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Interviste

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Nel tempo sospeso dello sguardo. La poesia visiva di Willy Indiviglia

Il lavoro di Salvatore Indiviglia, conosciuto artisticamente come Willy Indiviglia, si colloca in uno spazio di confine dove la fotografia si apre alla trasformazione e approda a una dimensione plastica e mutevole. La sua ricerca prende forma da uno sguardo stratificato nel tempo, attraversato da una pratica personale che intreccia l’eredità analogica con una rinnovata tensione contemporanea, in un equilibrio sottile tra perizia tecnica e slancio creativo.

Nelle sue immagini il passato agisce come punto di partenza, uno spazio da interrogare e da rielaborare attraverso stratificazioni visive che amplificano la dimensione emotiva più di quella descrittiva. L’opera finale privilegia la tensione espressiva e lascia emergere aspetti spesso marginali dello sguardo, come l’ombra, il ricordo e la percezione mutevole dell’identità.

La dimensione digitale diventa uno spazio di libertà, una sorta di camera oscura contemporanea in cui l’artista rielabora segni, volti e paesaggi interiori, lasciando che colore e materia visiva costruiscano una narrazione aperta. Le composizioni oscillano tra riconoscibilità e dissolvenza, invitando l’osservatore a soffermarsi e a entrare in un dialogo emotivo con l’immagine.

Ciò che emerge è una ricerca che tiene insieme tecnica e sensibilità. Ogni intervento sembra guidato da un gesto spontaneo e consapevole, dove la sperimentazione diventa linguaggio e la trasformazione dell’immagine riflette un’indagine continua sul tempo e sul sé. Le opere di Indiviglia suggeriscono una metamorfosi visiva e interiore, in cui l’immagine non resta ancorata alla sua funzione descrittiva, ma si lascia condurre verso la visione, mentre la fotografia si apre a una dimensione percettiva più immersiva.

In questa nuova occasione editoriale, dopo le precedenti collaborazioni con il nostro magazine ContempoArte, il suo lavoro si apre a una lettura più approfondita, mostrando un percorso artistico in evoluzione che coniuga osservazione del reale e intensità poetica verso nuove forme espressive.

A chiarire ulteriormente questa ricerca è la conversazione che segue, in cui l’artista ne svela motivazioni e sviluppi.

Il tuo lavoro nasce dalla fotografia, ma si trasforma attraverso l’elaborazione digitale.

Come inizia il tuo processo creativo, dallo scatto all’immagine finale?

 

Quando stampavo in camera oscura sperimentavo la fotografia aggiungendo dei disegni, ma devo ammettere che i risultati non erano soddisfacenti per le mie esigenze. Con l’arrivo del digitale ho recuperato immagini analogiche ed elaborandole con Snapseed sono riuscito a ottimizzare i miei lavori ampliando la mia creatività. Partendo dalla proprietà di un singolo scatto riesco ad ottenere diverse varianti.

Nella fase di lavorazione mi accompagna sempre la musica: quando l’ascolto riesco a provare emozioni e sensazioni che mi accompagnano nella realizzazione dell’opera in esecuzione. L’istinto e la sperimentazione mi danno la possibilità di ricercare elementi da abbinare amalgamando o la drammaticità o la leggerezza.

L’attimo che scorre tra un passaggio e l’altro durante la creazione è unico e irripetibile. Una volta salvato il progetto, sarà impossibile ricrearne uno simile.

 

Usi Snapseed come strumento principale di intervento sulle immagini.

Cosa ti offre questa app in termini espressivi e perché l’hai scelta rispetto ad altri strumenti?

 

Inizialmente utilizzavo dei programmi che non mi permettevano di creare liberamente. Snapseed è un’applicazione che uso con il cellulare, che mi consente di lavorare come se fosse la camera oscura. La sua grandezza deriva dalla libertà che ti lascia nel ricercare esattamente l’effetto che si vuole comunicare. Nessun filtro preimpostato viene inserito.

Le dissolvenze, le trame, le luci, le sfocature che creano la profondità di campo e le texture si intrecciano come desidero, dando forma alla composizione. 

 

 

Hai dichiarato di voler “sconvolgere l’identità dei simboli a te più cari”.

Quali sono questi simboli e che tipo di relazioni personali hai con essi?

Fin da quando fotografavo con le macchine analogiche osservavo tutto quello che mi circondava. Alberi, uccelli, nuvole, strati di vernici, graffiti, murales, …

Sono simboli che scelgo per delle rievocazioni del passato. Queste vengono enfatizzate, sezionate e stravolte con lo scopo di esasperare la proprietà del soggetto, per ricercare altre forme di linguaggio che faranno da sfondo a composizioni future.

Nelle tue opere emerge spesso un dialogo tra passato e presente.

In che modo questi due tempi convivono nelle tue immagini?

 

In fase di lavorazione tento di raccontare una storia. Una fotografia eseguita con una reflex analogica ha una sua impronta definitiva che rimane nel tempo; con le nuove tecnologie riesco a trasformare la stessa immagine, aumentandone la caratteristica visiva ed emotiva e proiettandola ad una nuova espressione più attuale.

Il colore ha un ruolo centrale nel tuo lavoro: sfumature, velature, effetti di “vedo e non vedo”.

Che valore simbolico ed emotivo attribuisci al colore?

L’inizio di un mio lavoro in fase di elaborazione è principalmente l’esasperazione dei colori e delle velature.

È una mia decisione non essere troppo preciso, amo l’imperfezione e di proposito aumento la saturazione, le sfocature e la profondità di campo che in fase di ripresa con un cellulare non è possibile attuare.

L’applicazione mi permette di lavorare sul formato digitale con padronanza e dimestichezza e mi consente di usare le mie dite come pennelli.

 

Volti e figure appaiono talvolta riconoscibili, talvolta quasi dissolti.

È una scelta legata al tema dell’identità? Cosa vuoi suggerire allo spettatore?

 

Nelle mie opere quando è presente la mia figura in ombra con una leggera trama si tratta di uno studio sulla mia identità. L’ombra rappresenta la mia giovinezza che con il tempo svanisce, mentre nei casi in cui la trama è più visibile c’è una forte volontà di reagire e di sentirsi considerato anche nella vita sociale.

Tutto quello che circonda la mia ombra caratterizzata da colori, luci e trame, rappresenta ciò che amo.

I volti immortalati in un determinato momento conservano l’eternità del tempo. La dissolvenza stimola lo spettatore a scrutare, immaginare, comprendere che cosa vuole comunicare.

Le tue immagini sembrano muoversi tra realtà e visione, tra memoria e trasformazione.

Quanto conta l’istinto rispetto alla progettazione nel tuo lavoro?

 

Quando realizzo le mie opere la musica ricopre un ruolo indispensabile nel processo di creazione: pensieri e immagini mi affiorano magicamente e trasportato dall’istinto, la costruzione del progetto avviene in modo naturale. 

La galleria fotografica diventa una piccola macchina del tempo: scorrendo le immagini, un continuo salto tra passato e presente, rivivo le esperienze vissute e cerco i soggetti da inserire nel nuovo quadro.

 

Che tipo di esperienza desideri che il pubblico viva davanti alle tue opere? Più una lettura razionale o un coinvolgimento emotivo?

 

Per come vengono create le mie opere mi auguro più un coinvolgimento emotivo e che lo spettatore si soffermasse, anche per un attimo, ad osservare in maniera non superficiale.

Nel tuo lavoro l’immagine sembra attraversare una sorta di metamorfosi, passando dall’essere ricordo a visione.

Cosa accade, per te, in questo spazio di trasformazione?

 

In questo spazio di trasformazione rimango sorpreso dalle molteplici sfaccettature che intravedo visibilmente durante la fase di processo. È un momento di estrema libertà interiore in cui posso scegliere esattamente il messaggio che intendo comunicare senza vincoli o restrizioni.

 

Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione della tua ricerca artistica?

 

In futuro vorrei integrare le mie sculture in legno abbinandole e trasformandole in formato digitale e aumentando le possibilità di progettazione.

La mia è una continua ricerca introspettiva e verso tutto ciò che mi circonda.

 

Ringrazio Giuseppina Irene Groccia, che da alcuni anni mi dà la possibilità di far conoscere la mia arte e in questo caso di esprimere il concetto e il lavoro che svolgo.

Salvatore Indiviglia in arte Willy Indiviglia, presente su Instagram con il nome di willy_1960

Nato a Milano.

Da sempre la mia passione principale è la fotografia, seguita successivamente dalla scultura.

Per anni le mie conoscenze si sono evolute con l’apporto della camera oscura  dalla reflex  35  millimetri  fino al medio formato  6 x 6.

Sono autodidatta, terminata la mia vita lavorativa mi sono dedicato ad approfondire il formato digitale.  Utilizzo come camera da ripresa il cellulare e per la post-produzione l’applicazione Snapseed.

Sono di natura un osservatore, mi piace ricercare attentamente nuovi linguaggi espressivi.

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“Le mie donne mi assomigliano tutte”. Conversazione con Mirella Bitetti

È sottile ma tenace l’energia che si sprigiona dall’opera di Mirella Bitetti, un’energia che sembra provenire da un tempo sospeso, capace di muoversi tra la misura e la disciplina della tradizione pittorica e la modernità dei suoi soggetti. È un’energia capace di parlare tanto a chi crea oggi quanto a chi, in epoche lontane, ha interrogato il corpo e l’immagine con la pittura. Ogni epoca trova il proprio linguaggio, e oggi Mirella Bitetti ne è una delle interpreti più intense.

Lo è con la pittura, e soprattutto con quella particolare alchimia tra immagine e luce che genera il suo lavoro. Il suo gesto né impetuoso né dichiaratamente espressivo, rimane misurato, preciso, quasi trattenuto, e proprio per questo animato da un’invisibile risonanza. Mirella assorbe questa energia e la restituisce in figure femminili che emergono dalla penombra, attraversate da tagli di luce netti e improvvise accensioni di rosso. Un’energia che scorre sotto la pelle della tela, nei neri profondi e nei bianchi abbaglianti che modellano i corpi senza mai invadere la superficie.

Sarebbe sbagliato ridurre il suo lavoro a un semplice esercizio di iperrealismo fotografico, così come sarebbe riduttivo parlare solo di suggestioni caravaggesche. Vi è una pittura che imita la fotografia, vi è una pittura che la subisce, e vi è una pittura, come quella della Bitetti, che la usa come matrice per andare oltre. In lei l’immagine fotografica è guida e disciplina, ma non gabbia, essa diventa piuttosto un punto di partenza da cui la pittura prende slancio, trasformando il dato visivo in presenza psicologica.

Fotografia di Giada Rochira

 

Diversamente dal gesto istintivo dell’action painting o dall’automatismo surrealista, il suo segno è meditato, quasi architettonico nella sua precisione. Le sue donne, che potrebbero apparire come semplici oggetti da contemplare, si trasformano invece in occhi attenti che scrutano il fruitore, lo misurano, ne sondano la soglia di comprensione, lo mettono in crisi con la loro quieta, implacabile intensità. È un gioco sottile, che trasforma il gesto pittorico in un vero e proprio dialogo attento, facendo del suo lavoro non tanto una pittura di figura quanto, più profondamente, una pittura di sguardo, un invito a confrontarsi con ciò che il corpo comunica senza parlare.

Colpisce quanto il lavoro di Mirella Bitetti sia al tempo stesso radicato in una sensibilità mediterranea e proiettato verso un orizzonte universale: le sue figure appartengono a un tempo sospeso, quasi cinematografico, nutrito di suggestioni neorealiste, e al contempo custodi di un linguaggio comprensibile ovunque. Le sue donne, crisalidi o farfalle, portano con sé il peso del passato e la promessa della metamorfosi, rivelando una femminilità complessa, mai pacificata, sempre in trasformazione.

E, in fondo, resta sottile ma tenace l’energia che l’autrice trae dalle sue terre di Ginosa, sospese tra il sole abbagliante della Puglia e le ombre lunghe dei vicoli. Un’energia antica, intrisa di silenzi, gesti quotidiani, pane caldo e sedie di paglia lasciate davanti alle case, che l’artista custodisce e trasforma in pittura. Ma le sue donne non appartengono a quel mondo di memorie locali: emergono dalle tele come presenze avvenenti, urbane, metropolitane, portatrici di una sensualità e di una consapevolezza che trascendono il tempo e il luogo. È questo equilibrio tra ricordo intimo e visione cosmopolita che rende il suo sguardo pittorico così potente: un filtro attraverso il quale il personale diventa universale, e la memoria diventa esperienza emotiva condivisa, pulsante negli sguardi delle figure che crea.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

 

 

Il tuo percorso artistico è iniziato con una forte sperimentazione sui materiali e sulle tecniche. Quali sono state le influenze principali che hanno segnato la tua evoluzione stilistica?

Per un pittore la ricerca è fondamentale, in quanto  permette una sorta di evoluzione, sia concettuale che tecnica. Si è sempre alla ricerca affannosa di superarsi, di andare oltre a quello che si è già realizzato. Ho sempre guardato i grandi maestri del passato, che inevitabilmente hanno esercitato un’ influenza profonda e continua sulla mia arte. Il passato contribuisce alla formazione di un artista. Ho guardato Caravaggio per il suo realismo e quel taglio di luce che permette di tirare fuori le sue figure da una totale oscurità. Ho osservato, in maniera quasi maniacale le dame di Boldini per la loro eleganza e sensualità.

 

 

La figura femminile è al centro della tua poetica. Cosa rappresenta per te la donna e come riesci a trasmetterne la complessità attraverso la tua arte?

La domanda più frequente che mi viene posta è “perchè una donna dipinge le donne”. Storicamente  la figura femminile è sempre stata ritratta da pittori uomini che l’hanno rappresentata con uno sguardo da uomo, trasformandola solo in un oggetto da ammirare. Noi donne, rappresentiamo il corpo femminile nella sua cruda realtà, cercando di andare oltre, rappresentando l’identità e lo stato psicologico del soggetto. Le mie donne sono cresciute con me, da aggressive e irriverenti nella prima fase a donne mature e consapevoli nel restante percorso.

 

Nei tuoi ultimi lavori hai introdotto le ali di farfalla, un simbolo potente di rinascita e trasformazione. Cosa ti ha spinto verso questa scelta e che significato ha per te il concetto di metamorfosi?

