C’è un filo sottile che attraversa il lavoro di Olga Marciano: è il filo dello sguardo, inteso non come semplice atto visivo, ma come spazio di relazione e di ascolto, oltre che di verità trattenuta. Artista e curatrice, Olga Marciano abita l’arte da una posizione doppia e tutt’altro che scontata, muovendosi con naturalezza tra la pratica individuale e la costruzione di contesti condivisi, tra l’intimità del volto dipinto e la responsabilità del progetto espositivo.
La sua ricerca artistica, fortemente concentrata sul ritratto femminile, non indulge mai nella decorazione o nella superficie. Ogni volto è un tramite di attraversamento, un luogo di tensione emotiva. Allo stesso modo, la sua attività curatoriale si fonda su un’idea di “cura” nel senso più autentico del termine: attenzione, tempo e rispetto per le singole poetiche e per i luoghi che le accolgono.
Questa intervista nasce con l’intento di attraversare il suo percorso nella sua interezza, lasciando emergere il pensiero che tiene insieme fare artistico e visione curatoriale. È anche l’occasione per introdurre Le Stanze dell’Arte, progetto ideato e curato da Olga Marciano, che si svolgerà in un importante edificio storico della città di Salerno e che avremo il piacere di accompagnare come media partner. Un format espositivo che sceglie la misura dell’ascolto e della profondità, privilegiando la relazione tra opera, spazio e spettatore, e restituendo all’arte quel tempo lento che oggi appare sempre più necessario.
I tuoi ritratti femminili, con il loro tratto così intenso e magnetico, catturano immediatamente lo sguardo e l’emozione di chi li osserva. Cosa ti ha spinta, all’inizio, a concentrarti su questi soggetti così affascinanti?
All’inizio non è stata una scelta razionale, ma una necessità. All’origine dei miei ritratti femminili c’è un’urgenza interiore più che una scelta tematica. Il volto della donna si è imposto come luogo simbolico di intensità emotiva e di verità, uno spazio in cui lo sguardo diventa racconto. Il volto femminile è diventato per me uno specchio emotivo in cui potevo esplorare fragilità, forza, silenzi e contraddizioni che sentivo profondamente mie. Le donne che ritraggo non sono mai solo “bellezza”, ma presenza, identità, memoria. Attraverso i loro sguardi cerco di dare forma alle emozioni non dette, a storie interiori che spesso restano invisibili. Con il tempo ho capito che quei volti erano un modo per raccontare me stessa e, forse, per creare un dialogo intimo con chi osserva, andando oltre l’immagine e toccando qualcosa di più profondo.
Sono gli occhi a parlare con una forza incredibile nei tuoi dipinti. Nei tuoi ritratti sono spesso il fulcro delle opere. Che ruolo hanno per te nello svelare l’anima dei tuoi soggetti?
Nei miei ritratti lo sguardo è il vero luogo dell’incontro. Gli occhi non sono solo un dettaglio espressivo, ma il punto in cui l’immagine prende vita e inizia a dialogare con chi osserva. È attraverso di essi che cerco di cogliere una presenza autentica, qualcosa che va oltre la fisionomia e si avvicina all’interiorità. Gli sguardi che dipingo non vogliono spiegare o dichiarare, ma trattenere, suggerire, talvolta persino resistere allo svelamento. In questa tensione nasce la forza del ritratto: uno spazio sospeso in cui l’anima non si mostra completamente, ma si lascia percepire, creando una relazione silenziosa e profonda con lo spettatore.
E poi … “La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori. Gli sguardi sono frasi perfette.” (F. A. Sorge)
Il tuo linguaggio figurativo iperrealistico colpisce per precisione e intensità, rendendo palpabile la femminilità e l’interiorità dei soggetti. Cosa ti ha portata a scegliere proprio questo approccio stilistico per esprimere emozioni e psicologia delle persone?
