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tenui frammenti PIER PAOLO TRALLI

 

tenui frammenti

PIER PAOLO TRALLI

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |21|Novembre|2024|

 

 

Quando Pier Paolo Tralli mi ha chiesto di scrivere la prefazione del suo primo libro fotografico Tenui frammenti, ho provato una profonda emozione, unita alla consapevolezza di affrontare un compito importante. 

Essere scelta per introdurre il lavoro di un artista che ammiro, e ancor più di un fotografo di cui nutro grande stima, è per me un privilegio. Mi ha offerto l’opportunità di dialogare con la sua visione, di immergermi nei dettagli di un universo visivo profondamente intimo e di cercare, attraverso le mie parole, di raccontarlo e renderlo accessibile senza mai tradirne l’essenza.

 

 

Le immagini di Pier Paolo non sono mai semplici scatti: sono frammenti di tempo e di spazio, intrisi di poesia e di un’attenzione quasi sacrale per i dettagli. Ogni fotografia racchiude una storia, ma lascia sempre al fruitore la libertà di completarla con la propria sensibilità. Questo dialogo tra il visibile e l’immaginato è il motore trascinante che anima Tenui frammenti. Nel mio ruolo di prefatrice, il mio compito era quello di decifrare e restituire, in parole, quell’incanto visivo che Pier Paolo sa creare con la sua arte. Mi chiedo se sono riuscita a far emergere quel richiamo incessante alla meraviglia, quel filo invisibile che unisce ciò che l’occhio coglie a ciò che l’anima trattiene, trasformando ogni immagine in una particella eterna di poesia visiva, capace di incamerare nei suoi “frammenti” ciò che il tempo rischia di farci sfuggire.

 



 

Il libro restituisce appieno questo aspetto: tra le pagine scorre una linfa vitale, un battito emotivo che invade ogni immagine, attraversandola come un soffio di anima. Gli sfondi, nebulosi e pregni di ricercata poetica, sembrano trattenere sospiri, imprigionando attimi di indefinito in una dimensione sospesa tra realtà e sogno. 

Qui, affacciati a una finestra aperta sull’ineffabile, incontriamo frammenti che, in un silenzio eloquente, sussurrano senza mai urlare. Ogni immagine, pur nella sua quiete, possiede la forza di evocare l’invisibile, dando vita a un linguaggio visivo che, senza bisogno di parole, comunica la sua potenza, componendo una partitura in cui la luce scrive e l’ombra risponde.

 



 

Nel libro, molte immagini si intrecciano con citazioni, che siano dell’autore o di altre voci, in un dialogo intimo e raffinato. Un incontro tra parola e fotografia che genera una chiave di lettura più profonda, in cui ogni elemento si arricchisce a vicenda.

Si delinea così un filo sottile, ma straordinariamente potente, che lega immagini e testi in una narrazione fluida e armoniosa. È un percorso che conduce il lettore verso una sensibilità amplificata, capace di appagare i sensi e di coinvolgere emotivamente, trasformando ogni pagina in un’esperienza estetica completa.

 

 

 

Tenui frammenti è un libro che vibra di un’anima profonda, unica, quasi tangibile. Certo, ogni opera ne possiede una, ma in questo caso sembra irradiarsi con una forza speciale, inspiegabile eppure innegabile. È una percezione che non si lascia afferrare dalle parole, che semplicemente accade, come un sussurro che arriva dritto all’animo. Qui si intrecciano tanta anima e tanta interiorità, rendendo ogni pagina un riflesso intimo di  un percorso personale vissuto e sentito. 

 



 

Con il progetto grafico curato da Davide Costa e la stampa realizzata dalla Premiata Tipografia Sociale di Ferrara, quest’opera si presenta come un’espressione elegante e raffinata di arte visiva e editoriale. 

La sua prima presentazione avrà luogo martedì 10 dicembre alle ore 17:30, presso la Libreria La Pazienza Arti e Libri, in Via dei Romei 38 a Ferrara. L’opera verrà poi presentata in diverse sessioni, permettendo a un pubblico più ampio di scoprire e apprezzare il lavoro dell’autore.

 



 

Il libro è disponibile per l’acquisto presso la libreria La Pazienza Arti e Libri  e presso Abbigliamento Tralli, il negozio di proprietà dell’autore. 

