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Artisti

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Kamal Musallam aka KAMMOULI. Quando il Suono si fa Colore

​Musicista di caratura internazionale, virtuoso dell’oud e della chitarra, Kamal ha sempre vissuto in quella terra di mezzo dove le scale arabe si sciolgono nelle improvvisazioni jazz, creando un linguaggio che è solo suo: un’architettura sonora che oggi ha deciso di farsi materia, segno e colore.

​In questo nuovo capitolo della sua vita, Kamal non ha cambiato strumento, ha solo scelto un diverso modo di “suonare”. Le 14 opere dedicate a Dubai sono il suo spartito visivo, un racconto intimo di un uomo che ha fatto della contaminazione la propria bandiera. Ogni pennellata vibra della stessa intensità di un assolo di chitarra; ogni accostamento cromatico è una modulazione armonica che celebra l’incontro tra popoli e culture.

​Per rappresentare la sua arte pittorica, ha scelto un nome che profuma di radici e di affetti: KAMMOULI, il nome con il quale amava chiamarlo sua mamma da piccolo. È dietro questa firma così intima che la sua creatività trova una nuova, purissima veste.

​È lui il vero protagonista di questo viaggio: un artista totale che vede nella tela lo spazio perfetto per far risuonare quelle emozioni che le corde, da sole, non riuscivano più a contenere.

Affiancato dalla visione critica di Alessio Musella, Kamal ha trovato il complice ideale per dare forma ed equilibrio a questo tumulto creativo. Se Musella è il curatore che traccia la rotta, Kamal è il navigatore solitario che sfida le convenzioni, portando nel mondo dell’arte contemporanea la stessa audacia che lo ha reso un’icona della musica fusion.

​È un omaggio potente, viscerale, dove l’uomo e l’artista si fondono per gridare al mondo che la bellezza non ha confini, ma solo orizzonti da esplorare. Un Kamal Musallam inedito che, attraverso gli occhi di KAMMOULI, ci regala oggi il privilegio di poter, finalmente, guardare la sua musica

Kamal Musallam aka KAMMOULI: When Sound Becomes Color

An internationally renowned musician and virtuoso of the oud and guitar, Kamal has always lived in that in-between space where Arabic scales dissolve into jazz improvisations, creating a language entirely his own: a sonic architecture that he has now chosen to transform into matter, form, and color.

In this new chapter of his life, Kamal has not changed instrument; he has simply chosen a different way of “playing.” The 14 works dedicated to Dubai are his visual score, an intimate narrative of a man who has made cultural fusion his banner. Each brushstroke vibrates with the same intensity as a guitar solo; each chromatic pairing is a harmonic modulation celebrating the encounter between peoples and cultures.

To represent his pictorial work, he chose a name that carries the scent of roots and affection: KAMMOULI, the name his mother lovingly called him as a child. Behind this deeply intimate signature, his creativity finds a new, purer form of expression.

He is the true protagonist of this journey: a total artist who sees the canvas as the perfect space to let resonate those emotions that strings alone could no longer contain. Supported by the critical vision of Alessio Musella, Kamal has found the ideal collaborator to shape and balance this creative turmoil. If Musella is the curator who charts the course, Kamal is the solitary navigator challenging conventions, bringing into the world of contemporary art the same audacity that made him an icon of fusion music.

It is a powerful, visceral tribute, where man and artist merge to declare that beauty has no borders, only horizons to explore. An unprecedented Kamal Musallam who, through the eyes of KAMMOULI, now grants us the privilege of finally seeing his music.

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Tra sogno e coscienza. Indagine critica sull’immaginario pittorico di Diego Valentinuzzi

Le persone che cercano il significato simbolico mancano di afferrare la poesia e il mistero inerente alle immagini


René Magritte

Diego Valentinuzzi ha sempre ricercato e pensato che le sue opere dovessero essere rappresentate come una sospensione tra realtà e sogno, raffigurate con soggetti a volte anche celestiali, come stereotipo residuale di una realtà onirica che trasformasse o nello stesso tempo frammentasse la dimensione umana.

Queste immagini, o in certi casi varianti, collocate spesso come primi piani o sullo sfondo del dipinto, quasi fossero appese nel vuoto, stanno a ricordare sempre che sì… siamo anche corpi amalgamati con il sogno, guidati spesso da quello che vediamo e dalle dimensioni del subconscio piuttosto che da impulsi razionali o oggettivi, nonostante si lasci agli altri credere che sia così. Tutti vogliono essere partecipi di esteriorità mentre invece sono cuore e psiche.

Ed è per questo… forse… che quando dipinge e guarda i propri lavori, Valentinuzzi ha la sensazione di essere distante dal mondo sensibile, dove questi quadri fuori dal reale sembrano essere in grado di trasformare la realtà per mezzo della coscienza. Ma poi, in tutto questo, non deve essere trascurata la realtà dell’uomo e dei suoi consumi, dei suoi prodotti, forse abbruttiti dal mondo che li genera nella nostalgia di un sistema ormai mitico, che potrebbe essere scambiato per nuove realtà. Questo porta a una esperienza non pensata al quotidiano e alle sue connessioni sociali; per questo i suoi tagli di inquadratura e i contrasti avvertono sicuramente qualche lieve ironia… qualcosa da scoprire.

Su questo percorso l’artista cerca di seguire anche un’indagine inerente al ragionamento delle forme di una pittura che coniuga il citazionismo con un’intensa ricerca espressiva della forma e del colore, ricerca che lo ha sempre appassionato più di ogni altra cosa. L’effetto allusivo, l’idea del passato che si unisce al presente in un’unica soluzione temporale e dove tutto è soprattutto una chiave di indagine, conduce l’osservatore in questa direzione, nel percorso della realtà immaginaria del pensiero e dell’assoluto, attraverso la rappresentazione di un mondo visibile dove l’uomo esprime una tensione spirituale fatta di rivelazioni continue naturali e soprannaturali, alla ricerca della contemplazione dell’infinito.

Dunque si può dire che il suo istinto sia quello di avventurarsi nello spazio, viaggiando con la mente nelle realtà sconosciute, facendo delle visioni e dei sogni strumenti di trasformazione delle immagini pittoriche: mezzi per costruire un repertorio di opere in cui perdere ogni certezza e in cui ogni misura è troppo scontata, così che l’antico e il contemporaneo, il classico e il moderno, la tradizione e l’avanguardia si fondano in tutto ciò che è necessario ad alimentare con determinazione l’animo di chi esegue, costituendo il territorio in cui il pensiero entra in sintonia con l’immaginazione.

Riprendendo il discorso precedente, qualche rigo più in alto, l’artista ritiene anche che il colore apporti sempre alle opere, indipendentemente dal genere e da chi le esegua, qualcosa di etereo, di riempimento dei vuoti. Per questo, nel trattare il colore nei suoi dipinti, cerca per quanto possibile la rarefazione della luce, dove le tonalità tenui assumono una componente chiara nel senso indeterminato dello spazio.

È un modo di trattare la percezione visiva per avvicinarsi alla sonorità dei vuoti alle quali alludono i suoi soggetti.

Comunque, concludendo, a suo avviso l’intento primario di ogni pittore o di qualsivoglia tipo di arte che intenda interpretare è quello di raccontare una vita con le sue pene, le sue gioie e le sue speranze. Infatti l’artista è sempre stato interprete della società e della storia e, in ogni caso, il fine è sempre quello che il proprio dipinto possa dare luce alle persone, e non possa essere, come un verso di Ungaretti: “Lasciatemi così….”

Con questo, vorrebbe chiudere il suo scritto riportando una frase che ha già menzionato altre volte:

Senza fantasia non vi è arte, senza arte non c’è pensiero, senza pensiero nemmeno l’uomo esiste.

DIEGO VALENTINUZZI

La carriera artistica di Diego Valentinuzzi inizia subito dopo il triennio presso l’Istituto Superiore di Stato per l’Artigianato. La sua attività nel mondo dell’arte e la sua voglia di innovazione proseguono.  Nel 1975 si  trasferisce a Roma  dove rimane fino al 1976, alternando soggiorni tra la Capitale e la sua città natale. Durante questo periodo entra in contatto con vari artisti anche con degli espositori di via Margutta tra cui Novella Parigini.  In seguito, al rientro a Monfalcone collabora assiduamente con atelier artistici e design per la realizzazione di trompel’oeil, decorazioni varie per american bar, discoteche, navi da crociera. Fondamentale l’incontro con diversi galleristi per la diffusione delle sue opere tramite, le allora prime proposte televisive, che gli hanno permesso di valorizzare i propri lavori in tutta l’Italia settentrionale, inoltre si è adoperato da molti d’anni come interlocutore di rassegne d’arte di artisti giuliani a Venezia presso la Scoletta di San Zaccaria  e Palazzo delle Prigioni Vecchie. Ha contribuito anche per un lungo periodo con il professore Vittorio Sutto nella trasmissione televisiva “ Il segno e il colore” in onda su Telefriuli . Dal 2019 collabora, con la rivista  territoriale “La lanterna”, nella pagina dedicata alla cultura “ In viaggio con l’arte”.

Tra le sue presenze principali ricordiamo le partecipazioni agli eventi collaterali della 53° Biennale di Venezia con il progetto “ Blue zone , un’installazione multimediale ispirata al tema “ la morte dell’arte “, che lo vede curatore artistico assieme ad Emiliano Bazzanella, promotore U.C.A.I. e alla 55° Biennale di Venezia, dove prende parte nuovamente come curatore  del progetto “ Over play ”, che include un’allestimento con 16 schermi che trasmettono domande generate da un softwar, diffondendo riflessioni filosofiche on line; promossa da Goethe Institute e dal Consolato di Germania. In quest’ultima edizione gli viene dedicata una pagina sul catalogo generale

Inoltre, ha contribuito come espositore e collaboratore alla 9°/12°/13°/15°/16°17° “ la Biennale Giuliana d’Arte “ di Trieste

 

 

CENNI BIOGRAFICI ESSENZIALI

 

– 1985 Venezia Carnevale di Venezia Scuola dei Lanieri  primo classificato opera realizzata assieme al pittore Fulvio Bonetti

– 1985 Bari Fiera internazionale di Arte Contemporanea

– 1986 Città del  Messico Cultural Artistic Center “ Artisti triveneti “

– 1986  Venezia 4° rassegna d’arte Internazionale Ex scuola dei Lanieri

– 1986 Venezia personale Isola della Giudecca sala comunale “ Divagazioni mentali “ a cura di Benito Mencini

– 1987 Udine Prima Biennale di Arte e Ambiente Palazzo Torriani

– 1988  Austria Salisburgo personale galleria Dymo a cura di Hans Muller

– 1989  Inghilterra Londra Cultural Artistic Meeting British London “ Artisti italiani a Londra “

– 1989  New York City Expo “  International Art Fair “ Convention Center

– 1989 Rovigo Villa Badoer “ Il Vedere e il Stravedere  artisti veneti “ a cura di Paolo Rizzi

-1990 Milano personale galleria Modigliani

– 1990  Padova Prima Biennale d’Arte Sacra

– 1991   Milano collabora con la rivista D&D con varie inserzioni sull’uso dell’aerografo

– 1992  Venezia personale Ex Scuola dei Lanieri “ Le venezie di Valentinuzzi “ a cura di Giorgio Pilla

– 1992  Venezia personale Chiesa di San Vidal “ Viaggio nel post surreale “ a cura di Paolo Rizzi

– 1992   Rovigo Adria Galleria il Castello “ Artisti per l’Europa “a cura di Gianfranco Macarone

– 1993  Rovigo Adria personale Galleria il Castello “ Venezie surreali “ a cura di Davide Bragato

– 1993  Giappone Tokyo Meeting Art Bordini Group-

1993  Toscana Poggibonsi Arte 21° edizione di Arte Contemporanea

– 1993  Austria  Althofen galleria Comunale “ Sette artisti italiani “ a cura della galleria Rubens

– 1994  Modena  Nonantola personale galleria Contemporart “ Opere sulla laguna “

– 1994  Torino  personale galleria Artenuova “ Viaggio nel surreale “ a cura di Mauro Cappio Barazzone

– 1994 Rovigo Sedi televisive rete 9 “Commenti e immagini di Gastone Breddo e                     Diego Valentinuzzi a cura di G. Macarone

– 1995  Isola di Malta I° Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea

– 1996 Padova Montegrotto Terme galleria Manzoni “ Visioni oniriche “ a cura di Paolo Rizzi

– 1997  New York City Expo Art

– 1997   New York City personale galleria Stendhal “ Over the ocean “

– 1997   Firenze I° Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea Palazzo degli Affari

– 1997   Rovigo personale antenne di rete 9 galleria Omnibus

– 1998  Mestre personale Chiesa Santa Maria delle Grazie “ Le altre Realtà “ a cura di Piera Piazza

– 1999  Rovigo personale Galleria Omnibus a cura di Michele de Palo

– 1999 Livorno “Etruria Arte “

– 1999  Rovigo personale antenne di rete 9 “ De Palo Arte “

– 1999  Milano personale Galleria Xanta Battaglia “ Vitamin Over the art “

– 1999  Trieste  New Age Castello di Trieste

– 1999   Venezia Mestre personale galleria Novarte “ Palcoscenico di meditazione “ a cura di Piera Piazza

– 1999  Trieste personale galleria Art Gallery “ Il futuro prossimo schegge del secondo millennio “ a cura di Fabio Favretto

– 1999  Venturina Etruria Arte Fiera d’Arte Contemporanea

– 2000  Mestre personale galleria la Cella “ Percorsi dell’anima “ a cura di Giulio Gasparotti

– 2000 Padova  Museo centro convegni Villa Breda “Onirica 2  Undici artisti si confrontano “  a cura di Piera Piazza

– 2000  Australia Sydney Galleria Fabbrstone

– 2000  Bari fiera d’Arte Contemporanea del Levante

– 2000  Padova Fiera d’Arte Contemporanea

– 2001  Udine Malborghetto personale Palazzo Veneziano “ Sogni metafisici “

– 2001  Padova Museo Centro Convegni Villa Breda “ Onirica “ Undici artisti a confronto a cura di Piera Piazza

-2001 Treviso galleria Polin “ Artisti in galleria “

– 2001  Udine antenne di Telefriuli Vito Sutto presenta le opere di Valentinuzzi

– 2001   Treviso galleria Polin  “Fiera d’Arte Iesolo

– 2002 Pordenone Fiera d’Arte Contemporanea

-2002 Padova Fiera d’Arte Contemporanea

– 2003  Venezia personale Palazzo delle Prigioni Vecchie “ Art Direct “

– 2003  Austria Salisburgo personale Galleria Dymo a cura di Hans Nuller

– 2004  United Arab Emirates Museum Sharjahart

– 2004  Giappone personale Shibuya- ku Italian Pavilion

– 2005  Venezia San Zaccaria rassegna d’Arte Nazionale ” Forma e colore ”a cura di Giorgio Pilla