L’elemento delle ali, soprattutto su una figura femminile, viene spesso identificato come simbolo di libertà. Nel mio caso, tengo a precisare, che sono un simbolo di rinascita, di cambiamento, di passaggio da uno stato larvale ad uno di consapevolezza. Una trasformazione sofferta e vissuta in silenzio e solitudine . Le ali rappresentano quindi, il risultato complesso di un processo di trasformazione. Con l’aggiunta delle ali, sono cambiati anche gli sfondi, che ho riempito con la foglia oro, aggiungendo preziosità e luce all’opera.

 

 

Il nero è un colore che non può mancare nelle tue opere. Qual è il suo ruolo nella tua visione artistica e che valore simbolico assume nei tuoi dipinti?

Renoir lo ha definito ” il principe dei colori “. Mi affascina da sempre la sua profondità e la sua eleganza. Non potrebbe mai esistere una mia opera senza il nero. Il nero fisicamente è l’assenza di luce, ma in realtà agisce come un esaltatore di essa.

 

 

 

 

 

Il corpo femminile nelle tue opere non è solo oggetto di osservazione, ma diventa un soggetto che guarda e interagisce con lo spettatore. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questa scelta compositiva?

I canoni di bellezza nell’arte, con il tempo si sono trasformati. Se una volta il ventre rotondo di una modella poteva essere simbolo di fertilità, di nido che accoglie la vita, ora si predilige il corpo snello e atletico, simbolo di disciplina e cura di sè. L’involucro che uso per le mie figure è sicuramente ruffiano, ma è un ottimo “trascinatore” affinchè si vada oltre l’apparenza e si riconoscano gli stati d’animo che ogni figura trasmette.

 

 

L’uso della luce e della monocromia, con accensioni improvvise di rosso, è una caratteristica distintiva del tuo stile. Come lavori con questi elementi per creare l’atmosfera delle tue opere?

Sin dai tempi del liceo, il chiaroscuro è stato un esercizio continuo, tanto da averlo utilizzato anche sulle opere pittoriche. Tralasciando la matita (mia compagna fedelissima) e avvicinandomi a tecniche come l’olio, ho sentito l’esigenza di aggiungere un colore che rafforzasse questa base neutra che è il monocromo. Con l’aggiunta del rosso (colore che mi appartiene come il nero) ho creato una sorta di comunicazione ed empatia immediata con il fruitore. Con il rosso ho trasmesso sentimenti come rabbia, passione, dolore.

 

Il ritratto, nella storia dell’arte, è sempre stato un mezzo di indagine psicologica oltre che estetica. In che modo nei tuoi lavori cerchi di cogliere non solo l’aspetto esteriore, ma anche l’anima dei tuoi soggetti?

Non credo di dire una banalità quando affermo che ” gli occhi sono lo specchio dell’anima”. E’ lo sguardo che fa il ritratto. Gli occhi utilizzano una comunicazione non verbale diventando devi veri specchi dell’anima. Titolo che ho utilizzato per una personale nella galleria Teknè di Potenza, dove ho esposto solo volti di grandi dimensioni. Dipingere la figura femminile e nello specifico i volti, non è cosa facile in quanto trovarsi in casa un volto che ti fissa è come ospitare un estraneo, se quel volto non ti appartiene. Quindi è importate avere la capacità di tirare fuori da quei volti degli stati d’animo dove il fruitore si riconosce.

 

Spesso il tuo stile viene accostato all’iperrealismo e alla fotografia. Ti riconosci in questa definizione o pensi che il tuo lavoro vada oltre questa etichetta?

La fotografia mi ha dato tanto, I tagli netti che spesso utilizzo sono studiati da tecniche fotografiche. La foto aiuta a captare velocemente le zone d’ombra che con la pittura riesco ad ammorbidire. I soggetti sono foto che ,a volte scatto personalmente, altre volte trovo nel web e trasformo. A differenza del ritratto che deve risultare molto più veritiero. Non parlerei di iperrealismo, ma di realismo. Non a caso, tra i grandi maestri del passato, ho guardato con molto interesse Caravaggio.

Nel tuo percorso hai esposto in numerose gallerie e fiere d’arte. C’è una mostra o un evento che ha rappresentato un momento particolarmente significativo per la tua carriera?

Come spesso consiglio a chi si avvicina al lavoro di artista, le fiere nel percorso lavorativo  sono importantissime. La fiera d’arte è una vetrina sul mondo. Non troverai mai un posto con così tanti galleristi concentrati in un unico ambiente. Questo ti permette di sponsorizzare il tuo lavoro e farti conoscere. Di personali ne ho fatte tante, ma non dimenticherò mai la mia prima esposizione. Era un locale difronte ad una chiesa, dove entravano ed uscivano velocemente solo preti e suore. All’epoca le mie figure risultavano più irriverenti e meno vestite. Un solo prete a differenza degli altri espesse un parere. Con un tono accusatorio e rigido, mi consigliò di dipingere in ginocchio come il Beato Angelico.

 

 

Una cosa che mi ha colpito molto è la tua decisione di non firmare le opere. Dici che la tua più grande soddisfazione è essere riconosciuta comunque. Questa scelta nasce dal tuo bisogno di discrezione, o dal desiderio che siano i tuoi dipinti – e soprattutto le tue donne – a raccontarti al mondo? Come vivi questo equilibrio tra visibilità e riservatezza?

Non credo che sia discrezione, ma è una piccola presunzione che mi sono concessa. Un artista deve essere riconoscibile, e se questo avviene, la firma risulta superflua. Oltre a questo, vedo la firma antiestetica , quasi una macchia che disturba un intero lavoro. Questo non toglie che per esigenze di mercato le tele sono tutte firmate con autentica sul retro e sul certificato di autenticità.

 

Hai detto che potresti aprire uno studio a Milano, ma che lì perderesti le sfumature quotidiane di Ginosa: la sedia di paglia fuori casa, il pane caldo, i dettagli della vita pugliese. Quanto pesa questo paesaggio umano e sensoriale nella costruzione delle tue donne, che pure sembrano senza tempo e quasi cinematografiche? Diresti che il tuo lavoro è più “radicato” o più “universale”?

Si, abbiamo parlato di questo un po di tempo fa. In effetti non riuscirei a vivere lontano dai luoghi dove sono cresciuta, mi mancherebbe la mia terra, il calore della gente del sud, i posti che frequento. L’ambiente mi condiziona molto, soprattutto sull’umore. Non sempre il dolore è catalizzatore di creatività .

 

 

Nei tuoi dipinti il corpo femminile non si offre allo sguardo, ma lo restituisce, spesso da una penombra che sembra proteggerlo: quanto di questo “sguardo che guarda chi guarda” nasce dalla tua sensibilità di donna e dal tuo vissuto personale?

Le mie donne mi somigliano quasi tutte a livello caratteriale. Se qualcosa non l’hai vissuta non puoi raccontarla.  Mantenere lo sguardo ha infiniti significati. Cercare connessione emotiva, può anche indicare sfida, rabbia, intimidazione, dipende tutto dal contesto. Ho dipinto pochissime donne con lo sguardo basso.

 

 

 

Contatti

Email  mirellabitetti@libero.it

Instagram  mirellabitettiart

Facebook  Mirella Bitetti Art

Bitetti Mirella

Mirella Bitetti nasce a Ginosa (TA). Dopo gli studi umanistici consegue la maturità artistica. Inizia le sue esperienze attraverso la sperimentazione e la ricerca nei materiali e nelle tecniche. Allestisce personali e collettive con successo di critica e di pubblico. Nell’opera di M. Bitetti c’è il senso pieno di una femminilità che si avvolge nella dilatata valenza della seduzione. Il corpo non è oggetto che si esibisce allo sguardo ma è protagonista dell’evento in quanto “guarda” esso medesimo il fruitore inducendolo ad entrare nell’universo dei pensieri che pulsano nell’intellettualità e nella sensibilità femminile. Ci accorgiamo che tali protagoniste ci giudicano da una penombra costruita sapientemente coi tagli netti di luce da una monocromia che accetta solo l’accensione improvvisa del rosso che sa di ferita di passione di trasgressione. Nella pittura di M. Bitetti esiste un segno prefigurato di natura fotografica che si impone come guida ineludibile alle espressioni figurali e ne condiziona i valori pittorici. L’immagine è esasperata di proposito in quanto è obbligata ad assumere valore di modello da non cancellare nelle impostazioni generali del dipinto e neanche nei particolari anatomici della figura femminile che vi assolve il ruolo di protagonista in un ottimo bianco e nero. Col tempo vi è stata una evoluzione artistica, una maturità acquisita . Le sue donne, inizialmente irriverenti, arrabbiate, strafottenti come pose ed espressione, si evolvono e trasformano. Così sono nate le sue recenti donne farfalla.Le ali non sono simbolo di libertà, ma la presa di coscienza che ogni bruco diventa farfalla. Che ogni donna si trasforma. Quelle ali appartengono all’intimo femminile. Possono essere trasformazione, rinascita ,coraggio. Consiglia a tutte le donne di infilare quelle ali, perchè possono diventare la nostra forza.  Attualmente vive e lavora a Ginosa.

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Interviste

Con “Bringing Back” Max Callari firma il suo nuovo libro

Con Bringing Back. Un racconto psicoanalitico, Max Callari firma un’opera intensa e consapevole che affonda nella materia viva della memoria per interrogare il rapporto tra identità, velocità e disconnessione emotiva. Ambientato nella Milano iper-produttiva degli anni Novanta, il libro mette in scena il collasso di un sistema interiore prima ancora che sociale, mostrando come l’efficienza e la performance possano trasformarsi in forme sottili di alienazione.

La narrazione procede per immagini, attriti e sospensioni, evitando il racconto lineare a favore di una scrittura che lavora per scarti e risonanze. In questo impianto si riconosce lo sguardo dell’artista visivo.

L’autore osserva il reale con precisione analitica, senza mai perdere la dimensione umana, lasciando che siano i dettagli, la materia e il corpo a farsi portatori di senso. In questa prospettiva, la materia non è semplice elemento simbolico, ma luogo di attrito e di risveglio, capace di interrompere l’anestesia del sistema e restituire al soggetto il senso del proprio corpo. Bringing Back si impone così come un racconto di rottura e di ritorno, un viaggio psicoanalitico che diventa anche riflessione critica su un’epoca e sulle sue promesse mancate.

Fotografo e artista visivo da sempre attento all’essenza delle cose, Callari conferma anche nella parola scritta la sua capacità di osservare il reale con uno sguardo analitico, costantemente attento ai suoi dettagli più essenziali. La parola, come l’immagine, si fa strumento di osservazione e di scavo, articolando un racconto sospeso tra indagine psicoanalitica e spinta critica, senza perdere mai il contatto con l’interiorità autentica del personaggio.

 

In questa conversazione, l’autore ci ha gentilmente concesso in esclusiva di discutere del suo nuovo libro, Bringing Back, ripercorrendone la genesi, il dialogo tra scrittura e fotografia e le prospettive del suo percorso artistico nel raccontare il nostro modo di abitare la realtà.

“Bringing Back” è un titolo che suggerisce un ritorno, un recupero. Cosa sentivi l’urgenza di riportare indietro, un tempo, una sensibilità, o una parte di te stesso che il presente tende a rimuovere?

L’urgenza di “Bringing Back” nasce dal bisogno di recuperare l’impronta biologica dell’uomo, quella che io chiamo la nostra ‘verità artigianale’. Ho voluto riportare indietro il senso dell’urto: la realtà che reclama il suo spazio attraverso il dolore di una scheggia, contro l’anestesia di un segnale ininterrotto. Riportare indietro ICS significa riconnettere l’umano alla memoria della materia, al legno, a tutto ciò che è lento e profondo. Ciò che il presente rimuove è la nostra capacità di essere nudi e soli di fronte a noi stessi. “Bringing Back” è il ritorno a quella solitudine necessaria per poter esistere davvero.

 

ICS sembra incarnare una forma estrema di efficienza emotivamente anestetizzata. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto invece rappresenta una condizione collettiva, quasi generazionale?

ICS è uno specchio dalle doppie facce, c’è sicuramente una traccia autobiografica nella sua ricerca di controllo, un tratto che ha accompagnato il mio percorso: quella tendenza a cercare l’ordine per contenere il caos interiore. Ma ICS è anche il simbolo di una condizione che negli anni 90 stava già prendendo forma. In quegli anni, l’idea di un’efficienza asettica e di un successo basato sul rigore esteriore iniziava a diventare una corazza dietro cui nascondere le fragilità. Ambientare la storia a metà degli anni ’90 mi ha permesso di esplorare un’alienazione più intima, meno mediata dalla tecnologia digitale, ma altrettanto profonda. ICS incarna quel paradosso: una donna che funziona perfettamente secondo i canoni del suo tempo, ma che deve ritrovare la strada verso la propria ‘umanità sommersa’

Intanto, svelaci il significato delle iniziali, perché hai scelto proprio questa sigla come nome della protagonista?

La scelta di ICS nasce da una ricerca di essenzialità e simbolismo, volevo un nome che non fosse semplicemente un nome, ma un suono, un’identità quasi grafica. Da un lato, ICS richiama foneticamente la ‘X’, l’incognita per eccellenza: rappresenta ciò che di noi non è ancora stato svelato, il punto in cui la coscienza si interrompe e inizia l’ignoto. Dall’altro, per chi ha familiarità con il linguaggio analitico, è l’abbreviazione quasi istintiva di Inconscio. Scegliere questa sigla significa per me dare un corpo e una voce a quella parte sommersa che tutti abbiamo, ma che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome. ICS non è solo un personaggio; è lo spazio bianco in cui ogni lettore può proiettare la propria parte più profonda.

 

Nel libro la tecnologia non è demonizzata, ma descritta come un sistema che accelera fino a perdere il contatto con il corpo. Pensi che oggi siamo più consapevoli di questo rischio rispetto agli anni Novanta, o semplicemente più assuefatti?

Non credo ci sia più consapevolezza, ma una profonda assuefazione. Nel 1995 la tecnologia era ancora un corpo estraneo che potevi osservare mentre si insinuava nelle coscienze; c’era ancora l’attrito tra l’uomo e la macchina. Oggi quell’attrito è scomparso: siamo immersi in un ronzio costante che abbiamo smesso di sentire. In Bringing Back, la tecnologia è un vortice di pura efficienza che accelera fino a scindere la mente dal corpo. Trent’anni fa potevamo ancora percepire lo strappo; oggi viviamo in una sorta di ‘prigione del segnale’. Non siamo più consapevoli del rischio perché in un certo senso il rischio è diventato il nostro ambiente naturale. Abbiamo barattato la presenza con la reperibilità. Il vero eroismo moderno, come quello di ICS, non è combattere la tecnologia, ma avere il coraggio di disertare: strappare la spina per tornare a sentire il peso della propria carne.