Per chi risiede fuori provincia, sarà possibile richiederlo direttamente all’email tralliabb@libero.it, con spedizione a domicilio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esplorando l'Essenza - La Fotografia di Pier Paolo Tralli

Pier Paolo Tralli 

 

Imprenditore nel campo del commercio, appassionato di cinema e fotografia. Sue opere sono state selezionate in vari siti web e gruppi fotografici. Ha partecipato a diverse mostre collettive e pubblicazioni di volumi cartacei. Ha all’ attivo un libro fotopoetico in collaborazione con lo scrittore Claudio Strano. Pensa che l’ arte nelle sue varie forme sia un regalo che rende più leggera l’ esistenza.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ArteArtisti

Sergio Larrain – Il Poeta di Valparaiso

 

 
 
 
 
 
Sergio Larrain
Il Poeta di Valparaiso
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |30|Giugno|2023|
 
 
 

Sergio Larrain è stato un fotografo cileno noto per il suo
stile unico e sperimentale. Nato nel 1931 a Santiago del Cile, ha studiato
ingegneria forestale prima di decidere di dedicarsi completamente alla
fotografia. Il fotografo cileno acquisì nella sua infanzia un’ampia cultura
visiva guidata da suo padre, Sergio Larraín García – Moreno, fondatore del Museo
d’Arte Precolombiana
, rinomato architetto, professore e più tardi decano
dell’Università di Santiago del Cile. Larrain ha iniziato la sua carriera fotografica
negli anni ’50, periodo in cui acquistò la sua prima macchina fotografica, una
Leica IIIC, con cui iniziò la pratica della fotografia, catturando immagini che
riflettevano la vita quotidiana e la cultura cilena. Le sue fotografie
spaziavano da ritratti intimi a scene di strada e documentari.

 

 

Larrain è diventato famoso per la sua prospettiva unica e
insolita, e il suo approccio artistico distintivo. Utilizzava composizioni
audaci, giochi di luce e ombra per creare immagini sorprendenti e poetiche. La
sua sensibilità artistica e la sua capacità di catturare l’anima dei suoi
soggetti lo hanno reso un indiscusso interprete nel campo della fotografia
d’autore mondiale, non solo cilena.

 

 

Larrain era noto per il suo stile documentaristico e la sua capacità di catturare la bellezza e l’essenza delle persone e dei loro luoghi, all’interno della vita quotidiana. Tutte le sue opere sono frutto di una combinazione di elementi visivi forti e un senso di intimità e mistero. Ha sempre avuto un occhio attento per le geometrie e le linee, utilizzando punti di vista  singolari per creare immagini uniche e memorabili.

 

 

 

 

Celebre era il suo uso poetico della fotografia in bianco e nero. Le sue opere emanano una profonda atmosfera emotiva. Egli ha saputo
sfruttare al meglio le tonalità di grigio, i contrasti e le sfumature per creare composizioni suggestive e evocative. La sua poetica visiva è una narrazione silenziosa in grado di evocare un senso di contemplazione e una connessione intima con i soggetti e gli ambienti in essi immortalati.

 

 

 

Sergio Larrain è stato un artista enigmatico, la cui vita e opere sono state oggetto di fascino e ammirazione.

Larrain viene descritto come una persona introspettiva e riflessiva, che cercava di esplorare la spiritualità e il significato della vita attraverso la sua arte fotografica. Il suo impatto nel campo della fotografia è stato molto significativo, nonostante la sua breve carriera di fotografo.

 

 
 
 

Gran parte della sua vita l’ha trascorsa a viaggiare in Europa, Egitto e Medio Oriente,  avendo modo di documentare diverse culture e ambienti. Ha ispirato Julio Cortázar, ha
lavorato con Pablo Neruda, ha impressionato Henri Cartier-Bresson ed è stato l’unico cileno nelle file della Magnum Photos, l’agenzia che piú di ogni altra ha definito i canoni estetici dellla fotografia contemporanea del ‘900.

 

 

Fu durante uno dei suoi tanti viaggi, a Parigi esattamente, negli anni ’50, che Larrain incontrò Henri Cartier-Bresson, uno dei più grandi fotografi del XX secolo. Questo incontro ebbe un forte impatto su Larrain, che ammirava profondamente il lavoro di Cartier-Bresson. L’incontro li portò a sviluppare una forte amicizia e una collaborazione artistica. Entrambi, fotografi notevoli del loro tempo, facevano parte di Magnum Photos, agenzia fotografica internazionale, che offrí loro diverse opportunità di interazione e scambio professionale.

