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Liliana Condemi, artista di talento di Condofuri, protagonista dei recenti eventi con le opere “Pane di Vita” e “Sogno Liminale”

 

Entrare nel mondo pittorico di Liliana Condemi significa attraversare una soglia dove la pittura si fa insieme esperienza sensoriale e viaggio interiore. Nulla è puramente descrittivo: tutto, nei suoi lavori, tende
all’evocazione, al ricordo, al respiro di ciò che resta invisibile ma sempre vivo.
Il colore diventa pensiero, la forma si trasforma in memoria, e ogni segno
racconta un tempo che continua ad abitare anche il presente.

Le sue opere si muovono tra sogno e ricordo, tra la dolcezza delle origini e lo scorrere del tempo, nei cui cromatismi vive una luce che tenta la riconciliazione, un varco di quiete dove la materia stessa si apre alla poesia e l’immagine diventa luogo di pace interiore.

Nata a Condofuri nel 1949 e formatasi all’Istituto Statale d’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, la pittrice calabrese prosegue da decenni una ricerca ininterrotta che unisce il linguaggio del colore alla riflessione sull’esistenza, sull’interiorità e sulla memoria collettiva.

Nel settembre e ottobre 2025, due suoi recenti interventi espositivi ne hanno ribadito la profondità poetica e la coerenza di visione.

 

Il primo, “Pane di Vita”, presentato a Grimaldi (CS) per Tornare@Itaca 2025 – Pane di Pace (a cura di Mimma Pasqua), nasce da un gesto semplice e universale: impastare il pane, simbolo di nutrimento e condivisione, per ricordare i bambini di Gaza. Liliana ha scelto di “dividere il passato dalle macerie” e di trasformare la materia in segno di rinascita. 

 

Liliana Condemi-Artista-Eventi recenti-Pane di Vita-Tornare a Itaca-

 

 


Il suo pane, da semplice sostanza, diviene memoria custodita, prezioso elemento di vita
, che come scriveva Paul Klee, “rende visibile l’invisibile”, perché in esso la materia si fa simbolo, trasformando il gesto concreto in segno di speranza e rinascita. Nei suoi colori si percepisce l’intensità di una speranza che non ignora il dolore, ma lo trasforma in luce.

 

A distanza di pochi giorni, al Museo del Presente di Rende (CS), l’artista ha presentato “Sogno liminale” nell’ambito della collettiva Geni Comuni, ideata e diretta da Luigi Le Piane, con la curatela di Roberto Sottile e Mariateresa Buccieri. Qui il linguaggio si fa più rarefatto, sospeso tra ricordo e percezione. In un gioco di blu e verdi emergono echi di esperienze intime, i centrini della nonna, il riflesso del laghetto delle
ninfee a Gambarie, tutto si intreccia in una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione. L’opera si apre come una soglia, un passaggio tra ciò che è stato e ciò che ancora può essere, tra il gesto antico e il respiro della natura.

 

Liliana Condemi-Artista-Eventi recenti-Geni Comuni-

 

 

Nella pittura di questa abile artista, il colore scivola sulle tele come un’anima viva. È un atto vitale, una musica silenziosa che si
espande sulla tela come “una serie di accordi musicali”, per citare le parole di un critico che le sono state dedicate. In lei si rinnova quella sapienza del colore che, come diceva Kandinsky, “è un potere che influenza direttamente l’anima”.

Liliana Condemi intesse e porta avanti il suo universo
pittorico come un diario spirituale, dove la memoria si fa speranza e la bellezza diventa un gesto consolidato di pace.

 

 

 

 

Per ulteriori informazioni sul percorso artistico e sulle opere di Liliana Condemi, si invita a consultare il suo sito ufficiale.

 

Clicca sulla sua firma per accedere al suo Sito web

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



 
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ArteArtisti

Custodire la presenza dell’arte – Mario Stefano e la sua visione, perché questo artista non mostra più le opere terminate su internet

 

Custodire la presenza dell’arte

Mario Stefano e la sua visione, perché questo artista non mostra più le opere terminate su internet

 

 

 

Ci sono artisti che scelgono di rincorrere la visibilità, affidando alle piattaforme digitali il compito di moltiplicare le immagini delle loro opere. E poi ci sono scelte opposte, radicali, che riportano l’arte alla sua essenza.

 

Mario Stefano, artista con cui ho avuto modo di collaborare e di sostenere nel percorso di divulgazione, ha deciso di compiere un passo coraggioso: rimuovere le proprie opere dalla rete e bandire la pubblicazione integrale dei suoi quadri.
Un gesto che può sembrare controcorrente in un’epoca di sovraesposizione, e che rappresenta una scelta personale dell’artista, non necessariamente condivisa da tutti, ma sicuramente degna di rispetto perché guidata dall’intento di restituire all’arte la sua natura viva, intima e irripetibile.

 

A spiegare le ragioni di questa scelta è lo stesso artista, con parole che diventano manifesto di una nuova idea di presenza artistica.


Mario Stefano - Artista -
L’artista Mario Stefano

 

Perché ho deciso di non pubblicare le mie opere intere, ma soltanto dei dettagli? Perché credo che l’opera d’arte debba essere incontrata da vicino, nella sua interezza. Non attraverso uno schermo, ma dal vivo, dove lo sguardo possa spostarsi liberamente da un punto all’altro del quadro, lasciandosi guidare dalla contemplazione. Vedere un’opera è un’esperienza immersiva: richiede tempo, silenzio, attenzione.

Ho scelto i dettagli non per proteggere me stesso, ma per proteggere l’opera. La pittura ha bisogno di spazio, di un ritmo lento, di uno sguardo che non scivoli via in tre secondi. Quando un’opera si compie, essa chiede di essere guardata con presenza, di essere colta nella sua essenza.

Non mostro i miei lavori finiti perché non sono semplici immagini, ma presenze. L’arte, quella autentica, non cerca visibilità: cerca verità. Non vuole esposizione, ma incontro. In un tempo che mostra tutto, io sento il bisogno di custodire.

Viviamo in un’epoca che produce immagini sintetiche: io, con la pittura, cerco di generare presenze. Le mie opere non appartengono ai feed dei social, non si lasciano catturare da uno screenshot, non nascono per la velocità. Sono fatte di stratificazioni, di errori, di gesti ripetuti e intuizioni cercate. Sono fatte di mani, di testa, di cuore. E anche di spirito.

Ogni quadro è un corpo, un evento: ha peso, respiro, silenzio. E come ogni corpo vivo merita distanza, attenzione, intimità.

Per questo non pubblico le mie opere finite. Perché pubblicarle significherebbe snaturarle, ridurle a immagini quando invece sono presenze, trasformarle in contenuti quando in realtà sono contenitori di senso. In un tempo che chiama tutto “visibilità”, io scelgo la visione.”


 

 

 

 

La scelta di Mario Stefano è senza dubbio forte e radicale. È una visione personale che non tutti gli artisti condividono, perché ognuno trova il proprio modo di mettere in relazione l’opera con il pubblico. Ciò che conta, però, è la coerenza e il coraggio con cui un artista decide di custodire la propria arte.
 

