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Il Segno Liberato. Lo “Scarabocchio” di Tommaso Marcello

Guardatela bene, questa forma che si snoda sulla parete. Ha la lucentezza della ceramica, la sinuosità quasi biologica di un organismo primordiale, eppure si intitola, con una scelta che è quasi una provocazione intellettuale, Scarabocchio.

 

 

 

Che cos’è, dopotutto, uno scarabocchio? Per secoli, la storia dell’arte occidentale, quella delle accademie, dei canoni rigidi, del disegno geometrico, ha considerato lo scarabocchio come l’antitesi dell’arte. Un errore della mano, un passatempo infantile, l’espressione di un’assenza di pensiero. Ma il Novecento ci ha insegnato il contrario.

Cy Twombly, nato Edwin Parker Twombly Jr. nel 1928, è stato un artista americano che sfuggiva a ogni facile categorizzazione.

Pensate a Cy Twombly e ai suoi grovigli di calligrafia ed espressione gestuale, un “graffito dell’anima” che eleva il segno apparentemente casuale a dignità monumentale, o all’automatismo dei surrealisti. Tommaso Marcello si inserisce, forse anche inconsciamente, in questo filone di liberazione del segno, ma lo fa con una sensibilità squisitamente contemporanea e profondamente umana.

Quest’opera nasce da una storia bellissima e commovente, che è la necessità di comunicazione di un ragazzo privato della parola lineare, che affida al gesto grafico il proprio mondo interiore. Qui il cortocircuito è affascinante. L’artista prende quel gesto effimero, quella linea tracciata di fretta sulla carta, e la nobilita attraverso la materia.

Diventa una scultura tridimensionale, dove il gioco dei pieni e dei vuoti, una costante nella ricerca di Marcello, crea una danza con la luce e converte quegli stessi varchi in feritoie e spazi di transito per lo sguardo dell’altro che si fanno invito a entrare.

C’è un contrasto meraviglioso nella figura di questo artista. Da un lato la disciplina rigorosa della sua professione di Sottufficiale dell’Esercito, un mondo fatto di regole e uniformità, dall’altro questa assoluta anarchia della forma, questo bisogno ancestrale di strutturare la materia per trovare un silenzio interiore che non isoli, ma che crei relazione.

Scarabocchio si rivela un’opera capace di aprirsi all’altro, attraverso la quale Marcello riesce a riscattare l’imperfezione trasformandola in un vero e monumentale manifesto di autenticità. Ci ricorda che, quando la parola fallisce, è l’arte a dover diventare il cammino comune, la lingua universale che ci permette di ritrovarci umani, fragili, e finalmente liberi.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Nella foto sopra l’artista è con la recente edizione del magazine ContempoArte, all’interno del quale ha trovato spazio la sua ricerca, presentata e approfondita nell’ambito di una selezione di autori che si distinguono per la coerenza e l’originalità del proprio percorso. ContempoArte è una pubblicazione ufficiale periodica di L’ArteCheMiPiace, dedicata alla valorizzazione di artisti contemporanei e offre un contesto critico e documentale alle ricerche più significative del panorama attuale.

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“L’Argentina chiama, Dubai risponde”. Carolina Curti debutta negli Emirati con una fine art esclusiva firmata Musella

Il debutto delle opere di Carolina Curti a Dubai segna un capitolo di straordinaria rilevanza per il mercato internazionale della fine art, sancendo un legame culturale ed economico sempre più stretto tra il Sudamerica e il Medio Oriente.
 
Questo importante sviluppo artistico e commerciale è il risultato diretto dell’incontro e della successiva collaborazione tra l’artista argentina e il noto curatore e art advisor Alessio Paolo Musella, avvenuto a Doha nel dicembre del 2025. Da quel momento, la sinergia tra la visione espressiva della Curti e la guida strategica di Musella ha permesso di strutturare un’operazione di altissimo profilo, pensata specificamente per intercettare le dinamiche esigenti e sofisticate del collezionismo d’élite degli Emirati Arabi Uniti.

​Il cuore di questo lancio si focalizza su un’opera prima, un olio su tela dal forte impatto visivo e concettuale, la cui diffusione è stata pianificata secondo i più rigidi canoni del mercato dell’arte di pregio. Per preservare l’esclusività e garantire il valore dell’investimento nel tempo, l’opera viene proposta in una tiratura estremamente limitata di sole 7 copie certificate.

Questa scelta non solo risponde alla domanda di rarità e unicità tipica dei collezionisti di Dubai, ma introduce anche un rigoroso protocollo di autenticità, fondamentale in un hub artistico globale che fa della trasparenza e del prestigio i suoi pilastri fondanti. Con la formula “L’Argentina chiama, Dubai risponde“, questo progetto non solo celebra il talento della Curti, ma ridefinisce le nuove rotte della fine art contemporanea lungo l’asse del Golfo Persico

DICHIARAZIONE ARTISTICA

“Cerco la mia ispirazione nella bellezza di tutta la natura, che mi nutre come la linfa alimenta l’albero.

Ogni immagine provoca in me sensazioni che riverso sulla tela bianca, attraverso l’uso di tecniche miste, nelle quali generalmente i colori freddi e le texture giocano un ruolo predominante nella mia opera.

Amo il design, la composizione e la forma. Il mio lato strutturato e perfezionista mi porta a pensare ogni dettaglio nella creazione delle mie serie: studio il tema, le tecniche, i supporti, affinché ogni opera abbia un filo conduttore che le conferisca un senso di appartenenza alla serie. Tuttavia, nel processo creativo ho bisogno di allontanarmi dalla realtà, liberarmi, rompere e semplificare la forma. Ho bisogno della libertà di creare il fogliame al di là delle radici che mi nutrono, motivo per cui le mie opere vanno dalla figurazione all’astrazione, utilizzando generalmente entrambe. Questa dualità mi rappresenta: sono così, strutturata e allo stesso tempo libera.”

Carolina Curti


BIOGRAFIA

Di nazionalità italo-argentina, è nata a Firmat, provincia di Santa Fe, Repubblica Argentina, nel 1963. Ha acquisito la cittadinanza italiana grazie al nonno paterno.

Vive a Villa Constitución (provincia di Santa Fe). Qui ha svolto i suoi studi terziari, laureandosi in Professoressa di Matematica, Fisica e Cosmografia. Si è avvicinata all’arte nel 1999, attraverso laboratori artistici nella sua città, sulle rive del fiume Paraná, cercando di dare forma ai sentimenti che quell’ambiente naturale generava in lei. Questo incontro con la pittura è stato un evento fondamentale nella sua vita e, con il tempo, l’ha portata a cambiare professione.

La sua formazione non è accademica: ha iniziato con la figurazione, in particolare figura umana e paesaggio, attraverso atelier e seminari di grandi maestri nazionali e internazionali. Ognuno di loro ha contribuito allo sviluppo della sua impronta artistica. Con il passare del tempo la sua opera si è trasformata, riuscendo a rompere la propria struttura, scomponendo le forme e invitando l’osservatore a ricomporle e a lasciarsi attraversare dall’energia generata da ogni creazione.

È costantemente alla ricerca di nuove tecniche e dell’uso di materiali diversi. Questa miscela costituisce la firma distintiva della sua opera. Nel 2015 ha inaugurato la sua galleria “Arte en Difusión” e il suo atelier, dove tiene corsi di pittura su cavalletto. Per due anni ha condotto una rubrica di divulgazione artistica su un canale televisivo locale, mettendo a frutto la sua vocazione didattica, questa volta applicata alla pittura e alla storia dell’arte.

Attualmente organizza mostre proprie e di colleghi della sua zona nella sua città. Partecipa a festival, eventi, mostre ed esposizioni a livello locale, nazionale e internazionale.

