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Angela Kosta

Divagazioni sull’arte

L’ARTISTA VERA IVANAJ E LA VISIONE DI UN MONDO SOSTENIBILE ATTRAVERSO LA SUA ARTE

Vera Ivanaj, albanese di nascita e francese per naturalizzazione, presenta un duplice profilo professionale che abbraccia sia la dimensione accademica sia quella artistica. Attualmente ricopre il ruolo di Professoressa Ordinaria di Scienze del Management presso l’Università della Lorena, dove è Direttrice del Dipartimento di Scienze Umane e Manageriali all’ENSIC (École Nationale Supérieure des Industries Chimiques) di Nancy, in Francia.

Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Economiche presso l’Università di Tirana e il dottorato in Scienze del Management presso l’Università di Nancy II. Nel 2019 ha ottenuto l’Abilitazione a Dirigere Ricerche (HDR) presso l’Università di Saint-Étienne. Prima di entrare all’ENSIC, è stata docente presso l’Istituto di Amministrazione Aziendale dell’Università di Metz, dove dirigeva il programma MBA.

Svolge attività di ricerca presso il laboratorio CEREFIGE (EA 3942, Università della Lorena), dove guida il gruppo di ricerca “Organizzazione e Risorse Umane”. È inoltre co-presidente della Conferenza Internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD) e Vicepresidente dell’Associazione accademica MESD.

Le sue ricerche spaziano tra diverse discipline, tra cui management strategico, sviluppo sostenibile, innovazione, imprenditorialità ed estetica organizzativa. Il suo lavoro è riconosciuto a livello internazionale ed è stato pubblicato in riviste e volumi di prestigio. Ha adottato un approccio transdisciplinare, maturato grazie a un’ampia esperienza nell’insegnamento e nella ricerca nelle scienze umane, sociali e manageriali.

È stata inoltre docente universitario (visiting professor) presso istituzioni rinomate come il Georgia Institute of Technology (Atlanta, USA), la Concordia University (Montreal, Canada) e la Roger Williams University (Bristol, USA). Nel corso della sua carriera ha collaborato con studiosi di fama internazionale, tra cui il Professor John McIntyre e il Professor Paul Shrivastava.

Le sue pubblicazioni scientifiche sono apparse su riviste internazionali quali International Journal of Technology Management, Group & Organization Management e Multinational Business Review, oltre che in capitoli di libri e monografie pubblicate da case editrici prestigiose come Edward Elgar Publishing, Palgrave Macmillan e L’Editions Harmattan. Una parte rilevante delle sue ricerche si concentra sulle strategie e le politiche delle imprese multinazionali, in particolare in relazione allo sviluppo sostenibile e ai cambiamenti climatici.

Accanto all’attività accademica, Vera Ivanaj è anche un’artista di talento. La sua carriera come pittrice di arti figurative è iniziata nel 2009 negli Stati Uniti, con opere astratte ispirate a maestri come Picasso, Miró, Kandinsky, Dubuffet e Delaunay.

La sua pratica artistica affronta temi filosofici complessi quali la vita, l’energia e il movimento, riflettendo sull’unità e unicità dell’esistenza attraverso un equilibrio dinamico tra pensiero, azione ed emozione. Le sue opere, esposte in Francia e a livello internazionale, fanno parte di collezioni private e pubbliche.

Nel giugno 2016 ha ricevuto il premio per il dipinto più originale al Salone Internazionale di Pittura in Lorena, distinguendosi tra 250 artisti francesi e internazionali. Membro della Maison des Artistes in Francia, continua a scrivere, dipingere ed esporre, oltre a tenere conferenze sull’intersezione tra arte e scienza e sul ruolo trasformativo dell’artista nella società contemporanea.

Il 5 febbraio 2026 ha ricevuto il Premio Internazionale d’Eccellenza “Comunicare l’Europa”, sotto il patrocinio del Parlamento Europeo a Roma.

Buongiorno Vera. Benvenuta tra i lettori e gli amanti dell’arte. Siamo tutti curiosi di conoscerla più da vicino: quando e dove è nato il suo rapporto con l’arte?

Per raccontare il mio incontro con l’arte, dividerei questa avventura in tre momenti fondamentali che hanno segnato la mia vita e la mia creatività.

Il primo momento riguarda i miei primi 25 anni in Albania, un periodo che definirei di sviluppo della sensibilità artistica e di risveglio estetico. Sono nata nel 1967 in un piccolo villaggio della regione di Malesia e Madhe, a Katundi i Kastratit (Albania), dove ho vissuto fino ai sei anni. Alla scuola elementare di Bratosh ebbi la fortuna di incontrare il grande artista albanese Ismail Lulani, che allora fu insegnante. Mi scelse come modella per un ritratto: un’esperienza che ha lasciato un segno profondo nella mia memoria.

In famiglia, anche la musica aveva un ruolo speciale: mio padre suonava il flauto e la lahuta. Le lezioni di disegno e musica erano le mie preferite. Sognavo di diventare pianista, ma le difficoltà economiche me lo impedirono. Avrei voluto studiare fisica, affascinata dall’universo, ma dovetti seguire un percorso imposto verso studi agrari ed economici. Questa frustrazione alimentò in me una forza interiore che anni dopo mi avrebbe riportata all’arte.

Il secondo momento coincide con la mia emigrazione in Francia nel 1991: una rottura totale, culturale ed emotiva. Tra il 1993 e il 2001 proseguii gli studi in economia e management, conseguendo un master e un dottorato.
L’arte rimase sullo sfondo, vissuta attraverso gli studi musicali dei miei figli al conservatorio.

Il terzo momento, che definisco periodo dell’impulso creativo, iniziò nel 2009. Durante un soggiorno negli Stati Uniti come visiting professor al Georgia Tech, sentii un risveglio interiore: capii di essere creativa per natura ma di non esprimerlo. Iniziai a disegnare in modo istintivo, e presto quell’energia creativa divenne inarrestabile.

Una svolta decisiva fu l’apertura del Centre Pompidou-Metz nel 2009. Davanti alle opere di Picasso, Kandinsky, Miró e Soulages provai una rivelazione: “È questo che voglio fare nella mia vita”. Tornata in Francia, entrai negli atelier di pittura libera dell’artista Violette Costet, che mi permise di esplorare pienamente la mia creatività.

 

Chi è il suo artista ideale?

L’artista che mi ispira più profondamente è senza dubbio Pablo Picasso. Mi affascinano il suo coraggio e la sua capacità di rompere le convenzioni delle scuole artistiche tradizionali. Ha saputo imporre una visione personale e innovativa attraverso correnti come il cubismo, ridefinendo i confini stessi della creazione artistica.

Per me incarna l’essenza dell’artista: un precursore, un inventore di mondi, capace di liberarsi dagli schemi istituzionali che spesso limitano l’espressione. La straordinaria varietà della sua opera testimonia una ricerca costante di senso. Pittura, scultura, disegno: ha esplorato molteplici linguaggi, affrontando rifiuti e incomprensioni con una perseveranza straordinaria.

Ciò che più mi colpisce è la sua capacità di penetrare la realtà e trasformarla in qualcosa di più universale. Le sue opere ci spingono a riflettere su cosa sia l’arte e quale sia il suo ruolo nella comunità. Attraverso la sua creatività inesauribile, Picasso apre porte verso una comprensione più ampia del mondo e di noi stessi.

Cosa pensa degli artisti contemporanei?

Gli artisti contemporanei riflettono le crisi del nostro tempo: crisi di identità, di valori, di senso. Viviamo in un’epoca in cui i modelli politici, economici e culturali del passato non funzionano più. In questo contesto, gli artisti hanno un ruolo essenziale: immaginare e costruire il mondo di domani.

Oggi però l’arte è spesso misurata dal valore commerciale. Questo crea una tensione tra “creare per vendere” e “vendere per poter creare”. Tale pressione può soffocare l’autenticità e generare profonde fratture interiori.

Credo che abbiamo bisogno di un’arte che ri-umanizzi, che unisca, che aiuti a costruire una società più giusta e più abitabile. Questa è la grande responsabilità degli artisti di oggi.

