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Giuseppina Irene Groccia

ArteArtisti

Emanuel Acciarito. Architettura come scultura dello spazio

La vera arte non racconta semplicemente il mondo, ma spesso lo mette in discussione, lo esplora e lo ripensa attraverso la forma

In questa idea si può leggere con chiarezza il percorso di Emanuel Acciarito, là dove la disciplina architettonica incontra il pensiero e la materia smette di essere semplice presenza per farsi simbolo, denso di significato. Architetto per formazione e artista per necessità interiore, Acciarito attraversa linguaggi differenti mantenendo intatta la stessa intensità, che è quella di chi osserva lo spazio con l’attenzione analitica del progettista e, insieme, quella di chi sa sostare sul tempo con la sensibilità sottile del poeta.

La sua storia creativa nasce dentro la disciplina dello spazio. L’architettura ha insegnato ordine, misura, responsabilità verso il territorio. Da qui prende avvio una poetica che guarda alla rigenerazione urbana, alla memoria dei luoghi, alla relazione tra uomo e ambiente. Poi accade qualcosa di ulteriore. Il progetto smette di restare progetto e diventa domanda.

Proprio in questo passaggio si inserisce una delle ricerche più significative del suo percorso progettuale, lo studio di un grattacielo eco-sostenibile sviluppato durante il lavoro di tesi, premiato e presentato in diversi contesti di ricerca architettonica. L’intuizione nasce dall’osservazione dello zampillo d’acqua, un’immagine elementare e potente che diventa matrice formale e concettuale di un’architettura capace di svilupparsi verticalmente come una danza di forme nello spazio, trasformando un movimento naturale in struttura progettuale. Nel processo creativo la forma dell’acqua assume un valore simbolico e progettuale, diventando linguaggio formale e visione sociale. Prima scultura dello spazio, poi architettura, il progetto traduce nella dimensione costruita una riflessione sul valore dell’acqua come bene comune e sulla necessità di ristabilire un equilibrio tra l’uomo e l’ambiente.

In questo slittamento tra materia simbolica e costruzione reale emerge con chiarezza uno dei nuclei più autentici della ricerca di Acciarito, là dove la dimensione progettuale si apre a una riflessione poetica e la pratica artistica diventa luogo di elaborazione di visioni capaci di interrogare il futuro. È dentro questa prospettiva che la forma, nel lavoro dell’artista, supera la semplice funzione costruttiva per diventare codice espressivo.

Dietro la geometria rigorosa e la misura solo apparentemente neutra dello spazio, la struttura si trasforma in un vero e proprio linguaggio simbolico. La forma, sospesa in un equilibrio sottile tra rigore e intuizione, dischiude così varchi di senso che invitano a una lettura più ampia e articolata, là dove pensiero ed emozione finiscono naturalmente per incontrarsi.

Il bianco entra in scena come scelta radicale, il colore, certo, ma anche dichiarazione di intenti. Qui diventa superficie ricettiva, capace di accogliere la luce e di amplificarne la dimensione quasi spirituale; uno spazio mentale in cui ogni segno trova la propria risonanza. Nelle culture che la sua ricerca attraversa, il bianco conserva una forza sacrale, una presenza silenziosa che continua a parlare di purezza e trascendenza. L’artista assorbe queste sedimentazioni simboliche e le traduce in un linguaggio personale, prossimo a una grammatica essenziale con cui tornare a interrogare, con lucidità e misura, la materia stessa.

 

Le opere scultoree raccontano questo percorso con chiarezza. “Ambito” appare come un organismo armonico, una sfera che richiama il ciclo della vita e la centralità dell’essere umano nel cosmo. I cerchi sovrapposti suggeriscono movimento, equilibrio, continuità tra individuo e universo. Lo spettatore percepisce una calma apparente che nasconde una riflessione più ampia sul fragile rapporto tra uomo e natura.

 

Aeternitas” introduce una dimensione diversa. Il tempo assume volto e verticalità, la figura si allunga verso l’alto attraverso anelli che evocano antiche tradizioni e miti lontani. Qui la scultura sembra custodire una memoria collettiva, un dialogo tra culture, spiritualità e desiderio di permanenza. La materia assume il ritmo di un rito, quasi una preghiera silenziosa affidata alla forma.

 

Anche quando si confronta con la pittura, come avviene in “Medusa”, la forza della ricerca resta intatta. Il corpo femminile emerge come luogo emotivo, in uno spazio sospeso dove la forza si intreccia con la fragilità, dando vita a una bellezza capace di evocare inquietudine. La tecnica mista utilizza la materia senza sottoporla a coercizione, restituendone il movimento e la densità espressiva. Essa sprigiona un’energia che affonda le radici nell’esperienza personale dell’artista e si estende oltre il confine della forma, coinvolgendo chi osserva in una percezione più ampia. Ogni segno trattiene un frammento di vita vissuta, lo trasforma in immagine autonoma, lo offre allo spettatore come testimonianza e come spazio di riflessione, luogo in cui l’introspezione si confronta con la presenza dell’opera.

 

Nelle sculture, la stessa energia torna a manifestarsi in forme archetipiche. Nella prima, la sfera e i cerchi sovrapposti evocano con chiarezza un’idea di ciclicità, di armonia e di centralità dell’uomo nel cosmo. Nella seconda, invece, la verticalità della figura e gli anelli che ne scandiscono il collo alludono al tempo come principio eterno e come traccia di un rituale ancestrale. L’opera si pone davanti allo sguardo dello spettatore, pronta a sollevare domande più che a fornire risposte, e invita a percepire spazio e tempo come esperienza, in cui simboli e materia si fanno strumenti attivi per una  riflessione.

 

In continuità con questo percorso di sintesi tra forma, mito e significato, l’artista amplia recentemente il suo repertorio con “Nike”, scultura in cui il gesto celebrativo diventa cifra poetica. Concepita in omaggio alle trenta medaglie conquistate dalla spedizione italiana alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, la Dea delle Olimpiadi viene trasfigurata in un corpo architettonico, la cui “pelle” è costruita dai cerchi olimpici. Non semplice raffigurazione, ma architettura del gesto trionfale, “Nike” si erge come trofeo stilizzato, dove la mitologia si fonde con il linguaggio contemporaneo e la forma diventa veicolo di vittoria e potenza simbolica. La scultura testimonia come l’autore sappia traslare il mito in struttura, conferendo al gesto celebrativo una densità spaziale e un equilibrio compositivo che risuona con l’intero percorso creativo.

In questa prospettiva risuona con particolare precisione una riflessione di Paul Klee, artista che affermava che l’arte rende visibile ciò che già esiste oltre lo sguardo immediato. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible” . La frase appare sorprendentemente vicina al pensiero poetico di Emanuel Acciarito, il cui lavoro non cerca la descrizione del mondo ma bensì una sua rivelazione interiore.

Tra controllo e sensibilità prende forma un linguaggio che intreccia questi due elementi in un equilibrio armonioso. L’architetto e l’artista convivono senza conflitto, come due voci dello stesso racconto. Da una parte la volontà di armonia, dall’altra la necessità di esplorare zone interiori dove il simbolo prende il posto della descrizione. La sua ricerca dialoga con il presente, con la città, con la responsabilità culturale di chi crea immagini capaci di parlare al futuro.

Resta, alla fine, una sensazione precisa. Le sue opere chiedono tempo, attenzione, silenzio. Invocano uno sguardo disposto a sostare, a lasciarsi attraversare da significati che emergono lentamente. In quella sospensione si riconosce la cifra più autentica del suo lavoro, un’arte che costruisce ponti tra materia e spirito, tra esperienza quotidiana e dimensione archetipica, tra la concretezza dell’architettura e la libertà della visione.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di arte & architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com                

Phone  3477719697

Scroll down for the English text:

True art does not simply narrate the world; more often, it questions it, explores it, and reimagines it through form.

 

This idea clearly frames the trajectory of Emanuel Acciarito, where architectural discipline intersects with thought, and matter ceases to be mere presence to become a symbol, rich with meaning. Trained as an architect and compelled to create as an artist, Acciarito moves across different languages while maintaining the same intensity—the analytical attention of a designer observing space, alongside the subtle sensitivity of a poet attuned to the flow of time.

His creative journey originates within the discipline of space. Architecture has taught order, proportion, and responsibility toward the territory. From this foundation emerges a poetic vision attentive to urban regeneration, the memory of places, and the relationship between humans and their environment. Yet something further occurs. The project ceases to remain merely a project and becomes a question.

It is precisely at this juncture that one of the most significant investigations of his design path unfolds: the study of an eco-sustainable skyscraper developed during his thesis, awarded and presented in various architectural research contexts. The inspiration arose from observing a water jet—an elemental, powerful image that becomes the formal and conceptual matrix of an architecture capable of growing vertically like a dance of forms in space, transforming a natural movement into a structural design. In the creative process, the shape of water assumes symbolic and design value, becoming a formal language and social vision. First a sculpture of space, then architecture, the project translates in the built dimension a reflection on water as a common good and on the necessity of reestablishing balance between humans and the environment.

In this transition between symbolic matter and real construction, one of the most authentic cores of Acciarito’s research emerges, where the design dimension opens to poetic reflection and artistic practice becomes a site for developing visions capable of interrogating the future. It is within this perspective that form, in the artist’s work, transcends mere constructive function to become expressive code.

Behind the rigorous geometry and the seemingly neutral measure of space, the structure transforms into a truly symbolic language. Suspended in a subtle equilibrium between precision and intuition, the form opens pathways of meaning, inviting a broader and more articulated reading, where thought and emotion naturally converge.

White enters the scene as a radical choice—a color, certainly, but also a declaration of intent. Here it becomes a receptive surface, capable of embracing light and amplifying its almost spiritual dimension; a mental space where every mark finds resonance. In the cultures Acciarito’s research traverses, white retains a sacred power, a silent presence that continues to speak of purity and transcendence. The artist absorbs these symbolic sedimentations and translates them into a personal language, close to an essential grammar through which he interrogates matter itself with clarity and measure.