 
 

“Argentina Calls, Dubai Responds”: Carolina Curti debuts in the UAE with an exclusive fine art project curated by Musella

The debut of Carolina Curti’s works in Dubai marks a chapter of extraordinary significance for the international fine art market, strengthening an increasingly close cultural and economic bond between South America and the Middle East. This important artistic and commercial development is the direct result of the encounter and subsequent collaboration between the Argentine artist and the renowned curator and art advisor Alessio Paolo Musella, which took place in Doha in December 2025. From that moment on, the synergy between Curti’s expressive vision and Musella’s strategic guidance made it possible to structure a highly ambitious project, specifically designed to engage with the demanding and sophisticated dynamics of elite collectors in the United Arab Emirates.

The core of this launch centers on a debut work, an oil on canvas with strong visual and conceptual impact, whose distribution has been planned according to the strictest standards of the high-end art market. In order to preserve exclusivity and ensure long-term investment value, the work is offered in an extremely limited edition of only 7 certified copies. This choice not only responds to the demand for rarity and uniqueness typical of Dubai’s collectors, but also introduces a rigorous protocol of authenticity, essential in a global art hub that builds its foundations on transparency and prestige.

With the concept “Argentina calls, Dubai responds,” this project not only celebrates Curti’s talent, but also redefines the new routes of contemporary fine art along the axis of the Persian Gulf.

ARTISTIC STATEMENT

“I seek my inspiration in the beauty of all nature, which nourishes me as sap nourishes the tree.

Each image evokes sensations in me that I pour onto the blank canvas, using mixed media techniques, in which cold colors and textures generally play a predominant role in my work.

I love design, composition, and form. My structured and perfectionist side leads me to think through every detail in the creation of my series: I study the theme, techniques, and supports so that each work has a common thread that gives it a sense of belonging to the series. However, in the creative process I need to distance myself from reality, to free myself, to break and simplify form. I need the freedom to create foliage beyond the roots that nourish me, which is why my works move from figuration to abstraction, generally using both. This duality represents me: I am like this, structured and at the same time free.”

Carolina Curti


BIOGRAPHY

Of Italian-Argentine nationality, she was born in Firmat, Santa Fe Province, Argentina, in 1963. She acquired Italian citizenship through her paternal grandfather.

She lives in Villa Constitución (Santa Fe Province). There she completed her tertiary studies, graduating as a Professor of Mathematics, Physics, and Cosmography. She approached art in 1999 through artistic workshops in her hometown, on the banks of the Paraná River, seeking to express the emotions that that natural environment generated within her. This encounter with painting was a pivotal moment in her life and, over time, led her to change her profession.

Her training is non-academic: she began with figuration, especially the human figure and landscape, through ateliers and seminars with major national and international masters. Each of them contributed to the development of her artistic imprint. Over time, her work evolved, breaking away from its own structure, deconstructing forms, and inviting the viewer to reconstruct them and be immersed in the energy generated by each creation.

She is constantly in search of new techniques and the use of different materials. This blend constitutes the distinctive signature of her work. In 2015 she inaugurated her gallery “Arte en Difusión” and her studio, where she teaches easel painting classes. For two years she hosted an art education segment on a local television channel, applying her teaching vocation to painting and art history.

She currently organizes exhibitions of her own work and that of fellow artists in her city. She participates in festivals, events, exhibitions, and shows at local, national, and international levels.

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La fibra come conoscenza. Teresa Saviano e l’architettura dei chakra

Nel ciclo dei sette chakra realizzati da Teresa Saviano, il riferimento alla tradizione simbolica orientale non viene mai assunto come sistema chiuso o illustrativo, ma come struttura di partenza sottoposta a una traslazione radicale, dal piano metafisico a quello materico, dal linguaggio del simbolo a quello della fibra. Le opere, definite dall’artista come sculture antropomorfe in tessuto (H20), si collocano in una zona ibrida in cui il corpo non è rappresentato, ma evocato come campo energetico costruito attraverso il tessile.

 

Il primo chakra, Muladhara, radice e fondamento, si situa simbolicamente alla base della colonna vertebrale. È il punto in cui, secondo la tradizione, si addensano i bisogni primari dell’esistenza. Il passaggio si rivela decisivo e la materia si definisce come relazione prima ancora che come costruzione, accumulo o densità che tiene insieme ciò che altrimenti tenderebbe alla dispersione. È il livello in cui il tessuto assume una funzione quasi geologica, di sedimentazione del reale.

Il secondo chakra, Svadhisthana, associato alla forza vitale e alla dimensione del basso ventre, introduce un principio di movimento. La materia tessile si apre a una condizione più fluida, come se la fibra registrasse una tensione interna tra contenimento e espansione. Qui il lavoro dell’artista sembra interrogare la vitalità non come energia astratta, ma come oscillazione continua tra forma e instabilità.

Con il terzo chakra, Manipura, il plesso solare, emerge la dimensione del fuoco come principio strutturante. L’artista stessa lo associa al giallo, colore dell’energia e della connessione con l’elemento solare. Nella scultura tessile, questa energia si traduce in intensificazione della struttura, il tessuto si compatta, si organizza come nucleo dinamico, quasi un punto di concentrazione dell’intelletto e della volontà.

 

Il quarto chakra, Anahata, cuore, è descritto come ponte tra energie terrestri e celesti. Questo passaggio diventa decisivo e la materia non è più soltanto costruzione o accumulo, ma relazione. Il tessuto si fa spazio intermedio, zona porosa in cui le fibre connettono senza separare. È qui che la nozione di “antropomorfo” assume il suo senso più profondo, non come imitazione del corpo, ma come struttura relazionale che lo ricorda.

Il quinto chakra, Vishuddha, legato alla gola e alla comunicazione, introduce una riflessione sul linguaggio. L’artista lo associa alla vibrazione e alla creatività dell’espressione sincera. Nel tessile, questa dimensione si traduce in una qualità ritmica della materia e il filo non costruisce soltanto forma, ma sequenza e articolazione. La fibra diventa quasi fonema visivo, traccia di un linguaggio che non passa per la voce ma per la struttura.

Il sesto chakra, Ajna, “occhio della saggezza”, collegato all’intuizione e alla capacità di sintesi, si situa in una zona di rarefazione. Qui la scultura tende a una condizione percettiva più mentale che fisica. La materia si alleggerisce, si fa campo di visione. Non si tratta di rappresentare la conoscenza, ma di costruirne la possibilità percettiva attraverso la sospensione della densità.

Infine, il settimo chakra, Sahasrara, descritto dall’artista come porta alla coscienza più alta o divina, agisce sull’intero corpo e sulle funzioni cerebrali e oculari. È il punto di massima apertura del sistema. Nella traduzione tessile, questo non coincide con un culmine decorativo o narrativo, ma con una dissoluzione controllata della forma, in quanto il tessuto si apre senza concludere. La struttura antropomorfa si fa quasi campo e condizione di passaggio.

 

 

Nel loro insieme, questi sette livelli costruiscono una scala non ascendente e un sistema spirituale non illustrato, ma una vera e propria architettura della materia sensibile. Teresa Saviano utilizza il tessuto come strumento conoscitivo per interrogare ciò che nei chakra viene tradizionalmente definito “energia”, traducendolo in termini di densità, relazione e ritmo.

La sua attuale ricerca si colloca in un punto preciso della Fiber Art contemporanea, dove la materia non rappresenta più un contenuto ma diventa il luogo stesso in cui il contenuto si genera. I chakra non sono dunque temi dell’opera, ma sue condizioni strutturali. La loro traduzione in sculture tessili antropomorfe mette in discussione un sapere preesistente, lo ricostruisce e lo trasforma in esperienza visibile, instabile e continuamente in divenire.

