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Giuseppina Irene Groccia

Interviste

Doriano Marocca – La materia del colore come atto di libertà

L’opera di Doriano Marocca si colloca in una ricerca pittorica che fa della libertà cromatica una presa di posizione netta e consapevole. La sua pittura nasce da un’esigenza intima e non mediata, lontana da condizionamenti esterni, e si afferma come spazio di resistenza personale e linguaggio autentico. Il colore diventa materia viva, stratificata, attraversata da gesti fisici e impulsi emotivi che costruiscono un equilibrio potente tra istinto e controllo. In questo processo la manualità assume un valore strutturale e il quadro si trasforma in un campo di energia, capace di restituire allo sguardo una tensione primaria e necessaria.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026  l’artista sarà presente alla Cathart Gallery di Carla Pugliano a Varese, impegnato in una mostra bipersonale che vedrà anche la partecipazione del noto critico d’arte Andrea Barretta, occasione significativa per approfondire una poetica che unisce pittura e nuove sperimentazioni tridimensionali in un dialogo aperto con la materia e con l’esperienza vissuta.

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

La tua pittura nasce da un’urgenza personale, lontana da condizionamenti esterni e accademici. In che modo questa libertà originaria continua a influenzare oggi il tuo processo creativo?

Come ho già detto in precedenza, dipingo per sentirmi libero; agli inizi ci ragionavo troppo su, forse per accondiscendere l’eventuale pubblico, ma poi ho capito che non mi interessava piacere alla massa. Volevo qualcosa di autentico, anche con gli errori di chi non ha studiato la “tecnica pittorica”, perché voglio far vedere che la pittura, come la vita, non la può controllare e/o programmare. La suddetta è sporca, misera, potente, a tratti compiacente, con qualche piccolo barlume di stupore. E nei miei dipinti voglio che si veda tutto ciò, senza che io mi senta costretto a piegarmi alle mode odierne, per avere più visibilità (con non vuol dire più talento o più vendite). Scriveva “qualcuno”, diventa il tuo “Demone”; io credo di aver trovato la strada per arrivarci.

Anche perché dietro i miei lavori c’è anche tutta una ricerca filosofica e psicologica, attraverso scrittori come Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.

Il colore, nella tua ricerca, si fa materia viva, stratificata, graffiata, quasi corporea. Che ruolo ha il gesto fisico nel tuo rapporto con la tela e quanto è guidato dall’istinto rispetto al controllo?

Il colore è fondamentale: uso colori forti, tutti i tipi di rosso, il nero e quello che definisce il dipinto, e quello che comanda e segna le forme. Ultimamente il verde turchese è quello più presente. Ma comunque preferisco sentirmi libero di stratificare e cercare di vedere cosa gli occhi permettono al cervello di codificare delle forme che si sono create.

Per quanto riguarda il gesto e lo stendere il colore, uso uno strumento poco ortodosso: si chiama spatola da carta da parati. La stesura è libera e istintiva.

Esporre alla CathArt Gallery, spazio fortemente orientato alla ricerca e al dialogo tra arte e interiorità, che tipo di risonanza pensi possa avere sul tuo lavoro e sul modo di condividerlo con il pubblico?

Dopo varie collettive di artisti, ho deciso di ampliare la mia visuale su questo mondo così complicato. Ho scelto di sondare un pubblico diverso dal solito, grazie anche al fatto che la Cathart Gallery è guidata da un’artista che stimo. Quello che verrà non lo so, ma io ci sarò.

In Tensioni Cromatiche il tuo lavoro si confronta con quello di Giuseppe Pavia. Come vivi questo dialogo a due e cosa pensi emerga dall’accostamento tra le vostre diverse, ma complementari, visioni astratte?

Io sono partito sempre dal presupposto che si può imparare da chi sa fare qualcosa di più rispetto a me. Ho capito che in questo mondo c’è molta “finzione”: bravo di qua, bravo di là, ma poi, come tutte le cose umane, lasciano il tempo che trovano. Non provo invidia verso il talento e la bravura; anzi, li applaudo. Ognuno ha il suo posto che merita, in questa vita o nell’altra.

In definitiva, sono due visioni che usano strumenti diversi per far aprire la mente all’immaginazione.

Mostre recenti di Doriano Marocca

  • Personale, settembre 2024, Bar 46 di Davide Crotti, Novellara (RE)
  • Collettiva “Noi dell’Arte”, novembre 2024, sala espositiva centro Correggio (RE)
  • Collettiva “Il Simbolo è l’Illustrazione”, gennaio 2025, Club Meridiana Casinalbo (MO), curatrice Barbara Ghisi
  • Collettiva “Arte Rampante”, maggio 2025, Museo Diocesano Francesco Gonzaga, Mantova, organizzata da “Noi dell’Arte”, critico Marco Cagnolati
  • Collettiva presso Fondazione Officina delle Arti, luglio 2025, Reggiolo (RE)
  • Collettiva “Spazialità Astratta”, ottobre 2025, Conceptartbrera (MI), curatore Alfonso Restivo
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Interviste

Intervista a Olga Marciano, artista e curatrice di Le Stanze dell’Arte

C’è un filo sottile che attraversa il lavoro di Olga Marciano: è il filo dello sguardo, inteso non come semplice atto visivo, ma come spazio di relazione e di ascolto, oltre che di verità trattenuta. Artista e curatrice, Olga Marciano abita l’arte da una posizione doppia e tutt’altro che scontata, muovendosi con naturalezza tra la pratica individuale e la costruzione di contesti condivisi, tra l’intimità del volto dipinto e la responsabilità del progetto espositivo.

La sua ricerca artistica, fortemente concentrata sul ritratto femminile, non indulge mai nella decorazione o nella superficie. Ogni volto è un tramite di attraversamento, un luogo di tensione emotiva. Allo stesso modo, la sua attività curatoriale si fonda su un’idea di “cura” nel senso più autentico del termine: attenzione, tempo e rispetto per le singole poetiche e per i luoghi che le accolgono.

Questa intervista nasce con l’intento di attraversare il suo percorso nella sua interezza, lasciando emergere il pensiero che tiene insieme fare artistico e visione curatoriale. È anche l’occasione per introdurre Le Stanze dell’Arte, progetto ideato e curato da Olga Marciano, che si svolgerà in un importante edificio storico della città di Salerno e che avremo il piacere di accompagnare come media partner. Un format espositivo che sceglie la misura dell’ascolto e della profondità, privilegiando la relazione tra opera, spazio e spettatore, e restituendo all’arte quel tempo lento che oggi appare sempre più necessario.

I tuoi ritratti femminili, con il loro tratto così intenso e magnetico, catturano immediatamente lo sguardo e l’emozione di chi li osserva. Cosa ti ha spinta, all’inizio, a concentrarti su questi soggetti così affascinanti?


All’inizio non è stata una scelta razionale, ma una necessità. All’origine dei miei ritratti femminili c’è un’urgenza interiore più che una scelta tematica. Il volto della donna si è imposto come luogo simbolico di intensità emotiva e di verità, uno spazio in cui lo sguardo diventa racconto. Il volto femminile è diventato per me uno specchio emotivo in cui potevo esplorare fragilità, forza, silenzi e contraddizioni che sentivo profondamente mie. Le donne che ritraggo non sono mai solo “bellezza”, ma presenza, identità, memoria. Attraverso i loro sguardi cerco di dare forma alle emozioni non dette, a storie interiori che spesso restano invisibili. Con il tempo ho capito che quei volti erano un modo per raccontare me stessa e, forse, per creare un dialogo intimo con chi osserva, andando oltre l’immagine e toccando qualcosa di più profondo.

Sono gli occhi a parlare con una forza incredibile nei tuoi dipinti. Nei tuoi ritratti sono spesso il fulcro delle opere. Che ruolo hanno per te nello svelare l’anima dei tuoi soggetti?


Nei miei ritratti lo sguardo è il vero luogo dell’incontro. Gli occhi non sono solo un dettaglio espressivo, ma il punto in cui l’immagine prende vita e inizia a dialogare con chi osserva. È attraverso di essi che cerco di cogliere una presenza autentica, qualcosa che va oltre la fisionomia e si avvicina all’interiorità. Gli sguardi che dipingo non vogliono spiegare o dichiarare, ma trattenere, suggerire, talvolta persino resistere allo svelamento. In questa tensione nasce la forza del ritratto: uno spazio sospeso in cui l’anima non si mostra completamente, ma si lascia percepire, creando una relazione silenziosa e profonda con lo spettatore.
E poi … “La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori. Gli sguardi sono frasi perfette.” (F. A. Sorge)

Il tuo linguaggio figurativo iperrealistico colpisce per precisione e intensità, rendendo palpabile la femminilità e l’interiorità dei soggetti. Cosa ti ha portata a scegliere proprio questo approccio stilistico per esprimere emozioni e psicologia delle persone?


Il mio linguaggio non nasce da una scelta stilistica programmata, ma da un processo istintivo in cui la mano ha preceduto il pensiero. L’iperrealismo si è imposto come conseguenza naturale di questo ascolto: un mezzo per avvicinarmi alla presenza del soggetto senza mediazioni simboliche. La precisione non ha per me una funzione virtuosistica, ma relazionale; serve a costruire un contatto ravvicinato con l’interiorità, a rendere percepibile una tensione emotiva. In questo senso, il realismo diventa uno spazio di concentrazione e di cura, in cui l’immagine non descrive, ma accoglie e restituisce l’umano nella sua complessità.

La tua costante ricerca nella storia dell’arte ha sicuramente influenzato la tua visione. C’è stato un artista o un momento particolare che ti ha ispirata in modo decisivo?

