemporanea italiana.

 

Nel 1995 Arnaldo Pomodoro realizzò per Fendi, a Milano, una straordinaria installazione sotterranea di 170 m²: un’opera immersiva, fatta di stanze scultoree, bassorilievi, porte rotanti e segni arcaici incisi nella materia, come se il tempo stesso vi avesse lasciato tracce da decifrare. Un vero e proprio viaggio simbolico nel cuore della scultura, dove spazio e pensiero si intrecciano in un racconto senza parole.

 

Emblema della sua poetica più intensa, questo spazio sospeso è tornato a vivere davanti al pubblico proprio a marzo 2025, pochi mesi prima della scomparsa del Maestro. Oggi, alla luce della sua perdita, quell’opera assume un valore ancora più intenso. Essa ci dà l’impressione di un testamento visivo, un dialogo aperto capace di restituirci la voce di un artista che ha saputo scolpire la materia inafferrabile del tempo.

 

La storia di “Sfera con Sfera” inizia nel 1966, quando Pomodoro fu incaricato di realizzare per l’Esposizione Universale di Montréal una maestosa sfera in bronzo del diametro di oltre 3,5 metri, frutto della sua tecnica di fusione a cera persa e già allora pensata per dialogare con lo spazio pubblico in modo dinamico.

 

Dietro l’apparente perfezione del guscio esterno si nasconde un nucleo complesso, quasi esploso, come spiegava lo stesso artista:

 

Una sfera è un oggetto meraviglioso, dal mondo della magia… riflette tutto ciò che la circonda, creando contrasti tali da trasformarsi, diventare invisibile, lasciando solo il suo interno, tormentato ed eroso, pieno di denti.” 

 

 

Negli anni successivi l’artista moltiplicò le versioni di questa opera in luoghi simbolici, fino al 1996, quando l’Italia ne donò una copia alle Nazioni Unite di New York. Un globo liscio che esplode dall’interno, presentato come “promessa per la rinascita di un mondo meno travagliato e distruttivo” 

Oggi, disseminata in cortili e piazze di tutto il mondo, la “Sfera con Sfera” è diventata un chiaro emblema della dialettica tra integrità e frattura, tra creazione e distruzione, riflesso delle tensioni del nostro tempo. Un’immagine potente che, in questi giorni segnati da guerre, crisi e incertezze, ci invita a una presa di coscienza sulle tensioni che turbano il nostro presente.

 

La Fondazione Arnaldo Pomodoro, istituita dal Maestro nel 1995, nasce come “luogo attivo e vivo di elaborazione culturale”, dedito a documentare, preservare e promuovere l’arte contemporanea in continuo dialogo con la sua eredità. Le sue imponenti sfere punteggiano piazze come il Cortile della Pigna nei Musei Vaticani, il cortile ONU a New York, la Farnesina a Roma, il Trinity College di Dublino, il campus di Stanford, il De Young di San Francisco e molte altre città, rendendo tangibile il suo sguardo universale.

 

Oggi, ovunque si ergano le sue sfere, che siano intatte o segnate da crepe, esse ci accompagnano come testimoni silenziosi di un’eredità che invita a guardare con una necessaria speranza oltre la forma e a cogliere la bellezza nata dall’incontro tra materia e spirito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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