Teresa Saviano 

Nata a Posillipo cresciuta con i piedi nel lapillo vesuviano, Teresa Saviano si identifica negli opposti di acqua e fuoco.  La sua carriera artistica comincia tardi, in terra francese,  dove ha cominciato a dedicarsi alla creazione di opere materiche accostandosi immediatamente all’Arte tessile. I suoi soggetti variano dai grandi cuori ai piccoli occhi passando per ritratti e paesaggi; ognuno è rappresentato attraverso la tecnica del collage di tessuti e fili reperiti negli stockage delle grandi firme del settore internazionale. Tutto nasce per caso ed il passo è breve dalla prima commissione-realizzazione alla prima esposizione virtuale nel 2023 (Expolatinadearte-Colombia). Segue il Primo premio della Biennale du Arte contemporanea
di Salerno 
nella sezione arte ecosostenibile nello stesso anno.

Partecipa a varie esposizioni sull’egida del maestro Giuseppe Gorga. Tra cui l’Expo la Grande Bellezza dove i suoi cuori riscuotono grande ammirazione. Due delle sue opere sono in esposizione alla Galleria Taimeless di Taormina. Contemporaneamente realizza il gonfalone della sua città d’adozione, Parigi, che offre alla Mairie del V arrondissement presso il Pantheon, dove troneggia in permanenza per due anni.

Fiber as Knowledge. Teresa Saviano and the Architecture of the Chakras

In the cycle of the seven chakras created by Teresa Saviano, reference to the Eastern symbolic tradition is never treated as a closed or illustrative system, but as a starting structure subjected to a radical translation—from the metaphysical to the material plane, from the language of symbol to that of fiber. The works, defined by the artist as anthropomorphic sculptures in textile (H20), occupy a hybrid zone in which the body is not represented but evoked as an energetic field constructed through textile language.

 

The first chakra, Muladhara, root and foundation, is symbolically located at the base of the spine. It is the point where, according to tradition, the primary needs of existence are concentrated. The passage proves decisive, and matter is defined as relation rather than construction, accumulation, or density that holds together what would otherwise tend toward dispersion. It is the level in which textile assumes an almost geological function, as a sedimentation of the real.

 

The second chakra, Svadhisthana, associated with vital force and the lower abdominal area, introduces a principle of movement. Textile matter opens up to a more fluid condition, as if the fiber were registering an internal tension between containment and expansion. Here the artist’s work seems to interrogate vitality not as abstract energy, but as a continuous oscillation between form and instability.

 

With the third chakra, Manipura, the solar plexus, the dimension of fire emerges as a structuring principle. The artist herself associates it with yellow, the color of energy and connection to the solar element. In the textile sculpture, this energy translates into an intensification of structure: the fabric compacts and organizes itself as a dynamic nucleus, almost a point of concentration of intellect and will.

 

The fourth chakra, Anahata, the heart, is described as a bridge between earthly and celestial energies. This passage becomes decisive, and matter is no longer merely construction or accumulation, but relation. The textile becomes an intermediate space, a porous zone in which fibers connect without separating. It is here that the notion of “anthropomorphic” reaches its deepest meaning—not as imitation of the body, but as a relational structure that recalls it.

 

The fifth chakra, Vishuddha, linked to the throat and communication, introduces a reflection on language. The artist associates it with vibration and the creativity of sincere expression. In textile terms, this dimension translates into a rhythmic quality of matter, and the thread no longer constructs form alone, but sequence and articulation. Fiber becomes almost a visual phoneme, a trace of a language that does not pass through voice but through structure.

 

The sixth chakra, Ajna, the “eye of wisdom,” connected to intuition and the capacity for synthesis, is situated in a zone of rarefaction. Here the sculpture tends toward a more mental than physical perceptual condition. Matter lightens, becoming a field of vision. It is not about representing knowledge, but about constructing its perceptual possibility through the suspension of density.

 

Finally, the seventh chakra, Sahasrara, described by the artist as a gateway to the highest or divine consciousness, acts upon the entire body as well as cerebral and ocular functions. It is the point of maximum openness within the system. In its textile translation, this does not correspond to a decorative or narrative culmination, but to a controlled dissolution of form, in which the fabric opens without concluding. The anthropomorphic structure becomes almost a field and a condition of passage.

 

Taken together, these seven levels construct a non-ascending scale and a non-illustrated spiritual system, but rather a true architecture of sensible matter. Teresa Saviano uses textile as a cognitive tool to interrogate what is traditionally defined within the chakras as “energy,” translating it into terms of density, relation, and rhythm.

 

Her current research is situated at a precise point within contemporary Fiber Art, where matter no longer represents a content but becomes the very place in which content is generated. The chakras are therefore not themes of the work, but its structural conditions. Their translation into anthropomorphic textile sculptures challenges pre-existing knowledge, reconstructs it, and transforms it into a visible, unstable, and continuously evolving experience.

Teresa Saviano 

Born in Posillipo and raised with her feet in the volcanic lapilli of Mount Vesuvius, Teresa Saviano identifies herself through the opposing elements of water and fire. Her artistic career began late, in France, where she started dedicating herself to the creation of textured artworks, immediately engaging with textile art.

Her subjects range from large hearts to small eyes, as well as portraits and landscapes; each is created through a collage technique using fabrics and threads sourced from the stockrooms of major international fashion brands. Everything began by chance, and the step from her first commissioned work to her first virtual exhibition in 2023 (Expolatinadearte-Colombia) was a short one. This was followed by the First Prize at the Biennale of Contemporary Art in Salerno in the eco-sustainable art section in the same year.

She has taken part in various exhibitions under the patronage of Maestro Giuseppe Gorga, including the “Expo La Grande Bellezza,” where her hearts received great admiration. Two of her works are exhibited at the Taimeless Gallery in Taormina. At the same time, she created the banner of her adopted city, Paris, which she presented to the Mairie of the 5th arrondissement at the Panthéon, where it remained permanently displayed for two years.

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Ippolito Caffi e le più belle vedute di Roma

C’è una costante nella storia dell’arte europea: sono le vedute di Roma. Non solo per il suo passato antico o per la grandiosità dei suoi monumenti, ma per qualcosa di più difficile da definire — una qualità della luce, una stratificazione di epoche, una vita urbana che si svolge in modo naturale tra rovine e chiese barocche.

Le vedute di Roma hanno una storia lunga e affascinante, che attraversa il Settecento del Grand Tour, l’Ottocento neoclassico, romantico e d’impressione e arriva fino ai pittori del primo Novecento (e va anche oltre). Ed è una storia che torna di grande attualità oggi, quando musei e collezioni pubbliche stanno riscoprendo il paesaggio urbano romano come genere artistico degno di attenzione — non solo per nostalgia, ma anche per il valore documentario.

Il Grand Tour e la tradizione della veduta

Nel Settecento, Roma era una tappa obbligata per chiunque volesse dirsi colto. Il Grand Tour — il viaggio attraverso l’Europa che completava l’educazione dei giovani aristocratici e borghesi del Nord — aveva in Roma il suo punto di arrivo naturale. E da Roma si tornava con qualcosa: un ricordo, un souvenir, una veduta.

Il mercato delle vedute romane fiorì proprio in questo contesto. Artisti come Giovanni Battista Piranesi, nel suo caso con le incisioni, trasformarono il genere in qualcosa di monumentale, quasi visionario. Ma accanto ai grandi nomi c’era un’intera schiera di pittori, spesso stranieri, che si stabilivano a Roma per mesi o anni, affascinati dalla possibilità di riprendere la città. Questi dipingevano sia su carta che su tela.