 


 
 


Trascorse anche un periodo significativo della sua vita in India, immergendosi nella cultura e nella spiritualità del paese. Questo

periodo influenzò profondamente la sua visione artistica e il modo con il quale
lui stesso si avvicinava alla fotografia. 

 

 

Le serie scattate a Londra, per le strade di Parigi o i
vicoli siciliani pieni di bambini offrono un’atmosfera degli anni 50-60 ma
sembrano mancare di bagliore. È allora che Sergio Larrain decide di tornare in
Cile, fuggendo dal successo e dal mondo mediatico che non gli assomigliano per
ritrovare la sua anima nella solitudine. 

 
 

Nonostante tutti i successi e le grandi soddisfazioni,
Sergio Larraín era bloccato in una persistente condizione di eterna malinconia e trovava il mondo
che lo circondava noioso, vuoto e privo di spiritualità. 

 

È così che decise di ritirarsi dopo un periodo di grande
successo nel mondo della fotografia. Nel ‘70 abbandonò improvvisamente la vita
glamour e la fotografia commerciale e si concentrò unicamente sulla sua vita
personale e spirituale, decidendo radicalmente di non concedere interviste e
non partecipare ad esposizioni. Si stabilì nelle montagne del Norte Chico,  in un villaggio vicino a Ovalle (Quarta
regione del Cile). Solo lì lo si poteva vedere camminare tranquillamente nelle
vie o nella piazza. Un uomo di bassa statura, magro e dai capelli grigi, che di
solito portava incrociato una borsa artigianale. Faceva lezioni di yoga nel
villaggio di Tulahuén, dove la sua vita ormai trascorreva come un eremita. A
volte, distribuiva gratuitamente opuscoli con poesie e testi spirituali a cui
non apportava la sua firma. In zona nessuno conosceva il suo passato, non
sapevano che venti anni prima era stato uno dei maggiori fotografi cileni.

 

 

In quel periodo ci furono centinaia di fotografi che
cercarono di contattarlo, sperando di ottenere un confronto o un’ ispirazione,
ma tutti fallirono. In quel momento Larrain scelse di disconnettersi dal mondo.
Non era morto, ma fotograficamente era come se lo fosse.

 

La sua principale preoccupazione in quel momento era la
salvaguardia dell’ambiente dall’inquinamento. Gli unici consigli che dava erano
invitare le persone a scrivere poesie. 

 

 

 

Durante questo esilio si è concesso il lusso di chiudere le
porte al New York Times, El País e a tutta la stampa cilena. Nessuno sapeva
cosa stava passando per la testa di Larraín. In Cile era un mito vivente.
Capitava che qualcuno lo dava per morto oppure altri che affermavano vivesse in
solitaria in montagna. Del suo esilio si vociferava fosse forzato in seguito a
controversie avute con un boss mafioso siciliano. 

Larrain, inviato dalla Magnum
avrebbe ritratto troppo bene l’organizzazione criminale italiana, attraversando
una linea di confine molto pericolosa, laddove l’unica  “via di ritorno” era fuggire e cambiare vita.

 

 

 

Ma la verità era che Don Sergio, era in clausura a casa sua,
scriveva libri di poesie che si autopubblicava, con la macchina fotografica
appesa ad un chiodo per sempre.

  



  

 

Il gioco è lasciar andare, lasciare che l’avventura inizi. Come una barca a vela che lascia cadere le vele.

 

 

Sergio Larraín era innamorato di Valparaíso. La sua storia
personale e fotografica  non si comprende
senza averla prima associata a questo posto.
 

 

  

A Valparaíso, una città portuale sul litorale cileno, Larrain trova un contesto affascinante e unico per stabilirsi e realizzare una serie di fotografie che diventeranno in seguito le più iconiche e rappresentative del suo lavoro.

 

 

 

 

Queste immagini hanno catturato l’essenza della città,
mettendo in risalto l’architettura e il paesaggio urbano. Le sue fotografie di
Valparaíso riflettono una sensibilità artistica distintiva, che combina
realismo e un tocco di mistero, creando atmosfere poetiche senza tempo. Sono
scatti che offrono uno sguardo intimo e autentico sulla vita urbana di
Valparaíso, regalando al pubblico una prospettiva affascinante e suggestiva. Un
lavoro fotografico davvero memorabile che entra a pieno titolo tra le
produzioni più importanti della storia della fotografia.

