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Willy Indiviglia e la poesia della materia tra scultura e scatto digitale

 

Il compito che Willy Indiviglia si assegna da tempo è quello di spogliare l’immagine della sua funzione documentaria. Non la fotografia come cronaca o descrizione del reale, ma la fotografia come territorio di una metamorfosi visiva e interiore. È un’operazione che unisce la sapienza antica di chi ha iniziato tra gli acidi della camera oscura all’immediatezza digitale del nostro presente.

 

Fissare l’identità attraverso un’ombra è una contraddizione in termini, un paradosso visivo. Eppure, in questa serie fotografica, la sagoma dell’artista ritorna costantemente: appare di spalle, si nasconde dietro a trame geometriche, si trasforma in un cameo scuro che attraversa la scena. Questo mostrarsi svanendo non è un semplice espediente estetico. Al contrario, è il fulcro stesso della sua ricerca. L’ombra di Indiviglia è lo spazio della libertà assoluta, il luogo in cui la giovinezza che sfuma dialoga con la necessità di esserci, di reagire e di trovare un posizionamento nel mondo. Quando la figura umana si dissolve nel colore, non stiamo assistendo a una cancellazione, ma a un’emersione del sé.

 

Spesso il suo processo creativo non risponde a un disegno calcolato, ma si accende e si propaga attraverso l’ascolto della musica. Il flusso sonoro agisce per lui come un vero e proprio catalizzatore emotivo capace di far affiorare pensieri e ricordi latenti, guidando l’istinto nella costruzione del progetto fotografico. Questa vicinanza profonda con l’elemento acustico spiega la natura morbida e mai rigida delle sue composizioni.

I passaggi di tono, le dissolvenze e le sovrapposizioni cromatiche esasperate diventano variazioni di un ritmo, la traduzione visiva e immediata di una suggestione sonora. L’istinto, guidato dal suono, permette all’artista di operare una sintesi perfetta, amalgamando la drammaticità dei neri intensi con la leggerezza delle velature e delle trasparenze che abitano lo schermo.

Questo medesimo andamento ritmico si estende infine alla modellazione scultorea, dove il gesto si fa volume e le forme si flettono in linee sinuose, traducendo la vibrazione invisibile delle onde sonore nella morbidezza tangibile di dune modellate dal vento.

 

L’operazione di Indiviglia ci costringe a riflettere sull’uso degli strumenti contemporanei. In un’epoca in cui lo smartphone è diventato il mezzo della riproduzione seriale e distratta, l’artista lo trasforma in un dispositivo di riflessione rallentata. Utilizzare l’applicazione Snapseed come fosse un’estensione delle proprie dita, muovendosi sullo schermo come con un pennello sulla tela, significa scardinare l’idea che la tecnologia sia fredda o preimpostata. Non ci sono filtri pronti nel suo lavoro. Ci sono, invece, sovrapposizioni di luci, sfocature calibrate, texture e velature cromatiche esasperate. L’imperfezione cercata, l’errore digitale voluto e la saturazione estrema diventano la sua personale pellicola sensibile.

 

Ma la ricerca di Indiviglia non si esaurisce sulla superficie bidimensionale dello schermo. C’è un legame sotterraneo e potente che unisce i suoi scatti alla pratica della scultura, un territorio in cui l’artista plasma il legno e l’argilla per dare corpo alle stesse visioni che animano il formato digitale.

 

L’opera fotografica recente dal titolo emblematico “Tutto ritorna”, dove una figura si staglia in una corsa sospesa all’interno di un’orbita buia e sovrapposta, non fa che confermare questo moto circolare. Troviamo l’idea che ogni intuizione visiva sia destinata a tornare, a trasformarsi e a sedimentare in forme diverse. La scultura, per lui, è una fotografia che ha conquistato il volume. La fotografia, di contro, è una superficie sensibile in cui la luce viene scavata come materia.

Willy Indiviglia "Tutto ritorna" 2026

Se analizziamo visivamente la produzione plastica, l’uso combinato dei materiali risponde alla medesima urgenza poetica che guida l’applicazione digitale. Nel legno, l’artista asseconda le venature, i nodi e le spaccature naturali, leggendovi i segni del tempo esattamente come sul display esaspera le trame e le sfocature. Nell’argilla, invece, il gesto si fa più fluido e morbido. Le superfici si incurvano in linee sinuose e continue che ricordano il disegno delle dune formate dal vento sulla sabbia. Non c’è rigidità accademica, ma si sviluppa una dinamica del movimento e della transizione. Le curve concave e convesse della materia plastica imitano i passaggi tonali, le sfumature e i giochi di “vedo e non vedo” che caratterizzano i suoi paesaggi interiori.

 

C’è una corrispondenza formale netta tra la silhouette scura che abita le fotografie e la fisicità di queste opere tridimensionali. I profili slanciati, i vuoti che perforano il blocco solido lasciando passare la luce e l’alternanza tra zone levigate e superfici ruvide non sono altro che la proiezione plastica di quell’ombra che nei fotogrammi appare e scompare. Quella sagoma umana, che sullo schermo dello smartphone vive di trasparenze, velature o fughe dinamiche, nella scultura trova la sua stabilità. Diventa corpo, duna, tronco e radice, sfidando la natura effimera del pixel per consegnarsi alla permanenza dello spazio reale.

 

L’autore non cerca lo scatto perfetto secondo le regole dell’ottica tradizionale. Il suo è un lavoro di stratificazione. Alberi, fiori, nuvole e dettagli naturalistici non sono elementi decorativi, ma simboli affettivi, frammenti di un passato che viene sezionato e stravolto per costruire un nuovo linguaggio. Ogni immagine diventa così una piccola macchina del tempo.

Guardando la sequenza dei suoi scatti, si ha la precisa sensazione di assistere a un salto continuo tra ciò che è stato e ciò che si trasforma, un flusso in cui la musica, compagna indispensabile nel suo processo creativo, detta il ritmo emotivo dell’opera.

 

Questo catalogo di apparizioni e dissolvenze non fa che confermare la vera natura della fotografia per Willy Indiviglia, uno strumento che non serve a registrare la realtà, ma a misurare la nostra evoluzione interiore.

Una porta che si schiude nel vuoto di un’immagine, la presenza silenziosa e immobile di un albero, la densità improvvisa di un’ombra che si allunga. Nulla di tutto questo è un semplice dettaglio o un caso, sono piuttosto varchi pronti ad aprirsi.

Davanti alle sue opere non serve la logica, serve il coraggio di fermarsi. Willy Indiviglia ci costringe a rallentare il passo e a guardare oltre la superficie ingannevole di un clic quotidiano, dove si nasconde una visione, un segreto intimo e irripetibile che restituisce allo scatto la sua magia più autentica.

È il miracolo invisibile di un istante che smette di scorrere e si fa poesia.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Willy Indiviglia and the poetry of matter between sculpture and digital photography

The task that Willy Indiviglia has long assigned himself is to strip the image of its documentary function. Not photography as a chronicle or description of reality, but photography as the territory of a visual and inner metamorphosis. It is an operation that unites the ancient wisdom of those who started among the acids of the darkroom with the digital immediacy of our present.

 

Fixing identity through a shadow is a contradiction in terms, a visual paradox. Yet, in this photographic series, the artist’s silhouette constantly returns: it appears from behind, hides behind geometric patterns, and transforms into a dark cameo traversing the scene. This showing of oneself by vanishing is not a mere aesthetic expedient. On the contrary, it is the very core of his research. Indiviglia’s shadow is the space of absolute freedom, the place where fading youth dialogues with the need to exist, to react, and to find a placement in the world. When the human figure dissolves into color, we are not witnessing a cancellation, but an emergence of the self.

 

Often his creative process does not respond to a calculated design, but ignites and propagates through the listening of music. The sound flow acts for him as a true emotional catalyst capable of bringing latent thoughts and memories to the surface, guiding instinct in the construction of the photographic project. This profound closeness to the acoustic element explains the soft and never rigid nature of his compositions. The transitions of tone, the fades, and the heightened chromatic overlays become variations of a rhythm, the visual and immediate translation of a sound suggestion. Instinct, guided by sound, allows the artist to achieve a perfect synthesis, blending the drama of intense blacks with the lightness of the glazes and transparencies that inhabit the screen. This same rhythmic movement finally extends to sculptural modeling, where the gesture becomes volume and shapes bend into sinuous lines, translating the invisible vibration of sound waves into the tangible softness of dunes shaped by the wind.

 

Indiviglia’s operation forces us to reflect on the use of contemporary tools. In an era when the smartphone has become the medium of serial and distracted reproduction, the artist transforms it into a device for slowed-down reflection. Using the Snapseed application as if it were an extension of his own fingers, moving across the screen like a brush on canvas, means dismantling the idea that technology is cold or pre-programmed. There are no ready-made filters in his work. Instead, there are overlays of light, calibrated blurs, textures, and heightened chromatic glazes. The sought-after imperfection, the intentional digital error, and the extreme saturation become his personal sensitive film.

But Indiviglia’s research does not end on the two-dimensional surface of the screen. There is an underground and powerful bond linking his shots to the practice of sculpture, a territory where the artist shapes wood and clay to give substance to the very same visions that animate the digital format. The recent photographic work with the emblematic title “Tutto ritorna” (Everything Returns), where a figure stands out in a suspended race inside a dark and overlapped orbit, only confirms this circular motion. We find the idea that every visual intuition is destined to return, to transform, and to settle into different forms. Sculpture, for him, is a photograph that has conquered volume. Photography, conversely, is a sensitive surface where light is hollowed out like matter.

 

If we visually analyze his plastic production, the combined use of materials responds to the same poetic urgency that guides the digital application. In wood, the artist accommodates the natural grains, knots, and cracks, reading in them the signs of time just as on the display he heightens textures and blurs. In clay, however, the gesture becomes more fluid and soft. The surfaces curve into sinuous and continuous lines that recall the pattern of dunes formed by the wind on the sand. There is no academic rigidity, but rather a dynamic of movement and transition develops. The concave and convex curves of the plastic matter mimic the tonal transitions, the nuances, and the games of “now you see it, now you don’t” that characterize his inner landscapes.

