close
Rubrica "I libri non scadono"

Un Invito Alla Lettura Di Christian Bobin

I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglierà contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Filippo Golia 

“La voce di Emily – quella che emerge dal sarcofago dorato di un poema quando lo si apre – è una voce precipitosa, come di qualcuno che accorra verso di noi da così lontano da arrivare senza fiato. Molti trattini e grumi. La voce di un angelo asmatico, o quella di una ragazzina portatrice di notizie così incredibili che tutte le parole le si affollano in bocca, tanto lei è convinta che non la capiremo. L’angelo asmatico, la ragazzina cui nessuno crede e la febbricitante dama bianca sono, in questa serata di agosto 1870, davanti a Higginson, che non crede ai suoi occhi.”

Questa folgorante istantanea dell’incontro tra Emily Dickinson e Thomas W. Higginson, il critico che intuì il talento della poetessa ma non diede seguito alla sua intuizione, a suo modo un luogo comune della narrazione letteraria globale, si trova nel libro La dame blanche di Christian Bobin, ancora mai tradotto in Italia.

Bobin è uno scrittore che si sottomette solo alle leggi del cuore, ossia: ascolto, slancio contemplativo, attenzione ai particolari del visibile e dell’invisibile; soprattutto verità, di ogni parola, di ogni frase e di ogni visione.

In Italia è accolto con distacco e diffidenza.
 I suoi libri sono tradotti da piccole case editrici e per lo più confinati a una dimensione spirituale, come se si trattasse di un autore di sermoni o di minima propaganda religiosa; oppure di un protagonista dell’imperante new age.

La sua unica religione, in realtà, è la letteratura.

Un buon libro per iniziare a conoscerlo nel nostro paese è “Un cigolio d’altalena” pubblicato nel 2022 dalle edizioni Sanpino. Nasce dall’incontro tra l’autore e le opere del poeta giapponese e monaco zen Ryokan. Il testo è composto da 19 lettere (alla madre, a uno sconosciuto, a un pensatore, a una nuvola, a Marina Cvetaeva, a Nadežda Mandel’štam, al compositore Arvo Pärt, a una vecchia scala ecc.)
Una delle lettere è indirizzata a Ryokan ma la sua ombra si aggira anche nelle altre: scrive, gioca con i bambini, si nasconde in covoni di fieno, è immensamente felice, insegue il fantasma del padre, affronta la malattia e la morte.
 “In un monastero zen, ogni monaco, alla fine del pasto, lascia qualche chicco di riso nel piatto per gli uccelli. La scrittura è quel gesto”, annota Bobin. E poi: “Ryokan diceva che non gli piaceva la cucina dei cuochi, la calligrafia dei calligrafi e la poesia dei poeti. Non ho mai messo piede in Giappone, ma conosco molto bene questo paese. Lo conosco attraverso la goccia d’acqua di un silenzio che scintilla sulle piastrelle di una poesia di Ryokan”.

 Il manifesto di Bobin è limpido: “Quel che ci salverà – se qualcosa deve salvarci – è la semplicità estrema di una parola”.

 Ma la sua prosa può essere molto complessa, un piccolo organismo metamorfico in cui segno e significato, mondo e scrittura si scambiano di posto nel girare di poche righe:

 “Sotto i ponti, dei cartoni piegati. Sono le case dei clochard. Le case da tè giapponesi hanno pareti di carta fine, divisori che scorrono come una frase che si apre con naturalezza sulla frase successiva. I loro abitanti mangiano e dormono all’interno di una poesia. Mi allontano da quei cartoni malinconici. Sono i poemi di una vita disgraziata.”

Eppure la metamorfosi della lingua si articola entro confini ben precisi, che le impediscono di esondare nei campi aperti del postmoderno e del relativismo. E i confini sono: il silenzio, la morte, il rispetto della verità, la concentrazione, la sintesi, lo stupore inesausto per la sovrabbondanza della vita.

 È inevitabile riconoscere come anche in questo contesto protetto sia all’opera una maniera: la scrittura di Bobin è manierista. E può sorgere il dubbio: se fosse proprio la sua la calligrafia del calligrafo e la poesia del poeta, che Ryokan riprovava?

 

I dubbi iniziano a dissiparsi durante la lettura di La dame blanche. Un testo fatto di pietra dura e bianca come il granito.
Un cigolio d’altalena si specchia nei versi e nella figura di Ryokan; adesso nello specchio c’è la poetessa di Amherst. Quanto meno docile e mansueta!
 Tutta la scrittura di Bobin può essere descritta come una lotta con l’Angelo ma qui, come lui sa bene, l’angelo conosce e pratica le malizie di un diavolo.
 Per far fronte all’indocile scricciolo, le frasi brevi e le parole esatte di Bobin devono funzionare come lame di rasoio; o affilati scalpelli per scavare nel marmo.
Il libro si apre con la morte della poetessa, come se lei venisse da lì, dalla morte, e con i funerali, ronzanti di api mentre il corteo funebre sembra galleggiare sui fiori di campo e la piccola Millicent – la figlia dell’amante del fratello di Emily – segue da lontano l’incomprensibile feretro, dell’incomprensibile donna, di quell’incomprensibile famiglia in cui si è trovata: sarà proprio Millicent invece, un giorno, la prima interprete e divulgatrice delle poesie tenute segrete durante una vita.

