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Giuseppina Irene Groccia

ArteArtistiInterviste

Imma Lavorato. La materia e le forme del divenire

Il percorso di Imma Lavorato si sviluppa attorno a una ricerca che affida alla materia la possibilità di generare forme, relazioni e significati inattesi. Stagno, argilla e cartapesta entrano nel suo lavoro portando con sé qualità fisiche differenti e un patrimonio di esperienze personali che l’artista rielabora attraverso il gesto. Le origini familiari costituiscono il punto di partenza di questa indagine, senza limitarne gli sviluppi: ciò che appartiene al ricordo si trasforma in un linguaggio contemporaneo, capace di superare la dimensione autobiografica per aprirsi a una riflessione più ampia sulla fragilità, sulla resistenza e sul mutamento.

Nelle sue opere, la materia partecipa attivamente alla genesi della forma. L’argilla si ritira, si fessura, modifica la superficie; lo stagno scorre, si deposita e solidifica seguendo traiettorie che non sempre coincidono con l’intenzione iniziale. È proprio in questa relazione tra progetto e imprevedibilità che si definisce il carattere della sua ricerca. Lavorato interviene, orienta, compone, ma lascia spazio alle reazioni dei materiali, riconoscendo nelle loro trasformazioni una possibilità espressiva. Le fratture e le colate diventano così elementi di una scrittura visiva in cui il gesto umano incontra le leggi fisiche della materia.

Questa attenzione al processo accompagna anche il passaggio dalla tela allo spazio. Nelle sculture, nelle installazioni e nei progetti ambientali, l’opera si misura con condizioni differenti: la luce, il tempo, il movimento, la presenza di chi attraversa un luogo. Il percorso acquista una funzione che supera quella di semplice elemento compositivo e diventa esperienza percettiva, occasione per osservare lo spazio da prospettive diverse. Nei giardini, in particolare, la progettazione si confronta con una trasformazione che continua oltre l’intervento dell’artista, affidata anche ai ritmi della natura e alle variazioni dell’ambiente.

È in questa apertura all’imprevisto che la ricerca di Imma Lavorato trova una delle sue caratteristiche più riconoscibili. La forma non rappresenta un punto d’arrivo definitivo, ma il risultato provvisorio di una relazione tra materia, gesto e tempo. Ciò che appare sulla superficie o si manifesta nello spazio porta con sé il segno di un processo, rendendo percepibili trasformazioni che spesso avvengono senza essere direttamente osservate. L’opera diventa così un modo per interrogare ciò che si modifica, ciò che permane e ciò che si lascia intuire attraverso i propri effetti.

Ma quali passaggi hanno condotto l’artista a sviluppare questo linguaggio? E come si intrecciano le esperienze personali, la sperimentazione materica e la ricerca nello spazio? Lo scopriamo attraverso le parole di Imma Lavorato, in un’intervista che ripercorre le tappe del suo percorso e le direzioni della sua indagine artistica.

 

1.

Partirei dalla tua formazione. Prima di arrivare alla ricerca che oggi caratterizza il tuo lavoro, quali sono stati gli incontri, gli artisti o le esperienze che hanno contribuito maggiormente a definire il tuo modo di guardare e di fare arte? E da dove è iniziato il tuo percorso, da una dimensione figurativa, astratta o da una ricerca già orientata verso la materia?

Il mio percorso è iniziato dal figurativo. Gradualmente mi sono allontanata dalla rappresentazione riconoscibile, avvicinandomi a un linguaggio più libero e concentrandomi sulle forme e sulle possibilità espressive della materia. Durante gli studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli mi ha affascinato soprattutto Burri, per la forza espressiva che riusciva a dare alla materia. La mia ricerca materica è cominciata con lo stagno, legato al ricordo degli stagnai che lucidavano le pentole di mia nonna. In seguito ho introdotto la cartapesta e, successivamente, l’argilla, che appartiene alla mia storia familiare e al lavoro di mio padre. Il mio linguaggio si è costruito così, attraverso la sperimentazione e il legame con le mie origini.

 

2.

Infatti lo stagno è diventato nel tempo una presenza molto riconoscibile della tua ricerca. Questa tua indagine materica, è legata al ricordo degli stagnini che lucidavano le pentole di tua nonna. Ti sei mai chiesta che cosa ti abbia realmente colpita allora di quel gesto, al punto da ritrovarlo molti anni dopo nel tuo lavoro?

Credo che mi colpisse soprattutto la lucentezza dello stagno. Mi affascinava osservare gli stagnai mentre le pentole di mia nonna tornavano a brillare. Allora li guardavo con la curiosità di una bambina. In seguito ho riconosciuto quanto quel ricordo fosse rimasto dentro di me. Nel mio lavoro lo stagno ha trovato una forma diversa, ma conserva quel legame con la trasformazione e la memoria.

 

3.

Anche l’argilla porta con sé una componente autobiografica, legata alla figura di tuo padre e al luogo delle tue origini. Quando stagno e argilla si sono incontrati nella tua ricerca, hai percepito di aver messo insieme due parti diverse della tua storia? E che cosa hai scoperto di te attraverso questo incontro?

Sì, quando ho unito stagno e argilla ho sentito di mettere insieme due parti della mia storia: il ricordo degli stagnai che lucidavano le pentole di mia nonna e quello di mio padre, che utilizzava l’argilla per produrre laterizi. Attraverso questo incontro ho riconosciuto anche due aspetti di me: la fragilità e la forza. Entrambi convivono in me, e questi materiali mi permettono di esprimerli.

 

4.

Stagno, argilla e cartapesta sono materiali antichi, legati alla manualità e a gesti che appartengono a una tradizione artigianale. Che cosa ti offrono, sul piano artistico e anche personale, che difficilmente troveresti in materiali più industriali o tecnologici? È proprio la loro capacità di conservare una traccia del gesto a interessarti?

Sì, mi interessa la loro capacità di conservare la traccia del gesto, ma anche di trasformarsi mentre li lavoro. La cartapesta si lascia modellare, l’argilla si ritira e si fessura, lo stagno scorre e poi si solidifica. Ogni materiale reagisce in modo diverso e mi suggerisce nuove possibilità. Sul piano personale, il contatto diretto con questi materiali mi lega alla manualità e ai miei ricordi. Lavorandoli, seguo una mia idea, ma mi lascio anche guidare dalle forme che nascono e dalle trasformazioni che avvengono.

 

5.

Nel tuo lavoro c’è una relazione particolare tra controllo e imprevedibilità. Tu intervieni, orienti, guidi, ma poi lasci che sia la materia a suggerire parte del percorso: l’argilla si ritira e si frattura, lo stagno scorre, si accumula, cambia direzione. Quanto spazio concedi all’imprevisto e, al contrario, che cosa senti di dover necessariamente controllare?

Lascio molto spazio all’imprevisto, perché spesso è proprio lì che trovo qualcosa di interessante. Parto da un’idea e guido il gesto, ma non cerco di prevedere ogni fessura dell’argilla o ogni movimento dello stagno. Controllo soprattutto la composizione e l’equilibrio tra le parti. Quando accade qualcosa di inatteso, mi fermo a osservare: a volte lo accolgo, altre volte intervengo. Mi interessa che l’opera possa sorprendermi, mantenendo un legame con ciò che voglio esprimere.

 

6.

Nella tua ricerca ritornano materiali, gesti e immagini legati a un passato concreto, ma senza trasformarsi in una semplice rievocazione. Come riesci a portare questi elementi nella contemporaneità senza perdere la loro origine? Ti interessa di più conservare una traccia della tradizione oppure trasformarla fino a farle assumere un significato nuovo?

Porto questi materiali nel presente usandoli in modo diverso da quello che ricordo: lo stagno delle pentole diventa un segno sulla tela, l’argilla dei laterizi una superficie che si trasforma. Mantengo il legame con la mia storia familiare, mentre le forme che creo esprimono ciò che sento oggi.

Mi interessa soprattutto dare un significato nuovo ai materiali e ai gesti della tradizione artigianale. Conservo il legame con le loro origini, ma li reinterpreto attraverso il mio linguaggio.

 

7.

Per molto tempo la tua ricerca si è concentrata sulla superficie della tela. Anche la scelta del formato quadrato e della superficie monocroma sembra attribuire al supporto un ruolo preciso, quasi fosse uno spazio da delimitare prima ancora che da abitare. Che rapporto hai oggi con il limite della tela? È ancora uno spazio necessario oppure, a un certo punto, hai sentito il bisogno di oltrepassarlo?

La tela resta uno spazio importante per me, ma oggi sento il bisogno di esplorare anche formati e dimensioni diversi. Continuo a usare il monocromo, ma introduco anche sfumature che dialogano con la materia. I confini della tela mi aiutano a dare equilibrio alla composizione, senza vincolarmi a un unico formato. Il desiderio di andare oltre la superficie si esprime anche nei miei progetti di installazione e di intervento nel paesaggio, dove posso esplorare il rapporto tra materia e spazio.

 

 

8.

Il passaggio dalla superficie della tela alla scultura, all’installazione, agli interventi ambientali e alla progettazione di giardini amplia radicalmente il campo della tua ricerca. Che cosa è cambiato nel tuo modo di pensare l’opera quando hai iniziato a confrontarti con uno spazio che non si limita a essere osservato, ma può essere attraversato, abitato e percepito fisicamente?

Ho iniziato a pensare l’opera anche in relazione al luogo e alle persone che lo attraversano. Sulla tela mi concentro sulla materia e sulla composizione; in uno spazio più ampio considero anche il movimento, le distanze e i diversi punti di vista. Mi interessa che chi entra possa avvicinarsi, fermarsi e scoprire qualcosa lungo il percorso. Nei progetti di giardini, anche la natura e il tempo partecipano alla trasformazione dell’opera.

 

9.

Il tema del percorso ritorna in forme molto diverse: può essere una linea tracciata dallo stagno, una frattura dell’argilla, un’ombra, un sentiero in un giardino. Ti interessa il percorso come forma oppure soprattutto per ciò che accade a chi lo attraversa? In altre parole, quando il percorso diventa esperienza, che cosa cambia nella tua idea di opera?

Mi interessa il percorso come forma, ma anche per ciò che può suscitare in chi lo segue. Sulla tela, una linea di stagno o una fessura dell’argilla invita lo sguardo a muoversi e a soffermarsi. In un giardino, quel movimento può coinvolgere tutto il corpo. In alcuni progetti, l’opera comprende anche il tempo della sosta, le sensazioni e le scoperte di chi la attraversa. La mia attenzione si amplia così dalla forma al rapporto tra l’opera e chi la vive.

 

10.

Nei tuoi progetti ambientali la possibilità di controllo si riduce ulteriormente: puoi progettare un luogo, stabilire un percorso o predisporre alcune condizioni, ma poi entrano in gioco la crescita delle piante, le stagioni, il vento, la luce e la presenza delle persone. È la stessa disponibilità all’imprevisto che sperimenti con la materia? E quanto è importante, per te, accettare che l’opera possa trasformarsi anche oltre le tue intenzioni iniziali?

Sì, riconosco la stessa disponibilità all’imprevisto, ma nei progetti ambientali entrano in gioco più elementi e tempi diversi. Posso dare una direzione iniziale, poi la natura e la presenza delle persone contribuiscono a trasformare il luogo. Per me è importante accogliere questi cambiamenti, anche quando non li avevo previsti. Osservo ciò che accade e lascio che l’opera evolva. L’idea iniziale rimane un riferimento, ma può arricchirsi e assumere significati nuovi.

 

11.

C’è un filo che attraversa molte delle tue esperienze: il tempo, la trasformazione, il percorso, la percezione, la traccia e ciò che resta invisibile ma può essere avvertito attraverso i suoi effetti. Pensi che tela, scultura, installazione e paesaggio siano davvero linguaggi diversi, oppure sono per te modi differenti di affrontare una stessa ricerca?

