Guardando il lavoro di Pier Toffoletti si capisce subito che non siamo di fronte a una pittura accomodante. Non c’è nulla di decorativo, nulla che cerchi di piacere nel senso facile del termine. Le sue opere chiedono attenzione, ma soprattutto chiedono rispetto, come accade con certi luoghi naturali che non si attraversano senza preparazione.
La prima cosa che colpisce è la superficie. Non è mai una semplice base su cui dipingere, ma un vero e proprio campo di battaglia tra materia e immagine. Sabbie, polveri, argille costruiscono fondi che sembrano avere una loro autonomia, quasi una memoria propria. È una pittura che nasce dal basso, dalla terra, e che conserva sempre qualcosa di ruvido, di irregolare, di volutamente non addomesticato.
In questo paesaggio denso e stratificato, le figure emergono con forza, catturano lo sguardo e si impongono alla percezione, come presenze necessarie e decisive, mai soggetti celebrativi. Il corpo, soprattutto quello femminile, che potrebbe apparire come tema centrale, si rivela invece uno strumento attraverso il quale l’artista parla d’altro: dell’identità, del rapporto tra natura e uomo, di ciò che resta quando si rimuovono maschere e sovrastrutture.
A queste considerazioni si aggiunge un livello più sottile, legato alle esperienze giovanili nello yoga e ai viaggi interiori dell’artista, che hanno profondamente plasmato la sua percezione del corpo e dell’anima. Nei gesti pittorici e nella costruzione delle superfici, emerge così una relazione tra fisico e spirituale, tra presenza e trascendenza, dove l’atto stesso del dipingere diventa pratica di consapevolezza e ricerca interiore.
Le opere più recenti, come quelle presentate nella mostra Fragmenta Maya, testimoniano questa fusione di materiali, segni e energia: un equilibrio delicato tra la corporeità delle figure e la dimensione spirituale che le attraversa, dove la pittura non si limita a rappresentare, ma diventa strumento di conoscenza e esplorazione dell’essenza dell’artista stesso.
Non c’è mai, nelle sue opere, un compiacimento formale e anche quando il corpo è riconoscibile resta sempre in dialogo serrato con il fondo, come se non potesse esistere separatamente da esso, mentre figura e materia si contaminano a vicenda, si tengono in equilibrio e si mettono costantemente alla prova ed è proprio in questo rapporto che il lavoro trova la sua forza.
Un ruolo fondamentale lo giocano i segni incisi, i graffiti e le scritture frammentate, che non sono intesi come messaggi da leggere, ma come tracce che chiedono di essere osservate e percepite nel loro emergere. Pier Toffoletti prende testi, immagini, frammenti visivi e li priva del loro significato originario, trasformandoli in puro elemento pittorico. È un gesto che parla chiaramente del nostro tempo, saturo di informazioni e immagini, ma lo fa senza proclami, dimostrando che la critica può passare attraverso la pratica più che attraverso la dichiarazione.
Il suo modo di lavorare è tutt’altro che lineare. Distruggere, cancellare, rifare non sono incidenti di percorso, ma parti integranti del processo. Ogni opera sembra il risultato di una lunga trattativa con la materia, di una serie di decisioni prese e poi rimesse in discussione. Nulla appare definitivo, e forse non vuole esserlo.
C’è nella sua pittura un rapporto serio con il tempo, non quello dell’effetto immediato, ma quello della sedimentazione, in cui ogni superficie testimonia la durata dei gesti, dei ripensamenti e delle pause. È una pittura che non ha fretta e che, proprio per questo, invita lo spettatore a un tempo lento di osservazione.
Ed è forse qui che risiede il senso più importante della sua ricerca, nel continuare a usare la pittura come strumento di conoscenza e come luogo di confronto tra esperienza personale e dimensione collettiva, senza retorica, senza effetti speciali, ma con una voce interiore chiara e riconoscibile.
Dalla superficie dei suoi quadri emerge una storia di gesti e pensieri che Pier Toffoletti racconta in prima persona, come ci mostra nell’intervista a seguire…
Hai spesso affermato che oggi la bellezza non è una scelta neutra, ma una forma di ribellione. In un sistema dell’arte che sembra talvolta indulgere nella provocazione fine a sé stessa, che tipo di responsabilità senti nel continuare a porre la bellezza al centro della tua ricerca?