Ci sono sicuramente alcuni soggetti più blasonati e scelti: la basilica di San Pietro in Vaticano, Piazza Navona con le sue fontane, il Foro Romano, Castel Sant’Angelo riflesso nel Tevere, i ruderi del Palatino, Via Appia, il Colosseo, il porto di Ripetta e molto altro ancora. Non erano solo cartoline. Erano il tentativo di fermare qualcosa che sembrava già antico nel momento stesso in cui veniva dipinto.

Tra i tanti stranieri che si innamorarono di Roma ci sono nomi illustri… ciascuno portava con sé però la propria sensibilità.

Acquedotto romano - Giulio Aristide Sartorio
Ippolito Caffi e la Roma romantica

Tra i vedutisti italiani dell’Ottocento, Ippolito Caffi occupa un posto particolare. Nato a Belluno nel 1809, arrivò a Roma giovane e la fece sua. Quello che lo distingue da molti contemporanei è la capacità di cogliere la città non solo nei suoi angoli iconici, ma nell’atmosfera di certi momenti — la notte illuminata dai fuochi d’artificio, il Carnevale in Corso, le feste popolari nei vicoli, la luce azzurrina dell’alba sul Tevere.

Caffi era interessato alla luce, quasi ossessivamente. Le sue vedute notturne — Roma illuminata da fiaccolate, fuochi d’artificio, riflessi sull’acqua — sono tra le cose più belle prodotte nella pittura italiana del suo tempo. C’è qualcosa di moderno nel suo modo di guardare la città e di “fare vedutismo” come scena viva, in movimento.

Come ricorda anche AcquistoArte.it, Ippolito Caffi è oggi considerato uno dei principali vedutisti italiani dell’Ottocento, capace di coniugare la precisione documentaria con una sensibilità cromatica e atmosferica del tutto personale.  Caffi morì nel 1866 nella battaglia navale di Lissa, mentre documentava la guerra come pittore al seguito della marina italiana. Una fine che dice qualcosa del suo carattere: un uomo che guardava il mondo mentre accadeva.

Ville e giardini di Roma

Le vedute di Roma non si esauriscono nei monumenti. C’è un’altra Roma — più silenziosa, meno frequentata dai turisti del Settecento — che è quella delle ville e dei giardini aristocratici. Villa Borghese, Villa Pamphilj, Villa Doria, i giardini sul Gianicolo: spazi dove la natura è stata disegnata dall’uomo ma ha poi preso una sua forma propria, irregolare e maestosa.

Questi luoghi hanno ispirato generazioni di artisti, e continuano a farlo. Il tema del verde urbano romano — dei pini, dei cipressi, delle fontane nascoste tra le siepi — torna con forza nelle collezioni pubbliche cittadine, dove si conservano opere che raccontano una Roma meno epica e più quotidiana.

Questo è stato raccontato dalla mostra Ville e giardini di Roma: una corona di delizie. 190 opere di vario genere che sono state esposte fino allo scorso 12 aprile a Palazzo Braschi che ci raccontavano proprio di questi angoli di Roma artisticamente meno noti.

Piazza del Popolo - Ippolito Caffi (1847)
Le collezioni romane tra Ottocento e Novecento

Il Museo di Roma e il Museo di Villa Torlonia custodiscono oggi alcune delle testimonianze più significative di questa lunga stagione della veduta urbana. Nella collezione permanente del Museo di Roma si trovano opere del XVII, XVIII, XIX e XX secolo. Tra le più recenti, ad esempio, quelle di Giulio Aristide Sartorio, artista dalla doppia anima (anche esponente dei XXV della Campagna Romana) — simbolista e descrittiva — capace di trattare il paesaggio romano con una certa grandiosità. E poi Antonio Donghi, Carlo Socrate, Francesco Trombadori, Domenico Quattrociocchi: nomi legati alla pittura romana del primo Novecento, a quel ritorno all’ordine che in Italia prese forme particolarmente sobrie e controllate.

A Villa Torlonia, la Scuola Romana è il tema centrale, con artisti come Mario Mafai, Scipione, Giuseppe Capogrossi e, ancora, Trombadori, Socrate, ecc… — pittori che guardarono Roma con occhi molto diversi dai vedutisti ottocenteschi. Qui l’attenzione ricade sui luoghi più intimi, malinconici e inconsueti.

Tra le tante opere presenti a Villa Torlonia: anche una veduta di Giorgio De Chirico.

Conclusione

C’è chi dipinge Roma come rovina e chi come teatro della vita, chi la racconta attraverso la luce e chi attraverso l’ombra. Il filo che unisce i vedutisti del Grand Tour ai pittori della Scuola Romana è sempre la stessa domanda di fondo: cosa significa guardare un luogo che sembra possedere già tutto — storia, bellezza, stratificazione — e riuscire ancora a trovare qualcosa di personale da dire?

Evidentemente, qualcosa da dire si trova sempre. Roma, del resto, non ha mai smesso di essere dipinta.

Alvise Ponti

Esperto di arte italiana del XIX e XX secolo, si occupa di analisi del mercato, valutazioni e ricerca storico-artistica, con particolare attenzione alla pittura e alla scultura italiana del Novecento.
 
Cresciuto in una famiglia legata al collezionismo e al mercato dell’arte, si avvicina molto presto al settore frequentando la galleria paterna. Nel corso degli anni approfondisce lo studio dei principali movimenti artistici italiani, dal Liberty e dall’Art Déco fino alle avanguardie storiche e alle correnti del secondo dopoguerra.
 
Assiste collezionisti e proprietari di opere d’arte nella valorizzazione delle collezioni e collabora a progetti di ricerca e divulgazione dedicati all’arte italiana.
 
Ha contribuito ai volumi Giovanni Costantini. Lacrime di guerra di Maurizio Berri e La società «In Arte Libertas». 1886–1903 di Federico De Mattia, entrambi pubblicati da LuoghInteriori. 
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Willem ed Elaine de Kooning nelle dinamiche del sistema artistico del Novecento.

La storia di Willem de Kooning e Elaine de Kooning non si lascia raccontare facilmente secondo categorie lineari. Non è solo una vicenda sentimentale né esclusivamente un capitolo della storia dell’Espressionismo astratto, ma piuttosto un percorso condiviso tra vita e lavoro, in cui due individualità distinte si sono alimentate e spesso contraddette a vicenda.

Willem de Kooning costruisce la propria pittura attraverso un processo instabile fatto di cancellazioni, ripensamenti e ritorni continui. Nulla sembra mai definitivo ogni immagine resta aperta come se potesse essere nuovamente messa in discussione. Questa precarietà formale finisce per riflettersi anche nel suo modo di stare nel mondo segnato da un continuo equilibrio tra controllo e disordine.

Elaine de Kooning al contrario si muove con maggiore agilità sul piano intellettuale. Pittrice ma anche osservatrice attenta della scena artistica riesce a leggere e restituire ciò che la circonda con una lucidità che spesso supera in termini di riconoscimento la considerazione riservata alla sua stessa produzione pittorica.

Il loro rapporto aperto, discontinuo e a tratti violento non è un semplice sfondo biografico, ma qualcosa che agisce in modo diretto sulla loro vita e sul loro lavoro. Le relazioni parallele, le separazioni e i ritorni contribuiscono a creare un clima instabile che non rimane chiuso nella sfera privata. Si riflette invece nel modo in cui entrambi occupano la scena artistica, nelle alleanze che costruiscono, nei conflitti che emergono e nelle opportunità che si aprono o si chiudono nel tempo.

Eppure questa libertà non è stata senza squilibri. Con il tempo Willem de Kooning si è imposto sempre di più come figura centrale, quasi simbolica, della scena artistica. Elaine de Kooning invece è rimasta in una posizione più incerta, dove il riconoscimento arrivava in modo parziale e spesso attraverso mediazioni. Il fatto di muoversi dentro i circuiti critici e intellettuali le ha permesso di avere una certa influenza sul dibattito artistico, ma non è stato sufficiente a darle lo stesso peso e la stessa visibilità del marito.