Per me sono modi diversi di portare avanti una stessa ricerca. Cambiano le dimensioni, i materiali e il rapporto con lo spazio, ma ritornano il tempo, la memoria e la trasformazione. Sulla tela questi temi emergono in una fessura dell’argilla o in una colata di stagno; nel paesaggio, attraverso i cambiamenti della natura. Mi interessa ciò che questi segni rendono percepibile: il tempo trascorso, un gesto, una presenza. Ogni linguaggio mi permette di esplorare un aspetto diverso di ciò che cerco.

 

12.

In una delle direzioni più recenti del tuo lavoro emerge l’interesse per ciò che non possiamo vedere direttamente, ma che riconosciamo attraverso un’impronta: una forza, un’energia, una trasformazione, un passaggio. Guardando al tuo percorso fino a oggi, c’è qualcosa che senti di voler ancora rendere visibile attraverso la materia e lo spazio?

Vorrei rendere visibili gli effetti del tempo e delle forze che trasformano la materia. I segni che restano ci permettono di intuire qualcosa che è accaduto, anche se non lo abbiamo visto. Mi interessa approfondire questa possibilità, nella materia e nello spazio: lasciare che i segni raccontino anche ciò che rimane nascosto.

Lavorato Imma, nasce a San Demetrio Corone. Si diploma presso l’Istituto Magistrale. Dal 1997 insegna presso la scuola dell’Infanzia Statale. Nel 2019 consegue la Laurea di I Livello in Decorazione presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli. Nel 2022 consegue la Laurea di II Livello in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Tra le esperienze professionali più significative la vediamo attiva nei Workshop: “Presentarsi nel Sistema dell’Arte (12-05-2020/ 25-05-2020); “Time 0.3” (01-04-2020/06-09-2020); “Arte come disabitare viaggio tra beni e monumenti” (2021/22) “Dinamiche seriali” (2021/22); “Tra metodo e progettazione” (2021/22); “Arte come decolonizzare tra pratiche museali e quotidiano infraordinario” (2021/22); “Arte e pedagogia” (2021/22); “Influencer marketing” (2021/22);

L’artista partecipa a numerose esposizioni e concorsi: Lo stato dell’Arte al tempo della Biennale di Venezia a cura di Giorgio Grasso (10- 8-2019/10-10-2019); Expo – MI- Città metropolitana a cura di Giorgio Grasso (5-2015) Museo MACA, Acri (CS) Esposizione di Arte Contemporanea Italiana (Gennaio 2019); partecipa alla Rassegna dell’Artes Maximae Friederich II Hohenstaunfen; Esposizione di Arte Contemporanea Castello Normanno Svevo di Cosenza (Settembre 2019);

Premio internazionale d’Arte Contemporanea “Arte senza confini ”(2022); “Gli artisti calabresi per la Shoah” Museo dei Bretti e degli Enotri Cosenza (2023); Concorso Candidatura Orticolario (2024) Villa Erba sul Lago di Como; Festival International de Jardins 2024 (Canada); (Pubblicazione del progetto); Festival International de Jardins 2023 (Canada); (Pubblicazione del progetto); Festival International de Jardins 2022 (Canada); (Pubblicazione del progetto); Partecipa con una sua Installazione alla riqualificazione attraverso l’arte contemporanea del reparto di Ematologia Oncologica della Fondazione G. Pascale di Napoli; Partecipa sempre attraverso una sua Installazione alla riqualificazione urbana di Via Caracciolo a Napoli (2019);

Progetto di riqualificazione urbana della città partenopea realizza Progetto per un Murales (2019); Tra le sue creazioni troviamo ” Seduta Outdoor” (2016); ” I migranti” Installazione (2019) Viene selezionata con tre opere per partecipare alla 30′ edizione del Premio Nazionale “Pandosia” di Marano Principato (CS) a cura di Alessandra Carelli (2019); Alcune sue opere vengono selezionate per la Galleria SpazioArte57 di Lamezia Terme (2019);

Diverse pubblicazioni su libri di arte: Protagonisti delle nuove Avanguardie, EA Editori ( 2013) Protagonisti dell’arte dal XIX secolo ad oggi , a cura di Paolo Levi Leaders (2014);

CATALOGHI

Il Codice che non c’è (2016); Quadriennale dell’arte contemporanea a cura di Gianfranco Pugliese (2019); Arte expo a cura di Gianfranco Pugliese( 2018); Catalogo Premio Pandosia a cura di Alessandra Carelli (2019);

PREMI

Arte senza confini: Primo premio tecnica mista (2022); Premio Galarte XXIV Edizione (2022);

Arte senza confini: Primo premio arte astratta (2023/2024)

The artistic journey of Imma Lavorato revolves around an exploration that gives matter the potential to generate unexpected forms, relationships and meanings. Tin, clay and papier-mâché enter her work, each bringing distinct physical properties and a wealth of personal experiences that the artist reinterprets through gesture. Her family background provides the starting point for this exploration without confining its development: what belongs to memory is transformed into a contemporary visual language that moves beyond autobiography to embrace a broader reflection on fragility, resilience and change.

 

In her work, matter plays an active role in the genesis of form. Clay shrinks, cracks and alters the surface; tin flows, settles and solidifies, following paths that do not always coincide with the artist’s initial intentions. It is precisely through this relationship between intention and unpredictability that the distinctive character of her practice emerges. Lavorato intervenes, directs and composes, while leaving room for the materials to respond, recognising their transformations as a source of expressive possibility. Cracks and flowing deposits thus become elements of a visual language in which human gesture encounters the physical laws of matter.

 

This attention to process also informs the transition from the canvas to space. In her sculptures, installations and environmental projects, the work engages with different conditions: light, time, movement and the presence of those who move through a place. The path takes on a role that extends beyond that of a simple compositional element, becoming a perceptual experience and an opportunity to observe space from different perspectives. In gardens, in particular, the design process engages with a transformation that continues beyond the artist’s intervention, shaped also by the rhythms of nature and changes in the surrounding environment.

 

It is in this openness to the unexpected that one of the most distinctive features of Imma Lavorato’s practice emerges. Form is not a definitive endpoint, but the provisional outcome of a relationship between matter, gesture and time. What appears on a surface or takes shape in space bears the traces of a process, making perceptible transformations that often occur without being directly observed. The artwork thus becomes a means of exploring what changes, what endures and what can be intuited through its effects.

But what stages led the artist to develop this distinctive language? And how do personal experiences, material experimentation and her exploration of space intertwine? We discover this through the words of Imma Lavorato, in an interview that retraces the key moments of her artistic journey and explores the evolving directions of her practice.

  1. I would like to begin with your artistic education. Before developing the practice that defines your work today, which encounters, artists or experiences contributed most to shaping the way you see and make art? Where did your journey begin: with figurative art, abstraction, or an approach already oriented towards materials?

My artistic journey began with figurative art. Gradually, I moved away from recognisable representation, embracing a freer language and focusing on forms and the expressive possibilities of materials. During my studies at the Academy of Fine Arts in Naples, I was particularly fascinated by Alberto Burri and the expressive power he was able to draw from matter. My exploration of materials began with tin, connected to my childhood memories of the tinsmiths who polished my grandmother’s pots. I later introduced papier-mâché and, subsequently, clay, which is part of my family history and my father’s work. My artistic language developed in this way, through experimentation and a connection with my origins.

  1. Over time, tin has become a distinctive presence in your artistic practice. There is a particular story behind it: everything began with a childhood memory of the tinsmiths who worked on your grandparents’ pots. Have you ever wondered what it was about that gesture that first captivated you, to the point that you would return to it many years later in your own work?

I believe what struck me most was the shine of the tin. I was fascinated by watching the tinsmiths as my grandmother’s pots regained their lustre. At the time, I watched them with the curiosity of a child. Later, I came to realise how deeply that memory had remained within me. In my work, tin has taken on a different form, yet it retains that connection with transformation and memory.

  1. Clay also carries an autobiographical dimension, linked to your father and the place where your story began. When tin and clay came together in your practice, did you feel that you were bringing two different parts of your personal history into dialogue? And what did you discover about yourself through this encounter?

Yes. When I brought tin and clay together, I felt I was combining two parts of my history: the memory of the tinsmiths polishing my grandmother’s pots and that of my father, who used clay to manufacture bricks and other building materials. Through this encounter, I also recognised two aspects of myself: fragility and strength. Both coexist within me, and these materials allow me to express them.

  1. Tin, clay and papier-mâché are traditional materials associated with manual craftsmanship and gestures rooted in artisanal practices. What do they offer you, both artistically and personally, that you might find difficult to achieve with more industrial or technological materials? Is it precisely their ability to retain the trace of a gesture that interests you?

Yes, I am interested in their ability to preserve the trace of a gesture, but also in the way they transform as I work with them. Papier-mâché lends itself to shaping, clay shrinks and cracks, while tin flows and then solidifies. Each material responds differently and suggests new possibilities. On a personal level, direct contact with these materials connects me to manual craftsmanship and to my memories. As I work with them, I follow my own idea while also allowing myself to be guided by the forms that emerge and the transformations that take place.

  1. Your work reveals a particular relationship between control and unpredictability. You intervene, direct and guide the process, yet you also allow the material to suggest part of the way forward: clay shrinks and fractures, while tin flows, accumulates and changes direction. How much room do you allow for the unexpected, and conversely, what do you feel you must retain control over?

I leave considerable room for the unexpected because that is often where I discover something interesting. I begin with an idea and guide the gesture, but I do not try to predict every crack in the clay or every movement of the tin. What I mainly control is the composition and the balance between its elements. When something unexpected happens, I stop and observe: sometimes I embrace it, while at other times I intervene. I want the work to be capable of surprising me while remaining connected to what I wish to express.

  1. Your practice repeatedly draws on materials, gestures and images rooted in a tangible past, without turning them into mere recollections. How do you bring these elements into the present without losing their origins? Are you more interested in preserving traces of tradition or in transforming them until they acquire a new meaning?

I bring these materials into the present by using them differently from the way I remember them: the tin once used for pots becomes a mark on the canvas, while the clay used for bricks becomes a surface that undergoes transformation. I preserve the connection with my family history, while the forms I create express what I feel today.

What interests me most is giving new meaning to the materials and gestures of artisanal tradition. I retain their connection with their origins, but reinterpret them through my own artistic language.

  1. For a long time, your practice focused on the surface of the canvas. Your choice of square formats and monochromatic surfaces also seems to give the support a specific role, almost as though it were a space to be defined before it is inhabited. How do you relate to the boundaries of the canvas today? Does it remain a necessary space, or did you eventually feel the need to move beyond it?

The canvas remains an important space for me, but today I feel the need to explore different formats and dimensions as well. I continue to work with monochrome, while also introducing gradations of colour that interact with the material. The boundaries of the canvas help me achieve compositional balance without restricting me to a single format. My desire to move beyond the surface also finds expression in my installation projects and interventions in the landscape, where I can explore the relationship between matter and space.

  1. The transition from the canvas to sculpture, installation, environmental interventions and garden design has considerably expanded the scope of your practice. What changed in the way you conceive of an artwork when you began engaging with spaces that are not merely observed, but can also be traversed, inhabited and physically experienced?

I began to conceive of the artwork in relation to the place itself and to the people who move through it. On the canvas, I focus on matter and composition; in a larger space, I also consider movement, distances and different viewpoints. I want visitors to be able to approach the work, pause and discover something along the way. In garden projects, nature and time also contribute to the transformation of the work.

  1. The idea of a path recurs in many different forms throughout your work: it can be a line traced in tin, a crack in clay, a shadow or a garden pathway. Are you interested in the path primarily as a form, or more for what happens to those who follow it? In other words, what changes in your understanding of an artwork when the path becomes an experience?

