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Divagazioni sull’arte

Divagazioni sull’arte

Il monumento a Enzo Maiorca. Considerazioni sui criteri e sulle letture dell’arte pubblica nel panorama culturale attuale

La scelta di erigere un monumento è un elemento importante per una città. Un busto, una statua o appunto un monumento, oltre a celebrare un evento o una persona illustre imprimono un fattore culturale di grande portata se saputo costruire e collocare. Pertanto quando la scelta del monumento, sotto il profilo artistico e urbanistico è azzeccata, determina un immediato fattore di identificazione per la cittadinanza che lo elegge a simbolo. Un esempio che sovviene subito è quello del monumento a Giordano Bruno a Campo de’ fiori, a Roma ossia nel luogo in cui venne arso dal Sant’Uffizio nel 1600. La forza espressiva della statua, la posizione e il punto esatto di collocazione, ne fanno un potente simbolo che caratterizza la piazza e la personalità storica rappresentata.

La città di Siracusa ha deciso di dedicare un monumento alla memoria dell’apneista Enzo Maiorca, più volte detentore del record mondiale di immersione. Una scelta condivisibile, quella dell’Amministrazione locale, che per l’occasione ha predisposto un bando pubblico per stabilire a chi affidare l’opera. Nel dicembre 2025 è stato reso noto il vincitore, ossia l’artista veneto Tiziano Favaretto. Ma l’opera vincitrice, per le caratteristiche formali, estetiche e contenutistiche desta diversi dubbi in merito alla qualità dell’opera stessa e al criterio di selezione. Dubbi che raccontano molto di come oggi viene interpretata dalle collettività locali e non, questo importante aspetto culturale.

L’opera vincitrice intitolata La risalita rappresenta l’apneista nell’atto della risalita dopo aver raggiunto il punto di massima profondità. La scultura lo rappresenta con il braccio destro aggrappato al cavo di guida e con il costato dilatato, caratteristica tipica di Maiorca. Nella relazione dell’artista si fa riferimento alla scelta della tecnica e dei materiali come il bronzo che stilisticamente dovrebbe ricondurre alla statuaria classica, essendo Siracusa una città dalla lunga storia greca. Tuttavia è necessario dire che il richiamo alla statuaria classica appare blando, essendo la posa e il soggetto certamente non appartenenti al sentire classico. Si aggiunga anche un aspetto tecnico sicuramente sottovalutato, ossia la presenza della doratura. Il monumento infatti verrà installato in Ortigia e posto a pochi metri dal mare, il che determinerà certamente il rapido deterioramento del trattamento di superficie, salvo una manutenzione molto attenta e costante.

Ma quali altre opere ha prodotto Tiziano Favaretto? L’unica fonte a cui si può attingere è Instagram dove egli ha pubblicato bozzetti e opere finite. I temi sono prevalentemente legati al mondo dei fumetti: statue di guerrieri greci e un Lord Byron che imita la scultura di Oscar Wilde a Dublino. Ciò ci fa capire che egli è alla prima opera importante della sua vita.

A fronte dell’annuncio del sindaco di Siracusa su Instagram e Facebook sono sorti diversi commenti da parte della cittadinanza. Molti i commenti positivi, legati più che altro al fatto che sia giusto ricordare la figura di Maiorca che ha valorizzato la città nel mondo (alcuni record furono battuti a Fontane Bianche, a pochi chilometri da Siracusa). Tuttavia non sfuggono alcuni commenti piuttosto pertinenti in merito all’opera. Qualcuno istintivamente associa la statua a un ballerino di lap dance, essendo il cavo di guida ben più simile a un palo da discoteca. Anche la stessa base su cui poggia dal render non sembra proporzionata alla scultura, apparendo troppo ampia. Personalmente mi chiedo se la statua potrà resistere a futuri eventi estremi come il ciclone Harry di alcune settimane fa, essendo la statua ancorata alle pinne che sono sottili rispetto al corpo della statua e dall’asta, che dovrà essere cava al suo interno onde alloggiare un impianto di illuminazione.

Molto incisivo il commento di un’utente che ha fatto notare come la statua non rappresenti il campione nella sua interezza. Maiorca infatti oltre alle gesta sportive era un uomo che viveva il mare come passione. Nel tempo ci ha tramandato diverse storie, leggende e vicende personali. Ma era anche un forte difensore dell’ambiente marino e delle coste. Aspetto che non emerge nella rappresentazione. Il commento era così incisivo da indurre lo stesso artista vincitore a replicare confermando, di fatto, l’intento di rappresentarlo esclusivamente come sportivo.

Se osserviamo la graduatoria di giudizio al primo classificato viene dato il punteggio di 86,6, mentre il secondo di 85 e il terzo 81,2. Volendo a questo punto confrontare l’opera del secondo classificato scopriamo che si tratta di Pietro Marchese con L’uomo blu. Elapsus ha già intervistato Marchese in merito all’incendio della Venere degli stracci a Napoli.

Egli ha rappresentato lo sportivo in una posa totalmente differente. Ha preferito una posa accovacciata, intento a osservare il mare antistante Ortigia e posto su una grande M. La lettera M richiama simbolicamente il mare, il suo cognome, Maria la moglie e Mayol il suo storico rivale. La scultura ha un evidente richiamo alla classicità perché è chiaramente ispirata all’Ares Ludovisi. Inoltre sono presenti dei bassorilievi che raccontano delle storie di mare narrate da Maiorca e nei lati corti due rappresentazioni del primo e dell’ultimo record di immersione del campione. La scultura è di un blu ottenuto tramite un processo di ossidazione che, oltre a evocare suggestione la preserva nel tempo.

Ma chi è Pietro Marchese? Marchese è uno scultore ben noto a Siracusa perché ha già realizzato due statue che nel tempo sono diventate piuttosto famose. La prima è la Sirena, una scultura dedicata a Rossana Maiorca e collocata in fondo alle acque di Siracusa. La seconda è il monumento a Archimede, divenuto un simbolo dello scienziato e posto all’ingresso di Ortigia. Ma nel suo curriculum si possono enumerare anche altre opere tra cui una scultura dedicata a Sandro Pertini presso il Comune di Stella. Pertanto stiamo parlando di un artista navigato.

Non essendo stati diffusi gli altri progetti perdenti presso i giornali locali e di settore, è stato preso per buono il verdetto. Per questa ragione non è neanche partito un dibattito culturale in merito. Nella pagina Facebook di Marchese sono arrivati attestati di stima da amici e artisti. Ad esempio Vincenzo Dentiartista e docente alle Belle Arti di Brescia entra nel merito qualitativo della scultura aggiungendo elementi di contenuto interessanti. Oppure quello di Davide Bramante artista fotografo di Siracusa che torna sulla rappresentazione di Maiorca non solo come sportivo.

A fronte di questi elementi, se confrontiamo le due opere, appare evidente il valore simbolico e contenutistico della seconda rispetto alla prima. E immaginando un’ipotetica guida turistica che si fermi davanti alla futura statua di Maiorca, indubbiamente spenderà più tempo davanti alla seconda piuttosto che alla prima, proprio a causa della maggiore evocazione simbolica rispetto al semplice racconto della risalita dopo il record. Questo elemento identitario in diminutio che oggi non viene adeguatamente preso in considerazione porterà indubbiamente a un minore riconoscimento da parte della cittadinanza.

A questo punto viene da interrogarsi: sulla base di quali elementi la commissione ha scelto un’opera piuttosto che un’altra? Solitamente per le opere artistiche, oltre al punteggio, viene rilasciato un commento della commissione che ne giustifichi la scelta e che rafforzi nell’opinione pubblica il criterio che ha portato a quel giudizio. Curiosamente non è uscito alcun commento sulle ragioni del giudizio, il che fa sospettare quantomeno un qualche vizio procedurale.

Pertanto la domanda che sorge spontanea è: come mai si sceglie l’opera di un esordiente che racconta il campione seguendo un aspetto parziale rispetto a un artista affermato che contenutisticamente esprime di più?

Come per qualsiasi opera pubblica, anche questo monumento è stato scelto da una commissione in seno al Comune composta da cinque persone. Seguendo gli articoli della legge, il presidente era un dirigente del Comune (ma era un avvocato), c’era poi la figlia di Maiorca, un ingegnere del Comune e due architetti: uno dell’Università di Catania e l’altro della Sovrintendenza di Siracusa. Se sotto il profilo giuridico non è possibile mettere in discussione la composizione, emerge come nota stonata l’assenza di un artista o di uno storico dell’arte, certamente più sensibile alle questioni della scultura. Tutto ciò accade perché la legislazione italiana in materia di appalti per le opere pubbliche, tra cui le opere d’arte (articolo 93 del Codice dei contratti pubblici D.Lgs. 36/2023), se da un lato richiede il criterio di una commissione competente con esperti del settore (la cui definizione resta purtroppo aperta a interpretazioni come in questo caso), dall’altro suggerisce (per evitare costi di consulenze esterne) di sfruttare al massimo le risorse interne al Comune.

La riflessione che se ne trae è che gli eccessi del passato, in termini di costi per consulenze esterne, abbia determinato la nascita di norme atte a frenare il ricorso a personalità illustri, ma a pagamento, che potrebbero fornire giudizi di valore all’interno di una commissione. Essendo ormai la ratio delle leggi italiane fortemente legate ai principi del risparmio economico, si determina anche un abbassamento qualitativo nel caso di opere d’arte e monumenti pubblici. Aggiungo inoltre come tali norme favoriscano anche il rischio concreto di nominare soggetti vicini al sindaco o all’assessore al ramo, onde favorire potenzialmente un candidato piuttosto che un altro, essendo i membri scelti in seno al Comune e non tramite liste ufficiali o per sorteggio, come previsto dalla precedente legge (art. 77 D.Lgs. 50/2016) che prevedeva la scelta tramite liste dell’Autorità Anticorruzione e, appunto, con sorteggio.

L’esempio di questa decisione sostenuta dal paradigma legislativo e culturale odierno ci mostra come la produzione artistica pubblica nel nostro paese non venga adeguatamente valorizzata per ciò che dovrebbe. Un’opera d’arte deve, con la sua apposizione, incidere sulla comunità sotto il profilo culturale. Il declino culturale del nostro paese passa da piccoli e grandi vizi procedurali, da criteri di valutazione superficiali, dal disinteresse verso la competenza e l’esperienza. Ma passa anche da un’opinione pubblica poco attenta a tutto, specie nel Mezzogiorno, infine passa anche dall’assenza di personalità della cultura che non siano più che altro interessati alla bassa polemica politica. L’esempio di questa realizzazione riguarda una realtà locale, ma è pienamente integrato nello spirito del tempo.

Vi ricordate il Monumento a Giovanni Paolo II di Oliviero Rainaldi? Venne inaugurato nel 2011 ed è oggi in piazza dei Cinquecento a Roma. Un monumento oggetto di infinite polemiche perché poco somigliante al papa ma anche perché oggettivamente insignificante sotto il profilo artistico. Tanto da non essere amato dai romani ed essere stato vandalizzato più volte.

Ecco, il paradigma in cui siamo immersi è proprio questo salvo, ovviamente, delle eccezioni che non smentiscono la regola generale del declino culturale del nostro paese.

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Jim Jarmush – F. M. S. B.

Ultimo lungometraggio di J J che gli è valso la palma d’oro a Cannes come miglior film.
Strutturato in tre episodi, apparentemente distinti tra loro, ma in realtà legati e necessari l’uno per l’esistenza dell’altro.
Nel primo episodio uno strampalato Tom Waits, riceve i due figli nella sua casa Isolata in mezzo alla natura. Il maschio più legato al padre, disposto ad aiutarlo anche finanziariamente, la femmina più disincantata e meno incline a commuoversi per la situazione del genitore.
Dopo un brindisi con l’acqua ed uno con il the, tra silenzi imbarazzanti che amplificano il suono della perdita del lavandino, si giunge ad un veloce e liberatorio congedo.
Rimasto solo Tom, ci rendiamo conto che non è così abbandonato e male in arnese come sembrava e che in fondo la sua reclita fa parte della commedia della vita.

