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Divagazioni sull’arte

Il respiro del tempo. L’Arte come inquietudine gentile

“L’arte non va spiegata. Non credo esistano risposte logiche e assolute alle sensazioni che un dipinto o un’opera ci restituiscono. Vanno colte e vissute, ciascuno con la propria sensibilità. E questa non ha un nome proprio, esclusivo. Le sue vibrazioni arrivano a tutti.”

La mia interlocutrice accompagna le parole con lievi movimenti delle dita, eleganti e accurati come i pennelli di un maestro calligrafo cinese, quasi a voler ponderare meglio ciò che dice e ciò che la sua mente continua a scandagliare, lasciandomi in sospeso. Sono mani che si raccontano, che narrano della madre, una sarta raffinata di prestigiosi atelier, e del padre, un appassionato pittore che ha saputo accogliere e nutrire la curiosità di una bambina sempre pronta a esplorare.

Mentre le parlo, Daniela Polselli, è circondata dalle sue creature, quadri che, appesi alla parete, scandiscono periodi di vita e snodi artistici determinanti. “Ora non mi appartengono più. Sono diventata altro”.

Lo sottolinea con un tono di voce discreto, ma carico di consapevolezza. È dotata di un grande talento che esprime con gusto raffinato. Le sue origini romane si percepiscono nell’ironia brillante, nel sarcasmo pungente ma spiritoso, nel realismo disincantato che guarda alla vita con lucidità e disillusione.

Quando le chiedo se la frase scelta per il suo profilo Instagram la rappresenti davvero, prima di rispondere, la ripete ad alta voce: “Inutilmente s’affaccia all’arte chi è in pace con se stesso. È stato un caro amico a condividerla con me e, anche allora, non mi disse l’autore. Devo ammettere che non ho approfondito, lo farò certamente. Comunque, d’istinto, mi suggerisce cose ben precise. Innanzitutto, di non adagiarsi in una zona di comfort, di scoprire, di analizzare, di vedere cosa c’è al di là di un possibile limite. Presuppone tanta curiosità, voglia di mettersi in gioco, di fare quello che non ci si aspetta da noi stessi. Magari, all’improvviso, si riceve il giusto impulso e si comincia a fare qualcosa in più rispetto al giorno precedente. Significa, però, anche altro per me. Non sono mai stata una persona tranquilla. Mi sono sempre considerata introversa e posta innumerevoli interrogativi. Sentirmi a mio agio in uno spazio interiore ed esteriore non è né ovvio né spontaneo. Semplicemente, non riesco a trovarlo. Mi dicono che non mi accontento, ma non è questo. Mi stanco a stare in un luogo a fare sempre le stesse cose, a ripetermi. Il fatto di non essere in pace con me stessa è un aspetto legato alla mia indole. Scruto in modo minuzioso e, quando arrivo al fondo della realtà, mi dico che non ho più nulla da scoprire, e quindi mi dedico a qualcosa di nuovo. Un’attitudine che, inevitabilmente, ha generato tante possibilità nella mia vita”.

Questa irrequietezza l’ha spinta a cimentarsi in nuove tecniche e nuovi soggetti. Le linee marcate, i chiari e gli scuri, le ombre definite ricordano lo stile del grande Maestro Giorgio de Chirico, il Pictor Optimus, e Daniela Polselli, pur non sorpresa del mio accostamento, reagisce con un sorriso misurato e un’umiltà sincera, premurandosi subito di mettere i puntini sulle ‘i’.