Cosa pensa all’uso dell’intelligenza artificiale nell’arte?

L’intelligenza artificiale rappresenta al tempo stesso una promessa e una sfida. È uno strumento affascinante che può ampliare le possibilità creative, offrendo nuovi orizzonti di sperimentazione. Per l’artista può diventare un alleato, non un sostituto. Può facilitare il processo tecnico e aprire esperienze estetiche inedite. Tuttavia, comporta anche interrogativi etici ed estetici che richiedono riflessione critica.

Sono convinta che gli artisti sapranno utilizzarla con consapevolezza, preservando l’autenticità della propria visione.

Può parlarci delle difficoltà nella sua carriera artistica?

La difficoltà maggiore è stata confrontarmi con i miei dubbi interiori. Mi chiedevo: ho il diritto di fare arte? Ha senso ciò che creo?
Essere artista significa esporsi, affrontare la solitudine e allo stesso tempo diventare anche imprenditore, trovando un equilibrio tra integrità creativa e sostenibilità economica. Nel mio caso, la sfida era doppia: conciliare carriera accademica e pratica artistica.
Nonostante tutto, questa convivenza tra due passioni mi ha insegnato equilibrio e perseveranza. L’arte per me non è solo una professione: è un modo di vivere.

Il vostro incanto per la terra, la natura e il colore ha influenzato il vostro stile artistico? In che modo?

La terra, la natura e i colori mi hanno offerto la possibilità di riflettere sull’essenza della vita, sull’energia e sul movimento che attraversano ogni cosa. È attraverso la loro presenza che posso immaginare il passato, il presente e il futuro. Questi elementi sono per me fonte di ispirazione e l’essenza stessa della creatività.

Per me, la terra è molto più di un materiale tangibile e visibile: è la fonte vitale, la base su cui si fonda la nostra esistenza. Nelle mie opere ho spesso lavorato con questo materiale per esplorarne la dinamica, per mostrare come nasce, vive e si trasforma davanti ai nostri occhi. Nella mia serie “Qui e altrove”, ad esempio, esploro il legame intimo tra l’essere umano, la materia e la terra, questo spazio che ci accoglie e ci nutre.

La natura, d’altra parte, va oltre l’idea stessa di terra. Mi conduce in un universo meraviglioso, senza inizio né fine, dove ciò che è naturale diventa essenziale in sé. Nella mia creatività non metto in discussione la natura: essa mi appare come una verità indiscutibile, così come la vita è un dato per tutti noi. Ma la natura ci invita anche a trascenderla, a fonderci con essa per diventare tutt’uno.

Nella natura trovo simboli, valori e leggi universali che guidano la mia creatività. È proprio lì che prendo coscienza di essere viva e che la vita stessa è energia, un processo di creazione continuo. Queste sensazioni sono difficili da descrivere a parole, ma vivono in ogni momento della mia pratica artistica.

La mia creatività cresce attraverso la natura e, tramite la mia arte, cerco di renderle omaggio. Voglio restituire alla natura ciò che essa mi offre ogni giorno: lo stupore davanti alla sua bellezza e il mistero profondo della vita che custodisce e ispira.

Lei ha avuto esperienze importanti come Capo del Dipartimento di Scienze Umane e Manageriali presso l’ENSIC (Scuola Nazionale delle Industrie Chimiche) a Nancy, in Francia, o come membro del corpo docente dell’Istituto di Amministrazione Aziendale dell’Università di Metz. Hanno influito queste esperienze sulla vostra formazione artistica?

Le mie numerose responsabilità accademiche hanno profondamente alimentato le mie riflessioni sul potere trasformativo dell’arte e sul senso di responsabilità che portiamo come artisti verso gli altri. Queste esperienze mi hanno insegnato cosa significa guidare, avere una visione, elaborare una strategia, gestire individui e sostenere il loro sviluppo personale.

Queste dimensioni, spesso associate alla gestione, risuonano anche nell’arte, mettendo in discussione il nostro ruolo di artisti e la nostra capacità di influenzare gli altri, nel bene o nel male. Ci invitano a riflettere sui nostri valori umani e sulla responsabilità che nasce quando il nostro lavoro diventa una luce, un’ispirazione per chi ci circonda.

Essere in una posizione di leadership, sia nel mondo accademico che in quello artistico, è di per sé un’esperienza estetica ricca e complessa. Queste responsabilità mi hanno permesso di creare legami con persone dai percorsi diversi, di stimolare sinergie con partner provenienti da aziende e istituzioni e di arricchire la mia comprensione delle dinamiche umane.

La gestione delle relazioni umane, che è al centro delle mie preoccupazioni manageriali, influisce anche sulla mia pratica artistica. Guidare significa bilanciare costantemente emozioni, pensieri e azioni, tre elementi essenziali che si riflettono anche nel mio processo creativo.

La creazione, come la gestione, è una sfida di fronte alla complessità. Richiede di trovare soluzioni innovative in un mondo che tende spesso verso l’omogeneità, l’uniformità e lo status quo. Ma è proprio in questa sfida che risiede la ricchezza: la possibilità di esplorare nuovi percorsi, rompere i confini stabiliti e portare uno spirito di trasformazione, per sé stessi e per il mondo.

Può parlarci del suo ruolo di ricercatrice nel laboratorio CEREFIGE (EA 3942, Università della Lorena) e anche come co-presidente della Conferenza Internazionale sulle “Imprese Multinazionali e lo Sviluppo Sostenibile” (MESD)?

Svolgo le mie ricerche presso il CEREFIGE, un centro di riferimento nelle scienze della gestione che riunisce circa 300 ricercatori. In qualità di responsabile del team “Organizzazione e Risorse Umane”, composto da circa 70 ricercatori, mi occupo principalmente di management strategico, esplorando questioni fondamentali come il modo in cui le strategie vengono formulate all’interno delle organizzazioni, quali sono le leve che le guidano e quali impatti producono nel tempo.

Il mio lavoro di ricerca si sviluppa attorno a diversi ambiti strettamente collegati tra loro. In particolare mi occupo di strategia nei contesti di crisi, di cambiamento strategico e di coordinamento organizzativo, ma anche di estetica organizzativa e di strategie legate allo sviluppo sostenibile. Attraverso questi studi cerco di comprendere come le organizzazioni possano adattarsi e innovare di fronte a contesti complessi e in continua trasformazione. I risultati di queste ricerche sono stati pubblicati in numerose riviste e libri internazionali e mirano a offrire un contributo interdisciplinare capace di sostenere le organizzazioni nelle sfide strategiche e innovative del nostro tempo.

Parallelamente, dal 2006 co-dirigo e organizzo, insieme ai professori Silvester Ivanaj e John McIntyre del Georgia Institute of Technology, la conferenza internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD). Nel corso degli anni sono state realizzate sei edizioni di questo importante evento accademico, organizzato in collaborazione con istituzioni prestigiose come il Georgia Institute of Technology, l’Università di Delhi e l’ISCTE-IUL. La conferenza ha riunito circa 1500 partecipanti provenienti da diversi Paesi e ha ospitato la presentazione di circa 500 lavori di ricerca.

Nel 2013 abbiamo inoltre fondato l’associazione scientifica internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD), di cui attualmente ricopro il ruolo di vicepresidente. Si tratta di un’associazione senza scopo di lucro dedicata allo studio e alla promozione delle strategie delle imprese multinazionali orientate allo sviluppo sostenibile. L’associazione rappresenta una vera piattaforma di scambio tra ricercatori, esperti, aziende e decisori politici, con l’obiettivo di produrre e diffondere conoscenze scientifiche e buone pratiche e di promuovere una riflessione collettiva sulle sfide strategiche dello sviluppo sostenibile a livello globale.

 
 

Cosa può dirci della sua stretta collaborazione con studiosi di rilievo, tra cui i noti professori John McIntyre e Paul Shrivastava?

