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Giuseppina Irene Groccia

ArteArtisti

La dissoluzione dell’istante nella doppia esposizione di Anca Corut

La Settimana Santa siciliana, in questo lavoro, perde ogni residuo descrittivo per trasformarsi in una materia visiva instabile e stratificata, nella quale la doppia esposizione in bianco e nero non agisce come semplice espediente linguistico, ma come struttura necessaria a restituire la complessità percettiva di un’esperienza che travolge lo sguardo e dissolve la possibilità di distinguere con precisione ciò che appartiene al rito, ciò che appartiene alla memoria e ciò che invece continua a sopravvivere come impressione emotiva dentro chi osserva.

Il progetto prende forma a partire da un percorso nei luoghi della Settimana Santa siciliana, compiuto tra Caltanissetta, Enna, Ispica e Scicli, nel corso del quale l’esperienza del vedere si è progressivamente trasformata in una condizione di immersione, in cui l’immagine non si è più data come semplice registrazione del reale ma come materia densa, carica di una gravità percettiva che coinvolge il corpo stesso dell’autrice e ne dissolve la distanza rispetto all’evento, fino a renderla parte di un movimento collettivo fatto di passi, canti e presenze in cui la visione coincide con la partecipazione.

La ricerca fotografica di Anca Corut si colloca in una direzione volutamente eccentrica rispetto alla fotografia intesa come registrazione del visibile, configurandosi piuttosto come una costruzione stratificata dello sguardo in cui la doppia esposizione non assume valore ornamentale né sperimentazione episodica, ma diventa dispositivo critico attraverso il quale la stabilità dell’immagine viene costantemente sabotata a favore di una condizione percettiva mobile, instabile, attraversata da più livelli di realtà che insistono sul medesimo fotogramma senza mai risolversi in una forma definitiva.

All’interno di questo impianto il bianco e nero non si limita a sottrarre il dato cromatico, ma agisce come principio di riduzione radicale che riconduce la scena a una tensione elementare tra emersione e cancellazione, tra apparizione e dissolvenza, dove le figure non occupano uno spazio ma si inscrivono come presenze intermittenti, simili a residui di un’esperienza visiva che non trova mai un punto di fissazione stabile.

Le immagini emergono così come superfici di passaggio, in cui il corpo, il gesto e la traccia non coincidono mai con una identità univoca ma si dispongono secondo una logica di sovrapposizione che trasforma il soggetto fotografico in un campo di possibilità più che in un oggetto definito, restituendo alla visione una dimensione che non appartiene alla nitidezza descrittiva ma a una zona intermedia, come immagine mai risolta nella sua forma.

Nel quadro di questa ricerca la doppia esposizione si sottrae a ogni funzione puramente tecnica e diventa forma di pensiero visivo, una sorta di grammatica instabile attraverso cui l’autrice interroga non la realtà nella sua evidenza, ma la sua resistenza alla fissazione, costruendo immagini che non rispondono alla necessità della rappresentazione ma aprono varchi percettivi nei quali la visione si espone alla propria stessa instabilità.

Nel tornare alla serie dedicata alla Settimana Santa siciliana, l’autrice costringe frammenti differenti della processione a convivere nello stesso spazio fotografico, facendo collidere volti, gesti, simulacri e traiettorie dei corpi in una costruzione visiva che altera la linearità dell’evento e produce una dimensione sospesa, quasi ipnotica, nella quale il tempo non procede secondo una successione ordinata ma si accumula per stratificazioni successive, come accade nei ricordi più intensi, incapaci di fissarsi in una forma stabile e definitiva.

Le città attraversate — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — cessano così di appartenere a una geografia riconoscibile e diventano superfici mentali, luoghi della visione nei quali le figure si sdoppiano, si rincorrono, si dissolvono l’una dentro l’altra attraverso una continua oscillazione tra presenza e sparizione, mentre il bianco e nero sottrae ogni elemento accessorio e riduce l’immagine al contrasto originario tra luce e ombra, tra emersione e scomparsa.

La luce, in queste opere, incide lo spazio senza limitarlo alla descrizione, lo attraversa come una lama capace di scavare dentro la densità della folla e dentro la materia stessa del rito, mentre le ombre sedimentano sulla superficie fotografica come depositi di esperienza vissuta, da questo incontro nasce una terza immagine che non coincide più con il reale osservabile ma con una dimensione interiore e perturbante della processione, una sorta di palinsesto visivo nel quale ogni gesto conserva la traccia di quello precedente e anticipa quello successivo.

 

La doppia esposizione diventa allora un rigoroso esercizio di contrappunto visivo attraverso il quale la fotografia rinuncia definitivamente alla pretesa documentaria e costruisce invece una grammatica della visione fondata sulla compresenza, sulla sovrapposizione e sulla persistenza emotiva, fino al punto in cui lo spettatore non può più mantenere una distanza neutrale dall’immagine ma viene inevitabilmente assorbito dentro il ritmo cadenzato dei passi, dentro la pulsazione collettiva del rito, dentro quella vertigine visiva nella quale il sacro non appare come rappresentazione ma come esperienza fisica e totalizzante.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

The Dissolution of the Instant in Anca Corut’s Double Exposure

The Sicilian Holy Week, in this work, loses any residual descriptive function and transforms into an unstable and stratified visual matter, in which black-and-white double exposure does not operate as a mere linguistic device but as a necessary structure for restoring the perceptual complexity of an experience that overwhelms the gaze and dissolves the possibility of precisely distinguishing what belongs to ritual, what belongs to memory, and what instead continues to survive as an emotional impression within the viewer.

 

The project takes shape from a journey through the places of the Sicilian Holy Week, undertaken between Caltanissetta, Enna, Ispica, and Scicli, during which the act of seeing progressively shifts into a condition of immersion, in which the image no longer presents itself as a simple record of reality but as dense matter, charged with a perceptual gravity that involves the author’s body itself and dissolves the distance from the event, until it becomes part of a collective movement made of steps, chants, and presences in which vision coincides with participation.

 

The photographic research of Anca Corut positions itself in a deliberately eccentric direction with respect to photography understood as the recording of the visible, configuring itself instead as a stratified construction of the gaze in which double exposure does not assume ornamental value nor episodic experimentation, but becomes a critical device through which the stability of the image is constantly sabotaged in favour of a mobile and unstable perceptual condition, traversed by multiple levels of reality that insist on the same frame without ever resolving into a definitive form. Within this framework, black and white does not merely remove chromatic data but acts as a principle of radical reduction that brings the scene back to an elementary tension between emergence and erasure, between apparition and disappearance, where figures do not occupy a space but inscribe themselves as intermittent presences, similar to residues of a visual experience that never finds a stable point of fixation. The images thus emerge as surfaces of passage, in which body, gesture, and trace never coincide with a single identity but are arranged according to a logic of superimposition that transforms the photographic subject into a field of possibilities rather than a defined object, restoring to vision a dimension that does not belong to descriptive clarity but to an intermediate zone, where what appears always retains the memory of what precedes it and the prefiguration of what follows. In this perspective, double exposure withdraws from any purely technical function and becomes a form of visual thought, a kind of unstable grammar through which the author interrogates not reality in its evidence but its resistance to fixation, constructing images that do not respond to the necessity of representation but open perceptual breaches in which vision is exposed to its own instability.

 

Returning to the series dedicated to the Sicilian Holy Week, the author compels different fragments of the procession to coexist within the same photographic space, causing faces, gestures, religious effigies, and bodily trajectories to collide in a visual construction that alters the linearity of the event and produces a suspended, almost hypnotic dimension in which time does not proceed according to an ordered succession but accumulates in successive stratifications, as occurs in the most intense memories, incapable of fixing themselves into a stable and definitive form.