“Forse, per i paesaggi onirici. Comunque, è un onore essere messa in relazione con un Artista come lui. Avrei potuto ricordarlo inizialmente, tuttavia sono cambiata molto.  Vede, li ha notati anche lei, alle mie spalle, ci sono parecchi dipinti, una sintesi di ciò che ho realizzato in questi anni. Non mi interessano più, perché il mio percorso mi ha condotta altrove.  La prestigiosa Associazione di Roma ‘Cento Pittori Via Margutta’, mi ha spronato a partecipare anche quest’anno, e mi avrebbe concesso di esporre opere del mio passato. Ho deciso di rinunciare, perché desidero presentare lavori frutto di studi più recenti e in sintonia con l’evoluzione artistica che sto vivendo. Amo osservare le persone quando si soffermano davanti ai miei cavalletti. Le loro reazioni ed espressioni sono una cartina tornasole di quanto sia stata in grado di trasmettere di me stessa. Ciò che hanno visto prima appartiene a fasi vissute e ormai e trasformate in altro.  Oggi mi muovo nel campo figurativo realistico tendente all’astratto. Lo definirei un figurativo astratto”.

Herat - Tecnica mista

Potremmo approfondire?

“Si parte da una figura evidente, anche se i colori non sono realistici. Indagando, si comprende che non lo sono affatto. Dell’astrazione adoro che comunichi attraverso il colore, la forma, la suggestione evocativa”.

 

Ha dei modelli artistici di riferimento?

“Una pittrice, Tina Sgrò, le cui opere sono caratterizzate da linee quasi monocromatiche, da un figurativo veloce, in movimento. E poi, un pittore spagnolo, Carlos San Millán, la mia stella polare. Anche lui, infatti, sta orientandosi sempre più verso l’astratto. Le sue forme non sono riconoscibili nell’immediato. Da una visuale lontana, sono individuabili come negli impressionisti, ma da vicino non lo sono più, pur continuando a suscitare forti sensazioni”.

 

Mediterraneo
Angoli di luce a Burano
Caldo autunno - Tecnica mista

Com’è nato il suo rapporto con la pittura?

 “Quando ero piccola, frequentavo le elementari, il mio papà dipingeva tutte le domeniche. Appoggiava la tela su un tavolo. Era molto preciso, a differenza di me, ma non usava il cavalletto, e questo influiva sulla prospettiva. Era autodidatta, faceva ciò che sentiva. Cercava di imitare i suoi artisti preferiti. A me incuriosiva moltissimo. Mia madre, invece, era una sarta di atelier, realizzava cose importanti e sofisticate, anche se la sua professione mi attraeva meno.  Mi affascinavano gli strumenti e i materiali usati da mio padre. Ricordo, ad esempio, il cotone con cui riproduceva le nuvole. La domenica mattina facevo i compiti seduta accanto a lui, proprio mentre dipingeva. L’ho sempre stimato infinitamente. Quando realizzai il mio primo quadro, a diciassette anni, lui me lo incorniciò con un entusiasmo immenso, stimolandomi e incoraggiandomi a proseguire.  L’unica cosa che davvero percepivo era che la pittura mi avrebbe offerto l’opportunità di esprimermi, soprattutto con le forme. È qualcosa che mi è sempre appartenuta, come il disegno. Se si riesce a intercettare una passione innata, allora si può eccellere; altrimenti, occorre tanto studio. Davanti al cavalletto, mi perdo completamente. Posso iniziare la mattina e andare avanti fino a tarda sera. Mi accorgo del trascorrere del tempo soltanto dalla variazione della luce naturale”.

La pittura è dunque la sua ragion d’essere?

“Sì, ritrovo me stessa, ogni giorno, in ogni istante. Mi reputo fortunata perché non tutti riescono a individuarla”.

I suoi diversi approcci stilistici fanno sì che nulla sia lasciato al caso.

“È soggettivo. Alcuni trovano le mie opere significative, altri chiedono: ‘Ma come mai dipinge sempre le scale?’ E io non so fornire risposte esatte, tanto che, ultimamente, ai dipinti non assegno nemmeno i titoli, li denomino ‘Interno 1, Interno 8’. Lascio che sia la sensibilità dell’osservatore a guidarlo. Non necessariamente ciò che voglio dire è intuibile. Ribadisco, l’arte è uno spazio libero. Contano le emozioni e gli stimoli”.