Quando negli ultimi anni Elaine de Kooning torna accanto a Willem de Kooning ormai segnato dalla malattia, il loro rapporto si trasforma radicalmente. Non è più la relazione turbolenta degli inizi ma una forma più concreto, fatto di responsabilità e cura. In quel passaggio finale si concentra qualcosa che è difficile definire con precisione, non una riconciliazione in senso classico, ma piuttosto la consapevolezza di un legame che, pur tra distanze e fratture, non si è mai davvero interrotto.

Forse è proprio qui che la loro storia continua a mettere in discussione l’idea stessa di separazione tra opera e vita e tra autonomia e dipendenza reciproca. Non come un caso eccezionale, ma come qualcosa di più diffuso e ricorrente nell’arte del Novecento, dove i confini tra esperienza personale e produzione artistica restano spesso mobili e difficili da fissare.

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Arte

Il mito eterno di Banksy è l’arte che vive oltre l’identità.

Per oltre vent’anni il nome di Banksy ha rappresentato uno dei più affascinanti enigmi dell’arte contemporanea. Un artista capace di comparire sui muri di mezzo mondo con immagini semplici ma potentissime, la bambina con il palloncino, il lanciatore di fiori, i topi ribelli, e sparire subito dopo, lasciando dietro di sé solo un messaggio politico e una firma. Senza volto.

Oggi però quel mistero sembra più vicino che mai a una possibile soluzione. Una recente inchiesta giornalistica ha rilanciato con forza una teoria che circola da anni, dietro lo pseudonimo Banksy ci sarebbe Robin Gunningham, artista nato a Bristol nel 1973. Non si tratta di una conferma ufficiale, l’artista e il suo entourage non hanno mai commentato, ma dell’indagine più articolata mai realizzata sull’identità del writer.

La ricostruzione si basa sull’incrocio di documenti pubblici, spostamenti, testimonianze e registri amministrativi. Secondo i giornalisti, Gunningham avrebbe addirittura cambiato legalmente nome in “David Jones”, uno dei più comuni nel Regno Unito, rendendo ancora più difficile seguirne le tracce.

Un elemento importante dell’inchiesta riguarda i murales comparsi in Ucraina nel 2022, alcune persone con identità compatibili con quelle legate a Gunningham sarebbero entrate nel paese proprio nei giorni in cui le opere apparivano sui muri delle città bombardate.

In tutto questo resta però un dato fondamentale, non c’è alcuna conferma ufficiale. L’organizzazione che autentica le opere di Banksy, Pest Control, non ha commentato e i suoi legali continuano a contestare ogni tentativo di rivelazione definitiva.

In altre parole, anche di fronte alla più solida delle indagini, il mistero non è completamente dissolto.

La pista di Bristol non è nuova. È nella città inglese che negli anni ’80 e ’90 nasce una delle scene creative più fertili del Regno Unito, dove musica, arte urbana e cultura underground si mescolano continuamente.

Qui entra in scena Robert Del Naja, musicista e membro dei Massive Attack, noto anche come “3D”. Prima di diventare una figura centrale del trip-hop mondiale, Del Naja era uno dei pionieri della stencil art nella città. Lo stesso Banksy ha raccontato più volte di aver iniziato ispirandosi proprio a lui.

Negli anni si è diffusa persino la teoria che Del Naja fosse Banksy. Alcune coincidenze, murales apparsi nelle stesse città in cui i Massive Attack erano in tour, hanno alimentato la leggenda. Le ricostruzioni più recenti tendono però a ridimensionare questa ipotesi. Del Naja sarebbe piuttosto un collaboratore o parte della rete creativa attorno al progetto Banksy, non l’autore principale.

Robert Del Naja

La domanda “chi è Banksy?” è diventata negli anni quasi un genere giornalistico a sé. Ma dietro la curiosità c’erano anche motivazioni più concrete.

La prima è economica. Banksy è oggi uno degli artisti viventi più quotati al mondo, alcune sue opere superano facilmente il milione di dollari. Con cifre di questo livello, conoscere l’autore significa definire meglio diritti, autenticazioni e storia delle opere.

La seconda ragione è culturale. Banksy è diventato una voce politica globale, intervenendo con i suoi murales su temi come guerra, capitalismo, migrazioni e conflitto israelo-palestinese. Per alcuni osservatori un artista con un’influenza così forte non può restare completamente invisibile.

Infine c’è il semplice impulso umano verso il mistero, quando un enigma dura troppo a lungo, prima o poi qualcuno prova a risolverlo.

Eppure una parte consistente del mondo dell’arte ha sempre sostenuto che l’anonimato fosse parte integrante dell’opera.

Banksy ha costruito la propria forza proprio sull’assenza di identità. I suoi interventi comparivano improvvisamente nello spazio pubblico, senza conferenze stampa né inaugurazioni, quasi come atti di guerriglia visiva.

Senza un volto, il messaggio diventava più universale. L’opera non apparteneva a un artista celebre, ma sembrava emergere direttamente dalla città e dalle sue contraddizioni.

C’è anche un motivo molto pragmatico, molti dei lavori di Banksy sono tecnicamente illegali. L’anonimato è sempre stato per lui una forma di protezione legale e personale.

Ma cosa cambia davvero adesso? La risposta più sorprendente è che probabilmente non cambia quasi nulla.

Il sistema che regola il mercato di Banksy rimane lo stesso. Le opere autentiche sono certificate da Pest Control, l’unico organismo autorizzato. Finché questo meccanismo non cambia, la persona dietro lo pseudonimo conta relativamente poco per il mercato.

Anzi, spesso le rivelazioni alimentano ancora di più l’interesse mediatico e culturale attorno all’artista.

Il mito, ormai, è già costruito.

Le reazioni degli artisti e dei critici si dividono sostanzialmente in tre correnti.

La prima è quella dei romantici, per loro Banksy doveva restare anonimo per sempre. Il mistero faceva parte della poesia dell’opera e rappresentava una critica radicale al culto dell’artista-star.

La seconda è quella dei pragmatici, un fenomeno culturale di questa dimensione difficilmente può restare segreto per decenni. Era solo questione di tempo.

La terza è quella dei più cinici, conoscere il nome non cambia nulla. Banksy è ormai un linguaggio, un immaginario, quasi un marchio culturale globale.

Forse, in fondo, la domanda non è davvero chi sia Banksy. La domanda è se avremmo dovuto saperlo.

Per più di vent’anni i suoi lavori sono comparsi sui muri delle città come messaggi lasciati nella notte. Senza volto, senza conferenze stampa, senza una biografia da raccontare. Solo immagini capaci di parlare da sole. In un sistema dell’arte costruito spesso attorno alla figura dell’artista-star, quell’assenza era diventata parte dell’opera stessa.

L’anonimato non era soltanto una forma di protezione, ma un vero e proprio linguaggio che spostava l’attenzione dal nome al messaggio e dall’autore alla città.

In fondo, Banksy ha anche riportato al centro il significato originario della figura del writer, una presenza anonima, spesso incappucciata, che agisce nello spazio urbano come gesto di rottura e di denuncia verso il sistema. Nei suoi interventi questo aspetto non è mai stato secondario, ma anzi volutamente enfatizzato, quasi a ricordare che la street art nasce prima di tutto come atto di dissenso e appropriazione dello spazio pubblico, ben distante da quelle forme più decorative che oggi spesso vengono associate ai muri delle città.

