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La dissoluzione dell’istante nella doppia esposizione di Anca Corut

La Settimana Santa siciliana, in questo lavoro, perde ogni residuo descrittivo per trasformarsi in una materia visiva instabile e stratificata, nella quale la doppia esposizione in bianco e nero non agisce come semplice espediente linguistico, ma come struttura necessaria a restituire la complessità percettiva di un’esperienza che travolge lo sguardo e dissolve la possibilità di distinguere con precisione ciò che appartiene al rito, ciò che appartiene alla memoria e ciò che invece continua a sopravvivere come impressione emotiva dentro chi osserva.

Il progetto prende forma a partire da un percorso nei luoghi della Settimana Santa siciliana, compiuto tra Caltanissetta, Enna, Ispica e Scicli, nel corso del quale l’esperienza del vedere si è progressivamente trasformata in una condizione di immersione, in cui l’immagine non si è più data come semplice registrazione del reale ma come materia densa, carica di una gravità percettiva che coinvolge il corpo stesso dell’autrice e ne dissolve la distanza rispetto all’evento, fino a renderla parte di un movimento collettivo fatto di passi, canti e presenze in cui la visione coincide con la partecipazione.

La ricerca fotografica di Anca Corut si colloca in una direzione volutamente eccentrica rispetto alla fotografia intesa come registrazione del visibile, configurandosi piuttosto come una costruzione stratificata dello sguardo in cui la doppia esposizione non assume valore ornamentale né sperimentazione episodica, ma diventa dispositivo critico attraverso il quale la stabilità dell’immagine viene costantemente sabotata a favore di una condizione percettiva mobile, instabile, attraversata da più livelli di realtà che insistono sul medesimo fotogramma senza mai risolversi in una forma definitiva.

All’interno di questo impianto il bianco e nero non si limita a sottrarre il dato cromatico, ma agisce come principio di riduzione radicale che riconduce la scena a una tensione elementare tra emersione e cancellazione, tra apparizione e dissolvenza, dove le figure non occupano uno spazio ma si inscrivono come presenze intermittenti, simili a residui di un’esperienza visiva che non trova mai un punto di fissazione stabile.

Le immagini emergono così come superfici di passaggio, in cui il corpo, il gesto e la traccia non coincidono mai con una identità univoca ma si dispongono secondo una logica di sovrapposizione che trasforma il soggetto fotografico in un campo di possibilità più che in un oggetto definito, restituendo alla visione una dimensione che non appartiene alla nitidezza descrittiva ma a una zona intermedia, come immagine mai risolta nella sua forma.

Nel quadro di questa ricerca la doppia esposizione si sottrae a ogni funzione puramente tecnica e diventa forma di pensiero visivo, una sorta di grammatica instabile attraverso cui l’autrice interroga non la realtà nella sua evidenza, ma la sua resistenza alla fissazione, costruendo immagini che non rispondono alla necessità della rappresentazione ma aprono varchi percettivi nei quali la visione si espone alla propria stessa instabilità.

Nel tornare alla serie dedicata alla Settimana Santa siciliana, l’autrice costringe frammenti differenti della processione a convivere nello stesso spazio fotografico, facendo collidere volti, gesti, simulacri e traiettorie dei corpi in una costruzione visiva che altera la linearità dell’evento e produce una dimensione sospesa, quasi ipnotica, nella quale il tempo non procede secondo una successione ordinata ma si accumula per stratificazioni successive, come accade nei ricordi più intensi, incapaci di fissarsi in una forma stabile e definitiva.

Le città attraversate — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — cessano così di appartenere a una geografia riconoscibile e diventano superfici mentali, luoghi della visione nei quali le figure si sdoppiano, si rincorrono, si dissolvono l’una dentro l’altra attraverso una continua oscillazione tra presenza e sparizione, mentre il bianco e nero sottrae ogni elemento accessorio e riduce l’immagine al contrasto originario tra luce e ombra, tra emersione e scomparsa.

La luce, in queste opere, incide lo spazio senza limitarlo alla descrizione, lo attraversa come una lama capace di scavare dentro la densità della folla e dentro la materia stessa del rito, mentre le ombre sedimentano sulla superficie fotografica come depositi di esperienza vissuta, da questo incontro nasce una terza immagine che non coincide più con il reale osservabile ma con una dimensione interiore e perturbante della processione, una sorta di palinsesto visivo nel quale ogni gesto conserva la traccia di quello precedente e anticipa quello successivo.