The sculptural works clearly narrate this journey. “Ambito” appears as a harmonious organism, a sphere evoking the cycle of life and the centrality of the human being in the cosmos. The overlapping circles suggest movement, balance, and continuity between individual and universe. The viewer perceives an apparent calm that conceals a broader reflection on the fragile relationship between humans and nature.

“Aeternitas” introduces a different dimension. Time assumes form and verticality, the figure stretching upward through rings that evoke ancient traditions and distant myths. Here the sculpture seems to hold a collective memory, a dialogue between cultures, spirituality, and the desire for permanence. Matter takes on the rhythm of a ritual, almost a silent prayer entrusted to form.

Even when engaging with painting, as in “Medusa”, the strength of the research remains intact. The female body emerges as an emotional locus, within a suspended space where strength intertwines with fragility, giving rise to a beauty capable of evoking unease. Mixed media employs matter without coercion, restoring its movement and expressive density. It radiates an energy rooted in the personal experience of the artist and extending beyond the boundary of form, engaging the viewer in a wider perception. Every mark retains a fragment of lived life, transforms it into an autonomous image, and offers it to the observer as testimony and space for reflection, where introspection confronts the presence of the work.

In the sculptures, the same energy manifests in archetypal forms. In “Ambito”, the sphere and overlapping circles clearly evoke cyclicality, harmony, and the centrality of humankind in the cosmos. In “Aeternitas”, the verticality of the figure and the rings marking the neck allude to time as an eternal principle and as the trace of an ancestral ritual. The work presents itself to the viewer, ready to pose questions rather than offer answers, inviting perception of space and time as experience, where symbols and matter become active instruments for reflection.

Continuing this path of synthesis between form, myth, and meaning, the artist recently expanded his repertoire with “Nike”, a sculpture in which the celebratory gesture becomes a poetic motif. Conceived in homage to the thirty medals won by the Italian team at the 2026 Milan-Cortina Winter Olympics, the Olympian goddess is transfigured into an architectural body, whose “skin” is constructed from the Olympic rings. Not mere representation, but architecture of the triumphant gesture, “Nike” rises as a stylized trophy, where mythology merges with contemporary language, and form becomes a vehicle of victory and symbolic power. The sculpture demonstrates how the artist translates myth into structure, endowing the celebratory act with spatial density and compositional balance that resonates across his entire creative trajectory.

In this perspective, a reflection by Paul Klee resonates with particular precision: the artist asserted that art makes visible what already exists beyond immediate sight. “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible.” The statement appears surprisingly close to Emanuel Acciarito’s poetic thought, whose work does not seek to describe the world but rather to reveal its inner truth.

Between control and sensitivity emerges a language that weaves these elements in harmonious balance. The architect and the artist coexist without conflict, like two voices of the same narrative. On one side, the desire for harmony; on the other, the need to explore interior territories where symbol replaces description. His research engages with the present, with the city, with the cultural responsibility of those who create images capable of speaking to the future.

In the end, a precise sensation remains. His works demand time, attention, and silence. They invoke a gaze willing to linger, to be penetrated by meanings that emerge slowly. In that suspension, the most authentic signature of his work is recognized—an art that builds bridges between matter and spirit, between daily experience and archetypal dimension, between the concreteness of architecture and the freedom of vision.

 

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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ArteSegnalazione Eventi

ANDY WARHOL Ladies and Gentlemen ritorna dopo 50 anni

Ferrara si prepara ad accogliere tra qualche giorno un evento espositivo che si delinea al tempo stesso come celebrazione e rilettura critica di un momento fondamentale della storia dell’arte contemporanea. A cinquant’anni dalla storica mostra Ladies and Gentlemen, la città rende omaggio a Andy Warhol riproponendo, nelle sale di Palazzo dei Diamanti, dal 14 marzo al 19 luglio 2026, una  rievocazione di quel progetto espositivo che negli anni Settanta aveva segnato un passaggio decisivo nella poetica dell’artista.

La mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, ideata e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, con il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum, propone una ricostruzione immersiva della celebre esposizione presentata dall’artista tra il 1975 e il 1976. Il progetto, curato da Chiara Vorrasi, riunisce oltre centocinquanta opere tra acrilici su tela, disegni, serigrafie e fotografie Polaroid provenienti da importanti musei e collezioni private europee e americane, offrendo al pubblico un viaggio articolato nell’universo della ritrattistica warholiana.

Se la stagione più nota della ricerca warholiana era stata dominata dall’immaginario della celebrità — dalle icone cinematografiche come Marilyn Monroe alle figure pubbliche della politica e della cultura di massa — la serie Ladies and Gentlemen rappresenta un significativo spostamento di prospettiva. In questi lavori Warhol abbandona temporaneamente il pantheon delle star internazionali per rivolgere lo sguardo verso una realtà marginale ma carica di vitalità espressiva: quella delle drag queen afroamericane e portoricane della scena underground newyorkese

Il gesto non è soltanto iconografico, ma profondamente concettuale. Attraverso la consueta grammatica visiva fatta di colori acidi, contrasti grafici e reiterazioni seriali, l’artista conferisce monumentalità a figure fino ad allora rimaste ai margini della rappresentazione ufficiale. I volti truccati, le pose teatrali e la sensualità ostentata diventano così strumenti di una nuova narrazione dell’identità, in cui il confine tra autenticità e costruzione performativa appare volutamente instabile.

Ne emerge una galleria di effigi vibranti e seducenti, sospese tra glamour e provocazione, che sembrano anticipare molte delle sensibilità estetiche e culturali del nostro tempo. In queste immagini Warhol coglie infatti il potenziale simbolico della performance di genere e della contaminazione culturale, temi che oggi occupano una posizione centrale nel dibattito artistico e sociale.

La mostra ferrarese non si limita tuttavia a ricostruire l’atmosfera della storica esposizione degli anni Settanta. Accanto al nucleo dedicato alla serie Ladies and Gentlemen, il percorso propone una più ampia ricognizione nell’universo della ritrattistica warholiana, mettendo in dialogo alcune delle immagini più emblematiche prodotte tra gli anni Sessanta e Ottanta. Dalle celebri effigi di Mao Zedong, nelle quali l’iconografia politica viene trasfigurata in oggetto pop, fino ai ritratti di protagonisti della scena musicale e dello spettacolo come Mick Jagger, Liza Minnelli e Grace Jones, emerge con chiarezza la capacità dell’artista di trasformare il volto umano in un potente dispositivo visivo.

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975

Attraverso la serigrafia, la fotografia istantanea e l’uso sperimentale di tecnologie allora emergenti — come la celebre Polaroid — Warhol reinventa infatti il ritratto tradizionale, appropriandosi dei codici della comunicazione di massa e traducendoli in linguaggio artistico. Il risultato è un’immagine che non si limita a rappresentare il soggetto, ma ne amplifica la dimensione simbolica, trasformandolo in icona.

In questa prospettiva, anche gli autoritratti che chiudono il percorso assumono un valore emblematico. L’artista applica a se stesso lo stesso processo di costruzione visiva riservato alle celebrità, mettendo in scena la propria immagine come un simulacro mediatico. Il volto di Warhol diventa così maschera, superficie, segno riproducibile all’infinito.

La rievocazione ferrarese di Ladies and Gentlemen si propone quindi non solo come un omaggio a uno dei protagonisti più influenti del Novecento, ma come un’occasione per interrogare l’attualità della sua ricerca. Le immagini concepite da Warhol negli anni Settanta — tra artificio, spettacolo e identità fluida — sembrano infatti anticipare la cultura visiva contemporanea, in cui la costruzione pubblica del sé e la circolazione globale delle immagini sono diventate elementi centrali dell’esperienza sociale.

 

 

 

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Arte

Un ponte tra Italia e Dubai. Gli spazi espositivi di Alessio Musella tra Home Gallery e galleria esterna

Alessio Musella, art dealer nonché referente e caporedattore per l’area degli Emirati del nostro magazine ContempoArte, ci apre le porte degli spazi che ha progettato e realizzato con passione nel corso degli ultimi cinque mesi. Un progetto articolato che comprende la Home Gallery e una galleria esterna, ambienti destinati a diventare luoghi di incontro e di dialogo per artisti, collezionisti e operatori del settore.

Questi spazi ospiteranno anche il nostro prossimo numero di ContempoArte Magazine , che sarà presentato e diffuso a Dubai attraverso una rete di autorevoli professionisti e protagonisti della scena artistica locale. L’impegno di Musella sta dando vita, con grande determinazione a un vero e proprio ponte culturale tra la scena artistica italiana e quella emiratina. I risultati ottenuti fino ad oggi sono sorprendenti e seguiranno con grande interesse sia il primo allestimento della galleria esterna sia gli incontri e i talk che prenderanno forma all’interno della Home Gallery.

Dubai, osservata da questa prospettiva, rivela per noi una dualità particolarmente affascinante, soprattutto nel confronto tra l’approccio intimo e narrativo della Home Gallery nel Dubai International Financial Centre e quello più istituzionale e museale delle gallerie situate nell’area di Dubai Hills.

Nel cuore del distretto finanziario, la Home Gallery rompe idealmente la “quarta parete” del sistema dell’arte. Non si configura soltanto come spazio espositivo, ma come un vero ecosistema narrativo, dove l’arte diventa esperienza condivisa. L’ambiente è caldo, accogliente e domestico, arredi ricercati, luci soffuse e tappeti selezionati costruiscono un’atmosfera nella quale il visitatore non è più semplice osservatore, ma ospite. In questo contesto l’incontro con l’opera si trasforma in un dialogo personale, un caffè sorseggiato su un divano, una conversazione informale, il racconto intimo del percorso dell’artista che prende forma in un contatto diretto e autentico.

Accanto a questa dimensione raccolta e relazionale, la galleria esterna si presenta invece come un vero tempio della creatività, ispirato ai canoni del White Cube contemporaneo e arricchito dalla forte dimensione di community tipica del contesto di Dubai Hills. Gli ambienti sono ampi, essenziali e quasi eterei. Soffitti alti, una stanza bianca e una stanza nera, illuminate da un sistema tecnico di grande precisione che isola l’opera dal resto dello spazio. Qui il vuoto diventa elemento progettuale, capace di dare respiro al lavoro esposto e di sottolinearne il valore quasi museale, amplificando l’impatto visivo e la forza espressiva di ogni singolo pezzo.