Le mie prime collaborazioni con il professor John R. McIntyre risalgono al 2004, quando mi invitò a svolgere due periodi accademici prolungati (di quattro e sei mesi) negli Stati Uniti, come ricercatrice ospite presso il Georgia Institute of Technology. Figura eminente nel campo del management e del business internazionale, John McIntyre è professore presso lo Scheller College of Business e la Sam Nunn School of International Affairs. Dal 1993 ricopre anche il ruolo di Direttore Esecutivo del “Georgia Tech Center for International Business Education & Research” (CIBER), un centro prestigioso che promuove l’istruzione e la ricerca sulle sfide internazionali del business. La nostra collaborazione ha posto le basi per la conferenza internazionale “Multinational Enterprises and Sustainable Development” (MESD), nonché per l’associazione scientifica omonima, portando inoltre a numerose pubblicazioni internazionali in questo ambito.

Nel 2009 ho avuto l’onore di incontrare il professor Paul Shrivastava, una figura di reputazione mondiale e dal pensiero innovativo nel campo del management e dello sviluppo sostenibile, che ha profondamente influenzato il mio percorso professionale. Attualmente co-presidente del “Club of Rome”, ha ricoperto in precedenza il ruolo di “Chief Sustainability Officer” presso la Pennsylvania State University e quello di Direttore Esecutivo di “Future Earth”, il più grande programma mondiale di ricerca interdisciplinare sui cambiamenti ambientali globali. Insieme, abbiamo svolto un ruolo chiave nella creazione della “Chaire UNESCO pour les Arts et l’Entreprise Durable” presso la ICN Business School di Nancy, un progetto che riflette un intreccio unico tra arte, management e sostenibilità. La nostra collaborazione non si è fermata qui. Essa si è ulteriormente arricchita attraverso ricerche e pubblicazioni internazionali che esplorano il ruolo dell’arte e dell’estetica nelle organizzazioni e nella gestione. Questi studi congiunti hanno evidenziato l’impatto delle pratiche artistiche sull’innovazione, sul cambiamento organizzativo e sullo sviluppo sostenibile, confermando l’importanza di questi approcci nelle riflessioni manageriali contemporanee.

Silvester Ivanaj
Paul Shrivastava
John R. McIntyre

Nel 2019 lei ha conseguito l’Habilitation à Diriger des Recherches (HDR) presso l’Università di Saint-Étienne, un traguardo molto significativo. Avete incontrato difficoltà nel raggiungerlo?

L’Habilitation à Diriger des Recherches (HDR) rappresenta l’apice del riconoscimento accademico in Francia, un titolo elevato ottenuto dopo il dottorato. Questo diploma dimostra non solo la capacità di un ricercatore di sviluppare ricerche in modo indipendente, ma anche la sua abilità nel guidare tesi di dottorato. Basata su un dossier scientifico rigoroso, l’HDR mette in luce la coerenza, l’impatto e il contributo dei lavori del candidato all’avanzamento delle conoscenze nel suo campo. È inoltre un passaggio necessario per accedere alle posizioni di Professore universitario.

La preparazione di questo titolo, sebbene gratificante, è stata una vera sfida. Ho dovuto bilanciare le responsabilità quotidiane come docente-ricercatrice all’università con la mia pratica artistica, due impegni che richiedono un investimento intensivo. Tuttavia, questa esperienza è stata profondamente arricchente. Mi ha offerto l’opportunità di rivedere tutti i miei lavori di ricerca, valutare il loro impatto nel campo scientifico e fissare obiettivi ambiziosi sia per me stessa che per i miei dottorandi.

Attualmente, ho il privilegio di guidare le ricerche di quattro dottorandi. Questo incarico rappresenta una doppia responsabilità: guidare questi giovani ricercatori verso il completamento delle loro tesi e contribuire alla formazione del loro futuro professionale. La sfida è grande, poiché il loro successo accademico e la loro traiettoria futura dipendono in larga misura dal sostegno e dalla guida che ricevono. Attraverso questa esperienza, provo non solo l’orgoglio di trasmettere conoscenza, ma anche un forte impegno a investire nella nuova generazione accademica.

Nel giugno 2016 le ha vinto il premio per la pittura più originale al Salon International de la Peinture in Lorraine, competendo con 250 artisti francesi e internazionali. Cosa significa questo riconoscimento per lei?

Ricevere questo premio è stato per me molto più di un onore: è stata una valutazione e un riconoscimento da parte del mondo dell’arte per la qualità del mio lavoro e il valore estetico delle mie opere. La sensazione di essere percepita come una voce singolare, capace di contribuire alla conservazione e allo sviluppo della bellezza nell’arte, mi ha profondamente toccata. Sapere che ciò che creo è unico e che le mie opere risuonano negli altri dà un grande significato al mio approccio artistico. Quando ho iniziato a dipingere, era con un desiderio ardente, quasi istintivo, di portare qualcosa di nuovo nell’arte, di offrire una visione personale che potesse risuonare al di là di me stessa. Questo premio ha confermato tale aspirazione, non solo legittimando il mio lavoro, ma anche fornendomi una spinta potente a proseguire il mio percorso creativo. Non si tratta semplicemente di ricevere un trofeo o un titolo: è uno stimolo a spingersi oltre, esplorare nuove dimensioni nella mia pratica, superare i miei limiti e rimanere fedele a questa ricerca di significato e bellezza che mi ha sempre ispirata. Questo premio mi ricorda anche l’importanza della sostenibilità e dell’impegno in un approccio artistico, perché è attraverso questa perseveranza che possiamo continuare ad arricchire il mondo dell’arte e ispirare gli altri ad abbracciare la propria creatività.

Fermiamoci un momento sull’arte come strumento di pace e fraternità tra i popoli. Questo tema e motivazione è costante nel suo lavoro. Come riesce a trasmettere questi valori attraverso le sue opere?

L’arte, nella sua forma più pura, è un linguaggio universale, un ponte invisibile ma potente che collega cuori e menti al di là dei confini, delle culture e delle differenze. In un mondo segnato da tensioni, divisioni e da una continua ricerca di senso, credo fermamente che l’arte possieda un’abilità unica: risvegliare in ciascuno di noi ciò che è più umano – empatia, comprensione e speranza per un mondo migliore.

Le mie opere mirano a incarnare questi valori rivelando la complessità e la ricchezza dell’esperienza umana. Attraverso le mie creazioni, cerco di trasmettere una visione del mondo in cui contrasti, dualità e persino contraddizioni trovano un equilibrio armonico. Ombra e luce, forza e fragilità, razionalità ed emozione sono temi ricorrenti nel mio lavoro, perché riflettono la varietà delle nostre esistenze e identità. Esplorandoli, cerco di ricordare che ciò che ci unisce è più profondo di ciò che ci divide. L’arte ha inoltre il potere di superare le barriere culturali e di rivelare valori universali che ci collegano tutti: il rispetto per la natura, la ricerca della bellezza e l’aspirazione a vivere in armonia con gli altri e con se stessi. Attraverso le mie esposizioni, cerco di creare spazi in cui i visitatori, siano essi vicini o estranei alla mia cultura, possano ritrovarsi, emozionarsi e dialogare con le opere e tra loro. Per me, l’arte è un invito permanente alla riconciliazione. Un quadro o un disegno non conosce razza, passaporto o lingua; parla direttamente all’anima. Ponendo fraternità e pace al centro del mio approccio artistico, cerco di offrire agli spettatori un momento di riflessione e serenità, un’apertura verso l’altro e un riconoscimento reciproco. Perché credo fermamente che attraverso la bellezza e la creatività possiamo coltivare un futuro in cui i popoli non solo convivono, ma si uniscono in una celebrazione condivisa della loro umanità comune.

Lei ha partecipato a numerose esposizioni personali e collettive a livello nazionale e internazionale. Avete qualche esperienza espositiva che l’ha particolarmente colpita o che considera un punto di svolta nella sua carriera?

L’esposizione che ha lasciato il segno più profondo in me è stata quella che ho realizzato a Vienna nel 2017, insieme ad altri cinque artisti di fama internazionale. L’evento è stato organizzato dalla critica e storica d’arte austro-kosovara, Dr. Penesta Dika, il cui ruolo è stato determinante nello sviluppo del mio lavoro artistico. Grazie al suo sguardo critico acuto e alla sua straordinaria capacità di guidarmi, ha dato nuova energia alla mia pratica artistica, spingendomi a superare i confini della creatività ed esplorare nuove dimensioni nell’arte.

