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Sonia Loren. Costruzioni e derive dello sguardo nella fotografia contemporanea

Nel lavoro di Sonia Loren l’immagine fotografica si sposta continuamente dalla funzione di registrazione del reale verso uno spazio di trasformazione, dove percezione e costruzione visiva si sovrappongono e si ridefiniscono costantemente. La fotografia non coincide con il momento dello scatto, ma si estende in un processo che coinvolge interventi successivi, variazioni e passaggi che modificano la superficie dell’immagine fino a renderla instabile e aperta, come se ogni volta potesse ricominciare da capo.

Il riferimento al cinema attraversa questa ricerca come struttura interna del pensiero visivo. L’immagine nasce già come frammento di una sequenza possibile, attraversata da montaggio, sovrapposizione e discontinuità che determinano un andamento narrativo non lineare, quasi come un ricordo che ritorna in modo improvviso e si ricompone ogni volta in una forma diversa. La fotografia assume così una condizione sospesa tra registrazione e invenzione, tra ciò che accade e ciò che prende forma attraverso lo sguardo.

La costruzione delle immagini si alimenta di riferimenti che includono letteratura, musica, danza e situazioni quotidiane. Questi elementi entrano nel processo creativo come materiali che agiscono durante la produzione dell’opera e contribuiscono a generare livelli diversi di lettura, a volte anche inattesi. L’immagine prende forma da un insieme di impulsi visivi ed emotivi che si intrecciano senza una gerarchia fissa, come se si sedessero insieme sullo stesso tavolo di lavoro.

Il ruolo del tempo vissuto nel suo lavoro assume la natura di uno stato in movimento che attraversa il presente dell’immagine e ne modifica continuamente l’esito. Il tempo personale e quello condiviso entrano nel processo creativo e producono apparizioni visive che emergono durante la costruzione dell’opera e si trasformano in nuove possibilità narrative, quasi come se l’immagine ricordasse mentre viene creata.

Le immagini vengono sottoposte a interventi, manipolazioni digitali e variazioni successive che riducono i riferimenti immediati al reale e aprono passaggi verso costruzioni visive alternative. In questo percorso si attivano situazioni che intrecciano elementi quotidiani e scenari immaginati, generando ambienti visivi in costante ridefinizione, a tratti anche con una componente quasi teatrale.

La narrazione si sviluppa attraverso frammenti che richiedono allo sguardo un ruolo attivo nella costruzione del senso. Le immagini presentano aperture e intervalli che invitano a stabilire connessioni e relazioni tra elementi differenti, dando forma a un sistema visivo articolato su più livelli, come una storia che non viene mai raccontata tutta insieme.

Il lavoro affronta anche il tema dell’identità femminile attraverso figure che si presentano in forme variabili e attraversano stati differenti della rappresentazione. Le immagini mettono in relazione presenza e trasformazione e definiscono una sequenza di passaggi che coinvolge la rappresentazione del soggetto e la sua continua variazione. In questo stesso ambito emerge una pratica di autoritratto in forma velata, nella quale la presenza dell’artista affiora attraverso indizi sottili, frammenti e interferenze che rimandano al corpo senza renderlo mai pienamente riconoscibile.

Nella fotografia contemporanea l’autoritratto femminile si sviluppa spesso come territorio di ridefinizione del soggetto, in cui l’immagine non restituisce un’identità stabile ma attiva processi di costruzione e decostruzione dello sguardo, tra presenza dichiarata e dissolvenza, in un gioco di esposizione e sottrazione. Sonia Loren si inserisce in questo orizzonte attraverso una modalità indiretta, nella quale il sé non coincide con una rappresentazione esplicita ma affiora come traccia percettiva che attraversa l’immagine e ne orienta in maniera latente la costruzione.

L’attività curatoriale sviluppata all’interno del Med Photo Fest e nel dialogo con Vittorio Graziano introduce un ulteriore ambito di lavoro legato alla costruzione di percorsi espositivi e alla relazione tra opere di autori diversi. La selezione delle immagini e la loro disposizione nello spazio genera connessioni tra linguaggi e provenienze differenti, costruendo sequenze visive che mettono in relazione esperienze artistiche eterogenee, con la sensazione di un racconto collettivo che si compone poco alla volta.

L’esperienza internazionale tra Brasile, Europa e Italia contribuisce a un continuo scambio tra contesti culturali e pratiche artistiche differenti. Questo aspetto alimenta una pratica che ha possibilità di svilupparsi attraverso il confronto diretto con opere, artisti e ambienti espositivi, riuscendo a dare forma a un lavoro che si muove tra la produzione artistica e la costruzione curatoriale, in un percorso che non si chiude mai davvero.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Nosoutras e Submersa - Sonia Loren

 

 


Abbiamo avuto il piacere di parlare con lei e di entrare nel cuore della sua ricerca, tra processi visivi, esperienze internazionali e costruzione tra Brasile e Italia della fotografia contemporanea.

 

La tua formazione attraversa arti visive e cinema. In che modo questi due linguaggi si influenzano oggi nel tuo lavoro fotografico?

Le influenze delle arti visive e del cinema restano oggi molto forti nel mio lavoro. Per me è praticamente impossibile separare queste due formazioni. L’intera mia ricerca artistica guarda alla fotografia come risultato e come processo. Catturo immagini del reale e trasformo le scene in nuove immagini, creando anche immagini dell’irreale, figurazioni legate alla dimensione del sogno e del fantastico. Qualcosa che appartiene profondamente anche al linguaggio cinematografico.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

Come nasce per te un’immagine, da un’idea, da un’emozione o da un processo visivo?

Le principali influenze per il mio lavoro sono sempre state la fotografia del cinema, le storie dei personaggi, la letteratura, la musica, la danza, le mie memorie affettive e quelle collettive. Quando fotografo, anche quando catturo per caso scene del quotidiano durante viaggi o passeggiate nella mia città, la mia mente già “vede” immagini immaginarie. Successivamente, quando inizio il processo di creazione di un nuovo progetto, tutte queste influenze diventano fondamentali.

Quando mi siedo davanti al computer con le fotografie che ho realizzato, ho sempre libri sul tavolo, aperti su pagine casuali o su brevi passaggi evidenziati durante le letture; ascolto musica e guardo film. A volte nasce un’idea, altre volte un’emozione e/o un processo visivo. Così costruisco una nuova immagine: i miei personaggi, persone anonime che compaiono nelle fotografie, oppure persone conosciute, vengono inseriti in nuovi paesaggi, entrando o uscendo di scena come in un film. Intervengo sull’immagine iniziale, sottraendo dettagli fino a raggiungere ciò che sento come l’immagine che mi “parla”.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

La fotografia, nella tua ricerca, non sembra mai essere “pura”, ma spesso viene transformata e manipolata. Cosa ti interessa esplorare attraverso queste interferenze sull’immagine?

Mi interessa indagare le possibilità di intervento su una stessa immagine fino a farne perdere il riferimento alla sua realtà. Mi piace simulare situazioni che rimandano a esperienze vissute e creare nuove storie, con l’influenza del cinema e della letteratura, attraverso queste nuove immagini.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

Il tema della memória, individuale e collettiva, ricorre spesso nel tuo lavoro. Che ruolo ha la memoria nella costruzione delle tue immagini?

Dico spesso che ho iniziato a fotografare nell’infanzia, senza macchina fotografica, soltanto con uno sguardo sensibile e attento rivolto alle piccole sfumature della vita. Queste esperienze mi hanno accompagnata in tutte le fasi del mio percorso, nelle storie che ascoltavo, nei libri che leggevo e nei film che guardavo. Riconoscevo punti di contatto tra le altre persone e i personaggi dell’arte e della vita.

Il ruolo delle memorie nel mio lavoro assume una funzione poetica del sogno ad occhi aperti, come uno stato atemporale dell’essere, un sogno che può diventare anche collettivo. Gaston Bachelard, ne La poetica del rêverie, afferma: “Nella nostra infanzia, il sogno ad occhi aperti ci dava libertà. Psicologicamente parlando, è nel sogno ad occhi aperti che siamo esseri liberi”. Quando creo in questo stato di rêverie è quando mi sento libera.

Il tuo lavoro dialoga anche con letteratura e riferimenti simbolici molto forti. Quanto è importante per te a narrazione, anche implícita, dentro uma fotografia?

Sono appassionata di letteratura. È presente in tutta la mia vita e nella mia arte. La fotografia, per me, va oltre il semplice registro. La luce, la composizione e i simboli presenti in una fotografia spingono l’osservatore a leggere, sentire e riflettere, così come accade nella letteratura.

L’importanza della narrazione, soprattutto quando costruita in forma implicita, lascia l’interpretazione aperta. Funziona come una poesia visiva, in cui il pubblico è invitato a colmare le proprie lacune con le proprie esperienze e memorie. Gli elementi simbolici, con le loro luci e ombre, agiscono come metafore visive. Esiste anche una dimensione emotiva, quando una fotografia evoca sensazioni di mistero, malinconia o gioia attraverso questa simbologia, creando una forma di empatia più profonda rispetto a una semplice registrazione documentaria.

Nosoutras - Sonia Loren

 

Hai partecipato a numerosi contesti internazionali tra Brasile, Europa e Italia. In che modo questi spostamenti hanno influenzato la tua visione artística?

È un percorso di apprendimenti che mi permette di vivere altre culture, conoscere persone, artisti in generale, musei, gallerie e spazi culturali alternativi. A partire da queste esperienze non torno mai la stessa; qualcosa inizia sempre a fluire da prospettive diverse, e questo per me è molto importante.

Credo che l’artista non si costruisca in isolamento. Le arti sono interconnesse con altri ambiti: l’architettura di paesi millenari come l’Italia e altri paesi europei, la storia, l’archeologia, la natura, i paesaggi, i sensi e gli odori, tutto influenza la mia visione artistica e la mia vita.

Ho conosciuto molti artisti durante questi viaggi, soprattutto in Sicilia, che mi affascina, alcuni personalmente, altri attraverso la ricerca sul loro lavoro. Amo la dimensione collettiva. Attraverso il Med Photo Fest ho conosciuto fotografi che hanno aperto percorsi di partecipazione a mostre in Italia, come Ljdia Musso, che mi ha invitata per due volte a esporre a Napoli; Ilaria Pisciottani, del nord Italia, che ha curato una mostra alla quale sono stata invitata a partecipare presso la Cathart Gallery di Carla Pugliano, uno spazio molto bello a Milano. Il catalogo della mostra è stato realizzato da L’ArteCheMiPiace, di Giuseppina Irene Groccia, che è anche colei che mi intervista.

Potrei citare molti altri fotografi e fotografe conosciuti personalmente nelle edizioni del Med Photo Fest, come Rosario Vicino, Franca Centaro, Antonio Pignato, Bruna Caniglia, Elena Ghini, Alessandro Giacomo e tanti altri attraverso le loro opere. C’è anche l’artista cubana Ailen Maletta, con la quale mantengo da anni un dialogo attraverso i social, pur non avendola ancora incontrata di persona. Nel 2023 ho conosciuto il grande fotografo e persona straordinaria dell’Uruguay, paese vicino al Brasile, Roberto Fernández Ibáñez, che ha ricevuto uno dei premi del Med insieme a me. Il suo lavoro affronta in modo intenso la condizione femminile, La Contemporaneidad de Las Brujas. Ci siamo conosciuti a Catania e abbiamo trascorso lì giorni molto intensi insieme alla sua gentile compagna, Alicia Acuña.

In Italia ho conosciuto anche molti fotografi brasiliani, come Delfina Rocha, Premio di Fotografia Autoriale Med 25. Questi incontri sono stati e continuano a essere molto ispiratori. Sono grata al Med Photo Fest per questo ponte di scambio. In Brasile, le numerose mostre a cui ho partecipato sono state fondamentali per il mio percorso artistico. Sono più di vent’anni di scambi arricchenti con altri artisti, curatori e operatori culturali. C’è sempre qualcosa da imparare e qualcosa da trasmettere, soprattutto con le donne, tema centrale delle mie ricerche artistiche.

 

L’esperimento e la manipulazione digitale sono centrali nel tuo processo creativo. Quanto spazio lasci al caso e quanto invece al controllo tecnico?

Mi piace molto il caso, ciò che nasce da un momento inatteso, da un’emozione, da un’idea che “chiama” dopo una lettura, un film o una passeggiata. A volte nasce da una conversazione con sconosciuti, da uno sguardo che si sofferma su qualcosa o su persone reali che attraversano il mio percorso, oppure da riflessioni più profonde. Tutto per me diventa sperimentazione, materiale che posso utilizzare nel processo del mio lavoro. Anche il controllo tecnico è sperimentazione. Non possiedo una conoscenza completa di tutte le tecniche digitali, quindi continuo a sperimentare e talvolta invento nuove procedure. È l’incontro tra questi due aspetti che mi permette di creare con libertà.

Submersa, O corpo como anima - Sonia Loren

 

In molte delle tue opere emerge una riflessione sulla condizione femminile e sulla trasformazione dell’identità. Come affronti questi temi senza cadere nella retorica?

La condizione femminile è sempre stata il principale focus del mio lavoro. Uno dei miei primi progetti della serie “Os trapos – daquilo que nos escapa todos os dias pelo resto de nossas vidas”, selezionato in un Salone d’Arte in Brasile, affrontava già questo tema. Ho cercato fotografie di matrimoni di oltre cinquant’anni, appartenenti a familiari e a persone anonime, e sono intervenuta su queste immagini rimuovendo i volti delle coppie, privilegiando gli abiti, i costumi del rito, costruendo una narrazione del matrimonio come istituzione spettrale.

Proseguendo questa ricerca, ho sviluppato altri lavori come “Diga (me) onde tua liberdade repousa”, “Por onde anda Eva Lilith”, “Escrevo (te) a mim mesma”, “Submersa – o corpo como anima” e, più recentemente, “Nosoutras”. Privilegio la narrazione rispetto al manifesto. Non cerco di formulare tesi; la mia intenzione è creare personaggi complessi, ambigui e contraddittori.

Il mio lavoro è profondamente autobiografico. Mi riconosco in molte donne e, allo stesso tempo, in nessuna di esse. Sono sempre in ricerca; non esiste un’identità fissa, ma una fluidità in costante trasformazione. In un’occasione ho partecipato a letture portfolio al Festival Internazionale di Fotografia Fest Foto Poa (Porto Alegre, Brasile) e almeno tre lettori (USA, Colombia e Italia) mi hanno restituito un feedback simile: hanno sottolineato il coraggio nell’affrontare la condizione femminile e l’identità senza retorica e in modo poetico, soprattutto in “Submersa”. Vi riconoscevano una poesia visiva in un tema sempre attuale, quello della condizione femminile.

Faccio ciò che amo, non seguo le mode né riproduco linguaggi. È un percorso impegnativo, spesso non sempre accolto. Eppure rimango fedele alla mia essenza.

 

Come è nata la tua collaborazione com il Med Photo Fest e con Vittorio Graziano e in che modo si è sviluppata questa collaborazione nel tempo?

Ho conosciuto Vittorio Graziano nel 2020 durante il FestFotoPoa – Festival Internazionale di Fotografia di Porto Alegre, in Brasile. Il Med Photo Fest aveva una collaborazione con il festival e Vittorio era uno dei lettori di portfolio online. Ho partecipato a una lettura di portfolio con lui, che ha mostrato grande interesse per il mio lavoro e mi ha invitata a prendere parte al festival in Italia.

Durante le nostre conversazioni, Vittorio mi ha raccontato di essere stato un immigrato italiano in Brasile negli anni Settanta e di aver fatto parte del Foto Cine Clube Bandeirante. Per coincidenza, durante i miei studi in Arti Visive, la mia ricerca in fotografia faceva riferimento proprio a un libro sul Foto Cine Clube Bandeirante, nel quale compariva il nome di Vittorio, anche se non avrei mai immaginato di conoscerlo né sapevo chi fosse.

Vittorio ha sempre dimostrato una grande ammirazione per la cultura brasiliana. Mi sono interessata alla sua storia di immigrato e fotografo, così come al Med Photo Fest. Sono stata invitata a partecipare alle edizioni successive e nel 2022 il festival è stato dedicato alla fotografia contemporanea brasiliana, occasione in cui ho visitato per la prima volta l’Italia e la Sicilia. Sono nipote di immigrati italiani dal lato materno e mi sono emozionata arrivando nella terra dei miei antenati.

Questa è stata anche la mia prima mostra personale internazionale, con la serie “Submersa – o corpo como anima”. In quell’occasione sono stati premiati i grandi fotografi brasiliani Eustáquio Neves e Márcio Scavone. Successivamente sono stata invitata a entrare a far parte della Meditteraneum Collection.

Nel 2023 sono stata premiata dal Med Photo Fest con il Premio di Fotografia Autoriale per i progetti “Submersa” e “Nosoutras”. Attualmente faccio parte del team del festival, collaborando all’organizzazione e alla divulgazione del Med Photo Fest sui social network e nei contatti con artisti della fotografia del Sud America. È stato e continua a essere un grande percorso di apprendimento e un piacere far parte di questo importante festival di fotografia.

Sono tornata in Sicilia nel 2025 per una nuova partecipazione come artista e anche come curatrice di Tonino Trovato, fotografo siciliano che ha partecipato al Med25. Sono stata inoltre invitata due volte a far parte della giuria di un concorso di fotografia sportiva, una collaborazione tra il Med Photo Fest e Panathlon

Sonia Loren con Vittorio Graziano, Presidente Med Photo Fest

 

Nel tuo ruolo al Med Photo Fest sei anche curatrice. Come cambia il tuo sguardo quando passi dalla produzione dell’opera alla selezione e costruzione di una mostra?