È proprio in questa dialettica tra la dimensione intima dell’abitare e la solennità dello spazio espositivo che si articola una nuova piattaforma culturale, capace di consolidare il dialogo tra la scena artistica italiana e quella mediorientale, aprendo traiettorie inedite di scambio e collaborazione per artisti, curatori e collezionisti.

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My Favourites

Foto 51 e ingiustizia. Ricordando Rosalind Franklin l’8 marzo

La Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo è spesso raccontata attraverso simboli e celebrazioni scontate, ma il suo vero significato sta nel riflettere su quante donne, nella storia della cultura e della scienza, abbiano contribuito in modo decisivo alla conoscenza senza ricevere lo stesso riconoscimento dei loro colleghi. Tra queste figure, una delle più emblematiche è quella della scienziata britannica Rosalind Franklin, la cui ricerca fu fondamentale per comprendere la struttura del DNA.

All’inizio degli anni Cinquanta Rosalind Franklin lavorava al King’s College London, dove studiava la struttura delle molecole attraverso la cristallografia a raggi X. Nel 1952, insieme al suo studente Raymond Gosling, realizzò una fotografia destinata a diventare una delle immagini scientifiche più importanti del Novecento, la cosiddetta “Foto 51”.

L’immagine mostrava un preciso schema di diffrazione che rivelava la struttura elicoidale del DNA. Da quel pattern di luce era possibile dedurre che la molecola era formata da due filamenti antiparalleli avvolti in una doppia elica. Quella fotografia forniva parametri essenziali per definire dimensioni e struttura della molecola. Proprio quei dati sarebbero stati utilizzati da James Watson e Francis Crick per sviluppare il modello della doppia elica del DNA, presentato nel 1953 in una serie di articoli pubblicati sulla rivista Nature.

Il punto controverso riguarda il modo in cui quell’immagine arrivò nelle loro mani. Rosalind Franklin lavorava nello stesso laboratorio di Maurice Wilkins, ma era stata assunta in modo indipendente e non era subordinata al suo lavoro. Quando Maurice Wilkins divenne supervisore di Raymond Gosling, mostrò la Foto 51 a James Watson senza informare Rosalind Franklin. In questo modo un dato cruciale del suo lavoro entrò nel processo di elaborazione del modello del DNA senza che lei ne fosse consapevole.

Da allora gli storici della scienza discutono se Rosalind, lavorando sui propri dati, sarebbe potuta arrivare autonomamente alla definizione completa della struttura della doppia elica.

Nel 1962 il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina fu assegnato a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA. Franklin non fu inclusa in quanto era morta nel 1958, a soli trentasette anni. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la sua morte prematura possa essere stata collegata anche alla lunga esposizione alle radiazioni durante gli esperimenti con i raggi X, condotti in un periodo in cui le misure di protezione erano molto più limitate.

Questa storia è bene ricordarla proprio l’8 marzo perché riflette una dinamica ricorrente che è il il contributo fondamentale di una donna che, a causa di pregiudizi di genere e dinamiche di potere, rimane a lungo in secondo piano nella narrazione ufficiale, mentre i colleghi uomini ricevono visibilità e riconoscimenti.

Oggi la “Foto 51” è considerata una prova sperimentale decisiva nella comprensione della struttura del DNA, ma è anche il simbolo di una vicenda più ampia, che invita a riflettere su come la conoscenza scientifica non venga sempre costruita e attribuita in modo equo, e come il merito di una donna possa essere reso invisibile, appropriato o minimizzato.

Ricordare Rosalind Franklin l’8 marzo significa dunque restituire visibilità al suo lavoro straordinario, ma anche riflettere sulle persistenti disuguaglianze di genere nella scienza e nella società, e sull’importanza di dare riconoscimento a chi lo merita, indipendentemente dal sesso.

 

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Segnalazione Eventi

Silver Soul – Anime d’Argento. Olga Marciano protagonista a Le Stanze dell’Arte

Prosegue il programma de Le Stanze dell’Arte con Silver Soul – Anime d’Argento, appuntamento speciale in calendario sabato 28 febbraio alle ore 18.30 negli spazi di Palazzo Fruscione a Salerno. Protagonista dell’incontro sarà l’artista, organizzatrice e curatrice della rassegna Olga Marciano, che per questa occasione si pone al centro della scena con la sua più recente serie di lavori.

Il progetto, che unisce arti visive, teatro e musica, vedrà la partecipazione dell’attrice Cinzia Ugatti e del musicista e compositore Jacopo Martone, in un dialogo interdisciplinare coerente con lo spirito della rassegna. L’evento sarà accompagnato da un momento conviviale in cui il pubblico potrà sorseggiare tè in perfetta armonia con la poetica delle opere, incentrate proprio sulla reinterpretazione surreale della teiera.

La serie Silver Soul si distingue per una ricerca visiva raffinata e fortemente simbolica, in cui oggetti domestici di uso quotidiano, in particolare teiere e bollitori d’argento, vengono trasfigurati in presenze narrative e psicologiche. Nelle tele dell’artista il metallo lucente diventa superficie di riflessione reale e metaforica. I volti, spesso femminili o infantili, si fondono con l’oggetto in un equilibrio sospeso tra realtà e immaginazione.

La pulizia formale, la resa minuziosa delle texture e il sapiente uso della luce costruiscono composizioni in cui la morbidezza dell’umano dialoga con la precisione metallica. Ne emergono visioni dal carattere surreale e insieme intimista, dove temi come identità, introspezione e trasformazione prendono forma attraverso un linguaggio elegante e riconoscibile. Le figure sembrano abitare le teiere o emergere da esse, suggerendo dimensioni di contenimento e rivelazione, sogno e consapevolezza.

Anime d’argento, come le teiere e i volti eterei che popolano queste nuove tele in progress. Un omaggio alla grazia e alla forza nascosta nelle sfumature, nel silenzio e nella luce riflessa.

Silver Soul si prospetta così come molto più di una semplice presentazione, bensì un vero viaggio emotivo e percettivo, un passaggio di fase nel percorso dell’artista e un tributo alla materia fragile dell’anima, raccontata con lo sguardo lucido di chi ha imparato a osservare il reale in profondità.

La serie apre inoltre a un nuovo e significativo sviluppo espositivo. Il prossimo appuntamento vedrà infatti Olga Marciano protagonista della mostra personale “Sguardi (Looks)”, realizzata con il patrocinio e la firma del collezionista Christian Levett,  e in programma ad aprile presso il British Institute of Florence  a Firenze. Il progetto presenterà opere differenti rispetto alla serie Silver Soul, della quale saranno inclusi soltanto due lavori selezionati.

Un progetto carico di significato e prospettiva, destinato a segnare una nuova tappa nella ricerca dell’artista.

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Interviste

Nel tempo sospeso dello sguardo. La poesia visiva di Willy Indiviglia

Il lavoro di Salvatore Indiviglia, conosciuto artisticamente come Willy Indiviglia, si colloca in uno spazio di confine dove la fotografia si apre alla trasformazione e approda a una dimensione plastica e mutevole. La sua ricerca prende forma da uno sguardo stratificato nel tempo, attraversato da una pratica personale che intreccia l’eredità analogica con una rinnovata tensione contemporanea, in un equilibrio sottile tra perizia tecnica e slancio creativo.

Nelle sue immagini il passato agisce come punto di partenza, uno spazio da interrogare e da rielaborare attraverso stratificazioni visive che amplificano la dimensione emotiva più di quella descrittiva. L’opera finale privilegia la tensione espressiva e lascia emergere aspetti spesso marginali dello sguardo, come l’ombra, il ricordo e la percezione mutevole dell’identità.

La dimensione digitale diventa uno spazio di libertà, una sorta di camera oscura contemporanea in cui l’artista rielabora segni, volti e paesaggi interiori, lasciando che colore e materia visiva costruiscano una narrazione aperta. Le composizioni oscillano tra riconoscibilità e dissolvenza, invitando l’osservatore a soffermarsi e a entrare in un dialogo emotivo con l’immagine.

Ciò che emerge è una ricerca che tiene insieme tecnica e sensibilità. Ogni intervento sembra guidato da un gesto spontaneo e consapevole, dove la sperimentazione diventa linguaggio e la trasformazione dell’immagine riflette un’indagine continua sul tempo e sul sé. Le opere di Indiviglia suggeriscono una metamorfosi visiva e interiore, in cui l’immagine non resta ancorata alla sua funzione descrittiva, ma si lascia condurre verso la visione, mentre la fotografia si apre a una dimensione percettiva più immersiva.

In questa nuova occasione editoriale, dopo le precedenti collaborazioni con il nostro magazine ContempoArte, il suo lavoro si apre a una lettura più approfondita, mostrando un percorso artistico in evoluzione che coniuga osservazione del reale e intensità poetica verso nuove forme espressive.

A chiarire ulteriormente questa ricerca è la conversazione che segue, in cui l’artista ne svela motivazioni e sviluppi.

Il tuo lavoro nasce dalla fotografia, ma si trasforma attraverso l’elaborazione digitale.

Come inizia il tuo processo creativo, dallo scatto all’immagine finale?

 

Quando stampavo in camera oscura sperimentavo la fotografia aggiungendo dei disegni, ma devo ammettere che i risultati non erano soddisfacenti per le mie esigenze. Con l’arrivo del digitale ho recuperato immagini analogiche ed elaborandole con Snapseed sono riuscito a ottimizzare i miei lavori ampliando la mia creatività. Partendo dalla proprietà di un singolo scatto riesco ad ottenere diverse varianti.

Nella fase di lavorazione mi accompagna sempre la musica: quando l’ascolto riesco a provare emozioni e sensazioni che mi accompagnano nella realizzazione dell’opera in esecuzione. L’istinto e la sperimentazione mi danno la possibilità di ricercare elementi da abbinare amalgamando o la drammaticità o la leggerezza.

L’attimo che scorre tra un passaggio e l’altro durante la creazione è unico e irripetibile. Una volta salvato il progetto, sarà impossibile ricrearne uno simile.

