Nel lavoro di Sonia Loren l’immagine fotografica si sposta continuamente dalla funzione di registrazione del reale verso uno spazio di trasformazione, dove percezione e costruzione visiva si sovrappongono e si ridefiniscono costantemente. La fotografia non coincide con il momento dello scatto, ma si estende in un processo che coinvolge interventi successivi, variazioni e passaggi che modificano la superficie dell’immagine fino a renderla instabile e aperta, come se ogni volta potesse ricominciare da capo.
Il riferimento al cinema attraversa questa ricerca come struttura interna del pensiero visivo. L’immagine nasce già come frammento di una sequenza possibile, attraversata da montaggio, sovrapposizione e discontinuità che determinano un andamento narrativo non lineare, quasi come un ricordo che ritorna in modo improvviso e si ricompone ogni volta in una forma diversa. La fotografia assume così una condizione sospesa tra registrazione e invenzione, tra ciò che accade e ciò che prende forma attraverso lo sguardo.
La costruzione delle immagini si alimenta di riferimenti che includono letteratura, musica, danza e situazioni quotidiane. Questi elementi entrano nel processo creativo come materiali che agiscono durante la produzione dell’opera e contribuiscono a generare livelli diversi di lettura, a volte anche inattesi. L’immagine prende forma da un insieme di impulsi visivi ed emotivi che si intrecciano senza una gerarchia fissa, come se si sedessero insieme sullo stesso tavolo di lavoro.
Il ruolo del tempo vissuto nel suo lavoro assume la natura di uno stato in movimento che attraversa il presente dell’immagine e ne modifica continuamente l’esito. Il tempo personale e quello condiviso entrano nel processo creativo e producono apparizioni visive che emergono durante la costruzione dell’opera e si trasformano in nuove possibilità narrative, quasi come se l’immagine ricordasse mentre viene creata.
Le immagini vengono sottoposte a interventi, manipolazioni digitali e variazioni successive che riducono i riferimenti immediati al reale e aprono passaggi verso costruzioni visive alternative. In questo percorso si attivano situazioni che intrecciano elementi quotidiani e scenari immaginati, generando ambienti visivi in costante ridefinizione, a tratti anche con una componente quasi teatrale.
La narrazione si sviluppa attraverso frammenti che richiedono allo sguardo un ruolo attivo nella costruzione del senso. Le immagini presentano aperture e intervalli che invitano a stabilire connessioni e relazioni tra elementi differenti, dando forma a un sistema visivo articolato su più livelli, come una storia che non viene mai raccontata tutta insieme.
Il lavoro affronta anche il tema dell’identità femminile attraverso figure che si presentano in forme variabili e attraversano stati differenti della rappresentazione. Le immagini mettono in relazione presenza e trasformazione e definiscono una sequenza di passaggi che coinvolge la rappresentazione del soggetto e la sua continua variazione. In questo stesso ambito emerge una pratica di autoritratto in forma velata, nella quale la presenza dell’artista affiora attraverso indizi sottili, frammenti e interferenze che rimandano al corpo senza renderlo mai pienamente riconoscibile.
Nella fotografia contemporanea l’autoritratto femminile si sviluppa spesso come territorio di ridefinizione del soggetto, in cui l’immagine non restituisce un’identità stabile ma attiva processi di costruzione e decostruzione dello sguardo, tra presenza dichiarata e dissolvenza, in un gioco di esposizione e sottrazione. Sonia Loren si inserisce in questo orizzonte attraverso una modalità indiretta, nella quale il sé non coincide con una rappresentazione esplicita ma affiora come traccia percettiva che attraversa l’immagine e ne orienta in maniera latente la costruzione.
L’attività curatoriale sviluppata all’interno del Med Photo Fest e nel dialogo con Vittorio Graziano introduce un ulteriore ambito di lavoro legato alla costruzione di percorsi espositivi e alla relazione tra opere di autori diversi. La selezione delle immagini e la loro disposizione nello spazio genera connessioni tra linguaggi e provenienze differenti, costruendo sequenze visive che mettono in relazione esperienze artistiche eterogenee, con la sensazione di un racconto collettivo che si compone poco alla volta.