 

Presto avremo modo di ospitarlo per un’intervista, in cui potrà approfondire meglio questo approccio e raccontarci da vicino cosa significhi, oggi, restituire all’arte la sua dimensione più autentica.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ArtistiSegnalazione Eventi

Ilenia Tucci – Le Metamorfosi Poetiche della Sabbia

 

Ilenia Tucci
 
Le Metamorfosi Poetiche della Sabbia
 
 
 
Ilenia Tucci si distingue per la sua poliedricità, spaziando dal make-up, all’arte digitale e altre espressioni artistiche.
Oggi ci dedichiamo in particolare alla sua performance di   Sand Art. In questo ambito l’artista dimostra di essere una vera e propria narratrice visiva che usa la sabbia come mezzo per dare forma a racconti effimeri e altamente evocativi.
 

 

La sua più recente performance, “Un viaggio fra le terre”, ha ottenuto un ampio successo di pubblico, confermando come la sua tecnica sia un’autentica rarità nel panorama nazionale. La Sand Art, nella visione di Ilenia Tucci, supera la semplice esecuzione per farsi esperienza sensoriale. Sulla sua teca luminosa, la sabbia, un elemento umile e primordiale, si anima sotto il tocco delle sue mani, diventando il pigmento di un’opera in continua trasformazione.

 

Figure, volti e paesaggi nascono e si dissolvono in un flusso ininterrotto, un cinema muto scandito da un’armonia di musica e giochi di luce. Questa alchimia crea un’atmosfera sospesa, quasi onirica, che cattura lo spettatore in un’esperienza intima e meditativa. 
 

 

 

Nelle opere di Ilenia Tucci la dimensione del gesto, apparentemente elementare, si trasforma in un linguaggio capace di articolare narrazioni stratificate e di sorprendente densità simbolica. L’artista sovverte l’idea di spettacolo come semplice intrattenimento. Le sue performance assumono piuttosto la forma di un dispositivo estetico e poetico, in cui la materia effimera, quale la sabbia, diviene medium rivelatore di un senso nascosto. È in questa tensione, tra fragilità e potenza,  che si colloca la forza del suo lavoro, invitando lo spettatore a riconoscere, dietro la fugacità della forma, la persistenza di una poesia che abita anche gli elementi più minuti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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ASTRIT SHOTI, UN ARTISTA CHE ARRIVA DALLA PICCOLA ALBANIA IN ITALIA OTTENENDO GRANDE SUCCESSO!

 

ASTRIT SHOTI, UN ARTISTA CHE ARRIVA DALLA PICCOLA ALBANIA IN ITALIA OTTENENDO GRANDE SUCCESSO!

di Artur Nura |23|Agosto|2025|
Oramai Astrit Shoti è un artista italo‑albanese di grande bravura, capace di trasformare la materia in poesia visiva. La sua arte materica, sperimentale e simbolica, unisce cultura italiana e albanese, conferendogli quella solida dimensione culturale apprezzata da critici riconosciuti.
L’arte di Shoti dimostra un vero talento che coniuga tradizione artigianale Albanese, ricerca stilistica e profondità simbolica italiana.
 

 

 
Shoti è nato a Peshkopi, nei monti dell’Albania ed ha sviluppato una carriera artistica ricca e articolata in oltre 40 anni di esperienza, come pittore e decoratore, impiegando tecniche molto varie: dipinti, bassorilievi in rame, gessi, resine, finti marmi, trompe-l’oeil, e lavori in legno.
Per di più oltre all’esperienza ricca in Albania, il suo percorso artistici attivo da oltre trent’anni, ha esposto a Roma, Barcellona, Londra, Bruxelles e Venezia.
Le sue creazioni si caratterizzano per una forte componente materica, grazie all’uso sapiente della spatola e di materiali biologici che conferiscono tridimensionalità e vitalità ai soggetti: onde, porte, lava, fango, prati, fiori e figure.
 

 

 
Le rovine romane sono state spesso fonte d’ispirazione per Shoti che fonde antico e moderno con grande senso simbolico.
Per Shoti sembra che l’arte è un atto di espressione viscerale. Non dipinge solo per creare un’immagine, ma per trasmettere un messaggio, un’emozione che li viene da dentro. Le sue opere sono legate alla materia, alla natura e alla vita che scorre. Usa tecniche come la pittura materica, che dà tridimensionalità ai suoi lavori, dando vita alle superfici in un modo che non si limita a ciò che si vede, ma che si può quasi toccare.”
L’Albania è la sua radice, ma l’Italia è diventata la sua seconda casa in tutti i sensi possibili. Crescendo, ha vissuto in un contesto rurale, circondato dalla natura e da tradizioni che hanno plasmato la sua visione del mondo.
Sembra che quando è arrivato in Italia, ha dovuto trovare il suo posto, poiché la sua arte è sempre stata il filo conduttore della sua vita. L’Italia, con la sua ricca tradizione artistica, li ha offerto strumenti e opportunità per perfezionare.
 

 

 
Tuttavia, le sue radici albanesi sono sempre con lui, e si riflettono nella simbologia e nei temi delle sue opere.
Con la mostra “Poesia della Materia”, inaugurata il 15 novembre 2023 presso l’Ambasciata d’Albania a Roma (via Asmara, 5), ha presentato oltre 40 opere materiche sono state visitabili su prenotazione fino al 31 gennaio 2024.
“Poesia della Materia’’ è stata una riflessione su come l’arte possa esprimere l’essenza della natura, ma anche la sua forza trasformativa. La mostra era anche un omaggio al suo legame con l’ambiente, e alla bellezza intrinseca che si nasconde in ogni elemento naturale, come la lava, il fango, o le onde del mare. La materia stessa è una poesia, per artista Shoti che ha lavorato per hotel di lusso a Roma, ville private e boutique di alta moda, trasformando pareti architettoniche in vere e proprie opere d’arte.
 

 

 
Astrit Shoti ha avuto un’occasione davvero speciale anche nella celebrazione della bellezza e della cultura delle due nazioni, Albania e Kosovo, attraverso la partecipazione delle rappresentanti di Miss Universo Albania e Miss Universo Kosovo nel Palazzo Ferajoli, come sede prestigiosa Romana.
Eventi come questi sono spesso più di una semplice competizione di bellezza; sono un’opportunità per mettere in risalto il patrimonio culturale, le tradizioni, e l’identità delle persone coinvolte ed Astrit Shoti non a caso ha esposto le sue opere durante quest’occasione così importante che e’ stata una combinazione straordinaria di arte e cultura. Le opere e le installazioni di Astrit Shoti hanno aggiunto una dimensione visiva e simbolica a un tale evento che già portava con sé una forte carica emotiva e culturale.
Per le influenze tematiche possiamo menzionare le rovine romane che sono un soggetto ricorrente, fondendo antico e moderno secondo necessità artistiche e di committenza.
Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ha elogiato le sue composizioni informali e materiche, paragonandole all’astrazione materica di Anselm Kiefer, definendole “puro gusto del colore in esiti metallici”
 

 

 
Angelo Crespi, altro critico, ha analizzato l’opera “Porta del Giardino degli Aranci”, evidenziando la porta come simbolo di passaggio e transizione, resa con un realismo tridimensionale che celebra la forza materica e la vitalità latente dell’opera.
 