 

Usi Snapseed come strumento principale di intervento sulle immagini.

Cosa ti offre questa app in termini espressivi e perché l’hai scelta rispetto ad altri strumenti?

 

Inizialmente utilizzavo dei programmi che non mi permettevano di creare liberamente. Snapseed è un’applicazione che uso con il cellulare, che mi consente di lavorare come se fosse la camera oscura. La sua grandezza deriva dalla libertà che ti lascia nel ricercare esattamente l’effetto che si vuole comunicare. Nessun filtro preimpostato viene inserito.

Le dissolvenze, le trame, le luci, le sfocature che creano la profondità di campo e le texture si intrecciano come desidero, dando forma alla composizione. 

 

 

Hai dichiarato di voler “sconvolgere l’identità dei simboli a te più cari”.

Quali sono questi simboli e che tipo di relazioni personali hai con essi?

Fin da quando fotografavo con le macchine analogiche osservavo tutto quello che mi circondava. Alberi, uccelli, nuvole, strati di vernici, graffiti, murales, …

Sono simboli che scelgo per delle rievocazioni del passato. Queste vengono enfatizzate, sezionate e stravolte con lo scopo di esasperare la proprietà del soggetto, per ricercare altre forme di linguaggio che faranno da sfondo a composizioni future.

Nelle tue opere emerge spesso un dialogo tra passato e presente.

In che modo questi due tempi convivono nelle tue immagini?

 

In fase di lavorazione tento di raccontare una storia. Una fotografia eseguita con una reflex analogica ha una sua impronta definitiva che rimane nel tempo; con le nuove tecnologie riesco a trasformare la stessa immagine, aumentandone la caratteristica visiva ed emotiva e proiettandola ad una nuova espressione più attuale.

Il colore ha un ruolo centrale nel tuo lavoro: sfumature, velature, effetti di “vedo e non vedo”.

Che valore simbolico ed emotivo attribuisci al colore?

L’inizio di un mio lavoro in fase di elaborazione è principalmente l’esasperazione dei colori e delle velature.

È una mia decisione non essere troppo preciso, amo l’imperfezione e di proposito aumento la saturazione, le sfocature e la profondità di campo che in fase di ripresa con un cellulare non è possibile attuare.

L’applicazione mi permette di lavorare sul formato digitale con padronanza e dimestichezza e mi consente di usare le mie dita come pennelli.

Volti e figure appaiono talvolta riconoscibili, talvolta quasi dissolti.

È una scelta legata al tema dell’identità? Cosa vuoi suggerire allo spettatore?

 

Nelle mie opere quando è presente la mia figura in ombra con una leggera trama si tratta di uno studio sulla mia identità. L’ombra rappresenta la mia giovinezza che con il tempo svanisce, mentre nei casi in cui la trama è più visibile c’è una forte volontà di reagire e di sentirsi considerato anche nella vita sociale.

Tutto quello che circonda la mia ombra caratterizzata da colori, luci e trame, rappresenta ciò che amo.

I volti immortalati in un determinato momento conservano l’eternità del tempo. La dissolvenza stimola lo spettatore a scrutare, immaginare, comprendere che cosa vuole comunicare.

Le tue immagini sembrano muoversi tra realtà e visione, tra memoria e trasformazione.

Quanto conta l’istinto rispetto alla progettazione nel tuo lavoro?

 

Quando realizzo le mie opere la musica ricopre un ruolo indispensabile nel processo di creazione: pensieri e immagini mi affiorano magicamente e trasportato dall’istinto, la costruzione del progetto avviene in modo naturale. 

La galleria fotografica diventa una piccola macchina del tempo: scorrendo le immagini, un continuo salto tra passato e presente, rivivo le esperienze vissute e cerco i soggetti da inserire nel nuovo quadro.

 

Che tipo di esperienza desideri che il pubblico viva davanti alle tue opere? Più una lettura razionale o un coinvolgimento emotivo?

 

Per come vengono create le mie opere mi auguro più un coinvolgimento emotivo e che lo spettatore si soffermasse, anche per un attimo, ad osservare in maniera non superficiale.

Nel tuo lavoro l’immagine sembra attraversare una sorta di metamorfosi, passando dall’essere ricordo a visione.

Cosa accade, per te, in questo spazio di trasformazione?

 

In questo spazio di trasformazione rimango sorpreso dalle molteplici sfaccettature che intravedo visibilmente durante la fase di processo. È un momento di estrema libertà interiore in cui posso scegliere esattamente il messaggio che intendo comunicare senza vincoli o restrizioni.

 

Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione della tua ricerca artistica?

 

In futuro vorrei integrare le mie sculture in legno abbinandole e trasformandole in formato digitale e aumentando le possibilità di progettazione.

La mia è una continua ricerca introspettiva e verso tutto ciò che mi circonda.

 

Ringrazio Giuseppina Irene Groccia, che da alcuni anni mi dà la possibilità di far conoscere la mia arte e in questo caso di esprimere il concetto e il lavoro che svolgo.

Salvatore Indiviglia in arte Willy Indiviglia, presente su Instagram con il nome di willy_1960

Nato a Milano.

Da sempre la mia passione principale è la fotografia, seguita successivamente dalla scultura.

Per anni le mie conoscenze si sono evolute con l’apporto della camera oscura  dalla reflex  35  millimetri  fino al medio formato  6 x 6.

Sono autodidatta, terminata la mia vita lavorativa mi sono dedicato ad approfondire il formato digitale.  Utilizzo come camera da ripresa il cellulare e per la post-produzione l’applicazione Snapseed.

Sono di natura un osservatore, mi piace ricercare attentamente nuovi linguaggi espressivi.

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Artisti

Manent. Ilaria Pisciottani

 

«Non possiamo conservare ogni istante,

ma possiamo renderlo immortale

nella memoria che scegliamo di custodire.»

 

Roland Barthes

— parafrasando la riflessione di Roland Barthes sulla fotografia come traccia della nostra esperienza vissuta.

 

L’eco della Camera Chiara di Barthes non è qui un semplice riferimento bibliografico, ma il cardine ontologico su cui poggia M A N E N T.

Il titolo stesso, nella sua asciutta solennità latina, agisce come un monito, esso è il participio presente di ciò che si ostina a restare,  le tracce lasciate dal tempo e dall’esperienza nell’interiorità di chi le vive.

Nella serie fotografica di Ilaria Pisciottani, questo concetto si materializza in immagini che sono al contempo testimoni di ricordi personali e strumenti di introspezione estetica. Non si tratta di fotografia documentaristica, ma di una fotografia d’autore che trasforma l’esperienza vissuta in linguaggio visivo, traducendo episodi, gesti, abitudini e persone care in segni emotivi visibili. La sua opera è un’archeologia dell’intimo che scava sotto la superficie del visibile per estrarne il “permanente”.

Ogni opera di M A N E N T nasce da un’elaborazione personale, la post-produzione non è un semplice intervento tecnico, ma una forma di scrittura emotiva, attraverso cui l’artista ri-abita l’immagine, dando corpo e colore alla propria memoria. In alcune opere, la scelta di viraggi cromatici decisi e saturazioni forti rimanda a influenze pop, pur restando coerente con la sensibilità dell’artista, creando campi di visione e immaginazione che sorprendono e risvegliano la memoria dello spettatore. Un intervento tecnico che sa di necessità semantica, che ne altera i contorni per fedeltà al sentimento piuttosto che all’ottica. Eppure, il fotogramma originario resta lì, sottotraccia, come un’ossatura etica che impedisce alla memoria di scivolare nell’astrazione pura, mantenendo vivo il dialogo tra l’oggettività del «ciò che è stato» e la soggettività del «ciò che sento».

La serie si distingue per la sua intimità emotiva. Ogni fotogramma è un tassello di un racconto più ampio, un frammento di esperienza esperienziale e affettiva che si accumula nel tempo e nella memoria come un reperto affettivo. La sensibilità dell’artista è percepibile in ogni dettaglio, gli sguardi, i gesti, le presenze care smettono di essere soggetti per divenire correlativi oggettivi di un paesaggio interiore. In questo processo, il dato quotidiano subisce una vera e propria trasfigurazione, elevandosi a testimonianza poetica. La prassi narrativa dell’artista scardina la funzione mimetica della fotocamera, la sua opera trasmette frequenze emotive, in cui l’immagine descrive ed evoca il mondo nella sua urgenza più intima e persistente.

Particolarmente interessante appare la gestione dell’autoritratto, che ricorre frequentemente nella serie, ma non come dichiarazione di visibilità o autoaffermazione. Al contrario, il volto e il corpo diventano strumenti diretti di comunicazione, essi veicolano emozioni, stati d’animo e memorie, trasformando l’immagine in un luogo fisico dove l’esperienza individuale assume valenza collettiva. In questi scatti, l’artista si fa medium, prestando la propria immagine per dare corpo a stati d’animo che appartengono a chiunque abbia mai tentato di preservare la memoria del tempo.

Questa serie di Ilaria Pisciottani si delinea come una autentica indagine sulla persistenza del vissuto. Non è un semplice esercizio di conservazione della memoria, ma un tentativo riuscito di renderla operante all’interno dell’immagine. Qui l’intimità smette di essere un fatto privato per diventare il vero codice generativo dell’opera. Ogni frammento visivo, uno sguardo, un gesto appena accennato o anche un oggetto, si trasforma in esperienza materica, qualcosa che si percepisce come concreto davanti agli occhi. In queste opere, la memoria non resta confinata nel passato, ma si fa presenza viva, abita lo spazio dell’inquadratura e instaura un dialogo diretto con chi guarda.

Così, il titolo della serie non è solo un nome, è un principio guida. Con M A N E N T, Ilaria Pisciottani ci consegna una grammatica della visione, dove la fotografia smette di essere semplice “scatto” e diventa sedimentazione. È l’omaggio a quelle tracce che, pur nella loro fragilità di impronte leggere, possiedono la forza immanente di ciò che non può essere cancellato.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

A seguire, il percorso visivo si apre alla voce diretta dell’artista, trasformando l’osservazione in un attraversamento più intimo della serie. Ogni immagine è accompagnata da un breve racconto che ne restituisce la genesi emotiva e il suo contesto personale.

