Guardatela bene, questa forma che si snoda sulla parete. Ha la lucentezza della ceramica, la sinuosità quasi biologica di un organismo primordiale, eppure si intitola, con una scelta che è quasi una provocazione intellettuale, Scarabocchio.
Che cos’è, dopotutto, uno scarabocchio? Per secoli, la storia dell’arte occidentale, quella delle accademie, dei canoni rigidi, del disegno geometrico, ha considerato lo scarabocchio come l’antitesi dell’arte. Un errore della mano, un passatempo infantile, l’espressione di un’assenza di pensiero. Ma il Novecento ci ha insegnato il contrario.
Pensate a Cy Twombly e ai suoi grovigli di calligrafia ed espressione gestuale, un “graffito dell’anima” che eleva il segno apparentemente casuale a dignità monumentale, o all’automatismo dei surrealisti. Tommaso Marcello si inserisce, forse anche inconsciamente, in questo filone di liberazione del segno, ma lo fa con una sensibilità squisitamente contemporanea e profondamente umana.
Quest’opera nasce da una storia bellissima e commovente, che è la necessità di comunicazione di un ragazzo privato della parola lineare, che affida al gesto grafico il proprio mondo interiore. Qui il cortocircuito è affascinante. L’artista prende quel gesto effimero, quella linea tracciata di fretta sulla carta, e la nobilita attraverso la materia.
Diventa una scultura tridimensionale, dove il gioco dei pieni e dei vuoti, una costante nella ricerca di Marcello, crea una danza con la luce e converte quegli stessi varchi in feritoie e spazi di transito per lo sguardo dell’altro che si fanno invito a entrare.
C’è un contrasto meraviglioso nella figura di questo artista. Da un lato la disciplina rigorosa della sua professione di Sottufficiale dell’Esercito, un mondo fatto di regole e uniformità, dall’altro questa assoluta anarchia della forma, questo bisogno ancestrale di strutturare la materia per trovare un silenzio interiore che non isoli, ma che crei relazione.
Scarabocchio si rivela un’opera capace di aprirsi all’altro, attraverso la quale Marcello riesce a riscattare l’imperfezione trasformandola in un vero e monumentale manifesto di autenticità. Ci ricorda che, quando la parola fallisce, è l’arte a dover diventare il cammino comune, la lingua universale che ci permette di ritrovarci umani, fragili, e finalmente liberi.
© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.
Nella foto sopra l’artista è con la recente edizione del magazine ContempoArte, all’interno del quale ha trovato spazio la sua ricerca, presentata e approfondita nell’ambito di una selezione di autori che si distinguono per la coerenza e l’originalità del proprio percorso. ContempoArte è una pubblicazione ufficiale periodica di L’ArteCheMiPiace, dedicata alla valorizzazione di artisti contemporanei e offre un contesto critico e documentale alle ricerche più significative del panorama attuale.