 

Cosa vuole comunicare dal punto di vista emotivo?

“Il filo conduttore delle mie opere è sicuramente ‘il tempo sospeso’, un invito alla riflessione su noi stessi. Un tempo sganciato da qualsiasi vincolo. Non ho la pretesa di insegnare o trasmettere grandi concetti, se non tramite i colori, studiati e volutamente in contrasto, per conferire armonia al quadro e stimolare la mente. In generale, mi piace inserire un elemento di disturbo che catturi l’attenzione. Il mio taglio è quasi sempre fotografico, spesso ravvicinato e obliquo. I colori, invece, aiutano a riflettere, non sono affatto banali. Concentrandomi su di essi, posso meditare. Nelle ultime opere amo creare contrasti cromatici.  In particolare, in un dipinto in cui è presente una tavola apparecchiata senza alcun commensale. A me rammenta quella domenicale della nonna, ma non è detto che altri vi si identifichino allo stesso modo. I miei lavori sono volutamente non realistici, sono un’espressione istintiva di un gesto inconsapevole, come un tratto rosso sangue sotto un comò della nonna. Sembra qualcosa, ma cosa? Il sangue, la vibrazione profonda del colore che provoca un brivido, una velocità rivelata da un gesto non cosciente”.

Il tempo per pensare è un lusso.

“Già. Sarò concreta e schietta. Attualmente, molte esposizioni artistiche non vengono concepite per contemplare appieno le opere. Il ritmo di osservazione viaggia su canali troppo rapidi e sfuggenti. Ed è un grande peccato”.

Ha menzionato l’associazione ‘Cento Pittori Via Margutta. Può parlarcene?

“È un’associazione storica di Roma, illustre e di respiro internazionale.  Via Margutta è sempre stata un centro nevralgico della capitale italiana, dove nel ‘600 i pittori paesaggisti si incontravano. Poi, negli anni Sessanta è nata l’associazione, ispirata da questo movimento. Io ho iniziato a seguirla da visitatrice e sognavo di farne parte. Un giorno, conobbi il presidente dell’associazione, Antonio Servillo, che mi offrì la possibilità di esporre; da quel momento è diventato un appuntamento annuale. Ora, ne sono addirittura socia. Un grande motivo di orgoglio per me. Come dicevo pocanzi, ho la possibilità di osservare in diretta le reazioni dei visitatori di fronte alle mie opere. È questo che mi dà la misura di quanto e cosa riesca realmente a comunicare. È parte dell’esperienza”.

 

Porto Pollo
Silenzi

Se dovesse scegliere tre sue opere rappresentative, quali sarebbero?

“Anch’io me lo chiedo spesso. Forse, sono quelle che porto sempre con me, perché corrispondono a dei passaggi interiori rilevanti. ‘Porto Pollo’, un’evoluzione significativa, non solo tecnica, dall’acrilico all’olio. Poi, ‘Silenzi’, terminata velocemente, in tre giorni, dove le ombre sono state realizzate con un’unica pennellata. C’è molto del mio istinto lì. Infine, quella con la tavola apparecchiata, ‘Via Prenestina 235 ‘, da cui sono ripartita. Molti dei quadri che ho creato in passato erano propedeutici, un campo in cui fare pratica con la tecnica e i pennelli e, quindi, dopo un po’, essendomi trasformata interiormente, non mi rispecchiavano più”.

 

Via Prenestina 235 - Olio su tela

Quali sono i materiali che più utilizza?

“Olio su tela. In alcune opere, però, ho impiegato anche gesso e acrilico.”

È stata protagonista di esposizioni personali come quella di Torre Mirana, nel comune di Trento. Ha altri progetti futuri?