Il mio linguaggio non nasce da una scelta stilistica programmata, ma da un processo istintivo in cui la mano ha preceduto il pensiero. L’iperrealismo si è imposto come conseguenza naturale di questo ascolto: un mezzo per avvicinarmi alla presenza del soggetto senza mediazioni simboliche. La precisione non ha per me una funzione virtuosistica, ma relazionale; serve a costruire un contatto ravvicinato con l’interiorità, a rendere percepibile una tensione emotiva. In questo senso, il realismo diventa uno spazio di concentrazione e di cura, in cui l’immagine non descrive, ma accoglie e restituisce l’umano nella sua complessità.
La tua costante ricerca nella storia dell’arte ha sicuramente influenzato la tua visione. C’è stato un artista o un momento particolare che ti ha ispirata in modo decisivo?
La mia ricerca nella storia dell’arte non si è mai concentrata su un singolo riferimento o su un momento isolato, ma su una stratificazione di sguardi e di tempi. Più che un artista in particolare, mi hanno influenzata quelle opere in cui il volto diventa luogo di tensione psicologica e di silenzio, attraversato da una presenza che resiste al tempo. Dalla ritrattistica antica a quella moderna, ciò che mi ha sempre colpita è la capacità di rendere visibile l’interiorità senza narrarla esplicitamente. Questo dialogo continuo con la storia non è citazione, ma ascolto: un modo per riconoscermi in una tradizione che indaga l’umano attraverso lo sguardo, rinnovandone ogni volta il senso.
Molte tue opere affrontano temi sociali, dalla donna all’ecosostenibilità. Come riesci a coniugare estetica e messaggio sociale nelle tue opere?
Per me il messaggio sociale non nasce come una dichiarazione e non separo mai l’estetica dal contenuto. Quando affronto temi come il femminile o l’ecosostenibilità, lo faccio partendo dall’umano, dalla relazione empatica con il soggetto, evitando ogni intento illustrativo o didascalico, criterio particolarmente evidente nel mio lavoro legato all’ecosostenibilità, che negli anni mi ha portata a realizzare numerose opere, soprattutto sculture, utilizzando materiali di recupero. Da questa pratica svariati anni fa è nato anche il Premio internazionale Rifiuti in cerca d’autore, un progetto che sentivo necessario per dare voce a una sensibilità condivisa e trasformare lo scarto in possibilità espressiva. In questi lavori, come nei ritratti, cerco di partire sempre dall’umano: la bellezza non come ornamento, ma come spazio di attenzione, capace di avvicinare chi osserva a temi urgenti, senza imporre una lettura univoca. L’opera diventa così un luogo di relazione, dove l’emozione apre la strada alla consapevolezza.
Dopo aver ottenuto grande riconoscimento come artista, la tua ricerca e la passione per l’arte ti hanno condotta anche nel ruolo di curatrice, permettendoti di dare vita a progetti importanti come la Biennale di Salerno. Cosa ti ha spinta a intraprendere questa nuova strada nell’esperienza curatoriale, ampliando il tuo percorso artistico in questa direzione?
Il ruolo curatoriale non è nato come un cambio di direzione, ma come un ampliamento naturale del mio modo di vivere l’arte. Dopo anni di pratica artistica, ho sentito l’esigenza di creare spazi di dialogo, di ascolto e di confronto, non solo attraverso le opere, ma anche attraverso i progetti. La curatela mi ha permesso di mettere a disposizione l’esperienza maturata come artista per accompagnare altri linguaggi, altre visioni, altre ricerche. In questo senso, progetti come la Biennale di Salerno rappresentano per me luoghi di responsabilità e di cura: contesti in cui l’arte diventa relazione, costruzione condivisa, possibilità di lettura critica del presente. Curare significa assumersi il compito di dare forma a un pensiero collettivo, senza rinunciare alla profondità e all’umanità che hanno sempre guidato il mio lavoro.
La direzione artistica della Biennale di Salerno rappresenta un capitolo significativo del tuo percorso curatoriale. Guardando indietro, quali esperienze, scelte o incontri ti hanno lasciato un’impronta indelebile e cosa ti hanno insegnato sul ruolo del curatore oggi?