 

 

“È stato a Valparaiso che ho iniziato a fotografare,
camminando per le colline. Le bambine che scendevano da una scala fu la prima
foto magica che venne verso di me
” racconta.

 

Il risultato è stato battezzato Petites filles. Credo sia la
foto più conosciuta di Sergio Larrain, una fotografia iconica 
scattata nel 1952 e inserita in apertura del
suo libro su Valparaíso.

 

  

Larraín iniziò a fotografare Valparaíso negli anni ’50, ma
fu solo nel 1963 che passò più tempo al porto, sempre in compagnia di Pablo
Neruda
, suo grande amico con cui
  amava
esplorare le colline e la boemia.

In questa bella città cilena egli cammina, ascolta, guarda,
sembra prendere parte all’universo delle strade. È qui che ritrae i suoi giorni
malinconici e le sue notti tristi.

Nel porto c’erano racconti e lui era il trovatore di
immagini. Lì fotografa marinai, artisti, bambini, prostitute e bohémien. 

 

 

Come il suo amico Neruda, egli collega il suo pensiero
poetico alla realtà più vicina a cui poteva avere accesso.

 

Anche qui segue i bambini, come prima quelli abbandonati di Santiago e ne cattura il loro sguardo, cogliendo momenti di vagabondaggio, di noia e di gioco.  

 

 

Sergio Larrain affronta i suoi soggetti in modo originale:
taglia angoli, si concentra sui suoi personaggi appuntandoli a un’estremità di
muro, dà una visione a terra o di traverso, sperimenta con la sfocatura. I
personaggi sembrano uscire dal campo e continuare il loro movimento, come se
fossero sfuggenti. Un luogo triste e cupo diventa familiare, riscaldato dalla
magia di un sorriso, come quello della prostituta del bar dei Siete Espejos.

 

 

 

 

“Una buona immagine nasce da uno stato di grazia” – Sergio
Larrain

 

 

Di questa esperienza significativa, intrattenuta con anima e
corpo a Valparaiso, ne è nato un lavoro fotografico definito negli anni il suo
capolavoro.

 

Valparaiso non è solo il suo libro più conosciuto e
apprezzato, ma è anche, quello che ci avvicina di più alla personalità di
Larrain.

Le sue pagine, ricche di poetiche visive e pensieri ad alta
voce, lasciano intravedere il nostro modo di stare al mondo. Forse l’unica cosa
che può spiegare la magia delle sue immagini.

 

 

Se le fotografie hanno la capacità di raccontare di noi stessi più di quello che mostriamo in esse, Valparaiso sembra parlare più di Sergio Larrain che della città che ha fotografato per più di quattro decenni (dal 1952 al 1992).

 

 

 

 

 

Sfogliamo insieme questo suo capolavoro…

 

 

 

 

Sebbene il progetto originale sia stato ideato da Larraín,
insieme a Pablo Neruda, all’inizio degli anni ’60, è diventato realtà solo nel
1991.

 

 

 

 

Quindi, con il contributo di Agnés Sire, direttrice della
Fondazione Henry Cartier Bresson ed ex direttrice dell’Agenzia Magnum, la casa
editrice francese Editions Hazan ha pubblicato in quell’anno la prima edizione
di “Valparaíso”, diventato rapidamente un libro di culto. Ciò che lo rende
interessante, seducente e a tratti avvolgente è in primo luogo l’originale
costruzione di un racconto fotografico preciso e impeccabile, seguita
dall’ineccepibile scelta delle immagini, caratterizzate da tutta quell’atmosfera
di inquietante nostalgia, e quella magia di accattivante mistero che le
immagini di Larraín sanno possedere. Un libro che narra Valparaíso. Il
Valparaiso degli anni ’60, che parla del Cile quale luogo profondo, scuro e
patibulario. Un lavoro definito da un editing fotografico che funziona su vari livelli,
sia pittorico che letterario.

 

 

 

La seconda edizione, con 82 fotografie inedite, oltre alle
38 iniziali presenti nella prima edizione, è stata pubblicata da Ediciones
Xavier Barral
nel 2017. 

