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Interviste

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Tra la soglia del reale e il respiro del sogno – L’universo visivo di Christine Selzer

 

Tra la soglia del reale e il respiro del sogno

 

L’universo visivo di Christine Selzer

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |11|Aprile|2025|

 

Nel lavoro di Christine Selzer, la fotografia si fa alchimia silenziosa. Le sue immagini nascono come istanti catturati ma si espandono, si trasformano, si sfumano in visioni che non appartengono né pienamente al reale né del tutto all’immaginario. C’è un confine sottile che Selzer percorre con maestria: quello tra la fotografia intesa come documento del reale e la fotografia come apertura a un altrove sensibile e concettuale. Un confine che lei lambisce, ma non oltrepassa mai con prepotenza.

Le sue elaborazioni digitali non gridano, non cancellano la natura dell’immagine. Semmai la avvolgono, come una nebbia che lascia intravedere l’ossatura della realtà mentre la trasfigura in qualcosa di profondamente altro. In questo spazio sospeso, le sue opere diventano materia del sogno: colori che sembrano trattenere un respiro, sfumature che galleggiano nel silenzio, e sempre – immancabile – la figura umana, presenza meditata e mai casuale. L’essere umano nei suoi scatti è concetto, non semplice soggetto: è riflesso, simbolo, a volte totemico, a volte effimero.

C’è un senso di mistero, ma mai di caos. Ogni immagine è costruita con attenzione, con una poetica visiva che parla di visioni interiori, di narrazioni non dette ma suggerite. Selzer non racconta storie lineari, ma evoca stati dell’anima. Le sue fotografie sono luoghi abitati da silenzi eloquenti, da intuizioni visive che richiamano l’inconscio, forse anche il suo passato da studiosa di psicologia.

Eppure, il suo stile è anche profondamente contemporaneo, audace, e innovativo. Non cede a cliché né a formule riconoscibili. L’estetica che propone non cerca l’approvazione ma l’evocazione. C’è qualcosa di profondamente personale nel suo modo di vedere e reinterpretare il mondo – un tocco che riconduce sempre a lei, anche quando i volti sono altri, anche quando i corpi si fanno ombre, simboli, presenze astratte.

L’artista si fa portavoce di esperienze visive che non si esauriscono nello sguardo, ma lo superano, lo espandono. Le sue immagini non chiedono solo di essere osservate: chiedono di essere abitate, ascoltate, respirate. Ci invita a guardare, sì, ma anche a sostare — nel silenzio e nella sospensione — a sentire con gli occhi e con la pelle. A rimanere in equilibrio, come lei, su quella soglia sottile e incantata dove la fotografia smette di essere semplice rappresentazione e si fa pensiero incarnato, visione poetica, materia viva che pulsa al ritmo del non detto.

 

 

 

 

In Christine Selzer’s work, photography becomes silent alchemy. Her images are born as captured moments but expand, transform, fade into visions that belong neither fully to the real nor entirely to the imaginary. There is a thin line that Christine Selzer masterfully travels: that between photography understood as a document of the real and photography as an opening to a sensitive and conceptual elsewhere. A line that she grazes, but never oversteps forcefully.

 

Her digital processing does not shout, does not erase the nature of the image. If anything, it envelops it, like a fog that allows a glimpse of the skeleton of reality while transfiguring it into something profoundly different. In this suspended space, her works become the stuff of dreams: colors that seem to hold a breath, shades that float in silence, and always – unfailingly – the human figure, a thoughtful and never casual presence. The human being in her shots is a concept, not a simple subject: it is a reflection, a symbol, sometimes totemic, sometimes ephemeral.

 

There is a sense of mystery, but never of chaos. Each image is carefully constructed, with a visual poetics that speaks of interior visions, of unspoken but suggested narratives. Selzer does not tell linear stories, but evokes states of the soul. Her photographs are places inhabited by eloquent silences, by visual intuitions that recall the unconscious, perhaps even her past as a psychology scholar.

 

Yet, her style is also profoundly contemporary, bold, and innovative. It does not give in to clichés or recognizable formulas. The aesthetics she proposes do not seek approval but evocation. There is something deeply personal in her way of seeing and reinterpreting the world – a touch that always leads back to her, even when the faces are others, even when the bodies become shadows, symbols, abstract presences.

 

Christine Selzer becomes the spokesperson of visual experiences that are not exhausted in the gaze, but surpass it, expand it. Her images do not only ask to be observed: they ask to be inhabited, listened to, breathed. She invites us to look, yes, but also to pause — in silence and suspension — to feel with our eyes and skin. To remain in balance, like her, on that thin and enchanted threshold where photography ceases to be simple representation and becomes embodied thought, poetic vision, living matter that pulsates to the rhythm of the unsaid.

 

 

 

 

 

 

Di seguito, l’intervista all’artista, che ci permette di approfondire il suo percorso e comprendere meglio la visione che guida il suo lavoro fotografico.

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai
iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento
particolare che ti ha spinto verso l’arte?

Nessun evento
particolare. Il mio percorso nell’arte è iniziato quando avevo circa cinque
anni. Essendo figlia unica, mi chiudevo nella mia stanza impegnata in attività
che andavano dal truccare le mie bambole, alla creazione di manufatti con
plastilina o carta, alla pittura e al disegno.

 

 

Qual è il tema o il
messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Non cerco di fare nulla.
Cosa emerge inconsciamente dal mio lavoro, di solito è un trauma infantile, una
sensazione di soffocamento, un’intensa femminilità e un amore per i colori
intensi, che spesso assumono una sensazione tridimensionale, anche nella
creazione di immagini bidimensionali.

 

 

Come descriveresti il
tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?

Posso dire che il mio
stile artistico si esprime attraverso la tecnica mista. Nel corso del tempo si
è evoluto nell’imaging digitale. Tuttavia, di tanto in tanto disegno o dipingo.

 

 

La tua esperienza
spazia dalla fotografia alla psicologia, passando per il trucco e lo styling.
Come queste diverse discipline influenzano il tuo approccio alla creazione di
immagini digitali e alla fotografia?

Il mio lavoro è
influenzato dalla fotografia, dalla pittura, dalla scultura, dalla moda, dalla
make-up art, così come dalla psicologia, dalla filosofia e dalla spiritualità.
Insomma tutto ciò che mi definisce nel suo insieme, come personalità.

 

 

 

Hai lavorato in
diversi paesi e contesti artistici. In che modo il trasferimento a New Orleans
ha influenzato la tua visione artistica e la tua sperimentazione creativa?

New Orleans è quella che
si potrebbe descrivere come la città senza età. Gran parte della vita di New
Orleans si esprime nel jazz, nel blues e nella musica rock. E i colori! Gente
colorata, sfilate e architetture. Ci si può sentire senza età lì. La musica, i
colori e il senso di libertà hanno influenzato il mio lavoro.

 

 

Essendo anche
un’insegnante certificata di Kundalini Yoga, trovi connessioni tra la pratica
dello yoga e il tuo processo creativo nella fotografia e nell’arte digitale?

Certamente. Lo yoga e la
meditazione richiedono una sorta di concentrazione. La stessa attenzione è
richiesta da tutto ciò che è creativo. Dal cucinare e dal giardinaggio a quella
che chiamiamo arte. Impegnarsi in queste attività è vivere il momento presente.
È una meditazione attiva.

 

 

 

Quali sono le
principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o
esperienze personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?

Tutta l’arte
contemporanea, ma anche artisti come J.M.W Turner, agli impressionisti,
fotografi come Man Ray, Walker Evans, Irving Penn così come la Pop art di
Warhol e l’arte Kitsch di Jeff Coons e molti altri, sono fonte di ispirazione.
Trovo confuso descrivere la mia visione. È quello che è…. Immagino
un’amatalizzazione di tutta l’arte sperimentata in tutte le forme.

 

 

 

Qual è il
processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o
rituali a cui sei particolarmente affezionata?

Non credo ci sia un
processo particolare. È un bisogno. Non appena ne sento il bisogno, creo. Per
quanto riguarda le tecniche, tutti i media mi interessano e possono essere
incorporati nel mio lavoro.

 

 

 

Come scegli i soggetti
o le scene da immortalare? Segui un’intuizione momentanea o c’è sempre una
pianificazione dietro ogni scatto?

Quando mi dedico alla
fotografia pura, c’è un concetto non ancora formato che guida la mia macchina
fotografica. Questo concetto si realizza quanto la foto è presa. A volte, è solo
bellezza. Bellezza del paesaggio, bellezza degli animali, bellezza umana.
Quando mi dedico alla creazione di immagini digitali o al collage, inizio con
un’immagine che suona un campanello nella mia mente subconscia, e poi inizio a
costruire attorno ad essa. Niente è premeditato. È un processo in evoluzione.

 

 

Come vivi il rapporto
tra l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone
influenzano il tuo lavoro?

Quando le persone vedono
qualcosa nel mio lavoro che risuona con loro, si crea un legame umano. Emerge
qualcosa che ho in comune con gli altri. Questo rende la vita meno solitaria. È
il modo in cui mi connetto principalmente con le altre persone.

 

 

 

Che ruolo ha la
tecnologia (fotocamere, software di post-produzione) nel tuo processo creativo
e nella creazione delle tue opere fotografiche?

Una buona machina
fotografica è ovviamente molto importante, ma per il tipo di lavoro in cui mi
impegno, il software di post-produzione è ancora più importante. Poiché il mio
lavoro si basa spesso sulla stratificazione di immagini per creare compositi o
sul taglio di parti di una o più immagini per creare collage, ho bisogno di un
buon programma software su cui lavorare. Il fatto che non mi interessi
principalmente rappresentare la realtà ma rappresenti una realtà che creo,
anche gli effetti e i filtri sono significativi. In breve, saper utilizzare
questi strumenti è di grande importanza.

 

Come vedi il ruolo
dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in
qualche modo a questo ruolo?

Il ruolo dell’arte nella
società contemporanea è importante come lo è sempre stato. Soprattutto quando
gli artisti hanno smesso di aver bisogno dell’arte per rappresentare la realtà
a causa dell’invenzione della fotografia, l’arte contemporanea è significativa
nel rappresentare i nostri sogni, i nostri stati d’animo psicologici, le nostre
convinzioni e nell’aumentare la coscienza in questioni sociologiche, politiche,
filosofiche e tutto ciò che ci riguarda come esseri umani.Vorrei credere che il
mio lavoro contribuisca in qualche modo.

 

Quali sono le maggiori
difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate?

La difficoltà più grande
è stata me stessa. La mancanza di fiducia e la paura di essere rifiutata ai
primi passi, hanno contribuito a non essere disposta a mostrare il mio lavoro a
un vasto pubblico. Il modo in cui li ho superati è stato attraverso la
conoscenza di me stessa e la perseveranza nelle mie convinzioni. Il mio
percorso spirituale, però, potrebbe aver il ruolo più grande.

 

 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

La descrizione di Maria
Di Stasio della portata di questa mostra mi esprime totalmente, ed è quello che
mi aspetto da essa. 
La profondità dell’arte,
la sua universalità, la sua varietà di espressione sensoriale, i temi toccanti
che indagano in profondità nelle nostre emozioni, trasformando l’esperienza
negativa e il trauma in qualcosa di bello, il coraggio e il rifugio che l’arte
dà ai suoi creatori, l’importanza dell’autenticità che ci definisce veramente,
comprese le nostre emozioni oscure e il coraggio di affrontarle, l’interscambio
di varie realtà che uniscono gli artisti che è in accordo con la mia
convinzione che la condivisione dell’arte può rendere la vita meno solitaria,
mi hanno spinto a partecipare a questa mostra. Credo davvero che stare tra
artisti che esprimono la loro verità, contribuisca alla nostra crescita
personale.

 

 

Quali progetti o
obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti
esplorare?

C’è sempre un percorso
che gli artisti dovrebbero seguire, essendo in un processo in continua
evoluzione. Man mano che maturiamo, ci aspettano nuove sfide. Qualunque siano
queste sfide, definirò gli ambiti e le temiche che voglio esplorare.

 

 

Between the threshold of reality and the breath of dream
 
Christine Selzer’s visual universe
 

Can you tell us how you started your
artistic journey? Was there a particular moment or event that pushed you
towards art?

-No particular event. My journey in art
started when I was about five years old. Being an only child, I used to lock
myself up in my room engaging in activities from putting make up on my dolls,
to creating artifacts with plasticine or paper, painting and drawing.

 

What is the main theme or message that
you try to communicate through your work?

I do not try to do anything. What emerges subconsciously
from my work, is usually childhood trauma, a feel of suffocation, intense
femininity, and a love for intense colors, often taking a three-dimensional
feel, even in two dimensional image making.

 

How would you describe your art style
and how it has evolved over time?

I can say that my artistic style is
expressed by mixed media. Over time it evolved into digital imaging. However, I
still occasionally draw or paint.

 

Your experience ranges from photography
to psychology, through makeup and styling. How do these different disciplines
influence your approach to digital image-making and photography?

My work is influenced by photography,
painting, sculpture, fashion, make-up art, as well as from psychology,
philosophy and spirituality. In short all that defines me as a personality.

 

You have worked in different countries
and artistic contexts. How has moving to New Orleans influenced your artistic
vision and creative experimentation?

New Orleans is what one could describe the
city of no ages. So much of New Orleans life is expressed in jazz, the blues,
and rock music. And colors! Colorful people, parades and architecture. One can
feel ageless there. Music, colors and a sense of freedom influenced my work.

 

 

 

 

Being also a certified Kundalini Yoga
teacher, do you find connections between yoga practice and your creative
process in photography and digital art
?

 

Certainly. Yoga and meditation require a certain focus. The same
focus is required by everything creative. From cooking and gardening to what we
call art. Engaging in these activities is living in the present moment. It is
active meditation.

 

What are the main sources of inspiration
for your work? Are there any artists, movements or personal experiences that
have particularly influenced your vision?

All contemporary art, but also artists
like J.M.W Turner to the impressionists, photographers like Man Ray, Walker
Evans, Irving Penn as well as Warhol’s Pop art and Jeff Coon’s Kitsch art plus
many others, are a source of inspiration. I find it confusing to describe my
own vision. It is what it is…. I guess an amalgamation of all experienced art
of all forms.

 

What is the creative process you follow
to create your works? Are there any techniques or rituals you are particularly
fond of?

I don’t think there is a particular
process. It is a need. As soon as I feel the need, I create. As far as
techniques are concerned, all media interest me and can be incorporated into my
work.

 

How do you choose the subjects or scenes
to be immortalized? Do you follow a momentary intuition or is there always a plan
behind every shot?

When I engage in pure photography, there
is some unformed concept that leads my camera. Sometimes, it is just beauty.
Landscape beauty, animal beauty, human beauty. When I engage in digital image
making or collage, I start with an image that rings a bell to my subconscious
mind, and then I start constructing around it. Nothing is premeditated. It is
an evolving process.

 

How do you experience the relationship
between art and the public? How do people’s feedback or reactions affect your
work?

 

When people see something in my work that
resonates with them, there is a human bond created. Something that I have in common
with others emerges. This makes life less lonely. It is how I mainly connect
with other people.

 

What role does technology (cameras,
post-production software) play in your creative process and in the creation of
your photographic works?

A good camera is of course very
important, but for the kind of work I engage in, the post-production software
is even more important. As my work is often based on layering images to create composites
or cutting parts of one or more than one image to create collages, I need a
good software program to work on. The fact that I am not mainly interested in
depicting reality but to represent a reality that I create, effects and filters
are also significant. In short, knowing how to use these tools is of great
importance.

 

How do you see the role of art in
contemporary society? Do you think your work contributes in any way to this
role?

The role of art in contemporary society is
as important as it always was. Especially when artists stopped needing art to
represent reality because of the invention of photography, contemporary art is
significant in representing our dreams, our psychological states of mind, our
beliefs as well as raising consciousness in sociological, political,
philosophical matters and all that concerns us as humans. I would like to
believe that my work contributes in some way.

 

What are the biggest difficulties you
have faced as an artist and how did you overcome them?

The biggest difficulty has been my own
self. A lack of confidence and a fear of rejection at my first steps,
contributed to my not being willing to show my work in a large audience. The
way I overcame them was through self-knowledge and perseverance in my beliefs.
My spiritual path though, may have played the greatest role.

 

 

Currently you are one of the artists
selected for Everland Art – Research Paths, the event organized by Maria Di
Stasio’s cultural association Athenae Artis, which will be held from April 26
to May 3 at the ‘IL LEONE’ Art Gallery. What prompted you to participate in
this exhibition and what are your expectations regarding this experience? What
aspects do you think can enrich your artistic path and contribute to your
creative growth?

Maria Di Stasio’s description of the
scope of this exhibition expresses me totally and is what I expect from it. The
depth of art, its universality, it’s variety of sensory expression, touching
themes that search deep into our emotions, transforming  negative experience and trauma into
something  beautiful, the courage and
refuge art gives to its creators, the importance of authenticity that truly
defines us, including our obscure emotions and the courage to face them, the
interchange of various realities that bring artists together which is in
accordance to my belief that sharing art can make us feel less lonely, prompted
me to participate to this exhibition. I truly believe that being among artists
that express their truth, adds to our personal growth.

 

What projects or goals do you have for
the future? Are there any new areas or themes you would like to explore?

There is always a path that artists should
pursue, being in an ever-evolving process. As we mature, new challenges are to
be faced. Whatever these challenges will be, they will define the areas and
themes I want to explore.

 
 
 
 
 
Contatti
 
Email lentzouchr@yahoo.com
Instagram chrislselzer
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Christine Selzer è nata ad Atene, Grecia. Dopo aver conseguito il diploma presso il Lycée Français Orsoline di Atene, ha frequentato il Deree, l’American College of Atene, dove ha studiato psicologia per quattro anni. Tuttavia, la sua vera vocazione era orientata verso le arti, quindi si è trasferita a Londra, Regno Unito, per studiare trucco professionale per teatro, TV e cinema alla Makeup Academy. Successivamente, ha frequentato il Croydon College, dove ha studiato belle arti per quattro anni.

Dopo gli studi, Christine è tornata in Grecia, dove ha preso in gestione l’azienda di famiglia specializzata in moda maschile su misura, importando prodotti dall’Italia per 22 anni. Allo stesso tempo, ha lavorato come truccatrice, stilista e fotografa per gruppi musicali e attori. Tuttavia, con l’arrivo della crisi economica in Grecia, ha chiuso lentamente l’attività.