L’esperienza internazionale tra Brasile, Europa e Italia contribuisce a un continuo scambio tra contesti culturali e pratiche artistiche differenti. Questo aspetto alimenta una pratica che ha possibilità di svilupparsi attraverso il confronto diretto con opere, artisti e ambienti espositivi, riuscendo a dare forma a un lavoro che si muove tra la produzione artistica e la costruzione curatoriale, in un percorso che non si chiude mai davvero.
© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.
Abbiamo avuto il piacere di parlare con lei e di entrare nel cuore della sua ricerca, tra processi visivi, esperienze internazionali e costruzione tra Brasile e Italia della fotografia contemporanea.
La tua formazione attraversa arti visive e cinema. In che modo questi due linguaggi si influenzano oggi nel tuo lavoro fotografico?
Le influenze delle arti visive e del cinema restano oggi molto forti nel mio lavoro. Per me è praticamente impossibile separare queste due formazioni. L’intera mia ricerca artistica guarda alla fotografia come risultato e come processo. Catturo immagini del reale e trasformo le scene in nuove immagini, creando anche immagini dell’irreale, figurazioni legate alla dimensione del sogno e del fantastico. Qualcosa che appartiene profondamente anche al linguaggio cinematografico.
Come nasce per te un’immagine, da un’idea, da un’emozione o da un processo visivo?
Le principali influenze per il mio lavoro sono sempre state la fotografia del cinema, le storie dei personaggi, la letteratura, la musica, la danza, le mie memorie affettive e quelle collettive. Quando fotografo, anche quando catturo per caso scene del quotidiano durante viaggi o passeggiate nella mia città, la mia mente già “vede” immagini immaginarie. Successivamente, quando inizio il processo di creazione di un nuovo progetto, tutte queste influenze diventano fondamentali.
Quando mi siedo davanti al computer con le fotografie che ho realizzato, ho sempre libri sul tavolo, aperti su pagine casuali o su brevi passaggi evidenziati durante le letture; ascolto musica e guardo film. A volte nasce un’idea, altre volte un’emozione e/o un processo visivo. Così costruisco una nuova immagine: i miei personaggi, persone anonime che compaiono nelle fotografie, oppure persone conosciute, vengono inseriti in nuovi paesaggi, entrando o uscendo di scena come in un film. Intervengo sull’immagine iniziale, sottraendo dettagli fino a raggiungere ciò che sento come l’immagine che mi “parla”.
La fotografia, nella tua ricerca, non sembra mai essere “pura”, ma spesso viene transformata e manipolata. Cosa ti interessa esplorare attraverso queste interferenze sull’immagine?
Mi interessa indagare le possibilità di intervento su una stessa immagine fino a farne perdere il riferimento alla sua realtà. Mi piace simulare situazioni che rimandano a esperienze vissute e creare nuove storie, con l’influenza del cinema e della letteratura, attraverso queste nuove immagini.
Il tema della memória, individuale e collettiva, ricorre spesso nel tuo lavoro. Che ruolo ha la memoria nella costruzione delle tue immagini?
Dico spesso che ho iniziato a fotografare nell’infanzia, senza macchina fotografica, soltanto con uno sguardo sensibile e attento rivolto alle piccole sfumature della vita. Queste esperienze mi hanno accompagnata in tutte le fasi del mio percorso, nelle storie che ascoltavo, nei libri che leggevo e nei film che guardavo. Riconoscevo punti di contatto tra le altre persone e i personaggi dell’arte e della vita.
Il ruolo delle memorie nel mio lavoro assume una funzione poetica del sogno ad occhi aperti, come uno stato atemporale dell’essere, un sogno che può diventare anche collettivo. Gaston Bachelard, ne La poetica del rêverie, afferma: “Nella nostra infanzia, il sogno ad occhi aperti ci dava libertà. Psicologicamente parlando, è nel sogno ad occhi aperti che siamo esseri liberi”. Quando creo in questo stato di rêverie è quando mi sento libera.
Il tuo lavoro dialoga anche con letteratura e riferimenti simbolici molto forti. Quanto è importante per te a narrazione, anche implícita, dentro uma fotografia?
Sono appassionata di letteratura. È presente in tutta la mia vita e nella mia arte. La fotografia, per me, va oltre il semplice registro. La luce, la composizione e i simboli presenti in una fotografia spingono l’osservatore a leggere, sentire e riflettere, così come accade nella letteratura.