La Dr. Penesta Dika, che insegna pratiche di pubblicazione accademica, storia dell’arte mediatica e metodi di ricerca artistica e scientifica in istituzioni prestigiose come l’Università delle Arti di Linz, l’Università di Scienze Applicate di St. Pölten (Austria) e la UBT di Pristina (Kosovo), è riuscita a coniugare le sue competenze accademiche con una visione di cura audace. Grazie alla sua esperienza e al suo supporto, questa esposizione ha segnato un punto di svolta nella mia carriera artistica.

Penesta Dika

Le sue opere sono presenti nelle Gallerie d’Arte Moderna in Francia e a livello internazionale. Come si sente nel sapere che il suo lavoro è apprezzato e riconosciuto in contesti così prestigiosi?

È una grande gioia e una motivazione a proseguire nel mio lavoro. Ogni successo mi ricorda che l’arte è un viaggio in continua evoluzione, in cui non smettiamo mai di imparare e di superarci. È anche una lezione di umiltà, un invito a mantenere rispetto per il lavoro degli altri artisti, dei galleristi e dei critici d’arte, che contribuiscono ad arricchire il mondo artistico.

Tuttavia, questi traguardi comportano anche una sfida costante: mantenere elevati standard e autenticità nelle mie creazioni. Se ci si affidasse solo ai successi passati, il pubblico – che ricerca sempre emozioni sincere e qualità – potrebbe allontanarsi rapidamente. Per me, questi successi rappresentano una responsabilità: continuare a trasmettere messaggi universali, risvegliare coscienze e creare con la stessa passione che mi ha ispirata sin dall’inizio, mantenendo i piedi per terra e il cuore aperto.

Nell’arte lei utilizza linee, pennellate e simboli per trasmettere una visione di un mondo sostenibile, energico e interconnesso. Potrebbe spiegare il processo creativo di queste opere uniche?

La mia energia creativa nasce da una ricerca personale dell’essenza umana. Nella mia pratica artistica intraprendo un viaggio nelle profondità dell’essere umano. Ogni opera è un’esplorazione del suo mondo interiore, del suo giardino segreto, dei sentieri della sua vita. Amo immergermi nella sua complessità naturale e trascendentale, tra ciò che è “innato” e ciò che è “creato”, per scoprire i suoi tesori nascosti e immaginare le ricchezze che potrà generare domani.

La mia arte è una ricerca di equilibrio tra uomo e natura, un incontro con la varietà degli aspetti dell’esistenza che si rivelano durante un viaggio di vita, percorso qui e altrove.

Proprio per questo motivo, la mia creatività si esprime in serie tematiche che affrontano questioni umane complesse: Spazio & Tempo, Ombra & Luce, Scena & Retroscena, Ragione & Emozione, Essenziale & Universale, Semplice & Complesso, Forza & Fragilità. Attraverso queste opere cerco di rivelare la bellezza dei contrasti, dei poli opposti che, unendosi, trovano equilibrio e ci riconducono a una verità universale.

Ciò che offro attraverso il mio lavoro è un ponte tra l’invisibile e il tangibile, tra caos e struttura, tra spirito intangibile e materia concreta. Per me tutto inizia con un incontro: una giornata primaverile in cui coscienza e inconscio si uniscono in un matrimonio eterno di polarità. Sempre in movimento, in fermento, in evoluzione, le mie opere trasmettono questa energia di trasformazione. Invito il pubblico a percepire questa alchimia, a lasciarsi attrarre da questo dualismo che rende l’arte un atto potente, capace di modificare le nostre percezioni e, forse, di costruire un mondo migliore.

Quale messaggio vuole trasmettere ai giovani artisti?

Ascoltate la vostra voce interiore. Credete in ciò che fate. Nei momenti di dubbio, continuate a sperimentare e a ricercare. È attraverso la disciplina e la pratica quotidiana che si costruisce l’identità artistica.
L’arte ci insegna cosa sia la bellezza e, in fondo, cosa sia la vita. Non abbiate paura né di voi stessi né degli altri. Attraverso l’arte possiamo scoprire la versione migliore di noi e contribuire a un mondo più armonioso.

Ci può dire quali sono i suoi progetti futuri?

Il mio unico progetto è continuare a creare. La creatività è una necessità vitale, l’essenza del mio cammino. Non cerco di controllare il futuro; preferisco accogliere le opportunità che la vita offre.
Desidero continuare a mostrare quanto l’arte sia fondamentale per la nostra esistenza: nutre la pace interiore, ci avvicina agli altri e ci aiuta a vivere in armonia con il mondo. Accoglierò il futuro con fiducia e serenità.

Intervista a cura di Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice e promotrice letteraria.

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Letteratura

INTERVISTA CON LA POETESSA E SCENEGGIATRICE ALBANESE NATASHA LAKO a cura di ANGELA KOSTA

 

Oggi abbiamo il privilegio di dialogare con Natasha Lako, una delle voci più autorevoli e innovative della letteratura e del cinema albanese contemporaneo. Poetessa, romanziera e sceneggiatrice, Lako ha saputo coniugare la profondità emotiva della poesia con la potenza narrativa del grande schermo, contribuendo a definire l’identità culturale di un’intera generazione. Il suo lavoro, che attraversa momenti storici di grande trasformazione, ci offre una finestra unica sul rapporto tra parola, immagine e memoria collettiva. In questa intervista esploreremo il suo ruolo di sceneggiatrice, il rapporto tra scrittura poetica e visiva, e il delicato equilibrio tra creatività e contesto storico-politico in cui è stata attiva. 

 

 

A. Kosta: Nel suo percorso di sceneggiatrice, quanto la poesia ha influenzato la costruzione delle immagini visive e dei dialoghi cinematografici?

Natasha L: Posso rispondere basandomi sui miei lavori cinematografici uno per uno. Dico lavoro, non creatività, sebbene sia tale, poiché la parola collaborazione sta alla base di ogni opera cinematografica, dove l’immagine costruita dallo sceneggiatore è la prima ad essere strappata e depositata nel laboratorio creativo del regista, se non è anche coautore della sceneggiatura, come spesso accade nel cinema mondiale. Lo dico con convinzione, che la sceneggiatura in questo caso, quando porta la responsabilità di un autore, come è successo nel nostro Paese. È la creazione individuale, che come origine di sceneggiatura, nasce da impulsi creativi interiori, è importante, a mio avviso, per lo sceneggiatore, il sintagma poetico creato come esigenza di impulsi drammaturgici, che espande lo spazio filmico attraverso il contesto, o sotto testo. In questo caso poesia significa anche contesto sociale o sotto testo. Più profondamente, significa anche la drammaturgia della connessione tra sentimento e pensiero, soprattutto in quella che può essere definita la soggettività dei personaggi con le relazioni che li circondano. Per uno sceneggiatore che vive di sensibilità poetica, le fluidità di natura che deriva dalla grafomania, sono impossibili. Il linguaggio poetico crea sempre più profondità, pensiero, vita, ritmo, intelligenza metaforica anche nei dialoghi. Ci sono anche fraintendimenti sul cosiddetto linguaggio poetico, quando viene associato all’idillio delle scene neoromantiche, estraneo alla profondità del significato filmico, che non significa nulla. Mi piace parlare di quel linguaggio poetico che è più spesso padroneggiato anche nei film di tipo saggistico, dove Lars Von Trier può essere menzionato come un maestro. In questi casi, non si tratta semplicemente di commercialissimo. I segreti poetici dello sceneggiatore esordiente, migliore di chiunque altro. Il regista, poi il compositore, i tre creatori della paternità del film, elaborano.
La spontaneità e la naturalezza che l’attore o l’attrice danno nel costruire i personaggi possono essere lette anche come poesia. Non c’è niente di più di questo tipo di linguaggio poetico di generalizzazioni di immagini, che offre un piacere estetico completo allo spettatore. Questo linguaggio poetico è creato anche dalla luce nel film. Forse, quando si parla del mio stile poetico, se non nella sua interezza, nelle sequenze del film, la mia poesia viene onorata di più, poiché trae origine da esso.