 

The cities traversed — Caltanissetta, Enna, Ispica, Scicli — thus cease to belong to a recognisable geography and become mental surfaces, sites of vision in which figures split, pursue one another, and dissolve into each other through a continuous oscillation between presence and disappearance, while black and white removes every accessory element and reduces the image to the original contrast between light and shadow, between emergence and disappearance.

 

The light, in these works, incises space without limiting it to description, passing through it like a blade capable of carving into the density of the crowd and into the very substance of the ritual, while shadows sediment on the photographic surface as deposits of lived experience; from this encounter a third image arises that no longer coincides with the observable real but with an inner and disturbing dimension of the procession, a kind of visual palimpsest in which every gesture preserves the trace of the preceding one and anticipates the following one.

 

Double exposure thus becomes a rigorous exercise in visual counterpoint through which photography definitively renounces any documentary claim and instead constructs a grammar of vision founded on coexistence, superimposition, and emotional persistence, to the point where the viewer can no longer maintain a neutral distance from the image but is inevitably absorbed into the cadenced rhythm of the steps, into the collective pulsation of the ritual, into that visual vertigo in which the sacred appears not as representation but as a physical, stratified, and totalizing experience.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

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Arte

Nicola Saverino e la visione curatoriale di Alessio Paolo Musella. Materia e identità siciliana nell’arte contemporanea

Alessio Paolo Musella, noto critico d’arte, editore e curatore, ha inserito l’artista siciliano Nicola Saverino all’interno dei suoi progetti di promozione culturale. Musella è conosciuto per la sua capacità di valorizzare linguaggi espressivi unici, portandoli all’attenzione del grande pubblico e dei collezionisti.

La scelta di Musella non è affatto casuale. L’arte di Nicola Saverino si distingue per una forte componente materica e un profondo legame con le radici e l’espressività della sua terra, la Sicilia, riletta attraverso una chiave interpretativa assolutamente moderna e internazionale.

Nelle sue opere la materia diventa voce: le tele non sono mai piatte, ma ricche di spessori, texture e stratificazioni, spesso arricchite dall’uso di materiali non convenzionali come le corde che tracciano i contorni delle figure, rendendo il quadro quasi scultoreo. I suoi soggetti preferiti vedono figure umane e strumenti musicali, come violoncelli o contrabbassi, fondersi in un unico corpo espressivo, giocando su forti contrasti cromatici tra sfondi profondi e tonalità calde .

L’operazione editoriale e curatoriale portata avanti da Musella punta a inserire Saverino in contesti espositivi di rilievo, sia fisici che digitali, spiegando non solo il valore estetico delle opere, ma anche il processo artigianale e concettuale che sta dietro alla tela. Questa sinergia dimostra come il ruolo del critico moderno sia quello di farsi vero e proprio ponte tra l’isolamento creativo dell’artista e il mercato globale dell’arte.

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ArteArtisti

Il Segno Liberato. Lo “Scarabocchio” di Tommaso Marcello

Guardatela bene, questa forma che si snoda sulla parete. Ha la lucentezza della ceramica, la sinuosità quasi biologica di un organismo primordiale, eppure si intitola, con una scelta che è quasi una provocazione intellettuale, Scarabocchio.

 

 

 

Che cos’è, dopotutto, uno scarabocchio? Per secoli, la storia dell’arte occidentale, quella delle accademie, dei canoni rigidi, del disegno geometrico, ha considerato lo scarabocchio come l’antitesi dell’arte. Un errore della mano, un passatempo infantile, l’espressione di un’assenza di pensiero. Ma il Novecento ci ha insegnato il contrario.

Cy Twombly, nato Edwin Parker Twombly Jr. nel 1928, è stato un artista americano che sfuggiva a ogni facile categorizzazione.

Pensate a Cy Twombly e ai suoi grovigli di calligrafia ed espressione gestuale, un “graffito dell’anima” che eleva il segno apparentemente casuale a dignità monumentale, o all’automatismo dei surrealisti. Tommaso Marcello si inserisce, forse anche inconsciamente, in questo filone di liberazione del segno, ma lo fa con una sensibilità squisitamente contemporanea e profondamente umana.

Quest’opera nasce da una storia bellissima e commovente, che è la necessità di comunicazione di un ragazzo privato della parola lineare, che affida al gesto grafico il proprio mondo interiore. Qui il cortocircuito è affascinante. L’artista prende quel gesto effimero, quella linea tracciata di fretta sulla carta, e la nobilita attraverso la materia.

Diventa una scultura tridimensionale, dove il gioco dei pieni e dei vuoti, una costante nella ricerca di Marcello, crea una danza con la luce e converte quegli stessi varchi in feritoie e spazi di transito per lo sguardo dell’altro che si fanno invito a entrare.

C’è un contrasto meraviglioso nella figura di questo artista. Da un lato la disciplina rigorosa della sua professione di Sottufficiale dell’Esercito, un mondo fatto di regole e uniformità, dall’altro questa assoluta anarchia della forma, questo bisogno ancestrale di strutturare la materia per trovare un silenzio interiore che non isoli, ma che crei relazione.

Scarabocchio si rivela un’opera capace di aprirsi all’altro, attraverso la quale Marcello riesce a riscattare l’imperfezione trasformandola in un vero e monumentale manifesto di autenticità. Ci ricorda che, quando la parola fallisce, è l’arte a dover diventare il cammino comune, la lingua universale che ci permette di ritrovarci umani, fragili, e finalmente liberi.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

Nella foto sopra l’artista è con la recente edizione del magazine ContempoArte, all’interno del quale ha trovato spazio la sua ricerca, presentata e approfondita nell’ambito di una selezione di autori che si distinguono per la coerenza e l’originalità del proprio percorso. ContempoArte è una pubblicazione ufficiale periodica di L’ArteCheMiPiace, dedicata alla valorizzazione di artisti contemporanei e offre un contesto critico e documentale alle ricerche più significative del panorama attuale.

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ArteArtisti

“L’Argentina chiama, Dubai risponde”. Carolina Curti debutta negli Emirati con una fine art esclusiva firmata Musella

Il debutto delle opere di Carolina Curti a Dubai segna un capitolo di straordinaria rilevanza per il mercato internazionale della fine art, sancendo un legame culturale ed economico sempre più stretto tra il Sudamerica e il Medio Oriente.
 
Questo importante sviluppo artistico e commerciale è il risultato diretto dell’incontro e della successiva collaborazione tra l’artista argentina e il noto curatore e art advisor Alessio Paolo Musella, avvenuto a Doha nel dicembre del 2025. Da quel momento, la sinergia tra la visione espressiva della Curti e la guida strategica di Musella ha permesso di strutturare un’operazione di altissimo profilo, pensata specificamente per intercettare le dinamiche esigenti e sofisticate del collezionismo d’élite degli Emirati Arabi Uniti.

​Il cuore di questo lancio si focalizza su un’opera prima, un olio su tela dal forte impatto visivo e concettuale, la cui diffusione è stata pianificata secondo i più rigidi canoni del mercato dell’arte di pregio. Per preservare l’esclusività e garantire il valore dell’investimento nel tempo, l’opera viene proposta in una tiratura estremamente limitata di sole 7 copie certificate.

Questa scelta non solo risponde alla domanda di rarità e unicità tipica dei collezionisti di Dubai, ma introduce anche un rigoroso protocollo di autenticità, fondamentale in un hub artistico globale che fa della trasparenza e del prestigio i suoi pilastri fondanti. Con la formula “L’Argentina chiama, Dubai risponde“, questo progetto non solo celebra il talento della Curti, ma ridefinisce le nuove rotte della fine art contemporanea lungo l’asse del Golfo Persico

DICHIARAZIONE ARTISTICA

“Cerco la mia ispirazione nella bellezza di tutta la natura, che mi nutre come la linfa alimenta l’albero.

