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Rubrica di Alessio Musella

Rubrica di Alessio Musella

Dal collezionismo italiano al mercato globale. Il fenomeno Morandi

Senza dubbio Giorgio Morandi è oggi considerato uno dei “blue-chip” più solidi e ricercati del mercato dell’arte internazionale quando parliamo del 900.

La sua valutazione non solo è rimasta stabile durante i periodi di incertezza economica, ma ha mostrato una crescita costante, consolidando la sua posizione tra i grandi maestri del XX secolo.

​Il mercato di Morandi è stratificato in base alla tecnica e all’epoca, con le Nature Morte che rimangono i soggetti più iconici e di Maggior valore.

​Le Nature Morte con i classici “bottiglie e vasi” sono le più quotate.

I Paesaggi e i Fiori hanno solitamente valori leggermente inferiori, sebbene i fiori realizzati tra il 1940 e il 1950 siano molto ambiti.

Le opere del periodo metafisico (anni ’10 e ’20) sono estremamente rare e hanno quotazioni da museo.

La maturità degli anni ’50 è la più rappresentativa del suo stile “silenzioso”.

 

La presenza nel Catalogo Generale di Lamberto Vitali è fondamentale per la commerciabilità e la valutazione dell’opera.

​Il mercato di Morandi negli ultimi anni ha subito una forte internazionalizzazione al contrario di altri nomi altisonanti del secolo scorso.

Se un tempo era un artista collezionato prevalentemente in Italia, oggi le piazze principali sono New York, Londra e Hong Kong.

Recenti vendite hanno mostrato che opere acquistate negli anni ’80 hanno generato un rendimento annualizzato del 7%.

​In un mercato dell’arte che nel 2026 si presenta molto selettivo, Morandi viene percepito come un “bene rifugio”.

Gli investitori preferiscono la sua stabilità rispetto alla volatilità dell’arte ultra-contemporanea.

 

Unica nota da non sottovalutare attenzione ai falsi: Essendo un artista dal tratto apparentemente semplice ma tecnicamente complesso, il mercato è purtroppo pieno di imitazioni.

È essenziale che l’opera sia accompagnata dalla documentazione della Fondazione Giorgio Morandi o storicamente archiviata.

​Ovviamente è fondamentale verificare lo stato di conservazione: le superfici opache di Morandi sono estremamente delicate e ogni restauro maldestro può abbattere il valore del 30-40%.

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Lucio Fontana, La fine di Dio. Il vertice assoluto dello Spazialismo

L’opera “Concetto spaziale, La fine di Dio” del 1963 fa parte di una serie di oli su tela, tutti di forma ovale e dimensioni costanti (circa 178 \times 123 cm), caratterizzati da costellazioni di buchi e squarci.

​La scelta della forma ovale è fondamentale. Non è un rettangolo tradizionale, ma un richiamo all’uovo, simbolo universale di nascita, rigenerazione e perfezione divina.

Fontana sceglie questa forma per contenere l’infinito: l’uovo è il nucleo della vita, ma è anche una forma chiusa che l’artista decide di “violare”.

​In quest’opera, i “buchi” di Fontana diventano più profondi.
Spesso la superficie è spessa, grumosa, quasi organica.
​Fontana non vuole “dipingere” lo spazio, vuole crearlo.

 

Bucando la tela, permette allo spazio reale di attraversare l’oggetto artistico.
​il nome dato all’opera “La fine di Dio” non va inteso come un messaggio ateo Fontana si riferiva alla fine di una concezione antropomorfica e vecchia di Dio.
Nell’era dell’esplorazione spaziale e delle nuove scoperte scientifiche, l’infinito non può più essere racchiuso in vecchie icone; Ed ecco che Dio diventa un concetto cosmico, invisibile e immenso, che si manifesta nel vuoto oltre la materia.

​Le opere della serie presentano spesso colori monocromi ma vibranti: oro (il divino), rosa (la carne), nero (il vuoto cosmico).