Il momento di rottura non arriva attraverso un grande evento, ma da un dettaglio minimo, organico: una scheggia di legno. Che ruolo ha, nel tuo immaginario, la materia come elemento di risveglio e di verità?

La materia è l’unica bussola capace di riportarci a casa quando ci smarriamo nell’astrazione. Nel mio immaginario, il risveglio non può essere un processo intellettuale, ma deve essere viscerale. La scheggia di legno è un atto di ‘grazia violenta’: è la realtà che buca l’anestesia. Mentre il silicio è liscio, freddo e smemorato, il legno è poroso, caldo e trattiene il tempo. Quella piccola ferita nel corpo di ICS è il punto di rottura necessario per mandare in corto circuito la ‘Grande Macchina’. La verità non si trova nei flussi di dati, ma nell’attrito, nel dolore che ti costringe a guardarti i piedi, a sentire la terra, a ricordarti che hai un corpo. Senza l’urto con la materia, restiamo manichini; solo attraverso la ferita torniamo a essere umani.

 

La tua scrittura è fortemente visiva, luci fredde, superfici lisce, contrapposte a elementi naturali e tattili. Quanto il tuo sguardo da fotografo ha influenzato la costruzione narrativa di questo libro?

Moltissimo, quando scrivo io ‘vedo’ la scena prima di raccontarla. Il mio sguardo da fotografo ha imposto una regia precisa a “Bringing back”. Le luci fredde e le superfici lisce rappresentano quel distacco, quasi clinico, che a volte la mente frappone tra sé e il dolore. A queste ho contrapposto elementi naturali e tattili, perché sono quelli che ci riportano alla verità del corpo e delle emozioni primordiali. In questo libro, l’ambiente non è mai un semplice sfondo, ma un protagonista silenzioso che riflette lo stato psicologico dei personaggi. La narrazione procede per inquadrature: cerco di guidare il lettore attraverso dettagli visivi che, proprio come in uno scatto, rivelano l’anima di un momento senza bisogno di troppe spiegazioni.

Nella tua fotografia il bianco e nero è stato definito “ricco di colori”. Ritrovi questa stessa idea di sottrazione fertile anche nella tua prosa, che sembra dire molto proprio attraverso ciò che non esplicita?

Assolutamente sì. Per me, il bianco e nero fotografico non è un’assenza ma una scelta di essenzialità. Così come in una fotografia la mancanza di colore costringe l’occhio a cercare la forma, il contrasto e l’emozione pura, nella mia prosa il silenzio e ciò che resta tra le righe hanno lo stesso peso delle parole scritte. La psicoanalisi, d’altronde, ci insegna che è proprio nel vuoto, nelle pause e in ciò che non viene esplicitato che si nascondono le verità più profonde. Scrivere per me significa accendere una torcia nel buio: non serve illuminare tutto il castello, basta mostrare la porta giusta e lasciare che sia il lettore a immaginare cosa si nasconde nelle ombre. Il mio ‘nero’ narrativo è un terreno pieno di possibilità, dove chi legge può proiettare i propri colori interiori.

 

Bringing Back non racconta un esaurimento, ma un risveglio “violento e necessario”. Credi che oggi il dolore sia ancora un passaggio legittimo per la trasformazione, o tendiamo a neutralizzarlo troppo in fretta?

Oggi viviamo nell’era della neutralizzazione. Tendiamo a trattare il dolore come un errore di sistema, un bug da correggere immediatamente con una notifica, un acquisto o una pillola. Abbiamo perso la capacità di abitare il disagio, trasformandolo in una patologia da curare invece che in un segnale da ascoltare. In “Bringing Back” il dolore di ICS non è una malattia, ma l’unico linguaggio rimasto alla realtà per farsi sentire. Credo fermamente che il dolore sia ancora un passaggio legittimo, anzi essenziale, per ogni vera trasformazione. Senza quell’urto, senza quella ‘scheggia’ che lacera la superficie liscia del quotidiano, rimaniamo prigionieri di un’esistenza bidimensionale.

Nel corso della tua carriera hai attraversato design, arte contemporanea, fotografia e ora letteratura. Vedi questi linguaggi come territori distinti o come diverse declinazioni di un’unica ricerca interiore?

Ho sempre percepito questi diversi linguaggi come se fossero le stanze di un’unica dimora interiore. La mia ricerca è sempre la stessa: l’indagine sull’essere umano, sulle sue zone d’ombra e sulle sue strutture emotive. Sono declinazioni diverse di un unico battito: il bisogno di comprendere ed esprimere la complessità dell’animo umano.

 

Nel 2025 hai scelto di adottare il nome d’arte Noir Di Max. Che tipo di sintesi rappresenta questa nuova identità e cosa aggiunge, o toglie, al tuo modo di raccontare il reale?

Adottare il nome d’arte Noir Di Max è stato un atto di auto-analisi, una sintesi necessaria tra la mia identità personale e la mia visione artistica. Il ‘Noir’ non è per me solo un genere cinematografico piuttosto che letterario di cui sono un grande appassionato… ma è un’attitudine che rappresenta la mia volontà di guardare dentro le ombre senza paura e di esplorare i contrasti forti della psiche. Certamente aggiunge una maggiore libertà espressiva. Questo nuovo nome d’arte è un filtro che mi permette di andare più a fondo, di essere più crudo e diretto nel raccontare il reale, spogliandolo dalle convenzioni sociali e superficiali. Non toglie nulla alla verità, anzi, ne aggiunge una dimensione ulteriore: quella dell’inconscio. Sotto questo nome, il mio racconto del reale diventa una ricerca di ciò che è autentico proprio perché nascosto.

Dopo l’uscita di Bringing Back e in vista dei prossimi progetti fotografici, quale tipo di dialogo prevedi tra parola e immagine nel tuo futuro artistico? Continueranno a procedere in armonia o a interagire in un gioco creativo?

Quando nel 2023 ho iniziato a dedicarmi anche alla scrittura, pubblicando l’anno dopo “Granelli di Vita”, consideravo parola e immagine come due binari paralleli, poi strada facendo ho iniziato a viverli con spirito un po’ più audace come due elementi pronti a scontrarsi e fondersi in una sorta di ‘reazione chimica’ creativa. Se fino a oggi hanno proceduto in armonia, in futuro mi aspetto che il loro dialogo diventi ancora più serrato e incalzante. La parola ha la capacità di nominare l’ombra, mentre l’immagine ha il potere di mostrarne la consistenza. Nel mio futuro artistico, immagino progetti dove il testo non sia una semplice spiegazione della foto, e la foto non sia solo l’illustrazione della parola. Vorrei che interagissero per sottrazione: un’immagine che toglie il fiato alla parola, e un racconto che svela ciò che l’occhio non può vedere. Sarà un gioco di specchi continuo, dove il fine ultimo rimane sempre lo stesso: portare alla luce ciò che di noi resta solitamente sommerso

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ArtistiInterviste

Sedimenti di gesto e visione nella pittura di Pier Toffoletti

Guardando il lavoro di Pier Toffoletti si capisce subito che non siamo di fronte a una pittura accomodante. Non c’è nulla di decorativo, nulla che cerchi di piacere nel senso facile del termine. Le sue opere chiedono attenzione, ma soprattutto chiedono rispetto, come accade con certi luoghi naturali che non si attraversano senza preparazione.

La prima cosa che colpisce è la superficie. Non è mai una semplice base su cui dipingere, ma un vero e proprio campo di battaglia tra materia e immagine. Sabbie, polveri, argille costruiscono fondi che sembrano avere una loro autonomia, quasi una memoria propria. È una pittura che nasce dal basso, dalla terra, e che conserva sempre qualcosa di ruvido, di irregolare, di volutamente non addomesticato.

In questo paesaggio denso e stratificato, le figure emergono con forza, catturano lo sguardo e si impongono alla percezione, come presenze necessarie e decisive, mai soggetti celebrativi. Il corpo, soprattutto quello femminile, che potrebbe apparire come tema centrale, si rivela invece uno strumento attraverso il quale l’artista parla d’altro: dell’identità, del rapporto tra natura e uomo, di ciò che resta quando si rimuovono maschere e sovrastrutture.

A queste considerazioni si aggiunge un livello più sottile, legato alle esperienze giovanili nello yoga e ai viaggi interiori dell’artista, che hanno profondamente plasmato la sua percezione del corpo e dell’anima. Nei gesti pittorici e nella costruzione delle superfici, emerge così una relazione tra fisico e spirituale, tra presenza e trascendenza, dove l’atto stesso del dipingere diventa pratica di consapevolezza e ricerca interiore.

Le opere più recenti, come quelle presentate nella mostra Fragmenta Maya, testimoniano questa fusione di materiali, segni e energia: un equilibrio delicato tra la corporeità delle figure e la dimensione spirituale che le attraversa, dove la pittura non si limita a rappresentare, ma diventa strumento di conoscenza e esplorazione dell’essenza dell’artista stesso.

Non c’è mai, nelle sue opere, un compiacimento formale e anche quando il corpo è riconoscibile resta sempre in dialogo serrato con il fondo, come se non potesse esistere separatamente da esso, mentre figura e materia si contaminano a vicenda, si tengono in equilibrio e si mettono costantemente alla prova ed è proprio in questo rapporto che il lavoro trova la sua forza.

Un ruolo fondamentale lo giocano i segni incisi, i graffiti e le scritture frammentate, che non sono intesi come messaggi da leggere, ma come tracce che chiedono di essere osservate e percepite nel loro emergere. Pier Toffoletti prende testi, immagini, frammenti visivi e li priva del loro significato originario, trasformandoli in puro elemento pittorico. È un gesto che parla chiaramente del nostro tempo, saturo di informazioni e immagini, ma lo fa senza proclami, dimostrando che la critica può passare attraverso la pratica più che attraverso la dichiarazione.

Il suo modo di lavorare è tutt’altro che lineare. Distruggere, cancellare, rifare non sono incidenti di percorso, ma parti integranti del processo. Ogni opera sembra il risultato di una lunga trattativa con la materia, di una serie di decisioni prese e poi rimesse in discussione. Nulla appare definitivo, e forse non vuole esserlo.

C’è nella sua pittura un rapporto serio con il tempo, non quello dell’effetto immediato, ma quello della sedimentazione, in cui ogni superficie testimonia la durata dei gesti, dei ripensamenti e delle pause. È una pittura che non ha fretta e che, proprio per questo, invita lo spettatore a un tempo lento di osservazione.

Ed è forse qui che risiede il senso più importante della sua ricerca, nel continuare a usare la pittura come strumento di conoscenza e come luogo di confronto tra esperienza personale e dimensione collettiva, senza retorica, senza effetti speciali, ma con una voce interiore chiara e riconoscibile.

Serie Body Splash
Dalla superficie dei suoi quadri emerge una storia di gesti e pensieri che Pier Toffoletti racconta in prima persona, come ci mostra nell’intervista a seguire…

Hai spesso affermato che oggi la bellezza non è una scelta neutra, ma una forma di ribellione. In un sistema dell’arte che sembra talvolta indulgere nella provocazione fine a sé stessa, che tipo di responsabilità senti nel continuare a porre la bellezza al centro della tua ricerca?

La mia è una forma di ribellione pacifica, una sorta di resistenza silenziosa verso un sistema dell’arte che sembra aver smarrito il senso della bellezza autentica, preferendo la provocazione immediata, spesso finalizzata a generare clamore e visibilità. Ho scelto di intraprendere un percorso più difficile, controcorrente, che richiede pazienza e dedizione: lavorare “nell’arte della bellezza”. È un cammino più lungo, dove all’inizio sembra che nessuno si accorga di te, ma con il tempo, se resti fedele a te stesso e alla tua visione, i frutti arrivano, più maturi e veri.

Serie Body Splash
Serie Body Splash

Nei cicli Face Splash e Body Splash il volto e il corpo femminile emergono e, allo stesso tempo, sembrano sul punto di dissolversi. È un modo per opporsi alla mercificazione dell’immagine o un tentativo di restituire alla figura una dimensione spirituale sottratta al tempo?

Questi cicli nascono dal concetto di “bellezza resistente”. Ogni opera è frutto di una battaglia: davanti alla tela bianca agisco liberamente, tra gesti impetuosi, schizzi di colore, dripping, spatolate – un caos primordiale che per molti sarebbe già un’opera informale compiuta. Ma per me non basta: voglio che da quel disordine emerga il volto di una donna, simbolo universale della bellezza, della natura e dello spirito. È un atto testardo di armonizzazione tra caos e forma, materia e spiritualità. La figura femminile è per me la manifestazione visibile di ciò che resiste: la grazia, l’anima, la presenza del divino dentro l’umano.

Oltrenatura
Fragmenta Maya

Il tuo lavoro sembra abitare una zona di confine: non pienamente figurativa e non davvero astratta, lontana da classificazioni rassicuranti. Hai mai percepito questa posizione come una difficoltà nel panorama contemporaneo, oppure come uno spazio di libertà assoluta?

Sì, ho percepito questa posizione come una difficoltà, ma anche come uno spazio di grande libertà creativa. Vivere e creare in questa terra di mezzo, tra il figurativo e l’astratto significa affrontare sfide costanti, ma anche avere l’opportunità di esplorare nuove frontiere artistiche. Questa ambiguità mi permette di esprimere emozioni e stati d’animo che sfuggono a categorizzazioni rigide. È un percorso di continua scoperta, dove la libertà di espressione diventa il motore della mia ricerca. Proteggere questo spazio è fondamentale, poiché è qui che si trova l’autenticità della mia voce artistica

Serie Body Splash

Nei testi critici dedicati al tuo lavoro ricorre spesso l’idea del rito, del gesto pittorico come azione arcaica e necessaria. Quando dipingi, soprattutto nelle performance dal vivo, ti senti più vicino all’artista contemporaneo o all’uomo delle caverne che incideva segni per lasciare una traccia oltre il tempo?