 

 

La spazzola ricorda questo oggetto che per mia nonna era sacro perché era una spazzola di legno di pregio con crine di cavallo di eccelsa qualità e lei ci teneva talmente tanto che nessuno di noi soprattutto i nipoti la toccassero o ci giocassero, perché aveva solo quella. quando poi lei è venuta a mancare e io ho ritrovato questa spazzola sul mobile del bagno ma non c’era più lei mi sono messa a piangere pensando che era sopravvissuta alla mia amata nonna, e per la prima volta mi spazzolai i capelli come a rievocarla, apprezzai tantissimo il modo in cui mi pettino’ i capelli, era diversa dalle spazzole moderne.

Mi venne li in mente fotografarla e nel fotografarla decisi anche che poi sarebbe venuta sempre con me in viaggio in treno in aereo in macchina, tutte cose che con mia nonna non poté mai fare.

Questa è stata la prima fotografia della raccolta; da lì sono nate tutte le altre.

L’opera è oggi parte di una collezione privata, acquisita da un collezionista che vi ha riconosciuto una risonanza emotiva legata a una propria esperienza personale, simile alla mia.

L’immagine di mia nonna Eleonora ventenne negli anni ‘40, arricchita dal colore e dalla scritta Victory vuole narrare e fare immaginare un po’ la sua storia di donna vissuta tra povertà , guerra e lutti, il suo viaggio e il suo riscatto nella vita che seppur difficile è segnata anche da piccole grandi rivincite.

La Fiesta, una semplice merendina, racchiude in sé un tesoro di ricordi legati a mio nonno Fernando.

Ogni giorno, al suo ritorno dal bar, quel piccolo dolce diventava un simbolo di affetto e attesa.

Uscivo sulla strada per osservarlo mentre tornava a casa e lo vedevo avanzare lentamente con il suo passo zoppicante, una conseguenza delle ferite di guerra.

Appena mi scorgeva, un sorriso illuminava il suo volto e agitava la Fiesta in aria, come ad annunciare il suo arrivo e quel piccolo momento di dolcezza della merenda.

Quel gesto, apparentemente banale, era per me un momento magico. Non era solo la promessa di un dolce profumato, ma la certezza di un amore incondizionato. La Fiesta diventava, così, l’emblema di un legame speciale tra nonno e nipote, un istante di pura gioia e tenerezza che custodirò per sempre nel mio cuore.

 

“Fiesta” è la rappresentazione visiva di un ricordo indelebile, di un affetto profondo e di un legame unico che mi unisce al mio amato nonno Fernando.

 

Ciò che rimane

Manent è un progetto fotografico da me ideato, che indaga il legame profondo tra memoria, affetto e il senso di responsabilità verso ciò che sopravvive al tempo.

Con fotografie digitali riviste in stile pop art, questo lavoro indaga oggetti e ricordi di famiglia, immagini che parlano in modo moderno e vivace, dove il colore porta emozioni e racconta una storia.

Questo progetto vuole parlare della dolcezza con cui tutti noi, chi più chi meno, teniamo vicino ed in vita, ciò che ci rimane di una persona cara: un indumento o un accessorio che ha ancora il suo profumo, un oggetto che fa pensare al suo tocco, un gesto che torna alla mente.

Manent racconta del senso di responsabilità di chi rimane, del prendersi cura delle cose, delle storie e dei ricordi che non spariscono con le persone che li hanno vissuti, perché è in questi ricordi che si ritrova il filo che lega le nostre vite.

Le immagini, semplici ma potenti, raccontano di piccoli riti e reliquie familiari: il cioccolatino preferito dal nonno, la merendina portata ogni giorno al nipotino come segno d’affetto, la spazzola di legno pregiato intoccabile della nonna, la fotografia sbiadita sul comò che custodisce i volti di chi non c’è più, dell’atteso fiore che ogni primavera rifiorisce, quello preferito dalla madre, che lo recide in giardino per deporlo davanti alle immagini dei suoi cari scomparsi.

Manent è una riflessione visiva sulla memoria come atto d’amore e di responsabilità: ciò che resta non è solo l’oggetto, ma la cura, il gesto e la volontà di preservare la traccia di chi abbiamo amato, affinché la loro presenza continui a vivere nel tempo.

Ogni primavera, i fiori di campo tornano a colorare i giardini risvegliando in me un’eco lontana, la voce di mia nonna Norina. Appena li vedeva spuntare, i suoi occhi si illuminavano di una gioia semplice e autentica.

Raccoglieva un mazzetto con cura, quasi fossero gemme preziose, e me li porgeva dicendo: “Senti come profumano, che belli che sono!

Vado a metterli davanti -ai mi morti-” e poi li metteva con grazia e amore sul comò della sua camera dove c’erano le foto dei suoi cari defunti.

Quei ‘mi morti’ erano le fotografie dei suoi cari defunti, custodite su una parete dietro il comò della sua camera. Fratelli, cognati, amici… tanti volti segnati dalla guerra e dal tempo, vegliati da un amore eterno.

I fiori di campo, umili e splendidi, diventavano così un simbolo di affetto e memoria, un legame tangibile tra il mondo dei vivi e quello dei ricordi. Il profumo delicato si mescolava alla nostalgia, creando un’atmosfera di serena malinconia.

Ora che nonna Norina non c’è più, continuo a raccogliere quei fiori ogni primavera. Li fotografo, cercando di catturare la loro essenza effimera e la forza dei ricordi che evocano. Ogni scatto è un omaggio a lei, al suo amore incondizionato e alla sua profonda umanità.

La fotografia, in questo caso, diventa un modo per perpetuare una tradizione, per tenere vivo il legame con il passato e per condividere con gli altri la bellezza di un gesto semplice, ma intriso di significato. È un modo per dire: ‘Nonna, ti ricordo, ti amo, e i tuoi fiori continuano a profumare la mia vita’.

Spero che queste foto ispirino anche altri a riscoprire la bellezza delle piccole cose, a onorare i propri cari e a trovare conforto nella natura che ci circonda. I fiori di campo di nonna Norina continuano a fiorire, portando con sé un messaggio di speranza e amore eterno.

 

La storia della fotografia dei fiori di campo, tanto amati da nonna Norina, è un racconto intimo di amore, perdita e memoria.

Un tributo alla sua figura e un modo per perpetuare una tradizione piena di significato. Che queste immagini continuino a diffondere il suo profumo e il suo amore.

Gli abiti in questa foto non sono semplici indumenti. Sono frammenti di un passato prezioso, testimoni silenziosi di vite vissute e di momenti indimenticabili.

Non erano abiti di tutti i giorni, consumati dalla routine. Questi erano i vestiti ‘della festa’, quelli che si indossavano con cura e trepidazione per le occasioni speciali: matrimoni, battesimi, la domenica in famiglia.

Ora, questi abiti appartengono a chi non c’è più.

Le mani che li hanno cuciti, indossati, ammirati, non possono più stringerli. Eppure, essi rimangono, custoditi con amore e rispetto negli armadi di chi li ha ereditati. Sono reliquie, oggetti sacri che evocano ricordi e sentimenti profondi.

Ogni tanto, l’armadio si apre e questi abiti vengono tirati fuori.

Le dita scorrono sui tessuti, riconoscendo la trama, il profumo lieve di naftalina e di un tempo lontano.

In quel momento, le persone care che non ci sono più sembrano più vicine, il loro spirito rivive tra le pieghe di un abito che ha fatto parte della loro storia.

È un modo per abbracciare il passato, per onorare la memoria di chi amiamo e per sentirci, ancora una volta, parte di un legame indissolubile.

Questi abiti non sono solo tessuti e fili. Sono emozioni, ricordi, un’eredità che va ben oltre il valore materiale. Sono un ponte tra generazioni, un modo per mantenere viva la fiamma del passato e per tramandare storie che altrimenti andrebbero perdute. Conservarli è un atto d’amore, un modo per dire ‘non vi dimenticheremo’.

 

 

Ogni fotogramma è un tassello di un racconto più ampio, un frammento di esperienza esperienziale e affettiva che si accumula nel tempo e nella memoria come un reperto affettivo.

 

La sensibilità dell’artista è percepibile in ogni dettaglio, gli sguardi, i gesti, le presenze care smettono di essere soggetti per divenire correlativi oggettivi di un paesaggio interiore. In questo processo, il dato quotidiano subisce una vera e propria trasfigurazione, elevandosi a testimonianza poetica.

 

 

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Sotto i cieli della Calabria - Rubrica di Franco Emilio Carlino

Le tende verdi di Bagnara

 

Sotto i cieli della Calabria è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.

Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.

Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.

 

 

di Franco Emilio Carlino

In questa storia, ciò che affonda e ciò che cresce finiscono per riconoscersi come fanno i rami che arrivano a intessersi con le radici. Zia Carmela aveva mani che sapevano di terra più della sua voce e silenzi che trattenevano gesti imparati troppo presto senza ricorrere ai libri. La sua voce si intreccia a quella di Gabriele, ragazzo del Nord, che arriva in cerca di qualcosa che non sa definire. Tra loro, i pergolati, in maniera discreta, facevano da ponte tra chi tace e chi ha bisogno di ascoltare. In un angolo di Calabria dove il mare respira forte e le voci sanno aspettare, il passato e il presente si sfiorano senza rumore. Tra i passaggi, anche Rossano – già noto in altri racconti di questa raccolta – fa capolino, legando le storie con la sua presenza silenziosa e sapiente.

A Bagnara, il sole al suo sorgere sparge luce in tutte le direzioni, come se avesse le chiavi del paese: si adagia piano sulle pietre calde, scivola tra i vicoli, sfiora le pareti come un visitatore distratto. I pergolati, pazienti e nodosi, parevano la conclusione di un lungo negoziato tra foglie e mani. Meravigliosamente intrecciati, rompevano la luce in frange irregolari che sembravano scivolare giù dai terrazzi come cortine di foglie verdi e fitte di grappoli pendenti in attesa della raccolta. 

