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Giuseppina Irene Groccia

Interviste

L’Approccio Curatoriale tra passione e visione Intervista a Mariateresa Buccieri

 

L’Approccio Curatoriale tra passione e visione

Intervista a Mariateresa Buccieri

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |03|Dicembre|2024|

 

 

Mariateresa Buccieri è una curatrice d’arte la cui attività
si distingue per la capacità di intrecciare passione, professionalità e un
profondo legame con il territorio. Dal 2004, anno dell’apertura del Museo del Presente a Rende (CS), ha intrapreso un percorso che ha contribuito a fare del
museo un polo culturale dinamico, capace di dialogare con il panorama artistico
contemporaneo e di coinvolgere un pubblico eterogeneo.


Il suo approccio alla curatela si fonda su un ascolto
sensibile delle opere, considerate non solo per il loro valore estetico, ma
soprattutto per la loro capacità di raccontare, denunciare e comunicare
messaggi profondi. Progetti come Geni Comuni, una collettiva di pittura,
scultura e fotografia
ideata da Luigi Le Piane con la collaborazione del
talentuoso critico d’arte Roberto Sottile, che da undici edizioni esplora le
molteplici sfaccettature dell’arte, testimoniano la sua visione inclusiva e il
desiderio di promuovere una pluralità di linguaggi artistici.

 



 

 

Mariateresa Buccieri ha sviluppato la sua esperienza in modo
spontaneo e organico, ma sempre con un rigore che l’ha vista affiancarsi a
figure di rilievo nel panorama artistico, arricchendo il suo percorso con
preziose collaborazioni. Attraverso mostre, collettive indipendenti e
presentazioni di libri, nonché una costante dedizione a rendere l’arte
accessibile, si è fatta portavoce di un’idea di museo come luogo vivo, dove
l’arte contemporanea non solo riflette il presente, ma invita a riflettere su
di esso.

 

 

 

 

In questa intervista, Mariateresa Buccieri racconta i
momenti fondamentali del suo percorso, la missione del Museo del Presente e
l’impatto che spera di lasciare nel panorama culturale. 

Le sue parole offrono
uno sguardo autentico su una professione che è molto più di un lavoro: è un
ponte tra le opere e la comunità, un modo per creare spazi di bellezza e
consapevolezza.

 

 

 

Quali sono state le tappe principali che ti hanno portato
alla guida del Museo del Presente?

 

Preciso che nessuno di noi ha la guida del Museo del
Presente siamo una squadra e ognuno di noi ha un suo compito é l’unione che fa
la forza.
 

Mi sono ritrovata
curatrice d’arte per una scommessa con me stessa. Il  tutto é avvenuto in modo casuale e naturale.

 

 

 

Potresti raccontarci alcuni momenti chiave o esperienze che
consideri fondamentali per il tuo percorso professionale di curatrice d’arte?

Per quanto riguarda i momenti chiave sono cominciati con
l’apertura del museo nel 2004 e ognuno che ha gravitato all’ interno del museo
mi ha lasciata un insegnamento fondamentale per questa professione

 


 

C’è un evento, un incontro o un progetto che consideri un
punto di svolta nella tua carriera? Se sì, cosa lo ha reso così significativo
per te?

 

 

 

Il progetto che ha decretato un punto di svolta é Geni
Comuni collettiva di pittura, scultura e fotografia. Siamo giunti all’XIª
edizione, ogni anno é un regalo, nuovi incontri, e un panorama artistico che
non ha nulla da invidiare alle città del nord, così ogni anno sento di fare
tanti  passi avanti.

 

 

 

Come definiresti la missione del Museo del Presente? Qual è
il contributo che vuoi offrire al pubblico e al mondo dell’arte contemporanea
attraverso questo museo?

 

Il Museo del Presente ha un grande potenziale nonostante ha
ospitato mostre importanti può ancora stupirci. A breve la nomina del nuovo
direttore artistico che da sempre considera il museo come casa sua, un posto
dove tornare e sono sicura che porterà l’arte dei nosti tempi. Sono pronta a
fare squadra e offrire semplicemente la mia passione e la mia professionalità

 


 

In qualità di curatrice d’arte, quali sono i valori o i
criteri principali che segui nella selezione e nell’esposizione delle opere?

