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Divagazioni sull’arte

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Debora Pellegrini presenta la collezione “Arancia & Geisha” a Roma.

L’alta moda in vetrina, la collezione di kimono “Arancia & Geisha”, della Zadéf Design, il brand di Debora Pellegrini e delle figlie Francesca e Zaira Pennini, è stata presentata a Roma, indissolubilmente legata alla scenografia della Città eterna ed in particolare di Palazzo Valentini  dove si è svolto l’evento. L’ospite d’onore della sfilata, Anna Fendi, stilista e icona della moda italiana, protagonista della storia della maison Fendi e ambasciatrice del Made in Italy nel Mondo, è stata affiancata da volti noti dello spettacolo: Pippo Franco, Andrea Roncato e Adriana Russo. Madrina dell’evento, l’attrice Elena Russo.

Debora Pellegrini e Anna Fendi

 

Confezionati con procedimenti originali, perfezionando procedure e tecniche in un continuo fare, con l’uso di tessuti selezionati, come ci si aspetta per un abito sartoriale, i kimono “Arancia & Geisha” hanno attirato sull’atelier i riflettori degli operatori e della stampa di settore. La collezione si è distinta per originalità e ricerca, fondendo suggestioni calabresi con l’eleganza essenziale della tradizione giapponese per eccellenza. Le varie interpretazioni dei kimono presentati in occasione della sfilata romana, esplorano, infatti, l’eredità culturale del Sud, restituendo un rinnovato significato alla tradizione dell’Oriente. Il risultato, è una linea di capi versatili e contemporanei, pensati come espressione autentica di identità e libertà.  Il fascino che cela ogni kimono “Arancia & Geisha”, è origine di seduzione e mistero, ma, allo stesso tempo, perfetto per ogni occasione, perché si abbina con tutto, senza che l’innata eleganza sia mai compromessa. La Zadéf Design di Debora Pellegrini e di Francesca e Zaira Pennini, ha ben ponderato tutti i dettagli per la realizzazione dei kimono. Nell’atelier nulla è lasciato al caso, con tecniche da haute couture, più che da prêt-à-porter. La passerella di Palazzo Valentini è stata pervasa dall’incredibile universo del savoir-faire della Zadéf Design, dal linguaggio sartoriale contemporaneo che unisce culture, artigianato e modernità

Debora Pellegrini e Francesca Pennini
Kimono della Zadèf Design

Vision e mission di “Trame di colore, arte e moda in dialogo”, tra un susseguirsi di emozioni, passione, identità e suggestioni, è stata la sfilata della collezione di kimono “Arancia & Geisha”, curata dalla stilista Debora Pellegrini, founder del brand Zadef Design. Personalità, libertà e fascino senza tempo in passerella, quando le creazioni versatili e contemporanee dell’atelier Zadéf Design hanno preso vita indossati dalle modelle Tara Bou Farah, Yara Borrello, Mariapia Grossi, Francesca Pennini, Zaira Pennini, affiancate, in un momento particolarmente apprezzato dal pubblico, da Nicole Moscariello. Moda e glamour, una sfilata intensa, evocativa, quasi rituale. Con la collezione di kimono “Arancia & Geisha”, Zadéf Design esplora un must have contemporaneo, trasversale alle stagioni e agli stili, con capi facili da usare per vivacizzare look eclettici o casual, o per contrapporre più stili tra loro. Sempre ideali per rendere elegante ogni outfit. Alla moda, raffinati, di alta qualità e sofisticati, ma anche casual ed effortless, questa primavera i kimono “Arancia & Geisha” diventano il capo passe-partout più cool, che infonde un appeal diverso a qualsiasi look, da indossare nelle giornate in città come nelle notti d’estate off-duty. È questo che il pubblico chiede, e applaude le modelle e i capi della Zadéf Design nella sfilata romana

Kimono della Zadèf Design
Il maestro orafo Rocco Epifanio

L’evento “Trame di colore, arte e moda in dialogo”, promosso da Francesco Carpano, con il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale, e organizzato dall’Associazione culturale “Art global”, è stato curato da Angiolina Marchese, direttore artistico, e da Rosanna Vetturini, art curator, in collaborazione con Laura Bruno, critico d’arte e Conny Caracciolo, stilista e attrice. Tra i diversi e qualificati ospiti si è apprezzata la presenza di Ada Alberti, astrologa, giornalista e attrice, Paolo Celli, il cuoco delle dive, e Nicole Moscariello, dirigente Mases. Nel corso dell’evento, i giornalisti, gli operatori del settore e il pubblico intervenuti alla manifestazione hanno potuto apprezzare l’atemporalità dell’arte nelle realizzazioni orafe di Rocco Epifanio, che ha premiato con le sue creazioni Anna Fendi e Pippo Franco, e ha realizzato i gioielli per la sfilata dei kimono, e nelle opere pittoriche di due artiste di livello internazionale: Tiziana Guerra, che trasforma emozioni e intuizioni in dipinti di grande intensità nel racconto di un coinvolgente percorso poetico, e Cristina Natale, pittrice e decoratrice, che, con luce e colori presenta viaggi emotivi e sensoriali che impreziosiscono residenze reali e istituzionali in tutto il Mondo. La live performance del soprano Ana Lushi ha accompagnato i vari momenti di “Trame di colore, arte e moda in dialogo”, amplificando la visione creativa e la dimensione emotiva della collezione di kimono “Arancia & Geisha” della stilista Debora Pellegrini. La conduzione di Claudio Germanò, autore, attore e speaker radiofonico, e Gigi Miseferi, personaggio televisivo e teatrale, ha accompagnato e coinvolto il numeroso pubblico. Photographer ufficiale dell’evento Max Sebastiani. Saluti istituzionali di Francesco Carpano, consigliere dell’Assemblea Capitolina, e Pietrangelo Massaro, vicepresidente del Consiglio del Municipio XII.

L'artista Tiziana Guerra con la sua opera
L'artista Cristina Natale con due sue opere
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L’ARTISTA VERA IVANAJ E LA VISIONE DI UN MONDO SOSTENIBILE ATTRAVERSO LA SUA ARTE

Vera Ivanaj, albanese di nascita e francese per naturalizzazione, presenta un duplice profilo professionale che abbraccia sia la dimensione accademica sia quella artistica. Attualmente ricopre il ruolo di Professoressa Ordinaria di Scienze del Management presso l’Università della Lorena, dove è Direttrice del Dipartimento di Scienze Umane e Manageriali all’ENSIC (École Nationale Supérieure des Industries Chimiques) di Nancy, in Francia.

Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Economiche presso l’Università di Tirana e il dottorato in Scienze del Management presso l’Università di Nancy II. Nel 2019 ha ottenuto l’Abilitazione a Dirigere Ricerche (HDR) presso l’Università di Saint-Étienne. Prima di entrare all’ENSIC, è stata docente presso l’Istituto di Amministrazione Aziendale dell’Università di Metz, dove dirigeva il programma MBA.

Svolge attività di ricerca presso il laboratorio CEREFIGE (EA 3942, Università della Lorena), dove guida il gruppo di ricerca “Organizzazione e Risorse Umane”. È inoltre co-presidente della Conferenza Internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD) e Vicepresidente dell’Associazione accademica MESD.

Le sue ricerche spaziano tra diverse discipline, tra cui management strategico, sviluppo sostenibile, innovazione, imprenditorialità ed estetica organizzativa. Il suo lavoro è riconosciuto a livello internazionale ed è stato pubblicato in riviste e volumi di prestigio. Ha adottato un approccio transdisciplinare, maturato grazie a un’ampia esperienza nell’insegnamento e nella ricerca nelle scienze umane, sociali e manageriali.

È stata inoltre docente universitario (visiting professor) presso istituzioni rinomate come il Georgia Institute of Technology (Atlanta, USA), la Concordia University (Montreal, Canada) e la Roger Williams University (Bristol, USA). Nel corso della sua carriera ha collaborato con studiosi di fama internazionale, tra cui il Professor John McIntyre e il Professor Paul Shrivastava.

Le sue pubblicazioni scientifiche sono apparse su riviste internazionali quali International Journal of Technology Management, Group & Organization Management e Multinational Business Review, oltre che in capitoli di libri e monografie pubblicate da case editrici prestigiose come Edward Elgar Publishing, Palgrave Macmillan e L’Editions Harmattan. Una parte rilevante delle sue ricerche si concentra sulle strategie e le politiche delle imprese multinazionali, in particolare in relazione allo sviluppo sostenibile e ai cambiamenti climatici.

Accanto all’attività accademica, Vera Ivanaj è anche un’artista di talento. La sua carriera come pittrice di arti figurative è iniziata nel 2009 negli Stati Uniti, con opere astratte ispirate a maestri come Picasso, Miró, Kandinsky, Dubuffet e Delaunay.

La sua pratica artistica affronta temi filosofici complessi quali la vita, l’energia e il movimento, riflettendo sull’unità e unicità dell’esistenza attraverso un equilibrio dinamico tra pensiero, azione ed emozione. Le sue opere, esposte in Francia e a livello internazionale, fanno parte di collezioni private e pubbliche.

Nel giugno 2016 ha ricevuto il premio per il dipinto più originale al Salone Internazionale di Pittura in Lorena, distinguendosi tra 250 artisti francesi e internazionali. Membro della Maison des Artistes in Francia, continua a scrivere, dipingere ed esporre, oltre a tenere conferenze sull’intersezione tra arte e scienza e sul ruolo trasformativo dell’artista nella società contemporanea.

Il 5 febbraio 2026 ha ricevuto il Premio Internazionale d’Eccellenza “Comunicare l’Europa”, sotto il patrocinio del Parlamento Europeo a Roma.

Buongiorno Vera. Benvenuta tra i lettori e gli amanti dell’arte. Siamo tutti curiosi di conoscerla più da vicino: quando e dove è nato il suo rapporto con l’arte?

Per raccontare il mio incontro con l’arte, dividerei questa avventura in tre momenti fondamentali che hanno segnato la mia vita e la mia creatività.

Il primo momento riguarda i miei primi 25 anni in Albania, un periodo che definirei di sviluppo della sensibilità artistica e di risveglio estetico. Sono nata nel 1967 in un piccolo villaggio della regione di Malesia e Madhe, a Katundi i Kastratit (Albania), dove ho vissuto fino ai sei anni. Alla scuola elementare di Bratosh ebbi la fortuna di incontrare il grande artista albanese Ismail Lulani, che allora fu insegnante. Mi scelse come modella per un ritratto: un’esperienza che ha lasciato un segno profondo nella mia memoria.

In famiglia, anche la musica aveva un ruolo speciale: mio padre suonava il flauto e la lahuta. Le lezioni di disegno e musica erano le mie preferite. Sognavo di diventare pianista, ma le difficoltà economiche me lo impedirono. Avrei voluto studiare fisica, affascinata dall’universo, ma dovetti seguire un percorso imposto verso studi agrari ed economici. Questa frustrazione alimentò in me una forza interiore che anni dopo mi avrebbe riportata all’arte.

Il secondo momento coincide con la mia emigrazione in Francia nel 1991: una rottura totale, culturale ed emotiva. Tra il 1993 e il 2001 proseguii gli studi in economia e management, conseguendo un master e un dottorato.
L’arte rimase sullo sfondo, vissuta attraverso gli studi musicali dei miei figli al conservatorio.

Il terzo momento, che definisco periodo dell’impulso creativo, iniziò nel 2009. Durante un soggiorno negli Stati Uniti come visiting professor al Georgia Tech, sentii un risveglio interiore: capii di essere creativa per natura ma di non esprimerlo. Iniziai a disegnare in modo istintivo, e presto quell’energia creativa divenne inarrestabile.

Una svolta decisiva fu l’apertura del Centre Pompidou-Metz nel 2009. Davanti alle opere di Picasso, Kandinsky, Miró e Soulages provai una rivelazione: “È questo che voglio fare nella mia vita”. Tornata in Francia, entrai negli atelier di pittura libera dell’artista Violette Costet, che mi permise di esplorare pienamente la mia creatività.

 

Chi è il suo artista ideale?

L’artista che mi ispira più profondamente è senza dubbio Pablo Picasso. Mi affascinano il suo coraggio e la sua capacità di rompere le convenzioni delle scuole artistiche tradizionali. Ha saputo imporre una visione personale e innovativa attraverso correnti come il cubismo, ridefinendo i confini stessi della creazione artistica.

Per me incarna l’essenza dell’artista: un precursore, un inventore di mondi, capace di liberarsi dagli schemi istituzionali che spesso limitano l’espressione. La straordinaria varietà della sua opera testimonia una ricerca costante di senso. Pittura, scultura, disegno: ha esplorato molteplici linguaggi, affrontando rifiuti e incomprensioni con una perseveranza straordinaria.

Ciò che più mi colpisce è la sua capacità di penetrare la realtà e trasformarla in qualcosa di più universale. Le sue opere ci spingono a riflettere su cosa sia l’arte e quale sia il suo ruolo nella comunità. Attraverso la sua creatività inesauribile, Picasso apre porte verso una comprensione più ampia del mondo e di noi stessi.

Cosa pensa degli artisti contemporanei?

