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Interviste

Intervista a Vittorio Graziano. Tempo e sguardo nella costruzione dell’immagine e dei suoi orizzonti contestuali

Chiunque abbia attraversato la fotografia con una certa consapevolezza sa che ogni immagine porta con sé una durata. Non importa quanto breve o estesa sia stata l’esposizione, ciò che resta visibile è sempre il risultato di un tempo che si è depositato. L’immagine non coincide con l’istante, ma con ciò che dell’istante riesce a trattenere. La fotografia introduce così uno scarto, stabilisce una relazione, rende percepibile il passaggio delle cose attraverso una traccia che è già trasformazione.

Accanto alla formazione fotografica, il percorso di Vittorio Graziano conserva un’origine ingegneristica che agisce in modo silenzioso ma costante nella costruzione del suo sguardo. La misura, la disposizione degli elementi, l’attenzione alla struttura dello spazio rimandano a una modalità analitica che affiora dentro l’immagine senza mai irrigidirla. Ne deriva una visione in cui ordine e sensibilità convivono, dove l’intuizione si appoggia a un equilibrio costruito nel tempo.

Su questo terreno prende forma la sua ricerca. Le immagini si aprono a una relazione più ampia tra visione e durata, lasciando emergere un rapporto sottile tra ciò che si offre allo sguardo e ciò che, nello stesso momento, tende a sottrarsi. Volti, architetture, superfici urbane attraversate da segni e presenze si dispongono all’interno di un equilibrio mobile, come se ogni elemento fosse trattenuto per il tempo necessario a essere riconosciuto.

Il percorso si sviluppa lungo diversi decenni e attraversa contesti geografici e culturali eterogenei. L’esperienza brasiliana introduce una variazione significativa nel suo modo di guardare. Il colore si intensifica, lo spazio si apre a contrasti più netti, la presenza umana si inscrive con maggiore evidenza nel paesaggio. Più che un cambio di soggetti, emerge una diversa percezione delle relazioni tra le cose, come se l’immagine diventasse un punto di intersezione in cui elementi distinti entrano in contatto senza annullarsi.

Nel tempo, questa attenzione alla relazione si stabilizza come tratto riconoscibile. Le fotografie instaurano connessioni, accostano situazioni e segni, fanno emergere rimandi che si depositano sulla superficie dell’immagine. Da qui prende forma una costruzione narrativa che procede per accumuli e ritorni, più che per sequenze lineari, lasciando affiorare una memoria che si riorganizza di volta in volta.

Accanto alla pratica fotografica si sviluppa un impegno che nel tempo assume un ruolo sempre più centrale. La fondazione della casa editrice Mediterraneum, l’attività espositiva, i workshop internazionali e soprattutto la nascita del Med Photo Fest delineano un percorso in cui la fotografia diventa anche spazio di condivisione e costruzione culturale. La Mediterraneum Collection raccoglie e conserva questo lavoro nel tempo, configurandosi come un archivio in continua espansione, attraversato da autori, immagini e visioni differenti.

In questo intreccio tra pratica individuale e progettualità culturale si riconosce una continuità che attraversa l’intero suo operare. Guardare oggi il suo lavoro significa confrontarsi con un percorso che ha attraversato tecniche, luoghi e stagioni differenti, mantenendo una coerenza interna sempre percepibile. Fotografia e costruzione di contesti condividono qui una stessa direzione, come due modalità complementari di organizzare l’esperienza visiva.

Ogni immagine si presenta come una porzione di tempo resa visibile, un frammento che rimanda a una durata più ampia. Anche i progetti culturali sembrano muoversi lungo questa stessa linea, dando forma a una memoria che continua a rielaborarsi. L’immagine, in questo orizzonte, resta un campo aperto, capace di riattivarsi a ogni nuovo sguardo.