Ogni immagine provoca in me sensazioni che riverso sulla tela bianca, attraverso l’uso di tecniche miste, nelle quali generalmente i colori freddi e le texture giocano un ruolo predominante nella mia opera.

Amo il design, la composizione e la forma. Il mio lato strutturato e perfezionista mi porta a pensare ogni dettaglio nella creazione delle mie serie: studio il tema, le tecniche, i supporti, affinché ogni opera abbia un filo conduttore che le conferisca un senso di appartenenza alla serie. Tuttavia, nel processo creativo ho bisogno di allontanarmi dalla realtà, liberarmi, rompere e semplificare la forma. Ho bisogno della libertà di creare il fogliame al di là delle radici che mi nutrono, motivo per cui le mie opere vanno dalla figurazione all’astrazione, utilizzando generalmente entrambe. Questa dualità mi rappresenta: sono così, strutturata e allo stesso tempo libera.”

Carolina Curti


BIOGRAFIA

Di nazionalità italo-argentina, è nata a Firmat, provincia di Santa Fe, Repubblica Argentina, nel 1963. Ha acquisito la cittadinanza italiana grazie al nonno paterno.

Vive a Villa Constitución (provincia di Santa Fe). Qui ha svolto i suoi studi terziari, laureandosi in Professoressa di Matematica, Fisica e Cosmografia. Si è avvicinata all’arte nel 1999, attraverso laboratori artistici nella sua città, sulle rive del fiume Paraná, cercando di dare forma ai sentimenti che quell’ambiente naturale generava in lei. Questo incontro con la pittura è stato un evento fondamentale nella sua vita e, con il tempo, l’ha portata a cambiare professione.

La sua formazione non è accademica: ha iniziato con la figurazione, in particolare figura umana e paesaggio, attraverso atelier e seminari di grandi maestri nazionali e internazionali. Ognuno di loro ha contribuito allo sviluppo della sua impronta artistica. Con il passare del tempo la sua opera si è trasformata, riuscendo a rompere la propria struttura, scomponendo le forme e invitando l’osservatore a ricomporle e a lasciarsi attraversare dall’energia generata da ogni creazione.

È costantemente alla ricerca di nuove tecniche e dell’uso di materiali diversi. Questa miscela costituisce la firma distintiva della sua opera. Nel 2015 ha inaugurato la sua galleria “Arte en Difusión” e il suo atelier, dove tiene corsi di pittura su cavalletto. Per due anni ha condotto una rubrica di divulgazione artistica su un canale televisivo locale, mettendo a frutto la sua vocazione didattica, questa volta applicata alla pittura e alla storia dell’arte.

Attualmente organizza mostre proprie e di colleghi della sua zona nella sua città. Partecipa a festival, eventi, mostre ed esposizioni a livello locale, nazionale e internazionale.

 
 

“Argentina Calls, Dubai Responds”: Carolina Curti debuts in the UAE with an exclusive fine art project curated by Musella

The debut of Carolina Curti’s works in Dubai marks a chapter of extraordinary significance for the international fine art market, strengthening an increasingly close cultural and economic bond between South America and the Middle East. This important artistic and commercial development is the direct result of the encounter and subsequent collaboration between the Argentine artist and the renowned curator and art advisor Alessio Paolo Musella, which took place in Doha in December 2025. From that moment on, the synergy between Curti’s expressive vision and Musella’s strategic guidance made it possible to structure a highly ambitious project, specifically designed to engage with the demanding and sophisticated dynamics of elite collectors in the United Arab Emirates.

The core of this launch centers on a debut work, an oil on canvas with strong visual and conceptual impact, whose distribution has been planned according to the strictest standards of the high-end art market. In order to preserve exclusivity and ensure long-term investment value, the work is offered in an extremely limited edition of only 7 certified copies. This choice not only responds to the demand for rarity and uniqueness typical of Dubai’s collectors, but also introduces a rigorous protocol of authenticity, essential in a global art hub that builds its foundations on transparency and prestige.

With the concept “Argentina calls, Dubai responds,” this project not only celebrates Curti’s talent, but also redefines the new routes of contemporary fine art along the axis of the Persian Gulf.

ARTISTIC STATEMENT

“I seek my inspiration in the beauty of all nature, which nourishes me as sap nourishes the tree.

Each image evokes sensations in me that I pour onto the blank canvas, using mixed media techniques, in which cold colors and textures generally play a predominant role in my work.

I love design, composition, and form. My structured and perfectionist side leads me to think through every detail in the creation of my series: I study the theme, techniques, and supports so that each work has a common thread that gives it a sense of belonging to the series. However, in the creative process I need to distance myself from reality, to free myself, to break and simplify form. I need the freedom to create foliage beyond the roots that nourish me, which is why my works move from figuration to abstraction, generally using both. This duality represents me: I am like this, structured and at the same time free.”

Carolina Curti


BIOGRAPHY

Of Italian-Argentine nationality, she was born in Firmat, Santa Fe Province, Argentina, in 1963. She acquired Italian citizenship through her paternal grandfather.

She lives in Villa Constitución (Santa Fe Province). There she completed her tertiary studies, graduating as a Professor of Mathematics, Physics, and Cosmography. She approached art in 1999 through artistic workshops in her hometown, on the banks of the Paraná River, seeking to express the emotions that that natural environment generated within her. This encounter with painting was a pivotal moment in her life and, over time, led her to change her profession.

Her training is non-academic: she began with figuration, especially the human figure and landscape, through ateliers and seminars with major national and international masters. Each of them contributed to the development of her artistic imprint. Over time, her work evolved, breaking away from its own structure, deconstructing forms, and inviting the viewer to reconstruct them and be immersed in the energy generated by each creation.

She is constantly in search of new techniques and the use of different materials. This blend constitutes the distinctive signature of her work. In 2015 she inaugurated her gallery “Arte en Difusión” and her studio, where she teaches easel painting classes. For two years she hosted an art education segment on a local television channel, applying her teaching vocation to painting and art history.

She currently organizes exhibitions of her own work and that of fellow artists in her city. She participates in festivals, events, exhibitions, and shows at local, national, and international levels.

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ArteArtisti

La fibra come conoscenza. Teresa Saviano e l’architettura dei chakra

Nel ciclo dei sette chakra realizzati da Teresa Saviano, il riferimento alla tradizione simbolica orientale non viene mai assunto come sistema chiuso o illustrativo, ma come struttura di partenza sottoposta a una traslazione radicale, dal piano metafisico a quello materico, dal linguaggio del simbolo a quello della fibra. Le opere, definite dall’artista come sculture antropomorfe in tessuto (H20), si collocano in una zona ibrida in cui il corpo non è rappresentato, ma evocato come campo energetico costruito attraverso il tessile.

 

Il primo chakra, Muladhara, radice e fondamento, si situa simbolicamente alla base della colonna vertebrale. È il punto in cui, secondo la tradizione, si addensano i bisogni primari dell’esistenza. Il passaggio si rivela decisivo e la materia si definisce come relazione prima ancora che come costruzione, accumulo o densità che tiene insieme ciò che altrimenti tenderebbe alla dispersione. È il livello in cui il tessuto assume una funzione quasi geologica, di sedimentazione del reale.

Il secondo chakra, Svadhisthana, associato alla forza vitale e alla dimensione del basso ventre, introduce un principio di movimento. La materia tessile si apre a una condizione più fluida, come se la fibra registrasse una tensione interna tra contenimento e espansione. Qui il lavoro dell’artista sembra interrogare la vitalità non come energia astratta, ma come oscillazione continua tra forma e instabilità.