Nel 2011, Christine si è sposata con il fotografo Louis Selzer e si sono trasferiti negli Stati Uniti. Prima a New Orleans, dove ha ripreso la sua carriera artistica e fotografica, diventando artista multimediale. Nel 2013 ha ottenuto la certificazione come insegnante di yoga e suonatrice di gong nel New Mexico, e, al suo ritorno a New Orleans, ha aperto il suo studio di yoga, dove ha insegnato per cinque anni. Nel 2016, i Selzer si sono trasferiti a Washington, DC, dove vivono attualmente, continuando a realizzare immagini digitali.

Christine parla correntemente inglese, francese, italiano e greco.

 

 
 
 

 

Christine Selzer, was born in
Athens-Greece. She graduated from the French Ursuline Nun High School in
Athens, Greece. She attended Deree, the American College in Athens, where she
studied psychology for four years. As her vocation was mainly towards the arts,
she subsequently went to London, UK, where she studied professional Makeup for
stage, TV, and film at the Makeup Academy, and afterwards, attended Croydon
College, where she studied fine arts for four years.

After her studies, she returned to Greece,
where she took over the family business, which dealt with high-quality
made-to-measure men’s fashion, importing from Italy for 22 years. At the same
time, she worked as a makeup artist, stylist, and photographer for musical
groups and actors.

When the big financial crisis hit Greece,
she slowly but surely closed the business down. In 2011, she got married to
photographer Louis Selzer, and they moved to the United States of America.

First, they moved to New Orleans, where
Christine took up art and photography again, becoming a multimedia artist. In
2013, she also got certified as a yoga teacher and gong player in New Mexico,
and upon her return to New Orleans, she opened a studio where she taught yoga
for five years. In 2016, they moved to Washington, DC, where she still lives,
making digital images until today. She is fluent in English, French, Italian,
and, of course, Greek.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 
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Interviste

Tracce d’anima su tela – Conversazione con Roberta Baldassano

 

Tracce d’anima su tela

Conversazione con Roberta Baldassano

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |09|Aprile|2025|

 

Con un passato nel mondo della moda e una lunga esperienza come educatrice, Roberta Baldassano ha trasformato la sua sensibilità artistica in un percorso ricco di sperimentazione, libertà espressiva e profonda introspezione. 

La sua ricerca, maturata nel tempo tra colori, materiali e visioni interiori, è una continua oscillazione tra rigore e impulso, tra la precisione del figurativo e la potenza liberatoria dell’astratto. 

Dai murales per l’infanzia alle opere più recenti, cariche di stratificazioni emotive e tensioni gestuali, la pittura di questa artista racconta un’anima in costante movimento, alla ricerca di un linguaggio autentico e personale. In questa intervista ci accompagna nel suo universo fatto di intuizioni notturne, esperienze trasformative e colore vissuto come mezzo per dare forma all’invisibile. Ogni opera diventa così uno spazio aperto, un invito a lasciarsi attraversare, un dialogo silenzioso tra artista e spettatore.

 

 

 

 

 

 

Per approfondire il suo linguaggio visivo e il rapporto tra arte e vita, le abbiamo chiesto di raccontarsi.

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo
percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha
spinto verso l’arte? 

Il mio percorso artistico, in senso stretto, è cominciato
due anni fa, ma in realtà è da quando ero piccola che amo l’arte: mi è sempre
piaciuto disegnare, sia a casa che a scuola, dove ad educazione artistica avevo
voti alti. All’età di circa 20 anni, dopo le scuole superiori, mi iscrivo ad un
corso triennale di stilismo di moda, conseguendo l’attestato di stilista, ma la
vita mi porterà ad intraprendere altre strade. Una di queste è quella legata al
mondo del sociale e, dopo un corso triennale, conseguo l’attestato di educatore
professionale. Comincia così una lunga carriera (di circa 20 anni) di
educatrice negli asili nido, presso i quali oltre ad occuparmi dei bambini,
creerò murales con tematiche legate al mondo dell’infanzia. Nella mia vita ci
sarà un altro cambiamento e, dopo aver fatto il corso di operatore socio
sanitario, comincerò a lavorare in ospedale, dove tutt’ora lavoro. Il passaggio
dagli asili nido all’ ospedale, mi ha portato un po’ ad accantonare l’arte; poi
tra il 2019 e il 2020 conosco l’artista Valerio Toninelli (pittore, scultore di Pistoia) e si riaccende l’amore, mai sopito, per l’arte. Comincio a fare
qualche quadro, prediligendo lo stile astratto. Nel 2023 partecipo alle colonie
artistiche in Serbia e Romania, dove, in cambio di vitto e alloggio,
l’associazione culturale che ti ospita, ti fornisce tele e colori; le opere che
vengono create dagli artisti rimangono di proprietà della suddetta
associazione. Dal 2024 ad oggi ho partecipato a diverse mostre e concorsi
nazionali ed internazionali e prossimamente ci saranno altri eventi artistici
ai quali parteciperò.

 

 

 

Qual’è il tema o il messaggio principale che
cerchi di comunicare attraverso le tue opere? 

Attraverso le mie opere
(principalmente astratte) vorrei che l’osservatore proiettasse le proprie
emozioni, più che comunicare qualcosa io, ma in realtà è impossibile la non
comunicazione. Inconsciamente, anche con l’astrattismo, si esprime gli stati
d’animo: si esprime l’inesprimibile e si rende visibile l’invisibile. Sovente
l’essere umano tende all’astrazione e, l’astratto, quindi, rappresenta una
chiave capace di aprire le porte dell’anima e della psiche.

 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come
si è evoluto nel corso del tempo? 

Il mio stile artistico lo paragonerei ad un
animale che, per molto tempo, è stato in cattività, ristretto in degli spazi,
ma che oggi vuole uscire fuori dalle righe; in passato, con i murales, il mio
stile era quello figurativo, dove i temi da me disegnati, richiedevano
precisione e proporzione… oggi vivrei tutto ciò come una costrizione e cerco
di “fuggire” da tutto ciò, ma, a volte, in alcuni momenti, ricado nei
vecchi schemi, senza volere. Ciò mi disturba, perché vorrei vivere l’arte come
un momento di libertà, senza tensione. Il paragone, forse è un po’ azzardato,
ma paragono la mia voglia di fare arte ad un ballo costituito da movimenti
liberi, non come quei balli dove ti insegnano i passi e quelli devi fare. Oggi
vorrei dipingere, per il mero gusto di spargere il colore su una tela o un
foglio, come un bambino…

 

 

Il tuo percorso artistico è partito dal mondo
della moda per poi evolversi verso l’espressionismo astratto. Come pensi che la
tua esperienza nel campo della moda abbia influenzato il tuo approccio alla
pittura, soprattutto per quanto riguarda l’uso del colore e della forma? 

Ogni
nuova esperienza che facciamo, ci arricchisce, anche se non sempre avviene a
livello conscio. L’esperienza nel campo della moda, mi è servita, soprattutto,
quando creavo i murales negli asili nido, per le proporzioni delle figure umane
e non che ricreavo sulle pareti dei muri.

 

 

 

Nelle tue opere emerge una continua tensione tra
l’impulso emotivo e la necessità di ordine. Come riesci a coniugare queste due
forze apparentemente opposte nel processo creativo? È un equilibrio che si
sviluppa durante il lavoro o è qualcosa di premeditato? 

Confermo ciò che
emerge, ovvero la continua tensione tra l’impulso emotivo e la necessità di
ordine. La coniugazione di queste due forze apparentemente opposte, non è, per
me, di facile gestione nel processo creativo. Di premeditato non c’è molto e,
quindi, questo equilibrio si sviluppa, principalmente, durante il lavoro.

 

 

Sembri avvertire una forte ambivalenza tra
ordine e caos, che si riflette nel tuo lavoro. Come descriveresti la tua
visione dell’arte in relazione alla vita e alla tua evoluzione personale? Pensi
che l’arte sia per te un mezzo di auto-esplorazione, di comprensione del mondo,
o entrambe le cose? 

Diciamo che l’ambivalenza tra ordine e caos non si riflette
solo nell’arte, ma anche nella mia vita quotidiana. In realtà non sempre riesco
a coniugare queste due forze, apparentemente opposte nel processo creativo. È
una lotta interna continua. In merito al secondo punto di questa domanda, io
penso che l’arte sia uno strumento per esplorare se stessi, sia uno strumento
per comprendere il mondo.

 

 

 

Quali sono le principali fonti di ispirazione
per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno
influenzato particolarmente la tua visione? 

Non ci sono delle precise fonti di
ispirazione, anche se mi piace molto Kandinsky e Pollock. L’astrattismo mi
attrae particolarmente, perché non ci sono dei vincoli stretti, ai quali
attenersi, già ce ne sono abbastanza nella vita quotidiana. L’ispirazione può
venire vedendo un colore, oppure, durante il dormiveglia della notte, può
nascere un’idea da realizzare sulla tela.

 

Qual’è il processo creativo che segui per
realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente
affezionato? 

Non seguo un processo creativo vero e proprio per realizzare le
mie opere e neppure delle tecniche precise; mi piace sperimentare e quando non
riesco ad ottenere l’effetto voluto, cerco altre strade e può capitare che
stravolga tutto.

 



 

Preferisci lavorare su tela in solitudine o
trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Preferisco di gran lunga lavorare su tela in solitudine, ma mi è piaciuto,
anche, lavorare in contesti collettivi come è accaduto nelle colonie artistiche
in Serbia e Romania.

 

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico?
In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

L’arte rappresenta uno strumento di comunicazione, rappresenta un ponte tra
artista e pubblico. Sicuramente il feedback positivo del pubblico fa sempre
piacere, ma, anche le eventuali critiche non positive, fanno riflettere,
crescere… fanno da stimolo.

 

 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che
consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia? 

L’opera più significativa, per me, è una tra le prime realizzate, dal titolo
Arcobaleno“, con la quale ho partecipato alla mostra
Visioni“, presso il tempio di Pomona, a Salerno, nel dicembre 2024.
È un’opera realizzata su tela, con acrilico e misura 80×70. Con quest’opera ho
ricevuto il “Premio radio retetop95”. Prossimamente sarò ospite della
suddetta radio, dove verrò intervistata dal critico e storico dell’arte Mariangela Bognolo.

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società
contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo
ruolo? 

L’arte nella società contemporanea, come nel passato, ha sempre avuto
una rilevante importanza. Guai se non esistesse l’arte: l’arte è vita ed è
importante per lo spirito; attraverso di essa l’artista esprime e l’osservatore
proietta se stesso guardandole. L’arte è terapeutica, sia per l’artista che
offre l’opera, sia per chi fruisce di quell’opera. Il pittore Edgar Degas (nato
nel 1834, morto nel 1917) indagava sul potere che suscitava l’arte sulle
persone e lui diceva che “l’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere
agli altri”. Quello che io vedo in un quadro, non è detto che sia la
stessa cosa che stai vedendo te. Questo succede, particolarmente, con l’arte
astratta. L’arte smuove qualcosa nella nostra anima e ci può rivelare dei
segreti che, da soli, non siamo in grado di cogliere. Per quanto riguarda il
secondo punto della domanda, spero che, anche la mia arte, contribuisca in
qualche modo, a far sì che ciò di cui abbiamo parlato prima, avvenga… certo
non sta a me dirlo.

 

 

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai
affrontato come artista e come le hai superate? 

Le difficoltà fanno parte della
vita e l’arte è una parte della mia vita e quindi, anche in questo ambito, ci
sono delle sfide da affrontare. Ad esempio, qualche volta mi è capitato di
accettare di partecipare ad ad alcune mostre dove, all’artista, viene imposto
un tema e a quello si deve attenere e non sempre è facile trovare l’ispirazione
e, quindi, lo sforzo richiesto è maggiore.

 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Ciò che mi ha spinto a partecipare a questa mostra, oltre che per
soddisfare un mio personale piacere, è stata la professionalità che ho
riscontrato nell’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio. Le
mie aspettative, riguardo a questa esperienza, è che la mia opera possa
piacere, suscitando emozioni e stupore.

 

 

 

In che modo hai deciso di presentare la tua arte
all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre?
Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse? 

Ho deciso di presentare, all’interno di questo
percorso espositivo, l’opera dal titolo “Cadono gocce d’acqua, come perle di
vita sul vetro della finestra
“. Questa è un’opera che ho già presentato,
qualche mese fa, in occasione del progetto artistico internazionale (tema:
“goccia d’acqua, goccia di vita”) inserito nel Festival Internazionale Letterario Pilf, promosso dalla Writers Capital International Foundation. Per quanto riguarda il processo creativo che mi ha guidato per
realizzare quest’opera è stato quello della sperimentazione, che mi ha portato
ad usare tecniche e materiali particolari, come la china, pigmenti in polvere, ecc.
Quello che vorrei trasmettere attraverso quest’opera è la preziosità
dell’acqua, rappresentandola in maniera un po’ originale e alternativa.

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci
sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare? 

Per il futuro spero di
migliorare come artista, spero che la mia creatività e l’ispirazione siano
sempre accese come una fiamma viva. I nuovi ambiti che vorrei esplorare sono
legati alle varie tecniche: adoro la sperimentazione e mi piacerebbe usare
nuovi materiali come gli acquarelli, i colori ad olio, ecc.

 

 

 

Contatti

 

Email roby.b1371@gmail.com

Facebook Roberta Baldassano

 

 

 

 

 

 

Roberta Baldassano nasce a Siena il 13 gennaio 1971. Fin da giovane manifesta un forte interesse per le arti visive, che la porta a frequentare un corso triennale di moda, conseguendo l’attestato di stilista. Parallelamente, coltiva una profonda sensibilità educativa, lavorando per vent’anni come educatrice in asili nido, dove unisce creatività e impegno pedagogico, decorando gli spazi con murales ispirati all’immaginario infantile.

Alla fine del 2020 entra in contatto, tramite i social, con il maestro Valerio Toninelli, che incontra di persona nel maggio 2021 nella sua casa-museo di Pistoia. Da quel momento nasce un intenso rapporto di confronto e apprendimento, durante il quale Toninelli le trasmette varie tecniche pittoriche e scultoree, contribuendo alla sua evoluzione artistica.

Nel luglio 2023 partecipa alle “Colonie artistiche” in Serbia e Romania, esperienza che apre una nuova fase nel suo percorso. A partire dal 2024, la sua attività espositiva si intensifica con numerose partecipazioni a mostre collettive: “Donna” presso il Museo Tuscolano delle Scuderie Aldobrandini di Frascati, “Premio Internazionale Arti Visive Barcellona” a Casa Milà – La Pedrera, “Una Mostra da Paura” e la mostra natalizia presso la galleria “Art Saloon” di Ariccia, e “Pigmenti”, sempre alle Scuderie Aldobrandini.

A dicembre 2024 espone a “VISIONI” presso il Tempio di Pomona di Salerno, dove il suo quadro Arcobaleno le vale il Premio Radio ReteTop95. Nel 2025 partecipa al Progetto Artistico Internazionale Jalam – Goccia d’acqua, goccia di vita, inserito nel Festival Internazionale Letterario PILF promosso dalla Writers Capital International Foundation. In futuro è prevista la sua presenza nella mostra “Percorsi di ricerca” presso la Galleria “Il Leone”, organizzata dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria di Stasio.

Attraverso una pittura fatta di emozione, intuizione e sperimentazione, Roberta Baldassano continua a tracciare un percorso personale e autentico nel panorama dell’arte contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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Interviste

Vanni Vano – L’arte del piccolo che incanta

 

L’arte del piccolo che incanta

di Giuseppina Irene Groccia |07|Aprile|2025|
 

Entrare nel mondo di Vanni Vano significa lasciarsi trasportare in una dimensione in cui il reale si fonde con la fantasia, dove il piccolo diventa protagonista e l’arte si manifesta nella minuziosa creazione di opere uniche e sorprendenti. Giovanni Vano, in arte Vanni Vano, non è solo un modellista, ma un vero e proprio artigiano della meraviglia, capace di trasformare una scatola di montaggio in una storia, un’emozione, un universo in miniatura.

Dopo una vita frenetica dedicata al lavoro, il pensionamento per lui non è stato un punto d’arrivo, ma un nuovo inizio. Un ritorno alle radici della sua creatività, un’occasione per dare spazio a quella vena artistica che lo accompagna fin dall’infanzia. Il modellismo, per Vanni, non è un semplice passatempo, ma una vera e propria arte, che richiede dedizione, manualità e una costante ricerca del dettaglio perfetto. Le sue opere, lontane dalla produzione seriale, sono pezzi unici, frutto di intuizioni estrose e di un’immaginazione senza confini.

In un’epoca in cui l’arte spesso si piega alla velocità e all’immediatezza, il lavoro di questo artista si distingue per la sua autenticità. Qui, il tempo si dilata, l’attenzione ai dettagli diventa fondamentale e ogni creazione ha una storia da raccontare. Non cerca la perfezione accademica, ma l’emozione sincera. Se un adulto, osservando una sua miniatura, sorride con la spontaneità di un bambino, allora la sua missione può dirsi compiuta.

Selezionato per “EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca”, evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis, Vanni Vano porta la sua arte oltre i confini del laboratorio per condividerla con il pubblico. Un’occasione per esplorare nuove strade, per raccontare e per lasciarsi sorprendere. Perché, come dice lui stesso, la ricerca della perfezione e dell’originalità non si ferma mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual è stato il momento in cui hai capito
che l’arte sarebbe stata il tuo percorso di vita?

 

Ho sempre avuto una vena artistica che ha caratterizzato la mia
vita, fin dalla tenera età di dieci anni. Creavo bigliettini augurali a Pasqua
e Natale, con polverine luccicanti, ovatta, e pennerelli colorati, per poi

“ venderli” in Famiglia a 50 lire cadauno, non so se li
apprezzavano o se li acquistavano per accontentarmi…..!

Nel 2020 ero da poco entrato nel mondo dei pensionati, ed avendo
lasciato un’attività che mi vedeva sempre impegnato freneticamente, non
riuscivo a star fermo oziando. Acquistai una piccola scatola di montaggio in
miniatura da assemblare e da lì….si è aperto un mondo, Avendo poi sempre avuto,
estro, fantasia e manualità il percorso è stato tutto in discesa

 

Se dovessi descrivere la tua arte con tre
parole, quali sceglieresti e perché?

Estro : perché
bizzarro, Eccentrico, Geniale, Originale, Stravagante, Lunatico, Ispirato,
Creativo
,

Fantasia: perché riesco ad immaginare ancor prima di
realizzare una mini opera un oggetto o un particolare che mi colpisce da subito.

Manualità: perché se non hai questa basilare capacità
tutto diventa impossibile.

 

 

 

Quali emozioni o sensazioni speri di suscitare
nel pubblico attraverso le tue opere?