     Lì, tra quelle strade dove l’aria sa di sale e mosto, abitava Zia Carmela, una donna che aveva una straordinaria calma di rivolgersi alle viti, come fa una mamma che parla con un figlio.

     Ogni mattina, prima che il paese si svegliasse davvero, la si vedeva salire su una piccola scala di ferro battuto per controllare le viti. «Sono stanchi, questi tralci», diceva a voce bassa, accarezzando le foglie. «Ma se gli parli bene, ti danno l’uva come se fosse la prima volta». Non era un rito, ma una delicata e premurosa abitudine. 

     Quel settembre il cielo era limpido, e la vendemmia prometteva bene. La quiete fu interrotta dall’arrivo di Gabriele. Era un ragazzo del Nord, arrivato da solo. Diceva di cercare il paese della nonna calabrese, ma nessuno gli chiese di più. Bastava guardarlo mentre osservava le facciate rovinate dalla presenza di fenditure, mentre toccava i muri con la mano aperta, mentre le sue dita seguivano le crepe alla ricerca di ricordi. Aveva gli occhi preoccupati e un notes che riempiva di schizzi rapidi, appunti e spazi lasciati vuoti come fossero altri pensieri.

     Un giorno si fermò sotto il pergolato di Carmela. Restò lì, in piedi, a guardare le foglie che si muovevano lente, accarezzate dal vento, proiettando le loro ombre sulla parete.

   «È vero che qui i pergolati hanno una voce?» chiese, senza voltarsi.

    Carmela smise di spazzare e si appoggiò alla scopa.

  «Se ce l’hanno, è perché li abbiamo ascoltati per primi. Non parlano con tutti. Devi meritartelo». 

     Gabriele sorrise, ma non rispose. Rimase lì, sotto quel pergolato dove l’uva maturava, mentre quelle parole, accompagnate dai suoi pensieri, trovavano posto nella sua mente per essere custodite.

     Nei giorni seguenti lo si vide spesso passeggiare per il paese, fotografare, disegnare. A volte si fermava a parlare con gli anziani seduti al bar. Altre, semplicemente ascoltava.

     Una mattina, Carmela trovò sul suo muretto un foglio. Sopra c’era scritto: «Qui le viti trattengono nomi, e i muri non perdono quanto li ha sfiorati. Ho scoperto legami che non pensavo di avere, e non tutti sono sotto terra». Lo lesse più volte, poi versò un sorso di vino in un bicchiere e lo alzò verso il mare. 

   –Va’ in pace, figliólu. Che le foglie ti facciano strada quando non saprai dove andare.

     Da quel giorno, ogni volta che qualcuno si fermava sotto quel pergolato, Carmela raccontava la storia del ragazzo venuto da lontano. Lo faceva con la calma di chi sa che certi racconti hanno bisogno di maturare come il vino. E chiudeva sempre con le stesse parole: «Non è il dono a fare la differenza. Conta ciò che lasci crescere nel tempo, non ciò che ricevi. Siamo noi a decidere se farne memoria».

     Il tempo passò. Gabriele non tornò. Ma il suo nome cominciò a circolare tra i racconti della piazza. Si diceva che stesse scrivendo un libro. Qualcuno sosteneva che avesse trovato l’amore di una ragazza su una montagna e che provasse, invano, a ricreare un pergolato come quello di Bagnara.

   –I pergolati del Nord sono ordinati – diceva Carmela – ma gli manca l’aria che qui si mischia al sale e porta notizie dagli scogli.

     Rideva, con le rughe piegate dalla fatica e dal sole e aggiungeva: «a Bagnara niente finisce: le cose cambiano, maturano, come l’uva che aspetta il suo tempo».

     Quando arrivava la festa della Madonna del Carmine, la via sotto il pergolato si accendeva di luci e profumi, e Carmela preparava un tavolo sotto i tralci. Invitava tutti: vicini, bambini, chi passava per caso. Serviva vino, pane, racconti. Sempre la stessa storia. Sempre con parole nuove.

   –Vedete – diceva ai bambini, indicando il pergolato – questo non è solo un intreccio di foglie. È il tetto che il paese si costruisce quando il cielo diventa troppo forte, un posto che il vento non attraversa mai per sbaglio. È ombra che consola, è pane.

     Una nipotina le chiese un giorno chi fosse davvero Gabriele. Carmela ci pensò un attimo, poi rispose con voce ferma:

«Uno che ha avuto il coraggio di ascoltare».

     In quel momento, il vento mosse le foglie della pergola. Sembrava un cenno.

     Pochi giorni dopo passò Rossano. Era in visita ai parenti, con un taccuino e tanta curiosità. Si fermò lì, sotto i tralci, e ascoltò in silenzio il racconto di Carmela.   

     Quando lei ebbe finito, lui chiese: «E tu, Carmela, cosa racconti alle viti, quando non c’è nessuno ad ascoltare?» 

     Lei sorrise appena, guardando le foglie. «Racconto ciò che non voglio dimenticare. E loro lo custodiscono meglio di chiunque». 

     Rossano annuì. – Allora è vero: certe storie si piantano, e poi crescono. Si allontanò, lasciando nel cortile una vibrazione breve, come dopo un passo pesante. Questa storia la porto con me. Alcune voci parlano anche a chi viene da lontano. 

     Da allora, ogni tanto, tra le foglie dei pergolati si sente un brusio sottile, come un nome detto a mezza voce.

     Qualcuno dice sia il vento. 

     Qualcuno pensa sia un pensiero che non trova posto altrove, come i ricordi. 

     Ma Carmela sorride. Perché sente che qualcosa, tra quei rami, ha deciso di rimanere.

Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.

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Interviste

“Le mie donne mi assomigliano tutte”. Conversazione con Mirella Bitetti

È sottile ma tenace l’energia che si sprigiona dall’opera di Mirella Bitetti, un’energia che sembra provenire da un tempo sospeso, capace di muoversi tra la misura e la disciplina della tradizione pittorica e la modernità dei suoi soggetti. È un’energia capace di parlare tanto a chi crea oggi quanto a chi, in epoche lontane, ha interrogato il corpo e l’immagine con la pittura. Ogni epoca trova il proprio linguaggio, e oggi Mirella Bitetti ne è una delle interpreti più intense.

Lo è con la pittura, e soprattutto con quella particolare alchimia tra immagine e luce che genera il suo lavoro. Il suo gesto né impetuoso né dichiaratamente espressivo, rimane misurato, preciso, quasi trattenuto, e proprio per questo animato da un’invisibile risonanza. Mirella assorbe questa energia e la restituisce in figure femminili che emergono dalla penombra, attraversate da tagli di luce netti e improvvise accensioni di rosso. Un’energia che scorre sotto la pelle della tela, nei neri profondi e nei bianchi abbaglianti che modellano i corpi senza mai invadere la superficie.

Sarebbe sbagliato ridurre il suo lavoro a un semplice esercizio di iperrealismo fotografico, così come sarebbe riduttivo parlare solo di suggestioni caravaggesche. Vi è una pittura che imita la fotografia, vi è una pittura che la subisce, e vi è una pittura, come quella della Bitetti, che la usa come matrice per andare oltre. In lei l’immagine fotografica è guida e disciplina, ma non gabbia, essa diventa piuttosto un punto di partenza da cui la pittura prende slancio, trasformando il dato visivo in presenza psicologica.

Fotografia di Giada Rochira

 

Diversamente dal gesto istintivo dell’action painting o dall’automatismo surrealista, il suo segno è meditato, quasi architettonico nella sua precisione. Le sue donne, che potrebbero apparire come semplici oggetti da contemplare, si trasformano invece in occhi attenti che scrutano il fruitore, lo misurano, ne sondano la soglia di comprensione, lo mettono in crisi con la loro quieta, implacabile intensità. È un gioco sottile, che trasforma il gesto pittorico in un vero e proprio dialogo attento, facendo del suo lavoro non tanto una pittura di figura quanto, più profondamente, una pittura di sguardo, un invito a confrontarsi con ciò che il corpo comunica senza parlare.

Colpisce quanto il lavoro di Mirella Bitetti sia al tempo stesso radicato in una sensibilità mediterranea e proiettato verso un orizzonte universale: le sue figure appartengono a un tempo sospeso, quasi cinematografico, nutrito di suggestioni neorealiste, e al contempo custodi di un linguaggio comprensibile ovunque. Le sue donne, crisalidi o farfalle, portano con sé il peso del passato e la promessa della metamorfosi, rivelando una femminilità complessa, mai pacificata, sempre in trasformazione.

E, in fondo, resta sottile ma tenace l’energia che l’autrice trae dalle sue terre di Ginosa, sospese tra il sole abbagliante della Puglia e le ombre lunghe dei vicoli. Un’energia antica, intrisa di silenzi, gesti quotidiani, pane caldo e sedie di paglia lasciate davanti alle case, che l’artista custodisce e trasforma in pittura. Ma le sue donne non appartengono a quel mondo di memorie locali: emergono dalle tele come presenze avvenenti, urbane, metropolitane, portatrici di una sensualità e di una consapevolezza che trascendono il tempo e il luogo. È questo equilibrio tra ricordo intimo e visione cosmopolita che rende il suo sguardo pittorico così potente: un filtro attraverso il quale il personale diventa universale, e la memoria diventa esperienza emotiva condivisa, pulsante negli sguardi delle figure che crea.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

 

 

Il tuo percorso artistico è iniziato con una forte sperimentazione sui materiali e sulle tecniche. Quali sono state le influenze principali che hanno segnato la tua evoluzione stilistica?

Per un pittore la ricerca è fondamentale, in quanto  permette una sorta di evoluzione, sia concettuale che tecnica. Si è sempre alla ricerca affannosa di superarsi, di andare oltre a quello che si è già realizzato. Ho sempre guardato i grandi maestri del passato, che inevitabilmente hanno esercitato un’ influenza profonda e continua sulla mia arte. Il passato contribuisce alla formazione di un artista. Ho guardato Caravaggio per il suo realismo e quel taglio di luce che permette di tirare fuori le sue figure da una totale oscurità. Ho osservato, in maniera quasi maniacale le dame di Boldini per la loro eleganza e sensualità.