Con il terzo chakra, Manipura, il plesso solare, emerge la dimensione del fuoco come principio strutturante. L’artista stessa lo associa al giallo, colore dell’energia e della connessione con l’elemento solare. Nella scultura tessile, questa energia si traduce in intensificazione della struttura, il tessuto si compatta, si organizza come nucleo dinamico, quasi un punto di concentrazione dell’intelletto e della volontà.

 

Il quarto chakra, Anahata, cuore, è descritto come ponte tra energie terrestri e celesti. Questo passaggio diventa decisivo e la materia non è più soltanto costruzione o accumulo, ma relazione. Il tessuto si fa spazio intermedio, zona porosa in cui le fibre connettono senza separare. È qui che la nozione di “antropomorfo” assume il suo senso più profondo, non come imitazione del corpo, ma come struttura relazionale che lo ricorda.

Il quinto chakra, Vishuddha, legato alla gola e alla comunicazione, introduce una riflessione sul linguaggio. L’artista lo associa alla vibrazione e alla creatività dell’espressione sincera. Nel tessile, questa dimensione si traduce in una qualità ritmica della materia e il filo non costruisce soltanto forma, ma sequenza e articolazione. La fibra diventa quasi fonema visivo, traccia di un linguaggio che non passa per la voce ma per la struttura.

Il sesto chakra, Ajna, “occhio della saggezza”, collegato all’intuizione e alla capacità di sintesi, si situa in una zona di rarefazione. Qui la scultura tende a una condizione percettiva più mentale che fisica. La materia si alleggerisce, si fa campo di visione. Non si tratta di rappresentare la conoscenza, ma di costruirne la possibilità percettiva attraverso la sospensione della densità.

Infine, il settimo chakra, Sahasrara, descritto dall’artista come porta alla coscienza più alta o divina, agisce sull’intero corpo e sulle funzioni cerebrali e oculari. È il punto di massima apertura del sistema. Nella traduzione tessile, questo non coincide con un culmine decorativo o narrativo, ma con una dissoluzione controllata della forma, in quanto il tessuto si apre senza concludere. La struttura antropomorfa si fa quasi campo e condizione di passaggio.

 

 

Nel loro insieme, questi sette livelli costruiscono una scala non ascendente e un sistema spirituale non illustrato, ma una vera e propria architettura della materia sensibile. Teresa Saviano utilizza il tessuto come strumento conoscitivo per interrogare ciò che nei chakra viene tradizionalmente definito “energia”, traducendolo in termini di densità, relazione e ritmo.

La sua attuale ricerca si colloca in un punto preciso della Fiber Art contemporanea, dove la materia non rappresenta più un contenuto ma diventa il luogo stesso in cui il contenuto si genera. I chakra non sono dunque temi dell’opera, ma sue condizioni strutturali. La loro traduzione in sculture tessili antropomorfe mette in discussione un sapere preesistente, lo ricostruisce e lo trasforma in esperienza visibile, instabile e continuamente in divenire.

Teresa Saviano 

Nata a Posillipo cresciuta con i piedi nel lapillo vesuviano, Teresa Saviano si identifica negli opposti di acqua e fuoco.  La sua carriera artistica comincia tardi, in terra francese,  dove ha cominciato a dedicarsi alla creazione di opere materiche accostandosi immediatamente all’Arte tessile. I suoi soggetti variano dai grandi cuori ai piccoli occhi passando per ritratti e paesaggi; ognuno è rappresentato attraverso la tecnica del collage di tessuti e fili reperiti negli stockage delle grandi firme del settore internazionale. Tutto nasce per caso ed il passo è breve dalla prima commissione-realizzazione alla prima esposizione virtuale nel 2023 (Expolatinadearte-Colombia). Segue il Primo premio della Biennale du Arte contemporanea
di Salerno 
nella sezione arte ecosostenibile nello stesso anno.

Partecipa a varie esposizioni sull’egida del maestro Giuseppe Gorga. Tra cui l’Expo la Grande Bellezza dove i suoi cuori riscuotono grande ammirazione. Due delle sue opere sono in esposizione alla Galleria Taimeless di Taormina. Contemporaneamente realizza il gonfalone della sua città d’adozione, Parigi, che offre alla Mairie del V arrondissement presso il Pantheon, dove troneggia in permanenza per due anni.

Fiber as Knowledge. Teresa Saviano and the Architecture of the Chakras

In the cycle of the seven chakras created by Teresa Saviano, reference to the Eastern symbolic tradition is never treated as a closed or illustrative system, but as a starting structure subjected to a radical translation—from the metaphysical to the material plane, from the language of symbol to that of fiber. The works, defined by the artist as anthropomorphic sculptures in textile (H20), occupy a hybrid zone in which the body is not represented but evoked as an energetic field constructed through textile language.

 

The first chakra, Muladhara, root and foundation, is symbolically located at the base of the spine. It is the point where, according to tradition, the primary needs of existence are concentrated. The passage proves decisive, and matter is defined as relation rather than construction, accumulation, or density that holds together what would otherwise tend toward dispersion. It is the level in which textile assumes an almost geological function, as a sedimentation of the real.

 

The second chakra, Svadhisthana, associated with vital force and the lower abdominal area, introduces a principle of movement. Textile matter opens up to a more fluid condition, as if the fiber were registering an internal tension between containment and expansion. Here the artist’s work seems to interrogate vitality not as abstract energy, but as a continuous oscillation between form and instability.

 

With the third chakra, Manipura, the solar plexus, the dimension of fire emerges as a structuring principle. The artist herself associates it with yellow, the color of energy and connection to the solar element. In the textile sculpture, this energy translates into an intensification of structure: the fabric compacts and organizes itself as a dynamic nucleus, almost a point of concentration of intellect and will.

 

The fourth chakra, Anahata, the heart, is described as a bridge between earthly and celestial energies. This passage becomes decisive, and matter is no longer merely construction or accumulation, but relation. The textile becomes an intermediate space, a porous zone in which fibers connect without separating. It is here that the notion of “anthropomorphic” reaches its deepest meaning—not as imitation of the body, but as a relational structure that recalls it.

 

The fifth chakra, Vishuddha, linked to the throat and communication, introduces a reflection on language. The artist associates it with vibration and the creativity of sincere expression. In textile terms, this dimension translates into a rhythmic quality of matter, and the thread no longer constructs form alone, but sequence and articulation. Fiber becomes almost a visual phoneme, a trace of a language that does not pass through voice but through structure.

 

The sixth chakra, Ajna, the “eye of wisdom,” connected to intuition and the capacity for synthesis, is situated in a zone of rarefaction. Here the sculpture tends toward a more mental than physical perceptual condition. Matter lightens, becoming a field of vision. It is not about representing knowledge, but about constructing its perceptual possibility through the suspension of density.

 

Finally, the seventh chakra, Sahasrara, described by the artist as a gateway to the highest or divine consciousness, acts upon the entire body as well as cerebral and ocular functions. It is the point of maximum openness within the system. In its textile translation, this does not correspond to a decorative or narrative culmination, but to a controlled dissolution of form, in which the fabric opens without concluding. The anthropomorphic structure becomes almost a field and a condition of passage.

 

Taken together, these seven levels construct a non-ascending scale and a non-illustrated spiritual system, but rather a true architecture of sensible matter. Teresa Saviano uses textile as a cognitive tool to interrogate what is traditionally defined within the chakras as “energy,” translating it into terms of density, relation, and rhythm.