Nel secondo episodio Charlotte riceve le due figlie per il the, appuntamento annuale nonostante abitino nella stessa città: Dublino. Due figlie molto diverse, la prima più sensibile e fragile, la seconda apparentemente più sicura di sé e realizzata. In realtà sappiamo poco di entrambe: i “come stai ?” non suscitano interesse per una risposta e addirittura la madre, scrittrice affermata, nasconde gelosamente il proprio lavroro artistico invece di renderne partecipi le figlie.
Anche qui brindisi con il the, silenzi imbarazzanti che in realtà parlano molto in una casa algidamente troppo perfetta, fino al commiato liberatorio per tutti.

L’ultimo episodio riguarda due gemelli che prerduti i genitori hippy in circostanze tragiche,  si ritrovano nella casa parigina vuota dove sono cresciuti. L’analogia di questa casa con quella di “ultimo tango a Parigi può essere casuale o meno, ciò che conta è il legame fortissimo che unisce i due ragazzi, fuori dagli schemi, ma pare proprio gli unici a provare sentimenti sinceri, duraturi, rovistando tra i ricordi fotografici familiari indelebili e gli oggetti appartenuti a papà e mamma, due vite finite accatastate in un box.

Quello di Jarmusch è un minimalismo sottile dove tutto pare immobile, mentre in realtà anche i silenzi svelano mondi interiori. Anche le immagini dei ragazzi con lo skate presenti in tutti gli episodi paiono raccontarci di una visione nostalgica della gioventù che non può titornare.
Un film interessante che analizza spietatemente i rapporti familiari, aiutato dalla bravura del cast, primo fra tutti Tom Waits, ma anche Charlotte Rampling , Adam Driver e Cate Blanchett rendono credibile e piacevole questa pellicola.

Paul

Pier Paolo Tralli

Imprenditore nel campo del commercio, appassionato di cinema e fotografia. Sue opere sono state selezionate in vari siti web e gruppi fotografici. Ha partecipato a diverse mostre collettive e pubblicazioni di volumi cartacei. Ha all’ attivo un libro fotopoetico in collaborazione con lo scrittore Claudio Strano. Pensa che l’ arte nelle sue varie forme sia un regalo che rende più leggera l’ esistenza.

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Divagazioni sull’arte

Essere artisti nel primo Novecento

L’arte manifesta la capacità di affrontare l’indicibile, nell’immaginare la bellezza

anche dopo le disumanità, dimostrando come può essere impulso di rinascita.

Domande essenziali nell’arte moderna, ma ancora attuali per l’arte contemporanea.

Una storia complessa che pone, tra l’altro, l’annosa questione di quegli anni (e a seguire) del realismo e dell’astrattismo o di un’arte non figurativa o geometrica: linguaggi che si accodano alla politica e alla sostanza di una controversia che raffronterà l’arte e gli artisti in una dialettica che andrà avanti per alcuni decenni. Ed è su questo confronto, tra ascolto e contrapposizioni, che si apre una finestra sull’essere artisti in un periodo di forti cambiamenti. Quanto ha pesato l’impegno nell’arte che definiamo moderna? Gli artisti furono innovatori pur nel rispetto della tradizione formale classica o interpreti con una vicinanza concreta alla realtà? Arte significa impegno politico oppure nulla deve avere in comune con il suo utilizzo come impegno sociale?

   Dopo il Futurismo, percorriamo la storia di alcuni gruppi di artisti e di “Corrente”, che fra il 1938 e il 1943 sarà l’unico movimento artistico a esprimere nuovi impulsi creativi in un’Italia sonnecchiante agli eventi che pur si prefiguravano con toni minacciosi, che si manifestò pubblicamente attraverso mostre in gallerie private che furono fondamentali per esporre le opere del gruppo, dal momento che i canali ufficiali erano ostili. Una storia importante documentata dalla Fondazione Corrente, istituita a Milano, che conserva un vasto archivio di opere e documenti e promuove studi, mostre e pubblicazioni dedicate ai suoi protagonisti. 

   L’antefatto, che descrive una delle stagioni più intense e necessarie dell’arte italiana del Novecento, è da ricercare alla fine della Prima guerra mondiale che aveva lasciato dietro di sé morte e rovina. Si sentiva una gran voglia di ricominciare, così pure nell’arte che paventava una rivisitazione dello stile della classicità antica e dei suoi ideali, ispirato dalla pittura postimpressionista ed espressionista, e che guardava a un ritorno alla composizione, dopo gli sperimentalismi delle avanguardie d’inizio secolo. Avanzò così l’esigenza di un realismo fatto di raffigurazioni semplici e comprensibili che si realizzò con alcuni artisti (Bucci, Drudeville, Sironi, Funi, Oppi, Malerba, Marussig) che nel 1923 esposero per la prima volta come “Gruppo del Novecento” e nel 1926 sotto il nome di “Novecento italiano”, a Milano, al Palazzo della Permanente.

   Nei dipinti si favoriva la quotidianità, resa da uno stile ispirato all’arte del passato, ma un’arte tutta italiana che nel corso degli anni Venti produsse consensi anche da parte della critica, come per il “Gruppo dei sei” a Torino nel 1928 (Paulucci, Galante, Levi, Boswell, Menzio e Chessa) formatosi alla scuola di Felice Casorati, lontani dalla politica culturale del fascismo, ma che negli anni Trenta, in una convergenza involontaria, finì per rispecchiare le esigenze culturali del sistema che proprio nei fasti della classicità trovava la sua più forte allegoria. E una prima opposizione a tale situazione si ebbe a Milano da alcuni critici, artisti e intellettuali, come Benedetto Croce, autore del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” nel 1925, e Lionello Venturi, critico d’arte, che fu uno degli undici accademici italiani che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista nel 1931, che sostenne molti artisti e la sua opposizione durò fino a quando non fu costretto all’esilio. Contribuì anche l’inaugurazione di due gallerie in cui si ritrovavano gli artisti: Belvedere e Milione. Quest’ultima, in Via Brera, fu un punto di riferimento fondamentale per un’apertura europea, giacché qui circolavano i cataloghi d’arte straniera (vietati oppure osteggiati) e si discutevano le opere degli espressionisti francesi.

   Su questo terreno fertile culturale nacque la rivista “Corrente” dove confluì il dissenso sia culturale sia politico, che si opponevano all’isolamento culturale imposto dal fascismo, cercando un dialogo con la scena internazionale – in un insieme artistico del tempo che comprendeva sia la Torino dei sei, sia la Roma della Scuola di Via Cavour poi chiamata Scuola Romana (Mafai, Raphael, Scipione, Afro, Capogrossi, Pirandello). Fondata a Milano dal giovanissimo Ernesto Treccani nel 1938, che ne fu il direttore fino alla chiusura voluta dal totalitarismo con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Fra i collaboratori Vigorelli e Dino Del Bo, De Grada e Dino Formaggio, Lattuada e Comencini, Vittorini e Montale, Saba, Gadda, Carlo Bo. Fra gli artisti Birolli, Cassinari, Guttuso, Manzù, Migneco, Morlotti, Sassu e Vedova, che rifiutavano sia il classicismo sia il cerebralismo dell’arte astratta, guardando a Picasso e a Van Gogh (ma anche a Ensor, Munch, Kierchner).

   Dal 1939 a Milano, e fino al 1943, il numero degli artisti aderenti si allarga a Dino Lanaro, Carlo Levi, Fiorenzo Tomea, e per la letteratura Quasimodo e Vittorio Sereni con la sua poesia esistenziale e il concetto d’immagine rilevato nei suoi scritti sull’arte dove individua il confronto tra segni verbali e quelli pittorici. Nel 1944 il “Gruppo Corrente” era già ormai disperso e alcuni dei suoi membri animarono le file della Resistenza, mentre Birolli e Guttuso documentarono con il disegno la crudeltà del conflitto.

   Inizialmente Corrente fu un movimento tollerato dal fascismo – che considerava gli intellettuali e gli artisti, una casta cui concedere alcune libertà di pensiero negate al resto della popolazione – e riuscì a formare la figura dell’intellettuale non fascista, così come contemporaneamente, in Germania, per gli artisti della Nuova Oggettività. La prima esposizione di Corrente si tenne al Palazzo della Permanente di Milano nel 1939 cui seguirono quelle organizzate nella “Bottega di Corrente”, la piccola galleria in Via della Spiga, che diede ancora voce al gruppo nell’attività editoriale e artistica fino al 1943 con l’irruzione della polizia durante una mostra di Emilio Vedova. L’inaugurazione doveva essere anche l’occasione per presentare il “Manifesto di pittori e scrittori” che avrebbe dovuto essere pubblicato, le cui bozze redatte da Morlotti e Treccani furono però ritirate dagli artisti prima del blitz, ma poi pubblicato nel 1946, ponendo le basi per il successivo manifesto del Realismo, chiamato anche “Oltre Guernica”, firmato da artisti del “Fronte nuovo delle arti” e da Testori, in cui si affermava la necessità di un’arte figurativa legata alla realtà e un rifiuto delle gallerie mercantili, dando per scontate le ragioni dell’impegno politico.

   Nella mostra “Corpora, Fazzini, Guttuso, Monachesi, Turcato” del dicembre 1946 alla Galleria del Secolo a Roma, i cinque artisti si presentarono con un “Manifesto del neo-cubismo”, pubblicato nel catalogo della stessa mostra. Qui dichiarano che loro, come tanti altri giovani dalle “esperienze differenti ed isolate”, a Roma come in altre città italiane, si erano ritrovati uniti nella esigenza d’esprimere la realtà attraverso il rinnovamento dello stile, a partire da quell’indirizzo che parte da Cézanne e si sviluppa nel fauvismo e soprattutto nel cubismo, anche se sostanzialmente non volevano essere semplicemente dei cubisti, ma apprenderne la lezione per una coscienza formale senza cedere a teorie che farebbero dimenticare la realtà.

   Parallelamente in Italia non manca la costituzione di altri gruppi di artisti, come a Venezia con la Nuova Secessione Italiana, anch’essa dalla maniera postcubista; a Roma Forma 1 (1947), che da un iniziale sguardo guttusiano e interesse per la nuova generazione di pittori francesi, raggiunge l’anno successivo un approccio alla forma di tipo non figurativo. Inoltre a Napoli, il Gruppo Sud; a Firenze Arte d’oggi, nato nel 1947 per iniziativa di Nativi, Berti, Brunetti e Farulli; a Bologna il gruppo che ruotava attorno alla rivista “Cronache”: Borgonzoni, Ciangottini, Mandelli, Minguzzi e Ilario Rossi.

   Intanto nel contesto internazionale, negli Stati Uniti d’America, la fase successiva al cubismo storico sarà un punto di partenza per l’informale assieme allo studio del sintetismo e del surrealismo. In Francia operavano i pittori della Nouvelle École de Paris, una generazione di giovani pittori introdotta anche in Italia nell’eco della mostra alla Galerie René Drouin di Parigi nel 1945 (cui parteciparono Fougeron, Gischia, Manessier, Le Moal, Robin, Tal-Coat, Tailleur, Singer, Pignon), citando anche Estève, Bazaine e Lapicque, e la mostra “Pittura francese d’oggi” alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Roma) che espose delle loro opere nel 1946. Contemporaneamente in Europa prende forma l’esperienza del gruppo CO.BR.A., acronimo di Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam, attivo tra il 1948 e il 1951, tra schematismi figurali ancora di influenza postcubista innestati sulla tradizione espressionista nordeuropea attraverso il segno e il gesto.

