“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Ogni viaggio in Calabria per Rossano era un ritorno, anche nei luoghi che ancora non aveva sfiorato. C’era sempre qualcosa – un profumo, una voce, una strada che si perdeva nella collina – che gli dava la sensazione di essere a casa. A Tiriolo, incuneato tra due specchi d’acqua lontani, arrivò quasi per coincidenza, e tutto gli apparve come un pensiero trattenuto. O forse per destino. E fu lì che imparò che la bellezza, quella vera, non si ostenta, ma si preserva, non si lascia catturare e si rivela solo a chi sa ascoltarla.
Q
uando Rossano arrivò a Tiriolo, il cielo era chiaro e lattiginoso. Il pullman lo lasciò alla curva che guardava il paese dall’alto. Tiriolo si arrampicava con grazia sulle alture: case una sopra l’altra e il campanile che graffiava il cielo color latte. L’aria sapeva di mosto e di legna bruciata. Due mari, uno a levante e uno a ponente, si guardavano da lontano. E Tiriolo, lì nel mezzo, sembrava trattenere il respiro.
Non era la prima volta che Rossano percorreva la Calabria, ma c’era qualcosa, in quel borgo silenzioso, che lo costrinse a fermarsi. Non fu una voce, né un volto. Fu un’impressione. Come se un’attenzione silenziosa – o qualcuno – fosse lì ad attenderlo.
Rossano si fermò a osservare. Aveva viaggiato a lungo per documentare storie di borghi calabresi, ma qui sentiva qualcosa di diverso, come se il silenzio stesso avesse memoria.
Scese per una strada di pietra consumata. I balconi erano pieni di panni stesi; il vento li faceva svolazzare lentamente. Il bar del paese, in piazza, era poco più in là, con le sedie in plastica sbiadite e i bicchieri rigati dal tempo. Rossano vi passò davanti: un televisore acceso sul calcio, l’odore del caffè forte.
– Un espresso, per favore – disse.
Il barista, un uomo con la barba grigia, gli servì la tazzina e lo guardò curioso. – Non sei di qui.
–No. Sto lavorando a un reportage sulla Calabria.
L’altro fece un cenno, poi aggiunse quasi sottovoce: – Allora scrivi di Lidia.
Rossano alzò lo sguardo. – Chi è Lidia?
– Vedrai. – Il barista sorrise appena e tornò al bancone.
Fu così che cominciò a cercarla.
La incontrò due giorni dopo all’ombra del campanile della Chiesa Maria della Neve. Aveva i capelli raccolti in un fazzoletto scuro, una cesta sul fianco piena di erbe e lo sguardo fisso sulla terra. Camminava scalza, attenta a non far rumore.
Quando gli passò accanto, Rossano sentì un profumo di rosmarino e legna arsa. La sua bellezza non chiedeva attenzione: arrivava dopo, come un’eco che si comprende solo ascoltandola. C’era in lei qualcosa di più profondo, una grazia quieta, come se portasse dentro la luce stessa di quel paese.
Nei giorni seguenti Rossano la vide altre volte: al mercato, nella chiesa, sull’uscio di una casa coperta d’edera, alla fontana. Non si parlavano. Bastava vederla per sentire che in quel luogo ogni gesto aveva un senso antico.
Una mattina, seguendo un sentiero sterrato che portava verso un uliveto, Rossano incontrò una donna anziana. Sedeva su uno sgabello basso, intrecciando rami di salice, con mani segnate dalla terra. – Cerca qualcosa, forestiero? – chiese senza alzare lo sguardo.
Rossano sorrise. – Forse una storia.
La donna alzò gli occhi e sorrise. – Allora sei nel posto giusto. Qui, a Tiriolo, ogni donna è una storia. Ma non tutte vogliono essere raccontate.
Gli fece segno di sedersi. Restarono a parlare. Con voce lenta, come se parlasse al vento, cominciò: – Dicono che il Signore, quando creò la Terra e mostrò la sua attenzione alla Calabria, si fermò qui a Tiriolo facendole dono di far nascere donne che nel sangue portano la luce dei due mari, la pazienza della montagna e la memoria negli occhi. Sono cose che non si possono spiegare. Bisogna incontrarle.
Rossano non disse nulla. Ma il suo pensiero corse a Lidia.
Fu il giorno dopo che accadde. Era il crepuscolo. La rivide mentre il sole stava calando dietro le colline e la luce diventava dorata come miele, avvolgendo le case. Rossano camminava senza meta, e una musica saliva da una finestra aperta.
Lei, a piedi nudi, era seduta sul muretto davanti casa, con un libro aperto sulle ginocchia e il viso rivolto al tramonto.
– Non sei del posto – disse senza voltarsi.
Rossano si fermò. – No – rispose. – Ma ho l’impressione di esserci già stato. Forse nei sogni.
Lidia si voltò e sorrise. – A Tiriolo, le cose che devono tornare tornano sempre. Anche le persone.
Parlarono a lungo. Di poco, di tutto. Della terra, della pioggia che cade sempre di lato, dei fichi che maturano solo se li guardi in silenzio, dei nomi antichi.
Rossano scoprì che Lidia parlava come si vive: con calma, con verità. Ogni parola sembrava spostargli un pensiero, come una mano attenta a riordinare qualcosa senza fare rumore.
Nei giorni che seguirono, si incontrarono ancora, senza accordi, come se il paese stesso decidesse quando farli incrociare.
Ogni incontro era un frammento.
Lui, che aveva sempre cercato di catturare la bellezza con la macchina fotografica, si accorse di non voler più fotografare la bellezza di Lidia, che – come quella di Tiriolo – non era da trattenere. Era solo da attraversare, da ricordare.
L’ultima sera, prima di ripartire, Rossano tornò dalla donna anziana. La trovò nello stesso punto. Il cielo era limpido, la luna si specchiava nei tetti.
– Ora so – le disse – che le donne di Tiriolo non appartengono a nessuno.
Lei annuì, sorridendo. – Sono di chi le riconosce. Ma poi deve lasciarle andare.
All’alba, Rossano lasciò il paese immerso nell’ombra. Il bus riprese la discesa tra gli ulivi. Nessuna foto scattata, la macchina fotografica era rimasta spenta; tuttavia Tiriolo gli aveva lasciato un segno, qualcosa che non temeva potesse svanire e che sarebbe sempre rimasta con lui.
– Lidia…
– Lidia è il nome che porta, ma non è solo lei. Ce ne sono state, ce ne sono. E ce ne saranno. La bellezza non resta ferma: si rinnova. Si trasforma.
E da quel giorno, Tiriolo visse in lui come una parola che non si può dire ad alta voce. Un segreto sussurrato dal cuore della Calabria.