I am interested in the path both as a form and for what it can evoke in those who follow it. On the canvas, a line of tin or a crack in the clay invites the eye to move and linger. In a garden, that movement can involve the entire body. In some projects, the work also encompasses the time spent pausing, the sensations experienced and the discoveries made along the way. My attention thus extends from form to the relationship between the artwork and those who experience it.

  1. In your environmental projects, the scope for control becomes even more limited. You can design a place, establish a route or create certain conditions, but then the growth of plants, the changing seasons, the wind, the light and the presence of people all come into play. Is this the same openness to the unexpected that you experience when working with materials? And how important is it for you to accept that an artwork may continue to change beyond your original intentions?

Yes, I recognise the same openness to the unexpected, although environmental projects involve more elements and different time scales. I can establish an initial direction, but nature and the presence of people then contribute to transforming the place. I find it important to welcome these changes, even when I had not anticipated them. I observe what happens and allow the work to evolve. The initial idea remains a point of reference, but it can develop further and acquire new meanings.

  1. A recurring thread runs through many aspects of your work: time, transformation, the path, perception, traces and what remains invisible yet can be sensed through its effects. Do you see canvas, sculpture, installation and landscape as genuinely different languages, or are they, for you, different ways of pursuing the same artistic inquiry?

For me, they are different ways of pursuing the same inquiry. The dimensions, materials and relationship with space may change, but time, memory and transformation remain recurring themes. On the canvas, these emerge through a crack in the clay or a flow of tin; in the landscape, they become apparent through changes in nature. I am interested in what these marks make perceptible: the passage of time, a gesture, a presence. Each language allows me to explore a different aspect of what I seek.

  1. One of the more recent directions in your work reveals an interest in what cannot be seen directly, but can be recognised through an imprint: a force, an energy, a transformation, a passage. Looking back at your artistic journey so far, is there something you still wish to make visible through matter and space?

I would like to make visible the effects of time and the forces that transform matter. The marks that remain allow us to intuit something that has happened, even if we did not witness it. I would like to explore this possibility further, both in matter and in space, allowing traces to tell the story of what remains hidden.

Imma Lavorato was born in San Demetrio Corone, Italy. She obtained her diploma from a teacher-training institute and has been teaching at a state-run preschool since 1997. In 2019, she earned a Bachelor’s Degree in Decoration from the Academy of Fine Arts in Naples, followed in 2022 by a Master’s Degree in Decoration from the same institution.

Professional Development and Workshops

Among her most significant professional development experiences are her participation in the following workshops:

  • Presentarsi nel Sistema dell’Arte (Introducing Oneself within the Art System), 12–25 May 2020.

  • Time 0.3, 1 April–6 September 2020.

  • Arte come disabitare: viaggio tra beni e monumenti (Art as Uninhabiting: A Journey Through Cultural Heritage and Monuments), 2021–2022.

  • Dinamiche seriali (Serial Dynamics), 2021–2022.

  • Tra metodo e progettazione (Between Method and Design), 2021–2022.

  • Arte come decolonizzare tra pratiche museali e quotidiano infraordinario (Art as Decolonisation: Between Museum Practices and the Infraordinary Everyday), 2021–2022.

  • Arte e pedagogia (Art and Pedagogy), 2021–2022.

  • Influencer Marketing, 2021–2022.

Exhibitions, Competitions and Artistic Projects

Lavorato has participated in numerous exhibitions, art competitions and cultural initiatives, including:

  • Lo stato dell’Arte al tempo della Biennale di Venezia (The State of Art at the Time of the Venice Biennale), curated by Giorgio Grasso, 10 August–10 October 2019.

  • Expo – MI – Città Metropolitana, curated by Giorgio Grasso, May 2015.

  • Exhibition of Italian Contemporary Art at the MACA Museum, Acri, Cosenza, January 2019.

  • Rassegna dell’Artes Maximae Friederich II Hohenstaunfen.

  • Contemporary Art Exhibition at the Norman-Swabian Castle of Cosenza, September 2019.

  • International Contemporary Art Award Arte senza confini (Art Without Borders), 2022.

  • Gli artisti calabresi per la Shoah (Calabrian Artists for the Shoah), Museum of the Bretti and Enotri, Cosenza, 2023.

  • Orticolario project competition, Villa Erba, Lake Como, 2024.

Her environmental and landscape-oriented projects have also received international recognition. She participated in the Festival International de Jardins in Canada in 2022, 2023 and 2024, with her projects published in connection with each edition.

Her work also includes contributions to projects combining contemporary art and urban regeneration. She created an installation as part of the artistic redevelopment of the Oncology Haematology Department at the G. Pascale Foundation in Naples. In 2019, she also contributed an installation to the urban regeneration of Via Caracciolo in Naples.

As part of an urban regeneration project in Naples, she developed a mural proposal in 2019.

Among her creations are Seduta Outdoor (Outdoor Seating, 2016) and I migranti (The Migrants), an installation created in 2019.

In 2019, three of her works were selected for the 30th edition of the Premio Nazionale Pandosia in Marano Principato, Cosenza, curated by Alessandra Carelli. Several of her works were also selected for exhibition at Galleria SpazioArte57 in Lamezia Terme in 2019.

Publications

Her work has been featured in several art publications, including:

  • Protagonisti delle nuove Avanguardie, EA Editori, 2013.

  • Protagonisti dell’arte dal XIX secolo ad oggi, curated by Paolo Levi, Leaders, 2014.

Catalogues

  • Il Codice che non c’è, 2016.

  • Arte Expo, curated by Gianfranco Pugliese, 2018.

  • Quadriennale dell’Arte Contemporanea, curated by Gianfranco Pugliese, 2019.

  • Catalogo Premio Pandosia, curated by Alessandra Carelli, 2019.

Awards

  • Arte senza confini: First Prize, Mixed Media, 2022.

  • Premio Galarte, 24th edition, 2022.

  • Arte senza confini: First Prize, Abstract Art, 2023–2024.

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Segnalazione Eventi

Giovani Talenti Crescono, al Vintage Café una serata dedicata all’arte e alle nuove generazioni

Il 10 ottobre torna a Corigliano-Rossano la rassegna ideata da Ermelinda Pipieri. Musica, teatro, canto e scrittura incontrano le arti visive, con la partecipazione di Santo Fortugno, Chiara De Carlo e Michele Minisci.

Ci sono luoghi che riescono a diventare, nel tempo, punti di riferimento per chi crede nella cultura come occasione di incontro e crescita condivisa. Il Vintage Café Artistico-Letterario di Ermelinda Pipieri, a Corigliano-Rossano, è uno di questi: uno spazio che negli anni ha accolto artisti, musicisti, scrittori e appassionati, offrendo alle espressioni culturali del territorio un ambiente nel quale trovare ascolto, visibilità e nuove opportunità.

È in questa atmosfera che sabato 10 ottobre, alle ore 18:00, si terrà la terza edizione di “Giovani Talenti Crescono”, iniziativa ideata e promossa da Ermelinda Pipieri per dare spazio alla creatività delle nuove generazioni e favorire l’incontro tra giovani interpreti, realtà formative e pubblico.

Dopo il positivo riscontro delle precedenti edizioni, la manifestazione rinnova il proprio appuntamento con una proposta che riunisce differenti linguaggi artistici, dalla musica al teatro, dal canto alla scrittura, in un percorso che riconosce nel talento giovanile una risorsa da coltivare con attenzione e continuità.

L’intento è offrire ai ragazzi un’occasione concreta per presentare le proprie capacità, vivere l’esperienza dell’esibizione dal vivo e confrontarsi con un pubblico al di fuori dei consueti ambienti di studio. Un passaggio importante per chi muove i primi passi nel mondo artistico, dove l’impegno e la formazione possono trovare nuove motivazioni attraverso la condivisione.

Il programma coinvolgerà diverse realtà che operano nella formazione musicale, teatrale e artistica, espressione di un territorio nel quale associazionismo e iniziativa culturale contribuiscono alla crescita delle nuove generazioni.

Parteciperanno l’Istituto Musicale Fryderyk Chopin, l’Associazione Cattolica Unitalsi, l’Associazione Culturale e Scuola di Teatro Teatranza, la scuola di canto Le Voci del Cuore, il Centro Studi Artistici Angel Rose e l’Accademia Musicale Harmonika.

Accanto a queste realtà sarà presente Marialuisa Campana, giovanissima scrittrice che studia anche recitazione e che rappresenta un esempio di curiosità e apertura verso differenti forme espressive.

Ci sarà  inoltre la partecipazione di Sofia De Caro, Giuliana Luzzi, Alessandro Barbati e Adelina Giurgiu, giovani protagonisti chiamati a contribuire al programma della manifestazione.

La pluralità delle presenze restituisce il senso di un’iniziativa che non si rivolge a una sola disciplina, ma riconosce valore alle diverse inclinazioni artistiche. Musica, interpretazione, parola e creatività diventano così occasioni per raccontarsi, acquisire sicurezza e scoprire il significato di un’esperienza vissuta insieme.

Dietro ogni esibizione ci sono ore di studio, esercizio e dedizione. Dare spazio a questi percorsi significa riconoscere il lavoro di chi insegna, accompagna e incoraggia, ma anche offrire ai giovani la possibilità di comprendere quanto la propria passione possa trovare ascolto al di fuori del contesto in cui è nata.

Ad arricchire l’appuntamento saranno tre ospiti che prenderanno parte alla serata: Santo Fortugno, Chiara De Carlo e Michele Minisci.

Chiara De Carlo, soprano, porterà la propria presenza nel segno della vocalità e della tradizione musicale, mentre Michele Minisci, musicista e interprete, contribuirà all’incontro con la propria esperienza artistica. Insieme a loro, Santo Fortugno sarà protagonista di un appuntamento che unisce la sua partecipazione personale alla dimensione espositiva della manifestazione.

La presenza degli ospiti amplia il significato della rassegna, creando un’occasione di incontro tra percorsi differenti e generazioni. Il confronto con chi coltiva e pratica l’arte può rappresentare per i giovani un’opportunità preziosa: non un modello da imitare necessariamente, ma uno stimolo per sviluppare una propria sensibilità e affrontare con maggiore consapevolezza il cammino intrapreso.

La serata sarà aperta dai saluti di Ermelinda Pipieri e dai saluti istituzionali, prima di lasciare spazio al programma e ai suoi protagonisti.

 

Il legame tra la rassegna e il luogo che la ospita non è casuale. Sotto la guida di Ermelinda Pipieri, il Vintage Café Artistico-Letterario ha consolidato una vocazione all’accoglienza e alla promozione delle realtà culturali locali, diventando una cornice familiare per iniziative che mettono in relazione persone, esperienze e sensibilità.

L’atmosfera caratteristica del locale accompagna un programma che negli anni ha dato spazio a presentazioni letterarie, appuntamenti musicali e incontri dedicati alle arti. È una concezione della cultura che trova nella prossimità e nella partecipazione alcuni dei suoi elementi distintivi: occasioni accessibili, capaci di avvicinare il pubblico alle espressioni artistiche e di creare nuove relazioni tra chi le propone e chi le accoglie.

Il legame tra la rassegna e il luogo che la ospita non è casuale. Sotto la guida di Ermelinda Pipieri, il Vintage Café Artistico-Letterario ha consolidato una vocazione all’accoglienza e alla promozione delle realtà culturali locali, diventando una cornice familiare per iniziative che mettono in relazione persone, esperienze e sensibilità.

L’atmosfera caratteristica del locale accompagna un programma che negli anni ha dato spazio a presentazioni letterarie, appuntamenti musicali e incontri dedicati alle arti. È una concezione della cultura che trova nella prossimità e nella partecipazione alcuni dei suoi elementi distintivi: occasioni accessibili, capaci di avvicinare il pubblico alle espressioni artistiche e di creare nuove relazioni tra chi le propone e chi le accoglie.