Mi piace molto conoscere nuovi artisti, di tutte le età e generi, e osservare ciò che stanno creando nel mondo. Ho recentemente conseguito una specializzazione in Curatela e Critica d’Arte presso la Zait Scuola di Curatela di Berlino, in Germania. Ho avuto l’opportunità di approfondire il contesto dell’arte contemporanea, comprendendo ciò che è accaduto e ciò che accade a livello globale, tra artisti, curatori, istituzioni e biennali.

Ritengo che, nella transizione dal ruolo di artista a quello di curatrice, sia necessario un certo distacco emotivo e una focalizzazione sul dialogo tra le opere di autori diversi, mantenendo equilibrio senza oscurarne le individualità. Si tratta di ampliare lo sguardo per costruire una narrazione collettiva coerente.

Come fotografa mi immergo nella mia espressione personale; come curatrice devo adottare uno sguardo più analitico per organizzare nuclei tematici e creare un flusso coerente all’interno della mostra. Nel caso del Med Photo Fest, è il direttore artistico Vittorio Graziano a occuparsi della curatela. Io collaboro nella selezione e nella riflessione su alcuni lavori. Il concetto di curatela del festival, in alcuni aspetti, si differenzia dalle pratiche più comuni in Brasile.

In ogni caso, credo che il curatore non debba imporsi sull’opera dell’artista. L’artista viene sempre prima di tutto.

 

Cosa significa per te “curare” la fotografia oggi, in un contesto Internazionale come quello del festival?

Ritengo che la curatela consista nell’assumere scelte puntuali che vanno oltre la semplice selezione delle immagini. Si tratta di ampliare l’ascolto e costruire narrazioni capaci di connettere dialoghi internazionali, creando ponti di riflessione, dando visibilità e valorizzando anche artisti che raccontano le proprie storie a partire da nuove prospettive su ancestralità, territori e diversità.

Lontana da vecchie egemonie, la curatela contemporanea mette in discussione binarismi e modelli consolidati. Propone un contrappunto visivo, generando confronti, contrasti e avvicinamenti tra differenti corpi di lavoro. L’esperienza offerta al pubblico diventa così più ricca e va oltre la somma delle singole immagini.

Anche il recupero della memoria è fondamentale, poiché proteggere e documentare il presente significa trasformare questi materiali fotografici in un’eredità culturale. Il Med Photo Fest rende possibili questo tipo di approcci curatoriale.

Mostra antologica di Vittorio Graziano a cura di Sonia Loren

 

Hai curato la mostra antológica “50 anni di fotografia di Vittorio Graziano”. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare un percorso così lungo e importante?

Quando ho ricevuto l’invito da Vittorio a curare i suoi 50 anni di fotografia, sono passata dalla gioia di avere accesso a un materiale fotografico che abbraccia un’intera vita a un certo caos, quasi comico. Vittorio possiede un archivio ampio e ricchissimo, composto da diversi momenti della sua carriera come fotografo.

La tematica del suo lavoro attraversa percorsi differenti. Ci sono fotografie familiari, bellissime e profondamente emozionanti; immagini di architettura che riflettono la sua formazione iniziale come ingegnere, in cui esplora colori, geometrie e prospettive sottili; e c’è anche un notevole percorso nella fotografia di strada, in cui cattura istanti precisi del passaggio di persone anonime davanti a cartelloni pubblicitari in diverse città e paesi. Sono immagini molto speciali, che includono anche scatti realizzati in Brasile negli anni Settanta, di grande intensità visiva.

Si tratta di uno sguardo che spesso passa inosservato alla maggior parte delle persone. Mi sono riconosciuta in molti lavori di Vittorio, qualcosa che attraversa anche la mia pratica fotografica. La prima sfida è stata selezionare le immagini tra centinaia. Abbiamo fatto questa selezione insieme, in un primo momento.

Per me è fondamentale, in curatela, conoscere profondamente il percorso dell’artista/fotografo/ingegnere/immigrato/direttore artistico del Med Photo Fest, così come comprendere il contesto in cui le immagini sono state prodotte, sia in modo intenzionale sia in momenti di casualità. Sono stati mesi di conversazioni, selezioni e revisioni successive.

Siamo arrivati a circa 80 fotografie, sufficienti a raccontare parte dei suoi 50 anni di percorso, anche se sarebbe possibile costruire altre grandi mostre a partire dallo stesso archivio. Questo processo mi ha permesso di conoscere episodi decisivi della sua vita, fondamentali per la scrittura del testo curatoriale finale.

Alcune immagini familiari mi hanno colpita in modo profondo. Come scrive Roland Barthes in La camera chiara, si tratta del punctum, quel dettaglio che ferisce, attraversa e tocca in modo viscerale, al di là dell’interesse intellettuale dello studium. Un’immagine in particolare, intitolata “Tenerezza”, mostra Mariella con il suo primo figlio, Elio, ancora neonato, addormentato tra le sue braccia, mentre lo sguardo della madre si dirige verso un “tra-tempi” silenzioso. Questa immagine mi è entrata dentro con un’intensità quasi fisica. Ho pensato: siamo tutte Mariella.

Le esposizioni del festival seguono, in alcuni casi, una struttura più organizzata nell’allestimento dei lavori, il che limita un po’ approcci più liberi nella relazione tra formati e supporti. Tuttavia, la sfida è stata accolta. Il riscontro del pubblico è stato molto positivo e ho ricevuto messaggi dai figli di Vittorio, che hanno ringraziato per la curatela e per il testo, che ha emozionato la madre, Mariella.

Vittorio Graziano ha vissuto con intensità la mostra dedicata ai suoi 50 anni di fotografia e questo coinvolgimento ha toccato profondamente anche me, perché ho preso parte a questo percorso. È stato un onore partecipare a questa mia prima curatela internazionale.

 

Quando costruisci una mostra collettiva, quali elementi consideri fondamentali per creare un dialogo tra artisti e opere?

Definire una linea curatoriale chiara, capace di tenere insieme poetiche differenti, significa equilibrare l’identità autoriale di ciascun artista con una narrazione estetica e concettuale che abbia senso quando le opere sono poste in relazione tra loro. Questo processo stimola lo sguardo del pubblico.

Raggruppare i lavori per contrasti, temi o tecniche permette di costruire vicinanze e affinità tra opere diverse, creando relazioni in cui ogni lavoro contribuisce ad arricchire la lettura dell’altro. È uno sguardo attento, in cui ogni opera diventa parte di un dialogo più ampio.

Pensare un allestimento significa anche immaginare un flusso espositivo, con spazi di respiro o contrasti intenzionali che guidino il percorso del visitatore. Non sempre lo spazio espositivo consente di valorizzare pienamente tutti i lavori: si tratta di un equilibrio complesso, che richiede rispetto e attenzione nei confronti di ogni artista.

Il testo curatoriale e la mediazione, soprattutto nelle grandi collettive e nei progetti con accessibilità ampliata, diventano strumenti fondamentali per rendere leggibile il perché e il come delle relazioni tra le opere.

Ho compreso più a fondo queste dinamiche durante la mia specializzazione in Curatela e Critica d’Arte. Allo stesso tempo, ritengo possibile anche superare alcune regole, soprattutto quando lo spazio espositivo è più libero e alternativo e permette approcci differenti. Sono, in ogni caso, sfide costanti.

 

 

Il Med Photo Fest Mette in relazione artisti di diversi paesi e linguaggi. Cosa cerchi tu in questo tipo di confronto?

Conoscere altri artisti, lavori diversi e le culture di ciascuno, così come il contesto in cui avviene lo scambio, rappresenta un passaggio fondamentale. È necessario evitare che l’ego prevalga sull’opera.

Quando ci si allontana, anche solo in parte, dal proprio lavoro, si può davvero osservare l’altro e aprirsi al dialogo con gli altri artisti. Si tratta sempre di un campo di sperimentazione e conoscenza, di nuove relazioni e possibilità di contatto, che permettono anche di far circolare il proprio lavoro verso pubblici differenti e, allo stesso tempo, di portare in Brasile le opere degli artisti che partecipano al Med Photo Fest.

Guardando al tuo percorso, quale trasformazione senti piú decisiva nella tua ricerca artistica? Se dovessi riassumere il tuo lavoro in una direzione attuale, verso cosa senti che si sta muovendo la tua ricerca?

Penso di essere costantemente in trasformazione, sia nella carriera artistica sia nella vita, e queste due dimensioni procedono insieme. La mia ricerca sul femminile è diventata il fulcro principale del mio lavoro e, anche quando mi rivolgo ad altre situazioni, torno sempre a una riflessione sulla condizione femminile e sulla trasformazione dell’identità.

Riconoscere questa ricerca sul femminile come filo conduttore del mio percorso rappresenta per me un passo di maturità artistica, e credo che questa sia la direzione verso cui il mio lavoro si sta orientando, approfondendosi attraverso diversi linguaggi delle arti visive. Questa autoidentificazione mi permette di trasformare esperienze personali in poetiche visive che intrecciano arte e vita.

Anche le curatele e i nuovi progetti orientati allo scambio internazionale, soprattutto con artiste donne, sono fondamentali per il mio percorso nelle arti. Ciò che mi interessa è il viaggio, le domande che emergono costantemente nel processo. Credo che non esistano risposte definitive. Esiste uno spazio “tra i tempi”.

SONIA LOREN. CONSTRUCTIONS AND DRIFTS OF THE GAZE IN CONTEMPORARY PHOTOGRAPHY

In the work of Sonia Loren, the photographic image continuously shifts from the function of recording reality toward a space of transformation, where perception and visual construction overlap and are constantly redefined. Photography does not coincide with the moment of the shot, but extends into a process that involves subsequent interventions, variations, and passages that modify the surface of the image until it becomes unstable and open, as if it could begin again each time from scratch.

The reference to cinema runs through this research as an internal structure of visual thought. The image is already conceived as a fragment of a possible sequence, traversed by editing, superimposition, and discontinuity that determine a non-linear narrative flow, almost like a memory that returns unexpectedly and reassembles itself each time in a different form. Photography thus assumes a suspended condition between recording and invention, between what happens and what takes shape through the gaze.

The construction of images is nourished by references that include literature, music, dance, and everyday situations. These elements enter the creative process as materials that act during the production of the work and contribute to generating different levels of reading, sometimes unexpected. The image takes shape from a set of visual and emotional impulses that intertwine without a fixed hierarchy, as if they were placed together on the same working table.

Serie "Diga (me) onde tua liberdade repousa - Sonia Loren

 

The role of lived time in her work takes on the nature of a state in motion that crosses the present of the image and continuously alters its outcome. Personal time and shared time enter the creative process and produce visual apparitions that emerge during the construction of the work, transforming into new narrative possibilities, almost as if the image were remembering while being created.

The images are subjected to interventions, digital manipulations, and successive variations that reduce immediate references to reality and open passages toward alternative visual constructions. Within this path, situations emerge that intertwine everyday elements and imagined scenarios, generating visual environments in constant redefinition, at times with a quasi-theatrical dimension.

Narrative unfolds through fragments that require an active role from the gaze in the construction of meaning. The images present openings and intervals that invite connections and relationships between different elements, shaping a multi-layered visual system, like a story that is never told all at once.

Os trapos ainda pulsa - Sonia Loren

 

The work also addresses the theme of female identity through figures that appear in variable forms and pass through different states of representation. The images relate presence and transformation and outline a sequence of passages involving the representation of the subject and its continuous variation. Within this same field, a practice of veiled self-portraiture emerges, in which the artist’s presence surfaces through subtle clues, fragments, and interferences that refer to the body without ever making it fully recognizable.

In contemporary photography, female self-portraiture often develops as a territory of redefinition of the subject, where the image does not return a stable identity but activates processes of construction and deconstruction of the gaze, between declared presence and dissolution, in a play of exposure and withdrawal. Sonia Loren fits into this horizon through an indirect mode, in which the self does not coincide with explicit representation but emerges as a perceptual trace that traverses the image and subtly orients its construction.

The curatorial activity developed within Med Photo Fest and in dialogue with Vittorio Graziano introduces an additional field of work linked to the construction of exhibition pathways and to the relationship between works by different artists. The selection of images and their spatial arrangement generates connections between different languages and backgrounds, constructing visual sequences that relate heterogeneous artistic experiences, evoking a sense of a collective narrative gradually taking shape.

The international experience between Brazil, Europe, and Italy contributes to a continuous exchange between cultural contexts and artistic practices. This aspect nourishes a practice that develops through direct confrontation with works, artists, and exhibition environments, giving form to a process that moves between artistic production and curatorial construction, in a path that never fully comes to a close.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

Self Portrait - Sonia Loren
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CATIA PUGLIESE: LE MIE RADICI SONO ITALO-ALBANESI. SHQIPËRIA: IL PAESE DELLE AQUILE, TERRA MAGICA E AFFASCINANTE

Intervista a Catia Pugliese, a cura di Angela Kosta, in cui l’artista e scrittrice ripercorre la propria esperienza creativa tra pittura e poesia, offrendo una riflessione itnima sul significato dell’arte e sul suo ruolo nella società contemporanea.

Salve Catia. Benvenuta su L’ArteCheMiPiace. Ci parli di Lei e di quando è avvenuto il suo primo approccio con l’arte e la scrittura.

Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo dell’arte fin da piccola; mi è sempre piaciuto dipingere le mie emozioni, pennelli e colori hanno costantemente rappresentato una dolce fuga dalla realtà… un rifugio quotidiano. Successivamente la curiosità di esplorare mi ha condotta a realizzare e sperimentare le più svariate opere d’arte (avvalendomi di diverse tecniche pittoriche) con positivi riscontri da parte del pubblico. Allo stesso modo la vena poetica ha accompagnato da sempre il mio cammino. Pittura e scrittura rappresentano il connubio salvifico della mia vita, la stesura delle liriche viene spesso associata a interpretazioni e raffigurazioni grafiche che proietto su tela.

Ha partecipato a mostre nazionali e internazionali? Ha qualche esperienza che l’ha colpita particolarmente o che rappresenta un punto di svolta fondamentale nella sua carriera?

Ho partecipato sia in Cina che in India, oltre che su tutto il territorio Italiano. Ricordo che avevo solo quindici anni la prima volta che ho aderito ad una collettiva d’arte contemporanea, con premiazione di una mia opera (un campo di papaveri). Rammento ancora l’intensa emozione provata nell’essere intervistata da un giornalista di una TV locale. E’ stata un’esperienza positiva che mi ha sicuramente spronata a continuare nel meraviglioso percorso artistico.

Le sue opere sono presenti nei cataloghi d’arte moderna. Come si sente sapendo che il suo lavoro è valorizzato e riconosciuto in contesti così prestigiosi?

Comincio col dire che viviamo in un mondo confusionario dove l’incomunicabilità accresce il senso di solitudine dell’uomo rendendolo succube di modelli imposti da una società che spinge sempre più all’individualismo. La nostra è una società illusoria… emarginata e sono sempre meno i momenti di riflessione. L’arte  ricopre un ruolo fondamentale perché rompe le regole  mettendo in luce la bellezza vera e nel silenzio della propria interiorità porta ad una dimensione salvifica… ad una ascesi. A mio parere un’opera d’arte ottiene un consenso positivo nel momento in cui riesce ad emozionare ed a trasferire a chi la osserva ciò che egli vuole vedere. Come recita Rodin: ”quando un uomo si trova di fronte ad un’opera d’arte è naturalmente portato a sentire, amare, sperare, tremare e vivere”. In conclusione è gratificante scorrere le pagine di importanti cataloghi d’arte e vedere inseriti i propri lavori artistici, ma ciò che più conta per me è come sopracitato, che arrivi a destinazione il messaggio che ognuna di esse contiene.

Approva l’intelligenza artificiale nel campo dell’arte e della letteratura?

L’intelligenza artificiale credo che oggi sia alla portata di molti artisti; vi è tanta curiosità sulle nuove tecnologie, tutto ciò suscita in me poca fiducia sulle reali capacità di un miglioramento dell’arte. Credo non ci siano ancora grandi processi artistici che ricorrono al sistema (IA) mi auguro che le nuove generazioni di artisti oltre a padroneggiare i nuovi strumenti forniti appunto dall’intelligenza artificiale conservino una spiccata sensibilità che li predisponga a non trascurare ciò che l’essere umano possiede di più importante: l’anima. 

Cosa pensa degli artisti e degli scrittori di oggi?

Credo che l’arte e di conseguenza gli artisti rispecchino la società in cui si vive costituita da grandi trasformazioni epocali; l’importante è quindi che ogni artista o scrittore riesca a raccontare qualcosa del nostro presente storico e non, riuscendo a calarsi in una realtà laddove il lettore possa riconoscere e riconoscersi. A mio avviso il compito di farsi portatori di messaggi importanti viene ampiamente espletato dagli artisti e scrittori di oggi.

 

Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani scrittori e artisti?

L’arte è amore, passione, bellezza, delirio. Bisogna essere consapevoli di possedere tutte queste componenti prima di avvicinarsi ad essa. ”Bisogna avere ancora un caos dentro per generare una stella danzante” recita Nietzseche. Quindi il suggerimento è quello di spogliarsi da ogni pregiudizio, osservare, compenetrare fondersi in essa fino a divenirne parte integrante. Infine distaccarsene e osservarla da lontano… con lo stesso candore con cui si osserva il mondo per la prima volta.