Renato Guttuso - Crocifissione 1940-41

Anni molto importanti pure per quanto riguarderà gli sviluppi futuri, se pensiamo che furono movimenti nati per quell’idea di esistenza legata alla politica come relazione sociale tanto quanto l’arte come espressione di coinvolgimento civile dell’artista stesso, nella funzione rivoluzionaria della pittura, punto di partenza per la storia dell’arte italiana, nel lavoro di artisti protagonisti di una stagione capace di coinvolgere l’interesse di tutti al di là della propria estrazione culturale e formazione. Usando nuovi linguaggi in contrasto con la staticità del tempo, con un cromatismo acceso per dare voce al malessere cercando di riconnettere l’Italia alle avanguardie d’oltralpe, ispirandosi anche ai Fauves, il movimento artistico di pittori, perlopiù francesi, che nella prima parte del Novecento diedero vita a una esperienza di breve durata temporale, ma di grande importanza nell’evoluzione dell’arte, perché ne proponevano l’innovazione.

   Il dibattito, dunque, su questi temi in Italia si apre con più vigore agli inizi degli anni Quaranta del Novecento quando si crea un cenacolo di cui fanno parte molti degli artisti di Corrente i quali, negli incontri a volte anche molto accesi che avvenivano nei caffè intorno l’Accademia di Belle Arti di Brera come naturale punto di incontro e fermento intellettuale, porteranno a nuove consapevolezze nello scrivere i “manifesti” che non possono non tenere conto dei drammatici momenti contingenti. E il dopo Corrente prenderà spunto da quanto si prefigurava fin da allora nei due diversi filoni in cui si divisero: quello realista (Guttuso, Morlotti, Sassu, Treccani e Mucchi) e quello espressionista (Cassinari, Migneco), ossia la Corrente Realistica, sottolineata sempre da un impegno politico e sociale, e la Corrente Astratta. Intanto cresceva il Fronte Nuovo delle Arti, con una ulteriore apertura verso l’Europa ma, come altri gruppi dalla vita breve, racchiusa in pochi anni.

   Resta la Crocifissione di Guttuso (1941), conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, simbolo della dialettica tra oppressione e ribellione, con i pugni chiusi dei crocifissi che esortano alla resistenza, e l’attualizzazione del sacro in una analisi del dramma cristiano ponendolo in relazione con le brutalità belligeranti. Un’opera controversa e potente che trasforma il tema sacro in una metafora della sofferenza umana e della lotta contro la vessazione, con una umanità nuda in un paesaggio martoriato, che suscitò scandalo per il suo stile espressionista, le nudità e il messaggio politico e civile, in una disposizione sovrapposta delle croci e prospettive distorte che trasmettevano un senso di caos e tragedia imminente. I personaggi sono spogliati da abiti riconoscibili in una connotazione storica, per illustrare una tragedia universale, mentre lo sfondo dà corpo a un paesaggio urbano bombardato, che trasforma il Golgota in una scena di scontro, richiamando la tragedia contemporanea, e Maddalena, ai piedi di Cristo, nuda che abbraccia il corpo esanime, simbolo del dolore dell’umanità. 

   Presentata al Premio Bergamo nel 1942, scatenò uno scandalo artistico. Guttuso scrisse che voleva dipingere il supplizio di Cristo come “una scena di oggi”, una rappresentazione di tutti coloro che subivano “oltraggio, carcere e supplizio per le loro idee”. Il quadro non era una celebrazione religiosa, ma un urlo contro la violenza del dispotismo. Ma nonostante la Curia di Bergamo e il Vaticano condannarono l’opera come blasfema, Guttuso vinse il secondo premio, diventando il manifesto della resistenza degli artisti di Corrente. Così come nelle varie edizioni del Premio (dal 1939 al 1942) tra i partecipanti e premiati figurano nomi come Filippo de Pisis e Fausto Pirandello, che pure avrebbero segnato l’arte italiana del dopoguerra.

   Gli interrogativi indicati mostrano il profilo culturale dopo ogni idealismo e formalismo, dopo ogni retorica dell’arte che cade nel vago e nell’arbitrario, condividendo nell’esperienza la percezione nella Guernica di Picasso, del simbolo della lotta contro la barbarie di ogni guerra. Un aneddoto racconta che alcuni soldati di Franco osservandone il quadro domandarono a Picasso: “Avete fatto voi questo orrore, maestro?”, e lui rispose “No, è opera vostra”. Emerge da queste parole il grido di pace sugli eventi della prima metà del Novecento e c’è anche l’arte che evidenzia le nefandezze compiute dall’uomo cui oppone la possibilità di esprimere una morale necessaria per costruire una nuova società. Così dalla disperazione, dal primo bombardamento aereo contro una popolazione civile che la storia ricordi, dalle simbologie di un toro che figura la furia del conflitto e di un cavallo per un popolo ferito, e nei volti dei personaggi deformati in una denuncia dell’angoscia, ecco lo spirito di risurrezione che ha condotto molti artisti a creare canoni artistici all’insegna di una rinnovata capacità espressiva. Perché indubbiamente Picasso ha esercitato una influenza su gran parte degli artisti italiani del primo Novecento e intorno alla sua figura gira molta parte delle vicende artistiche italiane.

   Oltre alla Crocifissione di Guttuso, diversi artisti realizzarono opere che sfidavano le regole del regime o documentavano la violenza del tempo, spesso per alcune dovendo farle circolare in segreto. Giacomo Manzù, ad esempio, e i rilievi in bronzo della Passione (1939-1941), lo scultore realizzò in queste opere i carnefici di Gesù che indossano spesso elmi e divise che richiamano i soldati tedeschi o le milizie fasciste, trasformando il racconto biblico in una condanna esplicita della brutalità bellica contemporanea. Oppure Migneco che con le sue figure di contadini e pescatori segnati dalla fatica, presentati con colori violenti e tratti duri in una alternativa radicale all’estetica esaltante della propaganda fascista, nel mostrare un’Italia povera, occultata nei cinegiornali dell’epoca. Non solo. Si attivava la resistenza anche attraverso i cataloghi, poiché le opere erano difficili da esporre, il gruppo utilizzò la grafica e il disegno come forma di diffusione clandestina: piccoli albi di disegni che passavano di mano in mano tra i giovani intellettuali, contenendo immagini che inneggiavano alla libertà e alla solidarietà tra i popoli. 

   Emersero, dunque, nuove energie in cui possiamo ravvisare ancora e soltanto un denominatore comune: l’ambizione di separarsi dall’arte ufficiale, e altri tasselli fissano una memoria che ha elaborato fatti, azioni, per capire quale posizione gli artisti abbiano avuto nella cultura italiana di quel periodo che non poteva prescindere dal sociale. Per questo andrebbero approfonditi questi difficili anni d’arte, per conoscerne il clima carico di tensione in un degrado culturale se guardiamo alla Germania, dove Hitler nel 1939 in risposta a svolte polemiche contro il nazifascismo fece bruciare, a Berlino, cinquemila dipinti di artisti europei. Arte considerata “degenerata” che facevano parte delle oltre sedicimila opere d’arte moderna che i nazisti avevano confiscato dai musei tedeschi a partire dal 1937. La distruzione fu l’apice della campagna nazista contro l’arte moderna, che considerava non tedesca, ebrea o bolscevica e sintomo di corruzione morale e decadenza razziale. Prologo fu, nel luglio 1937 a Monaco, con una mostra itinerante sull’Arte Degenerata (Entartete Kunst), che esponeva circa seicentocinquanta opere con l’intento di deriderle e umiliare gli artisti e i direttori dei musei che le avevano acquistate. Molte delle opere considerate di maggior valore sul mercato internazionale furono vendute all’estero, spesso a prezzi stracciati, per finanziare il regime nazista, mentre quelle considerate invendibili o di minor valore furono destinate al rogo.

   Artisti come Chagall, Kandinsky, Ernst Ludwig Kirchner, Klee, Munch e Picasso furono tra i bersagli di questa campagna di eliminazione e dispersione, ma la mostra attirò un pubblico vasto, circa un milione di persone, superando di molto i visitatori della contemporanea “Grande Mostra dell’Arte Tedesca” ufficiale, che celebrava l’arte “ariana” approvata dal governo. Poi i tedeschi devastarono molte opere d’arte durante le operazioni belliche, mentre altre furono trafugate e molte sono tuttora disperse. Perché l’arte, antica e moderna, parla a chi vuole intendere e questo, ancora oggi, spiega perché le dittature nel mondo la censurano, la temono e la distruggono. L’arte, infatti, manifesta la capacità di affrontare l’indicibile, nell’immaginare la bellezza anche dopo le disumanità, dimostrando come può essere impulso di rinascita.

Andrea Barretta

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Divagazioni sull’arte

Luce, Forza e Femminilità nell’Arte di Giuseppina Irene Groccia – A cura di Serena Seri

Giuseppina Irene Groccia è un’artista e performer italiana che abbina con disinvoltura grande intuito, manualità eccellente e professionalità: l’arte della pittura a quella della fotografia… un occhio allenato e votato alla bellezza, al particolare illuminante, alle proporzioni; bellezza che esprime analisi, anima, carattere.
L’arte della Groccia è sintesi di comunicazione, linguaggi impattanti, sintesi di introspezione e riflessione all’insegna del carattere, dell’intensità, della determinazione, della volontà dell’impresa sfidante conclusa con successo ed orgoglio.
L’artista esalta l’energia, la volontà, l’impegno, l’abnegazione, l’intensità attraverso la luce che pone nell’espressività… Sottolinea la consapevolezza ed il sacrificio che sfocia in un credo appassionato verso traguardi sempre più ambiti ma perseguibili.
Un invito al fruitore, un messaggio a favore della capacità delle donne, una poetica permeata da carattere, energia, temperamento, personalità.
Un concetto di autostima elevato, finalizzato al successo… dove conflitti emotivi vengono gestiti con imparziale lucidità, equilibrio e senso pragmatico della realtà… Una Donna vincente che supera le barriere dell’ipocrisia, del falso perbenismo, delle convinzioni maschiliste con risultati schiaccianti, impattanti ed ottimali, carichi di velocità emotiva.
L’Artista, molto apprezzata tanto in Italia quanto all’estero, gode di giusta notorietà, plauso e alto gradimento.
L’ultima mostra in Sicilia, Biennale di Messina, è stata un trionfo: un tripudio di ovazioni da parte del pubblico e della stampa… un’Arte piena di umanità e luce.
L’Arte della Groccia descrive, in abiti antichi, i valori cardine della Società, valori quali la fierezza, l’energia, la passione, elementi vincenti dell’essere umano leader che dovrebbero essere indossati 24 ore su 24 da ogni Donna per migliorare la propria vita e quella della Società.
Un fine sociologico, educativo, psicoattitudinario, comunicativo.
Eccellente tecnica, armonia di forme e contenuto, eccezionale espressività.
L’Arte della Groccia può essere, per certi versi, considerata universale, perché supera lo spazio e il tempo ed esalta la Virtù e le correlate caratteristiche probe, simbolo di integrità morale e di valore.
Un inno alla vita sotto l’egida della giusta causa: un Credo nobile…
Protagonista della propria vita.