 

Non sono importanti gli artisti ma le loro opere. Parto
sempre da ciò che mi trasmette l’opera che non deve essere solo armoniosa e ben
fatta  ma deve “raccontare”
“denunciare” e dare risposte. Gli artisti se tali, vanno sostenuti
tutti, perchè ognuno offre un tassello diverso

 

 

Il panorama artistico contemporaneo è in continua
evoluzione. Come riesci a mantenere il Museo del Presente rilevante e
innovativo? Cosa fai per coinvolgere un pubblico sempre più vasto e variegato?

 

Ad un pubblico variegato bisogna mostrare opere differenti fra loro. Il visitatore si sente rassicurato nell’osservare prima ciò che è vicino al suo sentire e poi a piccoli passi scopre spesso piacevolmente linguaggi e tecniche che considerano complicate. Il vero successo è proprio questo far apprezzare ciò che è lontano dal nostro pensiero sperando che poi possa essere applicato nella vita quotidiana

 

 

 

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel dirigere
un museo e nel curare mostre d’arte? Come affronti le difficoltà legate alla
gestione, alla comunicazione e all’interazione con il pubblico e gli artisti?

 

Non dirigo il museo, spesso confondono la mia abnegazione
con un ruolo primario, questo un pochino m’imbarazza non sono abituata a darmi
ruoli che non ho e a breve a dirigere ci sarà un carissimo amico che merita
questo ruolo. il piacere per questo equivoco è solo la conferma che quando le
cose si amano spesso ti vengono naturalmente cucite addosso e per scherzare
diciamo che sono una direttrice teorica :-)))))

 

 

Come pensi che il tuo lavoro contribuisca al contesto
culturale e artistico del nostro territorio? Qual è il messaggio o l’impatto
che speri di lasciare attraverso le tue scelte curatoriali?

 

Ho curato mostre in diversi posti dell’Hinterland cosentino,
alcuni posti non li conoscevo ed è stata una sfida portare artisti e visitatori
Fare rete, scambiare storie, tradizioni posta alla conoscenza e più si conosce
più si è consapevoli

 

 

 

 

Cosa rappresenta per te il concetto di “presente”
nell’arte contemporanea? Come si riflette questo concetto nelle scelte
espositive e nelle attività del museo?

 

Le scelte programmate del museo sono spesso riferite al
presente, del resto bisogna vivere il nostro presente non dimenticando la
nostra storia. Tuttavia nell’arte contemporane spesso si riflette il disagio
della società attuale e vorrei meno disagio e più il senso del comune ai
giovani che vogliono intraprendere questa professione consiglierei tanta
passione, tanta pazienza e trovare qualcuno che possa essere la nostra guida.
Mi ritengo fortunata sotto questo punto di vista le mie guide sono stati dei n.
Uno Il prof. Dionesalvi, ha creato una squadra che passava 7 giorni su 7 nel
museo del Presente e abbiamo cominciato contando e catenelle per allestire le
mostre, poi è stata la volta del prof. Sicoli altro modo di gestire il museo,
altri insegnamenti con metodologie diverse e infine il prof. Giorgio Leone mio
relatore di tesi. Subito dopo ho collaborato con lui per alcune mostre e ho
potuto acquisire ancora una volta ulteriori competenze sul campo.

 

 

Quali progetti o iniziative future hai in mente per il Museo
del Presente? Come vedi l’evoluzione del museo nei prossimi anni?

 

Il Museo presto ospiterà una mostra che sono certa
visiteranno in molto e io sarò felice di farmi trovare all’ingresso per
accompagnarvi. Abbiamo bisogno di musei perchè abbiamo bisogno di fermarci e  di osservare, solo così possiamo salvare la
nostra “umanità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTATTI

 

 

Email: eulalia70@libero.it

Facebook: Mariateresa Buccieri

Instagram: mariateresabuccieri 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

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My Favourites

MAC/CCB Museum of Contemporary Art

 

MAC/CCB Museum of Contemporary Art

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia  |24|Ottobre|2024|

 

In una mattinata di settembre, mentre Lisbona si presentava avvolta da una leggera nebbia che scivolava sulle acque del fiume Tago, mi sono imbattuta in un luogo di straordinaria bellezza proprio nel mentre cercavo il Museo Coleção Berardo, che si rivelava piuttosto difficile da individuare.  