 

Questo
è un libro fatto da Larraín per se stesso, non per i lettori. Forse è per
questo che è rimasto inedito finché era in vita: forse perché non era nato per
essere pubblicato bensì era nato per altri scopi. Le sue frasi mistiche –
quelle che sono annotate a mano nel corso delle 200 pagine di questa Edizione –
lo rendono piuttosto una sorta di mantra che a volte diventa meravigliosamente
criptico. Un diario metaforico di quella che è stata la sua ricerca, sia
fotografica che spirituale. Senza dubbio siamo di fronte a una pubblicazione in
cui il conflitto tra i due aspetti inseparabili della sua biografia diventano
evidenti. È un’interpellanza costante tra l’uomo che ha smesso di essere un
fotografo e la leggenda… il mito della fotografia.

 

 

Sergio Larrain è deceduto il 7 febbraio 2012 a Tulahuén, in
Cile. La sua eredità artistica rimane come un importante contributo alla storia
della fotografia. Le opere di Sergio Larrain sono state esposte in numerose
mostre internazionali e il suo contributo all’arte della fotografia è stato
ampiamente riconosciuto. Oggi le sue opere fanno parte di musei e collezioni
prestigiose, tra cui quella del MOMA di New York. La sua eredità artistica
continua a ispirare molti fotografi di oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mostre

 

1953: prima mostra a Santiago del Cile

1991: Cile, Sergio Larrain , Rencontres d’Arles

2013: Retrospettiva al Rencontres de la Photographie, Arles.

2013: Mostra alla Fondation Henri-Cartier-Bresson , a
Parigi.

2014: Mostra Vagabondages al Forte di Bard in Valle d’Aosta
.

2020: Londra, 1959 , Fondation Henri-Cartier-Bresson,
Parigi.

Collezioni pubbliche

 

MOMA , New York

Torre dell’acqua di Tolosa

Pubblicazioni

1963: El rectangulo en la mano

1966: (es) La casa en la arena , testi di Pablo Neruda

1968: Cile

1991: Valparaíso , testi di Pablo Neruda , edizioni Hazan

1998: Londra , edizioni Hazan

1999: (en) Sergio Larrain , René Burri , edizioni IVAM ,
Center Julio González

2017: Valparaiso , Xavier Barral Publishing

2018: El rectangulo en la mano , Éditions Xavier Barral

2020: Londra, 1959 , Xavier Barral Publishing

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 
 
 
 
 
 
 

 

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ArteArtisti

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva “Di Simboli e Segni”

 

Jean-Michel Basquiat
Di Simboli e Segni 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia  |26|Settembre|2022|
 
 
 
 

L’Albertina è un museo artistico situato nel centro storico di Vienna. L’edificio in stile barocco unisce fascino imperiale e straordinari capolavori artistici di risonanza internazionale. 

Con le sue collezioni permanenti dedicate ai Grandi Maestri della pittura del Novecento esso rappresenta una meta obbligata per tutti coloro che amano le città d’arte e sono avidi di cultura.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Per chi passa da Vienna in questo periodo, la retrospettiva  Di Simboli e Segni dell’artista Jean-Michel Basquiat è sicuramente un appuntamento imperdibile che mi sento di consigliare. 

Io ho colto questa occasione non perdendomi questa mostra dedicata ad uno tra i più importanti esponenti del graffitismo e del neo espressionismo, un movimento artistico che riafferma il primato della figura umana nell’arte contemporanea.

In questo articolo proporrò alcuni scatti effettuati in questa occasione.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

  

La retrospettiva presenta uno degli artisti più straordinari del 20° secolo, per la prima volta in una esposizione museale completa in Austria.

Circa 50 opere tra le principali dell’artista, morto nel 1988, raccolte da rinomate collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, si possono vedere fino a gennaio 2023 nella Bastei-Halle, il seminterrato dell’Albertina e vogliono da un lato fornire approfondimenti sullo straordinario linguaggio visivo di Basquiat e, dall’altro, decifrare le sue idee artistiche spesso complesse che attingono da diversi codici culturali.

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Jean-Michel Basquiat era radicale nella sua arte. Nel suo stile unico ritroviamo questioni di identità, diaspora, ingiustizia sociale, schiavitù, capitalismo di consumo e razzismo quotidiano che gli hanno permesso di collegare il passato con il suo presente, fino ad arrivare ai nostri tempi.
 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Nel suo breve periodo creativo egli mette fine al minimalismo e all’arte concettuale in un colpo solo con poesia concreta e il suo linguaggio pittorico, influenzato da graffiti e disegni. 
 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Basquiat registra ciò che incontra per le strade di New York: nomi e segni, personaggi e immagini, spazzando via tutto ciò che nell’arte è meticolosamente organizzato e pianificato. 

