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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

L’oro nelle mani

 Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

di Franco Emilio Carlino

Questo racconto nasce da un viaggio e da un incontro. Rossano – figura ricorrente e simbolica – attraversa la Calabria come chi, con gesti semplici, un rigore silenzioso e profondo del proprio senso dell’appartenenza, cerca qualcosa che non vuole trovare subito. Si ferma a Gioia Tauro nel periodo della raccolta, quando i giorni sembrano rallentare. È un tempo interrotto, dove le parole non servono e il lavoro dice più delle frasi. Qui, nel ritmo antico del frantoio, le storie si intrecciano tra odori, mani unte e pane caldo. E Rossano, osservando, scrivendo, ricordando, capisce che non è solo l’olio a legare le persone. È la memoria. È il ritorno.

Gioia Tauro dormiva ancora, ma nei campi gli uliveti erano già svegli. Ombre lunghe e lente si muovevano tra gli alberi, mentre, tra sussurri, i rami si piegavano piano e sulle reti distese sotto le fronde si sentiva il tocco leggero delle mani delle donne. Era tempo di raccolta.

     L’odore dell’olio nuovo aleggiava nell’aria, pronto per essere respirato ed in attesa di essere degustato. Non era solo un profumo: era qualcosa di interiore, di intimo, che metteva ordine ai pensieri, che ti faceva voltare lo sguardo e pensare a chi eri. Era memoria. Era benedizione. Era come se qualcuno avesse lasciato una scia verdeoro sulle cose.

     Rossano arrivò in paese prima dell’alba, quando l’aria sapeva ancora di notte e la campagna sembrava trattenere il respiro. Lui non era di quelle terre, ma ci tornava ogni anno per conoscere a fondo la Calabria e documentare i suoi tesori e le sue bellezze.

     La strada che portava in paese era ancora avvolta da una nebbia bassa, e i fari dell’auto disegnavano una scia nell’umidità sospesa.

     Accanto a lui, Franco, un carissimo amico di Gioia, che conosceva i solchi, gli ulivi contorti, le voci dei vecchi che parlavano con le piante, osservava il paesaggio con occhi familiari. «Ogni volta che torno qui», disse Rossano, parcheggiando accanto al frantoio ancora chiuso, «ho la sensazione che i minuti assumano una regolarità che non conosco altrove».

     Era a Gioia con il suo amico per una indagine statistica sulla produzione di olio e sulle diverse varietà di olive presenti nella piana. 

     Franco annuì. «Qui il tempo si consuma senza fretta».

     Rossano prese il taccuino e iniziò a scrivere qualche appunto: varietà di olive, numero di frantoi attivi, rendimento stimato della stagione. «Hai i dati sulle cultivar locali?» chiese. «Certo. Qui dominano la Carolea e la Ottobratica. Ma ci sono anche varietà che crescono solo in queste colline. Piante che non trovi nei manuali, ma che esistono da prima che nascessimo». Rossano sorrise. «Le metterò sotto: Varietà fantasma». Si risero addosso come amici di lunga data.

     Franco aveva studiato a Torino, vissuto a Milano, ma ogni autunno – puntuale come le piogge di novembre – tornava. A raccogliere, a toccare, a ricordare.

     Da ragazzo era arrivato per la prima volta a Gioia, quasi per caso, seguendo suo padre commerciante d’olio. Ricordava quel viaggio come una cosa intima da tenere per sé: la luce obliqua sulle foglie, le mani ruvide degli uomini, le donne con i fazzoletti annodati, e quell’odore – sempre quello – che lo aveva stregato.

     Da allora, l’olio era diventato la traccia segreta che collegava tutti i luoghi in cui aveva vissuto; di cui conservava una bottiglia. Non per usarla. Per annusarla.

     Quel giorno, il frantoio aprì le porte di ferro alle otto in punto. Le macchine si misero in movimento. Il rumore delle olive macinate si confuse con le voci, con le risate, con i ricordi. L’olio colava lento, denso, vivo e il suo odore  si diffuse ovunque. Rossano osservava le olive macinate, il fluido verdeoro che colava lento nei contenitori. Franco parlava con i produttori, scambiava saluti, prendeva in mano i primi campioni. «Guarda questo colore», disse porgendogliene uno. «Questo è olio vero. Lo riconosci anche a occhi chiusi».

     Rossano annusò. «Ha un odore che sembra sciogliere l’aria». Quel giorno insieme a Franco, guardava quel flusso magnetico e sentiva la Calabria parlare. Ricordava le notti passate nel frantoio al suo paese quando insieme al padre portavano le olive a macinare. Quei profumi, le azioni, l’odore di sansa bruciata gli ricordavano la sua infanzia.

     In quel momento, nel frantoio, una bambina si avvicinò, con le mani unte e gli occhi curiosi. «È vero che l’olio lo ha regalato Dio?» chiese.

     Rossano sorrise. Si abbassò all’altezza del suo sguardo. «Sì. Solo che non l’ha regalato tutto in una volta. Lo regala ogni anno, quando lo meriti».

     Nel pomeriggio, con il sole che cominciava a tingersi di rame, Rossano tornò al frantoio. Si sedette a terra, appoggiato al muro, con una fetta di pane arrostito intrisa d’olio. Chiuse gli occhi. Sentiva la voce di suo padre, quella dei contadini, il respiro degli alberi della sua terra, i rumori del frantoio del suo paese, l’odore di sansa bruciata.

     Avvertiva la Calabria. Era come se i pezzi sparsi dei suoi ricordi trovassero posto senza fatica. Ora tutto ritornava.

     Un rumore di passi gli fece riaprire gli occhi. Dal sentiero arrivava un uomo con il volto segnato dal sole, la camicia intrisa di lavoro e una sporta in mano. Dentro, il profumo di pane caldo appena sfornato.

   «Buono il pane arrostito con l’olio appena spremuto, eh?». Rossano lo guardò. « Ottimo ». «Ma se lo gusti con una cullúra calda appena sfornata… allora comprendi perché certi sapori non hanno bisogno di essere spiegati».

     L’uomo rise. «Hai ragione. Ma oggi mi accontento». Gli porse un pezzo. «Io sono Emilio». «Rossano».

     Sedettero uno accanto all’altro, in silenzio. Il pane passava di mano, l’olio luccicava sulle dita. Non servivano altre parole. Solo olio, pane e memoria. «Sai cosa penso?» disse Emilio, con la calma di chi conosce i cicli della terra. «Il valore vero è nel gesto che conosce la terra, non in ciò che ci compri. E in chi sa riconoscere l’importanza di ciò che ha davanti. Tu sei tornato al posto giusto».

     Rossano abbassò lo sguardo, lasciando che quelle parole gli entrassero dentro come l’odore dell’olio: senza far rumore, ma restando.

     Poco dopo arrivò anche Franco, portando tre bicchieri e una bottiglia di vino rosso. «Visto? Appena vi lascio due minuti vi trovate già a parlare di filosofia agricola». Emilio rise. «Solo di verità semplici». Rossano sollevò il bicchiere. «A ciò che resta, anche quando pensiamo di non accorgercene. E a ciò che passa tra le dita lasciando un segno che si capisce solo dopo».   

     Brindarono. Il vino aveva il gusto forte del Sud e del silenzio condiviso

     E mentre la luce si perdeva oltre le colline, Rossano capì che non tornava lì per il lavoro, né per i dati. Tornava per ritrovare quel punto nascosto da cui tutto, per lui, aveva sempre preso forma.

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

La rondine e la Pietrosa

 Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

di Franco Emilio Carlino

Questa è una storia che vive a metà tra la memoria e il presente. Un uomo ritorna in un luogo che ha conosciuto anni prima, attratto da qualcosa che non si può spiegare: una promessa, forse. E lì, tra le pietre scaldate dal sole, le case aggrappate alla roccia e il silenzio che sa di mare, scopre che non tutto finisce. Ci sono legami che resistono al tempo, alla morte, persino all’oblio. Basta alzare lo sguardo e vedere volare due rondini.

La Pietrosa riposava da secoli sotto il sole cocente della Calabria. Una fila di case color ocra incastonate nella scarpata, tra ginestre selvatiche e ulivi storti, curvati nella speranza di ascoltare quanto scorreva sopra di loro.