La direzione artistica della Biennale di Salerno è stata per me un passaggio intenso e formativo, soprattutto per la complessità umana e professionale che ha comportato. Più che i singoli eventi, a lasciare un segno duraturo sono stati gli incontri: artisti, curatori, istituzioni, ma anche le inevitabili frizioni e responsabilità che un progetto di questa portata porta con sé. Ho compreso quanto il ruolo del curatore oggi richieda ascolto, visione e capacità di mediazione, ma anche chiarezza etica e coerenza nelle scelte. Lasciare quella direzione non è stato un distacco, bensì un atto di consapevolezza: la necessità di seguire progetti più aderenti alla mia idea di cura, di tempo e di relazione. Questa esperienza mi ha insegnato che curare significa assumersi una responsabilità culturale profonda, ma anche sapere quando è il momento di fare spazio a nuove possibilità.
Arriviamo al tuo attuale progetto, nel quale hai gentilmente deciso di includere anche me come media partner. ‘Le Stanze dell’Arte’, già dal nome, suggerisce un’esperienza intima e personale per ciascun artista. In questo progetto hai scelto di privilegiare le personali rispetto alle collettive. Qual è il pensiero che sta alla base di questa scelta e cosa significa per gli artisti e per il pubblico?
Le Stanze dell’Arte nasce dal desiderio di restituire all’arte uno spazio significativo ed attento. La scelta di privilegiare le personali rispetto alle collettive deriva dalla volontà di permettere a ogni artista di abitare davvero lo spazio, non come presenza frammentata, ma come voce pienamente riconoscibile. Ogni “stanza” diventa così un luogo identitario, un ambiente pensato per accogliere una ricerca nella sua complessità, senza la necessità di adattarsi a un tema imposto o a una narrazione corale.
Per gli artisti significa poter sviluppare un dialogo profondo con il luogo e con il pubblico, mostrando non solo le opere, ma un percorso, una visione, una fragilità. Per chi osserva, invece, è un invito a rallentare, a entrare in relazione con un solo universo alla volta, lasciandosi attraversare dall’esperienza senza sovrapposizioni. In questo senso, Le Stanze dell’Arte non è solo un progetto espositivo, ma un gesto di cura: verso l’arte, verso gli artisti e verso lo sguardo di chi sceglie di fermarsi.
La scelta del Palazzo Fruscione, con il fascino storico e artistico della sua struttura, conferisce a “Le Stanze dell’Arte” un contesto di grande pregio. Cosa ti ha portata a scegliere questo luogo così emblematico e in che modo pensi che lo spazio e la sua struttura influenzino l’esperienza dei visitatori?
La scelta di Palazzo Fruscione nasce da un’affinità profonda tra il luogo e il pensiero sottostante a Le Stanze dell’Arte. Non cercavo uno spazio neutro, ma un’architettura capace di entrare in relazione con il contemporaneo, di accogliere le opere senza addomesticarle. Il Palazzo, con la sua stratificazione storica e la forza silenziosa della sua struttura, porta con sé una memoria capace di mettere in tensione passato e presente. La sua articolazione in ambienti raccolti, passaggi, piani, scale, incide direttamente sull’esperienza del visitatore: l’arte contemporanea non viene semplicemente esposta, ma si misura con lo spazio, ne attraversa i tempi, ne rispetta le pause. Ogni stanza diventa un punto di contatto tra architettura e ricerca artistica, un luogo in cui il linguaggio del presente si confronta con la storia, senza sovrapporsi ad essa, ma rispettandola. In questo dialogo, il Palazzo smette di essere contenitore e diventa interlocutore, amplificando l’esperienza e rendendo il percorso più consapevole, intimo e stratificato.
Nel tuo percorso il pubblico non è mai un semplice destinatario, ma un vero interlocutore. In che modo il confronto con sensibilità culturali diverse influisce sul tuo modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali? Hai spesso sperimentato modalità di fruizione innovative, come in Talking and sensory paint, dove la voce entra a far parte integrante dell’opera pittorica. Trovo questo approccio particolarmente innovativo e interessante. In che modo hai utilizzato la voce nei tuoi quadri e quanto è importante per te costruire un’esperienza immersiva e sensoriale per lo spettatore?
