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Giuseppina Irene Groccia

Segnalazione Eventi

A LECCO, L’ARTISTA E ARCHITETTO EMANUEL ACCIARITO SVELA “IL SEGRETO DI GERTRUDE” ALL’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI ARTE CONTEMPORANEA “I PROMESSI SPOSI”.

 

A LECCO, L’ARTISTA E ARCHITETTO 

EMANUEL ACCIARITO 

SVELA “IL SEGRETO DI GERTRUDE” ALL’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI ARTE CONTEMPORANEA 

“I PROMESSI SPOSI”.

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |10|Ottobre|2025|

 

 

Nel suggestivo Monastero del Lavello di Calolziocorte a Lecco, il veliterno architetto-artista Emanuel Acciarito espone insieme a tanti altri artisti talentuosi alla Esposizione Internazionale di arte contemporanea “I Promessi Sposi” che è stata ideata e

allestita dal professore, storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.

 

L’esposizione inaugurata il 04 ottobre 2025, resterà aperta al pubblico tutti i giorni fino al 16 ottobre.

 

 

 

L’opera “Il Segreto di Gertrude” di Emanuel Acciarito di dimensioni 60 x 120 cm è realizzata con tecnica mista su tavola, e raffigura Gertrude, l’iconica figura femminile del celebre romanzo “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, da un’angolazione creativa per niente scontata.

 



 

La Monaca di Monza è stata interpretata dall’artista nella sua intimità, assieme al suo segreto velato nel romanzo, della vera o presunta maternità.

L’opera di Acciarito aleggia tra le stanze del Monastero dei Padri Serviti, in tutta la sua nudità, con coperto solamente il capo e le spalle dal velo dell’ordine ecclesiastico dal quale si era opposta fino alla fine, ma poi ceduto per indossarlo a vita. Il velo che sa di imposizione, prigione e peso, per l’artista non privano Gertrude di poter esprimere nella sua quotidianità, la libertà di amare un uomo e in segreto, nuda dinanzi al solo Dio, custodirne senza nessuna veste di monaca, l’attesa di un figlio.

Quest’ultima opera dell’artista fa parte di un nuovissimo ciclo creativo realizzato a Vigevano tra il 2023 e il 2025, ma maturato nel tempo, attraverso un rigoroso ragionamento tecnico e creativo che ha potuto sperimentare nel 2014 con altrettanti lavori materici realizzati con la carta pesta, nel suo territorio natale e nei paesi limitrofi di Giulianello e Artena, Cori e Latina.

 



 

La scelta del colore bianco è una scelta vincolante a tutto questo percorso che pone dei paletti voluti dall’artista alla sua realizzazione, per permettere all’autore Emanuel Acciarito, di indagare fino in fondo tutte le sue simbologie che l’artista va

ricercando nella sua introspezione quotidiana.

La ricerca del bianco lo ha portato ad analizzare questa scelta in tutte le culture. E nella ricerca delle diverse culture si è ritrovato ad accettare il simbolo del bianco nell’associazione della purezza, dell’innocenza e della spiritualità, che in questo caso è enunciato dalla bellezza del corpo della donna con la sola eccezione del colore nero del velo del copri capo e quello del copri spalle, che in questo caso l’artista ha voluto rimarcare per enfatizzarne maggiormente il forte significato di appartenenza religiosa.

 



 

Al bianco nelle diverse culture analizzate si attribuisce l’alto valore del sacro e ad esso si associano tanti significati simbolici, e ad essi Emanuel Acciarito cerca ogni volta di attingere nel suo percorso creativo.

Nella cultura occidentale il bianco viene associato alla purezza e all’innocenza, tanto è che viene utilizzato per rappresentare matrimoni e battesimi, poiché simboleggia l’inizio della nuova vita. Nella cultura orientale il bianco viene associato alla spiritualità e alla pace interiore. I monaci buddisti indossano abiti bianchi per rappresentare la loro rinuncia al mondo materiale offrendo la loro dedizione alla sola ricerca spirituale. Nella cultura africana il colore bianco viene associato alla purezza divina e alla spiritualità. Il bianco viene quindi considerato un colore sacro perché simboleggia la connessione con gli spiriti e il divino.

Nella cultura indiana il bianco viene associato alla purezza e alla morte. “Emanuel Acciarito – ha scritto il curatore della mostra de “I Promessi Sposi” – porta in scena una Gertrude intima, materna e libera di amare. E lo fa con la sua tecnica

e il suo stile riconoscibile”.

 

Nel 2023 ha esposto i lavori di questo nuovo ciclo nella galleria di Milano Arcadia Art Gallery, nel 2024 ha partecipato alla prima edizione della “Biennale d’arte di Vigevano” allestita nelle stanze del Castello Sforzesco di Vigevano e alla rassegna d’arte “Donne in Trasformazione” che si è tenuta nell’antico palazzo “Malvinni Malvezzi” a Matera, dove ha ricevuto assieme ad altri artisti presenti, anche il Premio Modart Exhibition.

A gennaio di questo anno ha esposto alla esposizione d’arte “Lo stato dell’arte ai tempi della 60° Biennale di Venezia” che è stata allestita presso il Palazzo Pisani – Revedin a Venezia.

“L’esposizione di un mio lavoro – ha dichiarato Emanuel Acciarito – è sempre una importante prova per me, perché mi permette da un lato di guardare il processo creativo maturato durante la sua realizzazione da spettatore, e dall’altro, di continuare a farlo da artista tra la gente, mentre penso al mio prossimo lavoro”

 

 

 

 

 

 

 

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com

 

 

 

 

 

 

 

 

Emanuel Acciarito, architetto e artista originario di Velletri, si è laureato in Architettura presso l’Università di Roma “La Sapienza”. La sua attività creativa si esprime attraverso diverse forme d’arte, dalla pittura alla scultura materica, accomunate da una profonda ricerca simbolica e spirituale.

Nel suo percorso artistico, Acciarito esplora temi universali come la libertà, la purezza e l’introspezione, con una particolare attenzione al valore del bianco, colore che per lui rappresenta la soglia tra il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito.

Negli ultimi anni ha presentato le sue opere in importanti rassegne nazionali e internazionali, tra cui Arcadia Art Gallery di Milano (2023), la Biennale d’Arte di Vigevano (2024) al Castello Sforzesco e la mostra “Donne in Trasformazione”a Matera, dove ha ricevuto il Premio Modart Exhibition. Nel 2025 ha partecipato all’esposizione “Lo stato dell’arte ai tempi della 60ª Biennale di Venezia” presso Palazzo Pisani-Revedin.

Alla Esposizione Internazionale di Arte Contemporanea “I Promessi Sposi” di Lecco, Acciarito presenta Il segreto di Gertrude, un’opera intensa che indaga la dimensione intima e spirituale della Monaca di Monza.

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Artisti

Liliana Condemi, artista di talento di Condofuri, protagonista dei recenti eventi con le opere “Pane di Vita” e “Sogno Liminale”

 

Entrare nel mondo pittorico di Liliana Condemi significa attraversare una soglia dove la pittura si fa insieme esperienza sensoriale e viaggio interiore. Nulla è puramente descrittivo: tutto, nei suoi lavori, tende
all’evocazione, al ricordo, al respiro di ciò che resta invisibile ma sempre vivo.
Il colore diventa pensiero, la forma si trasforma in memoria, e ogni segno
racconta un tempo che continua ad abitare anche il presente.

Le sue opere si muovono tra sogno e ricordo, tra la dolcezza delle origini e lo scorrere del tempo, nei cui cromatismi vive una luce che tenta la riconciliazione, un varco di quiete dove la materia stessa si apre alla poesia e l’immagine diventa luogo di pace interiore.

Nata a Condofuri nel 1949 e formatasi all’Istituto Statale d’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, la pittrice calabrese prosegue da decenni una ricerca ininterrotta che unisce il linguaggio del colore alla riflessione sull’esistenza, sull’interiorità e sulla memoria collettiva.