     Il tempo qui non aveva fretta: procedeva trattenuto tra i muretti a secco, sfiorando pietre e aie, i silenzi delle vecchie e le voci che salivano dai cortili come i rampicanti sulle pareti.

     Si narrava che il Signore, passando un giorno sopra la Calabria, come ci ricorda Leonida Repaci, si fosse fermato sulla rupe e, commosso da tanta solitudine e bellezza, misericordioso com’era, decise di gratificare quel luogo con la presenza di una creatura che sapesse sfidare il vento. Le regalò così la rondine marina.

     Non era una rondine qualunque. Aveva il petto argentato come la luna sul mare e ali che tagliavano l’aria senza rumore. Non faceva il nido tra i tetti, ma sulle scarpate a strapiombo, create dall’azione erosiva del mare sulla costa rocciosa, dove solo il vento osa fermarsi.

     I vecchi dicevano che ogni primavera tornava, sempre la stessa. E quando sorvolava la Pietrosa, sembrava che tutto il paese arrestasse il fiato, mentre persino le pietre parevano inclinarsi per seguirne il passaggio.

     Per i bambini era un segnale che l’estate stava arrivando.

     Per gli anziani, invece, era un’apertura breve verso quella memoria passata, perduta senza rumore, nella quale anche i sogni riuscivano a volare.

    Per Rosa, invece, la rondine era sua madre.

    Rosa viveva sola in una casa di pietra, con una finestra spalancata sul mare. La madre era morta giovane, lasciandole in eredità poche cose: un rosario consumato, un pettine d’osso e una storia.

    «Quando morirò, Rosa mia, Dio mi darà ali leggere. Tornerò ogni primavera e ti guarderò dall’alto. Sarò la rondine che canta alla Pietrosa».

     Da allora, ogni anno, Rosa attendeva il primo volo sul paese. E quando la vedeva disegnare ghirigori nel cielo, sorrideva senza parlare. La gente non le chiedeva nulla: a modo suo, Rosa aveva trovato la fede.

     Una sera d’autunno, quando l’aria comincia a sapere di fumo e cose che non tornano, Rosa non aprì la finestra. Restò seduta accanto al lume, il rosario tra le dita, con un sorriso sottile che le tremava sul viso come una luce vaga che aspetta di spegnersi.

     Fu l’ultima notte.

     Il mattino dopo, la trovarono composta, serena, come se avesse finito di aspettare.

     Qualcuno disse che nel cielo, poco prima dell’alba, si era vista una rondine disegnare sopra la Pietrosa, una traiettoria che sembrava sfiorare il confine tra il giorno e la notte, per poi sparire verso il mare, seguendo la linea d’oro tracciata dal sole all’orizzonte.

     Da allora, ogni primavera, sono due le rondini che volano sopra la rupe. Una più grande, l’altra più piccola. Si muovono in una sequenza di gesti, di ritorni e di saluti accordati a un ritmo che nessuno ricorda più. Nessuno sa da dove arrivino, né dove vadano a posarsi quando il giorno finisce.

     Ma ogni volta che si librano sull’antico borgo di pietra, chi guarda sente qualcosa muoversi nel petto: una trama che si scioglie, un ricordo che torna, una preghiera che non ha più bisogno di parole.

     Qualcuno, ogni tanto, giura di aver visto, al calar del sole, un uomo solitario seduto ai piedi della Pietrosa, il cappello tra le mani, lo sguardo rivolto al cielo.

     Non parla mai. Ma quando le rondini passano sopra di lui, sorride.

     Dicono si chiami Rossano. Nessuno sa da dove venga. Ma pare conoscesse Rosa da sempre, o da un tempo che nessuno nel paese saprebbe collocare.

     Rossano non tornava alla Pietrosa da anni. Il sentiero era sempre lo stesso: curvo, polveroso, con i fichi d’India ai bordi e il vento che soffiava basso, come se stesse cercando qualcuno che non trovava più, borbottando nomi oramai scordati.

     Sapeva che Rosa non c’era più. Lo avevano detto in paese, una voce tra le tante, ma lui voleva vederlo con i suoi occhi. Voleva salutarla, anche solo in silenzio.

     Anni prima, durante uno dei suoi viaggi, si erano conosciuti proprio lì, su quella rupe che guarda il mare.

     Era nata un’amicizia strana, intensa, fatta di parole rare e sguardi lunghi.

     Rosa gli aveva raccontato una cosa che lui non aveva mai dimenticato: quanto sua madre, prima di morire, le avesse detto sulla rondine.

     Rossano non aveva mai saputo se fosse solo una leggenda, un modo poetico per affrontare il dolore. Ma ogni anno, quando la rondine tornava sul paese, Rosa apriva la finestra, la seguiva con lo sguardo e sorrideva. Per lei, quella rondine era davvero sua madre.

     Ora, però, la finestra era chiusa.

     La casa era la stessa: pietra viva, tetto basso, i gerani secchi sul davanzale. Ma dentro, nessuna luce. Nessuna Rosa.

     Una vicina, con voce gentile, gli disse che era morta in autunno, con il rosario tra le mani. «È andata via in silenzio, come ha sempre vissuto», mormorò.

     Rossano ringraziò e non disse altro.

     Tornò a camminare verso la rupe. Il sole stava calando e l’aria profumava di legna e vento salato. Si sedette ai piedi della Pietrosa, il cappello tra le mani, lo sguardo perso nel cielo. Quel posto, in quel momento, sembrava fuori dal tempo.

All’improvviso vide qualcosa muoversi in alto: una rondine. Poi un’altra. Danzavano insieme sopra il paese, in cerchi perfetti, come se l’aria volesse rendere comprensibile una storia solo a chi avesse pazienza di ascoltarla.

     Rossano non parlava mai. Ma qualcuno giura che, ogni tanto, se gli chiedi cosa aspetta, lui risponde piano, quasi al vento: «Aspetto il momento in cui le vedrò volare insieme».

     Poi tace. E in quel silenzio, nel cuore della Calabria, sembra che anche le pietre esitino prima di lasciar passare il respiro.

     La Pietrosa continua a vegliare il mare. E ogni primavera, quando due rondini si librano leggere tra le ginestre, gli ulivi e i fichi d’India, chi le guarda sente qualcosa muoversi dentro: un ricordo, un legame, un’intesa che non ha bisogno di voce.

 

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Il fico della verità

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

 

 

di Franco Emilio Carlino

Rossano attraversava la Calabria, tra memoria e silenzi, seguendo ciò che sfuggiva agli occhi degli altri: frammenti sospesi, voci rimaste appese ai muri delle case, respiri dimenticati. Era uno studioso che viveva appartato, non per superbia ma per destino; come attento osservatore e documentarista raccoglieva ciò che nessuno aveva voglia di vedere e lasciava che fosse la carta a dargli una disposizione per conservare la Storia. A Palmi, durante una delle sue ricerche, si trovò davanti a un albero e a un frutto che parevano trattenere un ricordo ancora vivo muoversi nella linfa. Davanti a quell’albero, che tutti rispettavano, Rossano ebbe l’impressione di trovarsi di fronte non una verità piena, ma a un’incrinatura attraverso cui passava un senso nuovo delle cose.

Rossano era arrivato a Palmi da Genova, dove si era recato per i suoi studi e le sue ricerche. Viaggiava spesso tra i paesi del Sud, inseguendo storie che non avevano mai trovato voce. Aveva con sé una valigia leggera, due libri sottobraccio e un quaderno mezzo pieno di appunti.

     Nel caldo insopportabile di luglio, Palmi – dove la terra a poco a poco si inclina verso il mare – sembrava sospesa. L’aria rarefatta mostrava il consueto tremolio del calore estivo che pareva sfilacciare perfino le ombre; da qualche cortile arrivava una nota dolce di fichi maturi che si mischiava alla polvere, come un annuncio muto.

     Rossano si sistemò in una piccola stanza affacciata su una corte polverosa, vicino alla cappella sconsacrata di un vecchio rione. Fu lì che lo vide per la prima volta: il fico.

     Non attirava per abbondanza o maestosità: era un albero dal profilo irregolare, ma modellato dal vento con molta cura.

     La gente lo chiamava ‘u fícu ru Signúri. Nessuno ne coglieva i frutti senza il tacito assenso di Zá Concetta, la più anziana del paese.