La mia è una forma di ribellione pacifica, una sorta di resistenza silenziosa verso un sistema dell’arte che sembra aver smarrito il senso della bellezza autentica, preferendo la provocazione immediata, spesso finalizzata a generare clamore e visibilità. Ho scelto di intraprendere un percorso più difficile, controcorrente, che richiede pazienza e dedizione: lavorare “nell’arte della bellezza”. È un cammino più lungo, dove all’inizio sembra che nessuno si accorga di te, ma con il tempo, se resti fedele a te stesso e alla tua visione, i frutti arrivano, più maturi e veri.
Nei cicli Face Splash e Body Splash il volto e il corpo femminile emergono e, allo stesso tempo, sembrano sul punto di dissolversi. È un modo per opporsi alla mercificazione dell’immagine o un tentativo di restituire alla figura una dimensione spirituale sottratta al tempo?
Questi cicli nascono dal concetto di “bellezza resistente”. Ogni opera è frutto di una battaglia: davanti alla tela bianca agisco liberamente, tra gesti impetuosi, schizzi di colore, dripping, spatolate – un caos primordiale che per molti sarebbe già un’opera informale compiuta. Ma per me non basta: voglio che da quel disordine emerga il volto di una donna, simbolo universale della bellezza, della natura e dello spirito. È un atto testardo di armonizzazione tra caos e forma, materia e spiritualità. La figura femminile è per me la manifestazione visibile di ciò che resiste: la grazia, l’anima, la presenza del divino dentro l’umano.
Il tuo lavoro sembra abitare una zona di confine: non pienamente figurativa e non davvero astratta, lontana da classificazioni rassicuranti. Hai mai percepito questa posizione come una difficoltà nel panorama contemporaneo, oppure come uno spazio di libertà assoluta?
Sì, ho percepito questa posizione come una difficoltà, ma anche come uno spazio di grande libertà creativa. Vivere e creare in questa terra di mezzo, tra il figurativo e l’astratto significa affrontare sfide costanti, ma anche avere l’opportunità di esplorare nuove frontiere artistiche. Questa ambiguità mi permette di esprimere emozioni e stati d’animo che sfuggono a categorizzazioni rigide. È un percorso di continua scoperta, dove la libertà di espressione diventa il motore della mia ricerca. Proteggere questo spazio è fondamentale, poiché è qui che si trova l’autenticità della mia voce artistica
Nei testi critici dedicati al tuo lavoro ricorre spesso l’idea del rito, del gesto pittorico come azione arcaica e necessaria. Quando dipingi, soprattutto nelle performance dal vivo, ti senti più vicino all’artista contemporaneo o all’uomo delle caverne che incideva segni per lasciare una traccia oltre il tempo?
Le pitture rupestri mi hanno sempre affascinato: sono espressioni primordiali, pure, essenziali. In alcune delle mie prime opere materiche cercavo proprio quell’effetto di incisione consumata dal tempo, come un dialogo con la memoria dell’uomo. Nelle performance dal vivo, invece, il processo è diverso: lì prevale la necessità di creare in tempi brevi qualcosa di compiuto, mantenendo comunque la forza rituale del gesto. In studio, invece, il tempo si dilata; emergono la meditazione, il silenzio, la lentezza. Forse porto entrambe le nature in me: quella arcaica, che incide, e quella contemporanea, che comunica
Il termine splash evoca lo schizzo, l’evento improvviso, ma nel tuo lavoro nulla appare realmente casuale. Quanto controllo e quanto abbandono convivono nel momento esatto in cui la forma prende vita sulla tela?
Non progetto mai un’opera nel dettaglio. Seguo l’intuito, come una bussola interiore. Ogni quadro è un viaggio nell’ignoto, dove controllo e abbandono si alternano continuamente. Talvolta il risultato è un fallimento, un lavoro da cancellare; altre volte accade il contrario: qualcosa di talmente intenso da lasciarti quasi timoroso di non riuscire più a ripeterlo. È un equilibrio sottile tra il lasciarsi attraversare e il mantenere un respiro consapevole nel gesto.
La fotografia per te rappresenta un passaggio fondamentale: il congelamento di un attimo prima della sua trasformazione pittorica. Cosa accade, sul piano emotivo e concettuale, quando quell’immagine fotografica viene superata, tradita e ricreata dal gesto pittorico?