Regina di Cuori in ambientazione

Il tema dell’affermazione dell’IO, della consapevolezza delle proprie forze al servizio dell’ardua impresa, della riuscita, della vittoria schiacciante.
Il colore è un mezzo per influenzare l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima e la rafforza!
Un accorato invito, quello della Pittrice, a non desistere e, al contrario, a perseverare fino al conseguimento del risultato finale.
I colori, la tecnica digitale, la postura sono, diciamo, la cornice… perché la tela dipinta in realtà si chiama intensità, quel quid che ti porti dentro, anche quando ti distacchi dal dipinto, dalla location dove vive appesa a un chiodo, e resta con te quando torni nella quotidianità, tra un sorpasso in autostrada e una rapida, fugace corsa al supermarket in chiusura serale…
Ecco cos’è l’Arte non duplicabile: uno sguardo morbido ed intenso che resta con te, respira con te, vive con te, e non ti abbandona mai dal momento che l’hai scelta! Regina di cuori è questo!
Perché l’Arte è intensità, perché l’Arte è per sempre, come un tepore avvolgente, uno sguardo rassicurante, un profumo inebriante, un qualcosa che ti segue ovunque tu vada, sollevando il tuo morale, la tua coscienza, il tuo Io, e ti esorta a continuare con la schiena “dritta” e rigore, per nuove sfide sempre più difficili ma emozionanti, scaldate da impegno, emozione, determinazione e fermezza.
A mio avviso non è importante più di tanto il materiale impiegato né la tecnica usata,
ma ciò che rende un’opera unica e non duplicabile è l’espressività impattante.
Quest’opera ne è un esempio tangibile,
perché l’espressione è in realtà l’Anima dell’Individuo.
Ecco! Questo portrait emana fierezza, portamento… energia da vendere!
L’occhio sfidante,
la sfida è un tema cardinale,
è resilienza, forza interiore.
Infatti il dipinto si chiama “Regina di cuori” e, per chi conosce appena il significato delle carte, la comprensione del tema diventa più semplice.
Ecco pertanto la Protagonista altera, decisa, sprezzante del pericolo e dell’opinione pubblica, stagliarsi con indomita potenza al cospetto dello spettatore.
Recita Pirandello: “Così è se vi pare”…
Regina di cuori ha ancora vinto con astuzia, arguzia, grinta e coraggio, sacrificio e forza interiore.
Perché la grinta mette il fuoco nel motore della vita,
e questo è sempre e per sempre, in ogni capitolo della vita e della storia dell’Umanità.
Un grande significato racchiude, pertanto, quest’opera.
Un grande messaggio travolgente ed impattante è quello che esprime l’Artista:
l’Arte è educazione etico-sociale, divulgazione ed esaltazione di messaggi morali al servizio dell’Umanità.

 

Serena Seri

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Divagazioni sull’arte

Il respiro del tempo. L’Arte come inquietudine gentile

“L’arte non va spiegata. Non credo esistano risposte logiche e assolute alle sensazioni che un dipinto o un’opera ci restituiscono. Vanno colte e vissute, ciascuno con la propria sensibilità. E questa non ha un nome proprio, esclusivo. Le sue vibrazioni arrivano a tutti.”

La mia interlocutrice accompagna le parole con lievi movimenti delle dita, eleganti e accurati come i pennelli di un maestro calligrafo cinese, quasi a voler ponderare meglio ciò che dice e ciò che la sua mente continua a scandagliare, lasciandomi in sospeso. Sono mani che si raccontano, che narrano della madre, una sarta raffinata di prestigiosi atelier, e del padre, un appassionato pittore che ha saputo accogliere e nutrire la curiosità di una bambina sempre pronta a esplorare.

Mentre le parlo, Daniela Polselli, è circondata dalle sue creature, quadri che, appesi alla parete, scandiscono periodi di vita e snodi artistici determinanti. “Ora non mi appartengono più. Sono diventata altro”.

Lo sottolinea con un tono di voce discreto, ma carico di consapevolezza. È dotata di un grande talento che esprime con gusto raffinato. Le sue origini romane si percepiscono nell’ironia brillante, nel sarcasmo pungente ma spiritoso, nel realismo disincantato che guarda alla vita con lucidità e disillusione.

Quando le chiedo se la frase scelta per il suo profilo Instagram la rappresenti davvero, prima di rispondere, la ripete ad alta voce: “Inutilmente s’affaccia all’arte chi è in pace con se stesso. È stato un caro amico a condividerla con me e, anche allora, non mi disse l’autore. Devo ammettere che non ho approfondito, lo farò certamente. Comunque, d’istinto, mi suggerisce cose ben precise. Innanzitutto, di non adagiarsi in una zona di comfort, di scoprire, di analizzare, di vedere cosa c’è al di là di un possibile limite. Presuppone tanta curiosità, voglia di mettersi in gioco, di fare quello che non ci si aspetta da noi stessi. Magari, all’improvviso, si riceve il giusto impulso e si comincia a fare qualcosa in più rispetto al giorno precedente. Significa, però, anche altro per me. Non sono mai stata una persona tranquilla. Mi sono sempre considerata introversa e posta innumerevoli interrogativi. Sentirmi a mio agio in uno spazio interiore ed esteriore non è né ovvio né spontaneo. Semplicemente, non riesco a trovarlo. Mi dicono che non mi accontento, ma non è questo. Mi stanco a stare in un luogo a fare sempre le stesse cose, a ripetermi. Il fatto di non essere in pace con me stessa è un aspetto legato alla mia indole. Scruto in modo minuzioso e, quando arrivo al fondo della realtà, mi dico che non ho più nulla da scoprire, e quindi mi dedico a qualcosa di nuovo. Un’attitudine che, inevitabilmente, ha generato tante possibilità nella mia vita”.

Questa irrequietezza l’ha spinta a cimentarsi in nuove tecniche e nuovi soggetti. Le linee marcate, i chiari e gli scuri, le ombre definite ricordano lo stile del grande Maestro Giorgio de Chirico, il Pictor Optimus, e Daniela Polselli, pur non sorpresa del mio accostamento, reagisce con un sorriso misurato e un’umiltà sincera, premurandosi subito di mettere i puntini sulle ‘i’.

“Forse, per i paesaggi onirici. Comunque, è un onore essere messa in relazione con un Artista come lui. Avrei potuto ricordarlo inizialmente, tuttavia sono cambiata molto.  Vede, li ha notati anche lei, alle mie spalle, ci sono parecchi dipinti, una sintesi di ciò che ho realizzato in questi anni. Non mi interessano più, perché il mio percorso mi ha condotta altrove.  La prestigiosa Associazione di Roma ‘Cento Pittori Via Margutta’, mi ha spronato a partecipare anche quest’anno, e mi avrebbe concesso di esporre opere del mio passato. Ho deciso di rinunciare, perché desidero presentare lavori frutto di studi più recenti e in sintonia con l’evoluzione artistica che sto vivendo. Amo osservare le persone quando si soffermano davanti ai miei cavalletti. Le loro reazioni ed espressioni sono una cartina tornasole di quanto sia stata in grado di trasmettere di me stessa. Ciò che hanno visto prima appartiene a fasi vissute e ormai e trasformate in altro.  Oggi mi muovo nel campo figurativo realistico tendente all’astratto. Lo definirei un figurativo astratto”.

Herat - Tecnica mista

Potremmo approfondire?

“Si parte da una figura evidente, anche se i colori non sono realistici. Indagando, si comprende che non lo sono affatto. Dell’astrazione adoro che comunichi attraverso il colore, la forma, la suggestione evocativa”.

 

Ha dei modelli artistici di riferimento?

“Una pittrice, Tina Sgrò, le cui opere sono caratterizzate da linee quasi monocromatiche, da un figurativo veloce, in movimento. E poi, un pittore spagnolo, Carlos San Millán, la mia stella polare. Anche lui, infatti, sta orientandosi sempre più verso l’astratto. Le sue forme non sono riconoscibili nell’immediato. Da una visuale lontana, sono individuabili come negli impressionisti, ma da vicino non lo sono più, pur continuando a suscitare forti sensazioni”.

 

Mediterraneo
Angoli di luce a Burano
Caldo autunno - Tecnica mista

Com’è nato il suo rapporto con la pittura?

 “Quando ero piccola, frequentavo le elementari, il mio papà dipingeva tutte le domeniche. Appoggiava la tela su un tavolo. Era molto preciso, a differenza di me, ma non usava il cavalletto, e questo influiva sulla prospettiva. Era autodidatta, faceva ciò che sentiva. Cercava di imitare i suoi artisti preferiti. A me incuriosiva moltissimo. Mia madre, invece, era una sarta di atelier, realizzava cose importanti e sofisticate, anche se la sua professione mi attraeva meno.  Mi affascinavano gli strumenti e i materiali usati da mio padre. Ricordo, ad esempio, il cotone con cui riproduceva le nuvole. La domenica mattina facevo i compiti seduta accanto a lui, proprio mentre dipingeva. L’ho sempre stimato infinitamente. Quando realizzai il mio primo quadro, a diciassette anni, lui me lo incorniciò con un entusiasmo immenso, stimolandomi e incoraggiandomi a proseguire.  L’unica cosa che davvero percepivo era che la pittura mi avrebbe offerto l’opportunità di esprimermi, soprattutto con le forme. È qualcosa che mi è sempre appartenuta, come il disegno. Se si riesce a intercettare una passione innata, allora si può eccellere; altrimenti, occorre tanto studio. Davanti al cavalletto, mi perdo completamente. Posso iniziare la mattina e andare avanti fino a tarda sera. Mi accorgo del trascorrere del tempo soltanto dalla variazione della luce naturale”.

La pittura è dunque la sua ragion d’essere?

“Sì, ritrovo me stessa, ogni giorno, in ogni istante. Mi reputo fortunata perché non tutti riescono a individuarla”.

I suoi diversi approcci stilistici fanno sì che nulla sia lasciato al caso.

“È soggettivo. Alcuni trovano le mie opere significative, altri chiedono: ‘Ma come mai dipinge sempre le scale?’ E io non so fornire risposte esatte, tanto che, ultimamente, ai dipinti non assegno nemmeno i titoli, li denomino ‘Interno 1, Interno 8’. Lascio che sia la sensibilità dell’osservatore a guidarlo. Non necessariamente ciò che voglio dire è intuibile. Ribadisco, l’arte è uno spazio libero. Contano le emozioni e gli stimoli”.

 

Cosa vuole comunicare dal punto di vista emotivo?

“Il filo conduttore delle mie opere è sicuramente ‘il tempo sospeso’, un invito alla riflessione su noi stessi. Un tempo sganciato da qualsiasi vincolo. Non ho la pretesa di insegnare o trasmettere grandi concetti, se non tramite i colori, studiati e volutamente in contrasto, per conferire armonia al quadro e stimolare la mente. In generale, mi piace inserire un elemento di disturbo che catturi l’attenzione. Il mio taglio è quasi sempre fotografico, spesso ravvicinato e obliquo. I colori, invece, aiutano a riflettere, non sono affatto banali. Concentrandomi su di essi, posso meditare. Nelle ultime opere amo creare contrasti cromatici.  In particolare, in un dipinto in cui è presente una tavola apparecchiata senza alcun commensale. A me rammenta quella domenicale della nonna, ma non è detto che altri vi si identifichino allo stesso modo. I miei lavori sono volutamente non realistici, sono un’espressione istintiva di un gesto inconsapevole, come un tratto rosso sangue sotto un comò della nonna. Sembra qualcosa, ma cosa? Il sangue, la vibrazione profonda del colore che provoca un brivido, una velocità rivelata da un gesto non cosciente”.

Il tempo per pensare è un lusso.

“Già. Sarò concreta e schietta. Attualmente, molte esposizioni artistiche non vengono concepite per contemplare appieno le opere. Il ritmo di osservazione viaggia su canali troppo rapidi e sfuggenti. Ed è un grande peccato”.

Ha menzionato l’associazione ‘Cento Pittori Via Margutta. Può parlarcene?

“È un’associazione storica di Roma, illustre e di respiro internazionale.  Via Margutta è sempre stata un centro nevralgico della capitale italiana, dove nel ‘600 i pittori paesaggisti si incontravano. Poi, negli anni Sessanta è nata l’associazione, ispirata da questo movimento. Io ho iniziato a seguirla da visitatrice e sognavo di farne parte. Un giorno, conobbi il presidente dell’associazione, Antonio Servillo, che mi offrì la possibilità di esporre; da quel momento è diventato un appuntamento annuale. Ora, ne sono addirittura socia. Un grande motivo di orgoglio per me. Come dicevo pocanzi, ho la possibilità di osservare in diretta le reazioni dei visitatori di fronte alle mie opere. È questo che mi dà la misura di quanto e cosa riesca realmente a comunicare. È parte dell’esperienza”.

