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Interviste

La Home Gallery che parla al futuro del collezionismo: intervista all’Art Advisor Alessio Musella

L’arte trova il suo senso non quando la si osserva, ma quando la si vive

 

È una verità semplice, quasi disarmante, che sembra emergere ogni volta che un’opera riesce a creare un varco tra le persone, a farle sostare, parlare, interrogarsi. Ed è proprio da questa idea, che l’arte sia un luogo prima ancora che un oggetto, che  prende forma il modello immaginato da Alessio Musella, uno spazio dove la visione curatoriale si intreccia con la quotidianità, e dove l’incontro diventa parte integrante dell’esperienza estetica.

In questa intervista inedita Alessio Musella ci invita a esplorare la sua nuova iniziativa, Star Gallery, un progetto che ripensa il ruolo dello spazio espositivo nell’epoca della mobilità culturale e della globalizzazione dell’arte, andando oltre i confini della galleria tradizionale.

Tra Italia e Dubai, un curatore dall’approccio innovativo costruisce uno spazio che si presenta insieme come laboratorio, residenza e snodo culturale, dove il collezionismo incontra la sperimentazione e la conoscenza si traduce in un’esperienza autenticamente sensoriale.

Qui l’arte smette di essere un semplice oggetto da acquistare e diventa un’occasione d’incontro, un punto in cui conversazioni e sensibilità lontane trovano spazio per avvicinarsi. Con la home gallery, le residenze d’artista e un ruolo da advisor sempre discreto, Alessio Musella reinventa l’idea stessa di fruizione artistica, proponendo un modo diverso di vivere le opere.

L’intento è di trasformare ogni visita in un momento immersivo e meditato, capace di spostare con naturalezza i confini tra mercato, cultura e ricerca creativa.

Guardando al progetto Star Gallery nella sua visione complessiva, qual è stata la scintilla che ti ha spinto a immaginarlo in questa forma innovativa? La tua precedente esperienza negli Emirati ha influito sulla nascita di questa idea e, se sì, in che modo pensi possa diventare un vantaggio concreto per svilupparla proprio a Dubai?

Allora, il progetto Star Gallery, che è la Home Gallery, nasce proprio da una considerazione. Dopo due anni di direzione della Galleria Oblong a Forte dei Marmi, mi sono reso conto che, per quanto possa essere uno il direttore, rimarrà quasi sempre un commesso di un negozio e sempre in una situazione di attesa, aspettando che le persone entrino. L’arte, invece, va comunque divulgata in maniera differente. Bisogna muoversi, bisogna incontrare persone, bisogna dialogare con culture. E questo, inevitabilmente, non lo puoi fare se sei sempre dietro a una scrivania in galleria, per quanto possa essere grande e bella. Questo non vuol dire che le gallerie non debbano più avere motivo di esistere. Anzi, perché il nuovo espositivo rimane sempre una galleria. Anzi, potrebbe quasi diventare una sorta di museo, in modo tale che le persone che sono all’interno della galleria siano comunque proposte non solo alla vendita, ma anche al dialogo e allo spiegare alle nuove persone che entrano, ai nuovi potenziali clienti, nuovi potenziali collezionisti, o anche alle semplici persone che hanno voglia di imparare qualcosa, appunto devono trovare una persona proposta a raccontare, e non soltanto con un listino in mano.

Detto questo, la Home Gallery permette di invitare le persone, di scegliere chi invitare, di scegliere l’argomento di cui trattare, e di questo mi sono rifatto un pochino a Leo Castelli, che negli anni Cinquanta aprì la sua prima galleria a New York, proprio nel suo appartamento. L’appartamento scelto è un appartamento abbastanza grande, che ha uno spazio di ricezione importante, dove possono essere posizionate sculture e quadri, a seconda delle persone che vengono invitate, e a seconda degli artisti di cui bisogna parlare. Per quanto è sempre in maniera molto blanda, per cui nessuno viene invitato qua perché devi vendere. Qui si parla di arte, si racconta l’arte. Poi tutto può nascere. Però il concetto base è dialogare sull’arte. Con un aperitivo, con un bicchiere in mano, con una cena, diventa tutto molto più gradevole, e la gente non si sente obbligata a dover acquistare, ma viene soltanto per passare una bella serata parlando di arte.