Le pitture rupestri mi hanno sempre affascinato: sono espressioni primordiali, pure, essenziali. In alcune delle mie prime opere materiche cercavo proprio quell’effetto di incisione consumata dal tempo, come un dialogo con la memoria dell’uomo. Nelle performance dal vivo, invece, il processo è diverso: lì prevale la necessità di creare in tempi brevi qualcosa di compiuto, mantenendo comunque la forza rituale del gesto. In studio, invece, il tempo si dilata; emergono la meditazione, il silenzio, la lentezza. Forse porto entrambe le nature in me: quella arcaica, che incide, e quella contemporanea, che comunica

Pier Toffoletti all'opera

Il termine splash evoca lo schizzo, l’evento improvviso, ma nel tuo lavoro nulla appare realmente casuale. Quanto controllo e quanto abbandono convivono nel momento esatto in cui la forma prende vita sulla tela?

Non progetto mai un’opera nel dettaglio. Seguo l’intuito, come una bussola interiore. Ogni quadro è un viaggio nell’ignoto, dove controllo e abbandono si alternano continuamente. Talvolta il risultato è un fallimento, un lavoro da cancellare; altre volte accade il contrario: qualcosa di talmente intenso da lasciarti quasi timoroso di non riuscire più a ripeterlo. È un equilibrio sottile tra il lasciarsi attraversare e il mantenere un respiro consapevole nel gesto.

 

La fotografia per te rappresenta un passaggio fondamentale: il congelamento di un attimo prima della sua trasformazione pittorica. Cosa accade, sul piano emotivo e concettuale, quando quell’immagine fotografica viene superata, tradita e ricreata dal gesto pittorico?

Uso la fotografia come un punto di partenza, un mezzo pratico che mi offre modelli e spunti visivi. Tuttavia, il processo pittorico comincia davvero nel momento in cui decido di tradire quella realtà fotografica. L’opera non è mai una copia: è una metamorfosi, un andare oltre ciò che si vede. L’immagine iniziale è solo la miccia che accende la mia immaginazione, portandomi a seguire un filo interiore che trasforma la realtà in visione.

Serie Face Splash

Nei lavori più recenti emergono fondali scuri, quasi bituminosi, che richiamano grotte, anfratti, luoghi di passaggio tra luce e buio. Si tratta di una discesa nell’inconscio, di una metafora del nostro tempo o di un ritorno alle origini del vedere?

Da ex speleologo, credo che quelle immagini siano inevitabilmente legate alla mia memoria profonda. Ho vissuto esperienze straordinarie esplorando ambienti sotterranei mai toccati da nessuno prima di me. Quel senso di scoperta, di silenzio primigenio e di sacralità dello spazio, riaffiora nei miei dipinti. Quelle grotte interiori sono anche metafore delle esplorazioni dello spirito: come nella meditazione, si tratta di un viaggio nelle profondità del sé, verso un “io” sconfinato.

 

Il tuo percorso è attraversato da viaggi fisici ed interiori, dall’esplorazione delle viscere della terra alla pratica dello yoga. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua idea di corpo, di anima e di identità nella pittura?

Le mie esperienze giovanili nello yoga, unite a un lungo periodo di vita materiale, hanno profondamente plasmato la mia percezione del corpo e dell’anima. Recentemente, ho avvertito un ritorno di questa consapevolezza spirituale nelle mie opere, come dimostra la mia mostra “Fragmenta Maya” nella chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Il titolo, che combina parole latine e sanscrite, rappresenta il tema della rottura del velo illusorio della vita materiale. Questa mostra è un riflesso della mia ricerca di un equilibrio tra il corpo fisico e la dimensione spirituale, un viaggio verso una maggiore comprensione della mia essenza artistica e umana.

Fragmenta Maya
Fragmenta Maya

Hai recentemente vissuto l’esperienza dolorosa del plagio di una tua opera. Al di là dell’aspetto legale, che cosa viene realmente violato quando si copia un lavoro che nasce da un processo così intimo, lungo e stratificato?

Affrontare il plagio di un’opera è un’esperienza straziante. Dal punto di vista legale, potrei cercare giustizia, ma ciò che realmente viene violato è il valore intrinseco e l’anima di un lavoro frutto di un lungo e intimo processo creativo. Ogni opera rappresenta una parte di me, un viaggio personale che non può essere replicato. La violazione di questa intimità fa male, poiché sottrae autenticità e riconoscimento a un’esperienza unica. Per me, l’arte è un’estensione della mia essenza, e vedere questa essenza calpestata è un dolore profondo e personale

Hai iniziato giovanissimo confrontandoti con Michelangelo e la grande tradizione rinascimentale, e oggi dialoghi con una scena internazionale profondamente contemporanea. Che cosa significa, per te, essere contemporaneo senza rinunciare alla profondità della tradizione?

Sono grato di essere nato in Italia, immerso in una cultura che respiriamo fin da bambini. Le nostre radici storiche e spirituali sono ancora vive nel nostro modo di concepire la forma, la figura, la luce. Anche quando lavoro in un contesto internazionale e contemporaneo, dentro di me convivono queste due forze: la modernità e la tradizione. Essere contemporaneo, per me, non significa abbandonare le radici, ma trasformarle, lasciarle vibrare nel presente. Credo che l’arte italiana abbia una profondità naturale che va oltre il marketing e le mode. Purtroppo le mode esistono anche nell’arte contemporanea dove, talvolta, vengono efficacemente promosse opere prive di spessore concettuale ed emotivo.

La bellezza resistente

Nei tuoi volti si avverte spesso una malinconia sottile, una sospensione temporale, come se appartenessero a un tempo perduto o non ancora esistito. Pensi che la pittura possa ancora offrire consolazione, silenzio e attesa in un’epoca così rumorosa e accelerata?

Sì, credo che la pittura possa ancora offrire uno spazio di silenzio e contemplazione. Tuttavia, la voce dell’arte si fa sempre più flebile, sommersa dal rumore di una vita frenetica e dalle distrazioni tecnologiche. La pittura è un atto di resistenza anche in questo: invita a fermarsi, a guardare, a entrare in contatto con la parte più profonda di sé. È un invito alla lentezza e alla presenza.

 

Guardando avanti, senza bisogno di anticipare titoli o luoghi, senti che la tua ricerca sta andando verso una nuova trasformazione del gesto, della figura o del rapporto tra corpo e materia?

Sì, è un momento di trasformazione continua. Sto sperimentando nuovi equilibri tra gesto e materia, tra figura e luce. Come sempre, non so esattamente dove mi porterà questa ricerca, ma sento che si sta aprendo un nuovo capitolo, ancora più interiore e vibrante.

L'Artista con una sua opera
Maya

C’è una domanda, più che un progetto, che oggi ti accompagna e che senti ancora irrisolta nel tuo lavoro?

C’è sempre un elemento di irrisolto nella mia arte, ed è proprio questa incertezza che mi spinge a continuare a cercare. La ricerca di un appagamento completo è un obiettivo che, per sua natura, non può mai essere raggiunto. Questo continuo interrogarsi su cosa significhi veramente creare è ciò che alimenta la mia creatività. Ogni opera è un tentativo di rispondere a domande più grandi, e nel farlo, scopro nuove strade e possibilità. È un viaggio senza fine, ma è proprio in questa ricerca che trovo la mia vera essenza artistica.

 

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Email pier@piertoffoletti.com

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Pier Toffoletti 

PIER TOFFOLETTI

Pier Toffoletti nasce nel 1957 in provincia di Udine. La sua passione per la pittura è molto precoce. Nel 1976 consegue il diploma di “maestro in arte applicata nel ramo di grafica pubblicitaria e fotografia” presso il Liceo artistico di Udine. Nel 1979 apre uno studio pubblicitario operando come creativo in campagne pubblicitarie e come regista di spots televisivi e video clip. Collabora con emittenti televisive nazionali e locali realizzando diversi cortometraggi in cartoni animati e video clip. Fino al 1995 Toffoletti dipinge nei ritagli di tempo, alternando questa sua passione a quella della speleologia. Tra il ’92 ed il ’95, una serie di viaggi nel centro e sud America, segnano l’inizio di un importante cambiamento che lo porta ad impegnarsi a tempo pieno nella pittura.

 

Alcune delle mostre personali più importanti:

Nel 2025 personale Teatro ERA Pontedera, personale presso il Polo Museale Chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino (PG), personale presso la Chiesa dei Battuti a Cividale del Friuli, mostra che è rientrata nel contesto di GO2025! Capitale Europea della Cultura, nel 2021 Chiesa di S. Cristoforo Lucca (Lucca Film Festival), nel 2020 mostra personale Chiesa di S. Maria della Spina (Pisa), nel 2019 personale al PAN Palazzo delle Arti di Napoli, nel 2018 personale presso iI Municipio di Stoccarda, 2017 personale alla Chiesa di San Domenico a San Miniato (PI), 2016 Red Dot Miami nel circuito Art Basel, 2015 Palazzo dei Giureconsulti circuito Milano Expo, nel 2013 personale presso la Casa Museo Spazio Tadini a Milano, 2012 ha esposto ad Art Basel Miami, nel 2011 ha esposto alla 54a Biennale di Venezia e personale al Palazzo Molino Stucky a Venezia. Ha partecipato al oltre duecento mostre personali e collettive fra le quali nel 2009 alla Villa Farsetti di Santa Maria di Sala (VE). Nel 2008 mostra personale presso il Museo Correr di Venezia, al Palazzo Senato a Milano e ad OPEN XI al Lido di Venezia. Nel 2007 ha esposto a Verona al Palazzo della Gran Guardia.

Nel 2005 personale presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo, espone con i giapponesi al Palazzo Scuola Grande San Giovanni Evangelista a Venezia.

Nel 2004 espone presso il Consolato Generale d’Italia a Coral Gables e all’Art Center in Lincoln Road a Miami. Nel 2002 espone con i giapponesi al Palazzo Zenobio a Venezia e nel 1999 all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.

Numerose anche le sue partecipazioni ad importanti Fiere internazionali d’arte, tra cui Madrid e New York, Yokohama, Las Vegas, Philadelphia, Innsbruck, Strasburgo. Hong Kong, Singapore, Amsterdam, Londra, ecc.

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Interviste

Giuseppe Pavia – L’equilibrio che accoglie l’imprevisto

La ricerca pittorica di Giuseppe Pavia si inscrive in una zona liminale, dove il gesto controllato e l’evento accidentale coesistono come forze strutturanti dell’opera. La superficie non è mai semplice campo d’azione, ma luogo di stratificazione emotiva e concettuale, in cui la fluidità del colore diventa dispositivo di indagine sull’instabilità dell’identità e sulla possibilità stessa di equilibrio.

Nato a Marsala nel 1975 e oggi attivo a Borgomanero, l’artista avvia dal 2020 una fase di rinnovamento del proprio linguaggio, individuando nella Fluid Art uno strumento espressivo capace di accogliere una ricerca personale autonoma e svincolata da modelli accademici. Le opere nascono dall’interazione tra campiture governate e interventi più irruenti, in cui il dripping interviene a interrompere l’equilibrio iniziale, introducendo una componente di rischio e apertura. Ne emerge una pittura che riflette un’identità in movimento, mai pienamente risolta, ma costantemente ridefinita dal confronto tra protezione e esposizione.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026, Giuseppe Pavia sarà protagonista alla Cathart Gallery di Varese in una mostra bipersonale curata da Carla Pugliano, con la partecipazione del critico d’arte Andrea Barretta. L’esposizione segna un passaggio significativo nel percorso dell’artista, delineando uno spazio di confronto e visibilità in cui la pittura emerge come pratica di costante mediazione tra disciplina e libertà. In questo contesto, l’imprevisto non è elemento da contenere, ma forza generativa capace di trasformare il controllo in apertura e l’intuizione in linguaggio condiviso.

 

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

Il tuo percorso artistico nasce da un’esigenza di trasformazione interiore e si sviluppa attraverso un equilibrio costante tra controllo e impulso. In che modo questa caratteristica si manifesta concretamente nel tuo lavoro quotidiano?

Il mio lavoro quotidiano è una negoziazione continua. Il controllo si esprime nel rigore del mio spazio di lavoro: l’arte fluida è la mia ancora di salvezza. Tuttavia all’interno di questa struttura rigida cerco deliberatamente l’impulso attraverso lo scardinamento delle abitudini per mezzo del dripping. Questo equilibrio mi permette di non restare intrappolato nel perfezionismo, trasformando la fatica del controllo nella libertà dell’intuizione improvvisa.

 

La Fluid Art e il dripping convivono nella tua pratica come due poli opposti ma necessari. Cosa rappresentano per te questi due linguaggi e come dialogano all’interno di una stessa opera?

Per me, l’arte fluida è un rifugio. Rappresenta la sicurezza in cui si ripara la mia timidezza; in quel fluire morbido e accogliente trovo lo spazio per essere me stesso senza sentirmi giudicato. È il luogo dove la mia introversione diventa armonia.

Il Dripping, invece, è la parte di me che pulsa ma che mi fa paura: è quella forza che temo di non saper controllare e che, una volta liberata sulla tela, mi espone totalmente. È il mio mettermi in gioco, il salto nel vuoto oltre l’insicurezza. 

In ogni opera, queste due parti dialogano cercando un equilibrio: la fluidità mi protegge, mentre il dripping mi sfida a mostrami per chi sono veramente.

 

La CathArt Gallery si definisce come spazio immersivo e di ricerca. Come ti sei relazionato a questo contesto espositivo e quanto ha inciso sulla percezione del tuo lavoro?

Per me questa rappresenta la prima vera occasione di vedere il mio lavoro riconosciuto a un livello così importante e non posso negare che la cosa mi lusinghi profondamente. Allo stesso tempo, il fatto che un’artista affermata come Carla Pugliano abbia creduto nel mio percorso mi intimorisce: sento la responsabilità di questa occasione.

Tuttavia, sono convinto che il mio processo di trasformazione abbia bisogno proprio di spazi come la CathArt Gallery dove non conta da dove vieni ma dove vuoi andare.

 

Esporre in una bipersonale significa entrare in relazione diretta con un altro artista. Cosa ti interessa del lavoro di Doriano Marocca e quali punti di contatto o frizione riconosci tra le vostre ricerche?

In linea generale sono sempre interessato al lavoro di altri artisti, non per giudicare ma perché mi piace vedere come ognuno cerca di mettere sulla tela il suo vissuto, le sue esperienze e/o le sue emozioni. Non cerco mai similitudini o differenze nel lavoro di altri artisti: mi limito ad osservare senza prevenzione e a cogliere la bellezza che ognuno sa esprimere e trasmettere con le proprie opere.