 

Porto Pollo
Silenzi

Se dovesse scegliere tre sue opere rappresentative, quali sarebbero?

“Anch’io me lo chiedo spesso. Forse, sono quelle che porto sempre con me, perché corrispondono a dei passaggi interiori rilevanti. ‘Porto Pollo’, un’evoluzione significativa, non solo tecnica, dall’acrilico all’olio. Poi, ‘Silenzi’, terminata velocemente, in tre giorni, dove le ombre sono state realizzate con un’unica pennellata. C’è molto del mio istinto lì. Infine, quella con la tavola apparecchiata, ‘Via Prenestina 235 ‘, da cui sono ripartita. Molti dei quadri che ho creato in passato erano propedeutici, un campo in cui fare pratica con la tecnica e i pennelli e, quindi, dopo un po’, essendomi trasformata interiormente, non mi rispecchiavano più”.

 

Via Prenestina 235 - Olio su tela

Quali sono i materiali che più utilizza?

“Olio su tela. In alcune opere, però, ho impiegato anche gesso e acrilico.”

È stata protagonista di esposizioni personali come quella di Torre Mirana, nel comune di Trento. Ha altri progetti futuri?

“Vorrei unire la mia passione per la pittura alla porcellana. Esprimermi anche attraverso di essa. Mi piacerebbe conoscere territori al di fuori di Trento, dove vivo da molti anni, e perlustrare, ad esempio, il Nord-Est italiano. La mia sperimentazione personale comunque continua a prescindere dalle esposizioni. Per me, la ricerca è fondamentale. Qualche tempo fa, un artista iperrealista, Franco Dore, soprannominato da tutti noi il “Maestro”, mi ha detto: ‘Si deve lavorare tanto sul cavalletto. Più ci si sta, più si affinano sensibilità e percezione. Si comprende quanto colore usare e come dosarlo.’ Io aggiungerei che è altrettanto essenziale studiare il passato, comprendere da dove gli artisti sono partiti e dove sono voluti arrivare. Ciò aiuta a sviluppare e a definire la propria forza comunicativa. È come quando si impara a scrivere: bisogna prima apprendere l’alfabeto, iniziare a comporre le parole, le frasi e solo successivamente è possibile cimentarsi in altro. La formazione personale aiuta a trovare la direzione giusta, a incanalare una passione. Devo dire che i miei studi in Beni Culturali mi guidano costantemente”.

Ha avuto un maestro che l’ha formata?

“No, ho fatto tutto da me. Ho iniziato imitando fotografie, poi, con gradualità, ho cercato di distaccarmi da vari modelli per raggiungere il mio spazio interiore. Mi rendo conto che quando parlo di pittura divento criptica, non riesco a dire molto. Sono stata abbastanza chiara?”

Dove si vede tra qualche anno?

“Non so di preciso. Posso dirle che sicuramente non mi troverà in un ufficio e non credo che andrò mai in pensione. A me piace molto Trento e vorrei continuare a vivere qui, ma le mie origini potrebbero riportarmi a Roma. Amo le artiste, le signore in là negli anni, che partecipano alle mostre dei ‘Cento Pittori Via Margutta’, e che, nonostante l’età, sono ancora entusiaste di farlo. Le considero una grande famiglia. Continuerò per certo a studiare e a ricercare dentro di me per poter condividere al meglio. C’è, in una scena del mio film preferito, Come eravamo di Sydney Pollack,  una frase che ascolto spesso, perché mi descrive perfettamente. La protagonista, Katie Morosky, Barbara Streisand, a un certo punto, al ‘Tu non molli mai, eh?’ di Hubbell Gardiner, Robert Redford, replica, con la tenacia che la contraddistingue: ‘Solo quando ci sono proprio obbligata. Però so perdere molto bene.’ È una scena esemplare: riconoscere chi siamo stati, accettare chi siamo ora e capire che alcune emozioni restano, anche se la vita ci porta in direzioni diverse. È un promemoria a vivere senza rimpianti. So di avere tanto, di aver concretizzato un’infinità di cose grazie a questa mia indole, al senso di indipendenza e di autodeterminazione. Non mi accontento e non mi accontenterò mai. E proprio come Katie, fiera di se stessa, mi dico: però, guarda cosa posseggo”.

Pandemia

Daniela Polselli (Roma) è un’artista contemporanea la cui ricerca pittorica si colloca tra figurazione e astrazione, in un equilibrio raffinato tra forma, luce e introspezione. La sua formazione umanistica e gli studi in Beni Culturali le hanno fornito un solido impianto teorico, che si riflette nella cura compositiva delle sue opere. Definisce il proprio linguaggio come figurativo realistico tendente all’astratto: un territorio di confine in cui la riconoscibilità del soggetto cede gradualmente il passo alla dimensione evocativa del colore e della materia.

Le sue opere, spesso caratterizzate da prospettive oblique e contrasti cromatici intenzionali, esplorano il concetto di tempo sospeso, uno spazio interiore di riflessione e percezione emotiva.

Membro della prestigiosa Associazione “Cento Pittori Via Margutta” di Roma, ha partecipato a numerose personali e collettive, tra cui la mostra di Torre Mirana nel Comune di Trento. Nella sua poetica, l’arte si configura come un processo di continua sperimentazione e ricerca identitaria, in cui l’inquietudine diventa motore creativo e misura di autenticità.  

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ArteDivagazioni sull’arte

Studi d’artista: viaggio nelle stanze segrete dell’arte

Studi d’artista: viaggio nelle stanze segrete dell’arte

In un mondo che corre veloce e che spesso consuma le immagini d’arte con uno scroll distratto, c’è ancora chi sceglie di rallentare e desidera aprire porte reali, non solo virtuali. Per fortuna c’è chi ama ancora sedersi accanto agli artisti, dentro i loro studi, per ascoltarli mentre raccontano la propria visione, il proprio percorso, le proprie fragilità.

Da questo desiderio di incontro e di sguardo autentico che nasce “Studi d’artista“, la rubrica curata da The Art Post Blog, che da anni racconta l’arte contemporanea attraverso le voci dei suoi protagonisti. Una serie di interviste intime e appassionate che portano il lettore dentro gli atelier, ma anche dentro le vite di chi crea: pittori, illustratori, street artists, incisori, autodidatti e professionisti affermati, provenienti da tutta Italia (e non solo).

Ogni incontro è un viaggio unico, fatto di colori, parole, storie personali e geografie interiori. C’è chi ha trasformato un angolo del soggiorno in un laboratorio, chi ha scelto di non mostrare più le proprie opere online, chi usa la materia come memoria viva, chi dà voce al dolore, alla bellezza, al corpo.

Dove nasce davvero l’arte

L’arte nasce lontano dalle luci delle gallerie, lontano dai feed social in perenne aggiornamento, l’arte continua a nascere ogni giorno dentro spazi reali, vissuti, imperfetti. Studi ricavati in soggiorni di casa, laboratori condivisi, vecchie officine trasformate in atelier: è lì che prende forma quella materia fragile e potente che chiamiamo arte.

Con la rubrica Studi d’artista possiamo entrare proprio in questi luoghi, fisici ed emotivi, per incontrare chi crea con passione, fatica e libertà, ma dove scopriamo anche chi l’arte la promuove in forme diverse.

Si tratta di una mappa sentimentale dell’arte di oggi, fatta di storie che non cercano la spettacolarizzazione, ma la verità del fare. Uno spazio in cui gli artisti si raccontano senza filtri, davanti al proprio cavalletto o accanto a una stampa ancora fresca, tra pigmenti, silenzi, entusiasmi e dubbi.

Le interviste raccolte in questa serie non sono semplici domande e risposte.
Sono incontri, racconti in prima persona, voci che parlano di tecnica ma anche di vita. C’è infatti chi ha fatto della pittura una forma di resistenza, chi lavora tra le montagne, chi trasforma la sofferenza in materia, chi dipinge in soggiorno e chi in una vecchia officina. C’è chi non mostra più le proprie opere online, perché crede che l’arte si debba vedere dal vero.

L’intervista come incontro

Ogni articolo della serie è un’intervista in profondità, ma si legge come un racconto. Nessuna domanda preconfezionata, nessuna risposta di circostanza. Solo parole vere, nate dal confronto, dal tempo e dall’ascolto.

C’è chi ha trovato nell’arte una via di salvezza, chi lavora con materiali di recupero, chi racconta il proprio territorio, chi esplora il dolore, la memoria, l’identità.

In un’intervista recente, ad esempio, Mauro Patta ci ha raccontato il suo legame con la Sardegna e il senso profondo dei suoi murales. Come lui, tanti altri artisti hanno condiviso riflessioni, esperienze, cambi di rotta e processi creativi che raramente trovano spazio altrove.

Un invito a rallentare

In un panorama digitale sempre più veloce e distratto, Studi d’artista invita a rallentare, osservare, ascoltare. Ogni intervista è un’occasione per riscoprire la dimensione umana dell’arte, per sentire la voce di chi crea e per tornare al valore del gesto, del segno, della materia.

Che si tratti di un giovane autodidatta o di un artista già esposto in galleria, poco importa: quello che conta è la verità del fare, quella che si respira solo entrando davvero in uno studio.

Ogni intervista è una finestra aperta, un piccolo ritratto umano, una mappa emotiva della creatività di oggi.

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ArtistiDivagazioni sull’arte

Mario Perrotta Viaggi Cromatici tra Sogno e Realtà

Mario Perrotta


Viaggi Cromatici tra Sogno e Realtà

 
di Stefano Vecchione |09|08|2025|
 
 

Premiato qualche giorno fa all’Art Center Museum di Pechino, il grande estro di Mario Perrotta, la luce del Sole del Tirreno paolano, l’estate tanto attesa, i pennelli e i colori a olio e acrilici su tele di cotone o di lino, vanno a rappresentare l’umanità nello spazio infinitodella gioia e delle energie particolari del bene e del male

 

Mario Perrotta, autoritratto.

 



Dai dipinti dell’artista – che segue la grande tradizione artistica familiare di Rubens Santoro e Francesco Sansone – emergono sogni onirici, desideri e paure, città immaginifiche, paesaggi fantastici e surreali, visioni del futuro. 

L’artista volge lo sguardo intorno, osserva, sente, immortala il mondo che lo circonda nella sua complessa molteplicità, e fa dell’arte visiva un mezzo con cui raccontare il tempo e lo spazio in cui vive senza mai smettere di sognare, senza che la speranza abbandoni mai lo sguardo d’insieme. 

 

Mario Perrotta. Paola. La Siesta – Acrilici su cartoncino. 35x45cm.

 



 

 

 

Questi stati d’animo delle opere del maestro Mario Perrotta – scrive Jean-François Bachis-Pugliese, archivista semiologo e critico d’arte  riflettono le esperienze di un artista che esprime la propria creatività senza le restrizioni della realtà, per evadere dalle limitazioni del quotidiano e sfidare convenzioni e immaginazione. Artista prolifico, Mario Perrotta ha fatto della sua arte un viaggio cromatico in cui si fondono percezioni visive, spiritualità, devozione, senso critico e sociale. L’estetica dei suoi dipinti è contraddistinta da personaggi iconici, da cromie accese, da atmosfere suggestive e quasi incantate.

 

Mario Perrotta. Paola. La città che ho nel cuore – Olio su tela – 40x50cm.  

 



 

 

Tetti spioventi che puntano al cielo, dettagli dorati che evocano un senso di sacralità, strumenti musicali quali simboli di bellezza, borghi marini, paesaggi, angoli di strada, facciate delle vecchie case con i muri in pietra e i davanzali fioriti che riportano alle radici e rappresentano una poetica retrospettiva della storia tra mare (il Tirreno) e cielo (l’Appennino di San Francesco di Paola). Nei suoi saggi supittori contemporanei, il critico Pasquale Di Matteo presenta Mario Perrotta come un artista attento al vissuto e al suo tempo, ai paesaggi e agli scorci rurali, alle città, attraverso la rielaborazione della sua immaginazione. Nelle sue opere c’è un percorso, il racconto visuale di un uomo e delle sue percezioni del mondo, la sua pittura è fatta di partecipazione emotiva. 