 

Nei pressi della LXFactory, avevo trovato il Berardo Museum of Art Deco, ma ho presto capito che non era la destinazione che cercavo in quanto  è esclusivamente dedicato alle collezioni di Art Nouveau e Art Déco del suo fondatore, Joe Berardo.

 

 

 

Continuando la mia ricerca, ho scoperto che il Museo Coleção Berardo, riconosciuto come il principale museo di arte moderna e contemporanea in Portogallo e ospitante una straordinaria collezione accumulata dal suo fondatore nel corso di vent’anni, è stato integrato ad ottobre del 2023, insieme ad altre prestigiose collezioni, all’interno di un vasto centro culturale situato nell’affascinante area di Belém.

 

 

 

Questo complesso, chiamato Fondazione Centro Cultural de Belém, è la più grande istituzione culturale del Portogallo e propone un’ampia gamma di discipline artistiche. Al suo interno, è possibile assistere a spettacoli di balletto e opera, partecipare a conferenze, e usufruire di caffè e ristoranti. Inoltre, ospita negozi d’arte e incantevoli giardini, con il Museo d’Arte Contemporanea MAC/CCB che funge da struttura espositiva di grande rilevanza.

 

 

 

 

Il Museo d’Arte Contemporanea MAC/CCB, è il frutto della fusione di due istituzioni, il Centro Cultural de Belém e il Museo Berardo. Questa integrazione ha portato alla creazione di un’entità unica e dinamica, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo. Questa nuova struttura ospita importanti capolavori provenienti da prestigiose collezioni private, tra cui appunto la Collezione Berardo, la Collezione Ellipse e la CACE – Collezione di Arte Contemporanea dello Stato. Oltre alle collezioni permanenti, il museo organizza mostre temporanee che offrono una prospettiva storica sull’arte contemporanea, favorendo una comprensione più profonda e un’esperienza estetica immersiva. Queste esposizioni potenziano il dialogo tra arti visive, architettura e arti performative, presentando opere di artisti contemporanei e arricchendo il panorama culturale con nuove visioni artistiche. Il tutto si colloca nel contesto globalizzato dell’arte contemporanea, rendendo il MAC/CCB un importante punto di riferimento culturale. 

 

Andy Warhol

 

La Collezione Berardo è riconosciuta a livello internazionale per il valore delle sue opere emblematiche. Con circa 900 opere di oltre 500 artisti, essa rappresenta una straordinaria gamma di circa 70 tendenze artistiche, tra cui il cubismo, il dadaismo, il surrealismo, l’espressionismo astratto, il neodadaismo, il Nouveau Réalisme e la pop art. Questa ampia selezione dimostra il forte carattere museale e didattico della collezione, rendendola una vera e propria piattaforma per l’osservazione e la riflessione su un secolo di storia dell’arte.

 

 

 

 

All’interno dei suoi spazi, il percorso espositivo si snoda attraverso i principali movimenti artistici, rappresentati dalle opere degli artisti più emblematici e rinomati. Ogni sala è dedicata all’approfondimento di una specifica corrente artistica, mettendo in luce le figure chiave che ne hanno segnato lo sviluppo. Queste figure, fondamentali per l’evoluzione dell’arte moderna e contemporanea, permettono al pubblico di intraprendere un viaggio attraverso il tempo, offrendo una comprensione più approfondita dei contesti culturali, sociali e politici in cui tali movimenti sono nati e si sono sviluppati.

 

 


Video del 
percorso espositivo che si snoda attraverso i principali movimenti artistici, rappresentati dalle opere degli artisti più emblematici e rinomati.