 

There is a clear formal correspondence between the dark silhouette inhabiting the photographs and the physicality of these three-dimensional works. The slender profiles, the voids that pierce the solid block letting light pass through, and the alternation between polished zones and rough surfaces are nothing but the plastic projection of that shadow which appears and disappears in the frames. That human silhouette, which lives of transparencies, glazes, or dynamic escapes on the smartphone screen, finds its stability in sculpture. It becomes body, dune, trunk, and root, defying the ephemeral nature of the pixel to surrender itself to the permanence of real space.

The author does not seek the perfect shot according to the rules of traditional optics. His is a work of stratification. Trees, doors, clouds, and writings on walls are not decorative elements, but affective symbols, fragments of a past that is dissected and overturned to build a new language. Each image thus becomes a small time machine. Looking at the sequence of his shots, one has the precise feeling of witnessing a continuous leap between what was and what is transformed, a flow in which music – an indispensable companion in his creative process – dictates the emotional rhythm of the work.

 

This catalogue of appearances and disappearances only confirms the true nature of photography for Willy Indiviglia, a tool that does not serve to record reality, but to measure our inner evolution. A door that opens into the void of an image, the silent and motionless presence of a tree, the sudden density of a shadow that lengthens. None of this is a simple detail or a coincidence, they are rather entryways ready to open. Before his works, logic is not needed, what is needed is the courage to stop. Willy Indiviglia forces us to slow our pace and look beyond the deceptive surface of an everyday click, where a vision hides, an intimate and unrepeatable secret that restores to the shot its most authentic magic. It is the invisible miracle of a moment that stops flowing and becomes poetry.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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Dall’eredità dei maestri alla nuova sfida. Il dialogo tra Alessio Paolo Musella e Luca Lombardi

Per il curatore Alessio Paolo Musella la fotografia, per essere definita arte, deve possedere un’anima oltre alla tecnica, richiedendo al fotografo una spiccata dose di creatività. In quest’ottica, la scelta di iniziare un percorso con il fotografo Luca Lombardi assume il sapore di una vera e propria sfida, una scommessa su un talento in cui colori, soggetti e idee si miscelano alla perfezione nelle sue creazioni.

Alessio Paolo Musella con il celebre maestro Giovanni Gastel
Il Curatore con Gèrard Rancinan

Questo nuovo progetto segna un momento di evoluzione nel percorso di Musella, che in passato ha già affiancato grandi nomi della fotografia internazionale e italiana. Tra questi spicca la collaborazione con Carlo Mari e, soprattutto, quella con il celebre maestro Giovanni Gastel, una figura con la quale Musella condivideva, oltre all’intesa professionale, un profondo e forte sentimento di amicizia. A queste si aggiunge la felice sinergia con il fotografo Raimondo Rossi, un sodalizio che ha permesso di esplorare nuove narrazioni visive e di consolidare la visione del curatore attenta all’autenticità e all’impatto emotivo dello scatto. Più recentemente, i testi dedicati al fotografo Gérard Rancinan non sono nati da una collaborazione formale, bensì come un omaggio intellettuale e critico, un puro attestato di stima reciproca scaturito dopo il loro incontro a Dubai nel dicembre 2025.

Mentre l’omaggio a Rancinan celebrava una visione monumentale e il legame con maestri come Gastel, Mari e Raimondo Rossi ( aka Ray Morrison) affonda le radici in una storia di grande spessore artistico e personale, il cammino intrapreso con Luca Lombardi si configura come una progettualità attiva e stimolante. Abbracciare la fotografia di Lombardi significa per Musella tradurre in pratica la propria filosofia curatoriale: ricercare e dare voce a quell’anima fotografica che si rinnova continuamente attraverso l’equilibrio cromatico, la freschezza delle idee e l’originalità dei soggetti.

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“Ti racconto… forse”. Tra autobiografia e AI, il nuovo progetto fotografico di Diego Salvador

Il progetto “Ti racconto… forse” di Diego Salvador si costruisce come un intreccio instabile di autobiografia, sperimentazione linguistica e interrogazione sullo statuto stesso dell’immagine contemporanea. Non si tratta di un diario visivo né di una narrazione lineare del vissuto, ma piuttosto di una lenta decostruzione del racconto personale, dove l’esperienza non viene mai semplicemente restituita, bensì continuamente riattivata, deformata, ri-orientata dal dispositivo fotografico e dalle sue estensioni tecnologiche.

Si potrebbe dire, semplificando al massimo, che il lavoro si regge su tre direttrici fondamentali: la messa in scena del sé come figura funzionale e non identitaria, la sperimentazione sul mosso come principio epistemologico dell’immagine, e l’ingresso dell’intelligenza artificiale come agente interpretativo interno al processo creativo. Tre elementi che, lungi dall’essere separati, si contaminano reciprocamente fino a produrre un sistema visivo che non ha intenzione di descrivere, ma interroga costantemente le proprie condizioni di possibilità.

La componente autobiografica, infatti, non assume mai la forma della confessione o della trasparenza. Al contrario, si presenta come una struttura opaca, quasi amministrativa: l’io alla scrivania, figura ricorrente del progetto, non è un soggetto che si racconta, ma un soggetto che si esercita nella gestione del proprio ruolo. La scrivania diventa così un dispositivo simbolico prima ancora che un luogo reale, uno spazio di decisione, ma anche di distanza, in cui l’identità si manifesta come funzione operativa, continuamente esposta alla propria stessa messa in scena.

A questo primo livello si sovrappone la questione del mosso, che in Salvador non ha nulla di accidentale né di puramente estetico. Al contrario, esso si manifesta come una presa di posizione nei confronti della tradizione fotografica della nitidezza, della messa a fuoco come garanzia di verità. Qui il fuori fuoco, la vibrazione, lo slittamento dell’immagine non indicano una perdita, ma una trasformazione del suo statuto. L’immagine non è più ciò che ferma il mondo, ma ciò che ne registra la natura instabile, la sua impossibilità a coincidere con una forma definitiva.

È inevitabile, a questo punto, il riferimento a Zygmunt Bauman, ma ciò che interessa nel progetto non è la semplice evocazione della sua teoria, quanto la sua effettiva trasposizione operativa. La “liquidità” non viene trattata come immagine poetica del contemporaneo, bensì come condizione strutturale che investe tanto i soggetti quanto i dispositivi di rappresentazione. Se, come Bauman osserva, le forme sociali contemporanee hanno perso la loro capacità di mantenersi stabili nel tempo, diventando transitorie, reversibili, continuamente rinegoziabili, allora anche l’immagine fotografica non può più aspirare a fissare ciò che per sua natura è già in transito.

Il mosso, in questo contesto, non è uno stile ma una conseguenza logica. Esso è la traduzione visiva di un mondo che non concede più punti d’appoggio stabili allo sguardo. Il reale non si lascia catturare in forma stabile, ma si presenta soltanto come un campo percettivo instabile, fatto di variazioni continue e mai definitivamente fissabili.

All’interno di questa struttura si colloca il passaggio forse più decisivo del progetto, in cui l’introduzione dell’intelligenza artificiale non assume il ruolo di semplice strumento tecnico ma quello di soggetto interpretante interno alla costruzione dell’opera. L’immagine non resta chiusa nel regime del visivo, ma viene immediatamente traslata nel linguaggio, sottoposta a una domanda critica, restituita come discorso. Questo movimento dall’immagine al testo non è un semplice commento, ma una vera e propria estensione del campo fotografico.

Il dispositivo si articola con una chiarezza quasi didattica ma concettualmente complessa: l’immagine viene interrogata da un’AI, la risposta entra a far parte dell’opera, e successivamente viene rilanciata verso lo spettatore attraverso una seconda domanda, che lo chiama a prendere posizione. Si crea così una struttura triadica — autore, intelligenza artificiale, spettatore — in cui il significato non è mai stabile ma sempre negoziato e riaperto.

Non esiste più, in questo sistema, una gerarchia chiusa dell’interpretazione. L’autore non domina il senso dell’immagine, l’AI non lo esaurisce, lo spettatore non lo conclude. Tutti e tre i poli contribuiscono invece a generare un campo semantico in cui l’opera coincide con il suo stesso processo di interpretazione.

L’indagine proposta dall’artista in “ Ti racconto… forse” non ha lo scopo esclusivo di interrogare la fotografia contemporanea, ma la spinge  oltre la sua definizione tradizionale, verso una zona ibrida in cui immagine e linguaggio non sono più separabili, e in cui il vedere coincide sempre più con l’essere dentro una rete di interpretazioni che non smettono di prodursi.

Ciò che rimane, alla fine, non è una narrazione compiuta del sé, ma la sua continua esposizione a forme diverse di lettura: umane, algoritmiche, spettatoriali. Ed è forse proprio in questa sospensione, in questa rinuncia a ogni chiusura definitiva del senso, che il progetto trova la sua coerenza più profonda.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

Segnalaci le tue impressioni scrivendo direttamente all’autore: diegosa49@gmail.com

 

Segnalaci le tue impressioni scrivendo direttamente all’autore: diegosa49@gmail.com

 

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“Tell Me… Maybe”. Between autobiography and AI, the new photographic project by Diego Salvador

The project “Tell Me… Maybe” by Diego Salvador is constructed as an unstable intertwining of autobiography, linguistic experimentation, and an inquiry into the very status of the contemporary image. It is neither a visual diary nor a linear narrative of lived experience, but rather a slow deconstruction of personal storytelling, where experience is never simply returned, but continuously reactivated, distorted, and reoriented by the photographic device and its technological extensions.

 

It could be said, in the simplest terms, that the work is structured around three fundamental directions: the staging of the self as a functional rather than identity-based figure, the experimentation with motion blur as an epistemological principle of the image, and the entry of artificial intelligence as an interpretive agent within the creative process. Three elements that, far from remaining separate, mutually contaminate one another to produce a visual system that does not aim to describe, but constantly questions its own conditions of possibility.

 

The autobiographical component, in fact, never takes the form of confession or transparency. On the contrary, it presents itself as an opaque, almost administrative structure: the self at the desk, a recurring figure in the project, is not a subject that tells itself, but a subject exercising the management of its role. The desk thus becomes a symbolic device even before being a real place—a space of decision, but also of distance, where identity manifests itself as an operative function, continuously exposed to its own staging.

 

On this first level, the question of motion blur is superimposed, which in Salvador’s work is neither accidental nor merely aesthetic. On the contrary, it emerges as a critical stance toward the photographic tradition of sharpness and focus as guarantees of truth. Here, defocus, vibration, and image slippage do not indicate loss, but a transformation of status. The image is no longer what arrests the world, but what records its unstable nature, its impossibility of coinciding with a definitive form.