 
 
Secondo fonti pubbliche, Shoti ha partecipato a diversi eventi e ricevuto importanti riconoscimenti internazionali come:
Tour Biennale d’Europa: esposizioni a Parigi, Barcellona, Londra e Venezia (2022)
Espana Top Selection: Premio città di Barcellona al MEAM di Barcellona (2022) 
Artista dell’Anno a Bruxelles presso Espace Art Gallery (2022) 
“80 Artisti”, catalogo e mostra a cura di Angelo Crespi a Palazzo Ximenes, Firenze (2023) 
Premio Internazionale Michelangelo (2023) 
Pubblicazione su Annuario Artisti – Mondadori 2023 
Inserimento su volume Porto Franco curato da Vittorio Sgarbi (2023) 
Sanremo Artexpo, Teatro Ariston, Sanremo (2023) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ArtistiDivagazioni sull’arte

Mario Perrotta Viaggi Cromatici tra Sogno e Realtà

Mario Perrotta


Viaggi Cromatici tra Sogno e Realtà

 
di Stefano Vecchione |09|08|2025|
 
 

Premiato qualche giorno fa all’Art Center Museum di Pechino, il grande estro di Mario Perrotta, la luce del Sole del Tirreno paolano, l’estate tanto attesa, i pennelli e i colori a olio e acrilici su tele di cotone o di lino, vanno a rappresentare l’umanità nello spazio infinitodella gioia e delle energie particolari del bene e del male

 

Mario Perrotta, autoritratto.

 



Dai dipinti dell’artista – che segue la grande tradizione artistica familiare di Rubens Santoro e Francesco Sansone – emergono sogni onirici, desideri e paure, città immaginifiche, paesaggi fantastici e surreali, visioni del futuro. 

L’artista volge lo sguardo intorno, osserva, sente, immortala il mondo che lo circonda nella sua complessa molteplicità, e fa dell’arte visiva un mezzo con cui raccontare il tempo e lo spazio in cui vive senza mai smettere di sognare, senza che la speranza abbandoni mai lo sguardo d’insieme. 

 

Mario Perrotta. Paola. La Siesta – Acrilici su cartoncino. 35x45cm.

 



 

 

 

Questi stati d’animo delle opere del maestro Mario Perrotta – scrive Jean-François Bachis-Pugliese, archivista semiologo e critico d’arte  riflettono le esperienze di un artista che esprime la propria creatività senza le restrizioni della realtà, per evadere dalle limitazioni del quotidiano e sfidare convenzioni e immaginazione. Artista prolifico, Mario Perrotta ha fatto della sua arte un viaggio cromatico in cui si fondono percezioni visive, spiritualità, devozione, senso critico e sociale. L’estetica dei suoi dipinti è contraddistinta da personaggi iconici, da cromie accese, da atmosfere suggestive e quasi incantate.

 

Mario Perrotta. Paola. La città che ho nel cuore – Olio su tela – 40x50cm.  

 



 

 

Tetti spioventi che puntano al cielo, dettagli dorati che evocano un senso di sacralità, strumenti musicali quali simboli di bellezza, borghi marini, paesaggi, angoli di strada, facciate delle vecchie case con i muri in pietra e i davanzali fioriti che riportano alle radici e rappresentano una poetica retrospettiva della storia tra mare (il Tirreno) e cielo (l’Appennino di San Francesco di Paola). Nei suoi saggi supittori contemporanei, il critico Pasquale Di Matteo presenta Mario Perrotta come un artista attento al vissuto e al suo tempo, ai paesaggi e agli scorci rurali, alle città, attraverso la rielaborazione della sua immaginazione. Nelle sue opere c’è un percorso, il racconto visuale di un uomo e delle sue percezioni del mondo, la sua pittura è fatta di partecipazione emotiva. 

 

Mario Perrotta. Paola. Musica in città – Tecnica mista su tela –  50 x 70 cm.

 



 

Le opere di Mario Perrotta sono spontanee – afferma Nadia Celi, docente d’arte contemporanea, semiologa e critico d’arte, conferenziere sulla grammatica visuale in Italia e all’estero – per cui spesso presentano tematiche, stili e tecniche diverse. Magnifica monumentale plasticità pittorica, tavolozza cromatica essenziale e sapiente, un acuto calibrato studio dei volumi e dei vuoti e pieni in elegante realizzazione. L’arte é tale solo se dà una emozione estetica – scrive Giorgio Gregorio Grasso, storico e critico d’arte, docente universitario, curatore di esposizioni di arte nazionali ed internazionali, già direttore della Mediolanum Art Gallery e curatore  del Padiglione Italia della 54ma Biennale di Venezia – e Mario Perrotta è un artista che sa parlare attraverso il linguaggio cromatico, alla ricerca di una analisi estetica per giungere alla creazione del vero attraverso concezioni astratte in altalena tra sogno e realtà.

 

Mario Perrotta. Paola. Un giorno di pioggia – Olio su tela 40×50 cm.

 



 

 

 

Nonostante che il lavoro lo abbia portato per anni in giro per l’Italia, l’artista ha scelto di restare a Paola, in Calabria, dov’è nato, affascinato dall’espressività dei colori e dalle forme della sua terra che ama riportare sulle tele. 

 

Ha esposto in diverse città italiane e anche all’estero: Bologna, Palazzo Zanussi; Mantova, Palazzo Ducale; Milano, Spazio K; Padova, Orto Botanico; Parigi, Louvre; Venezia, Palazzo Vidal e Palazzo Zenobio; e poi ancora a Barcellona, Bari, Berlino, Bruxelles, Capri, Cesenatico, Comiso, Cosenza, Ferrara, Firenze, Los Angeles. Mezzojuso, Montecarlo, Rieti, Roma, Salerno, Termoli. 

 

Mario Perrotta si è aggiudicato numerosi premi nazionali e internazionali, e di lui hanno scritto, tra gli altri, i critici d’arte Pasquale Di Matteo, Barbara GhisiStefania Milani, Roberto Pinto, Vittorio Sgarbi, Pasquale Solano, Giorgio Vulcano. 

 

Si può incontrare l’artista nel suo atelier, alla Marina del borgo di San Francesco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Vecchione si occupa dei fenomeni sociali e politici del Mediterraneo tra Oriente e la sua indagine storica si sviluppa anche sulla conoscenza critica e l’analisi degli assetti che hanno determinato l’avvento del fascismo (1915) in Italia e la sua caduta (3 – 8 settembre 1943), e sulla resistenza profetica della gerarchia cattolica al fascismo e al Nationalsozialistische Deutsche partei tra il 1934 e il 1940. Da direttore dell’Associazione editori calabresi, Stefano Vecchione ha promosso iniziative per la valorizzazione della produzione libraria e la crescita culturale nazionale. Cultore della materia di storia moderna presso l’Università della Calabria, scrive oggi per «Il quotidiano del Sud», è socio corrispondente dell’Accademia cosentina, ed è amministratore del Gruppo Facebook «Il senso del tempo. Il valore di un posto. Cosenza».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

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Il lascito silenzioso di Arnaldo Pomodoro

 

 

 

Il lascito silenzioso di Arnaldo Pomodoro

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |24|Giugno|2025|

 

 

Il mondo dell’arte piange una delle voci più autorevoli e visionarie del Novecento. Ma le sue opere troneggiano nelle piazze, nei musei, continuando a parlare, a scuotere e ispirare le generazioni future.