La mia ricerca nella storia dell’arte non si è mai concentrata su un singolo riferimento o su un momento isolato, ma su una stratificazione di sguardi e di tempi. Più che un artista in particolare, mi hanno influenzata quelle opere in cui il volto diventa luogo di tensione psicologica e di silenzio, attraversato da una presenza che resiste al tempo. Dalla ritrattistica antica a quella moderna, ciò che mi ha sempre colpita è la capacità di rendere visibile l’interiorità senza narrarla esplicitamente. Questo dialogo continuo con la storia non è citazione, ma ascolto: un modo per riconoscermi in una tradizione che indaga l’umano attraverso lo sguardo, rinnovandone ogni volta il senso.

Molte tue opere affrontano temi sociali, dalla donna all’ecosostenibilità. Come riesci a coniugare estetica e messaggio sociale nelle tue opere?

Per me il messaggio sociale non nasce come una dichiarazione e non separo mai l’estetica dal contenuto. Quando affronto temi come il femminile o l’ecosostenibilità, lo faccio partendo dall’umano, dalla relazione empatica con il soggetto, evitando ogni intento illustrativo o didascalico, criterio particolarmente evidente nel mio lavoro legato all’ecosostenibilità, che negli anni mi ha portata a realizzare numerose opere, soprattutto sculture, utilizzando materiali di recupero. Da questa pratica svariati anni fa è nato anche il Premio internazionale Rifiuti in cerca d’autore, un progetto che sentivo necessario per dare voce a una sensibilità condivisa e trasformare lo scarto in possibilità espressiva. In questi lavori, come nei ritratti, cerco di partire sempre dall’umano: la bellezza non come ornamento, ma come spazio di attenzione, capace di avvicinare chi osserva a temi urgenti, senza imporre una lettura univoca. L’opera diventa così un luogo di relazione, dove l’emozione apre la strada alla consapevolezza.

Dopo aver ottenuto grande riconoscimento come artista, la tua ricerca e la passione per l’arte ti hanno condotta anche nel ruolo di curatrice, permettendoti di dare vita a progetti importanti come la Biennale di Salerno. Cosa ti ha spinta a intraprendere questa nuova strada nell’esperienza curatoriale, ampliando il tuo percorso artistico in questa direzione?

Il ruolo curatoriale non è nato come un cambio di direzione, ma come un ampliamento naturale del mio modo di vivere l’arte. Dopo anni di pratica artistica, ho sentito l’esigenza di creare spazi di dialogo, di ascolto e di confronto, non solo attraverso le opere, ma anche attraverso i progetti. La curatela mi ha permesso di mettere a disposizione l’esperienza maturata come artista per accompagnare altri linguaggi, altre visioni, altre ricerche. In questo senso, progetti come la Biennale di Salerno rappresentano per me luoghi di responsabilità e di cura: contesti in cui l’arte diventa relazione, costruzione condivisa, possibilità di lettura critica del presente. Curare significa assumersi il compito di dare forma a un pensiero collettivo, senza rinunciare alla profondità e all’umanità che hanno sempre guidato il mio lavoro.

La direzione artistica della Biennale di Salerno rappresenta un capitolo significativo del tuo percorso curatoriale. Guardando indietro, quali esperienze, scelte o incontri ti hanno lasciato un’impronta indelebile e cosa ti hanno insegnato sul ruolo del curatore oggi?


La direzione artistica della Biennale di Salerno è stata per me un passaggio intenso e formativo, soprattutto per la complessità umana e professionale che ha comportato. Più che i singoli eventi, a lasciare un segno duraturo sono stati gli incontri: artisti, curatori, istituzioni, ma anche le inevitabili frizioni e responsabilità che un progetto di questa portata porta con sé. Ho compreso quanto il ruolo del curatore oggi richieda ascolto, visione e capacità di mediazione, ma anche chiarezza etica e coerenza nelle scelte. Lasciare quella direzione non è stato un distacco, bensì un atto di consapevolezza: la necessità di seguire progetti più aderenti alla mia idea di cura, di tempo e di relazione. Questa esperienza mi ha insegnato che curare significa assumersi una responsabilità culturale profonda, ma anche sapere quando è il momento di fare spazio a nuove possibilità.

Arriviamo al tuo attuale progetto, nel quale hai gentilmente deciso di includere anche me come media partner. ‘Le Stanze dell’Arte’, già dal nome, suggerisce un’esperienza intima e personale per ciascun artista. In questo progetto hai scelto di privilegiare le personali rispetto alle collettive. Qual è il pensiero che sta alla base di questa scelta e cosa significa per gli artisti e per il pubblico?


Le Stanze dell’Arte nasce dal desiderio di restituire all’arte uno spazio significativo ed attento. La scelta di privilegiare le personali rispetto alle collettive deriva dalla volontà di permettere a ogni artista di abitare davvero lo spazio, non come presenza frammentata, ma come voce pienamente riconoscibile. Ogni “stanza” diventa così un luogo identitario, un ambiente pensato per accogliere una ricerca nella sua complessità, senza la necessità di adattarsi a un tema imposto o a una narrazione corale.
Per gli artisti significa poter sviluppare un dialogo profondo con il luogo e con il pubblico, mostrando non solo le opere, ma un percorso, una visione, una fragilità. Per chi osserva, invece, è un invito a rallentare, a entrare in relazione con un solo universo alla volta, lasciandosi attraversare dall’esperienza senza sovrapposizioni. In questo senso, Le Stanze dell’Arte non è solo un progetto espositivo, ma un gesto di cura: verso l’arte, verso gli artisti e verso lo sguardo di chi sceglie di fermarsi.

La scelta del Palazzo Fruscione, con il fascino storico e artistico della sua struttura, conferisce a “Le Stanze dell’Arte” un contesto di grande pregio. Cosa ti ha portata a scegliere questo luogo così emblematico e in che modo pensi che lo spazio e la sua struttura influenzino l’esperienza dei visitatori?

La scelta di Palazzo Fruscione nasce da un’affinità profonda tra il luogo e il pensiero sottostante a Le Stanze dell’Arte. Non cercavo uno spazio neutro, ma un’architettura capace di entrare in relazione con il contemporaneo, di accogliere le opere senza addomesticarle. Il Palazzo, con la sua stratificazione storica e la forza silenziosa della sua struttura, porta con sé una memoria capace di mettere in tensione passato e presente. La sua articolazione in ambienti raccolti, passaggi, piani, scale, incide direttamente sull’esperienza del visitatore: l’arte contemporanea non viene semplicemente esposta, ma si misura con lo spazio, ne attraversa i tempi, ne rispetta le pause. Ogni stanza diventa un punto di contatto tra architettura e ricerca artistica, un luogo in cui il linguaggio del presente si confronta con la storia, senza sovrapporsi ad essa, ma rispettandola. In questo dialogo, il Palazzo smette di essere contenitore e diventa interlocutore, amplificando l’esperienza e rendendo il percorso più consapevole, intimo e stratificato.

 

Nel tuo percorso il pubblico non è mai un semplice destinatario, ma un vero interlocutore. In che modo il confronto con sensibilità culturali diverse influisce sul tuo modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali? Hai spesso sperimentato modalità di fruizione innovative, come in Talking and sensory paint, dove la voce entra a far parte integrante dell’opera pittorica. Trovo questo approccio particolarmente innovativo e interessante. In che modo hai utilizzato la voce nei tuoi quadri e quanto è importante per te costruire un’esperienza immersiva e sensoriale per lo spettatore?

Per me il pubblico non è mai un elemento passivo, ma una presenza viva con cui l’opera entra inevitabilmente in relazione. Il confronto con sensibilità culturali diverse ha influito profondamente sul mio modo di costruire le opere e di pensare i progetti curatoriali, spingendomi a interrogarmi su ciò che è realmente universale e su ciò che invece nasce da un contesto. Questo dialogo continuo mi ha insegnato a lasciare spazio all’ascolto, a concepire l’arte come un territorio aperto, capace di accogliere interpretazioni plurali senza perdere la propria identità.
In questa direzione si inserisce anche la sperimentazione nata molti anni fa, la Talking and sensory paint, dove la voce diventa parte integrante dell’opera pittorica. La voce non accompagna l’immagine, ma la attraversa: è memoria, presenza, vibrazione emotiva che amplifica il livello percettivo del dipinto. Attraverso il suono ho voluto superare la dimensione puramente visiva, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza più immersiva e sensoriale, in cui corpo e percezione sono chiamati a partecipare attivamente. Costruire questo tipo di esperienza significa, per me, restituire all’arte una dimensione relazionale profonda, in cui l’opera non si limita ad essere osservata, ma viene attraversata, ascoltata, vissuta.

 

Tra le tue esperienze più significative ci sono le collaborazioni con collezionisti internazionali. In che modo questi incontri e confronti hanno arricchito la tua pratica artistica?

Le collaborazioni con collezionisti internazionali hanno rappresentato un passaggio significativo nel consolidamento della mia pratica artistica. Il confronto con figure importanti come Christian Levett ha rafforzato la consapevolezza del valore culturale e simbolico dell’opera nel suo percorso oltre lo studio dell’artista. In particolare, l’acquisizione di un lavoro per me profondamente significativo – un ritratto che rappresenta me e mia sorella Luciana – e la sua esposizione presso il FAMM – Femmes Artistes du Musée de Mougins hanno segnato un momento di forte responsabilità e maturazione professionale, oltre che un’emozione fortissima.

 

Christian Levett- Collezionista, filantropo e mecenate

 

E, guardando al futuro, e alla luce della tua continua ricerca tra pratica artistica e curatela, quali nuovi linguaggi o formati espositivi senti oggi il desiderio di esplorare nei tuoi prossimi progetti?

Guardando al futuro, sento sempre più forte l’esigenza di approfondire linguaggi e formati espositivi capaci di mettere in relazione la dimensione intima dell’opera con contesti culturali complessi e internazionali.
In questa prospettiva si colloca la mia prossima mostra personale, che avrà come titolo proprio “Sguardi” in programma per la fine di maggio 2026 a Firenze presso The British Institute of Florence, curata e firmata da Christian Levett, con la collaborazione della Tobian Art Gallery di Firenze. Un progetto che rappresenta per me un momento di sintesi e di crescita, oltre che di gratitudine verso la vita e per coloro che hanno creduto in me.  Allo stesso tempo sarà un’occasione per continuare a interrogare il presente attraverso il linguaggio dell’arte, mantenendo al centro l’umano, la relazione e la possibilità di un dialogo autentico con il pubblico.