 

At this point, a reference to Zygmunt Bauman becomes inevitable, yet what matters in the project is not a simple evocation of his theory, but its actual operational transposition. “Liquidity” is not treated as a poetic metaphor of the contemporary, but as a structural condition affecting both subjects and representational devices. If, as Bauman observes, contemporary social forms have lost their capacity to remain stable over time, becoming transient, reversible, and continuously renegotiated, then the photographic image can no longer aspire to fix what is, by nature, already in transit.

 

Within this context, motion blur is not a style but a logical consequence. It is the visual translation of a world that no longer provides stable footholds for the gaze. The real cannot be captured in a stable form, but presents itself only as an unstable perceptual field, made of continuous variations that can never be definitively fixed.

 

Within this structure lies perhaps the most decisive passage of the project, in which the introduction of artificial intelligence does not take on the role of a simple technical tool, but that of an interpretive subject internal to the construction of the work. The image does not remain confined to the visual regime; it is immediately translated into language, subjected to a critical question, and returned as discourse. This movement from image to text is not a simple commentary, but a true extension of the photographic field.

 

The device is articulated with almost didactic clarity, yet conceptually complex: the image is interrogated by an AI, the response becomes part of the work, and is subsequently redirected toward the viewer through a second question, which calls for a position to be taken. A triadic structure thus emerges—author, artificial intelligence, viewer—in which meaning is never stable but always negotiated and reopened.

 

Within this system, there is no longer a closed hierarchy of interpretation. The author does not dominate the meaning of the image, the AI does not exhaust it, and the viewer does not conclude it. All three poles instead contribute to generating a semantic field in which the work coincides with its own process of interpretation.

 

The inquiry proposed by the artist in “Tell Me… Maybe” is not limited to questioning contemporary photography, but pushes it beyond its traditional definition, toward a hybrid zone in which image and language are no longer separable, and in which seeing increasingly coincides with being inside a network of interpretations that continuously produce themselves.

 

What remains, in the end, is not a completed narrative of the self, but its continuous exposure to different forms of reading: human, algorithmic, and spectator-based. And it is perhaps precisely in this suspension, in this refusal of any definitive closure of meaning, that the project finds its deepest coherence.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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La dissoluzione dell’istante nella doppia esposizione di Anca Corut

La Settimana Santa siciliana, in questo lavoro, perde ogni residuo descrittivo per trasformarsi in una materia visiva instabile e stratificata, nella quale la doppia esposizione in bianco e nero non agisce come semplice espediente linguistico, ma come struttura necessaria a restituire la complessità percettiva di un’esperienza che travolge lo sguardo e dissolve la possibilità di distinguere con precisione ciò che appartiene al rito, ciò che appartiene alla memoria e ciò che invece continua a sopravvivere come impressione emotiva dentro chi osserva.

Il progetto prende forma a partire da un percorso nei luoghi della Settimana Santa siciliana, compiuto tra Caltanissetta, Enna, Ispica e Scicli, nel corso del quale l’esperienza del vedere si è progressivamente trasformata in una condizione di immersione, in cui l’immagine non si è più data come semplice registrazione del reale ma come materia densa, carica di una gravità percettiva che coinvolge il corpo stesso dell’autrice e ne dissolve la distanza rispetto all’evento, fino a renderla parte di un movimento collettivo fatto di passi, canti e presenze in cui la visione coincide con la partecipazione.

La ricerca fotografica di Anca Corut si colloca in una direzione volutamente eccentrica rispetto alla fotografia intesa come registrazione del visibile, configurandosi piuttosto come una costruzione stratificata dello sguardo in cui la doppia esposizione non assume valore ornamentale né sperimentazione episodica, ma diventa dispositivo critico attraverso il quale la stabilità dell’immagine viene costantemente sabotata a favore di una condizione percettiva mobile, instabile, attraversata da più livelli di realtà che insistono sul medesimo fotogramma senza mai risolversi in una forma definitiva.

All’interno di questo impianto il bianco e nero non si limita a sottrarre il dato cromatico, ma agisce come principio di riduzione radicale che riconduce la scena a una tensione elementare tra emersione e cancellazione, tra apparizione e dissolvenza, dove le figure non occupano uno spazio ma si inscrivono come presenze intermittenti, simili a residui di un’esperienza visiva che non trova mai un punto di fissazione stabile.

Le immagini emergono così come superfici di passaggio, in cui il corpo, il gesto e la traccia non coincidono mai con una identità univoca ma si dispongono secondo una logica di sovrapposizione che trasforma il soggetto fotografico in un campo di possibilità più che in un oggetto definito, restituendo alla visione una dimensione che non appartiene alla nitidezza descrittiva ma a una zona intermedia, come immagine mai risolta nella sua forma.

Nel quadro di questa ricerca la doppia esposizione si sottrae a ogni funzione puramente tecnica e diventa forma di pensiero visivo, una sorta di grammatica instabile attraverso cui l’autrice interroga non la realtà nella sua evidenza, ma la sua resistenza alla fissazione, costruendo immagini che non rispondono alla necessità della rappresentazione ma aprono varchi percettivi nei quali la visione si espone alla propria stessa instabilità.

Nel tornare alla serie dedicata alla Settimana Santa siciliana, l’autrice costringe frammenti differenti della processione a convivere nello stesso spazio fotografico, facendo collidere volti, gesti, simulacri e traiettorie dei corpi in una costruzione visiva che altera la linearità dell’evento e produce una dimensione sospesa, quasi ipnotica, nella quale il tempo non procede secondo una successione ordinata ma si accumula per stratificazioni successive, come accade nei ricordi più intensi, incapaci di fissarsi in una forma stabile e definitiva.

Le città attraversate — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — cessano così di appartenere a una geografia riconoscibile e diventano superfici mentali, luoghi della visione nei quali le figure si sdoppiano, si rincorrono, si dissolvono l’una dentro l’altra attraverso una continua oscillazione tra presenza e sparizione, mentre il bianco e nero sottrae ogni elemento accessorio e riduce l’immagine al contrasto originario tra luce e ombra, tra emersione e scomparsa.

La luce, in queste opere, incide lo spazio senza limitarlo alla descrizione, lo attraversa come una lama capace di scavare dentro la densità della folla e dentro la materia stessa del rito, mentre le ombre sedimentano sulla superficie fotografica come depositi di esperienza vissuta, da questo incontro nasce una terza immagine che non coincide più con il reale osservabile ma con una dimensione interiore e perturbante della processione, una sorta di palinsesto visivo nel quale ogni gesto conserva la traccia di quello precedente e anticipa quello successivo.

 

La doppia esposizione diventa allora un rigoroso esercizio di contrappunto visivo attraverso il quale la fotografia rinuncia definitivamente alla pretesa documentaria e costruisce invece una grammatica della visione fondata sulla compresenza, sulla sovrapposizione e sulla persistenza emotiva, fino al punto in cui lo spettatore non può più mantenere una distanza neutrale dall’immagine ma viene inevitabilmente assorbito dentro il ritmo cadenzato dei passi, dentro la pulsazione collettiva del rito, dentro quella vertigine visiva nella quale il sacro non appare come rappresentazione ma come esperienza fisica e totalizzante.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

The Dissolution of the Instant in Anca Corut’s Double Exposure

The Sicilian Holy Week, in this work, loses any residual descriptive function and transforms into an unstable and stratified visual matter, in which black-and-white double exposure does not operate as a mere linguistic device but as a necessary structure for restoring the perceptual complexity of an experience that overwhelms the gaze and dissolves the possibility of precisely distinguishing what belongs to ritual, what belongs to memory, and what instead continues to survive as an emotional impression within the viewer.

 

The project takes shape from a journey through the places of the Sicilian Holy Week, undertaken between Caltanissetta, Enna, Ispica, and Scicli, during which the act of seeing progressively shifts into a condition of immersion, in which the image no longer presents itself as a simple record of reality but as dense matter, charged with a perceptual gravity that involves the author’s body itself and dissolves the distance from the event, until it becomes part of a collective movement made of steps, chants, and presences in which vision coincides with participation.

 

The photographic research of Anca Corut positions itself in a deliberately eccentric direction with respect to photography understood as the recording of the visible, configuring itself instead as a stratified construction of the gaze in which double exposure does not assume ornamental value nor episodic experimentation, but becomes a critical device through which the stability of the image is constantly sabotaged in favour of a mobile and unstable perceptual condition, traversed by multiple levels of reality that insist on the same frame without ever resolving into a definitive form. Within this framework, black and white does not merely remove chromatic data but acts as a principle of radical reduction that brings the scene back to an elementary tension between emergence and erasure, between apparition and disappearance, where figures do not occupy a space but inscribe themselves as intermittent presences, similar to residues of a visual experience that never finds a stable point of fixation. The images thus emerge as surfaces of passage, in which body, gesture, and trace never coincide with a single identity but are arranged according to a logic of superimposition that transforms the photographic subject into a field of possibilities rather than a defined object, restoring to vision a dimension that does not belong to descriptive clarity but to an intermediate zone, where what appears always retains the memory of what precedes it and the prefiguration of what follows. In this perspective, double exposure withdraws from any purely technical function and becomes a form of visual thought, a kind of unstable grammar through which the author interrogates not reality in its evidence but its resistance to fixation, constructing images that do not respond to the necessity of representation but open perceptual breaches in which vision is exposed to its own instability.

 

Returning to the series dedicated to the Sicilian Holy Week, the author compels different fragments of the procession to coexist within the same photographic space, causing faces, gestures, religious effigies, and bodily trajectories to collide in a visual construction that alters the linearity of the event and produces a suspended, almost hypnotic dimension in which time does not proceed according to an ordered succession but accumulates in successive stratifications, as occurs in the most intense memories, incapable of fixing themselves into a stable and definitive form.

 

The cities traversed — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — thus cease to belong to a recognisable geography and become mental surfaces, sites of vision in which figures split, pursue one another, and dissolve into each other through a continuous oscillation between presence and disappearance, while black and white removes every accessory element and reduces the image to the original contrast between light and shadow, between emergence and disappearance.

 

The light, in these works, incises space without limiting it to description, passing through it like a blade capable of carving into the density of the crowd and into the very substance of the ritual, while shadows sediment on the photographic surface as deposits of lived experience; from this encounter a third image arises that no longer coincides with the observable real but with an inner and disturbing dimension of the procession, a kind of visual palimpsest in which every gesture preserves the trace of the preceding one and anticipates the following one.