 

Mostre recenti di Giuseppe Pavia

  • Collective Art Exhibition, ottobre 2024, Galleria d’Arte Ikonica, Milano
  • Arte a Villa Giulia, novembre 2024, Villa Giulia, Pallanza – Verbania
  • Eco delle Forme, dicembre 2024 – gennaio 2025, Omnia Art Gallery, Latina
  • Art Sound Loud, febbraio 2025, all’interno di Art City Bologna 2025
  • Ricognizioni Contemporanee, giugno 2025, Sala della Gran Guardia, Isola d’Elba
  • Attraverso l’arte: la metamorfosi del mondo, agosto 2025, Sala dei Templari, Molfetta
  • Visioni d’Arte, ottobre 2025, Castello di Galliate
  • Re-Cycle / Re-Cosmos, dicembre 2025, bipersonale presso Spazio Azimut C.M., Novara
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Interviste

Doriano Marocca – La materia del colore come atto di libertà

L’opera di Doriano Marocca si colloca in una ricerca pittorica che fa della libertà cromatica una presa di posizione netta e consapevole. La sua pittura nasce da un’esigenza intima e non mediata, lontana da condizionamenti esterni, e si afferma come spazio di resistenza personale e linguaggio autentico. Il colore diventa materia viva, stratificata, attraversata da gesti fisici e impulsi emotivi che costruiscono un equilibrio potente tra istinto e controllo. In questo processo la manualità assume un valore strutturale e il quadro si trasforma in un campo di energia, capace di restituire allo sguardo una tensione primaria e necessaria.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026  l’artista sarà presente alla Cathart Gallery di Carla Pugliano a Varese, impegnato in una mostra bipersonale che vedrà anche la partecipazione del noto critico d’arte Andrea Barretta, occasione significativa per approfondire una poetica che unisce pittura e nuove sperimentazioni tridimensionali in un dialogo aperto con la materia e con l’esperienza vissuta.

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

La tua pittura nasce da un’urgenza personale, lontana da condizionamenti esterni e accademici. In che modo questa libertà originaria continua a influenzare oggi il tuo processo creativo?

Come ho già detto in precedenza, dipingo per sentirmi libero; agli inizi ci ragionavo troppo su, forse per accondiscendere l’eventuale pubblico, ma poi ho capito che non mi interessava piacere alla massa. Volevo qualcosa di autentico, anche con gli errori di chi non ha studiato la “tecnica pittorica”, perché voglio far vedere che la pittura, come la vita, non la può controllare e/o programmare. La suddetta è sporca, misera, potente, a tratti compiacente, con qualche piccolo barlume di stupore. E nei miei dipinti voglio che si veda tutto ciò, senza che io mi senta costretto a piegarmi alle mode odierne, per avere più visibilità (con non vuol dire più talento o più vendite). Scriveva “qualcuno”, diventa il tuo “Demone”; io credo di aver trovato la strada per arrivarci.

Anche perché dietro i miei lavori c’è anche tutta una ricerca filosofica e psicologica, attraverso scrittori come Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.

Il colore, nella tua ricerca, si fa materia viva, stratificata, graffiata, quasi corporea. Che ruolo ha il gesto fisico nel tuo rapporto con la tela e quanto è guidato dall’istinto rispetto al controllo?

Il colore è fondamentale: uso colori forti, tutti i tipi di rosso, il nero e quello che definisce il dipinto, e quello che comanda e segna le forme. Ultimamente il verde turchese è quello più presente. Ma comunque preferisco sentirmi libero di stratificare e cercare di vedere cosa gli occhi permettono al cervello di codificare delle forme che si sono create.

Per quanto riguarda il gesto e lo stendere il colore, uso uno strumento poco ortodosso: si chiama spatola da carta da parati. La stesura è libera e istintiva.

Esporre alla CathArt Gallery, spazio fortemente orientato alla ricerca e al dialogo tra arte e interiorità, che tipo di risonanza pensi possa avere sul tuo lavoro e sul modo di condividerlo con il pubblico?

Dopo varie collettive di artisti, ho deciso di ampliare la mia visuale su questo mondo così complicato. Ho scelto di sondare un pubblico diverso dal solito, grazie anche al fatto che la Cathart Gallery è guidata da un’artista che stimo. Quello che verrà non lo so, ma io ci sarò.

In Tensioni Cromatiche il tuo lavoro si confronta con quello di Giuseppe Pavia. Come vivi questo dialogo a due e cosa pensi emerga dall’accostamento tra le vostre diverse, ma complementari, visioni astratte?

Io sono partito sempre dal presupposto che si può imparare da chi sa fare qualcosa di più rispetto a me. Ho capito che in questo mondo c’è molta “finzione”: bravo di qua, bravo di là, ma poi, come tutte le cose umane, lasciano il tempo che trovano. Non provo invidia verso il talento e la bravura; anzi, li applaudo. Ognuno ha il suo posto che merita, in questa vita o nell’altra.

In definitiva, sono due visioni che usano strumenti diversi per far aprire la mente all’immaginazione.

Mostre recenti di Doriano Marocca

  • Personale, settembre 2024, Bar 46 di Davide Crotti, Novellara (RE)
  • Collettiva “Noi dell’Arte”, novembre 2024, sala espositiva centro Correggio (RE)
  • Collettiva “Il Simbolo è l’Illustrazione”, gennaio 2025, Club Meridiana Casinalbo (MO), curatrice Barbara Ghisi
  • Collettiva “Arte Rampante”, maggio 2025, Museo Diocesano Francesco Gonzaga, Mantova, organizzata da “Noi dell’Arte”, critico Marco Cagnolati
  • Collettiva presso Fondazione Officina delle Arti, luglio 2025, Reggiolo (RE)
  • Collettiva “Spazialità Astratta”, ottobre 2025, Conceptartbrera (MI), curatore Alfonso Restivo
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Interviste

Intervista a Olga Marciano, artista e curatrice di Le Stanze dell’Arte

C’è un filo sottile che attraversa il lavoro di Olga Marciano: è il filo dello sguardo, inteso non come semplice atto visivo, ma come spazio di relazione e di ascolto, oltre che di verità trattenuta. Artista e curatrice, Olga Marciano abita l’arte da una posizione doppia e tutt’altro che scontata, muovendosi con naturalezza tra la pratica individuale e la costruzione di contesti condivisi, tra l’intimità del volto dipinto e la responsabilità del progetto espositivo.

La sua ricerca artistica, fortemente concentrata sul ritratto femminile, non indulge mai nella decorazione o nella superficie. Ogni volto è un tramite di attraversamento, un luogo di tensione emotiva. Allo stesso modo, la sua attività curatoriale si fonda su un’idea di “cura” nel senso più autentico del termine: attenzione, tempo e rispetto per le singole poetiche e per i luoghi che le accolgono.

Questa intervista nasce con l’intento di attraversare il suo percorso nella sua interezza, lasciando emergere il pensiero che tiene insieme fare artistico e visione curatoriale. È anche l’occasione per introdurre Le Stanze dell’Arte, progetto ideato e curato da Olga Marciano, che si svolgerà in un importante edificio storico della città di Salerno e che avremo il piacere di accompagnare come media partner. Un format espositivo che sceglie la misura dell’ascolto e della profondità, privilegiando la relazione tra opera, spazio e spettatore, e restituendo all’arte quel tempo lento che oggi appare sempre più necessario.

I tuoi ritratti femminili, con il loro tratto così intenso e magnetico, catturano immediatamente lo sguardo e l’emozione di chi li osserva. Cosa ti ha spinta, all’inizio, a concentrarti su questi soggetti così affascinanti?


All’inizio non è stata una scelta razionale, ma una necessità. All’origine dei miei ritratti femminili c’è un’urgenza interiore più che una scelta tematica. Il volto della donna si è imposto come luogo simbolico di intensità emotiva e di verità, uno spazio in cui lo sguardo diventa racconto. Il volto femminile è diventato per me uno specchio emotivo in cui potevo esplorare fragilità, forza, silenzi e contraddizioni che sentivo profondamente mie. Le donne che ritraggo non sono mai solo “bellezza”, ma presenza, identità, memoria. Attraverso i loro sguardi cerco di dare forma alle emozioni non dette, a storie interiori che spesso restano invisibili. Con il tempo ho capito che quei volti erano un modo per raccontare me stessa e, forse, per creare un dialogo intimo con chi osserva, andando oltre l’immagine e toccando qualcosa di più profondo.

Sono gli occhi a parlare con una forza incredibile nei tuoi dipinti. Nei tuoi ritratti sono spesso il fulcro delle opere. Che ruolo hanno per te nello svelare l’anima dei tuoi soggetti?


Nei miei ritratti lo sguardo è il vero luogo dell’incontro. Gli occhi non sono solo un dettaglio espressivo, ma il punto in cui l’immagine prende vita e inizia a dialogare con chi osserva. È attraverso di essi che cerco di cogliere una presenza autentica, qualcosa che va oltre la fisionomia e si avvicina all’interiorità. Gli sguardi che dipingo non vogliono spiegare o dichiarare, ma trattenere, suggerire, talvolta persino resistere allo svelamento. In questa tensione nasce la forza del ritratto: uno spazio sospeso in cui l’anima non si mostra completamente, ma si lascia percepire, creando una relazione silenziosa e profonda con lo spettatore.
E poi … “La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori. Gli sguardi sono frasi perfette.” (F. A. Sorge)

Il tuo linguaggio figurativo iperrealistico colpisce per precisione e intensità, rendendo palpabile la femminilità e l’interiorità dei soggetti. Cosa ti ha portata a scegliere proprio questo approccio stilistico per esprimere emozioni e psicologia delle persone?


Il mio linguaggio non nasce da una scelta stilistica programmata, ma da un processo istintivo in cui la mano ha preceduto il pensiero. L’iperrealismo si è imposto come conseguenza naturale di questo ascolto: un mezzo per avvicinarmi alla presenza del soggetto senza mediazioni simboliche. La precisione non ha per me una funzione virtuosistica, ma relazionale; serve a costruire un contatto ravvicinato con l’interiorità, a rendere percepibile una tensione emotiva. In questo senso, il realismo diventa uno spazio di concentrazione e di cura, in cui l’immagine non descrive, ma accoglie e restituisce l’umano nella sua complessità.

La tua costante ricerca nella storia dell’arte ha sicuramente influenzato la tua visione. C’è stato un artista o un momento particolare che ti ha ispirata in modo decisivo?

La mia ricerca nella storia dell’arte non si è mai concentrata su un singolo riferimento o su un momento isolato, ma su una stratificazione di sguardi e di tempi. Più che un artista in particolare, mi hanno influenzata quelle opere in cui il volto diventa luogo di tensione psicologica e di silenzio, attraversato da una presenza che resiste al tempo. Dalla ritrattistica antica a quella moderna, ciò che mi ha sempre colpita è la capacità di rendere visibile l’interiorità senza narrarla esplicitamente. Questo dialogo continuo con la storia non è citazione, ma ascolto: un modo per riconoscermi in una tradizione che indaga l’umano attraverso lo sguardo, rinnovandone ogni volta il senso.

Molte tue opere affrontano temi sociali, dalla donna all’ecosostenibilità. Come riesci a coniugare estetica e messaggio sociale nelle tue opere?

Per me il messaggio sociale non nasce come una dichiarazione e non separo mai l’estetica dal contenuto. Quando affronto temi come il femminile o l’ecosostenibilità, lo faccio partendo dall’umano, dalla relazione empatica con il soggetto, evitando ogni intento illustrativo o didascalico, criterio particolarmente evidente nel mio lavoro legato all’ecosostenibilità, che negli anni mi ha portata a realizzare numerose opere, soprattutto sculture, utilizzando materiali di recupero. Da questa pratica svariati anni fa è nato anche il Premio internazionale Rifiuti in cerca d’autore, un progetto che sentivo necessario per dare voce a una sensibilità condivisa e trasformare lo scarto in possibilità espressiva. In questi lavori, come nei ritratti, cerco di partire sempre dall’umano: la bellezza non come ornamento, ma come spazio di attenzione, capace di avvicinare chi osserva a temi urgenti, senza imporre una lettura univoca. L’opera diventa così un luogo di relazione, dove l’emozione apre la strada alla consapevolezza.

Dopo aver ottenuto grande riconoscimento come artista, la tua ricerca e la passione per l’arte ti hanno condotta anche nel ruolo di curatrice, permettendoti di dare vita a progetti importanti come la Biennale di Salerno. Cosa ti ha spinta a intraprendere questa nuova strada nell’esperienza curatoriale, ampliando il tuo percorso artistico in questa direzione?

Il ruolo curatoriale non è nato come un cambio di direzione, ma come un ampliamento naturale del mio modo di vivere l’arte. Dopo anni di pratica artistica, ho sentito l’esigenza di creare spazi di dialogo, di ascolto e di confronto, non solo attraverso le opere, ma anche attraverso i progetti. La curatela mi ha permesso di mettere a disposizione l’esperienza maturata come artista per accompagnare altri linguaggi, altre visioni, altre ricerche. In questo senso, progetti come la Biennale di Salerno rappresentano per me luoghi di responsabilità e di cura: contesti in cui l’arte diventa relazione, costruzione condivisa, possibilità di lettura critica del presente. Curare significa assumersi il compito di dare forma a un pensiero collettivo, senza rinunciare alla profondità e all’umanità che hanno sempre guidato il mio lavoro.

La direzione artistica della Biennale di Salerno rappresenta un capitolo significativo del tuo percorso curatoriale. Guardando indietro, quali esperienze, scelte o incontri ti hanno lasciato un’impronta indelebile e cosa ti hanno insegnato sul ruolo del curatore oggi?


La direzione artistica della Biennale di Salerno è stata per me un passaggio intenso e formativo, soprattutto per la complessità umana e professionale che ha comportato. Più che i singoli eventi, a lasciare un segno duraturo sono stati gli incontri: artisti, curatori, istituzioni, ma anche le inevitabili frizioni e responsabilità che un progetto di questa portata porta con sé. Ho compreso quanto il ruolo del curatore oggi richieda ascolto, visione e capacità di mediazione, ma anche chiarezza etica e coerenza nelle scelte. Lasciare quella direzione non è stato un distacco, bensì un atto di consapevolezza: la necessità di seguire progetti più aderenti alla mia idea di cura, di tempo e di relazione. Questa esperienza mi ha insegnato che curare significa assumersi una responsabilità culturale profonda, ma anche sapere quando è il momento di fare spazio a nuove possibilità.

Arriviamo al tuo attuale progetto, nel quale hai gentilmente deciso di includere anche me come media partner. ‘Le Stanze dell’Arte’, già dal nome, suggerisce un’esperienza intima e personale per ciascun artista. In questo progetto hai scelto di privilegiare le personali rispetto alle collettive. Qual è il pensiero che sta alla base di questa scelta e cosa significa per gli artisti e per il pubblico?