Con “Giovani Talenti Crescono”, questa attenzione si rivolge in modo particolare alle nuove generazioni. Offrire un palcoscenico ai ragazzi significa riconoscere il valore dei loro percorsi e contribuire alla costruzione di un ambiente nel quale la creatività possa trovare spazio, confronto e incoraggiamento.

La rassegna si inserisce così in una visione della cultura che non si esaurisce nell’evento, ma si alimenta attraverso la continuità delle iniziative, la collaborazione tra le realtà del territorio e la disponibilità a dare ascolto a nuove voci.

La terza edizione di “Giovani Talenti Crescono” si prepara a riunire pubblico, artisti e associazioni in una serata dedicata alla scoperta e alla condivisione. Un appuntamento nel quale i giovani saranno al centro della scena, accompagnati da chi ogni giorno investe nella loro formazione e da ospiti che contribuiranno ad arricchire l’incontro con le proprie esperienze.

L’appuntamento è per sabato 10 ottobre, alle ore 18:00, al Vintage Café Artistico-Letterario, in via Provinciale 13/15, a Corigliano-Rossano, area urbana Corigliano.

Per informazioni e prenotazioni: 392 567 4900.

Iniziative come questa ricordano che la crescita artistica ha bisogno di occasioni, ma anche di luoghi capaci di accoglierle. Perché un talento possa maturare, è importante che trovi qualcuno disposto ad ascoltarlo e uno spazio nel quale possa cominciare a farsi conoscere. Il Vintage Café continua a offrire proprio questa possibilità: trasformare un incontro in un’occasione di scoperta e una passione in un’esperienza da condividere.

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Arte

Alteolab di Francesco Minnicelli. Artigianato contemporaneo a Corigliano-Rossano

In occasione di SoeVe – L’essenza della forma, abbiamo avuto il piacere di collaborare con Alteolab, laboratorio artigianale di Corigliano-Rossano guidato da Francesco Minnicelli, che ha realizzato le cinque targhe consegnate alle Presenze d’Autore nel corso della serata inaugurale al Castello Ducale di Corigliano. Un lavoro pensato appositamente per l’occasione, a testimonianza di una collaborazione nella quale anche un oggetto di riconoscimento può diventare parte del racconto di un progetto.

Da questa esperienza nasce il desiderio di conoscere più da vicino il lavoro di Alteolab, una realtà artigianale che trova la propria identità nella capacità di unire manualità, progettazione e tecnologie contemporanee, con una produzione che attraversa ambiti diversi e risponde ogni volta a esigenze specifiche.

Alteolab nasce in una piccola bottega dello Scalo di Rossano, in via Napoli 24. Una porta verde, il banco da lavoro sempre in vista, oggetti curiosi disseminati nello spazio e quell’inconfondibile odore di cuoio e legno bruciato accolgono chi entra.

 

È qui che ogni oggetto personalizzato prende forma, prima di tutto, attraverso le mani. La lavorazione di legno, pelle e lastre di acrilico rappresenta il cuore dell’attività, mentre l’incisione laser e la stampa 3D diventano strumenti al servizio dell’idea, senza sostituire la componente artigianale.

 

È proprio nella combinazione tra tecniche differenti che Alteolab costruisce il proprio modo di lavorare. La progettazione nasce dalle esigenze del cliente e si traduce in un pezzo concreto attraverso un processo che può coinvolgere strumenti digitali, lavorazione manuale, rifinitura e, quando necessario, pittura a mano.

 

Targhe, trofei e insegne per eventi, aziende e associazioni convivono con bomboniere e oggetti da regalo per cerimonie e ricorrenze, lampade, orologi decorativi, modelli e prototipi realizzati attraverso la stampa 3D.

 

La varietà della produzione racconta una caratteristica precisa del laboratorio: non esiste un catalogo chiuso al quale ricondurre il lavoro, perché ogni pezzo nasce da una richiesta e viene progettato in funzione di quella richiesta.

Anche i modelli realizzati con la stampa 3D, infatti, possono essere successivamente rifiniti e dipinti a mano, fino a raggiungere un risultato unico. La tecnologia entra così nel processo senza cancellare la manualità, ma diventa parte di un percorso progettuale più ampio.

 

Dietro ogni lavoro c’è la stessa attenzione: ascoltare ciò che viene richiesto e trasformarlo in qualcosa di concreto, con una cura particolare per la qualità della finitura e per quei dettagli che spesso determinano la differenza nel risultato finale.

Modella che indossa una maschera e abito artigianale di Alteo Lab Artigianato

Tra le realizzazioni più riconoscibili di Alteolab c’è Clementizia, la maschera ufficiale del Carnevale di Corigliano-Rossano, ideata e realizzata interamente in laboratorio, dal concept al pezzo finito.

 

Alteolab ha inoltre firmato il logo e il trofeo de “Il Gusto dell’Eccellenza” e alcune particolari insegne in legno presenti sul territorio, tra cui quella del Toro Scatenato, sul lungomare di Rossano.

 

Altre produzioni nascono invece da collaborazioni con realtà associative, come i giochi in legno realizzati per l’associazione Hydra, mentre alcune creazioni in cuoio raggiungono committenti anche oltre i confini italiani, con richieste provenienti da diverse parti del mondo.

 

Sono lavori differenti per funzione, materiali e destinazione, ma accomunati dalla stessa impostazione: partire da un’idea e trovare la forma più adatta per trasformarla in un oggetto.

Il lavoro di Alteolab continua a guardare a nuove possibilità. La prossima realizzazione, in ordine di tempo, sarà una escape room al Castello Ducale, un progetto che introduce una nuova dimensione nella ricerca del laboratorio e intreccia ancora una volta artigianato, gioco e racconto del territorio.

È una direzione che racconta bene la natura di Alteolab: una bottega artigiana contemporanea, nella quale materiali, strumenti e competenze possono incontrarsi per dare forma a progetti sempre diversi.

La collaborazione con SoeVe – L’essenza della forma ci ha permesso di incontrare da vicino questa realtà e di apprezzarne la cura. Le cinque targhe realizzate per le Presenze d’Autore sono state un piccolo tassello di un progetto più ampio, ma anche un esempio concreto di ciò che può accadere quando un’idea incontra le mani capaci di trasformarla in forma.

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ArteArtistiIntervisteSegnalazione Eventi

Codice Visivo 2026. Il viaggio oltre la mappa, mostra di fotografia contemporanea

La seconda edizione del progetto ideato e curato da Monica Bisin torna a Roma dal 17 al 24 ottobre.

Quattro autori,quattro progetti fotografici e un tema che invita ad andare oltre la geografia per entrare nella dimensione più personale dello sguardo.

L’ArteCheMiPiace torna a essere media partner dell’iniziativa.

 

Ci sono viaggi che hanno una destinazione precisa e altri che iniziano proprio quando quella destinazione smette di essere il punto centrale del percorso. È da questa seconda possibilità che prende forma Codice Visivo 2026 – Il viaggio – Oltre la mappa, la nuova edizione del progetto ideato e curato da Monica Bisin per Fag Arti Visive.

 

Dopo la prima edizione dello scorso anno, Codice Visivo torna a Roma con una formula che non cambia nella sua impostazione curatoriale, ma rinnova il proprio campo d’indagine. Dal 17 al 24 ottobre 2026, negli spazi del Sotto Sopra Art Studio, nel quartiere San Giovanni, quattro autori saranno chiamati a confrontarsi con il tema del viaggio, ciascuno attraverso un progetto autonomo e una personale costruzione dell’immagine.

Il vernissage è in programma sabato 17 ottobre alle ore 17.00. La mostra rientra inoltre nel circuito della Roma Art Week, la manifestazione annuale diffusa dedicata all’arte contemporanea nella capitale.

Un format pensato per dare tempo alla fotografia

Uno degli elementi che caratterizzano Codice Visivo è la scelta di lavorare con soli quattro autori.

Non si tratta semplicemente di una riduzione numerica rispetto alle collettive più ampie. È una precisa scelta curatoriale,che nasce dalla volontà di dare a ogni fotografo lo spazio necessario per presentare non soltanto alcune immagini,ma un vero e proprio progetto fotografico.

La differenza è sostanziale.

La fotografia d’autore si sviluppa spesso attraverso una pluralità di immagini che costruiscono tra loro una relazione. La singola fotografia può possedere una propria forza, ma è nella sequenza, nell’accostamento, nelle variazioni di ritmo e nelle corrispondenze tra le immagini che un progetto può rivelare la propria struttura narrativa.

L’autore non presenta quindi soltanto delle fotografie: predispone un racconto per immagini.

Ogni opera diventa parte di una costruzione più ampia. Una fotografia può introdurre un tema, un’altra modificarne la percezione, una terza aprire una direzione inattesa. È attraverso questo montaggio visivo che il lavoro fotografico può restituire un’esperienza, un luogo, una cultura o una percezione senza ridurli alla semplice rappresentazione.

Codice Visivo sceglie quindi di concedere a ciascun autore un tempo di visione maggiore.

Quattro presenze significano quattro percorsi che possono essere attraversati con maggiore attenzione. La pluralità non viene ricercata nella quantità degli espositori, ma nella distanza tra le loro ricerche.

Ed è proprio questo il format che Monica Bisin ha scelto di mantenere dalla prima alla seconda edizione.

Foto Andrea Bernabini

Dalla prima edizione a oggi: cambia il tema, resta il metodo

La prima edizione di Codice Visivo,lo scorso anno,era nata dalla volontà di esplorare la fotografia come linguaggio plurale,mettendo a confronto quattro differenti modalità di costruzione dell’immagine e aprendosi alla sperimentazione e ai nuovi linguaggi visivi.

Quest’anno il progetto si concentra invece sul viaggio.

Ma cosa è cambiato nel passaggio dalla prima alla seconda edizione?

Ne abbiamo parlato direttamente con la curatrice Monica Bisin

 

La prima edizione di Codice Visivo, lo scorso anno, nasceva dalla volontà di esplorare la fotografia come linguaggio plurale, mettendo a confronto quattro differenti modalità di costruzione dell’immagine. Quest’anno, con Il viaggio – Oltre la mappa, il progetto torna con una seconda edizione che parte da un tema preciso e apre nuovi percorsi di lettura. Che cosa è cambiato, dal punto di vista curatoriale, nel passaggio dalla prima alla seconda edizione e quale continuità hai invece scelto di mantenere?

 

Dal punto di vista curatoriale non è cambiato nulla: ho scelto di mantenere lo stesso format della prima edizione,mettendo in dialogo quattro autori e quattro progetti completamente differenti. A cambiare è la tematica,ma resta centrale la volontà di mostrare come uno stesso tema possa generare visioni, linguaggi e interpretazioni profondamente diverse.

Una risposta che chiarisce bene la natura di Codice Visivo: non un contenitore che cambia identità a ogni edizione,ma un progetto che mantiene una precisa struttura curatoriale e la mette ogni volta alla prova attraverso un nuovo tema.

Se nella prima edizione il centro della ricerca era la pluralità del linguaggio fotografico,quest’anno la domanda si sposta sul modo in cui la fotografia possa trasformare l’idea stessa di viaggio.

Oltre la mappa. Quando il luogo diventa esperienza

Il viaggio proposto da Codice Visivo non coincide con la semplice destinazione.

È attraversamento di luoghi, ma anche di culture, memorie, percezioni e sensibilità. Può essere fisico, culturale, spirituale o immaginario.

Il tema permette così ai quattro autori di partire da realtà molto differenti per arrivare a una domanda comune: che cosa accade allo sguardo quando attraversa un luogo?

Quattro autori, quattro modi di viaggiare

Sandro Lombardo porta il progetto The Ships of Time in Giappone, ma il suo viaggio procede soprattutto attraverso una diversa percezione del tempo e dello spazio. I concetti di Ma, lo spazio della pausa e dell’intervallo, e Mujō,l a natura transitoria delle cose, diventano chiavi per osservare vuoti, presenze e sospensioni. Il Giappone si trasforma così da destinazione geografica a esperienza percettiva.