     Ogni estate, quando il caldo si faceva soffocante e l’aria pareva rarefarsi, Zá Concetta usciva dalla sua casa, saliva i tre gradini della cappella sconsacrata e si avvicinava all’albero che gli faceva da ombra. Ne sceglieva uno soltanto – quello che maturava per primo – e lo deponeva sul piattino smaltato, avvolto nel fazzoletto ricamato, in un silenzio che nessuno osava interrompere.

     Di quel frutto si diceva che contenesse la verità, ciò che gli altri non avevano il coraggio di gridare. E in paese la voce passava sempre di bocca in bocca, ma sommessamente.

     Rossano ricordava i racconti di suo padre, che da giovane gli aveva parlato a bassa voce di un rastrellamento nazista, della notte in cui venne preso e rinchiuso in un campo di concentramento, da cui riuscì a fuggire. Ne parlava piano, con il tono di chi sfiora qualcosa che ancora punge, come se ogni parola potesse riaprire una ferita.

     Ora, a Palmi, quella memoria tornava in sogno. Vide suo padre avanzare tra tronchi contorti, mentre dietro di lui si muovevano presenze indistinte.

     Non diceva nulla, ma la sua presenza pesava come un passo entro la memoria. Correva con una disperazione che sapeva di verità. Come se quel sogno non fosse un’invenzione della mente, ma il proseguimento naturale di un racconto mai concluso.

     La sera successiva, Rossano era seduto su un muretto davanti alla casa in cui alloggiava, il quaderno sulle ginocchia. Scriveva piano, mentre il frinire delle cicale faceva vibrare l’aria e la collina sembrava muoversi secondo un ritmo antico cadenzato dai passi lontani di chi tornava tardi dai campi.

     Non sapeva se quelle parole sarebbero servite a qualcuno, se avrebbero mai cambiato qualcosa. Ma sapeva che, se non le scriveva lui, nessuno lo avrebbe fatto.

     I suoi taccuini custodivano storie rimaste senza interlocutore, ma che continuavano a bussare, ogni giorno, alla sua coscienza.

     Rossano non diceva molto, ma scriveva. Riempiva quaderni a righe con parole che parevano venire da un altro tempo, uno più giusto. Lo chiamavano “il professore”. Aveva insegnato molti anni nel suo paese di origine e in altri paesi della Calabria.

     Zá Concetta lo osservava da giorni. Quella mattina, senza preavviso, lo chiamò con un cenno del capo. Salì i gradini della cappella e gli diede il fico. – «Tu sì fígghiu di chi ’un si piega» – disse porgendoglielo. – «Vídi si ti réggi».

     Rossano lo prese con la cura che si riserva ai simboli. Lo osservò. La buccia era sottile, segnata da piccolissime fenditure, come se la calura vi avesse lasciato la propria impronta.   

     Lo morse. Il sapore era intenso, profondo, ma c’era sotto qualcosa: una nota non dolce, ma viva. Sentì come un sussurro, non una voce, ma qualcosa che gli attraversò il petto.

     La notte seguente non dormì. Vide ancora suo padre, ma stavolta c’era luce. Vide sua madre, giovane, con un garofano rosso tra i capelli. Vide il fico aprirsi in due, e dentro non c’erano semi, ma parole. Frasi scritte a mano. Frasi che chiedevano di essere dette.

     All’alba Rossano raggiunse il Belvedere. Si mise sotto il fico e iniziò a scrivere parole non catalogabili: non appunti, non versi, ma ciò che gli bruciava dentro. Scrisse verità: quella delle terre rubate, delle bocche zittite, dei figli scomparsi, delle madri che piangono in silenzio. Scrisse come se ogni parola fosse un fico: dolce, ma con dentro la verità.

     In paese il testo circolò velocemente: chi sapeva leggere prestava la propria voce a chi non poteva. E tutti, per la prima volta, si riconobbero in quelle parole.

     Da allora, il primo fico non venne più mangiato. Ogni anno veniva lasciato sull’altare della cappella cadente, con un biglietto scritto a mano: «Chi cerca la verità, cominci da qui».

     E il fico rimaneva lì, discreto e ostinato, come se custodisse un valore che nessuno aveva ancora il coraggio di affermare, tanto da confermare il senso che anche la verità, se non colta, può marcire.

     Rossano restò a Palmi per qualche tempo. Insegnava, scriveva, piantava alberi di fico. Non per raccogliere frutti, ma per lasciare radici. Perché ogni albero nuovo era una storia che aspettava qualcuno capace di ascoltarla.

 

 

 

 

 

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Le tende verdi di Bagnara

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

 

 

di Franco Emilio Carlino

In questa storia, ciò che affonda e ciò che cresce finiscono per riconoscersi come fanno i rami che arrivano a intessersi con le radici. Zia Carmela aveva mani che sapevano di terra più della sua voce e silenzi che trattenevano gesti imparati troppo presto senza ricorrere ai libri. La sua voce si intreccia a quella di Gabriele, ragazzo del Nord, che arriva in cerca di qualcosa che non sa definire. Tra loro, i pergolati, in maniera discreta, facevano da ponte tra chi tace e chi ha bisogno di ascoltare. In un angolo di Calabria dove il mare respira forte e le voci sanno aspettare, il passato e il presente si sfiorano senza rumore. Tra i passaggi, anche Rossano – già noto in altri racconti di questa raccolta – fa capolino, legando le storie con la sua presenza silenziosa e sapiente.

A Bagnara, il sole al suo sorgere sparge luce in tutte le direzioni, come se avesse le chiavi del paese: si adagia piano sulle pietre calde, scivola tra i vicoli, sfiora le pareti come un visitatore distratto. I pergolati, pazienti e nodosi, parevano la conclusione di un lungo negoziato tra foglie e mani. Meravigliosamente intrecciati, rompevano la luce in frange irregolari che sembravano scivolare giù dai terrazzi come cortine di foglie verdi e fitte di grappoli pendenti in attesa della raccolta. 

     Lì, tra quelle strade dove l’aria sa di sale e mosto, abitava Zia Carmela, una donna che aveva una straordinaria calma di rivolgersi alle viti, come fa una mamma che parla con un figlio.

     Ogni mattina, prima che il paese si svegliasse davvero, la si vedeva salire su una piccola scala di ferro battuto per controllare le viti. «Sono stanchi, questi tralci», diceva a voce bassa, accarezzando le foglie. «Ma se gli parli bene, ti danno l’uva come se fosse la prima volta». Non era un rito, ma una delicata e premurosa abitudine. 

     Quel settembre il cielo era limpido, e la vendemmia prometteva bene. La quiete fu interrotta dall’arrivo di Gabriele. Era un ragazzo del Nord, arrivato da solo. Diceva di cercare il paese della nonna calabrese, ma nessuno gli chiese di più. Bastava guardarlo mentre osservava le facciate rovinate dalla presenza di fenditure, mentre toccava i muri con la mano aperta, mentre le sue dita seguivano le crepe alla ricerca di ricordi. Aveva gli occhi preoccupati e un notes che riempiva di schizzi rapidi, appunti e spazi lasciati vuoti come fossero altri pensieri.

     Un giorno si fermò sotto il pergolato di Carmela. Restò lì, in piedi, a guardare le foglie che si muovevano lente, accarezzate dal vento, proiettando le loro ombre sulla parete.

   «È vero che qui i pergolati hanno una voce?» chiese, senza voltarsi.

    Carmela smise di spazzare e si appoggiò alla scopa.

  «Se ce l’hanno, è perché li abbiamo ascoltati per primi. Non parlano con tutti. Devi meritartelo». 

     Gabriele sorrise, ma non rispose. Rimase lì, sotto quel pergolato dove l’uva maturava, mentre quelle parole, accompagnate dai suoi pensieri, trovavano posto nella sua mente per essere custodite.

     Nei giorni seguenti lo si vide spesso passeggiare per il paese, fotografare, disegnare. A volte si fermava a parlare con gli anziani seduti al bar. Altre, semplicemente ascoltava.

     Una mattina, Carmela trovò sul suo muretto un foglio. Sopra c’era scritto: «Qui le viti trattengono nomi, e i muri non perdono quanto li ha sfiorati. Ho scoperto legami che non pensavo di avere, e non tutti sono sotto terra». Lo lesse più volte, poi versò un sorso di vino in un bicchiere e lo alzò verso il mare. 