 

 

Pablo Picasso

 

Nomi di spicco come Pablo Picasso, Salvador Dalí, Marcel Duchamp, Piet Mondrian, Joan Miró, Max Ernst, Francis Bacon, Andy Warhol, Yves Klein, René Magritte, Frank Stella, Gerhard Richter, Robert Rauschenberg, Jim Dine, Roy Lichtenstein, Gérard Deschamps, Christo, Louise Bourgeois, Jackson Pollock, Man Ray, Franz Kline, Balthus, Paula Rego, Maria Helena Vieira da Silva, Fernand Léger, Equipo57, Donald Judd, Bruce Nauman, Joan Mitchell e Cindy Sherman, tra molti altri, vengono presentati all’interno dei movimenti artistici che le loro opere hanno contribuito a definire. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Lucio Fontana

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Giorgio De Chirico

 

Tra questi, spiccano anche numerosi artisti italiani, Giorgio De Chirico, Lucio Fontana, Amedeo Modigliani, Giorgio Morandi, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Emilio Greco, Mimmo Rotella, Renato Guttuso e Piero Manzoni, i quali offrono un contributo di grande rilevanza alla narrazione artistica.

Per me è stata un’emozione straordinaria poter ammirare dal vivo capolavori di maestri come Lucio Fontana, Mimmo Rotella e molti altri, le cui opere incarnano l’essenza delle avanguardie italiane e internazionali.

 

 

 

 

In questi spazi, in cui l’arte si fa esperienza condivisa, ci ricordiamo che la bellezza può trascendere le parole e contagiare il cuore. Un’opera d’arte, in fondo, è un ponte tra le anime, un invito a sognare insieme, a dare vita a conversazioni che si intrecciano nel silenzio, a lasciarci ispirare da ciò che ci è estraneo ma che, allo stesso tempo, ci sembra intensamente nostro. 

 



 

Concludo la visita portando con me non solo le immagini delle opere, ma una sensazione di rinnovata vitalità, un ricordo di come la bellezza possa trasformare momenti di vita in esperienze indimenticabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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My Favourites

Ernesto Neto Nosso Barco Tambien Terra

 L’ArteCheMiPiace – Favourites

 

 

 

Ernesto Neto

 

Nosso Barco

Tambien Terra 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |03|Ottobre|2024|

 

 

 

Ernesto Neto, tra i più rinomati artisti brasiliani a livello internazionale, propone attualmente presso il MAAT di Lisbona, un’installazione immersiva che esplora l’interazione tra culture di diversi continenti.

 

 

A cura di Jacopo Crivelli Visconti, “Nosso Barco Tambor Terra” [la nostra terra di tamburi e barche] è una delle opere più monumentali create da Neto. 

L’installazione nasce da un intenso lavoro di mesi, durante i quali l’artista ha dialogato con l’architettura del MAAT e il contesto storico circostante, profondamente legato al passato marittimo delle caravelle che partirono verso il Nuovo Mondo. 

 

 

 

La mostra interattiva di Ernesto Neto offre un’esperienza sensoriale che coinvolge completamente il visitatore, stimolando tatto, udito e movimento. Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di visitare la mostra e, ancor prima di varcare la soglia del Museo di Arte, Architettura e Tecnologia, sono stata accolta dal ritmo ipnotico di tamburi e percussioni, che creava un’atmosfera rituale e coinvolgente. Questo suono avvolgente mi ha accompagnata mentre mi avvicinavo alla grande sala ovale del museo, dove si svelava l’universo artistico di Ernesto Neto.

Le opere occupano l’intero spazio, trasportando chi le osserva in una dimensione sospesa tra arte e architettura. Le installazioni, realizzate in chintz, un tessuto di cotone comunemente utilizzato in Brasile, si distinguono per i colori vivaci e le texture lavorate all’uncinetto. Il tessuto, tagliato in strisce e intrecciato con abilità, forma strutture imponenti e morbide al contempo, che invitano il visitatore a toccare, esplorare e lasciarsi avvolgere.

