«Non possiamo conservare ogni istante,
ma possiamo renderlo immortale
nella memoria che scegliamo di custodire.»
Roland Barthes
— parafrasando la riflessione di Roland Barthes sulla fotografia come traccia della nostra esperienza vissuta.
L’eco della Camera Chiara di Barthes non è qui un semplice riferimento bibliografico, ma il cardine ontologico su cui poggia M A N E N T.
Il titolo stesso, nella sua asciutta solennità latina, agisce come un monito, esso è il participio presente di ciò che si ostina a restare, le tracce lasciate dal tempo e dall’esperienza nell’interiorità di chi le vive.
Nella serie fotografica di Ilaria Pisciottani, questo concetto si materializza in immagini che sono al contempo testimoni di ricordi personali e strumenti di introspezione estetica. Non si tratta di fotografia documentaristica, ma di una fotografia d’autore che trasforma l’esperienza vissuta in linguaggio visivo, traducendo episodi, gesti, abitudini e persone care in segni emotivi visibili. La sua opera è un’archeologia dell’intimo che scava sotto la superficie del visibile per estrarne il “permanente”.
Ogni opera di M A N E N T nasce da un’elaborazione personale, la post-produzione non è un semplice intervento tecnico, ma una forma di scrittura emotiva, attraverso cui l’artista ri-abita l’immagine, dando corpo e colore alla propria memoria. In alcune opere, la scelta di viraggi cromatici decisi e saturazioni forti rimanda a influenze pop, pur restando coerente con la sensibilità dell’artista, creando campi di visione e immaginazione che sorprendono e risvegliano la memoria dello spettatore. Un intervento tecnico che sa di necessità semantica, che ne altera i contorni per fedeltà al sentimento piuttosto che all’ottica. Eppure, il fotogramma originario resta lì, sottotraccia, come un’ossatura etica che impedisce alla memoria di scivolare nell’astrazione pura, mantenendo vivo il dialogo tra l’oggettività del «ciò che è stato» e la soggettività del «ciò che sento».
La serie si distingue per la sua intimità emotiva. Ogni fotogramma è un tassello di un racconto più ampio, un frammento di esperienza esperienziale e affettiva che si accumula nel tempo e nella memoria come un reperto affettivo. La sensibilità dell’artista è percepibile in ogni dettaglio, gli sguardi, i gesti, le presenze care smettono di essere soggetti per divenire correlativi oggettivi di un paesaggio interiore. In questo processo, il dato quotidiano subisce una vera e propria trasfigurazione, elevandosi a testimonianza poetica. La prassi narrativa dell’artista scardina la funzione mimetica della fotocamera, la sua opera trasmette frequenze emotive, in cui l’immagine descrive ed evoca il mondo nella sua urgenza più intima e persistente.
Particolarmente interessante appare la gestione dell’autoritratto, che ricorre frequentemente nella serie, ma non come dichiarazione di visibilità o autoaffermazione. Al contrario, il volto e il corpo diventano strumenti diretti di comunicazione, essi veicolano emozioni, stati d’animo e memorie, trasformando l’immagine in un luogo fisico dove l’esperienza individuale assume valenza collettiva. In questi scatti, l’artista si fa medium, prestando la propria immagine per dare corpo a stati d’animo che appartengono a chiunque abbia mai tentato di preservare la memoria del tempo.
Questa serie di Ilaria Pisciottani si delinea come una autentica indagine sulla persistenza del vissuto. Non è un semplice esercizio di conservazione della memoria, ma un tentativo riuscito di renderla operante all’interno dell’immagine. Qui l’intimità smette di essere un fatto privato per diventare il vero codice generativo dell’opera. Ogni frammento visivo, uno sguardo, un gesto appena accennato o anche un oggetto, si trasforma in esperienza materica, qualcosa che si percepisce come concreto davanti agli occhi. In queste opere, la memoria non resta confinata nel passato, ma si fa presenza viva, abita lo spazio dell’inquadratura e instaura un dialogo diretto con chi guarda.
Così, il titolo della serie non è solo un nome, è un principio guida. Con M A N E N T, Ilaria Pisciottani ci consegna una grammatica della visione, dove la fotografia smette di essere semplice “scatto” e diventa sedimentazione. È l’omaggio a quelle tracce che, pur nella loro fragilità di impronte leggere, possiedono la forza immanente di ciò che non può essere cancellato.
© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.