 

La doppia esposizione diventa allora un rigoroso esercizio di contrappunto visivo attraverso il quale la fotografia rinuncia definitivamente alla pretesa documentaria e costruisce invece una grammatica della visione fondata sulla compresenza, sulla sovrapposizione e sulla persistenza emotiva, fino al punto in cui lo spettatore non può più mantenere una distanza neutrale dall’immagine ma viene inevitabilmente assorbito dentro il ritmo cadenzato dei passi, dentro la pulsazione collettiva del rito, dentro quella vertigine visiva nella quale il sacro non appare come rappresentazione ma come esperienza fisica e totalizzante.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

The Dissolution of the Instant in Anca Corut’s Double Exposure

The Sicilian Holy Week, in this work, loses any residual descriptive function and transforms into an unstable and stratified visual matter, in which black-and-white double exposure does not operate as a mere linguistic device but as a necessary structure for restoring the perceptual complexity of an experience that overwhelms the gaze and dissolves the possibility of precisely distinguishing what belongs to ritual, what belongs to memory, and what instead continues to survive as an emotional impression within the viewer.

 

The project takes shape from a journey through the places of the Sicilian Holy Week, undertaken between Caltanissetta, Enna, Ispica, and Scicli, during which the act of seeing progressively shifts into a condition of immersion, in which the image no longer presents itself as a simple record of reality but as dense matter, charged with a perceptual gravity that involves the author’s body itself and dissolves the distance from the event, until it becomes part of a collective movement made of steps, chants, and presences in which vision coincides with participation.

 

The photographic research of Anca Corut positions itself in a deliberately eccentric direction with respect to photography understood as the recording of the visible, configuring itself instead as a stratified construction of the gaze in which double exposure does not assume ornamental value nor episodic experimentation, but becomes a critical device through which the stability of the image is constantly sabotaged in favour of a mobile and unstable perceptual condition, traversed by multiple levels of reality that insist on the same frame without ever resolving into a definitive form. Within this framework, black and white does not merely remove chromatic data but acts as a principle of radical reduction that brings the scene back to an elementary tension between emergence and erasure, between apparition and disappearance, where figures do not occupy a space but inscribe themselves as intermittent presences, similar to residues of a visual experience that never finds a stable point of fixation. The images thus emerge as surfaces of passage, in which body, gesture, and trace never coincide with a single identity but are arranged according to a logic of superimposition that transforms the photographic subject into a field of possibilities rather than a defined object, restoring to vision a dimension that does not belong to descriptive clarity but to an intermediate zone, where what appears always retains the memory of what precedes it and the prefiguration of what follows. In this perspective, double exposure withdraws from any purely technical function and becomes a form of visual thought, a kind of unstable grammar through which the author interrogates not reality in its evidence but its resistance to fixation, constructing images that do not respond to the necessity of representation but open perceptual breaches in which vision is exposed to its own instability.

 

Returning to the series dedicated to the Sicilian Holy Week, the author compels different fragments of the procession to coexist within the same photographic space, causing faces, gestures, religious effigies, and bodily trajectories to collide in a visual construction that alters the linearity of the event and produces a suspended, almost hypnotic dimension in which time does not proceed according to an ordered succession but accumulates in successive stratifications, as occurs in the most intense memories, incapable of fixing themselves into a stable and definitive form.

 

The cities traversed — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — thus cease to belong to a recognisable geography and become mental surfaces, sites of vision in which figures split, pursue one another, and dissolve into each other through a continuous oscillation between presence and disappearance, while black and white removes every accessory element and reduces the image to the original contrast between light and shadow, between emergence and disappearance.

 

The light, in these works, incises space without limiting it to description, passing through it like a blade capable of carving into the density of the crowd and into the very substance of the ritual, while shadows sediment on the photographic surface as deposits of lived experience; from this encounter a third image arises that no longer coincides with the observable real but with an inner and disturbing dimension of the procession, a kind of visual palimpsest in which every gesture preserves the trace of the preceding one and anticipates the following one.

 

Double exposure thus becomes a rigorous exercise in visual counterpoint through which photography definitively renounces any documentary claim and instead constructs a grammar of vision founded on coexistence, superimposition, and emotional persistence, to the point where the viewer can no longer maintain a neutral distance from the image but is inevitably absorbed into the cadenced rhythm of the steps, into the collective pulsation of the ritual, into that visual vertigo in which the sacred appears not as representation but as a physical, stratified, and totalizing experience.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.