L’importanza della narrazione, soprattutto quando costruita in forma implicita, lascia l’interpretazione aperta. Funziona come una poesia visiva, in cui il pubblico è invitato a colmare le proprie lacune con le proprie esperienze e memorie. Gli elementi simbolici, con le loro luci e ombre, agiscono come metafore visive. Esiste anche una dimensione emotiva, quando una fotografia evoca sensazioni di mistero, malinconia o gioia attraverso questa simbologia, creando una forma di empatia più profonda rispetto a una semplice registrazione documentaria.
Hai partecipato a numerosi contesti internazionali tra Brasile, Europa e Italia. In che modo questi spostamenti hanno influenzato la tua visione artística?
È un percorso di apprendimenti che mi permette di vivere altre culture, conoscere persone, artisti in generale, musei, gallerie e spazi culturali alternativi. A partire da queste esperienze non torno mai la stessa; qualcosa inizia sempre a fluire da prospettive diverse, e questo per me è molto importante.
Credo che l’artista non si costruisca in isolamento. Le arti sono interconnesse con altri ambiti: l’architettura di paesi millenari come l’Italia e altri paesi europei, la storia, l’archeologia, la natura, i paesaggi, i sensi e gli odori, tutto influenza la mia visione artistica e la mia vita.
Ho conosciuto molti artisti durante questi viaggi, soprattutto in Sicilia, che mi affascina, alcuni personalmente, altri attraverso la ricerca sul loro lavoro. Amo la dimensione collettiva. Attraverso il Med Photo Fest ho conosciuto fotografi che hanno aperto percorsi di partecipazione a mostre in Italia, come Ljdia Musso, che mi ha invitata per due volte a esporre a Napoli; Ilaria Pisciottani, del nord Italia, che ha curato una mostra alla quale sono stata invitata a partecipare presso la Cathart Gallery di Carla Pugliano, uno spazio molto bello a Milano. Il catalogo della mostra è stato realizzato da L’ArteCheMiPiace, di Giuseppina Irene Groccia, che è anche colei che mi intervista.
Potrei citare molti altri fotografi e fotografe conosciuti personalmente nelle edizioni del Med Photo Fest, come Rosario Vicino, Franca Centaro, Antonio Pignato, Bruna Caniglia, Elena Ghini, Alessandro Giacomo e tanti altri attraverso le loro opere. C’è anche l’artista cubana Ailen Maletta, con la quale mantengo da anni un dialogo attraverso i social, pur non avendola ancora incontrata di persona. Nel 2023 ho conosciuto il grande fotografo e persona straordinaria dell’Uruguay, paese vicino al Brasile, Roberto Fernández Ibáñez, che ha ricevuto uno dei premi del Med insieme a me. Il suo lavoro affronta in modo intenso la condizione femminile, La Contemporaneidad de Las Brujas. Ci siamo conosciuti a Catania e abbiamo trascorso lì giorni molto intensi insieme alla sua gentile compagna, Alicia Acuña.
In Italia ho conosciuto anche molti fotografi brasiliani, come Delfina Rocha, Premio di Fotografia Autoriale Med 25. Questi incontri sono stati e continuano a essere molto ispiratori. Sono grata al Med Photo Fest per questo ponte di scambio. In Brasile, le numerose mostre a cui ho partecipato sono state fondamentali per il mio percorso artistico. Sono più di vent’anni di scambi arricchenti con altri artisti, curatori e operatori culturali. C’è sempre qualcosa da imparare e qualcosa da trasmettere, soprattutto con le donne, tema centrale delle mie ricerche artistiche.
L’esperimento e la manipulazione digitale sono centrali nel tuo processo creativo. Quanto spazio lasci al caso e quanto invece al controllo tecnico?
Mi piace molto il caso, ciò che nasce da un momento inatteso, da un’emozione, da un’idea che “chiama” dopo una lettura, un film o una passeggiata. A volte nasce da una conversazione con sconosciuti, da uno sguardo che si sofferma su qualcosa o su persone reali che attraversano il mio percorso, oppure da riflessioni più profonde. Tutto per me diventa sperimentazione, materiale che posso utilizzare nel processo del mio lavoro. Anche il controllo tecnico è sperimentazione. Non possiedo una conoscenza completa di tutte le tecniche digitali, quindi continuo a sperimentare e talvolta invento nuove procedure. È l’incontro tra questi due aspetti che mi permette di creare con libertà.
In molte delle tue opere emerge una riflessione sulla condizione femminile e sulla trasformazione dell’identità. Come affronti questi temi senza cadere nella retorica?