 

Dietro questi piccoli oggetti c’è passione, impegno, voglia di
piacere e far piacere, desiderio di estorcere un sorriso, per portarci a
dimenticare per un attimo tutte le difficoltà quotidiane che viviamo. Ecco io
mi sento appagato quando un adulto nel guardare una mia miniatura, mi elargisce
un sorriso a trentadue denti, ritornando bambino per un nanosecondo !

E’ Meraviglioso

 

Le tue miniature sono mondi in miniatura
che raccontano storie senza parole. Qual è l’elemento più importante per te
nella creazione di queste opere: la perfezione tecnica, l’emozione che
suscitano o il messaggio che trasmettono?

Bella domanda….anche io a volte me lo
chiedo !

Forse rischio di diventare antipatico ed
impopolare, ma io non creo sperando di suscitare emozione nel pubblico, quello
che faccio deve innanzitutto emozionare me, se ci riesco forse posso
trasferirlo, diversamente sarebbe un freddo soprammobile. A proposito ma a Lei
ho suscitato emozione ?

 

 

 

 

 

 

Hai scelto di dedicarti alla dollhouse art, evitando però di entrare nel filone
tradizionale dell’arte presepiale napoletana. Cosa rappresenta per te questa
distinzione e in che modo le tue radici napoletane influenzano comunque il tuo
lavoro?

 

Sono Napoletano e spesso mi chiedono se faccio anche presepi, li
ho fatti più di trenta anni fa, ma sono troppo inflazionati e facilmente
replicabili, soprattutto dagli Asiatici o dagli stampi di gesso…..ecco io amo
fare cose rare, pensate, e difficilmente replicabili. Come tutti i Napoletani
sono un passionale, un estroso, un emotivo e spesso umorale….e le mie opere a
volte lo trasmettono.

 

In un’epoca in cui l’arte è spesso
sinonimo di immediatezza e spettacolarità, il tuo lavoro richiede invece
pazienza, precisione e contemplazione. Credi che il valore del “piccolo”,
dell’attenzione ai dettagli, possa essere una risposta artistica alla frenesia
del mondo contemporaneo?

Assolutamente NO ! Oggi vogliamo tutto e
subito, il tempo oramai è diventato una sfida! Pensateci ! Se un computer o
internet non ti da la risposta immediata ci infastidiamo, ci irritiamo, ci
agitiamo. L’arte oggi si crea con intelligenza artificiale….io oramai sono OUT!

 



 

C’è un aspetto della tua ricerca artistica
che senti ancora in continua evoluzione?

La perfezione, la rarità, la ricercatezza
del particolare e soprattutto l’amore che metto nel creare è sempre in
evoluzione. MAI BANALE

 

Ti è mai capitato di sperimentare con
materiali o tecniche insolite? Se sì, quali sono state le scoperte più
sorprendenti?

Beh più che tecniche, sperimento
materiali. Il mio laboratorio è tipico di un accumulatore seriale

 

L’arte può essere un linguaggio
universale. Qual è il tuo rapporto con il simbolismo e le metafore visive?

Se non ci fosse interazione tra
colui che osserva un oggetto e l’oggetto stesso, non si potrebbe parlare di
linguaggio universale o di comunicazione. Un oggetto artistico è una forma di
linguaggio, ma non sempre sono artistici o comunicano qualcosa a colui che
osserva. Questa è una delle mie grandi preoccupazioni. Disse un saggio
linguista,…” il linguaggio e la comunicazione si attua tra colui che produce
l’oggetto (l’opera d’Arte nello specifico), tra colui che la osserva e il
sistema di segni che è incarnato nell’opera d’Arte stessa.

 

Quanto spazio lasci all’improvvisazione e quanto
alla pianificazione quando lavori su un’opera?

E’ solo improvvisazione ! Ho
pianificato la mia vita per quarant’anni, e parlo del lavoro. Oggi quando creo
devo avere innanzitutto, voglia, estro ed improvvisazione. Altrimenti diventa
stress

 

Secondo te, in che modo i social media e
le piattaforme digitali hanno influenzato la diffusione dell’arte
contemporanea?

E’ ancora poco quello che
arriva al Pubblico ! Anzi mi correggo: al GIOVANE PUBBLICO.

Su Tiktok su Instagram su
Facebook vedo poca cultura Artistica…ma tanta violenza, ignoranza e bullismo
gratutio.

 

 

 

 

 

Quali sono stati i momenti più
gratificanti del tuo percorso artistico fino ad oggi?

Sicuramente l’incontro con
Athenea Artis in primis, e la sua Presidentessa Maria Di Stasio. Grazie a Lei
ho conosciuto La Dottoressa Bognolo e Lei, Giuseppina Irene Groccia ) che mi
sta intervistando. Anche EffettoArte mi ha dato un po’ visibilità. Ma ho fatto
una pessima esperienza in una Galleria a Napoli….che preferisco dimenticare

 

Se potessi collaborare con un artista del
passato o del presente, chi sceglieresti e perché?

Beh….porterei volentieri la
scatola degli attrezzi a Leonardo da Vinci. Un genio, un pittore un inventore
uno scenziato….un uomo che vedeva il futuro.

 


 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Innanzitutto essere stati
scelti da Athenae Artis di Maria Di Stasio per essere a Roma tra talentuosi
Artisti Internazionali, è un onore.

Farmi notare da turisti che
transitano nella capitale, non capita tutti i giorni, sicuramente il mio
curriculum si arricchirà di quest’altra opportunità.

 

In che modo hai deciso di presentare la
tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di
esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?

Le opere sono state scelte
dalla commissione, e questo per me è un vanto non da poco, anche perchè credo
di essere l’unico a proporre questo tipo di “Arte“

 

 

Hai in mente nuovi progetti o direzioni
artistiche che vorresti esplorare nel prossimo futuro?

Assolutamente si, ho un progetto sogno che vorrei realizzare, in
collaborazione con Athenae Artis, ma come tutti i Napoletani scaramantici…..Ve
ne parlerò il giorno in cui lo attualizzeremo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email  giannivano@msn.com

 

Facebook Vanni Vano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salve,

mi chiamo GioVanni Vano , sono  nato a Napoli , il 9 Luglio di sessantasei anni fa, ed  esattamente a San Domenico Maggiore, nel cuore della famosa spacca Napoli, per cui a chi mi domanda:  

“ ma sei di Napoli-Napoli ? ”     La risposta è:  Assolutamente SI ! 

 

A 12 anni fui premiato in Applicazione Tecnica alle scuole medie con un 10 , per aver creato un porta  riviste in legno con materiali riciclati e, così, da allora, cominciai a capire di avere una certa predisposizione per la creatività, l’ingegno e la manualità, doti nel  nostro DNA ( anche mio fratello è un artista! ) a mio avviso ereditate da mio Padre, che aveva il dono di saper riparare tutto ed  il culto degli attrezzi da lavoro.

Col tempo sviluppai  la passione per l’aeromodellismo statico e dinamico per poi approcciarmi a quello navale. Nel 1975 nacque un’altra passione artistica:  il teatro, che ancora oggi a distanza di 50 anni pratico a livello amatoriale, pur avendo partecipato a fiction televisive. Diplomato in costruzioni aeronautiche, abbandonai la facoltà di ingegneria aeronautica per vicissitudini familiari, e, successivamente, riuscii nel 1995, a diventare manager in quella che fu l’Azienda che mi fece   crescere professionalmente:  Michelin.

Da circa tre anni, mi sono riavvicinato al modellismo….anzi alle miniature, definite dollhouse, e   ho cominciato a creare “delle piccole opere”, stando ben attento a non entrare nel vortice dell’arte presepiale che contraddistingue la maggior parte di noi Napoletani , a parer mio,  troppo inflazionato. La mia più grande gratificazione è appropriarmi di quei sorrisi  a bocca aperta o di quegli sguardi che fanno le persone nell’osservare i miei piccolissimi dettagli , che mi ripagano di tutto il tempo impiegato  e della pazienza che mi è occorsa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

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Interviste

Khanh Nguyen – Il viaggio creativo di un’anima libera

   L’ArteCheMiPiace Interviste

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il viaggio creativo di un’anima libera

Khanh Nguyen

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |27|Marzo|2025|

 

 

 

Artista autodidatta nata in Vietnam nel 1947, la sua produzione si configura come un dialogo tra struttura e libertà espressiva, tra razionalità ed emozione. Nonostante una formazione accademica in economia, la pittura ha sempre rappresentato per Khanh Nguyen un linguaggio necessario, una ricerca intima capace di dare forma a emozioni e riflessioni profonde. Il suo stile si muove tra il rigore compositivo di Piero della Francesca e la gestualità dell’Espressionismo Astratto, in un equilibrio dinamico tra classicità e modernità. Rifiutando il caos costruito e la distorsione fine a sé stessa, la sua arte si distingue per una ricerca di armonia, dove colore e forma diventano strumenti di un’espressione sincera e meditata. Il suo lavoro è un diario visivo in cui convergono musica, letteratura, natura e stati d’animo, testimoniando un percorso artistico autonomo e profondamente radicato nella necessità di comunicare oltre le parole.

 

 

 

 

 

 

Per approfondire il suo percorso artistico e le sue ispirazioni, lasciamo spazio alle parole dell’artista in questa intervista.

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

 

Sono un’artista autodidatta nata nel 1947 in Vietnam, con
formazione artistica ottenuta durante il liceo francese a Saigon. Appassionata
di arte, avrei voluto proseguire una formazione artistica, alla quale ho dovuto
rinunciare, scoraggiata dalla famiglia perché tale percorso era considerato
troppo free spirit e non rispettabile per una giovane donna nell’ambito sociale
vietnamita del tempo. Così ho studiato l’economia in America dal 1967 fino al
Dottorato in Economia nel 1976. Ma non ho mai lasciato il sogno artistico: ho
sempre studiato la storia dell’arte, e ho continuato a dipingere tutta la mia
vita seguendo la mia propria passione di sperimentare, il mio istinto di creare
ed esprimere le miei proprie emozioni e idee.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

La pittura per me, con le forme ed i colori, è disegnare
sentieri attraverso foresti di emozioni, di feeling che le parole non bastano
per esprimere. Per me dipingere è comunicare emozioni. Così i miei dipinti
hanno sempre dei temi specifici ispirati dalla letteratura, dalla storia, dalla
musica, dalla natura, e sopratutto dagli stati d’animo. Sono come i miei diari
visivi, riflettono la musica che sento, le cose che leggo e vedo, le cose che
mi commuovono e mi fanno riflettere.

 

 

Foto di Khanh Nguyen in studio.  

 

Un momento di felicità 

(70x50cm) mixed media su tela

 

Questo dipinto è ispirato ad un momento nel romanzo Seta di Alessandro Baricco: era un momento di ricordo pieno di tenerezza di un altro momento di felicità.  In fatti, nel romanzo Hervé disegnava, e sua moglie domandava: che cosa è?  “È una voliera… Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volare via.” 

In realtà stava ricordando come, un anno prima, tornò in Giappone e trovò la giovane concubina del barone che lo accoglieva in silenzio ma con grande felicità per il suo ritorno, seduta accanto alla gabbia spalancata, tra i suoi uccelli volanti.  Per rappresentare questo istante di felicità nel ricordo di Hervé, ho scelto di mettere gli uccelli al centro del dipinto, uccelli esotici che sono stati regalati dal barone alla sua concubina. Perché la scena descritta è un ricordo sentimentale privato a Hervé, ho scelto di evocare la ragazza in estasi in modo più astratta e trasparente possibile, tranne per le sue labbra. Gli uccelli volano su e giù intorno alla ragazza, in vari disegni di fantasia e in diversi colori vivaci e caldi, segni del momento di esuberanza e felicità. Le nuvole in stile giapponese, anche loro trasparenti, aggiungono un leggero senso di movimento all’atmosfera di sogno. 

 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?

Amo particolarmente Piero della Francesca per la semplicità
del suo disegno che armonizza razionalità ed estetica, per la sua capacità di
catturare un istante nel tempo e di comunicare tante emozioni attraverso il
silenzio (invece di limitarsi a mostrarle in silenzio). In pratica come artista
preferisco uno stile semplice per esprimere e comunicare emozioni e idee, con
un approccio più moderno, con più spontaneità e libertà, con i colori e con le
forme, ispirandomi alle tendenze artistiche contemporanee, soprattutto
l’Espressionismo astratto, Futurismo e Color Field. Tuttavia, i miei dipinti
hanno sempre dei temi specifici ispirati dagli stati d’animo, dalla
letteratura, musica e natura. Non dipingo per solo giocare con i colori e le
forme.

 

La tua ricerca artistica sembra muoversi tra un profondo
interesse per la storia dell’arte italiana e l’influenza di correnti moderne
come l’Astrattismo e il Color Field. Come riesci a bilanciare la struttura e il
rigore compositivo di artisti come Piero della Francesca con la libertà
espressiva e cromatica delle avanguardie contemporanee?

Per me la principale differenza tra la pittura nello stile
di Piero (a) e nello stile dell’espressionismo astratto (b) sta nel modo in cui
la realtà è rappresentata nella pittura. In (a) il dipinto è figurativo nel
senso classico, e presenta le cose come una foto della realtà: cioè i soggetti,
siano persone o scenari, sono rappresentati con dettagli realistici in modo più
riconoscibile possibile. In (b) c’è più immaginazione, più creatività, più
metafora coinvolta in quanto puoi rappresentare persone e scenari in varie
forme e/o colori, cioè non necessariamente riconoscibili come sono in realtà.
Al di là di questa differenza, credo che le questioni di struttura e
composizione, di semplicità e di eleganza nel design si applichino ugualmente
sia a (a) che a (b). Aggiungerei un altro aspetto comune sia a (a) che a (b):
il lirismo, l’espressione lirica del messaggio o dell’emozione che viene
trasmessa attraverso il dipinto. Credo che in termini assoluti tutti i dipinti
siano basati più o meno su una idea di struttura/composizione, da cui gli
artisti improvvisano e creerebbero le loro visioni. Dove potrebbe non esserci
una tale base comune potrebbero essere i movimenti artistici attualmente
emergenti come Art Brut, Outsider Art, Urban/Graffiti Art e forse alcune
interpretazioni dell’Arte Etnica. Perché secondo me queste tendenze di design
mirano essenzialmente a creare caos, a negare e distorcere le realtà, a
ripetere più e più dettagli che vengono definiti come spontaneità istintiva.
Devo dire che anche lì c’è la possibilità di mantenere una certa ‘eleganza nel
chaos’, cosa che purtroppo non tutti cercano di fare.  In questo contesto citerei anche alcune opere
di Picasso in cui i disegni sono così distorti che non le penserei come arte
Naif, e sicuramente non come arte spontanea che è stata così elogiata da
Picasso come vera creatività che è istintiva nei bambini. Ma anche in quelle
realtà distorte di Picasso, vedo la sua composizione e struttura di fondo, se
queste decisioni sono state prese prima e/o durante il suo processo di pittura,
dipende dall’artista e dai momenti pittorici.

Non sto dicendo che non apprezzo queste tendenze artistiche
di oggi. Ho provato più volte questi stili, ma alla fine ho cancellato il
dipinto e ho ricominciato la tela da capo. Perché? semplicemente non è il mio
stile, non mi identifico con esso perché il mio messaggio nella pittura non è
quello di trasmettere del caos “fabbricato”, disordine, distorsione e
tensione sovraccarica, e sicuramente non voglio usare l’arte per cercare
appositamente un’antitesi alla semplicità e all’eleganza. Certamente l’arte può
essere usata per descrivere gli aspetti ‘brutti’ che naturalmente esistono
nella realtà del mondo (esempio: Caravaggio), ma usare l’arte per creare
intenzionalmente della “bruttezza” non è una chiamata artistica per
me.

Gli elementi dell’arte sono colore, forma, linea, spazio e
consistenza. I principi dell’arte sono scala, proporzione, unità, varietà,
ritmo, massa, forma, spazio, equilibrio, volume, prospettiva e profondità.
Secondo la narrativa generale dipingere un dipinto astratto è un atto
spontaneo. Secondo me può essere un atto spontaneo nell’esecuzione, nel
processo di dipingere; ma in fondo fare un dipinto astratto richiede una
conoscenza del colore e del design e dei contrasti tonali, e sopratutto come
creare interesse. Per questo ultimo, ci vuole un’idea davvero chiara di ciò che
vuoi dire tramite il dipinto. Un dipinto astratto non può riguardare nulla.

In breve per me le decisioni sulla composizione e la
struttura di un dipinto (decisioni fatti prima o durante il processo di
pittura) non inibiscono la mia spontaneità artistica e creatività. In effetti
per me è una parte necessaria del processo estetico della pittura (soprattutto
se dovessi decidere su una composizione che intendo essere sbilanciata). È qui,
nella composizione e nell’espressione semplice di sentimenti senza cadere nella
sentimentalità, che trovo ispirazione da Piero della Francesco sebbene faccio
l’astratto figurativo.

 

Volare 190 x 34cm diameter, mixed media on wooden Doric style column

 

Nota: Questa foto è un collage di foto presi da diversi angoli per ricostruire una vista continua, unidimensionale della colonna dipinta. 

 

Il tema è ispirato alla famosa canzone Volare (cit. “Volavo più in alto verso il sole tra le nuvole nel cielo infinito. E il rumore laggiù non è più che un fiato di vento che passa tra gli alberi di qua e di là”) e al canto 11 del Purgatorio di Dante (cit. “Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato”). L’opera era per esprimere il mio senso di totale libertà di essere me stessa avendo deciso di andare in pensione -per la seconda volta.  Per esprimere i miei sentimenti di luce, movimento e libertà, e per poter adattare bene il disegno alla rotondità della colonna, ho scelto di dipingere in stile futuristico, un movimento artistico italiano iniziato all’inizio del XX secolo. La colonna alla fine offre 2 immagine di una persona seconda a dove la guardi. Una persona è disegnata in stile figurativo più convenzionale, sollevandosi verso il cielo blu tra le nuvole sopra il verde. L’altra ‘persona’ è molto più metaforica in disegno, che ho ‘catturato’ per caso durante il processo di dipingere, si trova quasi sul lato opposto della colonna, sembra esser l’ombra dello stesso soggetto ora intuito nell’astrazione futuristica di luce e movimento. Per esprimere il movimento delle nuvole ho usato il design tradizionale orientale delle nuvole che si fonde perfettamente in questo stile moderno astratto del movimento.

In fine, ecco degli esempi di come ho lavorato col multimediale per la comunicazione dei vini che ho prodotto nell’azienda di famiglia a Bolgheri in Toscano. Ho ideato tutti i disegni e narrativi per creare un nuovo approccio visivo alla degustazione guidata dei vini, collaborando con un tecnico di animazione G.Ragazzini per farne dei video.  Ho fatto un libro fotografico intitolato ‘Storie di mani e di vino’ per celebrare il ruolo delle mani nel fare il vino, publicato in 2011, che si può trovare sull’ internet, o se no, posso anche inviare una versione digitale. 

