“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.
Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.
La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.
La rubrica accoglierà contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.
di Leonardo Floriani
Troia ha ancora la radio
Il cavallo di Troia di Christopher Morley, ovvero dei libri che non scadono.
C’è una categoria di libri – numerosa, eterogenea, distribuita nei secoli – che non si può chiamare né dimenticata né ricordata. Sono libri che esistono nei cataloghi degli antiquari, in qualche ristampa sporadica, in note a piè di pagina di studi su altri libri più famosi, nei mercatini fisici o virtuali. Vivono di rimbalzo. Il caso de Il cavallo di Troia di Christopher Morley appartiene precisamente a questa zona grigia: il romanzo arriva in Italia nel 1941, tradotto da Cesare Pavese per Bompiani, poi riedito da Einaudi nella collana Scrittori tradotti da scrittori nel 1996, poi sostanzialmente scomparso dalla circolazione critica, e tuttavia mai del tutto morto – come dimostra il fatto che ancora lo si trova, con qualche fatica, e che chi lo trova tende a non dimenticarlo.
Pavese, nella sua breve prefazione, lo presenta con una formula fulminante: “la guerra di Troia veduta da un americano”. La formula è esatta ma incompleta, e forse è proprio questa incompletezza a spiegare le fortune alterne del libro. Il cavallo di Troia non è la parodia che la presentazione farebbe supporre – né la satira brillante ma superficiale che a certi lettori del 1937 sembrò, come testimonia la recensione piuttosto secca di Kirkus Reviews, che parlò di umorismo forzato e di “modernizzazione farsesca” di una storia la cui grandezza stava nell’austerità. È qualcosa di più complicato e, a rileggerlo oggi, di sorprendentemente riuscito.
Il romanzo uscì nel 1937, quarto anno del terzo Reich, due anni prima della guerra. Morley, giornalista, saggista, fondatore e direttore del Saturday Review of Literature, era un letterato di professione nel senso più pieno del termine: un uomo che viveva in mezzo ai libri e li faceva circolare. Aveva già scritto Parnassus on Wheels (1917) e The Haunted Bookshop (1919), due romanzi affettuosamente ossessionati dalla libreria come luogo fisico e morale – libri amatissimi negli ambienti editoriali americani e ancora oggi ristampati con fedeltà quasi commovente. The Trojan Horse è un libro diverso: più ambizioso, più nervoso, consapevole di qualcosa che si avvicina. Non è difficile leggere nell’assedio decennale di Troia, nel blocco, nei grafici economici del dottor Calcante (“al giorno che queste due linee si incontrarono, Troia in discesa e Sparta in ascesa, la decisione fu certa”), un’allegoria non troppo velata di quello che si stava preparando in Europa. Morley non insiste su questo registro – è troppo elegante per farlo – ma la parabola è lì, disponibile.
Il meccanismo del libro è formalmente ibrido: prosa narrativa, dialogo teatrale, versi liberi in bocca a Cassandra e in certi duetti di Troilo e Cressida. Questa ibridità è stata letta come una debolezza strutturale, come un eccesso di ambizione, come una delle ragioni per cui il romanzo non si lascia catalogare facilmente. Ma è anche ciò che lo rende un oggetto interessante sul piano della forma: Morley non sa – o non vuole scegliere – se sta scrivendo un romanzo, una pièce radiofonica o un poema in prosa, e questa indecisione genera un effetto di straniamento che si sposa perfettamente con il materiale. La guerra di Troia raccontata con la radio – c’è un Annunciatore della stazione Voice of Ilium che commenta gli eventi come un telecronista sportivo – è già di per sé uno straniamento: il mito visto da dentro la propria contemporaneizzazione, da un punto di vista che non è né antico né moderno ma precisamente il punto di frizione tra i due.