 

Mario Perrotta. Paola. Musica in città – Tecnica mista su tela –  50 x 70 cm.

 



 

Le opere di Mario Perrotta sono spontanee – afferma Nadia Celi, docente d’arte contemporanea, semiologa e critico d’arte, conferenziere sulla grammatica visuale in Italia e all’estero – per cui spesso presentano tematiche, stili e tecniche diverse. Magnifica monumentale plasticità pittorica, tavolozza cromatica essenziale e sapiente, un acuto calibrato studio dei volumi e dei vuoti e pieni in elegante realizzazione. L’arte é tale solo se dà una emozione estetica – scrive Giorgio Gregorio Grasso, storico e critico d’arte, docente universitario, curatore di esposizioni di arte nazionali ed internazionali, già direttore della Mediolanum Art Gallery e curatore  del Padiglione Italia della 54ma Biennale di Venezia – e Mario Perrotta è un artista che sa parlare attraverso il linguaggio cromatico, alla ricerca di una analisi estetica per giungere alla creazione del vero attraverso concezioni astratte in altalena tra sogno e realtà.

 

Mario Perrotta. Paola. Un giorno di pioggia – Olio su tela 40×50 cm.

 



 

 

 

Nonostante che il lavoro lo abbia portato per anni in giro per l’Italia, l’artista ha scelto di restare a Paola, in Calabria, dov’è nato, affascinato dall’espressività dei colori e dalle forme della sua terra che ama riportare sulle tele. 

 

Ha esposto in diverse città italiane e anche all’estero: Bologna, Palazzo Zanussi; Mantova, Palazzo Ducale; Milano, Spazio K; Padova, Orto Botanico; Parigi, Louvre; Venezia, Palazzo Vidal e Palazzo Zenobio; e poi ancora a Barcellona, Bari, Berlino, Bruxelles, Capri, Cesenatico, Comiso, Cosenza, Ferrara, Firenze, Los Angeles. Mezzojuso, Montecarlo, Rieti, Roma, Salerno, Termoli. 

 

Mario Perrotta si è aggiudicato numerosi premi nazionali e internazionali, e di lui hanno scritto, tra gli altri, i critici d’arte Pasquale Di Matteo, Barbara GhisiStefania Milani, Roberto Pinto, Vittorio Sgarbi, Pasquale Solano, Giorgio Vulcano. 

 

Si può incontrare l’artista nel suo atelier, alla Marina del borgo di San Francesco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Vecchione si occupa dei fenomeni sociali e politici del Mediterraneo tra Oriente e la sua indagine storica si sviluppa anche sulla conoscenza critica e l’analisi degli assetti che hanno determinato l’avvento del fascismo (1915) in Italia e la sua caduta (3 – 8 settembre 1943), e sulla resistenza profetica della gerarchia cattolica al fascismo e al Nationalsozialistische Deutsche partei tra il 1934 e il 1940. Da direttore dell’Associazione editori calabresi, Stefano Vecchione ha promosso iniziative per la valorizzazione della produzione libraria e la crescita culturale nazionale. Cultore della materia di storia moderna presso l’Università della Calabria, scrive oggi per «Il quotidiano del Sud», è socio corrispondente dell’Accademia cosentina, ed è amministratore del Gruppo Facebook «Il senso del tempo. Il valore di un posto. Cosenza».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.
 
 

 

 

 

 

 

 

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Divagazioni sull’arte

Alessio Musella visto da Serena Seri – Identità, arte e visione

 

 
Alessio Musella visto da Serena Seri
 
Identità, arte e visione
di Serena Seri  |17|Luglio|2025|
L’ incontro del tutto inusuale, perché su Fb, che ho avuto con Ale Musella, è stato del tutto fortuito e resta particolare…

 

Non ci conosciamo che su Fb.

 

Non abbiamo avuto l’ occasione di prendere mai un caffè reale assieme, da allora… (due anni, più o meno): ma, se ci sono persone che hanno vissuto assieme tanto tempo, e alla fine, non si conoscono affatto, anzi sono, negli anni, estranei, posso dire, che a volte, l’ eccezione fa la regola! almeno per questo..

 

 

 

Entrambi abbiamo passione dell’ Arte, un modo, uno stile molto simile di raccontarla, con una naturalezza innata, elementi che assieme al rispetto, non si comperano neanche a grammi, neanche in via della Spiga, a Milano..!

 

Paragono per alcuni versi l’ intuito di Musella a quello di un grande stilista che, in un lontano anno, degli anni ottanta, ho avuto il privilegio di conoscere… indossando un abito in Taffetas Nero…

 

 

 

 

 

Seguo Musella su Fb, YouTube, video, Google… ha gradevoli ed interessanti doni innati che vado ad elencare e poi a descrivere…

 

Innanzitutto è empatico, è un grande comunicatore.

 

Garbato, di modi gentili, eleganti, occhi intensi non comuni… ha una creatività multisfaccettata, dialettica fluente, mai stucchevole, insomma… una calamita!

 

È una persona colta, versatile, allenata al bello, che respira il bello, che dona il bello, disponibile e divertente… sempre con il sorriso…

 

È disponibile all’ ascolto… è possibilista, non obbliga, ma intriga… perché ti permette di capire, di esprimere le tue caratteristiche senza catene: lo definirei… di ampia mentalità dinamica.

 

 

 

 
 

 

Se si digita Google, si guardano i suoi video, blog, registrazioni, ecc. credo, ne converrete!

 

Ale Musella è un bravo e buon comunicatore, che suL web dà ottimi riscontri… e ripeto, scrive bene!

 

L’ Arte, cari amici, è Bella, ma può diventare noiosa… quando ci si esprime in maniera ingessata, importante e un po’ cattedratica.

 

L’ Arte deve essere raccontata come una favola, con leggerezza, empatia, in maniera divertente… tenendo sempre conto della realtà, degli aggiornamenti continui…

 

Mi sembra che lui ci riesca in pieno…

 

Un modo così empatico e magnetizzante, leggero ma trainante, credo sia nel suo DNA; ripeto non lo conosco personalmente, tuttavia per quanto documenta con foto, réel, storie che posta su piattaforme, assieme a flash della sua vita reale, accanto ai suoi figli, accanto sua madre, la cura del particolare verso una carezza ad un cucciolo di cane o di gatto che ha in mano… il tutto definisce a grandi linee la sua ipersensibilità… perché senza aggiungo, una grande sensibilità, e cultura non si può percepire il senso della Bellezza!

 

 

Quando si legge un testo di un grande scrittore e poi un altro, e un altro ancora, certamente non lo si conosce a fondo, né personalmente, ma a grandi linee si può avere un’ opinione.

 

E così è nei suoi confronti.

 

Musella è un esteta.. come modula la voce, così come si porge, così come ama la moda.. ovvero una moda minimal, chic, pas choc… che garba a tutti… perché non è costruito, ma indossa la disinvoltura curata!

 

È icona di stile, uno stile proprio, che gli dà luce ed attenzione.

 

Buca lo schermo!

 

 

 

Curioso, non ama più di tanto le convenzioni sociali; è uno spirito libero… ti dà spazio ma ha bisogno di spazio…

 

Indipendente, intelligente, intellettuale, non ingessato, è originale, e alla ricerca di cambiamenti solo positivi e migliorativi.

 

Non ama la routine, non è abitudinario, non è statico… detesta la noia…

 

Credo sia leale, con chi conquista la sua fiducia.

 

Un pizzico di eccentricità è in lui, e osservandolo sul web, mi sembra di indole insofferente ai legami troppo stretti, agli orari troppo stretti e precisi.

 

Si, forse, qualche volta si sarà fatto attendere… chissa’..!?! ma perché? si vede che indossa l’ orologio, ma ha bisogno di tempo… per svolgere bene quello che fa, e leggendo su Google, o guardando su piattaforma virtuale, credo sia veramente molto occupato.

 

 

 

 

 

Ritengo sia un ottimista, possibilista, socievole, dinamico, iperdinamico ed intraprendente, come già detto, grande comunicatore, e disponibile sia all’ ascolto che a costruire qualcosa.

 

Non credo sia un avaro, né un materialista, ma al contrario un po’ idealista e sognatore.

 

 

 

Ha necessità di spazio e di libertà per sé stesso e per chi gli sta vicino, senza rapporti di sudditanza.

 

Distingue, sa distinguere il genere umano; colui o colei che vive alla giornata o che non sa cosa sia la morale o l’ etica o difetta di cultura, non penso che possa andar d’ accordo con lui… almeno per dei commenti che faceva molto tempo fa, su FB.

 

Sicuramente lavora e per carità, ama il bello, ma con una certa pacatezza e riflessione.

 

 

 

È una persona curiosa…

 

Einstein afferma che la curiosità ha bisogno di stimoli ma soprattutto di libertà…

 

E la libertà è una condizione credo importante per ogni individuo che apprezzi la vita.

 

Vorrei aggiungere che quando lo si ascolta, non dà una sensazione di supponenza, al contrario di gradevolezza.

 

Musella ha, credo, una buona armonia con sé stesso e con gli altri, ed è paziente, alla mano, e la sua semplicità nel porgere, è il suo stile di Vita ed una peculiarità vincente.

 

 

 

Poiché non ho avuto ancora il piacere di conoscerlo personalmente, posso esprimermi, e cautamente, solo per alcuni aspetti del suo carattere… e a grandi linee.

 

Mi riferisco al suo modo di divulgare l’ arte sia verbalmente, su web, che per quello che scrive.

 

È fluente, disinvolto, riflessivo, morbido essenziale, ama le proporzioni con un tocco di ovvia personalità.

 

A monte, ha conseguito una maturità classica, studi di architettura, moltissimi anni di studio e lavoro nei Paesi Arabi e Stati Uniti, esperienze che sicuramente hanno contribuito ad amplificare il suo potenziale innato, espresso ed inespresso, con accenti personali e le opportunità nel mondo dell’ arte e della moda hanno fatto il resto-

 

Per quello che percepisco, è persona stimata e considerata, stimata e seguita con attenzione ed emozione.

 

Tra le varie attività, segue attentamente anche Gallerie d’ Arte importanti, anche perché le divulga minuziosamente su web; è in radio private con una rubrica dedicata all’ arte, scrive testi sull’ arte pubblicati con successo…

 

Credo che tra le caratteristiche più importanti del suo carattere, tra l’altro, ci sia quella della misura e dell’ adeguatezza.

 

Mai guascone, ha stile e personalità brillante.

 

Mi sovviene a tale riguardo una sua registrazione su YouTube, mentre intervistava un’ artista.

 

Molto professionale, adeguato interessante, estroverso, quel q.b per rendere il tutto interessante e divertente… mantenendo equilibrio ed equilibri… perche’ Musella, a mio modo di vedere, suggerisce… non obbliga.. non si arroga mai, il ruolo del primo attore, ma in un virtuale palcoscenico, permette, a ciascuno di respirare agire muoversi con libertà.

 

Se, mi è consentito, è un bravo regista e spero che ogni sua performance sia sempre superata da altra migliore…

 

Un cordiale saluto.

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.
 