Chi è il suo idolo artista e scrittore?

Amo tutti gli scrittori di opere classiche italiane e non, mentre come artisti non ho una preferenza specifica ma apprezzo tutta l’arte contemporanea.

Quali sono state le sfide nella sua carriera letteraria e artistica?

La sfida più grande per me è stata il coraggio, l’importanza del ”raccontarsi” che alla fine definisce non solo chi siamo nel senso più riflessivo e profondo bensì riflette anche un’importante funzione sociale perché ci permette di comprendere e comunicare con gli altri.

Può dirci qualcosa di più sulle sue origini e su come ha scoperto la sua passione per l’arte e la letteratura?

Le mie radici sono Italo – Albanesi. Shqipëria: il paese delle aquile, terra magica e affascinante. Dell’Albania credo di avere ereditato lo spiccato senso d’indipendenza, lo spirito di solidarietà di volontà e la capacità di aiuto, nonché l’orgoglio di appartenere in parte ad un popolo resistente e forte. La passione per la scrittura è venuta alla luce alla tenera età di cinque anni quando frequentavo la prima classe. Sin da allora adoravo scrivere… annotavo le mie emozioni ovunque io fossi. All’epoca abitavo in aperta campagna, bambina timida e solitaria sono cresciuta in compagnia dei fiori; i miei ”amici” erano gli alberi, le nuvole ecc. Vivevo immersa nella natura e spesso mi accoccolavo all’ombra di una grande quercia laddove affidavo ad un bianco foglio tutti i miei più reconditi pensieri. In seguito la scrittura è divenuta quasi una forma terapeutica di difesa contro un mondo che già allora ritenevo lontano dal mio sentire semplice e pulito. In seguito ho iniziato a trasferire su tela i miei scritti, le mie poesie cosicché ho iniziato a rappresentare anche graficamente il mio mondo interiore, ciò è stata per me una sorta di catarsi, di liberazione. L’arte mi ha salvata più volte, essa è l’unica cosa che conta e ciò che davvero conta non può essere mai spiegato semplicemente vive dentro noi e giorno dopo giorno ci salva.

Ha avuto esperienze significative che hanno influenzato la sua formazione letteraria e  artistica?

In realtà non ricordo alcun evento… (tranne la mia stessa vita in continua evoluzione) che abbia influenzato la mia formazione artistica letteraria.

Pensa che l’arte e la letteratura siano un mezzo di pace e di fraternità tra i popoli? Ciò è una motivazione costante nel suo lavoro di scrittrice ed artista?

Indubbiamente l’arte può essere considerata attraverso le sue varie modalità d’espressione un valido strumento, messaggero dei più alti valori umani, come la pace, la solidarietà ecc. Infatti essa assume un ruolo fondamentale nel ristabilire una centralità delle coscienze; e sia le mie opere pittoriche che i miei scritti si fanno portatori di ciò.

Come ottiene questi valori attraverso la sua creatività?

Semplicemente trasferendo tramite colori e disegni tutto ciò che vivo dentro l’anima. Lo stesso vale per la scrittura: la pace o la guerra nascono nel cuore degli uomini ed è proprio l’animo degli stessi che deve essere educato. E perché no? Anche attraverso il linguaggio emotivo emozionale che è proprio dell’arte ed è l’unico che arriva dritto al cuore.

Intervista di Angela Kosta. Accademica, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice

ANGELA KOSTA
 
Nata in Albania e residente in Italia dal 1995, Angela Kosta è una figura di rilievo nel panorama culturale internazionale. Scrittrice, poetessa, traduttrice, giornalista ed editrice delle cinque riviste cartacee Miriade, Spettro, Orizzonte, The Lanterns Poetry e Nuances on the Panoramic Canvas, ha costruito nel corso degli anni una solida e apprezzata carriera, caratterizzata da un’intensa attività letteraria e da un costante impegno nella promozione della cultura. Membro di numerose accademie e associazioni internazionali riconosciute e registrate presso le Nazioni Unite e il Senato della Repubblica Italiana, ha rappresentato la letteratura albanese in festival, manifestazioni e concorsi in diversi Paesi del mondo. Ricopre inoltre il ruolo di Presidente dell’Ufficio Stampa dell’Accademia Tiberina di Roma e della Cattedra della Donna Italiana, contribuendo attivamente alla diffusione del dialogo interculturale e alla valorizzazione del talento femminile.
 
Le sue opere, tradotte in 45 lingue, sono pubblicate a livello internazionale. Nel solo anno 2026 ha superato le 192 pubblicazioni tra riviste, giornali e periodici culturali di diversi Paesi. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio di “Migliore Traduttrice” in Cina, il prestigioso apprezzamento della rivista albanese Obelisk per la traduzione delle poesie di Giosuè Carducci e il titolo di “Figura di Rilievo” conferitole dal quotidiano marocchino Akhbar7. È stata inoltre inclusa tra le 100 personalità più eminenti della letteratura araba da Al-Rowad News e Barcelona Literary.
 
Tra i numerosi premi e riconoscimenti ricevuti, si segnalano:
 
• 22 novembre 2025 – Premio “Oscar Wilde”, patrocinato dalle Nazioni Unite.
 
• 6 marzo 2025 e 12 marzo 2026 – Ospite presso il Senato della Repubblica Italiana nell’ambito dell’evento “DivinaMente Donna”, organizzato dall’Associazione VerbumlandiArt APS, dove è stata insignita del Premio d’Eccellenza per la Cultura e la Promozione Culturale.
 
• 5 febbraio 2026 – Conferimento del titolo di Doctor Honoris Causa, approvato dal Parlamento Europeo e l’ONU.
 
• 28 aprile 2026 – Assegnazione dell’Alto Premio per la Cultura “Branko Merxhani” da parte dell’Unione dei Giornalisti d’Albania.
 
• 23 maggio 2026 – Conferimento della prestigiosa medaglia “Leone d’Oro” per la Promozione della Cultura e dell’Arte in ambito internazionale, patrocinato dall’ONU.
 
Grazie alla sua instancabile attività letteraria, editoriale e culturale, Angela Kosta rappresenta oggi una delle voci più autorevoli della cultura contemporanea, distinguendosi per il suo contributo alla diffusione della letteratura, del dialogo tra i popoli e della valorizzazione delle arti nel mondo.
 
 
 
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Interviste

Intervista a Vittorio Graziano. Tempo e sguardo nella costruzione dell’immagine e dei suoi orizzonti contestuali

Chiunque abbia attraversato la fotografia con una certa consapevolezza sa che ogni immagine porta con sé una durata. Non importa quanto breve o estesa sia stata l’esposizione, ciò che resta visibile è sempre il risultato di un tempo che si è depositato. L’immagine non coincide con l’istante, ma con ciò che dell’istante riesce a trattenere. La fotografia introduce così uno scarto, stabilisce una relazione, rende percepibile il passaggio delle cose attraverso una traccia che è già trasformazione.

Accanto alla formazione fotografica, il percorso di Vittorio Graziano conserva un’origine ingegneristica che agisce in modo silenzioso ma costante nella costruzione del suo sguardo. La misura, la disposizione degli elementi, l’attenzione alla struttura dello spazio rimandano a una modalità analitica che affiora dentro l’immagine senza mai irrigidirla. Ne deriva una visione in cui ordine e sensibilità convivono, dove l’intuizione si appoggia a un equilibrio costruito nel tempo.

Su questo terreno prende forma la sua ricerca. Le immagini si aprono a una relazione più ampia tra visione e durata, lasciando emergere un rapporto sottile tra ciò che si offre allo sguardo e ciò che, nello stesso momento, tende a sottrarsi. Volti, architetture, superfici urbane attraversate da segni e presenze si dispongono all’interno di un equilibrio mobile, come se ogni elemento fosse trattenuto per il tempo necessario a essere riconosciuto.

Il percorso si sviluppa lungo diversi decenni e attraversa contesti geografici e culturali eterogenei. L’esperienza brasiliana introduce una variazione significativa nel suo modo di guardare. Il colore si intensifica, lo spazio si apre a contrasti più netti, la presenza umana si inscrive con maggiore evidenza nel paesaggio. Più che un cambio di soggetti, emerge una diversa percezione delle relazioni tra le cose, come se l’immagine diventasse un punto di intersezione in cui elementi distinti entrano in contatto senza annullarsi.

Nel tempo, questa attenzione alla relazione si stabilizza come tratto riconoscibile. Le fotografie instaurano connessioni, accostano situazioni e segni, fanno emergere rimandi che si depositano sulla superficie dell’immagine. Da qui prende forma una costruzione narrativa che procede per accumuli e ritorni, più che per sequenze lineari, lasciando affiorare una memoria che si riorganizza di volta in volta.

Accanto alla pratica fotografica si sviluppa un impegno che nel tempo assume un ruolo sempre più centrale. La fondazione della casa editrice Mediterraneum, l’attività espositiva, i workshop internazionali e soprattutto la nascita del Med Photo Fest delineano un percorso in cui la fotografia diventa anche spazio di condivisione e costruzione culturale. La Mediterraneum Collection raccoglie e conserva questo lavoro nel tempo, configurandosi come un archivio in continua espansione, attraversato da autori, immagini e visioni differenti.

In questo intreccio tra pratica individuale e progettualità culturale si riconosce una continuità che attraversa l’intero suo operare. Guardare oggi il suo lavoro significa confrontarsi con un percorso che ha attraversato tecniche, luoghi e stagioni differenti, mantenendo una coerenza interna sempre percepibile. Fotografia e costruzione di contesti condividono qui una stessa direzione, come due modalità complementari di organizzare l’esperienza visiva.

Ogni immagine si presenta come una porzione di tempo resa visibile, un frammento che rimanda a una durata più ampia. Anche i progetti culturali sembrano muoversi lungo questa stessa linea, dando forma a una memoria che continua a rielaborarsi. L’immagine, in questo orizzonte, resta un campo aperto, capace di riattivarsi a ogni nuovo sguardo.

Se ogni fotografia custodisce una durata e insieme la espone alla possibilità della dispersione, il lavoro di Vittorio Graziano si colloca proprio in questo margine. Nelle immagini si rinnova una domanda che attraversa lo sguardo, là dove la memoria si deposita e l’esperienza si riorganizza nella sua forma piu visibile. 

È qui che prende forma il dialogo che segue. Un confronto che attraversa le tappe di un percorso e si spinge dentro il tessuto stesso del suo sguardo, lungo le direzioni che ne hanno orientato lo sviluppo nel tempo.

Lei ha vissuto per tutta la vita tra rigore ingegneristico e libertà dello sguardo. Queste due dimensioni si sono mai contraddette dentro di lei?

Diciamo che i cosiddetti “rigore ingegneristico” e “libertà dell’immagine da costruire” hanno in comune una scelta mentale e emotiva, che in qualche modo, vengono impiegate in maniera rigorosa attraverso progetti ingegneristici e “libertaria”, quale scelta del soggetto e della composizione fotografica. Mio padre, che è stato il mio “maestro d’arte”, era molto bravo nel disegno e nella composizione grafica, ma anche nella fotografia col suo apparecchio a soffietto degli anni ’50, e proprio da lui ho appreso come disegnare e successivamente come costruire un’immagine fotografica.

 

Quanto pesa la progettazione rispetto all’esperienza diretta del vedere nel momento dello scatto?

La Fotografia spesso è un gioco magico, a volte potendo costruire con calma la scelta delle diverse parti dell’immagine, a volte senza poter perdere tempo nello scatto. L’esperienza e la qualità del soggetto ripreso, vanno insieme, nello stesso momento con la “scelta compositiva” dell’immagine da costruire.

Alcuni fotografano per passare il tempo, altri per raccontarlo. Quando ha capito che per lei la fotografia era un modo per trattenere il tempo?

Il tempo non si può mai trattenere, a volte si rischia di non riuscire a raccontare quello che a volte passa davanti a noi. Tocca al fotografo, a volte anticipare il momento dello scatto, altre volte doverlo ritardare. L’esperienza ci farà comprendere come e quando potere scegliere il momento dello scatto.

Guardando oggi le sue immagini, le riconosce ancora come sue oppure sente che appartengono a un’altra fase della sua vita?

Le immagini scattate al momento, in realtà vivono di una vitalità che cambia nel tempo. Immagini scattate cinquanta anni addietro rimangono immerse nella nostra memoria, e a volte si percepisce un significato che non è più quello del momento dello scatto. E come se l’immagine, nel tempo, abbia avuto la capacità di trasformare quel soggetto in un ricordo o in una diversa e contemporanea visione di quello che siamo oggi, rispetto al passato già trascorso.

La fotografia conserva il tempo oppure lo trasforma?

Ci sono immagini che non si possono perdere più nella nostra memoria, altre che ci trasmettono sensazioni e emozioni con le quali abbiamo convissuto o condiviso con i nostri sogni passati, a volte non più ricordati o abbandonati.

Il Brasile ritorna spesso nel suo percorso. Cosa ha modificato, prima ancora che costruire, nel suo modo di vedere?

Il Brasile per me, a parte la fotografia (che pur tuttavia ha regnato sovrana sia nel primo periodo (fine anni ’70 e inizio anni ’80, nonché nel corso dei tanti viaggi trascorsi fin quasi il nuovo secolo del 2000.

In che modo l’esperienza brasiliana ha influenzato il suo sguardo sulle persone e sul paesaggio?

“La Vita è l’Arte dell’Incontro”, cosi suonava e cantava Vinicius De Moraes.

L’incontro con le persone, l’incontro con la nostra cultura europea e quella del Sudamerica, con le persone, ma anche con gli equilibri e gli squilibri di tutti i giorni e in tutte le circostanze vissute o da vivere.

Certamente il sottoscritto ha compreso, attraverso lo sguardo delle persone e la socialità del “paesaggio umano” che, senza accorgermene, mi avevano trasformato, in pochi anni, in un Vittorio Graziano più consapevole delle scelte che mi hanno condizionato nel tempo.

 

Lei non fotografa mai solo una persona o un paesaggio. Quando capisce che tra elementi diversi “accade” qualcosa da fotografare?

E’ l’istinto che a volte ci aiuta o a volte ci fa sbagliare, si tratta di scelte che ti “entrano dentro” senza potercene accorgercene. A volte il risultato ci aiuta a migliorarci per potere esprimere al meglio il nostro “senso dell’immagine”.

Il momento dello scatto è più vicino a un gesto intuitivo o a una forma di riconoscimento razionale?

E’ necessario appropinquarsi a entrambi, istinto e ragione, convivono sempre, nello stesso momento. Quello che sarà il risultato finale lo potremo sapere solo al momento della visione dell’immagine visionata dopo lo scatto.

 

Lei ha detto di riconoscersi nelle sue fotografie. In quale immagine questo accade con maggiore forza, anche senza la sua presenza diretta?

Mi riconosco (pregi e difetti) attraverso le mie foto. A volte l’immagine definitiva ti sorprende per il proprio significato, costruito al di sopra delle proprie intenzioni, ma a volte l’immagine non ti dirà, né ti darà nulla di quello che hai realizzato.

Quanto della sua biografia entra nelle immagini, anche in modo non esplicito?

Ricordo le foto che mio padre scattava in famiglia, soprattutto d’estate, ad Acicastello, in villeggiatura, e io, quasi sempre in costumino, o in pagliaccetto o in pigiamino. Erano gli anni ’50, ricco di ricordi e di commemorazioni.

 

A un certo punto si è allontanato dalla fotografia. È stata una distanza necessaria o una forma di discontinuità interiore?

I momenti di allontanamento, come per tutte le attività di tipo creativo, hanno la necessità di cambiare e trovare sempre nuove forme di conoscenza ma soprattutto di ritornare a studiare quello che in origine era soltanto un passatempo o una maniera di affrontare e lavorare di istinto. Con il tempo e con le nuove tecnologie tutto è cambiato. A volte si rende necessario allontanarsi e aspettare che qualcosa di nuovo e più importante ci possa aiutare a trovare nuove emozioni.

Il Med Photo Fest nasce anche da un momento di disillusione. Cosa mancava alla fotografia che praticava allora?

In realtà già nei primi anni del nuovo secolo, sentivo la necessità di cambiare qualcosa che non mi appassionava più, nonostante le diverse possibilità di frequentare mostre e gallerie dedicate alle “fotografie da Autore”. Ebbi l’opportunità di andare un paio di volte a Corigliano Calabro e con enorme sorpresa ho avuto modo di incontrare e conoscere di presenza molti fotografi italiani e stranieri, e naturamente di apprezzare le varie mostre personali e collettive organizzate dal Direttore Artistico del festival, Gaetano Gianzi, con il quale diventammo amici.

Da lì è nata l’idea di realizzare un festival fotografico, a Catania, sede principale del nuovo evento (unitamente ad altre località della Sicilia orientale), iniziato nell’autunno del 2009 e giunto quest’anno alla diciottesima edizione, sempre presenti, anche nell’anno del Covid (2020).

E adesso stiamo studiando e preparando, infatti, il MED PHOTO FEST 2026

Clicca sull'immagine per visitare il sito

Nelle sue immagini emerge spesso una componente ironica. È un modo per leggere il mondo o per metterlo in discussione?