Nel settembre e ottobre 2025, due suoi recenti interventi espositivi ne hanno ribadito la profondità poetica e la coerenza di visione.

 

Il primo, “Pane di Vita”, presentato a Grimaldi (CS) per Tornare@Itaca 2025 – Pane di Pace (a cura di Mimma Pasqua), nasce da un gesto semplice e universale: impastare il pane, simbolo di nutrimento e condivisione, per ricordare i bambini di Gaza. Liliana ha scelto di “dividere il passato dalle macerie” e di trasformare la materia in segno di rinascita. 

 

Liliana Condemi-Artista-Eventi recenti-Pane di Vita-Tornare a Itaca-

 

 


Il suo pane, da semplice sostanza, diviene memoria custodita, prezioso elemento di vita
, che come scriveva Paul Klee, “rende visibile l’invisibile”, perché in esso la materia si fa simbolo, trasformando il gesto concreto in segno di speranza e rinascita. Nei suoi colori si percepisce l’intensità di una speranza che non ignora il dolore, ma lo trasforma in luce.

 

A distanza di pochi giorni, al Museo del Presente di Rende (CS), l’artista ha presentato “Sogno liminale” nell’ambito della collettiva Geni Comuni, ideata e diretta da Luigi Le Piane, con la curatela di Roberto Sottile e Mariateresa Buccieri. Qui il linguaggio si fa più rarefatto, sospeso tra ricordo e percezione. In un gioco di blu e verdi emergono echi di esperienze intime, i centrini della nonna, il riflesso del laghetto delle
ninfee a Gambarie, tutto si intreccia in una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione. L’opera si apre come una soglia, un passaggio tra ciò che è stato e ciò che ancora può essere, tra il gesto antico e il respiro della natura.

 

Liliana Condemi-Artista-Eventi recenti-Geni Comuni-

 

 

Nella pittura di questa abile artista, il colore scivola sulle tele come un’anima viva. È un atto vitale, una musica silenziosa che si
espande sulla tela come “una serie di accordi musicali”, per citare le parole di un critico che le sono state dedicate. In lei si rinnova quella sapienza del colore che, come diceva Kandinsky, “è un potere che influenza direttamente l’anima”.

Liliana Condemi intesse e porta avanti il suo universo
pittorico come un diario spirituale, dove la memoria si fa speranza e la bellezza diventa un gesto consolidato di pace.

 

 

 

 

Per ulteriori informazioni sul percorso artistico e sulle opere di Liliana Condemi, si invita a consultare il suo sito ufficiale.

 

Clicca sulla sua firma per accedere al suo Sito web

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



 
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Segnalazione Eventi

“15 – La fotografia oltre l’umano” – Un vernissage che diventa dialogo

“15 – La fotografia oltre l’umano”

 

Un vernissage che diventa dialogo

 

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |04|Ottobre|2025|

 

 

Non una semplice inaugurazione, ma un intreccio di sguardi,
relazioni e spazi vitali. Così si è presentato sabato 27 settembre il
vernissage della mostra “15 – La fotografia oltre l’umano” presso la CathartGallery di Varese, trasformando l’apertura ufficiale in un’esperienza
condivisa.

 

La città, con la sua vocazione artistica, ha accolto un
evento che ha superato la dimensione della pura esposizione per diventare
un’occasione di incontro. Determinante è stato il ruolo dello spazio: la
galleria di Carla Pugliano, che con magnifica accoglienza e grande
professionalità ha saputo gestire l’allestimento e la stampa, si è rivelata una
cornice capace di amplificare il linguaggio delle opere senza mai sovrastarlo,
restituendo al pubblico la giusta intimità e una luce museale indispensabile
per la fotografia.

 

 

 

Alla guida del progetto, l’ideazione e la cura di Ilaria Pisciottani, che ha saputo intrecciare visioni e sensibilità differenti, dando
alla mostra una coerenza narrativa e un respiro critico che hanno reso l’evento
più di una semplice esposizione, e cioè un percorso pensato come esperienza
collettiva.

 

L’artista e curatrice Ilaria Pisciottani e il critico Roberto Mutti

 

 

L’atmosfera respirata durante il vernissage non si è
misurata in numeri o applausi, ma in quella sottile armonia che ha legato
immagini, ambiente e persone. Ogni fotografia ha trovato il proprio posto,
instaurando un dialogo con lo spazio e con chi lo abitava in quel momento.

 

Un ruolo centrale lo hanno avuto le collaboratrici
coinvolte: professioniste serie, preparate, ma anche amiche di lunga data, tra
cui proprio Carla Pugliano e Giuseppina Irene Groccia. La loro collaborazione
non si è limitata alla semplice coesistenza, ma ha dato vita a un intreccio di
sensibilità che, grazie alla visione curatoriale di Ilaria Pisciottani, si è
tradotto in un progetto corale e autentico. “Il successo si ha perché succede
qualcosa
” – ha ricordato appunto la curatrice durante l’evento, e sabato quella
sintonia di pensiero si è concretizzata in un percorso comune.

 

L’artista e gallerista ospitante Carla Pugliano con il critico
Roberto Mutti

 

 

Il vernissage ha visto anche il contributo di autori di
rilievo, le cui ricerche fotografiche sono state accolte con grande interesse.
Esporre le loro opere ha significato riconoscere il valore di una ricerca che
merita di essere diffusa, ma anche dare un segno di stima verso chi continua a
interrogare la fotografia come linguaggio critico e poetico. 
I 14 fotografi selezionati – Matteo Abbondanza, Fabrizio Ceci, Michele Coccioli, Monica Cossu, Giuseppina Irene Groccia, Matteo Groppi, Sonia Loren, Alessio Marzola, Maria Cristina Pasotti, Ilaria Pisciottani, Alessandro Rovelli, Christine Selzer, Louis Selzer, Pier Paolo Tralli 

 

 

 

Il progetto non si esaurisce però nello spazio della
galleria: le opere proseguiranno il loro cammino verso la Sicilia, entrando a
far parte del museo a cielo aperto del Borgo di Cannistrà, grazie all’impegno e
all’amicizia di Tonino Privitera. Un viaggio che testimonia come la fotografia
possa abitare luoghi diversi e continuare a generare senso oltre l’evento.

 

 

Determinante è stato anche il lavoro redazionale: la cura
del catalogo e della rassegna stampa, affidata a Giuseppina Irene Groccia
definita affettuosamente “la nostra Vasari” – ha garantito coerenza e qualità,
offrendo all’iniziativa una cornice critica solida e professionale.

 

 

Il momento forse più intenso è stato l’intervento del
critico Roberto Mutti, tra le voci più autorevoli nel panorama fotografico
italiano. Con aneddoti sulle origini della fotografia e sui pionieri che ne
hanno tracciato la strada, Mutti ha saputo affascinare il pubblico, offrendo
nuove prospettive di lettura e consolidando il valore dell’esperienza.

 

 

 

Il pubblico stesso, numeroso e partecipe, ha giocato un
ruolo chiave: colto, attento, entusiasta, ha trasformato la serata in un
dialogo vivo tra chi espone e chi osserva. Tra i presenti spiccava una figura
storica del fotogiornalismo italiano: Giorgio Lotti. Con una carriera lunga
sessant’anni
, oltre 400.000 scatti all’attivo e una vita trascorsa a
documentare i protagonisti e gli eventi del Novecento – da Yasser Arafat a
Brigitte Bardot, da Andy Warhol a Eugenio Montale, fino allo sbarco sulla Luna
accanto a Giuseppe Ungaretti – Lotti ha portato con sé la testimonianza viva di
un’epoca. Emblematico il record della sua fotografia ufficiale del premier
cinese Zhou Enlai, stampata in oltre 100 milioni di copie, la più venduta al
mondo.