 

 

 

 
 

 

 

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Divagazioni sull’arteInterviste

Mariateresa Aiello: l’arte di reinterpretare Marilyn Monroe

 

Mariateresa Aiello

 

L’arte di reinterpretare Marilyn Monroe

 
 
 
 
 
 
 
 

di Alessandra Primicerio |23|Aprile|2025|

 
 
 

In un’epoca in cui le icone del passato continuano a
plasmare la nostra cultura, l’artista
Mariateresa Aiello si fa notare per la
sua abilità nel reinterpretare figure emblematiche con uno sguardo originale e
personale. La sua ultima serie di dipinti, dedicata a
Marilyn Monroe, non è
solo un tributo a una delle star più celebri del cinema, ma un vero e proprio
viaggio nell’anima di una donna complessa e affascinante. Con l’uso di simboli,
colori vivaci e tecniche innovative, l’artista ci invita a scoprire le
molteplici sfaccettature della vita di Marilyn: dalla diva senza tempo, alla
donna vulnerabile e profonda. In questa intervista l’artista condivide con noi
le sue fonti d’ispirazione, il suo processo creativo e il significato dietro le
sue opere, offrendo uno spaccato di come l’arte possa fungere da ponte tra
passato e presente, rendendo omaggio a chi ha lasciato un segno indelebile
nella storia.

 
 
 
 
 

 

 

D.
Cosa ti ha ispirato a scegliere Marilyn Monroe come soggetto per questa serie
di dipinti?

R. Ho scelto di
interpretare Marilyn Monroe per una serie di dipinti perché ultimamente ho
osservato la sua immagine su alcune riviste che conservo. Ho iniziato a leggere
di lei e a documentarmi. Anche se non sono una ritrattista, dato che di solito
dipingo paesaggi e luoghi particolari che mi interessano, questa volta ho
voluto considerare questa figura affascinante.

D.
Qual è il messaggio che desideri trasmettere con queste opere che combinano il
ritratto di Marilyn con simboli e bandiere di vari paesi?

 R. Ho rappresentato Marilyn in cinque opere e
in alcune di esse ho inserito simboli come la bandiera americana. Nel primo
quadro, l’ho collocata in un contesto che riflette il suo mondo, poiché viveva
in un ambiente americano. Ho scelto elementi che richiamano l’America, come
stelle e strisce, per rappresentare la vita che conduceva. Marilyn è diventata
un’icona internazionale, conosciuta in tutto il mondo e ha ricevuto premi non
solo negli Stati Uniti, come il Golden Globe, ma anche in Italia, dove ha
ricevuto il David di Donatello da Anna Magnani.

D.
Come descriveresti il tuo stile artistico e quali tecniche usi per realizzare
questi dipinti così vivaci e carichi di colore?

R.   Il mio stile si basa sul trasposizionismo: gli elementi si
intrecciano, si sovrappongono e si fondono. Ad esempio, la corposità di Marilyn
si mescola con il cielo o il paesaggio circostante. Utilizzo la tecnica del
“dentro-fuori” e del “vuoto-pieno”. Amo i colori e i
contrasti, così ho rappresentato Marilyn con un viso delicato, immersa in
tonalità forti. Ho scelto di ritrarla solo a mezzobusto per cogliere la sua
anima piuttosto che il corpo.

D.
Perché hai scelto di utilizzare uno sfondo così grafico e simbolico con
bandiere ed elementi astratti? Cosa rappresentano questi elementi nella tua
visione artistica?

R. Lo sfondo che ho
creato è grafico e simbolico, con elementi astratti. Il cerchio rappresenta il
sole, mentre le stelle – simboli della bandiera americana – possono anche
simboleggiare la notte, poiché molti dei rapporti più importanti di Marilyn si
svolgevano durante le ore notturne. Ho cercato di rappresentare le luci e le
ombre in questa donna complessa, semplificando alcuni elementi per assemblarli
in un tessuto grafico moderno.

 

 

 

D.
Marilyn Monroe è una figura iconica che ha attraversato la storia. Qual è il
tuo approccio a reinterpretarla in chiave personale e moderna?

R.  Mi sono appassionata a Marilyn per la sua
poliedricità:  attrice, cantante, modella
e produttrice cinematografica. La sua vita è stata segnata da dolori e traumi,
come l’abbandono da parte della madre e le difficoltà nei suoi rapporti.
Nonostante tutto, era una donna intelligente, con una formazione in critica
letteraria. Ho voluto reinterpretarla in modo moderno, dopo aver approfondito
la sua vita e il suo percorso.

D.
Ci sono temi o aspetti della sua vita che ti interessano particolarmente e che
hai cercato di esprimere attraverso il tuo lavoro?

R.  In un dipinto, ho rappresentato Marilyn nella
sua New York. In un altro, l’attrice si abbraccia, riflettendo sull’amore per
se stessa, nonostante non sia riuscita sempre a prendersi cura di sé. Ho
incluso frasi che ha scritto, come: “Ho imparato che l’unica persona di
cui devo davvero prendermi cura sono io.” In un’opera la rappresento di
fronte al mare, in una spiaggia del Mar Tirreno, mentre in un’altra è
sorridente e pronta a calcare il palcoscenico. Nel quinto dipinto, si trova
davanti a un tramonto, con i suoi capelli che riflettono sia la luce che
l’ombra, simboleggiando serenità e dolore.

 

 

 

D.
Quanto è importante per te trasmettere emozioni attraverso l’uso del colore e
della composizione nelle tue opere?

R. È fondamentale per
me trasmettere emozioni attraverso il colore, che è essenziale nella mia arte.
Prima di dipingere, elaboro vari bozzetti fino a trovare la dimensione ideale
da riportare sulla tela. Utilizzo sfumature pastello più tenui in alcune zone,
mentre in altre opto per colori più forti e impattanti. Questa ricerca
psicologica riflette il mio essere donna, oscillando tra malinconia e gioia.

D.
Quando è stato difficile o stimolante lavorare su una figura così conosciuta
come Marilyn senza cadere in una semplice imitazione?

 R.  Non
ho voluto creare delle imitazioni di Marilyn. Ho studiato artisti come Andy
Warhol, Salvador Dalì e Mimmo Rotella, ma mi sono distaccata completamente da
loro. Mentre Rotella utilizzava il metodo dello strappo e Dalì aveva quasi
ritagliato la sua testa per apporla su una tela e vi aveva impresso del colore
rosso per rappresentare la passionalità della diva, Warhol l’ha rappresentata
in serie perché per l’artista l’arte era mercificazione e doveva essere
consumata come un qualsiasi prodotto, io ho cercato di catturare l’anima di
Marilyn, proiettandola in un contesto moderno.

 

 

 

D.
Quali sono i tuoi obiettivi come artista? Hai delle influenze specifiche che ti
hanno aiutato a sviluppare il tuo stile?

R. I miei obiettivi
futuri sono continuare a lavorare come artista, rafforzando il mio stile o
creandone uno nuovo. Non mi sono ispirata a nessun artista in particolare,
sebbene abbia studiato la storia dell’arte. Mi sono diplomata al liceo
artistico e laureata in lettere moderne con indirizzo artistico. Ho visitato
molte mostre, ma ho sempre cercato di attingere a quella scintilla che mi
distingue dagli altri. La mia mostra su Marilyn è ancora in corso fino al 15
aprile presso la galleria Le Muse  di Myriam
Peluso. 

 

 

 

Intervista e testo a cura di
Alessandra Primicerio (critico d’arte)

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandra Primicerio

 
Critico d’arte e docente di Storia dell’arte negli Istituti Superiori.
Si è laureata e specializzata, con il massimo dei voti, presso Università della Calabria.
È stata Cultore della materia e collaboratrice alla didattica del prof Luigi Spezzaferro  presso la cattedra di Storia dell’Arte Moderna, del Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, dell’Università della Calabria.
Ha catalogato opere di interesse storico- artistico per la Soprintendenza della Calabria.
Ha collaborato all’organizzazione di eventi culturali e alla didattica per numerosi cataloghi delle  mostre  promosse dalla Soprintendenza PSAE della Calabria.
Ideatrice e curatrice del  Progetto Laboratorio Didattico presso il complesso monumentale di Sant’Agostino per la mostra  Opere della Collezione Carlo F. Bilotti da Picasso a Warhol.
È stata Socio fondatore e Presidente della Coop. EventoArte che ha promosso e gestito numerose manifestazione culturali e mostre tra cui, per la prima volta in Calabria, “Leonardo da Vinci. Le macchine del Tempo” , presentata nel 2006  al Museo del Presente di Rende .
Guida specializzata presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo Arnone per numerose mostre.
Vincitrice del Concorso indetto dal Comune di Cosenza per aver elaborato una tesi sperimentale sull’arte in  Calabria.
Ha presentato diverse mostre Personali e Collettive.
Relatrice e moderatrice in diverse manifestazioni, convegni, meeting e conferenze.
Attualmente è membro e critico d’arte del Direttivo dell’Associazione UCAI –Cosenza e direttrice artistica del Centro Studi il Convivio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Divagazioni sull’arteLetteratura

Angela Kosta Una Voce Universale nella Letteratura Contemporanea – Recensione di Arben Iliazi

Angela Kosta

Una Voce Universale nella Letteratura Contemporanea 


Recensione di Arben Iliazi

 

La poetessa, scrittrice, traduttrice, editrice e promotrice
di fama internazionale Angela Kosta non l’ho mai incontrata di persona, ma ho
visto il suo lavoro, che brilla fortemente in vari mondi diversi. Sono rimasto
colpito non solo dalla sua creatività, ma anche dalla cura e la gentilezza che
essa dimostra, sempre pronta ad aiutare e promuovere gli autori albanesi e non
solo, in ambito internazionale. Grazie a lei e alla sua collaborazione con il
noto poeta e altrettanto virtuoso traduttore Kujtim Hajdari, a noi scrittori
albanesi, tutti i cieli hanno cominciato a sembrare limpidi dall’eccesso di spensieratezza
che ci offrono, con compassione quasi divina, questi scrittori di fama
internazionale, che possiamo definirli magnificamente “ambasciatori”
della cultura e dell’arte albanese nel mondo. Che gioia immensa quando ti
contattano, offrendo personalmente e generosamente la collaborazione a costo
zero, completamente gratuita, in base ai valori degli autori. Questa gentilezza
dovrebbe essere accolta, in quanto è un caso unico nella cultura albanese e
internazionale. In assenza di promozioni ufficiali, di cui i autori possono
sbattere la testa contro muri di metallo dall’indifferenza e dalla totale
negazione dei valori letterari artistici, per noi è una gioiosa fortuna avere
tale privilegio, che ci allontana i “demoni” del pessimismo, ci scuote
dal sonno e ci stimola la fiducia.

 

 

 

 

E’ molto difficile riassumere in poche righe una sintesi
dettagliata di tutti i complessi fattori che mettono in risalto la distinzione
della scrittrice e poetessa Angela Kosta dagli altri autori. Sto dando
brevemente, a mio avviso, alcune riflessioni su alcune delle poesie che ho
considerato, per analizzare in un altro caso anche la prosa.

 

Nelle poesie di Angela Kosta, è sempre la sensibilità
dell’epoca a decidere i confini del testo, trattando temi universali quali, di cui:
l’amore, la vita e le relazioni tra le persone, il dolore, ma anche la bellezza
dell’esistenza, la figura della donna, la natura, ecc…

 

Con la tenerezza, la generosità, l’eleganza che l’hanno resa
una scrittrice, poetessa e autrice di fama internazionale, Angela Kosta
fornisce la cornice per una vita appagante: il duro lavoro, la passione, la
riflessione, la volontà e la voglia di emettere la differenza.

 

Nel corpus poetico di questa autrice si fondono esperienze
estetiche, dove si addolciscono le emozioni puri e si creano discorsi
appassionati, in una situazione di fusione con la trascendenza, con il mondo,
con la sensibilità di ogni epoca.

 

È la sensibilità di ogni era che definisce ciò che è la
poesia. I codici della poetessa Angela Kosta si mescolano a quelli del lettore,
creando una “lingua creola”, con una generale promulgazione di
importanti elementi strutturali. (Poesia: Elegia)

 

Angela Kosta ha scritto poesie che si distinguono per la
loro tendenza meditativa, dove molte affermazioni poetiche sono svolte
all’interno di testi generalmente brevi. Questo stile di discorso si realizza
attraverso figure ricche, in particolare simboli e metafore, ma anche
attraverso un linguaggio molto intrecciato. (Poesia: Pensieri giallastri)

 

Il punto chiave della poesia di Angela Kosta riguarda
l’originalità e il carattere nascosto del “significato” estetico del
testo.