La condizione femminile è sempre stata il principale focus del mio lavoro. Uno dei miei primi progetti della serie “Os trapos – daquilo que nos escapa todos os dias pelo resto de nossas vidas”, selezionato in un Salone d’Arte in Brasile, affrontava già questo tema. Ho cercato fotografie di matrimoni di oltre cinquant’anni, appartenenti a familiari e a persone anonime, e sono intervenuta su queste immagini rimuovendo i volti delle coppie, privilegiando gli abiti, i costumi del rito, costruendo una narrazione del matrimonio come istituzione spettrale.
Proseguendo questa ricerca, ho sviluppato altri lavori come “Diga (me) onde tua liberdade repousa”, “Por onde anda Eva Lilith”, “Escrevo (te) a mim mesma”, “Submersa – o corpo como anima” e, più recentemente, “Nosoutras”. Privilegio la narrazione rispetto al manifesto. Non cerco di formulare tesi; la mia intenzione è creare personaggi complessi, ambigui e contraddittori.
Il mio lavoro è profondamente autobiografico. Mi riconosco in molte donne e, allo stesso tempo, in nessuna di esse. Sono sempre in ricerca; non esiste un’identità fissa, ma una fluidità in costante trasformazione. In un’occasione ho partecipato a letture portfolio al Festival Internazionale di Fotografia Fest Foto Poa (Porto Alegre, Brasile) e almeno tre lettori (USA, Colombia e Italia) mi hanno restituito un feedback simile: hanno sottolineato il coraggio nell’affrontare la condizione femminile e l’identità senza retorica e in modo poetico, soprattutto in “Submersa”. Vi riconoscevano una poesia visiva in un tema sempre attuale, quello della condizione femminile.
Faccio ciò che amo, non seguo le mode né riproduco linguaggi. È un percorso impegnativo, spesso non sempre accolto. Eppure rimango fedele alla mia essenza.
Come è nata la tua collaborazione com il Med Photo Fest e con Vittorio Graziano e in che modo si è sviluppata questa collaborazione nel tempo?
Ho conosciuto Vittorio Graziano nel 2020 durante il FestFotoPoa – Festival Internazionale di Fotografia di Porto Alegre, in Brasile. Il Med Photo Fest aveva una collaborazione con il festival e Vittorio era uno dei lettori di portfolio online. Ho partecipato a una lettura di portfolio con lui, che ha mostrato grande interesse per il mio lavoro e mi ha invitata a prendere parte al festival in Italia.
Durante le nostre conversazioni, Vittorio mi ha raccontato di essere stato un immigrato italiano in Brasile negli anni Settanta e di aver fatto parte del Foto Cine Clube Bandeirante. Per coincidenza, durante i miei studi in Arti Visive, la mia ricerca in fotografia faceva riferimento proprio a un libro sul Foto Cine Clube Bandeirante, nel quale compariva il nome di Vittorio, anche se non avrei mai immaginato di conoscerlo né sapevo chi fosse.
Vittorio ha sempre dimostrato una grande ammirazione per la cultura brasiliana. Mi sono interessata alla sua storia di immigrato e fotografo, così come al Med Photo Fest. Sono stata invitata a partecipare alle edizioni successive e nel 2022 il festival è stato dedicato alla fotografia contemporanea brasiliana, occasione in cui ho visitato per la prima volta l’Italia e la Sicilia. Sono nipote di immigrati italiani dal lato materno e mi sono emozionata arrivando nella terra dei miei antenati.
Questa è stata anche la mia prima mostra personale internazionale, con la serie “Submersa – o corpo como anima”. In quell’occasione sono stati premiati i grandi fotografi brasiliani Eustáquio Neves e Márcio Scavone. Successivamente sono stata invitata a entrare a far parte della Meditteraneum Collection.
Nel 2023 sono stata premiata dal Med Photo Fest con il Premio di Fotografia Autoriale per i progetti “Submersa” e “Nosoutras”. Attualmente faccio parte del team del festival, collaborando all’organizzazione e alla divulgazione del Med Photo Fest sui social network e nei contatti con artisti della fotografia del Sud America. È stato e continua a essere un grande percorso di apprendimento e un piacere far parte di questo importante festival di fotografia.