   –Va’ in pace, figliólu. Che le foglie ti facciano strada quando non saprai dove andare.

     Da quel giorno, ogni volta che qualcuno si fermava sotto quel pergolato, Carmela raccontava la storia del ragazzo venuto da lontano. Lo faceva con la calma di chi sa che certi racconti hanno bisogno di maturare come il vino. E chiudeva sempre con le stesse parole: «Non è il dono a fare la differenza. Conta ciò che lasci crescere nel tempo, non ciò che ricevi. Siamo noi a decidere se farne memoria».

     Il tempo passò. Gabriele non tornò. Ma il suo nome cominciò a circolare tra i racconti della piazza. Si diceva che stesse scrivendo un libro. Qualcuno sosteneva che avesse trovato l’amore di una ragazza su una montagna e che provasse, invano, a ricreare un pergolato come quello di Bagnara.

   –I pergolati del Nord sono ordinati – diceva Carmela – ma gli manca l’aria che qui si mischia al sale e porta notizie dagli scogli.

     Rideva, con le rughe piegate dalla fatica e dal sole e aggiungeva: «a Bagnara niente finisce: le cose cambiano, maturano, come l’uva che aspetta il suo tempo».

     Quando arrivava la festa della Madonna del Carmine, la via sotto il pergolato si accendeva di luci e profumi, e Carmela preparava un tavolo sotto i tralci. Invitava tutti: vicini, bambini, chi passava per caso. Serviva vino, pane, racconti. Sempre la stessa storia. Sempre con parole nuove.

   –Vedete – diceva ai bambini, indicando il pergolato – questo non è solo un intreccio di foglie. È il tetto che il paese si costruisce quando il cielo diventa troppo forte, un posto che il vento non attraversa mai per sbaglio. È ombra che consola, è pane.

     Una nipotina le chiese un giorno chi fosse davvero Gabriele. Carmela ci pensò un attimo, poi rispose con voce ferma:

«Uno che ha avuto il coraggio di ascoltare».

     In quel momento, il vento mosse le foglie della pergola. Sembrava un cenno.

     Pochi giorni dopo passò Rossano. Era in visita ai parenti, con un taccuino e tanta curiosità. Si fermò lì, sotto i tralci, e ascoltò in silenzio il racconto di Carmela.   

     Quando lei ebbe finito, lui chiese: «E tu, Carmela, cosa racconti alle viti, quando non c’è nessuno ad ascoltare?» 

     Lei sorrise appena, guardando le foglie. «Racconto ciò che non voglio dimenticare. E loro lo custodiscono meglio di chiunque». 

     Rossano annuì. – Allora è vero: certe storie si piantano, e poi crescono. Si allontanò, lasciando nel cortile una vibrazione breve, come dopo un passo pesante. Questa storia la porto con me. Alcune voci parlano anche a chi viene da lontano. 

     Da allora, ogni tanto, tra le foglie dei pergolati si sente un brusio sottile, come un nome detto a mezza voce.

     Qualcuno dice sia il vento. 

     Qualcuno pensa sia un pensiero che non trova posto altrove, come i ricordi. 

     Ma Carmela sorride. Perché sente che qualcosa, tra quei rami, ha deciso di rimanere.

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Il Pino, guardiano della Sila

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

 

 

di Franco Emilio Carlino

Tra mito, memoria e paesaggio, questo racconto ci conduce nel cuore della Sila, dove il pino non è solo un albero, ma una presenza viva, testimone del tempo e guardiano silenzioso. Attraverso la figura di Rossano, uomo del ritorno e dell’ascolto, la narrazione ci accompagna in un luogo in cui la natura non fa da sfondo, ma parla, ricorda, custodisce.

Si racconta che, quando Dio guardò la Calabria per la prima volta, si fermò sulla Sila: una terra nuda e maestosa, con colline che si rincorrevano come onde, laghi lucenti e silenzio ovunque. Ma qualcosa mancava.     

Allora il Signore lasciò cadere una semenza da cui germogliò il pino laricio: alto, resistente, capace di attraversare gli anni senza cedere. Così nacquero le pinete della Sila.

Ogni mattina la luce del sole scivola, quasi distratta, sulle chiome degli alberi. 

Le ombre si allungano tra i tronchi dritti e l’aria si riempie di resina e quiete. 

La Sila non parla: accoglie ciò che le viene dato e lo conserva senza commentarlo.

I pastori lo sentono all’alba, i viandanti lo riconoscono lungo i sentieri bagnati di rugiada. 

Tra cortecce e sottobosco si nasconde qualcosa che pulsa: è la voce antica della montagna.

Fu in un mattino così che Rossano tornò nella Sila. 

Non cercava nulla. Tornava per ricordare.

Camminava lento, come se ogni passo dovesse trovare il proprio posto per lasciare spazio al successivo. 

I suoi occhi castani sembravano ascoltare più che vedere. 

Conosceva i nomi dei laghi – Arvo, Cecita, Ampollino, Vuturino, Passante, Savuto, Redisole – come si conoscono gli amici dell’infanzia. Ogni specchio d’acqua rifletteva una luce diversa, ogni albero un ricordo.

D’estate l’aria profuma di pino; d’inverno, la neve ammutolisce tutto. Ma i pini restano: fermi, come colonne radicate, vegliano, prendendosi cura del loro stesso territorio.

C’è un punto, dicono i vecchi, dove i pini si raccolgono così fitti da sembrare una schiera silenziosa di stendardi. 

Lì il tempo si dilata; la terra respira piano. 

I funghi spuntano in silenzio, i lupi – ombre decise – percorrono le radure cambiando direzione all’improvviso. Chi sa fermarsi sente le vibrazioni sommerse della Sila, quelle che tengono uniti alberi e radici.

I bambini nati tra questi alberi apprendono presto a conoscere il bosco. Sanno cosa dice il vento, quando arriva la pioggia o quando il silenzio annuncia la neve. Crescono con pupille in cui si riflettono le foglie.

Repaci aveva ragione: Dio non diede un albero qualunque, ma alla Sila donò un’identità, un’anima, un custode.

Rossano lo sapeva. Era nato lì, tra i fischi dei pastori e il pane cotto nei forni di pietra. Da ragazzo vagava da solo nel bosco. 

Gli altri pensavano che parlasse da solo, ma non lo era: lui cercava e conversava coi rumori del bosco. Il vento gli rispondeva; i tronchi scricchiolavano come vecchi che raccontano; i funghi gli indicavano la strada.

Ora, dopo anni lontano, era tornato. 

Nessuno sapeva perché, ma chi lo vedeva capiva che portava con sé una domanda. O una promessa.

Un vecchio carbonaro, amico di suo nonno Ciccio, gli aveva detto: «I pini sono come certi uomini: crescono lenti, ma restano. E quando li tagli, lasciano l’odore del loro tempo». 

Rossano portava quella frase nel petto come un amuleto.

Un pomeriggio d’autunno, con le chiome dei larici color bronzo e l’odore di terra bagnata, si fermò in una radura: un piccolo cerchio di luce tra i pini. 

Al centro, un albero più alto degli altri. 

Si sedette, aprì lo zaino ed estrasse un taccuino e una matita. Non scriveva racconti, solo frammenti. 

Li chiamava “parole del bosco”.

Scrisse: «Qui il tempo non corre: stratifica. Qui la voce non parla: sussurra. Qui non si cerca nulla. Ma si trova tutto».

Un fruscio gli fece alzare lo sguardo. 

Un cervo, oltre il margine della radura, lo fissava immobile. 

Rossano sorrise. «Anche tu sei custode», disse piano.

Col passare dei giorni camminava sempre più in profondità. Visitava i laghi, raccoglieva pietre, cortecce, piume. Non per sé, forse per qualcuno. O forse per il bosco.

I pastori cominciarono a parlarne. 

Lo vedevano all’alba, sempre solo, sempre assorto. Ma quando lo salutavano, lui rispondeva con un cenno gentile e uno sguardo profondo, come se sapesse qualcosa che loro avevano dimenticato.

«Non è un ritorno», disse un’anziana al mercato. «Lui non è mai partito davvero: la Sila l’ha trattenuto».

Un giorno, nel cuore della foresta dei Giganti della Sila, dove i pini si ergono come pilastri di un tempio che nessuno ha costruito, Rossano si fermò. 