A. Kosta: Lei ha lavorato negli studi “Shqipëria e Re” in un periodo storico molto delicato: come si conciliava la creatività con le limitazioni ideologiche del regime?

Natasha L: Un tempo, nel periodo del totale isolamento dal mondo, la mia generazione guardava i film sui canali esteri, dove senza comprendere bene la lingua e senza l’aiuto dei sottotitoli, si poteva persino costruire metà dei loro messaggi secondo la propria immaginazione. E di nuovo ci si trovava dentro il film! Oggi, tornando indietro, come ai tempi del cinema muto, in tutti i film albanesi durante il periodo del totalitarismo, si cerca di capire fino a che punto il linguaggio dell’immagine parli da sé. In molti casi, nella cinematografia albanese, questo linguaggio d’immagine riesce a superare la parola stessa. E questo è il primo risultato dei migliori film di quel periodo, perché parlano di padronanza del linguaggio cinematografico. Gli studiosi, che raramente si occupano di profili cinematografici, trovano più facile giudicare un film, quasi teoricamente, basandosi su una sorta di documentazione, con ex funzioni di partito come guide, a volte persino piene di rigidi calcoli orientati all’ideologia, in una sorta di stereotipo generale, dove non si poteva parlare di un singolo individuo. Tutto ciò si ritrova più negli scritti che nel cinema albanese stesso. Per quel mondo di assemblee e attività di un singolo partito al potere, persino il linguaggio dell’immagine stessa poteva rappresentare un pericolo, perché parlava al di sopra della parola, o della storia stessa. Inutile dire che tra gli studiosi di oggi, alcuni occhi useranno un’altra supervisione ideologica che subordina la prospettiva ideologica di ieri. E quando si crea questo nodo di collegamento, due tipi di ideologie sovrapposte diventano come tante. Il film in questi casi non viene giudicato come un’opera del linguaggio dell’immagine. Nelle innumerevoli limitazioni ideologiche, la capacità dello sceneggiatore è stata quella di scegliere quel tema o quella preoccupazione creativa, dove ha potuto trovare le sue libere strade. Non sto dicendo che non potessero esserci temi elencati secondo un ordine, sia diretto, sia in base ad altri meccanismi che hanno indirizzato la propaganda. Potrebbero esserci stati anche casi in cui un scrittore si è offerto volontario per un cosiddetto argomento sulla sicurezza dello Stato. Secondo le sentenze odierne, questi argomenti servono anche come documentazione di un tempo che possiamo definire ormai chiuso! In alcuni di essi, una seconda lettura oggi crea anche una sorta di nuovo spazio, poiché qualsiasi precedente giudizio soggettivo assume un nuovo significato di esistenze oggettive. Quei personaggi che, per la perfezione della loro recitazione naturale, erano considerati negativi, ora sono tra i più piacevoli, come Sali Protopapa nel film “I teti në nronz – L’ottavo in Bronzo. Credo che la prima cascata protettiva, persino ispiratrice ed estremamente potente per lo scrittore stesso, sia stata il pubblico albanese, che sembrava riflettere negli autori tutti i suoi segni, quelli del desiderio di una cinematografia in cui l’uomo desidera vedere se stesso. Era come se entrambe le parti, lo scrittore e lo spettatore, collaborassero secondo un’intuizione segreta, nel rispetto della libertà umana interiore, a volte di più e a volte di meno, ma che non muore mai. L’autocensura ha funzionato. Sì! Il sottotesto ha funzionato. Sì. Anche la disabilità ha funzionato. Sì. Tuttavia, Kinostudio ha prodotto una serie di film di vera maestria e di veri ed importanti significati.

 

 

Angela Kosta: Cosa cercava in una storia per sceglierla come soggetto cinematografico? Un volto? Un conflitto? Una memoria?

Natasha. L: Un conflitto. Naturalmente in un conflitto che sia dato o arricchito dentro di sé.


A. Kosta: Molti suoi film sono legati a una narrazione intima ma collettiva. Qual è secondo lei il confine tra realtà vissuta e finzione nello scrivere per il cinema?

Natasha. L: È vero che dalle mie sceneggiature sono nati degli affreschi cinematografici, a volte persino polifonici, nel solco della tradizione albanese, con personaggi a più voci, dal capo al rapitore, fino al compagno che a volte si stacca ancora di più per insistere su temi secondari, o funge da narrazione più diretta della posizione dell’autore. I registi albanesi lo hanno fatto spesso. Ricordo quando stavo scrivendo una scena per il film “Fletë të Bardha – Pagine bianche”, con una sceneggiatura completata alla fine del 1988, in cui appariva la guardia cooperativa, uno dei ruoli secondari interpretati nel film da Birçe Hasko. Il personaggio appena creato, nella scena appena creata, parlava come se parlasse a se stesso, all’inizio solo da un foglio di carta: “Sono il colpevole! Sono il colpevole!” Questo richiamo o sussurro si sarebbe insinuato da solo, non solo nella quiete che il dramma cinematografico stesso sviluppava, ma si sarebbe diffuso anche al di fuori di essa, verso una generale immobilità sociale di una lunga stagnazione, che si era fatta sentire ovunque per lungo tempo. Di tutto ciò che lo circondava, così come all’interno del film, ricadeva su di lui il ruolo di guardia collaborativa. Certo, chi non ha vissuto quel periodo cupo, difficilmente può assimilare appieno quel sotto testo. Ma l’immagine dell’uomo debole e confuso, ai margini della società, rimane. E non dimentichiamo che, dopotutto, era una guardia! Per chi non fosse completamente analfabeta nel linguaggio del cinema, ho sentito che questa scena avrebbe potuto assumere un suono diverso. Ricordo come uscii dalla stanza dove di solito scrivevo fino a mezzanotte, perché ero anche una casalinga, e aprii la porta del soggiorno dove riposava mio marito Mevlan. La tazza era piena delle impossibilità di un libero uso dell’espressione creativa, che il film avrebbe espresso con forza. Inoltre, devo dire che la guardia cooperativa che volevano sostituire mi era rimasta impressa fin da quando, come giornalista, avevo partecipato ad un’assemblea cooperativa, dove di solito si riuniva l’intero villaggio. C’era forse qualcosa tratto dalla vita di Jakov Xoxe per la creazione del personaggio principale, persino Apollonia stessa, dove è stato girato?  La scena finale del film? Certo. Non c’è opera in cui il capriccio artistico non crei, a volte come una nuvola, qualcosa che sorge da un terreno reale. Per me, anche i personaggi storici che ho creato sono stati figure concrete, ovviamente non solo molto amate, ma anche con molti misteri da risolvere. Altrimenti non ci sarebbe drammaturgia.

A. Kosta Come è cambiata, secondo lei, la figura della sceneggiatrice donna in Albania dai suoi esordi fino ad oggi?

Natasha L: Oggi gli sceneggiatori sono anche coloro che creano i dialoghi per i conduttori di un programma o di un reportage televisivo. Tra loro ci sono molti sceneggiatori di talento.
Nei lungometraggi è diverso. Gli sceneggiatori di cortometraggi e lungometraggi sono rari, non sono ancora stati creati profili completi, compaiono e scompaiono rapidamente, a causa della scarsa produzione cinematografica. Come sceneggiatrice di lungometraggi, vorrei segnalare Doruntina Basha dal Kosovo.


Angela. K: Ci può raccontare un momento di svolta o crisi creativa durante la scrittura di una sceneggiatura? E come lo ha superato?