Olga Marciano

Artista di respiro internazionale, vive e lavora a Salerno.

E’ nota al grande pubblico per le sue pregevoli personali e per la costante ricerca di linguaggi, idee e tecniche che mettono in relazione l’arte con il sociale.

La costante ricerca e lo studio approfondito della storia dell’arte costituisce il presupposto per la sua maturazione, nella pittura come nella scultura, consentendole di raggiungere una visione artistica di ampio respiro. Realizza numerose personali in tutta Italia e partecipa alle Biennali di Firenze, La Spezia, Genova, Venezia (Lo stato dell’Arte di V. Sgarbi). Espone, infine, varie opere nel Padiglione Italia dell’Art Expo di New York 2018.

La sua passione si snoda attraverso una duplice prospettiva, come artista da un lato e dall’altro si evolve nella direzione artistica e curatela di eventi internazionali di grande spessore.

Autrice di numerosi format artistici, tra i quali si annoverano la “Talking and sensory paint”, la prima mostra sensoriale con quadri parlanti realizzata in Italia. Una nuova e suggestiva forma di fruizione dell’idea di un quadro, che va oltre il quadro. Moltissime le campagne di sensibilizzazione e le opere sui temi sociali ricorrenti della donna e dell’ecosostenibilità ambientale, commissionate da Enti pubblici. Ha ideato e curato il Premio Internazionale “Rifiuti in cerca d’Autore” per ben cinque edizioni, dedicato alle tematiche ambientaliste, grazie al quale si sono susseguite numerose mostre in tutta Italia, in occasione di eventi quali Ecomondo di Rimini, La casa sensoriale a La Spezia, Mediterre di Bari

E’ ideatrice e curatrice della Biennale d’Arte Contemporanea di Salerno, giunta alla sua quinta Edizione. (www.biennaleartesalerno.com)

Nel 2016 la personale “Deae Maris”, interamente dedicata alla scultura ecosostenibile, con il Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, la decreta artista della “Notte dei Musei”.

“L’Arte della Giustizia”, nelle varie edizioni del 2017, 2018 e 2019 la vede interprete dei grandi temi della legalità, attraverso sei mostre personali (Ma-Donne, Splitting, Lullaby, La luce della luna, Rifiuti d’Autore e 21 grammi), inserite nel lungo ed articolato programma nato dalla collaborazione tra la Procura della Repubblica, la Prefettura, l’Arcidiocesi ed il Conservatorio G. Martucci di Salerno.

Tra il 2013 ed il 2017 ha ricevuto due importanti Premi alla Carriera e nel novembre 2018 il Procuratore Capo della Repubblica di Salerno le ha conferito il Premio per l’Alto impegno culturale, al quale ha fatto seguito il Premio Principessa Sichelgaita, tra le “donne eccellenti” del 2019.

Ha curato, poi, la direzione artistica di “Minori Art Open Space”, un progetto che ha coinvolto un’intera cittadina della costiera amalfitana, trasformandola in uno spazio d’arte a cielo aperto, attraverso l’esposizione di ecoinstallazioni fiorite, ecosculture, giardini tematici e numerose opere d’arte.

​Al Complesso Monumentale di Cava de’ Tirreni e nelle sale di Villa Guglielmi a Fiumicino presenta un progetto dedicato al lavoro delle donne, “Nulla da dimostrare”, con il quale sperimenta nuove tecniche pittoriche.

Le sue ultime personali si sono svolte prima della pandemia presso il Mu.Di. – Museo Diocesano di Salerno: “Looks” a giugno 2019 ed “Effetto farfalla” a dicembre 2019.

Durante il lockdown ha realizzato due mostre virtuali, caratterizzate dalle voci narranti.

Poi, un progetto espositivo alquanto originale, che ha richiamato l’attenzione di molti giornalisti, trasformando un intero condominio in una mostra permanente, attraverso l’esposizione dei dipinti ereditati, realizzati dai suoi familiari.

Ha esposto a settembre 2021 alla Biennale di Venezia Modigliani Opera Vision con la Fondazione Modigliani. A luglio 2022, la collettiva Ikigai, presso il Museo Antiquarium di Merì (Me)

Le sue ultime Personali “Intra me maneo” (2022), “Sinestetica” e “Blossom” (2024)

Intanto prosegue la sua attività di curatrice con “Le Stanze dell’Arte”

Nel 2022 inizia una stretta collaborazione con la Tobian Art Gallery di Firenze.

Aprile 2023 – Milano Design Week – Fuorisalone 2023 (Ma-ec-Gallery)

Seguono numerose Personali per Le Stanze dell’Arte

Collettiva presso il MUPA di Ginosa (Ta) nel 2025

Molte delle sue opere sono esposte in collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle prestigiose del Collezionista Christian Levett, a Londra e a Mougins, in Francia, presso il FAMM, il primo Museo privato d’Europa dedicato alle donne artiste da lui fondato nel giugno 2011

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Interviste

CONTACT 2025/26 Relazioni, attraversamenti, permanenze

CONTACT 2025/26
Relazioni, attraversamenti, permanenze

Da ormai diversi anni collaboro con Paolo Feroce e ho sempre apprezzato la sua professionalità e la cura con cui affronta ogni progetto, non solo negli allestimenti, ma in tutti quegli aspetti che contribuiscono a rendere una mostra davvero autorevole e significativa.

Attualmente è in corso la mostra Contact, inaugurata sabato 6 dicembre 2025, ospitata nei prestigiosi spazi della Thierry House Gallery, all’interno della Fiera del Mobile di Riardo (CE). L’inaugurazione si è rivelata con successo un tempo condiviso di ascolto e confronto, restituendo con chiarezza la natura relazionale del progetto e attivando relazioni e scambi non solo tra le opere, ma anche tra gli artisti presenti e il numeroso pubblico intervenuto. Contact nasce infatti dalla volontà di attivare relazioni, innescare scambi e generare connessioni possibili tra opere, artisti, spazio e pubblico.

La mostra è visitabile fino al 31 gennaio 2026. Per appuntamenti e visite guidate è possibile contattare direttamente il curatore. In sede, inoltre, è disponibile la consultazione dei cataloghi ufficiali degli artisti in mostra, che permette ai visitatori di approfondire il percorso espositivo e conoscere meglio le opere presentate.

Ospitata nei prestigiosi ambienti della Thierry House Gallery, all’interno della rinomata Fiera del Mobile fondata da Raffaele Perrella e oggi valorizzata dal figlio Ciro Perrella, la mostra si sviluppa come un dispositivo espositivo che supera l’idea tradizionale di contenitore. Contact mette in relazione arte contemporanea, architettura e design, inserendosi in un contesto in cui il progetto dello spazio diventa parte integrante della fruizione artistica.

Il percorso espositivo attraversa linguaggi figurativi, concettuali e suggestioni pop, accostando artisti storicizzati e ricerche più recenti in una narrazione volutamente aperta. La mostra si fonda sull’idea di coesistenza e continuità, evitando gerarchie e favorendo un dialogo intergenerazionale che restituisce una visione stratificata della scena artistica italiana.

Pensata come primo capitolo di una serie di eventi artistico–culturali, Contact inaugura un format destinato a evolversi attraverso la collaborazione con altri critici e professionisti del settore. Un progetto che trova la propria forza anche nella relazione armonica con le architetture della fiera, con gli arredi Thierry House e con la cappella progettata da Pininfarina, inserita nel parco come elemento di forte valore simbolico e spaziale.

La mostra, curata con grande attenzione, offre l’occasione di approfondire il pensiero e il metodo di Paolo Feroce, organizzatore culturale che da anni opera nel panorama dell’arte contemporanea con uno sguardo attento e una progettualità solida, capace di tenere insieme visione critica, qualità espositiva e un profondo rispetto per il lavoro degli artisti.

Fondatore del gruppo CERERE e dell’Associazione AREA51, ha ideato e curato musei, collezioni ed eventi espositivi in Italia e all’estero, contribuendo in modo significativo alla diffusione dell’arte contemporanea e al dialogo tra istituzioni, artisti e territori.

Il suo lavoro si distingue per una particolare attenzione alla relazione tra opera, spazio e contesto: l’allestimento non è mai neutro, ma diventa parte integrante del progetto curatoriale. Dalla Collezione dell’Unità d’Italia al MAUI di Teano, dalla Biennale Italia al MAGMA – Museo delle Arti e del Geosito dei Monti Aurunci, Feroce ha sviluppato una pratica curatoriale fondata sulla qualità, sulla coerenza e sulla costruzione di esperienze espositive capaci di dialogare con luoghi di prestigio.

In occasione di Contact, ho colto l’opportunità di rivolgere a Paolo Feroce alcune domande per esplorare le scelte concettuali e progettuali alla base della mostra, approfondire la sua visione curatoriale e confrontarmi con lui sul panorama dell’arte contemporanea odierno.

La scelta di collocare una mostra d’arte contemporanea all’interno di una fiera del mobile rappresenta una decisione non convenzionale. Quali riflessioni hanno guidato questa scelta e che tipo di dialogo intendi attivare tra arte, design e architettura?

La scelta di collocare la mostra nella fiera del mobile della famiglia Perrella nasce perché è un’azienda storica, che gode di una comunicazione importante in ambito nazionale già dalla seconda metà del ‘900. Inoltre è dotata di un ristorante e di un ampio parco, con elementi architettonici di prestigio (vedi la cappella di Pininfarina) pensati per ospitare i visitatori nel migliore dei modi, oltre ad essere facilmente raggiungibile da percorsi autostradali.

In Contact convivono artisti storicizzati e autori di generazioni più recenti. Qual è il valore curatoriale di questo confronto e quale narrazione sull’arte contemporanea italiana intendi costruire?