Una sua chiara critica all’ordine sociale esistente, la sua arte è arrabbiata, simbolica, altamente complessa e profondamente politica.

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Jean-Michel è stato pittore, acrobata di parole e prodigio della scena artistica di New York della fine degli anni 1970 e 1980. Figlio di un haitiano e di una portoricana, nato a Brooklyn nel 1960, non ha mai frequentato un’accademia d’arte. 

All’età di 17 anni esce di casa e vive in parte per le strade di New York, dove inizia a dipingere con lo spray treni della metropolitana e le facciate delle case insieme al suo amico Al Diaz. Con i loro misteriosi messaggi di graffiti sulla cultura quotidiana americana e la loro abbreviazione SAMO (Same Old Shit), fanno scalpore negli anni 70.

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Anche se autodidatta, i più importanti galleristi del suo tempo, come Bruno Bischofberger, riconoscono il suo potenziale, e nel 1982, tra l’altro, diventa finalmente la prima stella nera dell’art system e in seguito della storia dell’arte. Nello stesso anno, all’età di soli 21 anni, partecipa alla rinomata Documenta 7,  la prestigiosa mostra internazionale di arte contemporanea che si tiene ogni cinque anni a Kassel in Germania, come uno dei più giovani artisti. 

Diventa uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano e insieme all’amico e rivale Keith Haring riescono a portare questo movimento dalle strade metropolitane alle gallerie d’arte. 

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
In una scena artistica dominata dai bianchi, Basquiat vive il disagio e la pressione di essere una persona di colore. In quel periodo incontra Madonna, con la quale intrattiene una breve relazione sentimentale, Keith Haring ed infine Andy Warhol, suo idolo, con il quale inizia un rapporto speciale, di padre, amico e maestro. Un rapporto che stimola intellettualmente la sua creatività e che colma i suoi vuoti affettivi.

Sarà proprio lui, il re della Pop Art, a lanciarlo nell’Olimpo dei grandissimi

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

La sua ascesa alla fama a questo punto è rapida, in quanto celebrato per la sua fusione di simboli multiculturali, il suo pungente commento sociale e il suo stile grafico distintivo. Jean-Michel Basquiat è il primo afro-americano a passare da artista underground a superstar internazionale. 

 

Le sue opere vengono esposte nei grandi musei americani ed europei. Un segno visibile del suo successo è la copertina del New York Times Magazine: un premio assegnato solo a Jackson Pollock tre decenni prima.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Ma lo Star System è crudele, i critici bollano la sua collaborazione con Warhol e Basquiat viene additato come sua Mascotte, circostanza che tocca la sua sensibilità minando la sua stabilità emotiva, questo porta irrimediabilmente ad una crisi personale e artistica e alla rottura con il suo mentore. 

Da quel momento inizia il declino, aggravato qualche anno dopo dalla morte improvvisa di Warhol. 

Basquiat non riuscirà più a riprendersi, sommergendo in un vortice autodistruttivo che lo porterà alla morte accidentale di overdose all’età di 27 anni.

Il suo percorso sregolato, un po’ sbandato, pronto a tutti gli eccessi, guidato solo dalla voglia di vivere a velocità sfrenata si unisce perfettamente alla fila di quei geni defunti che hanno cambiato radicalmente la loro posterità.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Le sue quotazioni, pur essendosi sempre mantenute alte, negli ultimi dieci anni sono salite vertiginosamente, esaudendo il desiderio di un artista che più di ogni altra cosa sognava di essere un mito.
 
 
Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Nel 2017 è stato battuto all’asta da Sotheby’s a New York per la cifra record di 110,5 milioni di dollari, il dipinto del teschio del 1982 che all’epoca fu venduto, per 19mila dollari, dall’allora ventiduenne artista statunitense.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Dopo 6 anni un altro quadro di Basquiat torna all’asta in cerca di un nuovo record, l’opera venduta da Christie’s al magnate e collezionista giapponese Yusaku Maezawa è stata affidata nel 2022 alla casa d’aste Philips con una stima intorno ai 70 milioni di dollari.