Natasha. L: Dopo aver completato tutte le procedure per l’approvazione della sceneggiatura sui percorsi di Shote e Azem Galica, dal periodo della sinossi presentata alla redazione, all’approvazione finale del Consiglio Artistico e fino al Ministero della Cultura, subito dopo la creazione del gruppo cinematografico, nel periodo in cui si decideva la divisione dei ruoli, le riprese del film sono state bloccate. Per me, questo ha significato la cancellazione di circa due anni di vita e una forte stanchezza emotiva, oltre al lavoro creativo quotidiano e alla ricerca storica. È sufficiente immergersi emotivamente nella vita di due personaggi, di cui le loro vite sono state stroncate da tutti i loro parenti. Da questo lungo calvario, innanzitutto emotivo, e da tutta quella stanchezza, incluso le sedute per l’approvazione della sceneggiatura, è stata come una salvezza, come una doccia che ti calma, che ho deciso di scrivere una sceneggiatura per un film comico. È stato come fuggire da un trauma. La coppia Shote e Azem Galica è stata sostituita dalla coppia della vita di Tirana nei primi anni ’80, in un appartamento simile al mio. Si tratta del film “Fjalë pafund – Parole infinite” di Spartak Pecani, che è stato anche il suo primo film e primo ruolo. A spianare la strada, è stata la giovane attrice Luiza Xhuvani.

Angela. K: Ha mai scritto pensando già a un attore o a una regia specifica? Quanto conta per lei la sinergia con il regista?

Natasha. L: Quando scrivevo la sceneggiatura del film “Muraglia Vivente”, sulla leggenda di Rozafa, sapevo che sarebbe stata realizzata con Muharrem Fejzo, con cui avevo collaborato ad altri due progetti cinematografici. Il progetto “The DEAL” è stato realizzato per il film “L’insegnante”, sulla prima scuola femminile, che ha avuto un’ottima accoglienza. La collaborazione con il regista Mevlan Shanaj, (mio ​​marito che si occupa esclusivamente di film di lungometraggio in cui ha realizzato dalle mie quattro sceneggiature, tutto  è stato collegato fin dall’inizio. L’unica volta in cui ho scritto i personaggi pensando a due attori principali è stato nella sceneggiatura: “Lule të kuqe, lule të zeza – Fiori rossi, fiori neri”, dalle impressioni del periodo nero del ’97.

Angela. K: Come direttrice degli archivi cinematografici, ha avuto accesso a una memoria visiva vasta: quanto ha influito questo sul suo modo di scrivere oggi?

Natasha. L: Naturalmente, lavorare per dieci anni come direttrice dell’AQSHF, per la prima volta come istituzione separata, ha gettato le basi per questo centro, come casa per i registi. Mi ha fatto apprezzare di più il cinema come atto di memoria, ma anche come flessibilità di esperienza nella mia creatività. Il legame con l’Istituto “Luce” si è consolidato. Ora temo a quella grande dedizione nel passato, a scapito della creatività. Ma ho vinto, immergendomi nella “conoscenza” cinematografica. Ne è nato il libro di saggi “L’energia Filmica”, il primo libro sulla cinematografia albanese, depositato presso la Biblioteca del Congresso negli Stati Uniti.

A. Kosta: La lingua del cinema e quella della poesia spesso si sfiorano: secondo lei, esistono scene che sono poesie mute?

Natasha. L: Certamente… più che altrove direi che nel linguaggio cinematografico, si usa l’espressione “anche il silenzio parla”. Costruite sulla base delle mie sceneggiature, ci sono scene poetiche e silenziose come nel finale del film sopracitato, con una coppia quasi distrutta, come per l’eco di esperienze amare, che come in una punizione rimane legata l’una all’altra. È una sequenza o un piano così significativo, per il passaggio dei traumi delle società post-comuniste, che è stato utilizzato anche come foto nonché sulla copertina di un libro che analizza tutta la cinematografia dei paesi europei post-comunisti. Sono temi che rendono la critica ancora più fortunata poiché li svela. La critica del cinema albanese non ha molto tempo libero, né molta pazienza per tali analisi. 

Angela. K: Se dovesse scrivere oggi una sceneggiatura autobiografica, quale sarebbe la scena con cui aprirebbe il film?

Natasha. L: Un paio di mutandine lunghe di cotone, di un bianco scintillante, sorrette da un’altra benda bianca da letto. “Tessuto di lino, come ai tempi di Penelope, intrecciato con la seta del telaio di Scutari”, aggiungerei nella prima frase dei ricordi. Nella mia infanzia, dopo la guerra, le foto erano rare, ma i ricami a mano erano come per i bambini reali. È un aspetto autonomo, distaccato da tutto, semplicemente  la prima fotografia della mia vita, un primo ricordo, un accenno tra parentesi. Come mi hanno raccontato, prima ancora di compiere due anni, ho avuto la febbre tifoide all’ospedale di Corizia, con mia nonna al mio fianco. Le parole madre e nonna, per tutta la mia generazione, erano quasi la stessa cosa, perché sotto le loro cure, mi sembrava che vivessero solo per me. I bambini li nutre il sacrificio. Le madri coltivavano sogni per i loro figli. E, con tutti i ricami che venivano inviati da parte di madre che era nata a Berat, insieme si definivano in tre.

BIOGRAFIA DI NATASHA LAKO

Natasha Lako (nata il 13 maggio 1948 a Korçë, Albania) è una delle voci più importanti della letteratura albanese contemporanea, riconosciuta soprattutto come poetessa, romanziera, sceneggiatrice e figura di spicco della prima generazione di donne scrittrici nel paese. Studiò scienze politiche con specializzazione in giornalismo all’Università di Tirana. Iniziò a pubblicare poesie in giovane età, già da adolescente, facendosi notare nella scena letteraria albanese in un periodo in cui pochi scrittori donna erano presenti nel panorama culturale del paese.

Natasha Lako è considerata una figura centrale nel panorama delle lettere albanesi, grazie alla sua produzione poetica e narrativa che esplora temi personali, sociali e di identità. Appartiene alla prima generazione di scrittrici donna dell’Albania moderna e ha contribuito ad aprire la strada a molte altre autrici.

La sua opera comprende numerose raccolte di poesie e romanzi.
Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue, tra qui: inglese, tedesco, francese, olandese, italiano, greco e svedese, e sono incluse in numerose antologie internazionali.
Oltre alla poesia e alla narrativa, Lako ha lavorato come sceneggiatrice e collaboratrice presso gli studi cinematografici “Shqipëria e Re” a Tirana, scrivendo diverse sceneggiature per il cinema albanese.
Dopo la fine del regime comunista in Albania, Lako è stata tra le poche donne elette al Parlamento albanese nel 1991, rappresentando il Partito Democratico nella prima legislatura pluralista del paese.

Nel 1997, è stata nominata Prima Direttrice degli Archivi cinematografici centrali albanesi, ruolo che ha ricoperto per molti anni contribuendo alla conservazione della memoria filmica nazionale.
Natasha Lako è sposata con il noto attore e regista albanese Mevlan Shanaj di cui hanno due figli.





Intervista a cura di Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE, giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice e promotrice letteraria.

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Letteratura

ANNA KEIKO – SHANGHAI (CINA)

 

Anna Keiko, rinomata poetessa e saggista originaria di Shanghai, Cina, ha lasciato un’impronta profonda nella letteratura contemporanea. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università dell’Est della Cina a Shanghai, ha ottenuto riconoscimenti a livello internazionale per la sua poesia, tradotta in oltre 30 lingue e pubblicata in più di 500 riviste, giornali e edia di 40 Paesi esteri.

Fondatrice e caporedattrice dell’Associazione Letteraria ACC – Shanghai Huifeng, ricopre il ruolo di rappresentante e direttrice cinese della Fondazione Internazionale Culturale Ithaca. Inoltre, è membro di “Immagine & Poesia” in Italia e dell’Unione Letteraria Canadese-Cubana, a testimonianza del suo impegno nel promuovere scambi letterari interculturali. 

La sua produzione poetica comprende sei raccolte, tra cui “Lonely in the Blood and Absurd Language”, la quale esplora emozioni umane, tematiche ambientali e interrogativi esistenziali. Il suo stile innovativo e le immagini evocative le hanno valso numerosi premi, tra cui il 30° Premio Internazionale di Poesia in Italia e il Certificato di Ambasciatrice della Pace Mondiale nel 2024. Keiko è stata la prima poetessa cinese a ricevere, negli Stati Uniti nel 2023, la Medaglia per lo Scambio Culturale per il Contributo Significativo alla Poesia Mondiale. Le sue opere, come “Octopus Bones” e altri testi acclamati, hanno conquistato il pubblico internazionale, portandola a partecipare a prestigiosi festival e conferenze poetiche in tutto il mondo. 