La luce cadeva a lame tra i rami, l’aria era immobile.

Si sedette su una roccia coperta di licheni, posò la mano sulla terra, chiuse gli occhi.

Lì, suo nonno gli aveva raccontato la leggenda del dono di Dio. «Ascolta i pini», gli aveva detto. «Non parlano con la voce, ma con la presenza. Sono i custodi. Ora tocca a noi».

Rossano rimase lì a lungo. Quando si alzò, lasciò sotto la roccia una scheggia di legno levigata. Non era un’offerta: era un segno. Un patto.

Poi si incamminò. 

Non si voltò.

Dicono di averlo visto scomparire tra gli alberi, come se il  margine tra il suo corpo e i tronchi non avesse più motivo di esistere. 

Da quel giorno, ogni volta che il vento soffia tra le chiome della Sila, si sente un mormorio sottile, simile a un’idea che si manifesta per la prima volta: come un lemma appena nato, forse una voce che porta il passo di Rossano.

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

L’ulivo di pietra

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

«Quando fu il giorno della Calabria Dio […] dette a Scilla le Sirene…»

Leonida REPACI

di Franco Emilio Carlino

 

Questo racconto nasce dall’incontro tra la terra brusca dell’Aspromonte e la forza simbolica dell’ulivo, albero che incarna resistenza e memoria. Attraverso la figura di Rossano, viaggiatore e custode di storie, la narrazione esplora il legame profondo tra uomo, natura e tradizione, invitando a riscoprire il valore di radici invisibili che tengono vivo un territorio.

 

Sull’Aspromonte, in un piccolo paese saldamente aggrappato alla montagna come a una promessa, cresce un ulivo diverso dagli altri. Nessuno avrebbe immaginato che potesse sopravvivere lì, tra le rocce e i rovi, dove il sole arriva appena e il vento soffia forte, mescolando l’aria di mare con quella di montagna.

     Il paese è San Luca, e da sempre i suoi abitanti vivono sotto lo sguardo silenzioso degli ulivi.

     La leggenda narra che fu Dio a seminare l’ulivo proprio lì, mentre camminava tra le gole, i crinali e i sentieri impervi della montagna, lasciando cadere un seme ogni volta che la terra sembrava piangere.

     Quel seme trovò terreno duro, in un posto dove il sole filtrava per poche ore al giorno, dove la luce faticava a passare e il vento di mare si mescolava a quello dei monti. Decise però di mettere radici, tra le spine dei rovi e tra sassi, come se la roccia stessa lo avesse spinto a farsi albero, diventando quello che oggi chiamano “l’Ulivo di Pietra”.

     Le sue foglie luccicanti diffondevano riflessi d’argento e la sua corteccia, grigia e contorta, pareva scolpita dal tempo.

     Passarono gli anni, i secoli. I pastori lo chiamavano “l’Ulivo di Pietra”, perché sembrava nato dalla roccia più che dalla terra. Dicevano che portasse fortuna a chi lo salutava con rispetto e che, nelle notti d’estate, se ti sedevi sotto i suoi rami in silenzio, potevi percepire un ritmo lento, quasi sotterraneo, che pareva salire dalle viscere rocciose.

     Rossano fu il primo ad averlo notato, raccontano i vecchi.

     Un uomo dal passo lento e dallo sguardo distante, che amava camminare da solo, con il bastone in mano e il cappello sugli occhi, tra boschi e pietre, come se riconoscesse un ordine delle cose che agli altri sfuggiva. Osservava gli alberi come parte della famiglia e parlava alle pietre con naturalezza con cui ci si rivolge a vecchi amici.

     Quando scoprì l’ulivo, giovane e fermo tra le rocce, si fermò, posò una mano sulla corteccia grigia e contorta e gli disse semplicemente: «Resisti. Sei nato per ricordare».

     Poi si sedette accanto all’albero e restò lì fino al tramonto. Rossano e l’Ulivo di Pietra furono una cosa sola.

     La gente del paese non sapeva molto di lui. Qualcuno diceva che non fosse nato lì, né in nessun altro luogo conosciuto. Altri sostenevano che fosse comparso una mattina d’inverno, scendendo con passo lento dai sentieri della montagna, un’apparizione tranquilla, come chi arriva dove è sempre vissuto.

     Qualcuno lo aveva soprannominato «quello che prestava orecchio a ciò che gli altri non sentono», perché spesso lo vedevano seduto sotto gli alberi, in silenzio, ad ascoltare il vento.

     Ed altri ancora raccontavano che un tempo fosse un pastore, ma che un temporale lo cambiò per sempre mentre era accanto a un ulivo solitario, e che da quel giorno la luce gli rimase addosso, lasciandolo sospeso in un chiarore incerto, in luogo dove il pensiero non si racconta ed esita a farsi parola.

     Aveva occhi castani e una voce che usava di rado, ma che, quando parlava, sembrava uscire da cavità remote presenti in alcune grotte.

     Rossano non cercava compagnia, ma neanche la evitava.

     Se un vecchio lo salutava, rispondeva con un cenno; se un bambino si avvicinava, gli offriva una foglia d’ulivo secca, dicendo: «Tienila. Ricorda che sei figlio della resina e del vento».

    Non abitava in nessuna casa. A volte dormiva in una grotta, altre volte lo si vedeva camminare all’alba verso i crinali. Si diceva che sapesse leggere i segni del tempo nelle vene delle foglie e che conoscesse il nome segreto di ogni albero antico.

     Dormiva dove trovava riparo: una grotta, un anfratto tra le rocce o sotto il cielo stellato, una presenza discreta, custode silenzioso del territorio.

     Una notte d’autunno, una donna del paese che tornava tardi dal lavoro lo vide inginocchiato sotto “l’Ulivo di Pietra”, con la fronte appoggiata al tronco.

     Non seppe dire se stesse trattenendo un pensiero o se ne fosse sopraffatto, ma giurò che l’albero sembrava respirare con lui, come se uomo e albero condividessero lo stesso battito.

     Da allora, ogni volta che qualcuno lo incontrava nei boschi, Rossano diceva di andare «dove Dio piantò l’ulivo».

     Rossano sparì per un po’, ma durante un’estate di grande siccità una bambina di nome Marianna salì il crinale fino all’ulivo in cerca d’acqua. Con le mani graffiate e i piedi nudi, si inginocchiò e pregò per la sua famiglia e per la terra assetata, come le aveva insegnato la nonna.

     Poco dopo, una goccia dopo l’altra cominciò a filtrare dalla terra, cercando un varco, alla base dell’albero – un evento che restò nel cuore di tutti.

     Da allora l’ulivo continuò a fruttificare, ignorando le stagioni e le loro avversità. Così, negli anni, “l’Ulivo di Pietra” divenne un simbolo.

     Gli anziani raccontavano la sua storia durante le processioni, i giovani portavano una foglia nel portafoglio quando partivano, per non dimenticare le proprie radici.

     Di Rossano si persero le tracce, ma qualcuno giurava di averlo visto ancora, in silenzio, camminare tra i crinali, chinarsi a toccare il tronco dell’ulivo e poi sparire dietro le pieghe della montagna.

     Marianna, ormai anziana, raccontava ai nipoti che l’ulivo era un dono che ricordava a tutti che anche nei luoghi più duri può nascere la speranza.

     E i bambini, con gli occhi grandi, restavano muti, mentre il vento muoveva le foglie che, sfiorandosi, parevano voler commentare.

     E così, quando un giorno vide un uomo dagli occhi castani sedersi accanto a lei, non si sorprese.

     I bambini si avvicinarono incuriositi, ma lui sorrise appena e si incamminò verso la montagna, lasciando dietro di sé un silenzio che pareva assorbire i passi, come se custodisse nella memoria ciò che nessuno aveva mai detto.

     Quando i bambini chiesero chi fosse, Marianna rispose: «Uno che torna ogni tanto, per assicurarsi che l’ulivo continui a crescere e a svolgere al sua mansione. Uno che non se n’è mai andato davvero».