Gli artisti contemporanei riflettono le crisi del nostro tempo: crisi di identità, di valori, di senso. Viviamo in un’epoca in cui i modelli politici, economici e culturali del passato non funzionano più. In questo contesto, gli artisti hanno un ruolo essenziale: immaginare e costruire il mondo di domani.

Oggi però l’arte è spesso misurata dal valore commerciale. Questo crea una tensione tra “creare per vendere” e “vendere per poter creare”. Tale pressione può soffocare l’autenticità e generare profonde fratture interiori.

Credo che abbiamo bisogno di un’arte che ri-umanizzi, che unisca, che aiuti a costruire una società più giusta e più abitabile. Questa è la grande responsabilità degli artisti di oggi.

Cosa pensa all’uso dell’intelligenza artificiale nell’arte?

L’intelligenza artificiale rappresenta al tempo stesso una promessa e una sfida. È uno strumento affascinante che può ampliare le possibilità creative, offrendo nuovi orizzonti di sperimentazione. Per l’artista può diventare un alleato, non un sostituto. Può facilitare il processo tecnico e aprire esperienze estetiche inedite. Tuttavia, comporta anche interrogativi etici ed estetici che richiedono riflessione critica.

Sono convinta che gli artisti sapranno utilizzarla con consapevolezza, preservando l’autenticità della propria visione.

Può parlarci delle difficoltà nella sua carriera artistica?

La difficoltà maggiore è stata confrontarmi con i miei dubbi interiori. Mi chiedevo: ho il diritto di fare arte? Ha senso ciò che creo?
Essere artista significa esporsi, affrontare la solitudine e allo stesso tempo diventare anche imprenditore, trovando un equilibrio tra integrità creativa e sostenibilità economica. Nel mio caso, la sfida era doppia: conciliare carriera accademica e pratica artistica.
Nonostante tutto, questa convivenza tra due passioni mi ha insegnato equilibrio e perseveranza. L’arte per me non è solo una professione: è un modo di vivere.

Il vostro incanto per la terra, la natura e il colore ha influenzato il vostro stile artistico? In che modo?

La terra, la natura e i colori mi hanno offerto la possibilità di riflettere sull’essenza della vita, sull’energia e sul movimento che attraversano ogni cosa. È attraverso la loro presenza che posso immaginare il passato, il presente e il futuro. Questi elementi sono per me fonte di ispirazione e l’essenza stessa della creatività.

Per me, la terra è molto più di un materiale tangibile e visibile: è la fonte vitale, la base su cui si fonda la nostra esistenza. Nelle mie opere ho spesso lavorato con questo materiale per esplorarne la dinamica, per mostrare come nasce, vive e si trasforma davanti ai nostri occhi. Nella mia serie “Qui e altrove”, ad esempio, esploro il legame intimo tra l’essere umano, la materia e la terra, questo spazio che ci accoglie e ci nutre.

La natura, d’altra parte, va oltre l’idea stessa di terra. Mi conduce in un universo meraviglioso, senza inizio né fine, dove ciò che è naturale diventa essenziale in sé. Nella mia creatività non metto in discussione la natura: essa mi appare come una verità indiscutibile, così come la vita è un dato per tutti noi. Ma la natura ci invita anche a trascenderla, a fonderci con essa per diventare tutt’uno.

Nella natura trovo simboli, valori e leggi universali che guidano la mia creatività. È proprio lì che prendo coscienza di essere viva e che la vita stessa è energia, un processo di creazione continuo. Queste sensazioni sono difficili da descrivere a parole, ma vivono in ogni momento della mia pratica artistica.

La mia creatività cresce attraverso la natura e, tramite la mia arte, cerco di renderle omaggio. Voglio restituire alla natura ciò che essa mi offre ogni giorno: lo stupore davanti alla sua bellezza e il mistero profondo della vita che custodisce e ispira.

Lei ha avuto esperienze importanti come Capo del Dipartimento di Scienze Umane e Manageriali presso l’ENSIC (Scuola Nazionale delle Industrie Chimiche) a Nancy, in Francia, o come membro del corpo docente dell’Istituto di Amministrazione Aziendale dell’Università di Metz. Hanno influito queste esperienze sulla vostra formazione artistica?

Le mie numerose responsabilità accademiche hanno profondamente alimentato le mie riflessioni sul potere trasformativo dell’arte e sul senso di responsabilità che portiamo come artisti verso gli altri. Queste esperienze mi hanno insegnato cosa significa guidare, avere una visione, elaborare una strategia, gestire individui e sostenere il loro sviluppo personale.

Queste dimensioni, spesso associate alla gestione, risuonano anche nell’arte, mettendo in discussione il nostro ruolo di artisti e la nostra capacità di influenzare gli altri, nel bene o nel male. Ci invitano a riflettere sui nostri valori umani e sulla responsabilità che nasce quando il nostro lavoro diventa una luce, un’ispirazione per chi ci circonda.

Essere in una posizione di leadership, sia nel mondo accademico che in quello artistico, è di per sé un’esperienza estetica ricca e complessa. Queste responsabilità mi hanno permesso di creare legami con persone dai percorsi diversi, di stimolare sinergie con partner provenienti da aziende e istituzioni e di arricchire la mia comprensione delle dinamiche umane.

La gestione delle relazioni umane, che è al centro delle mie preoccupazioni manageriali, influisce anche sulla mia pratica artistica. Guidare significa bilanciare costantemente emozioni, pensieri e azioni, tre elementi essenziali che si riflettono anche nel mio processo creativo.

La creazione, come la gestione, è una sfida di fronte alla complessità. Richiede di trovare soluzioni innovative in un mondo che tende spesso verso l’omogeneità, l’uniformità e lo status quo. Ma è proprio in questa sfida che risiede la ricchezza: la possibilità di esplorare nuovi percorsi, rompere i confini stabiliti e portare uno spirito di trasformazione, per sé stessi e per il mondo.

Può parlarci del suo ruolo di ricercatrice nel laboratorio CEREFIGE (EA 3942, Università della Lorena) e anche come co-presidente della Conferenza Internazionale sulle “Imprese Multinazionali e lo Sviluppo Sostenibile” (MESD)?

Svolgo le mie ricerche presso il CEREFIGE, un centro di riferimento nelle scienze della gestione che riunisce circa 300 ricercatori. In qualità di responsabile del team “Organizzazione e Risorse Umane”, composto da circa 70 ricercatori, mi occupo principalmente di management strategico, esplorando questioni fondamentali come il modo in cui le strategie vengono formulate all’interno delle organizzazioni, quali sono le leve che le guidano e quali impatti producono nel tempo.

Il mio lavoro di ricerca si sviluppa attorno a diversi ambiti strettamente collegati tra loro. In particolare mi occupo di strategia nei contesti di crisi, di cambiamento strategico e di coordinamento organizzativo, ma anche di estetica organizzativa e di strategie legate allo sviluppo sostenibile. Attraverso questi studi cerco di comprendere come le organizzazioni possano adattarsi e innovare di fronte a contesti complessi e in continua trasformazione. I risultati di queste ricerche sono stati pubblicati in numerose riviste e libri internazionali e mirano a offrire un contributo interdisciplinare capace di sostenere le organizzazioni nelle sfide strategiche e innovative del nostro tempo.

Parallelamente, dal 2006 co-dirigo e organizzo, insieme ai professori Silvester Ivanaj e John McIntyre del Georgia Institute of Technology, la conferenza internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD). Nel corso degli anni sono state realizzate sei edizioni di questo importante evento accademico, organizzato in collaborazione con istituzioni prestigiose come il Georgia Institute of Technology, l’Università di Delhi e l’ISCTE-IUL. La conferenza ha riunito circa 1500 partecipanti provenienti da diversi Paesi e ha ospitato la presentazione di circa 500 lavori di ricerca.

Nel 2013 abbiamo inoltre fondato l’associazione scientifica internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD), di cui attualmente ricopro il ruolo di vicepresidente. Si tratta di un’associazione senza scopo di lucro dedicata allo studio e alla promozione delle strategie delle imprese multinazionali orientate allo sviluppo sostenibile. L’associazione rappresenta una vera piattaforma di scambio tra ricercatori, esperti, aziende e decisori politici, con l’obiettivo di produrre e diffondere conoscenze scientifiche e buone pratiche e di promuovere una riflessione collettiva sulle sfide strategiche dello sviluppo sostenibile a livello globale.

 
 

Cosa può dirci della sua stretta collaborazione con studiosi di rilievo, tra cui i noti professori John McIntyre e Paul Shrivastava?

Le mie prime collaborazioni con il professor John R. McIntyre risalgono al 2004, quando mi invitò a svolgere due periodi accademici prolungati (di quattro e sei mesi) negli Stati Uniti, come ricercatrice ospite presso il Georgia Institute of Technology. Figura eminente nel campo del management e del business internazionale, John McIntyre è professore presso lo Scheller College of Business e la Sam Nunn School of International Affairs. Dal 1993 ricopre anche il ruolo di Direttore Esecutivo del “Georgia Tech Center for International Business Education & Research” (CIBER), un centro prestigioso che promuove l’istruzione e la ricerca sulle sfide internazionali del business. La nostra collaborazione ha posto le basi per la conferenza internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD), nonché per l’associazione scientifica omonima, portando inoltre a numerose pubblicazioni internazionali in questo ambito.

Nel 2009 ho avuto l’onore di incontrare il professor Paul Shrivastava, una figura di reputazione mondiale e dal pensiero innovativo nel campo del management e dello sviluppo sostenibile, che ha profondamente influenzato il mio percorso professionale. Attualmente co-presidente del “Club of Rome”, ha ricoperto in precedenza il ruolo di “Chief Sustainability Officer” presso la Pennsylvania State University e quello di Direttore Esecutivo di “Future Earth”, il più grande programma mondiale di ricerca interdisciplinare sui cambiamenti ambientali globali. Insieme, abbiamo svolto un ruolo chiave nella creazione della “Chaire UNESCO pour les Arts et l’Entreprise Durable” presso la ICN Business School di Nancy, un progetto che riflette un intreccio unico tra arte, management e sostenibilità. La nostra collaborazione non si è fermata qui. Essa si è ulteriormente arricchita attraverso ricerche e pubblicazioni internazionali che esplorano il ruolo dell’arte e dell’estetica nelle organizzazioni e nella gestione. Questi studi congiunti hanno evidenziato l’impatto delle pratiche artistiche sull’innovazione, sul cambiamento organizzativo e sullo sviluppo sostenibile, confermando l’importanza di questi approcci nelle riflessioni manageriali contemporanee.

Silvester Ivanaj
Paul Shrivastava
John R. McIntyre

Nel 2019 lei ha conseguito l’Habilitation à Diriger des Recherches (HDR) presso l’Università di Saint-Étienne, un traguardo molto significativo. Avete incontrato difficoltà nel raggiungerlo?

L’Habilitation à Diriger des Recherches (HDR) rappresenta l’apice del riconoscimento accademico in Francia, un titolo elevato ottenuto dopo il dottorato. Questo diploma dimostra non solo la capacità di un ricercatore di sviluppare ricerche in modo indipendente, ma anche la sua abilità nel guidare tesi di dottorato. Basata su un dossier scientifico rigoroso, l’HDR mette in luce la coerenza, l’impatto e il contributo dei lavori del candidato all’avanzamento delle conoscenze nel suo campo. È inoltre un passaggio necessario per accedere alle posizioni di Professore universitario.

La preparazione di questo titolo, sebbene gratificante, è stata una vera sfida. Ho dovuto bilanciare le responsabilità quotidiane come docente-ricercatrice all’università con la mia pratica artistica, due impegni che richiedono un investimento intensivo. Tuttavia, questa esperienza è stata profondamente arricchente. Mi ha offerto l’opportunità di rivedere tutti i miei lavori di ricerca, valutare il loro impatto nel campo scientifico e fissare obiettivi ambiziosi sia per me stessa che per i miei dottorandi.

Attualmente, ho il privilegio di guidare le ricerche di quattro dottorandi. Questo incarico rappresenta una doppia responsabilità: guidare questi giovani ricercatori verso il completamento delle loro tesi e contribuire alla formazione del loro futuro professionale. La sfida è grande, poiché il loro successo accademico e la loro traiettoria futura dipendono in larga misura dal sostegno e dalla guida che ricevono. Attraverso questa esperienza, provo non solo l’orgoglio di trasmettere conoscenza, ma anche un forte impegno a investire nella nuova generazione accademica.

Nel giugno 2016 le ha vinto il premio per la pittura più originale al Salon International de la Peinture in Lorraine, competendo con 250 artisti francesi e internazionali. Cosa significa questo riconoscimento per lei?