 

Arnaldo Pomodoro è morto il 22 giugno 2025, nella sua casa di Milano, proprio alla vigilia del suo 99º compleanno.

Scultore di fama mondiale, amato per le sue “sfere ferite” in bronzo, levigate all’esterno da una perfezione formale che si aprono, all’interno, a una simbologia complessa e intensa

 

Nato il 23 giugno 1926 a Morciano di Romagna, egli conservava nella memoria della sua infanzia un’immagine quasi sospesa nel tempo che era quella di un bambino solitario e visionario, come lui stesso amava definirsi. Le giornate scorrevano lente sulle rive del fiume Conca, dove la natura gli offriva il suo primo materiale creativo: l’argilla.

 

Era lì, tra l’acqua e la terra, che le sue mani cominciarono a dar forma a un immaginario fuori dal comune. A differenza di ciò che altri bambini avrebbero costruito con quel materiale, semplici castelli o animali, dalle sue dita nascevano invece strutture sorprendenti e strane, che egli stesso chiamava “case kafkiane”; e già in quel nome si avvertiva un presentimento d’artista.

 

Queste prime forme, create con l’istinto e la libertà del gioco, raccontavano un mondo interiore ricco di fantasia e di visioni già allora lontane dal consueto. Era l’inizio di un viaggio che lo avrebbe portato, decenni dopo, a scolpire materia e simbolo nei più grandi spazi del mondo.

 

Arnaldo seguì le orme artistiche del fratello minore, Giò Pomodoro, anch’egli scultore. La loro dimensione familiare restò un legame costante, con due voci complementari nel panorama della scultura contemporanea italiana.

 

Nel 1995 Arnaldo Pomodoro realizzò per Fendi, a Milano, una straordinaria installazione sotterranea di 170 m²: un’opera immersiva, fatta di stanze scultoree, bassorilievi, porte rotanti e segni arcaici incisi nella materia, come se il tempo stesso vi avesse lasciato tracce da decifrare. Un vero e proprio viaggio simbolico nel cuore della scultura, dove spazio e pensiero si intrecciano in un racconto senza parole.

 

Emblema della sua poetica più intensa, questo spazio sospeso è tornato a vivere davanti al pubblico proprio a marzo 2025, pochi mesi prima della scomparsa del Maestro. Oggi, alla luce della sua perdita, quell’opera assume un valore ancora più intenso. Essa ci dà l’impressione di un testamento visivo, un dialogo aperto capace di restituirci la voce di un artista che ha saputo scolpire la materia inafferrabile del tempo.

 

La storia di “Sfera con Sfera” inizia nel 1966, quando Pomodoro fu incaricato di realizzare per l’Esposizione Universale di Montréal una maestosa sfera in bronzo del diametro di oltre 3,5 metri, frutto della sua tecnica di fusione a cera persa e già allora pensata per dialogare con lo spazio pubblico in modo dinamico.

 

Dietro l’apparente perfezione del guscio esterno si nasconde un nucleo complesso, quasi esploso, come spiegava lo stesso artista:

 

Una sfera è un oggetto meraviglioso, dal mondo della magia… riflette tutto ciò che la circonda, creando contrasti tali da trasformarsi, diventare invisibile, lasciando solo il suo interno, tormentato ed eroso, pieno di denti.” 

 

 

Negli anni successivi l’artista moltiplicò le versioni di questa opera in luoghi simbolici, fino al 1996, quando l’Italia ne donò una copia alle Nazioni Unite di New York. Un globo liscio che esplode dall’interno, presentato come “promessa per la rinascita di un mondo meno travagliato e distruttivo” 

Oggi, disseminata in cortili e piazze di tutto il mondo, la “Sfera con Sfera” è diventata un chiaro emblema della dialettica tra integrità e frattura, tra creazione e distruzione, riflesso delle tensioni del nostro tempo. Un’immagine potente che, in questi giorni segnati da guerre, crisi e incertezze, ci invita a una presa di coscienza sulle tensioni che turbano il nostro presente.

 

La Fondazione Arnaldo Pomodoro, istituita dal Maestro nel 1995, nasce come “luogo attivo e vivo di elaborazione culturale”, dedito a documentare, preservare e promuovere l’arte contemporanea in continuo dialogo con la sua eredità. Le sue imponenti sfere punteggiano piazze come il Cortile della Pigna nei Musei Vaticani, il cortile ONU a New York, la Farnesina a Roma, il Trinity College di Dublino, il campus di Stanford, il De Young di San Francisco e molte altre città, rendendo tangibile il suo sguardo universale.

 

Oggi, ovunque si ergano le sue sfere, che siano intatte o segnate da crepe, esse ci accompagnano come testimoni silenziosi di un’eredità che invita a guardare con una necessaria speranza oltre la forma e a cogliere la bellezza nata dall’incontro tra materia e spirito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Artisti

tenui frammenti PIER PAOLO TRALLI

 

tenui frammenti

PIER PAOLO TRALLI

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |21|Novembre|2024|

 

 

Quando Pier Paolo Tralli mi ha chiesto di scrivere la prefazione del suo primo libro fotografico Tenui frammenti, ho provato una profonda emozione, unita alla consapevolezza di affrontare un compito importante. 

Essere scelta per introdurre il lavoro di un artista che ammiro, e ancor più di un fotografo di cui nutro grande stima, è per me un privilegio. Mi ha offerto l’opportunità di dialogare con la sua visione, di immergermi nei dettagli di un universo visivo profondamente intimo e di cercare, attraverso le mie parole, di raccontarlo e renderlo accessibile senza mai tradirne l’essenza.

 

 

Le immagini di Pier Paolo non sono mai semplici scatti: sono frammenti di tempo e di spazio, intrisi di poesia e di un’attenzione quasi sacrale per i dettagli. Ogni fotografia racchiude una storia, ma lascia sempre al fruitore la libertà di completarla con la propria sensibilità. Questo dialogo tra il visibile e l’immaginato è il motore trascinante che anima Tenui frammenti. Nel mio ruolo di prefatrice, il mio compito era quello di decifrare e restituire, in parole, quell’incanto visivo che Pier Paolo sa creare con la sua arte. Mi chiedo se sono riuscita a far emergere quel richiamo incessante alla meraviglia, quel filo invisibile che unisce ciò che l’occhio coglie a ciò che l’anima trattiene, trasformando ogni immagine in una particella eterna di poesia visiva, capace di incamerare nei suoi “frammenti” ciò che il tempo rischia di farci sfuggire.

 



 

Il libro restituisce appieno questo aspetto: tra le pagine scorre una linfa vitale, un battito emotivo che invade ogni immagine, attraversandola come un soffio di anima. Gli sfondi, nebulosi e pregni di ricercata poetica, sembrano trattenere sospiri, imprigionando attimi di indefinito in una dimensione sospesa tra realtà e sogno. 

Qui, affacciati a una finestra aperta sull’ineffabile, incontriamo frammenti che, in un silenzio eloquente, sussurrano senza mai urlare. Ogni immagine, pur nella sua quiete, possiede la forza di evocare l’invisibile, dando vita a un linguaggio visivo che, senza bisogno di parole, comunica la sua potenza, componendo una partitura in cui la luce scrive e l’ombra risponde.