Riccardo Zappelli attraversa Venezia partendo proprio dall’immagine ormai sedimentata della città. Una Venezia raccontata e riprodotta innumerevoli volte, che rischia di essere riconosciuta prima ancora di essere guardata. Attraverso mosso, luce e colore, con un linguaggio vicino alla pittura, l’autore interviene sulla realtà e cerca un’immagine diversa della città. Il riferimento alla Venezia di Francesco Guccini introduce inoltre una dimensione di memoria e disincanto.

Con Girolamo Mingione, il viaggio diventa ricerca formale. In La forma del viaggio, Roma, Rotterdam, Amsterdam e Varsavia vengono attraversate attraverso linee, superfici, geometrie, tagli e prospettive. L’architettura diventa materia visiva e la riconoscibilità del luogo lascia spazio a una grammatica dello sguardo capace di mettere in relazione città lontane.

Elisabetta Nottola, con Shamma, conduce invece il pubblico nell’altopiano etiopico, seguendo il significato culturale e spirituale del tradizionale scialle bianco che accompagna la vita delle comunità locali. A Lalibela, le celebrazioni di Genna e Fasika emergono dalla penombra delle veglie illuminate dalle candele; poi il racconto si apre alla quotidianità, ai mercati, al lavoro, al teff, alla terra. Il bianco e nero diventa una scelta espressiva precisa, capace di concentrare l’attenzione sulle persone e sulla realtà incontrata.

Quattro percorsi,quindi, che non cercano una definizione unica del viaggio, ma ne mostrano la molteplicità.

La distanza tra ciò che vediamo e ciò che la fotografia rivela

È proprio nella distanza tra il luogo e lo sguardo che Monica Bisin individua uno dei territori più fertili della fotografia.

 

Il titolo Il viaggio – Oltre la mappa sembra suggerire che il viaggio fotografico non coincida necessariamente con il raggiungimento di un luogo, ma con la trasformazione dello sguardo di chi lo attraversa. Quanto conta, nella fotografia, la distanza tra il luogo che abbiamo davanti e ciò che l’autore riesce a farci vedere oltre quel luogo?

È proprio in quella distanza che,secondo me, nasce la fotografia. Il luogo è il punto di partenza, ma ciò che conta è quello che lo sguardo dell’autore riesce a rivelare oltre ciò che abbiamo davanti agli occhi: una dimensione personale, emotiva o concettuale che trasforma un luogo in un’esperienza.

È una risposta che attraversa idealmente tutti e quattro i progetti.

Il Giappone di Lombardo non è soltanto il Giappone. Venezia non è soltanto Venezia. Le città di Mingione non sono semplicemente quattro città europee. E l’Etiopia di Nottola non è soltanto un territorio da documentare.

In ciascun caso il luogo costituisce il punto di partenza di un processo di trasformazione: la realtà viene attraversata dallo sguardo dell’autore e restituita come esperienza.

È qui che la fotografia si allontana dalla semplice documentazione e diventa linguaggio.

 

Foto Andrea Bernabini

La scelta degli autori. quattro percorsi personali

La selezione dei quattro fotografi risponde proprio a questa esigenza.

 

I quattro fotografi presenti in questa edizione affrontano il tema del viaggio attraverso prospettive molto diverse: dal Giappone di Sandro Lombardo alla Venezia di Riccardo Zappelli, dalle architetture attraversate da Girolamo Mingione fino alla dimensione culturale e spirituale dello Shamma di Elisabetta Nottola. Qual è stato il criterio che ha guidato la scelta dei quattro autori e che tipo di relazione hai individuato tra percorsi così differenti?

 

Il criterio è stato quello di scegliere autori capaci di interpretare il viaggio in una dimensione molto personale e concettuale, lontana dalla sua lettura più convenzionale. Il filo che lega percorsi così differenti è proprio questo: andare “oltre la mappa”, oltre la geografia, per trasformare il viaggio in un’esperienza dello sguardo e della sensibilità.

La relazione tra gli autori,quindi,non è costruita sulla somiglianza.

È esattamente il contrario.

È nella loro capacità di partire da esperienze diverse e di trasformarle in altrettante forme di visione che il progetto trova la propria unità.

Monica Bisin. La curatela come ricerca

C’è infine un altro viaggio che attraversa Codice Visivo: quello della stessa curatrice.

Monica Bisin è da anni impegnata nella costruzione di progetti dedicati alla fotografia e all’arte contemporanea. La continuità del suo lavoro non si misura soltanto nella successione degli eventi,ma nella capacità di trasformare ogni nuovo progetto in un’occasione di ricerca e confronto.

Monica Bisin, artista e curatrice indipendente,

 

Monica, prima di concludere, vorrei riconoscere la continuità e l’ottima qualità del tuo lavoro curatoriale, che negli anni si è tradotto in una successione di progetti, incontri e nuove esplorazioni nel campo dell’arte contemporanea. Da dove nasce questa costante necessità di progettare e quanto,nel tuo percorso, la curatela è diventata essa stessa una forma di ricerca, quasi un modo personale di attraversare e interpretare l’arte contemporanea?

 

Ti ringrazio per questa domanda, perché mi dà modo di raccontare una parte importante del mio lavoro. La necessità di progettare nasce soprattutto dal bisogno di dare forma alle idee che ho in testa, di trasformarle in qualcosa di reale,visibile e condivisibile. Poi, nel confronto con gli artisti e con i loro percorsi, queste idee si arricchiscono e diventano a loro volta una forma di ricerca, che mi permette di continuare a scoprire e interpretare la fotografia contemporanea,ma anche me stessa.

È forse questa la dichiarazione che meglio completa il senso di Codice Visivo: progettare non come semplice passaggio dall’idea all’esposizione, ma come processo aperto, nel quale il confronto con gli artisti modifica e arricchisce la ricerca curatoriale.

Il viaggio, alla fine, non riguarda soltanto i quattro autori.

Riguarda anche il modo in cui una mostra nasce, si sviluppa e cambia attraverso gli incontri.

Una collaborazione che continua

Anche per questa seconda edizione L’ArteCheMiPiace torna a essere media partner di Codice Visivo, proseguendo la collaborazione avviata con la prima edizione.

Il blog dedicato all’arte e alla cultura contemporanea accompagnerà il progetto con un approfondimento editoriale dedicato alla mostra e ai suoi protagonisti.

In dialogo con il tema del viaggio, sarà inoltre presente attraverso sei opere tratte da UrbanBlur di Giuseppina Irene Groccia. Il progetto, attraverso movimento, mosso e dissolvenza, trasforma luoghi, igure e architetture in frammenti percettivi, portando il viaggio dalla dimensione dello spazio a quella della memoria visiva e della percezione.

Un progetto nel circuito della Roma Art Week

La seconda edizione di Codice Visivo è riconosciuta dalla FIAF – Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche e rientra nel circuito della Roma Art Week, manifestazione annuale diffusa dedicata all’arte contemporanea che coinvolge gallerie, istituzioni, artisti e realtà culturali della capitale.

Confermata quindi la collaborazione con RAW, piattaforma dedicata al panorama dell’arte contemporanea romana, e con Arte 24, format televisivo al servizio della cultura che da quindici anni dà voce e visibilità a numerosi eventi in location pubbliche e private.

La mostra sarà ospitata dal Sotto Sopra Art Studio, atelier e piccola galleria espositiva guidata dalla pittrice Rosanna Cerutti, nello storico e vivace quartiere romano di San Giovanni.

Il progetto sarà accompagnato da un catalogo dedicato ai quattro autori e da un articolato progetto di comunicazione e promozione.

Codice Visivo torna dunque con una seconda edizione che mantiene intatta la propria struttura e cambia il proprio punto di osservazione.

Quattro autori. Quattro progetti. Quattro modi di intendere il viaggio.

Non una destinazione da raggiungere, ma una possibilità di vedere oltre ciò che già conosciamo.

Perché, come suggerisce il titolo di questa nuova edizione, oltre la mappa comincia quello spazio nel quale il luogo diventa esperienza e lo sguardo diventa racconto.

Codice Visivo 2026
Il viaggio – Oltre la mappa

17–24 ottobre 2026

Vernissage: sabato 17 ottobre, ore 17.00

Sotto Sopra Art Studio – Roma San Giovanni

A cura di Monica Bisin / Fag Arti Visive

Ingresso libero

Media Partner: L’ArteCheMipiace

Partners Evento

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ArteArtistiSegnalazione Eventi

Le Stanze dell’Arte torna a Palazzo Fruscione. Arte contemporanea e Agenda 2030 attraverso le cinque P

Locandina Le Stanze dell’Arte 2026 a Palazzo Fruscione a Salerno

Dal 16 ottobre al 1° novembre 2026, Palazzo Fruscione a Salerno torna ad accogliere Le Stanze dell’Arte – Personali a Palazzo Fruscione, progetto realizzato con il patrocinio del Comune di Salerno, ideato e diretto artisticamente da Olga Marciano e curato da Luciano Di Gianni.

Anche quest’anno L’ArteCheMiPiace è lieta di affiancare la manifestazione come media partner, accompagnando la nuova edizione attraverso il racconto e la valorizzazione di un progetto che, negli anni, ha saputo costruire una propria identità nel panorama delle iniziative dedicate all’arte contemporanea.

La formula resta quella che costituisce il carattere distintivo della manifestazione: ogni artista ha una propria stanza. Ma l’edizione 2026 amplia questa idea e la trasforma in un percorso molto più articolato, nel quale alle ventiquattro personali si aggiungono installazioni, elementi interattivi e momenti pensati per coinvolgere direttamente il pubblico.

Ne nasce un percorso espositivo in cui opere,spazi e presenze concorrono a costruire un’esperienza che si rivela passo dopo passo.

 

Una mostra dentro la mostra

La particolarità de Le Stanze dell’Arte nasce da una formula espositiva precisa: ventiquattro artisti, ventiquattro percorsi personali, ciascuno affidato a uno spazio del Palazzo.

Non una collettiva costruita secondo un unico criterio visivo, dunque, ma una costellazione di ricerche differenti che trovano nell’architettura storica di Palazzo Fruscione una cornice comune. Ogni stanza conserva la propria identità, mentre l’insieme costruisce una narrazione più ampia, fatta di linguaggi, sensibilità e visioni differenti.

Per la VII edizione, questo percorso si apre inoltre al tema dell’Agenda 2030, assunto come riferimento per una riflessione sui grandi temi del presente e sulle possibilità di costruire un futuro più consapevole.

Palazzo Fruscione, una parte del racconto

Palazzo Fruscione non è soltanto il luogo che ospita la mostra. La sua architettura entra a far parte dell’esperienza: gli ambienti, i corridoi, le scale e le sale accompagnano il visitatore da una stanza all’altra, creando connessioni tra opere e linguaggi differenti.

L’edificio, risalente al XIII secolo e caratterizzato dalla particolare conformazione a L, conserva elementi architettonici che restituiscono alla visita una dimensione fortemente legata alla storia della città. Le superfici in tufo e pietra, gli spazi di passaggio e le diverse articolazioni del palazzo diventano parte del percorso.

È all’interno di questa struttura che le cinque dimensioni individuate dall’Agenda 2030 trovano una traduzione concreta e accessibile.

Cinque P per attraversare il futuro

Il tema dell’Agenda 2030 entra così nel percorso espositivo attraverso le sue cinque dimensioni fondamentali: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership. Le cinque P diventano una chiave di lettura che porta l’arte a confrontarsi con alcune delle grandi questioni del presente e con l’idea di un futuro fondato su attenzione, responsabilità, equilibrio e collaborazione.

