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Giuseppe Pavia – L’equilibrio che accoglie l’imprevisto

La ricerca pittorica di Giuseppe Pavia si inscrive in una zona liminale, dove il gesto controllato e l’evento accidentale coesistono come forze strutturanti dell’opera. La superficie non è mai semplice campo d’azione, ma luogo di stratificazione emotiva e concettuale, in cui la fluidità del colore diventa dispositivo di indagine sull’instabilità dell’identità e sulla possibilità stessa di equilibrio.

Nato a Marsala nel 1975 e oggi attivo a Borgomanero, l’artista avvia dal 2020 una fase di rinnovamento del proprio linguaggio, individuando nella Fluid Art uno strumento espressivo capace di accogliere una ricerca personale autonoma e svincolata da modelli accademici. Le opere nascono dall’interazione tra campiture governate e interventi più irruenti, in cui il dripping interviene a interrompere l’equilibrio iniziale, introducendo una componente di rischio e apertura. Ne emerge una pittura che riflette un’identità in movimento, mai pienamente risolta, ma costantemente ridefinita dal confronto tra protezione e esposizione.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026, Giuseppe Pavia sarà protagonista alla Cathart Gallery di Varese in una mostra bipersonale curata da Carla Pugliano, con la partecipazione del critico d’arte Andrea Barretta. L’esposizione segna un passaggio significativo nel percorso dell’artista, delineando uno spazio di confronto e visibilità in cui la pittura emerge come pratica di costante mediazione tra disciplina e libertà. In questo contesto, l’imprevisto non è elemento da contenere, ma forza generativa capace di trasformare il controllo in apertura e l’intuizione in linguaggio condiviso.

 

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

Il tuo percorso artistico nasce da un’esigenza di trasformazione interiore e si sviluppa attraverso un equilibrio costante tra controllo e impulso. In che modo questa caratteristica si manifesta concretamente nel tuo lavoro quotidiano?

Il mio lavoro quotidiano è una negoziazione continua. Il controllo si esprime nel rigore del mio spazio di lavoro: l’arte fluida è la mia ancora di salvezza. Tuttavia all’interno di questa struttura rigida cerco deliberatamente l’impulso attraverso lo scardinamento delle abitudini per mezzo del dripping. Questo equilibrio mi permette di non restare intrappolato nel perfezionismo, trasformando la fatica del controllo nella libertà dell’intuizione improvvisa.

 

La Fluid Art e il dripping convivono nella tua pratica come due poli opposti ma necessari. Cosa rappresentano per te questi due linguaggi e come dialogano all’interno di una stessa opera?

Per me, l’arte fluida è un rifugio. Rappresenta la sicurezza in cui si ripara la mia timidezza; in quel fluire morbido e accogliente trovo lo spazio per essere me stesso senza sentirmi giudicato. È il luogo dove la mia introversione diventa armonia.

Il Dripping, invece, è la parte di me che pulsa ma che mi fa paura: è quella forza che temo di non saper controllare e che, una volta liberata sulla tela, mi espone totalmente. È il mio mettermi in gioco, il salto nel vuoto oltre l’insicurezza. 

In ogni opera, queste due parti dialogano cercando un equilibrio: la fluidità mi protegge, mentre il dripping mi sfida a mostrami per chi sono veramente.

 

La CathArt Gallery si definisce come spazio immersivo e di ricerca. Come ti sei relazionato a questo contesto espositivo e quanto ha inciso sulla percezione del tuo lavoro?

Per me questa rappresenta la prima vera occasione di vedere il mio lavoro riconosciuto a un livello così importante e non posso negare che la cosa mi lusinghi profondamente. Allo stesso tempo, il fatto che un’artista affermata come Carla Pugliano abbia creduto nel mio percorso mi intimorisce: sento la responsabilità di questa occasione.

Tuttavia, sono convinto che il mio processo di trasformazione abbia bisogno proprio di spazi come la CathArt Gallery dove non conta da dove vieni ma dove vuoi andare.

 

Esporre in una bipersonale significa entrare in relazione diretta con un altro artista. Cosa ti interessa del lavoro di Doriano Marocca e quali punti di contatto o frizione riconosci tra le vostre ricerche?

In linea generale sono sempre interessato al lavoro di altri artisti, non per giudicare ma perché mi piace vedere come ognuno cerca di mettere sulla tela il suo vissuto, le sue esperienze e/o le sue emozioni. Non cerco mai similitudini o differenze nel lavoro di altri artisti: mi limito ad osservare senza prevenzione e a cogliere la bellezza che ognuno sa esprimere e trasmettere con le proprie opere.

 

Mostre recenti di Giuseppe Pavia

  • Collective Art Exhibition, ottobre 2024, Galleria d’Arte Ikonica, Milano
  • Arte a Villa Giulia, novembre 2024, Villa Giulia, Pallanza – Verbania
  • Eco delle Forme, dicembre 2024 – gennaio 2025, Omnia Art Gallery, Latina
  • Art Sound Loud, febbraio 2025, all’interno di Art City Bologna 2025
  • Ricognizioni Contemporanee, giugno 2025, Sala della Gran Guardia, Isola d’Elba
  • Attraverso l’arte: la metamorfosi del mondo, agosto 2025, Sala dei Templari, Molfetta
  • Visioni d’Arte, ottobre 2025, Castello di Galliate
  • Re-Cycle / Re-Cosmos, dicembre 2025, bipersonale presso Spazio Azimut C.M., Novara
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Doriano Marocca – La materia del colore come atto di libertà

L’opera di Doriano Marocca si colloca in una ricerca pittorica che fa della libertà cromatica una presa di posizione netta e consapevole. La sua pittura nasce da un’esigenza intima e non mediata, lontana da condizionamenti esterni, e si afferma come spazio di resistenza personale e linguaggio autentico. Il colore diventa materia viva, stratificata, attraversata da gesti fisici e impulsi emotivi che costruiscono un equilibrio potente tra istinto e controllo. In questo processo la manualità assume un valore strutturale e il quadro si trasforma in un campo di energia, capace di restituire allo sguardo una tensione primaria e necessaria.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026  l’artista sarà presente alla Cathart Gallery di Carla Pugliano a Varese, impegnato in una mostra bipersonale che vedrà anche la partecipazione del noto critico d’arte Andrea Barretta, occasione significativa per approfondire una poetica che unisce pittura e nuove sperimentazioni tridimensionali in un dialogo aperto con la materia e con l’esperienza vissuta.

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

La tua pittura nasce da un’urgenza personale, lontana da condizionamenti esterni e accademici. In che modo questa libertà originaria continua a influenzare oggi il tuo processo creativo?

Come ho già detto in precedenza, dipingo per sentirmi libero; agli inizi ci ragionavo troppo su, forse per accondiscendere l’eventuale pubblico, ma poi ho capito che non mi interessava piacere alla massa. Volevo qualcosa di autentico, anche con gli errori di chi non ha studiato la “tecnica pittorica”, perché voglio far vedere che la pittura, come la vita, non la può controllare e/o programmare. La suddetta è sporca, misera, potente, a tratti compiacente, con qualche piccolo barlume di stupore. E nei miei dipinti voglio che si veda tutto ciò, senza che io mi senta costretto a piegarmi alle mode odierne, per avere più visibilità (con non vuol dire più talento o più vendite). Scriveva “qualcuno”, diventa il tuo “Demone”; io credo di aver trovato la strada per arrivarci.

Anche perché dietro i miei lavori c’è anche tutta una ricerca filosofica e psicologica, attraverso scrittori come Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.

Il colore, nella tua ricerca, si fa materia viva, stratificata, graffiata, quasi corporea. Che ruolo ha il gesto fisico nel tuo rapporto con la tela e quanto è guidato dall’istinto rispetto al controllo?

Il colore è fondamentale: uso colori forti, tutti i tipi di rosso, il nero e quello che definisce il dipinto, e quello che comanda e segna le forme. Ultimamente il verde turchese è quello più presente. Ma comunque preferisco sentirmi libero di stratificare e cercare di vedere cosa gli occhi permettono al cervello di codificare delle forme che si sono create.

Per quanto riguarda il gesto e lo stendere il colore, uso uno strumento poco ortodosso: si chiama spatola da carta da parati. La stesura è libera e istintiva.

Esporre alla CathArt Gallery, spazio fortemente orientato alla ricerca e al dialogo tra arte e interiorità, che tipo di risonanza pensi possa avere sul tuo lavoro e sul modo di condividerlo con il pubblico?

Dopo varie collettive di artisti, ho deciso di ampliare la mia visuale su questo mondo così complicato. Ho scelto di sondare un pubblico diverso dal solito, grazie anche al fatto che la Cathart Gallery è guidata da un’artista che stimo. Quello che verrà non lo so, ma io ci sarò.

In Tensioni Cromatiche il tuo lavoro si confronta con quello di Giuseppe Pavia. Come vivi questo dialogo a due e cosa pensi emerga dall’accostamento tra le vostre diverse, ma complementari, visioni astratte?

Io sono partito sempre dal presupposto che si può imparare da chi sa fare qualcosa di più rispetto a me. Ho capito che in questo mondo c’è molta “finzione”: bravo di qua, bravo di là, ma poi, come tutte le cose umane, lasciano il tempo che trovano. Non provo invidia verso il talento e la bravura; anzi, li applaudo. Ognuno ha il suo posto che merita, in questa vita o nell’altra.

In definitiva, sono due visioni che usano strumenti diversi per far aprire la mente all’immaginazione.

Mostre recenti di Doriano Marocca

  • Personale, settembre 2024, Bar 46 di Davide Crotti, Novellara (RE)
  • Collettiva “Noi dell’Arte”, novembre 2024, sala espositiva centro Correggio (RE)
  • Collettiva “Il Simbolo è l’Illustrazione”, gennaio 2025, Club Meridiana Casinalbo (MO), curatrice Barbara Ghisi
  • Collettiva “Arte Rampante”, maggio 2025, Museo Diocesano Francesco Gonzaga, Mantova, organizzata da “Noi dell’Arte”, critico Marco Cagnolati
  • Collettiva presso Fondazione Officina delle Arti, luglio 2025, Reggiolo (RE)
  • Collettiva “Spazialità Astratta”, ottobre 2025, Conceptartbrera (MI), curatore Alfonso Restivo
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Intervista a Olga Marciano, artista e curatrice di Le Stanze dell’Arte

C’è un filo sottile che attraversa il lavoro di Olga Marciano: è il filo dello sguardo, inteso non come semplice atto visivo, ma come spazio di relazione e di ascolto, oltre che di verità trattenuta. Artista e curatrice, Olga Marciano abita l’arte da una posizione doppia e tutt’altro che scontata, muovendosi con naturalezza tra la pratica individuale e la costruzione di contesti condivisi, tra l’intimità del volto dipinto e la responsabilità del progetto espositivo.

La sua ricerca artistica, fortemente concentrata sul ritratto femminile, non indulge mai nella decorazione o nella superficie. Ogni volto è un tramite di attraversamento, un luogo di tensione emotiva. Allo stesso modo, la sua attività curatoriale si fonda su un’idea di “cura” nel senso più autentico del termine: attenzione, tempo e rispetto per le singole poetiche e per i luoghi che le accolgono.

Questa intervista nasce con l’intento di attraversare il suo percorso nella sua interezza, lasciando emergere il pensiero che tiene insieme fare artistico e visione curatoriale. È anche l’occasione per introdurre Le Stanze dell’Arte, progetto ideato e curato da Olga Marciano, che si svolgerà in un importante edificio storico della città di Salerno e che avremo il piacere di accompagnare come media partner. Un format espositivo che sceglie la misura dell’ascolto e della profondità, privilegiando la relazione tra opera, spazio e spettatore, e restituendo all’arte quel tempo lento che oggi appare sempre più necessario.

I tuoi ritratti femminili, con il loro tratto così intenso e magnetico, catturano immediatamente lo sguardo e l’emozione di chi li osserva. Cosa ti ha spinta, all’inizio, a concentrarti su questi soggetti così affascinanti?


All’inizio non è stata una scelta razionale, ma una necessità. All’origine dei miei ritratti femminili c’è un’urgenza interiore più che una scelta tematica. Il volto della donna si è imposto come luogo simbolico di intensità emotiva e di verità, uno spazio in cui lo sguardo diventa racconto. Il volto femminile è diventato per me uno specchio emotivo in cui potevo esplorare fragilità, forza, silenzi e contraddizioni che sentivo profondamente mie. Le donne che ritraggo non sono mai solo “bellezza”, ma presenza, identità, memoria. Attraverso i loro sguardi cerco di dare forma alle emozioni non dette, a storie interiori che spesso restano invisibili. Con il tempo ho capito che quei volti erano un modo per raccontare me stessa e, forse, per creare un dialogo intimo con chi osserva, andando oltre l’immagine e toccando qualcosa di più profondo.

Sono gli occhi a parlare con una forza incredibile nei tuoi dipinti. Nei tuoi ritratti sono spesso il fulcro delle opere. Che ruolo hanno per te nello svelare l’anima dei tuoi soggetti?


Nei miei ritratti lo sguardo è il vero luogo dell’incontro. Gli occhi non sono solo un dettaglio espressivo, ma il punto in cui l’immagine prende vita e inizia a dialogare con chi osserva. È attraverso di essi che cerco di cogliere una presenza autentica, qualcosa che va oltre la fisionomia e si avvicina all’interiorità. Gli sguardi che dipingo non vogliono spiegare o dichiarare, ma trattenere, suggerire, talvolta persino resistere allo svelamento. In questa tensione nasce la forza del ritratto: uno spazio sospeso in cui l’anima non si mostra completamente, ma si lascia percepire, creando una relazione silenziosa e profonda con lo spettatore.
E poi … “La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori. Gli sguardi sono frasi perfette.” (F. A. Sorge)

Il tuo linguaggio figurativo iperrealistico colpisce per precisione e intensità, rendendo palpabile la femminilità e l’interiorità dei soggetti. Cosa ti ha portata a scegliere proprio questo approccio stilistico per esprimere emozioni e psicologia delle persone?