 

Il vernissage è stato, in definitiva, un momento di
gratitudine: verso chi ha proposto le proprie idee creative, verso lo spazio
che ha accolto le opere, verso chi ha reso possibile il catalogo e la stampa di
qualità, verso il critico che ha offerto uno sguardo illuminante, e soprattutto
verso il pubblico, che ha dato calore e senso a ogni immagine. Ma soprattutto
un ringraziamento va alla curatrice Ilaria Pisciottani, la cui visione ha reso
possibile questo intreccio di energie, idee e relazioni.

 


 

Tra i ringraziamenti finali, non sono mancate le artiste
Carlotta Baldazzi, Chiara Galliano e Luisa Montagna per la loro presenza, così
come Maria Cristina Pasotti e Pier Paolo Tralli, che hanno immortalato con le
loro fotografie i momenti salienti della serata.

 

“15 – La fotografia oltre l’umano” si è così rivelata molto
più di una mostra: un passaggio che ricorda come l’arte sia sempre costruita su
incontri, relazioni e luoghi capaci di restituire significato alle immagini.

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Rouen e il suo Musée des Beaux-Arts – Un viaggio tra capolavori

 

 

Rouen e il suo Musée des Beaux-Arts

 

Un viaggio tra capolavori

 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |04|Ottobre|2025|
 
 

Il Musée des Beaux-Arts di Rouen è senza dubbio una delle tappe culturali imprescindibili della Normandia. Fondato per volontà di Napoleone Bonaparte nel 1801, testimonia la lungimiranza del grande condottiero che, con un decreto, rese la città normanna custode di un patrimonio artistico di livello internazionale. L’attuale edificio, progettato dall’architetto Louis Sauvageot e completato nel 1888, domina oggi l’Esplanade Marcel Duchamp, ed è stato rinnovato nel 1994 per accogliere al meglio visitatori e collezioni.

Il museo conserva una delle più ricche raccolte pubbliche di provincia in Francia, con opere che spaziano dal XV al XX secolo. Pittura, scultura, arti decorative e disegni convivono in un percorso che attraversa Rinascimento, Barocco, Romanticismo, Impressionismo e arte moderna.

 

 

 

Tra i nomi che impreziosiscono le sale figurano giganti della storia dell’arte: Caravaggio, Rubens, Velázquez, Veronese, Poussin, Fragonard, David, Ingres, Géricault, Delacroix, Degas, Monet, Sisley, Renoir, Modigliani, i fratelli Duchamp, fino a Dubuffet e Dufy. L’elenco è talmente impressionante da sembrare quasi una parata in carne e ossa di maestri che hanno segnato la storia dell’arte europea. Non mancano capolavori meno noti ma straordinari, come La Vergine tra le vergini di Gerard David o le delicate raffigurazioni di François Clouet.

 

Una menzione speciale spetta all’Impressionismo, di cui il museo custodisce una delle più grandi collezioni francesi, resa possibile grazie alla donazione del collezionista François Depeaux nel 1909. Monet, con la sua celebre Serie della Cattedrale di Rouen, ma anche Sisley, Renoir, Pissarro e Caillebotte, sono i protagonisti di una stagione artistica che proprio in Normandia trovò la sua culla naturale.

Oltre alla pittura, il museo ospita una ricca collezione di sculture, dalle opere barocche di Pierre Puget ai moderni lavori di Jacques Lipchitz e Raymond Duchamp-Villon. A completare il percorso, preziosi disegni, una raccolta di icone russe e splendidi esempi di arti decorative.

 

L’esperienza di visita è resa ancora più piacevole dalla presenza del Giardino delle Sculture, un bellissimo spazio all’aperto ma al contempo protetto, dove il verde dialoga con opere tridimensionali esposte en plein air. È un luogo di pausa e di contemplazione, che consente di vivere l’arte in continuità con la natura. Qui si trova anche il ristorante del museo, ideale per concludere la visita con un momento di relax.

 

Entrare al Musée des Beaux-Arts di Rouen significa dunque intraprendere un vero viaggio tra maestri immortali, sorprese nascoste e spazi che respirano cultura. Eppure, nonostante la sua grandiosità, il museo riesce a trasmettere un senso di accoglienza, quasi domestico. Lo dimostra la vivacità dei laboratori e delle attività dedicate ai più piccoli, che imparano a leggere i segreti delle tele con entusiasmo e curiosità.

 

 

Passeggiando tra le sue sale luminose, il visitatore percepisce subito la ricchezza e la varietà del patrimonio custodito.
Ma c’è una stanza che cattura ogni sguardo, un luogo in cui il tempo sembra fermarsi, ed è quella che ospita La Flagellazione di Cristo di Caravaggio. Davanti a questo capolavoro non si può restare indifferenti. La forza drammatica della scena, il contrasto tra luce e ombra, l’intensità dei corpi e dei volti, tutto parla con la potenza unica dell’arte italiana, vero orgoglio e vanto del nostro Paese.
 
 
Caravaggio, più di chiunque altro, emerge come un gigante, non c’è paragone, non c’è rivale che tenga. Il suo linguaggio diretto e struggente ti afferra con forza e ti trascina oltre la tela, dentro la carne viva della scena. È in quel preciso istante che si avverte il rischio di cadere nella cosiddetta sindrome di Stendhal, non più intesa come semplice smarrimento, ma come autentica vertigine estetica. Un cortocircuito tra percezione sensibile e coscienza critica, in cui la bellezza si manifesta in modo tanto assoluto da risultare quasi insostenibile.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
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ArteArtisti

Custodire la presenza dell’arte – Mario Stefano e la sua visione, perché questo artista non mostra più le opere terminate su internet

 

Custodire la presenza dell’arte

Mario Stefano e la sua visione, perché questo artista non mostra più le opere terminate su internet

 

 

 

Ci sono artisti che scelgono di rincorrere la visibilità, affidando alle piattaforme digitali il compito di moltiplicare le immagini delle loro opere. E poi ci sono scelte opposte, radicali, che riportano l’arte alla sua essenza.

 

Mario Stefano, artista con cui ho avuto modo di collaborare e di sostenere nel percorso di divulgazione, ha deciso di compiere un passo coraggioso: rimuovere le proprie opere dalla rete e bandire la pubblicazione integrale dei suoi quadri.
Un gesto che può sembrare controcorrente in un’epoca di sovraesposizione, e che rappresenta una scelta personale dell’artista, non necessariamente condivisa da tutti, ma sicuramente degna di rispetto perché guidata dall’intento di restituire all’arte la sua natura viva, intima e irripetibile.

 

A spiegare le ragioni di questa scelta è lo stesso artista, con parole che diventano manifesto di una nuova idea di presenza artistica.


Mario Stefano - Artista -
L’artista Mario Stefano

 

Perché ho deciso di non pubblicare le mie opere intere, ma soltanto dei dettagli? Perché credo che l’opera d’arte debba essere incontrata da vicino, nella sua interezza. Non attraverso uno schermo, ma dal vivo, dove lo sguardo possa spostarsi liberamente da un punto all’altro del quadro, lasciandosi guidare dalla contemplazione. Vedere un’opera è un’esperienza immersiva: richiede tempo, silenzio, attenzione.

Ho scelto i dettagli non per proteggere me stesso, ma per proteggere l’opera. La pittura ha bisogno di spazio, di un ritmo lento, di uno sguardo che non scivoli via in tre secondi. Quando un’opera si compie, essa chiede di essere guardata con presenza, di essere colta nella sua essenza.

Non mostro i miei lavori finiti perché non sono semplici immagini, ma presenze. L’arte, quella autentica, non cerca visibilità: cerca verità. Non vuole esposizione, ma incontro. In un tempo che mostra tutto, io sento il bisogno di custodire.

Viviamo in un’epoca che produce immagini sintetiche: io, con la pittura, cerco di generare presenze. Le mie opere non appartengono ai feed dei social, non si lasciano catturare da uno screenshot, non nascono per la velocità. Sono fatte di stratificazioni, di errori, di gesti ripetuti e intuizioni cercate. Sono fatte di mani, di testa, di cuore. E anche di spirito.