 



 

Nel libro, molte immagini si intrecciano con citazioni, che siano dell’autore o di altre voci, in un dialogo intimo e raffinato. Un incontro tra parola e fotografia che genera una chiave di lettura più profonda, in cui ogni elemento si arricchisce a vicenda.

Si delinea così un filo sottile, ma straordinariamente potente, che lega immagini e testi in una narrazione fluida e armoniosa. È un percorso che conduce il lettore verso una sensibilità amplificata, capace di appagare i sensi e di coinvolgere emotivamente, trasformando ogni pagina in un’esperienza estetica completa.

 

 

 

Tenui frammenti è un libro che vibra di un’anima profonda, unica, quasi tangibile. Certo, ogni opera ne possiede una, ma in questo caso sembra irradiarsi con una forza speciale, inspiegabile eppure innegabile. È una percezione che non si lascia afferrare dalle parole, che semplicemente accade, come un sussurro che arriva dritto all’animo. Qui si intrecciano tanta anima e tanta interiorità, rendendo ogni pagina un riflesso intimo di  un percorso personale vissuto e sentito. 

 



 

Con il progetto grafico curato da Davide Costa e la stampa realizzata dalla Premiata Tipografia Sociale di Ferrara, quest’opera si presenta come un’espressione elegante e raffinata di arte visiva e editoriale. 

La sua prima presentazione avrà luogo martedì 10 dicembre alle ore 17:30, presso la Libreria La Pazienza Arti e Libri, in Via dei Romei 38 a Ferrara. L’opera verrà poi presentata in diverse sessioni, permettendo a un pubblico più ampio di scoprire e apprezzare il lavoro dell’autore.

 



 

Il libro è disponibile per l’acquisto presso la libreria La Pazienza Arti e Libri  e presso Abbigliamento Tralli, il negozio di proprietà dell’autore. 

Per chi risiede fuori provincia, sarà possibile richiederlo direttamente all’email tralliabb@libero.it, con spedizione a domicilio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esplorando l'Essenza - La Fotografia di Pier Paolo Tralli

Pier Paolo Tralli 

 

Imprenditore nel campo del commercio, appassionato di cinema e fotografia. Sue opere sono state selezionate in vari siti web e gruppi fotografici. Ha partecipato a diverse mostre collettive e pubblicazioni di volumi cartacei. Ha all’ attivo un libro fotopoetico in collaborazione con lo scrittore Claudio Strano. Pensa che l’ arte nelle sue varie forme sia un regalo che rende più leggera l’ esistenza.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ArteArtisti

Sergio Larrain – Il Poeta di Valparaiso

 

 
 
 
 
 
Sergio Larrain
Il Poeta di Valparaiso
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |30|Giugno|2023|
 
 
 

Sergio Larrain è stato un fotografo cileno noto per il suo
stile unico e sperimentale. Nato nel 1931 a Santiago del Cile, ha studiato
ingegneria forestale prima di decidere di dedicarsi completamente alla
fotografia. Il fotografo cileno acquisì nella sua infanzia un’ampia cultura
visiva guidata da suo padre, Sergio Larraín García – Moreno, fondatore del Museo
d’Arte Precolombiana
, rinomato architetto, professore e più tardi decano
dell’Università di Santiago del Cile. Larrain ha iniziato la sua carriera fotografica
negli anni ’50, periodo in cui acquistò la sua prima macchina fotografica, una
Leica IIIC, con cui iniziò la pratica della fotografia, catturando immagini che
riflettevano la vita quotidiana e la cultura cilena. Le sue fotografie
spaziavano da ritratti intimi a scene di strada e documentari.

 

 

Larrain è diventato famoso per la sua prospettiva unica e
insolita, e il suo approccio artistico distintivo. Utilizzava composizioni
audaci, giochi di luce e ombra per creare immagini sorprendenti e poetiche. La
sua sensibilità artistica e la sua capacità di catturare l’anima dei suoi
soggetti lo hanno reso un indiscusso interprete nel campo della fotografia
d’autore mondiale, non solo cilena.

 

 

Larrain era noto per il suo stile documentaristico e la sua capacità di catturare la bellezza e l’essenza delle persone e dei loro luoghi, all’interno della vita quotidiana. Tutte le sue opere sono frutto di una combinazione di elementi visivi forti e un senso di intimità e mistero. Ha sempre avuto un occhio attento per le geometrie e le linee, utilizzando punti di vista  singolari per creare immagini uniche e memorabili.

 

 

 

 

Celebre era il suo uso poetico della fotografia in bianco e nero. Le sue opere emanano una profonda atmosfera emotiva. Egli ha saputo
sfruttare al meglio le tonalità di grigio, i contrasti e le sfumature per creare composizioni suggestive e evocative. La sua poetica visiva è una narrazione silenziosa in grado di evocare un senso di contemplazione e una connessione intima con i soggetti e gli ambienti in essi immortalati.

 

 

 

Sergio Larrain è stato un artista enigmatico, la cui vita e opere sono state oggetto di fascino e ammirazione.

Larrain viene descritto come una persona introspettiva e riflessiva, che cercava di esplorare la spiritualità e il significato della vita attraverso la sua arte fotografica. Il suo impatto nel campo della fotografia è stato molto significativo, nonostante la sua breve carriera di fotografo.

 

 
 
 

Gran parte della sua vita l’ha trascorsa a viaggiare in Europa, Egitto e Medio Oriente,  avendo modo di documentare diverse culture e ambienti. Ha ispirato Julio Cortázar, ha
lavorato con Pablo Neruda, ha impressionato Henri Cartier-Bresson ed è stato l’unico cileno nelle file della Magnum Photos, l’agenzia che piú di ogni altra ha definito i canoni estetici dellla fotografia contemporanea del ‘900.

 

 

Fu durante uno dei suoi tanti viaggi, a Parigi esattamente, negli anni ’50, che Larrain incontrò Henri Cartier-Bresson, uno dei più grandi fotografi del XX secolo. Questo incontro ebbe un forte impatto su Larrain, che ammirava profondamente il lavoro di Cartier-Bresson. L’incontro li portò a sviluppare una forte amicizia e una collaborazione artistica. Entrambi, fotografi notevoli del loro tempo, facevano parte di Magnum Photos, agenzia fotografica internazionale, che offrí loro diverse opportunità di interazione e scambio professionale.

 


 
 


Trascorse anche un periodo significativo della sua vita in India, immergendosi nella cultura e nella spiritualità del paese. Questo

periodo influenzò profondamente la sua visione artistica e il modo con il quale
lui stesso si avvicinava alla fotografia. 

 

 

Le serie scattate a Londra, per le strade di Parigi o i
vicoli siciliani pieni di bambini offrono un’atmosfera degli anni 50-60 ma
sembrano mancare di bagliore. È allora che Sergio Larrain decide di tornare in
Cile, fuggendo dal successo e dal mondo mediatico che non gli assomigliano per
ritrovare la sua anima nella solitudine. 

 
 

Nonostante tutti i successi e le grandi soddisfazioni,
Sergio Larraín era bloccato in una persistente condizione di eterna malinconia e trovava il mondo
che lo circondava noioso, vuoto e privo di spiritualità. 

