“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Il Sud ha un modo tutto suo di conservare le cose: non lo fa con i musei, ma con la memoria viva. Ogni
gesto quotidiano può diventare parte della storia, se guardato con attenzione. In questo racconto,
ambientato nel cuore della Calabria, tra il mare Ionio e le colline bruciate dal sole, tra vendemmia e
silenzi, incontriamo Luca, che torna dopo anni, e Rossano, che non è lì per caso. Documentarista,
viaggiatore, scrittore: raccoglie storie e dettagli, cercando le radici di un Sud che rischia di svanire. Tra
le vigne di Cirò, qualcosa di antico continua a farsi sentire. Il vino di Cirò non è solo prodotto della
terra, ma eco degli antichi Enotri.
Quando l’uomo con la coppola logora, il bordo che gli ombreggiava la fronte, passeggiava tra i filari, l’aria era impregnata dell’odore del mosto.
Era settembre, e i grappoli si lasciavano cogliere come pensieri giunti a maturazione. La vigna era quella del vecchio zio Carmine, in collina, a Cirò.
Luca aveva lasciato Roma la sera prima. Arrivò in paese all’alba. L’aria era umida e leggera, e il sole non ancora alto, si alzava timido e tiepido dietro le colline. Appena sceso dal treno, respirò a fondo.
L’odore della terra rossa, della nebbia che si alzava tra i filari delle vigne assopite che sembravano aspettarlo, e il silenzio tutto intorno bastarono per fargli capire che qualcosa, dentro di lui, era rimasto ancora. Il profumo del mosto, il rumore secco delle cicale, il vento che sa di mare.
Non metteva piede a Cirò da anni. Ma la lettera dello zio Carmine, scritta con la grafia minuta, era arrivata improvvisa e diretta. Tre parole appena: “È tempo. Vieni”. Nessuna spiegazione, nessuna firma. Ma bastava.
Filomena lo accolse sulla soglia della casa con un sorriso largo e un abbraccio che sapeva di focolare, il grembiule sporco di farina e le mani forti. «T’ha visto, tuo zio? È già tra le vigne. Va’, che quest’anno l’uva canta».
Luca annuì, sorrise, prese lo zaino e si incamminò verso la collina. La stradina era ancora quella di sempre: polverosa, in salita, stretta tra i filari carichi e ordinati. Lì in fondo, tra le viti, una figura curva si muoveva lentamente. Era Carmine. Il suo corpo piegato portava i segni del tempo e della fatica. Le mani dure, il viso segnato dal sole e quei movimenti lenti e precisi che non si dimenticano mai. Tagliava i grappoli con attenzione, con la delicatezza di chi tocca qualcosa che continua a risuonare nel tempo. Non parlò subito. Solo quando Luca fu abbastanza vicino, senza voltarsi, disse: «Bentornato. La vite ti ha aspettato».
Luca non rispose. Annuì. Sentiva che lì le parole erano preziose come le radici. E che non serviva dire troppo.
Poco distante, un giovane stava riempiendo una cesta. Si fermò, si voltò verso di loro, li guardò e si avvicinò. Aveva occhi profondi, scuri, un volto quieto e un’andatura che sembrava ascoltare il ritmo lento del terreno.
«È tuo nipote?» chiese a Carmine.
«No», rispose il vecchio. «È figlio della terra, come noi».
«Io sono Rossano», disse il ragazzo, tendendo la mano a Luca.
«Un nome importante», disse Luca, stringendogliela. «L’ho sentito da qualche parte. Mi ricorda qualcosa».
Rossano sorrise. «Mi chiamano così da sempre. Forse un giorno capirai perché». Aveva con sé un taccuino logoro e una penna infilata nella tasca della camicia. Ogni tanto si fermava, osservava, prendeva appunti.
«Scrivi?» gli chiese Luca, curioso.
«Scrivo, filmo, documento. Le storie, i gesti, le parole che stanno scomparendo. Sto lavorando a un progetto sulle radici dell’Enotria. E Cirò è un punto essenziale. Qui il vino non è solo un prodotto: è cultura che resiste». E tornò tra i filari, con la calma di chi custodisce un segreto.
Carmine, che da un po’ guardava di nascosto i movimenti di Rossano, sbuffò piano, come fa chi ha qualcosa da dire ma non vuole essere lui il primo a parlarne.
Rossano colse quel gesto e si avvicinò con passo tranquillo.
«Zio Carmine», disse, «posso chiederti una cosa?»
Il vecchio non alzò gli occhi. «Chiedi, tanto non si paga».
Rossano indicò i filari: «Tu fai un vino che ha storia. Ma oggi, per farlo arrivare più lontano, servirebbe qualcuno che lo legga con un occhio tecnico. Non per cambiarlo. Per far emergere quello che già c’è. Un enologo».
Carmine sollevò la testa. «Un forestiero che mi dice cosa fare? No».
«Non per comandarti», rispose Rossano. «Per aiutarti. Ho un amico in Veneto, Walter. Lavora sul Prosecco, ma l’esperienza vale ovunque. Verrebbe per consigliarti. Tu ascolti. Poi decidi».