Le Stanze dell’Arte nasce dal desiderio di restituire all’arte uno spazio significativo ed attento. La scelta di privilegiare le personali rispetto alle collettive deriva dalla volontà di permettere a ogni artista di abitare davvero lo spazio, non come presenza frammentata, ma come voce pienamente riconoscibile. Ogni “stanza” diventa così un luogo identitario, un ambiente pensato per accogliere una ricerca nella sua complessità, senza la necessità di adattarsi a un tema imposto o a una narrazione corale.
Per gli artisti significa poter sviluppare un dialogo profondo con il luogo e con il pubblico, mostrando non solo le opere, ma un percorso, una visione, una fragilità. Per chi osserva, invece, è un invito a rallentare, a entrare in relazione con un solo universo alla volta, lasciandosi attraversare dall’esperienza senza sovrapposizioni. In questo senso, Le Stanze dell’Arte non è solo un progetto espositivo, ma un gesto di cura: verso l’arte, verso gli artisti e verso lo sguardo di chi sceglie di fermarsi.

La scelta del Palazzo Fruscione, con il fascino storico e artistico della sua struttura, conferisce a “Le Stanze dell’Arte” un contesto di grande pregio. Cosa ti ha portata a scegliere questo luogo così emblematico e in che modo pensi che lo spazio e la sua struttura influenzino l’esperienza dei visitatori?

La scelta di Palazzo Fruscione nasce da un’affinità profonda tra il luogo e il pensiero sottostante a Le Stanze dell’Arte. Non cercavo uno spazio neutro, ma un’architettura capace di entrare in relazione con il contemporaneo, di accogliere le opere senza addomesticarle. Il Palazzo, con la sua stratificazione storica e la forza silenziosa della sua struttura, porta con sé una memoria capace di mettere in tensione passato e presente. La sua articolazione in ambienti raccolti, passaggi, piani, scale, incide direttamente sull’esperienza del visitatore: l’arte contemporanea non viene semplicemente esposta, ma si misura con lo spazio, ne attraversa i tempi, ne rispetta le pause. Ogni stanza diventa un punto di contatto tra architettura e ricerca artistica, un luogo in cui il linguaggio del presente si confronta con la storia, senza sovrapporsi ad essa, ma rispettandola. In questo dialogo, il Palazzo smette di essere contenitore e diventa interlocutore, amplificando l’esperienza e rendendo il percorso più consapevole, intimo e stratificato.

 

Nel tuo percorso il pubblico non è mai un semplice destinatario, ma un vero interlocutore. In che modo il confronto con sensibilità culturali diverse influisce sul tuo modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali? Hai spesso sperimentato modalità di fruizione innovative, come in Talking and sensory paint, dove la voce entra a far parte integrante dell’opera pittorica. Trovo questo approccio particolarmente innovativo e interessante. In che modo hai utilizzato la voce nei tuoi quadri e quanto è importante per te costruire un’esperienza immersiva e sensoriale per lo spettatore?

Per me il pubblico non è mai un elemento passivo, ma una presenza viva con cui l’opera entra inevitabilmente in relazione. Il confronto con sensibilità culturali diverse ha influito profondamente sul mio modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali, spingendomi a interrogarmi su ciò che è realmente universale e su ciò che invece nasce da un contesto. Questo dialogo continuo mi ha insegnato a lasciare spazio all’ascolto, a concepire l’arte come un territorio aperto, capace di accogliere interpretazioni plurali senza perdere la propria identità.
In questa direzione si inserisce anche la sperimentazione nata molti anni fa, la Talking and sensory paint, dove la voce diventa parte integrante dell’opera pittorica. La voce non accompagna l’immagine, ma la attraversa: è memoria, presenza, vibrazione emotiva che amplifica il livello percettivo del dipinto. Attraverso il suono ho voluto superare la dimensione puramente visiva, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza più immersiva e sensoriale, in cui corpo e percezione sono chiamati a partecipare attivamente. Costruire questo tipo di esperienza significa, per me, restituire all’arte una dimensione relazionale profonda, in cui l’opera non si limita ad essere osservata, ma viene attraversata, ascoltata, vissuta.

 

Tra le tue esperienze più significative ci sono le collaborazioni con collezionisti internazionali. In che modo questi incontri e confronti hanno arricchito la tua pratica artistica?

Le collaborazioni con collezionisti internazionali hanno rappresentato un passaggio significativo nel consolidamento della mia pratica artistica. Il confronto con figure importanti come Christian Levett ha rafforzato la consapevolezza del valore culturale e simbolico dell’opera nel suo percorso oltre lo studio dell’artista. In particolare, l’acquisizione di un lavoro per me profondamente significativo – un ritratto che rappresenta me e mia sorella Luciana – e la sua esposizione presso il FAMM – Femmes Artistes du Musée de Mougins hanno segnato un momento di forte responsabilità e maturazione professionale, oltre che un’emozione fortissima.

 

Christian Levett- Collezionista, filantropo e mecenate

 

E, guardando al futuro, e alla luce della tua continua ricerca tra pratica artistica e curatela, quali nuovi linguaggi o formati espositivi senti oggi il desiderio di esplorare nei tuoi prossimi progetti?

Guardando al futuro, sento sempre più forte l’esigenza di approfondire linguaggi e formati espositivi capaci di mettere in relazione la dimensione intima dell’opera con contesti culturali complessi e internazionali.
In questa prospettiva si colloca la mia prossima mostra personale, che avrà come titolo proprio “Sguardi” in programma per la fine di maggio 2026 a Firenze presso The British Institute of Florence, curata e firmata da Christian Levett, con la collaborazione della Tobian Art Gallery di Firenze. Un progetto che rappresenta per me un momento di sintesi e di crescita, oltre che di gratitudine verso la vita e per coloro che hanno creduto in me.  Allo stesso tempo sarà un’occasione per continuare a interrogare il presente attraverso il linguaggio dell’arte, mantenendo al centro l’umano, la relazione e la possibilità di un dialogo autentico con il pubblico.

Olga Marciano

Artista di respiro internazionale, vive e lavora a Salerno.

E’ nota al grande pubblico per le sue pregevoli personali e per la costante ricerca di linguaggi, idee e tecniche che mettono in relazione l’arte con il sociale.

La costante ricerca e lo studio approfondito della storia dell’arte costituisce il presupposto per la sua maturazione, nella pittura come nella scultura, consentendole di raggiungere una visione artistica di ampio respiro. Realizza numerose personali in tutta Italia e partecipa alle Biennali di Firenze, La Spezia, Genova, Venezia (Lo stato dell’Arte di V. Sgarbi). Espone, infine, varie opere nel Padiglione Italia dell’Art Expo di New York 2018.

La sua passione si snoda attraverso una duplice prospettiva, come artista da un lato e dall’altro si evolve nella direzione artistica e curatela di eventi internazionali di grande spessore.

Autrice di numerosi format artistici, tra i quali si annoverano la “Talking and sensory paint”, la prima mostra sensoriale con quadri parlanti realizzata in Italia. Una nuova e suggestiva forma di fruizione dell’idea di un quadro, che va oltre il quadro. Moltissime le campagne di sensibilizzazione e le opere sui temi sociali ricorrenti della donna e dell’ecosostenibilità ambientale, commissionate da Enti pubblici. Ha ideato e curato il Premio Internazionale “Rifiuti in cerca d’Autore” per ben cinque edizioni, dedicato alle tematiche ambientaliste, grazie al quale si sono susseguite numerose mostre in tutta Italia, in occasione di eventi quali Ecomondo di Rimini, La casa sensoriale a La Spezia, Mediterre di Bari

E’ ideatrice e curatrice della Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno, giunta alla sua quinta Edizione. (www.biennaleartesalerno.com)

Nel 2016 la personale “Deae Maris”, interamente dedicata alla scultura ecosostenibile, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, la decreta artista della “Notte dei Musei”.

“L’Arte della Giustizia”, nelle varie edizioni del 2017, 2018 e 2019 la vede interprete dei grandi temi della legalità, attraverso sei mostre personali (Ma-Donne, Splitting, Lullaby, La luce della luna, Rifiuti d’Autore e 21 grammi), inserite nel lungo ed articolato programma nato dalla collaborazione tra la Procura della Repubblica, la Prefettura, l’Arcidiocesi ed il Conservatorio G. Martucci di Salerno.

Tra il 2013 ed il 2017 ha ricevuto due importanti Premi alla Carriera e nel novembre 2018 il Procuratore Capo della Repubblica di Salerno le ha conferito il Premio per l’Alto impegno culturale, al quale ha fatto seguito il Premio Principessa Sichelgaita, tra le “donne eccellenti” del 2019.

Ha curato, poi, la direzione artistica di “Minori Art Open Space”, un progetto che ha coinvolto un’intera cittadina della costiera amalfitana, trasformandola in uno spazio d’arte a cielo aperto, attraverso l’esposizione di ecoinstallazioni fiorite, ecosculture, giardini tematici e numerose opere d’arte.

​Al Complesso Monumentale di Cava de’ Tirreni e nelle sale di Villa Guglielmi a Fiumicino presenta un progetto dedicato al lavoro delle donne, “Nulla da dimostrare”, con il quale sperimenta nuove tecniche pittoriche.

Le sue ultime personali si sono svolte prima della pandemia presso il Mu.Di. – Museo Diocesano di Salerno: “Looks” a giugno 2019 ed “Effetto farfalla” a dicembre 2019.

Durante il lockdown ha realizzato due mostre virtuali, caratterizzate dalle voci narranti.

Poi, un progetto espositivo alquanto originale, che ha richiamato l’attenzione di molti giornalisti, trasformando un intero condominio in una mostra permanente, attraverso l’esposizione dei dipinti ereditati, realizzati dai suoi familiari.

Ha esposto a settembre 2021 alla Biennale di Venezia Modigliani Opera Vision con la Fondazione Modigliani. A luglio 2022, la collettiva Ikigai, presso il Museo Antiquarium di Merì (Me)

Le sue ultime Personali “Intra me maneo” (2022), “Sinestetica” e “Blossom” (2024)

Intanto prosegue la sua attività di curatrice con “Le Stanze dell’Arte”

Nel 2022 inizia una stretta collaborazione con la Tobian Art Gallery di Firenze.

Aprile 2023 – Milano Design Week – Fuorisalone 2023 (Ma-ec-Gallery)

Seguono numerose Personali per Le Stanze dell’Arte

Collettiva presso il MUPA di Ginosa (Ta) nel 2025

Molte delle sue opere sono esposte in collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle prestigiose del Collezionista Christian Levett, a Londra e a Mougins, in Francia, presso il FAMM, il primo Museo privato d’Europa dedicato alle donne artiste da lui fondato nel giugno 2011

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Interviste

CONTACT 2025/26 Relazioni, attraversamenti, permanenze

CONTACT 2025/26
Relazioni, attraversamenti, permanenze

Da ormai diversi anni collaboro con Paolo Feroce e ho sempre apprezzato la sua professionalità e la cura con cui affronta ogni progetto, non solo negli allestimenti, ma in tutti quegli aspetti che contribuiscono a rendere una mostra davvero autorevole e significativa.

Attualmente è in corso la mostra Contact, inaugurata sabato 6 dicembre 2025, ospitata nei prestigiosi spazi della Thierry House Gallery, all’interno della Fiera del Mobile di Riardo (CE). L’inaugurazione si è rivelata con successo un tempo condiviso di ascolto e confronto, restituendo con chiarezza la natura relazionale del progetto e attivando relazioni e scambi non solo tra le opere, ma anche tra gli artisti presenti e il numeroso pubblico intervenuto. Contact nasce infatti dalla volontà di attivare relazioni, innescare scambi e generare connessioni possibili tra opere, artisti, spazio e pubblico.

La mostra è visitabile fino al 31 gennaio 2026. Per appuntamenti e visite guidate è possibile contattare direttamente il curatore. In sede, inoltre, è disponibile la consultazione dei cataloghi ufficiali degli artisti in mostra, che permette ai visitatori di approfondire il percorso espositivo e conoscere meglio le opere presentate.

Ospitata nei prestigiosi ambienti della Thierry House Gallery, all’interno della rinomata Fiera del Mobile fondata da Raffaele Perrella e oggi valorizzata dal figlio Ciro Perrella, la mostra si sviluppa come un dispositivo espositivo che supera l’idea tradizionale di contenitore. Contact mette in relazione arte contemporanea, architettura e design, inserendosi in un contesto in cui il progetto dello spazio diventa parte integrante della fruizione artistica.

Il percorso espositivo attraversa linguaggi figurativi, concettuali e suggestioni pop, accostando artisti storicizzati e ricerche più recenti in una narrazione volutamente aperta. La mostra si fonda sull’idea di coesistenza e continuità, evitando gerarchie e favorendo un dialogo intergenerazionale che restituisce una visione stratificata della scena artistica italiana.

Pensata come primo capitolo di una serie di eventi artistico–culturali, Contact inaugura un format destinato a evolversi attraverso la collaborazione con altri critici e professionisti del settore. Un progetto che trova la propria forza anche nella relazione armonica con le architetture della fiera, con gli arredi Thierry House e con la cappella progettata da Pininfarina, inserita nel parco come elemento di forte valore simbolico e spaziale.

La mostra, curata con grande attenzione, offre l’occasione di approfondire il pensiero e il metodo di Paolo Feroce, organizzatore culturale che da anni opera nel panorama dell’arte contemporanea con uno sguardo attento e una progettualità solida, capace di tenere insieme visione critica, qualità espositiva e un profondo rispetto per il lavoro degli artisti.

Fondatore del gruppo CERERE e dell’Associazione AREA51, ha ideato e curato musei, collezioni ed eventi espositivi in Italia e all’estero, contribuendo in modo significativo alla diffusione dell’arte contemporanea e al dialogo tra istituzioni, artisti e territori.

Il suo lavoro si distingue per una particolare attenzione alla relazione tra opera, spazio e contesto: l’allestimento non è mai neutro, ma diventa parte integrante del progetto curatoriale. Dalla Collezione dell’Unità d’Italia al MAUI di Teano, dalla Biennale Italia al MAGMA – Museo delle Arti e del Geosito dei Monti Aurunci, Feroce ha sviluppato una pratica curatoriale fondata sulla qualità, sulla coerenza e sulla costruzione di esperienze espositive capaci di dialogare con luoghi di prestigio.