 

 

La figura femminile è al centro della tua poetica. Cosa rappresenta per te la donna e come riesci a trasmetterne la complessità attraverso la tua arte?

La domanda più frequente che mi viene posta è “perchè una donna dipinge le donne”. Storicamente  la figura femminile è sempre stata ritratta da pittori uomini che l’hanno rappresentata con uno sguardo da uomo, trasformandola solo in un oggetto da ammirare. Noi donne, rappresentiamo il corpo femminile nella sua cruda realtà, cercando di andare oltre, rappresentando l’identità e lo stato psicologico del soggetto. Le mie donne sono cresciute con me, da aggressive e irriverenti nella prima fase a donne mature e consapevoli nel restante percorso.

 

Nei tuoi ultimi lavori hai introdotto le ali di farfalla, un simbolo potente di rinascita e trasformazione. Cosa ti ha spinto verso questa scelta e che significato ha per te il concetto di metamorfosi?

L’elemento delle ali, soprattutto su una figura femminile, viene spesso identificato come simbolo di libertà. Nel mio caso, tengo a precisare, che sono un simbolo di rinascita, di cambiamento, di passaggio da uno stato larvale ad uno di consapevolezza. Una trasformazione sofferta e vissuta in silenzio e solitudine . Le ali rappresentano quindi, il risultato complesso di un processo di trasformazione. Con l’aggiunta delle ali, sono cambiati anche gli sfondi, che ho riempito con la foglia oro, aggiungendo preziosità e luce all’opera.

 

 

Il nero è un colore che non può mancare nelle tue opere. Qual è il suo ruolo nella tua visione artistica e che valore simbolico assume nei tuoi dipinti?

Renoir lo ha definito ” il principe dei colori “. Mi affascina da sempre la sua profondità e la sua eleganza. Non potrebbe mai esistere una mia opera senza il nero. Il nero fisicamente è l’assenza di luce, ma in realtà agisce come un esaltatore di essa.

 

 

 

 

 

Il corpo femminile nelle tue opere non è solo oggetto di osservazione, ma diventa un soggetto che guarda e interagisce con lo spettatore. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questa scelta compositiva?

I canoni di bellezza nell’arte, con il tempo si sono trasformati. Se una volta il ventre rotondo di una modella poteva essere simbolo di fertilità, di nido che accoglie la vita, ora si predilige il corpo snello e atletico, simbolo di disciplina e cura di sè. L’involucro che uso per le mie figure è sicuramente ruffiano, ma è un ottimo “trascinatore” affinchè si vada oltre l’apparenza e si riconoscano gli stati d’animo che ogni figura trasmette.

 

 

L’uso della luce e della monocromia, con accensioni improvvise di rosso, è una caratteristica distintiva del tuo stile. Come lavori con questi elementi per creare l’atmosfera delle tue opere?

Sin dai tempi del liceo, il chiaroscuro è stato un esercizio continuo, tanto da averlo utilizzato anche sulle opere pittoriche. Tralasciando la matita (mia compagna fedelissima) e avvicinandomi a tecniche come l’olio, ho sentito l’esigenza di aggiungere un colore che rafforzasse questa base neutra che è il monocromo. Con l’aggiunta del rosso (colore che mi appartiene come il nero) ho creato una sorta di comunicazione ed empatia immediata con il fruitore. Con il rosso ho trasmesso sentimenti come rabbia, passione, dolore.

 

Il ritratto, nella storia dell’arte, è sempre stato un mezzo di indagine psicologica oltre che estetica. In che modo nei tuoi lavori cerchi di cogliere non solo l’aspetto esteriore, ma anche l’anima dei tuoi soggetti?

Non credo di dire una banalità quando affermo che ” gli occhi sono lo specchio dell’anima”. E’ lo sguardo che fa il ritratto. Gli occhi utilizzano una comunicazione non verbale diventando devi veri specchi dell’anima. Titolo che ho utilizzato per una personale nella galleria Teknè di Potenza, dove ho esposto solo volti di grandi dimensioni. Dipingere la figura femminile e nello specifico i volti, non è cosa facile in quanto trovarsi in casa un volto che ti fissa è come ospitare un estraneo, se quel volto non ti appartiene. Quindi è importate avere la capacità di tirare fuori da quei volti degli stati d’animo dove il fruitore si riconosce.

 

Spesso il tuo stile viene accostato all’iperrealismo e alla fotografia. Ti riconosci in questa definizione o pensi che il tuo lavoro vada oltre questa etichetta?

La fotografia mi ha dato tanto, I tagli netti che spesso utilizzo sono studiati da tecniche fotografiche. La foto aiuta a captare velocemente le zone d’ombra che con la pittura riesco ad ammorbidire. I soggetti sono foto che ,a volte scatto personalmente, altre volte trovo nel web e trasformo. A differenza del ritratto che deve risultare molto più veritiero. Non parlerei di iperrealismo, ma di realismo. Non a caso, tra i grandi maestri del passato, ho guardato con molto interesse Caravaggio.

Nel tuo percorso hai esposto in numerose gallerie e fiere d’arte. C’è una mostra o un evento che ha rappresentato un momento particolarmente significativo per la tua carriera?

Come spesso consiglio a chi si avvicina al lavoro di artista, le fiere nel percorso lavorativo  sono importantissime. La fiera d’arte è una vetrina sul mondo. Non troverai mai un posto con così tanti galleristi concentrati in un unico ambiente. Questo ti permette di sponsorizzare il tuo lavoro e farti conoscere. Di personali ne ho fatte tante, ma non dimenticherò mai la mia prima esposizione. Era un locale difronte ad una chiesa, dove entravano ed uscivano velocemente solo preti e suore. All’epoca le mie figure risultavano più irriverenti e meno vestite. Un solo prete a differenza degli altri espesse un parere. Con un tono accusatorio e rigido, mi consigliò di dipingere in ginocchio come il Beato Angelico.

 

 

Una cosa che mi ha colpito molto è la tua decisione di non firmare le opere. Dici che la tua più grande soddisfazione è essere riconosciuta comunque. Questa scelta nasce dal tuo bisogno di discrezione, o dal desiderio che siano i tuoi dipinti – e soprattutto le tue donne – a raccontarti al mondo? Come vivi questo equilibrio tra visibilità e riservatezza?

Non credo che sia discrezione, ma è una piccola presunzione che mi sono concessa. Un artista deve essere riconoscibile, e se questo avviene, la firma risulta superflua. Oltre a questo, vedo la firma antiestetica , quasi una macchia che disturba un intero lavoro. Questo non toglie che per esigenze di mercato le tele sono tutte firmate con autentica sul retro e sul certificato di autenticità.

 

Hai detto che potresti aprire uno studio a Milano, ma che lì perderesti le sfumature quotidiane di Ginosa: la sedia di paglia fuori casa, il pane caldo, i dettagli della vita pugliese. Quanto pesa questo paesaggio umano e sensoriale nella costruzione delle tue donne, che pure sembrano senza tempo e quasi cinematografiche? Diresti che il tuo lavoro è più “radicato” o più “universale”?

Si, abbiamo parlato di questo un po di tempo fa. In effetti non riuscirei a vivere lontano dai luoghi dove sono cresciuta, mi mancherebbe la mia terra, il calore della gente del sud, i posti che frequento. L’ambiente mi condiziona molto, soprattutto sull’umore. Non sempre il dolore è catalizzatore di creatività .

 

 

Nei tuoi dipinti il corpo femminile non si offre allo sguardo, ma lo restituisce, spesso da una penombra che sembra proteggerlo: quanto di questo “sguardo che guarda chi guarda” nasce dalla tua sensibilità di donna e dal tuo vissuto personale?

Le mie donne mi somigliano quasi tutte a livello caratteriale. Se qualcosa non l’hai vissuta non puoi raccontarla.  Mantenere lo sguardo ha infiniti significati. Cercare connessione emotiva, può anche indicare sfida, rabbia, intimidazione, dipende tutto dal contesto. Ho dipinto pochissime donne con lo sguardo basso.

 

 

 

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Bitetti Mirella

Mirella Bitetti nasce a Ginosa (TA). Dopo gli studi umanistici consegue la maturità artistica. Inizia le sue esperienze attraverso la sperimentazione e la ricerca nei materiali e nelle tecniche. Allestisce personali e collettive con successo di critica e di pubblico. Nell’opera di M. Bitetti c’è il senso pieno di una femminilità che si avvolge nella dilatata valenza della seduzione. Il corpo non è oggetto che si esibisce allo sguardo ma è protagonista dell’evento in quanto “guarda” esso medesimo il fruitore inducendolo ad entrare nell’universo dei pensieri che pulsano nell’intellettualità e nella sensibilità femminile. Ci accorgiamo che tali protagoniste ci giudicano da una penombra costruita sapientemente coi tagli netti di luce da una monocromia che accetta solo l’accensione improvvisa del rosso che sa di ferita di passione di trasgressione. Nella pittura di M. Bitetti esiste un segno prefigurato di natura fotografica che si impone come guida ineludibile alle espressioni figurali e ne condiziona i valori pittorici. L’immagine è esasperata di proposito in quanto è obbligata ad assumere valore di modello da non cancellare nelle impostazioni generali del dipinto e neanche nei particolari anatomici della figura femminile che vi assolve il ruolo di protagonista in un ottimo bianco e nero. Col tempo vi è stata una evoluzione artistica, una maturità acquisita . Le sue donne, inizialmente irriverenti, arrabbiate, strafottenti come pose ed espressione, si evolvono e trasformano. Così sono nate le sue recenti donne farfalla.Le ali non sono simbolo di libertà, ma la presa di coscienza che ogni bruco diventa farfalla. Che ogni donna si trasforma. Quelle ali appartengono all’intimo femminile. Possono essere trasformazione, rinascita ,coraggio. Consiglia a tutte le donne di infilare quelle ali, perchè possono diventare la nostra forza.  Attualmente vive e lavora a Ginosa.