– 2005 Trieste Sala Rovis “ proiezioni delle opere di Valentinuzzi “ a cura del cineasta Lodovico Zabotto

-2006 Padova Reti Telvisive di Canale Italia  “ L’arte di Diego Valentinuzzi “ a cura del regista Massimiliano Gobbi

– 2007  Ljubljana Svetovni Slovenski Kongres “ Artisti a confronto “

– 2007  Bologna personale galleria il Punto

– 2007 Udine Antenne di Telefriuli “ Incontriamoci con l’artista “ a cura di Sonia  Galli

– 2007  Trieste 9° Biennale Giuliana d’arte

– 2007  Venezia 52° Biennale d’Arte Contemporanea collabora per “Paper

  Performative” eventi collaterali

– 2008  Vicenza Noventa Vicentina personale Galleria delle Arti “Gli artisti di Andrea Diprè”

– 2008  Gorizia personale galleria la Bottega “ Ricordi di viaggio “ a cura di Cristina Feresin

-2009 Udine Casa d’Aste Artesegno 5° asta d’ Arte moderna e contemporanea

– 2009  Padova Fiera d’Arte antenne di sky intervista con Andrea Diprè

– Udine Casa d’ Aste Artesegno 7° aste d’Arte moderna e contemporanea

– 2009 Udine  Casa d’Aste Artesegno 6° asta d’Arte moderna  e contemporanea

2009  Venezia 53° Biennale di Arte Contemporanea “Blue Zone” Eventi

  Collaterali

– 2010   Venezia Basilica S;Giovanni e Paolo sala San Tommaso  “Affinita’ e contrasti” collettiva d’arte

– 2010         Venezia   Palazzo delle Prigioni Vecchie “Artisti del monfalconese a San Marco” rassegna d’arte itinerante

– 2010  Mestre personale galleria la Cella “ Le Verità negate “ a cura di Giulio Gasparotti

– 2010 Udine Casa d’ Aste Artesegno 9° asta di Arte moderna e contemporanea

– 2010 Trieste Casa d’ Aste Stadion dipinti del XIX-XX secolo e Arte moderna e contemporanea

–  2010 Venezia Casa d Aste Fidesarte 44° asta di Arte moderna e contemporanea

-2010 Trieste Casa d’Aste Stadion dipinti del XIX – XX secolo e Arte moderna

– 2010 Venezia Casa d’Aste Fidesarte 46° asta di Arte moderna e contemporanea

-2011   Venezia Scoletta di san Giovanni Battista “Prebiennale Internazionale di Arte Contemporanea”

– 2011Udine Casa d’ Aste Artesegno 16° asta di Arte moderna e contemporanea

-2011  Treviso Museo di Arte Moderna Santa Caterina “Artisti Europei a Treviso”

2011  Trieste 11° Biennale Giuliana d’Arte Palazzo Costanzi

-2012  Venezia Palazzo delle Prigioni “Artistic visions in Venice” Rassegna d’Arte Contemporanea

-2012 Venezia Fondazione Xante Battaglia  Castello “Sensibilità 5”

– 2012 Udine Casa d’Aste Artesegno 22°asta di  Arte moderna e contemporanea

-2012 Milano Zona k “ Flussi Contemporanei”

2013  Venezia 55° Biennale di Venezia Eventi Collaterali “Over Play” dove partecipa sia come espositore che come curatore, per l’occasione la Biennale gli  dedica un’intera pagina sul catalogo generale

-2013  Trieste Muggia personale al Museo d’Arte Moderna Ugo Carà “ Tra Sogni e colori “ cura di Cristina Feresin

-2014  Gorizia Musei Provinciali “La luce del mare”

-2014  Slovenia Tele Kapodistria Arte Visione Magazine “ La galleria d’arte a tv Telecapodistria “  a cura di Laura Vianello“ le opere di Diego Valentinuzzi tra sogno e realtà”

– 2014  Venezia San Vidal “Artisti ieri e oggi ”

-2014  Caserta Museo Magma “ Flogisto”

-2014  Udine Friuli Sky “Pagine d’Artista” opere e intervista a Diego Valentinuzzi

a cura di Vittorio Sutto

-2014 Caserta Museo Magma “Elusive”

-2015 Finlandia Seinajoki Art Hall “ Beyond Borders”

-2015 Trieste Palazzo della Regione personale “Segni sogni colori” a cura di Cristina Feresin

-2015 Venezia Scoletta di San Zaccaria “ Dreams and visions in Venice” artisti veneti  a cura di Giorgio Pilla

.2015 Mantova Museo Sartori Milano Expo 2015 “L’Arte Italiana dalla Terra alla Tavola”

-2015 Trieste 12° Biennale Giuliana d’Arte Palazzo Costanzi

-2016 Austria Galleria  Faberbach “ Gastspiel “ 15 artisti europei selezionati dalla “Biennale d’Austria “

-2016 Venezia galleria San Zaccaria “ Con-Fron-tare-Port”

– 2016 Mantova Castel D’Ario Museo di scultura e ceramica “ Terra crea “ a cura di Sartori Arianna

-2016 Mantova Castel d’Ario Museo Castel D’Ario  “ Artisti per Nuvolari “

-2017 Treviso Motta di Livenza 11° artisti triveneti  al “Palazzo della Loggia”

-2017 Venezia galleria di San Zaccaria Trieste Il Salone dell’Arte “ Original dreams” rassegna itinerante di artisti giuliani a cura di Francesca Catalano

-2017 Austria Vienna Ausstellungsravm “BLue-Bleu-Blau-Blu “ a cura di Herwig Stark

-2017Trieste personale galleria il Salone dell’Arte  “Il racconto del sogno “a cura di Cristina Feresin

-2017 Udine Friuli Sky ”Pagine d’Artista” opere e intervista a Diego Valentinuzzi a cura di Vittorio Sutto

-2018 Monfalcone (Go) personale Galleria Comunale d’Arte Contemporanea “IL viaggio delle anime “a cura di Cristina Feresin

– 2018 Borbiago Mira (Ve) personale Oratorio Donati Stecchini “Verso nuovi spazi” a cura di Gabriella Niero

– 2018 Slovenia Telecapodistria Artevisione “ IL Viaggio delle Anime “ a cura di Laura Vianello

– 2018 Venezia 2° Triennale di Arte Contemporanea PalazzoAlbrizzi “ Il Grido della terra verità nascoste “ 

– 2019 Mantova Castel d’Ario Museo Sartori “ Arte e Sport “ a cura di Arianna Sartori

– 2019 Caserta Museo Pam Palazzo Ducale “ Presenze Contempranee”

– 2019  Udine Cividale del Friuli Auxilia Fundation Convento di Santa Maria in Valle ( Patrimonio dell’Unesco ) “ La Vita oltre la vita” a cura di Raffaella Ferrari

– 2019 Udine Friuli Sky Pagine d’Artista “La Vita oltre la vita “ a cura di Vittorio Sutto

– 2019 Monfalcone – Gorizia- Trieste  Mostra itinerante nei caffè storici de 900 “ Alla scoperta dell’immortalità “ a cura di Cristina Feresin

– 2020 Trieste 15° Biennale d’ Arte Giuliana  Palazzo Costanzi

-2020 Palermo Reggia Borbonica di Ficuzza “ The Black Days “

– 2021 Mantova personale alla Galleria Arianna Sartori “Alla ricerca dell’immortalità”

-2022 Caserta galleria Exlusive “ Proposte per una collezione “ Quartiere militare borbonico”

-2022 Finlandia Seinajoki galleria A.Alto Galeriassa “ Picture your Book”

– 2022 Milano spazio espsitivo Circuiti dinamici “Non bruciare il fantastico “

– 2022 Repubblica della Corea del Sud Museo Fantapia “ Beyond the Borders “2023

– 2022 Trieste 16° Biennale Giuliana d’Arte Magazzino 26

– 2023 Telecapodistria “ Artevisione “ incontro con l’artista a cura di Laura Vianello

– 2023 Repubblica della Corea del Sud Museo Fantapia “ The most spectacular outing – 2023 Paesi Bassi Olanda   International May Art Progect “ No Plastic”

– 2023 Repubblica della Korea del Sud “ Call for artist biaf 2023 “ Busan City Hail gallery

–  Venezuela Maracaibo galeria Aires “ Exposiciòn mundial de arte virtual “

–  2024 Umbria Gubbio Museo Diocesano “ Sulle orme di San Francesco “

–  2024  Trieste Magazzino 26 “ Artistiche riflessioni spirituali “ a cura di Franco Rosso

–  2024  Venezuela Maracaibo galeria Aires Call for art in commemoration of words nature protection day “

–  2024  Trieste 17° Biennale Giuliana d’Arte  Magazzino 26

–  2025  Gorizia Nova Gorica Capitale italiana della Cultura Kulturni Center Bratuz Loize “ Sfumature di confine “ a cura di Sasa Quinzi

–  2025  Trieste sala Exenia “ Salone d’autunno dell’arte triestina “ “Tra segno creativo “ a cura di Franco Rosso

–  2025  Gorizia Nova Gorica Capitale italiana della Cultura Sale dell’Auditorium “ Liberi percorsi 2 mostra internazionale di arte contemporanea “ a cura di Cristina Feresin

–  2025   Repubblica della Corea del Sud 22nb Bieaf  “ The lost center “

–  2025  Gorizia Nova Gorica Capitale italiana della Cultura Gradisca d’Isonzo Palazzo dei Provveditori “ Gli artisti di Go 2025 ” a cura di Chiara Isadoro Artico

– 2025   Venezuela Maracaibo Galleria d’Arte Aires “ Memorias Creativas “ Exposiciòn de Arte Mundial

–  2026 Trieste 18° Biennale Giuliana d’Arte Magazzino 26

–  2026 Finlandia Lapua Vanha Paukku galleria Paukku “ Deus ex Machina Yllàtysmomentii “

Sue opere si trovano in permanenza presso

– Messina Sant’Angelo di Brolo “ Museo degli Angeli”

– Mantova Castel d’Ario “Museo Sartori”

– Trieste “Palazzo della Regione”

– Torino Moncalieri  “Pinacoteca A.Arduino”

– Gaeta” Pinacoteca Giovanni da Gaeta”

– L’Aquila “Museo Sperimentale di Arte Contemporanea “

– Pescara Nocciano “ Museo delle arti “ Castello di Nocciano

–  Gorizia Gradisca d’ Isonzo  “ Chiesa di Santo Spirito “

– Avellino Teora Museo Pinacoteca d’Arte Conte Contemporanea

– Corea del Sud -at Fantapia M.Chang Ki-Hwan Art Museum  

– Catania Contea Caravaggio Museum

– Cosenza MAON Museo dell’Arte dell’Ottocento e Novecento

– Milano Collezione Duilio Zanni

– Reggio Calabria  Gioia Tauro Fondazione Xante Battaglia House Gallery

  

       

La documentazione fotografica e la bibliografia di Diego Valentinuzzi è archiviata presso:

L’archivio Biennale di Venezia Palazzo Correr Resina (VE)

Museo delle Arti Palazzo Bandera Busto Arsizio (VA)

Museo “Mjstique” Isola di Malta

Museo “Maga” Gallarate (Vr)

Museo “Revoltella” Trieste

Museo d’Arte Moderna “Ugo Carà” Trieste

Musei Civici di Feltre Galleria d’Arte Moderna “Rizzarda” Feltre (Bl)

Galleria d’Arte Moderna “ Raccolta Lercaro” (Bo)

Museum of Modern Art M.O.M.A. New York

Museo Civico di Crema e del Cremasco Crema

Galleria Comunale d’Arte Contemporanea Monfalcone

Cosenza Museo dell’Arte dell’Ottocento Novecento

Hanno scritto di lui

Xante Battaglia – Gabriella Niero – Palo Rizzi – Simon Benetton – Ottorino Stefani – Nicola Nuti – Luigi del Sal – Paolo Levi – Ludovico De Luigi – Emiliano Bazanella – Bruno Aloisi

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Gilberto Grilli racconta Pietro Annigoni. L’ultima favola del grande pittore del Novecento

 

“Se abbiamo fatto tanto per Annigoni in questi ultimi anni – dalla mostra di Palazzo Strozzi alle numerose retrospettive e pubblicazioni – lo dobbiamo a Gilberto Grilli, che ha voluto dedicare tutta la sua vita a Pietro Annigoni.”

Con queste parole Benedetto Annigoni, primogenito del grande pittore, riconosce il ruolo centrale di Gilberto Grilli, biografo e studioso che più di ogni altro ha contribuito a custodire, interpretare e diffondere l’opera di Pietro Annigoni.

A partire da questa consapevolezza, i testi di Gilberto Grilli assumono un valore centrale per comprendere la figura di Annigoni. Nei suoi scritti emerge infatti quanto segue.

Gilberto Grilli con Pietro Annigoni, in un momento di incontro e confronto dedicato alla vita e all’opera del maestro fiorentino.

L’ULTIMA FAVOLA.

C’era una volta un grande pittore, capace, secondo Berenson e De Chirico, di stare alla pari con i tre più grandi del Rinascimento. Questo genio, pero’, e’ stato nostro contemporaneo.

Cosi’ vicino a noi che non siamo riusciti a vederlo, come quando ci si trova a pochi centimetri dalla facciata di un palazzo e non possiamo coglierne le dimensioni reali.

Cosi,’ di Annigoni scopriamo solo l’aspetto tecnico, la mostruosa abilita’ esecutiva, presi come siamo a giustificare la follia  e l’arroganza dell’arte astratta e concettuale, delle troppe avanguardie, degli ismi che si ripetono fino alla noia, come nel gioco degli specchi.

Un’arte, quella degli ismi e delle avanguardie, che talora ha una sua dignita’,  un suo significato, quando deriva, come NELL’ETA GIOVANILE di un Picasso, e da una ricerca estetica seria che comunque rispetta i grandi del passato, la natura, l’uomo.

Ma in troppi altri casi quest’arte non e’ che una operazione di mercato, vedi Warhol, che ci ripropone mille volte l’equivalente di quell’immondizia che e’ in mostra e in vendita in qualsiasi shop-center.

E’ innegabile che il “taglio” di Fontana, cosi’ assoluto, cosi’ misterioso, cosi’ tipico del serial killer nella sua ripetitivita’ ossessiva, affascini e suggestioni soprattutto chi ha assorbito la lezione quotidiana di autodistruzione propinata dai mass- media sotto forma di consumismo, guerre, inquinamento.

Ma la dove Fontana denuncia inesorabilmente la nostra sconfitta con quella buia fessura, al tempo stesso origine ed implosione dell’universo e oscurita’ anatomica da cui nasciamo, Annigoni, agli antipodi, ci invita a riflettere su cio’ che possiamo ancora salvare: la nostra anima, e non solo nel senso religioso del termine.