A me è sempre piaciuto “leggere” a mio modo molti dei dettagli, casualmente sui muri delle città, quasi in competizione con chi stia passando sotto un cartellone pubblicitario o a spasso per la città. Molte delle mie immagini fotografiche sono da ritenersi ironiche, a volte comprensibili, a volte casuali.

 

Oggi la fotografia conserva ancora questa capacità di ironia?

Tutto dipende dal fotografo e dalle sue scelte, soprattutto quelle “emozionali” e “iconiche”. A volte all’ironia si può supplire con una doppia interpretazione del racconto fotografico, ma si tratta di casi particolari. Tutto dipende dal fotografo e dalla sua capacità di esprimersi attraverso una sorta di “scrittura fotografica”.

Si è definito un bambino solitario. La fotografia è stata una forma di uscita da quella condizione o un modo per abitarla diversamente?

Chiaramente la mia Silette mi ha molto aiutato e stimolato a percepire il mondo, appartenente ai i miei familiari ma anche attraverso le feste con i compagni di scuola.

Sta costruendo un archivio e una collezione importante. È un modo per conservare la fotografia o per costruire una memoria personale e collettiva?

Stranamente Catania non detiene un archivio fotografico storico, vero e proprio, soprattutto con le immagini dei grandi autori. Un po’ alla volta, con molta pazienza e passione nel corso di una decina di anni abbiamo raccolto oltre millecinquecento fotografia di oltre cinquecento autori. Così è nato il nostro archivio fotografico “Mediterraneum Collection”. Abbiamo bisogno di una sede importante e chissà se il Comune di Catania possa darci una mano.

Che cosa significa per lei “lasciare traccia” attraverso le immagini?

Non dimenticarsi mai dei ricordi più belli e intensi, ma anche delle sofferenze dovute per tutte le difficoltà che siamo riusciti ad evitare con le immagini che ci accompagneranno sempre, sapendo di poterle sempre ricordare con affetto.

 

Dopo cinquant’anni di fotografia, c’è ancora qualcosa che l’immagine non è riuscita a dirle?

Se l’immagine me lo chiedesse, vuol dire che il tempo non è del tutto trascorso.

 

La prossima edizione del Med Photo Fest 2026 è già in piena programmazione e si inserisce nella XVIII edizione internazionale, che segna un ulteriore passaggio nella continuità del progetto. In questo quadro, quanto il festival riesce oggi a mantenere e al tempo stesso ridefinire la propria identità nel panorama della fotografia contemporanea?

Speriamo di andare avanti al meglio, nel frattempo continueremo a continuare quello che avevamo iniziato a costruire, quasi vent’anni addietro

Esiste un filo di continuità riconoscibile tra le prime edizioni e quella che si prepara per il 2026, oppure il progetto ha assunto nel tempo nuove direzioni?

Certamente c’è una certa narrazione tra le prime e le ultime edizioni, che si basano tutte sull’importanza di fare conoscere le opere fotografiche e i lavori di molti tra i fotografi più importanti, italiani e stranieri, ma anche e soprattutto per molti giovani e promettenti nuovi autori.

 

Che ruolo attribuisce oggi al festival nel panorama della fotografia internazionale, soprattutto in relazione ai mutamenti dei linguaggi e dei supporti?

C’è solo una riposta (in senso letterario): “chi vivrà vedrà. Ovviamente avremo sempre bisogno della collaborazione e della capacità illustrativa di chi ama, apprezza e sa costruire quella che è e sarà nel tempo futuro la “fotografia”, la vera “fotografia”. Vedremo…

 

 

Nel corso degli anni, il lavoro di Vittorio Graziano ha suscitato l’attenzione e la riflessione di numerosi studiosi e interpreti della fotografia, che ne hanno attraversato le immagini da prospettive differenti, contribuendo a delinearne la complessità. Tra questi, Ferdinando Scianna, Pippo M. Pappalardo, Giuseppe Cicozzetti, Sonia Loren, Federica Alba Di Raimondo, Enzo Gabriele Leanza, Carlo Guarrera e Marcella Strazzuso. Voci diverse, per formazione e sensibilità, che nel tempo hanno riconosciuto, ciascuna a proprio modo, la qualità e la persistenza di uno sguardo capace di interrogare la realtà nelle sue molteplici forme.

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Interviste

Nel tempo sospeso dello sguardo. La poesia visiva di Willy Indiviglia

Il lavoro di Salvatore Indiviglia, conosciuto artisticamente come Willy Indiviglia, si colloca in uno spazio di confine dove la fotografia si apre alla trasformazione e approda a una dimensione plastica e mutevole. La sua ricerca prende forma da uno sguardo stratificato nel tempo, attraversato da una pratica personale che intreccia l’eredità analogica con una rinnovata tensione contemporanea, in un equilibrio sottile tra perizia tecnica e slancio creativo.

Nelle sue immagini il passato agisce come punto di partenza, uno spazio da interrogare e da rielaborare attraverso stratificazioni visive che amplificano la dimensione emotiva più di quella descrittiva. L’opera finale privilegia la tensione espressiva e lascia emergere aspetti spesso marginali dello sguardo, come l’ombra, il ricordo e la percezione mutevole dell’identità.

La dimensione digitale diventa uno spazio di libertà, una sorta di camera oscura contemporanea in cui l’artista rielabora segni, volti e paesaggi interiori, lasciando che colore e materia visiva costruiscano una narrazione aperta. Le composizioni oscillano tra riconoscibilità e dissolvenza, invitando l’osservatore a soffermarsi e a entrare in un dialogo emotivo con l’immagine.

Ciò che emerge è una ricerca che tiene insieme tecnica e sensibilità. Ogni intervento sembra guidato da un gesto spontaneo e consapevole, dove la sperimentazione diventa linguaggio e la trasformazione dell’immagine riflette un’indagine continua sul tempo e sul sé. Le opere di Indiviglia suggeriscono una metamorfosi visiva e interiore, in cui l’immagine non resta ancorata alla sua funzione descrittiva, ma si lascia condurre verso la visione, mentre la fotografia si apre a una dimensione percettiva più immersiva.

In questa nuova occasione editoriale, dopo le precedenti collaborazioni con il nostro magazine ContempoArte, il suo lavoro si apre a una lettura più approfondita, mostrando un percorso artistico in evoluzione che coniuga osservazione del reale e intensità poetica verso nuove forme espressive.

A chiarire ulteriormente questa ricerca è la conversazione che segue, in cui l’artista ne svela motivazioni e sviluppi.

Il tuo lavoro nasce dalla fotografia, ma si trasforma attraverso l’elaborazione digitale.

Come inizia il tuo processo creativo, dallo scatto all’immagine finale?

 

Quando stampavo in camera oscura sperimentavo la fotografia aggiungendo dei disegni, ma devo ammettere che i risultati non erano soddisfacenti per le mie esigenze. Con l’arrivo del digitale ho recuperato immagini analogiche ed elaborandole con Snapseed sono riuscito a ottimizzare i miei lavori ampliando la mia creatività. Partendo dalla proprietà di un singolo scatto riesco ad ottenere diverse varianti.

Nella fase di lavorazione mi accompagna sempre la musica: quando l’ascolto riesco a provare emozioni e sensazioni che mi accompagnano nella realizzazione dell’opera in esecuzione. L’istinto e la sperimentazione mi danno la possibilità di ricercare elementi da abbinare amalgamando o la drammaticità o la leggerezza.

L’attimo che scorre tra un passaggio e l’altro durante la creazione è unico e irripetibile. Una volta salvato il progetto, sarà impossibile ricrearne uno simile.

 

Usi Snapseed come strumento principale di intervento sulle immagini.

Cosa ti offre questa app in termini espressivi e perché l’hai scelta rispetto ad altri strumenti?

 

Inizialmente utilizzavo dei programmi che non mi permettevano di creare liberamente. Snapseed è un’applicazione che uso con il cellulare, che mi consente di lavorare come se fosse la camera oscura. La sua grandezza deriva dalla libertà che ti lascia nel ricercare esattamente l’effetto che si vuole comunicare. Nessun filtro preimpostato viene inserito.

Le dissolvenze, le trame, le luci, le sfocature che creano la profondità di campo e le texture si intrecciano come desidero, dando forma alla composizione. 

 

 

Hai dichiarato di voler “sconvolgere l’identità dei simboli a te più cari”.

Quali sono questi simboli e che tipo di relazioni personali hai con essi?

Fin da quando fotografavo con le macchine analogiche osservavo tutto quello che mi circondava. Alberi, uccelli, nuvole, strati di vernici, graffiti, murales, …

Sono simboli che scelgo per delle rievocazioni del passato. Queste vengono enfatizzate, sezionate e stravolte con lo scopo di esasperare la proprietà del soggetto, per ricercare altre forme di linguaggio che faranno da sfondo a composizioni future.

Nelle tue opere emerge spesso un dialogo tra passato e presente.

In che modo questi due tempi convivono nelle tue immagini?

 

In fase di lavorazione tento di raccontare una storia. Una fotografia eseguita con una reflex analogica ha una sua impronta definitiva che rimane nel tempo; con le nuove tecnologie riesco a trasformare la stessa immagine, aumentandone la caratteristica visiva ed emotiva e proiettandola ad una nuova espressione più attuale.

Il colore ha un ruolo centrale nel tuo lavoro: sfumature, velature, effetti di “vedo e non vedo”.

Che valore simbolico ed emotivo attribuisci al colore?

L’inizio di un mio lavoro in fase di elaborazione è principalmente l’esasperazione dei colori e delle velature.

È una mia decisione non essere troppo preciso, amo l’imperfezione e di proposito aumento la saturazione, le sfocature e la profondità di campo che in fase di ripresa con un cellulare non è possibile attuare.

L’applicazione mi permette di lavorare sul formato digitale con padronanza e dimestichezza e mi consente di usare le mie dita come pennelli.

Volti e figure appaiono talvolta riconoscibili, talvolta quasi dissolti.

È una scelta legata al tema dell’identità? Cosa vuoi suggerire allo spettatore?

 

Nelle mie opere quando è presente la mia figura in ombra con una leggera trama si tratta di uno studio sulla mia identità. L’ombra rappresenta la mia giovinezza che con il tempo svanisce, mentre nei casi in cui la trama è più visibile c’è una forte volontà di reagire e di sentirsi considerato anche nella vita sociale.

Tutto quello che circonda la mia ombra caratterizzata da colori, luci e trame, rappresenta ciò che amo.

I volti immortalati in un determinato momento conservano l’eternità del tempo. La dissolvenza stimola lo spettatore a scrutare, immaginare, comprendere che cosa vuole comunicare.

Le tue immagini sembrano muoversi tra realtà e visione, tra memoria e trasformazione.

Quanto conta l’istinto rispetto alla progettazione nel tuo lavoro?

 

Quando realizzo le mie opere la musica ricopre un ruolo indispensabile nel processo di creazione: pensieri e immagini mi affiorano magicamente e trasportato dall’istinto, la costruzione del progetto avviene in modo naturale. 

La galleria fotografica diventa una piccola macchina del tempo: scorrendo le immagini, un continuo salto tra passato e presente, rivivo le esperienze vissute e cerco i soggetti da inserire nel nuovo quadro.

 

Che tipo di esperienza desideri che il pubblico viva davanti alle tue opere? Più una lettura razionale o un coinvolgimento emotivo?

 

Per come vengono create le mie opere mi auguro più un coinvolgimento emotivo e che lo spettatore si soffermasse, anche per un attimo, ad osservare in maniera non superficiale.

Nel tuo lavoro l’immagine sembra attraversare una sorta di metamorfosi, passando dall’essere ricordo a visione.

Cosa accade, per te, in questo spazio di trasformazione?

 

In questo spazio di trasformazione rimango sorpreso dalle molteplici sfaccettature che intravedo visibilmente durante la fase di processo. È un momento di estrema libertà interiore in cui posso scegliere esattamente il messaggio che intendo comunicare senza vincoli o restrizioni.

 

Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione della tua ricerca artistica?

 

In futuro vorrei integrare le mie sculture in legno abbinandole e trasformandole in formato digitale e aumentando le possibilità di progettazione.

La mia è una continua ricerca introspettiva e verso tutto ciò che mi circonda.

 

Ringrazio Giuseppina Irene Groccia, che da alcuni anni mi dà la possibilità di far conoscere la mia arte e in questo caso di esprimere il concetto e il lavoro che svolgo.

Salvatore Indiviglia in arte Willy Indiviglia, presente su Instagram con il nome di willy_1960

Nato a Milano.

Da sempre la mia passione principale è la fotografia, seguita successivamente dalla scultura.

Per anni le mie conoscenze si sono evolute con l’apporto della camera oscura  dalla reflex  35  millimetri  fino al medio formato  6 x 6.

Sono autodidatta, terminata la mia vita lavorativa mi sono dedicato ad approfondire il formato digitale.  Utilizzo come camera da ripresa il cellulare e per la post-produzione l’applicazione Snapseed.

Sono di natura un osservatore, mi piace ricercare attentamente nuovi linguaggi espressivi.

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Interviste

“Le mie donne mi assomigliano tutte”. Conversazione con Mirella Bitetti

È sottile ma tenace l’energia che si sprigiona dall’opera di Mirella Bitetti, un’energia che sembra provenire da un tempo sospeso, capace di muoversi tra la misura e la disciplina della tradizione pittorica e la modernità dei suoi soggetti. È un’energia capace di parlare tanto a chi crea oggi quanto a chi, in epoche lontane, ha interrogato il corpo e l’immagine con la pittura. Ogni epoca trova il proprio linguaggio, e oggi Mirella Bitetti ne è una delle interpreti più intense.

Lo è con la pittura, e soprattutto con quella particolare alchimia tra immagine e luce che genera il suo lavoro. Il suo gesto né impetuoso né dichiaratamente espressivo, rimane misurato, preciso, quasi trattenuto, e proprio per questo animato da un’invisibile risonanza. Mirella assorbe questa energia e la restituisce in figure femminili che emergono dalla penombra, attraversate da tagli di luce netti e improvvise accensioni di rosso. Un’energia che scorre sotto la pelle della tela, nei neri profondi e nei bianchi abbaglianti che modellano i corpi senza mai invadere la superficie.

Sarebbe sbagliato ridurre il suo lavoro a un semplice esercizio di iperrealismo fotografico, così come sarebbe riduttivo parlare solo di suggestioni caravaggesche. Vi è una pittura che imita la fotografia, vi è una pittura che la subisce, e vi è una pittura, come quella della Bitetti, che la usa come matrice per andare oltre. In lei l’immagine fotografica è guida e disciplina, ma non gabbia, essa diventa piuttosto un punto di partenza da cui la pittura prende slancio, trasformando il dato visivo in presenza psicologica.

Fotografia di Giada Rochira

 

Diversamente dal gesto istintivo dell’action painting o dall’automatismo surrealista, il suo segno è meditato, quasi architettonico nella sua precisione. Le sue donne, che potrebbero apparire come semplici oggetti da contemplare, si trasformano invece in occhi attenti che scrutano il fruitore, lo misurano, ne sondano la soglia di comprensione, lo mettono in crisi con la loro quieta, implacabile intensità. È un gioco sottile, che trasforma il gesto pittorico in un vero e proprio dialogo attento, facendo del suo lavoro non tanto una pittura di figura quanto, più profondamente, una pittura di sguardo, un invito a confrontarsi con ciò che il corpo comunica senza parlare.

Colpisce quanto il lavoro di Mirella Bitetti sia al tempo stesso radicato in una sensibilità mediterranea e proiettato verso un orizzonte universale: le sue figure appartengono a un tempo sospeso, quasi cinematografico, nutrito di suggestioni neorealiste, e al contempo custodi di un linguaggio comprensibile ovunque. Le sue donne, crisalidi o farfalle, portano con sé il peso del passato e la promessa della metamorfosi, rivelando una femminilità complessa, mai pacificata, sempre in trasformazione.

E, in fondo, resta sottile ma tenace l’energia che l’autrice trae dalle sue terre di Ginosa, sospese tra il sole abbagliante della Puglia e le ombre lunghe dei vicoli. Un’energia antica, intrisa di silenzi, gesti quotidiani, pane caldo e sedie di paglia lasciate davanti alle case, che l’artista custodisce e trasforma in pittura. Ma le sue donne non appartengono a quel mondo di memorie locali: emergono dalle tele come presenze avvenenti, urbane, metropolitane, portatrici di una sensualità e di una consapevolezza che trascendono il tempo e il luogo. È questo equilibrio tra ricordo intimo e visione cosmopolita che rende il suo sguardo pittorico così potente: un filtro attraverso il quale il personale diventa universale, e la memoria diventa esperienza emotiva condivisa, pulsante negli sguardi delle figure che crea.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

 

 

Il tuo percorso artistico è iniziato con una forte sperimentazione sui materiali e sulle tecniche. Quali sono state le influenze principali che hanno segnato la tua evoluzione stilistica?

Per un pittore la ricerca è fondamentale, in quanto  permette una sorta di evoluzione, sia concettuale che tecnica. Si è sempre alla ricerca affannosa di superarsi, di andare oltre a quello che si è già realizzato. Ho sempre guardato i grandi maestri del passato, che inevitabilmente hanno esercitato un’ influenza profonda e continua sulla mia arte. Il passato contribuisce alla formazione di un artista. Ho guardato Caravaggio per il suo realismo e quel taglio di luce che permette di tirare fuori le sue figure da una totale oscurità. Ho osservato, in maniera quasi maniacale le dame di Boldini per la loro eleganza e sensualità.