 

Lavori con molte forme d’arte e materiali diversi, dalla
pittura alla fotografia, dalla scultura alla ceramica raku. C’è un filo
conduttore che lega queste pratiche nel tuo percorso creativo, o ogni mezzo
rappresenta per te un’esplorazione autonoma e distinta?

Queste diverse pratiche artistiche non sono azioni autonomi
e distinti per me. Sono esplorazioni legati ad un filo conduttore: la ricerca
della libertà, la spontaneità dell’espressione in piena consapevolezza che
spesso la forza comunicativa e l’eleganza visuale è nella semplicità del
disegno e della sua cromatica.

 

 

 

La tua esperienza nella viticoltura ha influenzato il tuo
percorso artistico, portandoti a esplorare il mondo del branding e della
comunicazione visiva per il vino. In che modo questo legame tra arte e vino ha
plasmato il tuo approccio alla creazione, sia in termini di materiali che di
tematiche?

 In effetti la mia
vita col vino e il conseguente bisogno di creare un marchio attraverso la
narrativa visiva mi hanno portato a fare molti progetti fotografici e video.
Anche qui ho applicato lo stesso approccio che uso per la pittura, vale a dire
esprimere emozioni con semplicità tenendo presente i principi estetici della
composizione delle immagini e la loro relazione reciproca con il narrativo.
Ovviamente è molto più facile e divertente scattare delle foto per catturare
rapidamente e istantaneamente lo spirito di un momento dell’azione. Per questo
motivo accetto volentieri di sacrificare i dettagli di precisione e la
perfezione di una posa, e preferisco usare un iPhone invece di una fotocamera
professionale tradizionale. La spontaneità di questa esperienza visiva mi ha
anche portato ad evolvere dalle idee puriste originali dell’ espressionismo
astratto che puntano sopratutto sulle forme e colori. Ho trovato che non
bisogna separare schiettamente l’arte astratto dall’arte figurativa, che i
dipinti astratti e figurativi non sono completamente disconnessi, perché anche
le forme astratte e i colori possono esser interpretati come rappresentazioni
figurativi della realtà. Con tale re-definizione dell’estratto mi sono
avvicinata agli approcci utilizzati nel movimento dell’arte concettuale
contemporanea, anche se non abbraccio pienamente l’importanza primordiale di
un’idea o di un concetto rispetto alla tecnica e all’estetica artistica. Così
per me è stata un’evoluzione naturale verso la pittura figurativa astratta usando
alcune idee dell’arte concettuale per esprimere i miei sentimenti sulla musica
e la natura, pensieri e domande sulla società o sull’esistenza. Basta esser
cosciente di non andare con il sentimento verso la sentimentalità eccessiva. 

Ecco 1 esempio di foto fatti durante la mia vita di vino.

 

 

 

 

 

 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionata?

Il mio processo di lavoro varia da pittura a pittura.
Generalmente tengo una lista di diversi temi, essenzialmente cose, musica e
idee che mi hanno commosso. Posso passare mesi a riflettere su diversi approcci
per esprimere le idee o emozioni provate. Poi, quando mi sento pronta, mi metto
a dipingere. Spesso finisco il dipinto in 1-2 giorni. Non mi piace ritoccare
troppo dopo, ma è successo che ho obliterato il dipinto per ricominciare la
tela da capo.

 

Preferisci lavorare in solitudine o trovi ispirazione anche
da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Lavoro sempre in solitudine.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo
il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Ho sempre visto i miei dipinti come i miei diari visivi e
così trovo importante dare loro un titolo appropriato. In questo senso sento il
bisogno di condividere con chi sta guardando il mio dipinto le emozioni che mi
hanno motivato a fare il dipinto nel modo in cui l’ho fatto. Così sto cercando
anche un feedback preciso e autentico dal pubblico, sopratutto dagli amici e
colleghi artisti, nel l’obiettivo di migliorare il mio processo creativo.
D’altra parte mi rendo conto che senza spiegare il perché e come ho fatto il
mio dipinto, e anche nonostante ciò, le altre persone possono guardare il
dipinto con una visione o un’interpretazione completamente diversa che può
anche riflettere delle intuizioni molto diverse e interessanti. La mia
osservazione dai musei, dalle art festival, dalle gallerie e mostre che ho
visitato e quelle in cui ho participato, è che in questi tempi di fretta e di
‘cortesia sociale’, il feedback all’arte esposta è riservato, consiste
generalmente di un silenzio o al massimo di un timido ‘mi piace’, cioè
l’equivalente del ‘like’ sul Facebook, e che sembra raro ricevere dei commenti
genuini dal pubblico.

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri
particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Si, si tratta di “Scintille”, o “Ascoltando Sonata No.22 di Beethoven/ Sparks”  127cm x 152cm, mixed media su tela.

 

 

 

 

Questo dipinto è ispirato alla Sonata di Beethoven n. 22.
Con solo 2 movimenti, non è una sonata come le altri. Fino a recente, fu
considerata come una oddity, una stranezza. È una delle mie favorite. Per me
ascoltando la musica, il primo movimento (invece dell’ apertura lenta di
tradizione) è immediatamente tutto energia e fantasie, che illustro con delle
scintille dorate e rosse, insieme con i cerchi rossi, per un effetto di
improvvisato, quasi esplosivo. Il secondo movimento consiste di una composizione
moto perpetuo, cioè di flussi continui di note musicali che secondo me
suggeriscono la determinazione, la perseveranza che sono necessari per
mantenere il fuoco, la creatività in corso. Questo implacabile moto perpetuo
scelto da Beethoven è simbolizzato qui dalle colonne nere, disegni spontanei
con le forme e il nero persistente. È stato detto che la Sonata n. 22 era la
sfida di Beethoven contro la conformità alle regole, e anche contro i critici
negativi ricevuti sul suo approccio insolito. È come se ha detto: faccio la mia
musica a mio modo e non mi interessa se ti piace.

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

 

Ho diversi pensieri sul ruolo dell’arte nella società di
oggi.

1) mi sembra che oggi c’è una convinzione molto diffusa per
una maggiore libertà nell’arte creativa, mentre forse c’è meno attenzione
all’educazione artistica, specialmente all’arte moderna, e il risultato è una
maggiore tolleranza per qualsiasi cosa, quindi uno sguardo più generoso, meno
critico dell’arte, specialmente per gli stili contemporanei. Forse anche perché
l’arte astratto moderno non è convenzionalmente figurativa, e dunque
sembrerebbe tutto uguale se uno non parte da una piccola conoscenza di base? Se
questo è vero, si potrebbe rintracciare il problema alla ‘mancanza’ di
educazione artistica offerte o ancora di ‘qualità’ nelle opere

2) L’arte potrebbe servire allo scopo di evidenziare alcune
questioni nella società e/o nella politica, ma qui ho la preoccupazione che con
i rapidi progressi della tecnologia e del social network, le generazioni più
giovani stiano cercando dei riferimenti altrove. Sembrano non molto interessati
alla storia dell’arte, o tendono ad avere un apprezzamento più casuale e più
superficiale dell’arte, anche dell’arte classica.

3) Così dal punto di vista di un artista sento che l’arte di
oggi è diventata molto commercializzata, e la tendenza sembra essere piuttosto
per l’arte tipo poster, più pronte con impatto immediato e messaggio tipico ed
accettabile sul social (ref. urban art, art brut, graffiti art), che si
manifesta anche tramite la popolarità del tattoo.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come
artista e come le hai superate?

Nessuno problema finora 

 

 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneIn che modo hai deciso di presentare la tua arte
all’interno di questo percorso espositivo.

 

Ho scelto di presentare la mia arte all’Expò EVERLAND
ART” – PERCORSI DI RICERCA perché l’evento si presenta come “un viaggio
nell’intimità dell’animo, una scoperta dell’arte in costante evoluzione che
invita l’essere umano a esplorare il proprio sé più profondo.” Questo percorso
di ricerca, questo viaggio nell’intimità dell’animo, l’ho fatto in una vita che
si estende su 2 secoli, 2 millenni. In effetti ho vissuto diverse vite, andando
da nord a sud, da est a ovest e ritorno, senza lasciarmi condizionata nello
spazio, nello spirito o nel tempo. Durante quelle vite sono stato in continua
ricerca di quella parte di me che è autentica e creativa, la mia individualità.
Credo fermamente che tutti debbano trovare ed esprimere il proprio sé creativo,
e se l’espressione di questa creatività è arte, è tanto meglio. Ma non è
semplice: la società, con le sue regole e aspettative, spesso spinge verso la
conformità e la razionalità, dimenticando l’importanza della creatività. (A
proposito, sto scrivendo tutto quanto sopra nella mia autobiografia che sarà
pubblicata entro la fine dell’anno.)

 

Quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo
creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o
un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?

 

Il dipinto che participa all Everland Art Expò si chiama Il
Rifiuto: 70cm X 50cm, mixed media su tela.

 

 

 

Questo dipinto è ispirato al libro ‘L’uomo a una dimensione’
dal sociologo Herbert Marcuse, un libro scritto nel 1964 che parla dell’
attualità sociale e umana di oggi. Sto cercando qui di evocare un mondo in cui
il progresso tecnologico, anziché liberare l’uomo, lo imprigiona in una gabbia
dorata di falsi bisogni e desideri manipolati. E l’uomo, in una
rappresentazione quasi unidimensionale, sembra essere contento, anche se
arreso; ma allo stesso tempo sembra sognare qualcosa di diverso, forse la
libertà di volare via come l’uccello blu, e di evolvere e creare, qui
simbolizzato nel free disegno del fiore/nuvola rossi. In altre parole sto
cercando di dire che possiamo, proprio dobbiamo ripensare il nostro modo di
vivere per liberarci dal sistema in cui viviamo. Dobbiamo cercare il modo di
dire no alla società consumistica moderna che ci sta confondendo, chiudendoci
in un stato di ‘falsa’ felicità (Marcuse parlava di “euforia nella
infelicità”), e di dire no al progresso tecnologico e digitale che sta
ridefinendo cosa significa essere umano e vivere se stesso. E tutto questo
ognuno di noi può fare, a modo suo, senza drammatizzare o allarmare, ma con
consapevolezza, calma e determinazione. Il primo passo verso un mondo
alternativo deve essere un rifiuto delle immagini impiantati nella nostra mente
ma che non sono nostri. Poi, dobbiamo riscoprire il proprio sé e la capacità di
sognare, creare nuove immagini per un nuovo orizzonte
.

 

 

 

Il secondo dipinto che sarà presente su video all’Everland Art
Expò si chiama Rema La Tua Barca (Row your boat): 127 x 229cm, mixed media su
tela.

 

 

Il dipinto è ispirato da una canzone in inglese per bambini
che si chiama Row Row your boat, Rema Rema la tua barca, con il testo come
segue:

 

“Rema, Rema, Rema La Tua Barca,

Delicatamente giù per il fiume,

Allegramente, Allegramente,

La vita non è che un sogno.”

 

 

L’idea è che la barca è tutto ciò che ti occorre per guidare
la tua propria vita. E la vita non è che un sogno, basta sognare e vogare la
tua barca. Continua a sognare e osa vivere più di una vita. In effetti la vita
può essere molti sogni che verrebbero fuori nel tempo SE solo tu osi continuare
a sognare e realizzare i sogni. I sogni sono le idee e le passioni che hai nel
tuo cuore e nella tua mente che formano una sorta di linea rossa che ti spinge
e ti tira verso i prossimi passi.

Ogni sogno è come una barca: ci sali, la remi sull’acqua,
che sia fiume o mare, andando dove vuoi e il destino vuole, guidato da una
linea rossa di obiettivi, desideri. A volte ti arrendi lungo la strada. Ma
finché continui a sognare sali su un’altra barca e remi…Alla fine la vita
stessa è una barca, ognuno di noi è più o meno attrezzato per remarla sulle
acque. Con i tuoi sogni e con i tuoi viaggi in giro incontri altre barche,
altre persone (famiglia, amici, conoscenti o persone che si sono incontrate
solo una volta), e alcune di queste barche potrebbero viaggiare insieme a te
parte della strada o tutta la strada sul fiume della vita.

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

Un progetto particolare su cui sto lavorando è di trovare il
mio modo di raccontare la storia millenaria di Roma, la città dove ho la
fortuna di abitare, oramai per quasi 10 anni in totale (che non mi bastano per
conoscere tutte le sue storie e culture). 

Ecco un esempio:

Ercole tra le rovine/Hercules among the ruins, 177 x 130cm,
olio su tela.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

 

Email  knguyen47@yahoo.com

 

 

 

 

 

 

 

 Khanh Nguyen

Nata in Vietnam nel 1947, è un’artista autodidatta con una formazione artistica iniziale presso il liceo francese di Saigon. Nonostante una profonda passione per l’arte, le convenzioni sociali dell’epoca l’hanno indirizzata verso un percorso accademico differente, portandola a conseguire una laurea e successivamente un Dottorato in Economia negli Stati Uniti tra il 1967 e il 1976. Tuttavia, l’arte è sempre rimasta una componente essenziale della sua vita. Ha continuato a studiare la storia dell’arte e a dipingere con costante dedizione, guidata dalla volontà di sperimentare e dall’istinto creativo che la spinge a esprimere emozioni e idee attraverso il colore e la forma.

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com

 

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Interviste

Intervista a Maria Flora Cocchi: il suo percorso tra fotografia, simbolismo e materia.

L’ArteCheMiPiace – Interviste

 
 
Intervista a Maria Flora Cocchi: il suo percorso tra fotografia, simbolismo e materia.
 
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |25|Marzo|2025|
 

Maria Flora Cocchi si distingue nel panorama artistico contemporaneo per la sua peculiare sintesi tra fotografia e intervento digitale, un linguaggio che le consente di esplorare la dimensione simbolica delle immagini. La sua formazione accademica, unita all’esperienza nel teatro come costumista e docente di storia dell’arte, ha contribuito a definire una ricerca visiva che si muove tra memoria, figurazione e rielaborazione concettuale.

La sua poetica si fonda sulla volontà di oltrepassare la superficie dell’immagine per rivelarne l’essenza più profonda. La “figurazione simbolica” da lei adottata trasforma il dato reale in pretesto per una narrazione più intima e stratificata, in cui il processo di post-produzione diventa un mezzo di espressione fondamentale. Ogni sua opera è una costruzione meticolosa, spesso arricchita da elementi materici che ampliano la dimensione espressiva del lavoro. Questo dialogo tra digitale e materia, tra tecnologia e tradizione, rende il suo linguaggio artistico innovativo e personale.

Il percorso artistico di questa artista è in continua evoluzione, come lei stessa afferma. Il suo lavoro attuale, dedicato alla figura femminile nella storia, riflette il suo interesse per la cultura e la società. Attraverso la sua arte, indaga il ruolo della donna nelle diverse epoche, combinando ricerca storica e sensibilità visiva per offrire una rappresentazione profonda e significativa.

La sua partecipazione a eventi espositivi come Everland Art conferma il valore della sua ricerca e l’importanza del confronto con altri artisti. La sua opera “Delicato equilibrio” affronta il tema dell’ecosostenibilità, sottolineando come l’arte possa essere veicolo di consapevolezza e responsabilità ambientale. Qui, la trasformazione del dato reale – tronchi d’albero reinterpretati attraverso la fotografia e l’inserimento di materiali naturali – si fa metafora della necessità di armonizzare sviluppo e conservazione.

 

 

 
 
 
 

Per comprendere meglio il suo percorso e il significato delle sue opere, è interessante esplorare le parole dell’artista stessa attraverso un’intervista che approfondisce le sue ispirazioni, le tecniche e la visione che guida la sua produzione artistica.

 
 
 

Puoi raccontarci come hai iniziato
il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti
ha spinto verso l’arte?

 

L’ arte mi ha sempre accompagnato nella mia formazione,
poi come docente di disegno e storia dell’arte e come costumista teatrale.

 

Qual è il
tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue
opere?

 

Prevalentemente
le mie opere tendono a far emergere e conoscere, attraverso una realtà iconica,
il senso più profondo del rappresentato …… l’oltre dell’ immagine, l’essenza.

 

Come
descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?

 

La mia opera
è “Figurazione simbolica” dove l’immagine, il dato oggettivo è il pretesto
estetico per raccontarmi. Amo entrare dentro l’immagine per interpretarla,
cambiarla e assemblarla con altri contenuti visivi: il risultato è una EMOZIONE
VISIVO-DIGITALE.

 



 

 

La tua tecnica prevede un
meticoloso lavoro di post-produzione che trasforma la fotografia in qualcosa di
unico. Qual è il momento in cui senti che un’opera è davvero completa? Hai mai
la sensazione che potresti continuare a modificarla all’infinito?

 

Succede spesso che le mie opere
siano soggette a interventi di ampliamento espressivo; per questo inserisco
elementi materici per la loro valenza comunicativa.

Le mie opere sono un continuo
divenire di espressioni aggiunte.

 



 

 

Dopo anni come costumista e
docente, sei tornata alla fotografia con un linguaggio tutto tuo. Come è stato
questo passaggio e in che modo le tue esperienze precedenti hanno influenzato
il tuo modo di creare oggi?

 

L’accostamento alla dimensione
della fotografia ha avuto origine nella frequentazione di un corso fotografico
base. La mia curiosità innata, la fantasia compositiva e la cultura artistica
hanno fatto il resto.

 



 

 

Il tuo lavoro richiede una grande
fusione tra pensiero concettuale e abilità tecnica. C’è un aspetto che trovi
più stimolante e uno che, invece, ti mette alla prova ogni volta che inizi un
nuovo progetto?

 

Il
pensiero concettuale, che da significato ad ogni mia scelta del rappresentato,
fluisce in maniera spontanea e costruttiva dietro un semplice stimolo di
ricerca. L’aspetto che più mi mette alla prova, è la scelta tecnologica da
applicare.

 



 

Quali sono le principali fonti di
ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze
personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?

 

Fonte di ispirazione
sono i personaggi storici in generale, la mitologia greca e le principali
correnti artistiche.

 

Qual è il processo creativo che
segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei
particolarmente affezionato?

 

Sento di dire che il processo
creativo delle mie opere si allinea con la visione aristotelica del divenire.
Il punto di partenza è la realtà tangibile che si eleva a concetto, ad un
perché, che determina le scelte successive delineando un contenuto.

 



 

Preferisci lavorare su tela in
solitudine o trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o
eventi d’arte?

 

Sicuramente i contesti collettivi
arricchiscono di impulsi creativi non trascurabili e appaganti. La
realizzazione, invece, del prodotto artistico, richiede concentrazione, ricerca
di informazioni e dettagli che preferisco svolgere in maniera autonoma.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e
il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il
tuo lavoro?