Il mio passato, che non era proprio negli Emirati, anche se poi ho lavorato molto anche negli Emirati, ha influito soprattutto sulla scelta di Dubai, perché Dubai è una croceria all’interno del quale passano tantissime culture e passano tantissime persone, un po’ come Forte dei Malmi durante i tre mesi estivi. Poi qui, dal Medio Oriente, da Dubai sei a un’ora da tutto. Sei a un’ora da Oman, sei a un’ora da Abu Dhabi, sei a un’ora da Doha, sei a un’ora da Jeddah, da Riyadh. Per cui laddove il cliente dovesse chiedere di andare a visitarlo, perché ricordatevi che l’arte si vende o si propone in un ambiente spesso asettico, poi invece no, perché diventa un appartamento comunque accogliente, però poi devi andare a visitare il cliente, devi andare a capire cosa sta meglio a casa sua, devi iniziare ad avere un dialogo con lui. E da qui, parlando del Medio Oriente, si riesce in un’ora di volo ad arrivare ovunque. Per cui questa è stata la scelta che mi ha portato a scegliere Dubai. Scusate il gioco di parole.

In primo piano opera scultorea di Valente Cancogni

Hai ideato un format di galleria completamente nuovo, non più uno spazio tradizionale ma un ambiente “vivibile”, pensato per accogliere visitatori selezionati in modo mirato, a piccoli gruppi o individualmente. Qual è l’intuizione che ti ha portato a questa scelta e che tipo di esperienza desideri far vivere a chi entra nella tua Star Gallery?

La seconda domanda probabilmente ho risposto già con la prima risposta. Comunque la riassumo con un’experience. Un’experience perché? Perché comunque le persone, come ho detto, non devono sentirsi obbligate a comprare. Quando vengono è una scelta loro ed è un invito mio. Per cui è una scelta reciproca ed entrambi abbiamo voglia di dialogare nella stessa direzione, e cioè l’arte.

Durante i primi dieci giorni a Dubai hai osservato il comportamento del pubblico locale verso l’arte. Qual è stata l’intuizione più sorprendente che ti ha fatto ripensare il progetto Star Gallery?

I primi giorni a Dubai sono stati molto importanti, infatti li ho spesi nel incontrare galleristi, visitare gallerie e ovviamente riprendere contatto col territorio. Questo mi ha portato a valutare anche dei cambiamenti in corso d’opera, perché Star Gallery nasceva come un cuscino di appartenenza, una zona di comfort per poi riuscire a, più avanti, aprire una galleria su strada, chiamiamola così. Invece adesso ho deciso, avendo poi dialogato e visto la situazione dell’arte a Dubai, di rimanere una home gallery, anche perché questo mi permette di dialogare con le altre gallerie e di non essere un concorrente. Lavoriamo come advisor, che significa che c’è spazio per tutti. E questo mi sono reso conto che possa essere importante qui a Dubai, perché sembra sciocco, io pensavo fossero molto più aperti, ma anche qui ognuno guarda un pochino sull’orticello e le gallerie che sono aperte, le collaborazioni con altre gallerie non sono tantissime. Per cui magari Star Gallery può essere un trail union per tutto questo.

Alessio Musella con Lorenzo Marini, Scrittore e Artista

In che modo l’identità artistica italiana, con la sua forte tradizione, può dialogare con l’estetica futuristica e cosmopolita degli Emirati senza perdere autenticità?

Quando parliamo di creatività italiana, io non lo avvicinerei, nel senso che ovviamente la linea principale è proporre l’Italia, il Medio Oriente, e non solo. Però ovviamente siamo aperti a dialogare con moltissime altre creatività. Abbiamo artisti che vengono da Costa Rica, dall’India, dagli Emirati stessi, per cui è una multietnicità che vogliamo portare a dialogare. A dialogare con i galleristi, con i collezionisti, e a dialogare tra di loro.