 

Double exposure thus becomes a rigorous exercise in visual counterpoint through which photography definitively renounces any documentary claim and instead constructs a grammar of vision founded on coexistence, superimposition, and emotional persistence, to the point where the viewer can no longer maintain a neutral distance from the image but is inevitably absorbed into the cadenced rhythm of the steps, into the collective pulsation of the ritual, into that visual vertigo in which the sacred appears not as representation but as a physical, stratified, and totalizing experience.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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Il Segno Liberato. Lo “Scarabocchio” di Tommaso Marcello

Guardatela bene, questa forma che si snoda sulla parete. Ha la lucentezza della ceramica, la sinuosità quasi biologica di un organismo primordiale, eppure si intitola, con una scelta che è quasi una provocazione intellettuale, Scarabocchio.

 

 

 

Che cos’è, dopotutto, uno scarabocchio? Per secoli, la storia dell’arte occidentale, quella delle accademie, dei canoni rigidi, del disegno geometrico, ha considerato lo scarabocchio come l’antitesi dell’arte. Un errore della mano, un passatempo infantile, l’espressione di un’assenza di pensiero. Ma il Novecento ci ha insegnato il contrario.

Cy Twombly, nato Edwin Parker Twombly Jr. nel 1928, è stato un artista americano che sfuggiva a ogni facile categorizzazione.

Pensate a Cy Twombly e ai suoi grovigli di calligrafia ed espressione gestuale, un “graffito dell’anima” che eleva il segno apparentemente casuale a dignità monumentale, o all’automatismo dei surrealisti. Tommaso Marcello si inserisce, forse anche inconsciamente, in questo filone di liberazione del segno, ma lo fa con una sensibilità squisitamente contemporanea e profondamente umana.

Quest’opera nasce da una storia bellissima e commovente, che è la necessità di comunicazione di un ragazzo privato della parola lineare, che affida al gesto grafico il proprio mondo interiore. Qui il cortocircuito è affascinante. L’artista prende quel gesto effimero, quella linea tracciata di fretta sulla carta, e la nobilita attraverso la materia.

Diventa una scultura tridimensionale, dove il gioco dei pieni e dei vuoti, una costante nella ricerca di Marcello, crea una danza con la luce e converte quegli stessi varchi in feritoie e spazi di transito per lo sguardo dell’altro che si fanno invito a entrare.

C’è un contrasto meraviglioso nella figura di questo artista. Da un lato la disciplina rigorosa della sua professione di Sottufficiale dell’Esercito, un mondo fatto di regole e uniformità, dall’altro questa assoluta anarchia della forma, questo bisogno ancestrale di strutturare la materia per trovare un silenzio interiore che non isoli, ma che crei relazione.

Scarabocchio si rivela un’opera capace di aprirsi all’altro, attraverso la quale Marcello riesce a riscattare l’imperfezione trasformandola in un vero e monumentale manifesto di autenticità. Ci ricorda che, quando la parola fallisce, è l’arte a dover diventare il cammino comune, la lingua universale che ci permette di ritrovarci umani, fragili, e finalmente liberi.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Nella foto sopra l’artista è con la recente edizione del magazine ContempoArte, all’interno del quale ha trovato spazio la sua ricerca, presentata e approfondita nell’ambito di una selezione di autori che si distinguono per la coerenza e l’originalità del proprio percorso. ContempoArte è una pubblicazione ufficiale periodica di L’ArteCheMiPiace, dedicata alla valorizzazione di artisti contemporanei e offre un contesto critico e documentale alle ricerche più significative del panorama attuale.

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ArteArtisti

“L’Argentina chiama, Dubai risponde”. Carolina Curti debutta negli Emirati con una fine art esclusiva firmata Musella

Il debutto delle opere di Carolina Curti a Dubai segna un capitolo di straordinaria rilevanza per il mercato internazionale della fine art, sancendo un legame culturale ed economico sempre più stretto tra il Sudamerica e il Medio Oriente.
 
Questo importante sviluppo artistico e commerciale è il risultato diretto dell’incontro e della successiva collaborazione tra l’artista argentina e il noto curatore e art advisor Alessio Paolo Musella, avvenuto a Doha nel dicembre del 2025. Da quel momento, la sinergia tra la visione espressiva della Curti e la guida strategica di Musella ha permesso di strutturare un’operazione di altissimo profilo, pensata specificamente per intercettare le dinamiche esigenti e sofisticate del collezionismo d’élite degli Emirati Arabi Uniti.

​Il cuore di questo lancio si focalizza su un’opera prima, un olio su tela dal forte impatto visivo e concettuale, la cui diffusione è stata pianificata secondo i più rigidi canoni del mercato dell’arte di pregio. Per preservare l’esclusività e garantire il valore dell’investimento nel tempo, l’opera viene proposta in una tiratura estremamente limitata di sole 7 copie certificate.

Questa scelta non solo risponde alla domanda di rarità e unicità tipica dei collezionisti di Dubai, ma introduce anche un rigoroso protocollo di autenticità, fondamentale in un hub artistico globale che fa della trasparenza e del prestigio i suoi pilastri fondanti. Con la formula “L’Argentina chiama, Dubai risponde“, questo progetto non solo celebra il talento della Curti, ma ridefinisce le nuove rotte della fine art contemporanea lungo l’asse del Golfo Persico

DICHIARAZIONE ARTISTICA

“Cerco la mia ispirazione nella bellezza di tutta la natura, che mi nutre come la linfa alimenta l’albero.

Ogni immagine provoca in me sensazioni che riverso sulla tela bianca, attraverso l’uso di tecniche miste, nelle quali generalmente i colori freddi e le texture giocano un ruolo predominante nella mia opera.

Amo il design, la composizione e la forma. Il mio lato strutturato e perfezionista mi porta a pensare ogni dettaglio nella creazione delle mie serie: studio il tema, le tecniche, i supporti, affinché ogni opera abbia un filo conduttore che le conferisca un senso di appartenenza alla serie. Tuttavia, nel processo creativo ho bisogno di allontanarmi dalla realtà, liberarmi, rompere e semplificare la forma. Ho bisogno della libertà di creare il fogliame al di là delle radici che mi nutrono, motivo per cui le mie opere vanno dalla figurazione all’astrazione, utilizzando generalmente entrambe. Questa dualità mi rappresenta: sono così, strutturata e allo stesso tempo libera.”

Carolina Curti


BIOGRAFIA

Di nazionalità italo-argentina, è nata a Firmat, provincia di Santa Fe, Repubblica Argentina, nel 1963. Ha acquisito la cittadinanza italiana grazie al nonno paterno.

Vive a Villa Constitución (provincia di Santa Fe). Qui ha svolto i suoi studi terziari, laureandosi in Professoressa di Matematica, Fisica e Cosmografia. Si è avvicinata all’arte nel 1999, attraverso laboratori artistici nella sua città, sulle rive del fiume Paraná, cercando di dare forma ai sentimenti che quell’ambiente naturale generava in lei. Questo incontro con la pittura è stato un evento fondamentale nella sua vita e, con il tempo, l’ha portata a cambiare professione.

La sua formazione non è accademica: ha iniziato con la figurazione, in particolare figura umana e paesaggio, attraverso atelier e seminari di grandi maestri nazionali e internazionali. Ognuno di loro ha contribuito allo sviluppo della sua impronta artistica. Con il passare del tempo la sua opera si è trasformata, riuscendo a rompere la propria struttura, scomponendo le forme e invitando l’osservatore a ricomporle e a lasciarsi attraversare dall’energia generata da ogni creazione.

È costantemente alla ricerca di nuove tecniche e dell’uso di materiali diversi. Questa miscela costituisce la firma distintiva della sua opera. Nel 2015 ha inaugurato la sua galleria “Arte en Difusión” e il suo atelier, dove tiene corsi di pittura su cavalletto. Per due anni ha condotto una rubrica di divulgazione artistica su un canale televisivo locale, mettendo a frutto la sua vocazione didattica, questa volta applicata alla pittura e alla storia dell’arte.

Attualmente organizza mostre proprie e di colleghi della sua zona nella sua città. Partecipa a festival, eventi, mostre ed esposizioni a livello locale, nazionale e internazionale.

 
 

“Argentina Calls, Dubai Responds”: Carolina Curti debuts in the UAE with an exclusive fine art project curated by Musella

The debut of Carolina Curti’s works in Dubai marks a chapter of extraordinary significance for the international fine art market, strengthening an increasingly close cultural and economic bond between South America and the Middle East. This important artistic and commercial development is the direct result of the encounter and subsequent collaboration between the Argentine artist and the renowned curator and art advisor Alessio Paolo Musella, which took place in Doha in December 2025. From that moment on, the synergy between Curti’s expressive vision and Musella’s strategic guidance made it possible to structure a highly ambitious project, specifically designed to engage with the demanding and sophisticated dynamics of elite collectors in the United Arab Emirates.

The core of this launch centers on a debut work, an oil on canvas with strong visual and conceptual impact, whose distribution has been planned according to the strictest standards of the high-end art market. In order to preserve exclusivity and ensure long-term investment value, the work is offered in an extremely limited edition of only 7 certified copies. This choice not only responds to the demand for rarity and uniqueness typical of Dubai’s collectors, but also introduces a rigorous protocol of authenticity, essential in a global art hub that builds its foundations on transparency and prestige.

With the concept “Argentina calls, Dubai responds,” this project not only celebrates Curti’s talent, but also redefines the new routes of contemporary fine art along the axis of the Persian Gulf.

ARTISTIC STATEMENT

“I seek my inspiration in the beauty of all nature, which nourishes me as sap nourishes the tree.

Each image evokes sensations in me that I pour onto the blank canvas, using mixed media techniques, in which cold colors and textures generally play a predominant role in my work.

I love design, composition, and form. My structured and perfectionist side leads me to think through every detail in the creation of my series: I study the theme, techniques, and supports so that each work has a common thread that gives it a sense of belonging to the series. However, in the creative process I need to distance myself from reality, to free myself, to break and simplify form. I need the freedom to create foliage beyond the roots that nourish me, which is why my works move from figuration to abstraction, generally using both. This duality represents me: I am like this, structured and at the same time free.”

