C’è una prassi nel mondo dell’arte che chiarisce il rapporto tra artista e fruitore. Ogni artista nel seguire la propria indole e la propria creatività, utilizza tecniche e temi che gli sono propri e che ovviamente si modificano col passare del tempo: le esperienze di vita, l’apprendimento del “mestiere” ma anche il riscontro del pubblico, incidono su ciò che verrà prodotto… Tuttavia questo processo è inquinato da fattori che distinguono gli artisti affermati da quelli che ancora non hanno raggiunto la notorietà. Gli artisti affermati hanno raggiunto una libertà creativa tale da permettersi la creazione di opere costose sotto il profilo tecnico e dei materiali che un artista comune non ha a disposizione: tanto è vero che nei musei e nelle esposizioni internazionali questo tipo di opere esprimono una fantasia sfrenata, spesso votata allo stupore, alle sensazioni e al coinvolgimento del fruitore. Ne sono un esempio certi tipi di istallazioni, per non parlare di opere ben più grandi come quelle di land art o che occupano piazze o giardini. Per fare ciò l’artista deve disporre di risorse economiche importanti, se non dell’appoggio di sponsor o di appositi finanziamenti. Per questa ragione tali possibilità sono appannaggio solo per personalità affermate.
Gli artisti non affermati invece hanno un campo di creatività più ristretto a causa del budget, ma soprattutto a causa dei luoghi in cui potranno esporre: una galleria non è un museo, gli spazi sono limitati e spesso gli ambienti vengono condivisi con altri autori. Così ci si limita a video istallazioni, quadri, piccole sculture ecc.
Ma c’è un altro elemento da tenere in stretta considerazione: il pubblico. Il pubblico di un artista affermato è un pubblico ampio, a causa della visibilità e del nome, ma è anche un pubblico che ha in sé diversi potenziali acquirenti attratti dall’idea di investire sull’arte. All’opposto, nel caso di un artista non affermato, il pubblico è più che altro legato al passaparola, al luogo in cui esporrà e alla propria cerchia di appassionati; e tra costoro ci saranno anche dei potenziali acquirenti che valuteranno l’acquisto di un’opera da mettere a casa in bella mostra. Tra i due artisti il pubblico è assai diverso: nel primo caso il nome affermato determina prezzi elevati, a volte sospinti dalle case d’asta. In questo caso il pubblico sarà composto da persone facoltose, oppure da enti o fondazioni che acquistano per investimento o per portare l’opera in un museo. Nel secondo caso gli acquirenti saranno amanti dell’arte, ma che fanno quell’acquisto prevalentemente per ragioni di gusto, ipotizzando magari che un giorno quel quadro varrà qualcosa in più.
Per comprendere meglio questo meccanismo ho preso in esame due artisti totalmente diversi. Il primo è Marcello Maloberti, docente alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Egli ha esposto in numerose gallerie e musei e il suo nome è piuttosto affermato. Dal sito Bam Arte estrapolo alcune righe dove viene spiegata la sua attività artistica:
La sua ricerca trae ispirazione da aspetti propri delle realtà urbane più marginali e minime con particolare attenzione all’informità e alla precarietà del vissuto. La sua osservazione va oltre l’immediatezza della dimensione quotidiana, con uno sguardo neorealista straniante e onirico, combinato a un approccio archeologico alla storia dell’arte. […] Questi interventi funzionano come narrazioni contratte, sono atmosfere da vivere ed esperire, temperature emotive da attraversare. Il corpo performante è quello della collettività, capace di produrre un dialogo tra la performance stessa e il suo pubblico.
Da una delle sue ultime mostre dal titolo Metal Panic tenutasi a Milano tra il novembre 2024 e febbraio 2025 prendiamo in considerazione due opere. La prima si intitola M del 2024 e rappresenta un cartello stradale con la scritta “Milano”, ma posto al contrario. L’opera è un rimando alla “M” di Mussolini, mentre la posizione capovolta del cartello richiama il corpo del dittatore esibito in Piazzale Loreto il 29 aprile 1945.
La seconda opera è CIELO del 2024, un’istallazione costituita da una scritta al neon ribaltata posta a venti metri d’altezza e sorretta dal braccio di una gru posto su di un camion. Maloberti sceglie di capovolgere la prospettiva dell’osservatore creando una sorta di anti-monumento, posto appunto verso il cielo.
La seconda artista che prendo in esame è Giuseppina Irene Groccia, conosciuta da coloro che leggono ContempoArte Magazine essendo la responsabile editoriale. Seppur le sue opere siano state esposte in diverse esposizioni, chiaramente non ha ancora raggiunto la visibilità di Maloberti.