Il mio linguaggio non nasce da una scelta stilistica programmata, ma da un processo istintivo in cui la mano ha preceduto il pensiero. L’iperrealismo si è imposto come conseguenza naturale di questo ascolto: un mezzo per avvicinarmi alla presenza del soggetto senza mediazioni simboliche. La precisione non ha per me una funzione virtuosistica, ma relazionale; serve a costruire un contatto ravvicinato con l’interiorità, a rendere percepibile una tensione emotiva. In questo senso, il realismo diventa uno spazio di concentrazione e di cura, in cui l’immagine non descrive, ma accoglie e restituisce l’umano nella sua complessità.

La tua costante ricerca nella storia dell’arte ha sicuramente influenzato la tua visione. C’è stato un artista o un momento particolare che ti ha ispirata in modo decisivo?

La mia ricerca nella storia dell’arte non si è mai concentrata su un singolo riferimento o su un momento isolato, ma su una stratificazione di sguardi e di tempi. Più che un artista in particolare, mi hanno influenzata quelle opere in cui il volto diventa luogo di tensione psicologica e di silenzio, attraversato da una presenza che resiste al tempo. Dalla ritrattistica antica a quella moderna, ciò che mi ha sempre colpita è la capacità di rendere visibile l’interiorità senza narrarla esplicitamente. Questo dialogo continuo con la storia non è citazione, ma ascolto: un modo per riconoscermi in una tradizione che indaga l’umano attraverso lo sguardo, rinnovandone ogni volta il senso.

Molte tue opere affrontano temi sociali, dalla donna all’ecosostenibilità. Come riesci a coniugare estetica e messaggio sociale nelle tue opere?

Per me il messaggio sociale non nasce come una dichiarazione e non separo mai l’estetica dal contenuto. Quando affronto temi come il femminile o l’ecosostenibilità, lo faccio partendo dall’umano, dalla relazione empatica con il soggetto, evitando ogni intento illustrativo o didascalico, criterio particolarmente evidente nel mio lavoro legato all’ecosostenibilità, che negli anni mi ha portata a realizzare numerose opere, soprattutto sculture, utilizzando materiali di recupero. Da questa pratica svariati anni fa è nato anche il Premio internazionale Rifiuti in cerca d’autore, un progetto che sentivo necessario per dare voce a una sensibilità condivisa e trasformare lo scarto in possibilità espressiva. In questi lavori, come nei ritratti, cerco di partire sempre dall’umano: la bellezza non come ornamento, ma come spazio di attenzione, capace di avvicinare chi osserva a temi urgenti, senza imporre una lettura univoca. L’opera diventa così un luogo di relazione, dove l’emozione apre la strada alla consapevolezza.

Dopo aver ottenuto grande riconoscimento come artista, la tua ricerca e la passione per l’arte ti hanno condotta anche nel ruolo di curatrice, permettendoti di dare vita a progetti importanti come la Biennale di Salerno. Cosa ti ha spinta a intraprendere questa nuova strada nell’esperienza curatoriale, ampliando il tuo percorso artistico in questa direzione?

Il ruolo curatoriale non è nato come un cambio di direzione, ma come un ampliamento naturale del mio modo di vivere l’arte. Dopo anni di pratica artistica, ho sentito l’esigenza di creare spazi di dialogo, di ascolto e di confronto, non solo attraverso le opere, ma anche attraverso i progetti. La curatela mi ha permesso di mettere a disposizione l’esperienza maturata come artista per accompagnare altri linguaggi, altre visioni, altre ricerche. In questo senso, progetti come la Biennale di Salerno rappresentano per me luoghi di responsabilità e di cura: contesti in cui l’arte diventa relazione, costruzione condivisa, possibilità di lettura critica del presente. Curare significa assumersi il compito di dare forma a un pensiero collettivo, senza rinunciare alla profondità e all’umanità che hanno sempre guidato il mio lavoro.

La direzione artistica della Biennale di Salerno rappresenta un capitolo significativo del tuo percorso curatoriale. Guardando indietro, quali esperienze, scelte o incontri ti hanno lasciato un’impronta indelebile e cosa ti hanno insegnato sul ruolo del curatore oggi?


La direzione artistica della Biennale di Salerno è stata per me un passaggio intenso e formativo, soprattutto per la complessità umana e professionale che ha comportato. Più che i singoli eventi, a lasciare un segno duraturo sono stati gli incontri: artisti, curatori, istituzioni, ma anche le inevitabili frizioni e responsabilità che un progetto di questa portata porta con sé. Ho compreso quanto il ruolo del curatore oggi richieda ascolto, visione e capacità di mediazione, ma anche chiarezza etica e coerenza nelle scelte. Lasciare quella direzione non è stato un distacco, bensì un atto di consapevolezza: la necessità di seguire progetti più aderenti alla mia idea di cura, di tempo e di relazione. Questa esperienza mi ha insegnato che curare significa assumersi una responsabilità culturale profonda, ma anche sapere quando è il momento di fare spazio a nuove possibilità.

Arriviamo al tuo attuale progetto, nel quale hai gentilmente deciso di includere anche me come media partner. ‘Le Stanze dell’Arte’, già dal nome, suggerisce un’esperienza intima e personale per ciascun artista. In questo progetto hai scelto di privilegiare le personali rispetto alle collettive. Qual è il pensiero che sta alla base di questa scelta e cosa significa per gli artisti e per il pubblico?


Le Stanze dell’Arte nasce dal desiderio di restituire all’arte uno spazio significativo ed attento. La scelta di privilegiare le personali rispetto alle collettive deriva dalla volontà di permettere a ogni artista di abitare davvero lo spazio, non come presenza frammentata, ma come voce pienamente riconoscibile. Ogni “stanza” diventa così un luogo identitario, un ambiente pensato per accogliere una ricerca nella sua complessità, senza la necessità di adattarsi a un tema imposto o a una narrazione corale.
Per gli artisti significa poter sviluppare un dialogo profondo con il luogo e con il pubblico, mostrando non solo le opere, ma un percorso, una visione, una fragilità. Per chi osserva, invece, è un invito a rallentare, a entrare in relazione con un solo universo alla volta, lasciandosi attraversare dall’esperienza senza sovrapposizioni. In questo senso, Le Stanze dell’Arte non è solo un progetto espositivo, ma un gesto di cura: verso l’arte, verso gli artisti e verso lo sguardo di chi sceglie di fermarsi.

La scelta del Palazzo Fruscione, con il fascino storico e artistico della sua struttura, conferisce a “Le Stanze dell’Arte” un contesto di grande pregio. Cosa ti ha portata a scegliere questo luogo così emblematico e in che modo pensi che lo spazio e la sua struttura influenzino l’esperienza dei visitatori?

La scelta di Palazzo Fruscione nasce da un’affinità profonda tra il luogo e il pensiero sottostante a Le Stanze dell’Arte. Non cercavo uno spazio neutro, ma un’architettura capace di entrare in relazione con il contemporaneo, di accogliere le opere senza addomesticarle. Il Palazzo, con la sua stratificazione storica e la forza silenziosa della sua struttura, porta con sé una memoria capace di mettere in tensione passato e presente. La sua articolazione in ambienti raccolti, passaggi, piani, scale, incide direttamente sull’esperienza del visitatore: l’arte contemporanea non viene semplicemente esposta, ma si misura con lo spazio, ne attraversa i tempi, ne rispetta le pause. Ogni stanza diventa un punto di contatto tra architettura e ricerca artistica, un luogo in cui il linguaggio del presente si confronta con la storia, senza sovrapporsi ad essa, ma rispettandola. In questo dialogo, il Palazzo smette di essere contenitore e diventa interlocutore, amplificando l’esperienza e rendendo il percorso più consapevole, intimo e stratificato.

 

Nel tuo percorso il pubblico non è mai un semplice destinatario, ma un vero interlocutore. In che modo il confronto con sensibilità culturali diverse influisce sul tuo modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali? Hai spesso sperimentato modalità di fruizione innovative, come in Talking and sensory paint, dove la voce entra a far parte integrante dell’opera pittorica. Trovo questo approccio particolarmente innovativo e interessante. In che modo hai utilizzato la voce nei tuoi quadri e quanto è importante per te costruire un’esperienza immersiva e sensoriale per lo spettatore?

Per me il pubblico non è mai un elemento passivo, ma una presenza viva con cui l’opera entra inevitabilmente in relazione. Il confronto con sensibilità culturali diverse ha influito profondamente sul mio modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali, spingendomi a interrogarmi su ciò che è realmente universale e su ciò che invece nasce da un contesto. Questo dialogo continuo mi ha insegnato a lasciare spazio all’ascolto, a concepire l’arte come un territorio aperto, capace di accogliere interpretazioni plurali senza perdere la propria identità.
In questa direzione si inserisce anche la sperimentazione nata molti anni fa, la Talking and sensory paint, dove la voce diventa parte integrante dell’opera pittorica. La voce non accompagna l’immagine, ma la attraversa: è memoria, presenza, vibrazione emotiva che amplifica il livello percettivo del dipinto. Attraverso il suono ho voluto superare la dimensione puramente visiva, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza più immersiva e sensoriale, in cui corpo e percezione sono chiamati a partecipare attivamente. Costruire questo tipo di esperienza significa, per me, restituire all’arte una dimensione relazionale profonda, in cui l’opera non si limita ad essere osservata, ma viene attraversata, ascoltata, vissuta.

 

Tra le tue esperienze più significative ci sono le collaborazioni con collezionisti internazionali. In che modo questi incontri e confronti hanno arricchito la tua pratica artistica?

Le collaborazioni con collezionisti internazionali hanno rappresentato un passaggio significativo nel consolidamento della mia pratica artistica. Il confronto con figure importanti come Christian Levett ha rafforzato la consapevolezza del valore culturale e simbolico dell’opera nel suo percorso oltre lo studio dell’artista. In particolare, l’acquisizione di un lavoro per me profondamente significativo – un ritratto che rappresenta me e mia sorella Luciana – e la sua esposizione presso il FAMM – Femmes Artistes du Musée de Mougins hanno segnato un momento di forte responsabilità e maturazione professionale, oltre che un’emozione fortissima.

 

Christian Levett- Collezionista, filantropo e mecenate

 

E, guardando al futuro, e alla luce della tua continua ricerca tra pratica artistica e curatela, quali nuovi linguaggi o formati espositivi senti oggi il desiderio di esplorare nei tuoi prossimi progetti?

Guardando al futuro, sento sempre più forte l’esigenza di approfondire linguaggi e formati espositivi capaci di mettere in relazione la dimensione intima dell’opera con contesti culturali complessi e internazionali.
In questa prospettiva si colloca la mia prossima mostra personale, che avrà come titolo proprio “Sguardi” in programma per la fine di maggio 2026 a Firenze presso The British Institute of Florence, curata e firmata da Christian Levett, con la collaborazione della Tobian Art Gallery di Firenze. Un progetto che rappresenta per me un momento di sintesi e di crescita, oltre che di gratitudine verso la vita e per coloro che hanno creduto in me.  Allo stesso tempo sarà un’occasione per continuare a interrogare il presente attraverso il linguaggio dell’arte, mantenendo al centro l’umano, la relazione e la possibilità di un dialogo autentico con il pubblico.

Olga Marciano

Artista di respiro internazionale, vive e lavora a Salerno.

E’ nota al grande pubblico per le sue pregevoli personali e per la costante ricerca di linguaggi, idee e tecniche che mettono in relazione l’arte con il sociale.

La costante ricerca e lo studio approfondito della storia dell’arte costituisce il presupposto per la sua maturazione, nella pittura come nella scultura, consentendole di raggiungere una visione artistica di ampio respiro. Realizza numerose personali in tutta Italia e partecipa alle Biennali di Firenze, La Spezia, Genova, Venezia (Lo stato dell’Arte di V. Sgarbi). Espone, infine, varie opere nel Padiglione Italia dell’Art Expo di New York 2018.

La sua passione si snoda attraverso una duplice prospettiva, come artista da un lato e dall’altro si evolve nella direzione artistica e curatela di eventi internazionali di grande spessore.

Autrice di numerosi format artistici, tra i quali si annoverano la “Talking and sensory paint”, la prima mostra sensoriale con quadri parlanti realizzata in Italia. Una nuova e suggestiva forma di fruizione dell’idea di un quadro, che va oltre il quadro. Moltissime le campagne di sensibilizzazione e le opere sui temi sociali ricorrenti della donna e dell’ecosostenibilità ambientale, commissionate da Enti pubblici. Ha ideato e curato il Premio Internazionale “Rifiuti in cerca d’Autore” per ben cinque edizioni, dedicato alle tematiche ambientaliste, grazie al quale si sono susseguite numerose mostre in tutta Italia, in occasione di eventi quali Ecomondo di Rimini, La casa sensoriale a La Spezia, Mediterre di Bari

E’ ideatrice e curatrice della Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno, giunta alla sua quinta Edizione. (www.biennaleartesalerno.com)

Nel 2016 la personale “Deae Maris”, interamente dedicata alla scultura ecosostenibile, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, la decreta artista della “Notte dei Musei”.

“L’Arte della Giustizia”, nelle varie edizioni del 2017, 2018 e 2019 la vede interprete dei grandi temi della legalità, attraverso sei mostre personali (Ma-Donne, Splitting, Lullaby, La luce della luna, Rifiuti d’Autore e 21 grammi), inserite nel lungo ed articolato programma nato dalla collaborazione tra la Procura della Repubblica, la Prefettura, l’Arcidiocesi ed il Conservatorio G. Martucci di Salerno.

Tra il 2013 ed il 2017 ha ricevuto due importanti Premi alla Carriera e nel novembre 2018 il Procuratore Capo della Repubblica di Salerno le ha conferito il Premio per l’Alto impegno culturale, al quale ha fatto seguito il Premio Principessa Sichelgaita, tra le “donne eccellenti” del 2019.

Ha curato, poi, la direzione artistica di “Minori Art Open Space”, un progetto che ha coinvolto un’intera cittadina della costiera amalfitana, trasformandola in uno spazio d’arte a cielo aperto, attraverso l’esposizione di ecoinstallazioni fiorite, ecosculture, giardini tematici e numerose opere d’arte.