Carolina Curti


BIOGRAPHY

Of Italian-Argentine nationality, she was born in Firmat, Santa Fe Province, Argentina, in 1963. She acquired Italian citizenship through her paternal grandfather.

She lives in Villa Constitución (Santa Fe Province). There she completed her tertiary studies, graduating as a Professor of Mathematics, Physics, and Cosmography. She approached art in 1999 through artistic workshops in her hometown, on the banks of the Paraná River, seeking to express the emotions that that natural environment generated within her. This encounter with painting was a pivotal moment in her life and, over time, led her to change her profession.

Her training is non-academic: she began with figuration, especially the human figure and landscape, through ateliers and seminars with major national and international masters. Each of them contributed to the development of her artistic imprint. Over time, her work evolved, breaking away from its own structure, deconstructing forms, and inviting the viewer to reconstruct them and be immersed in the energy generated by each creation.

She is constantly in search of new techniques and the use of different materials. This blend constitutes the distinctive signature of her work. In 2015 she inaugurated her gallery “Arte en Difusión” and her studio, where she teaches easel painting classes. For two years she hosted an art education segment on a local television channel, applying her teaching vocation to painting and art history.

She currently organizes exhibitions of her own work and that of fellow artists in her city. She participates in festivals, events, exhibitions, and shows at local, national, and international levels.

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ArteArtisti

La fibra come conoscenza. Teresa Saviano e l’architettura dei chakra

Nel ciclo dei sette chakra realizzati da Teresa Saviano, il riferimento alla tradizione simbolica orientale non viene mai assunto come sistema chiuso o illustrativo, ma come struttura di partenza sottoposta a una traslazione radicale, dal piano metafisico a quello materico, dal linguaggio del simbolo a quello della fibra. Le opere, definite dall’artista come sculture antropomorfe in tessuto (H20), si collocano in una zona ibrida in cui il corpo non è rappresentato, ma evocato come campo energetico costruito attraverso il tessile.

 

Il primo chakra, Muladhara, radice e fondamento, si situa simbolicamente alla base della colonna vertebrale. È il punto in cui, secondo la tradizione, si addensano i bisogni primari dell’esistenza. Il passaggio si rivela decisivo e la materia si definisce come relazione prima ancora che come costruzione, accumulo o densità che tiene insieme ciò che altrimenti tenderebbe alla dispersione. È il livello in cui il tessuto assume una funzione quasi geologica, di sedimentazione del reale.

Il secondo chakra, Svadhisthana, associato alla forza vitale e alla dimensione del basso ventre, introduce un principio di movimento. La materia tessile si apre a una condizione più fluida, come se la fibra registrasse una tensione interna tra contenimento e espansione. Qui il lavoro dell’artista sembra interrogare la vitalità non come energia astratta, ma come oscillazione continua tra forma e instabilità.

Con il terzo chakra, Manipura, il plesso solare, emerge la dimensione del fuoco come principio strutturante. L’artista stessa lo associa al giallo, colore dell’energia e della connessione con l’elemento solare. Nella scultura tessile, questa energia si traduce in intensificazione della struttura, il tessuto si compatta, si organizza come nucleo dinamico, quasi un punto di concentrazione dell’intelletto e della volontà.

 

Il quarto chakra, Anahata, cuore, è descritto come ponte tra energie terrestri e celesti. Questo passaggio diventa decisivo e la materia non è più soltanto costruzione o accumulo, ma relazione. Il tessuto si fa spazio intermedio, zona porosa in cui le fibre connettono senza separare. È qui che la nozione di “antropomorfo” assume il suo senso più profondo, non come imitazione del corpo, ma come struttura relazionale che lo ricorda.

Il quinto chakra, Vishuddha, legato alla gola e alla comunicazione, introduce una riflessione sul linguaggio. L’artista lo associa alla vibrazione e alla creatività dell’espressione sincera. Nel tessile, questa dimensione si traduce in una qualità ritmica della materia e il filo non costruisce soltanto forma, ma sequenza e articolazione. La fibra diventa quasi fonema visivo, traccia di un linguaggio che non passa per la voce ma per la struttura.

Il sesto chakra, Ajna, “occhio della saggezza”, collegato all’intuizione e alla capacità di sintesi, si situa in una zona di rarefazione. Qui la scultura tende a una condizione percettiva più mentale che fisica. La materia si alleggerisce, si fa campo di visione. Non si tratta di rappresentare la conoscenza, ma di costruirne la possibilità percettiva attraverso la sospensione della densità.

Infine, il settimo chakra, Sahasrara, descritto dall’artista come porta alla coscienza più alta o divina, agisce sull’intero corpo e sulle funzioni cerebrali e oculari. È il punto di massima apertura del sistema. Nella traduzione tessile, questo non coincide con un culmine decorativo o narrativo, ma con una dissoluzione controllata della forma, in quanto il tessuto si apre senza concludere. La struttura antropomorfa si fa quasi campo e condizione di passaggio.

 

 

Nel loro insieme, questi sette livelli costruiscono una scala non ascendente e un sistema spirituale non illustrato, ma una vera e propria architettura della materia sensibile. Teresa Saviano utilizza il tessuto come strumento conoscitivo per interrogare ciò che nei chakra viene tradizionalmente definito “energia”, traducendolo in termini di densità, relazione e ritmo.

La sua attuale ricerca si colloca in un punto preciso della Fiber Art contemporanea, dove la materia non rappresenta più un contenuto ma diventa il luogo stesso in cui il contenuto si genera. I chakra non sono dunque temi dell’opera, ma sue condizioni strutturali. La loro traduzione in sculture tessili antropomorfe mette in discussione un sapere preesistente, lo ricostruisce e lo trasforma in esperienza visibile, instabile e continuamente in divenire.

Teresa Saviano 

Nata a Posillipo cresciuta con i piedi nel lapillo vesuviano, Teresa Saviano si identifica negli opposti di acqua e fuoco.  La sua carriera artistica comincia tardi, in terra francese,  dove ha cominciato a dedicarsi alla creazione di opere materiche accostandosi immediatamente all’Arte tessile. I suoi soggetti variano dai grandi cuori ai piccoli occhi passando per ritratti e paesaggi; ognuno è rappresentato attraverso la tecnica del collage di tessuti e fili reperiti negli stockage delle grandi firme del settore internazionale. Tutto nasce per caso ed il passo è breve dalla prima commissione-realizzazione alla prima esposizione virtuale nel 2023 (Expolatinadearte-Colombia). Segue il Primo premio della Biennale du Arte contemporanea
di Salerno 
nella sezione arte ecosostenibile nello stesso anno.

Partecipa a varie esposizioni sull’egida del maestro Giuseppe Gorga. Tra cui l’Expo la Grande Bellezza dove i suoi cuori riscuotono grande ammirazione. Due delle sue opere sono in esposizione alla Galleria Taimeless di Taormina. Contemporaneamente realizza il gonfalone della sua città d’adozione, Parigi, che offre alla Mairie del V arrondissement presso il Pantheon, dove troneggia in permanenza per due anni.

Fiber as Knowledge. Teresa Saviano and the Architecture of the Chakras

In the cycle of the seven chakras created by Teresa Saviano, reference to the Eastern symbolic tradition is never treated as a closed or illustrative system, but as a starting structure subjected to a radical translation—from the metaphysical to the material plane, from the language of symbol to that of fiber. The works, defined by the artist as anthropomorphic sculptures in textile (H20), occupy a hybrid zone in which the body is not represented but evoked as an energetic field constructed through textile language.

 

The first chakra, Muladhara, root and foundation, is symbolically located at the base of the spine. It is the point where, according to tradition, the primary needs of existence are concentrated. The passage proves decisive, and matter is defined as relation rather than construction, accumulation, or density that holds together what would otherwise tend toward dispersion. It is the level in which textile assumes an almost geological function, as a sedimentation of the real.

 

The second chakra, Svadhisthana, associated with vital force and the lower abdominal area, introduces a principle of movement. Textile matter opens up to a more fluid condition, as if the fiber were registering an internal tension between containment and expansion. Here the artist’s work seems to interrogate vitality not as abstract energy, but as a continuous oscillation between form and instability.

 

With the third chakra, Manipura, the solar plexus, the dimension of fire emerges as a structuring principle. The artist herself associates it with yellow, the color of energy and connection to the solar element. In the textile sculpture, this energy translates into an intensification of structure: the fabric compacts and organizes itself as a dynamic nucleus, almost a point of concentration of intellect and will.

 

The fourth chakra, Anahata, the heart, is described as a bridge between earthly and celestial energies. This passage becomes decisive, and matter is no longer merely construction or accumulation, but relation. The textile becomes an intermediate space, a porous zone in which fibers connect without separating. It is here that the notion of “anthropomorphic” reaches its deepest meaning—not as imitation of the body, but as a relational structure that recalls it.

 

The fifth chakra, Vishuddha, linked to the throat and communication, introduces a reflection on language. The artist associates it with vibration and the creativity of sincere expression. In textile terms, this dimension translates into a rhythmic quality of matter, and the thread no longer constructs form alone, but sequence and articulation. Fiber becomes almost a visual phoneme, a trace of a language that does not pass through voice but through structure.

 

The sixth chakra, Ajna, the “eye of wisdom,” connected to intuition and the capacity for synthesis, is situated in a zone of rarefaction. Here the sculpture tends toward a more mental than physical perceptual condition. Matter lightens, becoming a field of vision. It is not about representing knowledge, but about constructing its perceptual possibility through the suspension of density.

 

Finally, the seventh chakra, Sahasrara, described by the artist as a gateway to the highest or divine consciousness, acts upon the entire body as well as cerebral and ocular functions. It is the point of maximum openness within the system. In its textile translation, this does not correspond to a decorative or narrative culmination, but to a controlled dissolution of form, in which the fabric opens without concluding. The anthropomorphic structure becomes almost a field and a condition of passage.

 

Taken together, these seven levels construct a non-ascending scale and a non-illustrated spiritual system, but rather a true architecture of sensible matter. Teresa Saviano uses textile as a cognitive tool to interrogate what is traditionally defined within the chakras as “energy,” translating it into terms of density, relation, and rhythm.

 

Her current research is situated at a precise point within contemporary Fiber Art, where matter no longer represents a content but becomes the very place in which content is generated. The chakras are therefore not themes of the work, but its structural conditions. Their translation into anthropomorphic textile sculptures challenges pre-existing knowledge, reconstructs it, and transforms it into a visible, unstable, and continuously evolving experience.