A Palazzo Fruscione questi temi prendono forma attraverso una serie di installazioni e dispositivi pensati per coinvolgere anche il pubblico: le porte delle cinque P, il corridoio verde, le sedie delle possibilità, i tre teli sospesi e il patto dei visitatori.

Un percorso che accompagna le opere personali e amplia la mostra con una dimensione comune, nella quale ciascuno può lasciare una riflessione, una risposta o un impegno.

Un programma che amplia il percorso

Accanto alle ventiquattro personali, Le Stanze dell’Arte propone un calendario di appuntamenti che arricchisce la permanenza a Palazzo Fruscione con incontri, poesia, musica, teatro e occasioni di confronto diretto con gli artisti.

Venerdì 16 ottobre – ore 18.30

Inaugurazione della VII edizione

L’apertura della manifestazione sarà presentata da Gaia Bassi e comprenderà i saluti istituzionali di Vincenzo De Luca, Sindaco di Salerno, Dario Loffredo, Assessore, e Olga Marciano, Presidente di Flusso Contemporary Art e artista.

Seguiranno la presentazione degli artisti partecipanti alla VII edizione e dei relativi percorsi espositivi ospitati nelle sale di Palazzo Fruscione e la consegna del Premio “Le Stanze dell’Arte” a Sonia Zunica.

La serata sarà accompagnata dall’intervento musicale del Coro T’Incanto, diretto dal M° Antonella Zito, con Roberto Marino al piano e Biagio Marinelli alle percussioni.

A seguire, il brindisi inaugurale e la degustazione di vini di Corte Laureana, curata dal sommelier Vladimiro Gennatiempo con il Wine Team, accompagnata da una selezione di formaggi, olive, taralli e specialità del territorio.

La serata proseguirà con la visita alle esposizioni e l’incontro con gli artisti.

Domenica 18 ottobre – ore 19.00

A piedi scalzi – Tra parola e colore

Un appuntamento dedicato alla poesia con la presentazione del libro di Barbara Spatuzzi, in dialogo con Antonio Mariconda.

Le letture saranno affidate a Gaia Bassi, con una performance di Francesca Annunziata e accompagnamento di musica jazz di Matteo De Luca

Sabato 24 ottobre – ore 18.30

Se potessi incontrarmi

Presentazione del libro di Olga Marciano, in dialogo con Carmela Santangelo.

La serata prevede letture e una performance teatrale di Cinzia Ugatti, con gli interventi musicali di Gaia Bassi, voce, e Paolo Molinari, chitarra.

Un incontro costruito attraverso parole, voci, musica e teatro, che accompagna il pubblico tra le pagine del libro e la dimensione personale della sua autrice.

Venerdì 30 ottobre – ore 18.30

A ruota libera con gli artisti – 50 domande al buio

Un incontro informale e fuori dagli schemi, pensato per avvicinare il pubblico agli artisti attraverso 50 domande a sorpresa.

Domande capaci di andare oltre le opere per conoscere pensieri, curiosità, esperienze e aspetti meno conosciuti dei protagonisti della mostra.

Al termine, un momento conviviale con artisti e pubblico, accompagnato da tè, tisane e biscotti.

Domenica 1° novembre – ore 18.00

Finissage

La conclusione della VII edizione sarà affidata a un incontro finale con artisti e pubblico, durante il quale saranno consegnati i certificati di merito e i cataloghi a tutti gli artisti partecipanti, prima del saluto conclusivo.

Orari di apertura

Martedì, mercoledì e giovedì: 17.30–20.00

Venerdì, sabato e domenica: 11.00–13.00 / 17.30–20.00

Lunedì: chiuso

Le stanze. Ventiquattro sguardi sul presente

Ventiquattro artisti, ventiquattro ricerche e altrettanti modi di interpretare il presente. Le stanze diventano così luoghi autonomi, ciascuno con una propria identità, ma inseriti in un percorso comune che attraversa questioni legate alla natura, all’identità, alla fragilità, alla trasformazione, alla relazione tra individuo e ambiente.

Lucia Ansalone – Radici di futuro

La ricerca di Lucia Ansalone si concentra sul rapporto tra radici, appartenenza e possibilità. Il futuro nasce dalla capacità di riconoscere ciò che ci lega alla terra e alla propria storia, trasformandolo in una risorsa per il presente.

Giancarlo Massimo Chiancone – Il patto fragile

Una riflessione sulla precarietà degli equilibri che regolano il rapporto tra uomo, natura e società. Il “patto fragile” richiama la necessità di una responsabilità condivisa e di una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte.

Mimma De Luca – Cuore Sacro

La dimensione del sacro diventa spazio di ricerca e introspezione. Le opere di Mimma De Luca affrontano il rapporto tra interiorità, sentimento e spiritualità, restituendo alla figura e al simbolo una dimensione sospesa tra personale e universale.

Dario Di Martino – Il prezzo del verde

Il verde diventa materia di riflessione sul rapporto con il pianeta. Il titolo introduce una domanda precisa sul costo delle trasformazioni ambientali e sulle responsabilità che accompagnano il modo in cui utilizziamo e trasformiamo il territorio.

Elena Lembo – Essenza

Una ricerca orientata verso ciò che rimane quando la forma si riduce all’essenziale. Essenza porta l’attenzione sulla sostanza delle cose, sull’identità e sulla possibilità di riconoscere ciò che conta oltre l’apparenza.

Mariagrazia Mancino – Le vie dell’essere

Un percorso dedicato alla dimensione individuale e alle molteplici possibilità dell’esistenza. Le opere diventano tappe di una ricerca che attraversa identità, trasformazione e consapevolezza.

Antonio Mariconda – Volti oltre il volto

Il volto come luogo dell’identità, ma anche come superficie capace di nascondere e rivelare. La ricerca di Mariconda invita a guardare oltre la fisionomia per incontrare ciò che si cela dietro l’immagine.

Peppe Nocerino – Terra, Universo e Futuro

La Terra viene osservata nella sua relazione con una dimensione più ampia, quella dell’universo. Una riflessione che mette in relazione il destino del pianeta con la responsabilità dell’uomo e con le possibilità ancora aperte del futuro.

Piero Penna – Paesaggi da custodire

Il paesaggio diventa patrimonio da osservare e proteggere. La ricerca pone l’attenzione sulla fragilità degli ambienti e sulla necessità di una nuova consapevolezza nei confronti dei luoghi che abitiamo.

Enzo Santoro – Riflessioni celate

Un lavoro costruito attorno a ciò che appare e a ciò che resta nascosto. Le opere suggeriscono una lettura stratificata, nella quale l’immagine diventa occasione per interrogarsi su ciò che non è immediatamente visibile.

Barbara Spatuzzi – Il respiro del mondo

Il respiro diventa metafora di una relazione continua tra individuo e ambiente. Una ricerca che riconduce il gesto artistico alla necessità di ascoltare il mondo e le sue trasformazioni.

Massimo Borrelli – Non pensavo fosse cenere

La cenere porta con sé il segno della trasformazione e di ciò che resta dopo una perdita o un cambiamento. Il lavoro affronta il tema della fragilità attraverso una materia che conserva la traccia di ciò che è stato.

Lello D’Anna – F_LOVERS

Attraverso la lente intima del light painting, Lello D’Anna esplora la relazione tra luce e materia, celebrando il fiore come evento luminoso e dinamico. La luce, come un pennello invisibile nell’oscurità, scolpisce delicatamente le forme floreali e ne rivela texture nascoste, nervature segrete e trasparenze eteree. Ogni composizione nasce dal dialogo tra fragilità organica ed energia luminosa, in un’esplosione controllata di vita che emerge dal buio. Il fiore viene ricondotto alla sua essenza più pura e ogni scatto diventa una meditazione, un fugace momento di splendore in cui ogni petalo sembra sussurrare la propria identità, evocando purezza e una dimensione di sacralità della natura.

Giorgio Della Monica – L’abbraccio

L’abbraccio diventa immagine di vicinanza, protezione e relazione. Un gesto semplice che assume un valore simbolico e riconduce l’arte alla dimensione dell’incontro.

Enzo Forgione – In viridia immersio

Il rapporto con la natura viene affrontato attraverso una ricerca che porta lo spettatore dentro una dimensione verde, avvolgente e percettiva. La natura non è semplice sfondo, ma ambiente da esplorare e riconoscere.

Laura Libera Lupo – Anime in estinzione

La fragilità delle specie e la perdita della biodiversità diventano il punto di partenza per una riflessione sulla responsabilità nei confronti del pianeta. Le “anime in estinzione” richiamano ciò che rischia di scomparire e che necessita di attenzione e cura.

Olga Marciano – Sguardi

Lo sguardo come strumento di osservazione e conoscenza. La ricerca di Olga Marciano si concentra sulla figura e sulla relazione tra chi osserva e ciò che viene osservato, restituendo all’immagine una dimensione aperta e interrogativa.

Giancarlo De Luca – Prima della parola

Il corpo femminile diventa territorio simbolico nel quale si incontrano vita, nutrimento, identità e vulnerabilità. Il seno, legato da sempre alla maternità e alla fertilità, attraversa epoche e culture conservando una forte dimensione ancestrale. Nella ricerca di Giancarlo De Luca questa simbologia assume una lettura contemporanea, restituendo al corpo femminile una dimensione di consapevolezza, forza e identità.

Claudio Martinenghi – Massacri

Una ricerca che affronta il tema della violenza e della distruzione attraverso immagini capaci di confrontarsi con la parte più drammatica della contemporaneità. Il titolo richiama una realtà che l’arte osserva senza sottrarsi alla sua durezza.

Valeria Nuzzo – Archeologie del paesaggio

Il paesaggio viene letto come una stratificazione di segni, tracce e trasformazioni. Una sorta di archeologia del presente, nella quale ciò che vediamo racconta anche ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora cambiare.

Nicola Pellegrino – La Terra

La Terra come origine, luogo di appartenenza e patrimonio comune. Il lavoro si confronta con il pianeta nella sua dimensione fisica e simbolica, riportando l’attenzione sulla necessità di preservarne l’equilibrio.

Giulia Reale – Il tempo di un futuro

Il futuro viene osservato nella sua relazione con il tempo. Il titolo introduce una riflessione sulla possibilità di costruire ciò che ancora non esiste attraverso le scelte compiute nel presente.

Regina Senatore – Rame e anima

Materia e interiorità si incontrano in una ricerca nella quale il rame assume una funzione espressiva e simbolica. La materia diventa così strumento per parlare di identità, trasformazione e dimensione interiore.

Sabrina Tortorella – Nel nome del cuore

Il cuore come luogo simbolico delle emozioni, delle relazioni e delle scelte. Un lavoro che riconduce la ricerca artistica alla dimensione del sentimento e alla possibilità di riconoscere ciò che ci unisce.

Un percorso che continua oltre le opere

La forza di questa edizione risiede anche nella capacità di mettere in relazione le singole esperienze artistiche con un percorso collettivo.

Le cinque P dell’Agenda 2030 offrono una traccia comune senza uniformare le ricerche. Ogni artista conserva il proprio linguaggio e la propria autonomia, mentre il pubblico è chiamato a costruire il proprio percorso tra le stanze e le installazioni.

Le opere diventano così punti di partenza per interrogativi più ampi: quale rapporto abbiamo con il pianeta? Come cambiano le nostre relazioni? Quale idea di futuro vogliamo costruire? Quale responsabilità appartiene alle nostre scelte quotidiane?

L’arte come esperienza condivisa

Le Stanze dell’Arte torna dunque a Palazzo Fruscione con una formula che conserva il carattere delle personali, ma amplia progressivamente il proprio raggio d’azione.

Le ventiquattro stanze raccontano ventiquattro sensibilità differenti. Le installazioni dedicate alle cinque P costruiscono un filo comune. Gli incontri, le presentazioni, la musica, la poesia e il teatro ampliano ulteriormente il programma.