Il vecchio rimase in silenzio a lungo. «Va bene. Ma se mi rovina il vino, lo rimando indietro a piedi».
Dopo qualche settimana arrivò Walter: barba corta, occhi attenti, modi pacati.
Rossano gli andò incontro. «Walter! Non sei cambiato di un’ombra».
«E tu continui a perderti. Stavolta almeno non hai colline venete intorno», scherzò l’enologo.
Carmine li osservava da lontano, misurando il nuovo arrivato.
Walter si avvicinò. «Sono qui solo per ascoltare. La terra parla prima di tutto».
Carmine annuì: «Allora possiamo provarci».
Nei giorni seguenti, Rossano e Walter lavorarono accanto a Carmine senza forzare nulla. Prove, assaggi, piccole scelte misurate. Si parlava poco, ma ci si capiva.
Un pomeriggio, dopo un assaggio da una botte in affinamento, Walter disse: «Qui c’è una struttura che non va smussata. Va ordinata».
Carmine replicò: «È vino per la carne. Per chi vuole sentire il sorso».
«Allora lasciamolo stare. Lo aiutiamo solo a diventare se stesso».
Così nacque un rosso compatto, articolato, di quelli che reggono piatti decisi senza perdere voce.
Quando la prima produzione fu pronta, Carmine rimase davanti alle casse in silenzio. Poi disse: «Questo vino deve portare un nome che ha retto più tempeste di me: Filomena. Senza di lei questa casa non teneva».
Così nacque Zia Filomena, un rosso corposo, schietto, pensato per la carne e per le tavole robuste.
In poco tempo finì nelle trattorie della costa e poi nei ristoranti dell’entroterra.
Ogni volta che qualcuno chiedeva da dove venisse quel sapore così netto, Carmine rispondeva: «Da qui. Da chi ci ha tenuti insieme».
La giornata a Cirò, come sempre, cominciò senza fretta. Il sole cominciava a scaldare facendo brillare i filari. Le ceste si riempivano lentamente, e ogni gesto sembrava parte di un rito che si perpetuava da secoli.
Carmine tagliava i grappoli con mani esperte, senza mai guardare troppo in alto. Filomena tornò con pane, fichi secchi e vino dell’anno precedente. Nessuno parlava molto, ma tutti sembravano capirsi. Rossano, un po’ discosto dagli altri, si muoveva tra i filari con attenzione. Fotografava i grappoli, annotava il modo in cui venivano tagliati, faceva domande. Ma senza mai essere invadente.
Era lì per osservare, non per spiegare. A un certo punto porse a Luca un grappolo scuro, quasi nero. «Guarda questo. Alla luce sembra ambra. Ma se lo stringi troppo, ti macchia le mani. Come certi ricordi che non si lasciano pulire via del tutto».
«Parli come uno che ha letto molti libri», disse Luca.
Rossano sorrise. «I libri li scrivono gli uomini. Ma la terra insegna meglio. Io provo solo a non dimenticare».
Nel pomeriggio, quando il cielo iniziò a diventare rame e le ombre si allungavano tra i filari, Luca si sedette accanto a Carmine, sul muretto a secco che delimitava la vigna. Il vecchio versò un sorso di vino in due bicchieri scheggiati e gliene porse uno. «Lo sai perché sei tornato?» chiese.
Luca si strinse nelle spalle. «Per aiutare, forse. O per scappare. Non lo so nemmeno io».
Carmine lo guardò dritto negli occhi. «Sei tornato perché la terra chiama. E chi ha il cuore buono, la sente. Non sempre forte. Ma la sente». Poi si alzò e tornò tra le viti, lasciandolo solo con il vino, il sole basso e il rumore dei grilli.
Quella notte, Luca non riuscì a dormire. Si alzò, uscì nel cortile e guardò il cielo. La luna era alta, e ogni stella sembrava ferma.
Rossano era lì, poco distante, seduto su una pietra, con il suo taccuino sulle ginocchia e una piccola videocamera a terra.
«Nemmeno tu riesci a dormire?» chiese Luca.
«Dormono quelli che hanno finito di cercare», rispose Rossano, senza alzare lo sguardo.
«Cosa stai scrivendo?»
«Appunti. Parole che potrebbero svanire nell’aria. Se non le fermo adesso, domani resterà soltanto il loro odore. Le sto raccogliendo. Come si fa con l’uva».
Ci fu un lungo silenzio.
«…Ma tu chi sei davvero»? chiese Luca.
Rossano sorrise, chiuse il taccuino. Lo guardò con calma, come chi ha avuto molto tempo per pensarci. «Sono uno che non è mai partito. Anche se viaggio sempre». Fece una pausa. Poi aggiunse: «Forse è questo il mio modo di restare. Raccontare. Finché qualcuno ascolta. E forse, un giorno, capirai perché il mio nome torna sempre».
Il vento, lieve, scivolò tra le vigne.
Luca rimase lì, seduto accanto a lui, senza parlare. Guardava il cielo.
E per la prima volta da tanto tempo, non pensava più a cosa aveva lasciato. Pensava solo a quello che, forse, aveva ritrovato.