“Vorrei unire la mia passione per la pittura alla porcellana. Esprimermi anche attraverso di essa. Mi piacerebbe conoscere territori al di fuori di Trento, dove vivo da molti anni, e perlustrare, ad esempio, il Nord-Est italiano. La mia sperimentazione personale comunque continua a prescindere dalle esposizioni. Per me, la ricerca è fondamentale. Qualche tempo fa, un artista iperrealista, Franco Dore, soprannominato da tutti noi il “Maestro”, mi ha detto: ‘Si deve lavorare tanto sul cavalletto. Più ci si sta, più si affinano sensibilità e percezione. Si comprende quanto colore usare e come dosarlo.’ Io aggiungerei che è altrettanto essenziale studiare il passato, comprendere da dove gli artisti sono partiti e dove sono voluti arrivare. Ciò aiuta a sviluppare e a definire la propria forza comunicativa. È come quando si impara a scrivere: bisogna prima apprendere l’alfabeto, iniziare a comporre le parole, le frasi e solo successivamente è possibile cimentarsi in altro. La formazione personale aiuta a trovare la direzione giusta, a incanalare una passione. Devo dire che i miei studi in Beni Culturali mi guidano costantemente”.

Ha avuto un maestro che l’ha formata?

“No, ho fatto tutto da me. Ho iniziato imitando fotografie, poi, con gradualità, ho cercato di distaccarmi da vari modelli per raggiungere il mio spazio interiore. Mi rendo conto che quando parlo di pittura divento criptica, non riesco a dire molto. Sono stata abbastanza chiara?”

Dove si vede tra qualche anno?

“Non so di preciso. Posso dirle che sicuramente non mi troverà in un ufficio e non credo che andrò mai in pensione. A me piace molto Trento e vorrei continuare a vivere qui, ma le mie origini potrebbero riportarmi a Roma. Amo le artiste, le signore in là negli anni, che partecipano alle mostre dei ‘Cento Pittori Via Margutta’, e che, nonostante l’età, sono ancora entusiaste di farlo. Le considero una grande famiglia. Continuerò per certo a studiare e a ricercare dentro di me per poter condividere al meglio. C’è, in una scena del mio film preferito, Come eravamo di Sydney Pollack,  una frase che ascolto spesso, perché mi descrive perfettamente. La protagonista, Katie Morosky, Barbara Streisand, a un certo punto, al ‘Tu non molli mai, eh?’ di Hubbell Gardiner, Robert Redford, replica, con la tenacia che la contraddistingue: ‘Solo quando ci sono proprio obbligata. Però so perdere molto bene.’ È una scena esemplare: riconoscere chi siamo stati, accettare chi siamo ora e capire che alcune emozioni restano, anche se la vita ci porta in direzioni diverse. È un promemoria a vivere senza rimpianti. So di avere tanto, di aver concretizzato un’infinità di cose grazie a questa mia indole, al senso di indipendenza e di autodeterminazione. Non mi accontento e non mi accontenterò mai. E proprio come Katie, fiera di se stessa, mi dico: però, guarda cosa posseggo”.

Pandemia

Daniela Polselli (Roma) è un’artista contemporanea la cui ricerca pittorica si colloca tra figurazione e astrazione, in un equilibrio raffinato tra forma, luce e introspezione. La sua formazione umanistica e gli studi in Beni Culturali le hanno fornito un solido impianto teorico, che si riflette nella cura compositiva delle sue opere. Definisce il proprio linguaggio come figurativo realistico tendente all’astratto: un territorio di confine in cui la riconoscibilità del soggetto cede gradualmente il passo alla dimensione evocativa del colore e della materia.

Le sue opere, spesso caratterizzate da prospettive oblique e contrasti cromatici intenzionali, esplorano il concetto di tempo sospeso, uno spazio interiore di riflessione e percezione emotiva.

Membro della prestigiosa Associazione “Cento Pittori Via Margutta” di Roma, ha partecipato a numerose personali e collettive, tra cui la mostra di Torre Mirana nel Comune di Trento. Nella sua poetica, l’arte si configura come un processo di continua sperimentazione e ricerca identitaria, in cui l’inquietudine diventa motore creativo e misura di autenticità.