Pietro Annigoni Solitudine II 1968 tempera grassa su tela

Guardate, per esempio, (solitudine 2): e’ di una modernita’ assoluta, in essa si celano il genio compositivo di un Mondrian, e il surrealismo di un Dali’, ma e’ eseguita con una magia tecnica ed espressiva che appartengono solo ai piu’ grandi tra i grandi. Quest’opera esprime un senso di isolamento e malinconia totale, tipica dei nostri tempi, con l’uomo che si rifugia e si arrocca sempre piu’ nel proprio egoismo per esorcizzare la distruzione di tutto cio’ che sta’ sotto ai suoi piedi, l’erba, le piante, gli animali, la terra.

Ed ecco che la rappresentazione annigoniana della realta’ si rivela paradossalmente piu’ moderna, piu’ attuale del taglio di Fontana, perche’ anziche’ istigarci alla rassegnazione inerte, ci invita a quella presa di coscienza che e’ l’indispensabile premessa ad una sia pur improbabile via di scampo.

Dove Fontana celebra la morte, Annigoni celebra il coraggio e la dignita’ di sopravvivere.

Gilberto Grilli

ANNIGONI- CHINA SU CARTONE 50X35
ANNIGONI- CHINA SU CARTONE 50X35

Biografia

A CURA DI Gilberto Grilli

Pietro Annigoni nasce a Milano il 7 giugno 1910. Il padre, Ricciardo, è un noto ingegnere, la madre,Therese, è una californiana di San Francisco. Pietro è il secondo di tre fratelli.

Il minore, Ricciardo Benedetto, giovanissimo ufficiale in Artiglieria, verrà fatto prigioniero dai Tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e morirà tre anni dopo a seguito delle sevizie inflittegli in campo di concentramento per il rifiuto di ogni collaborazione. La tragica vicenda del fratello peserà per sempre sul­l’animo di Pietro.

Il fratello maggiore, Giovanni, fu capitano di marina ed anch’egli ingegnere.

A Milano, Pietro frequenta il Ginnasio G. Parini e l’e­sclusivo Collegio Calchi-Taeggi. Nel 1925, il padre ha l’incarico di istallare la rete telefonica automatica della città di Firenze e vi si tra­sferisce temporaneamente con la famiglia, iscrivendo Pietro all’Istituto degli Scolopi dove conseguirà il diploma di maturità classica. E’ su quei banchi di scuo­la che farà amicizia con Riccardo Noferi, destinato a diventare suo segretario e confidente. Dopo la morte di quest’ultimo lo sostituirà Palmiro Meacci.

AUTORITRATTO DI PIETRO ANNIGONI-ANNI 80 OLIO SU CARTONE RIGIDO
ANNIGONI-DUE VOLTI DI MEMORIE LONTANE-TEMPERA, PASTELLI E SANGUIGNA SU CARTA GESSATA APPLICATA SU TAVOLA. CM.80X60

Al momento di tornare a Milano, nel 1928, Pietro, che ha già mostrato eccezionali attitudini per il disegno e già frequenta la Scuola Libera del Nudo, otterrà il con­senso di restare a Firenze per accedere all’Accademia delle Belle Arti, dove si diplomerà in Pittura con Feli­ce Carena, Scultura con Giuseppe Graziosi ed Incisio­ne con Celestino Celestini. Questi sono anni assai importanti per il formarsi della sua personalità, a quel tempo estremamente irrequie­ta, e per lo sviluppo di quell’ansia del conoscere che farà di lui un uomo di vastissima cultura. Nello stesso periodo nascono o si consolidano le ami­cizie più durature e significative, come quelle con lo scultore Mario Parri, con il letterato Renzo Simi, con lo storico Carlo de Francovich, con il futuro Soprin­tendente alle Belle Arti di Trento, Niccolò Rasmo, con i Principi Tommaso ed Elena Corsini con i Conti Venerosi Pesciolini, con il bibliofilo Adolf Koshland. E’proprio nello studio dell’amico Mario Parri che Pie­tro incontra, nel 1928 Anna Maggini, allora studentes­sa del Conservatorio Luigi Cherubini, con la quale si sposerà nel 1937.

Il rapporto con Anna, fondato su comuni ideali, è molto intenso, ma non privo di contrasti, tanto che sfocerà, nel 1954, in una sofferta separazione consen­suale.

ANNIGONI-STUDIO PER ADAMO. AFFRESCO NELLA BASILICA DI S. MARCO A FIRENZE. MATITA SU CARTA.

Anna resterà comunque per lui una figura di riferi­mento, come dimostrano le toccanti pagine del “Dia­rio” a lei dedicate in occasione della sua morte, avve­nuta nel 1969.

Dal matrimonio con Anna nascono due figli, Benedet­to, nel 1939, e Maria Ricciarda, nel 1948, con i quali Pietro, nonostante le vicissitudini familiari e le lunghe assenze, riuscirà a costruire un rapporto privilegiato, tanto che, nelle sue ultime volontà, designerà Bene­detto come la persona a lui più vicina “nella sua esperienza di uomo e di artista”. Nel 1930 espone per la prima volta a Firenze in col­lettiva. Due anni dopo presenta, con grande successo, la sua prima mostra personale a Palazzo Ferroni nella galleria Bellini. Nel 1932, Ugo Ojetti gli dedica un arti­colo memorabile per la terza pagina del Corriere della Sera. Sempre nel 1932 vince il premio “Trenta-coste”.

Espone a Milano con eccezionale consenso di pubbli­co e di critica nel 1936.

Continua, nel frattempo, la sua passione per i viaggi, e visita molti paesi europei tra cui la Germania, ove rimane particolarmente ispirato dalla pittura rinasci­mentale nordica.

La serie delle gouaches realizzate durante i viaggi e le passeggiate in campagna, mostra un raro talento nel cogliere l’aspetto più profondo della natura, che egli riesce ad interpretare con estrema sensibilità quasi mai disgiunta dalla presenza umana.

S. MOMME'- CHINA SU CARTA 40X60, 1943

Anticonformista, di idee liberali, contrario ad ogni forma di totalitarismo, ogni suo coinvolgimento diret­to nella politica verrà meno quando rimarrà deluso dai compromessi e dallo scarso rigore morale che accompagnarono il ritorno della democrazia.

Nello stesso periodo e per analoghi motivi si consu­merà il distacco di Annigoni dal mondo della cultura ufficiale, di cui era stato fino ad allora partecipe e pro­tagonista, come quando nel 1947 firma, insieme a Gregorio Sciltian, Xavier ed Antonio Buono, Alfredo Serri e altri, il “Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà”.

Con tale dichiarazione il gruppo si poneva in aperto conflitto con varie correnti dell’informale sorte in quegli anni, ma solo Annigoni sarà coerente fino in fondo e proseguirà senza esitazioni la sua battaglia solitaria in difesa di quel figurativo che per lui, stu­dioso di Benedetto Croce, coincideva con la difesa dell’integrità dell’ uomo, assumendone tutto il signifi­calo morale, prima ancora che estetico.

ANNIGONI- SANGUIGNE SU TAVOLA, CM.40X30
ANNIGONI- SANGUIGNE SU TAVOLA, CM.40X30

Nonostante il travaglio emotivo e culturale di quegli anni, sarà proprio tra il 1945 ed il 1950 che Annigoni realizzerà alcune tra le sue opere fondamentali ed oggi note ovunque.                         E’proprio in questa concezione aristocratica del ser­vizio e della responsabilità estesi anche al mondo del­l’arte che va cercata la chiave interpretativa della testi­monianza di Annigoni ed è forse qui la ragione dello spontaneo formarsi intorno a lui ed alla sua “bottega” di una vera e propria scuola di tipo rinascimentale, assolutamente gratuita, liberamente frequentata da artisti molto diversi tra loro ed oggi affermati, quali Luciano Guarnire, Marcello Tommasi, Romano Stefanelli, Nelson H.White, Fernando Bernardini, Timothy Widborne, Silvestro Pistoleri, Dawn Cookson, Antonio Ciccone, Ben Long, Douglas Anderson e molti altri.

Nel 1949, la Commissione della Roval Academy di Londra accetta di esporre alcune opere da lui propo­ste ed è l’inizio di un successo che diventerà di por­tata mondiale. A Londra espone molte volte: da Wildenstein (1950-1954), da Agnew (1952-1956), alla Federation of British Artists (1961), alle Upper Grosvenor Galleries ( 1966), oltre alla costante partecipa­zione alle mostre della Royal Academy.

Altre esposizioni importanti dello stesso periodo sono quelle alla Galerie Beaux Arts (Parigi, 1953), da Wildenstein (New York, 1957-1958), al Brooklyn Museum (New York 1961), al California Palace of the Legion of Honor (San Francisco, 1969).

STUDI PER AFFRESCO- LA PISCINA PROBATICA, PONTE BUGGIANESE.
STUDI PER AFFRESCO- LA PISCINA PROBATICA, PONTE BUGGIANESE

Tra le mostre personali tenute in Italia appaiono par­ticolarmente importanti quelle di Torino, Roma, Firen­ze, Verona, Brescia, Montecatini Terme, Bergamo, Rovereto e, per l’enorme successo, le due realizzate a Milano, alla Galleria Cortina (1968) ed alla Galleria Levi(1971).

Non si estingue mai nel corso della sua intera esisten­za la passione e quasi la necessità dei viaggi che si svolgono ormai da un capo all’altro del pianeta (India, Sud Africa. Iran, Messico e Sud America) alla ricerca di emozioni, culture, paesaggi sempre diversi che egli coglie con eccezionale capacità di sintesi nei suoi schizzi e disegni, non meno che nelle righe del suo “Diario”, ove emergono le sue particolari doti di scrit­tore.

Proprio durante un viaggio sulla nave Raffaello, nel 1966, conosce Rossella Segreto e nasce tra loro un grande amore che li porterà ad unirsi in matrimonio nel 1977.

Pietro Annigoni troverà in lei una preziosa collabora­trice che lo seguirà, insieme ad Ugo Ugolini ed agli allievi di sempre, negli ultimi grandi cicli di affreschi. Hanno posato per lui i personaggi più famosi di que­sto secolo. La rivista ‘Time” gli ha dedicato ben sette copertine. I ritratti della Casa reale inglese sono tra i più noti.

ANNIGONI- NUDO DELLA MOGLIE ROSSELLA- TECNICA MISTA SU TAVOLA, CM.60X80

L’ultimo ritratto eseguito è quello della seconda moglie Rossella Segreto. Gli anni che vanno dal 1966 al 1988 rappresentano uno dei periodi più attivi per la produzione artistica del Maestro.

Le sue opere sono esposte nei più importanti musei del mondo tra cui la Galleria degli Uffìzi, la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze, il Metropolitan Museum of’ Art di New York, la Collezione Reale Windsor Castle e il National Portrait Gallery di Lon­dra, Musei Vaticani. Le sue grandi composizioni allegoriche (il Cinciarda, il Sermone della montagna, la Lezione, Vita, le Solitudini, il Palladio) hanno suscitato ovunque reazioni di ammirazione talora vicina al fana­tismo o, all’opposto, di esasperato rifiuto.

GILBERTO GRILLI CON PIETRO ANNIGONI, ENTRAMBI CON IL SECONDO RITRATTO DELLA REGINA ELISABETTA 1969

Uomo  ed artista di enorme carisma, nato in un secolo di grandi rivoluzioni e contestazioni, dotato di capa­cità tecniche uniche al mondo che gli hanno permes­so di realizzare opere gigantesche non meno che minuscole incisioni, egli ha voluto consapevolmente dedicare la sua opera alla difesa della centralità e tra­scendenza dell’uomo di cui presagiva con lungimi­ranza quasi profetica l’imminente declino.

I suoi affreschi nel Convento di San Marco a Firenze, nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Ponte Buggianese, nell’Abbazia di Montecassino, nella Chiesa del Santo a Padova, nella sede della Fondazione Stillman a Wethersfield, Connecticut, IJ.S.A., in gran parte ispirati a soggetti sacri, ripropongono in chiave moderna la grande tradizione rinascimentale, rivelan­do capacità ed intuizioni che sono patrimonio esclu­sivo degli uomini superiori. Una grande opera di tem­pera muraria si può ammirare a Firenze nella casa della Contessa Margherita Venerosi Pesciolini.

ANNIGONI-DUE VOLTI DI MEMORIE LONTANE-TEMPERA, PASTELLI E SANGUIGNA SU CARTA GESSATA APPLICATA SU TAVOLA. CM.80X60

Ber­nard Berenson scrisse di lui “Pietro Annigoni, non solo è il più grande pittore di questo secolo, ma  è anche in grado di competere alla pari con i più grandi pittori di tutti i secoli” e “… rimarrà nella storia dell’arte come il contestatore di un’epoca buia …”.

Tra i tanti riconoscimenti onorifici ed accademici attribuiti ad Annigoni in Italia e all’estero, si ricordano quello di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana e quello di Cavaliere all’Ordine Civile di Savoia.

Dopo una lunga malattia, durante la quale ebbe l’a­morevole conforto della moglie Rossella, dei figli Benedetto e Maria Ricciarda e degli amici più cari, Pie­tro Annigoni muore il 28 ottobre 1988 a Firenze dove riposa nel Cimitero Monumentale delle Porte Sante a S. Miniato a Monte.

Annigoni e la sua scuola
Bellezza tra alchimia e realtà

di Gilberto Grilli

È il catalogo della mostra ospitata dal 15 ottobre al 5 dicembre 2023 a Sesto Fiorentino (Firenze) in una triplice sede: Centro Espositivo Antonio Berti, La Soffitta Spazio delle Arti, Rifugio Gualdo.
Il volume riproduce un nutrito nucleo di opere, di cui alcune mai esposte prima, provenienti dall’archivio di Gilberto Grilli, biografo di Pietro Annigoni e collezionista della sua opera. Ai dipinti e ai disegni di Annigoni – scelti per rappresentare un vero e proprio excursus della sua lunga ed eclettica carriera – sono affiancati i lavori di alcuni suoi importanti allievi: Silvestro Pistolesi, Luciano Guarnieri, Romano Stefanelli, Antonio Ciccone, Luigi Falai, Massimo Callossi, Samuele Vanni.

La copertina del volume è cliccabile per la consultazione e la richiesta del catalogo.

Gilberto Grilli (Mercatello sul Metauro, 1957) è biografo, curatore e collezionista d’arte, riconosciuto come uno dei principali studiosi dell’opera di Pietro Annigoni.

Dopo la formazione presso l’Istituto d’Arte di Urbino, prosegue il suo percorso artistico a Firenze, dove frequenta la scuola del maestro Annigoni, instaurando con lui un rapporto di collaborazione e di approfondimento critico che lo porterà a diventarne uno dei più importanti interpreti e biografi.

A partire dagli anni Ottanta dedica la propria attività allo studio sistematico dell’opera di Annigoni, curando nel corso del tempo numerose mostre e realizzando una vasta produzione editoriale e catalografica. Il suo lavoro di ricerca e divulgazione ha contribuito in modo significativo alla riscoperta e alla valorizzazione dell’artista nel panorama internazionale.