Il suo impegno artistico si estende anche alla prosa, ai saggi, ai testi lirici e teatrali, dimostrando una grande versatilità. Candidata al Premio Nobel per la Letteratura nel 2020, Anna Keiko continua a superare confini, portando la letteratura cinese sulla scena mondiale.

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Divagazioni sull’arteLetteratura

Angela Kosta Una Voce Universale nella Letteratura Contemporanea – Recensione di Arben Iliazi

Angela Kosta

Una Voce Universale nella Letteratura Contemporanea 


Recensione di Arben Iliazi

 

La poetessa, scrittrice, traduttrice, editrice e promotrice
di fama internazionale Angela Kosta non l’ho mai incontrata di persona, ma ho
visto il suo lavoro, che brilla fortemente in vari mondi diversi. Sono rimasto
colpito non solo dalla sua creatività, ma anche dalla cura e la gentilezza che
essa dimostra, sempre pronta ad aiutare e promuovere gli autori albanesi e non
solo, in ambito internazionale. Grazie a lei e alla sua collaborazione con il
noto poeta e altrettanto virtuoso traduttore Kujtim Hajdari, a noi scrittori
albanesi, tutti i cieli hanno cominciato a sembrare limpidi dall’eccesso di spensieratezza
che ci offrono, con compassione quasi divina, questi scrittori di fama
internazionale, che possiamo definirli magnificamente “ambasciatori”
della cultura e dell’arte albanese nel mondo. Che gioia immensa quando ti
contattano, offrendo personalmente e generosamente la collaborazione a costo
zero, completamente gratuita, in base ai valori degli autori. Questa gentilezza
dovrebbe essere accolta, in quanto è un caso unico nella cultura albanese e
internazionale. In assenza di promozioni ufficiali, di cui i autori possono
sbattere la testa contro muri di metallo dall’indifferenza e dalla totale
negazione dei valori letterari artistici, per noi è una gioiosa fortuna avere
tale privilegio, che ci allontana i “demoni” del pessimismo, ci scuote
dal sonno e ci stimola la fiducia.

 

 

 

 

E’ molto difficile riassumere in poche righe una sintesi
dettagliata di tutti i complessi fattori che mettono in risalto la distinzione
della scrittrice e poetessa Angela Kosta dagli altri autori. Sto dando
brevemente, a mio avviso, alcune riflessioni su alcune delle poesie che ho
considerato, per analizzare in un altro caso anche la prosa.

 

Nelle poesie di Angela Kosta, è sempre la sensibilità
dell’epoca a decidere i confini del testo, trattando temi universali quali, di cui:
l’amore, la vita e le relazioni tra le persone, il dolore, ma anche la bellezza
dell’esistenza, la figura della donna, la natura, ecc…

 

Con la tenerezza, la generosità, l’eleganza che l’hanno resa
una scrittrice, poetessa e autrice di fama internazionale, Angela Kosta
fornisce la cornice per una vita appagante: il duro lavoro, la passione, la
riflessione, la volontà e la voglia di emettere la differenza.

 

Nel corpus poetico di questa autrice si fondono esperienze
estetiche, dove si addolciscono le emozioni puri e si creano discorsi
appassionati, in una situazione di fusione con la trascendenza, con il mondo,
con la sensibilità di ogni epoca.

 

È la sensibilità di ogni era che definisce ciò che è la
poesia. I codici della poetessa Angela Kosta si mescolano a quelli del lettore,
creando una “lingua creola”, con una generale promulgazione di
importanti elementi strutturali. (Poesia: Elegia)

 

Angela Kosta ha scritto poesie che si distinguono per la
loro tendenza meditativa, dove molte affermazioni poetiche sono svolte
all’interno di testi generalmente brevi. Questo stile di discorso si realizza
attraverso figure ricche, in particolare simboli e metafore, ma anche
attraverso un linguaggio molto intrecciato. (Poesia: Pensieri giallastri)

 

Il punto chiave della poesia di Angela Kosta riguarda
l’originalità e il carattere nascosto del “significato” estetico del
testo.

 

Il testo letterario delle sue poesie si trasforma in
catalizzatore dell’apparizione di volontà, di fede, di passione. Nel piano
di organizzazione formale, l’autrice concepisce il testo estetico come un tutto
significante, completamente sintetico. È proprio il rapporto tra le divisioni
testuali, la divisione in versi, in paragrafi, che rivela il significato
profondo e sconosciuto del testo. La poetessa si sente meglio nei versi liberi,
tali da ogni confine. Le poesie hanno piena coerenza di significato, proprio
quando la comprensione comune è scomunicata al puro non-significato.
Traducendola in un’organizzazione polisemantica della vita, imitando l’elemento
casuale dell’esistenza, l’arte poetica di questo autrice acquista così, una
valenza epistemologica. Angela Kosta, pur applicando diverse lingue come
autrice e traduttrice, utilizza molto bene la lingua letteraria albanese, la
sua madre lingua, dove il testo è automatizzato e la struttura
“anomala” del testo artistico richiama l’attenzione sul testo stesso,
in tutta la sua forma. Nella sua arte, la poetessa ha costruito un regno
di spontaneità senza regole,

 

ha prodotto testi convenzionali, dove il piano espressivo è
legato al piano del contenuto attraverso una relazione di motivazione.

 

Il discorso poetico di Angela Kosta è di natura unica, con
spiccate tendenze ellittiche, che tratta in via prioritaria l’esposizione dei
significati successivi attraverso il ricco sistema di figure. Le sue poesie
sono affiancate alla semplicità, al tangibile, all’euforia e alla tristezza,
con una concezione dinamica delle relazioni tra i vari disagi artistici. Le
creazioni non soffrono dell’oscurità del significato in mezzo a una figura
complicata. La poesia può essere dipinta solo guardando l’ottica dei
segni, in relazione alle unità di riferimento precostituite, al rapporto
sensuale, agli echi ansiosi, al “valore vissuto” che il testo produce
sul soggetto. In molte poesie di Angela Kosta, il pensiero artistico si esprime
attraverso una coesistenza strutturale e non esiste al di là di essa. Questo
collegamento include tutti i livelli del testo: fonema, morfema, parola, verso,
versetti e poesia.

 

(Poesia: Luce della sopravvivenza)

 

Per quanto riguarda alle metafore, la poesia di Angela Kosta
è costruita su un piano metaforico intrecciato con figure di costruzione
sonore. Anch’essa è sottotitolata dal simbolo, ma non è rappresentativo, mentre
in molti spicca l’antitesi della pura e contestuale antonimia, che costituisce
un mezzo prediletto dell’autrice, per dare emotività attraverso il confronto, o
più chiaramente, con l’adiacenza di fenomeni, che si contraddicono a vicenda, o
concettualmente, si escludono. Tutto questo è tanto spontaneo quanto deliberato
nel darti un brivido che ti colpisce. La metaforica interna del testo
artistico, a volte infrangendo anche le regole grammaticali, unisce immagini
che non sono accettabili nelle lingue naturali. L’arte poetica di questa
autrice, incita l’elemento casuale dell’esistenza, traducendo in
un’organizzazione polisemantica, gli ansimatici della vita.