Al centro rimane l’opera, ma attorno all’opera si costruisce un’esperienza più ampia, nella quale il pubblico può osservare, ascoltare, confrontarsi e lasciare a propria volta una traccia.

Dal 16 ottobre al 1° novembre 2026, Palazzo Fruscione ospita un percorso che intreccia arte contemporanea, Agenda 2030 e una pluralità di sguardi sulle questioni che riguardano il nostro modo di vivere,relazionarci e prenderci cura del mondo.

Le Stanze dell’Arte – Personali a Palazzo Fruscione

VII edizione

16 ottobre – 1° novembre 2026

Palazzo Fruscione, Salerno

 

Direzione artistica: Olga Marciano

Curatela: Luciano Di Gianni

 

Con il patrocinio del Comune di Salerno

 

Media partner: L’ArteCheMiPiace

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ArteArtisti

Nadia Martorano e l’arte come dono. Cento piccoli dipinti, un’unica matrice

In alcune occasioni, un’opera d’arte può trovare una destinazione diversa da quella abituale, entrando nella dimensione privata e diventando parte di un gesto personale, di un legame o di un dono.

Non nasce per una sala espositiva, per una collezione o per essere semplicemente osservata, ma per entrare nella vita di qualcuno e diventare un dono. È una dimensione particolare dell’arte, forse tra le più intime, perché porta l’opera fuori dal consueto circuito espositivo e la affida a un legame personale.

È da questa idea che prende forma un progetto singolare realizzato dall’artista Nadia Martorano in occasione del matrimonio della sorella, celebrato il 19 settembre 2026. Nel ruolo di testimone, l’artista ha scelto di affidare agli invitati qualcosa che appartenesse realmente al proprio linguaggio creativo, non un oggetto acquistato per l’occasione, ma una piccola opera d’arte realizzata personalmente.

Sono così nati cento piccoli dipinti a olio su tela, simili tra loro ma ciascuno differente, arricchiti dalla presenza di elementi Swarovski. Singolarmente, ogni frammento possiede una propria identità; insieme, le cento tele compongono un’unica immagine, un Lago dei Cigni, costruito attraverso la moltiplicazione di piccole porzioni pittoriche.

Il progetto introduce così una riflessione interessante sul rapporto tra unicità e molteplicità. L’opera mantiene una matrice comune, ma nel momento in cui viene suddivisa in cento differenti esemplari acquista una nuova natura. Ogni piccolo dipinto diventa infatti un’opera autonoma e, nello stesso tempo, parte di una composizione più ampia.

È proprio questo passaggio a rendere il progetto particolarmente interessante dal punto di vista artistico, la matrice non viene semplicemente riprodotta, ma interpretata attraverso una serie di variazioni manuali. La dimensione ridotta delle tele non ne diminuisce il valore, perché ciascun frammento conserva il gesto dell’artista e la propria irripetibilità.

Alla base del progetto esiste un’opera originaria, presentata nell’ambito di ARTEXPÒ – 1° Grand Prix di Monte Carlo, nel Principato di Monaco, e successivamente documentata nel relativo catalogo d’arte. Di quell’esperienza e dell’opera avevamo già parlato in un nostro precedente articolo, dedicato alla partecipazione dell’artista alla manifestazione monegasca e al riconoscimento ottenuto.

È da quella matrice che prende avvio il percorso delle cento piccole tele destinate al matrimonio. Il passaggio è significativo, un’opera nata in un’ambito espositivo viene reinterpretata per assumere una funzione completamente diversa, diventando un dono destinato alla condivisione.

L’artista trasferisce così il proprio lavoro da uno spazio pubblico a una realtà privata, senza interromperne il percorso. Cambia la destinazione, cambia la scala, cambia persino il modo in cui l’opera viene incontrata dal pubblico, ma rimane riconoscibile l’origine del progetto.

Il dono diventa quindi anche una forma di diffusione dell’arte. Cento persone ricevono un frammento, cento piccoli dipinti prendono strade differenti e l’opera originaria continua, in qualche modo, a vivere attraverso ciascuno di essi.

C’è qualcosa di particolarmente suggestivo nell’idea di un’opera concepita per essere divisa senza perdere la propria unità.

Il Lago dei Cigni diventa, in questa circostanza, una sorta di immagine-matrice: la sua identità permane anche quando viene affidata a cento differenti supporti. Il gesto dell’artista non consiste quindi soltanto nel creare una serie di piccoli dipinti, ma nel pensare un’opera capace di trasformarsi attraverso la relazione con chi la riceve.

Anche gli Swarovski contribuiscono a questa trasformazione. Gli elementi luminosi inseriti sulla superficie pittorica aggiungono una componente materica e riflettente, introducendo nella piccola dimensione delle tele un elemento prezioso che accompagna la leggerezza evocata dal soggetto.

L’opera, dunque, non si esaurisce nella sua immagine complessiva. Vive anche nei suoi dettagli, nelle differenze tra un frammento e l’altro, nella possibilità che ciascun destinatario conservi una parte di quella composizione senza possederla interamente.

Il valore di questo progetto risiede forse proprio nella sua origine. Un gesto familiare che trova nell’arte la propria forma espressiva.

Il matrimonio rappresenta l’occasione, ma il lavoro dell’artista porta il significato oltre la circostanza. Il dono non è soltanto qualcosa da conservare come ricordo di una giornata, ma un piccolo oggetto d’arte pensato e realizzato attraverso il proprio linguaggio.

È una prospettiva che restituisce all’arte una delle sue funzioni più antiche: essere offerta, condivisa, affidata agli altri.

In questo caso, la condivisione assume una forma quasi letterale. L’opera viene suddivisa in cento parti, ciascuna destinata a una persona diversa. Eppure, proprio attraverso questa dispersione, la sua origine comune rimane visibile.

Forse è questa la particolarità più interessante del progetto, l’opera non perde la propria identità quando viene donata. Al contrario, trova nel dono una nuova possibilità di esistenza.

L’artista, residente a Spezzano Albanese, in provincia di Cosenza, vive il proprio rapporto con i luoghi attraverso una concezione dell’arte che non riconosce confini territoriali. Ogni paese, ogni città, ogni realtà che sceglie di accogliere il suo lavoro può diventare parte del suo percorso, non come semplice luogo di presenza, ma come spazio di incontro e di appartenenza artistica.

È una posizione che nasce dalla volontà di considerare l’arte per ciò che può rappresentare nella sua forma più libera: un linguaggio capace di avvicinare persone e territori, senza essere condizionato da appartenenze o distinzioni. L’artista si sente parte di ogni luogo nel quale viene invitata a esprimersi e considera questa apertura una componente importante del proprio percorso.

In questa senso, anche il gesto da cui nasce il progetto assume un significato più ampio. Un’opera pensata per una persona cara diventa occasione di condivisione, mentre l’arte continua il proprio cammino oltre il luogo e il momento per cui è stata concepita.

Il dono, allora, non coincide soltanto con ciò che viene consegnato, ma con la possibilità di affidare all’arte un messaggio di apertura, appartenere a un luogo senza escluderne altri, attraversare territori diversi e lasciare che ogni incontro diventi parte del proprio percorso creativo.

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ArteSegnalazione Eventi

CariatiInArte 2026, il borgo di Cariati raccontato attraverso lo sguardo degli artisti

Copertina grafica per l'articolo su CariatiInArte 2026 con vista panoramica sul borgo di Cariati e la cattedrale affacciata sul mare.

Si è svolta domenica 6 settembre la VII edizione di CariatiInArte – Festival Storico Artistico, appuntamento dedicato all’arte en plein air che anche quest’anno ha portato nel borgo di Cariati artisti provenienti dalla Calabria e da altre regioni italiane.

Una giornata in cui il patrimonio storico e paesaggistico del territorio è diventato materia di osservazione e interpretazione artistica. Tecniche, sensibilità e linguaggi differenti hanno restituito immagini nuove di Cariati, attraverso opere nate dall’incontro diretto con il borgo e con la sua atmosfera.

Inserita nel programma PAC Calabria 2014-2020, la manifestazione ha confermato la propria vocazione come occasione di incontro tra artisti, pubblico e territorio, con l’arte al centro di un percorso dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione della Calabria.

Particolarmente significativo il livello delle opere presentate, valutate da una giuria esperta che ha assegnato quattro riconoscimenti e una menzione speciale. La cerimonia di premiazione si è svolta all’interno del Museo MUMAM, luogo che ha accolto il momento conclusivo della manifestazione e la consegna dei riconoscimenti agli artisti.

Il primo premio è andato a Vincenzo Cipriani, di Turi (Bari), per Notturno in piazza Plebiscito, opera capace di restituire la suggestione della piazza attraverso una personale lettura della luce e dello spazio.

Al secondo posto Tracce di storia di Fabio Castellaneta, artista di Taranto, mentre il terzo premio è stato assegnato a Elena Lyamova, artista di origine russa ormai legata al territorio di Crucoli, per la realistica Finestra sul borgo.

In quarta posizione Cariati di Notte di Manuela Iacovino, proveniente da Cirò Marina.

La menzione speciale è stata invece attribuita a Luigi Perenz, di Fuscaldo, per Tramonto su Cariati, opera apprezzata per la sua capacità di cogliere il fascino del paesaggio e della luce al calare del giorno.

La varietà delle opere e degli approcci conferma uno degli aspetti più interessanti di CariatiInArte: la possibilità di osservare uno stesso luogo attraverso sensibilità artistiche profondamente diverse. Il borgo diventa così soggetto e punto di partenza per una narrazione collettiva, nella quale ogni artista lascia una propria traccia interpretativa.

È anche attraverso questi incontri che il Festival continua a crescere, intrecciando arte, cultura, inclusione e partecipazione e trasformando una giornata dedicata alla creatività in un’esperienza condivisa con la comunità.

La VII edizione si è conclusa con un ringraziamento rivolto agli artisti partecipanti, alle associazioni coinvolte, alle attività commerciali, ai soci della Pro Loco, ai volontari del Servizio Civile, al Museo MUMAM, alla giuria, a Cariatinet, a Cariati Centro Storico e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione della manifestazione.

Un appuntamento che dà già appuntamento alla prossima edizione, con la promessa di tornare a raccontare Cariati attraverso gli occhi e le sensibilità dell’arte.

Per rivivere i momenti più significativi della VII edizione di CariatiInArte, clicca sull’immagine e accedi al video ufficiale della manifestazione, a cura di CariatiNet Notizie.

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Arte

BURNING MAN 2026 Axis Mundi. L’arte come luogo di connessione

Ogni anno, nel cuore del deserto del Nevada, accade qualcosa che sfugge alle definizioni consuete. Per pochi giorni, là dove esiste soltanto una vasta distesa di terra e polvere, prende forma una città. Si chiama Black Rock City e non è semplicemente il luogo in cui si svolge Burning Man: è essa stessa una delle più grandi opere collettive contemporanee.

Il Burning Man nasce nel 1986 sulla spiaggia di Baker Beach, a San Francisco, come un gesto spontaneo e simbolico: la combustione di una figura umana in legno. Da quella prima effimera azione è nata, nel corso dei decenni, una manifestazione che oggi riunisce una comunità internazionale intorno all’arte, alla partecipazione, alla libera espressione e alla costruzione condivisa di un’esperienza. Dal 1990 il deserto di Black Rock, in Nevada, ne è diventato il paesaggio naturale e insieme il luogo della sua utopia temporanea.

Ma definire Burning Man un festival sarebbe riduttivo.

Non ci sono spettatori nel senso tradizionale del termine. Non esiste una successione di grandi nomi chiamati a intrattenere un pubblico. Le opere, le installazioni, le architetture, le performance, i campi e i veicoli artistici nascono dalla comunità stessa. L’arte non viene semplicemente esposta: viene abitata, attraversata, trasformata e restituita a chi la incontra.