​Al Complesso Monumentale di Cava de’ Tirreni e nelle sale di Villa Guglielmi a Fiumicino presenta un progetto dedicato al lavoro delle donne, “Nulla da dimostrare”, con il quale sperimenta nuove tecniche pittoriche.

Le sue ultime personali si sono svolte prima della pandemia presso il Mu.Di. – Museo Diocesano di Salerno: “Looks” a giugno 2019 ed “Effetto farfalla” a dicembre 2019.

Durante il lockdown ha realizzato due mostre virtuali, caratterizzate dalle voci narranti.

Poi, un progetto espositivo alquanto originale, che ha richiamato l’attenzione di molti giornalisti, trasformando un intero condominio in una mostra permanente, attraverso l’esposizione dei dipinti ereditati, realizzati dai suoi familiari.

Ha esposto a settembre 2021 alla Biennale di Venezia Modigliani Opera Vision con la Fondazione Modigliani. A luglio 2022, la collettiva Ikigai, presso il Museo Antiquarium di Merì (Me)

Le sue ultime Personali “Intra me maneo” (2022), “Sinestetica” e “Blossom” (2024)

Intanto prosegue la sua attività di curatrice con “Le Stanze dell’Arte”

Nel 2022 inizia una stretta collaborazione con la Tobian Art Gallery di Firenze.

Aprile 2023 – Milano Design Week – Fuorisalone 2023 (Ma-ec-Gallery)

Seguono numerose Personali per Le Stanze dell’Arte

Collettiva presso il MUPA di Ginosa (Ta) nel 2025

Molte delle sue opere sono esposte in collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle prestigiose del Collezionista Christian Levett, a Londra e a Mougins, in Francia, presso il FAMM, il primo Museo privato d’Europa dedicato alle donne artiste da lui fondato nel giugno 2011

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CONTACT 2025/26 Relazioni, attraversamenti, permanenze

CONTACT 2025/26
Relazioni, attraversamenti, permanenze

Da ormai diversi anni collaboro con Paolo Feroce e ho sempre apprezzato la sua professionalità e la cura con cui affronta ogni progetto, non solo negli allestimenti, ma in tutti quegli aspetti che contribuiscono a rendere una mostra davvero autorevole e significativa.

Attualmente è in corso la mostra Contact, inaugurata sabato 6 dicembre 2025, ospitata nei prestigiosi spazi della Thierry House Gallery, all’interno della Fiera del Mobile di Riardo (CE). L’inaugurazione si è rivelata con successo un tempo condiviso di ascolto e confronto, restituendo con chiarezza la natura relazionale del progetto e attivando relazioni e scambi non solo tra le opere, ma anche tra gli artisti presenti e il numeroso pubblico intervenuto. Contact nasce infatti dalla volontà di attivare relazioni, innescare scambi e generare connessioni possibili tra opere, artisti, spazio e pubblico.

La mostra è visitabile fino al 31 gennaio 2026. Per appuntamenti e visite guidate è possibile contattare direttamente il curatore. In sede, inoltre, è disponibile la consultazione dei cataloghi ufficiali degli artisti in mostra, che permette ai visitatori di approfondire il percorso espositivo e conoscere meglio le opere presentate.

Ospitata nei prestigiosi ambienti della Thierry House Gallery, all’interno della rinomata Fiera del Mobile fondata da Raffaele Perrella e oggi valorizzata dal figlio Ciro Perrella, la mostra si sviluppa come un dispositivo espositivo che supera l’idea tradizionale di contenitore. Contact mette in relazione arte contemporanea, architettura e design, inserendosi in un contesto in cui il progetto dello spazio diventa parte integrante della fruizione artistica.

Il percorso espositivo attraversa linguaggi figurativi, concettuali e suggestioni pop, accostando artisti storicizzati e ricerche più recenti in una narrazione volutamente aperta. La mostra si fonda sull’idea di coesistenza e continuità, evitando gerarchie e favorendo un dialogo intergenerazionale che restituisce una visione stratificata della scena artistica italiana.

Pensata come primo capitolo di una serie di eventi artistico–culturali, Contact inaugura un format destinato a evolversi attraverso la collaborazione con altri critici e professionisti del settore. Un progetto che trova la propria forza anche nella relazione armonica con le architetture della fiera, con gli arredi Thierry House e con la cappella progettata da Pininfarina, inserita nel parco come elemento di forte valore simbolico e spaziale.

La mostra, curata con grande attenzione, offre l’occasione di approfondire il pensiero e il metodo di Paolo Feroce, organizzatore culturale che da anni opera nel panorama dell’arte contemporanea con uno sguardo attento e una progettualità solida, capace di tenere insieme visione critica, qualità espositiva e un profondo rispetto per il lavoro degli artisti.

Fondatore del gruppo CERERE e dell’Associazione AREA51, ha ideato e curato musei, collezioni ed eventi espositivi in Italia e all’estero, contribuendo in modo significativo alla diffusione dell’arte contemporanea e al dialogo tra istituzioni, artisti e territori.

Il suo lavoro si distingue per una particolare attenzione alla relazione tra opera, spazio e contesto: l’allestimento non è mai neutro, ma diventa parte integrante del progetto curatoriale. Dalla Collezione dell’Unità d’Italia al MAUI di Teano, dalla Biennale Italia al MAGMA – Museo delle Arti e del Geosito dei Monti Aurunci, Feroce ha sviluppato una pratica curatoriale fondata sulla qualità, sulla coerenza e sulla costruzione di esperienze espositive capaci di dialogare con luoghi di prestigio.

In occasione di Contact, ho colto l’opportunità di rivolgere a Paolo Feroce alcune domande per esplorare le scelte concettuali e progettuali alla base della mostra, approfondire la sua visione curatoriale e confrontarmi con lui sul panorama dell’arte contemporanea odierno.

La scelta di collocare una mostra d’arte contemporanea all’interno di una fiera del mobile rappresenta una decisione non convenzionale. Quali riflessioni hanno guidato questa scelta e che tipo di dialogo intendi attivare tra arte, design e architettura?

La scelta di collocare la mostra nella fiera del mobile della famiglia Perrella nasce perché è un’azienda storica, che gode di una comunicazione importante in ambito nazionale già dalla seconda metà del ‘900. Inoltre è dotata di un ristorante e di un ampio parco, con elementi architettonici di prestigio (vedi la cappella di Pininfarina) pensati per ospitare i visitatori nel migliore dei modi, oltre ad essere facilmente raggiungibile da percorsi autostradali.

In Contact convivono artisti storicizzati e autori di generazioni più recenti. Qual è il valore curatoriale di questo confronto e quale narrazione sull’arte contemporanea italiana intendi costruire?

Nell’epoca che io definisco del “circo mediatico”, dove molti si ergono a posizioni che nella realtà non gli appartengono, sfiorando spesso il ridicolo, la linea curatoriale che seguo è dettata dal valore tecnico ed estetico delle opere d’arte, che siano esse figurative o concettuali e di diversi periodi generazionali. In pratica amo circondarmi di bellezza a tutto tondo e quindi di opere che parlino da sole all’osservatore, senza dover essere spiegate come spesso pedantemente succede.

Nei tuoi progetti l’allestimento assume un ruolo centrale. In che modo la costruzione dello spazio espositivo diventa parte del significato dell’opera e dell’esperienza del pubblico?

Ho sempre perseguito, già dai primi anni in cui mi sono cimentato nelle pratiche curatoriali, il “cluster of time”, la commissione epocale, quindi la combinazione tra opere d’arte, architettura ospitante e ambiente circostante perché ritengo che tale mix sia fondamentale per arrivare a picchi suggestivi ed emozionali nei visitatori.

Essere cresciuto in un contesto profondamente legato all’arte ha influenzato il tuo percorso. Quali elementi senti di aver acquisito nel tempo e come incidono oggi sulla tua pratica curatoriale?

Sicuramente essere cresciuto in un ambiente dove si respirava arte quotidianamente, fatto di azioni e discussioni (mi riferisco ai caldissimi anni ’70/’80), di frequentazioni quasi familiari con nomi storicizzati e maestri antitetici alla vita artistico – politica dell’epoca, mi ha dato tanto sia per lo sviluppo della mia personalità professionale, che per la comprensione delle dinamiche del settore.

Paolo Feroce da bambino insieme al papà Rino Feroce, grande e indimenticato artista sidicino.

Come leggi la scena dell’arte contemporanea attuale in rapporto al passato e quale ruolo può ancora svolgere la curatela in un sistema così complesso e accelerato?

Rispetto al passato l’arte ha bisogno di nuove idee estetico – concettuali che vadano di pari passo con il progredire dei tempi e si integrino con l’evoluzione tecnologica, senza, per questo, tralasciare lo studio delle tecniche pittoriche o tridimensionali classiche, discipline che sono sempre alla base di qualsiasi valida ricerca artistica. La curatela, almeno per me, continuerà ad avere senso solo se attuata da figure non politicizzate, competenti e credibili, con esperienze evidenti e consolidate, evitando l’intromissione, sempre più pressante, di personaggi improvvisati, i quali, spesso, sono professionisti o artisti delusi dalle proprie carriere che continuano a inseguire narcisisticamente una visibilità che è nociva anche per chi propongono in mostra.

Contact inaugura un progetto pensato per svilupparsi nel tempo. Quali evoluzioni immagini per questo format e in che direzione intendi condurlo?

Contact è un richiamo nazionale partito sornionamente da un territorio meraviglioso e ricco di storia e potenzialità che non vuole più essere un osservatore passivo. Credo che a breve, appena la consultazioni con sindaci, soprintendenze e imprenditori saranno concluse, si riuscirà a presentare il primo evento dedicato all’estetica contemporanea, in tutte le sue forme, distribuito in varie location di Terra di Lavoro.

Contact rimane visitabile fino al 31 gennaio 2026 e offre al pubblico l’occasione di tornare nello spazio espositivo per rileggere, nel tempo, le connessioni attivate tra opere, artisti e luogo.

In sede è inoltre disponibile la consultazione dei cataloghi ufficiali degli artisti in mostra; per appuntamenti e visite guidate è possibile contattare il curatore al 340 5854860.

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Interviste

Alessio Musella, a home gallery in the heart of Dubai. Promoting Italian art, and beyond.

New York, it’s a cold February evening in 1957. In an Upper East Side apartment , the carpets are being rolled up, the furniture is being moved, the rooms are being temporarily emptied. The man doing the work is a young man originally from Trieste, with previous experience as a gallery owner in Paris, on the central Place Vendôme. His name is Leo Castelli , his young wife’s name is Ileana . Together, without any theoretical emphasis, they are opening a space that no one, at the time, would yet call a home gallery , but which in fact is already a forerunner of one: a home that opens itself to art in an intimate and informal way, where collectors are received over food, conversation, and drinks, alternating more formal gatherings with wild and unconventional evenings. After all, that was a particularly delicate and fertile time for New York. Following Jackson Pollock ‘s early work , while  Robert Rauschenberg  began to merge painting, objectivity, and reality, the emerging American scene was seeking spaces, methods, and new sensibilities to interpret rapidly changing times. Castelli responded to this need with a simple, pragmatic, and unrhetorical gesture: show the works, circulate them, create connections. And, initially, gradually getting to know New York, the new global art center after the slow decline of Paris, he chose the very walls of his home to begin exhibiting. The rest (Warhol, Lichtenstein, the triumph of Pop Art) would come later.

Cut. We are in Dubai , autumn 2025. In a large apartment of almost 200 square meters, located on the 22nd floor of a skyscraper in the city center, less than a kilometer away from the Museum of the Future , the city’s major center dedicated to technological visions and possible futures, a gallery owner opens the doors of his home, transforming it into an exhibition space: the Star Home Gallery . The gallery owner is called Alessio Musella , an Italian with a background in architecture, marketing, communication, and art dissemination, developed in international contexts.

Musella is a transversal figure , difficult to reduce to a single label. An architect by training , in the 1990s he worked as a planner and interior designer between the Middle East, the United States, and Europe, commuting primarily to Saudi Arabia for almost ten years . He himself explains it in more than one interview: “Even back then, I included a work of art in every project of mine whenever possible.” Not an ornament, but a point of balance, something that changes the perception of space. “Back then, I would place a work in a room; today, I create a room to place a work in,” he would later say. Hence the broadening of his scope: territorial analysis, communication, strategic marketing , work as a mediator between different worlds (artists, collectors, companies), and a constant presence between Pietrasanta , Forte dei Marmi , and international circuits, always with the idea of ​​building bridges rather than rigid affiliations. Musella was a gallery owner , dealer , publisher , but above all, a practitioner who made communication a substantial part of his work on art. “If you don’t tell your story, you don’t exist,” he often repeats, without indulging in facile slogans.

During the lockdown , this position took shape in Art&Investments , a platform born (in his words) as a reaction: “I was tired of seeing many in the art world using the closure as an excuse to complain, without looking for alternatives.” The project quickly evolved from a showcase to an editorial space, with interviews and texts designed to “give a voice to those who too often have no voice,” using deliberately accessible language. Shortly after, Exit Urban Magazine arrived , a four-page monthly paper magazine with Neo-Pop graphics and an unconventional format: an object that combines paper and contemporaneity, and which Musella defends without hesitation. “Success often lies in simplicity and ease of understanding ,” he says, emphasizing his decision to take art off its pedestal. His idea of ​​art remains consistent throughout: “Art is a mirror of the times,” but also “a personal investment, to grow, to never stop asking questions.” And again: “There is no such thing as good or bad art, only the kind that comes to you.” Hence a rejection of both elitism and purely financial reduction: the market counts, but it cannot be the only yardstick.

The Dubai home gallery was born precisely from this vision. Not as a nostalgic gesture, nor as an image-making operation, but as a living space where new pop , contemporary painting , sculpture, technology, and new visual solutions can meet a changing audience, including new, younger collectors, less tied to established rituals. A space where, to use his words again, “talking about art should simply be a key .” It is from this set of experiences, convictions, and experiences that this interview with Alessio Musella begins, to understand how the idea of ​​opening a home gallery in Dubai was born, what the projects and future prospects are.

Alessio, tell us what Star Home Gallery means to you and what inspired you to open it in Dubai?