In questo caso prendiamo in esame l’opera Anima, un’immagine digitale riprodotta su tela. In una recensione a cura di Stefano Vecchione per il «Quotidiano del sud» scrive:
Un’opera in continuità con la più recente produzione digitale dell’artista: la figura femminile, immersa in tonalità cromatiche intense, si offre in una declinazione che richiama l’immaginario pop. Lo sguardo della figura femminile diretto e penetrante, sembra oltrepassare la superficie dell’immagine, insinuandosi nell’interiorità di chi osserva e restituendo quel dialogo silenzioso da cui l’opera stessa trae il proprio titolo.
La seconda opera è sempre un’immagine digitale riprodotta su tela dal titolo Regina di cuori. Sempre Stefano Vecchione scrive:
Un’opera digitale di recente produzione, dove il simbolo della carta da gioco si trasforma in una figura dal forte valore simbolico: una regina colorata è imponente ma al tempo stesso fragile, immagine di una femminilità capace di affrontare le difficoltà senza perdere la propria grazia; non è una semplice icona, ma una presenza autentica, custode di sensibilità e di potere emotivo, capace di infondere al linguaggio digitale una sensibilità poetica di matrice antica.
A parte l’evidente differenza contenutistica tra le recensioni dei due artisti, dove per Maloberti sembra fosse necessario dire necessariamente qualcosa, evidenziamo come il primo artista si esprima secondo un approccio concettuale. La Groccia invece utilizza il figurativo, ma con una rielaborazione estetica tutta al femminile. Se in Maloberti non c’è spazio per il sentimento e attraverso il concettuale sollecita la celebralità, la Groccia punta alle sensazioni e ai sentimenti attraverso il figurativo.
A fronte di queste caratteristiche, qual’è la differenza tra il pubblico che segue Maloberti o Groccia? Considerando la fama e la visibilità del primo, grazie a mostre di più ampio respiro, è evidente il fatto che ci troviamo davanti a un “artista di sistema”. Questo traguardo, come detto in precedenza, gli consente di avere dei mezzi economici maggiori atti a produrre opere; tuttavia a ben guardare le quotazioni, le opere fotografiche mantengono prezzi molto bassi: ad esempio la foto Il profilo della mandibola del 2001 viene stimato tra i 200 e i 300€ in un catalogo online. Mentre «Il giornale dell’arte» del febbraio 2014 stima il valore delle sue opere presso la Galleria Cortese di Milano tra i 4000 e i 35.000 €, stiamo parlando in questo caso di istallazioni, immagini e altro.
Giuseppina Irene Groccia vende le sue opere online in media a 2000 €. Sicché appare assai interessante notare come le opere della Groccia valgono più delle foto di Maloberti. La stessa cosa non si può dire per le istallazioni, ma è anche vero che la Groccia non propone istallazioni…
A questo punto giungiamo a delle conclusioni che ci spingono ad affermare che laddove si entra a far parte del “circuito dell’arte”, o al contrario si faccia arte plasmando lo stile “alla maniera degli artisti affermati”, ci si colloca più facilmente in quel contesto: ammesso che si riesca a farne parte a pieno titolo. Un contesto che, come abbiamo detto, predilige le idee sfrenate perché il valore è dettato dalla stravaganza. Una stravaganza però che parla più che altro a tutti coloro che usano l’arte con finalità prettamente commerciali. Un po’ come quegli scrittori che per attirare l’attenzione degli editori, del pubblico e dei premi letterari, preferiscono trattare argomenti di tendenza ottenendo maggiore accoglimento. Sotto questo aspetto è ben più genuino, ma forse meno ardito, il contributo di un artista non affermato che proprio per questa sua specificità è più vicino al sentire del pubblico. L’artista “fuori dal sistema dell’arte” è meno libero economicamente, ma nello stesso tempo è meno dipendente dalle pressioni dei galleristi. Non stiamo giungendo alla conclusione che vi sia un meglio o un peggio, abbiamo solo analizzato quanto ruota attorno a due realtà spesso incomunicabili ma che nascondono parecchie soprese.
Nato nel 1975 a Siracusa dove vive e lavora. Da sempre interessato alla storia dell’arte, alla scienza, alla fotografia e alla scrittura creativa, ha da poco pubblicato Il senso della Bellezza edito da VGS Libri. Dopo una breve esperienza giornalistica presso la rivista Inout, e Linkiesta ha deciso di fondare la webZine Elapsus. Ha collaborato anche per il blog Il Calibro. Davide si distingue per la sua profonda cultura e, ancor più, per la riflessione, un pensiero che sorge non dall’istinto, bensì da una logica radicata nella sua approfondita conoscenza delle cose, frutto di uno studio accurato.