 

Her current research is situated at a precise point within contemporary Fiber Art, where matter no longer represents a content but becomes the very place in which content is generated. The chakras are therefore not themes of the work, but its structural conditions. Their translation into anthropomorphic textile sculptures challenges pre-existing knowledge, reconstructs it, and transforms it into a visible, unstable, and continuously evolving experience.

Teresa Saviano 

Born in Posillipo and raised with her feet in the volcanic lapilli of Mount Vesuvius, Teresa Saviano identifies herself through the opposing elements of water and fire. Her artistic career began late, in France, where she started dedicating herself to the creation of textured artworks, immediately engaging with textile art.

Her subjects range from large hearts to small eyes, as well as portraits and landscapes; each is created through a collage technique using fabrics and threads sourced from the stockrooms of major international fashion brands. Everything began by chance, and the step from her first commissioned work to her first virtual exhibition in 2023 (Expolatinadearte-Colombia) was a short one. This was followed by the First Prize at the Biennale of Contemporary Art in Salerno in the eco-sustainable art section in the same year.

She has taken part in various exhibitions under the patronage of Maestro Giuseppe Gorga, including the “Expo La Grande Bellezza,” where her hearts received great admiration. Two of her works are exhibited at the Taimeless Gallery in Taormina. At the same time, she created the banner of her adopted city, Paris, which she presented to the Mairie of the 5th arrondissement at the Panthéon, where it remained permanently displayed for two years.

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Segnalazione Eventi

Dubai celebra il lusso contemporaneo con “The Collector’s Experience” al Neera Club

Dubai celebra il lusso contemporaneo con “The Collector’s Experience” al Neera Club

Arte, alta gioielleria e ricerca sonora in scena nel club più esclusivo della città

Nel cuore di Dubai, dove il lusso incontra la ricerca estetica più raffinata, il Club Neera apre le sue porte a un appuntamento destinato a lasciare il segno nel panorama degli eventi esclusivi della stagione. Giovedì 21 maggio,  dalle ore 14:00 alle 18:00 (2 to 6 p.m.) prende vita “The Collector’s Experience”, un open day pensato come un itinerario tra alta manifattura, arte contemporanea e cultura del collezionismo.

Per un’intera giornata, gli ambienti sofisticati del club si trasformeranno in una galleria diffusa dedicata a chi riconosce il valore dell’eccellenza e dell’unicità. Protagonista dell’esposizione sarà The Unique Gallery con una selezione di gioielli d’autore e creazioni di alta orologeria scelte per raccontare il fascino del tempo e della lavorazione artigianale più esclusiva.

Accanto alle collezioni, le installazioni curate da Star Home Gallery, The Bridge Art Gallery e Form & Seasons Art Gallery offriranno uno sguardo sulla ricerca artistica contemporanea attraverso opere capaci di creare connessioni tra design, materia e visione creativa. Un dialogo elegante tra forme, dettagli e suggestioni internazionali che accompagnerà gli ospiti lungo tutto il percorso espositivo.

L’evento accoglierà inoltre una serie di podcast live dedicati agli ospiti e ai membri del club, trasformando conversazioni, idee e testimonianze in contenuti destinati a raccontare il lifestyle contemporaneo da una prospettiva esclusiva.

A chiudere la serata sarà Rivos Sound con una performance immersiva prevista alle ore 21. Un’esperienza sonora studiata per ridefinire il rapporto tra musica e percezione, grazie a una ricerca sofisticata sulla purezza acustica e sulla qualità dell’ascolto.

Il risultato sarà un viaggio sensoriale capace di avvolgere il pubblico in un’atmosfera rara, in perfetta sintonia con l’identità di Neera.

Più di un evento, “The Collector’s Experience” si annuncia come un incontro tra arte, lusso e cultura contemporanea nella cornice di uno dei club più prestigiosi di Dubai, dove ogni elemento contribuisce a costruire un’esperienza riservata a un pubblico internazionale attento all’eleganza e all’eccellenza.

The Collector's Experience, the new luxury appointment in the heart of Dubai

In the vibrant landscape of Dubai, where luxury meets contemporary aesthetics, Neera Club is set to host one of the season’s most exclusive gatherings. On Thursday, May 21, from 2 to 6 p.m.  “The Collector’s” will welcome selected guests for an immersive open day dedicated to fine craftsmanship, contemporary art and the culture of collecting.

For one day only, the refined spaces of the club will be transformed into a curated exhibition journey designed for collectors, art lovers and connoisseurs of exceptional experiences. The Unique Gallery will present an exclusive selection of designer jewelry and haute horlogerie pieces, celebrating timeless elegance and artisanal excellence.

Enhancing the atmosphere, Star Home Gallery, The Bridge Art Gallery and Form & Seasons Art Gallery will showcase contemporary works and installations where art, design and material research merge into a sophisticated visual dialogue. Every space inside the club will reflect a balance between creativity and refined aesthetics.

The event will also feature dedicated live podcasts, offering guests and members the opportunity to share insights, conversations and perspectives within one of Dubai’s most elegant private venues.

At 9 PM, the evening will culminate with an immersive performance by Rivos Sound. Through advanced acoustic research and exceptional sound quality, guests will experience an enveloping audio journey designed to elevate music into a complete sensory encounter.

More than an exhibition, “The Collector’s Experience” represents a meeting point between luxury, art and contemporary culture inside one of Dubai’s most prestigious clubs, created for an international audience drawn to exclusivity, beauty and refined experiences.

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Interviste

Intervista a Vittorio Graziano. Tempo e sguardo nella costruzione dell’immagine e dei suoi orizzonti contestuali

Chiunque abbia attraversato la fotografia con una certa consapevolezza sa che ogni immagine porta con sé una durata. Non importa quanto breve o estesa sia stata l’esposizione, ciò che resta visibile è sempre il risultato di un tempo che si è depositato. L’immagine non coincide con l’istante, ma con ciò che dell’istante riesce a trattenere. La fotografia introduce così uno scarto, stabilisce una relazione, rende percepibile il passaggio delle cose attraverso una traccia che è già trasformazione.

Accanto alla formazione fotografica, il percorso di Vittorio Graziano conserva un’origine ingegneristica che agisce in modo silenzioso ma costante nella costruzione del suo sguardo. La misura, la disposizione degli elementi, l’attenzione alla struttura dello spazio rimandano a una modalità analitica che affiora dentro l’immagine senza mai irrigidirla. Ne deriva una visione in cui ordine e sensibilità convivono, dove l’intuizione si appoggia a un equilibrio costruito nel tempo.

Su questo terreno prende forma la sua ricerca. Le immagini si aprono a una relazione più ampia tra visione e durata, lasciando emergere un rapporto sottile tra ciò che si offre allo sguardo e ciò che, nello stesso momento, tende a sottrarsi. Volti, architetture, superfici urbane attraversate da segni e presenze si dispongono all’interno di un equilibrio mobile, come se ogni elemento fosse trattenuto per il tempo necessario a essere riconosciuto.

Il percorso si sviluppa lungo diversi decenni e attraversa contesti geografici e culturali eterogenei. L’esperienza brasiliana introduce una variazione significativa nel suo modo di guardare. Il colore si intensifica, lo spazio si apre a contrasti più netti, la presenza umana si inscrive con maggiore evidenza nel paesaggio. Più che un cambio di soggetti, emerge una diversa percezione delle relazioni tra le cose, come se l’immagine diventasse un punto di intersezione in cui elementi distinti entrano in contatto senza annullarsi.