Teresa Saviano 

Born in Posillipo and raised with her feet in the volcanic lapilli of Mount Vesuvius, Teresa Saviano identifies herself through the opposing elements of water and fire. Her artistic career began late, in France, where she started dedicating herself to the creation of textured artworks, immediately engaging with textile art.

Her subjects range from large hearts to small eyes, as well as portraits and landscapes; each is created through a collage technique using fabrics and threads sourced from the stockrooms of major international fashion brands. Everything began by chance, and the step from her first commissioned work to her first virtual exhibition in 2023 (Expolatinadearte-Colombia) was a short one. This was followed by the First Prize at the Biennale of Contemporary Art in Salerno in the eco-sustainable art section in the same year.

She has taken part in various exhibitions under the patronage of Maestro Giuseppe Gorga, including the “Expo La Grande Bellezza,” where her hearts received great admiration. Two of her works are exhibited at the Taimeless Gallery in Taormina. At the same time, she created the banner of her adopted city, Paris, which she presented to the Mairie of the 5th arrondissement at the Panthéon, where it remained permanently displayed for two years.

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Artisti

Kamal Musallam aka KAMMOULI. Quando il Suono si fa Colore

​Musicista di caratura internazionale, virtuoso dell’oud e della chitarra, Kamal ha sempre vissuto in quella terra di mezzo dove le scale arabe si sciolgono nelle improvvisazioni jazz, creando un linguaggio che è solo suo: un’architettura sonora che oggi ha deciso di farsi materia, segno e colore.

​In questo nuovo capitolo della sua vita, Kamal non ha cambiato strumento, ha solo scelto un diverso modo di “suonare”. Le 14 opere dedicate a Dubai sono il suo spartito visivo, un racconto intimo di un uomo che ha fatto della contaminazione la propria bandiera. Ogni pennellata vibra della stessa intensità di un assolo di chitarra; ogni accostamento cromatico è una modulazione armonica che celebra l’incontro tra popoli e culture.

​Per rappresentare la sua arte pittorica, ha scelto un nome che profuma di radici e di affetti: KAMMOULI, il nome con il quale amava chiamarlo sua mamma da piccolo. È dietro questa firma così intima che la sua creatività trova una nuova, purissima veste.

​È lui il vero protagonista di questo viaggio: un artista totale che vede nella tela lo spazio perfetto per far risuonare quelle emozioni che le corde, da sole, non riuscivano più a contenere.

Affiancato dalla visione critica di Alessio Musella, Kamal ha trovato il complice ideale per dare forma ed equilibrio a questo tumulto creativo. Se Musella è il curatore che traccia la rotta, Kamal è il navigatore solitario che sfida le convenzioni, portando nel mondo dell’arte contemporanea la stessa audacia che lo ha reso un’icona della musica fusion.

​È un omaggio potente, viscerale, dove l’uomo e l’artista si fondono per gridare al mondo che la bellezza non ha confini, ma solo orizzonti da esplorare. Un Kamal Musallam inedito che, attraverso gli occhi di KAMMOULI, ci regala oggi il privilegio di poter, finalmente, guardare la sua musica

Kamal Musallam aka KAMMOULI: When Sound Becomes Color

An internationally renowned musician and virtuoso of the oud and guitar, Kamal has always lived in that in-between space where Arabic scales dissolve into jazz improvisations, creating a language entirely his own: a sonic architecture that he has now chosen to transform into matter, form, and color.

In this new chapter of his life, Kamal has not changed instrument; he has simply chosen a different way of “playing.” The 14 works dedicated to Dubai are his visual score, an intimate narrative of a man who has made cultural fusion his banner. Each brushstroke vibrates with the same intensity as a guitar solo; each chromatic pairing is a harmonic modulation celebrating the encounter between peoples and cultures.

To represent his pictorial work, he chose a name that carries the scent of roots and affection: KAMMOULI, the name his mother lovingly called him as a child. Behind this deeply intimate signature, his creativity finds a new, purer form of expression.

He is the true protagonist of this journey: a total artist who sees the canvas as the perfect space to let resonate those emotions that strings alone could no longer contain. Supported by the critical vision of Alessio Musella, Kamal has found the ideal collaborator to shape and balance this creative turmoil. If Musella is the curator who charts the course, Kamal is the solitary navigator challenging conventions, bringing into the world of contemporary art the same audacity that made him an icon of fusion music.

It is a powerful, visceral tribute, where man and artist merge to declare that beauty has no borders, only horizons to explore. An unprecedented Kamal Musallam who, through the eyes of KAMMOULI, now grants us the privilege of finally seeing his music.

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Artisti

Tra sogno e coscienza. Indagine critica sull’immaginario pittorico di Diego Valentinuzzi

Le persone che cercano il significato simbolico mancano di afferrare la poesia e il mistero inerente alle immagini


René Magritte

Diego Valentinuzzi ha sempre ricercato e pensato che le sue opere dovessero essere rappresentate come una sospensione tra realtà e sogno, raffigurate con soggetti a volte anche celestiali, come stereotipo residuale di una realtà onirica che trasformasse o nello stesso tempo frammentasse la dimensione umana.

Queste immagini, o in certi casi varianti, collocate spesso come primi piani o sullo sfondo del dipinto, quasi fossero appese nel vuoto, stanno a ricordare sempre che sì… siamo anche corpi amalgamati con il sogno, guidati spesso da quello che vediamo e dalle dimensioni del subconscio piuttosto che da impulsi razionali o oggettivi, nonostante si lasci agli altri credere che sia così. Tutti vogliono essere partecipi di esteriorità mentre invece sono cuore e psiche.

Ed è per questo… forse… che quando dipinge e guarda i propri lavori, Valentinuzzi ha la sensazione di essere distante dal mondo sensibile, dove questi quadri fuori dal reale sembrano essere in grado di trasformare la realtà per mezzo della coscienza. Ma poi, in tutto questo, non deve essere trascurata la realtà dell’uomo e dei suoi consumi, dei suoi prodotti, forse abbruttiti dal mondo che li genera nella nostalgia di un sistema ormai mitico, che potrebbe essere scambiato per nuove realtà. Questo porta a una esperienza non pensata al quotidiano e alle sue connessioni sociali; per questo i suoi tagli di inquadratura e i contrasti avvertono sicuramente qualche lieve ironia… qualcosa da scoprire.

Su questo percorso l’artista cerca di seguire anche un’indagine inerente al ragionamento delle forme di una pittura che coniuga il citazionismo con un’intensa ricerca espressiva della forma e del colore, ricerca che lo ha sempre appassionato più di ogni altra cosa. L’effetto allusivo, l’idea del passato che si unisce al presente in un’unica soluzione temporale e dove tutto è soprattutto una chiave di indagine, conduce l’osservatore in questa direzione, nel percorso della realtà immaginaria del pensiero e dell’assoluto, attraverso la rappresentazione di un mondo visibile dove l’uomo esprime una tensione spirituale fatta di rivelazioni continue naturali e soprannaturali, alla ricerca della contemplazione dell’infinito.

Dunque si può dire che il suo istinto sia quello di avventurarsi nello spazio, viaggiando con la mente nelle realtà sconosciute, facendo delle visioni e dei sogni strumenti di trasformazione delle immagini pittoriche: mezzi per costruire un repertorio di opere in cui perdere ogni certezza e in cui ogni misura è troppo scontata, così che l’antico e il contemporaneo, il classico e il moderno, la tradizione e l’avanguardia si fondano in tutto ciò che è necessario ad alimentare con determinazione l’animo di chi esegue, costituendo il territorio in cui il pensiero entra in sintonia con l’immaginazione.

Riprendendo il discorso precedente, qualche rigo più in alto, l’artista ritiene anche che il colore apporti sempre alle opere, indipendentemente dal genere e da chi le esegua, qualcosa di etereo, di riempimento dei vuoti. Per questo, nel trattare il colore nei suoi dipinti, cerca per quanto possibile la rarefazione della luce, dove le tonalità tenui assumono una componente chiara nel senso indeterminato dello spazio.

È un modo di trattare la percezione visiva per avvicinarsi alla sonorità dei vuoti alle quali alludono i suoi soggetti.

Comunque, concludendo, a suo avviso l’intento primario di ogni pittore o di qualsivoglia tipo di arte che intenda interpretare è quello di raccontare una vita con le sue pene, le sue gioie e le sue speranze. Infatti l’artista è sempre stato interprete della società e della storia e, in ogni caso, il fine è sempre quello che il proprio dipinto possa dare luce alle persone, e non possa essere, come un verso di Ungaretti: “Lasciatemi così….”

Con questo, vorrebbe chiudere il suo scritto riportando una frase che ha già menzionato altre volte:

Senza fantasia non vi è arte, senza arte non c’è pensiero, senza pensiero nemmeno l’uomo esiste.

DIEGO VALENTINUZZI

La carriera artistica di Diego Valentinuzzi inizia subito dopo il triennio presso l’Istituto Superiore di Stato per l’Artigianato. La sua attività nel mondo dell’arte e la sua voglia di innovazione proseguono.  Nel 1975 si  trasferisce a Roma  dove rimane fino al 1976, alternando soggiorni tra la Capitale e la sua città natale. Durante questo periodo entra in contatto con vari artisti anche con degli espositori di via Margutta tra cui Novella Parigini.  In seguito, al rientro a Monfalcone collabora assiduamente con atelier artistici e design per la realizzazione di trompel’oeil, decorazioni varie per american bar, discoteche, navi da crociera. Fondamentale l’incontro con diversi galleristi per la diffusione delle sue opere tramite, le allora prime proposte televisive, che gli hanno permesso di valorizzare i propri lavori in tutta l’Italia settentrionale, inoltre si è adoperato da molti d’anni come interlocutore di rassegne d’arte di artisti giuliani a Venezia presso la Scoletta di San Zaccaria  e Palazzo delle Prigioni Vecchie. Ha contribuito anche per un lungo periodo con il professore Vittorio Sutto nella trasmissione televisiva “ Il segno e il colore” in onda su Telefriuli . Dal 2019 collabora, con la rivista  territoriale “La lanterna”, nella pagina dedicata alla cultura “ In viaggio con l’arte”.