Ma i miti contemporanei vivono dentro un ecosistema mediatico che prima o poi li costringe a mostrarsi. Più cresce la fama, più diventa difficile custodire il segreto. È una dinamica quasi inevitabile.

Eppure il paradosso di Banksy è proprio questo, il suo mistero non è mai stato davvero il suo nome. Il suo mistero era che, per anni, quel nome non fosse necessario.

Se un giorno l’identità dovesse emergere senza più dubbi, probabilmente cambierà poco. Perché il vero Banksy non è mai stato soltanto una persona. È un’idea che continua a comparire sui muri delle città, un’immagine semplice, improvvisa, capace di raccontare una storia senza bisogno di firmarsi.

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Emanuel Acciarito. Architettura come scultura dello spazio

La vera arte non racconta semplicemente il mondo, ma spesso lo mette in discussione, lo esplora e lo ripensa attraverso la forma

In questa idea si può leggere con chiarezza il percorso di Emanuel Acciarito, là dove la disciplina architettonica incontra il pensiero e la materia smette di essere semplice presenza per farsi simbolo, denso di significato. Architetto per formazione e artista per necessità interiore, Acciarito attraversa linguaggi differenti mantenendo intatta la stessa intensità, che è quella di chi osserva lo spazio con l’attenzione analitica del progettista e, insieme, quella di chi sa sostare sul tempo con la sensibilità sottile del poeta.

La sua storia creativa nasce dentro la disciplina dello spazio. L’architettura ha insegnato ordine, misura, responsabilità verso il territorio. Da qui prende avvio una poetica che guarda alla rigenerazione urbana, alla memoria dei luoghi, alla relazione tra uomo e ambiente. Poi accade qualcosa di ulteriore. Il progetto smette di restare progetto e diventa domanda.

Proprio in questo passaggio si inserisce una delle ricerche più significative del suo percorso progettuale, lo studio di un grattacielo eco-sostenibile sviluppato durante il lavoro di tesi, premiato e presentato in diversi contesti di ricerca architettonica. L’intuizione nasce dall’osservazione dello zampillo d’acqua, un’immagine elementare e potente che diventa matrice formale e concettuale di un’architettura capace di svilupparsi verticalmente come una danza di forme nello spazio, trasformando un movimento naturale in struttura progettuale. Nel processo creativo la forma dell’acqua assume un valore simbolico e progettuale, diventando linguaggio formale e visione sociale. Prima scultura dello spazio, poi architettura, il progetto traduce nella dimensione costruita una riflessione sul valore dell’acqua come bene comune e sulla necessità di ristabilire un equilibrio tra l’uomo e l’ambiente.

In questo slittamento tra materia simbolica e costruzione reale emerge con chiarezza uno dei nuclei più autentici della ricerca di Acciarito, là dove la dimensione progettuale si apre a una riflessione poetica e la pratica artistica diventa luogo di elaborazione di visioni capaci di interrogare il futuro. È dentro questa prospettiva che la forma, nel lavoro dell’artista, supera la semplice funzione costruttiva per diventare codice espressivo.

Dietro la geometria rigorosa e la misura solo apparentemente neutra dello spazio, la struttura si trasforma in un vero e proprio linguaggio simbolico. La forma, sospesa in un equilibrio sottile tra rigore e intuizione, dischiude così varchi di senso che invitano a una lettura più ampia e articolata, là dove pensiero ed emozione finiscono naturalmente per incontrarsi.

Il bianco entra in scena come scelta radicale, il colore, certo, ma anche dichiarazione di intenti. Qui diventa superficie ricettiva, capace di accogliere la luce e di amplificarne la dimensione quasi spirituale; uno spazio mentale in cui ogni segno trova la propria risonanza. Nelle culture che la sua ricerca attraversa, il bianco conserva una forza sacrale, una presenza silenziosa che continua a parlare di purezza e trascendenza. L’artista assorbe queste sedimentazioni simboliche e le traduce in un linguaggio personale, prossimo a una grammatica essenziale con cui tornare a interrogare, con lucidità e misura, la materia stessa.

 

Le opere scultoree raccontano questo percorso con chiarezza. “Ambito” appare come un organismo armonico, una sfera che richiama il ciclo della vita e la centralità dell’essere umano nel cosmo. I cerchi sovrapposti suggeriscono movimento, equilibrio, continuità tra individuo e universo. Lo spettatore percepisce una calma apparente che nasconde una riflessione più ampia sul fragile rapporto tra uomo e natura.

 

Aeternitas” introduce una dimensione diversa. Il tempo assume volto e verticalità, la figura si allunga verso l’alto attraverso anelli che evocano antiche tradizioni e miti lontani. Qui la scultura sembra custodire una memoria collettiva, un dialogo tra culture, spiritualità e desiderio di permanenza. La materia assume il ritmo di un rito, quasi una preghiera silenziosa affidata alla forma.

 

Anche quando si confronta con la pittura, come avviene in “Medusa”, la forza della ricerca resta intatta. Il corpo femminile emerge come luogo emotivo, in uno spazio sospeso dove la forza si intreccia con la fragilità, dando vita a una bellezza capace di evocare inquietudine. La tecnica mista utilizza la materia senza sottoporla a coercizione, restituendone il movimento e la densità espressiva. Essa sprigiona un’energia che affonda le radici nell’esperienza personale dell’artista e si estende oltre il confine della forma, coinvolgendo chi osserva in una percezione più ampia. Ogni segno trattiene un frammento di vita vissuta, lo trasforma in immagine autonoma, lo offre allo spettatore come testimonianza e come spazio di riflessione, luogo in cui l’introspezione si confronta con la presenza dell’opera.

 

Nelle sculture, la stessa energia torna a manifestarsi in forme archetipiche. Nella prima, la sfera e i cerchi sovrapposti evocano con chiarezza un’idea di ciclicità, di armonia e di centralità dell’uomo nel cosmo. Nella seconda, invece, la verticalità della figura e gli anelli che ne scandiscono il collo alludono al tempo come principio eterno e come traccia di un rituale ancestrale. L’opera si pone davanti allo sguardo dello spettatore, pronta a sollevare domande più che a fornire risposte, e invita a percepire spazio e tempo come esperienza, in cui simboli e materia si fanno strumenti attivi per una  riflessione.

 

In continuità con questo percorso di sintesi tra forma, mito e significato, l’artista amplia recentemente il suo repertorio con “Nike”, scultura in cui il gesto celebrativo diventa cifra poetica. Concepita in omaggio alle trenta medaglie conquistate dalla spedizione italiana alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, la Dea delle Olimpiadi viene trasfigurata in un corpo architettonico, la cui “pelle” è costruita dai cerchi olimpici. Non semplice raffigurazione, ma architettura del gesto trionfale, “Nike” si erge come trofeo stilizzato, dove la mitologia si fonde con il linguaggio contemporaneo e la forma diventa veicolo di vittoria e potenza simbolica. La scultura testimonia come l’autore sappia traslare il mito in struttura, conferendo al gesto celebrativo una densità spaziale e un equilibrio compositivo che risuona con l’intero percorso creativo.

In questa prospettiva risuona con particolare precisione una riflessione di Paul Klee, artista che affermava che l’arte rende visibile ciò che già esiste oltre lo sguardo immediato. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible” . La frase appare sorprendentemente vicina al pensiero poetico di Emanuel Acciarito, il cui lavoro non cerca la descrizione del mondo ma bensì una sua rivelazione interiore.

Tra controllo e sensibilità prende forma un linguaggio che intreccia questi due elementi in un equilibrio armonioso. L’architetto e l’artista convivono senza conflitto, come due voci dello stesso racconto. Da una parte la volontà di armonia, dall’altra la necessità di esplorare zone interiori dove il simbolo prende il posto della descrizione. La sua ricerca dialoga con il presente, con la città, con la responsabilità culturale di chi crea immagini capaci di parlare al futuro.