Ricevere questo premio è stato per me molto più di un onore: è stata una valutazione e un riconoscimento da parte del mondo dell’arte per la qualità del mio lavoro e il valore estetico delle mie opere. La sensazione di essere percepita come una voce singolare, capace di contribuire alla conservazione e allo sviluppo della bellezza nell’arte, mi ha profondamente toccata. Sapere che ciò che creo è unico e che le mie opere risuonano negli altri dà un grande significato al mio approccio artistico. Quando ho iniziato a dipingere, era con un desiderio ardente, quasi istintivo, di portare qualcosa di nuovo nell’arte, di offrire una visione personale che potesse risuonare al di là di me stessa. Questo premio ha confermato tale aspirazione, non solo legittimando il mio lavoro, ma anche fornendomi una spinta potente a proseguire il mio percorso creativo. Non si tratta semplicemente di ricevere un trofeo o un titolo: è uno stimolo a spingersi oltre, esplorare nuove dimensioni nella mia pratica, superare i miei limiti e rimanere fedele a questa ricerca di significato e bellezza che mi ha sempre ispirata. Questo premio mi ricorda anche l’importanza della sostenibilità e dell’impegno in un approccio artistico, perché è attraverso questa perseveranza che possiamo continuare ad arricchire il mondo dell’arte e ispirare gli altri ad abbracciare la propria creatività.

Fermiamoci un momento sull’arte come strumento di pace e fraternità tra i popoli. Questo tema e motivazione è costante nel suo lavoro. Come riesce a trasmettere questi valori attraverso le sue opere?

L’arte, nella sua forma più pura, è un linguaggio universale, un ponte invisibile ma potente che collega cuori e menti al di là dei confini, delle culture e delle differenze. In un mondo segnato da tensioni, divisioni e da una continua ricerca di senso, credo fermamente che l’arte possieda un’abilità unica: risvegliare in ciascuno di noi ciò che è più umano – empatia, comprensione e speranza per un mondo migliore.

Le mie opere mirano a incarnare questi valori rivelando la complessità e la ricchezza dell’esperienza umana. Attraverso le mie creazioni, cerco di trasmettere una visione del mondo in cui contrasti, dualità e persino contraddizioni trovano un equilibrio armonico. Ombra e luce, forza e fragilità, razionalità ed emozione sono temi ricorrenti nel mio lavoro, perché riflettono la varietà delle nostre esistenze e identità. Esplorandoli, cerco di ricordare che ciò che ci unisce è più profondo di ciò che ci divide. L’arte ha inoltre il potere di superare le barriere culturali e di rivelare valori universali che ci collegano tutti: il rispetto per la natura, la ricerca della bellezza e l’aspirazione a vivere in armonia con gli altri e con se stessi. Attraverso le mie esposizioni, cerco di creare spazi in cui i visitatori, siano essi vicini o estranei alla mia cultura, possano ritrovarsi, emozionarsi e dialogare con le opere e tra loro. Per me, l’arte è un invito permanente alla riconciliazione. Un quadro o un disegno non conosce razza, passaporto o lingua; parla direttamente all’anima. Ponendo fraternità e pace al centro del mio approccio artistico, cerco di offrire agli spettatori un momento di riflessione e serenità, un’apertura verso l’altro e un riconoscimento reciproco. Perché credo fermamente che attraverso la bellezza e la creatività possiamo coltivare un futuro in cui i popoli non solo convivono, ma si uniscono in una celebrazione condivisa della loro umanità comune.

Lei ha partecipato a numerose esposizioni personali e collettive a livello nazionale e internazionale. Avete qualche esperienza espositiva che l’ha particolarmente colpita o che considera un punto di svolta nella sua carriera?

L’esposizione che ha lasciato il segno più profondo in me è stata quella che ho realizzato a Vienna nel 2017, insieme ad altri cinque artisti di fama internazionale. L’evento è stato organizzato dalla critica e storica d’arte austro-kosovara, Dr. Penesta Dika, il cui ruolo è stato determinante nello sviluppo del mio lavoro artistico. Grazie al suo sguardo critico acuto e alla sua straordinaria capacità di guidarmi, ha dato nuova energia alla mia pratica artistica, spingendomi a superare i confini della creatività ed esplorare nuove dimensioni nell’arte.

La Dr. Penesta Dika, che insegna pratiche di pubblicazione accademica, storia dell’arte mediatica e metodi di ricerca artistica e scientifica in istituzioni prestigiose come l’Università delle Arti di Linz, l’Università di Scienze Applicate di St. Pölten (Austria) e la UBT di Pristina (Kosovo), è riuscita a coniugare le sue competenze accademiche con una visione di cura audace. Grazie alla sua esperienza e al suo supporto, questa esposizione ha segnato un punto di svolta nella mia carriera artistica.

Penesta Dika

Le sue opere sono presenti nelle Gallerie d’Arte Moderna in Francia e a livello internazionale. Come si sente nel sapere che il suo lavoro è apprezzato e riconosciuto in contesti così prestigiosi?

È una grande gioia e una motivazione a proseguire nel mio lavoro. Ogni successo mi ricorda che l’arte è un viaggio in continua evoluzione, in cui non smettiamo mai di imparare e di superarci. È anche una lezione di umiltà, un invito a mantenere rispetto per il lavoro degli altri artisti, dei galleristi e dei critici d’arte, che contribuiscono ad arricchire il mondo artistico.

Tuttavia, questi traguardi comportano anche una sfida costante: mantenere elevati standard e autenticità nelle mie creazioni. Se ci si affidasse solo ai successi passati, il pubblico – che ricerca sempre emozioni sincere e qualità – potrebbe allontanarsi rapidamente. Per me, questi successi rappresentano una responsabilità: continuare a trasmettere messaggi universali, risvegliare coscienze e creare con la stessa passione che mi ha ispirata sin dall’inizio, mantenendo i piedi per terra e il cuore aperto.

Nell’arte lei utilizza linee, pennellate e simboli per trasmettere una visione di un mondo sostenibile, energico e interconnesso. Potrebbe spiegare il processo creativo di queste opere uniche?

La mia energia creativa nasce da una ricerca personale dell’essenza umana. Nella mia pratica artistica intraprendo un viaggio nelle profondità dell’essere umano. Ogni opera è un’esplorazione del suo mondo interiore, del suo giardino segreto, dei sentieri della sua vita. Amo immergermi nella sua complessità naturale e trascendentale, tra ciò che è “innato” e ciò che è “creato”, per scoprire i suoi tesori nascosti e immaginare le ricchezze che potrà generare domani.

La mia arte è una ricerca di equilibrio tra uomo e natura, un incontro con la varietà degli aspetti dell’esistenza che si rivelano durante un viaggio di vita, percorso qui e altrove.

Proprio per questo motivo, la mia creatività si esprime in serie tematiche che affrontano questioni umane complesse: Spazio & Tempo, Ombra & Luce, Scena & Retroscena, Ragione & Emozione, Essenziale & Universale, Semplice & Complesso, Forza & Fragilità. Attraverso queste opere cerco di rivelare la bellezza dei contrasti, dei poli opposti che, unendosi, trovano equilibrio e ci riconducono a una verità universale.

Ciò che offro attraverso il mio lavoro è un ponte tra l’invisibile e il tangibile, tra caos e struttura, tra spirito intangibile e materia concreta. Per me tutto inizia con un incontro: una giornata primaverile in cui coscienza e inconscio si uniscono in un matrimonio eterno di polarità. Sempre in movimento, in fermento, in evoluzione, le mie opere trasmettono questa energia di trasformazione. Invito il pubblico a percepire questa alchimia, a lasciarsi attrarre da questo dualismo che rende l’arte un atto potente, capace di modificare le nostre percezioni e, forse, di costruire un mondo migliore.

Quale messaggio vuole trasmettere ai giovani artisti?

Ascoltate la vostra voce interiore. Credete in ciò che fate. Nei momenti di dubbio, continuate a sperimentare e a ricercare. È attraverso la disciplina e la pratica quotidiana che si costruisce l’identità artistica.
L’arte ci insegna cosa sia la bellezza e, in fondo, cosa sia la vita. Non abbiate paura né di voi stessi né degli altri. Attraverso l’arte possiamo scoprire la versione migliore di noi e contribuire a un mondo più armonioso.

Ci può dire quali sono i suoi progetti futuri?

Il mio unico progetto è continuare a creare. La creatività è una necessità vitale, l’essenza del mio cammino. Non cerco di controllare il futuro; preferisco accogliere le opportunità che la vita offre.
Desidero continuare a mostrare quanto l’arte sia fondamentale per la nostra esistenza: nutre la pace interiore, ci avvicina agli altri e ci aiuta a vivere in armonia con il mondo. Accoglierò il futuro con fiducia e serenità.

Intervista a cura di Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice e promotrice letteraria.

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Divagazioni sull’arte

Il monumento a Enzo Maiorca. Considerazioni sui criteri e sulle letture dell’arte pubblica nel panorama culturale attuale

La scelta di erigere un monumento è un elemento importante per una città. Un busto, una statua o appunto un monumento, oltre a celebrare un evento o una persona illustre imprimono un fattore culturale di grande portata se saputo costruire e collocare. Pertanto quando la scelta del monumento, sotto il profilo artistico e urbanistico è azzeccata, determina un immediato fattore di identificazione per la cittadinanza che lo elegge a simbolo. Un esempio che sovviene subito è quello del monumento a Giordano Bruno a Campo de’ fiori, a Roma ossia nel luogo in cui venne arso dal Sant’Uffizio nel 1600. La forza espressiva della statua, la posizione e il punto esatto di collocazione, ne fanno un potente simbolo che caratterizza la piazza e la personalità storica rappresentata.

La città di Siracusa ha deciso di dedicare un monumento alla memoria dell’apneista Enzo Maiorca, più volte detentore del record mondiale di immersione. Una scelta condivisibile, quella dell’Amministrazione locale, che per l’occasione ha predisposto un bando pubblico per stabilire a chi affidare l’opera. Nel dicembre 2025 è stato reso noto il vincitore, ossia l’artista veneto Tiziano Favaretto. Ma l’opera vincitrice, per le caratteristiche formali, estetiche e contenutistiche desta diversi dubbi in merito alla qualità dell’opera stessa e al criterio di selezione. Dubbi che raccontano molto di come oggi viene interpretata dalle collettività locali e non, questo importante aspetto culturale.

L’opera vincitrice intitolata La risalita rappresenta l’apneista nell’atto della risalita dopo aver raggiunto il punto di massima profondità. La scultura lo rappresenta con il braccio destro aggrappato al cavo di guida e con il costato dilatato, caratteristica tipica di Maiorca. Nella relazione dell’artista si fa riferimento alla scelta della tecnica e dei materiali come il bronzo che stilisticamente dovrebbe ricondurre alla statuaria classica, essendo Siracusa una città dalla lunga storia greca. Tuttavia è necessario dire che il richiamo alla statuaria classica appare blando, essendo la posa e il soggetto certamente non appartenenti al sentire classico. Si aggiunga anche un aspetto tecnico sicuramente sottovalutato, ossia la presenza della doratura. Il monumento infatti verrà installato in Ortigia e posto a pochi metri dal mare, il che determinerà certamente il rapido deterioramento del trattamento di superficie, salvo una manutenzione molto attenta e costante.

Ma quali altre opere ha prodotto Tiziano Favaretto? L’unica fonte a cui si può attingere è Instagram dove egli ha pubblicato bozzetti e opere finite. I temi sono prevalentemente legati al mondo dei fumetti: statue di guerrieri greci e un Lord Byron che imita la scultura di Oscar Wilde a Dublino. Ciò ci fa capire che egli è alla prima opera importante della sua vita.

A fronte dell’annuncio del sindaco di Siracusa su Instagram e Facebook sono sorti diversi commenti da parte della cittadinanza. Molti i commenti positivi, legati più che altro al fatto che sia giusto ricordare la figura di Maiorca che ha valorizzato la città nel mondo (alcuni record furono battuti a Fontane Bianche, a pochi chilometri da Siracusa). Tuttavia non sfuggono alcuni commenti piuttosto pertinenti in merito all’opera. Qualcuno istintivamente associa la statua a un ballerino di lap dance, essendo il cavo di guida ben più simile a un palo da discoteca. Anche la stessa base su cui poggia dal render non sembra proporzionata alla scultura, apparendo troppo ampia. Personalmente mi chiedo se la statua potrà resistere a futuri eventi estremi come il ciclone Harry di alcune settimane fa, essendo la statua ancorata alle pinne che sono sottili rispetto al corpo della statua e dall’asta, che dovrà essere cava al suo interno onde alloggiare un impianto di illuminazione.

Molto incisivo il commento di un’utente che ha fatto notare come la statua non rappresenti il campione nella sua interezza. Maiorca infatti oltre alle gesta sportive era un uomo che viveva il mare come passione. Nel tempo ci ha tramandato diverse storie, leggende e vicende personali. Ma era anche un forte difensore dell’ambiente marino e delle coste. Aspetto che non emerge nella rappresentazione. Il commento era così incisivo da indurre lo stesso artista vincitore a replicare confermando, di fatto, l’intento di rappresentarlo esclusivamente come sportivo.

Se osserviamo la graduatoria di giudizio al primo classificato viene dato il punteggio di 86,6, mentre il secondo di 85 e il terzo 81,2. Volendo a questo punto confrontare l’opera del secondo classificato scopriamo che si tratta di Pietro Marchese con L’uomo blu. Elapsus ha già intervistato Marchese in merito all’incendio della Venere degli stracci a Napoli.