Sono tornata in Sicilia nel 2025 per una nuova partecipazione come artista e anche come curatrice di Tonino Trovato, fotografo siciliano che ha partecipato al Med25. Sono stata inoltre invitata due volte a far parte della giuria di un concorso di fotografia sportiva, una collaborazione tra il Med Photo Fest e Panathlon
Nel tuo ruolo al Med Photo Fest sei anche curatrice. Come cambia il tuo sguardo quando passi dalla produzione dell’opera alla selezione e costruzione di una mostra?
Mi piace molto conoscere nuovi artisti, di tutte le età e generi, e osservare ciò che stanno creando nel mondo. Ho recentemente conseguito una specializzazione in Curatela e Critica d’Arte presso la Zait Scuola di Curatela di Berlino, in Germania. Ho avuto l’opportunità di approfondire il contesto dell’arte contemporanea, comprendendo ciò che è accaduto e ciò che accade a livello globale, tra artisti, curatori, istituzioni e biennali.
Ritengo che, nella transizione dal ruolo di artista a quello di curatrice, sia necessario un certo distacco emotivo e una focalizzazione sul dialogo tra le opere di autori diversi, mantenendo equilibrio senza oscurarne le individualità. Si tratta di ampliare lo sguardo per costruire una narrazione collettiva coerente.
Come fotografa mi immergo nella mia espressione personale; come curatrice devo adottare uno sguardo più analitico per organizzare nuclei tematici e creare un flusso coerente all’interno della mostra. Nel caso del Med Photo Fest, è il direttore artistico Vittorio Graziano a occuparsi della curatela. Io collaboro nella selezione e nella riflessione su alcuni lavori. Il concetto di curatela del festival, in alcuni aspetti, si differenzia dalle pratiche più comuni in Brasile.
In ogni caso, credo che il curatore non debba imporsi sull’opera dell’artista. L’artista viene sempre prima di tutto.
Cosa significa per te “curare” la fotografia oggi, in un contesto Internazionale come quello del festival?
Ritengo che la curatela consista nell’assumere scelte puntuali che vanno oltre la semplice selezione delle immagini. Si tratta di ampliare l’ascolto e costruire narrazioni capaci di connettere dialoghi internazionali, creando ponti di riflessione, dando visibilità e valorizzando anche artisti che raccontano le proprie storie a partire da nuove prospettive su ancestralità, territori e diversità.
Lontana da vecchie egemonie, la curatela contemporanea mette in discussione binarismi e modelli consolidati. Propone un contrappunto visivo, generando confronti, contrasti e avvicinamenti tra differenti corpi di lavoro. L’esperienza offerta al pubblico diventa così più ricca e va oltre la somma delle singole immagini.
Anche il recupero della memoria è fondamentale, poiché proteggere e documentare il presente significa trasformare questi materiali fotografici in un’eredità culturale. Il Med Photo Fest rende possibili questo tipo di approcci curatoriale.
Hai curato la mostra antológica “50 anni di fotografia di Vittorio Graziano”. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare un percorso così lungo e importante?
Quando ho ricevuto l’invito da Vittorio a curare i suoi 50 anni di fotografia, sono passata dalla gioia di avere accesso a un materiale fotografico che abbraccia un’intera vita a un certo caos, quasi comico. Vittorio possiede un archivio ampio e ricchissimo, composto da diversi momenti della sua carriera come fotografo.
La tematica del suo lavoro attraversa percorsi differenti. Ci sono fotografie familiari, bellissime e profondamente emozionanti; immagini di architettura che riflettono la sua formazione iniziale come ingegnere, in cui esplora colori, geometrie e prospettive sottili; e c’è anche un notevole percorso nella fotografia di strada, in cui cattura istanti precisi del passaggio di persone anonime davanti a cartelloni pubblicitari in diverse città e paesi. Sono immagini molto speciali, che includono anche scatti realizzati in Brasile negli anni Settanta, di grande intensità visiva.
Si tratta di uno sguardo che spesso passa inosservato alla maggior parte delle persone. Mi sono riconosciuta in molti lavori di Vittorio, qualcosa che attraversa anche la mia pratica fotografica. La prima sfida è stata selezionare le immagini tra centinaia. Abbiamo fatto questa selezione insieme, in un primo momento.
Per me è fondamentale, in curatela, conoscere profondamente il percorso dell’artista/fotografo/ingegnere/immigrato/direttore artistico del Med Photo Fest, così come comprendere il contesto in cui le immagini sono state prodotte, sia in modo intenzionale sia in momenti di casualità. Sono stati mesi di conversazioni, selezioni e revisioni successive.