 

Il pubblico riveste un ruolo molto
importante perché ogni osservazione e commento, mi restituisce l’esattezza
della mia proposta comunicativa.

 



 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai
realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi
raccontarci la sua storia?

 

“Bellezza negata” (2016) fa
riferimento al problema sociale del femminicidio. Ho costruito uno spazio
prospettico, ho inserito come simbolo femminile il volto di una scultura
“spaccato a metà” (la realtà). Il pavimento in basso è attraversato da una
striscia rossa come il sangue. Il prospetto, è una serie di quinte, dove quella
a destra contiene l’immagine dalla scultura intera il cui messaggio è: “è
possibile uccidere una donna, ma il suo ricordo rimane vivo nella memoria”.

L’opera è stata pubblicata in
“l’èlite” selezione d’arte 2019.

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella
società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo
ruolo?

 

Penso che ogni forma di arte
contribuisca in maniera efficace e soggettiva a risvegliare e sollecitare
emozioni. Anche la mia, ho il piacere di constatare che sollecita emozioni,
risveglia competenze culturali passate, attualizzandole e ricollocandole nel
contesto odierno.

 



 

Quali sono le maggiori difficoltà
che hai affrontato come artista e come le hai superate?

 

La mia attività artistica è
partita da un bisogno intrinseco della mia persona a livello espressivo.
Sentivo la necessità di rappresentare ed esprimere i miei saperi e le mie
sensibilità. Non ho avuto alcuna difficoltà.

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

La
partecipazione a mostre collettive permette e apre ad un confronto e
arricchimento reciproco.

 



 

In che modo hai deciso di
presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere
hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha
guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio
particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?

 

Il
titolo del percorso espositivo “EverlandArt” ha sollecitato in me il concetto
della difesa dell’ambiente e della custodia del creato. L’opera si intitola
“Delicato equilibrio” tra sviluppo e conservazione. L’oggi ci mostra come il
progresso dell’uomo, sicuramente positivo, deve comunque, tenere conto
dell’ambiente. Per la realizzazione dell’opera, mi sono ispirata a delle
sculture (realizzate in occasione di un evento artistico, “Icastica” ad Arezzo)
rappresentanti tronchi di albero con inseriti dei volumi realizzati in gesso
bianco. Una volta fotografati, li ho riportati, attraverso interventi
fotografici, al loro aspetto naturale; successivamente li ho collocati in un
prato che, con aggiunte di elementi materici quali cortecce, muschio etc.
contribuiscono a conferire all’opera un aspetto realistico con sottolineature
luminose personali.

 

Quali progetti o obiettivi hai per
il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Il progetto a cui sto lavorando, riguarda
la figura femminile nella storia: la donna dal punto di vista estetico-formale,
sociale-antropologico, psicologico-domestico etc. la mia indagine parte
dall’Antico Testamento fino ai giorni nostri. Di ogni epoca ho scelto una
figura femminile che ha suscitato in me interesse, approfondito poi, da ricerca
e letture. La tecnica utilizzata è fotografia in post-produzione con
inserimenti materici.

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email maria.cocchi@libero.it

 

 

 

 

 

 

 

Maria Flora Cocchi nasce e vive ad Arezzo. Docente di Disegno e Storia dell’Arte, ha ottenuto l’abilitazione anche in arredamento, scenografia e scenotecnica. La sua esperienza nel teatro, in qualità di costumista, l’ha portata alla pubblicazione de L’Abbigliamento nel volume Storia Comparata dell’Oreficeria, edito dal Centro Affari di Arezzo.

Nel corso della sua carriera, ha affinato la tecnica fotografica e ha esplorato nuovi linguaggi espressivi attraverso l’uso del digitale. L’incontro tra fotografia e computer ha rappresentato per lei una svolta creativa, aprendo nuove prospettive artistiche.

Questa passione l’ha condotta alla realizzazione di opere esposte con successo, ma soprattutto le ha permesso di confrontarsi con altre realtà artistiche, arricchendo il suo percorso e ampliando la sua visione figurativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Interviste

Fabry Art trasforma l’emozione in materia e il colore in linguaggio

 

Fabry Art trasforma l’emozione in materia e il colore in linguaggio

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |12|Marzo|2025|

 

Fabry.art, all’anagrafe Fabrizio Gentilini, si impone sulla scena artistica contemporanea con un linguaggio vivido e istintivo, in cui l’astratto diventa terreno di esplorazione e ricerca interiore. Il suo percorso, caratterizzato da una genesi spontanea e da un’autodidattica intuitiva, si rivela come una dichiarazione di libertà creativa, lontana dalle gabbie accademiche e dalle convenzioni precostituite.

Il suo lavoro si nutre di sperimentazione e di un uso disinvolto dei materiali, unendo tecniche diverse con un’abilità che spazia tra il caso e il controllo. L’iniziale fascinazione per la Pouring Art lascia presto spazio a una pittura più meditata, dove il gesto non è mai casuale, ma il risultato di un equilibrio tra emozione e progettualità. Fabry.art lavora la materia con un’attenzione quasi scultorea, avvalendosi di supporti inconsueti, dell’incorporazione di sabbia, gesso e resina, fino all’uso evocativo del caffè, che aggiunge un senso di vissuto alle sue opere.

Il colore, protagonista indiscusso della sua ricerca, non è mai semplicemente steso sulla tela, ma viene fatto scivolare, dosato, stratificato fino a costruire composizioni che sono riflessi dello stato d’animo dell’artista. I contrasti cromatici, le sfumature materiche e le finiture lucide contribuiscono a una narrazione visiva che rende un’interpretazione univoca, invitando l’osservatore a rallentare, a guardare dentro, a cogliere l’invisibile sotto la superficie del visibile.

La dimensione interiore è infatti centrale nella poetica di questo artista. Il suo sguardo non si sofferma sul caos esterno, ma si rivolge verso l’introspezione, verso la ricerca di uno spazio personale in cui il tempo e il silenzio assumono valore. Ogni opera è il risultato di una tensione tra il bisogno di esprimere e la necessità di ascoltare il proprio sentire. Questa visione si traduce anche nel rapporto con il pubblico: le sue opere non cercano una comprensione immediata, ma aspirano a suscitare domande, a stimolare una riflessione che vada oltre il semplice impatto estetico.

‘Il sorriso della luna’, opera selezionata per l’evento ‘Everland Art – Percorsi di ricerca’, rappresenta un momento di sintesi e maturità nel suo percorso. L’artista costruisce un’opera densa di significato, dove il dialogo tra forma e materia assume una valenza esperienziale, e la superficie diventa luogo di stratificazioni visive e tattili. La scelta cromatica, calibrata e mai arbitraria, si fa portatrice di un messaggio di evasione, di sospensione temporale, di rivelazione interiore.

 

Fabry.art si muove in un territorio in cui l’arte non è mai statica, ma è un viaggio continuo, un interrogarsi incessante sulle possibilità espressive della materia e sul rapporto tra emozione e forma. Se il futuro del suo percorso sarà segnato da ulteriori sperimentazioni e nuove contaminazioni stilistiche, una cosa appare chiara: la sua pittura continuerà a essere un’estensione autentica del suo sentire, un riflesso sincero di quel dialogo silenzioso tra l’artista e il proprio mondo interiore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il
tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha
spinto verso l’arte?

 

Be’ posso
dire che nella mia famiglia non sono l’unico ad essere portato verso ciò che si
intende per arte, ce lo abbiamo un po’ nel sangue.

Quello che
posso affermare con certezza è che sono stato l’unico ad appassionarmi in
maniera concreta, più seriamente se così si può dire.

Questa mia
attitudine è emersa in maniera palese durante l’isolamento dovuto al Covid , in
cui , nostro malgrado, avevo a mia disposizione una tra le più importanti
risorse, il tempo.

Pur non
avendo mai intrapreso studi specifici, la creatività e la manualità non mi sono
mai mancate infatti la pittura non è il mio unico modo di esprimermi. (Sbircia
sul mio account Instagram.)

All’inizio
ero interessato alla Pouring art, tecnica che consiste nel versamento di colori
mediante alcuni strumenti come ad esempio una tazza, piuttosto che un colino
per la pasta o addirittura con il phon per capelli, al fine di ottenere motivi
e mix di colori casuali ma molto interessanti.

Ma questa
tecnica non mi rispecchiava, non riuscivo ad esternare quello che avevo dentro,
cosicché pian piano la abbandonai per progetti più comunicativi ed
interessanti.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che
cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

 

Non ce n’è uno
specifico.

Dipende dall’opera.

Dipende dalla
circostanza, dal mio stato d’animo in quel preciso momento.

Dipende da quello che
vorrei avere in quel momento ma che mi manca. Per esempio più tempo, più libertà,
più silenzio, più rispetto tra le persone.

La mia attenzione è per
il più delle volte rivolta all’ interno di me.

Quello che c’è fuori
ormai posso dire che lo conosco, e per lo più è caos.

Travolti dalla routine
della quotidianità e inseguendo falsi ideali mi sembra che ci stiamo un po’
perdendo perché diamo eccessiva importanza a cose che secondo me, tutta questa
importanza non ce l’hanno d’altronde Einstein in proposito disse ‘ Non tutto
ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere
contato’.

Rallenta e guarda
dentro.

Questi sono i valori
che voglio comunicare a chi guarda le mie opere.

 

Il tuo stato d’animo guida la tua arte:
come influenzano le emozioni il modo in cui scegli colori, tecniche e materiali
per le tue opere?

 

Le emozioni
sono fondamentali, sono tutto. Un’emozione è quello che voglio trasmettere,
come quando mangi una cosa gustosissima che guardi con gli occhi, senti con il
naso e assapori con la bocca.

L’emozione è
l’ispirazione.Mi fa capire ciò che voglio rappresentare ma la tecnica da
adottare e la scelta dei colori è una progettazione accuratamente studiata che
non lascia niente al caso e che riesca a rappresentare l’opera nella maniera
più appropriata possibile.

Altre volte
invece capita che sia l’intuito e la sperimentazione a guidarmi, come in questo
caso specifico.

La scelta del
supporto, legno piuttosto che tela, impatto visivo, quindi sabbia e gesso per
un effetto di maggior rilievo, l’uso del caffè per mettere i colori in contrasto
e la resina epossidica come finitura.

Devo dire che
mi sono molto divertito, perché ho messo in campo tutte le mie competenze ed ho
sperimentato.

 

 



 

 

Sperimentare e mescolare tecniche è una parte
fondamentale del tuo processo creativo. C’è una combinazione di materiali o
stili che ti ha sorpreso particolarmente per il risultato ottenuto?

 

 

Be’ si come
dicevo questo lavoro è stata per me una splendida sorpresa.

Rispetto ad
altri lavori che ho realizzato in maniera più canonica, questo astratto è stato
per me una piacevole scoperta, quasi una rivelazione proprio per la mescolanza
di materiali e di tecniche usate che mi hanno condotto al di là delle
convenzioni, oltre la mia zona di confort. Potrei dire che ho osato e
l’esperienza è stata di mio gradimento.

 

 

Qual è il processo creativo che segui per
realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente
affezionato?

 

La meditazione mi aiuta
molto.

Mi permette di
processare le idee e le intuizioni, al fine di disporle in maniera coerente per
poter mettere in pratica ogni successivo step indispensabile alla realizzazione
dell’opera.

 



 

 

Preferisci lavorare su tela in
solitudine o trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o
eventi d’arte?

 

Lavoro da solo.
Assolutamente.

Non essendo
questa la mia attività principale, almeno per il momento, per lo più lavoro la sera,
quando tutto tace, quando le mie principesse (mia moglie e la nostra bambina) riposano.
Allora mi godo il momento, perché è solo mio e mi dedico a quello che mi piace fare.
Dipingere. Si fa tardi in un attimo.

Dagli eventi
collettivi si prendono comunque suggerimenti, ispirazioni, si fanno conoscenze
con altri artisti. Li trovo molto utili e stimolanti perché è sempre  un momento di confronto tra menti pensanti.
Penso che siano indispensabili per la crescita di un artista.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico?
In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

 

Il modo che ognuno di
noi ha di esprimersi attraverso l’arte è soggettivo.

L’arte può essere
compresa oppure no. Il pubblico, e parlo dei non addetti ai lavori quindi della
massa, guardano la foresta ma non vedono gli alberi.

Come fai a spiegare
Pollock ad una persona comune!

Quindi alle persone
piace quello che c’è in superfice, quello che vedono, non quello che c’è sotto
i colori. E il messaggio rischia di rimanere in secondo piano.

Sei fortunato se
qualcuno ti chiede spiegazioni, che vanno oltre il visibile!

Detto questo, senza
voler sminuire o mancar di rispetto a nessuno, per quanto mi riguarda, le critiche
sono sempre ben accette.Servono a migliorarsi e a crescere, ma il percorso
artistico appartiene solo all’artista e a lui soltanto.

Sarebbe sbagliato
lasciarsi influenzare dalle reazioni del pubblico.

Paradossalmente
Cattelan ha venduto una banana attaccata con lo scotch per qualche milione di
euro.

Quindi è vero tutto e
il contrario di tutto.

 

 

 

 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che
consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

 

Direi importante e
significativa. E’ una di quelle alla quale tengo maggiormente.

Accadde lo scorso anno
in occasione della mostra ‘Le Magie dell’Erotisme’ presso la galleria ‘Il
Leone’.

Quando Claudia mi
propose di partecipare alla mostra inizialmente rifiutai. Non era un soggetto
che rientrava nelle mie corde ….. non mi interessava.

Qualche giorno dopo,
mentre aprivo il cassetto del comodino per indossare una maglietta, ma ne
trovai una davanti, ma non una a caso. Era una maglietta che raffigurava un
disegno di Milo Manara intitolato ‘La Prudenza’.

Rimasi attonito quasi
sbigottito perché non mi ricordavo nemmeno di averla, ne dove l’avessi
comprata, e neppure da quanto tempo fosse lì. Ma era lì e chissà da quanto
tempo forse solo in attesa di riemergere per quella circostanza.

Interpretai questa
accadimento come un suggerimento e ne fui talmente colpito che decisi di
raffigurarla.

La cosa più significativa
fu che man mano che la disegnavo mi innamoravo di lei, del suo sguardo
penetrante, della sua espressione ammiccante, delle sue linee sinuose.

Mi presi una cotta per
quella ‘ragazza’ mi batteva il cuore mentre la dipingevo e ancora oggi quando
ci passo davanti non posso fare a meno di toccare il quadro.

Di sfiorare lei.

Non so se considerarmi
un folle per questa cosa!

 



 

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

La spinta che mi ha
indotto a candidarmi è stata quella di capire se potevo essere all’altezza di
un evento di rilievo come questo.

Una sfida lanciata a me
stesso.

E devo dire che il
fatto di essere selezionato mi ha galvanizzato parecchio, ma partecipo comunque
senza particolari aspettative personali perché di rado va come ci aspettiamo
che vada, per la precisione mai. Anche la vita non la affronto più facendomi
delle aspettative, ma cerco di pendere sempre il meglio da quello che viene

Vado invece con la
certezza di arricchire il mio bagaglio di esperienza, ti tornare a casa più
ricco di amicizie, di conoscenze e il confronto con altri artisti non può che
essere di reciproco vantaggio. Questa è la cosa più bella secondo me.

 

In che modo hai deciso di presentare la
tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di
esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?

 

 

L’opera che esporrò ‘Il
sorriso della luna’ è la prima di questo genere che preparo ed ha richiesto uno
studio accurato di forme, colori, ed equilibrio.

Sicuramente proprio
perché i miei sforzi sono stati premiti che sento delle vibrazioni positive per
questo evento.

Il percorso che ha
portato alla realizzazione di questa opera ha richiesto l’uso di tutte le mie
competenze.

L’uso delle sabbia e
del gesso per conferire un aspetto più materico alla superfice che avrebbe
accolto il colore, permette anche di sostenere una esperienza tattile
dell’opera. L’uso del caffè conferisce un aspetto vissuto, a questo lavoro che
vuole essere non nuovo, non appena fatto, ma con una storia da raccontare.

La scelta dei colori,
del rosso violaceo del giallo ocra, del vermiglione in contrasto tra loro ma
che si amalgamano in maniera coerente, rendono questa opera diversa da tutto
quello che ho fatto finora.

L’uso della resina
epossidica per la finitura, dona quel punto di luce in contrasto con i toni dei
colori più scuri al di sotto di essa.

‘Il sorriso della luna’
è una via di fuga.

Dedicato a tutti quei
momenti ordinari vissuti in posti straordinari.

A quei rari momenti in
cui ‘Sei Tu’……

Solo Tu e basta.

 



 

Quali progetti o obiettivi hai per il
futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Mi piacerebbe
approfondire il tema dell’astratto, ma anche perfezionarmi nel figurato ed
esplorare tematiche di attualità che riguardano il mondo di oggi e di quello
che verrà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email fab.gent69@gmail.com

Facebook Fabrizio Gentilini

Instagram fabry.art.design

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabry.art.design è un artista contemporaneo che ha fatto dell’esplorazione materica e cromatica il fulcro della sua ricerca pittorica. Il suo percorso artistico nasce in maniera spontanea, spinto da un’urgenza espressiva emersa con particolare forza durante il periodo di isolamento dovuto alla pandemia. Pur non avendo intrapreso studi accademici specifici, ha affinato una sensibilità estetica che lo porta a sperimentare senza limiti, mescolando tecniche, materiali e supporti in un processo creativo sempre in divenire.

Inizialmente attratto dalla Pouring Art, si è poi allontanato dalle logiche casuali di questa tecnica per sviluppare un linguaggio più strutturato e personale. L’astrazione rimane la sua dimensione prediletta, un territorio in cui emozione e gesto pittorico si fondono in composizioni intense e vibranti. L’uso di materiali non convenzionali, come la sabbia, il gesso, il caffè e la resina epossidica, conferisce alle sue opere una forte dimensione materica, arricchendole di suggestioni tattili e visive.

Fabry.art.design lavora prevalentemente in solitudine, nella quiete della notte, quando il silenzio gli permette di immergersi completamente nel processo creativo. La sua arte nasce da un’esigenza intima, dalla necessità di tradurre in immagini le proprie emozioni e riflessioni. I suoi lavori si configurano come inviti all’introspezione, suggerendo una pausa dalla frenesia del quotidiano per riscoprire il valore del tempo e della percezione interiore.