Parallelamente, ha sviluppato una importante attività collezionistica: la sua residenza a Fano, la Casa Museo Grilli, custodisce oggi un patrimonio di oltre 3.800 opere d’arte, comprendente disegni, litografie e incisioni, testimonianza della sua lunga dedizione alla pittura figurativa del Novecento.

La sua attività è caratterizzata da un costante impegno nella tutela e nella diffusione della cultura figurativa, che ha perseguito attraverso mostre, pubblicazioni e iniziative culturali, contribuendo alla conservazione della memoria artistica di Pietro Annigoni e del suo tempo.

 
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Willem ed Elaine de Kooning nelle dinamiche del sistema artistico del Novecento.

La storia di Willem de Kooning e Elaine de Kooning non si lascia raccontare facilmente secondo categorie lineari. Non è solo una vicenda sentimentale né esclusivamente un capitolo della storia dell’Espressionismo astratto, ma piuttosto un percorso condiviso tra vita e lavoro, in cui due individualità distinte si sono alimentate e spesso contraddette a vicenda.

Willem de Kooning costruisce la propria pittura attraverso un processo instabile fatto di cancellazioni, ripensamenti e ritorni continui. Nulla sembra mai definitivo ogni immagine resta aperta come se potesse essere nuovamente messa in discussione. Questa precarietà formale finisce per riflettersi anche nel suo modo di stare nel mondo segnato da un continuo equilibrio tra controllo e disordine.

Elaine de Kooning al contrario si muove con maggiore agilità sul piano intellettuale. Pittrice ma anche osservatrice attenta della scena artistica riesce a leggere e restituire ciò che la circonda con una lucidità che spesso supera in termini di riconoscimento la considerazione riservata alla sua stessa produzione pittorica.

Il loro rapporto aperto, discontinuo e a tratti violento non è un semplice sfondo biografico, ma qualcosa che agisce in modo diretto sulla loro vita e sul loro lavoro. Le relazioni parallele, le separazioni e i ritorni contribuiscono a creare un clima instabile che non rimane chiuso nella sfera privata. Si riflette invece nel modo in cui entrambi occupano la scena artistica, nelle alleanze che costruiscono, nei conflitti che emergono e nelle opportunità che si aprono o si chiudono nel tempo.

Eppure questa libertà non è stata senza squilibri. Con il tempo Willem de Kooning si è imposto sempre di più come figura centrale, quasi simbolica, della scena artistica. Elaine de Kooning invece è rimasta in una posizione più incerta, dove il riconoscimento arrivava in modo parziale e spesso attraverso mediazioni. Il fatto di muoversi dentro i circuiti critici e intellettuali le ha permesso di avere una certa influenza sul dibattito artistico, ma non è stato sufficiente a darle lo stesso peso e la stessa visibilità del marito.

Quando negli ultimi anni Elaine de Kooning torna accanto a Willem de Kooning ormai segnato dalla malattia, il loro rapporto si trasforma radicalmente. Non è più la relazione turbolenta degli inizi ma una forma più concreto, fatto di responsabilità e cura. In quel passaggio finale si concentra qualcosa che è difficile definire con precisione, non una riconciliazione in senso classico, ma piuttosto la consapevolezza di un legame che, pur tra distanze e fratture, non si è mai davvero interrotto.

Forse è proprio qui che la loro storia continua a mettere in discussione l’idea stessa di separazione tra opera e vita e tra autonomia e dipendenza reciproca. Non come un caso eccezionale, ma come qualcosa di più diffuso e ricorrente nell’arte del Novecento, dove i confini tra esperienza personale e produzione artistica restano spesso mobili e difficili da fissare.

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Emanuel Acciarito. Architettura come scultura dello spazio

La vera arte non racconta semplicemente il mondo, ma spesso lo mette in discussione, lo esplora e lo ripensa attraverso la forma

In questa idea si può leggere con chiarezza il percorso di Emanuel Acciarito, là dove la disciplina architettonica incontra il pensiero e la materia smette di essere semplice presenza per farsi simbolo, denso di significato. Architetto per formazione e artista per necessità interiore, Acciarito attraversa linguaggi differenti mantenendo intatta la stessa intensità, che è quella di chi osserva lo spazio con l’attenzione analitica del progettista e, insieme, quella di chi sa sostare sul tempo con la sensibilità sottile del poeta.

La sua storia creativa nasce dentro la disciplina dello spazio. L’architettura ha insegnato ordine, misura, responsabilità verso il territorio. Da qui prende avvio una poetica che guarda alla rigenerazione urbana, alla memoria dei luoghi, alla relazione tra uomo e ambiente. Poi accade qualcosa di ulteriore. Il progetto smette di restare progetto e diventa domanda.

Proprio in questo passaggio si inserisce una delle ricerche più significative del suo percorso progettuale, lo studio di un grattacielo eco-sostenibile sviluppato durante il lavoro di tesi, premiato e presentato in diversi contesti di ricerca architettonica. L’intuizione nasce dall’osservazione dello zampillo d’acqua, un’immagine elementare e potente che diventa matrice formale e concettuale di un’architettura capace di svilupparsi verticalmente come una danza di forme nello spazio, trasformando un movimento naturale in struttura progettuale. Nel processo creativo la forma dell’acqua assume un valore simbolico e progettuale, diventando linguaggio formale e visione sociale. Prima scultura dello spazio, poi architettura, il progetto traduce nella dimensione costruita una riflessione sul valore dell’acqua come bene comune e sulla necessità di ristabilire un equilibrio tra l’uomo e l’ambiente.

In questo slittamento tra materia simbolica e costruzione reale emerge con chiarezza uno dei nuclei più autentici della ricerca di Acciarito, là dove la dimensione progettuale si apre a una riflessione poetica e la pratica artistica diventa luogo di elaborazione di visioni capaci di interrogare il futuro. È dentro questa prospettiva che la forma, nel lavoro dell’artista, supera la semplice funzione costruttiva per diventare codice espressivo.

Dietro la geometria rigorosa e la misura solo apparentemente neutra dello spazio, la struttura si trasforma in un vero e proprio linguaggio simbolico. La forma, sospesa in un equilibrio sottile tra rigore e intuizione, dischiude così varchi di senso che invitano a una lettura più ampia e articolata, là dove pensiero ed emozione finiscono naturalmente per incontrarsi.

Il bianco entra in scena come scelta radicale, il colore, certo, ma anche dichiarazione di intenti. Qui diventa superficie ricettiva, capace di accogliere la luce e di amplificarne la dimensione quasi spirituale; uno spazio mentale in cui ogni segno trova la propria risonanza. Nelle culture che la sua ricerca attraversa, il bianco conserva una forza sacrale, una presenza silenziosa che continua a parlare di purezza e trascendenza. L’artista assorbe queste sedimentazioni simboliche e le traduce in un linguaggio personale, prossimo a una grammatica essenziale con cui tornare a interrogare, con lucidità e misura, la materia stessa.

 

Le opere scultoree raccontano questo percorso con chiarezza. “Ambito” appare come un organismo armonico, una sfera che richiama il ciclo della vita e la centralità dell’essere umano nel cosmo. I cerchi sovrapposti suggeriscono movimento, equilibrio, continuità tra individuo e universo. Lo spettatore percepisce una calma apparente che nasconde una riflessione più ampia sul fragile rapporto tra uomo e natura.

 

Aeternitas” introduce una dimensione diversa. Il tempo assume volto e verticalità, la figura si allunga verso l’alto attraverso anelli che evocano antiche tradizioni e miti lontani. Qui la scultura sembra custodire una memoria collettiva, un dialogo tra culture, spiritualità e desiderio di permanenza. La materia assume il ritmo di un rito, quasi una preghiera silenziosa affidata alla forma.

 

Anche quando si confronta con la pittura, come avviene in “Medusa”, la forza della ricerca resta intatta. Il corpo femminile emerge come luogo emotivo, in uno spazio sospeso dove la forza si intreccia con la fragilità, dando vita a una bellezza capace di evocare inquietudine. La tecnica mista utilizza la materia senza sottoporla a coercizione, restituendone il movimento e la densità espressiva. Essa sprigiona un’energia che affonda le radici nell’esperienza personale dell’artista e si estende oltre il confine della forma, coinvolgendo chi osserva in una percezione più ampia. Ogni segno trattiene un frammento di vita vissuta, lo trasforma in immagine autonoma, lo offre allo spettatore come testimonianza e come spazio di riflessione, luogo in cui l’introspezione si confronta con la presenza dell’opera.

 

Nelle sculture, la stessa energia torna a manifestarsi in forme archetipiche. Nella prima, la sfera e i cerchi sovrapposti evocano con chiarezza un’idea di ciclicità, di armonia e di centralità dell’uomo nel cosmo. Nella seconda, invece, la verticalità della figura e gli anelli che ne scandiscono il collo alludono al tempo come principio eterno e come traccia di un rituale ancestrale. L’opera si pone davanti allo sguardo dello spettatore, pronta a sollevare domande più che a fornire risposte, e invita a percepire spazio e tempo come esperienza, in cui simboli e materia si fanno strumenti attivi per una  riflessione.

 

In continuità con questo percorso di sintesi tra forma, mito e significato, l’artista amplia recentemente il suo repertorio con “Nike”, scultura in cui il gesto celebrativo diventa cifra poetica. Concepita in omaggio alle trenta medaglie conquistate dalla spedizione italiana alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, la Dea delle Olimpiadi viene trasfigurata in un corpo architettonico, la cui “pelle” è costruita dai cerchi olimpici. Non semplice raffigurazione, ma architettura del gesto trionfale, “Nike” si erge come trofeo stilizzato, dove la mitologia si fonde con il linguaggio contemporaneo e la forma diventa veicolo di vittoria e potenza simbolica. La scultura testimonia come l’autore sappia traslare il mito in struttura, conferendo al gesto celebrativo una densità spaziale e un equilibrio compositivo che risuona con l’intero percorso creativo.

In questa prospettiva risuona con particolare precisione una riflessione di Paul Klee, artista che affermava che l’arte rende visibile ciò che già esiste oltre lo sguardo immediato. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible” . La frase appare sorprendentemente vicina al pensiero poetico di Emanuel Acciarito, il cui lavoro non cerca la descrizione del mondo ma bensì una sua rivelazione interiore.

Tra controllo e sensibilità prende forma un linguaggio che intreccia questi due elementi in un equilibrio armonioso. L’architetto e l’artista convivono senza conflitto, come due voci dello stesso racconto. Da una parte la volontà di armonia, dall’altra la necessità di esplorare zone interiori dove il simbolo prende il posto della descrizione. La sua ricerca dialoga con il presente, con la città, con la responsabilità culturale di chi crea immagini capaci di parlare al futuro.

Resta, alla fine, una sensazione precisa. Le sue opere chiedono tempo, attenzione, silenzio. Invocano uno sguardo disposto a sostare, a lasciarsi attraversare da significati che emergono lentamente. In quella sospensione si riconosce la cifra più autentica del suo lavoro, un’arte che costruisce ponti tra materia e spirito, tra esperienza quotidiana e dimensione archetipica, tra la concretezza dell’architettura e la libertà della visione.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di arte & architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com                

Phone  3477719697

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True art does not simply narrate the world; more often, it questions it, explores it, and reimagines it through form.

 

This idea clearly frames the trajectory of Emanuel Acciarito, where architectural discipline intersects with thought, and matter ceases to be mere presence to become a symbol, rich with meaning. Trained as an architect and compelled to create as an artist, Acciarito moves across different languages while maintaining the same intensity—the analytical attention of a designer observing space, alongside the subtle sensitivity of a poet attuned to the flow of time.

His creative journey originates within the discipline of space. Architecture has taught order, proportion, and responsibility toward the territory. From this foundation emerges a poetic vision attentive to urban regeneration, the memory of places, and the relationship between humans and their environment. Yet something further occurs. The project ceases to remain merely a project and becomes a question.

It is precisely at this juncture that one of the most significant investigations of his design path unfolds: the study of an eco-sustainable skyscraper developed during his thesis, awarded and presented in various architectural research contexts. The inspiration arose from observing a water jet—an elemental, powerful image that becomes the formal and conceptual matrix of an architecture capable of growing vertically like a dance of forms in space, transforming a natural movement into a structural design. In the creative process, the shape of water assumes symbolic and design value, becoming a formal language and social vision. First a sculpture of space, then architecture, the project translates in the built dimension a reflection on water as a common good and on the necessity of reestablishing balance between humans and the environment.

In this transition between symbolic matter and real construction, one of the most authentic cores of Acciarito’s research emerges, where the design dimension opens to poetic reflection and artistic practice becomes a site for developing visions capable of interrogating the future. It is within this perspective that form, in the artist’s work, transcends mere constructive function to become expressive code.

Behind the rigorous geometry and the seemingly neutral measure of space, the structure transforms into a truly symbolic language. Suspended in a subtle equilibrium between precision and intuition, the form opens pathways of meaning, inviting a broader and more articulated reading, where thought and emotion naturally converge.

White enters the scene as a radical choice—a color, certainly, but also a declaration of intent. Here it becomes a receptive surface, capable of embracing light and amplifying its almost spiritual dimension; a mental space where every mark finds resonance. In the cultures Acciarito’s research traverses, white retains a sacred power, a silent presence that continues to speak of purity and transcendence. The artist absorbs these symbolic sedimentations and translates them into a personal language, close to an essential grammar through which he interrogates matter itself with clarity and measure.

The sculptural works clearly narrate this journey. “Ambito” appears as a harmonious organism, a sphere evoking the cycle of life and the centrality of the human being in the cosmos. The overlapping circles suggest movement, balance, and continuity between individual and universe. The viewer perceives an apparent calm that conceals a broader reflection on the fragile relationship between humans and nature.

“Aeternitas” introduces a different dimension. Time assumes form and verticality, the figure stretching upward through rings that evoke ancient traditions and distant myths. Here the sculpture seems to hold a collective memory, a dialogue between cultures, spirituality, and the desire for permanence. Matter takes on the rhythm of a ritual, almost a silent prayer entrusted to form.

Even when engaging with painting, as in “Medusa”, the strength of the research remains intact. The female body emerges as an emotional locus, within a suspended space where strength intertwines with fragility, giving rise to a beauty capable of evoking unease. Mixed media employs matter without coercion, restoring its movement and expressive density. It radiates an energy rooted in the personal experience of the artist and extending beyond the boundary of form, engaging the viewer in a wider perception. Every mark retains a fragment of lived life, transforms it into an autonomous image, and offers it to the observer as testimony and space for reflection, where introspection confronts the presence of the work.