Star Gallery vuole essere un ponte. Ma quale flusso ti aspetti sia più forte: artisti italiani che guardano a Dubai o il pubblico e i collezionisti emiratini che scoprono l’arte italiana?

Allora, per quanto riguarda, come ho detto, questa galleria vuole essere un punto snodo, per cui sia di finestra degli italiani nei confronti degli emirati, ma anche degli artisti degli emirati o comunque del medio oriente, verso l’Italia. Questo è il motivo anche per il quale una home gallery nasce anche quest’estate a Pietrasanta, con le stesse caratteristiche di quella che abbiamo creato e che stiamo creando qua a Dubai.

Pietrasanta rimane il cuore pulsante di una parte artistica dell’Italia. Per cui sarà interessante, anche attraverso eventuali residenze d’artista, dialogare con artisti stranieri che vogliono venire in Italia e capire che cos’è la cultura italiana e capire che cosa vuol dire lavorare in Italia. Pietrasanta permette di spiegare e raccontare la tecnica fondamentale che ci ha portato ad essere famosi nel mondo, cioè la lavorazione del bronzo e la lavorazione del marmo. Per cui questo è anche un obiettivo di interscambio e la stessa cosa potrebbe essere fatta con degli artisti italiani, invitandoli qui con una residenza d’artista.

Magazine ContempoArte edito da L'ArteCheMiPiace

Considerando che sia il mio blog L’ArteCheMiPiace sia ContempoArte Magazine sono partner ufficiali del progetto Star Gallery, che ruolo pensi possano avere nel catalizzare il dialogo tra due mondi artistici così diversi e, allo stesso tempo, così complementari come quello italiano e quello degli Emirati?

Il dialogo che abbiamo e la collaborazione con L’ArteCheMiPiace, ContempoArte e anche Art&Investments,  cugini che si stringono la mano e che vanno avanti in maniera parallela, è molto importante perché comunque anche la crescita sequenziale che sta avendo il Magazine ContempoArte, sia di grafica che di contenuti, la rende molto appetibile anche nel mondo estero. Per cui la carta, perché ricordiamoci che può essere stampato ContempoArte e lo distribuiremo anche qui in alcuni luoghi, è importante perché è inutile pensare che il web possa risolvere tutto il discorso legato alla comunicazione. La carta funziona ancora, soprattutto se è patinata, se è ben impostata, se la grafica è buona. Perché un buon libro, un buon catalogo, una buona rivista, il luogo per posizionare questo genere di prodotto sono le case e sono anche gli alberghi o sono gli studi, perché le persone quando sono rilassate, ancora oggi, per  fortuna, non sono sempre davanti al computer o al telefono, ma se vogliono prendere in mano un pezzo di carta, chiamiamolo pezzo di carta anche se sembra volgare, ma il loro umore, il profumo della carta e poi poter vedere, immaginare sfogliando un libro, un catalogo, una rivista, è ancora una cosa che rilassa tantissimo e qui sicuramente il riuscire a portare ContempoArte e per cui tutti gli artisti che saranno all’interno dei vari numeri, anche qui a Dubai e con quelli degli emirati a 360 gradi è un plus, non indifferente.

Qual è la strategia più delicata da gestire quando si costruisce un progetto artistico in un Paese in rapida espansione culturale come gli Emirati, dove tutto si evolve velocemente e su larga scala?

Un progetto nasce non per rimanere come è, deve essere in continua evoluzione. Per cui Dubai, che è in continuo crescita, non bisogna anche qua stare fermi, perché cambia di settimana in settimana. Per cui il progetto deve essere mobile, deve essere plasmabile, deve essere modificabile a seconda di tutto quello che succede intorno. E questo è possibile farlo con una home gallery, perché nella home gallery devi cambiare la rotta, devi cambiare eventualmente il pensiero, devi sostituire gli artisti, devi dialogare con un pubblico che sei tu a scegliere. Per cui devi essere estremamente attento a tutto quello che succede intorno e non essere attendista, sperando che qualcosa accada. Ma sei tu che devi farla accadere.