La tela sembra una superficie lunare , un punto di incontro tra la spiritualità più alta e la materia più grezza.

 

Oggi, La fine di Dio è considerata il “Sacro Graal” dei collezionisti di Fontana. Il suo valore è determinato da diversi fattori:
​Rarità: La serie è limitata (circa 38 esemplari realizzati tra il 1963 e il 1964).
Molti sono custoditi nei musei più importanti del mondo (Centre Pompidou, MoMA, Fondazione Prada).
​Sicuramente e’ l’opera che sintetizza l’intera poetica dello Spazialismo.

Nelle aste internazionali gli esemplari di questa serie raggiungono cifre decisamente importanti.
​Negli ultimi anni, le aggiudicazioni hanno oscillato tra i 20 e i 30 milioni di euro, a seconda del colore (l’oro e il nero sono tra i più ricercati) e dello stato di conservazione.

​Siamo di fronte a un’opera che ha rotto definitivamente il confine tra pittura e scultura, trasformando una tela in una soglia verso una nuova dimensione.

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L’Arte di Ricomporre l’Anima

Nel Kintsugi, quando un vaso cade e si frantuma, non viene gettato via.

I frammenti vengono raccolti e riuniti usando una lacca speciale miscelata a polvere d’oro.

Il risultato finale  è un oggetto che è più resistente, più prezioso e più unico dell’originale.

​Spesso, quando viviamo un trauma o un dolore, ci sentiamo “rotti”.

La società ci spinge a nascondere le crepe, a vergognarci delle nostre fragilità.

Il Kintsugi ci insegna l’esatto opposto: la rottura non è la fine, ma un momento di trasformazione. Guarire l’anima inizia dal coraggio di guardare i propri pezzi a terra senza voltare lo sguardo.

​L’oro non serve a nascondere la crepa, ma a illuminarla a renderla visibile a trasformarla in esperienza.

L’oro rappresenta la resilienza, la consapevolezza, l’autodeterminazione.

Ogni volta che elaboriamo un dolore, non torniamo mai “come prima”.

Diventiamo persone nuove, arricchite dall’esperienza che abbiamo superato, dal dolore che siamo stati in grado di esorcizzare, ed e’ allora che la cicatrice diventa un fregio, una prova della nostra capacità di sopravvivere.

​Guarire l’anima con questa filosofia significa smettere di rincorrere un’ideale di perfezione irraggiungibile e iniziare ad amare la propria storia vissuta, fatta di errori, cadute e rinascite.

​Il Kintsugi dell’anima guarisce perché sposta il focus dalla perdita al valore. Non sei una ceramica riparata alla meglio; sei un’opera d’arte che porta i segni preziosi della propria evoluzione.

La vita e’ un insieme di errori e sorrisi che ti aiutano a  comporre il puzzle della tua anima

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Pablo Picasso. Una rivoluzione artistica dal valore senza tempo

Parlare del valore delle opere di Pablo Picasso significa navigare tra due mondi: quello del prestigio storico-artistico e quello del mercato dei capitali.

Picasso non è stato solo un artista, ma un vero e proprio spartiacque culturale.

​Il valore primario di Picasso risiede nella sua capacità di aver scardinato la prospettiva tradizionale.

Prima di lui, l’arte cercava di imitare la realtà; dopo di lui, l’arte ha iniziato a interpretarla e scomporla.

​L’Invenzione del Cubismo: Insieme a Braque, Picasso ha introdotto la quarta dimensione nell’arte.

Un’opera cubista non è solo “brutta” o “deformata”, è il tentativo di mostrare un oggetto da ogni angolazione contemporaneamente.

L’Incessante Evoluzione: A differenza di molti artisti legati a un unico stile, Picasso ha attraversato il Periodo Blu, il Periodo Rosa, il Cubismo, il Neoclassicismo e il Surrealismo. Questa versatilità rende ogni sua opera un tassello unico dell’evoluzione umana del XX secolo.