In the sculptures, the same energy manifests in archetypal forms. In “Ambito”, the sphere and overlapping circles clearly evoke cyclicality, harmony, and the centrality of humankind in the cosmos. In “Aeternitas”, the verticality of the figure and the rings marking the neck allude to time as an eternal principle and as the trace of an ancestral ritual. The work presents itself to the viewer, ready to pose questions rather than offer answers, inviting perception of space and time as experience, where symbols and matter become active instruments for reflection.

Continuing this path of synthesis between form, myth, and meaning, the artist recently expanded his repertoire with “Nike”, a sculpture in which the celebratory gesture becomes a poetic motif. Conceived in homage to the thirty medals won by the Italian team at the 2026 Milan-Cortina Winter Olympics, the Olympian goddess is transfigured into an architectural body, whose “skin” is constructed from the Olympic rings. Not mere representation, but architecture of the triumphant gesture, “Nike” rises as a stylized trophy, where mythology merges with contemporary language, and form becomes a vehicle of victory and symbolic power. The sculpture demonstrates how the artist translates myth into structure, endowing the celebratory act with spatial density and compositional balance that resonates across his entire creative trajectory.

In this perspective, a reflection by Paul Klee resonates with particular precision: the artist asserted that art makes visible what already exists beyond immediate sight. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible.” The statement appears surprisingly close to Emanuel Acciarito’s poetic thought, whose work does not seek to describe the world but rather to reveal its inner truth.

Between control and sensitivity emerges a language that weaves these elements in harmonious balance. The architect and the artist coexist without conflict, like two voices of the same narrative. On one side, the desire for harmony; on the other, the need to explore interior territories where symbol replaces description. His research engages with the present, with the city, with the cultural responsibility of those who create images capable of speaking to the future.

In the end, a precise sensation remains. His works demand time, attention, and silence. They invoke a gaze willing to linger, to be penetrated by meanings that emerge slowly. In that suspension, the most authentic signature of his work is recognized—an art that builds bridges between matter and spirit, between daily experience and archetypal dimension, between the concreteness of architecture and the freedom of vision.

 

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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ArteArtistiSegnalazione Eventi

PRESENTATA ALLA “BIENNALE DI SONDRIO” LA SCULTURA “NIKE” DELL’ARCHITETTO-ARTISTA EMANUEL ACCIARITO.

Si è inaugurata il 28 febbraio 2026 la Biennale di Sondrio. L’iniziativa promossa dall’Associazione Progetto Alfa OdV è inserita all’interno del progetto “Oltre il limite: un palco sulle vette”, finanziato dalla Regione Lombardia e sostenuto da Pro Valtellina, Comune di Tirano, Comune e Provincia di Sondrio.

Castello Masegra, Palazzo Pretorio, Palazzo Muzio, Palazzo Bim e il Museo Musa sono i quattro siti dislocati sul territorio cittadino, coinvolti in questa maratona delle arti, cui allestimento diffuso, resterà aperto fino ad aprile.

Direttore artistico della Biennale Arte, il professore, storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.

 

Tra i 300 partecipanti all’esposizione, anche l’architetto-artista Emanuel Acciarito, con tre sue sculture: “Ambito”, “Aeternitas presentate in anteprima lo scorso mese presso Palazzo Muzio e “Nike” in esposizione per la prima volta a Castello Masegra.

Con “Nike”, Acciarito omaggia a suo modo le trenta medaglie vinte dalla spedizione azzurra alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 che si sono appena concluse. E lo fa raffigurando la Dea delle Olimpiadi Nike, simbolo di vittoria, successo sportivo e velocità, in un processo creativo in cui l’immagine della mitologica figura viene stilizzata in un corpo architettonico attraverso una “pelle” creata con i cerchi olimpici e come un trofeo, presentata come simbolo di un trionfo conquistato in vetta.

 

 

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

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Artisti

Manent. Ilaria Pisciottani

 

«Non possiamo conservare ogni istante,

ma possiamo renderlo immortale

nella memoria che scegliamo di custodire.»

 

Roland Barthes

— parafrasando la riflessione di Roland Barthes sulla fotografia come traccia della nostra esperienza vissuta.

 

L’eco della Camera Chiara di Barthes non è qui un semplice riferimento bibliografico, ma il cardine ontologico su cui poggia M A N E N T.

Il titolo stesso, nella sua asciutta solennità latina, agisce come un monito, esso è il participio presente di ciò che si ostina a restare,  le tracce lasciate dal tempo e dall’esperienza nell’interiorità di chi le vive.

Nella serie fotografica di Ilaria Pisciottani, questo concetto si materializza in immagini che sono al contempo testimoni di ricordi personali e strumenti di introspezione estetica. Non si tratta di fotografia documentaristica, ma di una fotografia d’autore che trasforma l’esperienza vissuta in linguaggio visivo, traducendo episodi, gesti, abitudini e persone care in segni emotivi visibili. La sua opera è un’archeologia dell’intimo che scava sotto la superficie del visibile per estrarne il “permanente”.

Ogni opera di M A N E N T nasce da un’elaborazione personale, la post-produzione non è un semplice intervento tecnico, ma una forma di scrittura emotiva, attraverso cui l’artista ri-abita l’immagine, dando corpo e colore alla propria memoria. In alcune opere, la scelta di viraggi cromatici decisi e saturazioni forti rimanda a influenze pop, pur restando coerente con la sensibilità dell’artista, creando campi di visione e immaginazione che sorprendono e risvegliano la memoria dello spettatore. Un intervento tecnico che sa di necessità semantica, che ne altera i contorni per fedeltà al sentimento piuttosto che all’ottica. Eppure, il fotogramma originario resta lì, sottotraccia, come un’ossatura etica che impedisce alla memoria di scivolare nell’astrazione pura, mantenendo vivo il dialogo tra l’oggettività del «ciò che è stato» e la soggettività del «ciò che sento».

La serie si distingue per la sua intimità emotiva. Ogni fotogramma è un tassello di un racconto più ampio, un frammento di esperienza esperienziale e affettiva che si accumula nel tempo e nella memoria come un reperto affettivo. La sensibilità dell’artista è percepibile in ogni dettaglio, gli sguardi, i gesti, le presenze care smettono di essere soggetti per divenire correlativi oggettivi di un paesaggio interiore. In questo processo, il dato quotidiano subisce una vera e propria trasfigurazione, elevandosi a testimonianza poetica. La prassi narrativa dell’artista scardina la funzione mimetica della fotocamera, la sua opera trasmette frequenze emotive, in cui l’immagine descrive ed evoca il mondo nella sua urgenza più intima e persistente.

Particolarmente interessante appare la gestione dell’autoritratto, che ricorre frequentemente nella serie, ma non come dichiarazione di visibilità o autoaffermazione. Al contrario, il volto e il corpo diventano strumenti diretti di comunicazione, essi veicolano emozioni, stati d’animo e memorie, trasformando l’immagine in un luogo fisico dove l’esperienza individuale assume valenza collettiva. In questi scatti, l’artista si fa medium, prestando la propria immagine per dare corpo a stati d’animo che appartengono a chiunque abbia mai tentato di preservare la memoria del tempo.

Questa serie di Ilaria Pisciottani si delinea come una autentica indagine sulla persistenza del vissuto. Non è un semplice esercizio di conservazione della memoria, ma un tentativo riuscito di renderla operante all’interno dell’immagine. Qui l’intimità smette di essere un fatto privato per diventare il vero codice generativo dell’opera. Ogni frammento visivo, uno sguardo, un gesto appena accennato o anche un oggetto, si trasforma in esperienza materica, qualcosa che si percepisce come concreto davanti agli occhi. In queste opere, la memoria non resta confinata nel passato, ma si fa presenza viva, abita lo spazio dell’inquadratura e instaura un dialogo diretto con chi guarda.

Così, il titolo della serie non è solo un nome, è un principio guida. Con M A N E N T, Ilaria Pisciottani ci consegna una grammatica della visione, dove la fotografia smette di essere semplice “scatto” e diventa sedimentazione. È l’omaggio a quelle tracce che, pur nella loro fragilità di impronte leggere, possiedono la forza immanente di ciò che non può essere cancellato.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

A seguire, il percorso visivo si apre alla voce diretta dell’artista, trasformando l’osservazione in un attraversamento più intimo della serie. Ogni immagine è accompagnata da un breve racconto che ne restituisce la genesi emotiva e il suo contesto personale.

 

 

La spazzola ricorda questo oggetto che per mia nonna era sacro perché era una spazzola di legno di pregio con crine di cavallo di eccelsa qualità e lei ci teneva talmente tanto che nessuno di noi soprattutto i nipoti la toccassero o ci giocassero, perché aveva solo quella. quando poi lei è venuta a mancare e io ho ritrovato questa spazzola sul mobile del bagno ma non c’era più lei mi sono messa a piangere pensando che era sopravvissuta alla mia amata nonna, e per la prima volta mi spazzolai i capelli come a rievocarla, apprezzai tantissimo il modo in cui mi pettino’ i capelli, era diversa dalle spazzole moderne.

Mi venne li in mente fotografarla e nel fotografarla decisi anche che poi sarebbe venuta sempre con me in viaggio in treno in aereo in macchina, tutte cose che con mia nonna non poté mai fare.

Questa è stata la prima fotografia della raccolta; da lì sono nate tutte le altre.

L’opera è oggi parte di una collezione privata, acquisita da un collezionista che vi ha riconosciuto una risonanza emotiva legata a una propria esperienza personale, simile alla mia.

L’immagine di mia nonna Eleonora ventenne negli anni ‘40, arricchita dal colore e dalla scritta Victory vuole narrare e fare immaginare un po’ la sua storia di donna vissuta tra povertà , guerra e lutti, il suo viaggio e il suo riscatto nella vita che seppur difficile è segnata anche da piccole grandi rivincite.

La Fiesta, una semplice merendina, racchiude in sé un tesoro di ricordi legati a mio nonno Fernando.

Ogni giorno, al suo ritorno dal bar, quel piccolo dolce diventava un simbolo di affetto e attesa.

Uscivo sulla strada per osservarlo mentre tornava a casa e lo vedevo avanzare lentamente con il suo passo zoppicante, una conseguenza delle ferite di guerra.

Appena mi scorgeva, un sorriso illuminava il suo volto e agitava la Fiesta in aria, come ad annunciare il suo arrivo e quel piccolo momento di dolcezza della merenda.

Quel gesto, apparentemente banale, era per me un momento magico. Non era solo la promessa di un dolce profumato, ma la certezza di un amore incondizionato. La Fiesta diventava, così, l’emblema di un legame speciale tra nonno e nipote, un istante di pura gioia e tenerezza che custodirò per sempre nel mio cuore.

 

“Fiesta” è la rappresentazione visiva di un ricordo indelebile, di un affetto profondo e di un legame unico che mi unisce al mio amato nonno Fernando.

 

Ciò che rimane

Manent è un progetto fotografico da me ideato, che indaga il legame profondo tra memoria, affetto e il senso di responsabilità verso ciò che sopravvive al tempo.

Con fotografie digitali riviste in stile pop art, questo lavoro indaga oggetti e ricordi di famiglia, immagini che parlano in modo moderno e vivace, dove il colore porta emozioni e racconta una storia.

Questo progetto vuole parlare della dolcezza con cui tutti noi, chi più chi meno, teniamo vicino ed in vita, ciò che ci rimane di una persona cara: un indumento o un accessorio che ha ancora il suo profumo, un oggetto che fa pensare al suo tocco, un gesto che torna alla mente.

Manent racconta del senso di responsabilità di chi rimane, del prendersi cura delle cose, delle storie e dei ricordi che non spariscono con le persone che li hanno vissuti, perché è in questi ricordi che si ritrova il filo che lega le nostre vite.

Le immagini, semplici ma potenti, raccontano di piccoli riti e reliquie familiari: il cioccolatino preferito dal nonno, la merendina portata ogni giorno al nipotino come segno d’affetto, la spazzola di legno pregiato intoccabile della nonna, la fotografia sbiadita sul comò che custodisce i volti di chi non c’è più, dell’atteso fiore che ogni primavera rifiorisce, quello preferito dalla madre, che lo recide in giardino per deporlo davanti alle immagini dei suoi cari scomparsi.

Manent è una riflessione visiva sulla memoria come atto d’amore e di responsabilità: ciò che resta non è solo l’oggetto, ma la cura, il gesto e la volontà di preservare la traccia di chi abbiamo amato, affinché la loro presenza continui a vivere nel tempo.

Ogni primavera, i fiori di campo tornano a colorare i giardini risvegliando in me un’eco lontana, la voce di mia nonna Norina. Appena li vedeva spuntare, i suoi occhi si illuminavano di una gioia semplice e autentica.

Raccoglieva un mazzetto con cura, quasi fossero gemme preziose, e me li porgeva dicendo: “Senti come profumano, che belli che sono!

Vado a metterli davanti -ai mi morti-” e poi li metteva con grazia e amore sul comò della sua camera dove c’erano le foto dei suoi cari defunti.

Quei ‘mi morti’ erano le fotografie dei suoi cari defunti, custodite su una parete dietro il comò della sua camera. Fratelli, cognati, amici… tanti volti segnati dalla guerra e dal tempo, vegliati da un amore eterno.

I fiori di campo, umili e splendidi, diventavano così un simbolo di affetto e memoria, un legame tangibile tra il mondo dei vivi e quello dei ricordi. Il profumo delicato si mescolava alla nostalgia, creando un’atmosfera di serena malinconia.

Ora che nonna Norina non c’è più, continuo a raccogliere quei fiori ogni primavera. Li fotografo, cercando di catturare la loro essenza effimera e la forza dei ricordi che evocano. Ogni scatto è un omaggio a lei, al suo amore incondizionato e alla sua profonda umanità.

La fotografia, in questo caso, diventa un modo per perpetuare una tradizione, per tenere vivo il legame con il passato e per condividere con gli altri la bellezza di un gesto semplice, ma intriso di significato. È un modo per dire: ‘Nonna, ti ricordo, ti amo, e i tuoi fiori continuano a profumare la mia vita’.

Spero che queste foto ispirino anche altri a riscoprire la bellezza delle piccole cose, a onorare i propri cari e a trovare conforto nella natura che ci circonda. I fiori di campo di nonna Norina continuano a fiorire, portando con sé un messaggio di speranza e amore eterno.

 

La storia della fotografia dei fiori di campo, tanto amati da nonna Norina, è un racconto intimo di amore, perdita e memoria.

Un tributo alla sua figura e un modo per perpetuare una tradizione piena di significato. Che queste immagini continuino a diffondere il suo profumo e il suo amore.

Gli abiti in questa foto non sono semplici indumenti. Sono frammenti di un passato prezioso, testimoni silenziosi di vite vissute e di momenti indimenticabili.

Non erano abiti di tutti i giorni, consumati dalla routine. Questi erano i vestiti ‘della festa’, quelli che si indossavano con cura e trepidazione per le occasioni speciali: matrimoni, battesimi, la domenica in famiglia.

Ora, questi abiti appartengono a chi non c’è più.