Ogni quadro è un corpo, un evento: ha peso, respiro, silenzio. E come ogni corpo vivo merita distanza, attenzione, intimità.

Per questo non pubblico le mie opere finite. Perché pubblicarle significherebbe snaturarle, ridurle a immagini quando invece sono presenze, trasformarle in contenuti quando in realtà sono contenitori di senso. In un tempo che chiama tutto “visibilità”, io scelgo la visione.”


 

 

 

 

La scelta di Mario Stefano è senza dubbio forte e radicale. È una visione personale che non tutti gli artisti condividono, perché ognuno trova il proprio modo di mettere in relazione l’opera con il pubblico. Ciò che conta, però, è la coerenza e il coraggio con cui un artista decide di custodire la propria arte.
 

 

Presto avremo modo di ospitarlo per un’intervista, in cui potrà approfondire meglio questo approccio e raccontarci da vicino cosa significhi, oggi, restituire all’arte la sua dimensione più autentica.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Interviste

Luigi Le Piane – Un regista silenzioso della cultura

 

Luigi Le Piane

 

Un regista silenzioso della cultura

 

 

 

A pensarci bene, Luigi Le Piane non è un artista nel senso tradizionale del termine, eppure il suo operato ha qualcosa di autenticamente creativo. La sua abilità non si misura in tele o sculture, ma nel modo in cui riesce a trasformare un’idea in un’esperienza condivisa, unendo persone, energie e linguaggi diversi. È come se avesse scelto la regia invisibile, quella che non appare mai in scena, ma senza la quale la scena stessa non avrebbe vita.

Cosenza lo conosce bene come PR, capace di animare la città con serate, eventi musicali e momenti di intrattenimento. Ma il cuore del suo impegno rimane Geni Comuni, il progetto che ha dato respiro nazionale alla sua visione culturale. Non un semplice evento, ma un laboratorio di possibilità, un ponte tra professionisti affermati e nuove generazioni, tra territorio e mondo, tra arte e comunità.

In fondo, la cifra più vera di Luigi sta in questo: non accontentarsi di organizzare, ma cercare il senso di ciò che propone. Nei suoi progetti c’è sempre l’idea che la cultura non debba essere un lusso, ma un bene comune, capace di avvicinare chi solitamente resta ai margini. È un modo di fare che richiede passione, ma anche coraggio e coerenza.

Si potrebbe dire che il suo lavoro non costruisce soltanto eventi, ma possibilità. Egli apre spazi, crea dialoghi, rende accessibile ciò che spesso sembra distante. E in questo c’è la sua vera arte. Una forma silenziosa ma essenziale di creatività, che non si misura con gli applausi, ma con la traccia che lascia nelle persone e nel territorio.

 

 

 

Da queste riflessioni nasce l’intervista che segue, un dialogo capace di restituire non solo il percorso professionale, ma soprattutto la visione e la passione che guidano ogni suo progetto

 

 

 

 

Luigi, tu sei un organizzatore culturale molto attivo e riconosciuto, ma non sei un artista in senso stretto. Da dove nasce la tua passione per l’arte?
 

 

È vero, non sono un artista. La mia passione per l’arte è nata lavorando per tanti anni all’interno del Museo del Presente. Vivendo quotidianamente quel luogo e quell’atmosfera, era inevitabile che qualcosa scattasse.

 

Ricordi un episodio o un incontro che ti ha fatto capire che l’arte sarebbe diventata parte centrale della tua vita?
 

 

Sì, ricordo bene. Anni fa, molti artisti mi chiedevano: “Come faccio a esporre in questa bellissima struttura? Cosa devo fare?”. Da lì è nata l’idea di creare un format che desse spazio sia ad artisti professionisti sia a talenti emergenti, anche a chi non aveva ancora un curriculum importante ma meritava una possibilità di entrare in un museo e confrontarsi con un contesto di qualità.

 

 

Quanto la tua formazione e il tuo vissuto a Cosenza e in Calabria hanno influenzato il tuo modo di vedere e proporre cultura?
 

 

Moltissimo. I miei studi letterari, uniti alla passione per gli eventi, mi hanno portato fin da giovane a organizzare attività culturali e non solo. È stato un percorso naturale che mi ha sempre accompagnato.

 

Organizzare eventi di successo non è solo questione di logistica. Quali sono, secondo te, gli elementi chiave per creare un evento culturale che lasci il segno?
 

 

L’elemento principale è la passione. Se pensi di creare un evento soltanto per un tornaconto economico, hai già fallito. Poi, certo, servono attitudine, capacità, esperienza e serietà: tutti fattori che fanno da cornice.

 

Nel tuo lavoro riesci a coniugare estetica, contenuto e innovazione. Come orienti le tue scelte, ad esempio nella selezione degli artisti o degli ospiti?
 

 

Credo sia fondamentale saper leggere il tempo presente. Un evento deve stimolare la curiosità dei visitatori, proporre idee innovative, parlare ai giovani che rappresentano la contemporaneità. Bisogna quindi adeguarsi ai tempi e, allo stesso tempo, creare occasioni che lascino un segno.

 

 

Cosa significa per te “contemporaneità” in un contesto artistico, e come cerchi di tradurla nei tuoi progetti?
 

 

Per me la contemporaneità è proprio questa capacità di parlare al presente e alle nuove generazioni, senza dimenticare la qualità. Ogni progetto deve essere uno stimolo e un’occasione di confronto.

 

Siamo ormai alla dodicesima edizione di Geni Comuni. Ci racconti com’è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?
 

 

Come dicevo, è nato per offrire anche agli appassionati e agli artisti emergenti la possibilità di entrare in un museo e confrontarsi con professionisti. L’idea di mettere insieme generazioni e linguaggi diversi è stata vincente. La cosa più bella è che, se togli le didascalie dalle opere esposte, spesso non riesci a distinguere chi è il giovane e chi è il professionista, perché la qualità selezionata è sempre molto alta.

 

Geni Comuni è noto per la sua inclusività, mette insieme artisti emergenti e affermati, diversi linguaggi, esperienze e visioni. È una scelta estetica, etica o entrambe?
 

 

Direi entrambe. È una scelta che dà valore sia al progetto culturale sia al messaggio che trasmette: tutti meritano una possibilità e il confronto arricchisce tutti.

 

 

In merito a Geni Comuni, sin dalle prime edizioni collabori in modo continuativo con due figure fondamentali, il critico d’arte Roberto Sottile e la curatrice Mariateresa Buccieri. Che tipo di dialogo creativo si è instaurato tra voi tre, e in che modo questa sinergia contribuisce alla visione e allo sviluppo del progetto?
 

 

Con Mariateresa e Roberto il dialogo è ottimo. Pur essendo un evento nato da una mia idea, lascio a entrambi la libertà di proporre visioni e intuizioni. Questo arricchisce il progetto ogni anno. Io credo molto nel lavoro di squadra: da soli non si va lontano.

 

 

L’edizione autunnale 2025 di Geni Comuni è attualmente in corso. Puoi raccontarci qualcosa della sezione speciale della XIII edizione e delle novità che stai portando per il prossimo anno?
 

 

Posso solo dire che sto già lavorando a una sezione speciale della XIII edizione, cercando di portare sempre qualcosa di internazionale, come è stato nelle edizioni passate, e di creare nuove sinergie.

 

Qual è il contributo che Geni Comuni vuole offrire oggi al pubblico calabrese e non solo? Pensi che stia crescendo anche a livello nazionale?
 

 

È già cresciuto molto, sia a livello nazionale sia oltre. Ogni anno riceviamo richieste da tutta Italia e anche dall’estero, e sono felice di ospitare gratuitamente gli artisti, perché arricchiscono non solo l’evento ma anche il territorio. La mostra dura un mese e registra oltre 2000 visitatori: numeri che, in una città non turistica come la nostra, sono un motivo di orgoglio.

 

 

Cosa sogni per il futuro della scena culturale calabrese? E cosa vorresti continuare a fare tu, personalmente, per coltivarla?
 