Attualmente, è tra gli artisti selezionati per ‘Everland Art – Percorsi di ricerca’, un evento espositivo organizzato dall’Associazione Culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio in collaborazione con la Galleria d’Arte ‘Il Leone’, dove presenta ‘Il sorriso della luna’, opera che segna un importante punto di svolta nella sua evoluzione artistica. Il suo obiettivo è continuare a esplorare il potenziale espressivo dell’arte astratta, senza precludersi incursioni nel figurativo e in tematiche di attualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

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Interviste

Quilio Natural Design – L’Arte di Carlo Alberto Mazza tra Natura, Sostenibilità e Improvvisazione

 

Quilio Natural Design


L’Arte di Carlo Alberto Mazza tra Natura, Sostenibilità e Improvvisazione

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |21|Febbraio|2025|

 

Carlo Alberto Mazza si distingue nel panorama artistico contemporaneo per un approccio molto particolare alla materia, in cui la natura non è semplice ispirazione ma complice e guida. Il suo progetto, Quilio Natural Design, è un encomio del riuso e della trasformazione, un’arte che nasce dal rispetto e dalla volontà di riscoprire il valore nascosto nei materiali abbandonati.

I suoi lavori sono il frutto di un’intuizione molto sentita: non impone la forma, ma la svela, lasciandosi guidare dalle venature del legno, dalle asperità della radice, dalla storia silente custodita nei frammenti raccolti. È un linguaggio che affonda le radici in un’estetica arcaica, ma si nutre della sensibilità moderna per la sostenibilità e il recupero.

C’è in lui un senso di esplorazione quasi musicale, un’improvvisazione che richiama il jazz, sua grande passione. Ogni pezzo è un dialogo tra equilibrio e spontaneità, tra istinto e riflessione. I materiali si fanno testimoni del tempo, rivelano le loro cicatrici, le loro metamorfosi, offrendo all’osservatore un’esperienza tattile e visiva che va oltre il semplice atto contemplativo.

Le opere di Carlo Alberto si collocano in uno spazio sospeso tra il passato e il presente, evocano il primordiale e, al contempo, la tensione verso il futuro. È un’arte che ci interroga, che ci invita a riflettere sulla fragilità e sulla resistenza, sulla natura come compagna e non come risorsa da sfruttare. In questa continua riscrittura del rapporto tra uomo e ambiente, il suo lavoro si fa testimonianza poetica e concreta di un mondo che rinasce dalle proprie radici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Alberto ci apre le porte del suo mondo artistico, dove la natura guida la mano dell’artista e i materiali dimenticati riprendono vita. 

 

In questa intervista, esploriamo la filosofia che anima il suo progetto  Quilio Natural Design e scopriamo come l’arte possa nascere dal dialogo profondo con l’ambiente.

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

Ho sempre avuto un interesse particolare verso tutte le
forme d’arte, senza nessuna preclusione, dai graffiti delle caverne all’arte
contemporanea. Ho creato cosi un mio personale background artistico. 
Come e quando sia iniziato non lo ricordo, ma sicuramente
avrà contribuito tutto quello che avevo accumulato in precedenza.

 

 

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

Per il tema seguo il momento o quello che mi ispira il
materiale che ho tra le mani. Il messaggio, tranne in certi casi specifici, lo
lascio all’interpretazione e alle sensazioni che scaturiscono a chi osserva
l’opera.

 

 

Il tuo progetto Quilio Natural Design si basa su un profondo
rispetto per la natura e sulla valorizzazione del materiale naturale. Come
scegli i materiali che utilizzi per le tue sculture e qual è il processo
creativo che segue?

Si, il mio progetto Quilio Natural Design si basa su un
profondo rispetto per la natura. La vivo costantemente e completamente ogni
giorno. Abitando in campagna e durante le mie passeggiate tra i boschi e le
montagne raccolgo il materiale sia rami che radici, oramai divelte, (non taglio
non sego non sradico !!!).

Ovviamente nulla è a caso, tutto deve avere un senso: prendo
solamente quello che già mi ispira il probabile processo che ne seguirà. In
altre parole, quel pezzo di legno deve dirmi qualcosa e in quel momento nasce,
inesorabile, il corso creativo.

 

 

 

 

Le tue opere riflettono un dialogo tra arte e sostenibilità.
Come bilanci il desiderio di esprimerti artisticamente con l’importanza di
rispettare e preservare l’ambiente?

Ho raggiunto la consapevolezza che la natura sia da tutelare
e salvaguardare in ogni modo e per me ha molta importanza nei lavori che
faccio. Il riciclo dei materiali e la loro applicazione nell’arte sta alla base
del mio intento. Quindi partendo da questo principio il dialogo tra arte e
sostenibilità è molto bilanciato: c’è una profonda connessione tra l’una e
l’altra.

 

Sappiamo che il jazz è una parte fondamentale della tua vita
e una fonte d’ispirazione per il tuo lavoro. In che modo la musica influenza le
tue sculture e il tuo processo artistico?

La musica influenza moltissimo il mio lavoro. E’ la colonna
sonora della mia vita, non potrei farne a meno. Mi aiuta nell’ispirazione come
nel processo creativo. Il jazz poi contempla in sé una parte improvvisativa e
quella mi ha insegnato ad uscire da ogni impasse creativo.

 

 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

Non seguo un processo creativo standardizzato. Non tutte le
mie sculture hanno la stessa genesi.

 

Quali materiali preferisci utilizzare per le tue sculture, e
cosa ti guida nella scelta di un materiale rispetto a un altro?

Oltre ai materiali che la natura mi asseconda ad usare,
utilizzo esclusivamente materiali riciclati: scarti di legno di ferro di marmo
o pietre cercando di essere il più sostenibile possibile.

 


 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo
il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Il rapporto tra arte e pubblico è complicato. Dipende molto
dalla competenza delle persone. Sei ad ogni modo sempre sotto esame. Quando
creo una scultura non parto mai dal presupposto che debba piacere a qualcuno ma
che soddisfi innanzitutto me stesso. Ovviamente i giudizi positivi fanno sempre
piacere ma anche quelli negativi favoriscono il percorso dell’artista, la sua
maturazione e la sua coscienza di sé.

 

Recentemente hai partecipato a Visioni, il premio d’arte internazionale organizzato dall’associazione culturale AthenaeArtis di Maria Di Stasio. Che esperienza è stata per te? C’è qualcosa di particolare che hai apprezzato o che ha arricchito il tuo percorso artistico?

E’ stata senza dubbio una bella esperienza. Sono dell’idea
che ogni esperienza arricchisce il percorso artistico. La particolarità del
contesto, il tempio di Pomona a Salerno, ha dato prestigio e contribuito alla
riuscita della mostra. Inoltre, ho apprezzato il lavoro e 
la dedizione della curatrice Di Stasio che ha organizzato
l’evento con qualità e competenza.

 

  

Le tue opere scultoree presentate a Visioni sono state
tra le protagoniste dell’evento, distinguendosi al punto da farti ottenere una
menzione speciale. Puoi raccontarci il processo creativo che ti ha portato a realizzarle?
C’è una storia, un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?

Ho scelto le opere da presentare pensando soprattutto al
posto dove sarebbero state accolte e alla sinergia che avrebbero prodotto insieme.
Mi interessava introdurle nel contesto in una condizione di omogeneità. Ho
preferito La torre dei serpenti, Dromedari e Mutazione perché nella loro
unicità mantengono coeso l’intento del progetto creativo, quello di vedere
l’arte attraverso la natura.

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Continuerò a portare avanti il progetto Quilio Natural
Design perché nella natura c’è tutto un mondo ancora da esplorare e, come nuovo
obbiettivo, sviluppare forme di commistione tra vari i materiali.

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email  info@quilionaturaldesign.com

Phone  +39 327 287 4618

Instagram  quilio.natural.design

Pinterest Quilio Natural Design

 

 

 

 

 

 

Carlo Alberto Mazza (Quilio Natural Design)

 

 

 

Vive in Italia, in campagna a pochi chilometri da Roma.
Si dedica da anni alla lavorazione del legno e del restauro.
Il suo progetto Quilio Natural Design si basa su una ricerca di materiale naturale che recupera e lavora per dare allo stesso una seconda “vita”.
Rami, ramaglie o radici, tutte ormai inerti, li raccoglie senza danneggiare, tagliare o estirpare alberi o terra.
Il sottobosco regala elementi che tradotti in sculture assecondano la natura stessa.
Trova nella natura un linguaggio personale e originale dove il riciclo e il rispetto dei materiali hanno un’importanza determinante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Interviste

Raccontare l’Attimo – La Fotografia di Sax Palumbo

 

Raccontare l’Attimo 

La Fotografia di 

Sax Palumbo

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |12|Febbraio|2025|

 
 

La fotografia di Salvatore Palumbo detto Sax nasce da un dialogo intimo e incessante con l’essere umano. Il suo percorso, scandito da pause e ritorni, è un viaggio che si snoda tra analogico e digitale, tra passato e presente, alla ricerca di una verità che si annida nei dettagli, nei volti, nei gesti colti con sensibilità e rispetto.

Se la sua adolescenza lo ha visto avvicinarsi alla fotografia con la meraviglia tipica della scoperta, è nella maturità che il mezzo diventa strumento di introspezione e narrazione. Non più semplice osservazione del mondo, ma riflessione sull’individuo nel suo rapporto con lo spazio e il tempo. Il fotografo, consapevole delle trasformazioni tecnologiche e del proprio percorso, non si definisce tale nel senso tradizionale del termine, ma si riconosce come fruitore della macchina fotografica, un mezzo che gli consente di dare forma concreta ai pensieri e alle emozioni.

Il suo lavoro si muove con naturalezza tra generi diversi, dal ritratto alla Street Photography, dalla fotografia concettuale fino a opere che sfiorano il reportage. Ma il fil rouge che attraversa ogni immagine è la centralità dell’uomo, non come semplice soggetto, ma come elemento vivo della composizione, portatore di storie, di sguardi che parlano, di gesti che raccontano.

La fotografia di Sax Palumbo è il risultato di un processo meticoloso, fatto di pianificazione, sopralluoghi e ricerca. Ogni scatto è il culmine di un’attenta costruzione visiva, in cui il tempo non è semplicemente fermato, ma orchestrato. Il suo sguardo sulla società contemporanea è acuto, ma attraversato da una sensibilità poetica che lo distingue. Più che catturare l’istante, Palumbo lo genera, con un approccio che ricorda quello di un pittore: non registra la realtà, ma la plasma, trasformando ogni immagine in un racconto denso di significati.

Alcuni suoi lavori, come “Memorie” o “Narcisa”, non si limitano a documentare, ma evocano, scavano nel vissuto personale e collettivo, sfiorando temi universali come la memoria, l’identità, il dolore e la resilienza. La sua fotografia diventa così vera  testimonianza, un atto di resistenza alla superficialità del quotidiano, una ricerca dell’essenza che va oltre l’immagine stessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa intervista, l’autore ci apre le porte del suo universo creativo, rivelandoci il suo sguardo, il suo metodo e la sua visione artistica.

Ne nasce un dialogo intenso sulla fotografia intesa come narrazione creativa, in cui ogni immagine diventa un frammento di storia modellato con consapevolezza e poesia.

 

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

Ho conosciuto la fotografia in età adolescenziale e , come capita a molti, con una vecchia Minolta di mio padre. La mia prima macchina fotografica Reflex, comprata col classico salvadanaio, fu una Canon AE1 Program. Come tutti i neofiti, ho iniziato con le foto panoramiche, viaggiavo per fotografare , sceglievo le mie destinazioni non per il divertimento che potevano offrirmi , ma per gli scatti che avrei potuto ricavarne. Dopo alcuni anni, insieme ad un mio amico, arrivammo addirittura ad attrezzare una camera oscura per sviluppare i nostri rullini. Ricordo che in quei periodi, la mia maggior amarezza era l’ impossibilità di frequentare una scuola di fotografia perché all’epoca a Napoli non esistevano proprio, quindi per imparare spendevo tanti soldi per l’ acquisto di riviste del settore, ed inoltre il non aver mai considerato la fotografia come un futuro lavoro ma relegarla solo una passione.

Questo è stato il mio primo periodo fotografico, in cui nella fotografia cercavo di immortalare soprattutto la bellezza dei luoghi.

 

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Ho letto da qualche parte un pensiero che rappresenta costantemente la mia ricerca fotografica :

La forza delle immagini, il loro scavare nell’anima e nel cuore, quella capacità di guardare oltre, di carpirne l’attimo fuggente, che poi è la vita. Le parole sono fugaci, malandrine, ingannevoli, le fotografie centrano giusto l’ obiettivo : in una società che corre vorticosamente , osando, tentennando, volteggiando, capovolgendo la realtà e i suoi significati, la macchina fotografica immortala l’ istante, spogliandolo dalle spiegazioni, emendandolo dalle sovrastrutture. La foto toglie il superfluo del dire e non dire, fissa l’ emozione e le da corpo. “

Ecco, questa oggi è la mia fotografia. Io non mi ritengo un fotografo, io semplicemente utilizzo il mezzo fotografico e probabilmente nemmeno  in maniera eccelsa, ma questo non ha importanza, ciò che conta e’ quello che riesco a catturare, che sia un ritratto o una street, e a trasmettere, ed è per questo che molti dei miei lavori, hanno me stesso come soggetto.

 

 

 

Dopo vent’anni di pausa, rituffarsi nella fotografia in un’era digitale è stata una sfida. Qual è stato l’aspetto più difficile da riadattare e quale invece la sorpresa più stimolante?

Superati i 50 anni, con l’ avvento dei social e degli smartphone, è iniziato il percorso di riavvicinamento. Dopo qualche anno, grazie all’ insistenza di alcuni amici, decisi di comprarmi la prima macchina digitale… un trauma.

Scesi subito a provarla, decine e decine di scatti, non se ne salvava uno!

Ricominciai quindi a studiare, studiare e scattare, scattare… scattare.

 

 

 

 

La street photography, il reportage panoramico e il ritratto sono generi molto diversi. C’è un filo invisibile che lega questi tre mondi nel tuo modo di raccontare attraverso le immagini?

Col riavvicinarmi alla fotografia ripresi  il genere fotografico che avevo lasciato anni prima, il Landescape. Ma piu’ fotografavo e piu’ mi accorgevo che erano fotografie che non mi davano piu’ niente, non mi trasmettevano emozioni. Iniziava quindi il mio viaggio tra i vari generi, dal panorama allo street, dal ritratto allo still life, dalle foto di moda alla pubblicità. Ogni genere toccato mi ha dato qualcosa in termini di tecnica, ma nessuna mi ha mai preso piu’ di tanto, è stato, ed è ancora un continuo tormento artistico.

Infine ho capito alcune cose, mi sono accorto ad esempio che senza rendermene conto nei miei racconti fotografici, prediligevo la presenza umana.

 

 

 

Tra i tuoi tantissimi riconoscimenti c’è quello per la tua opera Memorie che è stata premiata per ‘Napoli Arte e Rivoluzione’. Cosa volevi raccontare con quello scatto e cosa significa per te il concetto di ‘memoria’ nella fotografia?

Memorie era una fotografia accompagnata da una mia poesia, che raccontavano insieme le memorie che mi aveva trasmesso mio padre nei suoi racconti, sui periodi della guerra e immediatamente successivi, su Napoli.

Se invece vogliamo dire di cosa sia la memoria in ambito fotografico, rispondo “Tutto” , la fotografia e’ la nostra memoria depurata da parole che inevitabilmente ne influenzano la lettura, una cruda e reale rappresentazione dell’attimo che stiamo immortalando


Un’altra grande soddisfazione è arrivata con la tua opera Il Fiordo di Furore, uno scatto realizzato in un luogo iconico e pubblicato su Repubblica. Cosa rende un paesaggio non solo bello, ma anche narrativo e potente dal punto di vista fotografico?

Sono fotograficamente cambiato dai tempi di quello scatto. Oggi non mi interessa piu’ immortalare la bellezza di un luogo, è un genere che non mi rappresenta più, se rifacessi oggi quella fotografia , cercherei sicuramente una presenza umana per raccontare il rapporto di tale bellezza con l’uomo.

 

 

 

 

Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?

No, pur avendo una libreria con libri di tanti fotografi che ammiro, famosi e no, non ho mai preso nessuno come fonte di ispirazione. Ritengo che , come ogni forma d’arte, la fotografia debba essere una ricerca e crescita del tutto personale 

 

Come scegli i soggetti o le scene da immortalare? Segui un’intuizione momentanea o c’è sempre una pianificazione dietro ogni scatto?

Dipende da cosa voglio raccontare. Spesso mi capita di costruire i miei scatti in studio o anche in esterna, cercando modelli/e che più si adattano a ciò che voglio rappresentare. Altre volte invece esco per le strade con l’idea precisa di cosa cerco, a volte va bene altre me ne torno senza aver scattato proprio.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Bisogna essere onesti su questo argomento. Se parliamo di gradimento sui social, allora rispondo sicuramente che non li considero proprio, lo dimostra il fatto che da quando ho smesso di fotografare panorami e tramonti fini a se stessi, il mio  gradimento sui social è piu’ che dimezzato, ma questo conta poco. Quello che invece mi interessa e spesso mi condiziona è il gradimento che ho in una mostra, l’ interesse che suscito o meno. Quello si che mi interessa.

 


 

Che ruolo ha la tecnologia (fotocamere, software di post-produzione) nel tuo processo creativo e nella realizzazione delle tue opere fotografiche?

L’ era del digitale ha portato infiniti cambiamenti nella fotografia e soprattutto nella fase di post produzione. Adoro la fotografia pulita solo con le correzioni di base necessarie, ma, come gia’ ho detto, io mi ritengo un fruitore del mezzo fotografico, quindi se per realizzare una mia idea devo ricorrere alla manipolazione di una mia foto, lo faccio e devo dirti, che mi diverto pure. Se la tecnologia ci mette a disposizione i  progressi fatti, penso sia stupido non usarli.

Per quanto riguarda invece la macchina fotografica invece posso affermare che per me non ha molta rilevanza, nel sensio che se hai gia una buona attrezzatura è inutile affannarsi per acquistare l’ultimo modello, più performante, con più automatismi, più megapixel ecc ecc. A meno che tu non sia un professionista che ha bisogno assolutamente di determinate caratteristiche, credo che una buona fotografia la fai sia con una entry level che con una top di gamma. Ma la foto buona la devi saper fare a prescindere

 

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Si, ce ne sono diverse e spesso sono quelle che meno ho esposto o venduto. Una tra tante è sicuramente “ Narcisa “, finora mai esposta in mostra ma solo una volta sui social.