It’s an innovative art gallery concept, an intimate and dynamic space where art blends with the home environment, creating a more personal and less formal experience . I chose Dubai for its dynamism, its openness to innovation, and its strategic position as a bridge between different cultures.

 

You have a long history of exhibition projects, galleries, collaborations in Milan and Pietrasanta, and numerous publishing projects in the art world: how did this experience prepare or inspire the birth of the Star Home Gallery?

My professional career has provided me with a comprehensive vision of the market and its dynamics , leading me to seek an exhibition format that transcends traditional rigidity, placing human experience and storytelling at the center.

 

Why did you choose the home gallery format instead of a traditional gallery? What does it offer that you can’t find elsewhere?

I chose this format because it breaks down the distance between artwork and viewer, typical of traditional galleries. It allows for a more relaxed relationship and deeper dialogue , demonstrating how art can truly live in collectors’ homes.

 

 

What kind of audience are you meeting in Dubai, and what trends in art collecting and consumption are you observing?

I’m meeting a cosmopolitan, curious, and rapidly evolving audience . I’m noticing a growing, albeit slow, interest in contemporary art, with a strong propensity for investment and a search for pieces that combine aesthetics and conceptual value .

 

From your perspective, how is the art market in Dubai evolving, and what dynamics do you find most interesting or significant today?

The market is booming, rapidly evolving and playing an increasingly central role as a global hub. The interaction between luxury, technological innovation, and contemporary art is the most significant dynamic.

What do you think is the role of technology in art in Dubai—from digital to new media—and how does (or will) this landscape enter into dialogue with the Star Home Gallery’s offerings?

Digital and new media are crucial, reflecting Dubai’s avant-garde nature. Star Home Gallery intends to engage with this landscape by hosting projects that explore the boundaries between physical and digital art , such as NFTs and augmented reality.

In a context where innovation is so present, how do you imagine a home gallery could fit in, stand out, or complement the city’s cultural offerings?

A home gallery can stand out by offering a curated and intimate experience, a haven of quality and sophistication. It complements the offering with highly selected pieces and a more boutique approach .

Can you tell us how Lorenzo Marini’s inaugural exhibition came about, and what path you envisioned to present it to the Dubai public?

It was born from the desire to showcase an Italian artist with a universal language and a strong visual impact. I imagined a presentation that would emphasize the energy of his work in a domestic context, creating a stimulating contrast.

Which works did you choose for this first exhibition and what common thread links the works on display?

I have chosen his most representative works of Type Art , the common thread is the celebration of the typographic sign not as a reading tool, but as a pure art form, color and composition.

How would you describe Lorenzo Marini’s work and his research on Type Art to a visitor who is unfamiliar with it?

Marini breaks down the alphabet and typographic characters, frees them from their semantic function, and transforms them into abstract, dynamic images . Type Art is his quest to restore the letter’s aesthetic and formal dignity.

Alessio Musella with Lorenzo Marini

What aspects of his approach to typography interest you most and do you think can resonate with the Dubai context?

The energy, dynamism, and formal clarity of his typographic work. I believe his research into design and visual composition is perfectly in tune with Dubai’s architecture and innovative, international spirit.

What kind of programming do you envision for the coming months?

I intend to alternate solo exhibitions of contemporary artists , with a focus on the dialogue between Italy and the Middle East , and special projects that include design and intersections with digital.

Which artists—Italian or international—would you like to host and who you feel resonate with the spirit of the space?

I would like to host artists, both Italian and international, who explore the relationship between sign, material and space , with a predilection for contemporary languages ​​that have a strong conceptual component and refined execution . The collector seems to be returning to his origins, preferring the artist’s technical ability as a driving force for a broad-spectrum creativity.

What media are you interested in exploring in the gallery: painting, photography, installation, digital, performance… or do you prefer to be open to everything? And what style or trend do you feel is closest to the spirit of the gallery?

I want to remain open to all forms of expression —painting, photography, installation, digital—as long as they are guided by authentic research. The style I feel closest to is one that combines formal rigor, innovation, and powerful narrative .

What would you like to see happen in this home gallery? Encounters, conversations, returning collectors, cultural exchanges… what do you hope this place will foster?

I hope that Star Home Gallery will become a hub for encounters, cultural exchange, and constructive dialogue. I would like it to generate new connections , returning collectors, and, above all, a heartfelt and participatory experience of art. In short, the Home Gallery is designed to foster a cohesive community that recognizes the value of art as a human experience, a cultural engine, and a conscious investment. Finally, a preview: in summer 2026 , Pietrasanta will also host a Star Home Gallery location , with the same concept and approach.

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Interviste

La Home Gallery che parla al futuro del collezionismo: intervista all’Art Advisor Alessio Musella

L’arte trova il suo senso non quando la si osserva, ma quando la si vive

 

È una verità semplice, quasi disarmante, che sembra emergere ogni volta che un’opera riesce a creare un varco tra le persone, a farle sostare, parlare, interrogarsi. Ed è proprio da questa idea, che l’arte sia un luogo prima ancora che un oggetto, che  prende forma il modello immaginato da Alessio Musella, uno spazio dove la visione curatoriale si intreccia con la quotidianità, e dove l’incontro diventa parte integrante dell’esperienza estetica.

In questa intervista inedita Alessio Musella ci invita a esplorare la sua nuova iniziativa, Star Gallery, un progetto che ripensa il ruolo dello spazio espositivo nell’epoca della mobilità culturale e della globalizzazione dell’arte, andando oltre i confini della galleria tradizionale.

Tra Italia e Dubai, un curatore dall’approccio innovativo costruisce uno spazio che si presenta insieme come laboratorio, residenza e snodo culturale, dove il collezionismo incontra la sperimentazione e la conoscenza si traduce in un’esperienza autenticamente sensoriale.

Qui l’arte smette di essere un semplice oggetto da acquistare e diventa un’occasione d’incontro, un punto in cui conversazioni e sensibilità lontane trovano spazio per avvicinarsi. Con la home gallery, le residenze d’artista e un ruolo da advisor sempre discreto, Alessio Musella reinventa l’idea stessa di fruizione artistica, proponendo un modo diverso di vivere le opere.

L’intento è di trasformare ogni visita in un momento immersivo e meditato, capace di spostare con naturalezza i confini tra mercato, cultura e ricerca creativa.

Guardando al progetto Star Gallery nella sua visione complessiva, qual è stata la scintilla che ti ha spinto a immaginarlo in questa forma innovativa? La tua precedente esperienza negli Emirati ha influito sulla nascita di questa idea e, se sì, in che modo pensi possa diventare un vantaggio concreto per svilupparla proprio a Dubai?

Allora, il progetto Star Gallery, che è la Home Gallery, nasce proprio da una considerazione. Dopo due anni di direzione della Galleria Oblong a Forte dei Marmi, mi sono reso conto che, per quanto possa essere uno il direttore, rimarrà quasi sempre un commesso di un negozio e sempre in una situazione di attesa, aspettando che le persone entrino. L’arte, invece, va comunque divulgata in maniera differente. Bisogna muoversi, bisogna incontrare persone, bisogna dialogare con culture. E questo, inevitabilmente, non lo puoi fare se sei sempre dietro a una scrivania in galleria, per quanto possa essere grande e bella. Questo non vuol dire che le gallerie non debbano più avere motivo di esistere. Anzi, perché il nuovo espositivo rimane sempre una galleria. Anzi, potrebbe quasi diventare una sorta di museo, in modo tale che le persone che sono all’interno della galleria siano comunque proposte non solo alla vendita, ma anche al dialogo e allo spiegare alle nuove persone che entrano, ai nuovi potenziali clienti, nuovi potenziali collezionisti, o anche alle semplici persone che hanno voglia di imparare qualcosa, appunto devono trovare una persona proposta a raccontare, e non soltanto con un listino in mano.

Detto questo, la Home Gallery permette di invitare le persone, di scegliere chi invitare, di scegliere l’argomento di cui trattare, e di questo mi sono rifatto un pochino a Leo Castelli, che negli anni Cinquanta aprì la sua prima galleria a New York, proprio nel suo appartamento. L’appartamento scelto è un appartamento abbastanza grande, che ha uno spazio di ricezione importante, dove possono essere posizionate sculture e quadri, a seconda delle persone che vengono invitate, e a seconda degli artisti di cui bisogna parlare. Per quanto è sempre in maniera molto blanda, per cui nessuno viene invitato qua perché devi vendere. Qui si parla di arte, si racconta l’arte. Poi tutto può nascere. Però il concetto base è dialogare sull’arte. Con un aperitivo, con un bicchiere in mano, con una cena, diventa tutto molto più gradevole, e la gente non si sente obbligata a dover acquistare, ma viene soltanto per passare una bella serata parlando di arte.

Il mio passato, che non era proprio negli Emirati, anche se poi ho lavorato molto anche negli Emirati, ha influito soprattutto sulla scelta di Dubai, perché Dubai è una croceria all’interno del quale passano tantissime culture e passano tantissime persone, un po’ come Forte dei Malmi durante i tre mesi estivi. Poi qui, dal Medio Oriente, da Dubai sei a un’ora da tutto. Sei a un’ora da Oman, sei a un’ora da Abu Dhabi, sei a un’ora da Doha, sei a un’ora da Jeddah, da Riyadh. Per cui laddove il cliente dovesse chiedere di andare a visitarlo, perché ricordatevi che l’arte si vende o si propone in un ambiente spesso asettico, poi invece no, perché diventa un appartamento comunque accogliente, però poi devi andare a visitare il cliente, devi andare a capire cosa sta meglio a casa sua, devi iniziare ad avere un dialogo con lui. E da qui, parlando del Medio Oriente, si riesce in un’ora di volo ad arrivare ovunque. Per cui questa è stata la scelta che mi ha portato a scegliere Dubai. Scusate il gioco di parole.

In primo piano opera scultorea di Valente Cancogni

Hai ideato un format di galleria completamente nuovo, non più uno spazio tradizionale ma un ambiente “vivibile”, pensato per accogliere visitatori selezionati in modo mirato, a piccoli gruppi o individualmente. Qual è l’intuizione che ti ha portato a questa scelta e che tipo di esperienza desideri far vivere a chi entra nella tua Star Gallery?

La seconda domanda probabilmente ho risposto già con la prima risposta. Comunque la riassumo con un’experience. Un’experience perché? Perché comunque le persone, come ho detto, non devono sentirsi obbligate a comprare. Quando vengono è una scelta loro ed è un invito mio. Per cui è una scelta reciproca ed entrambi abbiamo voglia di dialogare nella stessa direzione, e cioè l’arte.

Durante i primi dieci giorni a Dubai hai osservato il comportamento del pubblico locale verso l’arte. Qual è stata l’intuizione più sorprendente che ti ha fatto ripensare il progetto Star Gallery?

I primi giorni a Dubai sono stati molto importanti, infatti li ho spesi nel incontrare galleristi, visitare gallerie e ovviamente riprendere contatto col territorio. Questo mi ha portato a valutare anche dei cambiamenti in corso d’opera, perché Star Gallery nasceva come un cuscino di appartenenza, una zona di comfort per poi riuscire a, più avanti, aprire una galleria su strada, chiamiamola così. Invece adesso ho deciso, avendo poi dialogato e visto la situazione dell’arte a Dubai, di rimanere una home gallery, anche perché questo mi permette di dialogare con le altre gallerie e di non essere un concorrente. Lavoriamo come advisor, che significa che c’è spazio per tutti. E questo mi sono reso conto che possa essere importante qui a Dubai, perché sembra sciocco, io pensavo fossero molto più aperti, ma anche qui ognuno guarda un pochino sull’orticello e le gallerie che sono aperte, le collaborazioni con altre gallerie non sono tantissime. Per cui magari Star Gallery può essere un trail union per tutto questo.

Alessio Musella con Lorenzo Marini, Scrittore e Artista

In che modo l’identità artistica italiana, con la sua forte tradizione, può dialogare con l’estetica futuristica e cosmopolita degli Emirati senza perdere autenticità?

Quando parliamo di creatività italiana, io non lo avvicinerei, nel senso che ovviamente la linea principale è proporre l’Italia, il Medio Oriente, e non solo. Però ovviamente siamo aperti a dialogare con moltissime altre creatività. Abbiamo artisti che vengono da Costa Rica, dall’India, dagli Emirati stessi, per cui è una multietnicità che vogliamo portare a dialogare. A dialogare con i galleristi, con i collezionisti, e a dialogare tra di loro.

Star Gallery vuole essere un ponte. Ma quale flusso ti aspetti sia più forte: artisti italiani che guardano a Dubai o il pubblico e i collezionisti emiratini che scoprono l’arte italiana?

Allora, per quanto riguarda, come ho detto, questa galleria vuole essere un punto snodo, per cui sia di finestra degli italiani nei confronti degli emirati, ma anche degli artisti degli emirati o comunque del medio oriente, verso l’Italia. Questo è il motivo anche per il quale una home gallery nasce anche quest’estate a Pietrasanta, con le stesse caratteristiche di quella che abbiamo creato e che stiamo creando qua a Dubai.

Pietrasanta rimane il cuore pulsante di una parte artistica dell’Italia. Per cui sarà interessante, anche attraverso eventuali residenze d’artista, dialogare con artisti stranieri che vogliono venire in Italia e capire che cos’è la cultura italiana e capire che cosa vuol dire lavorare in Italia. Pietrasanta permette di spiegare e raccontare la tecnica fondamentale che ci ha portato ad essere famosi nel mondo, cioè la lavorazione del bronzo e la lavorazione del marmo. Per cui questo è anche un obiettivo di interscambio e la stessa cosa potrebbe essere fatta con degli artisti italiani, invitandoli qui con una residenza d’artista.

Magazine ContempoArte edito da L'ArteCheMiPiace

Considerando che sia il mio blog L’ArteCheMiPiace sia ContempoArte Magazine sono partner ufficiali del progetto Star Gallery, che ruolo pensi possano avere nel catalizzare il dialogo tra due mondi artistici così diversi e, allo stesso tempo, così complementari come quello italiano e quello degli Emirati?