Se ogni fotografia custodisce una durata e insieme la espone alla possibilità della dispersione, il lavoro di Vittorio Graziano si colloca proprio in questo margine. Nelle immagini si rinnova una domanda che attraversa lo sguardo, là dove la memoria si deposita e l’esperienza si riorganizza nella sua forma piu visibile. 

È qui che prende forma il dialogo che segue. Un confronto che attraversa le tappe di un percorso e si spinge dentro il tessuto stesso del suo sguardo, lungo le direzioni che ne hanno orientato lo sviluppo nel tempo.

Lei ha vissuto per tutta la vita tra rigore ingegneristico e libertà dello sguardo. Queste due dimensioni si sono mai contraddette dentro di lei?

Diciamo che i cosiddetti “rigore ingegneristico” e “libertà dell’immagine da costruire” hanno in comune una scelta mentale e emotiva, che in qualche modo, vengono impiegate in maniera rigorosa attraverso progetti ingegneristici e “libertaria”, quale scelta del soggetto e della composizione fotografica. Mio padre, che è stato il mio “maestro d’arte”, era molto bravo nel disegno e nella composizione grafica, ma anche nella fotografia col suo apparecchio a soffietto degli anni ’50, e proprio da lui ho appreso come disegnare e successivamente come costruire un’immagine fotografica.

 

Quanto pesa la progettazione rispetto all’esperienza diretta del vedere nel momento dello scatto?

La Fotografia spesso è un gioco magico, a volte potendo costruire con calma la scelta delle diverse parti dell’immagine, a volte senza poter perdere tempo nello scatto. L’esperienza e la qualità del soggetto ripreso, vanno insieme, nello stesso momento con la “scelta compositiva” dell’immagine da costruire.

Alcuni fotografano per passare il tempo, altri per raccontarlo. Quando ha capito che per lei la fotografia era un modo per trattenere il tempo?

Il tempo non si può mai trattenere, a volte si rischia di non riuscire a raccontare quello che a volte passa davanti a noi. Tocca al fotografo, a volte anticipare il momento dello scatto, altre volte doverlo ritardare. L’esperienza ci farà comprendere come e quando potere scegliere il momento dello scatto.

Guardando oggi le sue immagini, le riconosce ancora come sue oppure sente che appartengono a un’altra fase della sua vita?

Le immagini scattate al momento, in realtà vivono di una vitalità che cambia nel tempo. Immagini scattate cinquanta anni addietro rimangono immerse nella nostra memoria, e a volte si percepisce un significato che non è più quello del momento dello scatto. E come se l’immagine, nel tempo, abbia avuto la capacità di trasformare quel soggetto in un ricordo o in una diversa e contemporanea visione di quello che siamo oggi, rispetto al passato già trascorso.

La fotografia conserva il tempo oppure lo trasforma?

Ci sono immagini che non si possono perdere più nella nostra memoria, altre che ci trasmettono sensazioni e emozioni con le quali abbiamo convissuto o condiviso con i nostri sogni passati, a volte non più ricordati o abbandonati.

Il Brasile ritorna spesso nel suo percorso. Cosa ha modificato, prima ancora che costruire, nel suo modo di vedere?

Il Brasile per me, a parte la fotografia (che pur tuttavia ha regnato sovrana sia nel primo periodo (fine anni ’70 e inizio anni ’80, nonché nel corso dei tanti viaggi trascorsi fin quasi il nuovo secolo del 2000.

In che modo l’esperienza brasiliana ha influenzato il suo sguardo sulle persone e sul paesaggio?

“La Vita è l’Arte dell’Incontro”, cosi suonava e cantava Vinicius De Moraes.

L’incontro con le persone, l’incontro con la nostra cultura europea e quella del Sudamerica, con le persone, ma anche con gli equilibri e gli squilibri di tutti i giorni e in tutte le circostanze vissute o da vivere.