 Tutto il montaggio del libro è audace e febbrile, proprio come la poetessa. Un po’ alla volta entrano in scena, oltre ai familiari – primi fra tutti l’inaccessibile padre Edward Dickinson e la madre, così grave da sorreggere nelle sue melanconie – gli amori impossibili della dama bianca: Susan Gilbert, la moglie del fratello Austin, oggetto di vere accensioni erotiche; il reverendo Wadsworth, la guida; Samuel Bowles, il giornalista, che forse sapeva per che verso prenderla ma non ebbe la costanza necessaria per tenerla; il giudice Otis P. Lord, uno schivo succedaneo del padre, da poco perduto. E ci si potrebbe mettere anche la morte, che la corteggia, le danza intorno, le sottrae uno per volta i più cari, le apre nella carne squarci di infinito.

 Per Bobin un vero teatro barocco, altrettanto necessario per spiegare l’opera quanto la persona e le azioni di Emily Dickinson: come la sua versatilità nel preparare il pan di zenzero. Perché qui non si tratta della scelta critica di coinvolgere la vita nel lavoro di interpretazione del testo: qui il poeta (come il santo) è considerato un luogo di confine, dove filtra, da ogni fessura e rammendo, la terribile luce della sapienza.
Molti aneddoti riportati hanno carattere sapienziale:

“Un mezzogiorno, a tavola, Edward domanda ironicamente più volte di seguito se sia ‘necessario’ che un piatto impercettibilmente sbreccato gli sia messo davanti. Alla terza domanda, Emily si alza bruscamente, si impadronisce del piatto e lo polverizza nel giardino, su una pietra: che sia fatta la tua volontà, padre che non sopporti la vista di un solo difetto nella materia o nelle anime. Un altro giorno davanti alle scuderie, Edward sudato, gli occhi fuori dalle orbite, scudiscia a sangue uno dei suoi cavalli. Gli rimprovera di aver ‘mancato d’umiltà’. Emily accorre, scapigliata, urlando contro il boia che abbandona il frustino e indietreggia, raggelato.”
 La collera dei santi – chiosa Bobin – è più terribile di quella del demonio.

E davvero di un luogo di confine si parla:

 “Il paese di Emily ha per frontiera la siepe che circonda il suo giardino. Dall’altro lato della siepe c’è l’estraneo – l’America…
 Lei non è di questo mondo e non vuole saperne né della sua guerra né della sua pace. Lei ha messo i suoi occhi in quelli della morte e contempla tutte le cose in uno stupore senza fine.”

Quasi inevitabile l’accostamento con Arthur Rimbaud, perché tutto si tesse, in queste pagine, lavorando con il materiale mitico della letteratura:

 “Alla stessa epoca in cui lei indossa la sua veste bianca, Rimbaud, con la negligenza furiosa della giovinezza, abbandona il suo libro incantato nella cantina di uno stampatore e fugge verso un oriente inebetito. Sotto il cielo inchiodato d’Arabia e nella stanza proibita di Amherst, i due ascetici amanti della bellezza lavorano a farsi dimenticare.”

 Farsi dimenticare! Sospeso tra Emily Dickinson e la poesia giapponese, tra asceti e santi, Christian Bobin frequenta un territorio molto simile a quello che ha portato lo scrittore americano J. D. Salinger al suo quarantennale silenzio, troppo terrorizzato dal rischio di compiacersi del proprio talento e di scrivere parole non autentiche.

Bobin invece ha pubblicato una quarantina di piccoli libri; ma, come una biglia sull’orlo di un cratere, continua a girare anche lui intorno al silenzio.

E resta lì: dove “la scrittura è la sola ricompensa di se stessa”.

Se la sua scrittura, così controllata, sia viziata anche solo da un’ombra di compiacimento spetta ai lettori dirlo.

 


Cliccando sulla copertina, verrai reindirizzato alla pagina di acquisto del libro.

Filippo Golia

Filippo Golia, a lungo inviato del Tg2, si occupa principalmente di affari esteri e relazioni internazionali. Quando ha tempo, realizza anche reportage sul mondo della letteratura e della poesia. Come scrittore ha pubblicato libri per adulti,  “C’era 49 volte un paese” (Robin edizioni) e bambini, “Zelda Mezzacoda” (Laltracittà). Per Mattioli 1885, ha scritto la sceneggiatura del Graphic Novel “Il bacio fantasma”, sulla vita del poeta americano Richard Brautigan, disegnato da Marco Petrella.