 

Nella sua arte, Angela Kosta, ha costruito un regno di
spontaneità senza regole, ha prodotto testi convenzionali, dove il piano
espressivo è legato al piano del contenuto attraverso una relazione di
motivazione. La semantica di ogni parola, le ripetizioni fonologiche di ogni
materia ritmica, cioè in tutti questi fattori complessi, creano la distinzione
di questa autrice dagli altri. In molte poesie, se si confrontano gli elementi
fonologici che compaiono nell’insieme delle parole e nelle equivalenze; notiamo
che i contrappunti fonologici possono essere collegati a certe categorie
semantiche, dove una proiezione paradigmatica avviene nel sintagma. I testi
poetici sono semanticamente molto vicini, come conseguenza della somiglianza
della loro costruzione lessicale. Tuttavia, si osservano differenze nella
struttura ritmica, le diverse somiglianze che sorgono a livello fonetico dove
la poesia crea una tessitura spietata di significati. (Poesia: Sinfonia
scolpita)

 

“Angela Kosta usa le parole nelle sue poesie come se
fossero le pennellate di una grande artista”, disse il noto scrittore
italiano Adriano Bottaccioli. Essa entra tra i poeti che non esprimono
direttamente idee e credi sociali, ma insiste nel trasmettere l’armonia, la
musica, il profondo l’eco della parola. Perciò le sue poesie diventano
interattive, moltiplicando le orazioni. (Poesia: Lacrima lucente)

 

 

In questa autrice, incontriamo un forte concettualismo del
problema estetico, della dinamica interna, degli eventi e dei fenomeni.

 

Le sue poesie non hanno elementi di arte noiosa, artificiale
e senza vita. I suoi “voli” lirici affrontano la meditazione, con
colori forti di autoriflessione verso una realtà reale, che include e delinea
con colori tristi la realtà socio-psicologica. (Poesia: Un pezzo di pane)

 

 

Angela Kosta tocca la realtà dello specchio sociale –
morale. Il suo spunto è l’uomo comune, che assicura tra i sacrifici una vita
onesta, la realtà dell’esistenza e, in alcuni casi l’uomo identificabile. Nelle
sue poesie, Kosta trasmette un’immagine della colonna che si sta costruendo,
dove c’è molta magia, sofferenza, l’accoglienza del destino, la gentilezza e la
premura. Le sue poesie si inseriscono nel soggetto poetico del mistero, dove si
dispiega il culto per il mondo e per le persone. Prendiamo per esempio la
poesia dedicata alla madre, dove poeticamente appare il sentimento della
poetessa, così come il tormento per lei. Nella figura della madre, la
sensazione è colma di respiro. (Poesia: A mia madre Sofia).

 

 

Nelle poesie di Angela Kosta, nasce il culto di una sorta di
libertà umana, del sentimento di superiorità della specie con coscienza, che sa
emergere sulle perdite, sui dolori e sui rimorsi. Ciò che è evidente in loro, è
la spontaneità, l’accettazione della modesta vita, e quella dell’umanità… Il
sacrificio quotidiano degli esseri umani, la dura quotidiana, il crollo…

 

I suoi versi lirici prendono tratti di meditazione,

 

con forti colori di ripiegatura verso una realtà atroce, che
include e delinea con sfumature tristi la realtà sociale. (Poesia: Bambini
invecchiati) Le poesie di Angela Kosta, possono essere viste come un codice
poetico che trasmette un fatto, una situazione, uno stato emotivo ben
significato. Basta dare un’occhiata alla poesia “A mio fratello
Roland”. È chiaro che nel testo poetico di Kosta, i codici non sono
affatto automatizzati. Il lavoro poetico sul lessico è molto noto. (Poesia: A
mio fratello Roland)  L’autrice attribuisce importanza al lato figurativo,
in quanto è quello che svolge il ruolo principale nell’arricchire il
significato. In questa autrice, il livello delle figure, si trasforma in
evidenza ed evocazione dell’esperienza sensoriale per il mondo. La sua penna
indica la capacità di produrre significati analoghi a quelli delle percezioni
concrete. La poesia di Angela Kosta ha un’alchimia complessa, a volte di
carattere compromettente, dove l’adattamento del verso al significato di
esperienza, non è sempre al centro della sua preoccupazione e delle scelte
finali, della poetessa e del significato finale delle parole quali derivano
dalla loro sistemazione in una certa posizione strutturale. In questo modo si
stabilisce un doppio regime semantico del testo stesso, dandoci una poesia
soddisfacente per ritmo e musicalità. Il significato lessicale convenzionale è
solo una materia prima che viene riformulata dalla struttura poetica,
soprattutto in base agli effetti della musicalità. In questa autrice, la musicalità
non è un fine in sé, ma crea aree complesse di significato che si rinnovano
dopo ogni lettura ed esaltazione.  (Poesia: Sorriso cenere dedicato al
genocidio contro gli ebrei)

 

Angela Kosta occupa anche un posto importante nella prosa,
comprendendo diversi romanzi e novelle. Anche la prosa è nello stile della sua
poesia. Ciò è particolarmente evidente sul piano della loro struttura, dove la
priorità lo assume il simbolismo e numerosi significati testi, come nel caso
delle sue poesie. L’arte è il dominio della libertà, ma i loro rapporti sono
enormemente più complessi. Senza la prevedibilità dell’arte, è allo stesso
tempo la causa e la conseguenza dell’imprevedibilità della vita. Siamo di
fronte ad un’autrice molto particolare, con un talento vitale, con l’estremo
tecnicismo dell’arte letteraria, testimoniato in una serie di opere in poesia e
in prosa. Si può tranquillamente affermare che Angela Kosta, rappresenta oggi,
un fenomeno letterario, un poliglottismo artistico, dove un conglomerato di
talenti e doni insoliti è stato a lungo concepito ed esploso, in poesia, prosa,
traduzioni e promozioni… e tutto il resto che la sua mano scrive e crea.
Angela Kosta è uno dei casi più singolari della nostra letteratura
contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arben Iliazi, nato il 1° marzo 1963 a Saranda, è un poeta, saggista e drammaturgo albanese. Dopo aver conseguito la laurea in Filologia presso l’Università di Tirana nel 1988, ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore, ruolo che ha ricoperto fino al 1991. Successivamente si è dedicato al giornalismo, lavorando come giornalista e caporedattore in vari quotidiani della capitale.

Iliazi è conosciuto per il suo contributo alla letteratura albanese, con numerose pubblicazioni poetiche, saggi e opere teatrali. Le sue raccolte poetiche includono Vrundull (Eurorilindja, Tirana, 1994) e La saggezza del mare (Eurorilindja, Tirana, 1997), mentre il suo saggio più noto è Per la pace, contro la pace (Eurorilindja, Tirana, 1998).

Nel campo teatrale, ha scritto e messo in scena numerosi drammi, tra cui Cicerone fatto di plastilina (commedia, 1990), rappresentata al Saranda Professional Theatre con la regia di Thoma Milaj; Mio marito a chilometri zero (commedia, 2009), messa in scena al Teatro Aleksandër Moisiu di Durazzo, con la regia di Milto Kutali e Donard Hasani; The Heir (commedia, 2018), rappresentata al National Experimental Theatre con la regia di Milto Kutali; e The Crown Farce (commedia, 2020), portata in scena al Zihni Sako Theater di Gjirokastër, con la regia di Ledian Gjeçi.

Nel 2021, ha debuttato con il monodramma Con un piede in Paradiso, presentato all’Atelier 31 di Tirana, con la regia di Milto Kutali. Un altro suo lavoro importante è Osman Taka, un dramma storico, presentato nel 2023 a Tirana con la direzione di Naun Shundi e la produzione di Alket Veliu. Tra i suoi drammi più significativi, Delirium (2012) è stato valutato nella decima edizione dell’European Theatre Conversion (ETC) alla Biennale Theater di Wiesbaden, in Germania, dove Iliazi è stato proclamato uno dei 100 migliori autori europei.

Le sue opere teatrali sono state raccolte in 5 opere drammatiche (Neraida, 2003), mentre altre sue pubblicazioni includono Spiritus (2004), The Tersi of Zululand (commedia, 2006) e Lo sposo d’Europa (commedia, 2007).

Arben Iliazi continua a essere una figura influente nel panorama culturale albanese, con una carriera che spazia dalla poesia al teatro, arricchendo la tradizione letteraria del suo paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione di: Angela Kosta 

Direttore Esecutivo delle
Riviste: MIRIADE, NUANCES ON THE PANORAMIC CANVAS, BRIDGES OF LITERATURE,
giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice,
traduttrice, promotrice

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

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