Tra le sue presenze principali ricordiamo le partecipazioni agli eventi collaterali della 53° Biennale di Venezia con il progetto “ Blue zone , un’installazione multimediale ispirata al tema “ la morte dell’arte “, che lo vede curatore artistico assieme ad Emiliano Bazzanella, promotore U.C.A.I. e alla 55° Biennale di Venezia, dove prende parte nuovamente come curatore  del progetto “ Over play ”, che include un’allestimento con 16 schermi che trasmettono domande generate da un softwar, diffondendo riflessioni filosofiche on line; promossa da Goethe Institute e dal Consolato di Germania. In quest’ultima edizione gli viene dedicata una pagina sul catalogo generale

Inoltre, ha contribuito come espositore e collaboratore alla 9°/12°/13°/15°/16°17° “ la Biennale Giuliana d’Arte “ di Trieste

 

 

CENNI BIOGRAFICI ESSENZIALI

 

– 1985 Venezia Carnevale di Venezia Scuola dei Lanieri  primo classificato opera realizzata assieme al pittore Fulvio Bonetti

– 1985 Bari Fiera internazionale di Arte Contemporanea

– 1986 Città del  Messico Cultural Artistic Center “ Artisti triveneti “

– 1986  Venezia 4° rassegna d’arte Internazionale Ex scuola dei Lanieri

– 1986 Venezia personale Isola della Giudecca sala comunale “ Divagazioni mentali “ a cura di Benito Mencini

– 1987 Udine Prima Biennale di Arte e Ambiente Palazzo Torriani

– 1988  Austria Salisburgo personale galleria Dymo a cura di Hans Muller

– 1989  Inghilterra Londra Cultural Artistic Meeting British London “ Artisti italiani a Londra “

– 1989  New York City Expo “  International Art Fair “ Convention Center

– 1989 Rovigo Villa Badoer “ Il Vedere e il Stravedere  artisti veneti “ a cura di Paolo Rizzi

-1990 Milano personale galleria Modigliani

– 1990  Padova Prima Biennale d’Arte Sacra

– 1991   Milano collabora con la rivista D&D con varie inserzioni sull’uso dell’aerografo

– 1992  Venezia personale Ex Scuola dei Lanieri “ Le venezie di Valentinuzzi “ a cura di Giorgio Pilla

– 1992  Venezia personale Chiesa di San Vidal “ Viaggio nel post surreale “ a cura di Paolo Rizzi

– 1992   Rovigo Adria Galleria il Castello “ Artisti per l’Europa “a cura di Gianfranco Macarone

– 1993  Rovigo Adria personale Galleria il Castello “ Venezie surreali “ a cura di Davide Bragato

– 1993  Giappone Tokyo Meeting Art Bordini Group-

1993  Toscana Poggibonsi Arte 21° edizione di Arte Contemporanea

– 1993  Austria  Althofen galleria Comunale “ Sette artisti italiani “ a cura della galleria Rubens

– 1994  Modena  Nonantola personale galleria Contemporart “ Opere sulla laguna “

– 1994  Torino  personale galleria Artenuova “ Viaggio nel surreale “ a cura di Mauro Cappio Barazzone

– 1994 Rovigo Sedi televisive rete 9 “Commenti e immagini di Gastone Breddo e                     Diego Valentinuzzi a cura di G. Macarone

– 1995  Isola di Malta I° Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea

– 1996 Padova Montegrotto Terme galleria Manzoni “ Visioni oniriche “ a cura di Paolo Rizzi

– 1997  New York City Expo Art

– 1997   New York City personale galleria Stendhal “ Over the ocean “

– 1997   Firenze I° Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea Palazzo degli Affari

– 1997   Rovigo personale antenne di rete 9 galleria Omnibus

– 1998  Mestre personale Chiesa Santa Maria delle Grazie “ Le altre Realtà “ a cura di Piera Piazza

– 1999  Rovigo personale Galleria Omnibus a cura di Michele de Palo

– 1999 Livorno “Etruria Arte “

– 1999  Rovigo personale antenne di rete 9 “ De Palo Arte “

– 1999  Milano personale Galleria Xanta Battaglia “ Vitamin Over the art “

– 1999  Trieste  New Age Castello di Trieste

– 1999   Venezia Mestre personale galleria Novarte “ Palcoscenico di meditazione “ a cura di Piera Piazza

– 1999  Trieste personale galleria Art Gallery “ Il futuro prossimo schegge del secondo millennio “ a cura di Fabio Favretto

– 1999  Venturina Etruria Arte Fiera d’Arte Contemporanea

– 2000  Mestre personale galleria la Cella “ Percorsi dell’anima “ a cura di Giulio Gasparotti

– 2000 Padova  Museo centro convegni Villa Breda “Onirica 2  Undici artisti si confrontano “  a cura di Piera Piazza

– 2000  Australia Sydney Galleria Fabbrstone

– 2000  Bari fiera d’Arte Contemporanea del Levante

– 2000  Padova Fiera d’Arte Contemporanea

– 2001  Udine Malborghetto personale Palazzo Veneziano “ Sogni metafisici “

– 2001  Padova Museo Centro Convegni Villa Breda “ Onirica “ Undici artisti a confronto a cura di Piera Piazza

-2001 Treviso galleria Polin “ Artisti in galleria “

– 2001  Udine antenne di Telefriuli Vito Sutto presenta le opere di Valentinuzzi

– 2001   Treviso galleria Polin  “Fiera d’Arte Iesolo

– 2002 Pordenone Fiera d’Arte Contemporanea

-2002 Padova Fiera d’Arte Contemporanea

– 2003  Venezia personale Palazzo delle Prigioni Vecchie “ Art Direct “

– 2003  Austria Salisburgo personale Galleria Dymo a cura di Hans Nuller

– 2004  United Arab Emirates Museum Sharjahart

– 2004  Giappone personale Shibuya- ku Italian Pavilion

– 2005  Venezia San Zaccaria rassegna d’Arte Nazionale ” Forma e colore ”a cura di Giorgio Pilla

– 2005 Trieste Sala Rovis “ proiezioni delle opere di Valentinuzzi “ a cura del cineasta Lodovico Zabotto

-2006 Padova Reti Telvisive di Canale Italia  “ L’arte di Diego Valentinuzzi “ a cura del regista Massimiliano Gobbi

– 2007  Ljubljana Svetovni Slovenski Kongres “ Artisti a confronto “

– 2007  Bologna personale galleria il Punto

– 2007 Udine Antenne di Telefriuli “ Incontriamoci con l’artista “ a cura di Sonia  Galli

– 2007  Trieste 9° Biennale Giuliana d’arte

– 2007  Venezia 52° Biennale d’Arte Contemporanea collabora per “Paper

  Performative” eventi collaterali

– 2008  Vicenza Noventa Vicentina personale Galleria delle Arti “Gli artisti di Andrea Diprè”

– 2008  Gorizia personale galleria la Bottega “ Ricordi di viaggio “ a cura di Cristina Feresin

-2009 Udine Casa d’Aste Artesegno 5° asta d’ Arte moderna e contemporanea

– 2009  Padova Fiera d’Arte antenne di sky intervista con Andrea Diprè

– Udine Casa d’ Aste Artesegno 7° aste d’Arte moderna e contemporanea

– 2009 Udine  Casa d’Aste Artesegno 6° asta d’Arte moderna  e contemporanea

2009  Venezia 53° Biennale di Arte Contemporanea “Blue Zone” Eventi

  Collaterali

– 2010   Venezia Basilica S;Giovanni e Paolo sala San Tommaso  “Affinita’ e contrasti” collettiva d’arte

– 2010         Venezia   Palazzo delle Prigioni Vecchie “Artisti del monfalconese a San Marco” rassegna d’arte itinerante

– 2010  Mestre personale galleria la Cella “ Le Verità negate “ a cura di Giulio Gasparotti

– 2010 Udine Casa d’ Aste Artesegno 9° asta di Arte moderna e contemporanea

– 2010 Trieste Casa d’ Aste Stadion dipinti del XIX-XX secolo e Arte moderna e contemporanea

–  2010 Venezia Casa d Aste Fidesarte 44° asta di Arte moderna e contemporanea

-2010 Trieste Casa d’Aste Stadion dipinti del XIX – XX secolo e Arte moderna

– 2010 Venezia Casa d’Aste Fidesarte 46° asta di Arte moderna e contemporanea

-2011   Venezia Scoletta di san Giovanni Battista “Prebiennale Internazionale di Arte Contemporanea”

– 2011Udine Casa d’ Aste Artesegno 16° asta di Arte moderna e contemporanea

-2011  Treviso Museo di Arte Moderna Santa Caterina “Artisti Europei a Treviso”

2011  Trieste 11° Biennale Giuliana d’Arte Palazzo Costanzi

-2012  Venezia Palazzo delle Prigioni “Artistic visions in Venice” Rassegna d’Arte Contemporanea

-2012 Venezia Fondazione Xante Battaglia  Castello “Sensibilità 5”

– 2012 Udine Casa d’Aste Artesegno 22°asta di  Arte moderna e contemporanea

-2012 Milano Zona k “ Flussi Contemporanei”

2013  Venezia 55° Biennale di Venezia Eventi Collaterali “Over Play” dove partecipa sia come espositore che come curatore, per l’occasione la Biennale gli  dedica un’intera pagina sul catalogo generale

-2013  Trieste Muggia personale al Museo d’Arte Moderna Ugo Carà “ Tra Sogni e colori “ cura di Cristina Feresin

-2014  Gorizia Musei Provinciali “La luce del mare”

-2014  Slovenia Tele Kapodistria Arte Visione Magazine “ La galleria d’arte a tv Telecapodistria “  a cura di Laura Vianello“ le opere di Diego Valentinuzzi tra sogno e realtà”

– 2014  Venezia San Vidal “Artisti ieri e oggi ”

-2014  Caserta Museo Magma “ Flogisto”

-2014  Udine Friuli Sky “Pagine d’Artista” opere e intervista a Diego Valentinuzzi

a cura di Vittorio Sutto

-2014 Caserta Museo Magma “Elusive”

-2015 Finlandia Seinajoki Art Hall “ Beyond Borders”

-2015 Trieste Palazzo della Regione personale “Segni sogni colori” a cura di Cristina Feresin

-2015 Venezia Scoletta di San Zaccaria “ Dreams and visions in Venice” artisti veneti  a cura di Giorgio Pilla

.2015 Mantova Museo Sartori Milano Expo 2015 “L’Arte Italiana dalla Terra alla Tavola”