Nel tempo, questa attenzione alla relazione si stabilizza come tratto riconoscibile. Le fotografie instaurano connessioni, accostano situazioni e segni, fanno emergere rimandi che si depositano sulla superficie dell’immagine. Da qui prende forma una costruzione narrativa che procede per accumuli e ritorni, più che per sequenze lineari, lasciando affiorare una memoria che si riorganizza di volta in volta.

Accanto alla pratica fotografica si sviluppa un impegno che nel tempo assume un ruolo sempre più centrale. La fondazione della casa editrice Mediterraneum, l’attività espositiva, i workshop internazionali e soprattutto la nascita del Med Photo Fest delineano un percorso in cui la fotografia diventa anche spazio di condivisione e costruzione culturale. La Mediterraneum Collection raccoglie e conserva questo lavoro nel tempo, configurandosi come un archivio in continua espansione, attraversato da autori, immagini e visioni differenti.

In questo intreccio tra pratica individuale e progettualità culturale si riconosce una continuità che attraversa l’intero suo operare. Guardare oggi il suo lavoro significa confrontarsi con un percorso che ha attraversato tecniche, luoghi e stagioni differenti, mantenendo una coerenza interna sempre percepibile. Fotografia e costruzione di contesti condividono qui una stessa direzione, come due modalità complementari di organizzare l’esperienza visiva.

Ogni immagine si presenta come una porzione di tempo resa visibile, un frammento che rimanda a una durata più ampia. Anche i progetti culturali sembrano muoversi lungo questa stessa linea, dando forma a una memoria che continua a rielaborarsi. L’immagine, in questo orizzonte, resta un campo aperto, capace di riattivarsi a ogni nuovo sguardo.

Se ogni fotografia custodisce una durata e insieme la espone alla possibilità della dispersione, il lavoro di Vittorio Graziano si colloca proprio in questo margine. Nelle immagini si rinnova una domanda che attraversa lo sguardo, là dove la memoria si deposita e l’esperienza si riorganizza nella sua forma piu visibile. 

È qui che prende forma il dialogo che segue. Un confronto che attraversa le tappe di un percorso e si spinge dentro il tessuto stesso del suo sguardo, lungo le direzioni che ne hanno orientato lo sviluppo nel tempo.

Lei ha vissuto per tutta la vita tra rigore ingegneristico e libertà dello sguardo. Queste due dimensioni si sono mai contraddette dentro di lei?

Diciamo che i cosiddetti “rigore ingegneristico” e “libertà dell’immagine da costruire” hanno in comune una scelta mentale e emotiva, che in qualche modo, vengono impiegate in maniera rigorosa attraverso progetti ingegneristici e “libertaria”, quale scelta del soggetto e della composizione fotografica. Mio padre, che è stato il mio “maestro d’arte”, era molto bravo nel disegno e nella composizione grafica, ma anche nella fotografia col suo apparecchio a soffietto degli anni ’50, e proprio da lui ho appreso come disegnare e successivamente come costruire un’immagine fotografica.

 

Quanto pesa la progettazione rispetto all’esperienza diretta del vedere nel momento dello scatto?

La Fotografia spesso è un gioco magico, a volte potendo costruire con calma la scelta delle diverse parti dell’immagine, a volte senza poter perdere tempo nello scatto. L’esperienza e la qualità del soggetto ripreso, vanno insieme, nello stesso momento con la “scelta compositiva” dell’immagine da costruire.

Alcuni fotografano per passare il tempo, altri per raccontarlo. Quando ha capito che per lei la fotografia era un modo per trattenere il tempo?

Il tempo non si può mai trattenere, a volte si rischia di non riuscire a raccontare quello che a volte passa davanti a noi. Tocca al fotografo, a volte anticipare il momento dello scatto, altre volte doverlo ritardare. L’esperienza ci farà comprendere come e quando potere scegliere il momento dello scatto.

Guardando oggi le sue immagini, le riconosce ancora come sue oppure sente che appartengono a un’altra fase della sua vita?

Le immagini scattate al momento, in realtà vivono di una vitalità che cambia nel tempo. Immagini scattate cinquanta anni addietro rimangono immerse nella nostra memoria, e a volte si percepisce un significato che non è più quello del momento dello scatto. E come se l’immagine, nel tempo, abbia avuto la capacità di trasformare quel soggetto in un ricordo o in una diversa e contemporanea visione di quello che siamo oggi, rispetto al passato già trascorso.

La fotografia conserva il tempo oppure lo trasforma?

Ci sono immagini che non si possono perdere più nella nostra memoria, altre che ci trasmettono sensazioni e emozioni con le quali abbiamo convissuto o condiviso con i nostri sogni passati, a volte non più ricordati o abbandonati.

Il Brasile ritorna spesso nel suo percorso. Cosa ha modificato, prima ancora che costruire, nel suo modo di vedere?

Il Brasile per me, a parte la fotografia (che pur tuttavia ha regnato sovrana sia nel primo periodo (fine anni ’70 e inizio anni ’80, nonché nel corso dei tanti viaggi trascorsi fin quasi il nuovo secolo del 2000.

In che modo l’esperienza brasiliana ha influenzato il suo sguardo sulle persone e sul paesaggio?

“La Vita è l’Arte dell’Incontro”, cosi suonava e cantava Vinicius De Moraes.

L’incontro con le persone, l’incontro con la nostra cultura europea e quella del Sudamerica, con le persone, ma anche con gli equilibri e gli squilibri di tutti i giorni e in tutte le circostanze vissute o da vivere.

Certamente il sottoscritto ha compreso, attraverso lo sguardo delle persone e la socialità del “paesaggio umano” che, senza accorgermene, mi avevano trasformato, in pochi anni, in un Vittorio Graziano più consapevole delle scelte che mi hanno condizionato nel tempo.

 

Lei non fotografa mai solo una persona o un paesaggio. Quando capisce che tra elementi diversi “accade” qualcosa da fotografare?

E’ l’istinto che a volte ci aiuta o a volte ci fa sbagliare, si tratta di scelte che ti “entrano dentro” senza potercene accorgercene. A volte il risultato ci aiuta a migliorarci per potere esprimere al meglio il nostro “senso dell’immagine”.

Il momento dello scatto è più vicino a un gesto intuitivo o a una forma di riconoscimento razionale?

E’ necessario appropinquarsi a entrambi, istinto e ragione, convivono sempre, nello stesso momento. Quello che sarà il risultato finale lo potremo sapere solo al momento della visione dell’immagine visionata dopo lo scatto.

 

Lei ha detto di riconoscersi nelle sue fotografie. In quale immagine questo accade con maggiore forza, anche senza la sua presenza diretta?

Mi riconosco (pregi e difetti) attraverso le mie foto. A volte l’immagine definitiva ti sorprende per il proprio significato, costruito al di sopra delle proprie intenzioni, ma a volte l’immagine non ti dirà, né ti darà nulla di quello che hai realizzato.

Quanto della sua biografia entra nelle immagini, anche in modo non esplicito?

Ricordo le foto che mio padre scattava in famiglia, soprattutto d’estate, ad Acicastello, in villeggiatura, e io, quasi sempre in costumino, o in pagliaccetto o in pigiamino. Erano gli anni ’50, ricco di ricordi e di commemorazioni.

 

A un certo punto si è allontanato dalla fotografia. È stata una distanza necessaria o una forma di discontinuità interiore?

I momenti di allontanamento, come per tutte le attività di tipo creativo, hanno la necessità di cambiare e trovare sempre nuove forme di conoscenza ma soprattutto di ritornare a studiare quello che in origine era soltanto un passatempo o una maniera di affrontare e lavorare di istinto. Con il tempo e con le nuove tecnologie tutto è cambiato. A volte si rende necessario allontanarsi e aspettare che qualcosa di nuovo e più importante ci possa aiutare a trovare nuove emozioni.