 

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Le Sirene di Scilla e il canto che resta

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

 

 

 

«Quando fu il giorno della Calabria Dio […] dette a Scilla le Sirene…»

Leonida REPACI

 

 

di Franco Emilio Carlino

Esistono luoghi in cui il tempo, impercettibilmente, possiede una propria cadenza e un proprio impulso. Scilla è tra questi. Fa parte di quei posti in cui le ore sembrano cambiare pelle. Tra i vicoli di Chianalea, tra le reti che sgocciolano al sole e le onde che battono instancabili, vivono storie che non si scrivono nei libri: passano attraverso un gesto, uno sguardo, una voce. In questo racconto, si intrecciano la memoria di una bambina e il silenzio di un uomo: due vite che si incontrano richiamate da un suono che non richiede commenti, ma che chiunque può riconoscere, se accetta di ascoltare.

 

Scilla è una linea sottile tra cielo e mare, ricordata per un canto che sembra risalire dalle sue profondità. Non un timbro umano, e neppure il garrito dei gabbiani: un suono che emerge con le onde e si insinua tra gli anfratti, dove il sole del tramonto si frantuma in riflessi cangianti.

    Dalla rupe del Castello Ruffo l’orizzonte appare diviso tra l’azzurro del giorno e il blu denso del mare profondo. Proprio lì, tra le grotte che si aprono sotto il borgo, qualcuno giura che abiti ancora qualcosa che non ha mai smesso di cantare.

     Si racconta che Dio, tracciando le coste del Sud, si sia fermato a lungo davanti allo Stretto. Qualcosa lo tratteneva: forse il ribollire dell’acqua, forse quel respiro che sembrava giungere dalle onde. Si chinò e affidò al vento un sussurro che prese forma in creature nate dal mare: le sirene.

     Ma non erano quelle dei miti greci. Non ingannavano: custodivano. Mantenevano aperto il passaggio tra ciò che si vede e ciò che rischia di svanire. Ancora oggi, nelle notti senza luna, qualcuno dice di percepire un richiamo proveniente dallo Scoglio di Ulisse.

     Un vecchio di nome Arturo – nessuno sapeva se fosse davvero un pescatore o un poeta – sosteneva che le sirene di Scilla non parlassero con la voce, ma con lo sguardo. E che incontrare il loro sguardo costringesse a fare i conti  con qualcosa di invisibile.

     Lia era una bambina quando udì quel canto per la prima volta. Correva sull’arenile, dove il mare arretrava come per trattenersi dal fiatare. Nessuno le aveva parlato di sirene, ma un giorno, tra gli scogli, vide qualcosa muoversi. Non un’ombra, né un pesce. Due occhi: profondi, fermi, consapevoli. Come se l’avessero chiamata. Non disse niente a nessuno.

     Da allora cominciò a scrivere. Riempiva quaderni di parole che sembravano arrivare da un altro tempo non suo. Nessuno capiva da dove provenissero, ma lei sapeva che non erano invenzioni:  erano un’eredità.

     Attraversava ogni giorno le strade strette di Chianalea, dove le case sono sorrette dall’acqua e le barche ondeggiavano piano, ancorate alle entrate, come se stessero udendo.

     Lì l’aria sa di lavoro e di sale: reti che gocciolano, legno umido, cordami stesi ad asciugare. Era il suo luogo preferito, quello in cui riusciva davvero ad ascoltare.

     Lia amava quel quartiere, così stretto che i passi si confondevano con le onde.

     Ogni tanto saliva al castello Ruffo e rimaneva a contemplare lo Stretto, in attesa di quel suono. Arrivava solo quando il cielo sembrava aprire uno spiraglio nella giornata.

     Aveva sentito dire che da quel punto Ulisse avesse osservato la corrente prima di affrontare il passaggio tra Scilla e Cariddi.

      Lo Stretto non è solo mare: è una linea mobile, sempre in tensione tra due terre che si sfiorano. Da una parte l’Italia, dall’altra la Sicilia. In mezzo, le leggende che Omero si lasciò dietro, come frammenti che ancora si muovono insieme alle correnti, tra una sponda e l’altra.

     Lia parlava spesso con i turisti: mostrava loro lo Scoglio di Ulisse, raccontava di creature nascoste tra le grotte marine. Qualcuno sorrideva, qualcun altro ascoltava in silenzio.

     Crescendo, lasciò Scilla. Studiò, viaggiò, cercò un posto nel mondo. Portava sempre con sé un quaderno pieno di poesie, disegni, parole raccolte dagli anziani, vocaboli dialettali destinate a scomparire. Non sapeva perché scrivesse: le era semplicemente necessario.

     Fu in una libreria del Nord che incontrò Rossano. Non si notarono subito. Lui sedeva in fondo alla sala, silenzioso, mentre lei leggeva alcuni suoi testi. Ma quando Lia pronunciò il nome “Scilla”, Rossano alzò lo sguardo. Alla fine si avvicinò e disse soltanto: «Quel richiamo del mare… credo si averlo provato anch’io».

     Le consegnò un biglietto scritto a mano; “Quando il mare si fa ascoltare, la mente gli risponde”. Firmato: Rossano.

     Lia non sapeva chi fosse: uno scrittore, un viaggiatore, un uomo di passaggio? Ma nei suoi occhi riconobbe uno sguardo che sembrava trattenere qualcosa di insoluto, la stessa tensione che aveva percepito un giorno tra le rocce, quando due occhi l’avevano trattenuta nel silenzio.

     Anni dopo tornò a Scilla. Ripercorse le vie  di Chianalea, risalì fino al castello. Si sedette ad osservare il mare tra le due sponde. Il cielo era dorato come lo ricordava. Chiuse gli occhi.

     Le sirene erano lì. In attesa.

     Non era sola. Su un muretto, poco distante, Rossano guardava il mare. Come se l’avesse saputo. Come se appartenesse da sempre a quel luogo.

   «Il suono è restato», disse lui piano.

   «Siamo noi, a volte, che perdiamo il passo», rispose lei.

     Sorrise. Non servivano spiegazioni.     

     Rossano le porse un sasso levigato, inciso a mano: “Ciò che resta non è il suono, ma chi lo genera”.  Poi scese verso il mare e scomparve tra i vicoli.   

     Lia rimase con quel sasso in mano. Il canto continuava: silenzioso, antico, vivo.

     Rossano era andato via, ma aveva lasciato una traccia.

     Il suono che saliva dal mare – lo stesso che aveva ascoltato da bambina, lo stesso che ora la chiamava senza voce – non era mai cessato.

     Era lei a essere cambiata. Aveva attraversato il mondo,  ma quel canto l’aveva seguita ovunque. Non c’erano più domande. Ogni vibrazione riportava un ricordo, ogni ritorno del suono apriva un orizzonte nuovo.

     Lia si alzò lentamente. Guardò ancora l’orizzonte, là dove il cielo scendeva fino a confondersi con l’acqua.

     Poi iniziò a camminare verso il sentiero che conduce al mare.

     Non aveva fretta. Le sirene, semplicemente, continuavano a farsi ascoltare.

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Il dono allo Stretto

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.


 

 

 

Ambientata nello scenario struggente e irripetibile dello Stretto di Messina, questa è una storia che affonda tra due sponde, Scilla e Cariddi, ma parla dello spazio che le divide e accosta ciò che affiora e ciò che resta nascosto, lì dove la memoria tocca le scelte degli uomini. Il dono del pescespada è un richiamo alla memoria profonda di un luogo. Quindi non solo il mare, ma anche lo spazio in cui i desideri si arrestano contro ciò che il luogo permette davvero. Parla di un luogo messo alla prova, e di chi decide di ascoltarne il battito, invece di spegnerlo con il rumore. Rossano, che arriva per caso, scoprirà che non sempre il silenzio è resa: a volte è resistenza

 

 

 

 

«Quando fu il giorno della Calabria Dio […] dette allo Stretto il pescespada…» Leonida REPACI

 

 

di Franco Emilio Carlino

Era il crepuscolo e lo Stretto di Messina splendeva di una durezza che non è dell’acqua. Le correnti si rincorrevano sotto il sole che scemava dietro la foschia, mentre i venti di levante e scirocco si sfidavano tra le onde. Un luogo dove l’orizzonte sembrava una linea sottile e il mare restituiva suoni che non appartenevano  a nessuna lingua.

     Tra le acque, qualcosa danzava mostrando tutta la sua grazia luminosa: il pescespada. Un animale silenzioso e allungato. Il suo corpo riverberava i raggi solari e la sua spada non era per ferire, ma per aprire nuovi passaggi dentro ciò che ancora non ha un nome. Libero nello Stretto, era custode, simbolo e leggenda.