 

Sogno che cambi l’idea che i musei siano luoghi statici. Sarebbe bello renderli più accoglienti, accessibili, soprattutto per chi non si sente “preparato” culturalmente. Bisogna coinvolgere i giovani, che spesso si tengono lontani dai luoghi di cultura. C’è tanto lavoro da fare, ma i risultati, come quelli di Geni Comuni, dimostrano che è possibile.

 

Hai altri progetti in cantiere oltre a Geni Comuni?
 

 

Certo. Da oltre vent’anni organizzo eventi di vario genere: spettacoli, concerti, teatro, locali. Geni Comuni è un progetto importante, ma non è l’unico.

 

 

Se dovessi dare un consiglio a un giovane che sogna di lavorare nel mondo dell’organizzazione culturale, cosa gli diresti?
 

 

Gli direi di partire dalla passione, senza scorciatoie. Serve impegno, serietà, capacità di ascolto e di collaborazione. Se mancano queste cose, difficilmente si arriva lontano.
Contatti
Email llpeventi@gmail.com
𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐋𝐞 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐞, laureato in Lettere e Filosofia, lavora presso il Museo del Presente di Rende ed è organizzatore di eventi.
Da oltre vent’anni è impegnato nell’ideazione e nella realizzazione di manifestazioni non solo culturali, ma a 360 gradi: eventi musicali, teatrali, festival e molto altro, ottenendo numerosi successi a livello regionale.
La sua attività è animata dalla passione per il lavoro e dal desiderio di valorizzare il territorio. Il suo punto di forza è la capacità di creare sinergie e fare rete con associazioni, enti locali, collaboratori, sponsor e altri partner.
La collaborazione, infatti, rappresenta per lui un valore fondamentale e il segreto per la perfetta riuscita di ogni evento.

 

 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

La sezione Interviste del nostro blog ospita periodicamente artisti, galleristi, critici d’arte, letterati e autorevoli operatori culturali, selezionati per la loro capacità di offrire contributi significativi alla valorizzazione e diffusione di temi rilevanti nel panorama artistico contemporaneo. 

 

 

 

 

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Segnalazione Eventi

Codice Visivo a cura di Monica Bisin

 

Codice Visivo

 

 

 

 

 

 

 

Il 18 Ottobre alle ore 16.30 si inaugura Codice Visivo, un nuovo evento di fotografia sperimentale, nella deliziosa Galleria Sotto Sopra Art Studio nel cuore di Roma in zona San Giovanni.

Ideato e diretto dalla Curatrice Monica Bisin l’evento espositivo di terrà dal 18 al 25 ottobre 2025 e rientra nel Circuito della Roma Art Week, la prestigiosa Manifestazione a cadenza annuale, diffusa in tutta la città di Roma e totalmente dedicata all’arte contemporanea.

 

Cos’è Codice Visivo?

 

Una mostra che esplora la fotografia come linguaggio plurale, come alfabeto emotivo, narrativo e formale. Quattro autori, quattro codici visivi distinti ma riuniti in un unico spazio per stimolare uno sguardo molteplice sul nostro tempo.

L’obiettivo non è l’unità tematica, ma la tensione tra le singolarità. Ogni progetto presentato diventa una voce autonoma in un coro dissonante ma coerente, in cui l’immagine fotografica si rivela nella sua funzione più profonda: tradurre, decodificare, costruire e reinterpretare la realtà.

L’esposizione si distingue per l’apertura metodologica e per l’inclusione di strumenti contemporanei, tra cui anche l’impiego dell’intelligenza artificiale come mezzo di elaborazione e generazione dell’immagine, a testimonianza dell’evoluzione continua del linguaggio fotografico e dei suoi territori liminali.

La fotografia qui non è intesa solo come tecnica, ma come dispositivo di pensiero, come forma di scrittura del mondo e del sé.

In un presente dominato da flussi continui di immagini volatili, Codice Visivo si distingue per la volontà di ristabilire uno spazio di attenzione e densità, un tempo rallentato in cui l’immagine fotografica torna ad essere campo di riflessione, ricerca e resistenza.

 

La fotografia Sperimentale

 

La fotografia sperimentale è un territorio in continua trasformazione, dove l’immagine smette di essere semplice registrazione del reale per diventare un campo di possibilità concettuali e materiche.

Fin dagli albori del Novecento, figure come Man Ray, Laszlo Moholy-Nagy e Florence Henri hanno sfidato l’idea di fedeltà ottica, aprendo il medium a fotogrammi senza macchina fotografica,solarizzazioni, montaggi e interventi diretti sulla superficie sensibile. In questo contesto “sperimentare” significava rompere con l’estetica documentaria e cercare nuove grammatiche visive, spesso in dialogo con pittura, grafica e scultura. Oggi nell’era digitale e post-fotografica, la sperimentazione assume forme ancora più ibride: si intreccia anche con l’arte generativa, la realtà aumentata, la stampa 3d e la performance, creando opere che vivono in spazi fisici, virtuali o simultaneamente entrambi. La fotografia diventa così un medium espanso capace di inglobare movimento, suono, materia e interazione, dissolvendo i confini tra i linguaggi artistici.

Questa libertà concettuale e formale mantiene però una tensione costante tra innovazione e memoria: la tecnologia apre orizzonti inedi, ma la dimensione analogica, con i suoi tempi, imperfezioni e lunghi processi continua ad offrire un terreno fertile per indagare la natura stessa dell’immagine. In questa dialettica tra vecchio e nuovo, la fotografia sperimentale non è un genere ma un’attitudine: la volontà di guardare oltre, manipolare, contaminare e reinventare il visibile.

 



 

Gli Autori che esporranno sono Alessandro Comandini, Andrea Bernabini, Diego Salvador e Paola Musumeci.

 

Conosciamoli uno per uno…

 

Alessandro Comandini Medico Oncologo appassionato di Fotografia e neuroscienze, sarà presente con due mini Installazioni in cui la fotografia si intreccia con elementi esterni a creare una esposizione interattiva. 

FO.BOX è un gioco volto ad esplicitare il meccanismo fisiologico della visione e a ricordarci che, ciò che vediamo, è frutto di una esplorazione inconscia e di una ricostruzione arbitraria, asincrona e soggettiva della realtà.

Con ISIDORE, ritratto ispirato all’opera surrealista di Man Ray “L’ enigma di Isidore Ducasse” del 1920, Alessandro ci spinge a guardare al di là del drappo, per riflettere sulla fisicità della nostra esperienza estetica, sulla multi sensorialità, sulla vicinanza, sul contatto e l’alienazione emotiva che la tecnologia sta generando.

 

 

Andrea Bernabini Imprenditore visionario, Artista visivo e sperimentatore da anni di nuove tecnologie, privilegia nel suo linguaggio artistico la fotografia da cui proviene la sua formazione e il video. Sarà presente con DERMA OTTICO, una indagine poetica sulla memoria come materia viva che si modifica senza annullarsi. In Derma Ottico interviene manualmente sulla pelle della Polaroid per accogliere l’alterazione come forma di memoria. Terrorizzato dall’idea della perdita definitiva dei ricordi: volti, gesti, luoghi, emozioni pone l’immagine nella zona critica in cui il tempo tenta di cancellare e la memoria insiste a trattenere. Non insegna all’immagine a durare contro il tempo, ma la educa a durare e trasformarsi nel tempo. Un importante lavoro manuale e concettuale esposto con un particolare allestimento in cui le opere entrano in simbiosi con l’elemento metallico.

 

 

Diego Salvador Consulente aziendale ha lavorato in importanti realtà societarie, è appassionato da sempre di fotografia e assiduo sperimentatore. Un lungo percorso artistico che negli ultimi anni si avvicina alle nuove tecnologie per creare sinergie incredibili tra fotografia e nuovi strumenti tecnici.

Attento analizzatore della realtà, in ogni suo progetto la ricerca psicologica e concettuale è il fondamento.