Il Med Photo Fest nasce anche da un momento di disillusione. Cosa mancava alla fotografia che praticava allora?

In realtà già nei primi anni del nuovo secolo, sentivo la necessità di cambiare qualcosa che non mi appassionava più, nonostante le diverse possibilità di frequentare mostre e gallerie dedicate alle “fotografie da Autore”. Ebbi l’opportunità di andare un paio di volte a Corigliano Calabro e con enorme sorpresa ho avuto modo di incontrare e conoscere di presenza molti fotografi italiani e stranieri, e naturamente di apprezzare le varie mostre personali e collettive organizzate dal Direttore Artistico del festival, Gaetano Gianzi, con il quale diventammo amici.

Da lì è nata l’idea di realizzare un festival fotografico, a Catania, sede principale del nuovo evento (unitamente ad altre località della Sicilia orientale), iniziato nell’autunno del 2009 e giunto quest’anno alla diciottesima edizione, sempre presenti, anche nell’anno del Covid (2020).

E adesso stiamo studiando e preparando, infatti, il MED PHOTO FEST 2026

Clicca sull'immagine per visitare il sito

Nelle sue immagini emerge spesso una componente ironica. È un modo per leggere il mondo o per metterlo in discussione?

A me è sempre piaciuto “leggere” a mio modo molti dei dettagli, casualmente sui muri delle città, quasi in competizione con chi stia passando sotto un cartellone pubblicitario o a spasso per la città. Molte delle mie immagini fotografiche sono da ritenersi ironiche, a volte comprensibili, a volte casuali.

 

Oggi la fotografia conserva ancora questa capacità di ironia?

Tutto dipende dal fotografo e dalle sue scelte, soprattutto quelle “emozionali” e “iconiche”. A volte all’ironia si può supplire con una doppia interpretazione del racconto fotografico, ma si tratta di casi particolari. Tutto dipende dal fotografo e dalla sua capacità di esprimersi attraverso una sorta di “scrittura fotografica”.

Si è definito un bambino solitario. La fotografia è stata una forma di uscita da quella condizione o un modo per abitarla diversamente?

Chiaramente la mia Silette mi ha molto aiutato e stimolato a percepire il mondo, appartenente ai i miei familiari ma anche attraverso le feste con i compagni di scuola.

Sta costruendo un archivio e una collezione importante. È un modo per conservare la fotografia o per costruire una memoria personale e collettiva?

Stranamente Catania non detiene un archivio fotografico storico, vero e proprio, soprattutto con le immagini dei grandi autori. Un po’ alla volta, con molta pazienza e passione nel corso di una decina di anni abbiamo raccolto oltre millecinquecento fotografia di oltre cinquecento autori. Così è nato il nostro archivio fotografico “Mediterraneum Collection”. Abbiamo bisogno di una sede importante e chissà se il Comune di Catania possa darci una mano.

Che cosa significa per lei “lasciare traccia” attraverso le immagini?

Non dimenticarsi mai dei ricordi più belli e intensi, ma anche delle sofferenze dovute per tutte le difficoltà che siamo riusciti ad evitare con le immagini che ci accompagneranno sempre, sapendo di poterle sempre ricordare con affetto.

 

Dopo cinquant’anni di fotografia, c’è ancora qualcosa che l’immagine non è riuscita a dirle?

Se l’immagine me lo chiedesse, vuol dire che il tempo non è del tutto trascorso.

 

La prossima edizione del Med Photo Fest 2026 è già in piena programmazione e si inserisce nella XVIII edizione internazionale, che segna un ulteriore passaggio nella continuità del progetto. In questo quadro, quanto il festival riesce oggi a mantenere e al tempo stesso ridefinire la propria identità nel panorama della fotografia contemporanea?

Speriamo di andare avanti al meglio, nel frattempo continueremo a continuare quello che avevamo iniziato a costruire, quasi vent’anni addietro

Esiste un filo di continuità riconoscibile tra le prime edizioni e quella che si prepara per il 2026, oppure il progetto ha assunto nel tempo nuove direzioni?

Certamente c’è una certa narrazione tra le prime e le ultime edizioni, che si basano tutte sull’importanza di fare conoscere le opere fotografiche e i lavori di molti tra i fotografi più importanti, italiani e stranieri, ma anche e soprattutto per molti giovani e promettenti nuovi autori.

 

Che ruolo attribuisce oggi al festival nel panorama della fotografia internazionale, soprattutto in relazione ai mutamenti dei linguaggi e dei supporti?

C’è solo una riposta (in senso letterario): “chi vivrà vedrà. Ovviamente avremo sempre bisogno della collaborazione e della capacità illustrativa di chi ama, apprezza e sa costruire quella che è e sarà nel tempo futuro la “fotografia”, la vera “fotografia”. Vedremo…

 

 

Nel corso degli anni, il lavoro di Vittorio Graziano ha suscitato l’attenzione e la riflessione di numerosi studiosi e interpreti della fotografia, che ne hanno attraversato le immagini da prospettive differenti, contribuendo a delinearne la complessità. Tra questi, Ferdinando Scianna, Pippo M. Pappalardo, Giuseppe Cicozzetti, Sonia Loren, Federica Alba Di Raimondo, Enzo Gabriele Leanza, Carlo Guarrera e Marcella Strazzuso. Voci diverse, per formazione e sensibilità, che nel tempo hanno riconosciuto, ciascuna a proprio modo, la qualità e la persistenza di uno sguardo capace di interrogare la realtà nelle sue molteplici forme.

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Segnalazione Eventi

Patir 2026. Scriptoria, luoghi di sapere tra passato e futuro

Dal 22 al 24 maggio, Corigliano-Rossano tornerà a essere crocevia di idee, storie e visioni con la quinta edizione di Patir, l’open lab culturale che quest’anno sceglie un tema tanto antico quanto attuale, la scrittura.

Non si tratta semplicemente di un argomento, ma di una vera chiave interpretativa. “Scriptoria” – questo il titolo dell’edizione 2026 – diventa il filo rosso che attraversa secoli di storia e arriva fino alle sfide contemporanee, dove carta, inchiostro e codice digitale si incontrano e si interrogano.

Corigliano-Rossano costruisce la propria identità proprio attorno alla scrittura, intesa come gesto culturale e strumento di connessione tra mondi. Qui convivono testimonianze straordinarie: dalle preziose pagine del Codex Purpureus Rossanensis, riconosciuto patrimonio UNESCO, fino alla figura di San Nilo, maestro calligrafo e punto di riferimento spirituale e culturale.

E poi ancora gli amanuensi dell’Abbazia di Santa Maria del Patire, custodi silenziosi di saperi che, dagli scriptoria monastici, hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Oriente. Un’eredità che prosegue idealmente nel Rinascimento con Giambattista Palatino, raffinato letterato e innovatore della calligrafia, considerato tra i precursori della comunicazione moderna.

Sono questi i “segni” che oggi permettono di leggere la città come un laboratorio vivente della scrittura, capace di intrecciare Oriente e Occidente mentre si confronta con l’era degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale.

Patir si conferma come uno spazio dinamico di ricerca e confronto, un’officina culturale che parte dal patrimonio – materiale e immateriale – per generare nuove prospettive. L’obiettivo è chiaro: costruire un dialogo fertile tra discipline, esperienze e sensibilità diverse.

Durante le tre giornate, il pubblico sarà accompagnato in un percorso itinerante che unisce luoghi simbolo e riflessioni contemporanee. Dal complesso monastico affacciato sulle alture della Sila Greca fino ai centri della vita culturale cittadina, ogni tappa diventa occasione di incontro tra intellettuali, artisti, giornalisti, istituzioni e realtà del terzo settore.