A seguire, il percorso visivo si apre alla voce diretta dell’artista, trasformando l’osservazione in un attraversamento più intimo della serie. Ogni immagine è accompagnata da un breve racconto che ne restituisce la genesi emotiva e il suo contesto personale.
La spazzola ricorda questo oggetto che per mia nonna era sacro perché era una spazzola di legno di pregio con crine di cavallo di eccelsa qualità e lei ci teneva talmente tanto che nessuno di noi soprattutto i nipoti la toccassero o ci giocassero, perché aveva solo quella. quando poi lei è venuta a mancare e io ho ritrovato questa spazzola sul mobile del bagno ma non c’era più lei mi sono messa a piangere pensando che era sopravvissuta alla mia amata nonna, e per la prima volta mi spazzolai i capelli come a rievocarla, apprezzai tantissimo il modo in cui mi pettino’ i capelli, era diversa dalle spazzole moderne.
Mi venne li in mente fotografarla e nel fotografarla decisi anche che poi sarebbe venuta sempre con me in viaggio in treno in aereo in macchina, tutte cose che con mia nonna non poté mai fare.
Questa è stata la prima fotografia della raccolta; da lì sono nate tutte le altre.
L’opera è oggi parte di una collezione privata, acquisita da un collezionista che vi ha riconosciuto una risonanza emotiva legata a una propria esperienza personale, simile alla mia.
L’immagine di mia nonna Eleonora ventenne negli anni ‘40, arricchita dal colore e dalla scritta Victory vuole narrare e fare immaginare un po’ la sua storia di donna vissuta tra povertà , guerra e lutti, il suo viaggio e il suo riscatto nella vita che seppur difficile è segnata anche da piccole grandi rivincite.
La Fiesta, una semplice merendina, racchiude in sé un tesoro di ricordi legati a mio nonno Fernando.
Ogni giorno, al suo ritorno dal bar, quel piccolo dolce diventava un simbolo di affetto e attesa.
Uscivo sulla strada per osservarlo mentre tornava a casa e lo vedevo avanzare lentamente con il suo passo zoppicante, una conseguenza delle ferite di guerra.
Appena mi scorgeva, un sorriso illuminava il suo volto e agitava la Fiesta in aria, come ad annunciare il suo arrivo e quel piccolo momento di dolcezza della merenda.
Quel gesto, apparentemente banale, era per me un momento magico. Non era solo la promessa di un dolce profumato, ma la certezza di un amore incondizionato. La Fiesta diventava, così, l’emblema di un legame speciale tra nonno e nipote, un istante di pura gioia e tenerezza che custodirò per sempre nel mio cuore.
“Fiesta” è la rappresentazione visiva di un ricordo indelebile, di un affetto profondo e di un legame unico che mi unisce al mio amato nonno Fernando.
Ciò che rimane
Manent è un progetto fotografico da me ideato, che indaga il legame profondo tra memoria, affetto e il senso di responsabilità verso ciò che sopravvive al tempo.
Con fotografie digitali riviste in stile pop art, questo lavoro indaga oggetti e ricordi di famiglia, immagini che parlano in modo moderno e vivace, dove il colore porta emozioni e racconta una storia.
Questo progetto vuole parlare della dolcezza con cui tutti noi, chi più chi meno, teniamo vicino ed in vita, ciò che ci rimane di una persona cara: un indumento o un accessorio che ha ancora il suo profumo, un oggetto che fa pensare al suo tocco, un gesto che torna alla mente.
Manent racconta del senso di responsabilità di chi rimane, del prendersi cura delle cose, delle storie e dei ricordi che non spariscono con le persone che li hanno vissuti, perché è in questi ricordi che si ritrova il filo che lega le nostre vite.
Le immagini, semplici ma potenti, raccontano di piccoli riti e reliquie familiari: il cioccolatino preferito dal nonno, la merendina portata ogni giorno al nipotino come segno d’affetto, la spazzola di legno pregiato intoccabile della nonna, la fotografia sbiadita sul comò che custodisce i volti di chi non c’è più, dell’atteso fiore che ogni primavera rifiorisce, quello preferito dalla madre, che lo recide in giardino per deporlo davanti alle immagini dei suoi cari scomparsi.
Manent è una riflessione visiva sulla memoria come atto d’amore e di responsabilità: ciò che resta non è solo l’oggetto, ma la cura, il gesto e la volontà di preservare la traccia di chi abbiamo amato, affinché la loro presenza continui a vivere nel tempo.