Uso la fotografia come un punto di partenza, un mezzo pratico che mi offre modelli e spunti visivi. Tuttavia, il processo pittorico comincia davvero nel momento in cui decido di tradire quella realtà fotografica. L’opera non è mai una copia: è una metamorfosi, un andare oltre ciò che si vede. L’immagine iniziale è solo la miccia che accende la mia immaginazione, portandomi a seguire un filo interiore che trasforma la realtà in visione.
Nei lavori più recenti emergono fondali scuri, quasi bituminosi, che richiamano grotte, anfratti, luoghi di passaggio tra luce e buio. Si tratta di una discesa nell’inconscio, di una metafora del nostro tempo o di un ritorno alle origini del vedere?
Da ex speleologo, credo che quelle immagini siano inevitabilmente legate alla mia memoria profonda. Ho vissuto esperienze straordinarie esplorando ambienti sotterranei mai toccati da nessuno prima di me. Quel senso di scoperta, di silenzio primigenio e di sacralità dello spazio, riaffiora nei miei dipinti. Quelle grotte interiori sono anche metafore delle esplorazioni dello spirito: come nella meditazione, si tratta di un viaggio nelle profondità del sé, verso un “io” sconfinato.
Il tuo percorso è attraversato da viaggi fisici ed interiori, dall’esplorazione delle viscere della terra alla pratica dello yoga. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua idea di corpo, di anima e di identità nella pittura?
Le mie esperienze giovanili nello yoga, unite a un lungo periodo di vita materiale, hanno profondamente plasmato la mia percezione del corpo e dell’anima. Recentemente, ho avvertito un ritorno di questa consapevolezza spirituale nelle mie opere, come dimostra la mia mostra “Fragmenta Maya” nella chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Il titolo, che combina parole latine e sanscrite, rappresenta il tema della rottura del velo illusorio della vita materiale. Questa mostra è un riflesso della mia ricerca di un equilibrio tra il corpo fisico e la dimensione spirituale, un viaggio verso una maggiore comprensione della mia essenza artistica e umana.
Hai recentemente vissuto l’esperienza dolorosa del plagio di una tua opera. Al di là dell’aspetto legale, che cosa viene realmente violato quando si copia un lavoro che nasce da un processo così intimo, lungo e stratificato?
Affrontare il plagio di un’opera è un’esperienza straziante. Dal punto di vista legale, potrei cercare giustizia, ma ciò che realmente viene violato è il valore intrinseco e l’anima di un lavoro frutto di un lungo e intimo processo creativo. Ogni opera rappresenta una parte di me, un viaggio personale che non può essere replicato. La violazione di questa intimità fa male, poiché sottrae autenticità e riconoscimento a un’esperienza unica. Per me, l’arte è un’estensione della mia essenza, e vedere questa essenza calpestata è un dolore profondo e personale
Hai iniziato giovanissimo confrontandoti con Michelangelo e la grande tradizione rinascimentale, e oggi dialoghi con una scena internazionale profondamente contemporanea. Che cosa significa, per te, essere contemporaneo senza rinunciare alla profondità della tradizione?
Sono grato di essere nato in Italia, immerso in una cultura che respiriamo fin da bambini. Le nostre radici storiche e spirituali sono ancora vive nel nostro modo di concepire la forma, la figura, la luce. Anche quando lavoro in un contesto internazionale e contemporaneo, dentro di me convivono queste due forze: la modernità e la tradizione. Essere contemporaneo, per me, non significa abbandonare le radici, ma trasformarle, lasciarle vibrare nel presente. Credo che l’arte italiana abbia una profondità naturale che va oltre il marketing e le mode. Purtroppo le mode esistono anche nell’arte contemporanea dove, talvolta, vengono efficacemente promosse opere prive di spessore concettuale ed emotivo.
Nei tuoi volti si avverte spesso una malinconia sottile, una sospensione temporale, come se appartenessero a un tempo perduto o non ancora esistito. Pensi che la pittura possa ancora offrire consolazione, silenzio e attesa in un’epoca così rumorosa e accelerata?
