Scrivendo questo articolo parto dalla considerazione di chi l’arte non la subisce dalle cartelle stampa, ma la mastica guardando in faccia la realtà.
Questa edizione di Art Dubai è stata una carezza e uno schiaffo insieme. Inutile girarci intorno o nascondersi dietro ai comunicati patinati delle pr: è stata un’edizione sotto tono, inutile negarlo. Ma dentro quel tono minore c’è il battito di un cuore che non ci sta a fermarsi, un segnale di rinascita che sa di resistenza pura.
Il vero nodo al pettine, l’elefante nella stanza che tutti hanno visto, è stata proprio quella spianata di assenze dall’estero. Troppo poche le gallerie internazionali, troppi vuoti lasciati da chi, spaventato dalle tensioni geopolitiche, dai costi delle assicurazioni sui trasporti e dai voli cancellati, ha preferito fare un passo indietro, lasciando a terra oltre la metà degli espositori rispetto agli anni d’oro. Una ritirata strategica che ha tolto quel glamour globale, quel brusio multiculturale e quel mercato pesante a cui la fiera ci aveva abituati. Un vero peccato, perché l’arte ha bisogno di ponti, non di barriere. Eppure, sul fronte degli acquisti, i collezionisti internazionali non sono mancati: in primis americani e tedeschi, seguiti da russi, orientali ed europei, a dimostrazione che l’interesse per la piazza di Dubai resta comunque magnetico.
Però, c’è un però che fa la differenza e che trasforma un mezzo passo falso in un mezzo miracolo. Gli organizzatori hanno tirato fuori gli artigli. Hanno azzerato i biglietti per il pubblico, hanno teso la mano alle gallerie dicendo “niente costi fissi per lo stand, rischiamo insieme sulle percentuali di vendita”. E in questo vuoto lasciato dai colossi occidentali, è successa una magia: la scena locale si è presa la scena, senza chiedere il permesso. Gli artisti della regione, i talenti degli Emirati e del Golfo hanno occupato quegli spazi con una forza identitaria pazzesca. Le fondazioni locali hanno fatto quadrato, trasformando Madinat Jumeirah da supermercato dell’arte a laboratorio culturale.
Insomma, è mancato il respiro del mondo, ma questa Art Dubai dimezzata ci ha regalato una verità preziosa: il tessuto artistico di questa terra non è più solo un contenitore per ospiti illustri, ma è diventato grande, maturo, capace di reggersi in piedi da solo anche quando fuori infuria la tempesta. Meno mercato globale, forse, ma molta più anima.
L’edizione speciale di Art Dubai è già in corso al Madinat Jumeirah ed è visitabile fino al 17 maggio 2026.