 

 

La figura femminile è al centro della tua poetica. Cosa rappresenta per te la donna e come riesci a trasmetterne la complessità attraverso la tua arte?

La domanda più frequente che mi viene posta è “perchè una donna dipinge le donne”. Storicamente  la figura femminile è sempre stata ritratta da pittori uomini che l’hanno rappresentata con uno sguardo da uomo, trasformandola solo in un oggetto da ammirare. Noi donne, rappresentiamo il corpo femminile nella sua cruda realtà, cercando di andare oltre, rappresentando l’identità e lo stato psicologico del soggetto. Le mie donne sono cresciute con me, da aggressive e irriverenti nella prima fase a donne mature e consapevoli nel restante percorso.

 

Nei tuoi ultimi lavori hai introdotto le ali di farfalla, un simbolo potente di rinascita e trasformazione. Cosa ti ha spinto verso questa scelta e che significato ha per te il concetto di metamorfosi?

L’elemento delle ali, soprattutto su una figura femminile, viene spesso identificato come simbolo di libertà. Nel mio caso, tengo a precisare, che sono un simbolo di rinascita, di cambiamento, di passaggio da uno stato larvale ad uno di consapevolezza. Una trasformazione sofferta e vissuta in silenzio e solitudine . Le ali rappresentano quindi, il risultato complesso di un processo di trasformazione. Con l’aggiunta delle ali, sono cambiati anche gli sfondi, che ho riempito con la foglia oro, aggiungendo preziosità e luce all’opera.

 

 

Il nero è un colore che non può mancare nelle tue opere. Qual è il suo ruolo nella tua visione artistica e che valore simbolico assume nei tuoi dipinti?

Renoir lo ha definito ” il principe dei colori “. Mi affascina da sempre la sua profondità e la sua eleganza. Non potrebbe mai esistere una mia opera senza il nero. Il nero fisicamente è l’assenza di luce, ma in realtà agisce come un esaltatore di essa.

 

 

 

 

 

Il corpo femminile nelle tue opere non è solo oggetto di osservazione, ma diventa un soggetto che guarda e interagisce con lo spettatore. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questa scelta compositiva?

I canoni di bellezza nell’arte, con il tempo si sono trasformati. Se una volta il ventre rotondo di una modella poteva essere simbolo di fertilità, di nido che accoglie la vita, ora si predilige il corpo snello e atletico, simbolo di disciplina e cura di sè. L’involucro che uso per le mie figure è sicuramente ruffiano, ma è un ottimo “trascinatore” affinchè si vada oltre l’apparenza e si riconoscano gli stati d’animo che ogni figura trasmette.

 

 

L’uso della luce e della monocromia, con accensioni improvvise di rosso, è una caratteristica distintiva del tuo stile. Come lavori con questi elementi per creare l’atmosfera delle tue opere?

Sin dai tempi del liceo, il chiaroscuro è stato un esercizio continuo, tanto da averlo utilizzato anche sulle opere pittoriche. Tralasciando la matita (mia compagna fedelissima) e avvicinandomi a tecniche come l’olio, ho sentito l’esigenza di aggiungere un colore che rafforzasse questa base neutra che è il monocromo. Con l’aggiunta del rosso (colore che mi appartiene come il nero) ho creato una sorta di comunicazione ed empatia immediata con il fruitore. Con il rosso ho trasmesso sentimenti come rabbia, passione, dolore.

 

Il ritratto, nella storia dell’arte, è sempre stato un mezzo di indagine psicologica oltre che estetica. In che modo nei tuoi lavori cerchi di cogliere non solo l’aspetto esteriore, ma anche l’anima dei tuoi soggetti?

Non credo di dire una banalità quando affermo che ” gli occhi sono lo specchio dell’anima”. E’ lo sguardo che fa il ritratto. Gli occhi utilizzano una comunicazione non verbale diventando devi veri specchi dell’anima. Titolo che ho utilizzato per una personale nella galleria Teknè di Potenza, dove ho esposto solo volti di grandi dimensioni. Dipingere la figura femminile e nello specifico i volti, non è cosa facile in quanto trovarsi in casa un volto che ti fissa è come ospitare un estraneo, se quel volto non ti appartiene. Quindi è importate avere la capacità di tirare fuori da quei volti degli stati d’animo dove il fruitore si riconosce.

 

Spesso il tuo stile viene accostato all’iperrealismo e alla fotografia. Ti riconosci in questa definizione o pensi che il tuo lavoro vada oltre questa etichetta?

La fotografia mi ha dato tanto, I tagli netti che spesso utilizzo sono studiati da tecniche fotografiche. La foto aiuta a captare velocemente le zone d’ombra che con la pittura riesco ad ammorbidire. I soggetti sono foto che ,a volte scatto personalmente, altre volte trovo nel web e trasformo. A differenza del ritratto che deve risultare molto più veritiero. Non parlerei di iperrealismo, ma di realismo. Non a caso, tra i grandi maestri del passato, ho guardato con molto interesse Caravaggio.

Nel tuo percorso hai esposto in numerose gallerie e fiere d’arte. C’è una mostra o un evento che ha rappresentato un momento particolarmente significativo per la tua carriera?

Come spesso consiglio a chi si avvicina al lavoro di artista, le fiere nel percorso lavorativo  sono importantissime. La fiera d’arte è una vetrina sul mondo. Non troverai mai un posto con così tanti galleristi concentrati in un unico ambiente. Questo ti permette di sponsorizzare il tuo lavoro e farti conoscere. Di personali ne ho fatte tante, ma non dimenticherò mai la mia prima esposizione. Era un locale difronte ad una chiesa, dove entravano ed uscivano velocemente solo preti e suore. All’epoca le mie figure risultavano più irriverenti e meno vestite. Un solo prete a differenza degli altri espesse un parere. Con un tono accusatorio e rigido, mi consigliò di dipingere in ginocchio come il Beato Angelico.

 

 

Una cosa che mi ha colpito molto è la tua decisione di non firmare le opere. Dici che la tua più grande soddisfazione è essere riconosciuta comunque. Questa scelta nasce dal tuo bisogno di discrezione, o dal desiderio che siano i tuoi dipinti – e soprattutto le tue donne – a raccontarti al mondo? Come vivi questo equilibrio tra visibilità e riservatezza?

Non credo che sia discrezione, ma è una piccola presunzione che mi sono concessa. Un artista deve essere riconoscibile, e se questo avviene, la firma risulta superflua. Oltre a questo, vedo la firma antiestetica , quasi una macchia che disturba un intero lavoro. Questo non toglie che per esigenze di mercato le tele sono tutte firmate con autentica sul retro e sul certificato di autenticità.

 

Hai detto che potresti aprire uno studio a Milano, ma che lì perderesti le sfumature quotidiane di Ginosa: la sedia di paglia fuori casa, il pane caldo, i dettagli della vita pugliese. Quanto pesa questo paesaggio umano e sensoriale nella costruzione delle tue donne, che pure sembrano senza tempo e quasi cinematografiche? Diresti che il tuo lavoro è più “radicato” o più “universale”?

Si, abbiamo parlato di questo un po di tempo fa. In effetti non riuscirei a vivere lontano dai luoghi dove sono cresciuta, mi mancherebbe la mia terra, il calore della gente del sud, i posti che frequento. L’ambiente mi condiziona molto, soprattutto sull’umore. Non sempre il dolore è catalizzatore di creatività .

 

 

Nei tuoi dipinti il corpo femminile non si offre allo sguardo, ma lo restituisce, spesso da una penombra che sembra proteggerlo: quanto di questo “sguardo che guarda chi guarda” nasce dalla tua sensibilità di donna e dal tuo vissuto personale?

Le mie donne mi somigliano quasi tutte a livello caratteriale. Se qualcosa non l’hai vissuta non puoi raccontarla.  Mantenere lo sguardo ha infiniti significati. Cercare connessione emotiva, può anche indicare sfida, rabbia, intimidazione, dipende tutto dal contesto. Ho dipinto pochissime donne con lo sguardo basso.

 

 

 

Contatti

Email  mirellabitetti@libero.it

Instagram  mirellabitettiart

Facebook  Mirella Bitetti Art

Bitetti Mirella

Mirella Bitetti nasce a Ginosa (TA). Dopo gli studi umanistici consegue la maturità artistica. Inizia le sue esperienze attraverso la sperimentazione e la ricerca nei materiali e nelle tecniche. Allestisce personali e collettive con successo di critica e di pubblico. Nell’opera di M. Bitetti c’è il senso pieno di una femminilità che si avvolge nella dilatata valenza della seduzione. Il corpo non è oggetto che si esibisce allo sguardo ma è protagonista dell’evento in quanto “guarda” esso medesimo il fruitore inducendolo ad entrare nell’universo dei pensieri che pulsano nell’intellettualità e nella sensibilità femminile. Ci accorgiamo che tali protagoniste ci giudicano da una penombra costruita sapientemente coi tagli netti di luce da una monocromia che accetta solo l’accensione improvvisa del rosso che sa di ferita di passione di trasgressione. Nella pittura di M. Bitetti esiste un segno prefigurato di natura fotografica che si impone come guida ineludibile alle espressioni figurali e ne condiziona i valori pittorici. L’immagine è esasperata di proposito in quanto è obbligata ad assumere valore di modello da non cancellare nelle impostazioni generali del dipinto e neanche nei particolari anatomici della figura femminile che vi assolve il ruolo di protagonista in un ottimo bianco e nero. Col tempo vi è stata una evoluzione artistica, una maturità acquisita . Le sue donne, inizialmente irriverenti, arrabbiate, strafottenti come pose ed espressione, si evolvono e trasformano. Così sono nate le sue recenti donne farfalla.Le ali non sono simbolo di libertà, ma la presa di coscienza che ogni bruco diventa farfalla. Che ogni donna si trasforma. Quelle ali appartengono all’intimo femminile. Possono essere trasformazione, rinascita ,coraggio. Consiglia a tutte le donne di infilare quelle ali, perchè possono diventare la nostra forza.  Attualmente vive e lavora a Ginosa.

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Interviste

Con “Bringing Back” Max Callari firma il suo nuovo libro

Con Bringing Back. Un racconto psicoanalitico, Max Callari firma un’opera intensa e consapevole che affonda nella materia viva della memoria per interrogare il rapporto tra identità, velocità e disconnessione emotiva. Ambientato nella Milano iper-produttiva degli anni Novanta, il libro mette in scena il collasso di un sistema interiore prima ancora che sociale, mostrando come l’efficienza e la performance possano trasformarsi in forme sottili di alienazione.

La narrazione procede per immagini, attriti e sospensioni, evitando il racconto lineare a favore di una scrittura che lavora per scarti e risonanze. In questo impianto si riconosce lo sguardo dell’artista visivo.

L’autore osserva il reale con precisione analitica, senza mai perdere la dimensione umana, lasciando che siano i dettagli, la materia e il corpo a farsi portatori di senso. In questa prospettiva, la materia non è semplice elemento simbolico, ma luogo di attrito e di risveglio, capace di interrompere l’anestesia del sistema e restituire al soggetto il senso del proprio corpo. Bringing Back si impone così come un racconto di rottura e di ritorno, un viaggio psicoanalitico che diventa anche riflessione critica su un’epoca e sulle sue promesse mancate.

Fotografo e artista visivo da sempre attento all’essenza delle cose, Callari conferma anche nella parola scritta la sua capacità di osservare il reale con uno sguardo analitico, costantemente attento ai suoi dettagli più essenziali. La parola, come l’immagine, si fa strumento di osservazione e di scavo, articolando un racconto sospeso tra indagine psicoanalitica e spinta critica, senza perdere mai il contatto con l’interiorità autentica del personaggio.

 

In questa conversazione, l’autore ci ha gentilmente concesso in esclusiva di discutere del suo nuovo libro, Bringing Back, ripercorrendone la genesi, il dialogo tra scrittura e fotografia e le prospettive del suo percorso artistico nel raccontare il nostro modo di abitare la realtà.

“Bringing Back” è un titolo che suggerisce un ritorno, un recupero. Cosa sentivi l’urgenza di riportare indietro, un tempo, una sensibilità, o una parte di te stesso che il presente tende a rimuovere?

L’urgenza di “Bringing Back” nasce dal bisogno di recuperare l’impronta biologica dell’uomo, quella che io chiamo la nostra ‘verità artigianale’. Ho voluto riportare indietro il senso dell’urto: la realtà che reclama il suo spazio attraverso il dolore di una scheggia, contro l’anestesia di un segnale ininterrotto. Riportare indietro ICS significa riconnettere l’umano alla memoria della materia, al legno, a tutto ciò che è lento e profondo. Ciò che il presente rimuove è la nostra capacità di essere nudi e soli di fronte a noi stessi. “Bringing Back” è il ritorno a quella solitudine necessaria per poter esistere davvero.

 

ICS sembra incarnare una forma estrema di efficienza emotivamente anestetizzata. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto invece rappresenta una condizione collettiva, quasi generazionale?

ICS è uno specchio dalle doppie facce, c’è sicuramente una traccia autobiografica nella sua ricerca di controllo, un tratto che ha accompagnato il mio percorso: quella tendenza a cercare l’ordine per contenere il caos interiore. Ma ICS è anche il simbolo di una condizione che negli anni 90 stava già prendendo forma. In quegli anni, l’idea di un’efficienza asettica e di un successo basato sul rigore esteriore iniziava a diventare una corazza dietro cui nascondere le fragilità. Ambientare la storia a metà degli anni ’90 mi ha permesso di esplorare un’alienazione più intima, meno mediata dalla tecnologia digitale, ma altrettanto profonda. ICS incarna quel paradosso: una donna che funziona perfettamente secondo i canoni del suo tempo, ma che deve ritrovare la strada verso la propria ‘umanità sommersa’

Intanto, svelaci il significato delle iniziali, perché hai scelto proprio questa sigla come nome della protagonista?

La scelta di ICS nasce da una ricerca di essenzialità e simbolismo, volevo un nome che non fosse semplicemente un nome, ma un suono, un’identità quasi grafica. Da un lato, ICS richiama foneticamente la ‘X’, l’incognita per eccellenza: rappresenta ciò che di noi non è ancora stato svelato, il punto in cui la coscienza si interrompe e inizia l’ignoto. Dall’altro, per chi ha familiarità con il linguaggio analitico, è l’abbreviazione quasi istintiva di Inconscio. Scegliere questa sigla significa per me dare un corpo e una voce a quella parte sommersa che tutti abbiamo, ma che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome. ICS non è solo un personaggio; è lo spazio bianco in cui ogni lettore può proiettare la propria parte più profonda.

 

Nel libro la tecnologia non è demonizzata, ma descritta come un sistema che accelera fino a perdere il contatto con il corpo. Pensi che oggi siamo più consapevoli di questo rischio rispetto agli anni Novanta, o semplicemente più assuefatti?

Non credo ci sia più consapevolezza, ma una profonda assuefazione. Nel 1995 la tecnologia era ancora un corpo estraneo che potevi osservare mentre si insinuava nelle coscienze; c’era ancora l’attrito tra l’uomo e la macchina. Oggi quell’attrito è scomparso: siamo immersi in un ronzio costante che abbiamo smesso di sentire. In Bringing Back, la tecnologia è un vortice di pura efficienza che accelera fino a scindere la mente dal corpo. Trent’anni fa potevamo ancora percepire lo strappo; oggi viviamo in una sorta di ‘prigione del segnale’. Non siamo più consapevoli del rischio perché in un certo senso il rischio è diventato il nostro ambiente naturale. Abbiamo barattato la presenza con la reperibilità. Il vero eroismo moderno, come quello di ICS, non è combattere la tecnologia, ma avere il coraggio di disertare: strappare la spina per tornare a sentire il peso della propria carne.

Il momento di rottura non arriva attraverso un grande evento, ma da un dettaglio minimo, organico: una scheggia di legno. Che ruolo ha, nel tuo immaginario, la materia come elemento di risveglio e di verità?

La materia è l’unica bussola capace di riportarci a casa quando ci smarriamo nell’astrazione. Nel mio immaginario, il risveglio non può essere un processo intellettuale, ma deve essere viscerale. La scheggia di legno è un atto di ‘grazia violenta’: è la realtà che buca l’anestesia. Mentre il silicio è liscio, freddo e smemorato, il legno è poroso, caldo e trattiene il tempo. Quella piccola ferita nel corpo di ICS è il punto di rottura necessario per mandare in corto circuito la ‘Grande Macchina’. La verità non si trova nei flussi di dati, ma nell’attrito, nel dolore che ti costringe a guardarti i piedi, a sentire la terra, a ricordarti che hai un corpo. Senza l’urto con la materia, restiamo manichini; solo attraverso la ferita torniamo a essere umani.

 

La tua scrittura è fortemente visiva, luci fredde, superfici lisce, contrapposte a elementi naturali e tattili. Quanto il tuo sguardo da fotografo ha influenzato la costruzione narrativa di questo libro?

Moltissimo, quando scrivo io ‘vedo’ la scena prima di raccontarla. Il mio sguardo da fotografo ha imposto una regia precisa a “Bringing back”. Le luci fredde e le superfici lisce rappresentano quel distacco, quasi clinico, che a volte la mente frappone tra sé e il dolore. A queste ho contrapposto elementi naturali e tattili, perché sono quelli che ci riportano alla verità del corpo e delle emozioni primordiali. In questo libro, l’ambiente non è mai un semplice sfondo, ma un protagonista silenzioso che riflette lo stato psicologico dei personaggi. La narrazione procede per inquadrature: cerco di guidare il lettore attraverso dettagli visivi che, proprio come in uno scatto, rivelano l’anima di un momento senza bisogno di troppe spiegazioni.