Sarà presente con IO E TE un coloratissimo progetto ibrido che attraverso la rilettura di stili artistici differenti induce ad una ironica riflessione tra ciò che crediamo di essere e ciò che gli altri percepiscono di noi. E’ evidente un forte riferimento all’opera di Pirandello “Uno nessuno e centomila” per riportare l’idea che in ogni individuo abitino identità molteplici, tutte autentiche ma mai conclusive.

 

 

Paola Musumeci Insegnate e sperimentatrice autodidatta. Ogni progetto o opera è il frutto di una attenta ricerca concettuale ed estetica, Paola utilizza la fotografia come strumento primario, ma è alla ricerca di una dimensione ulteriore dell’immagine, che ottiene sperimentando con texture digitali, o con strappi della carta, collage, o ulteriori strati di materia ad arricchire di significati e grafismi.. Il salto di qualità nel suo percorso artistico avviene con la conoscenza diretta di Franco Fontana. Paola vive la fotografia come un grande spazio di libertà in cui convogliare la sua parte più intima e personale.

Sarà presente con SOTTO PELLE Una serie che esplora la dimensione emotiva e psicologica del corpo femminile come paesaggio interiore. Una ricerca visiva che coniuga la ritrattistica con un’impronta pittorica profonda, intima e silenziosa. Il corpo femminile, in queste immagini, non è superficie da contemplare ma territorio da esplorare. Come un paesaggio interiore, custodisce linee, rilievi, ombre che parlano di fragilità e silenzi. La pelle diventa terra sensibile: luce e oscurità ne attraversano i confini, disegnando vallate intime, colline di emozioni, deserti di malinconia.

 

 

 

Codice Visivo ha il piacere di condividere questa esperienza con i suoi Partners:

La Fiaf, Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche, che si prefigge ormai da tanti anni di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale in tutto il territorio nazionale, ci onora anche in questa occasione del riconoscimento ufficiale.

 

Il Blog di Arte e cultura: L’ArtecheMiPiace Ideato e diretto dall’Artista Giuseppina Irene GrocciaPropone approfondimenti sull’arte visiva, sul cinema e sulla letteratura. Ospita interviste dedicate ad artisti contemporanei, documenta progetti ed eventi artistici.

 

Una nuova collaborazione nasce per questa iniziativa con Arte 24. il format televisivo al servizio della cultura. Da 15 anni dà voce e risalto a numerosi eventi in location pubbliche e private.

 

 

L’evento è a entrata libera.

 

Tutte le informazioni sull’evento sono disponibili sul Sito ufficiale:

https://www.fagartivisive.it/codicevisivo

 

L’evento è nel circuito di Roma Art Week:

https://romeartweek.com/it/eventi/?code=GWZEMZ

 

E’ visibile il Catalogo online su Mokazine:

https://www.mokazine.com/read/fag2023/codice-visivo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nostra sezione Segnalazione Eventi propone notizie e aggiornamenti su mostre, iniziative culturali, appuntamenti artistici e progetti creativi.

 

Siamo lieti di valutare segnalazioni da parte di enti, artisti, curatori e operatori del settore.
È possibile inviare comunicati stampa o proposte all’indirizzo: gigroart23@gmail.com.
Tutti i contenuti vengono selezionati a discrezione della redazione, in base alla coerenza con la linea editoriale del blog.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

Franco Emilio Carlino premiato a Forlì – Riflessioni di una voce autorevole tra memoria, cultura e impegno civile

 

Franco Emilio Carlino premiato a Forlì

 

Riflessioni di una voce autorevole tra memoria, cultura e impegno civile

 

 

 

Franco Emilio Carlino, già nostro gradito ospite in una interessante intervista e presto protagonista anche sulle pagine del prossimo numero di ContempoArte, continua a confermarsi figura di rilievo nel panorama culturale italiano. 

Lo scorso 20 settembre, a Forlì, presso il Circolo Aurora in Corso Garibaldi 80, nell’ambito del Festival Forlivese della Libertà, Carlino è stato premiato per il concorso nazionale Idee e proposte per la cultura italiana, promosso da Historica Edizioni

Il suo contributo è confluito, insieme a quelli di altri autori selezionati, nell’antologia pubblicata per l’occasione, suggellando un nuovo riconoscimento al suo lungo e instancabile impegno intellettuale.

Personalità eminente della Calabria culturale, Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico che intreccia ricerca, scrittura, testimonianza e passione educativa. Docente di lunga esperienza, animatore degli Organi Collegiali della scuola pubblica, presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre interpretato l’educazione come responsabilità collettiva. La sua azione si è tradotta in pubblicazioni, progetti e iniziative capaci di far dialogare istituzioni, territorio e memoria storica, restituendo centralità alla cultura come strumento di partecipazione e inclusione.

Studioso delle genealogie nobiliari, della storia locale e delle radici identitarie calabresi, ma anche instancabile promotore di iniziative culturali e associative, Carlino ha saputo coniugare rigore accademico e sensibilità narrativa. Nella sua opera emerge un filo rosso: la convinzione che memoria e conoscenza non siano solo esercizi intellettuali, ma atti profondamente civili, capaci di rafforzare i legami comunitari e di stimolare un dialogo intergenerazionale autentico.

Con la premiazione di Forlì, la sua voce ha trovato una nuova risonanza a livello nazionale, riconoscendo la forza di un pensiero che nasce dal territorio ma parla a un pubblico più ampio, attento al valore della cultura come bene condiviso.

 

 

 

 

 

In continuità con questo percorso di impegno e riflessione, proponiamo ai nostri lettori il contributo selezionato al concorso, autentica sintesi del pensiero e della visione civile di Franco Emilio Carlino.

 

 

 

 

 

Cultura e Condivisione la giusta “relazione” per dare senso all’eccellenza  nella nuova Città di Corigliano-Rossano come forma di integrazione sociale  

 

di Franco Emilio Carlino, Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Socio della Deputazione di Storia Patria della Calabria e Componente Comitato Scientifico Università Popolare di Rossano.

 

Cauto e dubbioso, a tratti esitante, mi guardo intorno prima di dare una risposta, innanzitutto a me stesso, in modo da fugare ogni dubbio, circa la mancanza di cultura nella nostra nuova Città. Poi, fiducioso e determinato, ma anche soddisfatto, per quanto negli anni realizzato, ripenso che non è la cultura che manca alla nostra Città, poiché quella esistente oltre ad essere millenaria è anche prestigiosa viste le antiche radici greco-bizantine. E quindi mi domando ancora cosa ci manca per migliorare la qualità della vita? La risposta viene da sé, manca qualcosa, che possa farci fare il salto di qualità, in modo che la cultura fruibile venga fuori nel suo smisurato valore al servizio della nuova comunità, anche come forma di integrazione sociale. Del resto è noto, la nuova Città è sì ricca di molte Associazioni culturali ed il tessuto sociale è intriso di cultura, ma il nuovo Centro Urbano derivante dalla recente fusione, non è ancora completamente omogeneo circa il profilo culturale, molti sono i gap da superare, ragione per la quale la cultura esistente risulta spesso individualista, non accessibile a tutti, incapace e inadeguata ad armonizzare una vera integrazione del suo stesso contesto sociale. Quindi, visti alcuni segnali non proprio incoraggianti, credo, si rende necessario e improcrastinabile trovare gli strumenti necessari per attivare nuove proposte per una vera cultura integrante. 

     L’articolazione di questa breve premessa mi riporta col pensiero a una mia recente e corposa intervista nella quale il concetto di cultura entra impetuosamente nell’articolato della discussione all’interno della quale, però, un altro termine viene continuamente da me richiamato come elemento imprescindibile per una giusta “relazione” capace di dare senso e valore all’eccellenza, per cercare di migliorare la qualità della vita della nuova Città di Corigliano Rossano e valorizzare così il territorio nel suo complesso, tenendo sempre uno sguardo fermo alla salvaguardia della cultura locale. Questo secondo termine si chiama condivisione. Non vi può essere cultura senza condivisione, pertanto, sono convinto siano necessari suggerimenti, idee e linee guida volte a migliorare o promuovere la cultura attraverso azioni concrete in ambito sociale utilizzando anche la tecnologia. Le due vecchie Città, al di là della loro unione fisica devono trovare terreni comuni da arare eliminando le scorie e la conflittualità del loro passato. Fino a quando non si troveranno vere forme di condivisione sui piccoli come sui grandi progetti, la Città sarà pure la terza della Calabria ma perderà la sfida decisiva sulla vera integrazione della sua comunità.