Nell’epoca che io definisco del “circo mediatico”, dove molti si ergono a posizioni che nella realtà non gli appartengono, sfiorando spesso il ridicolo, la linea curatoriale che seguo è dettata dal valore tecnico ed estetico delle opere d’arte, che siano esse figurative o concettuali e di diversi periodi generazionali. In pratica amo circondarmi di bellezza a tutto tondo e quindi di opere che parlino da sole all’osservatore, senza dover essere spiegate come spesso pedantemente succede.

Nei tuoi progetti l’allestimento assume un ruolo centrale. In che modo la costruzione dello spazio espositivo diventa parte del significato dell’opera e dell’esperienza del pubblico?

Ho sempre perseguito, già dai primi anni in cui mi sono cimentato nelle pratiche curatoriali, il “cluster of time”, la commissione epocale, quindi la combinazione tra opere d’arte, architettura ospitante e ambiente circostante perché ritengo che tale mix sia fondamentale per arrivare a picchi suggestivi ed emozionali nei visitatori.

Essere cresciuto in un contesto profondamente legato all’arte ha influenzato il tuo percorso. Quali elementi senti di aver acquisito nel tempo e come incidono oggi sulla tua pratica curatoriale?

Sicuramente essere cresciuto in un ambiente dove si respirava arte quotidianamente, fatto di azioni e discussioni (mi riferisco ai caldissimi anni ’70/’80), di frequentazioni quasi familiari con nomi storicizzati e maestri antitetici alla vita artistico – politica dell’epoca, mi ha dato tanto sia per lo sviluppo della mia personalità professionale, che per la comprensione delle dinamiche del settore.

Paolo Feroce da bambino insieme al papà Rino Feroce, grande e indimenticato artista sidicino.

Come leggi la scena dell’arte contemporanea attuale in rapporto al passato e quale ruolo può ancora svolgere la curatela in un sistema così complesso e accelerato?

Rispetto al passato l’arte ha bisogno di nuove idee estetico – concettuali che vadano di pari passo con il progredire dei tempi e si integrino con l’evoluzione tecnologica, senza, per questo, tralasciare lo studio delle tecniche pittoriche o tridimensionali classiche, discipline che sono sempre alla base di qualsiasi valida ricerca artistica. La curatela, almeno per me, continuerà ad avere senso solo se attuata da figure non politicizzate, competenti e credibili, con esperienze evidenti e consolidate, evitando l’intromissione, sempre più pressante, di personaggi improvvisati, i quali, spesso, sono professionisti o artisti delusi dalle proprie carriere che continuano a inseguire narcisisticamente una visibilità che è nociva anche per chi propongono in mostra.

Contact inaugura un progetto pensato per svilupparsi nel tempo. Quali evoluzioni immagini per questo format e in che direzione intendi condurlo?

Contact è un richiamo nazionale partito sornionamente da un territorio meraviglioso e ricco di storia e potenzialità che non vuole più essere un osservatore passivo. Credo che a breve, appena la consultazioni con sindaci, soprintendenze e imprenditori saranno concluse, si riuscirà a presentare il primo evento dedicato all’estetica contemporanea, in tutte le sue forme, distribuito in varie location di Terra di Lavoro.

Contact rimane visitabile fino al 31 gennaio 2026 e offre al pubblico l’occasione di tornare nello spazio espositivo per rileggere, nel tempo, le connessioni attivate tra opere, artisti e luogo.

In sede è inoltre disponibile la consultazione dei cataloghi ufficiali degli artisti in mostra; per appuntamenti e visite guidate è possibile contattare il curatore al 340 5854860.

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Segnalazione Eventi

Franco Battiato. Un’altra vita: la mostra-evento al MAXXI

A cinque anni dalla sua scomparsa, Franco Battiato continua a parlare al nostro immaginario. Dal 31 gennaio al 26 aprile 2026, lo Spazio Extra del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo – ospita Franco Battiato. Un’altra vita, una mostra-evento che celebra il genio umano e musicale di uno degli artisti più innovativi e amati della musica italiana.

Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, a cura di Giorgio Calcara con Grazia Cristina Battiato, e organizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS, la mostra offre un percorso immersivo tra ricordi, materiali inediti e testimonianze della vita e dell’arte di Battiato.

Cantautore, musicista, poeta, filosofo e intellettuale, Battiato ha trasformato la canzone italiana con armonie perfette, testi evocativi e melodie senza tempo. La mostra racconta questo universo poliedrico in sette sezioni: dall’infanzia in Sicilia e gli anni a Milano, alla sperimentazione musicale tra acustica ed elettronica, dal successo pop all’avanguardia, fino alla dimensione mistica e alla riflessione sull’uomo e sul Maestro. E ancora, il cinema di Battiato, che negli ultimi vent’anni della sua produzione ha dato vita a lungometraggi e documentari intimamente legati alla sua ricerca artistica e spirituale.

Al centro della sala, un ottagono – richiamo all’ottava musicale – diventa epicentro della mostra: un sistema di ascolto avvolge i visitatori in un’esperienza sonora immersiva, dove ogni nota sembra toccare il tempo e lo spazio. Tra copertine di album, fotografie, poster storici e cimeli rari, prende forma l’immagine di Battiato come innovatore, sperimentatore e precursore di stili.

Accanto alla musica, emerge il suo lato pittorico, con sfondi dorati e visioni simboliche che richiamano la tradizione mediorientale e allegorica, da sempre amata dal Maestro siciliano. La mostra è accompagnata da momenti di approfondimento e da un catalogo dedicato, e invita il pubblico a ritrovare, attraverso le opere di Battiato, quel “centro di gravità permanente” che, forse, ancora tutti noi  cerchiamo.

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My Favourites

Lezioni di Piano di Jane Campion

A più di trent’anni di distanza, il capolavoro Lezioni di piano della regista neozelandese Jane Campion viene ricordato soprattutto per essere stato il primo film diretto da una donna a vincere la Palma d’oro alla quarantaseiesima edizione del Festival di Cannes. Era il 1993 e il cinema poetico e viscerale di questa magnifica regista esplose, affiancando a questo traguardo la vittoria del premio a Holly Hunter per l’interpretazione femminile e, l’anno dopo, l’arrivo di tre Oscar su otto nomination per miglior sceneggiatura originale, attrice protagonista Holly Hunter e attrice non protagonista Anna Paquin, appena undicenne. Oltre a una moltitudine di altri riconoscimenti, il film rimane il maggior successo commerciale della regista neozelandese, con un incasso di circa cinquanta milioni di dollari.

Ciò che ha reso questo film un’opera destinata a durare nel tempo è proprio la sua modernità, la sua eleganza e la ricchezza delle sue sfumature narrative.

Una storia appassionante, capace di sfiorare i tasti più sensibili del nostro inconscio.

Anche oggi, nonostante siano passati molti anni, Lezioni di piano resta un’opera trascinante, coinvolgente e fuori dal tempo, eterna e immortale come una tragedia greca, che oscilla tra durezza e delicatezza, sincerità e maldicenza, spazi incontaminati e frammenti di intimità.

Nella Nuova Zelanda dell’Ottocento, amore e sensualità si intrecciano in un paesaggio mistico fatto di spiagge avvolte da una natura rigogliosa, foreste maori che si spingono fino al mare e arenili resi ancor più suggestivi dal ritmo mutevole delle maree.

La protagonista Ada McGrath, accompagnata dalla sua figlioletta Flora, approda insieme al suo pianoforte su una di quelle spiagge dopo un lungo viaggio compiuto per raggiungere un perfetto sconosciuto, destinato a diventare suo marito in un matrimonio combinato a distanza, come era consuetudine in quell’epoca. Lei, che non parla dall’infanzia, trova attraverso la musica del suo pianoforte la sua unica voce.

Ada è una donna di straordinaria complessità. Il suo fascino nasce dalla contraddizione e dal mistero che la circonda. È bella di una bellezza atipica, segnata dal dolore, mutilata eppure capace di trasformare la propria mancanza in potenza espressiva. La sua voce muta e la sua musica la rendono una creatura anacronistica, fragile e insieme indomabile.

Per Ada, il pianoforte è la sua vita, l’unico modo per comunicare, per dare forma e suono alla propria anima.

Questo aspetto così importante non viene compreso dal suo futuro marito Alisdair Stewart, uomo onesto ma ruvido e puritano, rivelando fin da subito un’incompatibilità destinata a segnare il loro percorso.

Approdata su quella spiaggia remota con tutti i suoi bagagli, una vita stipata in casse, tessuti e oggetti da cui forse voleva emanciparsi, e uno strumento da cui invece non avrebbe mai potuto separarsi, Ada si trova immediatamente davanti alla prosa del nuovo mondo.

Alisdair, con il pragmatismo di chi misura l’esistenza in volumi e pesi, decreta che il pianoforte sia troppo ingombrante per essere trasportato dal litorale al villaggio attraversando la palude. Troppo pesante, troppo complicato, troppo inutile, un’eccedenza poetica che la nuova vita non aveva previsto.

L’opposizione di Ada, muta, furiosa, quasi fisica, non basta.
E così lo strumento rimane sulla spiaggia, adagiato come un animale ferito, abbandonato alla marea e al tempo, con l’aria tragica degli oggetti che non vengono capiti e per questo vengono lasciati.

Tra gli uomini incaricati del trasporto delle casse c’è anche un socio in affari del futuro marito, mescolato agli altri lavoratori, discreto e silenzioso, testimone involontario di quella scena. Un osservatore nascosto che assiste al dramma senza sapere che ne verrà toccato.

Sarà lui, più avanti, a recuperare il pianoforte. Non per un atto di bontà plateale, ma perché a volte il destino si aggancia a ciò che abbiamo visto per caso, senza comprendere fino in fondo perché ciò che accade davanti ai nostri occhi comincia, impercettibilmente, a riguardarci.

