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Rubrica "I libri non scadono"

Tre figlie, tre madri, una suora, un cane e una damigiana

“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglie contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Viviana Viviani

 

La casa delle orfane bianche di Fiammetta Palpati (Laurana, 2024)

Non è facile narrare la terza età, forse perché non c’è il tempo di elaborare i ricordi. Bisogna allora giocare d’anticipo, quando la vecchiaia è ancora lontana ma comincia a proiettare la sua ombra. Fiammetta Palpati lo fa molto bene. Non guarda la vecchiaia da dentro: la guarda da quella terra di mezzo dove stanno le figlie cinquantenni. Sono abbastanza giovani da occuparsi delle madri e abbastanza grandi da riconoscere in quei corpi sfatti il proprio futuro. «Sembra ritirato. In sé stesso. Seccato in dentro», dice Lucia rigirandosi tra le dita un torsolo di mais trovato in cantina. E subito aggiunge: «Mummificato. Come noi».

Il punto di partenza è quasi da commedia sociale. Tre amiche di mezza età decidono di andare a vivere sotto lo stesso tetto con le loro madri anziane, per dividere le spese, le fatiche e la solitudine. Natàlia, restauratrice di mobili, mette la casa nel borgo umbro di “Amena”, che è poi Amelia appena travestita, dove ha passato tutta la vita accanto alla madre Pina. Lucia, insegnante ordinata fino alla mania, porta l’anziana Felicita, ritirata da una casa di riposo perché la retta costava troppo. Germana arriva da Roma con Adele, una madre ammutolita da decenni di psichiatria, e con un lutto troppo recente: il figlio Adamo, morto da meno di un anno. Il primo giorno è il Mercoledì delle Ceneri, e Lucia apre un taccuino intitolato Regole della casa. Il lettore capisce subito che quel patto è destinato a franare, e in effetti il sottotitolo del primo atto avverte che le donne preparano, «allo stesso tempo, il fallimento» della loro promessa di felicità.

La prima cosa che colpisce è l’impianto teatrale. Il libro si presenta come «Romanzo in due atti e un intervallo galante (godibile in platea o nel comodo del vostro salotto)». Si apre con l’elenco dei personaggi, dove accanto alle protagoniste figurano «Il cane Laica: un cane», «La Damigiana: una damigiana» e «Un Narratore imperfetto». Segue un’Avvertenza che suggerisce al lettore, se qualcosa gli sembrasse faticoso, di «tenere d’occhio il cane». La vicenda è scandita in “giornate” che seguono il calendario liturgico della Quaresima, e le pagine sono piene di didascalie. Il soggiorno della casa viene descritto come una scenografia, con il divano «color giallo polenta», le sedie da osteria dipinte di rosa ciclamino e le tre poltrone relax elettriche che svettano «enormi e minacciose» come catafalchi. Ci sono entrate, uscite, colpi di scena e rumori fuori campo scritti in maiuscolo: BUUUM!, SLAM, TOC TOC. Non è un vezzo. Il teatro dà alla storia la distanza che serve per raccontare pannoloni, dentiere e piaghe senza cadere nel patetico.

Il cuore del libro è la lingua, e la voce che la governa. Il Narratore imperfetto è un ospite invisibile della casa: pedante, impiccione, un po’ snob. Parla al plurale maiestatico, indossa una «giacca da fumo», sparge «nevvero», «eziandio» e «vivaddio», si scusa per i propri vaneggiamenti e ogni tanto perde la pazienza con le sue creature («CHE VI SCALMANATE? BERTUCCE!»). Sotto quel registro aulico scorre l’italiano parlato delle figlie, sboccato e rapido, e sotto ancora il romanesco e l’umbro delle vecchie. Ne nasce una partitura in cui Palpati si concede di tutto: le frasi nominali, che hanno il ritmo di un’azione di scena («Pezzetta. Acqua. Pezzetta.»); le divagazioni etimologiche, come quella sul verbo «rimettere», che in campagna si usa per le galline e per gli anziani mandati all’ospizio; persino una schermaglia tra Natàlia e Felicita commentata come una partita di calcio, che si chiude con «Rete. Partita per la vecchia». È una prosa che si diverte e diverte, ma che sa anche fermarsi di colpo, all’improvviso, per lasciar passare il dolore.