Egli ha rappresentato lo sportivo in una posa totalmente differente. Ha preferito una posa accovacciata, intento a osservare il mare antistante Ortigia e posto su una grande M. La lettera M richiama simbolicamente il mare, il suo cognome, Maria la moglie e Mayol il suo storico rivale. La scultura ha un evidente richiamo alla classicità perché è chiaramente ispirata all’Ares Ludovisi. Inoltre sono presenti dei bassorilievi che raccontano delle storie di mare narrate da Maiorca e nei lati corti due rappresentazioni del primo e dell’ultimo record di immersione del campione. La scultura è di un blu ottenuto tramite un processo di ossidazione che, oltre a evocare suggestione la preserva nel tempo.

Ma chi è Pietro Marchese? Marchese è uno scultore ben noto a Siracusa perché ha già realizzato due statue che nel tempo sono diventate piuttosto famose. La prima è la Sirena, una scultura dedicata a Rossana Maiorca e collocata in fondo alle acque di Siracusa. La seconda è il monumento a Archimede, divenuto un simbolo dello scienziato e posto all’ingresso di Ortigia. Ma nel suo curriculum si possono enumerare anche altre opere tra cui una scultura dedicata a Sandro Pertini presso il Comune di Stella. Pertanto stiamo parlando di un artista navigato.

Non essendo stati diffusi gli altri progetti perdenti presso i giornali locali e di settore, è stato preso per buono il verdetto. Per questa ragione non è neanche partito un dibattito culturale in merito. Nella pagina Facebook di Marchese sono arrivati attestati di stima da amici e artisti. Ad esempio Vincenzo Dentiartista e docente alle Belle Arti di Brescia entra nel merito qualitativo della scultura aggiungendo elementi di contenuto interessanti. Oppure quello di Davide Bramante artista fotografo di Siracusa che torna sulla rappresentazione di Maiorca non solo come sportivo.

A fronte di questi elementi, se confrontiamo le due opere, appare evidente il valore simbolico e contenutistico della seconda rispetto alla prima. E immaginando un’ipotetica guida turistica che si fermi davanti alla futura statua di Maiorca, indubbiamente spenderà più tempo davanti alla seconda piuttosto che alla prima, proprio a causa della maggiore evocazione simbolica rispetto al semplice racconto della risalita dopo il record. Questo elemento identitario in diminutio che oggi non viene adeguatamente preso in considerazione porterà indubbiamente a un minore riconoscimento da parte della cittadinanza.

A questo punto viene da interrogarsi: sulla base di quali elementi la commissione ha scelto un’opera piuttosto che un’altra? Solitamente per le opere artistiche, oltre al punteggio, viene rilasciato un commento della commissione che ne giustifichi la scelta e che rafforzi nell’opinione pubblica il criterio che ha portato a quel giudizio. Curiosamente non è uscito alcun commento sulle ragioni del giudizio, il che fa sospettare quantomeno un qualche vizio procedurale.

Pertanto la domanda che sorge spontanea è: come mai si sceglie l’opera di un esordiente che racconta il campione seguendo un aspetto parziale rispetto a un artista affermato che contenutisticamente esprime di più?

Come per qualsiasi opera pubblica, anche questo monumento è stato scelto da una commissione in seno al Comune composta da cinque persone. Seguendo gli articoli della legge, il presidente era un dirigente del Comune (ma era un avvocato), c’era poi la figlia di Maiorca, un ingegnere del Comune e due architetti: uno dell’Università di Catania e l’altro della Sovrintendenza di Siracusa. Se sotto il profilo giuridico non è possibile mettere in discussione la composizione, emerge come nota stonata l’assenza di un artista o di uno storico dell’arte, certamente più sensibile alle questioni della scultura. Tutto ciò accade perché la legislazione italiana in materia di appalti per le opere pubbliche, tra cui le opere d’arte (articolo 93 del Codice dei contratti pubblici D.Lgs. 36/2023), se da un lato richiede il criterio di una commissione competente con esperti del settore (la cui definizione resta purtroppo aperta a interpretazioni come in questo caso), dall’altro suggerisce (per evitare costi di consulenze esterne) di sfruttare al massimo le risorse interne al Comune.

La riflessione che se ne trae è che gli eccessi del passato, in termini di costi per consulenze esterne, abbia determinato la nascita di norme atte a frenare il ricorso a personalità illustri, ma a pagamento, che potrebbero fornire giudizi di valore all’interno di una commissione. Essendo ormai la ratio delle leggi italiane fortemente legate ai principi del risparmio economico, si determina anche un abbassamento qualitativo nel caso di opere d’arte e monumenti pubblici. Aggiungo inoltre come tali norme favoriscano anche il rischio concreto di nominare soggetti vicini al sindaco o all’assessore al ramo, onde favorire potenzialmente un candidato piuttosto che un altro, essendo i membri scelti in seno al Comune e non tramite liste ufficiali o per sorteggio, come previsto dalla precedente legge (art. 77 D.Lgs. 50/2016) che prevedeva la scelta tramite liste dell’Autorità Anticorruzione e, appunto, con sorteggio.

L’esempio di questa decisione sostenuta dal paradigma legislativo e culturale odierno ci mostra come la produzione artistica pubblica nel nostro paese non venga adeguatamente valorizzata per ciò che dovrebbe. Un’opera d’arte deve, con la sua apposizione, incidere sulla comunità sotto il profilo culturale. Il declino culturale del nostro paese passa da piccoli e grandi vizi procedurali, da criteri di valutazione superficiali, dal disinteresse verso la competenza e l’esperienza. Ma passa anche da un’opinione pubblica poco attenta a tutto, specie nel Mezzogiorno, infine passa anche dall’assenza di personalità della cultura che non siano più che altro interessati alla bassa polemica politica. L’esempio di questa realizzazione riguarda una realtà locale, ma è pienamente integrato nello spirito del tempo.

Vi ricordate il Monumento a Giovanni Paolo II di Oliviero Rainaldi? Venne inaugurato nel 2011 ed è oggi in piazza dei Cinquecento a Roma. Un monumento oggetto di infinite polemiche perché poco somigliante al papa ma anche perché oggettivamente insignificante sotto il profilo artistico. Tanto da non essere amato dai romani ed essere stato vandalizzato più volte.

Ecco, il paradigma in cui siamo immersi è proprio questo salvo, ovviamente, delle eccezioni che non smentiscono la regola generale del declino culturale del nostro paese.

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CinemaDivagazioni sull’arte

Jim Jarmush – F. M. S. B.

Ultimo lungometraggio di J J che gli è valso la palma d’oro a Cannes come miglior film.
Strutturato in tre episodi, apparentemente distinti tra loro, ma in realtà legati e necessari l’uno per l’esistenza dell’altro.
Nel primo episodio uno strampalato Tom Waits, riceve i due figli nella sua casa Isolata in mezzo alla natura. Il maschio più legato al padre, disposto ad aiutarlo anche finanziariamente, la femmina più disincantata e meno incline a commuoversi per la situazione del genitore.
Dopo un brindisi con l’acqua ed uno con il the, tra silenzi imbarazzanti che amplificano il suono della perdita del lavandino, si giunge ad un veloce e liberatorio congedo.
Rimasto solo Tom, ci rendiamo conto che non è così abbandonato e male in arnese come sembrava e che in fondo la sua reclita fa parte della commedia della vita.

Nel secondo episodio Charlotte riceve le due figlie per il the, appuntamento annuale nonostante abitino nella stessa città: Dublino. Due figlie molto diverse, la prima più sensibile e fragile, la seconda apparentemente più sicura di sé e realizzata. In realtà sappiamo poco di entrambe: i “come stai ?” non suscitano interesse per una risposta e addirittura la madre, scrittrice affermata, nasconde gelosamente il proprio lavroro artistico invece di renderne partecipi le figlie.
Anche qui brindisi con il the, silenzi imbarazzanti che in realtà parlano molto in una casa algidamente troppo perfetta, fino al commiato liberatorio per tutti.

L’ultimo episodio riguarda due gemelli che prerduti i genitori hippy in circostanze tragiche,  si ritrovano nella casa parigina vuota dove sono cresciuti. L’analogia di questa casa con quella di “ultimo tango a Parigi può essere casuale o meno, ciò che conta è il legame fortissimo che unisce i due ragazzi, fuori dagli schemi, ma pare proprio gli unici a provare sentimenti sinceri, duraturi, rovistando tra i ricordi fotografici familiari indelebili e gli oggetti appartenuti a papà e mamma, due vite finite accatastate in un box.

Quello di Jarmusch è un minimalismo sottile dove tutto pare immobile, mentre in realtà anche i silenzi svelano mondi interiori. Anche le immagini dei ragazzi con lo skate presenti in tutti gli episodi paiono raccontarci di una visione nostalgica della gioventù che non può titornare.
Un film interessante che analizza spietatemente i rapporti familiari, aiutato dalla bravura del cast, primo fra tutti Tom Waits, ma anche Charlotte Rampling , Adam Driver e Cate Blanchett rendono credibile e piacevole questa pellicola.

Paul

Pier Paolo Tralli

Imprenditore nel campo del commercio, appassionato di cinema e fotografia. Sue opere sono state selezionate in vari siti web e gruppi fotografici. Ha partecipato a diverse mostre collettive e pubblicazioni di volumi cartacei. Ha all’ attivo un libro fotopoetico in collaborazione con lo scrittore Claudio Strano. Pensa che l’ arte nelle sue varie forme sia un regalo che rende più leggera l’ esistenza.

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Divagazioni sull’arte

Essere artisti nel primo Novecento

L’arte manifesta la capacità di affrontare l’indicibile, nell’immaginare la bellezza

anche dopo le disumanità, dimostrando come può essere impulso di rinascita.

Domande essenziali nell’arte moderna, ma ancora attuali per l’arte contemporanea.

Una storia complessa che pone, tra l’altro, l’annosa questione di quegli anni (e a seguire) del realismo e dell’astrattismo o di un’arte non figurativa o geometrica: linguaggi che si accodano alla politica e alla sostanza di una controversia che raffronterà l’arte e gli artisti in una dialettica che andrà avanti per alcuni decenni. Ed è su questo confronto, tra ascolto e contrapposizioni, che si apre una finestra sull’essere artisti in un periodo di forti cambiamenti. Quanto ha pesato l’impegno nell’arte che definiamo moderna? Gli artisti furono innovatori pur nel rispetto della tradizione formale classica o interpreti con una vicinanza concreta alla realtà? Arte significa impegno politico oppure nulla deve avere in comune con il suo utilizzo come impegno sociale?

   Dopo il Futurismo, percorriamo la storia di alcuni gruppi di artisti e di “Corrente”, che fra il 1938 e il 1943 sarà l’unico movimento artistico a esprimere nuovi impulsi creativi in un’Italia sonnecchiante agli eventi che pur si prefiguravano con toni minacciosi, che si manifestò pubblicamente attraverso mostre in gallerie private che furono fondamentali per esporre le opere del gruppo, dal momento che i canali ufficiali erano ostili. Una storia importante documentata dalla Fondazione Corrente, istituita a Milano, che conserva un vasto archivio di opere e documenti e promuove studi, mostre e pubblicazioni dedicate ai suoi protagonisti. 

   L’antefatto, che descrive una delle stagioni più intense e necessarie dell’arte italiana del Novecento, è da ricercare alla fine della Prima guerra mondiale che aveva lasciato dietro di sé morte e rovina. Si sentiva una gran voglia di ricominciare, così pure nell’arte che paventava una rivisitazione dello stile della classicità antica e dei suoi ideali, ispirato dalla pittura postimpressionista ed espressionista, e che guardava a un ritorno alla composizione, dopo gli sperimentalismi delle avanguardie d’inizio secolo. Avanzò così l’esigenza di un realismo fatto di raffigurazioni semplici e comprensibili che si realizzò con alcuni artisti (Bucci, Drudeville, Sironi, Funi, Oppi, Malerba, Marussig) che nel 1923 esposero per la prima volta come “Gruppo del Novecento” e nel 1926 sotto il nome di “Novecento italiano”, a Milano, al Palazzo della Permanente.

   Nei dipinti si favoriva la quotidianità, resa da uno stile ispirato all’arte del passato, ma un’arte tutta italiana che nel corso degli anni Venti produsse consensi anche da parte della critica, come per il “Gruppo dei sei” a Torino nel 1928 (Paulucci, Galante, Levi, Boswell, Menzio e Chessa) formatosi alla scuola di Felice Casorati, lontani dalla politica culturale del fascismo, ma che negli anni Trenta, in una convergenza involontaria, finì per rispecchiare le esigenze culturali del sistema che proprio nei fasti della classicità trovava la sua più forte allegoria. E una prima opposizione a tale situazione si ebbe a Milano da alcuni critici, artisti e intellettuali, come Benedetto Croce, autore del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” nel 1925, e Lionello Venturi, critico d’arte, che fu uno degli undici accademici italiani che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista nel 1931, che sostenne molti artisti e la sua opposizione durò fino a quando non fu costretto all’esilio. Contribuì anche l’inaugurazione di due gallerie in cui si ritrovavano gli artisti: Belvedere e Milione. Quest’ultima, in Via Brera, fu un punto di riferimento fondamentale per un’apertura europea, giacché qui circolavano i cataloghi d’arte straniera (vietati oppure osteggiati) e si discutevano le opere degli espressionisti francesi.