     La cultura odierna, per la sua vivacità e la perseverante trasformazione cui è sottoposta, condizionata peraltro da una molteplicità di elementi, potremmo precisarla come l’insieme di tante altre culture, quali quelle che fanno riferimento alle nostre padronanze, ai nostri valori, ai nostri costumi e alle norme che regolano  i nostri comportamenti e le relazioni, per non dire ancora, allargando l’orizzonte, a tutte le nostre conoscenze, ma anche alle tradizioni, al folklore e perché no anche alle credenze popolari. All’interno di queste culture, oggi si è inserita prepotentemente, occupando spazi enormi, come si accennava, la tecnologia della comunicazione che influenza e caratterizza moltissimo la nostra società e della quale bisogna tenere conto.  

     Il tema del presente intervento invita a soffermarmi sulle numerose ed anche eccellenti proposte culturali che nella nostra Città continuano a realizzarsi, in primis il fiorire di pubblicazioni editoriali, con tanti volumi riguardanti anche la microstoria, ma che quasi sempre registrano una breve durata, e sempre circoscritta al momento della loro presentazione, senza poi avere una efficace ricaduta in particolare nella scuola, l’anello più importante per il futuro della stessa comunità. Questo rappresenta un evidente punto di criticità. Al riguardo, sarebbe perciò utile che le case editrici pensassero anche a delle forme di collaborazione con le scuole per orientare gli alunni alla conoscenza della storia locale proponendone lo studio, facendone conoscere gli autori, con l’organizzazione di appositi incontri o tavole rotonde su temi individuati e condivisi. La stessa cosa si può dire delle biblioteche, a parte qualche sporadico episodio di buona volontà indirizzato ad incrementare la lettura, ma ancora insufficiente per conseguire i livelli culturali auspicati. Per migliorare la cultura della nostra Città questo non basta. Dobbiamo spingerci oltre e verso una ricaduta positiva della proposta effettuata. Ecco perché credo sia utile lavorare insieme per trovare le giuste strategie. Per esempio, una cosa importante potrebbe essere dedicarsi alla conoscenza della propria lingua, a maggior ragione oggi che la Città unica si compone di due grandi città una di provenienza greco bizantina, con un suo dialetto e l’altra di provenienza ausonica, quindi non greca, con un altro dialetto. Stessa cosa dicasi per la storia, l’arte e le usanze dei due luoghi.  Il confronto su questi temi deve essere serrato, coinvolgendo le scuole ai diversi livelli con esperienze e progetti mirati se si vuole raggiungere una vera integrazione culturale senza tuttavia né demonizzare e né mortificare le diverse peculiarità di origine.   

     Alcune esperienze, mi portano a considerare che potrebbe essere utile, ad esempio, introdurre lo studio e le conoscenze del dialetto facendo notare le differenze tra i due dialetti anche attraverso la provenienza etimologica dei termini oppure attraverso la lettura di opere di storia locale, la proiezione di documentari e film riguardanti il territorio di pertinenza, la visita ai musei della Città e ai siti archeologici del territorio, la partecipazione a eventi culturali. Queste alcune delle cose che, condivise, aiuterebbero a migliorare non solo le conoscenze ma anche l’apprezzamento, il rispetto e l’orgoglio per la propria cultura.

     Accennavo prima alla storia locale o più precisamente alla microstoria, che deve essere considerata una questione importante alla quale dare la giusta attenzione se si vuole veramente comprendere la nostra cultura come possibile chiave di integrazione. Guardando alla mia esperienza supportata anche da alcune pubblicazioni rivolte alla partecipazione delle giovani generazioni, perché queste si avvicinino il più possibile alla propria storia e alla riscoperta della propria identità culturale del territorio facendo tesoro di quanto la stessa storia, in termini di vicende, tradizioni, folklore, religione, esperienze, monumentalità, arte, beni culturali, archeologia, economia, agricoltura e altro ancora, ci ha tramandato, elementi fondamentali per la costruzione di quella solida identità collettiva, specie nei piccoli centri, mi permetto di sostenere con certezza che può essere la via maestra per maturare anche quel senso di appartenenza che forse si sta perdendo. La  storia locale, ancora oggi non trova nella scuola adeguato spazio. Si preferisce il suo insegnamento tradizionale, secondo i programmi ministeriali, continuando a parlare di Fenici e Sumeri, popolazioni a noi lontane, che si fa fatica a farle comprendere a ragazzi di 11 anni, quando invece dietro l’uscio di casa, aprendo la porta, e spalancando gli occhi ci rendiamo conto che abbiamo un mondo vastissimo da esplorare. Basti pensare a popolazioni come gli Enotri, i Greci e i Bruzi, ai nostri territori ricchi di opere d’arte, ai tanti siti archeologici a portata di mano, un territorio racchiuso tra le due grandi Città della Magna Grecia come Sibari e Crotone, alla ricchezza ambientale di circa 850 km di spiaggia, ai diversi parchi naturali del Pollino, della Sila, dell’Aspromonte e delle Serre. Questo dovrebbe, per quanto mi riguarda, far cogliere a tutti gli enormi vantaggi che se ne possono ricavare in termini culturali. Penso che la storia si debba studiare partendo dal vicino, con la microstoria, per arrivare al lontano allargando via via l’orizzonte e preparando la mente dei ragazzi a recepire discorsi più complessi. Questo eviterebbe il facile disorientamento e la crescita di un maggiore amore per lo studio della storia e il possibile recupero dell’identità nei piccoli centri. 

     Al riguardo, una idea per allargare il ventaglio della proposta culturale sarebbe quella di far funzionare delle navette permanenti tra la grande Città di Corigliano Rossano e il suo Hinterland in modo da consentire ai turisti, ma anche ai residenti,  di visitare anche il vasto territorio della Sila Greca ricco di paesaggi affascinanti e splendidi borghi considerevoli per cultura, vicende storiche, opere d’arte e tradizioni.    

     Le iniziative per raggiungere uno scopo devono essere regolarmente accompagnate e indirizzate alla costante promozione della cultura. Non a caso parlavo prima di condivisione. Inoltre, se tutte le forze culturali della Città si muovono insieme condividendo un progetto per la Città ricco di straordinarie iniziative nel campo della formazione, dell’ambiente, dello sport, della musica, incontri su temi sociali e pedagogici dimostrando al contempo forte intesa e collaborazione i risultati non possono mancare. 

     Fortunatamente la nuova Città dispone di tantissimi punti di aggregazione. Luoghi come cinema, teatro, il mondo dell’arte, scuole di musica e musei non mancano e sono il cuore pulsante delle diverse e articolate proposte culturali attraverso la promozione anche di ottime iniziative, fruibili però molto spesso da parte di chi ne avrebbe meno bisogno. È necessario trovare soluzioni per progetti aperti a tutta la Città coinvolgendo le scuole se si vuole in qualche modo aprirsi ad una cultura aggregante. Le istituzioni locali, le scuole, il mondo associativo devono mettere in campo tutte le loro energie e risorse aprendosi alla elaborazione di progetti comuni e condivisi nei diversi campi della cultura, avendo come obiettivo primario quello di raggiungere le diverse fasce sociali per promuovere la cultura di integrazione della quale oggi c’è tanto bisogno. Fare e promuovere cultura per il bene della propria Città non può essere qualcosa di astratto, ma richiama tutti al senso della responsabilità e dell’appartenenza ad una comunità. 