Si tratta di George Baines, interpretato da Harvey Keitel, uomo rozzo ma sensibile, anche lui europeo, stabilitosi in Nuova Zelanda dopo aver vissuto a lungo tra i Maori, dei quali ha adottato lingua, costumi e tatuaggi tradizionali.

Colpito da Ada e affascinato dalla sua musica, decide di recuperare il pianoforte e di offrirle la possibilità di tornare a suonarlo, ma a un prezzo particolare. In cambio di ogni tasto che vorrà riacquistare, Ada dovrà concedergli piccoli gesti di intimità.
Nasce così un legame ambiguo ma intenso, inizialmente dettato da un accordo, ma presto destinato a trasformarsi in un sentimento autentico, complesso e travolgente.

Nel silenzio che accompagna i loro incontri, la musica diventa l’unico linguaggio possibile, la penombra della casa di Baines il luogo dove poter esprimere desiderio e libertà. Ada, che fino a quel momento aveva vissuto chiusa in sé stessa, ritrova attraverso il pianoforte e lo sguardo di Baines la parte più vera di sé.

Un amore che non conosce parole, ma vive solo di emozioni, una passione che si manifesta come atto di ribellione, capace di infrangere le regole di un mondo rigido e patriarcale, dove la musica diventa voce dell’anima e forma più pura di libertà.

Il matrimonio combinato non si interrompe, ma si incrina inevitabilmente. Incomprensioni, rigidità e gelosia creano tensioni continue, mentre Ada scopre la forza di desiderare, di affermare la propria volontà, di sentirsi viva in un mondo che l’aveva messa da parte.

Il culmine del film arriva quando il marito, privato di ogni intimità con la moglie e intuendo l’importanza del legame tra lei e Baines, tenta di separarla definitivamente dal suo pianoforte, vietandole ogni contatto con lui. Ma proprio in quel gesto nasce la ribellione di Ada, che decide di non farsi più definire dalle imposizioni degli altri e sceglie il coraggio della libertà.

Questo scatena in lui la più orrenda delle vendette. Con determinazione si rende protagonista di un atto crudele, prende un’ascia e amputa un dito alla moglie. Un gesto emblematico che non è solo violenza fisica. Colpisce direttamente la sua libertà di esprimersi e la sua voce interiore. La mano che suona il pianoforte è il mezzo attraverso cui Ada comunica ciò che le parole non possono dire, e privarla di quella possibilità significa privarla della sua identità, del suo linguaggio, del suo potere personale.

La fotografia di Stuart Dryburgh amplifica ogni dettaglio. La luce fredda, il fango, il movimento della protagonista e l’inquadratura concentrata sulla mano trasformano l’atto in un evento che rimane impresso nello spettatore, come metafora della repressione e della negazione della soggettività femminile.

La scena successiva è di una drammaticità tale che, da sola, sembra giustificare tutti gli Oscar vinti dal film. Subito dopo l’atto di violenza, Ada si allontana tra gli alberi immersa in una pioggia scrosciante che sembra farsi eco del suo dolore interiore. La sequenza, lenta e calibrata, trasforma il movimento della protagonista in un rito di sofferenza e solitudine. Di spalle, fragile e isolata, si allontana barcollando in un paesaggio onirico. Il vestito ampio e vaporoso, che cede sotto il peso dell’acqua e del fango, accentua visivamente la sua fragilità.

Quando finalmente si affloscia a terra, la scena raggiunge il suo momento più alto. È la rappresentazione visiva di una sottrazione, di una voce privata della propria espressione. L’inquadratura, i piani ravvicinati, la luce fredda e diffusa, la pioggia che lambisce la pelle concorrono a creare un’immagine struggente e poetica.


La colonna sonora di Michael Nyman gioca un ruolo fondamentale in tutto il film. In questa sequenza, le note delicate e ripetitive del pianoforte dialogano con la pioggia e con la natura circostante, amplificando solitudine, fragilità e disperazione.

Allo stesso modo, in un momento precedente del film, la scena in cui Ada ritrova il pianoforte sulla spiaggia, accompagnata da Baines, diventa pura poesia visiva e sonora. Tra le note dello strumento, il fragore delle onde e i passi improvvisati della figlia che danza sulla sabbia, la macchina da presa cattura un istante di libertà e di bellezza poetica.

Tra le scene più emblematiche c’è l’ultima, in cui Ada è legata al suo pianoforte che giace in fondo al mare e lei, trattenuta alla caviglia dalla corda, fluttua sopra di esso. In quel momento scorrono i suoi pensieri nella voce fuori campo, un istante di intensità estrema in cui la regia di Campion mostra ancora una volta la sua capacità di coniugare poetica e sentimento. L’immagine, potente e struggente, resta impressa nella memoria. All’inizio sembra suggerire un epilogo tragico, l’assenza di un lieto fine, eppure, con uno scarto delicato, il film conduce oltre, verso la speranza, la liberazione e la rinascita di Ada.

In Lezioni di piano sono soprattutto la fotografia e la colonna sonora a definire l’esperienza del film e a catturarne le emozioni più intense. La fotografia di questa pellicola è poetica e immersiva e la luce naturale, spesso fredda, costruisce atmosfere sospese, mentre le inquadrature studiate mettono in rilievo la solitudine e l’interiorità dei personaggi. Una sensibilità visiva che richiama procedimenti arcaici, quasi pittorici. L’uso di una cromia smorzata, vicina per suggestione all’autocromia, rende alle immagini un’aura antica e sospesa, come se il racconto emergesse da una memoria lontana, più emotiva che storica. La macchina da presa insiste spesso su dettagli tattili ed epidermici, mani che sfiorano, pelle che reagisce al fango, alla pioggia, al desiderio, trasformando il corpo in un vero campo di battaglia emotivo e comunicativo. Allo stesso tempo, il paesaggio non rimane semplice sfondo ma diventa presenza attiva e agente narrativo. La natura selvaggia e ostile della Nuova Zelanda viene ripresa come un organismo primordiale che amplifica gli slanci dei personaggi, in particolare il legame tra Ada e Baines, fatto di attrazione e inevitabile fusione.

Il contrasto tra interni oppressivi e spazi esterni ampi, tra il silenzio dei boschi e il fragore del mare, trasforma ogni scena in un quadro in cui il paesaggio diventa parte integrante della storia di Ada.

Attraverso il suo sguardo sensibile e viscerale, Jane Campion scrive e dirige un dramma di fosco romanticismo che mette costantemente in tensione opposti inconciliabili, pulsione sessuale e purezza virginale, silenzio e parola negata, innocenza e colpa, sopraffazione e sottomissione. Cinema e letteratura trovano un punto di contatto nella musica, forma d’arte primaria, presente in natura prima ancora dello strumento che la produce. Sotto una superficie di apparente quiete, erotismo, violenza e passione sono sempre pronti a esplodere.

Accanto alla forza visiva, l’evocativa colonna sonora di Michael Nyman assume un ruolo strutturale che prescinde dal semplice accompagnamento. Le sue composizioni accarezzano le immagini con vera poesia, esse modulano le emozioni e ne accentuano la fisicità. È proprio nell’incontro tra fotografia e partitura che ogni sequenza trova la propria compiutezza, in un’esperienza totale, visiva e sensoriale.

È in questo equilibrio che risiede la vera potenza di Lezioni di piano, un film che dimostra come una regia attenta, una fotografia misurata e una colonna sonora intelligente possano diventare co-protagoniste di un racconto cinematografico capace di emozionare e durare nel tempo.

Lezioni di piano è uno di quei film che tornano, che si lasciano rivedere senza consumarsi, capaci di restituire ogni volta la stessa intensità emotiva, come se il tempo non riuscisse a scalfirne la forza. È tra i film che sento più miei, non perché cambi a ogni visione, ma perché sono io a cambiare, trovando sempre nuove risonanze in una storia che continua a parlare con identica enfasi, con la stessa urgenza espressiva. Il gusto cinematografico è inevitabilmente soggettivo, eppure il valore di quest’opera è stato riconosciuto anche in modo oggettivo dai premi ricevuti, dagli Oscar alla Palma d’oro, che ne hanno sancito l’importanza all’interno della storia del cinema contemporaneo.

Ciò che colpisce, prima di tutto, è la narrazione che si affida alle immagini, ai suoni, al montaggio, alla forza delle inquadrature più che alla parola. La fotografia, magistrale, costruisce un linguaggio emotivo autonomo attraverso l’uso dei toni freddi, soprattutto nelle scene immerse nei boschi, dove la luce livida e umida sembra farsi eco del conflitto interiore di Ada. Al contrario, gli interni sono attraversati da cromie più dolci e calde, come se offrissimo allo sguardo brevi sospensioni, spazi di apparente protezione destinati però a incrinarsi.

In questo tessuto visivo prende forma anche il rapporto tra Ada e la figlia, un legame intimo, profondo, quasi simbiotico, che proprio per questo si rivela fragile. Il tradimento della bambina, inconsapevole eppure decisivo, diventa la miccia che scatena la furia del marito e conduce alla scena più drammatica del film, quella in cui la violenza esplode come atto di dominio e annientamento. È un passaggio narrativo che non ha bisogno di spiegazioni, perché tutto è già stato detto dal silenzio, dallo sguardo, dal gesto.

Il film apre inoltre uno sguardo significativo sulla cultura Māori, integrata nel racconto non come semplice elemento esotico, ma come presenza autentica e alternativa a un mondo coloniale rigido e repressivo. Allo stesso modo affronta temi complessi e ancora attuali, la disabilità di Ada e la sua condizione di donna muta, l’adulterio e le diverse reazioni che genera, la tensione tra educazione e istinto, tra raffinatezza e rudezza. Ada, colta e sensibile, si innamora di Baines, uomo analfabeta e apparentemente rozzo, in una dinamica che sovverte le gerarchie sociali e morali, dimostrando come il desiderio e la comprensione possano nascere dove meno ce lo aspettiamo.