​Oggi, Picasso è uno dei pochi artisti il cui nome garantisce un investimento sicuro. Le sue opere sono considerate “asset rifugio“, simili all’oro.

​Bisogna sempre tener presente che il valore non è dato solo dalla bellezza estetica, ma dalla provenienza (chi ha posseduto il quadro prima) e dalla rarità dei periodi più celebri.

​Il valore di un’opera come Guernica è incalcolabile perché trascende il mercato.

È diventata il simbolo universale della protesta contro la guerra e la sofferenza civile. Quando un’opera d’arte smette di essere un “quadro” e diventa un “simbolo“, il suo valore entra nella sfera dell’immortalità.

​Oltre al genio, c’è una componente pragmatica:

​Branding: Picasso è stato il primo artista moderno a diventare una celebrità globale mentre era ancora in vita.

Ha gestito la sua immagine come un brand di lusso.

​Ha prodotto circa 100.000 opere. Questo ha permesso di creare un mercato vasto e dinamico, dove c’è sempre una “domanda” attiva.

​Possedere un Picasso non significa solo possedere una tela dipinta, ma un pezzo della rivoluzione intellettuale che ha definito il Novecento.

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Il Blue Dog di Serge Gauya

Il Blue Dog di Serge Gauya nasce  come espressione artistica visiva, frutto di una passione che l’artista svizzero coltiva fin da bambino..

Serge e’ noto per la sua carriera musicale (iniziata molto presto con studi al conservatorio e consolidata con successi nella musica latina), il “Blue Dog” rappresenta il punto di incontro tra il suo mondo immaginario di bambino e la sua evoluzione come artista Pop Art.

Fin da piccolo, Serge Gauya ha iniziato a creare personaggi e a disegnare cani con uno stile simile a quello che sarebbe poi diventato il suo marchio di fabbrica.

Per molti anni questi disegni sono rimasti parte del suo archivio personale e della sua creatività privata.

​Anche se  disegnava soggetti simili da tempo, è nel 2017 che l’artista ha deciso di dare vita formalmente al Blue Dog.

La prima apparizione e’ stata come dipinto, caratterizzato da uno stile in bilico tra street e Pop Art.

Dal quadro, il Blue Dog si è trasformato in forme tridimensionali, diventando un vero e proprio Art Toy.

Creare una scultura in resina è un processo affascinante che combina la modellazione classica con le moderne tecniche chimiche.

Nel caso di artisti come Serge Gauya, questo metodo gli permette di trasformare un’idea bidimensionale (come un disegno) in un’icona fisica e tangibile.

Tutto inizia con la creazione di un modello originale, chiamato “master”. Serge lo ha creato attraverso la modellazione manuale: utilizzando la plastilina per scolpire la forma a mano, rendendolo un’icona fisica esposta in gallerie e mostre in tutto il mondo.

​Oggi il Blue Dog non è solo un soggetto pittorico, ma un simbolo della carriera artistica di Gauya, che affianca la sua attività di musicista e produttore discografico.

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THE MATERIALS – “LE DIVE” Collection

THE MATERIALS – “LE DIVE” Collection

La collezione LE DIVE di THE MATERIALS è concepita come una vera macchina del tempo, un dispositivo artistico attraverso cui Alex Belli riporta il linguaggio visivo alle origini della pop art degli anni ’70. Un ritorno consapevole alla serigrafia storica, ispirata al metodo di Andy Warhol nella Factory di Manhattan, dove l’arte diventava produzione, icona, ripetizione e materia viva.

 

Le protagoniste della collezione sono le Dive, figure femminili che hanno attraversato epoche e immaginari trasformandosi in miti universali: da Marilyn Monroe a Brigitte Bardot, da Audrey Hepburn a Frida Kahlo, fino a Madonna, icona assoluta della pop music e della metamorfosi contemporanea. Ogni opera è un ritratto iconico ma, al tempo stesso, un frammento di tempo riattivato.

