“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Questo racconto nasce dal desiderio di dare voce alla terra di Calabria attraverso le immagini potenti della sua natura e i simboli che la rappresentano. La quercia, protagonista di queste pagine, incarna lo spirito indomito di un popolo e l’anima profonda di un luogo in cui la memoria si intreccia con la leggenda. Nel Mesima, il guardiano invisibile è una quercia che veglia sui campi, sugli uomini e sulle loro speranze. Rossano, giovane viaggiatore e narratore di storie, arriva qui non per caso, ma per ascoltare ciò che questa terra vuole dire. Capirà che la forza non ama mettersi in evidenza urlando: a volte preferisce il mormorio.
Nella piana del Mesima una quercia secolare, piegata dal vento ma ancora in piedi, stava lì come una sentinella senza mai smettere di vigilare.
Chi attraversava quella strada polverosa che fendeva i campi non vedeva soltanto un albero, ma il suo vigore.
La sua età sfuggiva a ogni previsione, eppure tutti, da sempre, la reclamavano unicamente “la Vecchia”.
Gli anziani del luogo dicevano di ricordarla lì da un tempo imprecisato. Altri sostenevano, invece, che era cresciuta proprio lì dove un contadino, fuggito da una guerra, aveva piantato la sua speranza.
Rossano, quando poteva, durante i suoi viaggi tornava spesso a sedersi ai suoi piedi.
Quell’albero gli richiamava alla mente la grande quercia della sua Chiusa, a Mandatoriccio, un posto cui riversava molto affetto e che lo accompagnava fin dall’infanzia.
Era cresciuto ascoltando le storie del nonno, che gli raccontava come l’albero avesse salvato interi raccolti con la sua ombra e le sue radici che assorbivano l’acqua in eccesso quando il fiume si gonfiava a causa delle forti piogge.
Per Rossano, quell’albero era punto di riferimento silenzioso, un luogo di riflessione, in cui ritrovare se stesso. Nei momenti di incertezza – e accadeva più volte – gli bastava toccarne la corteccia ruvida per rimettere ordine ai suoi pensieri e sentirsi meno solo.
Una sera d’autunno, un camion con il logo di una grande società immobiliare parcheggiò vicino ai campi.
Un imponente progetto edilizio ambiva a estendersi, con nuove abitazioni, proprio nel cuore della piana.
I tecnici scesero, presero misure, scattarono foto. E se ne andarono come se nulla avessero visto.
L’albero si trovava esattamente dove le mappe indicavano il cuore del futuro cantiere del nuovo complesso di espansione edilizia.
La notizia si propagò per il paese con molta rapidità, infilandosi come il vento tra le viuzze, con una certa apprensione.
Furono in molti a considerarlo un destino già scritto: per loro era solo un albero. Ma Rossano non riusciva a rassegnarsi. Per lui quella quercia era molto di più, rappresentava tutto ciò che amava della sua Calabria: la forza, la resistenza, la memoria, la capacità di rinascere.
Scelse di muoversi: preparò avvisi da pubblicare anche sui social, raccontò la situazione a chi incontrava, chiese sostegno, si confrontò con le persone anziane del paese.
La domenica successiva furono in molti a ritrovarsi attorno all’albero: senza simboli, in silenzio e in maniera composta.
Promosse un gesto collettivo. Non apparteneva a movimenti né a partiti: era guidato solo da un legame e affetto radicato.
Non fu una battaglia facile.
La vicenda attirò l’attenzione prima dei giornali locali, poi anche oltre i confini del territorio. La pressione mediatica crebbe, e con essa anche l’attenzione su quella “quercia del Mesima”.
Un botanico confermò che quella quercia era una delle ultime della foresta originaria del Mesima che un tempo copriva tutta la zona. Alla fine, i piani cambiarono: il cantiere si spostò.
La quercia rimase.
Rossano non desiderava riconoscimenti. Tornò a sedersi ai piedi del grande albero, come aveva sempre fatto. Ma quella volta, non era solo. Vicino a lui, una bambina tracciava sul quaderno il profilo dell’albero, mentre una signora anziana intrecciava per i più piccoli un racconto nato attorno a quella chioma.
Poco più in là – una ragazza dai capelli intrecciati e dallo sguardo deciso – si avvicinò. Avrà avuto forse sedici anni. Si chiamava Mina, ed era cresciuta anche lei con la quercia sullo sfondo. «Te ne vai?» chiese, notando lo zaino sulle spalle di Rossano. «Solo per un po’. Ho un nuovo lavoro più a nord. Ma tornerò».
«E se tornano quelli con le ruspe?» chiese Mina.
Rossano lasciò affiorare un sorriso quieto. Sfiorò il tronco della quercia, poi guardò Mina negli occhi e rispose: «In quel caso sarai tu a difenderla», disse piano.
«A me?»
«Qualcuno deve rimanere e vigilare. Qualcuno che sappia spiegare perché questo albero conta. Non è solo legno: custodisce ciò che siamo stati, la nostra memoria».
Mina, seria, abbassò lo sguardo un istante, poi annuì.
«Resterò. Promesso».
Rossano le porse un piccolo taccuino, con le prime pagine piene di appunti e le ultime vuote. «Il seguito spetta a te», mormorò.
La quercia rimase immobile. Nel movimento leggero delle foglie sembrava si raccogliesse una verità semplice: la forza appartiene a ciò che non si lascia piegare.