Alla fine resta il paesaggio, che nel film non fa mai da sfondo ma si imprime come una memoria emotiva. La foresta chiusa e umida, i boschi attraversati dalla pioggia, il mare che avanza e si ritira seguendo il ritmo delle maree sembrano respirare insieme ai personaggi, accompagnandone i silenzi. Sono luoghi che assorbono il loro dolore e il loro desiderio, che li riflettono senza mai giudicarli. È anche per questo che Lezioni di piano continua a tornare, a farsi sentire nel tempo, perché parla prima al corpo e solo dopo alla mente, lasciando nello spettatore un segno sottile ma persistente, di quelli che non si cancellano facilmente.

Questa capacità di resistere al tempo è stata riaffermata anche dal restauro del film, realizzato nel 2018 sotto la supervisione della stessa Jane Campion. Una nuova vita per le immagini e per i suoni, che non ha tradito lo spirito originario dell’opera ma ne ha restituito intatta la forza espressiva. Non è un caso che Lezioni di piano abbia chiuso l’edizione 2019 de Il Cinema Ritrovato, come se il cinema stesso avesse sentito il bisogno di tornare lì, a quella storia, a quella voce muta che continua a parlare con intensità anche allo sguardo contemporaneo.

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Letteratura

Il Solco – Pubblicata la settima edizione

È disponibile il nuovo numero de Il Solco, una pubblicazione che anche in questa edizione rinnova lo spirito di condivisione e ricerca che ha guidato il progetto sin dalle sue origini. Il volume si presenta come un invito alla riflessione e come un simbolico omaggio al percorso promosso nel tempo da Pierluigi Rizzo, fondatore dell’iniziativa.

Questa uscita dedica un’attenzione speciale a Nora Ornella Pujia, figura storica legata al progetto sin dall’inizio. La copertina accoglie una sua rara opera pittorica, scelta come tributo alla sua presenza e al contributo artistico ma soprattutto umano che ha saputo lasciare.

Ad aprire il volume è una poesia colma di sensibilità, dedicata a lei dalla sua amica di lunga data e compagna di cammino poetico, Margherita Belgrado. All’interno del volume, una selezione delle sue poesie accompagna il lettore con una trama emotiva che attraversa l’edizione con discrezione e autenticità, qualità che da sempre la distinguevano.

Accanto a lei, ventitré autori — Margherita Biondi Belgrado, Angela Campana, Alfonso Caniglia, Maria Curatolo, Nilo Domanico, Lina Felicetti, Aldo Fusaro, Roberta Fusaro, Giuseppina Irene Groccia, Enzo Labonia, Giacomo Lauricella, Simone Longo, Ornella Mamone Capria, Ermelinda Pipieri, Antonietta Pirillo, Ida Proto, Marinella Pucci, Nora Ornella Pujia, Clelia Rimoli, Maria Romeo, Giulia Spanó Secco, Mario Pino Toscano, Maurizio Traversari e Pierluigi Rizzo — presentano un insieme articolato di linguaggi e forme espressive: poesia, narrativa, arti visive, pittura, scultura e sperimentazioni digitali si intrecciano in un dialogo corale. La pluralità dei loro sguardi dà vita a una raccolta che valorizza le diverse sensibilità, restituendo un panorama creativo ricco e coerente.

La prefazione firmata dal professor Salvatore Bugliaro, storico e ricercatore, introduce il volume con un’analisi attenta, offrendo una lettura critico-interpretativa dedicata a ciascun partecipante. Il suo contributo, esteso anche alla revisione editoriale, conferisce alla pubblicazione un ulteriore livello di cura e approfondimento.

Il progetto “Mille voci per il futuro”, proposto da Giulia Spanó Secco, è stato accolto con interesse da Il Solco e affianca la pubblicazione tramite una serie di QR code realizzati come supporto esterno, distribuiti separatamente insieme al volume. Questo materiale aggiuntivo consente di fruire di una parte dei contenuti in modalità audio, offrendo un’esperienza più inclusiva e accessibile anche ai lettori non vedenti o ipovedenti, e sottolineando il valore di apertura e partecipazione che caratterizza la raccolta.

Il libro è edito da LartecheMipiace, che ne seguirà la diffusione sia in formato digitale, consultabile e sfogliabile online, sia tramite la distribuzione fisica destinata alle biblioteche nazionali di Firenze, Roma e Cosenza. Il volume è dotato di codice ISBN e verrà inserito nei principali sistemi bibliografici, garantendone l’archiviazione e la reperibilità nel tempo.


Clicca sulla copertina per sfogliare la versione digitale 

 

La pubblicazione potrà essere richiesta direttamente agli autori e, in una fase successiva, sarà disponibile anche su Amazon, garantendo così un accesso più ampio e immediato.


Questa nuova uscita rappresenta un ulteriore passo nel cammino collettivo tracciato da Il Solco. Un progetto che continua ad arricchirsi attraverso le voci, le opere e la partecipazione dei suoi protagonisti.

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ArteArtisti

A Napoli arriva “Natura Morta” di Jago – Bellezza e violenza scolpite nel marmo

C’è un’opera che, prima ancora di essere vista, fa discutere. Si chiama “Natura Morta” ed è l’ultima creazione di Jago, in arrivo a Napoli dopo mesi di esposizione a Milano. Il titolo rimanda a un genere antichissimo, ma l’artista lo ribalta con decisione, al posto di frutti, nel cesto ci sono pistole, fucili, mitragliatori. Tutto rigorosamente scolpito in marmo statuario. Un blocco di pietra trasformato in un fragile arsenale, in cui la bellezza classica diventa un contenitore di inquietudine contemporanea.

L’opera, realizzata nel 2025, è rimasta per sei mesi alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, dove ha dialogato simbolicamente con la celebre “Canestra di frutta” di Caravaggio. Se il pittore lombardo rifletteva sulla caducità della vita attraverso la decomposizione dei frutti, Jago sceglie l’iconografia della guerra per parlare della stessa fragilità, spostando il discorso dalla natura che appassisce all’umanità che si autodistrugge.

Dal 20 dicembre, “Natura Morta” avrà una casa permanente nello Jago Museum, ospitato nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel cuore del rione Sanità. Un luogo già carico di storia e ferite, che negli ultimi anni è diventato il palcoscenico dell’incontro tra arte e comunità. Collocare l’opera in questo luogo significa restituire alla città un simbolo, trasformando la scultura in un autentico e significativo dialogo con il presente.

A rendere “Natura Morta” ancora più sorprendente è il suo valore, secondo stime assicurative, l’opera raggiunge i 12 milioni di euro. Una cifra che non parla solo di mercato, ma anche di riconoscimento e complessità tecnica. Perché trasformare il marmo in una materia leggera, quasi vulnerabile, non è solo virtuosismo ma può trasformarsi in un messaggio potente quanto un grido collettivo.

Jago carica di senso ogni dettaglio. In quel cesto di armi coesistono fascinazione e inquietudine, una bellezza calibrata che trattiene in sé l’ombra della minaccia. È un paradosso visivo che obbliga lo spettatore a riflettere, a guardare con attenzione, a interrogarsi. L’artista non pretende di darci risposte, piuttosto, ci trascina in un confronto serrato con la nostra stessa brutalità, con quella bellezza che porta il sapore della morte e con la distruzione che si traveste di bellezza. Ci obbliga a guardare ciò che preferiremmo ignorare, e in questo sta la sua forza…  trasformare lo stupore in consapevolezza.

Si tratta di un’opera che non è solo un’opera costosa e spettacolare, ma bensì un gesto radicale, una chiamata alla responsabilità estetica e civile. Un tassello nel percorso di un artista che continua a scegliere il marmo per modellare, oltre alle forme, le contraddizioni del nostro tempo.

Se vuoi approfondire la visione e la carriera dell’artista, puoi ritrovare altri spunti nel nostro precedente articolo su Jago, e che puoi leggere qui:

 

 

 

 

 

 

 

Nota: tutte le immagini presenti in questo articolo sono state reperite dal sito ufficiale dell’artista Jago e utilizzate a scopo informativo e giornalistico

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Segnalazione Eventi

Il Dolore in scena… una serata che non si può dimenticare

Ci sono serate che non si raccontano con la distanza dei giorni successivi, perché alcune emozioni possono essere comprese solo nel loro farsi, nel loro attraversarti senza filtri. La sera del 25 novembre, a Corigliano Rossano (CS) A. U. Rossano, nel piccolo teatro della Cittadella dei Ragazzi, è andato in scena il Dolore. Una serata partecipata, fragile e potente insieme, in cui la parola e il silenzio si sono intrecciati con la forza di chi non può permettersi di distogliere lo sguardo.

Lettera aperta alle donne, alla memoria, alla nostra coscienza smarrita.

Il momento è stato segnato dall’ascolto delle voci delle donne palestinesi, raccolte da Umberto Romano nel suo libro, e dalla presenza dell’editore Giovanni Spedicati, per La Mongolfiera, insieme a Giovanni Soda. Ogni frase, ogni frammento di racconto, ci ha ricordato che Gaza non è una notizia da archiviare, che l’orrore non può diventare routine.

A dare voce a quel silenzio profondo sono stati Valentina Torrisi, Francesca Romano, Evelina Viola, Giusi Stasi, Maria Pia Mandia, Teresa Bua, Gianfranco De Luca, Margherita Federico e Tatiana Novello. Ciascuno ha fatto vibrare sulla propria pelle una parte della ferita palestinese, pronunciando parole che non appartengono a noi, ma che dopo averle ascoltate non possiamo più ignorare.

E quando il dolore sembrava quasi troppo grande per una sala, è intervenuto il mandolino delicato di Pino Salerno, colmando gli interstizi del silenzio, accompagnato da qualche canto spontaneo. Perché quello che le donne non dicono, certe volte lo cantano: un respiro che resiste, nonostante tutto.

Ci sono serate che parlano di violenza, di diritti negati ogni giorno, di donne e bambine palestinesi che crescono in una terra dove la protezione è un lusso e l’infanzia un privilegio che pochi possono permettersi. Ci sono serate che tengono viva l’attenzione su Gaza e sull’orrore che Israele continua a infliggere, con la complicità silenziosa di un mondo colpevolmente inerte.