Il progetto si sviluppa lungo tre assi fondamentali: patrimonio, visioni e comunità. Una struttura che consente di tenere insieme memoria storica e progettualità, radicamento territoriale e apertura al mondo.

Non è un caso che il titolo “Scriptoria” richiami proprio gli spazi monastici in cui il sapere veniva copiato, tradotto e tramandato. È da lì che prende forma l’idea di una cultura come processo vivo, in continua trasformazione.

Le edizioni precedenti hanno affrontato temi come il complesso del Patire e il suo rapporto con il territorio, il monachesimo italo-greco, il Mediterraneo e i percorsi per la pace. Un percorso coerente che trova oggi nella scrittura una sintesi potente.

Al centro di tutto c’è l’associazione Rossano Purpurea, motore dell’iniziativa e punto di riferimento per la progettazione culturale del territorio. Nel tempo, Patir è diventato un appuntamento stabile e riconosciuto, sostenuto anche dall’amministrazione comunale.

Come sottolinea la presidente Alessandra Mazzei, il valore dell’evento risiede soprattutto nella sua natura partecipativa: un lavoro collettivo che nasce dal dialogo e si nutre del confronto tra realtà diverse – scuole, università, istituzioni, artisti, associazioni, mondo ecclesiastico e società civile.

L’idea è quella di una cultura non come punto d’arrivo, ma come processo in continuo movimento: uno spazio critico capace di rimettere in discussione certezze e generare nuove domande. Una cultura intesa come energia condivisa, lontana da ogni forma di esclusività.

Il metodo di Patir è chiaro: partire dalle radici per immaginare il futuro, attraversando con consapevolezza il presente. Un approccio che punta a tradurre la riflessione culturale in azioni concrete, orientate al bene comune e guidate da scelte etiche.

Vista da questa prospettiva, la scrittura supera la dimensione del ricordo e si delinea come strumento attivo di costruzione. Non è soltanto traccia del passato, ma pratica in divenire, capace di trasformarsi nel tempo senza perdere la propria forza, che è quella di mettere in relazione mondi diversi e preservare radicate identità culturali. 

 

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Letteratura

Numistria. La memoria della rivoluzione nel nuovo romanzo di Pier Paolo Cetera

È stato recentemente pubblicato il nuovo romanzo di Pier Paolo Cetera, NUMISTRIA. Memorie di schiavi e rivoluzionari, edito da Luigi Pellegrini Editore.

L’opera si presenta come un ampio racconto corale che affonda le sue radici nella nascita della modernità, a partire dalla Rivoluzione francese. Come un messaggio antico custodito nelle memorie di schiavi e rivoluzionari, la narrazione si sviluppa attraverso una fitta rete di eventi e luoghi, dall’Europa alla Penisola italiana, fino alle Calabrie, mettendo in scena personaggi storici, come Maximilien Robespierre e Francesco Saverio Salfi, accanto a figure immaginarie. Tutti sono attraversati dall’impetuoso vento della Storia e da un ardente anelito di libertà.

Il romanzo si distingue per ambizione narrativa, profondità storica e ricchezza di riferimenti culturali, elementi che lo rendono particolarmente significativo nel panorama della narrativa storica contemporanea. Notevole è la capacità dell’autore di intrecciare riflessione filosofica e ricostruzione storica, dando vita a un progetto letterario solido e originale. Le postfazioni, a cura dei professori Maurizio Traversari e Franco Emilio Carlino, offrono inoltre una lettura critica puntuale dei temi e delle suggestioni dell’opera.

Docente e scrittore, Pier Paolo Cetera si occupa di storia, letteratura e filosofia secondo una prospettiva “glocal”, capace di connettere dimensione globale e radicamento locale. Ha collaborato con riviste e webzine, dedicandosi a ricerche che spaziano dalla biografia storica alle tradizioni popolari, fino allo studio di monumenti e beni storico-architettonici. Nel corso della sua attività ha ricevuto riconoscimenti come il Premio Graziano del Filorosso e il Premio “Galeazzo di Tarsia” – Belmonte. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo crossover “Memoriale telesiano” (ConSenso editore), dedicato alla figura del filosofo rinascimentale cosentino.

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Artisti

Kamal Musallam aka KAMMOULI. Quando il Suono si fa Colore

​Musicista di caratura internazionale, virtuoso dell’oud e della chitarra, Kamal ha sempre vissuto in quella terra di mezzo dove le scale arabe si sciolgono nelle improvvisazioni jazz, creando un linguaggio che è solo suo: un’architettura sonora che oggi ha deciso di farsi materia, segno e colore.

​In questo nuovo capitolo della sua vita, Kamal non ha cambiato strumento, ha solo scelto un diverso modo di “suonare”. Le 14 opere dedicate a Dubai sono il suo spartito visivo, un racconto intimo di un uomo che ha fatto della contaminazione la propria bandiera. Ogni pennellata vibra della stessa intensità di un assolo di chitarra; ogni accostamento cromatico è una modulazione armonica che celebra l’incontro tra popoli e culture.

​Per rappresentare la sua arte pittorica, ha scelto un nome che profuma di radici e di affetti: KAMMOULI, il nome con il quale amava chiamarlo sua mamma da piccolo. È dietro questa firma così intima che la sua creatività trova una nuova, purissima veste.

​È lui il vero protagonista di questo viaggio: un artista totale che vede nella tela lo spazio perfetto per far risuonare quelle emozioni che le corde, da sole, non riuscivano più a contenere.

Affiancato dalla visione critica di Alessio Musella, Kamal ha trovato il complice ideale per dare forma ed equilibrio a questo tumulto creativo. Se Musella è il curatore che traccia la rotta, Kamal è il navigatore solitario che sfida le convenzioni, portando nel mondo dell’arte contemporanea la stessa audacia che lo ha reso un’icona della musica fusion.

​È un omaggio potente, viscerale, dove l’uomo e l’artista si fondono per gridare al mondo che la bellezza non ha confini, ma solo orizzonti da esplorare. Un Kamal Musallam inedito che, attraverso gli occhi di KAMMOULI, ci regala oggi il privilegio di poter, finalmente, guardare la sua musica

Kamal Musallam aka KAMMOULI: When Sound Becomes Color

An internationally renowned musician and virtuoso of the oud and guitar, Kamal has always lived in that in-between space where Arabic scales dissolve into jazz improvisations, creating a language entirely his own: a sonic architecture that he has now chosen to transform into matter, form, and color.

In this new chapter of his life, Kamal has not changed instrument; he has simply chosen a different way of “playing.” The 14 works dedicated to Dubai are his visual score, an intimate narrative of a man who has made cultural fusion his banner. Each brushstroke vibrates with the same intensity as a guitar solo; each chromatic pairing is a harmonic modulation celebrating the encounter between peoples and cultures.

To represent his pictorial work, he chose a name that carries the scent of roots and affection: KAMMOULI, the name his mother lovingly called him as a child. Behind this deeply intimate signature, his creativity finds a new, purer form of expression.

He is the true protagonist of this journey: a total artist who sees the canvas as the perfect space to let resonate those emotions that strings alone could no longer contain. Supported by the critical vision of Alessio Musella, Kamal has found the ideal collaborator to shape and balance this creative turmoil. If Musella is the curator who charts the course, Kamal is the solitary navigator challenging conventions, bringing into the world of contemporary art the same audacity that made him an icon of fusion music.

It is a powerful, visceral tribute, where man and artist merge to declare that beauty has no borders, only horizons to explore. An unprecedented Kamal Musallam who, through the eyes of KAMMOULI, now grants us the privilege of finally seeing his music.

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