“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Questo racconto nasce da un cammino a piedi, tra i filari degli aranci e la polvere dei campi. Osservando chi ci vive e chi ci lavora, ho capito che Rosarno non si lascia raccontare facilmente: è una terra che va ascoltata. Rossano – figura simbolica e protagonista che attraversa questi racconti, il nostro viaggiatore – arriva qui come si arriva in certi luoghi che non si conoscono davvero: con rispetto e curiosità. Si muove tra le vie e i ricordi di Rosarno, portando con sé la memoria e la speranza di una Calabria autentica. Ed è attraverso il suo sguardo che si svela un pezzo di Sud che spesso resta ai margini, ma che invece è il cuore pulsante di molte verità.
Il sole era appena sorto, ma il caldo già si faceva sentire tra i campi. Sulle distese di arancio di Rosarno, le chiome dei giganteschi alberi sembravano illuminate. L’aria era densa di profumo: un aroma dolce e avvolgente, come se custodisse segreti e antiche storie nascoste tra i frutti e le foglie che nessuno volesse raccontare.
Rossano camminava lentamente lungo una strada sterrata che attraversava i campi, tagliando le distese di aranci. I fiori di zagara rilasciavano un profumo intenso, quasi inebriante. Lo sentiva attaccarsi ai vestiti, alla pelle, ai pensieri.
La sua figura pensierosa si fermò accanto a un albero. Osservò un piccolo angolo di terra dove il terreno aveva un colore diverso, più scuro. Qualcuno gli aveva parlato della possibile presenza di uranio: un sospetto che da anni divideva gli animi degli abitanti. Voci, forse. Eppure, a Rosarno, le chiacchiere salgono di tono, molto in fretta, prima ancora che qualcuno le confermi.
Rossano abbassò lo sguardo. Gli piaceva osservare i dettagli, cogliere le crepe invisibili in una bellezza che appariva troppo perfetta.
Rosarno, con il suo doppio volto, era un luogo di meraviglia e sfida, e Rossano ne conosceva ogni piega.
Si sedette all’ombra di un arancio in fiore, lasciando che il profumo della zagara gli riempisse i polmoni. Pensava alle parole di suo nonno, di origini reggine, che da ragazzo gli raccontava storie e contraddizioni di quel territorio aspro e affascinante.
Poco più avanti, in mezzo ai filari, un gruppo di uomini e donne lavorava in silenzio. Raccoglievano mandarini sotto il sole, piegati, veloci, senza scambiarsi una parola. Sguardi bassi, gesti meccanici. Erano arrivati da altri continenti, con valigie leggere ma piene di sogni e speranze e una resistenza ostinata, finendo però intrappolati in un ingranaggio di sfruttamento che non guardava in faccia nessuno. Alcuni, Rossano li aveva già visti nei pressi della stazione abbandonata. Dormivano su cartoni, si lavavano con acqua fredda, vivevano nell’ombra.
La loro non era semplice stanchezza: era un logoramento lento e duro, provocato da una organizzazione senza nome né volto che li schiacciava piano piano.
Rossano restò lì, in disparte. Li osservava da una distanza rispettosa, il cuore stretto da un dolore profondo. Nessuna foto. Nessuna parola. Solo silenzio e attenzione.
Non lontano, Carmela stava potando le sue rose nel piccolo giardino dietro casa. Curava con amore le piante aromatiche. Aveva le mani imbrattate di terra e un grembiule pieno di foglie. E quel giardino, più che giardino, era un riparo in cui la stanchezza in qualche modo si curava.
Carmela apriva la sua casa ai migranti più stanchi, a chi non aveva un posto dove sedersi, respirare; a chi cercava un momento di pace, un pasto caldo o semplicemente un sorriso. “Non è una missione”, diceva. Per lei era un piccolo presidio di umanità, uno spazio dove la dignità non aveva paura di farsi conoscere: era luogo di resistenza, nella durezza quotidiana.
Rossano la conosceva da anni. Quando poteva, passava da lei per bere un caffè e scambiare due parole. Ammirava il suo coraggio discreto, la sua forza gentile che diventava voce per chi non ne aveva. Condivideva quei momenti di fratellanza per riflettere sul senso di quella terra divisa tra splendore e ingiustizia.
Gli uomini e le donne lavoravano duramente, senza pause, sotto un sole cocente. Raccolti in piccoli gruppi, isolati, le loro mani, callose e stanche strappavano i frutti dagli alberi, con gesti ripetuti, quasi automatici. Il silenzio era più forte del rumore dei cesti pieni, mentre gli sguardi timorosi e rassegnati evitavano il contatto.
L’odore della zagara, dolce e leggero, strideva dolorosamente con la pesantezza di quell’atmosfera di fatica: un contrasto, che Rossano percepiva come un pugno allo stomaco.
Sapeva che quella terra, ricca e generosa, dava molto. Ma spesso prendeva troppo da chi ne aveva bisogno. Pensava alle famiglie lontane, ai sogni spezzati, alle ingiustizie invisibili che si celavano tra le foglie di quegli alberi.
Eppure, in fondo, sapeva anche che la speranza, lì, era come il profumo dell’arancio in fiore: un odore che si diffonde ovunque e arriva prima di capire da dove venga. Supera i confini del silenzio. E forse, un giorno, potrà cambiare davvero qualcosa.
Carmela ascoltava le storie dei migranti, racconti di viaggi estenuanti e di attese infinite, di frontiere interiori. Faceva tutto il possibile per aiutarli, per proteggerli dallo sfruttamento e dalla solitudine.
“Qui, almeno qui, potete respirare un po’ di dignità”, diceva spesso con un sorriso stanco ma sincero. La sua casa era un porto. Un luogo dove il profumo della zagara si mescolava con quello della fiducia.
Quel giorno Rossano trovò la porta aperta, come sempre.
«Ne hai vista di gente stamattina?» le chiese entrando.
Carmela annuì senza smettere di tagliare le rose. «Due ragazzi nuovi. Vengono dal Senegal. Hanno dormito nei campi. Uno di loro tossiva tutta la notte».
«Li hai fatti entrare?»
«Sì. Gli ho dato qualcosa di caldo. Ma non basta mai».
Il profumo della zagara entrava dalla finestra e si mescolava con quello del basilico sul davanzale. Era un profumo forte, ma non riusciva a coprire quello delle ingiustizie che si respiravano ogni giorno.
Rossano uscì poco dopo, tornando verso i campi. I raccoglitori stavano ancora lavorando, con la stessa fatica di ore prima. Le mani rovinate, le schiene curve. Nessuno parlava. Nessuno si fermava.
Si chiese quanto tempo si potesse andare avanti così. Ma poi, alzando lo sguardo, vide un ragazzino correre tra gli alberi. Non lavorava: giocava. Rideva. Aveva in mano un’arancia ancora verde e la lanciava in aria come fosse un pallone.
E per un istante, quell’odore di zagara somigliò a un domani possibile.