Perché non c’è resistenza senza memoria, non c’è giustizia senza solidarietà, non c’è pace senza il coraggio di guardare ciò che ci spaventa di più. L’indifferenza è diventata corazza, la pietà sembra dissolta. Eppure, ci sono serate in cui uno spiraglio si apre: la parola condivisa, la cultura, l’ascolto possono ancora salvarci dalla nostra stessa disumanizzazione.

“E le tue mura non ti proteggeranno dalla tua storia.” Franco Ciró ha declamato questi versi di un anonimo palestinese, frammento di umanità sopravvissuta all’indicibile. Ricordo che troppo spesso chi viene privato della vita perde anche il diritto all’identità. Ma nessuna barriera potrà cancellare la verità di ciò che accade: la storia, prima o poi, chiederà conto a ciascuno di noi di ciò che abbiamo scelto di vedere.

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Interviste

La Home Gallery che parla al futuro del collezionismo: intervista all’Art Advisor Alessio Musella

L’arte trova il suo senso non quando la si osserva, ma quando la si vive

 

È una verità semplice, quasi disarmante, che sembra emergere ogni volta che un’opera riesce a creare un varco tra le persone, a farle sostare, parlare, interrogarsi. Ed è proprio da questa idea, che l’arte sia un luogo prima ancora che un oggetto, che  prende forma il modello immaginato da Alessio Musella, uno spazio dove la visione curatoriale si intreccia con la quotidianità, e dove l’incontro diventa parte integrante dell’esperienza estetica.

In questa intervista inedita Alessio Musella ci invita a esplorare la sua nuova iniziativa, Star Gallery, un progetto che ripensa il ruolo dello spazio espositivo nell’epoca della mobilità culturale e della globalizzazione dell’arte, andando oltre i confini della galleria tradizionale.

Tra Italia e Dubai, un curatore dall’approccio innovativo costruisce uno spazio che si presenta insieme come laboratorio, residenza e snodo culturale, dove il collezionismo incontra la sperimentazione e la conoscenza si traduce in un’esperienza autenticamente sensoriale.

Qui l’arte smette di essere un semplice oggetto da acquistare e diventa un’occasione d’incontro, un punto in cui conversazioni e sensibilità lontane trovano spazio per avvicinarsi. Con la home gallery, le residenze d’artista e un ruolo da advisor sempre discreto, Alessio Musella reinventa l’idea stessa di fruizione artistica, proponendo un modo diverso di vivere le opere.

L’intento è di trasformare ogni visita in un momento immersivo e meditato, capace di spostare con naturalezza i confini tra mercato, cultura e ricerca creativa.

Guardando al progetto Star Gallery nella sua visione complessiva, qual è stata la scintilla che ti ha spinto a immaginarlo in questa forma innovativa? La tua precedente esperienza negli Emirati ha influito sulla nascita di questa idea e, se sì, in che modo pensi possa diventare un vantaggio concreto per svilupparla proprio a Dubai?

Allora, il progetto Star Gallery, che è la Home Gallery, nasce proprio da una considerazione. Dopo due anni di direzione della Galleria Oblong a Forte dei Marmi, mi sono reso conto che, per quanto possa essere uno il direttore, rimarrà quasi sempre un commesso di un negozio e sempre in una situazione di attesa, aspettando che le persone entrino. L’arte, invece, va comunque divulgata in maniera differente. Bisogna muoversi, bisogna incontrare persone, bisogna dialogare con culture. E questo, inevitabilmente, non lo puoi fare se sei sempre dietro a una scrivania in galleria, per quanto possa essere grande e bella. Questo non vuol dire che le gallerie non debbano più avere motivo di esistere. Anzi, perché il nuovo espositivo rimane sempre una galleria. Anzi, potrebbe quasi diventare una sorta di museo, in modo tale che le persone che sono all’interno della galleria siano comunque proposte non solo alla vendita, ma anche al dialogo e allo spiegare alle nuove persone che entrano, ai nuovi potenziali clienti, nuovi potenziali collezionisti, o anche alle semplici persone che hanno voglia di imparare qualcosa, appunto devono trovare una persona proposta a raccontare, e non soltanto con un listino in mano.

Detto questo, la Home Gallery permette di invitare le persone, di scegliere chi invitare, di scegliere l’argomento di cui trattare, e di questo mi sono rifatto un pochino a Leo Castelli, che negli anni Cinquanta aprì la sua prima galleria a New York, proprio nel suo appartamento. L’appartamento scelto è un appartamento abbastanza grande, che ha uno spazio di ricezione importante, dove possono essere posizionate sculture e quadri, a seconda delle persone che vengono invitate, e a seconda degli artisti di cui bisogna parlare. Per quanto è sempre in maniera molto blanda, per cui nessuno viene invitato qua perché devi vendere. Qui si parla di arte, si racconta l’arte. Poi tutto può nascere. Però il concetto base è dialogare sull’arte. Con un aperitivo, con un bicchiere in mano, con una cena, diventa tutto molto più gradevole, e la gente non si sente obbligata a dover acquistare, ma viene soltanto per passare una bella serata parlando di arte.

Il mio passato, che non era proprio negli Emirati, anche se poi ho lavorato molto anche negli Emirati, ha influito soprattutto sulla scelta di Dubai, perché Dubai è una croceria all’interno del quale passano tantissime culture e passano tantissime persone, un po’ come Forte dei Malmi durante i tre mesi estivi. Poi qui, dal Medio Oriente, da Dubai sei a un’ora da tutto. Sei a un’ora da Oman, sei a un’ora da Abu Dhabi, sei a un’ora da Doha, sei a un’ora da Jeddah, da Riyadh. Per cui laddove il cliente dovesse chiedere di andare a visitarlo, perché ricordatevi che l’arte si vende o si propone in un ambiente spesso asettico, poi invece no, perché diventa un appartamento comunque accogliente, però poi devi andare a visitare il cliente, devi andare a capire cosa sta meglio a casa sua, devi iniziare ad avere un dialogo con lui. E da qui, parlando del Medio Oriente, si riesce in un’ora di volo ad arrivare ovunque. Per cui questa è stata la scelta che mi ha portato a scegliere Dubai. Scusate il gioco di parole.

In primo piano opera scultorea di Valente Cancogni

Hai ideato un format di galleria completamente nuovo, non più uno spazio tradizionale ma un ambiente “vivibile”, pensato per accogliere visitatori selezionati in modo mirato, a piccoli gruppi o individualmente. Qual è l’intuizione che ti ha portato a questa scelta e che tipo di esperienza desideri far vivere a chi entra nella tua Star Gallery?

La seconda domanda probabilmente ho risposto già con la prima risposta. Comunque la riassumo con un’experience. Un’experience perché? Perché comunque le persone, come ho detto, non devono sentirsi obbligate a comprare. Quando vengono è una scelta loro ed è un invito mio. Per cui è una scelta reciproca ed entrambi abbiamo voglia di dialogare nella stessa direzione, e cioè l’arte.

Durante i primi dieci giorni a Dubai hai osservato il comportamento del pubblico locale verso l’arte. Qual è stata l’intuizione più sorprendente che ti ha fatto ripensare il progetto Star Gallery?

I primi giorni a Dubai sono stati molto importanti, infatti li ho spesi nel incontrare galleristi, visitare gallerie e ovviamente riprendere contatto col territorio. Questo mi ha portato a valutare anche dei cambiamenti in corso d’opera, perché Star Gallery nasceva come un cuscino di appartenenza, una zona di comfort per poi riuscire a, più avanti, aprire una galleria su strada, chiamiamola così. Invece adesso ho deciso, avendo poi dialogato e visto la situazione dell’arte a Dubai, di rimanere una home gallery, anche perché questo mi permette di dialogare con le altre gallerie e di non essere un concorrente. Lavoriamo come advisor, che significa che c’è spazio per tutti. E questo mi sono reso conto che possa essere importante qui a Dubai, perché sembra sciocco, io pensavo fossero molto più aperti, ma anche qui ognuno guarda un pochino sull’orticello e le gallerie che sono aperte, le collaborazioni con altre gallerie non sono tantissime. Per cui magari Star Gallery può essere un trail union per tutto questo.

Alessio Musella con Lorenzo Marini, Scrittore e Artista

In che modo l’identità artistica italiana, con la sua forte tradizione, può dialogare con l’estetica futuristica e cosmopolita degli Emirati senza perdere autenticità?

Quando parliamo di creatività italiana, io non lo avvicinerei, nel senso che ovviamente la linea principale è proporre l’Italia, il Medio Oriente, e non solo. Però ovviamente siamo aperti a dialogare con moltissime altre creatività. Abbiamo artisti che vengono da Costa Rica, dall’India, dagli Emirati stessi, per cui è una multietnicità che vogliamo portare a dialogare. A dialogare con i galleristi, con i collezionisti, e a dialogare tra di loro.

Star Gallery vuole essere un ponte. Ma quale flusso ti aspetti sia più forte: artisti italiani che guardano a Dubai o il pubblico e i collezionisti emiratini che scoprono l’arte italiana?

Allora, per quanto riguarda, come ho detto, questa galleria vuole essere un punto snodo, per cui sia di finestra degli italiani nei confronti degli emirati, ma anche degli artisti degli emirati o comunque del medio oriente, verso l’Italia. Questo è il motivo anche per il quale una home gallery nasce anche quest’estate a Pietrasanta, con le stesse caratteristiche di quella che abbiamo creato e che stiamo creando qua a Dubai.