Per me il pubblico non è mai un elemento passivo, ma una presenza viva con cui l’opera entra inevitabilmente in relazione. Il confronto con sensibilità culturali diverse ha influito profondamente sul mio modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali, spingendomi a interrogarmi su ciò che è realmente universale e su ciò che invece nasce da un contesto. Questo dialogo continuo mi ha insegnato a lasciare spazio all’ascolto, a concepire l’arte come un territorio aperto, capace di accogliere interpretazioni plurali senza perdere la propria identità.
In questa direzione si inserisce anche la sperimentazione nata molti anni fa, la Talking and sensory paint, dove la voce diventa parte integrante dell’opera pittorica. La voce non accompagna l’immagine, ma la attraversa: è memoria, presenza, vibrazione emotiva che amplifica il livello percettivo del dipinto. Attraverso il suono ho voluto superare la dimensione puramente visiva, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza più immersiva e sensoriale, in cui corpo e percezione sono chiamati a partecipare attivamente. Costruire questo tipo di esperienza significa, per me, restituire all’arte una dimensione relazionale profonda, in cui l’opera non si limita ad essere osservata, ma viene attraversata, ascoltata, vissuta.
Tra le tue esperienze più significative ci sono le collaborazioni con collezionisti internazionali. In che modo questi incontri e confronti hanno arricchito la tua pratica artistica?
Le collaborazioni con collezionisti internazionali hanno rappresentato un passaggio significativo nel consolidamento della mia pratica artistica. Il confronto con figure importanti come Christian Levett ha rafforzato la consapevolezza del valore culturale e simbolico dell’opera nel suo percorso oltre lo studio dell’artista. In particolare, l’acquisizione di un lavoro per me profondamente significativo – un ritratto che rappresenta me e mia sorella Luciana – e la sua esposizione presso il FAMM – Femmes Artistes du Musée de Mougins hanno segnato un momento di forte responsabilità e maturazione professionale, oltre che un’emozione fortissima.
E, guardando al futuro, e alla luce della tua continua ricerca tra pratica artistica e curatela, quali nuovi linguaggi o formati espositivi senti oggi il desiderio di esplorare nei tuoi prossimi progetti?
Guardando al futuro, sento sempre più forte l’esigenza di approfondire linguaggi e formati espositivi capaci di mettere in relazione la dimensione intima dell’opera con contesti culturali complessi e internazionali.
In questa prospettiva si colloca la mia prossima mostra personale, che avrà come titolo proprio “Sguardi” in programma per la fine di maggio 2026 a Firenze presso The British Institute of Florence, curata e firmata da Christian Levett, con la collaborazione della Tobian Art Gallery di Firenze. Un progetto che rappresenta per me un momento di sintesi e di crescita, oltre che di gratitudine verso la vita e per coloro che hanno creduto in me. Allo stesso tempo sarà un’occasione per continuare a interrogare il presente attraverso il linguaggio dell’arte, mantenendo al centro l’umano, la relazione e la possibilità di un dialogo autentico con il pubblico.
Olga Marciano
Artista di respiro internazionale, vive e lavora a Salerno.
E’ nota al grande pubblico per le sue pregevoli personali e per la costante ricerca di linguaggi, idee e tecniche che mettono in relazione l’arte con il sociale.
La costante ricerca e lo studio approfondito della storia dell’arte costituisce il presupposto per la sua maturazione, nella pittura come nella scultura, consentendole di raggiungere una visione artistica di ampio respiro. Realizza numerose personali in tutta Italia e partecipa alle Biennali di Firenze, La Spezia, Genova, Venezia (Lo stato dell’Arte di V. Sgarbi). Espone, infine, varie opere nel Padiglione Italia dell’Art Expo di New York 2018.
La sua passione si snoda attraverso una duplice prospettiva, come artista da un lato e dall’altro si evolve nella direzione artistica e curatela di eventi internazionali di grande spessore.