Sì, credo che la pittura possa ancora offrire uno spazio di silenzio e contemplazione. Tuttavia, la voce dell’arte si fa sempre più flebile, sommersa dal rumore di una vita frenetica e dalle distrazioni tecnologiche. La pittura è un atto di resistenza anche in questo: invita a fermarsi, a guardare, a entrare in contatto con la parte più profonda di sé. È un invito alla lentezza e alla presenza.
Guardando avanti, senza bisogno di anticipare titoli o luoghi, senti che la tua ricerca sta andando verso una nuova trasformazione del gesto, della figura o del rapporto tra corpo e materia?
Sì, è un momento di trasformazione continua. Sto sperimentando nuovi equilibri tra gesto e materia, tra figura e luce. Come sempre, non so esattamente dove mi porterà questa ricerca, ma sento che si sta aprendo un nuovo capitolo, ancora più interiore e vibrante.
C’è una domanda, più che un progetto, che oggi ti accompagna e che senti ancora irrisolta nel tuo lavoro?
C’è sempre un elemento di irrisolto nella mia arte, ed è proprio questa incertezza che mi spinge a continuare a cercare. La ricerca di un appagamento completo è un obiettivo che, per sua natura, non può mai essere raggiunto. Questo continuo interrogarsi su cosa significhi veramente creare è ciò che alimenta la mia creatività. Ogni opera è un tentativo di rispondere a domande più grandi, e nel farlo, scopro nuove strade e possibilità. È un viaggio senza fine, ma è proprio in questa ricerca che trovo la mia vera essenza artistica.
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PIER TOFFOLETTI
Pier Toffoletti nasce nel 1957 in provincia di Udine. La sua passione per la pittura è molto precoce. Nel 1976 consegue il diploma di “maestro in arte applicata nel ramo di grafica pubblicitaria e fotografia” presso il Liceo artistico di Udine. Nel 1979 apre uno studio pubblicitario operando come creativo in campagne pubblicitarie e come regista di spots televisivi e video clip. Collabora con emittenti televisive nazionali e locali realizzando diversi cortometraggi in cartoni animati e video clip. Fino al 1995 Toffoletti dipinge nei ritagli di tempo, alternando questa sua passione a quella della speleologia. Tra il ’92 ed il ’95, una serie di viaggi nel centro e sud America, segnano l’inizio di un importante cambiamento che lo porta ad impegnarsi a tempo pieno nella pittura.
Alcune delle mostre personali più importanti:
Nel 2025 personale Teatro ERA Pontedera, personale presso il Polo Museale Chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino (PG), personale presso la Chiesa dei Battuti a Cividale del Friuli, mostra che è rientrata nel contesto di GO2025! Capitale Europea della Cultura, nel 2021 Chiesa di S. Cristoforo Lucca (Lucca Film Festival), nel 2020 mostra personale Chiesa di S. Maria della Spina (Pisa), nel 2019 personale al PAN Palazzo delle Arti di Napoli, nel 2018 personale presso iI Municipio di Stoccarda, 2017 personale alla Chiesa di San Domenico a San Miniato (PI), 2016 Red Dot Miami nel circuito Art Basel, 2015 Palazzo dei Giureconsulti circuito Milano Expo, nel 2013 personale presso la Casa Museo Spazio Tadini a Milano, 2012 ha esposto ad Art Basel Miami, nel 2011 ha esposto alla 54a Biennale di Venezia e personale al Palazzo Molino Stucky a Venezia. Ha partecipato al oltre duecento mostre personali e collettive fra le quali nel 2009 alla Villa Farsetti di Santa Maria di Sala (VE). Nel 2008 mostra personale presso il Museo Correr di Venezia, al Palazzo Senato a Milano e ad OPEN XI al Lido di Venezia. Nel 2007 ha esposto a Verona al Palazzo della Gran Guardia.
Nel 2005 personale presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo, espone con i giapponesi al Palazzo Scuola Grande San Giovanni Evangelista a Venezia.
Nel 2004 espone presso il Consolato Generale d’Italia a Coral Gables e all’Art Center in Lincoln Road a Miami. Nel 2002 espone con i giapponesi al Palazzo Zenobio a Venezia e nel 1999 all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.
Numerose anche le sue partecipazioni ad importanti Fiere internazionali d’arte, tra cui Madrid e New York, Yokohama, Las Vegas, Philadelphia, Innsbruck, Strasburgo. Hong Kong, Singapore, Amsterdam, Londra, ecc.