Siamo arrivati a circa 80 fotografie, sufficienti a raccontare parte dei suoi 50 anni di percorso, anche se sarebbe possibile costruire altre grandi mostre a partire dallo stesso archivio. Questo processo mi ha permesso di conoscere episodi decisivi della sua vita, fondamentali per la scrittura del testo curatoriale finale.
Alcune immagini familiari mi hanno colpita in modo profondo. Come scrive Roland Barthes in La camera chiara, si tratta del punctum, quel dettaglio che ferisce, attraversa e tocca in modo viscerale, al di là dell’interesse intellettuale dello studium. Un’immagine in particolare, intitolata “Tenerezza”, mostra Mariella con il suo primo figlio, Elio, ancora neonato, addormentato tra le sue braccia, mentre lo sguardo della madre si dirige verso un “tra-tempi” silenzioso. Questa immagine mi è entrata dentro con un’intensità quasi fisica. Ho pensato: siamo tutte Mariella.
Le esposizioni del festival seguono, in alcuni casi, una struttura più organizzata nell’allestimento dei lavori, il che limita un po’ approcci più liberi nella relazione tra formati e supporti. Tuttavia, la sfida è stata accolta. Il riscontro del pubblico è stato molto positivo e ho ricevuto messaggi dai figli di Vittorio, che hanno ringraziato per la curatela e per il testo, che ha emozionato la madre, Mariella.
Vittorio Graziano ha vissuto con intensità la mostra dedicata ai suoi 50 anni di fotografia e questo coinvolgimento ha toccato profondamente anche me, perché ho preso parte a questo percorso. È stato un onore partecipare a questa mia prima curatela internazionale.
Quando costruisci una mostra collettiva, quali elementi consideri fondamentali per creare un dialogo tra artisti e opere?
Definire una linea curatoriale chiara, capace di tenere insieme poetiche differenti, significa equilibrare l’identità autoriale di ciascun artista con una narrazione estetica e concettuale che abbia senso quando le opere sono poste in relazione tra loro. Questo processo stimola lo sguardo del pubblico.
Raggruppare i lavori per contrasti, temi o tecniche permette di costruire vicinanze e affinità tra opere diverse, creando relazioni in cui ogni lavoro contribuisce ad arricchire la lettura dell’altro. È uno sguardo attento, in cui ogni opera diventa parte di un dialogo più ampio.
Pensare un allestimento significa anche immaginare un flusso espositivo, con spazi di respiro o contrasti intenzionali che guidino il percorso del visitatore. Non sempre lo spazio espositivo consente di valorizzare pienamente tutti i lavori: si tratta di un equilibrio complesso, che richiede rispetto e attenzione nei confronti di ogni artista.
Il testo curatoriale e la mediazione, soprattutto nelle grandi collettive e nei progetti con accessibilità ampliata, diventano strumenti fondamentali per rendere leggibile il perché e il come delle relazioni tra le opere.
Ho compreso più a fondo queste dinamiche durante la mia specializzazione in Curatela e Critica d’Arte. Allo stesso tempo, ritengo possibile anche superare alcune regole, soprattutto quando lo spazio espositivo è più libero e alternativo e permette approcci differenti. Sono, in ogni caso, sfide costanti.
Il Med Photo Fest Mette in relazione artisti di diversi paesi e linguaggi. Cosa cerchi tu in questo tipo di confronto?
Conoscere altri artisti, lavori diversi e le culture di ciascuno, così come il contesto in cui avviene lo scambio, rappresenta un passaggio fondamentale. È necessario evitare che l’ego prevalga sull’opera.
Quando ci si allontana, anche solo in parte, dal proprio lavoro, si può davvero osservare l’altro e aprirsi al dialogo con gli altri artisti. Si tratta sempre di un campo di sperimentazione e conoscenza, di nuove relazioni e possibilità di contatto, che permettono anche di far circolare il proprio lavoro verso pubblici differenti e, allo stesso tempo, di portare in Brasile le opere degli artisti che partecipano al Med Photo Fest.
Guardando al tuo percorso, quale trasformazione senti piú decisiva nella tua ricerca artistica? Se dovessi riassumere il tuo lavoro in una direzione attuale, verso cosa senti che si sta muovendo la tua ricerca?