Anni fa, durante un evento/mostra ebbi modo di conoscere Adele Ceraudo, artista internazionale conosciuta anche come Lady bic, perché realizza le sue opere unicamente con tratti di penna ed ha lavori esposti nelle principali gallerie nel mondo. Ci incontrammo tempo dopo e le parlai di un mio progetto chiedendole se si fosse prestata, inaspettatamente mi disse di si  e tempo dopo lei scese di proposito da Milano e passammo una intera giornata in un grande studio a lavorare a questo progetto di cui lei poi si è riservata l’utilizzo di una fotografia per rifarla con la sua tecnica ed includerla in una prossima sua mostra

 

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

Io non lo so se il mio lavoro contribuisca o meno, certo me lo auguro, ma a prescindere da me, mi auguro che l’arte in generale , piossa divulgarsi sempre di più perché anche se sembra una cosa banale, vivere d’arte…vivere nell’arte, rende migliori e noi abbiamo bisogno di un mondo migliore.

 

 

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate?

Domanda semoplice e risposta semplice : Napoli. Napoli è una città che da poco spazio al mondo dell’arte. Ho la fortuna di conoscere tantissimi artisti di valore, sia nel campo della fotografia che della pittura , che in altre realtà avrebbero una visibilita e un successo molto superiori 

 

Recentemente hai partecipato a Visioni, il premio d’arte internazionale organizzato dall’associazione culturale AthenaeArtis di Maria Di Stasio. Che esperienza è stata per te? C’è qualcosa di particolare che hai apprezzato o che ha arricchito il tuo percorso artistico?

Bellissima esperienza, adoro e rispetto Maria , ce ne vorrebbero tante come lei. Fa il suo lavoro in maniera eccellente e si è visto con quale impegno ha affrontato la realizzazione di questa prima edizione di Visioni. Credo che sia stato un evento che ha dato tanto a tutti i partecipanti. Confrontarsi con altri artisti è sempre importante.

 

 

Le tue due opere fotografiche presentate a Visioni sono state tra le protagoniste dell’evento, distinguendosi al punto da farti ottenere una Segnalazione di Merito. Puoi raccontarci il processo creativo che ti ha portato a realizzarle? C’è una storia, un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?

In verità non credevo nemmeno che le mie due opere sarebbero state accettate, perche erano due lavori/denuncia, il primo sulla violenza sulle donne, il secondo sulla guerra in Palestina.

La prima scattata a Roma durante una mostra di fotografia in cui si esibiva in una performance Tiziana Novelli, in scena con Tiziana cìera il manichino femminile fatto a pezzi. Io scattai la foto e in fase di post misi sulla faccia del manichino il volto di Tiziana che era accovacciata li vicino, il tutto per rappresentare la presa di coscienza di una donna che si vede li a terra distrutta e inconsapevole di cioì che subiva.

La seconda invece ritrae un battente durante la processione di Guardia Sanframondi, mentre si batte sul petto insanguinato, in post ho aggiunto sullo sfondo la bandiera della Palestina, a rappresentare le colpe che tutti abbiamo in merito ad una tragedia che ci vede quasi indifferenti

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

Dedicarmi sempre di più alla fotografia “ Concettuale”, con particolare riferimento al mondo delle donne, realizzare buoni lavori che portino ad una personale ed eventuale pubblicazione di un libro. Chissa!

 

 

 

Contatti

 

Email saxpalumbo@gmail.com

Facebook Sax Palumbo

Instagram sax_bw

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasco a Caracas , Venezuela nel lontano 1959.

Fino all’età di 13 anni sono stato cittadino del mondo, alternando la mia residenza tra Caracas, Milano e Napoli, dove finalmente a 14 anni, trovo la mia stabilità.

La passione per la fotografia arriva durante l’ adolescenza, ma sempre vissuta come passione e mai come prospettiva di lavoro, iniziano le sperimentazioni con l’ analogico, la camera oscura e le prime mostre. Il matrimonio e l’arrivo dei figli, mettono da parte la passione e si pensa unicamente al lavoro e alla famiglia.

Con la separazione e i figli ormai cresciuti, verso i 50 anni torno, un po casualmente, nel mondo della fotografia, ritorno certo non facile avendo abbandonato con l’analogico e trovando un mondo digitale. 

Impegno studio e costanza la fanno però da padrone e pur nella consapevolezza di non poter recuperare completamente il passo con l’ avanzare della tecnologia, arrivano i primi risultati con mostre e riconoscimenti.

Come la maggior parte dei neofiti, col passaggio al digitale ho toccato un po tutti i generi fotografici, ma pur nella consapevolezza che ogni genere, contribuiva ad una mia crescita tecnica, in nessuno di questi trovavo però la mia realizzazione, fino a capire che non importava il genere a cui mi dedicavo, che si trattasse di street, ritratto, concettuale o anche addirittura un tramonto, la cosa importante per me era e rimane, la presenza dell’uomo, immortalare e studiare le emozioni, le espressioni, il rapportarsi con la realtà che lo circonda nel tentativo di coglierne i più profondi pensieri.

Se devo dare una definizione di me come fotografo, direi che oggi non lo sono, credo di aver accumulato troppo svantaggio verso una tecnologia in continua evoluzione, mi manca la semplicità della fotografia analogica, in cui scattavi, sviluppavi il rullino ed esponevi. Oggi, anche per il tipo di fotografia che faccio, mi ritengo semplicemente un fruitore della macchina fotografica, che mi aiuta a rappresentare al meglio, anche sotto una forma d’ arte, ciò che ho in mente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Interviste

Pedro Sousa Louro L’Architettura della Materia e l’Eloquenza del Colore

 

 

Pedro Sousa Louro
L’Architettura della Materia e l’Eloquenza del Colore
 

 

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |09|Febbraio|2025|

 

 

 

 

 

NEOPLASTICISMO

“La mia arte è creata dalle mie percezioni visive, sia consce che inconsce; è il linguaggio del mio sistema nervoso.”

 

Pedro Sousa Louro

 

 

 

Pedro Sousa Louro incarna una sintesi raffinata tra la forza espressiva dell’arte e l’equilibrio formale dell’architettura. La sua pratica artistica, permeata da una sensibilità modernista, trova nel neoplasticismo la propria matrice concettuale, per poi espandersi in un dialogo incessante con il cubismo, l’espressionismo astratto e la materia stessa. Artista cosmopolita, nato in Africa da una famiglia portoghese aristocratica e successivamente formatosi tra Madrid e Londra, Pedro ha affinato la propria visione estetica al Chelsea College of Art and Design e al Kensington and Chelsea Art College University, dove ha consolidato il suo linguaggio astratto e strutturale.

 

Nel suo lavoro si avverte una tensione tra l’ordine geometrico e la spontaneità della materia. Il legno di recupero, i metalli ossidati e le superfici testurizzate non sono semplici supporti, ma attori protagonisti di una narrazione visiva che richiama frammenti di storia, architettura e memoria collettiva. Vi è un’intensa ricerca della forma primaria, dove le influenze di Ben Nicholson e Mondrian si intrecciano con il rigore strutturale di Andrea Branzi, suggerendo una riflessione sulla funzione dell’arte nel contesto urbano e ambientale.

 

Pedro Sousa Louro non si limita alla bidimensionalità della tela: la sua arte è costruzione, stratificazione, ricerca di una grammatica spaziale che dialoga con la storia e la contemporaneità. La sua pittura, sebbene radicata nelle avanguardie del Novecento, si proietta nel presente attraverso un linguaggio innovativo che coniuga la razionalità del cubismo con la gestualità di Pollock e la sensibilità cromatica di Rothko. Il suo approccio quasi archeologico alla materia, nel quale l’opera emerge come un palinsesto di memorie visive, lo rende un protagonista della scena artistica internazionale, riconosciuto e celebrato da prestigiose istituzioni e riviste di settore come British Vogue, The Wall Street Journal e Vanity Fair.

 

Più che un semplice linguaggio estetico, l’opera di Pedro Sousa Louro è una rivelazione in cui il gesto diventa struttura e la forma si fa racconto. L’osservatore è chiamato a perdersi nelle trame geometriche e nei contrasti materici, ritrovando nella composizione l’eco dell’incessante costruzione del pensiero di un artista capace di trasformare la pittura in un varco, in cui si dispiega una cartografia sensoriale della contemporaneità.

 

 

 

 

 

 

NEOPLASTICISM

“My art is created by my visual perceptions, both conscious and unconscious; it’s the language from my nervous system.”

Pedro Sousa Louro

 

Pedro Sousa Louro embodies a refined synthesis between the expressive power of art and the formal balance of architecture. His artistic practice, permeated by a modernist sensibility, finds its conceptual matrix in neoplasticism, and then expands into an incessant dialogue with cubism, abstract expressionism and matter itself. A cosmopolitan artist, born in Africa to an aristocratic Portuguese family and subsequently educated between Madrid and London, Pedro refined his aesthetic vision at the Chelsea College of Art and Design and at the Kensington and Chelsea Art College University, where he consolidated his abstract and structural language.

 

In his work, there is a tension between geometric order and the spontaneity of matter. Reclaimed wood, oxidized metals and textured surfaces are not simple supports, but protagonists of a visual narrative that recalls fragments of history, architecture and collective memory. There is an intense search for primary form, where the influences of Ben Nicholson and Mondrian intertwine with the structural rigor of Andrea Branzi, suggesting a reflection on the function of art in the urban and environmental context.

 

Pedro Sousa Louro is not limited to the two-dimensionality of the canvas: his art is construction, stratification, the search for a spatial grammar that dialogues with history and contemporaneity. His painting, although rooted in the avant-gardes of the twentieth century, projects itself into the present through an innovative language that combines the rationality of cubism with the gestures of Pollock and the chromatic sensitivity of Rothko. His almost archaeological approach to the material, in which the work emerges as a palimpsest of visual memories, makes him a protagonist of the international art scene, recognized and celebrated by prestigious institutions and magazines such as British Vogue, The Wall Street Journal and Vanity Fair.

 

More than a simple aesthetic language, the work of Pedro Sousa Louro is a revelation in which the gesture becomes structure and the form becomes a story. The observer is called to lose himself in the geometric patterns and material contrasts, finding in the composition the echo of the incessant construction of the thought of an artist capable of transforming painting into a passage, in which a sensorial cartography of contemporaneity unfolds.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa intervista, avremo il privilegio di scoprire da vicino l’universo creativo di Pedro Sousa Louro, immergendoci nelle sfumature della sua inimitabile visione artistica.

 

 

 

 

Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

Quando ho smesso di lavorare nel settore della modellazione e della radiodiffusione, ho iniziato subito a dipingere professionalmente. Era il 2012 circa. Ma dipingo da quando ero molto giovane. Non ho iniziato professionalmente prima a causa dei successi economici della mia precedente carriera.

 

 

Qual è il tema centrale o il messaggio che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

 

Il mio tema centrale e messaggio, che trasmetto sempre agli spettatori attraverso il mio lavoro, è l’importanza della visione e della percezione astratta individuale, che ognuno di noi ha in un modo completamente diverso di narrare e comprendere.

 

 

Come descriveresti il ​​tuo stile artistico e come si è evoluto?

 

La mia passione per le forme e le figure architettoniche mi guida immensamente. Il mio lavoro si evolve attorno a questa passione, utilizzando tecniche e idee che ho sviluppato nel corso degli anni. Ha funzionato perfettamente per me fino ad ora.

 

 

 

La tua arte è profondamente influenzata dall’architettura e dal neoplasticismo, ma anche da una forte componente materiale e tangibile. Come riesci a bilanciare l’ordine geometrico delle tue composizioni con l’imprevedibilità dei materiali riciclati che utilizzi?

 

Ottima domanda. È una follia. Gli oggetti che incorporo nelle mie composizioni devono avere un potenziale formato di design, quindi è piuttosto impegnativo. Vivo con Madre Natura. L’oggetto verrà nella mia direzione. Incorporare tutto insieme con tecniche sviluppate è un’altra follia, ma sono sempre d’accordo con la testa. La composizione deve avere una fine e deve essere fatta. Non c’è altro accordo tra la mia testa e l’opera.

 

 

Hai spesso affermato che ogni edificio dovrebbe riflettere le esigenze del dominio pubblico e della vita ambientale, piuttosto che essere semplicemente un investimento economico. Come trasmetti questa filosofia nelle tue opere artistiche e come speri che il pubblico la percepisca?

 

 La mia esperienza di vita con architetti e clientela architettonica e i miei studi sulle eredità degli architetti mi hanno dato un’enorme comprensione e conoscenza di come un edificio veniva visualizzato e costruito per manifestare positivamente le esigenze del pubblico.

 

 

 

 

La tua pratica artistica fonde diverse influenze, dal cubismo di Ben Nicholson all’espressionismo astratto di Rothko e Pollock, ma con una reinterpretazione molto personale. Come descriveresti il ​​processo creativo che ti porta a sintetizzare queste correnti storiche in opere così contemporanee e uniche?

 

L’unica verità solida sull’umanità sono le eredità di cui scriviamo a qualsiasi livello di lavoro e scoperta umana. Mi innamoro delle eredità della realtà. Il processo creativo sul risultato della mia passione per le eredità umane è qualcosa per cui non avevo altra scelta se non trovare un modo per convivere con entrambe le cose insieme. Le informazioni dalle eredità e la mia risposta ai miei nuovi elementi di conoscenza. Poi faccio il mio lavoro.

Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato in modo particolare la tua visione?

 

I miei sensori ispiratori al momento sono molto multiculturali e multietnici. Sono il Presente.

Ma sono stato abbastanza fortunato da conoscere bene Andrea Branzi, per esempio. Come creatore di progetti architettonici e pensiero ideologico moderno contemporaneo, il suo cervello ha influenzato enormemente la mia visione creativa e vivente.

 

 

 

 

Qual è il processo creativo che segui per creare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

 

Ho iniziato a creare la forma geometrica di ciò che ho usato per almeno 5 anni. I vecchi elementi metallici si sono deteriorati. Poi ho progettato un’altra forma architettonica geometrica che sarebbe diventata una sola forma nel complesso. I colori e i dettagli arriveranno dopo. Al momento, questo è il mio rituale di lavoro e potrebbe durare per un bel po’.

 

 

Che importanza dai al colore nel tuo lavoro? Come scegli la tua tavolozza e cosa significa per te il colore? 

 

È piuttosto essenziale e personale il modo in cui scelgo i colori nelle mie composizioni. I colori devono comunicare tra loro e stare bene insieme (secondo me). Ho scelto i colori nello stesso modo in cui ho scelto i colori dei vestiti che indosserò.

 

 

Preferisci lavorare su tela da solo o trovi ispirazione anche in contesti collettivi, come workshop o eventi artistici?

 

Sempre da solo. Non riesco a lavorare e concentrarmi sulle persone che mi circondano. Devo essere da solo e nel mio ambiente. Se devo collaborare su commissione con un altro artista, non ho altra scelta. Ma preferisco lavorare da solo.

 

 

 

 

Come vivi la relazione tra arte e pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

 

Lo adoro! Amo il negativo e il non gradito tanto quanto quelli positivi e complementari. Sono tutti un regalo per il mio ego. Noi artisti siamo costantemente connessi con il nostro ego. Qualunque sia il feedback, lo adoro!

 

C’è un’opera tra quelle che hai creato che ritieni particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

 

Sì, due. Una si chiama “Call me Ben”, un’opera d’arte tratta da uno studio di Ben Nicholson. Il collezionista che l’ha acquisita ha capito esattamente la mia visione e il mio linguaggio artistico e la necessità di creare un’opera d’arte in suo onore.

L’altra si chiama “Inturrapting circle”. Inconsciamente, ho creato un’opera d’arte che rifletteva vividamente ciò che stavo attraversando nella mia vita personale in quel momento.

 

 

La recente collaborazione con Twenty Century Films e Disney Productions per “The Amateur” rappresenta un’importante opportunità per far dialogare la tua arte con il mondo del cinema. Come è nata questa opportunità e come pensi che i tuoi dipinti contribuiranno a definire l’umore e la narrazione visiva del film?

 

L’opportunità è arrivata come invito da una persona interna a entrambe le società di cui non posso rivelare il nome della narrazione del film che vedremo ad aprile di quest’anno. Non sapevo nulla del film perché faceva parte del contratto. Di recente conosco solo il nome della produzione perché è terminata e il trailer è visibile al pubblico.

 

 

 

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

 

Il mio lavoro contribuisce a qualsiasi cosa sia collegata all’arte moderna contemporanea, incluso chiunque sia ispirato dalla mia creatività. Sono un artista che è già stato perfettamente compreso e voglio fare riferimento al mio nome e all’arte che creo come a una carriera e a un’eredità seria. Non sono un artista perché non ho niente di meglio da fare nella mia vita. Sono un artista perché so esattamente cosa creo e l’impatto che potrebbe avere sull’opinione pubblica e sul mondo dell’arte. So molto bene cosa sto facendo con la mia vita e la mia creatività, così come sull’arte e sulla nostra società contemporanea. L’arte è la nostra salvezza, come è sempre stata e sarà. L’arte siamo noi come esseri umani. Senza arte, non siamo niente.

 

 

Quali sono le sfide più grandi che hai dovuto affrontare come artista e come le hai superate? 

 

La sfida più grande per un artista è la sopravvivenza e il mantenimento del nostro nome nel settore. La sola cosa da superare è preoccuparsi di lavorare e superare gli ostacoli che gli artisti affrontano ogni giorno. Non è facile, a meno che tu non sia già un artista affermato.

 

 

Quali sono i tuoi piani o obiettivi per il futuro? Ci sono nuove aree o temi che vorresti esplorare?

 

Non sarò patetico. Dico la verità. Voglio uno studio più grande, cura nel lavoro e riconoscimento per la mia affermazione artistica.

 

 

 

 

In this interview, we will have the privilege of discovering the creative universe of Pedro Sousa Louro up close, immersing ourselves in the nuances of his inimitable artistic vision.

 

 

 

Can you tell us how you started your artistic journey?
Was there a particular moment or event that pushed you towards art?

When I stopped working in the modelling and broadcasting
industries, I started painting professionally straightaway. This was around
2012. But I have been painting since I was very young. I didn’t start
professionally before due to my previous career’s economic achievements.

 

What is the central theme or message you try to
communicate through your works?

My central theme and message, which I always convey to the
viewers through my work, is the importance of the individual abstract vision
and perception, which each of us has in a completely different way to narrate
and understand. 

 

How would you describe your artistic style and how has it
evolved?

My passion for architectural forms and shapes drives me
immensely. My work evolves around this passion, using techniques and ideas I
have developed over the years. It has worked perfectly for me until now.

 

 

 

Your art is profoundly influenced by architecture and
neoplasticism, but also by a strong material and tangible component. How do you
manage to balance the geometric order of your compositions with the
unpredictability of the recycled materials you use?