 

È così che decise di ritirarsi dopo un periodo di grande
successo nel mondo della fotografia. Nel ‘70 abbandonò improvvisamente la vita
glamour e la fotografia commerciale e si concentrò unicamente sulla sua vita
personale e spirituale, decidendo radicalmente di non concedere interviste e
non partecipare ad esposizioni. Si stabilì nelle montagne del Norte Chico,  in un villaggio vicino a Ovalle (Quarta
regione del Cile). Solo lì lo si poteva vedere camminare tranquillamente nelle
vie o nella piazza. Un uomo di bassa statura, magro e dai capelli grigi, che di
solito portava incrociato una borsa artigianale. Faceva lezioni di yoga nel
villaggio di Tulahuén, dove la sua vita ormai trascorreva come un eremita. A
volte, distribuiva gratuitamente opuscoli con poesie e testi spirituali a cui
non apportava la sua firma. In zona nessuno conosceva il suo passato, non
sapevano che venti anni prima era stato uno dei maggiori fotografi cileni.

 

 

In quel periodo ci furono centinaia di fotografi che
cercarono di contattarlo, sperando di ottenere un confronto o un’ ispirazione,
ma tutti fallirono. In quel momento Larrain scelse di disconnettersi dal mondo.
Non era morto, ma fotograficamente era come se lo fosse.

 

La sua principale preoccupazione in quel momento era la
salvaguardia dell’ambiente dall’inquinamento. Gli unici consigli che dava erano
invitare le persone a scrivere poesie. 

 

 

 

Durante questo esilio si è concesso il lusso di chiudere le
porte al New York Times, El País e a tutta la stampa cilena. Nessuno sapeva
cosa stava passando per la testa di Larraín. In Cile era un mito vivente.
Capitava che qualcuno lo dava per morto oppure altri che affermavano vivesse in
solitaria in montagna. Del suo esilio si vociferava fosse forzato in seguito a
controversie avute con un boss mafioso siciliano. 

Larrain, inviato dalla Magnum
avrebbe ritratto troppo bene l’organizzazione criminale italiana, attraversando
una linea di confine molto pericolosa, laddove l’unica  “via di ritorno” era fuggire e cambiare vita.

 

 

 

Ma la verità era che Don Sergio, era in clausura a casa sua,
scriveva libri di poesie che si autopubblicava, con la macchina fotografica
appesa ad un chiodo per sempre.

  



  

 

Il gioco è lasciar andare, lasciare che l’avventura inizi. Come una barca a vela che lascia cadere le vele.

 

 

Sergio Larraín era innamorato di Valparaíso. La sua storia
personale e fotografica  non si comprende
senza averla prima associata a questo posto.
 

 

  

A Valparaíso, una città portuale sul litorale cileno, Larrain trova un contesto affascinante e unico per stabilirsi e realizzare una serie di fotografie che diventeranno in seguito le più iconiche e rappresentative del suo lavoro.

 

 

 

 

Queste immagini hanno catturato l’essenza della città,
mettendo in risalto l’architettura e il paesaggio urbano. Le sue fotografie di
Valparaíso riflettono una sensibilità artistica distintiva, che combina
realismo e un tocco di mistero, creando atmosfere poetiche senza tempo. Sono
scatti che offrono uno sguardo intimo e autentico sulla vita urbana di
Valparaíso, regalando al pubblico una prospettiva affascinante e suggestiva. Un
lavoro fotografico davvero memorabile che entra a pieno titolo tra le
produzioni più importanti della storia della fotografia.

 

 

È stato a Valparaiso che ho iniziato a fotografare,
camminando per le colline. Le bambine che scendevano da una scala fu la prima
foto magica che venne verso di me
” racconta.

 

Il risultato è stato battezzato Petites filles. Credo sia la
foto più conosciuta di Sergio Larrain, una fotografia iconica 
scattata nel 1952 e inserita in apertura del
suo libro su Valparaíso.

 

  

Larraín iniziò a fotografare Valparaíso negli anni ’50, ma
fu solo nel 1963 che passò più tempo al porto, sempre in compagnia di Pablo
Neruda
, suo grande amico con cui
  amava
esplorare le colline e la boemia.

In questa bella città cilena egli cammina, ascolta, guarda,
sembra prendere parte all’universo delle strade. È qui che ritrae i suoi giorni
malinconici e le sue notti tristi.

Nel porto c’erano racconti e lui era il trovatore di
immagini. Lì fotografa marinai, artisti, bambini, prostitute e bohémien. 

 

 

Come il suo amico Neruda, egli collega il suo pensiero
poetico alla realtà più vicina a cui poteva avere accesso.

 

Anche qui segue i bambini, come prima quelli abbandonati di Santiago e ne cattura il loro sguardo, cogliendo momenti di vagabondaggio, di noia e di gioco.  

 

 

Sergio Larrain affronta i suoi soggetti in modo originale:
taglia angoli, si concentra sui suoi personaggi appuntandoli a un’estremità di
muro, dà una visione a terra o di traverso, sperimenta con la sfocatura. I
personaggi sembrano uscire dal campo e continuare il loro movimento, come se
fossero sfuggenti. Un luogo triste e cupo diventa familiare, riscaldato dalla
magia di un sorriso, come quello della prostituta del bar dei Siete Espejos.

 

 

 

 

Una buona immagine nasce da uno stato di grazia” – Sergio
Larrain

 

 

Di questa esperienza significativa, intrattenuta con anima e
corpo a Valparaiso, ne è nato un lavoro fotografico definito negli anni il suo
capolavoro.

 

Valparaiso non è solo il suo libro più conosciuto e
apprezzato, ma è anche, quello che ci avvicina di più alla personalità di
Larrain.

Le sue pagine, ricche di poetiche visive e pensieri ad alta
voce, lasciano intravedere il nostro modo di stare al mondo. Forse l’unica cosa
che può spiegare la magia delle sue immagini.

 

 

Se le fotografie hanno la capacità di raccontare di noi stessi più di quello che mostriamo in esse, Valparaiso sembra parlare più di Sergio Larrain che della città che ha fotografato per più di quattro decenni (dal 1952 al 1992).

 

 

 

 

 

Sfogliamo insieme questo suo capolavoro…

 

 

 

 

Sebbene il progetto originale sia stato ideato da Larraín,
insieme a Pablo Neruda, all’inizio degli anni ’60, è diventato realtà solo nel
1991.

 

 

 

 

Quindi, con il contributo di Agnés Sire, direttrice della
Fondazione Henry Cartier Bresson ed ex direttrice dell’Agenzia Magnum, la casa
editrice francese Editions Hazan ha pubblicato in quell’anno la prima edizione
di “Valparaíso”, diventato rapidamente un libro di culto. Ciò che lo rende
interessante, seducente e a tratti avvolgente è in primo luogo l’originale
costruzione di un racconto fotografico preciso e impeccabile, seguita
dall’ineccepibile scelta delle immagini, caratterizzate da tutta quell’atmosfera
di inquietante nostalgia, e quella magia di accattivante mistero che le
immagini di Larraín sanno possedere. Un libro che narra Valparaíso. Il
Valparaiso degli anni ’60, che parla del Cile quale luogo profondo, scuro e
patibulario. Un lavoro definito da un editing fotografico che funziona su vari livelli,
sia pittorico che letterario.