     Ogni estate, quando l’acqua si fa trasparente e l’aria vibra di luce, gli uomini del mare attendono il suo passaggio.

     Non solo per la caccia, ma per una consuetudine antica che affonda nei tempi in cui l’uomo e il mare parlavano la stessa lingua. E ogni volta che il pescespada attraversa lo Stretto, sembra che il mare si ricordi di quel dono e se ne rallegri.

     Tra i vicoli stretti di Torre Faro, vicino a Capo Peloro, viveva Mico, un vecchio pescatore che si alzava prima dell’alba.   

     Il mare era la sua casa, ma lo Stretto… lo Stretto era un’altra cosa.

   «Non è mare», diceva, «è respiro. È voce. È memoria che vibra nell’acqua».

     Ogni anno, a giugno, quando il cielo si strappava di luce e di vento, Mico aspettava il ritorno del pescespada. Non perché ne avesse bisogno – ormai non pescava più – ma perché qualcosa nel suo cuore si muoveva quando l’acqua si apriva come una ferita luminosa: un richiamo, un sussurro. «Questo è il Signore che passa» mormorava, seduto sulla scogliera, guardando verso sud, dove lo Stretto si accorcia.

     Non tutti gli credevano. I giovani ridevano, chiamandolo ‘u pázzu do piscispáta (il pazzo del pescespada). Ma una bambina, Lina, veniva ogni mattina con lui, portando pane secco e arance. Lo ascoltava in silenzio, con gli occhi grandi e scuri come la pietra lavica. 

     Un giorno, mentre il mare era piatto e il vento taceva, dopo aver visto passare il pescespada, Mico le raccontò la vera storia. –  Dio non regalò il pescespada per sfamare gli uomini. Lo regalò perché ricordassero. Ricordare che anche nei luoghi di passaggio – come questo Stretto – può nascere qualcosa di eterno.

–   E noi, cosa dobbiamo fare? – chiese Lina.

     Mico sorrise. – Guardare. E custodire.

     Si alzò, senza bastone. Gli occhi lucidi. Poi si voltò verso Lina. – Allora sei pronta. Quando io non ci sarò più, tu ricorderai. Tu racconterai. Perché il dono non muore, finché qualcuno lo guarda con occhi veri.

     Molti anni dopo, Rossano arrivò allo Stretto per studiare le correnti. Non era la sua terra, ma qualcosa lo aveva attirato fin dal primo giorno: i venti, il disordine dei gabbiani, il mare che sembrava sempre trattenere un respiro. Ogni mattina si alzava presto, prendeva il taccuino e camminava lungo la costa, da Torre Faro fino a Capo Peloro.

     Un giorno, mentre prendeva appunti seduto su una scogliera, udì una voce alle spalle. Era Nicola, uno del posto, che discuteva ad alta voce con un gruppo di pescatori.

    Parlavano del ponte: grandi cantieri, fondali perforati, cemento che si sarebbe disteso da una riva all’altra come una mano senza cuore. Lo chiamavano “l’opera del secolo”. I toni erano accesi, quasi rabbiosi, rivolti agli ingegneri e ai tecnici presenti con le loro mappe e le loro promesse. «Lo Stretto non si attraversa con il ferro. Lo si deve ascoltare».

– È progresso, non potete fermarlo! – gridò uno. – È un oltraggio! – ribatté Nicola. – Lo Stretto risponde solo ai suoi ritmi e non si lascia ridurre da una struttura.

     Rossano non voleva intervenire, ma sentì la necessità di farlo. – Forse sbagliamo a considerarlo un ostacolo: questo luogo non chiede passaggi, ma attenzione.

     Un silenzio improvviso. Poi le voci si abbassarono. Qualcuno annuì. Altri scossero la testa. Ma la tensione si sciolse. E Rossano capì che, a volte, basta poco per cambiare il corso di una discussione: un tono calmo, una frase detta piano.

     In paese, però, non tutti lo vedevano di buon occhio. – Non è del posto. Che ne sa lui? – dicevano. Ma Rossano continuava a osservare, a documentare. Segnava le rotte dei pescispada, fotografava le reti abbandonate, studiava le correnti che mutavano.

     Fu allora che conobbe Lina. Lei era andata via, come tanti: Roma, poi Milano, infine l’estero. Era tornata dopo anni di studio e lavoro. Aveva la formazione di biologa marina, ma non era quello a definirla: era lo sguardo – attento, affilato, nostalgico. I due cominciarono a parlarsi, ogni giorno un po’ di più.

     Lina gli raccontò di Mico, il vecchio pescatore che le aveva insegnato a guardare il mare come qualcosa di caro. Gli parlò del giorno in cui, da bambina, aveva visto il pescespada attraversare lo Stretto come un lampo. E di Nicola, fratello di Mico, che aveva sfidato i progetti del ponte, e poi era scomparso, lasciando solo il ricordo del suo coraggio.

  – Mico diceva che certe presenze non vanno cercate. Si fanno trovare. Se hai occhi per vederle.

     Una sera, Lina e Rossano si ritrovarono sulla scogliera. Il sole calava, il mare era immobile. Poi, d’improvviso, un filo luccicante incise l’acqua senza rumore: il pescespada.

     Non provarono né stupore né timore: era come se un frammento inatteso della loro vita  fosse affiorato davanti a loro.

     Lina lo seguì con lo sguardo finché sparì. Poi guardò Rossano. – Hai visto? Lui annuì. – Ora so perché sono venuto qui.

     Gli anni passarono. I lavori del ponte iniziarono: trivelle, rumori, reti spezzate. Ma Rossano non se ne andò. Rimase. A osservare. A documentare. A resistere.

     Quando di lui non si seppe più nulla, qualcuno disse che se n’era andato per sempre. Ma Lina no. Lina continuò a salire ogni giorno sulla scogliera. Portava con sé una conchiglia incisa con un nome: Rossano. E quando il mare era immobile e il cielo pareva trattenere il fiato, sentiva una voce. «Guarda. E custodisci». Lina non rispondeva. Ma restava. E ascoltava.

     E quando il mare si apriva di nuovo, con la lentezza che sembrava non misurarsi con il tempo degli uomini, capiva che quel segno non si  era ancora diradato, e continuava a chiedere occhi capaci di accoglierlo.

 

 

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Il bergamotto, dono raro di Dio

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

 


 


Nella distribuzione delle sue tante meraviglie, quando il Signore creò la Calabria, si fermò davanti a una lingua di terra luminosa e aspra, battuta dal vento e accarezzata dal sole, incastonata tra monti severi e un mare sempre sveglio. Era Reggio Calabria. La osservò a lungo, poi disse: «A questa terra voglio donare qualcosa che non avrà pari e che nessun’altra potrà avere».

     Allora, dalla sua mano, cadde l’ultimo frutto rimasto: piccolo, verde e ancora sconosciuto. Era il bergamotto.

     Lo piantò nel terreno rossiccio e fertile della costa ionica, tra gli ulivi e i fichi, a un passo dallo Stretto. Il bergamotto mise radici e crebbe. Per la sua natura rifiutò altre terre, climi docili, venti estranei alla sua essenza. Scelse Reggio Calabria, dove il sole e la brezza riportavano con calma il sapore di cose custodite che sapevano di memoria.

     I contadini, per la sua tipica colorazione, comunemente lo chiamavano “oro verde”, senza immaginare cosa sarebbe diventato, ignari del valore che un giorno quel frutto avrebbe avuto valicando confini impensati. Ne raccoglievano la buccia, distillandone un’essenza nobile, limpida ma intensa, che un passo dopo l’altro superò oceani e approdò nei salotti europei,  divenendo il cuore segreto di profumi importanti.

     Ma per la gente del posto il bergamotto era più di un’essenza: era rimedio, alimento, ricordo, identità. Era parte della terra stessa.  Quando qualcuno chiedeva perché crescesse solo lì, gli anziani sorridevano: «Dicevano che l’ultimo gesto della creazione avesse scelto proprio questo lembo di costa».

     E ancora oggi, quando il vento cambia direzione, porta con sé un odore di agrumi che sembra un’antica gratitudine.

     L’arrivo di Rossano non fu per caso, né un evento qualunque: aveva il passo di chi sa già dove vuole attraccare.