Nella tua fotografia il bianco e nero è stato definito “ricco di colori”. Ritrovi questa stessa idea di sottrazione fertile anche nella tua prosa, che sembra dire molto proprio attraverso ciò che non esplicita?

Assolutamente sì. Per me, il bianco e nero fotografico non è un’assenza ma una scelta di essenzialità. Così come in una fotografia la mancanza di colore costringe l’occhio a cercare la forma, il contrasto e l’emozione pura, nella mia prosa il silenzio e ciò che resta tra le righe hanno lo stesso peso delle parole scritte. La psicoanalisi, d’altronde, ci insegna che è proprio nel vuoto, nelle pause e in ciò che non viene esplicitato che si nascondono le verità più profonde. Scrivere per me significa accendere una torcia nel buio: non serve illuminare tutto il castello, basta mostrare la porta giusta e lasciare che sia il lettore a immaginare cosa si nasconde nelle ombre. Il mio ‘nero’ narrativo è un terreno pieno di possibilità, dove chi legge può proiettare i propri colori interiori.

 

Bringing Back non racconta un esaurimento, ma un risveglio “violento e necessario”. Credi che oggi il dolore sia ancora un passaggio legittimo per la trasformazione, o tendiamo a neutralizzarlo troppo in fretta?

Oggi viviamo nell’era della neutralizzazione. Tendiamo a trattare il dolore come un errore di sistema, un bug da correggere immediatamente con una notifica, un acquisto o una pillola. Abbiamo perso la capacità di abitare il disagio, trasformandolo in una patologia da curare invece che in un segnale da ascoltare. In “Bringing Back” il dolore di ICS non è una malattia, ma l’unico linguaggio rimasto alla realtà per farsi sentire. Credo fermamente che il dolore sia ancora un passaggio legittimo, anzi essenziale, per ogni vera trasformazione. Senza quell’urto, senza quella ‘scheggia’ che lacera la superficie liscia del quotidiano, rimaniamo prigionieri di un’esistenza bidimensionale.

Nel corso della tua carriera hai attraversato design, arte contemporanea, fotografia e ora letteratura. Vedi questi linguaggi come territori distinti o come diverse declinazioni di un’unica ricerca interiore?

Ho sempre percepito questi diversi linguaggi come se fossero le stanze di un’unica dimora interiore. La mia ricerca è sempre la stessa: l’indagine sull’essere umano, sulle sue zone d’ombra e sulle sue strutture emotive. Sono declinazioni diverse di un unico battito: il bisogno di comprendere ed esprimere la complessità dell’animo umano.

 

Nel 2025 hai scelto di adottare il nome d’arte Noir Di Max. Che tipo di sintesi rappresenta questa nuova identità e cosa aggiunge, o toglie, al tuo modo di raccontare il reale?

Adottare il nome d’arte Noir Di Max è stato un atto di auto-analisi, una sintesi necessaria tra la mia identità personale e la mia visione artistica. Il ‘Noir’ non è per me solo un genere cinematografico piuttosto che letterario di cui sono un grande appassionato… ma è un’attitudine che rappresenta la mia volontà di guardare dentro le ombre senza paura e di esplorare i contrasti forti della psiche. Certamente aggiunge una maggiore libertà espressiva. Questo nuovo nome d’arte è un filtro che mi permette di andare più a fondo, di essere più crudo e diretto nel raccontare il reale, spogliandolo dalle convenzioni sociali e superficiali. Non toglie nulla alla verità, anzi, ne aggiunge una dimensione ulteriore: quella dell’inconscio. Sotto questo nome, il mio racconto del reale diventa una ricerca di ciò che è autentico proprio perché nascosto.

Dopo l’uscita di Bringing Back e in vista dei prossimi progetti fotografici, quale tipo di dialogo prevedi tra parola e immagine nel tuo futuro artistico? Continueranno a procedere in armonia o a interagire in un gioco creativo?

Quando nel 2023 ho iniziato a dedicarmi anche alla scrittura, pubblicando l’anno dopo “Granelli di Vita”, consideravo parola e immagine come due binari paralleli, poi strada facendo ho iniziato a viverli con spirito un po’ più audace come due elementi pronti a scontrarsi e fondersi in una sorta di ‘reazione chimica’ creativa. Se fino a oggi hanno proceduto in armonia, in futuro mi aspetto che il loro dialogo diventi ancora più serrato e incalzante. La parola ha la capacità di nominare l’ombra, mentre l’immagine ha il potere di mostrarne la consistenza. Nel mio futuro artistico, immagino progetti dove il testo non sia una semplice spiegazione della foto, e la foto non sia solo l’illustrazione della parola. Vorrei che interagissero per sottrazione: un’immagine che toglie il fiato alla parola, e un racconto che svela ciò che l’occhio non può vedere. Sarà un gioco di specchi continuo, dove il fine ultimo rimane sempre lo stesso: portare alla luce ciò che di noi resta solitamente sommerso

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ArtistiInterviste

Sedimenti di gesto e visione nella pittura di Pier Toffoletti

Guardando il lavoro di Pier Toffoletti si capisce subito che non siamo di fronte a una pittura accomodante. Non c’è nulla di decorativo, nulla che cerchi di piacere nel senso facile del termine. Le sue opere chiedono attenzione, ma soprattutto chiedono rispetto, come accade con certi luoghi naturali che non si attraversano senza preparazione.

La prima cosa che colpisce è la superficie. Non è mai una semplice base su cui dipingere, ma un vero e proprio campo di battaglia tra materia e immagine. Sabbie, polveri, argille costruiscono fondi che sembrano avere una loro autonomia, quasi una memoria propria. È una pittura che nasce dal basso, dalla terra, e che conserva sempre qualcosa di ruvido, di irregolare, di volutamente non addomesticato.

In questo paesaggio denso e stratificato, le figure emergono con forza, catturano lo sguardo e si impongono alla percezione, come presenze necessarie e decisive, mai soggetti celebrativi. Il corpo, soprattutto quello femminile, che potrebbe apparire come tema centrale, si rivela invece uno strumento attraverso il quale l’artista parla d’altro: dell’identità, del rapporto tra natura e uomo, di ciò che resta quando si rimuovono maschere e sovrastrutture.

A queste considerazioni si aggiunge un livello più sottile, legato alle esperienze giovanili nello yoga e ai viaggi interiori dell’artista, che hanno profondamente plasmato la sua percezione del corpo e dell’anima. Nei gesti pittorici e nella costruzione delle superfici, emerge così una relazione tra fisico e spirituale, tra presenza e trascendenza, dove l’atto stesso del dipingere diventa pratica di consapevolezza e ricerca interiore.

Le opere più recenti, come quelle presentate nella mostra Fragmenta Maya, testimoniano questa fusione di materiali, segni e energia: un equilibrio delicato tra la corporeità delle figure e la dimensione spirituale che le attraversa, dove la pittura non si limita a rappresentare, ma diventa strumento di conoscenza e esplorazione dell’essenza dell’artista stesso.

Non c’è mai, nelle sue opere, un compiacimento formale e anche quando il corpo è riconoscibile resta sempre in dialogo serrato con il fondo, come se non potesse esistere separatamente da esso, mentre figura e materia si contaminano a vicenda, si tengono in equilibrio e si mettono costantemente alla prova ed è proprio in questo rapporto che il lavoro trova la sua forza.

Un ruolo fondamentale lo giocano i segni incisi, i graffiti e le scritture frammentate, che non sono intesi come messaggi da leggere, ma come tracce che chiedono di essere osservate e percepite nel loro emergere. Pier Toffoletti prende testi, immagini, frammenti visivi e li priva del loro significato originario, trasformandoli in puro elemento pittorico. È un gesto che parla chiaramente del nostro tempo, saturo di informazioni e immagini, ma lo fa senza proclami, dimostrando che la critica può passare attraverso la pratica più che attraverso la dichiarazione.

Il suo modo di lavorare è tutt’altro che lineare. Distruggere, cancellare, rifare non sono incidenti di percorso, ma parti integranti del processo. Ogni opera sembra il risultato di una lunga trattativa con la materia, di una serie di decisioni prese e poi rimesse in discussione. Nulla appare definitivo, e forse non vuole esserlo.

C’è nella sua pittura un rapporto serio con il tempo, non quello dell’effetto immediato, ma quello della sedimentazione, in cui ogni superficie testimonia la durata dei gesti, dei ripensamenti e delle pause. È una pittura che non ha fretta e che, proprio per questo, invita lo spettatore a un tempo lento di osservazione.

Ed è forse qui che risiede il senso più importante della sua ricerca, nel continuare a usare la pittura come strumento di conoscenza e come luogo di confronto tra esperienza personale e dimensione collettiva, senza retorica, senza effetti speciali, ma con una voce interiore chiara e riconoscibile.

Serie Body Splash
Dalla superficie dei suoi quadri emerge una storia di gesti e pensieri che Pier Toffoletti racconta in prima persona, come ci mostra nell’intervista a seguire…

Hai spesso affermato che oggi la bellezza non è una scelta neutra, ma una forma di ribellione. In un sistema dell’arte che sembra talvolta indulgere nella provocazione fine a sé stessa, che tipo di responsabilità senti nel continuare a porre la bellezza al centro della tua ricerca?

La mia è una forma di ribellione pacifica, una sorta di resistenza silenziosa verso un sistema dell’arte che sembra aver smarrito il senso della bellezza autentica, preferendo la provocazione immediata, spesso finalizzata a generare clamore e visibilità. Ho scelto di intraprendere un percorso più difficile, controcorrente, che richiede pazienza e dedizione: lavorare “nell’arte della bellezza”. È un cammino più lungo, dove all’inizio sembra che nessuno si accorga di te, ma con il tempo, se resti fedele a te stesso e alla tua visione, i frutti arrivano, più maturi e veri.

Serie Body Splash
Serie Body Splash

Nei cicli Face Splash e Body Splash il volto e il corpo femminile emergono e, allo stesso tempo, sembrano sul punto di dissolversi. È un modo per opporsi alla mercificazione dell’immagine o un tentativo di restituire alla figura una dimensione spirituale sottratta al tempo?

Questi cicli nascono dal concetto di “bellezza resistente”. Ogni opera è frutto di una battaglia: davanti alla tela bianca agisco liberamente, tra gesti impetuosi, schizzi di colore, dripping, spatolate – un caos primordiale che per molti sarebbe già un’opera informale compiuta. Ma per me non basta: voglio che da quel disordine emerga il volto di una donna, simbolo universale della bellezza, della natura e dello spirito. È un atto testardo di armonizzazione tra caos e forma, materia e spiritualità. La figura femminile è per me la manifestazione visibile di ciò che resiste: la grazia, l’anima, la presenza del divino dentro l’umano.

Oltrenatura
Fragmenta Maya

Il tuo lavoro sembra abitare una zona di confine: non pienamente figurativa e non davvero astratta, lontana da classificazioni rassicuranti. Hai mai percepito questa posizione come una difficoltà nel panorama contemporaneo, oppure come uno spazio di libertà assoluta?

Sì, ho percepito questa posizione come una difficoltà, ma anche come uno spazio di grande libertà creativa. Vivere e creare in questa terra di mezzo, tra il figurativo e l’astratto significa affrontare sfide costanti, ma anche avere l’opportunità di esplorare nuove frontiere artistiche. Questa ambiguità mi permette di esprimere emozioni e stati d’animo che sfuggono a categorizzazioni rigide. È un percorso di continua scoperta, dove la libertà di espressione diventa il motore della mia ricerca. Proteggere questo spazio è fondamentale, poiché è qui che si trova l’autenticità della mia voce artistica

Serie Body Splash

Nei testi critici dedicati al tuo lavoro ricorre spesso l’idea del rito, del gesto pittorico come azione arcaica e necessaria. Quando dipingi, soprattutto nelle performance dal vivo, ti senti più vicino all’artista contemporaneo o all’uomo delle caverne che incideva segni per lasciare una traccia oltre il tempo?

Le pitture rupestri mi hanno sempre affascinato: sono espressioni primordiali, pure, essenziali. In alcune delle mie prime opere materiche cercavo proprio quell’effetto di incisione consumata dal tempo, come un dialogo con la memoria dell’uomo. Nelle performance dal vivo, invece, il processo è diverso: lì prevale la necessità di creare in tempi brevi qualcosa di compiuto, mantenendo comunque la forza rituale del gesto. In studio, invece, il tempo si dilata; emergono la meditazione, il silenzio, la lentezza. Forse porto entrambe le nature in me: quella arcaica, che incide, e quella contemporanea, che comunica

Pier Toffoletti all'opera

Il termine splash evoca lo schizzo, l’evento improvviso, ma nel tuo lavoro nulla appare realmente casuale. Quanto controllo e quanto abbandono convivono nel momento esatto in cui la forma prende vita sulla tela?

Non progetto mai un’opera nel dettaglio. Seguo l’intuito, come una bussola interiore. Ogni quadro è un viaggio nell’ignoto, dove controllo e abbandono si alternano continuamente. Talvolta il risultato è un fallimento, un lavoro da cancellare; altre volte accade il contrario: qualcosa di talmente intenso da lasciarti quasi timoroso di non riuscire più a ripeterlo. È un equilibrio sottile tra il lasciarsi attraversare e il mantenere un respiro consapevole nel gesto.

 

La fotografia per te rappresenta un passaggio fondamentale: il congelamento di un attimo prima della sua trasformazione pittorica. Cosa accade, sul piano emotivo e concettuale, quando quell’immagine fotografica viene superata, tradita e ricreata dal gesto pittorico?

Uso la fotografia come un punto di partenza, un mezzo pratico che mi offre modelli e spunti visivi. Tuttavia, il processo pittorico comincia davvero nel momento in cui decido di tradire quella realtà fotografica. L’opera non è mai una copia: è una metamorfosi, un andare oltre ciò che si vede. L’immagine iniziale è solo la miccia che accende la mia immaginazione, portandomi a seguire un filo interiore che trasforma la realtà in visione.

Serie Face Splash

Nei lavori più recenti emergono fondali scuri, quasi bituminosi, che richiamano grotte, anfratti, luoghi di passaggio tra luce e buio. Si tratta di una discesa nell’inconscio, di una metafora del nostro tempo o di un ritorno alle origini del vedere?

Da ex speleologo, credo che quelle immagini siano inevitabilmente legate alla mia memoria profonda. Ho vissuto esperienze straordinarie esplorando ambienti sotterranei mai toccati da nessuno prima di me. Quel senso di scoperta, di silenzio primigenio e di sacralità dello spazio, riaffiora nei miei dipinti. Quelle grotte interiori sono anche metafore delle esplorazioni dello spirito: come nella meditazione, si tratta di un viaggio nelle profondità del sé, verso un “io” sconfinato.

 

Il tuo percorso è attraversato da viaggi fisici ed interiori, dall’esplorazione delle viscere della terra alla pratica dello yoga. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua idea di corpo, di anima e di identità nella pittura?

Le mie esperienze giovanili nello yoga, unite a un lungo periodo di vita materiale, hanno profondamente plasmato la mia percezione del corpo e dell’anima. Recentemente, ho avvertito un ritorno di questa consapevolezza spirituale nelle mie opere, come dimostra la mia mostra “Fragmenta Maya” nella chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Il titolo, che combina parole latine e sanscrite, rappresenta il tema della rottura del velo illusorio della vita materiale. Questa mostra è un riflesso della mia ricerca di un equilibrio tra il corpo fisico e la dimensione spirituale, un viaggio verso una maggiore comprensione della mia essenza artistica e umana.

Fragmenta Maya
Fragmenta Maya

Hai recentemente vissuto l’esperienza dolorosa del plagio di una tua opera. Al di là dell’aspetto legale, che cosa viene realmente violato quando si copia un lavoro che nasce da un processo così intimo, lungo e stratificato?

Affrontare il plagio di un’opera è un’esperienza straziante. Dal punto di vista legale, potrei cercare giustizia, ma ciò che realmente viene violato è il valore intrinseco e l’anima di un lavoro frutto di un lungo e intimo processo creativo. Ogni opera rappresenta una parte di me, un viaggio personale che non può essere replicato. La violazione di questa intimità fa male, poiché sottrae autenticità e riconoscimento a un’esperienza unica. Per me, l’arte è un’estensione della mia essenza, e vedere questa essenza calpestata è un dolore profondo e personale

Hai iniziato giovanissimo confrontandoti con Michelangelo e la grande tradizione rinascimentale, e oggi dialoghi con una scena internazionale profondamente contemporanea. Che cosa significa, per te, essere contemporaneo senza rinunciare alla profondità della tradizione?

Sono grato di essere nato in Italia, immerso in una cultura che respiriamo fin da bambini. Le nostre radici storiche e spirituali sono ancora vive nel nostro modo di concepire la forma, la figura, la luce. Anche quando lavoro in un contesto internazionale e contemporaneo, dentro di me convivono queste due forze: la modernità e la tradizione. Essere contemporaneo, per me, non significa abbandonare le radici, ma trasformarle, lasciarle vibrare nel presente. Credo che l’arte italiana abbia una profondità naturale che va oltre il marketing e le mode. Purtroppo le mode esistono anche nell’arte contemporanea dove, talvolta, vengono efficacemente promosse opere prive di spessore concettuale ed emotivo.