È forse proprio qui che Burning Man assume un interesse particolare per chi guarda all’arte come esperienza e non soltanto come oggetto.

Nel deserto possono sorgere strutture monumentali, sculture interattive, architetture visionarie, opere luminose e dispositivi capaci di coinvolgere fisicamente il visitatore. Ma ciò che conta non è soltanto la loro dimensione spettacolare. È il rapporto che instaurano con chi vi entra. L’opera diventa esperienza; l’esperienza diventa memoria; la memoria diventa parte di una narrazione collettiva.

L’edizione 2026, in programma dal 30 agosto al 7 settembre, porta questo principio verso una dimensione ancora più simbolica. Il tema scelto è Axis Mundi, l’“asse del mondo”: quell’immagine archetipica che, nelle diverse culture, identifica un centro capace di mettere in comunicazione la terra e il cielo, il mondo umano e quello spirituale, ciò che conosciamo e ciò che rimane oltre la nostra percezione.

L’albero cosmico, la montagna sacra, la colonna, il pilastro: forme diverse per raccontare una medesima intuizione, quella di un punto centrale attorno al quale l’esistenza trova un ordine e una relazione.

Burning Man interpreta questo simbolo in modo contemporaneo. L’Axis Mundi non è soltanto una struttura verticale che unisce alto e basso, ma può diventare la comunità stessa, il luogo immateriale nel quale individui lontani per origine, cultura e storia si incontrano e costruiscono una realtà comune.

È una riflessione particolarmente significativa in un’epoca nella quale la connessione è diventata quasi permanente e, paradossalmente, la sensazione di isolamento non sembra essere diminuita.

C’è poi un elemento che rende Burning Man quasi una contraddizione vivente rispetto alla cultura contemporanea: la sua straordinaria capacità di costruire per poi distruggere.

Black Rock City viene edificata nel deserto e, al termine dell’esperienza, viene smontata. Nulla dovrebbe rimanere. Anche le grandi opere che hanno richiesto mesi di progettazione e costruzione sono destinate all’effimero.

Nel 2026, tra le installazioni più significative vi è Cryptomeria, il Man Pavilion progettato da Alexander Rose e ispirato all’antico cedro giapponese Jōmon Sugi. La struttura è concepita su tre livelli, come un percorso dal mondo naturale a quello umano fino alla dimensione celeste: ancora una volta, un vero e proprio Axis Mundi.

E poi c’è il Temple of the Moon, progettato da James Gwertzman insieme alla Moonlight Collective e al Temple Build Crew. La sua ispirazione è una particolare fioritura del deserto, la Queen of the Night, un fiore che sboccia una sola notte e appassisce prima dell’alba. La sua brevissima esistenza diventa così metafora della vita, dell’esperienza e dello stesso Burning Man: qualcosa che appare, raggiunge la propria intensità e poi scompare.

È difficile non vedere, in questa scelta, una precisa dichiarazione poetica: l’effimero non è ciò che manca di valore; può essere, al contrario, ciò che ci obbliga a essere presenti.

 

Le opere del 2026 sembrano sviluppare questa idea in molte direzioni. Tra gli interventi selezionati compaiono alberi monumentali, percorsi immersivi, strutture sonore e luminose, architetture ispirate alla montagna sacra, serpenti luminosi, giardini, spazi contemplativi e opere nelle quali il corpo umano diventa esso stesso elemento di connessione tra terra e cielo.

In Axis Mundi: Resonant Spire, per esempio, una torre lignea di 33 piedi trasforma le voci dei partecipanti in luce e suono. In altre opere il riferimento all’asse cosmico passa attraverso l’albero, la spirale, la montagna o il corpo. L’arte diventa così una soglia: non qualcosa da osservare a distanza, ma un luogo nel quale entrare.

Ed è forse questo il tratto più interessante di Burning Man.

Qui l’arte rinuncia, almeno temporaneamente, alla propria tradizionale distanza dall’osservatore. Non chiede soltanto di essere guardata. Chiede di essere attraversata.

Alla fine rimane il fuoco.

La grande effigie del Man viene bruciata nel corso della manifestazione, mentre il Temple viene tradizionalmente affidato alle fiamme nella fase conclusiva dell’evento. Non si tratta soltanto di una spettacolare conclusione scenografica. Il fuoco assume il valore di una trasformazione: ciò che è stato costruito viene restituito alla materia, ciò che è stato vissuto diventa storia.

Forse è proprio per questo che Burning Man, pur con tutte le sue contraddizioni e con la complessità organizzativa che oggi lo caratterizza, continua a esercitare una forte attrazione sull’immaginario contemporaneo.

Perché nel deserto mette in scena una domanda antica attraverso strumenti completamente contemporanei:

che cosa accade quando una comunità decide di creare insieme qualcosa che non è destinato a durare?

La risposta non è un’opera soltanto.

È un’esperienza.

È una città.

È una comunità.

E, nel caso di Burning Man 2026, è soprattutto un asse immaginario che prova a ricucire ciò che spesso percepiamo come separato: uomo e natura, materia e spirito, individuo e collettività, arte e vita.

Nel deserto, per una settimana, tutto questo prende forma.

Poi scompare.

E forse è proprio nella sua scomparsa che Burning Man trova la sua forma più originale e autentica.

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ArteSegnalazione Eventi

Borgo Jazz 2026 si chiude tra musica, arte e memoria.Premiata la pittopoesia di Ida Proto

Si è conclusa ieri, nel cuore del Borgo Marinaro di Schiavonea, la nuova edizione di Borgo Jazz 2026, una manifestazione che ha saputo trasformare le vie storiche del borgo in un grande spazio a cielo aperto con musica, arte, cultura, fotografia, tradizioni e sapori del territorio.

Una partecipazione numerosa e calorosa ha accompagnato le due giornate dell’evento, promosso dalle associazioni Ausonia e Schiavonea e Sant’Angelo Puliti, con il patrocinio del Comune di Corigliano-Rossano e della Regione Calabria. Tra jazz e contaminazioni musicali, esposizioni, itinerari culturali e la suggestiva Via degli Artisti, Schiavonea ha riscoperto e restituito al pubblico la propria identità, in un racconto corale affidato a linguaggi diversi, in armonia tra loro.

 

Ed è proprio all’interno di questo ricco percorso dedicato all’arte che ha trovato spazio un momento particolarmente significativo: l’inaugurazione e la premiazione della pittopoesia di Ida Proto, artista e poetessa coriglianese.

 

Avevi le mani ghiacciate
E il caldo nel cuore
Odoravi di mare e sapevi d’amore
Capitano la ciurma è scesa tutta
Oramai sei solo
Devi salpare
Il viaggio deve continuare
Non importa se il mare è in tempesta
Se il sole picchia e la pelle brucia
Devi navigare
Il mare è la tua vita
La barca la tua casa
Non lasciarti andare
Indossa il tuo sorriso
Impugna il tuo coraggio
Nessuno capirà le tue paure
Sguardo vigile
Sangue freddo
Il cielo la coperta
Le stelle la tua luce
La luna la tua amante
Anima ribelle
Rapito dal blu infinito
Incantato da ninfee mai viste
Da corpi sognati
Da canti narrati
Tu capitano lupo di mare
mentore di tanti
Sogni di molte
Vita ne hai vissuta
Tra oceani in tempesta
Cieli stellati
E lacrime amare di vite spezzate

L’opera nasce dall’incontro tra pittura e poesia e porta con sé un’immagine intimamente legata all’identità marinara di Schiavonea. Al centro della tela vive il mare, ma ciò che realmente emerge è una presenza umana, quella del padre dell’artista, un uomo di mare rimasto nella memoria della figlia attraverso immagini, gesti e ricordi che il tempo non ha cancellato.

Ida Proto ha scelto di affidare questa memoria alla pittopoesia, trasformando il ricordo paterno in colore e versi. Ne nasce un’opera intima e toccante, nella quale il mare non è soltanto paesaggio, ma diventa metafora della distanza, dell’attesa, del ritorno e di un legame che continua oltre l’assenza.

Guardando il quadro, sembra quasi che il tempo si fermi. Il mare custodisce la figura del marinaio e la poesia restituisce alla figlia la possibilità di parlargli ancora. È un dialogo silenzioso, affidato alla tela e alle parole, dove il ricordo non ha il sapore della nostalgia, ma quello più intenso di una presenza che continua a vivere.

Ida Proto, nata e residente a Corigliano Calabro, ama definirsi “apprendista dell’arte”. Una definizione semplice e insieme rivelatrice della sua sensibilità. Da autodidatta ha esplorato la pittura e la poesia, cercando di dare forma a ciò che custodisce dentro di sé. Sono quelli che lei chiama i suoi “pensieri farfalla pazze”, pensieri che osserva, raccoglie e affida alla carta, lasciandoli poi andare come al vento.

È una ricerca che nasce dalla fantasia e dalla capacità di osservare il mondo con occhi ancora capaci di meravigliarsi. Una sognatrice, come lei stessa si definisce, che nella pittura e nella poesia trova il modo di trasformare emozioni e ricordi in immagini condivisibili.

La sua opera, presentata e premiata nel corso di Borgo Jazz, acquista così un significato particolare proprio nel luogo che l’ha accolta: Schiavonea, borgo di pescatori, di partenze e ritorni, di uomini e donne che hanno nel mare una parte della propria storia.

E forse non poteva esserci cornice più autentica per questo omaggio.

Perché quella di Ida Proto non è soltanto una pittopoesia dedicata a un padre. È una figlia che continua a cercarlo nel mare e un padre che, attraverso i suoi versi, continua a tornare a casa.

Ida Proto, residente e attiva come pittrice e poetessa a Corigliano Calabro, si distingue per la sua versatilità in diversi generi espressivi. Da autodidatta, ha esplorato varie forme artistiche, trasmettendo attraverso la sua creatività pittorica e la scrittura una rielaborazione intima delle sue esperienze di vita. Partecipante attiva a manifestazioni culturali di arte e poesia, Ida è anche abile lettrice nei recital di poesie. La sua evoluzione artistica e letteraria riflette una profonda esplorazione interiore, con risultati dalla singolare forza espressiva. Nel corso del tempo, ha sviluppato un’originale espressione genuina e lineare, mantenendo sempre l’impronta della sua essenza poetica.

 

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“Note di stile in Piazza Steri”: il Circolo Culturale Rossanese chiude l’estate, premia la violinista e rilancia il suo impegno socioculturale.

Si è concluso nella suggestiva cornice di Piazza Steri il cartellone di eventi estivi promosso dal Circolo Culturale Rossanese, guidato dal suo instancabile presidente Antonio Guarasci. Un ciclo di appuntamenti che ha saputo coniugare socialità, cultura e valorizzazione del centro storico.

A suggellare la programmazione è stato l’emozionante concerto della violinista Manuela Mosca. Al termine dell’esibizione, il presidente Guarasci ha consegnato alla musicista una prestigiosa targa al merito, quale riconoscimento per:

Il suo straordinario talento artistico

Il legame profondo con le proprie radici

Il valore del suo contributo, avendo fatto  dono della propria musica al Circolo Culturale Rossanese tre anni consecutivi.

Lo spegnersi dei riflettori estivi sull’ultima performance non frena l’azione del sodalizio. La chiusura della rassegna rappresenta anzi un nuovo punto di partenza: l’impegno del Circolo sul territorio proseguirà nei prossimi mesi con nuove iniziative volte a stimolare la crescita culturale della comunità.

Il presidente Guarasci esprime la più sentita gratitudine a Manuela Mosca, a tutti gli artisti che hanno animato Piazza Steri con la loro arte durante i cinque impegnativi eventi, e al numerosissimo pubblico che di volta in volta ha affollato e vissuto la meravigliosa piazza, decretando il successo di ogni appuntamento.

 

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