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

“Sembra che ogni arte abbia i suoi momenti: asimmetrie, oppressione e questioni di identità, che giocano in tutti i settori della nostra vita, sono state spietatamente rivelate da Jean-Michel Basquiat. Come nessun altro, seziona, per così dire al chirurgo, la superficie ingannevole di una società di consumo dannosa, rivelando il suo vero nucleo invisibile. Anche l’arte, l’attività culturale, può aver trascurato molte cose negli ultimi decenni e non essere sempre stata ricettiva ai messaggi, come quelli di Basquiat: Ora, ALBERTINA mostra per la prima volta in Austria l’opera di questo grande che ha senza dubbio rivoluzionato la storia dell’arte”, dice il direttore generale dell’’ ALBERTINA- Klaus-Albrecht Schröder.

 

 

 
Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

 

 

 

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ArtistiGiuseppina Irene Groccia

UN SALVIFICO FIO: L’UNIVERSO FEMMINEO DI GIUSEPPINA IRENE GROCCIA

 

UN SALVIFICO FIO: L’UNIVERSO FEMMINEO DI GIUSEPPINA IRENE
GROCCIA

 

di Maria Marchese  |15|Settembre|2021|

 

 

“La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo
strumento dell’intuito e della spontaneità. […] Fotografare è trattenere il
respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a
questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e
intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione
di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo
che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la
mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.“

 

 

(Henri Cartier-Bresson fotografo francese) 

 



Fotografia Sperimentale di Giuseppina Irene Groccia
 

Nascono da un interstizio intimo e introspettivo i fermo
immagine artistici, in cui Giuseppina Irene Groccia concilia l’essenza
femminea, avvincendovi occhio, mente e anima di colui che vi assiste.

L’autrice li ferma nell’istante, in cui un dolce fìo trova
consapevolezza: la durata di quel “clic” , nato nel momento in cui il fiato
tace, dirime infatti dissertazioni estetiche intense, che elevano una vera e
propria “dimensione donna” , a tratti maga e delirante a tratti mielata e “arrendevole”
, giammai insapore.

 

 

“Guardo intorno tranquilla e coerente,

ma pochi sanno

quante donne ci sono in me. “

 

(Anaïs Nin)

 

 

Punti di vista – Olio, smalti e carta da parati su tela
 
Sul supporto sensibile, l’artista calabrese imprime
l’estensione intrinseca, involta nei contenuti dei “punti di sospensione”
: una coerenza, quest’ultima, eloquente di
molteplici manifestazioni femminili.

La
poliedrica artista gemma, ogni volta, una concezione intuitiva
immagino/plastica, la cui genesi ha origine dalla forza: il segno attraversa la
tela con decisione, risolvendosi in fattezze raffinate e coinvolgenti. 

 
 

 

 

Soul Tracks – Olio e smalti su tela
 

Sublima quindi la protagonista nell’intensità di pentagramma
cromatico minimale, attenuato, talora, da levità o intensità, che raddolciscono
o ammantano di fascino mentale i soggetti.

Il nero e il bianco fanno da leitmotiv allo spartito tonale,
mente l’autrice insinua, a propria scelta, movimenti inattesi, rendendo
peculiare ogni singola esecuzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MaDonna Contemporanea – Olio, smalti e alluminio su tela

 

Le opere serbano l’intimo e la psiche di un’entità alchemica, che si esprime come l’avvilupparsi e fondersi di condizioni materiche e cromatiche primarie eppure sintesi di infinite e mutevoli combinazioni individuali e assolute.

 

 

Tra Spirito e Materia – Olio e smalti su tela

 

La scelta di toni dicotomici sembra dar vita ad una vera e
propria synkopḗ: lo spazio che separa gli apici fiorisce invero la conturbante
personalità di ogni singolo scatto della pittrice.