 

 

 

La seconda edizione, con 82 fotografie inedite, oltre alle
38 iniziali presenti nella prima edizione, è stata pubblicata da Ediciones
Xavier Barral
nel 2017. 

 

Questo
è un libro fatto da Larraín per se stesso, non per i lettori. Forse è per
questo che è rimasto inedito finché era in vita: forse perché non era nato per
essere pubblicato bensì era nato per altri scopi. Le sue frasi mistiche –
quelle che sono annotate a mano nel corso delle 200 pagine di questa Edizione –
lo rendono piuttosto una sorta di mantra che a volte diventa meravigliosamente
criptico. Un diario metaforico di quella che è stata la sua ricerca, sia
fotografica che spirituale. Senza dubbio siamo di fronte a una pubblicazione in
cui il conflitto tra i due aspetti inseparabili della sua biografia diventano
evidenti. È un’interpellanza costante tra l’uomo che ha smesso di essere un
fotografo e la leggenda… il mito della fotografia.

 

 

Sergio Larrain è deceduto il 7 febbraio 2012 a Tulahuén, in
Cile. La sua eredità artistica rimane come un importante contributo alla storia
della fotografia. Le opere di Sergio Larrain sono state esposte in numerose
mostre internazionali e il suo contributo all’arte della fotografia è stato
ampiamente riconosciuto. Oggi le sue opere fanno parte di musei e collezioni
prestigiose, tra cui quella del MOMA di New York. La sua eredità artistica
continua a ispirare molti fotografi di oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mostre

 

1953: prima mostra a Santiago del Cile

1991: Cile, Sergio Larrain , Rencontres d’Arles

2013: Retrospettiva al Rencontres de la Photographie, Arles.

2013: Mostra alla Fondation Henri-Cartier-Bresson , a
Parigi.

2014: Mostra Vagabondages al Forte di Bard in Valle d’Aosta
.

2020: Londra, 1959 , Fondation Henri-Cartier-Bresson,
Parigi.

Collezioni pubbliche

 

MOMA , New York

Torre dell’acqua di Tolosa

Pubblicazioni

1963: El rectangulo en la mano

1966: (es) La casa en la arena , testi di Pablo Neruda

1968: Cile

1991: Valparaíso , testi di Pablo Neruda , edizioni Hazan

1998: Londra , edizioni Hazan

1999: (en) Sergio Larrain , René Burri , edizioni IVAM ,
Center Julio González

2017: Valparaiso , Xavier Barral Publishing

2018: El rectangulo en la mano , Éditions Xavier Barral

2020: Londra, 1959 , Xavier Barral Publishing

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 

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ArteArtisti

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva “Di Simboli e Segni”

 

Jean-Michel Basquiat
Di Simboli e Segni 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia  |26|Settembre|2022|
 
 
 
 

L’Albertina è un museo artistico situato nel centro storico di Vienna. L’edificio in stile barocco unisce fascino imperiale e straordinari capolavori artistici di risonanza internazionale. 

Con le sue collezioni permanenti dedicate ai Grandi Maestri della pittura del Novecento esso rappresenta una meta obbligata per tutti coloro che amano le città d’arte e sono avidi di cultura.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Per chi passa da Vienna in questo periodo, la retrospettiva  Di Simboli e Segni dell’artista Jean-Michel Basquiat è sicuramente un appuntamento imperdibile che mi sento di consigliare. 

Io ho colto questa occasione non perdendomi questa mostra dedicata ad uno tra i più importanti esponenti del graffitismo e del neo espressionismo, un movimento artistico che riafferma il primato della figura umana nell’arte contemporanea.

In questo articolo proporrò alcuni scatti effettuati in questa occasione.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

  

La retrospettiva presenta uno degli artisti più straordinari del 20° secolo, per la prima volta in una esposizione museale completa in Austria.

Circa 50 opere tra le principali dell’artista, morto nel 1988, raccolte da rinomate collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, si possono vedere fino a gennaio 2023 nella Bastei-Halle, il seminterrato dell’Albertina e vogliono da un lato fornire approfondimenti sullo straordinario linguaggio visivo di Basquiat e, dall’altro, decifrare le sue idee artistiche spesso complesse che attingono da diversi codici culturali.

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Jean-Michel Basquiat era radicale nella sua arte. Nel suo stile unico ritroviamo questioni di identità, diaspora, ingiustizia sociale, schiavitù, capitalismo di consumo e razzismo quotidiano che gli hanno permesso di collegare il passato con il suo presente, fino ad arrivare ai nostri tempi.
 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Nel suo breve periodo creativo egli mette fine al minimalismo e all’arte concettuale in un colpo solo con poesia concreta e il suo linguaggio pittorico, influenzato da graffiti e disegni. 
 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Basquiat registra ciò che incontra per le strade di New York: nomi e segni, personaggi e immagini, spazzando via tutto ciò che nell’arte è meticolosamente organizzato e pianificato. 

Una sua chiara critica all’ordine sociale esistente, la sua arte è arrabbiata, simbolica, altamente complessa e profondamente politica.

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Jean-Michel è stato pittore, acrobata di parole e prodigio della scena artistica di New York della fine degli anni 1970 e 1980. Figlio di un haitiano e di una portoricana, nato a Brooklyn nel 1960, non ha mai frequentato un’accademia d’arte. 

All’età di 17 anni esce di casa e vive in parte per le strade di New York, dove inizia a dipingere con lo spray treni della metropolitana e le facciate delle case insieme al suo amico Al Diaz. Con i loro misteriosi messaggi di graffiti sulla cultura quotidiana americana e la loro abbreviazione SAMO (Same Old Shit), fanno scalpore negli anni 70.

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Anche se autodidatta, i più importanti galleristi del suo tempo, come Bruno Bischofberger, riconoscono il suo potenziale, e nel 1982, tra l’altro, diventa finalmente la prima stella nera dell’art system e in seguito della storia dell’arte. Nello stesso anno, all’età di soli 21 anni, partecipa alla rinomata Documenta 7,  la prestigiosa mostra internazionale di arte contemporanea che si tiene ogni cinque anni a Kassel in Germania, come uno dei più giovani artisti. 

Diventa uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano e insieme all’amico e rivale Keith Haring riescono a portare questo movimento dalle strade metropolitane alle gallerie d’arte. 

 

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
In una scena artistica dominata dai bianchi, Basquiat vive il disagio e la pressione di essere una persona di colore. In quel periodo incontra Madonna, con la quale intrattiene una breve relazione sentimentale, Keith Haring ed infine Andy Warhol, suo idolo, con il quale inizia un rapporto speciale, di padre, amico e maestro. Un rapporto che stimola intellettualmente la sua creatività e che colma i suoi vuoti affettivi.

Sarà proprio lui, il re della Pop Art, a lanciarlo nell’Olimpo dei grandissimi

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

La sua ascesa alla fama a questo punto è rapida, in quanto celebrato per la sua fusione di simboli multiculturali, il suo pungente commento sociale e il suo stile grafico distintivo. Jean-Michel Basquiat è il primo afro-americano a passare da artista underground a superstar internazionale. 