Resta, alla fine, una sensazione precisa. Le sue opere chiedono tempo, attenzione, silenzio. Invocano uno sguardo disposto a sostare, a lasciarsi attraversare da significati che emergono lentamente. In quella sospensione si riconosce la cifra più autentica del suo lavoro, un’arte che costruisce ponti tra materia e spirito, tra esperienza quotidiana e dimensione archetipica, tra la concretezza dell’architettura e la libertà della visione.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di arte & architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com                

Phone  3477719697

Scroll down for the English text:

True art does not simply narrate the world; more often, it questions it, explores it, and reimagines it through form.

 

This idea clearly frames the trajectory of Emanuel Acciarito, where architectural discipline intersects with thought, and matter ceases to be mere presence to become a symbol, rich with meaning. Trained as an architect and compelled to create as an artist, Acciarito moves across different languages while maintaining the same intensity—the analytical attention of a designer observing space, alongside the subtle sensitivity of a poet attuned to the flow of time.

His creative journey originates within the discipline of space. Architecture has taught order, proportion, and responsibility toward the territory. From this foundation emerges a poetic vision attentive to urban regeneration, the memory of places, and the relationship between humans and their environment. Yet something further occurs. The project ceases to remain merely a project and becomes a question.

It is precisely at this juncture that one of the most significant investigations of his design path unfolds: the study of an eco-sustainable skyscraper developed during his thesis, awarded and presented in various architectural research contexts. The inspiration arose from observing a water jet—an elemental, powerful image that becomes the formal and conceptual matrix of an architecture capable of growing vertically like a dance of forms in space, transforming a natural movement into a structural design. In the creative process, the shape of water assumes symbolic and design value, becoming a formal language and social vision. First a sculpture of space, then architecture, the project translates in the built dimension a reflection on water as a common good and on the necessity of reestablishing balance between humans and the environment.

In this transition between symbolic matter and real construction, one of the most authentic cores of Acciarito’s research emerges, where the design dimension opens to poetic reflection and artistic practice becomes a site for developing visions capable of interrogating the future. It is within this perspective that form, in the artist’s work, transcends mere constructive function to become expressive code.

Behind the rigorous geometry and the seemingly neutral measure of space, the structure transforms into a truly symbolic language. Suspended in a subtle equilibrium between precision and intuition, the form opens pathways of meaning, inviting a broader and more articulated reading, where thought and emotion naturally converge.

White enters the scene as a radical choice—a color, certainly, but also a declaration of intent. Here it becomes a receptive surface, capable of embracing light and amplifying its almost spiritual dimension; a mental space where every mark finds resonance. In the cultures Acciarito’s research traverses, white retains a sacred power, a silent presence that continues to speak of purity and transcendence. The artist absorbs these symbolic sedimentations and translates them into a personal language, close to an essential grammar through which he interrogates matter itself with clarity and measure.

The sculptural works clearly narrate this journey. “Ambito” appears as a harmonious organism, a sphere evoking the cycle of life and the centrality of the human being in the cosmos. The overlapping circles suggest movement, balance, and continuity between individual and universe. The viewer perceives an apparent calm that conceals a broader reflection on the fragile relationship between humans and nature.

“Aeternitas” introduces a different dimension. Time assumes form and verticality, the figure stretching upward through rings that evoke ancient traditions and distant myths. Here the sculpture seems to hold a collective memory, a dialogue between cultures, spirituality, and the desire for permanence. Matter takes on the rhythm of a ritual, almost a silent prayer entrusted to form.

Even when engaging with painting, as in “Medusa”, the strength of the research remains intact. The female body emerges as an emotional locus, within a suspended space where strength intertwines with fragility, giving rise to a beauty capable of evoking unease. Mixed media employs matter without coercion, restoring its movement and expressive density. It radiates an energy rooted in the personal experience of the artist and extending beyond the boundary of form, engaging the viewer in a wider perception. Every mark retains a fragment of lived life, transforms it into an autonomous image, and offers it to the observer as testimony and space for reflection, where introspection confronts the presence of the work.

In the sculptures, the same energy manifests in archetypal forms. In “Ambito”, the sphere and overlapping circles clearly evoke cyclicality, harmony, and the centrality of humankind in the cosmos. In “Aeternitas”, the verticality of the figure and the rings marking the neck allude to time as an eternal principle and as the trace of an ancestral ritual. The work presents itself to the viewer, ready to pose questions rather than offer answers, inviting perception of space and time as experience, where symbols and matter become active instruments for reflection.

Continuing this path of synthesis between form, myth, and meaning, the artist recently expanded his repertoire with “Nike”, a sculpture in which the celebratory gesture becomes a poetic motif. Conceived in homage to the thirty medals won by the Italian team at the 2026 Milan-Cortina Winter Olympics, the Olympian goddess is transfigured into an architectural body, whose “skin” is constructed from the Olympic rings. Not mere representation, but architecture of the triumphant gesture, “Nike” rises as a stylized trophy, where mythology merges with contemporary language, and form becomes a vehicle of victory and symbolic power. The sculpture demonstrates how the artist translates myth into structure, endowing the celebratory act with spatial density and compositional balance that resonates across his entire creative trajectory.

In this perspective, a reflection by Paul Klee resonates with particular precision: the artist asserted that art makes visible what already exists beyond immediate sight. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible.” The statement appears surprisingly close to Emanuel Acciarito’s poetic thought, whose work does not seek to describe the world but rather to reveal its inner truth.

Between control and sensitivity emerges a language that weaves these elements in harmonious balance. The architect and the artist coexist without conflict, like two voices of the same narrative. On one side, the desire for harmony; on the other, the need to explore interior territories where symbol replaces description. His research engages with the present, with the city, with the cultural responsibility of those who create images capable of speaking to the future.

In the end, a precise sensation remains. His works demand time, attention, and silence. They invoke a gaze willing to linger, to be penetrated by meanings that emerge slowly. In that suspension, the most authentic signature of his work is recognized—an art that builds bridges between matter and spirit, between daily experience and archetypal dimension, between the concreteness of architecture and the freedom of vision.

 

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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ArteSegnalazione Eventi

ANDY WARHOL Ladies and Gentlemen ritorna dopo 50 anni

Ferrara si prepara ad accogliere tra qualche giorno un evento espositivo che si delinea al tempo stesso come celebrazione e rilettura critica di un momento fondamentale della storia dell’arte contemporanea. A cinquant’anni dalla storica mostra Ladies and Gentlemen, la città rende omaggio a Andy Warhol riproponendo, nelle sale di Palazzo dei Diamanti, dal 14 marzo al 19 luglio 2026, una  rievocazione di quel progetto espositivo che negli anni Settanta aveva segnato un passaggio decisivo nella poetica dell’artista.

La mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, ideata e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, con il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum, propone una ricostruzione immersiva della celebre esposizione presentata dall’artista tra il 1975 e il 1976. Il progetto, curato da Chiara Vorrasi, riunisce oltre centocinquanta opere tra acrilici su tela, disegni, serigrafie e fotografie Polaroid provenienti da importanti musei e collezioni private europee e americane, offrendo al pubblico un viaggio articolato nell’universo della ritrattistica warholiana.