Poi ci sono i personaggi, tratteggiati con una precisione quasi crudele. Le madri sono tre maschere grottesche e insieme tre enigmi. Pina vive con le cuffie in testa tra il Rosario di Radio Maria e le telenovelas, e da quando la figlia era all’asilo le lascia la lista della spesa intitolata «PEMMÉ». Felicita annota ossessivamente ogni cosa in un’agenda gonfia di foglietti e va in crisi per una sigaretta «fumanda» che non torna nei conti. Adele tace e chiama soltanto la sorella che l’ha accudita per una vita: «Armida». Le figlie sono ancora più interessanti, perché ognuna ha la sua difesa: l’efficienza rancorosa di Lucia, la disponibilità svagata di Natàlia, l’euforia disperata di Germana. Ognuna porta nella casa nuova un credito d’amore mai riscosso. È qui che il titolo comincia a rivelarsi: queste donne sono orfane di madri ancora vive. In una delle scene più belle, Germana confessa che vorrebbe «essere sua figlia, per una volta. Prima che muoia». Lucia, di spalle, risponde: «Vorrei che fosse madre, per una volta. Prima che muoio».

Nel frattempo la casa si riempie di ciarpame salito dalle cantine, di insetti, di gatti, di una papera da far frollare (ma questa è una scena da scoprire da sé, con lo stomaco forte), di sospetti e di farmaci scambiati. Germana lo aveva promesso: «Adesso sarà tutto diverso». Il nido diventa «un covo». E proprio quando le figlie, sfinite, si prendono per mano e ridono fino a cadere a terra in un girotondo, qualcuno bussa. Sulla soglia c’è una monaca gigantesca, con una valigia di cartone e un ombrello strappato, che domanda: «È questa la casa delle orfane bianche?». Cala il sipario sul primo atto. Il resto va lasciato al lettore.

Con questo esordio Palpati, romana trapiantata ad Amelia, dove insegna, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2024. La giuria ha lodato la sua «originalità di linguaggio, di drammaturgia, di impianto e di tema» e la capacità di reinventare «una delle questioni più rimosse della contemporaneità»: l’accudimento dei genitori anziani. Il libro è uscito nella collana fremen curata da Giulio Mozzi, con una postfazione di Alessandro Zaccuri. Non è un romanzo che si legge distrattamente: chiede pazienza, orecchio e disponibilità a ridere di cose di cui non si dovrebbe ridere. Restituisce una delle rappresentazioni più vere e meno consolatorie del legame tra madri e figlie lette negli ultimi anni. Un libro da non dimenticare, da rileggere o, se non lo si é letto, da recuperare, e da continuare a tenere d’occhio, come il cane, perché non smetta di parlarci.

 

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Viviana Viviani

Viviana Viviani è nata a Ferrara e vive a Bologna. Ingegnere e giornalista pubblicista, ha scritto per le riviste «Pangea.news», «Hic Rhodus» e «L’Intellettuale Dissidente». Ha pubblicato le raccolte poetiche Se mi ami sopravvalutami (Controluna, 2019), La bambina impazzita (Arkadia, 2023) e Lui (Connessioni, 2025). Come coautrice dei testi ha collaborato con il cantautore Immanuel Casto agli album Malcostume (2021) e Formato non riconosciuto (2026). Un suo poemetto è incluso nell’antologia Antenate II (Sartoria Utopia). Nel 2024 ha partecipato al progetto Arimo – La Spoon River di Milano alla Casa degli Artisti, con una poesia ora raccolta in Milano porto di mare. La poesia e la città, a cura di Luca Mastrantonio (Mondadori).