La bellezza resistente

Nei tuoi volti si avverte spesso una malinconia sottile, una sospensione temporale, come se appartenessero a un tempo perduto o non ancora esistito. Pensi che la pittura possa ancora offrire consolazione, silenzio e attesa in un’epoca così rumorosa e accelerata?

Sì, credo che la pittura possa ancora offrire uno spazio di silenzio e contemplazione. Tuttavia, la voce dell’arte si fa sempre più flebile, sommersa dal rumore di una vita frenetica e dalle distrazioni tecnologiche. La pittura è un atto di resistenza anche in questo: invita a fermarsi, a guardare, a entrare in contatto con la parte più profonda di sé. È un invito alla lentezza e alla presenza.

 

Guardando avanti, senza bisogno di anticipare titoli o luoghi, senti che la tua ricerca sta andando verso una nuova trasformazione del gesto, della figura o del rapporto tra corpo e materia?

Sì, è un momento di trasformazione continua. Sto sperimentando nuovi equilibri tra gesto e materia, tra figura e luce. Come sempre, non so esattamente dove mi porterà questa ricerca, ma sento che si sta aprendo un nuovo capitolo, ancora più interiore e vibrante.

L'Artista con una sua opera
Maya

C’è una domanda, più che un progetto, che oggi ti accompagna e che senti ancora irrisolta nel tuo lavoro?

C’è sempre un elemento di irrisolto nella mia arte, ed è proprio questa incertezza che mi spinge a continuare a cercare. La ricerca di un appagamento completo è un obiettivo che, per sua natura, non può mai essere raggiunto. Questo continuo interrogarsi su cosa significhi veramente creare è ciò che alimenta la mia creatività. Ogni opera è un tentativo di rispondere a domande più grandi, e nel farlo, scopro nuove strade e possibilità. È un viaggio senza fine, ma è proprio in questa ricerca che trovo la mia vera essenza artistica.

 

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Pier Toffoletti 

PIER TOFFOLETTI

Pier Toffoletti nasce nel 1957 in provincia di Udine. La sua passione per la pittura è molto precoce. Nel 1976 consegue il diploma di “maestro in arte applicata nel ramo di grafica pubblicitaria e fotografia” presso il Liceo artistico di Udine. Nel 1979 apre uno studio pubblicitario operando come creativo in campagne pubblicitarie e come regista di spots televisivi e video clip. Collabora con emittenti televisive nazionali e locali realizzando diversi cortometraggi in cartoni animati e video clip. Fino al 1995 Toffoletti dipinge nei ritagli di tempo, alternando questa sua passione a quella della speleologia. Tra il ’92 ed il ’95, una serie di viaggi nel centro e sud America, segnano l’inizio di un importante cambiamento che lo porta ad impegnarsi a tempo pieno nella pittura.

 

Alcune delle mostre personali più importanti:

Nel 2025 personale Teatro ERA Pontedera, personale presso il Polo Museale Chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino (PG), personale presso la Chiesa dei Battuti a Cividale del Friuli, mostra che è rientrata nel contesto di GO2025! Capitale Europea della Cultura, nel 2021 Chiesa di S. Cristoforo Lucca (Lucca Film Festival), nel 2020 mostra personale Chiesa di S. Maria della Spina (Pisa), nel 2019 personale al PAN Palazzo delle Arti di Napoli, nel 2018 personale presso iI Municipio di Stoccarda, 2017 personale alla Chiesa di San Domenico a San Miniato (PI), 2016 Red Dot Miami nel circuito Art Basel, 2015 Palazzo dei Giureconsulti circuito Milano Expo, nel 2013 personale presso la Casa Museo Spazio Tadini a Milano, 2012 ha esposto ad Art Basel Miami, nel 2011 ha esposto alla 54a Biennale di Venezia e personale al Palazzo Molino Stucky a Venezia. Ha partecipato al oltre duecento mostre personali e collettive fra le quali nel 2009 alla Villa Farsetti di Santa Maria di Sala (VE). Nel 2008 mostra personale presso il Museo Correr di Venezia, al Palazzo Senato a Milano e ad OPEN XI al Lido di Venezia. Nel 2007 ha esposto a Verona al Palazzo della Gran Guardia.

Nel 2005 personale presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo, espone con i giapponesi al Palazzo Scuola Grande San Giovanni Evangelista a Venezia.

Nel 2004 espone presso il Consolato Generale d’Italia a Coral Gables e all’Art Center in Lincoln Road a Miami. Nel 2002 espone con i giapponesi al Palazzo Zenobio a Venezia e nel 1999 all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.

Numerose anche le sue partecipazioni ad importanti Fiere internazionali d’arte, tra cui Madrid e New York, Yokohama, Las Vegas, Philadelphia, Innsbruck, Strasburgo. Hong Kong, Singapore, Amsterdam, Londra, ecc.

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Interviste

Giuseppe Pavia – L’equilibrio che accoglie l’imprevisto

La ricerca pittorica di Giuseppe Pavia si inscrive in una zona liminale, dove il gesto controllato e l’evento accidentale coesistono come forze strutturanti dell’opera. La superficie non è mai semplice campo d’azione, ma luogo di stratificazione emotiva e concettuale, in cui la fluidità del colore diventa dispositivo di indagine sull’instabilità dell’identità e sulla possibilità stessa di equilibrio.

Nato a Marsala nel 1975 e oggi attivo a Borgomanero, l’artista avvia dal 2020 una fase di rinnovamento del proprio linguaggio, individuando nella Fluid Art uno strumento espressivo capace di accogliere una ricerca personale autonoma e svincolata da modelli accademici. Le opere nascono dall’interazione tra campiture governate e interventi più irruenti, in cui il dripping interviene a interrompere l’equilibrio iniziale, introducendo una componente di rischio e apertura. Ne emerge una pittura che riflette un’identità in movimento, mai pienamente risolta, ma costantemente ridefinita dal confronto tra protezione e esposizione.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026, Giuseppe Pavia sarà protagonista alla Cathart Gallery di Varese in una mostra bipersonale curata da Carla Pugliano, con la partecipazione del critico d’arte Andrea Barretta. L’esposizione segna un passaggio significativo nel percorso dell’artista, delineando uno spazio di confronto e visibilità in cui la pittura emerge come pratica di costante mediazione tra disciplina e libertà. In questo contesto, l’imprevisto non è elemento da contenere, ma forza generativa capace di trasformare il controllo in apertura e l’intuizione in linguaggio condiviso.

 

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

Il tuo percorso artistico nasce da un’esigenza di trasformazione interiore e si sviluppa attraverso un equilibrio costante tra controllo e impulso. In che modo questa caratteristica si manifesta concretamente nel tuo lavoro quotidiano?

Il mio lavoro quotidiano è una negoziazione continua. Il controllo si esprime nel rigore del mio spazio di lavoro: l’arte fluida è la mia ancora di salvezza. Tuttavia all’interno di questa struttura rigida cerco deliberatamente l’impulso attraverso lo scardinamento delle abitudini per mezzo del dripping. Questo equilibrio mi permette di non restare intrappolato nel perfezionismo, trasformando la fatica del controllo nella libertà dell’intuizione improvvisa.

 

La Fluid Art e il dripping convivono nella tua pratica come due poli opposti ma necessari. Cosa rappresentano per te questi due linguaggi e come dialogano all’interno di una stessa opera?

Per me, l’arte fluida è un rifugio. Rappresenta la sicurezza in cui si ripara la mia timidezza; in quel fluire morbido e accogliente trovo lo spazio per essere me stesso senza sentirmi giudicato. È il luogo dove la mia introversione diventa armonia.

Il Dripping, invece, è la parte di me che pulsa ma che mi fa paura: è quella forza che temo di non saper controllare e che, una volta liberata sulla tela, mi espone totalmente. È il mio mettermi in gioco, il salto nel vuoto oltre l’insicurezza. 

In ogni opera, queste due parti dialogano cercando un equilibrio: la fluidità mi protegge, mentre il dripping mi sfida a mostrami per chi sono veramente.

 

La CathArt Gallery si definisce come spazio immersivo e di ricerca. Come ti sei relazionato a questo contesto espositivo e quanto ha inciso sulla percezione del tuo lavoro?

Per me questa rappresenta la prima vera occasione di vedere il mio lavoro riconosciuto a un livello così importante e non posso negare che la cosa mi lusinghi profondamente. Allo stesso tempo, il fatto che un’artista affermata come Carla Pugliano abbia creduto nel mio percorso mi intimorisce: sento la responsabilità di questa occasione.

Tuttavia, sono convinto che il mio processo di trasformazione abbia bisogno proprio di spazi come la CathArt Gallery dove non conta da dove vieni ma dove vuoi andare.

 

Esporre in una bipersonale significa entrare in relazione diretta con un altro artista. Cosa ti interessa del lavoro di Doriano Marocca e quali punti di contatto o frizione riconosci tra le vostre ricerche?

In linea generale sono sempre interessato al lavoro di altri artisti, non per giudicare ma perché mi piace vedere come ognuno cerca di mettere sulla tela il suo vissuto, le sue esperienze e/o le sue emozioni. Non cerco mai similitudini o differenze nel lavoro di altri artisti: mi limito ad osservare senza prevenzione e a cogliere la bellezza che ognuno sa esprimere e trasmettere con le proprie opere.

 

Mostre recenti di Giuseppe Pavia

  • Collective Art Exhibition, ottobre 2024, Galleria d’Arte Ikonica, Milano
  • Arte a Villa Giulia, novembre 2024, Villa Giulia, Pallanza – Verbania
  • Eco delle Forme, dicembre 2024 – gennaio 2025, Omnia Art Gallery, Latina
  • Art Sound Loud, febbraio 2025, all’interno di Art City Bologna 2025
  • Ricognizioni Contemporanee, giugno 2025, Sala della Gran Guardia, Isola d’Elba
  • Attraverso l’arte: la metamorfosi del mondo, agosto 2025, Sala dei Templari, Molfetta
  • Visioni d’Arte, ottobre 2025, Castello di Galliate
  • Re-Cycle / Re-Cosmos, dicembre 2025, bipersonale presso Spazio Azimut C.M., Novara
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Interviste

Doriano Marocca – La materia del colore come atto di libertà

L’opera di Doriano Marocca si colloca in una ricerca pittorica che fa della libertà cromatica una presa di posizione netta e consapevole. La sua pittura nasce da un’esigenza intima e non mediata, lontana da condizionamenti esterni, e si afferma come spazio di resistenza personale e linguaggio autentico. Il colore diventa materia viva, stratificata, attraversata da gesti fisici e impulsi emotivi che costruiscono un equilibrio potente tra istinto e controllo. In questo processo la manualità assume un valore strutturale e il quadro si trasforma in un campo di energia, capace di restituire allo sguardo una tensione primaria e necessaria.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026  l’artista sarà presente alla Cathart Gallery di Carla Pugliano a Varese, impegnato in una mostra bipersonale che vedrà anche la partecipazione del noto critico d’arte Andrea Barretta, occasione significativa per approfondire una poetica che unisce pittura e nuove sperimentazioni tridimensionali in un dialogo aperto con la materia e con l’esperienza vissuta.

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

La tua pittura nasce da un’urgenza personale, lontana da condizionamenti esterni e accademici. In che modo questa libertà originaria continua a influenzare oggi il tuo processo creativo?

Come ho già detto in precedenza, dipingo per sentirmi libero; agli inizi ci ragionavo troppo su, forse per accondiscendere l’eventuale pubblico, ma poi ho capito che non mi interessava piacere alla massa. Volevo qualcosa di autentico, anche con gli errori di chi non ha studiato la “tecnica pittorica”, perché voglio far vedere che la pittura, come la vita, non la può controllare e/o programmare. La suddetta è sporca, misera, potente, a tratti compiacente, con qualche piccolo barlume di stupore. E nei miei dipinti voglio che si veda tutto ciò, senza che io mi senta costretto a piegarmi alle mode odierne, per avere più visibilità (con non vuol dire più talento o più vendite). Scriveva “qualcuno”, diventa il tuo “Demone”; io credo di aver trovato la strada per arrivarci.

Anche perché dietro i miei lavori c’è anche tutta una ricerca filosofica e psicologica, attraverso scrittori come Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.

Il colore, nella tua ricerca, si fa materia viva, stratificata, graffiata, quasi corporea. Che ruolo ha il gesto fisico nel tuo rapporto con la tela e quanto è guidato dall’istinto rispetto al controllo?

Il colore è fondamentale: uso colori forti, tutti i tipi di rosso, il nero e quello che definisce il dipinto, e quello che comanda e segna le forme. Ultimamente il verde turchese è quello più presente. Ma comunque preferisco sentirmi libero di stratificare e cercare di vedere cosa gli occhi permettono al cervello di codificare delle forme che si sono create.

Per quanto riguarda il gesto e lo stendere il colore, uso uno strumento poco ortodosso: si chiama spatola da carta da parati. La stesura è libera e istintiva.

Esporre alla CathArt Gallery, spazio fortemente orientato alla ricerca e al dialogo tra arte e interiorità, che tipo di risonanza pensi possa avere sul tuo lavoro e sul modo di condividerlo con il pubblico?

Dopo varie collettive di artisti, ho deciso di ampliare la mia visuale su questo mondo così complicato. Ho scelto di sondare un pubblico diverso dal solito, grazie anche al fatto che la Cathart Gallery è guidata da un’artista che stimo. Quello che verrà non lo so, ma io ci sarò.

In Tensioni Cromatiche il tuo lavoro si confronta con quello di Giuseppe Pavia. Come vivi questo dialogo a due e cosa pensi emerga dall’accostamento tra le vostre diverse, ma complementari, visioni astratte?

Io sono partito sempre dal presupposto che si può imparare da chi sa fare qualcosa di più rispetto a me. Ho capito che in questo mondo c’è molta “finzione”: bravo di qua, bravo di là, ma poi, come tutte le cose umane, lasciano il tempo che trovano. Non provo invidia verso il talento e la bravura; anzi, li applaudo. Ognuno ha il suo posto che merita, in questa vita o nell’altra.

In definitiva, sono due visioni che usano strumenti diversi per far aprire la mente all’immaginazione.

Mostre recenti di Doriano Marocca

  • Personale, settembre 2024, Bar 46 di Davide Crotti, Novellara (RE)
  • Collettiva “Noi dell’Arte”, novembre 2024, sala espositiva centro Correggio (RE)
  • Collettiva “Il Simbolo è l’Illustrazione”, gennaio 2025, Club Meridiana Casinalbo (MO), curatrice Barbara Ghisi
  • Collettiva “Arte Rampante”, maggio 2025, Museo Diocesano Francesco Gonzaga, Mantova, organizzata da “Noi dell’Arte”, critico Marco Cagnolati
  • Collettiva presso Fondazione Officina delle Arti, luglio 2025, Reggiolo (RE)
  • Collettiva “Spazialità Astratta”, ottobre 2025, Conceptartbrera (MI), curatore Alfonso Restivo
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Interviste

Intervista a Olga Marciano, artista e curatrice di Le Stanze dell’Arte

C’è un filo sottile che attraversa il lavoro di Olga Marciano: è il filo dello sguardo, inteso non come semplice atto visivo, ma come spazio di relazione e di ascolto, oltre che di verità trattenuta. Artista e curatrice, Olga Marciano abita l’arte da una posizione doppia e tutt’altro che scontata, muovendosi con naturalezza tra la pratica individuale e la costruzione di contesti condivisi, tra l’intimità del volto dipinto e la responsabilità del progetto espositivo.

La sua ricerca artistica, fortemente concentrata sul ritratto femminile, non indulge mai nella decorazione o nella superficie. Ogni volto è un tramite di attraversamento, un luogo di tensione emotiva. Allo stesso modo, la sua attività curatoriale si fonda su un’idea di “cura” nel senso più autentico del termine: attenzione, tempo e rispetto per le singole poetiche e per i luoghi che le accolgono.

Questa intervista nasce con l’intento di attraversare il suo percorso nella sua interezza, lasciando emergere il pensiero che tiene insieme fare artistico e visione curatoriale. È anche l’occasione per introdurre Le Stanze dell’Arte, progetto ideato e curato da Olga Marciano, che si svolgerà in un importante edificio storico della città di Salerno e che avremo il piacere di accompagnare come media partner. Un format espositivo che sceglie la misura dell’ascolto e della profondità, privilegiando la relazione tra opera, spazio e spettatore, e restituendo all’arte quel tempo lento che oggi appare sempre più necessario.

I tuoi ritratti femminili, con il loro tratto così intenso e magnetico, catturano immediatamente lo sguardo e l’emozione di chi li osserva. Cosa ti ha spinta, all’inizio, a concentrarti su questi soggetti così affascinanti?


All’inizio non è stata una scelta razionale, ma una necessità. All’origine dei miei ritratti femminili c’è un’urgenza interiore più che una scelta tematica. Il volto della donna si è imposto come luogo simbolico di intensità emotiva e di verità, uno spazio in cui lo sguardo diventa racconto. Il volto femminile è diventato per me uno specchio emotivo in cui potevo esplorare fragilità, forza, silenzi e contraddizioni che sentivo profondamente mie. Le donne che ritraggo non sono mai solo “bellezza”, ma presenza, identità, memoria. Attraverso i loro sguardi cerco di dare forma alle emozioni non dette, a storie interiori che spesso restano invisibili. Con il tempo ho capito che quei volti erano un modo per raccontare me stessa e, forse, per creare un dialogo intimo con chi osserva, andando oltre l’immagine e toccando qualcosa di più profondo.