L’operazione di Morley ha precedenti nobili, come lui stesso sapeva benissimo – il Filostrato di Boccaccio, il Troilus and Criseyde di Chaucer, il Troilus and Cressida di Shakespeare – e questa genealogia è esplicitamente rivendicata dalla prefazione di Pavese. Ma ciò che distingue Morley dai suoi predecessori è che questi usavano la storia troiana per parlare del loro presente solo in modo obliquo, attraverso l’invenzione dei personaggi e il rimodellamento degli intrecci. Morley invece porta il presente dentro il mito con un gesto diretto e quasi sfacciato: Troia ha i tassì, i night club, la radio, i cocktail, il linguaggio della borsa in bocca a Pandaro che è diventato un finanziere. Il campo di battaglia è un campo di football, gli spogliatoi degli eroi sono spogliatoi veri, con le docce che si raffreddano e Fusco – lo schiavo negro che conosce i nomi latini dei muscoli – che stropiccia le spalle di Troilo con olio prima della partita.
Il rischio di questa operazione è evidente: che il pastiche soffochi il mito, che la contemporaneizzazione sia solo un gioco brillante e vuoto, che l’ironia divori la tragedia. Morley lo sa, e lo dichiara apertamente nel prologo: Ma stiamo attenti, non lasciateci ridurre a vederli soltanto in luce comica. Il prologo è uno dei momenti più belli del libro, e meriterebbe una lettura autonoma: la città viene costruita davanti al lettore come un set cinematografico – “fornitela degli uccelli e dei fiori, dei suoni e dei sentori, che vi sono più familiari” – istruzioni che fin dall’inizio mettono il lettore in una posizione attiva, complice, di coautore. La Troia di Morley è la tua Troia, chiunque tu sia.
Ma il punto più alto del romanzo non è nel meccanismo satirico, per quanto ben oliato; è nella storia d’amore. Troilo è un giovane soldato che scopre la guerra e l’amore quasi simultaneamente, con la stessa intensità, con lo stesso stupore. Cressida è una donna intelligente, consapevole, che si trova in una posizione impossibile – ceduta come pedina di scambio dai Troiani, trattenuta dai Greci, amata da Troilo con una devozione che lei riconosce come vera e come insostenibile insieme. La loro storia occupa il centro del libro con una delicatezza che sorprende, soprattutto nei duetti in versi – brani discontinui, quasi frammentati dove Morley abbandona la velocità sincopata della prosa e si ferma su qualcosa di difficile da definire: la consapevolezza che il bello è condannato, che il desiderio è già nostalgia mentre accade.
“Era come un abisso in mezzo al buio, / quando cadonchw le stelle, il sonno naufraga” dice Troilo in uno dei duetti, e poi, più avanti: “dirò, aprendo l’armadio: questo avevo / indosso quella sera dell’addio.” La seconda immagine, la più prosaica delle due, è quella che rimane. C’è qualcosa di contemporaneo – nel senso più ampio del termine – in questa riduzione del mito a un gesto domestico, alla memoria sensoriale di un vestito, di una spilla turchina, di un odore sulle dita. Non è Shakespeare, ma non è nemmeno semplice imitazione; è una voce riconoscibile, con il suo accento.
La scena della resa di Cressida a Diomede è scritta con una franchezza psicologica che ancora oggi dovrebbe colpire: il monologo interiore di Cressida mentre si prepara – metà lettera immaginaria a Troilo, metà resa dei conti con sé stessa – è forse la pagina più vera del libro, quella in cui l’ironia si abbassa e qualcosa di più crudo prende la parola. “Carissimo, quella che hai amata era la vera Cressida. Tesoro, lui ha una così cieca fiducia in me, e io distruggo tutto ciò in cui crede.” Non è la Cressida-traditrice della tradizione medievale, non è la puttana di Shakespeare; è una donna sola, che sa quello che fa e perché lo fa, e non se ne fa assolvere.