   Su questo terreno fertile culturale nacque la rivista “Corrente” dove confluì il dissenso sia culturale sia politico, che si opponevano all’isolamento culturale imposto dal fascismo, cercando un dialogo con la scena internazionale – in un insieme artistico del tempo che comprendeva sia la Torino dei sei, sia la Roma della Scuola di Via Cavour poi chiamata Scuola Romana (Mafai, Raphael, Scipione, Afro, Capogrossi, Pirandello). Fondata a Milano dal giovanissimo Ernesto Treccani nel 1938, che ne fu il direttore fino alla chiusura voluta dal totalitarismo con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Fra i collaboratori Vigorelli e Dino Del Bo, De Grada e Dino Formaggio, Lattuada e Comencini, Vittorini e Montale, Saba, Gadda, Carlo Bo. Fra gli artisti Birolli, Cassinari, Guttuso, Manzù, Migneco, Morlotti, Sassu e Vedova, che rifiutavano sia il classicismo sia il cerebralismo dell’arte astratta, guardando a Picasso e a Van Gogh (ma anche a Ensor, Munch, Kierchner).

   Dal 1939 a Milano, e fino al 1943, il numero degli artisti aderenti si allarga a Dino Lanaro, Carlo Levi, Fiorenzo Tomea, e per la letteratura Quasimodo e Vittorio Sereni con la sua poesia esistenziale e il concetto d’immagine rilevato nei suoi scritti sull’arte dove individua il confronto tra segni verbali e quelli pittorici. Nel 1944 il “Gruppo Corrente” era già ormai disperso e alcuni dei suoi membri animarono le file della Resistenza, mentre Birolli e Guttuso documentarono con il disegno la crudeltà del conflitto.

   Inizialmente Corrente fu un movimento tollerato dal fascismo – che considerava gli intellettuali e gli artisti, una casta cui concedere alcune libertà di pensiero negate al resto della popolazione – e riuscì a formare la figura dell’intellettuale non fascista, così come contemporaneamente, in Germania, per gli artisti della Nuova Oggettività. La prima esposizione di Corrente si tenne al Palazzo della Permanente di Milano nel 1939 cui seguirono quelle organizzate nella “Bottega di Corrente”, la piccola galleria in Via della Spiga, che diede ancora voce al gruppo nell’attività editoriale e artistica fino al 1943 con l’irruzione della polizia durante una mostra di Emilio Vedova. L’inaugurazione doveva essere anche l’occasione per presentare il “Manifesto di pittori e scrittori” che avrebbe dovuto essere pubblicato, le cui bozze redatte da Morlotti e Treccani furono però ritirate dagli artisti prima del blitz, ma poi pubblicato nel 1946, ponendo le basi per il successivo manifesto del Realismo, chiamato anche “Oltre Guernica”, firmato da artisti del “Fronte nuovo delle arti” e da Testori, in cui si affermava la necessità di un’arte figurativa legata alla realtà e un rifiuto delle gallerie mercantili, dando per scontate le ragioni dell’impegno politico.

   Nella mostra “Corpora, Fazzini, Guttuso, Monachesi, Turcato” del dicembre 1946 alla Galleria del Secolo a Roma, i cinque artisti si presentarono con un “Manifesto del neo-cubismo”, pubblicato nel catalogo della stessa mostra. Qui dichiarano che loro, come tanti altri giovani dalle “esperienze differenti ed isolate”, a Roma come in altre città italiane, si erano ritrovati uniti nella esigenza d’esprimere la realtà attraverso il rinnovamento dello stile, a partire da quell’indirizzo che parte da Cézanne e si sviluppa nel fauvismo e soprattutto nel cubismo, anche se sostanzialmente non volevano essere semplicemente dei cubisti, ma apprenderne la lezione per una coscienza formale senza cedere a teorie che farebbero dimenticare la realtà.

   Parallelamente in Italia non manca la costituzione di altri gruppi di artisti, come a Venezia con la Nuova Secessione Italiana, anch’essa dalla maniera postcubista; a Roma Forma 1 (1947), che da un iniziale sguardo guttusiano e interesse per la nuova generazione di pittori francesi, raggiunge l’anno successivo un approccio alla forma di tipo non figurativo. Inoltre a Napoli, il Gruppo Sud; a Firenze Arte d’oggi, nato nel 1947 per iniziativa di Nativi, Berti, Brunetti e Farulli; a Bologna il gruppo che ruotava attorno alla rivista “Cronache”: Borgonzoni, Ciangottini, Mandelli, Minguzzi e Ilario Rossi.

   Intanto nel contesto internazionale, negli Stati Uniti d’America, la fase successiva al cubismo storico sarà un punto di partenza per l’informale assieme allo studio del sintetismo e del surrealismo. In Francia operavano i pittori della Nouvelle École de Paris, una generazione di giovani pittori introdotta anche in Italia nell’eco della mostra alla Galerie René Drouin di Parigi nel 1945 (cui parteciparono Fougeron, Gischia, Manessier, Le Moal, Robin, Tal-Coat, Tailleur, Singer, Pignon), citando anche Estève, Bazaine e Lapicque, e la mostra “Pittura francese d’oggi” alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Roma) che espose delle loro opere nel 1946. Contemporaneamente in Europa prende forma l’esperienza del gruppo CO.BR.A., acronimo di Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam, attivo tra il 1948 e il 1951, tra schematismi figurali ancora di influenza postcubista innestati sulla tradizione espressionista nordeuropea attraverso il segno e il gesto.

Renato Guttuso - Crocifissione 1940-41

Anni molto importanti pure per quanto riguarderà gli sviluppi futuri, se pensiamo che furono movimenti nati per quell’idea di esistenza legata alla politica come relazione sociale tanto quanto l’arte come espressione di coinvolgimento civile dell’artista stesso, nella funzione rivoluzionaria della pittura, punto di partenza per la storia dell’arte italiana, nel lavoro di artisti protagonisti di una stagione capace di coinvolgere l’interesse di tutti al di là della propria estrazione culturale e formazione. Usando nuovi linguaggi in contrasto con la staticità del tempo, con un cromatismo acceso per dare voce al malessere cercando di riconnettere l’Italia alle avanguardie d’oltralpe, ispirandosi anche ai Fauves, il movimento artistico di pittori, perlopiù francesi, che nella prima parte del Novecento diedero vita a una esperienza di breve durata temporale, ma di grande importanza nell’evoluzione dell’arte, perché ne proponevano l’innovazione.

   Il dibattito, dunque, su questi temi in Italia si apre con più vigore agli inizi degli anni Quaranta del Novecento quando si crea un cenacolo di cui fanno parte molti degli artisti di Corrente i quali, negli incontri a volte anche molto accesi che avvenivano nei caffè intorno l’Accademia di Belle Arti di Brera come naturale punto di incontro e fermento intellettuale, porteranno a nuove consapevolezze nello scrivere i “manifesti” che non possono non tenere conto dei drammatici momenti contingenti. E il dopo Corrente prenderà spunto da quanto si prefigurava fin da allora nei due diversi filoni in cui si divisero: quello realista (Guttuso, Morlotti, Sassu, Treccani e Mucchi) e quello espressionista (Cassinari, Migneco), ossia la Corrente Realistica, sottolineata sempre da un impegno politico e sociale, e la Corrente Astratta. Intanto cresceva il Fronte Nuovo delle Arti, con una ulteriore apertura verso l’Europa ma, come altri gruppi dalla vita breve, racchiusa in pochi anni.

   Resta la Crocifissione di Guttuso (1941), conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, simbolo della dialettica tra oppressione e ribellione, con i pugni chiusi dei crocifissi che esortano alla resistenza, e l’attualizzazione del sacro in una analisi del dramma cristiano ponendolo in relazione con le brutalità belligeranti. Un’opera controversa e potente che trasforma il tema sacro in una metafora della sofferenza umana e della lotta contro la vessazione, con una umanità nuda in un paesaggio martoriato, che suscitò scandalo per il suo stile espressionista, le nudità e il messaggio politico e civile, in una disposizione sovrapposta delle croci e prospettive distorte che trasmettevano un senso di caos e tragedia imminente. I personaggi sono spogliati da abiti riconoscibili in una connotazione storica, per illustrare una tragedia universale, mentre lo sfondo dà corpo a un paesaggio urbano bombardato, che trasforma il Golgota in una scena di scontro, richiamando la tragedia contemporanea, e Maddalena, ai piedi di Cristo, nuda che abbraccia il corpo esanime, simbolo del dolore dell’umanità. 

   Presentata al Premio Bergamo nel 1942, scatenò uno scandalo artistico. Guttuso scrisse che voleva dipingere il supplizio di Cristo come “una scena di oggi”, una rappresentazione di tutti coloro che subivano “oltraggio, carcere e supplizio per le loro idee”. Il quadro non era una celebrazione religiosa, ma un urlo contro la violenza del dispotismo. Ma nonostante la Curia di Bergamo e il Vaticano condannarono l’opera come blasfema, Guttuso vinse il secondo premio, diventando il manifesto della resistenza degli artisti di Corrente. Così come nelle varie edizioni del Premio (dal 1939 al 1942) tra i partecipanti e premiati figurano nomi come Filippo de Pisis e Fausto Pirandello, che pure avrebbero segnato l’arte italiana del dopoguerra.

   Gli interrogativi indicati mostrano il profilo culturale dopo ogni idealismo e formalismo, dopo ogni retorica dell’arte che cade nel vago e nell’arbitrario, condividendo nell’esperienza la percezione nella Guernica di Picasso, del simbolo della lotta contro la barbarie di ogni guerra. Un aneddoto racconta che alcuni soldati di Franco osservandone il quadro domandarono a Picasso: “Avete fatto voi questo orrore, maestro?”, e lui rispose “No, è opera vostra”. Emerge da queste parole il grido di pace sugli eventi della prima metà del Novecento e c’è anche l’arte che evidenzia le nefandezze compiute dall’uomo cui oppone la possibilità di esprimere una morale necessaria per costruire una nuova società. Così dalla disperazione, dal primo bombardamento aereo contro una popolazione civile che la storia ricordi, dalle simbologie di un toro che figura la furia del conflitto e di un cavallo per un popolo ferito, e nei volti dei personaggi deformati in una denuncia dell’angoscia, ecco lo spirito di risurrezione che ha condotto molti artisti a creare canoni artistici all’insegna di una rinnovata capacità espressiva. Perché indubbiamente Picasso ha esercitato una influenza su gran parte degli artisti italiani del primo Novecento e intorno alla sua figura gira molta parte delle vicende artistiche italiane.

   Oltre alla Crocifissione di Guttuso, diversi artisti realizzarono opere che sfidavano le regole del regime o documentavano la violenza del tempo, spesso per alcune dovendo farle circolare in segreto. Giacomo Manzù, ad esempio, e i rilievi in bronzo della Passione (1939-1941), lo scultore realizzò in queste opere i carnefici di Gesù che indossano spesso elmi e divise che richiamano i soldati tedeschi o le milizie fasciste, trasformando il racconto biblico in una condanna esplicita della brutalità bellica contemporanea. Oppure Migneco che con le sue figure di contadini e pescatori segnati dalla fatica, presentati con colori violenti e tratti duri in una alternativa radicale all’estetica esaltante della propaganda fascista, nel mostrare un’Italia povera, occultata nei cinegiornali dell’epoca. Non solo. Si attivava la resistenza anche attraverso i cataloghi, poiché le opere erano difficili da esporre, il gruppo utilizzò la grafica e il disegno come forma di diffusione clandestina: piccoli albi di disegni che passavano di mano in mano tra i giovani intellettuali, contenendo immagini che inneggiavano alla libertà e alla solidarietà tra i popoli. 

   Emersero, dunque, nuove energie in cui possiamo ravvisare ancora e soltanto un denominatore comune: l’ambizione di separarsi dall’arte ufficiale, e altri tasselli fissano una memoria che ha elaborato fatti, azioni, per capire quale posizione gli artisti abbiano avuto nella cultura italiana di quel periodo che non poteva prescindere dal sociale. Per questo andrebbero approfonditi questi difficili anni d’arte, per conoscerne il clima carico di tensione in un degrado culturale se guardiamo alla Germania, dove Hitler nel 1939 in risposta a svolte polemiche contro il nazifascismo fece bruciare, a Berlino, cinquemila dipinti di artisti europei. Arte considerata “degenerata” che facevano parte delle oltre sedicimila opere d’arte moderna che i nazisti avevano confiscato dai musei tedeschi a partire dal 1937. La distruzione fu l’apice della campagna nazista contro l’arte moderna, che considerava non tedesca, ebrea o bolscevica e sintomo di corruzione morale e decadenza razziale. Prologo fu, nel luglio 1937 a Monaco, con una mostra itinerante sull’Arte Degenerata (Entartete Kunst), che esponeva circa seicentocinquanta opere con l’intento di deriderle e umiliare gli artisti e i direttori dei musei che le avevano acquistate. Molte delle opere considerate di maggior valore sul mercato internazionale furono vendute all’estero, spesso a prezzi stracciati, per finanziare il regime nazista, mentre quelle considerate invendibili o di minor valore furono destinate al rogo.