In occasione di Contact, ho colto l’opportunità di rivolgere a Paolo Feroce alcune domande per esplorare le scelte concettuali e progettuali alla base della mostra, approfondire la sua visione curatoriale e confrontarmi con lui sul panorama dell’arte contemporanea odierno.

La scelta di collocare una mostra d’arte contemporanea all’interno di una fiera del mobile rappresenta una decisione non convenzionale. Quali riflessioni hanno guidato questa scelta e che tipo di dialogo intendi attivare tra arte, design e architettura?

La scelta di collocare la mostra nella fiera del mobile della famiglia Perrella nasce perché è un’azienda storica, che gode di una comunicazione importante in ambito nazionale già dalla seconda metà del ‘900. Inoltre è dotata di un ristorante e di un ampio parco, con elementi architettonici di prestigio (vedi la cappella di Pininfarina) pensati per ospitare i visitatori nel migliore dei modi, oltre ad essere facilmente raggiungibile da percorsi autostradali.

In Contact convivono artisti storicizzati e autori di generazioni più recenti. Qual è il valore curatoriale di questo confronto e quale narrazione sull’arte contemporanea italiana intendi costruire?

Nell’epoca che io definisco del “circo mediatico”, dove molti si ergono a posizioni che nella realtà non gli appartengono, sfiorando spesso il ridicolo, la linea curatoriale che seguo è dettata dal valore tecnico ed estetico delle opere d’arte, che siano esse figurative o concettuali e di diversi periodi generazionali. In pratica amo circondarmi di bellezza a tutto tondo e quindi di opere che parlino da sole all’osservatore, senza dover essere spiegate come spesso pedantemente succede.

Nei tuoi progetti l’allestimento assume un ruolo centrale. In che modo la costruzione dello spazio espositivo diventa parte del significato dell’opera e dell’esperienza del pubblico?

Ho sempre perseguito, già dai primi anni in cui mi sono cimentato nelle pratiche curatoriali, il “cluster of time”, la commissione epocale, quindi la combinazione tra opere d’arte, architettura ospitante e ambiente circostante perché ritengo che tale mix sia fondamentale per arrivare a picchi suggestivi ed emozionali nei visitatori.

Essere cresciuto in un contesto profondamente legato all’arte ha influenzato il tuo percorso. Quali elementi senti di aver acquisito nel tempo e come incidono oggi sulla tua pratica curatoriale?

Sicuramente essere cresciuto in un ambiente dove si respirava arte quotidianamente, fatto di azioni e discussioni (mi riferisco ai caldissimi anni ’70/’80), di frequentazioni quasi familiari con nomi storicizzati e maestri antitetici alla vita artistico – politica dell’epoca, mi ha dato tanto sia per lo sviluppo della mia personalità professionale, che per la comprensione delle dinamiche del settore.

Paolo Feroce da bambino insieme al papà Rino Feroce, grande e indimenticato artista sidicino.

Come leggi la scena dell’arte contemporanea attuale in rapporto al passato e quale ruolo può ancora svolgere la curatela in un sistema così complesso e accelerato?

Rispetto al passato l’arte ha bisogno di nuove idee estetico – concettuali che vadano di pari passo con il progredire dei tempi e si integrino con l’evoluzione tecnologica, senza, per questo, tralasciare lo studio delle tecniche pittoriche o tridimensionali classiche, discipline che sono sempre alla base di qualsiasi valida ricerca artistica. La curatela, almeno per me, continuerà ad avere senso solo se attuata da figure non politicizzate, competenti e credibili, con esperienze evidenti e consolidate, evitando l’intromissione, sempre più pressante, di personaggi improvvisati, i quali, spesso, sono professionisti o artisti delusi dalle proprie carriere che continuano a inseguire narcisisticamente una visibilità che è nociva anche per chi propongono in mostra.

Contact inaugura un progetto pensato per svilupparsi nel tempo. Quali evoluzioni immagini per questo format e in che direzione intendi condurlo?

Contact è un richiamo nazionale partito sornionamente da un territorio meraviglioso e ricco di storia e potenzialità che non vuole più essere un osservatore passivo. Credo che a breve, appena la consultazioni con sindaci, soprintendenze e imprenditori saranno concluse, si riuscirà a presentare il primo evento dedicato all’estetica contemporanea, in tutte le sue forme, distribuito in varie location di Terra di Lavoro.

Contact rimane visitabile fino al 31 gennaio 2026 e offre al pubblico l’occasione di tornare nello spazio espositivo per rileggere, nel tempo, le connessioni attivate tra opere, artisti e luogo.

In sede è inoltre disponibile la consultazione dei cataloghi ufficiali degli artisti in mostra; per appuntamenti e visite guidate è possibile contattare il curatore al 340 5854860.

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Interviste

Alessio Musella, a home gallery in the heart of Dubai. Promoting Italian art, and beyond.

New York, it’s a cold February evening in 1957. In an Upper East Side apartment , the carpets are being rolled up, the furniture is being moved, the rooms are being temporarily emptied. The man doing the work is a young man originally from Trieste, with previous experience as a gallery owner in Paris, on the central Place Vendôme. His name is Leo Castelli , his young wife’s name is Ileana . Together, without any theoretical emphasis, they are opening a space that no one, at the time, would yet call a home gallery , but which in fact is already a forerunner of one: a home that opens itself to art in an intimate and informal way, where collectors are received over food, conversation, and drinks, alternating more formal gatherings with wild and unconventional evenings. After all, that was a particularly delicate and fertile time for New York. Following Jackson Pollock ‘s early work , while  Robert Rauschenberg  began to merge painting, objectivity, and reality, the emerging American scene was seeking spaces, methods, and new sensibilities to interpret rapidly changing times. Castelli responded to this need with a simple, pragmatic, and unrhetorical gesture: show the works, circulate them, create connections. And, initially, gradually getting to know New York, the new global art center after the slow decline of Paris, he chose the very walls of his home to begin exhibiting. The rest (Warhol, Lichtenstein, the triumph of Pop Art) would come later.

Cut. We are in Dubai , autumn 2025. In a large apartment of almost 200 square meters, located on the 22nd floor of a skyscraper in the city center, less than a kilometer away from the Museum of the Future , the city’s major center dedicated to technological visions and possible futures, a gallery owner opens the doors of his home, transforming it into an exhibition space: the Star Home Gallery . The gallery owner is called Alessio Musella , an Italian with a background in architecture, marketing, communication, and art dissemination, developed in international contexts.

Musella is a transversal figure , difficult to reduce to a single label. An architect by training , in the 1990s he worked as a planner and interior designer between the Middle East, the United States, and Europe, commuting primarily to Saudi Arabia for almost ten years . He himself explains it in more than one interview: “Even back then, I included a work of art in every project of mine whenever possible.” Not an ornament, but a point of balance, something that changes the perception of space. “Back then, I would place a work in a room; today, I create a room to place a work in,” he would later say. Hence the broadening of his scope: territorial analysis, communication, strategic marketing , work as a mediator between different worlds (artists, collectors, companies), and a constant presence between Pietrasanta , Forte dei Marmi , and international circuits, always with the idea of ​​building bridges rather than rigid affiliations. Musella was a gallery owner , dealer , publisher , but above all, a practitioner who made communication a substantial part of his work on art. “If you don’t tell your story, you don’t exist,” he often repeats, without indulging in facile slogans.

During the lockdown , this position took shape in Art&Investments , a platform born (in his words) as a reaction: “I was tired of seeing many in the art world using the closure as an excuse to complain, without looking for alternatives.” The project quickly evolved from a showcase to an editorial space, with interviews and texts designed to “give a voice to those who too often have no voice,” using deliberately accessible language. Shortly after, Exit Urban Magazine arrived , a four-page monthly paper magazine with Neo-Pop graphics and an unconventional format: an object that combines paper and contemporaneity, and which Musella defends without hesitation. “Success often lies in simplicity and ease of understanding ,” he says, emphasizing his decision to take art off its pedestal. His idea of ​​art remains consistent throughout: “Art is a mirror of the times,” but also “a personal investment, to grow, to never stop asking questions.” And again: “There is no such thing as good or bad art, only the kind that comes to you.” Hence a rejection of both elitism and purely financial reduction: the market counts, but it cannot be the only yardstick.

The Dubai home gallery was born precisely from this vision. Not as a nostalgic gesture, nor as an image-making operation, but as a living space where new pop , contemporary painting , sculpture, technology, and new visual solutions can meet a changing audience, including new, younger collectors, less tied to established rituals. A space where, to use his words again, “talking about art should simply be a key .” It is from this set of experiences, convictions, and experiences that this interview with Alessio Musella begins, to understand how the idea of ​​opening a home gallery in Dubai was born, what the projects and future prospects are.

Alessio, tell us what Star Home Gallery means to you and what inspired you to open it in Dubai?

It’s an innovative art gallery concept, an intimate and dynamic space where art blends with the home environment, creating a more personal and less formal experience . I chose Dubai for its dynamism, its openness to innovation, and its strategic position as a bridge between different cultures.

 

You have a long history of exhibition projects, galleries, collaborations in Milan and Pietrasanta, and numerous publishing projects in the art world: how did this experience prepare or inspire the birth of the Star Home Gallery?

My professional career has provided me with a comprehensive vision of the market and its dynamics , leading me to seek an exhibition format that transcends traditional rigidity, placing human experience and storytelling at the center.

 

Why did you choose the home gallery format instead of a traditional gallery? What does it offer that you can’t find elsewhere?

I chose this format because it breaks down the distance between artwork and viewer, typical of traditional galleries. It allows for a more relaxed relationship and deeper dialogue , demonstrating how art can truly live in collectors’ homes.

 

 

What kind of audience are you meeting in Dubai, and what trends in art collecting and consumption are you observing?

I’m meeting a cosmopolitan, curious, and rapidly evolving audience . I’m noticing a growing, albeit slow, interest in contemporary art, with a strong propensity for investment and a search for pieces that combine aesthetics and conceptual value .

 

From your perspective, how is the art market in Dubai evolving, and what dynamics do you find most interesting or significant today?

The market is booming, rapidly evolving and playing an increasingly central role as a global hub. The interaction between luxury, technological innovation, and contemporary art is the most significant dynamic.

What do you think is the role of technology in art in Dubai—from digital to new media—and how does (or will) this landscape enter into dialogue with the Star Home Gallery’s offerings?

Digital and new media are crucial, reflecting Dubai’s avant-garde nature. Star Home Gallery intends to engage with this landscape by hosting projects that explore the boundaries between physical and digital art , such as NFTs and augmented reality.

In a context where innovation is so present, how do you imagine a home gallery could fit in, stand out, or complement the city’s cultural offerings?

A home gallery can stand out by offering a curated and intimate experience, a haven of quality and sophistication. It complements the offering with highly selected pieces and a more boutique approach .

Can you tell us how Lorenzo Marini’s inaugural exhibition came about, and what path you envisioned to present it to the Dubai public?

It was born from the desire to showcase an Italian artist with a universal language and a strong visual impact. I imagined a presentation that would emphasize the energy of his work in a domestic context, creating a stimulating contrast.

Which works did you choose for this first exhibition and what common thread links the works on display?

I have chosen his most representative works of Type Art , the common thread is the celebration of the typographic sign not as a reading tool, but as a pure art form, color and composition.

How would you describe Lorenzo Marini’s work and his research on Type Art to a visitor who is unfamiliar with it?

Marini breaks down the alphabet and typographic characters, frees them from their semantic function, and transforms them into abstract, dynamic images . Type Art is his quest to restore the letter’s aesthetic and formal dignity.

Alessio Musella with Lorenzo Marini

What aspects of his approach to typography interest you most and do you think can resonate with the Dubai context?

The energy, dynamism, and formal clarity of his typographic work. I believe his research into design and visual composition is perfectly in tune with Dubai’s architecture and innovative, international spirit.

What kind of programming do you envision for the coming months?

I intend to alternate solo exhibitions of contemporary artists , with a focus on the dialogue between Italy and the Middle East , and special projects that include design and intersections with digital.

Which artists—Italian or international—would you like to host and who you feel resonate with the spirit of the space?

I would like to host artists, both Italian and international, who explore the relationship between sign, material and space , with a predilection for contemporary languages ​​that have a strong conceptual component and refined execution . The collector seems to be returning to his origins, preferring the artist’s technical ability as a driving force for a broad-spectrum creativity.

What media are you interested in exploring in the gallery: painting, photography, installation, digital, performance… or do you prefer to be open to everything? And what style or trend do you feel is closest to the spirit of the gallery?

I want to remain open to all forms of expression —painting, photography, installation, digital—as long as they are guided by authentic research. The style I feel closest to is one that combines formal rigor, innovation, and powerful narrative .

What would you like to see happen in this home gallery? Encounters, conversations, returning collectors, cultural exchanges… what do you hope this place will foster?

I hope that Star Home Gallery will become a hub for encounters, cultural exchange, and constructive dialogue. I would like it to generate new connections , returning collectors, and, above all, a heartfelt and participatory experience of art. In short, the Home Gallery is designed to foster a cohesive community that recognizes the value of art as a human experience, a cultural engine, and a conscious investment. Finally, a preview: in summer 2026 , Pietrasanta will also host a Star Home Gallery location , with the same concept and approach.

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Interviste

La Home Gallery che parla al futuro del collezionismo: intervista all’Art Advisor Alessio Musella

L’arte trova il suo senso non quando la si osserva, ma quando la si vive

 

È una verità semplice, quasi disarmante, che sembra emergere ogni volta che un’opera riesce a creare un varco tra le persone, a farle sostare, parlare, interrogarsi. Ed è proprio da questa idea, che l’arte sia un luogo prima ancora che un oggetto, che  prende forma il modello immaginato da Alessio Musella, uno spazio dove la visione curatoriale si intreccia con la quotidianità, e dove l’incontro diventa parte integrante dell’esperienza estetica.

In questa intervista inedita Alessio Musella ci invita a esplorare la sua nuova iniziativa, Star Gallery, un progetto che ripensa il ruolo dello spazio espositivo nell’epoca della mobilità culturale e della globalizzazione dell’arte, andando oltre i confini della galleria tradizionale.

Tra Italia e Dubai, un curatore dall’approccio innovativo costruisce uno spazio che si presenta insieme come laboratorio, residenza e snodo culturale, dove il collezionismo incontra la sperimentazione e la conoscenza si traduce in un’esperienza autenticamente sensoriale.