Pietrasanta rimane il cuore pulsante di una parte artistica dell’Italia. Per cui sarà interessante, anche attraverso eventuali residenze d’artista, dialogare con artisti stranieri che vogliono venire in Italia e capire che cos’è la cultura italiana e capire che cosa vuol dire lavorare in Italia. Pietrasanta permette di spiegare e raccontare la tecnica fondamentale che ci ha portato ad essere famosi nel mondo, cioè la lavorazione del bronzo e la lavorazione del marmo. Per cui questo è anche un obiettivo di interscambio e la stessa cosa potrebbe essere fatta con degli artisti italiani, invitandoli qui con una residenza d’artista.

Magazine ContempoArte edito da L'ArteCheMiPiace

Considerando che sia il mio blog L’ArteCheMiPiace sia ContempoArte Magazine sono partner ufficiali del progetto Star Gallery, che ruolo pensi possano avere nel catalizzare il dialogo tra due mondi artistici così diversi e, allo stesso tempo, così complementari come quello italiano e quello degli Emirati?

Il dialogo che abbiamo e la collaborazione con L’ArteCheMiPiace, ContempoArte e anche Art&Investments,  cugini che si stringono la mano e che vanno avanti in maniera parallela, è molto importante perché comunque anche la crescita sequenziale che sta avendo il Magazine ContempoArte, sia di grafica che di contenuti, la rende molto appetibile anche nel mondo estero. Per cui la carta, perché ricordiamoci che può essere stampato ContempoArte e lo distribuiremo anche qui in alcuni luoghi, è importante perché è inutile pensare che il web possa risolvere tutto il discorso legato alla comunicazione. La carta funziona ancora, soprattutto se è patinata, se è ben impostata, se la grafica è buona. Perché un buon libro, un buon catalogo, una buona rivista, il luogo per posizionare questo genere di prodotto sono le case e sono anche gli alberghi o sono gli studi, perché le persone quando sono rilassate, ancora oggi, per  fortuna, non sono sempre davanti al computer o al telefono, ma se vogliono prendere in mano un pezzo di carta, chiamiamolo pezzo di carta anche se sembra volgare, ma il loro umore, il profumo della carta e poi poter vedere, immaginare sfogliando un libro, un catalogo, una rivista, è ancora una cosa che rilassa tantissimo e qui sicuramente il riuscire a portare ContempoArte e per cui tutti gli artisti che saranno all’interno dei vari numeri, anche qui a Dubai e con quelli degli emirati a 360 gradi è un plus, non indifferente.

Qual è la strategia più delicata da gestire quando si costruisce un progetto artistico in un Paese in rapida espansione culturale come gli Emirati, dove tutto si evolve velocemente e su larga scala?

Un progetto nasce non per rimanere come è, deve essere in continua evoluzione. Per cui Dubai, che è in continuo crescita, non bisogna anche qua stare fermi, perché cambia di settimana in settimana. Per cui il progetto deve essere mobile, deve essere plasmabile, deve essere modificabile a seconda di tutto quello che succede intorno. E questo è possibile farlo con una home gallery, perché nella home gallery devi cambiare la rotta, devi cambiare eventualmente il pensiero, devi sostituire gli artisti, devi dialogare con un pubblico che sei tu a scegliere. Per cui devi essere estremamente attento a tutto quello che succede intorno e non essere attendista, sperando che qualcosa accada. Ma sei tu che devi farla accadere.

Nel tuo lavoro di analisi del contesto, cosa hai capito dell’“ecosistema dell’arte” di Dubai che in Italia di solito si sottovaluta o si interpreta in modo superficiale?

Sono rimasto sorpreso, da una parte piacevolmente, dall’altra un po’ meno. Nel senso che le problematiche che vediamo in Italia, del piccolo orticello, in alcuni casi li troviamo anche qua. Come ho detto precedentemente, non vedo una grande collaborazione tra gallerie, che secondo me è il futuro, anche perché agendo io da advisor, e per cui prendendo in gestione gallerie o richieste di persone per creare nuove collezioni, inevitabilmente il dialogo tra le gallerie è fondamentale, perché una galleria non potrà mai offrire tutto a un richiedente, nel momento in cui offre soltanto il portafoglio che ha. Ma deve essere pronta ad aprirsi al dialogo, magari per guadagnare un po’ di meno, ma per accontentare la richiesta del cliente. E come advisor questo lo puoi fare. Per cui Star Gallery si chiama Star Gallery, ma in definitiva è advisor, che significa che può guadagnare di meno, ma può dialogare con le altre gallerie, in modo tale da soddisfare le richieste del cliente. Questo è l’obiettivo di Star Gallery e del mio socio Tanveer Khan. Indiano, imprenditore legato da anni al mondo della moda, ha lavorato e lavora con i più grossi brand, che preso per mano è entrato nel mondo dell’arte e ne è rimasto affascinato.

Se dovessi definire l’obiettivo più ambizioso del progetto per il 2026, quale sarebbe: creare nuove opportunità, cambiare il modo in cui si percepisce l’arte italiana all’estero, o costruire un modello replicabile anche in altri Paesi?

Obiettivo 2026 sicuramente è creare un’opportunità come mi hai chiesto e poi volevo specificare una cosa. Riportare artisti italiani a Dubai e in Medio Oriente, non significa legarli o chiuderli in gabbia, significa dare un’opportunità di essere visti, di poter essere portati in giro e, cosa fondamentale, nel momento in cui si trova una galleria che ha una linea editoriale che possa andare bene e che sia d’accordo nell’accogliere nelle sue fila gli artisti che noi proponiamo, noi facciamo un passo indietro. Rimaniamo sempre legati all’artista in modo tale da poterlo gestire o per tale dargli una mano nella gestione qua, perché comunque essere in loco è fondamentale, però diamo il massimo del guadagno alla galleria in modo tale che possa tranquillamente gestirlo e proporlo senza avere remore, perché comunque, ripeto, lasciamo il massimo della marginalità della vendita alla galleria e questo fa sì che noi possiamo continuare a dialogare con l’artista ma abbiamo trovato la giusta collocazione in una galleria. E questo non è un controsenso rispetto a quello che vi ho detto prima, perché la vetrina nella galleria è sempre e sarà sempre importante, ma il dialogare in maniera aperta in modo tale che, come ho detto prima, le richieste dei clienti possano essere soddisfatte, questo permette o permette, questo prevede il fatto che ci possa essere una persona, un advisor che possa bussare alle porte delle gallerie e insieme scegliere la soluzione migliore per i clienti, che in questo caso è il collezionista o ancora meglio il nuovo collezionista che va preso per mano e soprattutto va guidato in questo splendido universo. Ultima cosa, in Star Gallery ci sono affordable, cioè ci sono opere che partono sotto i 1000 euro e poi arrivano oltre i 500 mila e più, perché noi comunque di fronte a qualsiasi richiesta siamo in grado di andare a cercare e a trovare Andy Warhol, un Picasso, per cui quando si parla di arte è inutile dire che il collezionista può iniziare anche con 300 euro se poi tu non hai i 300 euro da offrire. Un motivo per il quale il range di riferimento per noi parte da zero all’infinito.

Alla parete della Home Gallery, opere di Mariella Rinaldi
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Arte

Honfleur contemporanea, itinerario tra gallerie, atelier e creatività normanna

Honfleur, deliziosa cittadina portuale in Normandia, è oggi uno dei centri più vivaci per l’arte contemporanea in Francia. Nonostante le sue dimensioni contenute, vanta un’incredibile concentrazione di gallerie d’arte moderna e contemporanea, che si affiancano al fascino storico dei vicoli e del porto antico.

Honfleur è legata profondamente alla storia dell’arte: qui nacque Eugène Boudin, maestro della luce e precursore dell’Impressionismo. Questa tradizione pittorica ha creato un terreno fertile per le generazioni successive di artisti, e oggi la città è un punto d’incontro tra arte classica, moderna e contemporanea.


Già dagli anni ’50 e ’60, Honfleur è diventata una meta di villeggiatura culturale per parigini, collezionisti e amanti dell’arte.
L’apertura di piccole gallerie indipendenti ha risposto a una domanda crescente: il turista che passeggia lungo il Vieux Bassin non cerca solo paesaggi, ma anche opere da portare con sé.
Oggi, questa tradizione si è consolidata in una rete viva e competitiva di gallerie contemporanee, ognuna con una propria identità.

Le principali gallerie d’arte contemporanea

Nel centro storico, soprattutto attorno al Vieux Bassin (il vecchio porto), si trovano numerose gallerie. Tra le più note:

  • Galerie Saint-Léonard – specializzata in pittura contemporanea francese ed europea, spesso ospita mostre tematiche su luce e materia.

  • Galerie Eric Lefrancois – presenta sculture e pitture di artisti contemporanei, con particolare attenzione alle tecniche miste.

  • Galerie Bartoux – parte di un gruppo internazionale, espone nomi noti dell’arte moderna e contemporanea (Dali, Picasso, Chagall, ma anche artisti viventi).

  • Galerie Authentique – si distingue per opere astratte e arte concettuale, molto frequentata dai collezionisti.

  • Galerie Sainte-Catherine – ospita artisti locali e internazionali, con una selezione che spazia dall’espressionismo all’arte figurativa moderna.

Oltre a queste, vi sono piccole gallerie indipendenti e atelier di artisti sparsi per le vie: molte aprono solo nei fine settimana o durante la bella stagione.

C’è qualcosa di quasi magnetico in Honfleur: una piccola città di mare che, nonostante le sue dimensioni, custodisce un’anima artistica immensa. Passeggiando tra i vicoli acciottolati che circondano il Vieux Bassin, è impossibile non notare la quantità sorprendente di gallerie d’arte contemporanea. Ma perché proprio qui, in questa cittadina normanna, l’arte moderna ha trovato una casa così accogliente?

Tutto comincia con la luce di Honfleur — quella luce mutevole e intensa che ha incantato Eugène Boudin, Monet e gli altri padri dell’Impressionismo. È una luce indelebile, che trasforma il paesaggio in emozione, e che da oltre un secolo continua ad attirare pittori, fotografi e scultori in cerca d’ispirazione. Qui, la tradizione artistica non è un ricordo del passato, ma una presenza attiva che si rinnova ogni giorno.

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