   Artisti come Chagall, Kandinsky, Ernst Ludwig Kirchner, Klee, Munch e Picasso furono tra i bersagli di questa campagna di eliminazione e dispersione, ma la mostra attirò un pubblico vasto, circa un milione di persone, superando di molto i visitatori della contemporanea “Grande Mostra dell’Arte Tedesca” ufficiale, che celebrava l’arte “ariana” approvata dal governo. Poi i tedeschi devastarono molte opere d’arte durante le operazioni belliche, mentre altre furono trafugate e molte sono tuttora disperse. Perché l’arte, antica e moderna, parla a chi vuole intendere e questo, ancora oggi, spiega perché le dittature nel mondo la censurano, la temono e la distruggono. L’arte, infatti, manifesta la capacità di affrontare l’indicibile, nell’immaginare la bellezza anche dopo le disumanità, dimostrando come può essere impulso di rinascita.

Andrea Barretta

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Divagazioni sull’arte

Luce, Forza e Femminilità nell’Arte di Giuseppina Irene Groccia – A cura di Serena Seri

Giuseppina Irene Groccia è un’artista e performer italiana che abbina con disinvoltura grande intuito, manualità eccellente e professionalità: l’arte della pittura a quella della fotografia… un occhio allenato e votato alla bellezza, al particolare illuminante, alle proporzioni; bellezza che esprime analisi, anima, carattere.
L’arte della Groccia è sintesi di comunicazione, linguaggi impattanti, sintesi di introspezione e riflessione all’insegna del carattere, dell’intensità, della determinazione, della volontà dell’impresa sfidante conclusa con successo ed orgoglio.
L’artista esalta l’energia, la volontà, l’impegno, l’abnegazione, l’intensità attraverso la luce che pone nell’espressività… Sottolinea la consapevolezza ed il sacrificio che sfocia in un credo appassionato verso traguardi sempre più ambiti ma perseguibili.
Un invito al fruitore, un messaggio a favore della capacità delle donne, una poetica permeata da carattere, energia, temperamento, personalità.
Un concetto di autostima elevato, finalizzato al successo… dove conflitti emotivi vengono gestiti con imparziale lucidità, equilibrio e senso pragmatico della realtà… Una Donna vincente che supera le barriere dell’ipocrisia, del falso perbenismo, delle convinzioni maschiliste con risultati schiaccianti, impattanti ed ottimali, carichi di velocità emotiva.
L’Artista, molto apprezzata tanto in Italia quanto all’estero, gode di giusta notorietà, plauso e alto gradimento.
L’ultima mostra in Sicilia, Biennale di Messina, è stata un trionfo: un tripudio di ovazioni da parte del pubblico e della stampa… un’Arte piena di umanità e luce.
L’Arte della Groccia descrive, in abiti antichi, i valori cardine della Società, valori quali la fierezza, l’energia, la passione, elementi vincenti dell’essere umano leader che dovrebbero essere indossati 24 ore su 24 da ogni Donna per migliorare la propria vita e quella della Società.
Un fine sociologico, educativo, psicoattitudinario, comunicativo.
Eccellente tecnica, armonia di forme e contenuto, eccezionale espressività.
L’Arte della Groccia può essere, per certi versi, considerata universale, perché supera lo spazio e il tempo ed esalta la Virtù e le correlate caratteristiche probe, simbolo di integrità morale e di valore.
Un inno alla vita sotto l’egida della giusta causa: un Credo nobile…
Protagonista della propria vita.

Regina di Cuori in ambientazione

Il tema dell’affermazione dell’IO, della consapevolezza delle proprie forze al servizio dell’ardua impresa, della riuscita, della vittoria schiacciante.
Il colore è un mezzo per influenzare l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima e la rafforza!
Un accorato invito, quello della Pittrice, a non desistere e, al contrario, a perseverare fino al conseguimento del risultato finale.
I colori, la tecnica digitale, la postura sono, diciamo, la cornice… perché la tela dipinta in realtà si chiama intensità, quel quid che ti porti dentro, anche quando ti distacchi dal dipinto, dalla location dove vive appesa a un chiodo, e resta con te quando torni nella quotidianità, tra un sorpasso in autostrada e una rapida, fugace corsa al supermarket in chiusura serale…
Ecco cos’è l’Arte non duplicabile: uno sguardo morbido ed intenso che resta con te, respira con te, vive con te, e non ti abbandona mai dal momento che l’hai scelta! Regina di cuori è questo!
Perché l’Arte è intensità, perché l’Arte è per sempre, come un tepore avvolgente, uno sguardo rassicurante, un profumo inebriante, un qualcosa che ti segue ovunque tu vada, sollevando il tuo morale, la tua coscienza, il tuo Io, e ti esorta a continuare con la schiena “dritta” e rigore, per nuove sfide sempre più difficili ma emozionanti, scaldate da impegno, emozione, determinazione e fermezza.
A mio avviso non è importante più di tanto il materiale impiegato né la tecnica usata,
ma ciò che rende un’opera unica e non duplicabile è l’espressività impattante.
Quest’opera ne è un esempio tangibile,
perché l’espressione è in realtà l’Anima dell’Individuo.
Ecco! Questo portrait emana fierezza, portamento… energia da vendere!
L’occhio sfidante,
la sfida è un tema cardinale,
è resilienza, forza interiore.
Infatti il dipinto si chiama “Regina di cuori” e, per chi conosce appena il significato delle carte, la comprensione del tema diventa più semplice.
Ecco pertanto la Protagonista altera, decisa, sprezzante del pericolo e dell’opinione pubblica, stagliarsi con indomita potenza al cospetto dello spettatore.
Recita Pirandello: “Così è se vi pare”…
Regina di cuori ha ancora vinto con astuzia, arguzia, grinta e coraggio, sacrificio e forza interiore.
Perché la grinta mette il fuoco nel motore della vita,
e questo è sempre e per sempre, in ogni capitolo della vita e della storia dell’Umanità.
Un grande significato racchiude, pertanto, quest’opera.
Un grande messaggio travolgente ed impattante è quello che esprime l’Artista:
l’Arte è educazione etico-sociale, divulgazione ed esaltazione di messaggi morali al servizio dell’Umanità.

 

Serena Seri

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Divagazioni sull’arte

Il respiro del tempo. L’Arte come inquietudine gentile

“L’arte non va spiegata. Non credo esistano risposte logiche e assolute alle sensazioni che un dipinto o un’opera ci restituiscono. Vanno colte e vissute, ciascuno con la propria sensibilità. E questa non ha un nome proprio, esclusivo. Le sue vibrazioni arrivano a tutti.”

La mia interlocutrice accompagna le parole con lievi movimenti delle dita, eleganti e accurati come i pennelli di un maestro calligrafo cinese, quasi a voler ponderare meglio ciò che dice e ciò che la sua mente continua a scandagliare, lasciandomi in sospeso. Sono mani che si raccontano, che narrano della madre, una sarta raffinata di prestigiosi atelier, e del padre, un appassionato pittore che ha saputo accogliere e nutrire la curiosità di una bambina sempre pronta a esplorare.

Mentre le parlo, Daniela Polselli, è circondata dalle sue creature, quadri che, appesi alla parete, scandiscono periodi di vita e snodi artistici determinanti. “Ora non mi appartengono più. Sono diventata altro”.

Lo sottolinea con un tono di voce discreto, ma carico di consapevolezza. È dotata di un grande talento che esprime con gusto raffinato. Le sue origini romane si percepiscono nell’ironia brillante, nel sarcasmo pungente ma spiritoso, nel realismo disincantato che guarda alla vita con lucidità e disillusione.

Quando le chiedo se la frase scelta per il suo profilo Instagram la rappresenti davvero, prima di rispondere, la ripete ad alta voce: “Inutilmente s’affaccia all’arte chi è in pace con se stesso. È stato un caro amico a condividerla con me e, anche allora, non mi disse l’autore. Devo ammettere che non ho approfondito, lo farò certamente. Comunque, d’istinto, mi suggerisce cose ben precise. Innanzitutto, di non adagiarsi in una zona di comfort, di scoprire, di analizzare, di vedere cosa c’è al di là di un possibile limite. Presuppone tanta curiosità, voglia di mettersi in gioco, di fare quello che non ci si aspetta da noi stessi. Magari, all’improvviso, si riceve il giusto impulso e si comincia a fare qualcosa in più rispetto al giorno precedente. Significa, però, anche altro per me. Non sono mai stata una persona tranquilla. Mi sono sempre considerata introversa e posta innumerevoli interrogativi. Sentirmi a mio agio in uno spazio interiore ed esteriore non è né ovvio né spontaneo. Semplicemente, non riesco a trovarlo. Mi dicono che non mi accontento, ma non è questo. Mi stanco a stare in un luogo a fare sempre le stesse cose, a ripetermi. Il fatto di non essere in pace con me stessa è un aspetto legato alla mia indole. Scruto in modo minuzioso e, quando arrivo al fondo della realtà, mi dico che non ho più nulla da scoprire, e quindi mi dedico a qualcosa di nuovo. Un’attitudine che, inevitabilmente, ha generato tante possibilità nella mia vita”.

Questa irrequietezza l’ha spinta a cimentarsi in nuove tecniche e nuovi soggetti. Le linee marcate, i chiari e gli scuri, le ombre definite ricordano lo stile del grande Maestro Giorgio de Chirico, il Pictor Optimus, e Daniela Polselli, pur non sorpresa del mio accostamento, reagisce con un sorriso misurato e un’umiltà sincera, premurandosi subito di mettere i puntini sulle ‘i’.

“Forse, per i paesaggi onirici. Comunque, è un onore essere messa in relazione con un Artista come lui. Avrei potuto ricordarlo inizialmente, tuttavia sono cambiata molto.  Vede, li ha notati anche lei, alle mie spalle, ci sono parecchi dipinti, una sintesi di ciò che ho realizzato in questi anni. Non mi interessano più, perché il mio percorso mi ha condotta altrove.  La prestigiosa Associazione di Roma ‘Cento Pittori Via Margutta’, mi ha spronato a partecipare anche quest’anno, e mi avrebbe concesso di esporre opere del mio passato. Ho deciso di rinunciare, perché desidero presentare lavori frutto di studi più recenti e in sintonia con l’evoluzione artistica che sto vivendo. Amo osservare le persone quando si soffermano davanti ai miei cavalletti. Le loro reazioni ed espressioni sono una cartina tornasole di quanto sia stata in grado di trasmettere di me stessa. Ciò che hanno visto prima appartiene a fasi vissute e ormai e trasformate in altro.  Oggi mi muovo nel campo figurativo realistico tendente all’astratto. Lo definirei un figurativo astratto”.

Herat - Tecnica mista

Potremmo approfondire?

“Si parte da una figura evidente, anche se i colori non sono realistici. Indagando, si comprende che non lo sono affatto. Dell’astrazione adoro che comunichi attraverso il colore, la forma, la suggestione evocativa”.

 

Ha dei modelli artistici di riferimento?

“Una pittrice, Tina Sgrò, le cui opere sono caratterizzate da linee quasi monocromatiche, da un figurativo veloce, in movimento. E poi, un pittore spagnolo, Carlos San Millán, la mia stella polare. Anche lui, infatti, sta orientandosi sempre più verso l’astratto. Le sue forme non sono riconoscibili nell’immediato. Da una visuale lontana, sono individuabili come negli impressionisti, ma da vicino non lo sono più, pur continuando a suscitare forti sensazioni”.

 

Mediterraneo
Angoli di luce a Burano
Caldo autunno - Tecnica mista

Com’è nato il suo rapporto con la pittura?

 “Quando ero piccola, frequentavo le elementari, il mio papà dipingeva tutte le domeniche. Appoggiava la tela su un tavolo. Era molto preciso, a differenza di me, ma non usava il cavalletto, e questo influiva sulla prospettiva. Era autodidatta, faceva ciò che sentiva. Cercava di imitare i suoi artisti preferiti. A me incuriosiva moltissimo. Mia madre, invece, era una sarta di atelier, realizzava cose importanti e sofisticate, anche se la sua professione mi attraeva meno.  Mi affascinavano gli strumenti e i materiali usati da mio padre. Ricordo, ad esempio, il cotone con cui riproduceva le nuvole. La domenica mattina facevo i compiti seduta accanto a lui, proprio mentre dipingeva. L’ho sempre stimato infinitamente. Quando realizzai il mio primo quadro, a diciassette anni, lui me lo incorniciò con un entusiasmo immenso, stimolandomi e incoraggiandomi a proseguire.  L’unica cosa che davvero percepivo era che la pittura mi avrebbe offerto l’opportunità di esprimermi, soprattutto con le forme. È qualcosa che mi è sempre appartenuta, come il disegno. Se si riesce a intercettare una passione innata, allora si può eccellere; altrimenti, occorre tanto studio. Davanti al cavalletto, mi perdo completamente. Posso iniziare la mattina e andare avanti fino a tarda sera. Mi accorgo del trascorrere del tempo soltanto dalla variazione della luce naturale”.

La pittura è dunque la sua ragion d’essere?