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Artisti

Trame in Movimento. Il Pensiero Tessile di Teresa Saviano

Il Gran Ballo dei Frammenti nell'Estetica del Recupero di Teresa Saviano

Ancor prima di farsi immagine o figurazione, il tessuto nell’opera di Teresa Saviano si configura come tempo reso tangibile: un sedimento di prassi, un deposito di gesti e tracce rievocative che attendono l’atto creativo per essere sottratte all’oblio e riattivate in un nuovo orizzonte di senso. È entro le coordinate di questa consapevolezza che si dipana la sua ricerca, inscrivendosi nel perimetro della Fiber Art contemporanea non come adesione a un canone stilistico precostituito, ma come un’imperativa necessità ontologica.

Alla base del suo operare risiede un nucleo generativo, un’idea-matrice che si rifrange in una pluralità di morfologie, capace di tradursi in un’indagine serrata sulla dialettica tra memoria e sostanza. In questo contesto, il tessuto smette di essere esclusivamente un supporto inerte per assurgere a dispositivo conoscitivo, una superficie eloquente e attiva attraverso cui l’artista scandaglia le stratificazioni del reale e i territori più reconditi e ambivalenti delle geografie interiori.

La materia tessile diventa così un palinsesto di vissuti, dove ogni trama e ogni innesto materico fungono da catalizzatori di una riflessione profonda sulla persistenza dell’essere nel divenire delle forme.

Ciò che caratterizza il suo percorso è un’inquietudine sperimentale controllata, che la porta a interrogare continuamente le potenzialità dei materiali e delle tecniche. Il suo fare artistico si muove tra polarità apparentemente inconciliabili: macrocosmo e microcosmo, gesto istintivo e riflessione analitica, spontaneità e progettualità. In questo senso, l’artista opera come una mediatrice tra opposti, decifrando il reale attraverso il filtro della materia tessile, che diventa specchio del nostro modo di percepire e ricordare.

La sua scelta di un linguaggio non ortodosso, che accosta tessuti di recupero, cuoio modellato a caldo, stampe a getto d’inchiostro su fibra e assemblaggi stratificati, riflette quella fusione di tecniche e materiali che è ormai il cuore della ricerca visiva contemporanea. Per l’artista, tale pluralità di tecniche non è un esibizionismo tecnico, ma uno strumento del pensiero: ogni procedimento è funzionale a un’idea, ogni gesto risponde a un’urgenza interna dell’opera.

Nel suo lavoro non vi è improvvisazione gratuita. Il recupero del cosiddetto deadstock dell’alta moda non è semplice pratica ecologica, ma atto etico e poetico. Il materiale scartato viene reimmesso in un nuovo ciclo di significato. La seta, il velluto, il cotone e il cuoio diventano così pagine di un archivio sensibile, in cui ogni frammento porta con sé tracce di storie precedenti. Lungi dal cancellare l’identità pregressa dei tessuti, l’autrice sceglie di esporla, facendo sì che il vissuto della materia diventi memoria condivisa.

 

Con una sorprendente varietà di approcci, una vera e propria “impollinazione incrociata di linguaggi”, l’artista ci conduce dentro un sistema di immagini in cui emozione e concetto procedono di pari passo. Come direbbe Merleau-Ponty, il suo cammino creativo non è dispersione, ma approfondimento di un unico solco, quello di indagare le relazioni tra materia e ricordo. Da anni Teresa Saviano scandaglia questo terreno, tessendo un racconto che unisce coscienza e affettività.

Il cuore, motivo ricorrente nella sua produzione, non è un semplice emblema sentimentale ma un vero e proprio dispositivo simbolico e conoscitivo. In esso si condensa la spinta vitale tra l’esperienza del singolo e il respiro universale, in un equilibrio costante tra fragilità e forza. L’artista lo costruisce con una precisione quasi anatomica, i fili si diramano come vene e capillari tracciando una mappa minuziosa di pulsazioni, una trama in cui l’organico si fa tessile e il tessile si fa corpo vivente. In questa resa meticolosa, quasi scientifica, nulla è lasciato al caso, ogni intreccio, ogni nodo, ogni sutura allude al sistema circolatorio della vita, a quel reticolo invisibile che sostiene l’esistenza. Eppure, dentro questa rigorosa architettura, l’autrice lascia volutamente spazio a ciò che non può essere interamente catturato dalla forma, un’eccedenza emotiva che abita gli interstizi del tessuto e trasforma il cuore non solo in un oggetto costruito, ma in un vero e proprio luogo di esperienza sensibile. Tra le maglie fitte dei fili scorrono respiro, desiderio e vulnerabilità. Così, il suo cuore oscilla tra corpo e metafora, è materia concreta e, al tempo stesso, territorio del sentire, zona di passaggio in cui il razionale e l’affettivo si intrecciano e si rispecchiano. In questa ambivalenza risiede la sua forza filosofica, poiché il fulcro dell’opera si fa criterio di misura del vivere, punto di equilibrio tra ordine e tumulto, tra necessità formale e l’imprevedibilità dei sentimenti che la attraversano.

Accanto ai grandi cuori, alcune rappresentazioni assumono la forma di piccole installazioni, con elementi e materiali applicati alla superficie che si protendono oltre il quadro creando un’interazione tra piano pittorico e profondità spaziale, rendendo l’opera tridimensionale e prossima all’installativo. Un microcsomo in cui la fibra si espande nello spazio e richiama presenze che abitano l’ambiente circostante.

Questo piccolo mondo tridimensionale non esaurisce la ricchezza della sua poetica. Nelle sue opere compaiono anche volti, occhi, paesaggi e figure sospese tra apparizione e dissolvenza. In opere come queste, il tessuto si comporta come un filtro tra l’evidenza formale e il segreto della materia, ciò che emerge è sempre parziale, frammentato, inquieto. Le figure sembrano intrappolate tra i fili, come se la memoria stessa fosse una trama che avvolge e trattiene.

L’Artista ha realizzato numerosi lavori su commissione e continua a farlo, trasponendo con pari cura e sensibilità il proprio linguaggio tessile in contesti specifici, modulando l’espansione dei fili e delle forme secondo lo spazio e la funzione, e trasformando ogni intervento in un microcosmo coerente con la sua poetica.

Fondamentale è il ruolo della manualità, intesa quale processo intellettivo che prende corpo nel gesto, ben oltre la pura abilità esecutiva. Il taglio, l’incollaggio, la sovrapposizione e la cucitura diventano atti cognitivi. Le mani si lasciano guidare dalle asperità del materiale; esse dialogano con la sostanza, ne seguono le resistenze, ne ascoltano le possibilità. In questo processo, l’opera nasce gradualmente, attraversando fasi di prova, errore e nuove rivelazioni. Centrale nel suo metodo è il cosiddetto “decantatoio”: uno spazio in cui le opere vengono sospese, osservate e lasciate maturare. Qui il tempo diventa parte integrante del processo creativo. L’opera non è mai chiusa in modo definitivo; essa si stabilizza solo quando raggiunge una necessità interna, quando forma e contenuto trovano un equilibrio.

Il dialogo tra Napoli e Parigi struttura profondamente la sua poetica. Dalla prima eredita il senso del dramma, la vitalità tellurica, la memoria del mare e del vulcano; dalla seconda assorbe la chiarezza intellettuale, la misura e la capacità di distacco critico. Questa linfa feconda genera un’arte insieme carnale e mentale, passionale e riflessiva.

Le sue opere hanno trovato contesti di risonanza significativi, in particolare recentemente al Museo MATT di Terzigno nella mostra personale ‘Origini’. Qui, l’incontro tra le sue trame contemporanee e gli affreschi archeologici ha generato un dialogo sorprendente tra epoche: le une si sono specchiate negli altri, dimostrando come la memoria sia un processo stratificato, simile a un tessuto, piuttosto che una linea retta.

Negli ultimi anni, l’impegno verso un’arte ecosostenibile, riconosciuto con il Primo Premio alla Biennale di Salerno nel 2023, ha rafforzato la dimensione etica della sua pratica. Questa attenzione rifugge ogni intento didascalico, traducendosi in una visione dell’arte intesa come responsabilità profonda verso il mondo

Sempre più orientata verso una poetica della relazione, la sua ricerca affida l’opera alla libera interpretazione di chi la guarda. Piuttosto che definire o narrare, le strutture tessili agiscono come inneschi per l’immaginario, creando un perimetro di condivisione dove il vissuto personale del pubblico si fonde con la trama dell’artista.

In Teresa Saviano convivono creatrice e pensatrice. Lo spazio della sua ricerca, imitando i processi rigenerativi della natura, eleva la fibra a campo energetico, trasformando il supporto fisico in un luogo di epifania necessaria.

E mentre i fili si intrecciano, i cuori pulsano e le figure emergono dall’ombra, comprendiamo che la sua arte non parla soltanto di tessuti, ma di ciò che siamo, di ciò che ricordiamo e di ciò che rischiamo di perdere. È un rammendo incessante che sfida l’oblio, testimonianza del fatto che finché una mano saprà ricucire una trama, il mondo conserverà intatta la sua possibilità di senso.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

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Teresa Saviano 

Nata a Posillipo cresciuta con i piedi nel lapillo vesuviano, Teresa Saviano si identifica negli opposti di acqua e fuoco.  La sua carriera artistica comincia tardi, in terra francese,  dove ha cominciato a dedicarsi alla creazione di opere materiche accostandosi immediatamente all’Arte tessile. I suoi soggetti variano dai grandi cuori ai piccoli occhi passando per ritratti e paesaggi; ognuno è rappresentato attraverso la tecnica del collage di tessuti e fili reperiti negli stockage delle grandi firme del settore internazionale. Tutto nasce per caso ed il passo è breve dalla prima commissione-realizzazione alla prima esposizione virtuale nel 2023 (Expolatinadearte-Colombia). Segue il Primo premio della Biennale du Arte contemporanea
di Salerno 
nella sezione arte ecosostenibile nello stesso anno.

Partecipa a varie esposizioni sull’egida del maestro Giuseppe Gorga. Tra cui l’Expo la Grande Bellezza dove i suoi cuori riscuotono grande ammirazione. Due delle sue opere sono in esposizione alla Galleria Taimeless di Taormina. Contemporaneamente realizza il gonfalone della sua città d’adozione, Parigi, che offre alla Mairie del V arrondissement presso il Pantheon, dove troneggia in permanenza per due anni.

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