 

Attraverso l’uso di colori fluo materici, saturi e vibranti, accostati all’acrilico nero serigrafico, Alex Belli recupera il gesto originario della stampa pop, rendendolo fisico, imperfetto, umano. Le colature, le stratificazioni e le interferenze visive non sono errori, ma tracce del tempo che scorre e si deposita sulla superficie dell’opera.

In LE DIVE, l’immagine non è solo rappresentazione, ma materia temporale: ogni lavoro funziona come un varco, un passaggio tra passato e presente, dove la tecnica storica degli anni ’70 viene riattivata per parlare al linguaggio contemporaneo. La collezione diventa così un’esperienza immersiva e concettuale, in cui il mito pop, la luce e la materia costruiscono una narrazione potente e senza tempo.

LE DIVE non è nostalgia, ma riappropriazione: un atto artistico che trasforma la serigrafia in una macchina del tempo capace di rendere il passato di nuovo presente, vivo, pulsante.

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Maschere dell’anima

In questo dipinto di Fadwa Zinelhala, vedo un incrocio tra “Picasso e Pirandello”. Qui, l’artista sembra muoversi in un territorio in cui la scomposizione visiva (tipica del Cubismo di Picasso) incontra la frammentazione dell’identità (il tema del “doppio” e delle “maschere” di Luigi Pirandello).

L’artista con la sua opera presso la Star Home Gallery di Dubai
L’artista con l’Art Advisor Alessio Musella
L’artista con l’Art Advisor Alessio Musella

Un’opera che esplora la crisi dell’uomo moderno.

Come nel romanzo Uno, nessuno e centomila, il soggetto non è più un’entità unica e definita.

È frammentato, a riflettere l’idea che non abbiamo una sola personalità, ma tante quante sono le persone che ci guardano.

Il dipinto presenta spesso volti e sguardi multipli, figure che sembrano recitare una parte, sottolineando la mancanza di comunicazione tra gli esseri umani

Scopri di più sull’artista visitando il suo sito web.

 

Fadwa Zinelhala

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La materia dell’infinito. Valente Cancogni tra forma, vita e stupore

La sfera della vita

La sfera, per Cancogni, rappresenta la perfezione, l’universo e la ciclicità della vita.
Non è solo un oggetto geometrico, ma un elemento che sembra racchiudere un’energia interiore, le fessure aueree sulla superficie raccontano di un forza interiore non ancora espressa ma presente nell’animo umano.

Nella “Sfera”, il contrasto tra l’ apparente solidità della materia e la leggerezza della forma sferica crea un effetto quasi ipnotico.

L’opera esplora il concetto di mistero.

Il termine “vita” suggerisce che la scultura non sia statica, ma che possieda una vitalità propria, capace di trasformarsi a seconda della luce, della prospettiva e dell’occhio di chi la osserva

Il piccolo principe

La scultura sembra voler raccontare lo stupore, la curiosità e l’innocenza davanti a quell’infinito leopardiano che spesso ci troviamo a contemplare.

il “Piccolo Principe” incarna la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi…riapre cassetti pieni di sogni da troppo tempo rimasti chiusi.

Come molte delle sue opere, anche questa scultura gioca sull’equilibrio delle forme.
L’artista plasma la materia grezza trasformandola in un corpo capace di trasmettere emozioni e “voci”.

​Per Cancogni, la creazione non è un atto statico ma un dialogo tra sostanza e spirito.

Le sue sculture, inclusa quella del Piccolo Principe, nascono dalla volontà di sfidare l’identità intrinseca dei materiali per rivelare la loro risonanza emotiva e il loro potere di evocare l’intangibile.

L’opera di Cancogni viene percepita come accessibile, capace di risuonare profondamente con la sensibilità contemporanea.

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“UN SOLO SCATTO” ( Gerard Rancinan VS Philippe Halsman)

Dopo aver parlato con Gerard Rancinan e aver ascoltato come è nata la fotografia del 2011 della serie “Soldier Save Our Values”, l’ho paragonata alla fotografia di Philippe Halsman del 1948 “Dalí Atomicus” per il suo metodo di esecuzione.