“Sì, ritrovo me stessa, ogni giorno, in ogni istante. Mi reputo fortunata perché non tutti riescono a individuarla”.

I suoi diversi approcci stilistici fanno sì che nulla sia lasciato al caso.

“È soggettivo. Alcuni trovano le mie opere significative, altri chiedono: ‘Ma come mai dipinge sempre le scale?’ E io non so fornire risposte esatte, tanto che, ultimamente, ai dipinti non assegno nemmeno i titoli, li denomino ‘Interno 1, Interno 8’. Lascio che sia la sensibilità dell’osservatore a guidarlo. Non necessariamente ciò che voglio dire è intuibile. Ribadisco, l’arte è uno spazio libero. Contano le emozioni e gli stimoli”.

 

Cosa vuole comunicare dal punto di vista emotivo?

“Il filo conduttore delle mie opere è sicuramente ‘il tempo sospeso’, un invito alla riflessione su noi stessi. Un tempo sganciato da qualsiasi vincolo. Non ho la pretesa di insegnare o trasmettere grandi concetti, se non tramite i colori, studiati e volutamente in contrasto, per conferire armonia al quadro e stimolare la mente. In generale, mi piace inserire un elemento di disturbo che catturi l’attenzione. Il mio taglio è quasi sempre fotografico, spesso ravvicinato e obliquo. I colori, invece, aiutano a riflettere, non sono affatto banali. Concentrandomi su di essi, posso meditare. Nelle ultime opere amo creare contrasti cromatici.  In particolare, in un dipinto in cui è presente una tavola apparecchiata senza alcun commensale. A me rammenta quella domenicale della nonna, ma non è detto che altri vi si identifichino allo stesso modo. I miei lavori sono volutamente non realistici, sono un’espressione istintiva di un gesto inconsapevole, come un tratto rosso sangue sotto un comò della nonna. Sembra qualcosa, ma cosa? Il sangue, la vibrazione profonda del colore che provoca un brivido, una velocità rivelata da un gesto non cosciente”.

Il tempo per pensare è un lusso.

“Già. Sarò concreta e schietta. Attualmente, molte esposizioni artistiche non vengono concepite per contemplare appieno le opere. Il ritmo di osservazione viaggia su canali troppo rapidi e sfuggenti. Ed è un grande peccato”.

Ha menzionato l’associazione ‘Cento Pittori Via Margutta. Può parlarcene?

“È un’associazione storica di Roma, illustre e di respiro internazionale.  Via Margutta è sempre stata un centro nevralgico della capitale italiana, dove nel ‘600 i pittori paesaggisti si incontravano. Poi, negli anni Sessanta è nata l’associazione, ispirata da questo movimento. Io ho iniziato a seguirla da visitatrice e sognavo di farne parte. Un giorno, conobbi il presidente dell’associazione, Antonio Servillo, che mi offrì la possibilità di esporre; da quel momento è diventato un appuntamento annuale. Ora, ne sono addirittura socia. Un grande motivo di orgoglio per me. Come dicevo pocanzi, ho la possibilità di osservare in diretta le reazioni dei visitatori di fronte alle mie opere. È questo che mi dà la misura di quanto e cosa riesca realmente a comunicare. È parte dell’esperienza”.

 

Porto Pollo
Silenzi

Se dovesse scegliere tre sue opere rappresentative, quali sarebbero?

“Anch’io me lo chiedo spesso. Forse, sono quelle che porto sempre con me, perché corrispondono a dei passaggi interiori rilevanti. ‘Porto Pollo’, un’evoluzione significativa, non solo tecnica, dall’acrilico all’olio. Poi, ‘Silenzi’, terminata velocemente, in tre giorni, dove le ombre sono state realizzate con un’unica pennellata. C’è molto del mio istinto lì. Infine, quella con la tavola apparecchiata, ‘Via Prenestina 235 ‘, da cui sono ripartita. Molti dei quadri che ho creato in passato erano propedeutici, un campo in cui fare pratica con la tecnica e i pennelli e, quindi, dopo un po’, essendomi trasformata interiormente, non mi rispecchiavano più”.

 

Via Prenestina 235 - Olio su tela

Quali sono i materiali che più utilizza?

“Olio su tela. In alcune opere, però, ho impiegato anche gesso e acrilico.”

È stata protagonista di esposizioni personali come quella di Torre Mirana, nel comune di Trento. Ha altri progetti futuri?

“Vorrei unire la mia passione per la pittura alla porcellana. Esprimermi anche attraverso di essa. Mi piacerebbe conoscere territori al di fuori di Trento, dove vivo da molti anni, e perlustrare, ad esempio, il Nord-Est italiano. La mia sperimentazione personale comunque continua a prescindere dalle esposizioni. Per me, la ricerca è fondamentale. Qualche tempo fa, un artista iperrealista, Franco Dore, soprannominato da tutti noi il “Maestro”, mi ha detto: ‘Si deve lavorare tanto sul cavalletto. Più ci si sta, più si affinano sensibilità e percezione. Si comprende quanto colore usare e come dosarlo.’ Io aggiungerei che è altrettanto essenziale studiare il passato, comprendere da dove gli artisti sono partiti e dove sono voluti arrivare. Ciò aiuta a sviluppare e a definire la propria forza comunicativa. È come quando si impara a scrivere: bisogna prima apprendere l’alfabeto, iniziare a comporre le parole, le frasi e solo successivamente è possibile cimentarsi in altro. La formazione personale aiuta a trovare la direzione giusta, a incanalare una passione. Devo dire che i miei studi in Beni Culturali mi guidano costantemente”.

Ha avuto un maestro che l’ha formata?

“No, ho fatto tutto da me. Ho iniziato imitando fotografie, poi, con gradualità, ho cercato di distaccarmi da vari modelli per raggiungere il mio spazio interiore. Mi rendo conto che quando parlo di pittura divento criptica, non riesco a dire molto. Sono stata abbastanza chiara?”

Dove si vede tra qualche anno?

“Non so di preciso. Posso dirle che sicuramente non mi troverà in un ufficio e non credo che andrò mai in pensione. A me piace molto Trento e vorrei continuare a vivere qui, ma le mie origini potrebbero riportarmi a Roma. Amo le artiste, le signore in là negli anni, che partecipano alle mostre dei ‘Cento Pittori Via Margutta’, e che, nonostante l’età, sono ancora entusiaste di farlo. Le considero una grande famiglia. Continuerò per certo a studiare e a ricercare dentro di me per poter condividere al meglio. C’è, in una scena del mio film preferito, Come eravamo di Sydney Pollack,  una frase che ascolto spesso, perché mi descrive perfettamente. La protagonista, Katie Morosky, Barbara Streisand, a un certo punto, al ‘Tu non molli mai, eh?’ di Hubbell Gardiner, Robert Redford, replica, con la tenacia che la contraddistingue: ‘Solo quando ci sono proprio obbligata. Però so perdere molto bene.’ È una scena esemplare: riconoscere chi siamo stati, accettare chi siamo ora e capire che alcune emozioni restano, anche se la vita ci porta in direzioni diverse. È un promemoria a vivere senza rimpianti. So di avere tanto, di aver concretizzato un’infinità di cose grazie a questa mia indole, al senso di indipendenza e di autodeterminazione. Non mi accontento e non mi accontenterò mai. E proprio come Katie, fiera di se stessa, mi dico: però, guarda cosa posseggo”.

Pandemia

Daniela Polselli (Roma) è un’artista contemporanea la cui ricerca pittorica si colloca tra figurazione e astrazione, in un equilibrio raffinato tra forma, luce e introspezione. La sua formazione umanistica e gli studi in Beni Culturali le hanno fornito un solido impianto teorico, che si riflette nella cura compositiva delle sue opere. Definisce il proprio linguaggio come figurativo realistico tendente all’astratto: un territorio di confine in cui la riconoscibilità del soggetto cede gradualmente il passo alla dimensione evocativa del colore e della materia.

Le sue opere, spesso caratterizzate da prospettive oblique e contrasti cromatici intenzionali, esplorano il concetto di tempo sospeso, uno spazio interiore di riflessione e percezione emotiva.

Membro della prestigiosa Associazione “Cento Pittori Via Margutta” di Roma, ha partecipato a numerose personali e collettive, tra cui la mostra di Torre Mirana nel Comune di Trento. Nella sua poetica, l’arte si configura come un processo di continua sperimentazione e ricerca identitaria, in cui l’inquietudine diventa motore creativo e misura di autenticità.  

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ArteDivagazioni sull’arte

Studi d’artista: viaggio nelle stanze segrete dell’arte

Studi d’artista: viaggio nelle stanze segrete dell’arte

In un mondo che corre veloce e che spesso consuma le immagini d’arte con uno scroll distratto, c’è ancora chi sceglie di rallentare e desidera aprire porte reali, non solo virtuali. Per fortuna c’è chi ama ancora sedersi accanto agli artisti, dentro i loro studi, per ascoltarli mentre raccontano la propria visione, il proprio percorso, le proprie fragilità.

Da questo desiderio di incontro e di sguardo autentico che nasce “Studi d’artista“, la rubrica curata da The Art Post Blog, che da anni racconta l’arte contemporanea attraverso le voci dei suoi protagonisti. Una serie di interviste intime e appassionate che portano il lettore dentro gli atelier, ma anche dentro le vite di chi crea: pittori, illustratori, street artists, incisori, autodidatti e professionisti affermati, provenienti da tutta Italia (e non solo).

Ogni incontro è un viaggio unico, fatto di colori, parole, storie personali e geografie interiori. C’è chi ha trasformato un angolo del soggiorno in un laboratorio, chi ha scelto di non mostrare più le proprie opere online, chi usa la materia come memoria viva, chi dà voce al dolore, alla bellezza, al corpo.

Dove nasce davvero l’arte

L’arte nasce lontano dalle luci delle gallerie, lontano dai feed social in perenne aggiornamento, l’arte continua a nascere ogni giorno dentro spazi reali, vissuti, imperfetti. Studi ricavati in soggiorni di casa, laboratori condivisi, vecchie officine trasformate in atelier: è lì che prende forma quella materia fragile e potente che chiamiamo arte.

Con la rubrica Studi d’artista possiamo entrare proprio in questi luoghi, fisici ed emotivi, per incontrare chi crea con passione, fatica e libertà, ma dove scopriamo anche chi l’arte la promuove in forme diverse.

Si tratta di una mappa sentimentale dell’arte di oggi, fatta di storie che non cercano la spettacolarizzazione, ma la verità del fare. Uno spazio in cui gli artisti si raccontano senza filtri, davanti al proprio cavalletto o accanto a una stampa ancora fresca, tra pigmenti, silenzi, entusiasmi e dubbi.

Le interviste raccolte in questa serie non sono semplici domande e risposte.
Sono incontri, racconti in prima persona, voci che parlano di tecnica ma anche di vita. C’è infatti chi ha fatto della pittura una forma di resistenza, chi lavora tra le montagne, chi trasforma la sofferenza in materia, chi dipinge in soggiorno e chi in una vecchia officina. C’è chi non mostra più le proprie opere online, perché crede che l’arte si debba vedere dal vero.

L’intervista come incontro

Ogni articolo della serie è un’intervista in profondità, ma si legge come un racconto. Nessuna domanda preconfezionata, nessuna risposta di circostanza. Solo parole vere, nate dal confronto, dal tempo e dall’ascolto.

C’è chi ha trovato nell’arte una via di salvezza, chi lavora con materiali di recupero, chi racconta il proprio territorio, chi esplora il dolore, la memoria, l’identità.

In un’intervista recente, ad esempio, Mauro Patta ci ha raccontato il suo legame con la Sardegna e il senso profondo dei suoi murales. Come lui, tanti altri artisti hanno condiviso riflessioni, esperienze, cambi di rotta e processi creativi che raramente trovano spazio altrove.

Un invito a rallentare

In un panorama digitale sempre più veloce e distratto, Studi d’artista invita a rallentare, osservare, ascoltare. Ogni intervista è un’occasione per riscoprire la dimensione umana dell’arte, per sentire la voce di chi crea e per tornare al valore del gesto, del segno, della materia.

Che si tratti di un giovane autodidatta o di un artista già esposto in galleria, poco importa: quello che conta è la verità del fare, quella che si respira solo entrando davvero in uno studio.

Ogni intervista è una finestra aperta, un piccolo ritratto umano, una mappa emotiva della creatività di oggi.

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ArtistiDivagazioni sull’arte

Mario Perrotta Viaggi Cromatici tra Sogno e Realtà

Mario Perrotta


Viaggi Cromatici tra Sogno e Realtà

 
di Stefano Vecchione |09|08|2025|
 
 

Premiato qualche giorno fa all’Art Center Museum di Pechino, il grande estro di Mario Perrotta, la luce del Sole del Tirreno paolano, l’estate tanto attesa, i pennelli e i colori a olio e acrilici su tele di cotone o di lino, vanno a rappresentare l’umanità nello spazio infinitodella gioia e delle energie particolari del bene e del male

 

Mario Perrotta, autoritratto.