Se la stagione più nota della ricerca warholiana era stata dominata dall’immaginario della celebrità — dalle icone cinematografiche come Marilyn Monroe alle figure pubbliche della politica e della cultura di massa — la serie Ladies and Gentlemen rappresenta un significativo spostamento di prospettiva. In questi lavori Warhol abbandona temporaneamente il pantheon delle star internazionali per rivolgere lo sguardo verso una realtà marginale ma carica di vitalità espressiva: quella delle drag queen afroamericane e portoricane della scena underground newyorkese

Il gesto non è soltanto iconografico, ma profondamente concettuale. Attraverso la consueta grammatica visiva fatta di colori acidi, contrasti grafici e reiterazioni seriali, l’artista conferisce monumentalità a figure fino ad allora rimaste ai margini della rappresentazione ufficiale. I volti truccati, le pose teatrali e la sensualità ostentata diventano così strumenti di una nuova narrazione dell’identità, in cui il confine tra autenticità e costruzione performativa appare volutamente instabile.

Ne emerge una galleria di effigi vibranti e seducenti, sospese tra glamour e provocazione, che sembrano anticipare molte delle sensibilità estetiche e culturali del nostro tempo. In queste immagini Warhol coglie infatti il potenziale simbolico della performance di genere e della contaminazione culturale, temi che oggi occupano una posizione centrale nel dibattito artistico e sociale.

La mostra ferrarese non si limita tuttavia a ricostruire l’atmosfera della storica esposizione degli anni Settanta. Accanto al nucleo dedicato alla serie Ladies and Gentlemen, il percorso propone una più ampia ricognizione nell’universo della ritrattistica warholiana, mettendo in dialogo alcune delle immagini più emblematiche prodotte tra gli anni Sessanta e Ottanta. Dalle celebri effigi di Mao Zedong, nelle quali l’iconografia politica viene trasfigurata in oggetto pop, fino ai ritratti di protagonisti della scena musicale e dello spettacolo come Mick Jagger, Liza Minnelli e Grace Jones, emerge con chiarezza la capacità dell’artista di trasformare il volto umano in un potente dispositivo visivo.

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975

Attraverso la serigrafia, la fotografia istantanea e l’uso sperimentale di tecnologie allora emergenti — come la celebre Polaroid — Warhol reinventa infatti il ritratto tradizionale, appropriandosi dei codici della comunicazione di massa e traducendoli in linguaggio artistico. Il risultato è un’immagine che non si limita a rappresentare il soggetto, ma ne amplifica la dimensione simbolica, trasformandolo in icona.

In questa prospettiva, anche gli autoritratti che chiudono il percorso assumono un valore emblematico. L’artista applica a se stesso lo stesso processo di costruzione visiva riservato alle celebrità, mettendo in scena la propria immagine come un simulacro mediatico. Il volto di Warhol diventa così maschera, superficie, segno riproducibile all’infinito.

La rievocazione ferrarese di Ladies and Gentlemen si propone quindi non solo come un omaggio a uno dei protagonisti più influenti del Novecento, ma come un’occasione per interrogare l’attualità della sua ricerca. Le immagini concepite da Warhol negli anni Settanta — tra artificio, spettacolo e identità fluida — sembrano infatti anticipare la cultura visiva contemporanea, in cui la costruzione pubblica del sé e la circolazione globale delle immagini sono diventate elementi centrali dell’esperienza sociale.

 

 

 

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Arte

Un ponte tra Italia e Dubai. Gli spazi espositivi di Alessio Musella tra Home Gallery e galleria esterna

Alessio Musella, art dealer nonché referente e caporedattore per l’area degli Emirati del nostro magazine ContempoArte, ci apre le porte degli spazi che ha progettato e realizzato con passione nel corso degli ultimi cinque mesi. Un progetto articolato che comprende la Home Gallery e una galleria esterna, ambienti destinati a diventare luoghi di incontro e di dialogo per artisti, collezionisti e operatori del settore.

Questi spazi ospiteranno anche il nostro prossimo numero di ContempoArte Magazine , che sarà presentato e diffuso a Dubai attraverso una rete di autorevoli professionisti e protagonisti della scena artistica locale. L’impegno di Musella sta dando vita, con grande determinazione a un vero e proprio ponte culturale tra la scena artistica italiana e quella emiratina. I risultati ottenuti fino ad oggi sono sorprendenti e seguiranno con grande interesse sia il primo allestimento della galleria esterna sia gli incontri e i talk che prenderanno forma all’interno della Home Gallery.

Dubai, osservata da questa prospettiva, rivela per noi una dualità particolarmente affascinante, soprattutto nel confronto tra l’approccio intimo e narrativo della Home Gallery nel Dubai International Financial Centre e quello più istituzionale e museale delle gallerie situate nell’area di Dubai Hills.

Nel cuore del distretto finanziario, la Home Gallery rompe idealmente la “quarta parete” del sistema dell’arte. Non si configura soltanto come spazio espositivo, ma come un vero ecosistema narrativo, dove l’arte diventa esperienza condivisa. L’ambiente è caldo, accogliente e domestico, arredi ricercati, luci soffuse e tappeti selezionati costruiscono un’atmosfera nella quale il visitatore non è più semplice osservatore, ma ospite. In questo contesto l’incontro con l’opera si trasforma in un dialogo personale, un caffè sorseggiato su un divano, una conversazione informale, il racconto intimo del percorso dell’artista che prende forma in un contatto diretto e autentico.

Accanto a questa dimensione raccolta e relazionale, la galleria esterna si presenta invece come un vero tempio della creatività, ispirato ai canoni del White Cube contemporaneo e arricchito dalla forte dimensione di community tipica del contesto di Dubai Hills. Gli ambienti sono ampi, essenziali e quasi eterei. Soffitti alti, una stanza bianca e una stanza nera, illuminate da un sistema tecnico di grande precisione che isola l’opera dal resto dello spazio. Qui il vuoto diventa elemento progettuale, capace di dare respiro al lavoro esposto e di sottolinearne il valore quasi museale, amplificando l’impatto visivo e la forza espressiva di ogni singolo pezzo.

È proprio in questa dialettica tra la dimensione intima dell’abitare e la solennità dello spazio espositivo che si articola una nuova piattaforma culturale, capace di consolidare il dialogo tra la scena artistica italiana e quella mediorientale, aprendo traiettorie inedite di scambio e collaborazione per artisti, curatori e collezionisti.

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ArteArtistiSegnalazione Eventi

PRESENTATA ALLA “BIENNALE DI SONDRIO” LA SCULTURA “NIKE” DELL’ARCHITETTO-ARTISTA EMANUEL ACCIARITO.

Si è inaugurata il 28 febbraio 2026 la Biennale di Sondrio. L’iniziativa promossa dall’Associazione Progetto Alfa OdV è inserita all’interno del progetto “Oltre il limite: un palco sulle vette”, finanziato dalla Regione Lombardia e sostenuto da Pro Valtellina, Comune di Tirano, Comune e Provincia di Sondrio.

Castello Masegra, Palazzo Pretorio, Palazzo Muzio, Palazzo Bim e il Museo Musa sono i quattro siti dislocati sul territorio cittadino, coinvolti in questa maratona delle arti, cui allestimento diffuso, resterà aperto fino ad aprile.

Direttore artistico della Biennale Arte, il professore, storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.

 

Tra i 300 partecipanti all’esposizione, anche l’architetto-artista Emanuel Acciarito, con tre sue sculture: “Ambito”, “Aeternitas presentate in anteprima lo scorso mese presso Palazzo Muzio e “Nike” in esposizione per la prima volta a Castello Masegra.

Con “Nike”, Acciarito omaggia a suo modo le trenta medaglie vinte dalla spedizione azzurra alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 che si sono appena concluse. E lo fa raffigurando la Dea delle Olimpiadi Nike, simbolo di vittoria, successo sportivo e velocità, in un processo creativo in cui l’immagine della mitologica figura viene stilizzata in un corpo architettonico attraverso una “pelle” creata con i cerchi olimpici e come un trofeo, presentata come simbolo di un trionfo conquistato in vetta.

 

 

Emanuel Acciarito

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