Nel tuo lavoro di analisi del contesto, cosa hai capito dell’“ecosistema dell’arte” di Dubai che in Italia di solito si sottovaluta o si interpreta in modo superficiale?

Sono rimasto sorpreso, da una parte piacevolmente, dall’altra un po’ meno. Nel senso che le problematiche che vediamo in Italia, del piccolo orticello, in alcuni casi li troviamo anche qua. Come ho detto precedentemente, non vedo una grande collaborazione tra gallerie, che secondo me è il futuro, anche perché agendo io da advisor, e per cui prendendo in gestione gallerie o richieste di persone per creare nuove collezioni, inevitabilmente il dialogo tra le gallerie è fondamentale, perché una galleria non potrà mai offrire tutto a un richiedente, nel momento in cui offre soltanto il portafoglio che ha. Ma deve essere pronta ad aprirsi al dialogo, magari per guadagnare un po’ di meno, ma per accontentare la richiesta del cliente. E come advisor questo lo puoi fare. Per cui Star Gallery si chiama Star Gallery, ma in definitiva è advisor, che significa che può guadagnare di meno, ma può dialogare con le altre gallerie, in modo tale da soddisfare le richieste del cliente. Questo è l’obiettivo di Star Gallery e del mio socio Tanveer Khan. Indiano, imprenditore legato da anni al mondo della moda, ha lavorato e lavora con i più grossi brand, che preso per mano è entrato nel mondo dell’arte e ne è rimasto affascinato.

Se dovessi definire l’obiettivo più ambizioso del progetto per il 2026, quale sarebbe: creare nuove opportunità, cambiare il modo in cui si percepisce l’arte italiana all’estero, o costruire un modello replicabile anche in altri Paesi?

Obiettivo 2026 sicuramente è creare un’opportunità come mi hai chiesto e poi volevo specificare una cosa. Riportare artisti italiani a Dubai e in Medio Oriente, non significa legarli o chiuderli in gabbia, significa dare un’opportunità di essere visti, di poter essere portati in giro e, cosa fondamentale, nel momento in cui si trova una galleria che ha una linea editoriale che possa andare bene e che sia d’accordo nell’accogliere nelle sue fila gli artisti che noi proponiamo, noi facciamo un passo indietro. Rimaniamo sempre legati all’artista in modo tale da poterlo gestire o per tale dargli una mano nella gestione qua, perché comunque essere in loco è fondamentale, però diamo il massimo del guadagno alla galleria in modo tale che possa tranquillamente gestirlo e proporlo senza avere remore, perché comunque, ripeto, lasciamo il massimo della marginalità della vendita alla galleria e questo fa sì che noi possiamo continuare a dialogare con l’artista ma abbiamo trovato la giusta collocazione in una galleria. E questo non è un controsenso rispetto a quello che vi ho detto prima, perché la vetrina nella galleria è sempre e sarà sempre importante, ma il dialogare in maniera aperta in modo tale che, come ho detto prima, le richieste dei clienti possano essere soddisfatte, questo permette o permette, questo prevede il fatto che ci possa essere una persona, un advisor che possa bussare alle porte delle gallerie e insieme scegliere la soluzione migliore per i clienti, che in questo caso è il collezionista o ancora meglio il nuovo collezionista che va preso per mano e soprattutto va guidato in questo splendido universo. Ultima cosa, in Star Gallery ci sono affordable, cioè ci sono opere che partono sotto i 1000 euro e poi arrivano oltre i 500 mila e più, perché noi comunque di fronte a qualsiasi richiesta siamo in grado di andare a cercare e a trovare Andy Warhol, un Picasso, per cui quando si parla di arte è inutile dire che il collezionista può iniziare anche con 300 euro se poi tu non hai i 300 euro da offrire. Un motivo per il quale il range di riferimento per noi parte da zero all’infinito.

Alla parete della Home Gallery, opere di Mariella Rinaldi