 

 

 Back to Color – Olio, collage e materiali di scarto in alluminio su tela

 

 

Giuseppina Irene Groccia vivifica e attualizza la condizione
di una donna consapevole di essere e esistere; questa contezza contamina
l’osservatore addentro il castigo dolce e fascinoso di una complessa e feconda
fragilità individuale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incanto – Tecnica mista su tela

 

 

 

Contatti dell’artista:

Sito Web www.gigro.weebly.com

Email groccia.gi@tiscali.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Marchese
 

Maria Marchese nasce a Como, il 4 Settembre del 1974. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni” , a Milano. Decide, poi, di intraprendere studi nel settore socio assistenziale, svolgendo per oltre 20 anni una professione in quel settore. Nel 2013 intraprende un percorso di studi, affrontato da autodidatta, nel campo dell’arte, della letteratura, della filosofia… esso trova concretezza, nel 2017, nella pubblicazione della silloge poetica “Le scarpe rosse – Tra tumultuoso mare e placide acque” . Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica, trovando consensi sempre più numerosi. Nel giro di poco tempo accende numerose e significative collaborazioni con molteplici risvolti artistici, culturali e di diffusione comunicativa (con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel, la nuova piattaforma televisiva del Club Amici dell’arte APS di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services…)

Queste realtà coniugano la parte concettuale ad una parte pratica, nel mondo dell’arte: la mia figura professionale matura e si identifica con quella di curatrice artistica. 

A questi significativi risvolti, sempre in aumento, si affianca la stesura della seconda silloge poetica “Scrivo t,amo” , che tratterà di amore e erotismo, la cui pubblicazione avverrà in tempi brevi.

 

 

 

 

 

 

 

 

La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.
 
Hai una tua “divagazione sull’arte” da proporci?”
 
Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

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JEAN PAUL BOURDIER – Paesaggio e corpo come tela

 

JEAN PAUL BOURDIER – Paesaggio e corpo come tela

 

di Giuseppina Irene Groccia  |01|Gennaio|2021|

 

Jean Paul Bourdier combina paesaggio e carne come tela, senza l’uso della manipolazione digitale, per creare un’unione visiva, con tutte le immagini che sono state scattate sul posto tramite la tecnica della fotografia analogica.

 

Attraverso l’uso simultaneo di performance art, pittura e fotografia analogica, mette in scena situazioni che richiamano la magia dell’essere, della natura e della Luce.

 

JEAN PAUL BOURDIER - Paesaggio e corpo come tela

 

Il suo lavoro si concentra sempre sulla bellezza e la geometria del corpo umano.

 

Le immagini che produce fungono da portale per rivendicare il nostro rapporto intimo con l’infinito. 

 

JEAN PAUL BOURDIER - Paesaggio e corpo come tela

Ogni immagine è una scena unica – creata, messa in scena e catturata – di paesaggi naturali uniti alla forma umana, che esprimono bellezza, verità e meraviglia sul piano fisico, così come ciò che è nella nostra immaginazione.



Attraverso il corpo nudo dipinto con i colori della luce, riporta l’umanità alla sua natura fondamentale, scavalcando i soliti strati di identità, spazio e tempo, e ricontestualizzandola in essere.

 

JEAN PAUL BOURDIER - Paesaggio e corpo come tela

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jean Paul Bourdier riesce a presentare il corpo in un modo del tutto surreale su un paesaggio infinito, in un universo in continua evoluzione, facendolo interagire in vari modi con la terra. 

Questo corpus di opere è una contemplazione degli esseri umani e della loro intima interrelazione con l’ambiente.

 

Bourdier mette da parte la necessità di creare immagini in movimento per dare vita alle sue fotografie, preferisce catturare il movimento nel fantastico mondo della performance, dell’espressione e del paesaggio onirico. Le sue opere sfidano l’occhio della mente, allargando l’immaginazione per abbinare il potenziale illimitato dietro gli esseri che popolano la sua personale visione artistica.

 

Le sue pluripremiate immagini fotografiche sono state esposte negli Stati Uniti e in Francia e fanno parte della collezione permanente di diversi musei.

 

 

Jean Paul Bourdier è professore di design, disegno e fotografia nel dipartimento di architettura della UC Berkeley.

 
 
 
 
 
 
 
 

 

Scenografo di sette film e co-regista di due film diretti da Trinh T. Minh-ha, ha anche pubblicato diversi libri, tra cui Vernacular Architecture of West Africa, uscito nel 2011 e tre libri di fotografia, Bodyscapes, pubblicato nel 2007, Leap intro the Blue (2013), Body Unbound (2017) e Body Mirror il suo ultimo lavoro uscito a Novembre 2020, dove ritorna ad unire la sua arte fotografica all’editoria.

 

Body Mirror - Fine Art Photography Book by Jean Paul Bourdier

 

Fine Art Photography Book “Body Mirror” Info sul libro qui

 

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