Nessun fotomontaggio, solo genio, creatività e tecnica in entrambe le opere

Gerard Rancinan Serie “Soldier Save Our Values”

Quella fotografia, intitolata “Dalí Atomicus”, è uno dei capolavori più incredibili della storia della fotografia, scattata nel 1948 dal leggendario Philippe Halsman.

​La cosa più affascinante è che non si tratta di un fotomontaggio (che all’epoca era quasi impossibile con quel livello di dettaglio), ma di una performance fisica estenuante e orchestrata alla perfezione.

​Halsman voleva rendere omaggio al concetto di “atomismo” di Salvador Dalí (l’idea che tutto sia in sospensione e nulla si tocchi davvero).

Per farlo, utilizzò dei trucchi scenografici molto pratici:

​Il cavalletto e il dipinto sulla sinistra  erano appesi al soffitto con sottili cavi d’acciaio.

Philippe Halsman “Dalì Atomicus” 1948


La sedia sulla destra non volava da sola: era tenuta ferma dalla moglie di Halsman, Yvonne, che però rimase fuori dall’inquadratura (nella versione finale ritoccata vennero cancellate le sue mani).

​La scena ( surreale? Appunto ) era un caos coordinato.

Halsman contava fino a tre e poi succedeva tutto contemporaneamente:

​Gli assistenti lanciavano tre gatti da un lato.

​Un altro assistente lanciava un secchio d’acqua.

​Dalí faceva un balzo acrobatico verso l’alto.

​Halsman scattava con la sua macchina fotografica.

​Come potete immaginare di certo non è andata bene “buona la prima”.

Ci sono volute 6 ore e 28 tentativi per ottenere lo scatto perfetto.

Dopo ogni lancio:

​Gli assistenti dovevano catturare e asciugare i gatti (che, secondo le cronache, non furono maltrattati ma rimasero decisamente infastiditi).

​Bisognava pulire l’acqua dal pavimento dello studio.

​Halsman doveva sviluppare rapidamente la lastra per vedere se il tempismo era corretto.

​Lo scatto finale fu pubblicato sulla rivista LIFE e divenne l’emblema della Jumpology, una filosofia di Halsman secondo cui, quando una persona salta, la sua “maschera” cade e rivela la sua vera essenza

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Tributo a Klimt di Mariella Rinaldi

L’artista reinterpreta il capolavoro di Klimt aggiungendo colore all’oro e trasformando un dipinto bidimensionale in un’opera tridimensionale grazie all’applicazione di materiali sulla tela inseriti per conferire maggiore luminosità all’immagine.

Omaggio a Klimt Questo è senza dubbio uno dei dipinti più celebri di Klimt, nonché uno dei più rappresentativi del suo celebratissimo “Periodo d’oro”. È il trionfo dell’oro, senza mezze misure.

L’opera di Mariella Rinaldi è stata presentata all’interno dell’evento “Prospettive Contemporanee”, a cura di Elisabetta La Rosa, ed è inclusa nel catalogo ufficiale della manifestazione.


Adele Bloch Bauer, ricca viennese, è qui trasformata in un idolo: il suo abito, decorato con motivi in stile bizantino, occhi magici, volute e piccoli quadrati, diventa un tutt’uno con il prezioso sfondo, senza distinzione tra piani prospettici, vesti e corpo.

La storia recente di questo dipinto è anche tra le più avvincenti: confiscato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, fu recuperato decenni dopo dalla nipote di Adele Bloch Bauer, fuggita nel frattempo dall’Austria negli Stati Uniti. Successivamente fu acquisito da Ronald Lauder, che, acquistandolo per 135 milioni di dollari, fece del “Ritratto di Adele Bloch Bauer” uno dei dipinti più costosi mai venduti al mondo. Oggi lo troviamo ancora lì, alla Neue Galerie di Ronald Lauder, a New York.

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