Le mani che li hanno cuciti, indossati, ammirati, non possono più stringerli. Eppure, essi rimangono, custoditi con amore e rispetto negli armadi di chi li ha ereditati. Sono reliquie, oggetti sacri che evocano ricordi e sentimenti profondi.

Ogni tanto, l’armadio si apre e questi abiti vengono tirati fuori.

Le dita scorrono sui tessuti, riconoscendo la trama, il profumo lieve di naftalina e di un tempo lontano.

In quel momento, le persone care che non ci sono più sembrano più vicine, il loro spirito rivive tra le pieghe di un abito che ha fatto parte della loro storia.

È un modo per abbracciare il passato, per onorare la memoria di chi amiamo e per sentirci, ancora una volta, parte di un legame indissolubile.

Questi abiti non sono solo tessuti e fili. Sono emozioni, ricordi, un’eredità che va ben oltre il valore materiale. Sono un ponte tra generazioni, un modo per mantenere viva la fiamma del passato e per tramandare storie che altrimenti andrebbero perdute. Conservarli è un atto d’amore, un modo per dire ‘non vi dimenticheremo’.

 

 

Ogni fotogramma è un tassello di un racconto più ampio, un frammento di esperienza esperienziale e affettiva che si accumula nel tempo e nella memoria come un reperto affettivo.

 

La sensibilità dell’artista è percepibile in ogni dettaglio, gli sguardi, i gesti, le presenze care smettono di essere soggetti per divenire correlativi oggettivi di un paesaggio interiore. In questo processo, il dato quotidiano subisce una vera e propria trasfigurazione, elevandosi a testimonianza poetica.

 

 

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Artisti

Trame in Movimento. Il Pensiero Tessile di Teresa Saviano

Il Gran Ballo dei Frammenti nell'Estetica del Recupero di Teresa Saviano

Ancor prima di farsi immagine o figurazione, il tessuto nell’opera di Teresa Saviano si configura come tempo reso tangibile: un sedimento di prassi, un deposito di gesti e tracce rievocative che attendono l’atto creativo per essere sottratte all’oblio e riattivate in un nuovo orizzonte di senso. È entro le coordinate di questa consapevolezza che si dipana la sua ricerca, inscrivendosi nel perimetro della Fiber Art contemporanea non come adesione a un canone stilistico precostituito, ma come un’imperativa necessità ontologica.

Alla base del suo operare risiede un nucleo generativo, un’idea-matrice che si rifrange in una pluralità di morfologie, capace di tradursi in un’indagine serrata sulla dialettica tra memoria e sostanza. In questo contesto, il tessuto smette di essere esclusivamente un supporto inerte per assurgere a dispositivo conoscitivo, una superficie eloquente e attiva attraverso cui l’artista scandaglia le stratificazioni del reale e i territori più reconditi e ambivalenti delle geografie interiori.

La materia tessile diventa così un palinsesto di vissuti, dove ogni trama e ogni innesto materico fungono da catalizzatori di una riflessione profonda sulla persistenza dell’essere nel divenire delle forme.

Ciò che caratterizza il suo percorso è un’inquietudine sperimentale controllata, che la porta a interrogare continuamente le potenzialità dei materiali e delle tecniche. Il suo fare artistico si muove tra polarità apparentemente inconciliabili: macrocosmo e microcosmo, gesto istintivo e riflessione analitica, spontaneità e progettualità. In questo senso, l’artista opera come una mediatrice tra opposti, decifrando il reale attraverso il filtro della materia tessile, che diventa specchio del nostro modo di percepire e ricordare.

La sua scelta di un linguaggio non ortodosso, che accosta tessuti di recupero, cuoio modellato a caldo, stampe a getto d’inchiostro su fibra e assemblaggi stratificati, riflette quella fusione di tecniche e materiali che è ormai il cuore della ricerca visiva contemporanea. Per l’artista, tale pluralità di tecniche non è un esibizionismo tecnico, ma uno strumento del pensiero: ogni procedimento è funzionale a un’idea, ogni gesto risponde a un’urgenza interna dell’opera.

Nel suo lavoro non vi è improvvisazione gratuita. Il recupero del cosiddetto deadstock dell’alta moda non è semplice pratica ecologica, ma atto etico e poetico. Il materiale scartato viene reimmesso in un nuovo ciclo di significato. La seta, il velluto, il cotone e il cuoio diventano così pagine di un archivio sensibile, in cui ogni frammento porta con sé tracce di storie precedenti. Lungi dal cancellare l’identità pregressa dei tessuti, l’autrice sceglie di esporla, facendo sì che il vissuto della materia diventi memoria condivisa.

 

Con una sorprendente varietà di approcci, una vera e propria “impollinazione incrociata di linguaggi”, l’artista ci conduce dentro un sistema di immagini in cui emozione e concetto procedono di pari passo. Come direbbe Merleau-Ponty, il suo cammino creativo non è dispersione, ma approfondimento di un unico solco, quello di indagare le relazioni tra materia e ricordo. Da anni Teresa Saviano scandaglia questo terreno, tessendo un racconto che unisce coscienza e affettività.

Il cuore, motivo ricorrente nella sua produzione, non è un semplice emblema sentimentale ma un vero e proprio dispositivo simbolico e conoscitivo. In esso si condensa la spinta vitale tra l’esperienza del singolo e il respiro universale, in un equilibrio costante tra fragilità e forza. L’artista lo costruisce con una precisione quasi anatomica, i fili si diramano come vene e capillari tracciando una mappa minuziosa di pulsazioni, una trama in cui l’organico si fa tessile e il tessile si fa corpo vivente. In questa resa meticolosa, quasi scientifica, nulla è lasciato al caso, ogni intreccio, ogni nodo, ogni sutura allude al sistema circolatorio della vita, a quel reticolo invisibile che sostiene l’esistenza. Eppure, dentro questa rigorosa architettura, l’autrice lascia volutamente spazio a ciò che non può essere interamente catturato dalla forma, un’eccedenza emotiva che abita gli interstizi del tessuto e trasforma il cuore non solo in un oggetto costruito, ma in un vero e proprio luogo di esperienza sensibile. Tra le maglie fitte dei fili scorrono respiro, desiderio e vulnerabilità. Così, il suo cuore oscilla tra corpo e metafora, è materia concreta e, al tempo stesso, territorio del sentire, zona di passaggio in cui il razionale e l’affettivo si intrecciano e si rispecchiano. In questa ambivalenza risiede la sua forza filosofica, poiché il fulcro dell’opera si fa criterio di misura del vivere, punto di equilibrio tra ordine e tumulto, tra necessità formale e l’imprevedibilità dei sentimenti che la attraversano.

Accanto ai grandi cuori, alcune rappresentazioni assumono la forma di piccole installazioni, con elementi e materiali applicati alla superficie che si protendono oltre il quadro creando un’interazione tra piano pittorico e profondità spaziale, rendendo l’opera tridimensionale e prossima all’installativo. Un microcsomo in cui la fibra si espande nello spazio e richiama presenze che abitano l’ambiente circostante.

Questo piccolo mondo tridimensionale non esaurisce la ricchezza della sua poetica. Nelle sue opere compaiono anche volti, occhi, paesaggi e figure sospese tra apparizione e dissolvenza. In opere come queste, il tessuto si comporta come un filtro tra l’evidenza formale e il segreto della materia, ciò che emerge è sempre parziale, frammentato, inquieto. Le figure sembrano intrappolate tra i fili, come se la memoria stessa fosse una trama che avvolge e trattiene.

L’Artista ha realizzato numerosi lavori su commissione e continua a farlo, trasponendo con pari cura e sensibilità il proprio linguaggio tessile in contesti specifici, modulando l’espansione dei fili e delle forme secondo lo spazio e la funzione, e trasformando ogni intervento in un microcosmo coerente con la sua poetica.

Fondamentale è il ruolo della manualità, intesa quale processo intellettivo che prende corpo nel gesto, ben oltre la pura abilità esecutiva. Il taglio, l’incollaggio, la sovrapposizione e la cucitura diventano atti cognitivi. Le mani si lasciano guidare dalle asperità del materiale; esse dialogano con la sostanza, ne seguono le resistenze, ne ascoltano le possibilità. In questo processo, l’opera nasce gradualmente, attraversando fasi di prova, errore e nuove rivelazioni. Centrale nel suo metodo è il cosiddetto “decantatoio”: uno spazio in cui le opere vengono sospese, osservate e lasciate maturare. Qui il tempo diventa parte integrante del processo creativo. L’opera non è mai chiusa in modo definitivo; essa si stabilizza solo quando raggiunge una necessità interna, quando forma e contenuto trovano un equilibrio.

Il dialogo tra Napoli e Parigi struttura profondamente la sua poetica. Dalla prima eredita il senso del dramma, la vitalità tellurica, la memoria del mare e del vulcano; dalla seconda assorbe la chiarezza intellettuale, la misura e la capacità di distacco critico. Questa linfa feconda genera un’arte insieme carnale e mentale, passionale e riflessiva.

Le sue opere hanno trovato contesti di risonanza significativi, in particolare recentemente al Museo MATT di Terzigno nella mostra personale ‘Origini’. Qui, l’incontro tra le sue trame contemporanee e gli affreschi archeologici ha generato un dialogo sorprendente tra epoche: le une si sono specchiate negli altri, dimostrando come la memoria sia un processo stratificato, simile a un tessuto, piuttosto che una linea retta.

Negli ultimi anni, l’impegno verso un’arte ecosostenibile, riconosciuto con il Primo Premio alla Biennale di Salerno nel 2023, ha rafforzato la dimensione etica della sua pratica. Questa attenzione rifugge ogni intento didascalico, traducendosi in una visione dell’arte intesa come responsabilità profonda verso il mondo

Sempre più orientata verso una poetica della relazione, la sua ricerca affida l’opera alla libera interpretazione di chi la guarda. Piuttosto che definire o narrare, le strutture tessili agiscono come inneschi per l’immaginario, creando un perimetro di condivisione dove il vissuto personale del pubblico si fonde con la trama dell’artista.

In Teresa Saviano convivono creatrice e pensatrice. Lo spazio della sua ricerca, imitando i processi rigenerativi della natura, eleva la fibra a campo energetico, trasformando il supporto fisico in un luogo di epifania necessaria.

E mentre i fili si intrecciano, i cuori pulsano e le figure emergono dall’ombra, comprendiamo che la sua arte non parla soltanto di tessuti, ma di ciò che siamo, di ciò che ricordiamo e di ciò che rischiamo di perdere. È un rammendo incessante che sfida l’oblio, testimonianza del fatto che finché una mano saprà ricucire una trama, il mondo conserverà intatta la sua possibilità di senso.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

Contatti

Email sarterre@gmail.com

Facebook Teresa Saviano

Instagram teresa.saviano.art

Teresa Saviano 

Nata a Posillipo cresciuta con i piedi nel lapillo vesuviano, Teresa Saviano si identifica negli opposti di acqua e fuoco.  La sua carriera artistica comincia tardi, in terra francese,  dove ha cominciato a dedicarsi alla creazione di opere materiche accostandosi immediatamente all’Arte tessile. I suoi soggetti variano dai grandi cuori ai piccoli occhi passando per ritratti e paesaggi; ognuno è rappresentato attraverso la tecnica del collage di tessuti e fili reperiti negli stockage delle grandi firme del settore internazionale. Tutto nasce per caso ed il passo è breve dalla prima commissione-realizzazione alla prima esposizione virtuale nel 2023 (Expolatinadearte-Colombia). Segue il Primo premio della Biennale du Arte contemporanea
di Salerno 
nella sezione arte ecosostenibile nello stesso anno.

Partecipa a varie esposizioni sull’egida del maestro Giuseppe Gorga. Tra cui l’Expo la Grande Bellezza dove i suoi cuori riscuotono grande ammirazione. Due delle sue opere sono in esposizione alla Galleria Taimeless di Taormina. Contemporaneamente realizza il gonfalone della sua città d’adozione, Parigi, che offre alla Mairie del V arrondissement presso il Pantheon, dove troneggia in permanenza per due anni.

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ArtistiInterviste

Sedimenti di gesto e visione nella pittura di Pier Toffoletti

Guardando il lavoro di Pier Toffoletti si capisce subito che non siamo di fronte a una pittura accomodante. Non c’è nulla di decorativo, nulla che cerchi di piacere nel senso facile del termine. Le sue opere chiedono attenzione, ma soprattutto chiedono rispetto, come accade con certi luoghi naturali che non si attraversano senza preparazione.

La prima cosa che colpisce è la superficie. Non è mai una semplice base su cui dipingere, ma un vero e proprio campo di battaglia tra materia e immagine. Sabbie, polveri, argille costruiscono fondi che sembrano avere una loro autonomia, quasi una memoria propria. È una pittura che nasce dal basso, dalla terra, e che conserva sempre qualcosa di ruvido, di irregolare, di volutamente non addomesticato.

In questo paesaggio denso e stratificato, le figure emergono con forza, catturano lo sguardo e si impongono alla percezione, come presenze necessarie e decisive, mai soggetti celebrativi. Il corpo, soprattutto quello femminile, che potrebbe apparire come tema centrale, si rivela invece uno strumento attraverso il quale l’artista parla d’altro: dell’identità, del rapporto tra natura e uomo, di ciò che resta quando si rimuovono maschere e sovrastrutture.

A queste considerazioni si aggiunge un livello più sottile, legato alle esperienze giovanili nello yoga e ai viaggi interiori dell’artista, che hanno profondamente plasmato la sua percezione del corpo e dell’anima. Nei gesti pittorici e nella costruzione delle superfici, emerge così una relazione tra fisico e spirituale, tra presenza e trascendenza, dove l’atto stesso del dipingere diventa pratica di consapevolezza e ricerca interiore.

Le opere più recenti, come quelle presentate nella mostra Fragmenta Maya, testimoniano questa fusione di materiali, segni e energia: un equilibrio delicato tra la corporeità delle figure e la dimensione spirituale che le attraversa, dove la pittura non si limita a rappresentare, ma diventa strumento di conoscenza e esplorazione dell’essenza dell’artista stesso.

Non c’è mai, nelle sue opere, un compiacimento formale e anche quando il corpo è riconoscibile resta sempre in dialogo serrato con il fondo, come se non potesse esistere separatamente da esso, mentre figura e materia si contaminano a vicenda, si tengono in equilibrio e si mettono costantemente alla prova ed è proprio in questo rapporto che il lavoro trova la sua forza.

Un ruolo fondamentale lo giocano i segni incisi, i graffiti e le scritture frammentate, che non sono intesi come messaggi da leggere, ma come tracce che chiedono di essere osservate e percepite nel loro emergere. Pier Toffoletti prende testi, immagini, frammenti visivi e li priva del loro significato originario, trasformandoli in puro elemento pittorico. È un gesto che parla chiaramente del nostro tempo, saturo di informazioni e immagini, ma lo fa senza proclami, dimostrando che la critica può passare attraverso la pratica più che attraverso la dichiarazione.