 



Dai dipinti dell’artista – che segue la grande tradizione artistica familiare di Rubens Santoro e Francesco Sansone – emergono sogni onirici, desideri e paure, città immaginifiche, paesaggi fantastici e surreali, visioni del futuro. 

L’artista volge lo sguardo intorno, osserva, sente, immortala il mondo che lo circonda nella sua complessa molteplicità, e fa dell’arte visiva un mezzo con cui raccontare il tempo e lo spazio in cui vive senza mai smettere di sognare, senza che la speranza abbandoni mai lo sguardo d’insieme. 

 

Mario Perrotta. Paola. La Siesta – Acrilici su cartoncino. 35x45cm.

 



 

 

 

Questi stati d’animo delle opere del maestro Mario Perrotta – scrive Jean-François Bachis-Pugliese, archivista semiologo e critico d’arte  riflettono le esperienze di un artista che esprime la propria creatività senza le restrizioni della realtà, per evadere dalle limitazioni del quotidiano e sfidare convenzioni e immaginazione. Artista prolifico, Mario Perrotta ha fatto della sua arte un viaggio cromatico in cui si fondono percezioni visive, spiritualità, devozione, senso critico e sociale. L’estetica dei suoi dipinti è contraddistinta da personaggi iconici, da cromie accese, da atmosfere suggestive e quasi incantate.

 

Mario Perrotta. Paola. La città che ho nel cuore – Olio su tela – 40x50cm.  

 



 

 

Tetti spioventi che puntano al cielo, dettagli dorati che evocano un senso di sacralità, strumenti musicali quali simboli di bellezza, borghi marini, paesaggi, angoli di strada, facciate delle vecchie case con i muri in pietra e i davanzali fioriti che riportano alle radici e rappresentano una poetica retrospettiva della storia tra mare (il Tirreno) e cielo (l’Appennino di San Francesco di Paola). Nei suoi saggi supittori contemporanei, il critico Pasquale Di Matteo presenta Mario Perrotta come un artista attento al vissuto e al suo tempo, ai paesaggi e agli scorci rurali, alle città, attraverso la rielaborazione della sua immaginazione. Nelle sue opere c’è un percorso, il racconto visuale di un uomo e delle sue percezioni del mondo, la sua pittura è fatta di partecipazione emotiva. 

 

Mario Perrotta. Paola. Musica in città – Tecnica mista su tela –  50 x 70 cm.

 



 

Le opere di Mario Perrotta sono spontanee – afferma Nadia Celi, docente d’arte contemporanea, semiologa e critico d’arte, conferenziere sulla grammatica visuale in Italia e all’estero – per cui spesso presentano tematiche, stili e tecniche diverse. Magnifica monumentale plasticità pittorica, tavolozza cromatica essenziale e sapiente, un acuto calibrato studio dei volumi e dei vuoti e pieni in elegante realizzazione. L’arte é tale solo se dà una emozione estetica – scrive Giorgio Gregorio Grasso, storico e critico d’arte, docente universitario, curatore di esposizioni di arte nazionali ed internazionali, già direttore della Mediolanum Art Gallery e curatore  del Padiglione Italia della 54ma Biennale di Venezia – e Mario Perrotta è un artista che sa parlare attraverso il linguaggio cromatico, alla ricerca di una analisi estetica per giungere alla creazione del vero attraverso concezioni astratte in altalena tra sogno e realtà.

 

Mario Perrotta. Paola. Un giorno di pioggia – Olio su tela 40×50 cm.

 



 

 

 

Nonostante che il lavoro lo abbia portato per anni in giro per l’Italia, l’artista ha scelto di restare a Paola, in Calabria, dov’è nato, affascinato dall’espressività dei colori e dalle forme della sua terra che ama riportare sulle tele. 

 

Ha esposto in diverse città italiane e anche all’estero: Bologna, Palazzo Zanussi; Mantova, Palazzo Ducale; Milano, Spazio K; Padova, Orto Botanico; Parigi, Louvre; Venezia, Palazzo Vidal e Palazzo Zenobio; e poi ancora a Barcellona, Bari, Berlino, Bruxelles, Capri, Cesenatico, Comiso, Cosenza, Ferrara, Firenze, Los Angeles. Mezzojuso, Montecarlo, Rieti, Roma, Salerno, Termoli. 

 

Mario Perrotta si è aggiudicato numerosi premi nazionali e internazionali, e di lui hanno scritto, tra gli altri, i critici d’arte Pasquale Di Matteo, Barbara GhisiStefania Milani, Roberto Pinto, Vittorio Sgarbi, Pasquale Solano, Giorgio Vulcano. 

 

Si può incontrare l’artista nel suo atelier, alla Marina del borgo di San Francesco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Vecchione si occupa dei fenomeni sociali e politici del Mediterraneo tra Oriente e la sua indagine storica si sviluppa anche sulla conoscenza critica e l’analisi degli assetti che hanno determinato l’avvento del fascismo (1915) in Italia e la sua caduta (3 – 8 settembre 1943), e sulla resistenza profetica della gerarchia cattolica al fascismo e al Nationalsozialistische Deutsche partei tra il 1934 e il 1940. Da direttore dell’Associazione editori calabresi, Stefano Vecchione ha promosso iniziative per la valorizzazione della produzione libraria e la crescita culturale nazionale. Cultore della materia di storia moderna presso l’Università della Calabria, scrive oggi per «Il quotidiano del Sud», è socio corrispondente dell’Accademia cosentina, ed è amministratore del Gruppo Facebook «Il senso del tempo. Il valore di un posto. Cosenza».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.
 
 

 

 

 

 

 

 

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Divagazioni sull’arte

Alessio Musella visto da Serena Seri – Identità, arte e visione

 

 
Alessio Musella visto da Serena Seri
 
Identità, arte e visione
di Serena Seri  |17|Luglio|2025|
L’ incontro del tutto inusuale, perché su Fb, che ho avuto con Ale Musella, è stato del tutto fortuito e resta particolare…

 

Non ci conosciamo che su Fb.

 

Non abbiamo avuto l’ occasione di prendere mai un caffè reale assieme, da allora… (due anni, più o meno): ma, se ci sono persone che hanno vissuto assieme tanto tempo, e alla fine, non si conoscono affatto, anzi sono, negli anni, estranei, posso dire, che a volte, l’ eccezione fa la regola! almeno per questo..

 

 

 

Entrambi abbiamo passione dell’ Arte, un modo, uno stile molto simile di raccontarla, con una naturalezza innata, elementi che assieme al rispetto, non si comperano neanche a grammi, neanche in via della Spiga, a Milano..!

 

Paragono per alcuni versi l’ intuito di Musella a quello di un grande stilista che, in un lontano anno, degli anni ottanta, ho avuto il privilegio di conoscere… indossando un abito in Taffetas Nero…

 

 

 

 

 

Seguo Musella su Fb, YouTube, video, Google… ha gradevoli ed interessanti doni innati che vado ad elencare e poi a descrivere…

 

Innanzitutto è empatico, è un grande comunicatore.

 

Garbato, di modi gentili, eleganti, occhi intensi non comuni… ha una creatività multisfaccettata, dialettica fluente, mai stucchevole, insomma… una calamita!

 

È una persona colta, versatile, allenata al bello, che respira il bello, che dona il bello, disponibile e divertente… sempre con il sorriso…

 

È disponibile all’ ascolto… è possibilista, non obbliga, ma intriga… perché ti permette di capire, di esprimere le tue caratteristiche senza catene: lo definirei… di ampia mentalità dinamica.

 

 

 

 
 

 

Se si digita Google, si guardano i suoi video, blog, registrazioni, ecc. credo, ne converrete!

 

Ale Musella è un bravo e buon comunicatore, che suL web dà ottimi riscontri… e ripeto, scrive bene!

 

L’ Arte, cari amici, è Bella, ma può diventare noiosa… quando ci si esprime in maniera ingessata, importante e un po’ cattedratica.

 

L’ Arte deve essere raccontata come una favola, con leggerezza, empatia, in maniera divertente… tenendo sempre conto della realtà, degli aggiornamenti continui…

 

Mi sembra che lui ci riesca in pieno…

 

Un modo così empatico e magnetizzante, leggero ma trainante, credo sia nel suo DNA; ripeto non lo conosco personalmente, tuttavia per quanto documenta con foto, réel, storie che posta su piattaforme, assieme a flash della sua vita reale, accanto ai suoi figli, accanto sua madre, la cura del particolare verso una carezza ad un cucciolo di cane o di gatto che ha in mano… il tutto definisce a grandi linee la sua ipersensibilità… perché senza aggiungo, una grande sensibilità, e cultura non si può percepire il senso della Bellezza!

 

 

Quando si legge un testo di un grande scrittore e poi un altro, e un altro ancora, certamente non lo si conosce a fondo, né personalmente, ma a grandi linee si può avere un’ opinione.

 

E così è nei suoi confronti.

 

Musella è un esteta.. come modula la voce, così come si porge, così come ama la moda.. ovvero una moda minimal, chic, pas choc… che garba a tutti… perché non è costruito, ma indossa la disinvoltura curata!

 

È icona di stile, uno stile proprio, che gli dà luce ed attenzione.

 

Buca lo schermo!

 

 

 

Curioso, non ama più di tanto le convenzioni sociali; è uno spirito libero… ti dà spazio ma ha bisogno di spazio…

 

Indipendente, intelligente, intellettuale, non ingessato, è originale, e alla ricerca di cambiamenti solo positivi e migliorativi.

 

Non ama la routine, non è abitudinario, non è statico… detesta la noia…

 

Credo sia leale, con chi conquista la sua fiducia.

 

Un pizzico di eccentricità è in lui, e osservandolo sul web, mi sembra di indole insofferente ai legami troppo stretti, agli orari troppo stretti e precisi.

 

Si, forse, qualche volta si sarà fatto attendere… chissa’..!?! ma perché? si vede che indossa l’ orologio, ma ha bisogno di tempo… per svolgere bene quello che fa, e leggendo su Google, o guardando su piattaforma virtuale, credo sia veramente molto occupato.

 

 

 

 

 

Ritengo sia un ottimista, possibilista, socievole, dinamico, iperdinamico ed intraprendente, come già detto, grande comunicatore, e disponibile sia all’ ascolto che a costruire qualcosa.

 

Non credo sia un avaro, né un materialista, ma al contrario un po’ idealista e sognatore.

 

 

 

Ha necessità di spazio e di libertà per sé stesso e per chi gli sta vicino, senza rapporti di sudditanza.

 

Distingue, sa distinguere il genere umano; colui o colei che vive alla giornata o che non sa cosa sia la morale o l’ etica o difetta di cultura, non penso che possa andar d’ accordo con lui… almeno per dei commenti che faceva molto tempo fa, su FB.

 

Sicuramente lavora e per carità, ama il bello, ma con una certa pacatezza e riflessione.

 

 

 

È una persona curiosa…

 

Einstein afferma che la curiosità ha bisogno di stimoli ma soprattutto di libertà…

 

E la libertà è una condizione credo importante per ogni individuo che apprezzi la vita.

 

Vorrei aggiungere che quando lo si ascolta, non dà una sensazione di supponenza, al contrario di gradevolezza.

 

Musella ha, credo, una buona armonia con sé stesso e con gli altri, ed è paziente, alla mano, e la sua semplicità nel porgere, è il suo stile di Vita ed una peculiarità vincente.

 

 

 

Poiché non ho avuto ancora il piacere di conoscerlo personalmente, posso esprimermi, e cautamente, solo per alcuni aspetti del suo carattere… e a grandi linee.

 

Mi riferisco al suo modo di divulgare l’ arte sia verbalmente, su web, che per quello che scrive.

 

È fluente, disinvolto, riflessivo, morbido essenziale, ama le proporzioni con un tocco di ovvia personalità.

 

A monte, ha conseguito una maturità classica, studi di architettura, moltissimi anni di studio e lavoro nei Paesi Arabi e Stati Uniti, esperienze che sicuramente hanno contribuito ad amplificare il suo potenziale innato, espresso ed inespresso, con accenti personali e le opportunità nel mondo dell’ arte e della moda hanno fatto il resto-

 

Per quello che percepisco, è persona stimata e considerata, stimata e seguita con attenzione ed emozione.

 

Tra le varie attività, segue attentamente anche Gallerie d’ Arte importanti, anche perché le divulga minuziosamente su web; è in radio private con una rubrica dedicata all’ arte, scrive testi sull’ arte pubblicati con successo…

 

Credo che tra le caratteristiche più importanti del suo carattere, tra l’altro, ci sia quella della misura e dell’ adeguatezza.

 

Mai guascone, ha stile e personalità brillante.

 

Mi sovviene a tale riguardo una sua registrazione su YouTube, mentre intervistava un’ artista.

 

Molto professionale, adeguato interessante, estroverso, quel q.b per rendere il tutto interessante e divertente… mantenendo equilibrio ed equilibri… perche’ Musella, a mio modo di vedere, suggerisce… non obbliga.. non si arroga mai, il ruolo del primo attore, ma in un virtuale palcoscenico, permette, a ciascuno di respirare agire muoversi con libertà.

 

Se, mi è consentito, è un bravo regista e spero che ogni sua performance sia sempre superata da altra migliore…

 

Un cordiale saluto.

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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