Certamente il sottoscritto ha compreso, attraverso lo sguardo delle persone e la socialità del “paesaggio umano” che, senza accorgermene, mi avevano trasformato, in pochi anni, in un Vittorio Graziano più consapevole delle scelte che mi hanno condizionato nel tempo.

 

Lei non fotografa mai solo una persona o un paesaggio. Quando capisce che tra elementi diversi “accade” qualcosa da fotografare?

E’ l’istinto che a volte ci aiuta o a volte ci fa sbagliare, si tratta di scelte che ti “entrano dentro” senza potercene accorgercene. A volte il risultato ci aiuta a migliorarci per potere esprimere al meglio il nostro “senso dell’immagine”.

Il momento dello scatto è più vicino a un gesto intuitivo o a una forma di riconoscimento razionale?

E’ necessario appropinquarsi a entrambi, istinto e ragione, convivono sempre, nello stesso momento. Quello che sarà il risultato finale lo potremo sapere solo al momento della visione dell’immagine visionata dopo lo scatto.

 

Lei ha detto di riconoscersi nelle sue fotografie. In quale immagine questo accade con maggiore forza, anche senza la sua presenza diretta?

Mi riconosco (pregi e difetti) attraverso le mie foto. A volte l’immagine definitiva ti sorprende per il proprio significato, costruito al di sopra delle proprie intenzioni, ma a volte l’immagine non ti dirà, né ti darà nulla di quello che hai realizzato.

Quanto della sua biografia entra nelle immagini, anche in modo non esplicito?

Ricordo le foto che mio padre scattava in famiglia, soprattutto d’estate, ad Acicastello, in villeggiatura, e io, quasi sempre in costumino, o in pagliaccetto o in pigiamino. Erano gli anni ’50, ricco di ricordi e di commemorazioni.

 

A un certo punto si è allontanato dalla fotografia. È stata una distanza necessaria o una forma di discontinuità interiore?

I momenti di allontanamento, come per tutte le attività di tipo creativo, hanno la necessità di cambiare e trovare sempre nuove forme di conoscenza ma soprattutto di ritornare a studiare quello che in origine era soltanto un passatempo o una maniera di affrontare e lavorare di istinto. Con il tempo e con le nuove tecnologie tutto è cambiato. A volte si rende necessario allontanarsi e aspettare che qualcosa di nuovo e più importante ci possa aiutare a trovare nuove emozioni.

Il Med Photo Fest nasce anche da un momento di disillusione. Cosa mancava alla fotografia che praticava allora?

In realtà già nei primi anni del nuovo secolo, sentivo la necessità di cambiare qualcosa che non mi appassionava più, nonostante le diverse possibilità di frequentare mostre e gallerie dedicate alle “fotografie da Autore”. Ebbi l’opportunità di andare un paio di volte a Corigliano Calabro e con enorme sorpresa ho avuto modo di incontrare e conoscere di presenza molti fotografi italiani e stranieri, e naturamente di apprezzare le varie mostre personali e collettive organizzate dal Direttore Artistico del festival, Gaetano Gianzi, con il quale diventammo amici.

Da lì è nata l’idea di realizzare un festival fotografico, a Catania, sede principale del nuovo evento (unitamente ad altre località della Sicilia orientale), iniziato nell’autunno del 2009 e giunto quest’anno alla diciottesima edizione, sempre presenti, anche nell’anno del Covid (2020).

E adesso stiamo studiando e preparando, infatti, il MED PHOTO FEST 2026

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Nelle sue immagini emerge spesso una componente ironica. È un modo per leggere il mondo o per metterlo in discussione?

A me è sempre piaciuto “leggere” a mio modo molti dei dettagli, casualmente sui muri delle città, quasi in competizione con chi stia passando sotto un cartellone pubblicitario o a spasso per la città. Molte delle mie immagini fotografiche sono da ritenersi ironiche, a volte comprensibili, a volte casuali.

 

Oggi la fotografia conserva ancora questa capacità di ironia?