Sono gli occhi a parlare con una forza incredibile nei tuoi dipinti. Nei tuoi ritratti sono spesso il fulcro delle opere. Che ruolo hanno per te nello svelare l’anima dei tuoi soggetti?


Nei miei ritratti lo sguardo è il vero luogo dell’incontro. Gli occhi non sono solo un dettaglio espressivo, ma il punto in cui l’immagine prende vita e inizia a dialogare con chi osserva. È attraverso di essi che cerco di cogliere una presenza autentica, qualcosa che va oltre la fisionomia e si avvicina all’interiorità. Gli sguardi che dipingo non vogliono spiegare o dichiarare, ma trattenere, suggerire, talvolta persino resistere allo svelamento. In questa tensione nasce la forza del ritratto: uno spazio sospeso in cui l’anima non si mostra completamente, ma si lascia percepire, creando una relazione silenziosa e profonda con lo spettatore.
E poi … “La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori. Gli sguardi sono frasi perfette.” (F. A. Sorge)

Il tuo linguaggio figurativo iperrealistico colpisce per precisione e intensità, rendendo palpabile la femminilità e l’interiorità dei soggetti. Cosa ti ha portata a scegliere proprio questo approccio stilistico per esprimere emozioni e psicologia delle persone?


Il mio linguaggio non nasce da una scelta stilistica programmata, ma da un processo istintivo in cui la mano ha preceduto il pensiero. L’iperrealismo si è imposto come conseguenza naturale di questo ascolto: un mezzo per avvicinarmi alla presenza del soggetto senza mediazioni simboliche. La precisione non ha per me una funzione virtuosistica, ma relazionale; serve a costruire un contatto ravvicinato con l’interiorità, a rendere percepibile una tensione emotiva. In questo senso, il realismo diventa uno spazio di concentrazione e di cura, in cui l’immagine non descrive, ma accoglie e restituisce l’umano nella sua complessità.

La tua costante ricerca nella storia dell’arte ha sicuramente influenzato la tua visione. C’è stato un artista o un momento particolare che ti ha ispirata in modo decisivo?

La mia ricerca nella storia dell’arte non si è mai concentrata su un singolo riferimento o su un momento isolato, ma su una stratificazione di sguardi e di tempi. Più che un artista in particolare, mi hanno influenzata quelle opere in cui il volto diventa luogo di tensione psicologica e di silenzio, attraversato da una presenza che resiste al tempo. Dalla ritrattistica antica a quella moderna, ciò che mi ha sempre colpita è la capacità di rendere visibile l’interiorità senza narrarla esplicitamente. Questo dialogo continuo con la storia non è citazione, ma ascolto: un modo per riconoscermi in una tradizione che indaga l’umano attraverso lo sguardo, rinnovandone ogni volta il senso.

Molte tue opere affrontano temi sociali, dalla donna all’ecosostenibilità. Come riesci a coniugare estetica e messaggio sociale nelle tue opere?

Per me il messaggio sociale non nasce come una dichiarazione e non separo mai l’estetica dal contenuto. Quando affronto temi come il femminile o l’ecosostenibilità, lo faccio partendo dall’umano, dalla relazione empatica con il soggetto, evitando ogni intento illustrativo o didascalico, criterio particolarmente evidente nel mio lavoro legato all’ecosostenibilità, che negli anni mi ha portata a realizzare numerose opere, soprattutto sculture, utilizzando materiali di recupero. Da questa pratica svariati anni fa è nato anche il Premio internazionale Rifiuti in cerca d’autore, un progetto che sentivo necessario per dare voce a una sensibilità condivisa e trasformare lo scarto in possibilità espressiva. In questi lavori, come nei ritratti, cerco di partire sempre dall’umano: la bellezza non come ornamento, ma come spazio di attenzione, capace di avvicinare chi osserva a temi urgenti, senza imporre una lettura univoca. L’opera diventa così un luogo di relazione, dove l’emozione apre la strada alla consapevolezza.

Dopo aver ottenuto grande riconoscimento come artista, la tua ricerca e la passione per l’arte ti hanno condotta anche nel ruolo di curatrice, permettendoti di dare vita a progetti importanti come la Biennale di Salerno. Cosa ti ha spinta a intraprendere questa nuova strada nell’esperienza curatoriale, ampliando il tuo percorso artistico in questa direzione?

Il ruolo curatoriale non è nato come un cambio di direzione, ma come un ampliamento naturale del mio modo di vivere l’arte. Dopo anni di pratica artistica, ho sentito l’esigenza di creare spazi di dialogo, di ascolto e di confronto, non solo attraverso le opere, ma anche attraverso i progetti. La curatela mi ha permesso di mettere a disposizione l’esperienza maturata come artista per accompagnare altri linguaggi, altre visioni, altre ricerche. In questo senso, progetti come la Biennale di Salerno rappresentano per me luoghi di responsabilità e di cura: contesti in cui l’arte diventa relazione, costruzione condivisa, possibilità di lettura critica del presente. Curare significa assumersi il compito di dare forma a un pensiero collettivo, senza rinunciare alla profondità e all’umanità che hanno sempre guidato il mio lavoro.

La direzione artistica della Biennale di Salerno rappresenta un capitolo significativo del tuo percorso curatoriale. Guardando indietro, quali esperienze, scelte o incontri ti hanno lasciato un’impronta indelebile e cosa ti hanno insegnato sul ruolo del curatore oggi?


La direzione artistica della Biennale di Salerno è stata per me un passaggio intenso e formativo, soprattutto per la complessità umana e professionale che ha comportato. Più che i singoli eventi, a lasciare un segno duraturo sono stati gli incontri: artisti, curatori, istituzioni, ma anche le inevitabili frizioni e responsabilità che un progetto di questa portata porta con sé. Ho compreso quanto il ruolo del curatore oggi richieda ascolto, visione e capacità di mediazione, ma anche chiarezza etica e coerenza nelle scelte. Lasciare quella direzione non è stato un distacco, bensì un atto di consapevolezza: la necessità di seguire progetti più aderenti alla mia idea di cura, di tempo e di relazione. Questa esperienza mi ha insegnato che curare significa assumersi una responsabilità culturale profonda, ma anche sapere quando è il momento di fare spazio a nuove possibilità.

Arriviamo al tuo attuale progetto, nel quale hai gentilmente deciso di includere anche me come media partner. ‘Le Stanze dell’Arte’, già dal nome, suggerisce un’esperienza intima e personale per ciascun artista. In questo progetto hai scelto di privilegiare le personali rispetto alle collettive. Qual è il pensiero che sta alla base di questa scelta e cosa significa per gli artisti e per il pubblico?


Le Stanze dell’Arte nasce dal desiderio di restituire all’arte uno spazio significativo ed attento. La scelta di privilegiare le personali rispetto alle collettive deriva dalla volontà di permettere a ogni artista di abitare davvero lo spazio, non come presenza frammentata, ma come voce pienamente riconoscibile. Ogni “stanza” diventa così un luogo identitario, un ambiente pensato per accogliere una ricerca nella sua complessità, senza la necessità di adattarsi a un tema imposto o a una narrazione corale.
Per gli artisti significa poter sviluppare un dialogo profondo con il luogo e con il pubblico, mostrando non solo le opere, ma un percorso, una visione, una fragilità. Per chi osserva, invece, è un invito a rallentare, a entrare in relazione con un solo universo alla volta, lasciandosi attraversare dall’esperienza senza sovrapposizioni. In questo senso, Le Stanze dell’Arte non è solo un progetto espositivo, ma un gesto di cura: verso l’arte, verso gli artisti e verso lo sguardo di chi sceglie di fermarsi.

La scelta del Palazzo Fruscione, con il fascino storico e artistico della sua struttura, conferisce a “Le Stanze dell’Arte” un contesto di grande pregio. Cosa ti ha portata a scegliere questo luogo così emblematico e in che modo pensi che lo spazio e la sua struttura influenzino l’esperienza dei visitatori?

La scelta di Palazzo Fruscione nasce da un’affinità profonda tra il luogo e il pensiero sottostante a Le Stanze dell’Arte. Non cercavo uno spazio neutro, ma un’architettura capace di entrare in relazione con il contemporaneo, di accogliere le opere senza addomesticarle. Il Palazzo, con la sua stratificazione storica e la forza silenziosa della sua struttura, porta con sé una memoria capace di mettere in tensione passato e presente. La sua articolazione in ambienti raccolti, passaggi, piani, scale, incide direttamente sull’esperienza del visitatore: l’arte contemporanea non viene semplicemente esposta, ma si misura con lo spazio, ne attraversa i tempi, ne rispetta le pause. Ogni stanza diventa un punto di contatto tra architettura e ricerca artistica, un luogo in cui il linguaggio del presente si confronta con la storia, senza sovrapporsi ad essa, ma rispettandola. In questo dialogo, il Palazzo smette di essere contenitore e diventa interlocutore, amplificando l’esperienza e rendendo il percorso più consapevole, intimo e stratificato.

 

Nel tuo percorso il pubblico non è mai un semplice destinatario, ma un vero interlocutore. In che modo il confronto con sensibilità culturali diverse influisce sul tuo modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali? Hai spesso sperimentato modalità di fruizione innovative, come in Talking and sensory paint, dove la voce entra a far parte integrante dell’opera pittorica. Trovo questo approccio particolarmente innovativo e interessante. In che modo hai utilizzato la voce nei tuoi quadri e quanto è importante per te costruire un’esperienza immersiva e sensoriale per lo spettatore?

Per me il pubblico non è mai un elemento passivo, ma una presenza viva con cui l’opera entra inevitabilmente in relazione. Il confronto con sensibilità culturali diverse ha influito profondamente sul mio modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali, spingendomi a interrogarmi su ciò che è realmente universale e su ciò che invece nasce da un contesto. Questo dialogo continuo mi ha insegnato a lasciare spazio all’ascolto, a concepire l’arte come un territorio aperto, capace di accogliere interpretazioni plurali senza perdere la propria identità.
In questa direzione si inserisce anche la sperimentazione nata molti anni fa, la Talking and sensory paint, dove la voce diventa parte integrante dell’opera pittorica. La voce non accompagna l’immagine, ma la attraversa: è memoria, presenza, vibrazione emotiva che amplifica il livello percettivo del dipinto. Attraverso il suono ho voluto superare la dimensione puramente visiva, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza più immersiva e sensoriale, in cui corpo e percezione sono chiamati a partecipare attivamente. Costruire questo tipo di esperienza significa, per me, restituire all’arte una dimensione relazionale profonda, in cui l’opera non si limita ad essere osservata, ma viene attraversata, ascoltata, vissuta.

 

Tra le tue esperienze più significative ci sono le collaborazioni con collezionisti internazionali. In che modo questi incontri e confronti hanno arricchito la tua pratica artistica?

Le collaborazioni con collezionisti internazionali hanno rappresentato un passaggio significativo nel consolidamento della mia pratica artistica. Il confronto con figure importanti come Christian Levett ha rafforzato la consapevolezza del valore culturale e simbolico dell’opera nel suo percorso oltre lo studio dell’artista. In particolare, l’acquisizione di un lavoro per me profondamente significativo – un ritratto che rappresenta me e mia sorella Luciana – e la sua esposizione presso il FAMM – Femmes Artistes du Musée de Mougins hanno segnato un momento di forte responsabilità e maturazione professionale, oltre che un’emozione fortissima.

 

Christian Levett- Collezionista, filantropo e mecenate

 

E, guardando al futuro, e alla luce della tua continua ricerca tra pratica artistica e curatela, quali nuovi linguaggi o formati espositivi senti oggi il desiderio di esplorare nei tuoi prossimi progetti?

Guardando al futuro, sento sempre più forte l’esigenza di approfondire linguaggi e formati espositivi capaci di mettere in relazione la dimensione intima dell’opera con contesti culturali complessi e internazionali.
In questa prospettiva si colloca la mia prossima mostra personale, che avrà come titolo proprio “Sguardi” in programma per la fine di maggio 2026 a Firenze presso The British Institute of Florence, curata e firmata da Christian Levett, con la collaborazione della Tobian Art Gallery di Firenze. Un progetto che rappresenta per me un momento di sintesi e di crescita, oltre che di gratitudine verso la vita e per coloro che hanno creduto in me.  Allo stesso tempo sarà un’occasione per continuare a interrogare il presente attraverso il linguaggio dell’arte, mantenendo al centro l’umano, la relazione e la possibilità di un dialogo autentico con il pubblico.

Olga Marciano

Artista di respiro internazionale, vive e lavora a Salerno.

E’ nota al grande pubblico per le sue pregevoli personali e per la costante ricerca di linguaggi, idee e tecniche che mettono in relazione l’arte con il sociale.

La costante ricerca e lo studio approfondito della storia dell’arte costituisce il presupposto per la sua maturazione, nella pittura come nella scultura, consentendole di raggiungere una visione artistica di ampio respiro. Realizza numerose personali in tutta Italia e partecipa alle Biennali di Firenze, La Spezia, Genova, Venezia (Lo stato dell’Arte di V. Sgarbi). Espone, infine, varie opere nel Padiglione Italia dell’Art Expo di New York 2018.

La sua passione si snoda attraverso una duplice prospettiva, come artista da un lato e dall’altro si evolve nella direzione artistica e curatela di eventi internazionali di grande spessore.

Autrice di numerosi format artistici, tra i quali si annoverano la “Talking and sensory paint”, la prima mostra sensoriale con quadri parlanti realizzata in Italia. Una nuova e suggestiva forma di fruizione dell’idea di un quadro, che va oltre il quadro. Moltissime le campagne di sensibilizzazione e le opere sui temi sociali ricorrenti della donna e dell’ecosostenibilità ambientale, commissionate da Enti pubblici. Ha ideato e curato il Premio Internazionale “Rifiuti in cerca d’Autore” per ben cinque edizioni, dedicato alle tematiche ambientaliste, grazie al quale si sono susseguite numerose mostre in tutta Italia, in occasione di eventi quali Ecomondo di Rimini, La casa sensoriale a La Spezia, Mediterre di Bari

E’ ideatrice e curatrice della Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno, giunta alla sua quinta Edizione. (www.biennaleartesalerno.com)

Nel 2016 la personale “Deae Maris”, interamente dedicata alla scultura ecosostenibile, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, la decreta artista della “Notte dei Musei”.

“L’Arte della Giustizia”, nelle varie edizioni del 2017, 2018 e 2019 la vede interprete dei grandi temi della legalità, attraverso sei mostre personali (Ma-Donne, Splitting, Lullaby, La luce della luna, Rifiuti d’Autore e 21 grammi), inserite nel lungo ed articolato programma nato dalla collaborazione tra la Procura della Repubblica, la Prefettura, l’Arcidiocesi ed il Conservatorio G. Martucci di Salerno.

Tra il 2013 ed il 2017 ha ricevuto due importanti Premi alla Carriera e nel novembre 2018 il Procuratore Capo della Repubblica di Salerno le ha conferito il Premio per l’Alto impegno culturale, al quale ha fatto seguito il Premio Principessa Sichelgaita, tra le “donne eccellenti” del 2019.

Ha curato, poi, la direzione artistica di “Minori Art Open Space”, un progetto che ha coinvolto un’intera cittadina della costiera amalfitana, trasformandola in uno spazio d’arte a cielo aperto, attraverso l’esposizione di ecoinstallazioni fiorite, ecosculture, giardini tematici e numerose opere d’arte.

​Al Complesso Monumentale di Cava de’ Tirreni e nelle sale di Villa Guglielmi a Fiumicino presenta un progetto dedicato al lavoro delle donne, “Nulla da dimostrare”, con il quale sperimenta nuove tecniche pittoriche.

Le sue ultime personali si sono svolte prima della pandemia presso il Mu.Di. – Museo Diocesano di Salerno: “Looks” a giugno 2019 ed “Effetto farfalla” a dicembre 2019.

Durante il lockdown ha realizzato due mostre virtuali, caratterizzate dalle voci narranti.

Poi, un progetto espositivo alquanto originale, che ha richiamato l’attenzione di molti giornalisti, trasformando un intero condominio in una mostra permanente, attraverso l’esposizione dei dipinti ereditati, realizzati dai suoi familiari.

Ha esposto a settembre 2021 alla Biennale di Venezia Modigliani Opera Vision con la Fondazione Modigliani. A luglio 2022, la collettiva Ikigai, presso il Museo Antiquarium di Merì (Me)

Le sue ultime Personali “Intra me maneo” (2022), “Sinestetica” e “Blossom” (2024)

Intanto prosegue la sua attività di curatrice con “Le Stanze dell’Arte”

Nel 2022 inizia una stretta collaborazione con la Tobian Art Gallery di Firenze.

Aprile 2023 – Milano Design Week – Fuorisalone 2023 (Ma-ec-Gallery)

Seguono numerose Personali per Le Stanze dell’Arte

Collettiva presso il MUPA di Ginosa (Ta) nel 2025

Molte delle sue opere sono esposte in collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle prestigiose del Collezionista Christian Levett, a Londra e a Mougins, in Francia, presso il FAMM, il primo Museo privato d’Europa dedicato alle donne artiste da lui fondato nel giugno 2011

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