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Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

di Franco Emilio Carlino

N

 

essuno sapeva dire da dove arrivasse esattamente quel profumo. C’era e basta. Scendeva dai pendii come una presenza discreta ma continua. Si infilava nei vicoli di pietra,  nei cortili, restava sospeso tra le foglie degli ulivi e i panni stesi ad asciugare, come se il tempo avesse smesso di correre.

     A Vibo l’aria aveva un odore tutto suo: profumava di qualcosa che nessuno sapeva comprendere. Non era soltanto il mare, o le zagare di primavera, né l’umidità antica che si alzava dalle mura. Era qualcosa di più, che sembrava nascere dalla terra ma custodiva un’origine misteriosa.

     Quelli del posto la chiamavano “l’essenza del fiore”, anche se nessuno ricordava più che fiore fosse. Ma tutti sapevano che esisteva.

     Rossano lo sentì appena scese dalla corriera, una mattina di fine settembre.

     Aveva viaggiato tutta la notte da Reggio, con un taccuino sgualcito in tasca e poche parole scritte in cima alla pagina: “a Vibo, toccò in regalo il fiore”.

     Non ricordava dove le avesse lette, forse in un libro impolverato trovato in biblioteca, ma quelle parole lo avevano accompagnato per anni, e non se ne era mai dimenticato.

     Era tornato in Calabria per cercarne il significato. Non per nostalgia, ma per bisogno di capire cosa restasse di un luogo quando il tempo ne cancella i nomi.

     Camminava lentamente, lasciandosi guidare dall’odore. Non era un profumo netto: quasi tenue, ma presente. A tratti sembrava svanire, poi tornava più intenso, cambiando verso a ogni passo.

     Dietro una curva, su una scalinata di pietra, dentro un cortile ombroso, un’anziana donna lo guardava arrivare, seduta sulla soglia.

   «Lo senti anche tu, vero?» disse, come se lo aspettasse.

     Rossano annuì.

   «È il fiore», aggiunse lei. «Non si vede, ma chi torna lo riconosce».

     Le parole gli rimasero addosso. Non era sicuro di aver capito, ma qualcosa lo spingeva a restare.

    Come poteva spiegare che ciò che stava cercando non era un fiore reale, ma un’origine? Un’idea? O forse una verità sepolta nel silenzio della storia?

 «Non lo troverai nei giardini» continuò la donna. «Ma ti porterà dove devi andare».

     Era così che iniziava: un profumo nell’aria, un segno lieve. E un cammino che – come ogni cosa in Calabria – nasceva da ciò che si vede, ma portava in altro luogo, forse verso le cose che non hanno forma.

     Si addentrò nel centro antico, tra muri che odoravano di umidità e sale. Ogni tanto il profumo sembrava svanire, poi riappariva più intenso. Lo seguiva come si segue un soffio etereo, una traccia che non si vede. 

     Fu davanti a una vecchia fontana che Rossano incontrò un uomo sulla quarantina.

     Aveva un’aria distratta ma nervosa, uno zaino sulle spalle, una camicia aperta sul collo.  Si muoveva in modo rapido, con un piccolo flacone tra le dita, annusando l’aria. Quando si accorse di Rossano, si fermò.

   «Anche tu lo senti?» chiese lo sconosciuto.

   «Da quanto tempo sei qui?» domandò Rossano.

   «Due giorni. Vengo da Milano. Sono profumiere, o almeno ci provo. Ho sentito parlare di un’essenza unica, impossibile da riprodurre, presente solo in questa zona. Sono venuto a cercarla. Nessuno sa cos’è, nessuno è mai riuscito a trattenerla. Ma se ci riuscissi…».

     Fece un gesto vago con la mano, come a indicare un universo di possibilità: profumi di nicchia, mercati esteri, premi, denaro.

   «Ti chiami?» domandò Rossano.

   «Leonardo. Profumiere, ma più che altro curioso. E tu?»  

   «Rossano».

   «Anche tu per l’essenza?»

     Rossano esitò un attimo, poi scosse la testa.

   «Io non voglio prenderla. Voglio capire da dove nasce». 

     Leonardo sorrise appena.  

    Camminarono insieme per un tratto, in silenzio. Il profumo si muoveva con l’aria, ma era meno intenso.

     Arrivarono a una piccola chiesa abbandonata: il portone semiaperto, le erbacce alte, l’ombra fitta. Lì dentro l’odore sembrava più denso.

     Il profumiere aprì il flacone e tentò di catturarlo. Nulla.  

     Anzi, sembrava che l’essenza, avvertita fino a un attimo prima, si fosse diradata.

     Rossano chiuse gli occhi.