     Era un uomo abituato ad ascoltare più che a parlare. Il suo sguardo diceva più delle parole. Veniva da lontano, ma della Calabria conosceva l’eco profonda dei racconti dei suoi nonni.

     Erano nati in un piccolo paese dell’entroterra reggino, e da bambino gli parlavano spesso del «frutto raro anche nella forma», custodito e coltivato solo su quelle colline bruciate dal sole.

     Raccontavano di contadini che sapevano leggerne ogni venatura, ogni segreto; del modo in cui, all’alba, quando la rugiada fa brillare le foglie e la costa manda un odore di legno caldo e di mare, l’aria odorava di sale e resina. «È lì, nell’aria, che si avverte il suo profumo intenso. Solo lì può nascere, mentre non cresce dove non sente cura» – diceva la nonna.

     Rossano ascoltava in silenzio, seduto accanto a lei, mentre nella cucina si diffondeva l’aroma delle bucce lasciate a essiccare sulla stufa. Quel profumo gli rimase addosso per anni.

     Ora, tra quei filari, quel profumo non era più memoria: era realtà.

     Nessuno sapeva realmente da dove venisse. Arrivò in silenzio, con una cartella e molte domande. E si capì subito che  cercava una sola cosa: il bergamotto.

     Fu in un giardino, a inizio autunno, che arrivò davvero. Era settembre: nell’aria l’odore degli agrumi maturi si mescolava al silenzio circostante. Non lo vide nessuno entrare tra le piante, ma molti avvertirono una presenza nuova, come se gli alberi stessi restassero immobili prestando attenzione. Il suo passo era delicato, come chi non vuole disturbare, nonostante avesse camminato molto.

     Qualcuno ancora oggi giura di aver visto un uomo muoversi tra i filari con passo silenzioso. Non lo si distingue bene in volto, non ha voce squillante. Ma ha mani delicate e occhi che comprendono. È Rossano.

     Un contadino anziano, osservandolo, sussurrò: «Chi riconosce questo profumo, sente parlare una terra intera».

     Rossano tornò ogni giorno, con quella pazienza che appartiene solo a chi sa aspettare perché ha messo radici altrove. Parlava con i contadini, annotava dettagli, ascoltava gli anziani e i giovani. Visitava i vecchi agrumeti abbandonati, assaggiava marmellate, osservava gli alambicchi artigianali. Non diceva molto, ma ascoltava tutto. Annotava, ma più di ogni cosa annusava. Studiava il frutto con delicatezza. Una mattina prese tra le dita un frutto ancora acerbo, lo accarezzò  come per carpirne il segreto e sorrise.

     Era arrivato quando i giardini tacevano e la gente partiva. Non portava promesse fragorose, ma solo idee chiare di progetti essenziali. Era convinto che un frutto potesse produrre lavoro, che un profumo potesse convincere qualcuno a restare, che una terra potesse ritrovare fiducia in se stessa.

     Quando comprese che per quel frutto stava svanendo l’interesse, si diede da fare. Parlava di distillazione, di cosmetici naturali, di marmellate, di profumi. Usava un linguaggio semplice e concreto per parlare di economia, di bilanci, di speranze tangibili. Ripeteva che il bergamotto non era solo un prodotto e un’essenza: era identità.

     Scelse una masseria abbandonata. La rimise in sesto senza fretta. Di giorno aiutava nei campi, sistemava vecchi pozzi, organizzava incontri, visite agli alambicchi, corsi di potatura e di distillazione.

     Di notte scriveva appunti, tracciava mappe di opportunità, organizzava idee. Coinvolgeva chiunque avesse tempo e voglia. Cercava gli artigiani che sapevano ancora distillare a vapore, quelli che riconoscevano il momento giusto della raccolta. Li metteva in contatto con i giovani.

     Diceva che il valore nasce dalle piccole cose: dai semi, dalla terra, dai gesti custoditi e tramandati in silenzio. Che il bergamotto non andava solo raccolto: ma raccontato. Protetto. Trasformato in un racconto che parlasse al mondo di Reggio Calabria – ma soprattutto alla sua gente.

     All’inizio parlava sottovoce, come si fa con ciò che si vuole proteggere. Camminava tra le case vuote e frantoi spenti sognando laboratori, cooperative, scuole di profumo. Un futuro con profonde radici.

     Poi, un giorno, chiamò la gente del posto in piazza. Disse: «Questo frutto non è solo un miracolo: è un’opportunità concreta se sappiamo coglierla. Qui, dove tutto sembra fermarsi, il bergamotto può farci ripartire. Possiamo farne salute, bellezza, ricerca, arte. Se lo lavoriamo qui, se lo offriamo con sincerità, creeremo lavoro. Lavoro per restare».

     Molti non gli credettero. Ma Rossano non si fermò. Uno alla volta, iniziarono a seguirlo: agricoltori, artigiani, giovani, studiosi.

     Si formarono piccole imprese, cooperative, laboratori. Nacque persino un museo del bergamotto e una scuola del profumo.

     Una filiera intera prese forma: creme, cioccolato, liquori, saponi, botteghe che portavano lontano l’anima della costa ionica.

     In poco tempo i vasetti di marmellata raggiunsero città lontane, i saponi artigianali attraversano frontiere, le essenze superarono perfino le diffidenze. Un profumiere famoso disse: «Non è un’essenza: è un racconto». Qualcuno giurò che in quel profumo c’era tutta la storia di un’intera terra.

     Rossano, però, non volle essere al centro.

     Il giorno dell’inaugurazione del primo laboratorio, non parlò. Era tra le piante, con le mani in tasca e lo sguardo abbassato. Ma tutti sapevano che, senza di lui, nulla sarebbe nato.

     Disse soltanto: «Il bergamotto non appartiene a nessuno. È della terra. Io ho solo ricordato a tutti che aveva qualcosa da dire».

     Quando convinse un artigiano anziano a insegnare ai ragazzi l’arte degli alambicchi, aggiunse: «Questa è l’unica eredità che vale davvero». Quei ragazzi, un tempo pronti a partire, iniziarono a sognare un futuro qui.

     Un giorno portò alcune boccette di essenza nella scuola elementare. Chiese ai bambini di annusarle. «Sa di mia nonna», disse un bambino. Mi ricorda il mare», disse un altro. «È come un abbraccio che non sai da dove arriva, ma che riconosci subito», aggiunse una bambina.

     Rossano sorrise. Aveva capito: il profumo era diventato memoria, identità, futuro.

     Non cercò fondazioni né targhe. «I nomi incisi non scaldano nessuno» diceva. «Ciò che conta è il seme lasciato nella terra».

     E ancora oggi, quando il vento muove gli agrumi, quando il sole scivola tra gli ulivi, quando le donne stendono il bucato tra gli alberi e i bambini corrono nei filari, qualcuno mormora: «Rossano è passato di qui».

     A volte dicono di scorgerlo tra le piante.

     Rossano passa oltre. Ma il profumo resta.

     Da allora la terra pare inspirare più lentamente, come se avesse trovato il suo ritmo.

     Il profumo che sale dai frutti ha un timbro diverso. Sa di memoria. Sa di speranza.

     Quando provarono a cercarlo, di lui restavano solo tracce leggere. Rimaneva però il sentiero tracciato tra le foglie, come se il vento lo avesse seguito.

     Nel punto in cui si fermò l’ultima volta, un frutto maturo si staccò da solo, liberando un aroma così limpido che profumò tutto il territorio.

     Da quel giorno, ogni tanto qualcuno dice di averlo intravisto. Non lascia orme. Offre lavoro. Consegna dignità. Serba il ricordo di un gesto, a volte una parola, un seme. Nessuno lo vede, ma il profumo cambia. Diventa più intenso, più vero. Come se contenesse una storia.

     Poi, un giorno, se ne andò. Senza rumore.   

     Sul tavolo del vecchio frantoio lascò una lettera. Sotto un sasso, ai piedi dell’albero, un biglietto. Diceva: «La bellezza autentica non si possiede. Si custodisce e si dona. Il bergamotto è la voce di questa terra. Io ho solo aiutato ad ascoltarla. Non cercatemi. Sono nei frutti, nelle mani che li raccolgono, negli occhi di chi resta. Quando sentirete questo profumo saprete di essere a casa». – Rossano.

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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