Autrice di numerosi format artistici, tra i quali si annoverano la “Talking and sensory paint”, la prima mostra sensoriale con quadri parlanti realizzata in Italia. Una nuova e suggestiva forma di fruizione dell’idea di un quadro, che va oltre il quadro. Moltissime le campagne di sensibilizzazione e le opere sui temi sociali ricorrenti della donna e dell’ecosostenibilità ambientale, commissionate da Enti pubblici. Ha ideato e curato il Premio Internazionale “Rifiuti in cerca d’Autore” per ben cinque edizioni, dedicato alle tematiche ambientaliste, grazie al quale si sono susseguite numerose mostre in tutta Italia, in occasione di eventi quali Ecomondo di Rimini, La casa sensoriale a La Spezia, Mediterre di Bari
E’ ideatrice e curatrice della Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno, giunta alla sua quinta Edizione. (www.biennaleartesalerno.com)
Nel 2016 la personale “Deae Maris”, interamente dedicata alla scultura ecosostenibile, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, la decreta artista della “Notte dei Musei”.
“L’Arte della Giustizia”, nelle varie edizioni del 2017, 2018 e 2019 la vede interprete dei grandi temi della legalità, attraverso sei mostre personali (Ma-Donne, Splitting, Lullaby, La luce della luna, Rifiuti d’Autore e 21 grammi), inserite nel lungo ed articolato programma nato dalla collaborazione tra la Procura della Repubblica, la Prefettura, l’Arcidiocesi ed il Conservatorio G. Martucci di Salerno.
Tra il 2013 ed il 2017 ha ricevuto due importanti Premi alla Carriera e nel novembre 2018 il Procuratore Capo della Repubblica di Salerno le ha conferito il Premio per l’Alto impegno culturale, al quale ha fatto seguito il Premio Principessa Sichelgaita, tra le “donne eccellenti” del 2019.
Ha curato, poi, la direzione artistica di “Minori Art Open Space”, un progetto che ha coinvolto un’intera cittadina della costiera amalfitana, trasformandola in uno spazio d’arte a cielo aperto, attraverso l’esposizione di ecoinstallazioni fiorite, ecosculture, giardini tematici e numerose opere d’arte.
Al Complesso Monumentale di Cava de’ Tirreni e nelle sale di Villa Guglielmi a Fiumicino presenta un progetto dedicato al lavoro delle donne, “Nulla da dimostrare”, con il quale sperimenta nuove tecniche pittoriche.
Le sue ultime personali si sono svolte prima della pandemia presso il Mu.Di. – Museo Diocesano di Salerno: “Looks” a giugno 2019 ed “Effetto farfalla” a dicembre 2019.
Durante il lockdown ha realizzato due mostre virtuali, caratterizzate dalle voci narranti.
Poi, un progetto espositivo alquanto originale, che ha richiamato l’attenzione di molti giornalisti, trasformando un intero condominio in una mostra permanente, attraverso l’esposizione dei dipinti ereditati, realizzati dai suoi familiari.
Ha esposto a settembre 2021 alla Biennale di Venezia Modigliani Opera Vision con la Fondazione Modigliani. A luglio 2022, la collettiva Ikigai, presso il Museo Antiquarium di Merì (Me)
Le sue ultime Personali “Intra me maneo” (2022), “Sinestetica” e “Blossom” (2024)
Intanto prosegue la sua attività di curatrice con “Le Stanze dell’Arte”
Nel 2022 inizia una stretta collaborazione con la Tobian Art Gallery di Firenze.
Aprile 2023 – Milano Design Week – Fuorisalone 2023 (Ma-ec-Gallery)
Seguono numerose Personali per Le Stanze dell’Arte
Collettiva presso il MUPA di Ginosa (Ta) nel 2025
Molte delle sue opere sono esposte in collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle prestigiose del Collezionista Christian Levett, a Londra e a Mougins, in Francia, presso il FAMM, il primo Museo privato d’Europa dedicato alle donne artiste da lui fondato nel giugno 2011