Il dialogo che abbiamo e la collaborazione con L’ArteCheMiPiace, ContempoArte e anche Art&Investments,  cugini che si stringono la mano e che vanno avanti in maniera parallela, è molto importante perché comunque anche la crescita sequenziale che sta avendo il Magazine ContempoArte, sia di grafica che di contenuti, la rende molto appetibile anche nel mondo estero. Per cui la carta, perché ricordiamoci che può essere stampato ContempoArte e lo distribuiremo anche qui in alcuni luoghi, è importante perché è inutile pensare che il web possa risolvere tutto il discorso legato alla comunicazione. La carta funziona ancora, soprattutto se è patinata, se è ben impostata, se la grafica è buona. Perché un buon libro, un buon catalogo, una buona rivista, il luogo per posizionare questo genere di prodotto sono le case e sono anche gli alberghi o sono gli studi, perché le persone quando sono rilassate, ancora oggi, per  fortuna, non sono sempre davanti al computer o al telefono, ma se vogliono prendere in mano un pezzo di carta, chiamiamolo pezzo di carta anche se sembra volgare, ma il loro umore, il profumo della carta e poi poter vedere, immaginare sfogliando un libro, un catalogo, una rivista, è ancora una cosa che rilassa tantissimo e qui sicuramente il riuscire a portare ContempoArte e per cui tutti gli artisti che saranno all’interno dei vari numeri, anche qui a Dubai e con quelli degli emirati a 360 gradi è un plus, non indifferente.

Qual è la strategia più delicata da gestire quando si costruisce un progetto artistico in un Paese in rapida espansione culturale come gli Emirati, dove tutto si evolve velocemente e su larga scala?

Un progetto nasce non per rimanere come è, deve essere in continua evoluzione. Per cui Dubai, che è in continuo crescita, non bisogna anche qua stare fermi, perché cambia di settimana in settimana. Per cui il progetto deve essere mobile, deve essere plasmabile, deve essere modificabile a seconda di tutto quello che succede intorno. E questo è possibile farlo con una home gallery, perché nella home gallery devi cambiare la rotta, devi cambiare eventualmente il pensiero, devi sostituire gli artisti, devi dialogare con un pubblico che sei tu a scegliere. Per cui devi essere estremamente attento a tutto quello che succede intorno e non essere attendista, sperando che qualcosa accada. Ma sei tu che devi farla accadere.

Nel tuo lavoro di analisi del contesto, cosa hai capito dell’“ecosistema dell’arte” di Dubai che in Italia di solito si sottovaluta o si interpreta in modo superficiale?

Sono rimasto sorpreso, da una parte piacevolmente, dall’altra un po’ meno. Nel senso che le problematiche che vediamo in Italia, del piccolo orticello, in alcuni casi li troviamo anche qua. Come ho detto precedentemente, non vedo una grande collaborazione tra gallerie, che secondo me è il futuro, anche perché agendo io da advisor, e per cui prendendo in gestione gallerie o richieste di persone per creare nuove collezioni, inevitabilmente il dialogo tra le gallerie è fondamentale, perché una galleria non potrà mai offrire tutto a un richiedente, nel momento in cui offre soltanto il portafoglio che ha. Ma deve essere pronta ad aprirsi al dialogo, magari per guadagnare un po’ di meno, ma per accontentare la richiesta del cliente. E come advisor questo lo puoi fare. Per cui Star Gallery si chiama Star Gallery, ma in definitiva è advisor, che significa che può guadagnare di meno, ma può dialogare con le altre gallerie, in modo tale da soddisfare le richieste del cliente. Questo è l’obiettivo di Star Gallery e del mio socio Tanveer Khan. Indiano, imprenditore legato da anni al mondo della moda, ha lavorato e lavora con i più grossi brand, che preso per mano è entrato nel mondo dell’arte e ne è rimasto affascinato.

Se dovessi definire l’obiettivo più ambizioso del progetto per il 2026, quale sarebbe: creare nuove opportunità, cambiare il modo in cui si percepisce l’arte italiana all’estero, o costruire un modello replicabile anche in altri Paesi?

Obiettivo 2026 sicuramente è creare un’opportunità come mi hai chiesto e poi volevo specificare una cosa. Riportare artisti italiani a Dubai e in Medio Oriente, non significa legarli o chiuderli in gabbia, significa dare un’opportunità di essere visti, di poter essere portati in giro e, cosa fondamentale, nel momento in cui si trova una galleria che ha una linea editoriale che possa andare bene e che sia d’accordo nell’accogliere nelle sue fila gli artisti che noi proponiamo, noi facciamo un passo indietro. Rimaniamo sempre legati all’artista in modo tale da poterlo gestire o per tale dargli una mano nella gestione qua, perché comunque essere in loco è fondamentale, però diamo il massimo del guadagno alla galleria in modo tale che possa tranquillamente gestirlo e proporlo senza avere remore, perché comunque, ripeto, lasciamo il massimo della marginalità della vendita alla galleria e questo fa sì che noi possiamo continuare a dialogare con l’artista ma abbiamo trovato la giusta collocazione in una galleria. E questo non è un controsenso rispetto a quello che vi ho detto prima, perché la vetrina nella galleria è sempre e sarà sempre importante, ma il dialogare in maniera aperta in modo tale che, come ho detto prima, le richieste dei clienti possano essere soddisfatte, questo permette o permette, questo prevede il fatto che ci possa essere una persona, un advisor che possa bussare alle porte delle gallerie e insieme scegliere la soluzione migliore per i clienti, che in questo caso è il collezionista o ancora meglio il nuovo collezionista che va preso per mano e soprattutto va guidato in questo splendido universo. Ultima cosa, in Star Gallery ci sono affordable, cioè ci sono opere che partono sotto i 1000 euro e poi arrivano oltre i 500 mila e più, perché noi comunque di fronte a qualsiasi richiesta siamo in grado di andare a cercare e a trovare Andy Warhol, un Picasso, per cui quando si parla di arte è inutile dire che il collezionista può iniziare anche con 300 euro se poi tu non hai i 300 euro da offrire. Un motivo per il quale il range di riferimento per noi parte da zero all’infinito.

Alla parete della Home Gallery, opere di Mariella Rinaldi
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Interviste

Luigi Le Piane – Un regista silenzioso della cultura

 

Luigi Le Piane

 

Un regista silenzioso della cultura

 

 

 

A pensarci bene, Luigi Le Piane non è un artista nel senso tradizionale del termine, eppure il suo operato ha qualcosa di autenticamente creativo. La sua abilità non si misura in tele o sculture, ma nel modo in cui riesce a trasformare un’idea in un’esperienza condivisa, unendo persone, energie e linguaggi diversi. È come se avesse scelto la regia invisibile, quella che non appare mai in scena, ma senza la quale la scena stessa non avrebbe vita.

Cosenza lo conosce bene come PR, capace di animare la città con serate, eventi musicali e momenti di intrattenimento. Ma il cuore del suo impegno rimane Geni Comuni, il progetto che ha dato respiro nazionale alla sua visione culturale. Non un semplice evento, ma un laboratorio di possibilità, un ponte tra professionisti affermati e nuove generazioni, tra territorio e mondo, tra arte e comunità.

In fondo, la cifra più vera di Luigi sta in questo: non accontentarsi di organizzare, ma cercare il senso di ciò che propone. Nei suoi progetti c’è sempre l’idea che la cultura non debba essere un lusso, ma un bene comune, capace di avvicinare chi solitamente resta ai margini. È un modo di fare che richiede passione, ma anche coraggio e coerenza.

Si potrebbe dire che il suo lavoro non costruisce soltanto eventi, ma possibilità. Egli apre spazi, crea dialoghi, rende accessibile ciò che spesso sembra distante. E in questo c’è la sua vera arte. Una forma silenziosa ma essenziale di creatività, che non si misura con gli applausi, ma con la traccia che lascia nelle persone e nel territorio.

 

 

 

Da queste riflessioni nasce l’intervista che segue, un dialogo capace di restituire non solo il percorso professionale, ma soprattutto la visione e la passione che guidano ogni suo progetto

 

 

 

 

Luigi, tu sei un organizzatore culturale molto attivo e riconosciuto, ma non sei un artista in senso stretto. Da dove nasce la tua passione per l’arte?
 

 

È vero, non sono un artista. La mia passione per l’arte è nata lavorando per tanti anni all’interno del Museo del Presente. Vivendo quotidianamente quel luogo e quell’atmosfera, era inevitabile che qualcosa scattasse.

 

Ricordi un episodio o un incontro che ti ha fatto capire che l’arte sarebbe diventata parte centrale della tua vita?
 

 

Sì, ricordo bene. Anni fa, molti artisti mi chiedevano: “Come faccio a esporre in questa bellissima struttura? Cosa devo fare?”. Da lì è nata l’idea di creare un format che desse spazio sia ad artisti professionisti sia a talenti emergenti, anche a chi non aveva ancora un curriculum importante ma meritava una possibilità di entrare in un museo e confrontarsi con un contesto di qualità.

 

 

Quanto la tua formazione e il tuo vissuto a Cosenza e in Calabria hanno influenzato il tuo modo di vedere e proporre cultura?
 

 

Moltissimo. I miei studi letterari, uniti alla passione per gli eventi, mi hanno portato fin da giovane a organizzare attività culturali e non solo. È stato un percorso naturale che mi ha sempre accompagnato.

 

Organizzare eventi di successo non è solo questione di logistica. Quali sono, secondo te, gli elementi chiave per creare un evento culturale che lasci il segno?
 

 

L’elemento principale è la passione. Se pensi di creare un evento soltanto per un tornaconto economico, hai già fallito. Poi, certo, servono attitudine, capacità, esperienza e serietà: tutti fattori che fanno da cornice.

 

Nel tuo lavoro riesci a coniugare estetica, contenuto e innovazione. Come orienti le tue scelte, ad esempio nella selezione degli artisti o degli ospiti?
 

 

Credo sia fondamentale saper leggere il tempo presente. Un evento deve stimolare la curiosità dei visitatori, proporre idee innovative, parlare ai giovani che rappresentano la contemporaneità. Bisogna quindi adeguarsi ai tempi e, allo stesso tempo, creare occasioni che lascino un segno.

 

 

Cosa significa per te “contemporaneità” in un contesto artistico, e come cerchi di tradurla nei tuoi progetti?
 

 

Per me la contemporaneità è proprio questa capacità di parlare al presente e alle nuove generazioni, senza dimenticare la qualità. Ogni progetto deve essere uno stimolo e un’occasione di confronto.

 

Siamo ormai alla dodicesima edizione di Geni Comuni. Ci racconti com’è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?
 

 

Come dicevo, è nato per offrire anche agli appassionati e agli artisti emergenti la possibilità di entrare in un museo e confrontarsi con professionisti. L’idea di mettere insieme generazioni e linguaggi diversi è stata vincente. La cosa più bella è che, se togli le didascalie dalle opere esposte, spesso non riesci a distinguere chi è il giovane e chi è il professionista, perché la qualità selezionata è sempre molto alta.

 

Geni Comuni è noto per la sua inclusività, mette insieme artisti emergenti e affermati, diversi linguaggi, esperienze e visioni. È una scelta estetica, etica o entrambe?
 

 

Direi entrambe. È una scelta che dà valore sia al progetto culturale sia al messaggio che trasmette: tutti meritano una possibilità e il confronto arricchisce tutti.

 

 

In merito a Geni Comuni, sin dalle prime edizioni collabori in modo continuativo con due figure fondamentali, il critico d’arte Roberto Sottile e la curatrice Mariateresa Buccieri. Che tipo di dialogo creativo si è instaurato tra voi tre, e in che modo questa sinergia contribuisce alla visione e allo sviluppo del progetto?
 

 

Con Mariateresa e Roberto il dialogo è ottimo. Pur essendo un evento nato da una mia idea, lascio a entrambi la libertà di proporre visioni e intuizioni. Questo arricchisce il progetto ogni anno. Io credo molto nel lavoro di squadra: da soli non si va lontano.

 

 

L’edizione autunnale 2025 di Geni Comuni è attualmente in corso. Puoi raccontarci qualcosa della sezione speciale della XIII edizione e delle novità che stai portando per il prossimo anno?
 

 

Posso solo dire che sto già lavorando a una sezione speciale della XIII edizione, cercando di portare sempre qualcosa di internazionale, come è stato nelle edizioni passate, e di creare nuove sinergie.

 

Qual è il contributo che Geni Comuni vuole offrire oggi al pubblico calabrese e non solo? Pensi che stia crescendo anche a livello nazionale?
 

 

È già cresciuto molto, sia a livello nazionale sia oltre. Ogni anno riceviamo richieste da tutta Italia e anche dall’estero, e sono felice di ospitare gratuitamente gli artisti, perché arricchiscono non solo l’evento ma anche il territorio. La mostra dura un mese e registra oltre 2000 visitatori: numeri che, in una città non turistica come la nostra, sono un motivo di orgoglio.

 

 

Cosa sogni per il futuro della scena culturale calabrese? E cosa vorresti continuare a fare tu, personalmente, per coltivarla?
 

 

Sogno che cambi l’idea che i musei siano luoghi statici. Sarebbe bello renderli più accoglienti, accessibili, soprattutto per chi non si sente “preparato” culturalmente. Bisogna coinvolgere i giovani, che spesso si tengono lontani dai luoghi di cultura. C’è tanto lavoro da fare, ma i risultati, come quelli di Geni Comuni, dimostrano che è possibile.

 

Hai altri progetti in cantiere oltre a Geni Comuni?
 

 

Certo. Da oltre vent’anni organizzo eventi di vario genere: spettacoli, concerti, teatro, locali. Geni Comuni è un progetto importante, ma non è l’unico.

 

 

Se dovessi dare un consiglio a un giovane che sogna di lavorare nel mondo dell’organizzazione culturale, cosa gli diresti?
 

 

Gli direi di partire dalla passione, senza scorciatoie. Serve impegno, serietà, capacità di ascolto e di collaborazione. Se mancano queste cose, difficilmente si arriva lontano.
Contatti
Email llpeventi@gmail.com
𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐋𝐞 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐞, laureato in Lettere e Filosofia, lavora presso il Museo del Presente di Rende ed è organizzatore di eventi.
Da oltre vent’anni è impegnato nell’ideazione e nella realizzazione di manifestazioni non solo culturali, ma a 360 gradi: eventi musicali, teatrali, festival e molto altro, ottenendo numerosi successi a livello regionale.
La sua attività è animata dalla passione per il lavoro e dal desiderio di valorizzare il territorio. Il suo punto di forza è la capacità di creare sinergie e fare rete con associazioni, enti locali, collaboratori, sponsor e altri partner.
La collaborazione, infatti, rappresenta per lui un valore fondamentale e il segreto per la perfetta riuscita di ogni evento.