Il suo modo di lavorare è tutt’altro che lineare. Distruggere, cancellare, rifare non sono incidenti di percorso, ma parti integranti del processo. Ogni opera sembra il risultato di una lunga trattativa con la materia, di una serie di decisioni prese e poi rimesse in discussione. Nulla appare definitivo, e forse non vuole esserlo.

C’è nella sua pittura un rapporto serio con il tempo, non quello dell’effetto immediato, ma quello della sedimentazione, in cui ogni superficie testimonia la durata dei gesti, dei ripensamenti e delle pause. È una pittura che non ha fretta e che, proprio per questo, invita lo spettatore a un tempo lento di osservazione.

Ed è forse qui che risiede il senso più importante della sua ricerca, nel continuare a usare la pittura come strumento di conoscenza e come luogo di confronto tra esperienza personale e dimensione collettiva, senza retorica, senza effetti speciali, ma con una voce interiore chiara e riconoscibile.

Serie Body Splash
Dalla superficie dei suoi quadri emerge una storia di gesti e pensieri che Pier Toffoletti racconta in prima persona, come ci mostra nell’intervista a seguire…

Hai spesso affermato che oggi la bellezza non è una scelta neutra, ma una forma di ribellione. In un sistema dell’arte che sembra talvolta indulgere nella provocazione fine a sé stessa, che tipo di responsabilità senti nel continuare a porre la bellezza al centro della tua ricerca?

La mia è una forma di ribellione pacifica, una sorta di resistenza silenziosa verso un sistema dell’arte che sembra aver smarrito il senso della bellezza autentica, preferendo la provocazione immediata, spesso finalizzata a generare clamore e visibilità. Ho scelto di intraprendere un percorso più difficile, controcorrente, che richiede pazienza e dedizione: lavorare “nell’arte della bellezza”. È un cammino più lungo, dove all’inizio sembra che nessuno si accorga di te, ma con il tempo, se resti fedele a te stesso e alla tua visione, i frutti arrivano, più maturi e veri.

Serie Body Splash
Serie Body Splash

Nei cicli Face Splash e Body Splash il volto e il corpo femminile emergono e, allo stesso tempo, sembrano sul punto di dissolversi. È un modo per opporsi alla mercificazione dell’immagine o un tentativo di restituire alla figura una dimensione spirituale sottratta al tempo?

Questi cicli nascono dal concetto di “bellezza resistente”. Ogni opera è frutto di una battaglia: davanti alla tela bianca agisco liberamente, tra gesti impetuosi, schizzi di colore, dripping, spatolate – un caos primordiale che per molti sarebbe già un’opera informale compiuta. Ma per me non basta: voglio che da quel disordine emerga il volto di una donna, simbolo universale della bellezza, della natura e dello spirito. È un atto testardo di armonizzazione tra caos e forma, materia e spiritualità. La figura femminile è per me la manifestazione visibile di ciò che resiste: la grazia, l’anima, la presenza del divino dentro l’umano.

Oltrenatura
Fragmenta Maya

Il tuo lavoro sembra abitare una zona di confine: non pienamente figurativa e non davvero astratta, lontana da classificazioni rassicuranti. Hai mai percepito questa posizione come una difficoltà nel panorama contemporaneo, oppure come uno spazio di libertà assoluta?

Sì, ho percepito questa posizione come una difficoltà, ma anche come uno spazio di grande libertà creativa. Vivere e creare in questa terra di mezzo, tra il figurativo e l’astratto significa affrontare sfide costanti, ma anche avere l’opportunità di esplorare nuove frontiere artistiche. Questa ambiguità mi permette di esprimere emozioni e stati d’animo che sfuggono a categorizzazioni rigide. È un percorso di continua scoperta, dove la libertà di espressione diventa il motore della mia ricerca. Proteggere questo spazio è fondamentale, poiché è qui che si trova l’autenticità della mia voce artistica

Serie Body Splash

Nei testi critici dedicati al tuo lavoro ricorre spesso l’idea del rito, del gesto pittorico come azione arcaica e necessaria. Quando dipingi, soprattutto nelle performance dal vivo, ti senti più vicino all’artista contemporaneo o all’uomo delle caverne che incideva segni per lasciare una traccia oltre il tempo?

Le pitture rupestri mi hanno sempre affascinato: sono espressioni primordiali, pure, essenziali. In alcune delle mie prime opere materiche cercavo proprio quell’effetto di incisione consumata dal tempo, come un dialogo con la memoria dell’uomo. Nelle performance dal vivo, invece, il processo è diverso: lì prevale la necessità di creare in tempi brevi qualcosa di compiuto, mantenendo comunque la forza rituale del gesto. In studio, invece, il tempo si dilata; emergono la meditazione, il silenzio, la lentezza. Forse porto entrambe le nature in me: quella arcaica, che incide, e quella contemporanea, che comunica

Pier Toffoletti all'opera

Il termine splash evoca lo schizzo, l’evento improvviso, ma nel tuo lavoro nulla appare realmente casuale. Quanto controllo e quanto abbandono convivono nel momento esatto in cui la forma prende vita sulla tela?

Non progetto mai un’opera nel dettaglio. Seguo l’intuito, come una bussola interiore. Ogni quadro è un viaggio nell’ignoto, dove controllo e abbandono si alternano continuamente. Talvolta il risultato è un fallimento, un lavoro da cancellare; altre volte accade il contrario: qualcosa di talmente intenso da lasciarti quasi timoroso di non riuscire più a ripeterlo. È un equilibrio sottile tra il lasciarsi attraversare e il mantenere un respiro consapevole nel gesto.

 

La fotografia per te rappresenta un passaggio fondamentale: il congelamento di un attimo prima della sua trasformazione pittorica. Cosa accade, sul piano emotivo e concettuale, quando quell’immagine fotografica viene superata, tradita e ricreata dal gesto pittorico?

Uso la fotografia come un punto di partenza, un mezzo pratico che mi offre modelli e spunti visivi. Tuttavia, il processo pittorico comincia davvero nel momento in cui decido di tradire quella realtà fotografica. L’opera non è mai una copia: è una metamorfosi, un andare oltre ciò che si vede. L’immagine iniziale è solo la miccia che accende la mia immaginazione, portandomi a seguire un filo interiore che trasforma la realtà in visione.

Serie Face Splash

Nei lavori più recenti emergono fondali scuri, quasi bituminosi, che richiamano grotte, anfratti, luoghi di passaggio tra luce e buio. Si tratta di una discesa nell’inconscio, di una metafora del nostro tempo o di un ritorno alle origini del vedere?

Da ex speleologo, credo che quelle immagini siano inevitabilmente legate alla mia memoria profonda. Ho vissuto esperienze straordinarie esplorando ambienti sotterranei mai toccati da nessuno prima di me. Quel senso di scoperta, di silenzio primigenio e di sacralità dello spazio, riaffiora nei miei dipinti. Quelle grotte interiori sono anche metafore delle esplorazioni dello spirito: come nella meditazione, si tratta di un viaggio nelle profondità del sé, verso un “io” sconfinato.

 

Il tuo percorso è attraversato da viaggi fisici ed interiori, dall’esplorazione delle viscere della terra alla pratica dello yoga. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua idea di corpo, di anima e di identità nella pittura?

Le mie esperienze giovanili nello yoga, unite a un lungo periodo di vita materiale, hanno profondamente plasmato la mia percezione del corpo e dell’anima. Recentemente, ho avvertito un ritorno di questa consapevolezza spirituale nelle mie opere, come dimostra la mia mostra “Fragmenta Maya” nella chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Il titolo, che combina parole latine e sanscrite, rappresenta il tema della rottura del velo illusorio della vita materiale. Questa mostra è un riflesso della mia ricerca di un equilibrio tra il corpo fisico e la dimensione spirituale, un viaggio verso una maggiore comprensione della mia essenza artistica e umana.

Fragmenta Maya
Fragmenta Maya

Hai recentemente vissuto l’esperienza dolorosa del plagio di una tua opera. Al di là dell’aspetto legale, che cosa viene realmente violato quando si copia un lavoro che nasce da un processo così intimo, lungo e stratificato?

Affrontare il plagio di un’opera è un’esperienza straziante. Dal punto di vista legale, potrei cercare giustizia, ma ciò che realmente viene violato è il valore intrinseco e l’anima di un lavoro frutto di un lungo e intimo processo creativo. Ogni opera rappresenta una parte di me, un viaggio personale che non può essere replicato. La violazione di questa intimità fa male, poiché sottrae autenticità e riconoscimento a un’esperienza unica. Per me, l’arte è un’estensione della mia essenza, e vedere questa essenza calpestata è un dolore profondo e personale

Hai iniziato giovanissimo confrontandoti con Michelangelo e la grande tradizione rinascimentale, e oggi dialoghi con una scena internazionale profondamente contemporanea. Che cosa significa, per te, essere contemporaneo senza rinunciare alla profondità della tradizione?

Sono grato di essere nato in Italia, immerso in una cultura che respiriamo fin da bambini. Le nostre radici storiche e spirituali sono ancora vive nel nostro modo di concepire la forma, la figura, la luce. Anche quando lavoro in un contesto internazionale e contemporaneo, dentro di me convivono queste due forze: la modernità e la tradizione. Essere contemporaneo, per me, non significa abbandonare le radici, ma trasformarle, lasciarle vibrare nel presente. Credo che l’arte italiana abbia una profondità naturale che va oltre il marketing e le mode. Purtroppo le mode esistono anche nell’arte contemporanea dove, talvolta, vengono efficacemente promosse opere prive di spessore concettuale ed emotivo.

La bellezza resistente

Nei tuoi volti si avverte spesso una malinconia sottile, una sospensione temporale, come se appartenessero a un tempo perduto o non ancora esistito. Pensi che la pittura possa ancora offrire consolazione, silenzio e attesa in un’epoca così rumorosa e accelerata?

Sì, credo che la pittura possa ancora offrire uno spazio di silenzio e contemplazione. Tuttavia, la voce dell’arte si fa sempre più flebile, sommersa dal rumore di una vita frenetica e dalle distrazioni tecnologiche. La pittura è un atto di resistenza anche in questo: invita a fermarsi, a guardare, a entrare in contatto con la parte più profonda di sé. È un invito alla lentezza e alla presenza.

 

Guardando avanti, senza bisogno di anticipare titoli o luoghi, senti che la tua ricerca sta andando verso una nuova trasformazione del gesto, della figura o del rapporto tra corpo e materia?

Sì, è un momento di trasformazione continua. Sto sperimentando nuovi equilibri tra gesto e materia, tra figura e luce. Come sempre, non so esattamente dove mi porterà questa ricerca, ma sento che si sta aprendo un nuovo capitolo, ancora più interiore e vibrante.

L'Artista con una sua opera
Maya

C’è una domanda, più che un progetto, che oggi ti accompagna e che senti ancora irrisolta nel tuo lavoro?

C’è sempre un elemento di irrisolto nella mia arte, ed è proprio questa incertezza che mi spinge a continuare a cercare. La ricerca di un appagamento completo è un obiettivo che, per sua natura, non può mai essere raggiunto. Questo continuo interrogarsi su cosa significhi veramente creare è ciò che alimenta la mia creatività. Ogni opera è un tentativo di rispondere a domande più grandi, e nel farlo, scopro nuove strade e possibilità. È un viaggio senza fine, ma è proprio in questa ricerca che trovo la mia vera essenza artistica.

 

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Pier Toffoletti 

PIER TOFFOLETTI

Pier Toffoletti nasce nel 1957 in provincia di Udine. La sua passione per la pittura è molto precoce. Nel 1976 consegue il diploma di “maestro in arte applicata nel ramo di grafica pubblicitaria e fotografia” presso il Liceo artistico di Udine. Nel 1979 apre uno studio pubblicitario operando come creativo in campagne pubblicitarie e come regista di spots televisivi e video clip. Collabora con emittenti televisive nazionali e locali realizzando diversi cortometraggi in cartoni animati e video clip. Fino al 1995 Toffoletti dipinge nei ritagli di tempo, alternando questa sua passione a quella della speleologia. Tra il ’92 ed il ’95, una serie di viaggi nel centro e sud America, segnano l’inizio di un importante cambiamento che lo porta ad impegnarsi a tempo pieno nella pittura.

 

Alcune delle mostre personali più importanti:

Nel 2025 personale Teatro ERA Pontedera, personale presso il Polo Museale Chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino (PG), personale presso la Chiesa dei Battuti a Cividale del Friuli, mostra che è rientrata nel contesto di GO2025! Capitale Europea della Cultura, nel 2021 Chiesa di S. Cristoforo Lucca (Lucca Film Festival), nel 2020 mostra personale Chiesa di S. Maria della Spina (Pisa), nel 2019 personale al PAN Palazzo delle Arti di Napoli, nel 2018 personale presso iI Municipio di Stoccarda, 2017 personale alla Chiesa di San Domenico a San Miniato (PI), 2016 Red Dot Miami nel circuito Art Basel, 2015 Palazzo dei Giureconsulti circuito Milano Expo, nel 2013 personale presso la Casa Museo Spazio Tadini a Milano, 2012 ha esposto ad Art Basel Miami, nel 2011 ha esposto alla 54a Biennale di Venezia e personale al Palazzo Molino Stucky a Venezia. Ha partecipato al oltre duecento mostre personali e collettive fra le quali nel 2009 alla Villa Farsetti di Santa Maria di Sala (VE). Nel 2008 mostra personale presso il Museo Correr di Venezia, al Palazzo Senato a Milano e ad OPEN XI al Lido di Venezia. Nel 2007 ha esposto a Verona al Palazzo della Gran Guardia.

Nel 2005 personale presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo, espone con i giapponesi al Palazzo Scuola Grande San Giovanni Evangelista a Venezia.

Nel 2004 espone presso il Consolato Generale d’Italia a Coral Gables e all’Art Center in Lincoln Road a Miami. Nel 2002 espone con i giapponesi al Palazzo Zenobio a Venezia e nel 1999 all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.

Numerose anche le sue partecipazioni ad importanti Fiere internazionali d’arte, tra cui Madrid e New York, Yokohama, Las Vegas, Philadelphia, Innsbruck, Strasburgo. Hong Kong, Singapore, Amsterdam, Londra, ecc.

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Artisti

Alessandro Maio. Il gesto come pensiero

 

Non vivo il mio operare come una competizione,

non ricerco disperatamente un nuovo linguaggio,

anche perché, casomai, arriverà da sé.

La mia è una pittura di meditazione

in connessione con il passato e presente

nel “Qui e ora”.

Alessandro Maio

C’è un momento, nell’esperienza artistica, in cui il gesto si sottrae alla funzione di spiegare e assume il compito di interrogare, aspetto più difficile e radicale. Esso non pretende comprensione immediata, ma richiede consenso e partecipazione. Ed è in questa soglia — precaria, instabile, eppure inevitabile — che prende corpo la pittura di Alessandro Maio. Una pittura che non nasce dal desiderio di rappresentare il mondo, ma dall’urgenza di precederlo, di afferrarne l’origine, di coglierne l’energia prima che si dispieghi in forme riconoscibili.