Tutto dipende dal fotografo e dalle sue scelte, soprattutto quelle “emozionali” e “iconiche”. A volte all’ironia si può supplire con una doppia interpretazione del racconto fotografico, ma si tratta di casi particolari. Tutto dipende dal fotografo e dalla sua capacità di esprimersi attraverso una sorta di “scrittura fotografica”.

Si è definito un bambino solitario. La fotografia è stata una forma di uscita da quella condizione o un modo per abitarla diversamente?

Chiaramente la mia Silette mi ha molto aiutato e stimolato a percepire il mondo, appartenente ai i miei familiari ma anche attraverso le feste con i compagni di scuola.

Sta costruendo un archivio e una collezione importante. È un modo per conservare la fotografia o per costruire una memoria personale e collettiva?

Stranamente Catania non detiene un archivio fotografico storico, vero e proprio, soprattutto con le immagini dei grandi autori. Un po’ alla volta, con molta pazienza e passione nel corso di una decina di anni abbiamo raccolto oltre millecinquecento fotografia di oltre cinquecento autori. Così è nato il nostro archivio fotografico “Mediterraneum Collection”. Abbiamo bisogno di una sede importante e chissà se il Comune di Catania possa darci una mano.

Che cosa significa per lei “lasciare traccia” attraverso le immagini?

Non dimenticarsi mai dei ricordi più belli e intensi, ma anche delle sofferenze dovute per tutte le difficoltà che siamo riusciti ad evitare con le immagini che ci accompagneranno sempre, sapendo di poterle sempre ricordare con affetto.

 

Dopo cinquant’anni di fotografia, c’è ancora qualcosa che l’immagine non è riuscita a dirle?

Se l’immagine me lo chiedesse, vuol dire che il tempo non è del tutto trascorso.

 

La prossima edizione del Med Photo Fest 2026 è già in piena programmazione e si inserisce nella XVIII edizione internazionale, che segna un ulteriore passaggio nella continuità del progetto. In questo quadro, quanto il festival riesce oggi a mantenere e al tempo stesso ridefinire la propria identità nel panorama della fotografia contemporanea?

Speriamo di andare avanti al meglio, nel frattempo continueremo a continuare quello che avevamo iniziato a costruire, quasi vent’anni addietro

Esiste un filo di continuità riconoscibile tra le prime edizioni e quella che si prepara per il 2026, oppure il progetto ha assunto nel tempo nuove direzioni?

Certamente c’è una certa narrazione tra le prime e le ultime edizioni, che si basano tutte sull’importanza di fare conoscere le opere fotografiche e i lavori di molti tra i fotografi più importanti, italiani e stranieri, ma anche e soprattutto per molti giovani e promettenti nuovi autori.

 

Che ruolo attribuisce oggi al festival nel panorama della fotografia internazionale, soprattutto in relazione ai mutamenti dei linguaggi e dei supporti?

C’è solo una riposta (in senso letterario): “chi vivrà vedrà. Ovviamente avremo sempre bisogno della collaborazione e della capacità illustrativa di chi ama, apprezza e sa costruire quella che è e sarà nel tempo futuro la “fotografia”, la vera “fotografia”. Vedremo…

 

 

Nel corso degli anni, il lavoro di Vittorio Graziano ha suscitato l’attenzione e la riflessione di numerosi studiosi e interpreti della fotografia, che ne hanno attraversato le immagini da prospettive differenti, contribuendo a delinearne la complessità. Tra questi, Ferdinando Scianna, Pippo M. Pappalardo, Giuseppe Cicozzetti, Sonia Loren, Federica Alba Di Raimondo, Enzo Gabriele Leanza, Carlo Guarrera e Marcella Strazzuso. Voci diverse, per formazione e sensibilità, che nel tempo hanno riconosciuto, ciascuna a proprio modo, la qualità e la persistenza di uno sguardo capace di interrogare la realtà nelle sue molteplici forme.