 

 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

La sezione Interviste del nostro blog ospita periodicamente artisti, galleristi, critici d’arte, letterati e autorevoli operatori culturali, selezionati per la loro capacità di offrire contributi significativi alla valorizzazione e diffusione di temi rilevanti nel panorama artistico contemporaneo. 

 

 

 

 

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IntervisteSegnalazione Eventi

Ilaria Pisciottani racconta “15 – La Fotografia oltre l’umano”

 

Ilaria Pisciottani racconta 15 – La Fotografia oltre l’umano

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |29|Agosto|2025|

 

 

Si avvicina sempre di più l’inaugurazione di 15 – La Fotografia oltre l’umano, una mostra che ha richiesto un lungo e accurato lavoro di preparazione. 
Dall’individuazione della sede espositiva alla scelta di un critico di rilievo come Roberto Mutti, dalla decisione di realizzare stampe di alta qualità direttamente in loco per garantire uniformità ed evitare spedizioni agli artisti, fino alla progettazione di un catalogo che include non solo la critica e un’intervista inedita a Mutti, ma anche ampio spazio dedicato a ciascun fotografo e alle sue opere.
 

 

Un ruolo centrale è stato inoltre riservato all’attenta selezione degli artisti, invitati personalmente e scelti non attraverso un bando aperto, ma in virtù della coerenza della loro ricerca e della forza dei linguaggi proposti.

 

Al tempo stesso, grande attenzione è stata posta nel dare continuità al progetto, affinché non si esaurisca a Varese ma possa proseguire altrove, incontrando nuovi interlocutori e ampliando il proprio raggio d’azione. La mostra si trasformerà così in un ulteriore format originale, pensato per adattarsi ad un contesto diverso e per rinnovarsi in dialogo con luoghi, pubblici e comunità differenti.

 

Un percorso articolato e condiviso, reso possibile grazie alla proficua collaborazione di più professionalità, che ha condotto alla definizione di un progetto espositivo di alto livello. I quattordici artisti selezionati porteranno infatti un contributo prezioso e originale, arricchendo una mostra capace di distinguersi per qualità, visione e cura in ogni dettaglio.

 

Abbiamo avuto il piacere di toglierci qualche curiosità a riguardo. Trattandosi di un’esposizione dagli aspetti singolari e originali, ne abbiamo parlato direttamente con la sua ideatrice, la fotografa e curatrice Ilaria Pisciottani.

 

 
 
 
 
 
 
 

 

Da dove nasce l’idea di questa mostra e, in particolare, come si è sviluppata la scelta di lavorare sul concetto di transanimale?

 

 

 

Nasce dalla voglia di mostrare un intreccio vitale attraverso delle opere fotografiche, in cui l’umano non occupa il centro assoluto, ma si riconosce parte di una rete complessa e interconnessa.

 

 
 

 

Cosa significa per te interrogare, attraverso la fotografia, il rapporto tra umano, animale e natura?

 

 

 

Significa che la fotografia può diventare lo strumento ideale per aprire questo dialogo, perché ha il potere di sospendere il visibile e di suggerire visioni nuove in cui si possa apprezzare un uomo che ha imparato ad essere umano e che ha finalmente capito il suo ruolo etico e morale.

 

 
 

 

Con quale criterio hai scelto gli artisti che partecipano a questo progetto? Quali qualità cercavi nelle loro opere e nei loro linguaggi visivi?

 

 

 

Ho scelto gli artisti per l’originalità della visione e la coerenza del linguaggio. Ogni fotografia ha una voce autonoma, ma tutte concorrono a un’unica narrazione: dissolvere i confini, aprire varchi, restituire sensibilità ibride. Il numero 15 diventa simbolo di armonia dinamica, di un’energia che unisce forze naturali e volontà di trasformazione.

 

In primis volevo unire fotografi molto diversi tra loro e penso di esserci riuscita.

 

Proprio il tema della mostra mi ha permesso di scegliere delle opere che cogliessero in pieno il concetto di Transanimale pur mantenendo in pieno la cifra stilistica dei fotografi che le esporranno, esaltando l’ambito in cui loro amano esprimersi liberamente senza porre loro delle forzature.

 

Noto spesso nelle varie mostre collettive in cui si debba rispettare un tema non di tipo trasversale ci sia spesso il rischio che tutto si riduca ad dover osservare immagini molto simili tra loro, trovo ciò molto noioso e poco illuminante, sia per chi espone che per il visitatore che non sa più neppure distinguere un fotografo dall’altro.
I 14 fotografi selezionati : Matteo Abbondanza, Fabrizio Ceci, Michele Coccioli, Monica Cossu, Giuseppina Irene Groccia, Matteo Groppi, Sonia Loren, Alessio Marzola, Maria Cristina Pasotti, Ilaria Pisciottani,  Alessandro Rovelli, Christine Selzer, Louis Selzer, Pier Paolo Tralli e in basso a ds Carla Pugliano ( Artista e Gallerista ospitante)

 

 

 

 

 

 

Non tutti hanno colto subito la portata del progetto, qualcuno si è fermato davanti alla richiesta di un contributo economico. Chi ha deciso di partecipare, invece, ha riconosciuto qualcosa di diverso. Secondo te, cosa hanno compreso questi artisti e perché hanno scelto di esserci?

 

 

 

I fotografi che hanno accettato la mia proposta artistica hanno probabilmente il mio stesso desiderio di crescere, di confrontarsi con onestà ed impegno nel settore della fotografia, che investono con amore nella loro arte, che durante l’anno molto generosamente, dedicano parte della loro ricchezza per esporre in contesti d’arte veri, dove amano mettersi in gioco, che danno il benvenuto al confronto con altri fotografi di talento e all’approccio con un vero critico del settore e riconosciuto, non un pinco palla qualunque, non hanno paura di ricevere note antipatiche, ne sanno anzi apprezzare il lato costruttivo.

 

Ultimo aspetto da non sottovalutare e che questi fotografi hanno avuto il desiderio di mettersi alla prova con il grande formato, portare tre opere importanti che superano la barriera del più comune 40×30 spaventa molti.

 

Il grande formato, come sottolinei, rappresenta una sfida che non tutti i fotografi sono pronti ad affrontare. In questa mostra, però, diventa un elemento distintivo insieme alla presenza di un critico non convenzionale ma di riconosciuto prestigio come Roberto Mutti. Qual è, a tuo avviso, l’importanza di tali scelte e quali benefici concreti portano non solo alla qualità complessiva dell’esposizione, ma anche al percorso degli artisti che vi partecipano?

 

 

 

Ora ti dico quel che penso fuori dai denti ed in modo sincero, così di riflesso sono chiari gli aspetti che hai toccato nella tua domanda.

 

Ogni volta che andiamo a vedere mostre di grandi fotografi e troviamo il grande formato, tutti noi pensiamo con un po’ di sana invidia: “Ma che meraviglia, questa sì che è un’esposizione, certo anche io se potessi esporre con dei pannelli così grandi, in posti così belli, con le note critiche di un grande esperto, con un catalogo così di qualità, avrei un grande risultato e successo

 

Ma poi che succede però?

 

Succede che la maggior parte dei fotografi, nonostante questa voglia, torna sempre nella sua amata area di comfort ad esporre in piccoli formati, in posti non sempre consoni, con pseudo critici che non fanno altro che dirgli quanto sono bravi! Perché? Perché sono poco generosi con se stessi, sono arroganti, per di più sapendo anche di avere dei grandi limiti, le loro foto non permettono un ingrandimento, sono spesso in bassa risoluzione per via di errati salvataggi e post produzioni non professionali, per mancanza di studio e di voglia di crescere veramente.

 

Gli artisti che parteciperanno alla mostra 15 sono a mio parere dei fotografi pronti ed intraprendenti, onesti, generosi, sobri e umili che amano mettersi in gioco con impegno e che mostreranno ad un pubblico che ama l’arte le loro straordinarie opere in un formato che inizia ad essere importante, il 100×150.

 

Non vogliamo che il pubblico si limiti a spostare lo sguardo da un’opera all’altra. Vogliamo che si immerga, che stabilisca analogie, che si lasci provocare dalle immagini. La fotografia, qui, è un varco: chiede di essere attraversata e di generare nuove domande.

 

Così come ci porra’ delle nuove domande e sfide la presenza autorevole del critico Roberto Mutti che tutti noi stimiamo molto per la sua onestà intellettuale, preparazione e impegno profuso in tanti anni di onorata carriera creata con impegno e senso della realtà nel rispetto della fotografia come vero impegno civile ed etico del fotografo.

 

La mostra apre prospettive etiche, poetiche e civili.

 

“15 – La Fotografia oltre l’umano” diventa così un invito a fermarsi, osservare e soprattutto a ripensare il nostro posto nel mondo, lasciando che le immagini non siano soltanto oggetti da contemplare, ma strumenti di consapevolezza e di cambiamento.

 

Il tutto si svolgerà a Varese in un luogo suggestivo come la CathArt Gallery dell’artista Carla Pugliano, che ringrazio per la sua accoglienza squisita in questa sua galleria che è un vero tempio e rispecchia ciò che l’arte oggi rappresenta per noi: una catarsi profonda, una forma di liberazione emotiva che passa attraverso la creazione e la fruizione artistica.

 

Sono stata esauriente?!

 

 
 
 
 
Si, sei stata molto chiara ed esaustiva, e di questo ti ringrazio.  Passiamo ora a parlare del catalogo, parte importante di ogni mostra. In questo caso non è stato concepito come un semplice documento, ma come parte integrante della mostra. Alla luce del pensiero di Vasari, che sottolineava l’importanza di come un’opera viene tramandata e raccontata, che significato attribuisci a questo volume e quale riflessione personale porta con sé?
 

 

Esatto, il catalogo vuole essere proprio un’estensione della mostra stessa. Non un semplice documento, ma un’opera autonoma che offre spazio alle immagini, alle parole e alle riflessioni. Mi piace pensarlo come una sorta di eredità vasariana, in cui biografia, descrizione e critica si intrecciano. È pensato per continuare il dialogo anche fuori dalla galleria, raggiungendo un pubblico ampio.

 

Penso che quando si realizza un catalogo bisogna avere grande rispetto per gli artisti ma soprattutto nei confronti della storia dell’arte stessa.

 

È una traccia importante che segna il lavoro svolto degli artisti, se mal fatto diventa un vero insulto, si infangano loro ma anche la storia dell’arte stessa, il cammino dei padri fondatori dell’arte come il grande Vasari, che pur di lasciare traccia dell’arte rinascimentale dedicò con amore e fervore parte della sua vita nello svolgere questo importante compito di catalogare, archiviare gli artisti, le opere e le biografie, per poi tramandare tutto il lavoro svolto ai posteri.

 

Dopo di lui in pochi sono riusciti in questa missione, ci sono dei bei lavori ma meno grandiosi e più limitati come area geografica.

 

Giuseppina Irene Groccia è per me oggi una figura che potrebbe essere considerata una degna erede del Vasari.
Fin da subito ho colto in lei la giusta sensibilità artistica, nonché la preparazione e la professionalità necessarie per donare, ogni volta, raccolte ricche di valore e significato artistico. La conosco ormai da anni e sa sempre regalarmi grandi emozioni. La ringrazio sinceramente per questo impegno, perché lo porta avanti con forza e amore, senza mai cedere alla sola venalità che purtroppo caratterizza molti operatori del settore dell’arte contemporanea.

 

 

 

 

 

Se dovessi sintetizzare in una frase cosa rappresenta per te “15 – La Fotografia oltre l’umano”, quale immagine o pensiero sceglieresti?

 

 

 

Mi piacerebbe chiudere con un pensiero di Thomas Mann che ben descrive il nostro gruppo di lavoro

 

Un artista, un artista vero e non uno la cui professione borghese sia l’arte, uno predestinato e condannato, lo si riconosce tra mille, anche con uno sguardo non molto esperto… Nel suo viso si legge il senso dell’isolamento e dell’estraneità, la consapevolezza di essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e di smarrito nello stesso tempo
Per ulteriori dettagli e approfondimenti sulla mostra, vi invitiamo a consultare il comunicato stampa disponibile al seguente link
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

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Interviste

VARCARE IL VISIBILE – Incontro con Emanuele Attadia e la sua Pittura

VARCARE IL VISIBILE
Incontro con Emanuele Attadia e la sua Pittura

di Giuseppina Irene Groccia |25| Agosto |2025|

 

 

Forse solo chi sogna è davvero desto.” Questa convinzione sembra attraversare la pittura di chi, fin da bambino, ha vissuto in un contesto familiare colmo di stimoli creativi, tra musica, teatro e arti visive. Emanuele Attadia, nato a Rossano (CS), coltiva sin da giovane il disegno e la musica, per poi approdare con dedizione alla pittura, intraprendendo un percorso da autodidatta dopo la laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. 

La sua cifra pittorica si riconosce in un realismo quasi iperreale, che si carica di simboli e di tensione poetica, restituendo immagini capaci di aprire varchi di mistero e intimità e di dare voce a quell’intreccio di sogno, fragilità ed enigma che abita l’animo umano.

La sua tecnica, paziente e minuziosa, costruisce immagini in cui la luce si fa sostanza e il dettaglio non è mai semplice ornamento, ma veicolo di verità interiore. È una luce che non resta in superficie: scivola sulle forme, le accarezza, le modella come se volesse svelarne l’essenza segreta. In questa trama luminosa il visibile diventa un varco, un punto d’accesso al non detto, e ciò che appare agli occhi assume la forza di una rivelazione silenziosa. Ogni tela diventa così un luogo di ascolto e meditazione, non una semplice rappresentazione, ma uno spazio in cui lo sguardo si trasforma in esperienza interiore.

