“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Il racconto che segue nasce da un ritorno. Non uno qualunque, ma quello di Rossano, una figura ricorrente, che con amore attraversa la Calabria camminando spesso lungo i bordi del tempo, cercando storie perdute fra il mare e le parole. A Pizzo, ciò che ritrova non somiglia a un semplice gusto: è una presenza che continua a parlare. Non è nostalgia: è l’urgenza di comprendere da dove proveniamo. E di riconoscere che certi mestieri, certe mani, certe reti, sono ancora capaci di insegnare qualcosa che non si legge nei libri.
R
ossano tornò a Pizzo in un pomeriggio di settembre, quando l’aria era ancora calda, l’odore del mare si mescolava a quello delle reti lasciate ad asciugare e l’estate cominciava a spegnersi piano piano nei suoi silenzi. Il paese stava fermo, come una persona anziana che osserva il mare senza parlare.
Camminava senza fretta tra i vicoli che scendevano verso il porto. Non era la prima volta che metteva piede in quel borgo marinaro, ma questa volta aveva un motivo preciso: cercare Vittorio, un vecchio pescatore di cui aveva sentito parlare da bambino da suo nonno. Uno che, secondo i racconti, pescava come facevano un tempo le generazioni passate, quando le tonnare ancora disegnavano la costa calabra con geometrie sacre.
Non lo aveva mai incontrato davvero, solo sentito nominare. Ma quel nome gli era rimasto in testa come un chiodo, e ogni passo lo avvicinava sempre più a quell’immagine.
Vittorio era l’ultimo della sua razza a calare le reti come si faceva un tempo: senza motori, senza fretta, con il rispetto di chi parla al mare come a un fratello maggiore. Era lui che conservava la storia del tonno di Pizzo: non solo come veniva pescato, ma anche come narrarla.
Sul molo, tra barche sverniciate e reti stese ad asciugare, Rossano lo trovò seduto su uno sgabello basso, intento a rammendare una rete dai nodi grossi senza guardare in faccia nessuno. Il viso rugoso era bruciato dal sole e segnato dalla salsedine, ma negli occhi c’era la calma profonda di chi ha visto tutto e non si è mai stancato di ascoltare.
Quando Rossano si avvicinò, parlò prima lui.
«Tu devi essere il nipote di Ciccio» disse Vittorio, senza alzare lo sguardo. — Hai lo stesso modo di camminare: come uno che cerca qualcosa che ha perso, ma non sa dove.
Rossano sorrise. C’era già una storia, lì. Bastava ascoltarla.
Aveva appena trovato l’inizio del racconto che cercava. E forse anche un pezzo di sé.
Si sedette accanto a lui, in silenzio. La rete scivolava tra le mani di Vittorio con una lentezza che sembrava voluta. Ogni nodo pareva trattenere il gesto originario degli avi, un ricordo che non andava scordato, ma riproposto.
Dopo un po’, tirò fuori una vecchia scatola di latta. Da dentro, una foto ingiallita: quattro uomini giovani, a torso nudo, tiravano una rete piena. In mezzo a loro, un ragazzo con gli occhi scuri: Ciccio, il nonno di Rossano, che molti anni prima fermandosi a Pizzo aveva conosciuto Vittorio e partecipato con lui a una battuta di pesca.
—Era bravo tuo nonno – disse Vittorio. – Non aveva il mare nel sangue, ma lo rispettava. Il mare comprende chi lo considera sai?
Rossano annuì, quasi in soggezione. Qualcosa lo agitava, un fremito lieve, come se il mare, per un attimo, lo richiamasse.
—Mi diceva sempre che il tonno di Pizzo era più di un pesce. Che ha una storia. Che era un modo per ricordare un privilegio, diceva.
Vittorio posò la foto sulle ginocchia.
—È un testimone. Ogni tonno pescato come si deve porta con sé una parte di tradizione. – Il tonno era una cosa seria. La tonnara, per loro, era un linguaggio: ogni gesto rispondeva a un altro. Ogni gesto aveva un nome. Ogni rete una funzione. Ogni taglio una regola. Ogni famiglia aveva il suo modo di conservarlo: sott’olio, sotto sale, con alloro, con cipolla rossa… Ognuno aveva il suo oro salato.
Poi fece una pausa, guardò il mare e disse piano: — Oggi corrono tutti. E chi corre non ascolta il mare.
Quelle parole restarono sospese. Rossano non rispose, ma dentro di lui stava prendendo forma qualcosa. Un bisogno.
Era lì per ascoltare, per capire. Per imparare qualcosa che nessun libro aveva mai raccontato. Era lì per documentare, per registrare quel fenomeno e condividerlo con gli altri attraverso i suoi servizi giornalistici.
– Posso vedere? Come si faceva?
Vittorio si alzò con lentezza, quasi fosse parte del legno del molo. Lo invitò a seguirlo. Si fermarono davanti a una barca in legno azzurro, con il nome “Stidda” dipinto a mano.
– All’alba. Se vuoi capire, bisogna entrare in acqua prima che il sole la tocchi. All’alba il mare ha il fiato frenato, abile a trattenere le onde. L’alba non ha parole. Ha odori, gesti antichi che sanno di attesa e silenzio.
Il cielo era ancora grigio quando salirono sulla barca. Nessun motore. Solo il rumore dell’acqua contro il legno.
Rossano e Vittorio salparono quando il cielo era ancora la soglia tra notte e giorno. Il motore restò spento. La barca, adagiandosi, seguiva lentamente il movimento delle onde come se stesse meditando.
Arrivarono al largo, raggiungendo una zona poco lontana dalla costa. Vittorio si mise a calare la rete a mano, con movimenti ponderati. Rossano lo aiutava in silenzio, cercando di imitare quel ritmo antico.
–Non si pesca per catturare – disse il vecchio. – Si pesca per rammentare.
Quando tirarono su la rete, un solo tonno brillava fra i nodi. Robusto, compatto, pulsante di luce metallica.
–È abbastanza – mormorò Vittorio.
Quella sera, nella vecchia cucina affacciata sul mare, Vittorio lo preparò con gesti lenti e precisi, come si faceva un tempo: cipolla rossa di Tropea, alloro, olio buono d’oliva, scorza d’arancia.
–Questo non è solo un piatto – disse, porgendoglielo. – È un modo per dire grazie. A chi è venuto prima, al mare, e anche a te: per la tua presenza, la tua curiosità, il tuo interesse per questo lavoro e questa tradizione.
Rossano assaggiò. E quel sapore gli restituì uno spazio sconfinato carico di memoria: l’eco del nonno Ciccio, il passo lento delle onde, il silenzio, la tenacia della terra calabra. E capì che quella storia, oggi, aveva aspettato proprio lui per essere raccontata di nuovo.