Penso di essere costantemente in trasformazione, sia nella carriera artistica sia nella vita, e queste due dimensioni procedono insieme. La mia ricerca sul femminile è diventata il fulcro principale del mio lavoro e, anche quando mi rivolgo ad altre situazioni, torno sempre a una riflessione sulla condizione femminile e sulla trasformazione dell’identità.
Riconoscere questa ricerca sul femminile come filo conduttore del mio percorso rappresenta per me un passo di maturità artistica, e credo che questa sia la direzione verso cui il mio lavoro si sta orientando, approfondendosi attraverso diversi linguaggi delle arti visive. Questa autoidentificazione mi permette di trasformare esperienze personali in poetiche visive che intrecciano arte e vita.
Anche le curatele e i nuovi progetti orientati allo scambio internazionale, soprattutto con artiste donne, sono fondamentali per il mio percorso nelle arti. Ciò che mi interessa è il viaggio, le domande che emergono costantemente nel processo. Credo che non esistano risposte definitive. Esiste uno spazio “tra i tempi”.
SONIA LOREN. CONSTRUCTIONS AND DRIFTS OF THE GAZE IN CONTEMPORARY PHOTOGRAPHY
In the work of Sonia Loren, the photographic image continuously shifts from the function of recording reality toward a space of transformation, where perception and visual construction overlap and are constantly redefined. Photography does not coincide with the moment of the shot, but extends into a process that involves subsequent interventions, variations, and passages that modify the surface of the image until it becomes unstable and open, as if it could begin again each time from scratch.
The reference to cinema runs through this research as an internal structure of visual thought. The image is already conceived as a fragment of a possible sequence, traversed by editing, superimposition, and discontinuity that determine a non-linear narrative flow, almost like a memory that returns unexpectedly and reassembles itself each time in a different form. Photography thus assumes a suspended condition between recording and invention, between what happens and what takes shape through the gaze.
The construction of images is nourished by references that include literature, music, dance, and everyday situations. These elements enter the creative process as materials that act during the production of the work and contribute to generating different levels of reading, sometimes unexpected. The image takes shape from a set of visual and emotional impulses that intertwine without a fixed hierarchy, as if they were placed together on the same working table.
The role of lived time in her work takes on the nature of a state in motion that crosses the present of the image and continuously alters its outcome. Personal time and shared time enter the creative process and produce visual apparitions that emerge during the construction of the work, transforming into new narrative possibilities, almost as if the image were remembering while being created.
The images are subjected to interventions, digital manipulations, and successive variations that reduce immediate references to reality and open passages toward alternative visual constructions. Within this path, situations emerge that intertwine everyday elements and imagined scenarios, generating visual environments in constant redefinition, at times with a quasi-theatrical dimension.
Narrative unfolds through fragments that require an active role from the gaze in the construction of meaning. The images present openings and intervals that invite connections and relationships between different elements, shaping a multi-layered visual system, like a story that is never told all at once.
The work also addresses the theme of female identity through figures that appear in variable forms and pass through different states of representation. The images relate presence and transformation and outline a sequence of passages involving the representation of the subject and its continuous variation. Within this same field, a practice of veiled self-portraiture emerges, in which the artist’s presence surfaces through subtle clues, fragments, and interferences that refer to the body without ever making it fully recognizable.
In contemporary photography, female self-portraiture often develops as a territory of redefinition of the subject, where the image does not return a stable identity but activates processes of construction and deconstruction of the gaze, between declared presence and dissolution, in a play of exposure and withdrawal. Sonia Loren fits into this horizon through an indirect mode, in which the self does not coincide with explicit representation but emerges as a perceptual trace that traverses the image and subtly orients its construction.
The curatorial activity developed within Med Photo Fest and in dialogue with Vittorio Graziano introduces an additional field of work linked to the construction of exhibition pathways and to the relationship between works by different artists. The selection of images and their spatial arrangement generates connections between different languages and backgrounds, constructing visual sequences that relate heterogeneous artistic experiences, evoking a sense of a collective narrative gradually taking shape.
The international experience between Brazil, Europe, and Italy contributes to a continuous exchange between cultural contexts and artistic practices. This aspect nourishes a practice that develops through direct confrontation with works, artists, and exhibition environments, giving form to a process that moves between artistic production and curatorial construction, in a path that never fully comes to a close.
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