Negli anni l’artista ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi in ambito internazionale, esponendo in sedi di rilievo come il MEAM di Barcellona e partecipando a concorsi che ne hanno consacrato la qualità espressiva. Tra i traguardi più significativi, la selezione come finalista al 17° Art Renewal Center Salon Competition, che ha condotto il suo dipinto a essere incluso nel Lunar Codex, capsula del tempo destinata alla luna, un riconoscimento straordinario, che suggella la sua visione come parte di un orizzonte senza confini. 

È stato inoltre finalista nel concorso dedicato a Tiziano Vecellio e al Beautiful Bizarre Art Prize 2025, affermandosi come una delle voci più interessanti della pittura figurativa contemporanea.

Già presentato nella precedente edizione del nostro Magazine ContempoArte con il dipinto “L’inaccessibilità dei sogni”, Emanuele Attadia torna sulle nostre pagine con la forza discreta della sua visione. Le sue opere non cercano mai l’effetto immediato, ma invitano a soffermarsi, a rallentare lo sguardo, a lasciarsi sorprendere da ciò che emerge nel silenzio. La pittura diventa per lui un ponte tra mondi apparentemente lontani, il concreto e l’evanescente, il quotidiano e l’eterno. 

 

 

 

In questa intervista possiamo avvicinarci non solo all’artista, ma anche a chi, con dedizione e sensibilità, fa di ogni tela uno spazio di ascolto e introspezione.

 

 

 

Sei cresciuto in un ambiente familiare ricco di stimoli
artistici. Come ha influito questo contesto sulla tua scelta di diventare
pittore? 

 

Innanzitutto volevo ringraziarti, cara Giuseppina, per avermi chiesto
di rilasciare questa intervista per il tuo blog e il tuo fantastico Magazine ContempoArte. Per me è un
privilegio, oltre che un onore. Tornando alla tua domanda, confermo che gli
stimoli artistici, nella mia famiglia, non sono mai mancati. Sin da
piccolissimo sono stato abbagliato dai dipinti di mio padre Pietro. Nel
tentativo di emulare i suoi capolavori, ricordo di aver scarabocchiato
centinaia di album da disegno. Lui è anche un insegnante di musica, ora in
pensione, per cui sono stato introdotto anche nel magico mondo musicale. Mio
fratello Luca, poi, è un grande attore di cinema, TV e teatro e mia madre, col
suo infinito turbinio di idee, dà vita a numerose iniziative nella scuola dove
insegna. In un ambiente così dinamico, sono stato facilitato nel comprendere
quale fosse per me la via più bella da intraprendere. 

 

Avvolta dal’inquietudine – Olio su tela 40×50 – 2024

 



 

Dopo una laurea in
Ingegneria Ambientale, hai intrapreso un percorso da autodidatta nella pittura.
Cosa ti ha spinto a questo cambio di rotta così radicale? 

 

Ogni esperienza di
vita è un filo che tesse l’anima. Il mio percorso di studi mi ha aiutato ad
arricchirmi come persona e, perché no, ad avere anche una prospettiva analitica
nella concezione e nella realizzazione dei miei dipinti. Il cambio di rotta non
è stato un calcolo, ma un dono dell’imprevedibilità della vita, che mi ha
guidato verso la pittura come un rifugio sicuro. Essere autodidatta è stato un
atto di fiducia nella mia voce interiore, lungo un viaggio senza meta
apparente, illuminato dalla magia che può regalare il meraviglioso linguaggio
pittorico. 

 

Fructus Ventris – Olio su tela 60×70 -2024

 



 

L’opera in evidenza nell’ultima edizione del Magazine ContempoArte, “L’inaccessibilità
dei sogni”, sembra incarnare perfettamente questa visione. Ci racconti la sua
genesi? 

 

“L’inaccessibilità dei sogni” è nata da una percezione viscerale,
un’immagine nata da ispirazioni colte da più fonti ed intrecciatisi nella mia
mente. La donna davanti allo specchio, con la sua espressione disincantata, è
come se cercasse di afferrare un mondo irraggiungibile e, di spalle, invitasse
l’osservatore a condividere il suo desiderio. Accanto a lei, una donna
addormentata, con le gambe che si perdono nello specchio, riesce ad abitare
quella dimensione onirica preclusa alla figura sveglia. Ogni essere umano è
sempre stato affascinato dal mondo dei sogni e dall’influenza che questo
esercita sull’esistenza, chiedendosi dove sia il punto di contatto tra sogno e
realtà e quale sia la vera illusione durante tutta la vita. E se chi conduce
un’esistenza molto concreta e materiale fosse in realtà colui che dorme? I
nostri sogni sono la porta del nostro universo interiore, in cui risiede la
parte vera e autentica di ogni individuo. Trascurarli, non dando importanza
alla nostra dimensione spirituale, significa dormire per tutta la vita,
escludendo inevitabilmente dalla stessa tutto ciò che potrebbe velarla di magia.

 

 



 

 

 

 

L’opera è stata selezionata come finalista all’Art Renewal Center Salon
Competition ed è stata inclusa nel Lunar Codex, una capsula del tempo destinata
alla luna. Cosa ha rappresentato per te questo riconoscimento? 

 

Quando ho saputo
che “L’inaccessibilità dei sogni” è stata selezionata come finalista dell’ArtRenewal Center Salon Competition, il più grande concorso al mondo sull’arte
figurativa contemporanea, ed inlcusa nel Lunar Codex, ovviamente ho provato
un’emozione immensa, indescrivibile. Questo incredibile riconoscimento mi ha
donato nuova energia per proseguire nel mio percorso. Non è cosa di 
tutti i giorni vedere un dipinto viaggiare verso le stelle.
È come se quella donna davanti allo specchio, con il suo desiderio
inafferrabile, portasse un frammento della mia anima nell’infinito. La tua pittura
si colloca nell’ambito figurativo, con tratti che sfiorano l’iperrealismo. 

 

 

L’inaccessibilità dei sogni – Olio su tela 70×90 – 2024

 

 

 

Cosa
ti ha spinto a scegliere proprio questo linguaggio espressivo, invece di
orientarti verso forme più astratte o concettuali? 

 

Ogni dipinto è un’illusione
ottica, un equilibrio tra realtà e astrazione, dove la figura diventa un ponte
per l’anima. Il figurativo parla direttamente al cuore, narrando e celebrando
l’umano in modo potente ed eterno. L’idea di esaltare l’arte astratta o
concettuale a prescindere, a discapito di quella rappresentativa, come avviene
in molti contesti, soprattutto italiani, mi sembra limitante. È necessario che
dietro ogni forma espressiva vi sia una continua e fruttuosa ricerca ed una
profonda conoscenza della materia affinchè il risultato non sia sterile o
prettamente commerciale. Dipingere è un linguaggio, e come tale va affinato per
poter esprimere in maniera potente ed efficace il messaggio che si aspira a
veicolare. 

 

Le silenziose voci dell’anima – Olio su tela 70×100 – 2021

 



 

Il tuo stile pittorico si distingue per un forte contenuto simbolico
e introspettivo. Quali sono i temi che ti guidano? 

 

Attraverso la pittura miro
ad aprire una finestra su un universo parallelo, dove istinto e razionalità,
materia e anima si intrecciano profondamente. Cerco di affinare il linguaggio
pittorico per raccontare, in maniera sempre più fedele, ciò che vedo nel cuore.
I miei temi nascono da ciò che mi faccia tremare l’anima, come la tensione tra
realtà e sogno e la fragilità dell’essere umano. Ogni dipinto punta ad essere
un dialogo intimo che si manifesta unicamente sulla tela, un mondo magico che
inviti l’osservatore a perdersi e ritrovarsi. Seguo l’ispirazione ovunque mi
porti, lasciando che ogni pennellata trasformi il visibile in un’eco
dell’invisibile, un riflesso dell’anima che parla a chi sa ascoltare. 

 

Ecce Haereditas Domini – Olio su tela 70×80 – 2024

 



 

Guardando
al passato, quali sono gli artisti che più ti hanno ispirato, sia per la loro
tecnica che per la profondità del loro messaggio? 

 

La mia visione pittorica è
stata sicuramente influenzata da tutti i maestri in grado di dipingere
l’autentica essenza dell’essere umano e della natura. Caravaggio, con il suo
chiaroscuro drammatico, mi ha insegnato a scolpire l’emozione con la luce.
Antonio Mancini e John Singer Sargent mi hanno affascinato per la loro
pennellata vibrante. I preraffaelliti, come Waterhouse, Millais e Cowper mi
hanno incantato con la loro poesia visiva. Ma mi vengono in mente anche i
maestri della scuola russa, tipo Ilya Repin e Shishkin così come i tantissimi
pittori contemporanei che ammiro profondamente. Sono tutti fonte di ispirazione
per me. Poi ci sono opere che singolarmente mi colpiscono dritto al cuore come
“Dopo la prima comunione” di Carl Frithjof Smith, col suo toccante messaggio
nascosto. E potrei fare decine di esempi come questo. Tendenzialmente starei
ore di fronte ad un dipinto che mi parla nel profondo, studiandone ogni singola
pennellata. 

 

Struggente nostalgia (dettaglio) – Olio su pannello 20×30 – 2023

 



 

Hai praticato anche la pittura su ceramica sopra smalto. In che
modo questa esperienza ha influenzato la tua tecnica pittorica? 

 

È stato un
periodo fondamentale per permettermi di riprendere costantemente contatto con
la pittura, spingendomi a capire che non avrei più potuto farne a meno.

 

Lavorando in paradiso – Olio su pannello – 2020

 



 

Quanto è importante per te il legame con la Calabria, terra
in cui sei nato e cresciuto? 

 

Nel bene e nel male, il contesto in cui cresciamo
ci segna: sta poi alla sensibilità ed alla personalità del singolo individuo
scegliere cosa valorizzare di tutto ciò che si presenta sul suo cammino. Con
tutte le sue contraddizioni, la Calabria è una terra unica, un mosaico di
bellezza selvaggia e storia antica che ha incantato tantissimi artisti nel
corso dei secoli. È nei suoi paesaggi incantati, nei suoi silenzi capaci di
parlare all’anima che trovo l’ispirazione per i miei dipinti. Non posso che
essere legato a questa terra, che mi ha donato radici forti e ali per sognare,
rendendomi la persona che sono oggi. 

 

Prigioniero dei tormenti – Olio su tela 60×80 – 2025

 



 

Nel tuo percorso hai ricevuto
riconoscimenti in importanti concorsi internazionali e hai esposto in sedi
prestigiose come il MEAM di Barcellona. Cosa ti ha insegnato questa esperienza
internazionale? 

 

Ogni forma di esperienza a questi livelli è estremamente
positiva: confrontarsi con maestri di livello mondiale è arricchente sia dal
punto di vista artistico che da quello umano. C’è tanto da apprendere, da ogni
cultura e da ogni approccio pittorico e soprattutto da come all’estero siano in
grado di celebrare l’arte rappresentativa quale linguaggio universale capace di
unire talenti provenienti da ogni angolo del pianeta. Istituzioni come il MEAM,
ARC, Artelibre
e pubblicazioni come Beautiful Bizarre Magazine non sono solo
piattaforme, ma veri e propri catalizzatori di un rinascimento contemporaneo,
dove il dialogo tra artisti crea una sinergia unica, capace di ispirare e
spingere i confini della creatività. 

 

L’Artista Emanuele Attadia al lavoro

 



 

Hai progetti futuri già in cantiere? 

 

Ho
tanti progetti in lavorazione, ognuno con una sua storia da raccontare. Ciò che
li unisce è il desiderio di dare forma a ciò che vedo e sento nel mio cuore,
trasformando emozioni e visioni in opere che parlino in modo autentico. Ogni
nuovo lavoro è un passo in questo viaggio, un modo per esplorare e condividere
la bellezza che trovo intorno a me. 

 

Ephemeros – Olio su tela 70×90 – 2025

 

 

Infine, cosa diresti a un artista che vuole
intraprendere la strada della pittura figurativa oggi, in un mondo dominato da
immagini digitali e velocità? 

 

A un artista che sente il richiamo della pittura figurativa
direi: segui questa strada solo se la senti ardere dentro di te, come una
missione, una vocazione profonda, quasi una forma di preghiera. Dipingere non è
solo tecnica: è un atto di verità, un dialogo tra l’anima ed il mondo.
Dipingere attraverso una ricerca che passi attraverso l’arte figurativa può
diventare una chiave per aprire tante porte. 
In un’epoca dominata dal culto
della velocità e dalle immagini digitali, l’arte figurativa ha un potere unico:
rallentare il tempo, condurre verso l’essenza delle cose, toccare corde che il
digitale non può raggiungere. Ma se il tuo cuore non vibra per questa ricerca,
se vedi l’arte al pari di un’immagine fugace, forse è meglio guardare altrove.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nato a Rossano, Emanuele Attadia cresce in
un ambiente familiare artisticamente
molto dinamico: si avvicina attivamente alla musica ed al disegno sin dalla più
tenera
età, coltivandone l’interesse durante il suo percorso di studi. Consegue la
maturità
scientifica e quindi si laurea in Ingegneria per l’Ambiente ed il Territorio
presso
l’Università della Calabria. Per un anno pratica la pittura su ceramica sopra
smalto,
affinando la tecnica autonomamente. Successivamente, dal settembre 2014, si
dedica
con continuità e da autodidatta alla sua vera passione: la pittura.

Nel 2016 gli viene conferito il “Diploma di Merito” del Premio
della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in occasione della
XI Biennale di Arte Internazionale di Roma.

Nel 2020 è finalista del concorso internazionale di pittura
avente come tema unico l’opera di Richard Wagner “Lohengrin”, a cura del Club
Wagner, della “Fundacio de les Arts i els Artistes” e del prestigioso Museo
MEAM di Barcellona, dove espone insieme alle altre opere finaliste.

Nel 2023 fa parte della terza edizione della mostra
internazionale “The MEAM Hall”, presso il Museo MEAM di Barcellona.

Nel 2024 è finalista del Concorso Internazionale del Ritratto
dedicato al grande pittore rinascimentale Tiziano Vecellio, a cura dello Sheng
Xin Yuart Institute. Prende parte alla relativa mostra tenutasi nella
meravigliosa cornice di Forte Monte Ricco, a Pieve di Cadore (BL), luogo natìo
di Tiziano.  