Ogni primavera, i fiori di campo tornano a colorare i giardini risvegliando in me un’eco lontana, la voce di mia nonna Norina. Appena li vedeva spuntare, i suoi occhi si illuminavano di una gioia semplice e autentica.
Raccoglieva un mazzetto con cura, quasi fossero gemme preziose, e me li porgeva dicendo: “Senti come profumano, che belli che sono!
Vado a metterli davanti -ai mi morti-” e poi li metteva con grazia e amore sul comò della sua camera dove c’erano le foto dei suoi cari defunti.
Quei ‘mi morti’ erano le fotografie dei suoi cari defunti, custodite su una parete dietro il comò della sua camera. Fratelli, cognati, amici… tanti volti segnati dalla guerra e dal tempo, vegliati da un amore eterno.
I fiori di campo, umili e splendidi, diventavano così un simbolo di affetto e memoria, un legame tangibile tra il mondo dei vivi e quello dei ricordi. Il profumo delicato si mescolava alla nostalgia, creando un’atmosfera di serena malinconia.
Ora che nonna Norina non c’è più, continuo a raccogliere quei fiori ogni primavera. Li fotografo, cercando di catturare la loro essenza effimera e la forza dei ricordi che evocano. Ogni scatto è un omaggio a lei, al suo amore incondizionato e alla sua profonda umanità.
La fotografia, in questo caso, diventa un modo per perpetuare una tradizione, per tenere vivo il legame con il passato e per condividere con gli altri la bellezza di un gesto semplice, ma intriso di significato. È un modo per dire: ‘Nonna, ti ricordo, ti amo, e i tuoi fiori continuano a profumare la mia vita’.
Spero che queste foto ispirino anche altri a riscoprire la bellezza delle piccole cose, a onorare i propri cari e a trovare conforto nella natura che ci circonda. I fiori di campo di nonna Norina continuano a fiorire, portando con sé un messaggio di speranza e amore eterno.
La storia della fotografia dei fiori di campo, tanto amati da nonna Norina, è un racconto intimo di amore, perdita e memoria.
Un tributo alla sua figura e un modo per perpetuare una tradizione piena di significato. Che queste immagini continuino a diffondere il suo profumo e il suo amore.
Gli abiti in questa foto non sono semplici indumenti. Sono frammenti di un passato prezioso, testimoni silenziosi di vite vissute e di momenti indimenticabili.
Non erano abiti di tutti i giorni, consumati dalla routine. Questi erano i vestiti ‘della festa’, quelli che si indossavano con cura e trepidazione per le occasioni speciali: matrimoni, battesimi, la domenica in famiglia.
Ora, questi abiti appartengono a chi non c’è più.
Le mani che li hanno cuciti, indossati, ammirati, non possono più stringerli. Eppure, essi rimangono, custoditi con amore e rispetto negli armadi di chi li ha ereditati. Sono reliquie, oggetti sacri che evocano ricordi e sentimenti profondi.
Ogni tanto, l’armadio si apre e questi abiti vengono tirati fuori.
Le dita scorrono sui tessuti, riconoscendo la trama, il profumo lieve di naftalina e di un tempo lontano.
In quel momento, le persone care che non ci sono più sembrano più vicine, il loro spirito rivive tra le pieghe di un abito che ha fatto parte della loro storia.
È un modo per abbracciare il passato, per onorare la memoria di chi amiamo e per sentirci, ancora una volta, parte di un legame indissolubile.
Questi abiti non sono solo tessuti e fili. Sono emozioni, ricordi, un’eredità che va ben oltre il valore materiale. Sono un ponte tra generazioni, un modo per mantenere viva la fiamma del passato e per tramandare storie che altrimenti andrebbero perdute. Conservarli è un atto d’amore, un modo per dire ‘non vi dimenticheremo’.
Ogni fotogramma è un tassello di un racconto più ampio, un frammento di esperienza esperienziale e affettiva che si accumula nel tempo e nella memoria come un reperto affettivo.
La sensibilità dell’artista è percepibile in ogni dettaglio, gli sguardi, i gesti, le presenze care smettono di essere soggetti per divenire correlativi oggettivi di un paesaggio interiore. In questo processo, il dato quotidiano subisce una vera e propria trasfigurazione, elevandosi a testimonianza poetica.


