Si arriva così all’epilogo (non svelo niente, la storia è nota): Troilo muore durante la caduta di Troia, con le parole “ho troppa luce negli occhi” – l’eco di ciò che aveva detto Cressida uscendo dalla Porta, troppa luce negli occhi del sole mattutino, e dunque anche: troppo bello per durare, troppo pieno, accecante. Poi i Campi Elisi, dove Troiani e Greci gareggiano insieme nel lancio del giavellotto, mentre Fusco brontola che il suo padrone non usa il trapezio come dovrebbe. La morte è abolita, e con essa il rancore, e questo finale – apparentemente leggero, quasi comico – rovescia silenziosamente tutto quello che precede: la tragedia non era la fine della storia, era una delle forme che la storia prende, e poi riprende, e poi prende ancora. Cassandra lo aveva detto poco prima, in versi: “Le miserie e gli orrori che ci attendono / tutti, diventeranno un bel racconto. / E la stessa leggenda che si scorda / sarà più vera che la verità.” Cassandra che sa e non è creduta, nel libro di Morley, diventa il personaggio più lucido: non la profetessa dell’apocalisse, ma la custode del senso che le storie hanno al di là di chi le vive. Una figura che il lettore di un libro dimenticato conosce bene.
Le parole della Cassandra di Morley, per una volta, non sono cadute nel vuoto, almeno per quanto mi riguarda. Permettetemi un tenero momento di malinconia. Ho custodito Il cavallo di Troia ben oltre quello che ne conservasse la mia memoria in costante dissoluzione. Dev’essere rimasto intrappolato in un qualche cantuccio remoto più come una sensazione che come concetto. L’ho letto all’età di vent’anni, a quarantotto pubblicavo un mio romanzo che sembra nato dalle prime righe del prologo: “È la città più famosa della Terra, e appartiene quindi a tutti quanti, e a tutti i tempi. Dovete edificarla da voi.”
Rileggere Il cavallo di Troia oggi significa anche confrontarsi con la questione di Pavese traduttore, che è questione non secondaria. La traduzione è del 1941, cioè del Pavese più giovane, quello che ancora stava costruendo il proprio italiano narrativo. Lascio ad altri più competenti l’onere di parlare di questo aspetto, mi limiterò a sottolineare che leggere Il cavallo di Troia in italiano è leggere anche un documento del Pavese in formazione, e questo aggiunge uno strato ulteriore a un libro già pluristratificato.
Che cosa fare, dunque, di un libro simile?
La risposta più onesta è: leggerlo. Non come curiosità bibliografica, non come capitolo della storia della fortuna di Pavese traduttore, non come tassello del mosaico delle riscritture moderne dei classici – tutte operazioni legittime, che aiutano a collocare il libro nel suo contesto – ma come testo che ancora funziona, che ancora sorprende, che ancora ha qualcosa da dire sulla velocità con cui il bello passa e sulla testardaggine con cui il racconto lo conserva. I libri dimenticati non chiedono pietà: chiedono lettori. Questo, in particolare, li merita.
Leonardo Floriani
Leonardo Floriani (1975) vive a Roma dove ha frequentato il dipartimento di Demo Etno Antropologia de La Sapienza. Dal 1999 al 2002 è stato redattore e autore di una rivista, Kerosene e nel 2007 ha fondato, con altri scrittori e poeti, un collettivo che ha organizzato letture di poesie e mostre in diversi locali di Roma. Ha partecipato con buon riscontro di critica a concorsi e premi letterari e ha pubblicato alcuni racconti per riviste di settore. Nel 2022 ha dato vita al Gruppo Palinuro e al Chiosco Letterario, realtà patrocinata dalla Facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma, dedicata al booksharing, crossbooking, dove si organizzano mostre e presentazioni letterarie. Nel 2023 ha esordito da poco con il romanzo Di quella materia che non dura, per Besa Muci Editore. Nel 2024, assieme al Gruppo Palinuro, Il Centro Culturale Connessioni, Ciampino Legge, ha fondato Inchiostro (Comitato Nazionale per la promozione della Buona lettura), dando il via alla Rassegna Pallacorda, un fitto calendario di incontri sullo stato di salute dell’editoria italiana, ai quali parteciperanno nomi di spicco dell’universo letterario.