     Sentiva qualcosa che non era odore, ma presenza.

   «Si sottrae non appena credi di raggiungerla» mormorò.

   «Allora cos’è? Una leggenda?» chiese Leonardo.

   «No» rispose Rossano scuotendo il capo. «È memoria. E la memoria non accetta contenitori».

      Leonardo rimase in silenzio, quasi deluso. Poi disse:

    «E se invece fosse un regalo? Una donazione che va capita prima di essere condivisa?»

     Rossano sorrise.

     Per la prima volta, sembravano capirsi davvero.

     Camminarono ancora per ore, senza parlare.

     Il profumo tornava a tratti, cambiando ogni volta la sua fragranza: mandorla, pane caldo, vento salato.

     Salendo verso la collina, il paese sembrava allontanarsi e tutto diventava più chiaro.

     Si fermarono su una terrazza naturale da cui si vedeva il mare, e lo sguardo abbracciava l’intera vallata.

     Il sole stava calando e le ombre si distendevano come richiami.

     Rossano si sedette su un muretto. «Forse non stiamo cercando un fiore» disse. «Forse è solo un modo che ha questa terra, la Calabria, per dirci che siamo arrivati nel posto giusto».

     Leonardo, in piedi, lo ascoltava in silenzio.

     Poi aprì di nuovo il flacone e lo lasciò sul muretto.

   «Se è così, che resti qui» disse piano.

     Il profumo divenne improvvisamente intenso, li avvolse come una stretta, e svanì.

     Dietro di loro, una voce femminile: «Non cercate il fiore. Cercate ciò che ne resta».

     Si voltarono.

     Era la stessa anziana della scalinata.

     «Ogni volta che qualcuno torna» disse, «il profumo si fa sentire. Ma solo a chi non vuole possederlo».

     Si avvicinò, raccolse il piccolo flacone e lo posò su una pietra piatta.

     «Il fiore non esiste più, ma la sua essenza è rimasta nell’aria. Perché qualcuno l’ha amata. E ciò che si ama lascia sempre un’impronta».

     Rossano fece un passo avanti.

   «E se un giorno nessuno tornasse più?» chiese Rossano.

     Lei sorrise.

   «Allora l’aria stessa si farà custode del ricordo. Finché ci sarà un respiro, ci sarà memoria».

     Poi se ne andò, dissolta nella luce del tramonto.

     Rossano e Leonardo restarono a guardare il tramonto, mentre il profumo tornava a farsi sentire nell’aria.

   «Sono venuto cercando una formula» disse Leonardo dopo un po’. «Ma forse quello che mi mancava era sentirmi parte di qualcosa».

     Rossano annuì.

   «Non si viene in Calabria per capire». Rispose Rossano. «Si viene per ricordare».

     Rimasero seduti finché il sole scomparve dietro le colline.  

     Il vento portava ancora quel profumo sottile, vivo, invisibile, che li seguiva come un richiamo.

     Leonardo guardò il flacone lasciato sulla pietra.

   «Lo lasceremo qui?» chiese Leonardo, guardando il flacone sulla pietra.

   «Sì», rispose Rossano. «Così, un giorno, qualcuno troverà l’aria giusta per ricordare».

     E scesero verso il paese, mentre la notte si stendeva lenta e l’aria – profumata, viva, antica – continuava a raccontare la sua storia.

     Poco dopo che se ne furono andati, un viaggiatore solitario arrivò dalla strada che saliva tra gli ulivi.

     Aveva il passo lento di chi non cerca più nulla, e una piccola valigia consumata.

     Si fermò proprio sulla terrazza naturale.

     Lì, il flacone riposava ancora.

     Inspirò.
     Un odore sottile gli sfiorò la memoria.

   «Ancora tu» sussurrò. «Credevo di averti sognato».

     Si chinò verso la pietra, senza toccarla.

   «Molti anni fa ho provato anch’io a catturarti. Volevo portarti con me, darti forma. Ma non ti sei mai lasciato prendere».

     Guardò l’orizzonte, dove il blu della sera incontrava il mare.

   «Ora lo capisco: sei la memoria di questo luogo. Ti fai sentire, ma non ti concedi. Resti qui, tra l’aria e la terra, come ciò che non si può possedere… ma che non smette mai di esistere».

     Il vento si alzò, portando un’altra nota: mandorla, sale, qualcosa di lontano.

     L’uomo sorrise.

   «Rimani pure così. Invisibile. È così che fai compagnia».

     Si voltò e riprese il cammino, lento ma leggero.

     Dietro di lui, il profumo continuò a diffondersi: una presenza che non si vede, ma che resta.