 

Le sue opere vengono esposte nei grandi musei americani ed europei. Un segno visibile del suo successo è la copertina del New York Times Magazine: un premio assegnato solo a Jackson Pollock tre decenni prima.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Ma lo Star System è crudele, i critici bollano la sua collaborazione con Warhol e Basquiat viene additato come sua Mascotte, circostanza che tocca la sua sensibilità minando la sua stabilità emotiva, questo porta irrimediabilmente ad una crisi personale e artistica e alla rottura con il suo mentore. 

Da quel momento inizia il declino, aggravato qualche anno dopo dalla morte improvvisa di Warhol. 

Basquiat non riuscirà più a riprendersi, sommergendo in un vortice autodistruttivo che lo porterà alla morte accidentale di overdose all’età di 27 anni.

Il suo percorso sregolato, un po’ sbandato, pronto a tutti gli eccessi, guidato solo dalla voglia di vivere a velocità sfrenata si unisce perfettamente alla fila di quei geni defunti che hanno cambiato radicalmente la loro posterità.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Le sue quotazioni, pur essendosi sempre mantenute alte, negli ultimi dieci anni sono salite vertiginosamente, esaudendo il desiderio di un artista che più di ogni altra cosa sognava di essere un mito.
 
 
Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia
Nel 2017 è stato battuto all’asta da Sotheby’s a New York per la cifra record di 110,5 milioni di dollari, il dipinto del teschio del 1982 che all’epoca fu venduto, per 19mila dollari, dall’allora ventiduenne artista statunitense.

 

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Dopo 6 anni un altro quadro di Basquiat torna all’asta in cerca di un nuovo record, l’opera venduta da Christie’s al magnate e collezionista giapponese Yusaku Maezawa è stata affidata nel 2022 alla casa d’aste Philips con una stima intorno ai 70 milioni di dollari.

Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

Sembra che ogni arte abbia i suoi momenti: asimmetrie, oppressione e questioni di identità, che giocano in tutti i settori della nostra vita, sono state spietatamente rivelate da Jean-Michel Basquiat. Come nessun altro, seziona, per così dire al chirurgo, la superficie ingannevole di una società di consumo dannosa, rivelando il suo vero nucleo invisibile. Anche l’arte, l’attività culturale, può aver trascurato molte cose negli ultimi decenni e non essere sempre stata ricettiva ai messaggi, come quelli di Basquiat: Ora, ALBERTINA mostra per la prima volta in Austria l’opera di questo grande che ha senza dubbio rivoluzionato la storia dell’arte”, dice il direttore generale dell’’ ALBERTINA- Klaus-Albrecht Schröder.

 

 

 
Jean-Michel Basquiat Retrospettiva Di Simboli e Segni presso Albertina Museum Vienna su L’ArteCheMiPiace a cura di Giuseppina Irene Groccia

 

 

 

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ArtistiGiuseppina Irene Groccia

UN SALVIFICO FIO: L’UNIVERSO FEMMINEO DI GIUSEPPINA IRENE GROCCIA

 

UN SALVIFICO FIO: L’UNIVERSO FEMMINEO DI GIUSEPPINA IRENE
GROCCIA

 

di Maria Marchese  |15|Settembre|2021|

 

 

“La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo
strumento dell’intuito e della spontaneità. […] Fotografare è trattenere il
respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a
questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e
intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione
di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo
che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la
mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.“

 

 

(Henri Cartier-Bresson fotografo francese) 

 



Fotografia Sperimentale di Giuseppina Irene Groccia
 

Nascono da un interstizio intimo e introspettivo i fermo
immagine artistici, in cui Giuseppina Irene Groccia concilia l’essenza
femminea, avvincendovi occhio, mente e anima di colui che vi assiste.

L’autrice li ferma nell’istante, in cui un dolce fìo trova
consapevolezza: la durata di quel “clic” , nato nel momento in cui il fiato
tace, dirime infatti dissertazioni estetiche intense, che elevano una vera e
propria “dimensione donna” , a tratti maga e delirante a tratti mielata e “arrendevole”
, giammai insapore.

 

 

“Guardo intorno tranquilla e coerente,

ma pochi sanno

quante donne ci sono in me. “

 

(Anaïs Nin)

 

 

Punti di vista – Olio, smalti e carta da parati su tela
 
Sul supporto sensibile, l’artista calabrese imprime
l’estensione intrinseca, involta nei contenuti dei “punti di sospensione”
: una coerenza, quest’ultima, eloquente di
molteplici manifestazioni femminili.

La
poliedrica artista gemma, ogni volta, una concezione intuitiva
immagino/plastica, la cui genesi ha origine dalla forza: il segno attraversa la
tela con decisione, risolvendosi in fattezze raffinate e coinvolgenti. 

 
 

 

 

Soul Tracks – Olio e smalti su tela
 

Sublima quindi la protagonista nell’intensità di pentagramma
cromatico minimale, attenuato, talora, da levità o intensità, che raddolciscono
o ammantano di fascino mentale i soggetti.

Il nero e il bianco fanno da leitmotiv allo spartito tonale,
mente l’autrice insinua, a propria scelta, movimenti inattesi, rendendo
peculiare ogni singola esecuzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MaDonna Contemporanea – Olio, smalti e alluminio su tela

 

Le opere serbano l’intimo e la psiche di un’entità alchemica, che si esprime come l’avvilupparsi e fondersi di condizioni materiche e cromatiche primarie eppure sintesi di infinite e mutevoli combinazioni individuali e assolute.

 

 

Tra Spirito e Materia – Olio e smalti su tela

 

La scelta di toni dicotomici sembra dar vita ad una vera e
propria synkopḗ: lo spazio che separa gli apici fiorisce invero la conturbante
personalità di ogni singolo scatto della pittrice.

 

 

 Back to Color – Olio, collage e materiali di scarto in alluminio su tela

 

 

Giuseppina Irene Groccia vivifica e attualizza la condizione
di una donna consapevole di essere e esistere; questa contezza contamina
l’osservatore addentro il castigo dolce e fascinoso di una complessa e feconda
fragilità individuale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incanto – Tecnica mista su tela

 

 

 

Contatti dell’artista:

Sito Web www.gigro.weebly.com

Email groccia.gi@tiscali.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Marchese
 

Maria Marchese nasce a Como, il 4 Settembre del 1974. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni” , a Milano. Decide, poi, di intraprendere studi nel settore socio assistenziale, svolgendo per oltre 20 anni una professione in quel settore. Nel 2013 intraprende un percorso di studi, affrontato da autodidatta, nel campo dell’arte, della letteratura, della filosofia… esso trova concretezza, nel 2017, nella pubblicazione della silloge poetica “Le scarpe rosse – Tra tumultuoso mare e placide acque” . Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica, trovando consensi sempre più numerosi. Nel giro di poco tempo accende numerose e significative collaborazioni con molteplici risvolti artistici, culturali e di diffusione comunicativa (con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel, la nuova piattaforma televisiva del Club Amici dell’arte APS di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services…)

Queste realtà coniugano la parte concettuale ad una parte pratica, nel mondo dell’arte: la mia figura professionale matura e si identifica con quella di curatrice artistica

questi significativi risvolti, sempre in aumento, si affianca la stesura della seconda silloge poetica “Scrivo t,amo” , che tratterà di amore e erotismo, la cui pubblicazione avverrà in tempi brevi.

 

 

 

 

 

 

 

 

La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri e approfondimenti.
 
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Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

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