Qui l’arte smette di essere un semplice oggetto da acquistare e diventa un’occasione d’incontro, un punto in cui conversazioni e sensibilità lontane trovano spazio per avvicinarsi. Con la home gallery, le residenze d’artista e un ruolo da advisor sempre discreto, Alessio Musella reinventa l’idea stessa di fruizione artistica, proponendo un modo diverso di vivere le opere.

L’intento è di trasformare ogni visita in un momento immersivo e meditato, capace di spostare con naturalezza i confini tra mercato, cultura e ricerca creativa.

Guardando al progetto Star Gallery nella sua visione complessiva, qual è stata la scintilla che ti ha spinto a immaginarlo in questa forma innovativa? La tua precedente esperienza negli Emirati ha influito sulla nascita di questa idea e, se sì, in che modo pensi possa diventare un vantaggio concreto per svilupparla proprio a Dubai?

Allora, il progetto Star Gallery, che è la Home Gallery, nasce proprio da una considerazione. Dopo due anni di direzione della Galleria Oblong a Forte dei Marmi, mi sono reso conto che, per quanto possa essere uno il direttore, rimarrà quasi sempre un commesso di un negozio e sempre in una situazione di attesa, aspettando che le persone entrino. L’arte, invece, va comunque divulgata in maniera differente. Bisogna muoversi, bisogna incontrare persone, bisogna dialogare con culture. E questo, inevitabilmente, non lo puoi fare se sei sempre dietro a una scrivania in galleria, per quanto possa essere grande e bella. Questo non vuol dire che le gallerie non debbano più avere motivo di esistere. Anzi, perché il nuovo espositivo rimane sempre una galleria. Anzi, potrebbe quasi diventare una sorta di museo, in modo tale che le persone che sono all’interno della galleria siano comunque proposte non solo alla vendita, ma anche al dialogo e allo spiegare alle nuove persone che entrano, ai nuovi potenziali clienti, nuovi potenziali collezionisti, o anche alle semplici persone che hanno voglia di imparare qualcosa, appunto devono trovare una persona proposta a raccontare, e non soltanto con un listino in mano.

Detto questo, la Home Gallery permette di invitare le persone, di scegliere chi invitare, di scegliere l’argomento di cui trattare, e di questo mi sono rifatto un pochino a Leo Castelli, che negli anni Cinquanta aprì la sua prima galleria a New York, proprio nel suo appartamento. L’appartamento scelto è un appartamento abbastanza grande, che ha uno spazio di ricezione importante, dove possono essere posizionate sculture e quadri, a seconda delle persone che vengono invitate, e a seconda degli artisti di cui bisogna parlare. Per quanto è sempre in maniera molto blanda, per cui nessuno viene invitato qua perché devi vendere. Qui si parla di arte, si racconta l’arte. Poi tutto può nascere. Però il concetto base è dialogare sull’arte. Con un aperitivo, con un bicchiere in mano, con una cena, diventa tutto molto più gradevole, e la gente non si sente obbligata a dover acquistare, ma viene soltanto per passare una bella serata parlando di arte.

Il mio passato, che non era proprio negli Emirati, anche se poi ho lavorato molto anche negli Emirati, ha influito soprattutto sulla scelta di Dubai, perché Dubai è una croceria all’interno del quale passano tantissime culture e passano tantissime persone, un po’ come Forte dei Malmi durante i tre mesi estivi. Poi qui, dal Medio Oriente, da Dubai sei a un’ora da tutto. Sei a un’ora da Oman, sei a un’ora da Abu Dhabi, sei a un’ora da Doha, sei a un’ora da Jeddah, da Riyadh. Per cui laddove il cliente dovesse chiedere di andare a visitarlo, perché ricordatevi che l’arte si vende o si propone in un ambiente spesso asettico, poi invece no, perché diventa un appartamento comunque accogliente, però poi devi andare a visitare il cliente, devi andare a capire cosa sta meglio a casa sua, devi iniziare ad avere un dialogo con lui. E da qui, parlando del Medio Oriente, si riesce in un’ora di volo ad arrivare ovunque. Per cui questa è stata la scelta che mi ha portato a scegliere Dubai. Scusate il gioco di parole.

In primo piano opera scultorea di Valente Cancogni

Hai ideato un format di galleria completamente nuovo, non più uno spazio tradizionale ma un ambiente “vivibile”, pensato per accogliere visitatori selezionati in modo mirato, a piccoli gruppi o individualmente. Qual è l’intuizione che ti ha portato a questa scelta e che tipo di esperienza desideri far vivere a chi entra nella tua Star Gallery?

La seconda domanda probabilmente ho risposto già con la prima risposta. Comunque la riassumo con un’experience. Un’experience perché? Perché comunque le persone, come ho detto, non devono sentirsi obbligate a comprare. Quando vengono è una scelta loro ed è un invito mio. Per cui è una scelta reciproca ed entrambi abbiamo voglia di dialogare nella stessa direzione, e cioè l’arte.

Durante i primi dieci giorni a Dubai hai osservato il comportamento del pubblico locale verso l’arte. Qual è stata l’intuizione più sorprendente che ti ha fatto ripensare il progetto Star Gallery?

I primi giorni a Dubai sono stati molto importanti, infatti li ho spesi nel incontrare galleristi, visitare gallerie e ovviamente riprendere contatto col territorio. Questo mi ha portato a valutare anche dei cambiamenti in corso d’opera, perché Star Gallery nasceva come un cuscino di appartenenza, una zona di comfort per poi riuscire a, più avanti, aprire una galleria su strada, chiamiamola così. Invece adesso ho deciso, avendo poi dialogato e visto la situazione dell’arte a Dubai, di rimanere una home gallery, anche perché questo mi permette di dialogare con le altre gallerie e di non essere un concorrente. Lavoriamo come advisor, che significa che c’è spazio per tutti. E questo mi sono reso conto che possa essere importante qui a Dubai, perché sembra sciocco, io pensavo fossero molto più aperti, ma anche qui ognuno guarda un pochino sull’orticello e le gallerie che sono aperte, le collaborazioni con altre gallerie non sono tantissime. Per cui magari Star Gallery può essere un trail union per tutto questo.

Alessio Musella con Lorenzo Marini, Scrittore e Artista

In che modo l’identità artistica italiana, con la sua forte tradizione, può dialogare con l’estetica futuristica e cosmopolita degli Emirati senza perdere autenticità?

Quando parliamo di creatività italiana, io non lo avvicinerei, nel senso che ovviamente la linea principale è proporre l’Italia, il Medio Oriente, e non solo. Però ovviamente siamo aperti a dialogare con moltissime altre creatività. Abbiamo artisti che vengono da Costa Rica, dall’India, dagli Emirati stessi, per cui è una multietnicità che vogliamo portare a dialogare. A dialogare con i galleristi, con i collezionisti, e a dialogare tra di loro.

Star Gallery vuole essere un ponte. Ma quale flusso ti aspetti sia più forte: artisti italiani che guardano a Dubai o il pubblico e i collezionisti emiratini che scoprono l’arte italiana?

Allora, per quanto riguarda, come ho detto, questa galleria vuole essere un punto snodo, per cui sia di finestra degli italiani nei confronti degli emirati, ma anche degli artisti degli emirati o comunque del medio oriente, verso l’Italia. Questo è il motivo anche per il quale una home gallery nasce anche quest’estate a Pietrasanta, con le stesse caratteristiche di quella che abbiamo creato e che stiamo creando qua a Dubai.

Pietrasanta rimane il cuore pulsante di una parte artistica dell’Italia. Per cui sarà interessante, anche attraverso eventuali residenze d’artista, dialogare con artisti stranieri che vogliono venire in Italia e capire che cos’è la cultura italiana e capire che cosa vuol dire lavorare in Italia. Pietrasanta permette di spiegare e raccontare la tecnica fondamentale che ci ha portato ad essere famosi nel mondo, cioè la lavorazione del bronzo e la lavorazione del marmo. Per cui questo è anche un obiettivo di interscambio e la stessa cosa potrebbe essere fatta con degli artisti italiani, invitandoli qui con una residenza d’artista.

Magazine ContempoArte edito da L'ArteCheMiPiace

Considerando che sia il mio blog L’ArteCheMiPiace sia ContempoArte Magazine sono partner ufficiali del progetto Star Gallery, che ruolo pensi possano avere nel catalizzare il dialogo tra due mondi artistici così diversi e, allo stesso tempo, così complementari come quello italiano e quello degli Emirati?

Il dialogo che abbiamo e la collaborazione con L’ArteCheMiPiace, ContempoArte e anche Art&Investments,  cugini che si stringono la mano e che vanno avanti in maniera parallela, è molto importante perché comunque anche la crescita sequenziale che sta avendo il Magazine ContempoArte, sia di grafica che di contenuti, la rende molto appetibile anche nel mondo estero. Per cui la carta, perché ricordiamoci che può essere stampato ContempoArte e lo distribuiremo anche qui in alcuni luoghi, è importante perché è inutile pensare che il web possa risolvere tutto il discorso legato alla comunicazione. La carta funziona ancora, soprattutto se è patinata, se è ben impostata, se la grafica è buona. Perché un buon libro, un buon catalogo, una buona rivista, il luogo per posizionare questo genere di prodotto sono le case e sono anche gli alberghi o sono gli studi, perché le persone quando sono rilassate, ancora oggi, per  fortuna, non sono sempre davanti al computer o al telefono, ma se vogliono prendere in mano un pezzo di carta, chiamiamolo pezzo di carta anche se sembra volgare, ma il loro umore, il profumo della carta e poi poter vedere, immaginare sfogliando un libro, un catalogo, una rivista, è ancora una cosa che rilassa tantissimo e qui sicuramente il riuscire a portare ContempoArte e per cui tutti gli artisti che saranno all’interno dei vari numeri, anche qui a Dubai e con quelli degli emirati a 360 gradi è un plus, non indifferente.

Qual è la strategia più delicata da gestire quando si costruisce un progetto artistico in un Paese in rapida espansione culturale come gli Emirati, dove tutto si evolve velocemente e su larga scala?

Un progetto nasce non per rimanere come è, deve essere in continua evoluzione. Per cui Dubai, che è in continuo crescita, non bisogna anche qua stare fermi, perché cambia di settimana in settimana. Per cui il progetto deve essere mobile, deve essere plasmabile, deve essere modificabile a seconda di tutto quello che succede intorno. E questo è possibile farlo con una home gallery, perché nella home gallery devi cambiare la rotta, devi cambiare eventualmente il pensiero, devi sostituire gli artisti, devi dialogare con un pubblico che sei tu a scegliere. Per cui devi essere estremamente attento a tutto quello che succede intorno e non essere attendista, sperando che qualcosa accada. Ma sei tu che devi farla accadere.

Nel tuo lavoro di analisi del contesto, cosa hai capito dell’“ecosistema dell’arte” di Dubai che in Italia di solito si sottovaluta o si interpreta in modo superficiale?

Sono rimasto sorpreso, da una parte piacevolmente, dall’altra un po’ meno. Nel senso che le problematiche che vediamo in Italia, del piccolo orticello, in alcuni casi li troviamo anche qua. Come ho detto precedentemente, non vedo una grande collaborazione tra gallerie, che secondo me è il futuro, anche perché agendo io da advisor, e per cui prendendo in gestione gallerie o richieste di persone per creare nuove collezioni, inevitabilmente il dialogo tra le gallerie è fondamentale, perché una galleria non potrà mai offrire tutto a un richiedente, nel momento in cui offre soltanto il portafoglio che ha. Ma deve essere pronta ad aprirsi al dialogo, magari per guadagnare un po’ di meno, ma per accontentare la richiesta del cliente. E come advisor questo lo puoi fare. Per cui Star Gallery si chiama Star Gallery, ma in definitiva è advisor, che significa che può guadagnare di meno, ma può dialogare con le altre gallerie, in modo tale da soddisfare le richieste del cliente. Questo è l’obiettivo di Star Gallery e del mio socio Tanveer Khan. Indiano, imprenditore legato da anni al mondo della moda, ha lavorato e lavora con i più grossi brand, che preso per mano è entrato nel mondo dell’arte e ne è rimasto affascinato.

Se dovessi definire l’obiettivo più ambizioso del progetto per il 2026, quale sarebbe: creare nuove opportunità, cambiare il modo in cui si percepisce l’arte italiana all’estero, o costruire un modello replicabile anche in altri Paesi?

Obiettivo 2026 sicuramente è creare un’opportunità come mi hai chiesto e poi volevo specificare una cosa. Riportare artisti italiani a Dubai e in Medio Oriente, non significa legarli o chiuderli in gabbia, significa dare un’opportunità di essere visti, di poter essere portati in giro e, cosa fondamentale, nel momento in cui si trova una galleria che ha una linea editoriale che possa andare bene e che sia d’accordo nell’accogliere nelle sue fila gli artisti che noi proponiamo, noi facciamo un passo indietro. Rimaniamo sempre legati all’artista in modo tale da poterlo gestire o per tale dargli una mano nella gestione qua, perché comunque essere in loco è fondamentale, però diamo il massimo del guadagno alla galleria in modo tale che possa tranquillamente gestirlo e proporlo senza avere remore, perché comunque, ripeto, lasciamo il massimo della marginalità della vendita alla galleria e questo fa sì che noi possiamo continuare a dialogare con l’artista ma abbiamo trovato la giusta collocazione in una galleria. E questo non è un controsenso rispetto a quello che vi ho detto prima, perché la vetrina nella galleria è sempre e sarà sempre importante, ma il dialogare in maniera aperta in modo tale che, come ho detto prima, le richieste dei clienti possano essere soddisfatte, questo permette o permette, questo prevede il fatto che ci possa essere una persona, un advisor che possa bussare alle porte delle gallerie e insieme scegliere la soluzione migliore per i clienti, che in questo caso è il collezionista o ancora meglio il nuovo collezionista che va preso per mano e soprattutto va guidato in questo splendido universo. Ultima cosa, in Star Gallery ci sono affordable, cioè ci sono opere che partono sotto i 1000 euro e poi arrivano oltre i 500 mila e più, perché noi comunque di fronte a qualsiasi richiesta siamo in grado di andare a cercare e a trovare Andy Warhol, un Picasso, per cui quando si parla di arte è inutile dire che il collezionista può iniziare anche con 300 euro se poi tu non hai i 300 euro da offrire. Un motivo per il quale il range di riferimento per noi parte da zero all’infinito.

Alla parete della Home Gallery, opere di Mariella Rinaldi
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