L’artista non parte dal disegno. È un dettaglio che torna spesso, quasi fosse un’anomalia tecnica, e che invece rivela una scelta di campo. Rinunciare al disegno significa sospendere l’idea di progetto, sottrarsi alla rassicurazione dell’anticipazione, accettare che l’opera accada prima ancora di essere pensata. Il colore arriva per primo, come un evento. Il gesto non arriva a coronare un racconto già pensato, ma lo mette in moto. La pittura, qui, non si incarica di restituire una forma compiuta, bensì di intercettare un processo in atto, qualcosa che assomiglia più a un principio, a un’origine ancora instabile, che non a un’immagine definitivamente riconoscibile.

L'ombra della luce (Omaggio a F. Battiato)
Notturno Quantico

 

I vortici che attraversano le sue tele, e che troppo facilmente si rischierebbe di ridurre a cifra stilistica, funzionano piuttosto come dispositivi concettuali. Essi generano e rendono percepibile il movimento, trasformando la superficie della tela in un luogo dove spazio e tempo oscillano insieme.

Sono luoghi in cui lo spazio sembra perdere stabilità e il tempo smette di procedere in linea retta. Qui il riferimento al futurismo e al vorticismo non è nostalgico né citazionista, ma strutturale. Come allora, anche nei lavori di Alessandro Maio il problema non è la forma, bensì l’energia che la precede, quel momento indistinto in cui gli elementi non sono ancora separati e tutto è, per usare una sua espressione ricorrente, “informazione”.

Giochi senza fine da Le Cosmicomiche di I. Calvino
Vortici Orgonici
La Spirale da Le Cosmicomiche di I. Calvino

Umberto Boccioni, nella sua riflessione sulla pittura futurista, scriveva: “Verrà un tempo in cui il quadro non sarà più sufficiente, la sua immobilità diventerà un arcaismo rispetto al vertiginoso movimento della vita umana. L’occhio dell’uomo percepirà i colori come sensazioni in sé…” È proprio questo principio a prendere forma attraverso il gesto istintivo, la materia cromatica e i vortici che percorrono e animano le sue tele. Non siamo di fronte a forme chiuse, ma a un processo in divenire, un luogo in cui colore e tempo assumono corpo e coscienza.

Entanglement
Paesaggio Quantico nel Verde

 

È in questa zona che prende corpo l’idea di un “ordine implicito”, percepito più come ipotesi e non come sistema rassicurante. Un ordine che non si mostra mai del tutto, che resta velato, attraversato da geometrie trasparenti, da filigrane che dissolvono ogni confine. Le sue velature non fissano mai nulla in modo definitivo, ma alludono, aprendo lo sguardo a ciò che sfugge. In esse, l’effimero diventa visibile, e ciò che crediamo materia si rivela istante di energia vibrante, condensazione temporanea di un flusso che non smette di muoversi.

Il percorso cromatico dell’artista si muove controcorrente, in un tempo in cui le immagini si accavallano e la velocità detta il ritmo dello sguardo. Non ti seduce subito, non ti porge appigli narrativi evidenti, ma ti costringe a fermarti, a respirare insieme all’energia che vibra sotto la superficie, a entrare in uno spazio sospeso dove ogni campitura apre un varco sull’indefinito.

Benedetto XVI La scelta

 

La sua pittura chiede tempo. Chiede silenzio. Chiede, soprattutto, una disponibilità interiore che oggi appare quasi sovversiva. Non è un caso che la sua ricerca si accompagni a una riflessione critica sulla società contemporanea, percepita come un sistema che consuma forme svuotandole di senso, confezionando, per usare un’espressione ricorrente nella critica che lo accompagna, “contenitori di vuoto”.

Eppure, il vuoto, nel lavoro di Alessandro Maio, non è mai mancanza. Nella serie, significativamente intitolata Dal Vuoto, esso diventa origine, matrice, punto di partenza. Dipinto con smalti, con segni incisivi e colori puri, il vuoto si trasforma in pienezza, in spazio generativo. È un ribaltamento che riguarda non solo la pittura, ma una visione del mondo, contro una società che teme il silenzio e riempie ogni interstizio, l’artista rivendica il diritto a un caos primario, a un ritorno a ciò che precede la forma definitiva.

Dal Vuoto Quantistico
Dal Vuoto Mi Manifesto

Questa energia indomita tra caos e struttura, tra istinto e consapevolezza, attraversa tutta la sua produzione, anche quando affiora una dimensione più figurativa, legata al mito, alla storia, alla memoria della Sicilia. Ma anche qui, nulla è mai descrittivo. L’isola non è paesaggio, bensì palinsesto, stratificazione di culture, luce e ombra, mito e ferita. Una presenza che si avverte anche quando non si vede, come un sottofondo identitario che alimenta la pittura senza mai imprigionarla in un’immagine riconoscibile.

C’è infine, nella ricerca di Alessandro Maio, una domanda etica che resta aperta e che forse ne costituisce il nucleo più profondo: quale responsabilità ha oggi il gesto individuale? Se ogni azione, come egli stesso afferma, può avere effetti sull’intera umanità, allora anche il primo colore posato su una tela non è mai innocente. La pratica artistica diventa così un atto di consapevolezza, un tentativo, fragile ma necessario, di ristabilire una relazione tra l’individuo e la collettività, tra arte e vita.

Paesaggio Intrinseco

 

Forse è proprio qui che la sua opera trova la sua ragione più autentica, nel non offrire risposte preconfezionate. Dipingere per lui significa perpetuare l’attraversamento dell’origine, seguire una traccia di energia che sfugge a ogni definizione e non si lascia catturare e trasformare in immagine compiuta. Ogni gesto, ogni vortice cromatico, è un invito a sostare nell’indeterminatezza, a percepire l’atto creativo come un processo in costante divenire.

E resta da chiedersi se, oggi, non sia proprio questa capacità di sospendere il compimento la forma più radicale e necessaria di contemporaneità.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

ALESSANDRO MAIO

Maio si avvicina al mondo della pittura da autodidatta. Interessante  è l’incontro con il Maestro Italo-inglese  John Picking, da cui apprende le tecniche dell’olio e dell’incisione, propedeutiche per lo sviluppo autonomo e indipendente che connota il suo percorso. Desideroso di suscitare emozioni nell’osservatore, l’artista emerge nel variegato panorama contemporaneo tramite la vis cromatica che gli è propria, memore, in ciò, del paesaggio insulare in cui è nato e in cui tuttora vive. Nella maturazione della poetica dell’autore, nomi quali Hieronymus Bosch, Nicolas Poussin, George Grosz, Georges Mathieu e Mario Schifano hanno sicuramente svolto un ruolo non marginale: a questi  il pittore si è infatti rivolto con ammirazione. Prendono così vita scenari astratto – informali in cui è il colore (evanescente, incisivo, geometrico) a dare carattere e personalità alle opere, con atmosfere spesso surreali. […] Fil rouge che unisce i cicli della sua produzione è la caducità delle cose materiali. In tal senso, i gesti informali sul mezzo pittorico devono intendersi  come moti dei singoli elementi  intercettati dal nostro apparato sensistico. Essi rappresentano dunque l’energia che dal vuoto si manifesta in materia tangibile, seppur effimera e soggetta a continui cambiamenti  ed evoluzioni. […] Tra le partecipazioni più rappresentative: Triennale di arti visive a Roma, 2014, presso l’università La Sapienza.  Premio Sulmona (su invito) 2016, 2020, 2021, 2022, 2023,  due volte premiato con menzione speciale di merito. Premio “Pittura e Poesia” Roseto Degli Abruzzi (TE). Vincitore del concorso “Arte Memoria e Legalita” 2021, patrocinato dalla presidenza della Repubblica.  Suoi dipinti si trovano in diverse collezioni pubbliche nazionali e in importanti collezioni private

 Si sono occupati del suo lavoro

Aldo Albani, Alessandro Celli, Gianluca Covelli, Felicia Lo Cicero, Paolo Giansiracusa, Giorgio di Genova, Paolo Levi, Enzo Le Pera, Ghislain Mayaud Giuseppe Possa, Daniele Radini Tedeschi, Maurizio Vitiello, Vittorio Sgarbi.

Da  Atlante dell’arte contemporanea De Agostini.

Scroll down for the English text:

There is a moment, in the artistic experience, when gesture withdraws from the function of explanation and takes on the more difficult and radical task of questioning. It does not seek immediate understanding, but rather demands assent and participation. It is at this threshold—precarious, unstable, yet inevitable—that the painting of Alessandro Maio takes shape. A painting that does not arise from the desire to represent the world, but from the urgency to precede it, to grasp its origin, to seize its energy before it unfolds into recognizable forms.

The artist does not begin with drawing. This is a detail often mentioned, almost as if it were a technical anomaly, yet it reveals a clear position. Renouncing drawing means suspending the idea of a project, relinquishing the reassurance of anticipation, accepting that the work happens even before it is thought. Color comes first, like an event. The gesture does not crown a premeditated narrative; it sets it in motion. Painting here is not tasked with delivering a finished form, but with intercepting a process underway—something closer to a principle, an unstable origin, than to a definitively recognizable image.

The vortices that traverse his canvases, which one might too easily reduce to a stylistic signature, function instead as conceptual devices. They generate and make movement perceptible, transforming the surface of the canvas into a place where space and time oscillate together.

These are sites in which space seems to lose its stability and time ceases to proceed in a linear manner. Here, the reference to Futurism and Vorticism is neither nostalgic nor citational, but structural. As in those movements, the problem in Alessandro Maio’s work is not form, but the energy that precedes it—that indistinct moment in which elements are not yet separated and everything is, to use one of his recurring expressions, “information.”

Umberto Boccioni, in his reflections on Futurist painting, wrote: “A time will come when the picture will no longer be sufficient; its immobility will become an archaism in comparison with the vertiginous movement of human life. The eye of man will perceive colors as sensations in themselves…” It is precisely this principle that takes shape through instinctive gesture, chromatic matter, and the vortices that run through and animate his canvases. We are not faced with closed forms, but with a process in becoming, a place where color and time take on body and consciousness.

It is within this zone that the idea of an “implicit order” emerges—perceived more as a hypothesis than as a reassuring system. An order that never fully reveals itself, remaining veiled, crossed by transparent geometries, by filigrees that dissolve every boundary. His glazes never fix anything definitively; they allude, opening the gaze toward what escapes. In them, the ephemeral becomes visible, and what we believe to be matter reveals itself as an instant of vibrating energy, a temporary condensation of a flow that never ceases to move.

The artist’s chromatic trajectory moves against the current, at a time when images overlap and speed dictates the rhythm of looking. It does not seduce immediately, it offers no obvious narrative footholds, but instead forces us to stop, to breathe alongside the energy vibrating beneath the surface, to enter a suspended space where each field of color opens a passage toward the indefinite.

His painting asks for time. It asks for silence. Above all, it asks for an inner availability that today appears almost subversive. It is no coincidence that his research is accompanied by a critical reflection on contemporary society, perceived as a system that consumes forms by emptying them of meaning, packaging—using a recurring expression in the criticism surrounding his work—“containers of emptiness.”

Yet emptiness, in Alessandro Maio’s work, is never absence. In the series tellingly titled Dal Vuoto (From the Void), it becomes origin, matrix, point of departure. Painted with enamels, incisive marks, and pure colors, the void is transformed into fullness, into generative space. This reversal concerns not only painting, but a worldview: against a society that fears silence and fills every interstice, the artist claims the right to a primordial chaos, to a return to what precedes definitive form.

This untamed energy between chaos and structure, between instinct and awareness, runs through his entire production, even when a more figurative dimension emerges, linked to myth, history, and the memory of Sicily. But here too, nothing is ever descriptive. The island is not landscape, but palimpsest—a stratification of cultures, light and shadow, myth and wound. A presence that is felt even when it is not seen, like an identitarian undertone that nourishes the painting without ever imprisoning it in a recognizable image.

Finally, in Alessandro Maio’s research, there is an ethical question that remains open and perhaps constitutes its deepest core: what responsibility does individual gesture carry today? If every action, as he himself states, can have effects on all of humanity, then even the first color laid on a canvas is never innocent. Artistic practice thus becomes an act of awareness, a fragile yet necessary attempt to reestablish a relationship between the individual and the collective, between art and life.

Perhaps it is precisely here that his work finds its most authentic reason: in refusing to offer ready-made answers. For him, painting means perpetuating the crossing of origin, following a trace of energy that escapes every definition and cannot be captured and transformed into a finished image. Every gesture, every chromatic vortex, is an invitation to linger in indeterminacy, to perceive the creative act as a process in constant becoming.

And one is left to ask whether today this very ability to suspend completion is not the most radical and necessary form of contemporaneity.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

ALESSANDRO MAIO

Maio approached the world of painting as a self-taught artist. A significant moment in his formation was his encounter with the Italo-British master John Picking, from whom he learned oil painting and printmaking techniques—foundational skills that supported the autonomous and independent development characterizing his artistic path. Eager to evoke emotions in the viewer, the artist stands out in the diverse contemporary scene through his distinctive chromatic intensity, reflecting the insular landscape of his birthplace, where he continues to live.

In the maturation of his artistic poetics, names such as Hieronymus Bosch, Nicolas Poussin, George Grosz, Georges Mathieu, and Mario Schifano have undoubtedly played a significant role: Maio has engaged with these artists with genuine admiration. From this engagement emerge abstract-informal scenarios in which color—evanescent, incisive, geometric—imparts character and personality to the works, often creating surreal atmospheres. […]

A common thread throughout his body of work is the transience of material things. In this sense, informal gestures on the pictorial surface should be understood as movements of individual elements intercepted by our sensory apparatus. They thus represent the energy that manifests from the void into tangible matter, though ephemeral and subject to constant change and evolution. […]

Among his most notable participations: Triennale of Visual Arts in Rome, 2014, at La Sapienza University; Premio Sulmona (by invitation) 2016, 2020, 2021, 2022, 2023, twice awarded with special merit mentions; “Pittura e Poesia” Prize in Roseto Degli Abruzzi (TE); winner of the “Arte Memoria e Legalità” competition, 2021, sponsored by the Presidency of the Republic. His paintings are part of various national public collections and important private collections.

Critics and scholars who have written about his work:
Aldo Albani, Alessandro Celli, Gianluca Covelli, Felicia Lo Cicero, Paolo Giansiracusa, Giorgio di Genova, Paolo Levi, Enzo Le Pera, Ghislain Mayaud, Giuseppe Possa, Daniele Radini Tedeschi, Maurizio Vitiello, Vittorio Sgarbi.

From Atlante dell’Arte Contemporanea, De Agostini.

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