Nel 2024 è finalista del 17esimo Art Renewal Center Salon
Competition, il più grande e prestigioso concorso al mondo legato al Realismo
Contemporaneo. Il dipinto è incluso nel Lunar Codex, una serie di capsule del
tempo, contenenti il lavoro di 7000 creativi, compresi  i finalisti del Concorso ARC, le quali
verranno lanciate sulla luna in tre missioni correlate alla NASA. Sarà il primo
significativo posizionamento di arte contemporanea sulla luna in 50 anni. 

Nel 2025 è finalista presso il 2025 Beautiful Bizarre Art Prize,
nella sezione Ryamar Paintings Award, uno dei più prestigiosi concorsi al mondo
legati all’arte figurativa contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Interviste

Ribaltare la Prospettiva – La Fotografia secondo Robbie McIntosh

 

 

Ribaltare la Prospettiva

 

La Fotografia secondo Robbie McIntosh

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |20|Agosto |2025|

 

 

Dietro il nome d’arte che evoca lontane sonorità nordiche, si cela un fotografo che a Napoli ha trovato un campo d’azione privilegiato, pur senza rivendicare un legame di appartenenza. 

Nella traiettoria artistica di Robbie McIntosh, classe 1977, la fotografia non appare mai come un mestiere da esercitare, né come un semplice mezzo di espressione. È piuttosto una missione dello sguardo, un impegno continuo a interrogare la realtà, a decifrare l’umano nelle sue forme più spontanee e contraddittorie. I suoi scatti sembrano far parte di una disciplina interiore, un percorso di indagine che tiene insieme estetica e antropologia, poesia e documento. In questo senso, il suo lavoro si pone come una ricerca instancabile, non la rappresentazione di un mondo osservato da lontano, ma la costruzione di un dialogo ravvicinato con la vita stessa, nelle sue verità fragili e insieme potenti.

Riservato, poco incline alla sovraesposizione personale, McIntosh lascia che siano le sue immagini a parlare per lui: corpi comuni, non scolpiti, colti sulle spiagge di Napoli o in altri contesti urbani, sempre restituiti con dignità e verità. Nel tempo ha costruito uno stile personale che ricorda l’occhio corrosivo e affettuoso di Martin Parr, ma con una cifra tutta sua, uno sguardo insieme crudo e compassionevole, che si nutre di contraddizioni.

Autore di libri già fondamentali come On The Beach e Scampia Anno Zero, premiato a livello nazionale e internazionale, McIntosh è un fotografo che riesce a trasformare il quotidiano in racconto universale. Dietro la sua apparente ritrosia si cela un pensiero lucido, netto, mai banale, che rende ogni sua affermazione tanto precisa quanto spiazzante.

Le sue risposte alle nostre domande portano l’inconfondibile segno del suo stile fotografico. Nelle parole asciutte e precise di Robbie si coglie la stessa tensione che attraversa le sue immagini… un equilibrio fragile tra silenzio e rivelazione. Più che semplici risposte, esse ribaltano spesso la prospettiva, con un linguaggio netto, diretto, che alterna rigore e improvvisi slanci poetici. Le sue parole non concedono appigli facili ma lasciano intravedere, senza concedere del tutto, aprendo varchi inattesi che spingono chi ascolta a riconsiderare le proprie domande. E questo aspetto riflette perfettamente le caratteristiche delle sue fotografie.

La sua attenta osservazione del mondo è capace di cogliere la bellezza nelle imperfezioni, la forza nei gesti quotidiani, la poesia nascosta nei corpi e negli spazi che attraversa. La fotografia per lui non è mai separata dalla vita, essa è un modo di percepire, interrogare e restituire l’umanità nella sua interezza. Con lui, fotografia e vita coincidono, perché, come ama ripetere, “tutto è politico. Il corpo è uno strumento politico, ogni cellula è un manifesto ideologico. Tutto è bellezza. Bellezza è verità”.

 

 

 



 

 

 

Lasciamo ora a lui stesso la parola, per scoprire direttamente come osserva, interpreta e racconta il mondo attraverso la fotografia

 

 

Robbie McIntosh, il tuo nome d’arte, evoca un suono nordico. Eppure il tuo legame con Napoli sembra intenso, visto che vivi e lavori qui da anni. Come vivi la città e in che misura senti di avere radici o di appartenere a un luogo?

 

Il mio legame con Napoli è molto meno stretto
di quanto si possa pensare. Non sono neppure nato qui, e non ho neppure
trascorso i primi 8 anni di vita, che sono tra i più formativi in assoluto,
quelli che determinano le possibili traiettorie dell’esistenza umana. Non penso
di avere radici, in senso assoluto. Attecchisco ovunque, e di principio sono
internazionalista. I confini mi stanno stretti, le barriere vanno abbattute, e
i nazionalismi portano solo guerre e odio.

 

Quando è nata la tua passione per la fotografia? C’è stato
un momento preciso in cui hai capito che avresti voluto farlo sul serio? E
quali autori, fotografi o meno, ti hanno ispirato lungo il cammino?

 

Ho sempre preso la fotografia molto
sul serio, anche quando non ero un fotografo professionista. Ogni espressione
dell’anima va presa con estrema serietà, perchè si sta maneggiando la vera
essenza dell’uomo. Gli autori, in assoluto, oltre ogni categoria, che più mi
hanno ispirato (per certi versi anche traumatizzato) sono Martin Scorsese,
Hunter S. Thompson, Ciprì
e Maresco, Francois Truffaut, Robert Hunter, Gregory
Corso
, per citarne solo alcuni.

Provai ad esprimermi con la musica,
ma non avevo né il talento e neppure la disciplina per perseguire quella strada
con soddisfazione (intesa come capacità di realizzare quello che sentivo
interiormente).

 

 

 

Nei tuoi canali e progetti fotografici è raro trovare un tuo
autoritratto o un’immagine che ti ritragga. È una scelta deliberata quella di
restare fuori campo? In che modo questa “assenza” visiva si collega alla tua
idea di fotografo come osservatore silenzioso e discreto?

 

Non sono mai stato particolarmente a
mio agio dall’altra parte dell’obiettivo, non mi piace la sovraesposizione
della propria immagine, detesto il presenzialismo, soprattutto quello inutile.

Sono già presente in tutte le
fotografie che faccio, è come se in realtà l’obiettivo sia perennemente puntato
verso me.

Non sposo in modo ortodosso l’idea
del fotografo come osservatore silenzioso e discreto, nella maniera bressoniana
del termine. Secondo me è un gioco di equilibri, di esserci e non esserci, di
vuoti e pieni, di suoni e silenzi. Di armonia e senso generale dell’estetica.
E’ necessario gettare dei sassi per smuovere le acque inerti.

 

 

 

Tra i tuoi lavori, mi aveva colpito in particolare la serie sulle statue di Cristo a mani aperte. Cosa ti aveva spinto a soffermarti su quella ripetizione sacra e urbana, e cosa cercavi di raccontare attraverso quelle immagini?

Quella storia delle statue religiose
nacque forse per caso, in un momento di stasi. La religione codificata e
strutturata dall’uomo mi ha sempre messo a disagio. Non condivido il senso del
peccato imposto dalla morale cristiana. La religione mi è stata imposta, e ne
sono scappato presto. Il sacro è in ogni luogo, non solo in quelli preposti al
culto. E’ dentro l’uomo.

 

 

 

“On The Beach” ha segnato il tuo punto di svolta. Cosa ha
trasformato una serie di fotografie balneari in un progetto esistenziale lungo
13 anni? Cos’hai scoperto in quelle persone che ti ha fatto restare così tanto
tempo sulla spiaggia?

 

Non è stato il punto di svolta, è
stato il punto di inizio, un progetto nato nel 2012. Volevo recuperare la memoria, forse la mia. I pezzi
di qualcosa di mai vissuto personalmente in modo razionale, ma suggestioni di
bambino. Gli odori e i suoni. Salvare quello che c’è da salvare, e secondo me è
molto. Abbattere il pregiudizio sociale, il classismo e lo snobismo. Senza
giudizio, preferisco esprimermi ad un livello emotivo. E’ quello che mi passa
davanti. La città è cambiata parecchio, e continua a farlo. E’ come il
neverending tour. E’ come un treno, o un fiume, che continua a scorrere.

 

 

 

Hai detto che “tutti dovrebbero sentirsi a proprio agio con
un costume addosso”. È una frase potentissima. Fotografare i corpi reali per te
è solo un gesto estetico o anche politico?

 

E’ un gesto antifascista. On The
Beach è un lavoro più politico di quanto possa apparire ad uno sguardo
superficiale.

Tutto è politico.

Il corpo è uno strumento politico,
ogni cellula è un manifesto ideologico.

Tutto è bellezza.

Bellezza è verità.

 

 

 

Lavori esclusivamente in analogico. In un mondo dominato dal
digitale e dall’istantaneità, perché questa scelta così netta? Cosa cambia,
nella testa, nel cuore e nel corpo, quando si fotografa con la pellicola?

 

Preferisco che le fotografie
conservino un supporto fisico, un negativo nella fattispecie. Mi piace
l’esperienza di camera oscura, la ritualità, il pensiero che il minimo errore
si debba pagare. E’ necessario avere molta disciplina oltre al talento. Il
cosiddetto background fotografico, oltre alla valenza artistica.

La pellicola ha un limite, e questo
può aiutare nell’evitare di scattare centinaia o addirittura migliaia di
fotografie al giorno.

 

 

 

In “On The Beach” sembri passare da un punto di vista
antropologico a uno poetico, da ironico a struggente. Come scegli cosa
mostrare? E cosa invece decidi deliberatamente di non fotografare?

 

E’ solo una questione di coerenza
col proprio sentire, istante dopo istante. In certi giorni sono prolisso, in
altri muto.

 


 

Il tuo approccio è molto ravvicinato, quasi fisico, eppure
dici che un bravo fotografo deve restare “un fantasma danzante”. Come si
mantiene la giusta distanza quando ci si affeziona così tanto ai propri
soggetti?

 

E’ lo sforzo maggiore. Restare sul
bordo del cerchio della fiducia. Se si entra troppo, si perde l’integrità
artistica. Se si è troppo fuori, non si riesce a scavare in profondità.

 

 

 

Le tue recenti fotografie dedicate a feste private e
performer burlesque sembrano un cambio di atmosfera. Che legame c’è tra questi
ambienti notturni e le tue spiagge diurne? Cosa cerchi, oggi, nei corpi e nei
volti di quelle serate?

 

Era semplicemente una serie di
fotografie figlie di un periodo di noia e di assenza di altri stimoli. E’ stato
interessante osservare le due facce della luna. L’uomo e il performer. Dove
finisce l’autenticità e dove inizia la fiction.

 

 

 

Come vivi il fatto che molti dei tuoi soggetti oggi ti
riconoscono, ti chiedono le foto, quasi “recitano” per te? Riesci ancora a
catturare l’autenticità o è cambiata anche la tua fotografia?

 

E’ un aspetto che mi diverte, ci
gioco sopra e lo uso per prendermi in giro, destrutturare e riscrivere qualcosa
di già fatto e visto.

 

 

 

Stai lavorando su Scampia. Che approccio usi per raccontare
un luogo così carico di pregiudizi, narrazioni già scritte e dolore? Come eviti
il rischio di estetizzare il disagio?

 

E’ un lavoro finito, a causa della
tragedia nella Vela Celeste nel Luglio 2024, che ha accelerato lo sgombero di
quella e delle altre 2 vele superstiti, e la demolizione della Vela Gialla (di
fatto conclusa pochi mesi fa) e di quella Rossa.

Volevo semplicemente guardare con i
miei occhi, senza pregiudizi. Senza mai aver letto una certa letteratura o
visto determinate fiction.

Avrei voluto continuare il mio
racconto, ma il destino così ha voluto.

Spero solo che le persone innocenti
trovino finalmente pace e dignità.

Estetica ed etica per me coincidono.

 

 

 

Negli ultimi anni hai ricevuto premi importanti e
riconoscimenti anche internazionali. Che rapporto hai con tutto questo? Ti senti
cambiato nel modo di fotografare da quando il tuo lavoro è diventato così
seguito e apprezzato?

 

Certamente mi soddisfa, e mi spinge
ad andare avanti con maggiore intensità, ma senza forzature.

Mi diverte anche, per certi versi. E
mi divertono anche certe dinamiche che osservo o che mi rapportano.

Ma essenzialmente non sono mai
cambiato.

 

Se un giorno dovessi smettere di fotografare le spiagge,
cosa ti mancherebbe di più? E cosa credi che mancherebbe a noi che le abbiamo
guardate attraverso i tuoi occhi?

 

E’ una evenienza che non rientra nei
miei piani.

 

Guardando avanti, quali saranno i tuoi prossimi progetti?
C’è un ambito su cui desideri lavorare da qui al prossimo libro, una nuova
serie fotografica o un tema che ti affascina?

 

Ho delle cose in mente, e sto già
lavorando ad altre, sotto traccia.

Ma preferisco mantenere l’assoluto
riserbo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

Sito Web Robbie McIntosh Photographer 

Instagram robbie_mcintosh 

 

 

 

 

 

 

 

 

Robbie McIntosh

Fotografo professionista nato nel 1977, vive e lavora a Napoli. Al centro della sua ricerca c’è l’umanità, osservata nelle sue unicità e contraddizioni, tra fragilità e forza, silenzio e rivelazione.

Ha pubblicato due libri: On The Beach (2012, giunto alla terza edizione), progetto che segna un punto di svolta nel suo percorso, e Scampia Anno Zero (2023), vincitore del Corigliano Calabro Book Award 2024. Le sue opere, caratterizzate da un linguaggio netto ed essenziale, alternano rigore analitico e improvvisi slanci poetici, mantenendo sempre una tensione tra ciò che svela e ciò che trattiene.

Parallelamente alla produzione editoriale, ha condotto workshop in diversi contesti internazionali, portando avanti una visione della fotografia come missione dello sguardo, strumento critico e politico di indagine sulla realtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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