Great question. It’s a craziness. The objects I incorporate
into my compositions have to have a potential design format, so it’s quite
challenging. I live with Mother Nature. The object will come in my direction.
Incorporating all together with developed techniques is another craziness, but
I always agree with the head. The composition has to have an end and has to be
done. There is no other agreement between my head and the work.

 

You have often said that every building should reflect the
needs of public domain and environmental life, rather than simply being an
economic investment. How do you convey this philosophy in your artistic works
and how do you hope the public perceives it?

My life experience around architects and architectural
clientele and my studies on architects’ legacies gave me an enormous
understanding and knowledge of how a building was visualised and constructed to
positively manifest the public’s needs.

 

Your artistic practice blends different influences, from
the cubism of Ben Nicholson to the abstract expressionism of Rothko and
Pollock, but with a very personal reinterpretation. How would you describe the
creative process that leads you to synthesize these historical currents in such
contemporary and unique works?

The only solid truth about humanity is the legacies we write
about at any level of human work and discovery. I fall in love with the
legacies of reality. The creative process about the outcome of my passion for
human legacies is something that I didn’t have another choice but to find a way
to live with both things together. The information from legacies and my
response to my new elements of knowledge. Then I do my work.

 

 

What are the main sources of inspiration for your work?
Are there any artists, movements or personal experiences that have particularly
influenced your vision?

My inspirational sensors at present are very multicultural
and multi-ethnic. They are the Present.

But I was fortunate enough to know Andrea Branzi well, for
instance. As a creator of architectural designs and ideological modern
contemporary thinking, his brain has tremendously influenced my creative living
vision.

 

What is the creative process you follow to create your
works? Are there any techniques or rituals that you are particularly fond of?

I started making the geometrical shape of what I have used
for at least 5 years. The old metal deteriorated elements. Then, I designed
another geometrical architectural form that would become just one form
altogether. The colours and details will come after. At the moment, this is my
work ritual, and it may stay for quite a while.

 

What importance do you give to color in your work? How do
you choose your palette and what does color mean to you?

It’s pretty essential and personal how I choose the colours
in my compositions. The colours have to communicate with each other and look
nice together (in my opinion). I chose the colours the same way I chose the
colours of the clothes I will wear.

 

 

Do you prefer to work on canvas alone or do you also find
inspiration from collective contexts, such as workshops or art events?

On my own always. I can’t work and focus on the people
around me. I have to be on my own and in my environment. If I have to
collaborate as a commission together with another artist I do, I don’t have
another choice. But I prefer to work on my own.

 

How do you experience the relationship between art and
the public? How does people’s feedback or reactions influence your work?

I love it! I love the negative and the non-welcome as much
as the positive and complementary ones. All of them are a gift for my ego. We
artists are constantly connected with our ego. Whatever the feedback is, I love
it! 

 

 

Is there a work among those you have created that you
consider particularly significant for you? Can you tell us his story?

Yes, two of them. One is called “Call me Ben,” an
artwork from a study by Ben Nicholson. The collector who acquired it understood
precisely my vision and artistic language and the need to create an artwork in
his honour.

The other one is called “Inturrapting circle.”
Unconsciously, I created an artwork that vividly reflected what I was going
through in my personal life at that moment.

 

The recent collaboration with Twenty Century Films and
Disney Productions for “The Amateur” represents an important
opportunity to bring your art into dialogue with the world of cinema. How did
this opportunity come about, and how do you think your paintings will help
define the mood and visual narrative of the film?

The opportunity came as an invitation from a person inside
both companies that I can not disclose the name of the film’s narrative we will
see in April this year. I knew nothing about the movie as it was part of the
contract. I only know the name of the production recently because it is
finished, and the trailer is in public view.

 

How do you see the role of art in contemporary society?
Do you think your work contributes in any way to this role?

My work contributes to anything connected with contemporary
modern art, including anyone inspired by my creativity. I’m an artist who has
already been perfectly understood, and I want to reference my name and the art
I create as a serious career and legacy. I’m not an artist because I have
nothing better to do with my life. I’m an artist because I know precisely what
I create and the impact that it could have on the public view and the art
world. I know very well what I’m doing with my life and creativity, as well as
about art and our contemporary society. Art is our salvation, as it has always
been and will be. Art is us as humans. Without art, we are nothing.

 

What are the biggest challenges you have faced as an
artist and how did you overcome them? 

The biggest challenge as an artist is survival and
maintaining our name in the industry. The overcome is only one caring on
working and overcoming the obstacles that artists face daily. It’s not easy
unless you are already a mega-established one.

 

What plans or goals do you have for the future? Are
there any new areas or themes you would like to explore?

I’m not going to be pathetic. I tell the truth. I want a
bigger studio, care in working, and recognition for my art statem

 

 

Contatti/Contacts

 

PSL-Artstudio

Studio 166 Green Studios

Wimbledon Art Studios

10 Riverside Yard

SW170BB

London UK

 

STUDIO CONTACTS

Studio phone: +(44) 7393192910

E-mail: neoplasticism@pedrosousalouro.com

Alternative mail: psl-artstudio@hotmail.com

pedrosousalouro@outlook.com

www.pedrosousalouro.com

 

Instagram: @chelsea_pedrosousalouro

Instagram: @psl.artstudio

InataShop: @psl_architecturalneoplastic

Face: www.facebook.com/pslartstudio.co.uk

Face: www.facebook.com/sousalouroartist

 

 

 

 

 

 

Pedro Sousa Louro ha avuto una carriera eclettica, iniziando come presentatore televisivo e modello per quasi 17 anni, ma la sua vera passione è sempre stata l’arte. Oggi, artista a tempo pieno, trasferisce la sua anima nel suo studio, dedicandosi interamente alla creazione di opere cubiste.

Nato in Africa da una famiglia di origini aristocratiche portoghesi, Pedro si trasferì in Portogallo nei primi anni ’70, quando la sua famiglia tornò dall’Angola a Estoril Cascais, vicino a Lisbona. Nel 1989 si spostò a Madrid per lavorare come modello e studiare, per poi trasferirsi nel Regno Unito, dove risiede attualmente. Ha conseguito la laurea al Chelsea College of Art and Design di Londra nel 1997 e, nel 2011, ha ottenuto la sua terza laurea in “Abstract Vision and Modern Expressionism” presso la Kensington and Chelsea Art College University.

Spinto da un profondo apprezzamento per l’architettura e il movimento neoplasticista, Pedro fonde in modo unico queste influenze nella sua arte. Crede fermamente che ogni edificio debba rispecchiare le esigenze del pubblico e dell’ambiente, non solo rappresentare un investimento economico. Utilizzando materiali diversi, come legno di recupero e metalli ossidati, combina cubismo, espressionismo astratto ed elementi architettonici per creare composizioni completamente neoplastiche. Le sue opere innovative sono state presentate a livello internazionale su prestigiose pubblicazioni come British Vogue, House & Garden, Vanity Fair, Tatler, The Wall Street Journal e altre riviste d’arte di fama mondiale.

Nel 2021, il presidente portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e l’ex ambasciatore portoghese nel Regno Unito, Manuel Lobo Antunes, lo hanno onorato per il suo significativo contributo all’arte a livello internazionale. Nel 2023, le sue opere sono state scelte per la scenografia di due importanti produzioni cinematografiche presso 20th Century Studios | Disney USA.

Pedro trae ispirazione da artisti e designer di spicco, tra cui l’architetto italiano Andrea Branzi, il cui lavoro nei principali musei e gallerie del mondo ha influenzato profondamente la sua visione creativa. Inoltre, il suo stile riflette un dialogo con l’evoluzione del colore e della geometria, ispirandosi a maestri come Francis Bacon, Ben Nicholson e, in parte, Mondrian e Picasso. La sua ricerca artistica combina cubismo ed espressionismo astratto, adottando tecniche come il “dropping” di Pollock, ma con la struttura e l’ordine tipici di Rothko.

Le opere di Pedro Sousa Louro si distinguono per una tangibilità strutturale immediata. Attraverso una palette terrosa e un uso sapiente dei materiali, il suo stile evidenzia il contrasto tra legni scuri e linee bianche pulite, creando un effetto visivo che richiama il collage e l’archeologia artistica. Il suo lavoro si configura come un’esplorazione della storia, dissotterrando strati dimenticati attraverso una prospettiva innovativa.

Con la sua visione artistica unica, Pedro continua ad affascinare collezionisti internazionali offrendo loro una nuova prospettiva sull’arte e sulla vita. Tra gli artisti LGBTQ più discussi del momento, le sue opere sono apprezzate da collezionisti in Europa, Medio Oriente, India, Australia, Stati Uniti, Russia e Sud America.

 

 

 

Pedro Sousa Louro has had an eclectic career, starting as a TV presenter and model for almost 17 years, but his true passion has always been art. Today, a full-time artist, he pours his soul into his studio, dedicating himself entirely to the creation of cubist works.

Born in Africa to a family of Portuguese aristocratic origins, Pedro moved to Portugal in the early 1970s when his family returned from Angola to Estoril Cascais, near Lisbon. In 1989 he moved to Madrid to work as a model and study, before moving to the UK, where he currently resides. He graduated from Chelsea College of Art and Design in London in 1997 and, in 2011, obtained his third degree in “Abstract Vision and Modern Expressionism” from Kensington and Chelsea Art College University.

Driven by a deep appreciation for architecture and the Neoplasticism movement, Pedro uniquely fuses these influences into his art. He firmly believes that every building should reflect the needs of the public and the environment, not just represent an economic investment. Using different materials, such as reclaimed wood and oxidized metals, he combines cubism, abstract expressionism and architectural elements to create completely neoplastic compositions. His innovative works have been featured internationally in prestigious publications such as British Vogue, House & Garden, Vanity Fair, Tatler, The Wall Street Journal and other world-renowned art magazines.

In 2021, Portuguese President Marcelo Rebelo de Sousa and former Portuguese Ambassador to the United Kingdom, Manuel Lobo Antunes, honored him for his significant contribution to art internationally. In 2023, his works were chosen for the set design of two major film productions at 20th Century Studios | Disney USA.

Pedro draws inspiration from leading artists and designers, including Italian architect Andrea Branzi, whose work in major museums and galleries around the world has profoundly influenced his creative vision. Furthermore, his style reflects a dialogue with the evolution of color and geometry, drawing inspiration from masters such as Francis Bacon, Ben Nicholson and, to some extent, Mondrian and Picasso. His artistic research combines cubism and abstract expressionism, adopting techniques such as Pollock’s “dropping”, but with the structure and order typical of Rothko.

Pedro Sousa Louro’s works are distinguished by an immediate structural tangibility. Through an earthy palette and a wise use of materials, his style highlights the contrast between dark woods and clean white lines, creating a visual effect that recalls collage and artistic archaeology. His work is configured as an exploration of history, unearthing forgotten layers through an innovative perspective.

 

With his unique artistic vision, Pedro continues to fascinate international collectors by offering them a new perspective on art and life. Among the most discussed LGBTQ artists of the moment, his works are appreciated by collectors in Europe, the Middle East, India, Australia, the United States, Russia and South America.

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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Interviste

L’Approccio Curatoriale tra passione e visione Intervista a Mariateresa Buccieri

 

L’Approccio Curatoriale tra passione e visione

Intervista a Mariateresa Buccieri

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |03|Dicembre|2024|

 

 

Mariateresa Buccieri è una curatrice d’arte la cui attività
si distingue per la capacità di intrecciare passione, professionalità e un
profondo legame con il territorio. Dal 2004, anno dell’apertura del Museo del Presente a Rende (CS), ha intrapreso un percorso che ha contribuito a fare del
museo un polo culturale dinamico, capace di dialogare con il panorama artistico
contemporaneo e di coinvolgere un pubblico eterogeneo.


Il suo approccio alla curatela si fonda su un ascolto
sensibile delle opere, considerate non solo per il loro valore estetico, ma
soprattutto per la loro capacità di raccontare, denunciare e comunicare
messaggi profondi. Progetti come Geni Comuni, una collettiva di pittura,
scultura e fotografia
ideata da Luigi Le Piane con la collaborazione del
talentuoso critico d’arte Roberto Sottile, che da undici edizioni esplora le
molteplici sfaccettature dell’arte, testimoniano la sua visione inclusiva e il
desiderio di promuovere una pluralità di linguaggi artistici.

 



 

 

Mariateresa Buccieri ha sviluppato la sua esperienza in modo
spontaneo e organico, ma sempre con un rigore che l’ha vista affiancarsi a
figure di rilievo nel panorama artistico, arricchendo il suo percorso con
preziose collaborazioni. Attraverso mostre, collettive indipendenti e
presentazioni di libri, nonché una costante dedizione a rendere l’arte
accessibile, si è fatta portavoce di un’idea di museo come luogo vivo, dove
l’arte contemporanea non solo riflette il presente, ma invita a riflettere su
di esso.

 

 

 

 

In questa intervista, Mariateresa Buccieri racconta i
momenti fondamentali del suo percorso, la missione del Museo del Presente e
l’impatto che spera di lasciare nel panorama culturale. 

Le sue parole offrono
uno sguardo autentico su una professione che è molto più di un lavoro: è un
ponte tra le opere e la comunità, un modo per creare spazi di bellezza e
consapevolezza.

 

 

 

Quali sono state le tappe principali che ti hanno portato
alla guida del Museo del Presente?

 

Preciso che nessuno di noi ha la guida del Museo del
Presente siamo una squadra e ognuno di noi ha un suo compito é l’unione che fa
la forza.
 

Mi sono ritrovata
curatrice d’arte per una scommessa con me stessa. Il  tutto é avvenuto in modo casuale e naturale.

 

 

 

Potresti raccontarci alcuni momenti chiave o esperienze che
consideri fondamentali per il tuo percorso professionale di curatrice d’arte?

Per quanto riguarda i momenti chiave sono cominciati con
l’apertura del museo nel 2004 e ognuno che ha gravitato all’ interno del museo
mi ha lasciata un insegnamento fondamentale per questa professione

 


 

C’è un evento, un incontro o un progetto che consideri un
punto di svolta nella tua carriera? Se sì, cosa lo ha reso così significativo
per te?

 

 

 

Il progetto che ha decretato un punto di svolta é Geni
Comuni collettiva di pittura, scultura e fotografia. Siamo giunti all’XIª
edizione, ogni anno é un regalo, nuovi incontri, e un panorama artistico che
non ha nulla da invidiare alle città del nord, così ogni anno sento di fare
tanti  passi avanti.

 

 

 

Come definiresti la missione del Museo del Presente? Qual è
il contributo che vuoi offrire al pubblico e al mondo dell’arte contemporanea
attraverso questo museo?

 

Il Museo del Presente ha un grande potenziale nonostante ha
ospitato mostre importanti può ancora stupirci. A breve la nomina del nuovo
direttore artistico che da sempre considera il museo come casa sua, un posto
dove tornare e sono sicura che porterà l’arte dei nosti tempi. Sono pronta a
fare squadra e offrire semplicemente la mia passione e la mia professionalità

 


 

In qualità di curatrice d’arte, quali sono i valori o i
criteri principali che segui nella selezione e nell’esposizione delle opere?

 

Non sono importanti gli artisti ma le loro opere. Parto
sempre da ciò che mi trasmette l’opera che non deve essere solo armoniosa e ben
fatta  ma deve “raccontare”
“denunciare” e dare risposte. Gli artisti se tali, vanno sostenuti
tutti, perchè ognuno offre un tassello diverso

 

 

Il panorama artistico contemporaneo è in continua
evoluzione. Come riesci a mantenere il Museo del Presente rilevante e
innovativo? Cosa fai per coinvolgere un pubblico sempre più vasto e variegato?

 

Ad un pubblico variegato bisogna mostrare opere differenti fra loro. Il visitatore si sente rassicurato nell’osservare prima ciò che è vicino al suo sentire e poi a piccoli passi scopre spesso piacevolmente linguaggi e tecniche che considerano complicate. Il vero successo è proprio questo far apprezzare ciò che è lontano dal nostro pensiero sperando che poi possa essere applicato nella vita quotidiana

 

 

 

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel dirigere
un museo e nel curare mostre d’arte? Come affronti le difficoltà legate alla
gestione, alla comunicazione e all’interazione con il pubblico e gli artisti?

 

Non dirigo il museo, spesso confondono la mia abnegazione
con un ruolo primario, questo un pochino m’imbarazza non sono abituata a darmi
ruoli che non ho e a breve a dirigere ci sarà un carissimo amico che merita
questo ruolo. il piacere per questo equivoco è solo la conferma che quando le
cose si amano spesso ti vengono naturalmente cucite addosso e per scherzare
diciamo che sono una direttrice teorica :-)))))

 

 

Come pensi che il tuo lavoro contribuisca al contesto
culturale e artistico del nostro territorio? Qual è il messaggio o l’impatto
che speri di lasciare attraverso le tue scelte curatoriali?

 

Ho curato mostre in diversi posti dell’Hinterland cosentino,
alcuni posti non li conoscevo ed è stata una sfida portare artisti e visitatori
Fare rete, scambiare storie, tradizioni posta alla conoscenza e più si conosce
più si è consapevoli

 

 

 

 

Cosa rappresenta per te il concetto di “presente”
nell’arte contemporanea? Come si riflette questo concetto nelle scelte
espositive e nelle attività del museo?

 

Le scelte programmate del museo sono spesso riferite al
presente, del resto bisogna vivere il nostro presente non dimenticando la
nostra storia. Tuttavia nell’arte contemporane spesso si riflette il disagio
della società attuale e vorrei meno disagio e più il senso del comune ai
giovani che vogliono intraprendere questa professione consiglierei tanta
passione, tanta pazienza e trovare qualcuno che possa essere la nostra guida.
Mi ritengo fortunata sotto questo punto di vista le mie guide sono stati dei n.
Uno Il prof. Dionesalvi, ha creato una squadra che passava 7 giorni su 7 nel
museo del Presente e abbiamo cominciato contando e catenelle per allestire le
mostre, poi è stata la volta del prof. Sicoli altro modo di gestire il museo,
altri insegnamenti con metodologie diverse e infine il prof. Giorgio Leone mio
relatore di tesi. Subito dopo ho collaborato con lui per alcune mostre e ho
potuto acquisire ancora una volta ulteriori competenze sul campo.

 

 

Quali progetti o iniziative future hai in mente per il Museo
del Presente? Come vedi l’evoluzione del museo nei prossimi anni?

 

Il Museo presto ospiterà una mostra che sono certa
visiteranno in molto e io sarò felice di farmi trovare all’ingresso per
accompagnarvi. Abbiamo bisogno di musei perchè abbiamo bisogno di fermarci e  di osservare, solo così possiamo salvare la
nostra “umanità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTATTI

 

 

Email: eulalia70@libero.it

Facebook: Mariateresa Buccieri

Instagram: mariateresabuccieri 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

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