-2015 Trieste 12° Biennale Giuliana d’Arte Palazzo Costanzi

-2016 Austria Galleria  Faberbach “ Gastspiel “ 15 artisti europei selezionati dalla “Biennale d’Austria “

-2016 Venezia galleria San Zaccaria “ Con-Fron-tare-Port”

– 2016 Mantova Castel D’Ario Museo di scultura e ceramica “ Terra crea “ a cura di Sartori Arianna

-2016 Mantova Castel d’Ario Museo Castel D’Ario  “ Artisti per Nuvolari “

-2017 Treviso Motta di Livenza 11° artisti triveneti  al “Palazzo della Loggia”

-2017 Venezia galleria di San Zaccaria Trieste Il Salone dell’Arte “ Original dreams” rassegna itinerante di artisti giuliani a cura di Francesca Catalano

-2017 Austria Vienna Ausstellungsravm “BLue-Bleu-Blau-Blu “ a cura di Herwig Stark

-2017Trieste personale galleria il Salone dell’Arte  “Il racconto del sogno “a cura di Cristina Feresin

-2017 Udine Friuli Sky ”Pagine d’Artista” opere e intervista a Diego Valentinuzzi a cura di Vittorio Sutto

-2018 Monfalcone (Go) personale Galleria Comunale d’Arte Contemporanea “IL viaggio delle anime “a cura di Cristina Feresin

– 2018 Borbiago Mira (Ve) personale Oratorio Donati Stecchini “Verso nuovi spazi” a cura di Gabriella Niero

– 2018 Slovenia Telecapodistria Artevisione “ IL Viaggio delle Anime “ a cura di Laura Vianello

– 2018 Venezia 2° Triennale di Arte Contemporanea PalazzoAlbrizzi “ Il Grido della terra verità nascoste “ 

– 2019 Mantova Castel d’Ario Museo Sartori “ Arte e Sport “ a cura di Arianna Sartori

– 2019 Caserta Museo Pam Palazzo Ducale “ Presenze Contempranee”

– 2019  Udine Cividale del Friuli Auxilia Fundation Convento di Santa Maria in Valle ( Patrimonio dell’Unesco ) “ La Vita oltre la vita” a cura di Raffaella Ferrari

– 2019 Udine Friuli Sky Pagine d’Artista “La Vita oltre la vita “ a cura di Vittorio Sutto

– 2019 Monfalcone – Gorizia- Trieste  Mostra itinerante nei caffè storici de 900 “ Alla scoperta dell’immortalità “ a cura di Cristina Feresin

– 2020 Trieste 15° Biennale d’ Arte Giuliana  Palazzo Costanzi

-2020 Palermo Reggia Borbonica di Ficuzza “ The Black Days “

– 2021 Mantova personale alla Galleria Arianna Sartori “Alla ricerca dell’immortalità”

-2022 Caserta galleria Exlusive “ Proposte per una collezione “ Quartiere militare borbonico”

-2022 Finlandia Seinajoki galleria A.Alto Galeriassa “ Picture your Book”

– 2022 Milano spazio espsitivo Circuiti dinamici “Non bruciare il fantastico “

– 2022 Repubblica della Corea del Sud Museo Fantapia “ Beyond the Borders “2023

– 2022 Trieste 16° Biennale Giuliana d’Arte Magazzino 26

– 2023 Telecapodistria “ Artevisione “ incontro con l’artista a cura di Laura Vianello

– 2023 Repubblica della Corea del Sud Museo Fantapia “ The most spectacular outing – 2023 Paesi Bassi Olanda   International May Art Progect “ No Plastic”

– 2023 Repubblica della Korea del Sud “ Call for artist biaf 2023 “ Busan City Hail gallery

–  Venezuela Maracaibo galeria Aires “ Exposiciòn mundial de arte virtual “

–  2024 Umbria Gubbio Museo Diocesano “ Sulle orme di San Francesco “

–  2024  Trieste Magazzino 26 “ Artistiche riflessioni spirituali “ a cura di Franco Rosso

–  2024  Venezuela Maracaibo galeria Aires Call for art in commemoration of words nature protection day “

–  2024  Trieste 17° Biennale Giuliana d’Arte  Magazzino 26

–  2025  Gorizia Nova Gorica Capitale italiana della Cultura Kulturni Center Bratuz Loize “ Sfumature di confine “ a cura di Sasa Quinzi

–  2025  Trieste sala Exenia “ Salone d’autunno dell’arte triestina “ “Tra segno creativo “ a cura di Franco Rosso

–  2025  Gorizia Nova Gorica Capitale italiana della Cultura Sale dell’Auditorium “ Liberi percorsi 2 mostra internazionale di arte contemporanea “ a cura di Cristina Feresin

–  2025   Repubblica della Corea del Sud 22nb Bieaf  “ The lost center “

–  2025  Gorizia Nova Gorica Capitale italiana della Cultura Gradisca d’Isonzo Palazzo dei Provveditori “ Gli artisti di Go 2025 ” a cura di Chiara Isadoro Artico

– 2025   Venezuela Maracaibo Galleria d’Arte Aires “ Memorias Creativas “ Exposiciòn de Arte Mundial

–  2026 Trieste 18° Biennale Giuliana d’Arte Magazzino 26

–  2026 Finlandia Lapua Vanha Paukku galleria Paukku “ Deus ex Machina Yllàtysmomentii “

Sue opere si trovano in permanenza presso

– Messina Sant’Angelo di Brolo “ Museo degli Angeli”

– Mantova Castel d’Ario “Museo Sartori”

– Trieste “Palazzo della Regione”

– Torino Moncalieri  “Pinacoteca A.Arduino”

– Gaeta” Pinacoteca Giovanni da Gaeta”

– L’Aquila “Museo Sperimentale di Arte Contemporanea “

– Pescara Nocciano “ Museo delle arti “ Castello di Nocciano

–  Gorizia Gradisca d’ Isonzo  “ Chiesa di Santo Spirito “

– Avellino Teora Museo Pinacoteca d’Arte Conte Contemporanea

– Corea del Sud -at Fantapia M.Chang Ki-Hwan Art Museum  

– Catania Contea Caravaggio Museum

– Cosenza MAON Museo dell’Arte dell’Ottocento e Novecento

– Milano Collezione Duilio Zanni

– Reggio Calabria  Gioia Tauro Fondazione Xante Battaglia House Gallery

  

       

La documentazione fotografica e la bibliografia di Diego Valentinuzzi è archiviata presso:

L’archivio Biennale di Venezia Palazzo Correr Resina (VE)

Museo delle Arti Palazzo Bandera Busto Arsizio (VA)

Museo “Mjstique” Isola di Malta

Museo “Maga” Gallarate (Vr)

Museo “Revoltella” Trieste

Museo d’Arte Moderna “Ugo Carà” Trieste

Musei Civici di Feltre Galleria d’Arte Moderna “Rizzarda” Feltre (Bl)

Galleria d’Arte Moderna “ Raccolta Lercaro” (Bo)

Museum of Modern Art M.O.M.A. New York

Museo Civico di Crema e del Cremasco Crema

Galleria Comunale d’Arte Contemporanea Monfalcone

Cosenza Museo dell’Arte dell’Ottocento Novecento

Hanno scritto di lui

Xante Battaglia – Gabriella Niero – Palo Rizzi – Simon Benetton – Ottorino Stefani – Nicola Nuti – Luigi del Sal – Paolo Levi – Ludovico De Luigi – Emiliano Bazanella – Bruno Aloisi

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ArteArtisti

Willem ed Elaine de Kooning nelle dinamiche del sistema artistico del Novecento.

La storia di Willem de Kooning e Elaine de Kooning non si lascia raccontare facilmente secondo categorie lineari. Non è solo una vicenda sentimentale né esclusivamente un capitolo della storia dell’Espressionismo astratto, ma piuttosto un percorso condiviso tra vita e lavoro, in cui due individualità distinte si sono alimentate e spesso contraddette a vicenda.

Willem de Kooning costruisce la propria pittura attraverso un processo instabile fatto di cancellazioni, ripensamenti e ritorni continui. Nulla sembra mai definitivo ogni immagine resta aperta come se potesse essere nuovamente messa in discussione. Questa precarietà formale finisce per riflettersi anche nel suo modo di stare nel mondo segnato da un continuo equilibrio tra controllo e disordine.

Elaine de Kooning al contrario si muove con maggiore agilità sul piano intellettuale. Pittrice ma anche osservatrice attenta della scena artistica riesce a leggere e restituire ciò che la circonda con una lucidità che spesso supera in termini di riconoscimento la considerazione riservata alla sua stessa produzione pittorica.

Il loro rapporto aperto, discontinuo e a tratti violento non è un semplice sfondo biografico, ma qualcosa che agisce in modo diretto sulla loro vita e sul loro lavoro. Le relazioni parallele, le separazioni e i ritorni contribuiscono a creare un clima instabile che non rimane chiuso nella sfera privata. Si riflette invece nel modo in cui entrambi occupano la scena artistica, nelle alleanze che costruiscono, nei conflitti che emergono e nelle opportunità che si aprono o si chiudono nel tempo.

Eppure questa libertà non è stata senza squilibri. Con il tempo Willem de Kooning si è imposto sempre di più come figura centrale, quasi simbolica, della scena artistica. Elaine de Kooning invece è rimasta in una posizione più incerta, dove il riconoscimento arrivava in modo parziale e spesso attraverso mediazioni. Il fatto di muoversi dentro i circuiti critici e intellettuali le ha permesso di avere una certa influenza sul dibattito artistico, ma non è stato sufficiente a darle lo stesso peso e la stessa visibilità del marito.

Quando negli ultimi anni Elaine de Kooning torna accanto a Willem de Kooning ormai segnato dalla malattia, il loro rapporto si trasforma radicalmente. Non è più la relazione turbolenta degli inizi ma una forma più concreto, fatto di responsabilità e cura. In quel passaggio finale si concentra qualcosa che è difficile definire con precisione, non una riconciliazione in senso classico, ma piuttosto la consapevolezza di un legame che, pur tra distanze e fratture, non si è mai davvero interrotto.

Forse è proprio qui che la loro storia continua a mettere in discussione l’idea stessa di separazione tra opera e vita e tra autonomia e dipendenza reciproca. Non come un caso eccezionale, ma come qualcosa di più diffuso e ricorrente nell’arte del Novecento, dove i confini tra esperienza personale e produzione artistica restano spesso mobili e difficili da fissare.

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