     Ho sempre considerato la positività della condivisione, come pure la promozione del suo valore, ma ho anche pensato che qualunque esperienza fatta, in qualunque campo, assume maggiore valore se questa viene partecipata rendendola utile e fruibile agli altri. Come arrivarci e affinché tutto possa accadere non è semplice, ma bisogna osare se si vogliono conoscere la propria cultura, le proprie origini, da dove proveniamo, i nostri antenati, come pure le testimonianze, il viaggio che abbiamo fatto, chi ci ha preceduto e dove siamo arrivati, oppure quali sono stati i personaggi principali della nostra storia ed ancora chi erano coloro che ci hanno organizzato come comunità e cosa facevano, quanto hanno condizionato e segnato la nostra personalità, ed infine le vicende e le influenze storiche che ci hanno riguardato, sapendo delle tante dominazioni che ci hanno attraversato. La voglia di apprendere, che fondamentalmente è e rimane la sostanza della nostra ragione, non ci deve mai abbandonare, anzi va sostenuta e alimentata continuamente allo scopo di fare memoria comune del nostro passato per immaginare positivamente il nostro futuro. Questo può essere una via o una strategia per tutelare e ampliare la nostra cultura oltre che a farla diventare integrante. Solo così per le nuove generazioni, oggi sempre più percepite come generazioni prive di radici in un’epoca priva di veri modelli di riferimento, la cultura può risultare un prezioso insegnamento, come pure per questo nostro mondo sradicato e smemorato.

     In conclusione, mi piace sottolineare come memoria, cultura e tecnologia sono fondamentali nello sviluppo e nell’integrazione della nostra Città. Le prime due richiedano un continuo nutrimento per preservare l’identità futura della nostra comunità, dove la promozione culturale svolge un aiuto cruciale. Infine, la tecnologia che in questo contesto di resistenza culturale, richiama tutti ad una visione nuova della sua applicazione per favorire non solo la conservazione della nostra memoria, ma farci sempre più scoprire com’eravamo, con uno sguardo al futuro della nostra amata terra. È implicito che quanto proposto per la mia Città è estensibile a ogni singolo luogo del nostro Paese.

Corigliano Rossano 21 luglio 2025

                                                                                                       Franco Emilio Carlino

 

 

 

 

Alla luce di quanto emerso dal suo scritto, appare chiaro che il contributo di Carlino non sia soltanto un saggio di rara lucidità, ma anche una tessera preziosa di una raccolta che intreccia riflessioni e visioni sul futuro della cultura italiana. Un mosaico vivo che ci invita a pensare la cultura come orizzonte di senso, strumento di comunità e promessa di rinnovamento.

 

L’antologia, edita da Historica Edizioni, è disponibile sul sito della casa editrice e nei principali store online

 

 

Clicca sulla copertina del libro 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Segnalazione Eventi

“Giovani Talenti Crescono” Seconda edizione al Vintage Caffè Artistico-Letterario

 

“Giovani Talenti Crescono” 

 

Seconda edizione al Vintage Caffè Artistico-Letterario

 

 

 

 

Dopo il grande successo della prima edizione, torna l’atteso appuntamento al Vintage Caffè Artistico-Letterario con la 2ª Edizione di “Giovani Talenti Crescono”, in programma sabato 27 settembre 2025 alle ore 18:00 presso la sede di Via Provinciale, 15 – Corigliano-Rossano (area urbana Corigliano).

 

Un evento che rispecchia da sempre la missione del Vintage, che è quello di essere un luogo vivo e accogliente, capace di offrire spazio e visibilità ai giovani artisti emergenti, sostenendoli e valorizzando il loro talento.

 

La serata si aprirà con i saluti della padrona di casa Ermelinda Pipieri e il Professore Giuseppe De Rosis, insieme ai saluti istituzionali, per poi dare voce e spazio ai protagonisti.

 

 

 

Partecipano:

  • Harmonika – Accademia Musicale
  • Adrobart
  • Sara Bonadio
  • Camilla Francesca Mazzei
  • Elisabetta Ferrara
  • Istituto “Luigi Palma” – Green | Falcone | Borsellino
  • ACA – Antonio Cimino Artista “La Piccola Officina dell’Arte”
  • Centro Studi Artistici Angel Rose di Bosco Emanuela 
  • Gruppo L’Eredoto – Conoscenza, Cooperazione, Inclusione 
  • Associazione Bandistica “A. De Bartolo” Città di Corigliano Rossano
  • Associazione Tuttinsieme ODV
 
 

La serata sarà arricchita dalla partecipazione dell’ospite Prof. Andrea Biffi, pittore, scultore, designer e poeta, che impreziosirà l’incontro con il suo contributo.

 

“Giovani Talenti Crescono” vuole essere una festa di condivisione e creatività, una finestra sempre aperta alle scuole, alle accademie, alle associazioni del territorio e ai ragazzi autodidatti che hanno molto da raccontare.

 

 

 

 

 

📞 Per prenotazioni: 392 567 4900

 

 

 

Vi invitiamo a partecipare numerosi per condividere un’altra serata memorabile, consacrata all’arte, alla cultura e ai giovani, autentici protagonisti del nostro avvenire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Uno Sguardo sull’Opera

Vermeer in doppia visione – Il mistero delle due Guitar Player a Londra

 

Vermeer in doppia visione


Il mistero delle due Guitar Player a Londra

 

A Kenwood House, a Londra, si è aperta una mostra dal titolo Double Vision: Vermeer at Kenwood che sta già facendo parlare critici e appassionati. Per la prima volta in oltre tre secoli, due versioni quasi identiche del dipinto The Guitar Player, attribuite al celebre pittore olandese Johannes Vermeer, vengono esposte una accanto all’altra, offrendo uno spettacolo visivo e intellettuale di rara intensità.

L’opera conservata abitualmente al Philadelphia Museum of Art, solitamente lontana dai riflettori, è stata prestata per l’occasione e si confronta con quella custodita da sempre a Kenwood House, considerata l’originale. Quest’ultima è firmata, in condizioni migliori e universalmente riconosciuta come autentica. Fin qui nulla di straordinario. Ma la novità arriva dalle analisi tecniche in corso, che stanno suggerendo un’ipotesi tanto affascinante quanto destabilizzante: la versione americana potrebbe non essere né una copia di bottega né un falso, bensì una autocopia eseguita dallo stesso Vermeer.

L’idea che l’artista olandese, noto per il suo catalogo limitato a sole 37 opere autenticate, possa aver dipinto due versioni dello stesso soggetto apre una serie di interrogativi intriganti. Era una pratica che usava abitualmente o si tratta di un caso eccezionale? La seconda versione fu realizzata per una commissione, o nacque da un’esigenza personale, come esercizio artistico o riflessione intima sul tema?

Oltre alla portata scientifica, la mostra colpisce anche per la sua forza poetica. Il pubblico può osservare da vicino entrambe le tele, cogliendo minime differenze nel tocco, nella luce, nella postura della figura femminile che suona la chitarra. In un’epoca in cui l’autenticità viene spesso affidata agli algoritmi, Double Vision ci ricorda che lo sguardo umano, sensibile e soggettivo, è ancora un potente strumento di analisi.

 

 

L’esposizione vuole sì rendere omaggio a Vermeer, ma al tempo stesso invita a interrogarsi sul senso dell’“originale”. Se entrambe le tele fossero state concepite dall’artista, la questione non riguarderebbe più soltanto l’autenticità, bensì la nostra idea di unicità e di valore nell’opera d’arte. Forse è proprio nella loro duplicità che si rivela una nuova forma di preziosità, un enigma che sfida categorie e certezze.

Double Vision è un itinerario nell’ignoto della creazione, e non una semplice mostra, un confronto silenzioso tra due immagini speculari che, pur simili, custodiscono variazioni sottili e cariche di significato. Un’occasione irripetibile per accostarsi al mistero di uno dei maestri più elusivi della pittura europea.

La versione del Philadelphia Museum of Art

 

 

La mostra è aperta fino all’11 gennaio 2026 presso Kenwood House, Londra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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