 

Il testo letterario delle sue poesie si trasforma in
catalizzatore dell’apparizione di volontà, di fede, di passione. Nel piano
di organizzazione formale, l’autrice concepisce il testo estetico come un tutto
significante, completamente sintetico. È proprio il rapporto tra le divisioni
testuali, la divisione in versi, in paragrafi, che rivela il significato
profondo e sconosciuto del testo. La poetessa si sente meglio nei versi liberi,
tali da ogni confine. Le poesie hanno piena coerenza di significato, proprio
quando la comprensione comune è scomunicata al puro non-significato.
Traducendola in un’organizzazione polisemantica della vita, imitando l’elemento
casuale dell’esistenza, l’arte poetica di questo autrice acquista così, una
valenza epistemologica. Angela Kosta, pur applicando diverse lingue come
autrice e traduttrice, utilizza molto bene la lingua letteraria albanese, la
sua madre lingua, dove il testo è automatizzato e la struttura
“anomala” del testo artistico richiama l’attenzione sul testo stesso,
in tutta la sua forma. Nella sua arte, la poetessa ha costruito un regno
di spontaneità senza regole,

 

ha prodotto testi convenzionali, dove il piano espressivo è
legato al piano del contenuto attraverso una relazione di motivazione.

 

Il discorso poetico di Angela Kosta è di natura unica, con
spiccate tendenze ellittiche, che tratta in via prioritaria l’esposizione dei
significati successivi attraverso il ricco sistema di figure. Le sue poesie
sono affiancate alla semplicità, al tangibile, all’euforia e alla tristezza,
con una concezione dinamica delle relazioni tra i vari disagi artistici. Le
creazioni non soffrono dell’oscurità del significato in mezzo a una figura
complicata. La poesia può essere dipinta solo guardando l’ottica dei
segni, in relazione alle unità di riferimento precostituite, al rapporto
sensuale, agli echi ansiosi, al “valore vissuto” che il testo produce
sul soggetto. In molte poesie di Angela Kosta, il pensiero artistico si esprime
attraverso una coesistenza strutturale e non esiste al di là di essa. Questo
collegamento include tutti i livelli del testo: fonema, morfema, parola, verso,
versetti e poesia.

 

(Poesia: Luce della sopravvivenza)

 

Per quanto riguarda alle metafore, la poesia di Angela Kosta
è costruita su un piano metaforico intrecciato con figure di costruzione
sonore. Anch’essa è sottotitolata dal simbolo, ma non è rappresentativo, mentre
in molti spicca l’antitesi della pura e contestuale antonimia, che costituisce
un mezzo prediletto dell’autrice, per dare emotività attraverso il confronto, o
più chiaramente, con l’adiacenza di fenomeni, che si contraddicono a vicenda, o
concettualmente, si escludono. Tutto questo è tanto spontaneo quanto deliberato
nel darti un brivido che ti colpisce. La metaforica interna del testo
artistico, a volte infrangendo anche le regole grammaticali, unisce immagini
che non sono accettabili nelle lingue naturali. L’arte poetica di questa
autrice, incita l’elemento casuale dell’esistenza, traducendo in
un’organizzazione polisemantica, gli ansimatici della vita.

 

Nella sua arte, Angela Kosta, ha costruito un regno di
spontaneità senza regole, ha prodotto testi convenzionali, dove il piano
espressivo è legato al piano del contenuto attraverso una relazione di
motivazione. La semantica di ogni parola, le ripetizioni fonologiche di ogni
materia ritmica, cioè in tutti questi fattori complessi, creano la distinzione
di questa autrice dagli altri. In molte poesie, se si confrontano gli elementi
fonologici che compaiono nell’insieme delle parole e nelle equivalenze; notiamo
che i contrappunti fonologici possono essere collegati a certe categorie
semantiche, dove una proiezione paradigmatica avviene nel sintagma. I testi
poetici sono semanticamente molto vicini, come conseguenza della somiglianza
della loro costruzione lessicale. Tuttavia, si osservano differenze nella
struttura ritmica, le diverse somiglianze che sorgono a livello fonetico dove
la poesia crea una tessitura spietata di significati. (Poesia: Sinfonia
scolpita)

 

“Angela Kosta usa le parole nelle sue poesie come se
fossero le pennellate di una grande artista”, disse il noto scrittore
italiano Adriano Bottaccioli. Essa entra tra i poeti che non esprimono
direttamente idee e credi sociali, ma insiste nel trasmettere l’armonia, la
musica, il profondo l’eco della parola. Perciò le sue poesie diventano
interattive, moltiplicando le orazioni. (Poesia: Lacrima lucente)

 

 

In questa autrice, incontriamo un forte concettualismo del
problema estetico, della dinamica interna, degli eventi e dei fenomeni.

 

Le sue poesie non hanno elementi di arte noiosa, artificiale
e senza vita. I suoi “voli” lirici affrontano la meditazione, con
colori forti di autoriflessione verso una realtà reale, che include e delinea
con colori tristi la realtà socio-psicologica. (Poesia: Un pezzo di pane)

 

 

Angela Kosta tocca la realtà dello specchio sociale –
morale. Il suo spunto è l’uomo comune, che assicura tra i sacrifici una vita
onesta, la realtà dell’esistenza e, in alcuni casi l’uomo identificabile. Nelle
sue poesie, Kosta trasmette un’immagine della colonna che si sta costruendo,
dove c’è molta magia, sofferenza, l’accoglienza del destino, la gentilezza e la
premura. Le sue poesie si inseriscono nel soggetto poetico del mistero, dove si
dispiega il culto per il mondo e per le persone. Prendiamo per esempio la
poesia dedicata alla madre, dove poeticamente appare il sentimento della
poetessa, così come il tormento per lei. Nella figura della madre, la
sensazione è colma di respiro. (Poesia: A mia madre Sofia).

 

 

Nelle poesie di Angela Kosta, nasce il culto di una sorta di
libertà umana, del sentimento di superiorità della specie con coscienza, che sa
emergere sulle perdite, sui dolori e sui rimorsi. Ciò che è evidente in loro, è
la spontaneità, l’accettazione della modesta vita, e quella dell’umanità… Il
sacrificio quotidiano degli esseri umani, la dura quotidiana, il crollo…

 

I suoi versi lirici prendono tratti di meditazione,

 

con forti colori di ripiegatura verso una realtà atroce, che
include e delinea con sfumature tristi la realtà sociale. (Poesia: Bambini
invecchiati) Le poesie di Angela Kosta, possono essere viste come un codice
poetico che trasmette un fatto, una situazione, uno stato emotivo ben
significato. Basta dare un’occhiata alla poesia “A mio fratello
Roland”. È chiaro che nel testo poetico di Kosta, i codici non sono
affatto automatizzati. Il lavoro poetico sul lessico è molto noto. (Poesia: A
mio fratello Roland)  L’autrice attribuisce importanza al lato figurativo,
in quanto è quello che svolge il ruolo principale nell’arricchire il
significato. In questa autrice, il livello delle figure, si trasforma in
evidenza ed evocazione dell’esperienza sensoriale per il mondo. La sua penna
indica la capacità di produrre significati analoghi a quelli delle percezioni
concrete. La poesia di Angela Kosta ha un’alchimia complessa, a volte di
carattere compromettente, dove l’adattamento del verso al significato di
esperienza, non è sempre al centro della sua preoccupazione e delle scelte
finali, della poetessa e del significato finale delle parole quali derivano
dalla loro sistemazione in una certa posizione strutturale. In questo modo si
stabilisce un doppio regime semantico del testo stesso, dandoci una poesia
soddisfacente per ritmo e musicalità. Il significato lessicale convenzionale è
solo una materia prima che viene riformulata dalla struttura poetica,
soprattutto in base agli effetti della musicalità. In questa autrice, la musicalità
non è un fine in sé, ma crea aree complesse di significato che si rinnovano
dopo ogni lettura ed esaltazione.  (Poesia: Sorriso cenere dedicato al
genocidio contro gli ebrei)

 

Angela Kosta occupa anche un posto importante nella prosa,
comprendendo diversi romanzi e novelle. Anche la prosa è nello stile della sua
poesia. Ciò è particolarmente evidente sul piano della loro struttura, dove la
priorità lo assume il simbolismo e numerosi significati testi, come nel caso
delle sue poesie. L’arte è il dominio della libertà, ma i loro rapporti sono
enormemente più complessi. Senza la prevedibilità dell’arte, è allo stesso
tempo la causa e la conseguenza dell’imprevedibilità della vita. Siamo di
fronte ad un’autrice molto particolare, con un talento vitale, con l’estremo
tecnicismo dell’arte letteraria, testimoniato in una serie di opere in poesia e
in prosa. Si può tranquillamente affermare che Angela Kosta, rappresenta oggi,
un fenomeno letterario, un poliglottismo artistico, dove un conglomerato di
talenti e doni insoliti è stato a lungo concepito ed esploso, in poesia, prosa,
traduzioni e promozioni… e tutto il resto che la sua mano scrive e crea.
Angela Kosta è uno dei casi più singolari della nostra letteratura
contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arben Iliazi, nato il 1° marzo 1963 a Saranda, è un poeta, saggista e drammaturgo albanese. Dopo aver conseguito la laurea in Filologia presso l’Università di Tirana nel 1988, ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore, ruolo che ha ricoperto fino al 1991. Successivamente si è dedicato al giornalismo, lavorando come giornalista e caporedattore in vari quotidiani della capitale.

Iliazi è conosciuto per il suo contributo alla letteratura albanese, con numerose pubblicazioni poetiche, saggi e opere teatrali. Le sue raccolte poetiche includono Vrundull (Eurorilindja, Tirana, 1994) e La saggezza del mare (Eurorilindja, Tirana, 1997), mentre il suo saggio più noto è Per la pace, contro la pace (Eurorilindja, Tirana, 1998).

Nel campo teatrale, ha scritto e messo in scena numerosi drammi, tra cui Cicerone fatto di plastilina (commedia, 1990), rappresentata al Saranda Professional Theatre con la regia di Thoma Milaj; Mio marito a chilometri zero (commedia, 2009), messa in scena al Teatro Aleksandër Moisiu di Durazzo, con la regia di Milto Kutali e Donard Hasani; The Heir (commedia, 2018), rappresentata al National Experimental Theatre con la regia di Milto Kutali; e The Crown Farce (commedia, 2020), portata in scena al Zihni Sako Theater di Gjirokastër, con la regia di Ledian Gjeçi.

Nel 2021, ha debuttato con il monodramma Con un piede in Paradiso, presentato all’Atelier 31 di Tirana, con la regia di Milto Kutali. Un altro suo lavoro importante è Osman Taka, un dramma storico, presentato nel 2023 a Tirana con la direzione di Naun Shundi e la produzione di Alket Veliu. Tra i suoi drammi più significativi, Delirium (2012) è stato valutato nella decima edizione dell’European Theatre Conversion (ETC) alla Biennale Theater di Wiesbaden, in Germania, dove Iliazi è stato proclamato uno dei 100 migliori autori europei.

Le sue opere teatrali sono state raccolte in 5 opere drammatiche (Neraida, 2003), mentre altre sue pubblicazioni includono Spiritus (2004), The Tersi of Zululand (commedia, 2006) e Lo sposo d’Europa (commedia, 2007).

Arben Iliazi continua a essere una figura influente nel panorama culturale albanese, con una carriera che spazia dalla poesia al teatro, arricchendo la tradizione letteraria del suo paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione di: Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle
Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE,
giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice,
traduttrice, promotrice

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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