L’opera di Neto è visiva, ma allo stesso tempo fisica e immersiva. Camminare a piedi scalzi attraverso queste strutture è parte integrante dell’esperienza, un modo per entrare in contatto diretto con i materiali e lo spazio circostante. Ogni passo, ogni gesto è accompagnato dal suono costante delle percussioni, che riempie l’aria e accentua la sensazione di connessione con l’ambiente. La tecnica utilizzata dall’artista, perfezionata nel suo studio a Rio de Janeiro, l’atelienave, si riflette nella complessità e nella delicatezza delle opere, che raccontano storie di collettività e cooperazione.

 

 

 

Ernesto Neto rappresenta uno degli artisti più emblematici nel panorama dell’arte contemporanea, in grado di fondere estetica e esperienza in un percorso che ama spingersi verso il multisensoriale. Al centro della sua opera c’è una continua ricerca dell’unità tra ciò che è apparentemente separato: corpo e mente, natura e cultura, individuo e collettivo. L’arte di Neto è profondamente relazionale, essa unisce il visitatore all’opera in un rapporto simbiotico e mutualistico, dove l’atto del toccare e dell’essere toccati diventa parte fondamentale del processo artistico.

 



 

In un mondo in cui spesso la dimensione fisica è trascurata a favore di quella intellettuale, Neto invita a riscoprire l’interazione sensoriale con il corpo e con la materia. Le sue installazioni interattive richiedono la partecipazione attiva dello spettatore, che viene incoraggiato a esplorare attraverso i sensi. Le dita, i piedi, persino l’udito, sono strumenti di percezione che stabiliscono un dialogo diretto con le opere, come accade qui, in questa mostra allestita al MAAT di Lisbona.

La fisicità non è mai fine a sé stessa: ogni materiale utilizzato – dal chintz brasiliano alle strutture tattili lavorate all’uncinetto – porta con sé una carica simbolica e culturale, che si nutre della tradizione e della manualità artigianale. In questo senso, l’arte di Neto diventa “multinaturale”, un concetto che riconosce con forza la molteplicità dei significati della natura, favorendo la pluralità di connessioni possibili tra esseri viventi e materiali. Non è una visione gerarchica o dualistica, ma una rete interdipendente, dove ogni elemento esiste in relazione con l’altro.

Negli ultimi anni, Ernesto Neto ha ampliato il suo repertorio artistico, dedicandosi anche al mondo delle percussioni. Questo nuovo interesse è al centro della sua più grande installazione realizzata fino a oggi, dove la musica diventa parte integrante dell’esperienza sensoriale. Questa opera che incorpora una varietà di strumenti, si anima periodicamente attraverso un programma musicale orchestrato da musicisti e gruppi provenienti da ogni angolo del globo. In particolare, l’installazione dà risalto ai ritmi delle diaspore africane e asiatiche, esplorando la potenza ancestrale della musica come forma di espressione collettiva. Questo dialogo tra suono e spazio è un  accompagnamento,un elemento essenziale che trasforma l’opera in una vera esperienza interattiva. I visitatori sono invitati a prenderne parte attivamente, immergendosi in un mondo di vibrazioni e battiti, dove ogni ritmo evoca storie, tradizioni e legami culturali che attraversano confini geografici e temporali. Neto riesce così a creare un ponte tra arte visiva e musicale, esplorando il potere unificante del suono in una dimensione che va oltre il linguaggio verbale.

La musica, con i suoi ritmi ancestrali, viene utilizzata come accompagnamento e come strumento vibrante che risuona nell’installazione. Il tamburo, il caxixi, il flauto, la maraca e il canto creano un ambiente sonoro che amplifica l’esperienza, agendo come una forza collettiva che unisce i partecipanti. La musica si trasforma così in una sorta di collante invisibile, che incarna l’energia vitale condivisa tra uomo e natura.

 

 

 

L’installazione diventa quindi un luogo di interazione, di condivisione, dove ogni individuo, pur nella propria unicità, è parte di un tutto. Neto sembra dirci che nell’arte, così come nella vita, esiste un equilibrio delicato tra indipendenza e interdipendenza. I visitatori, camminando scalzi tra i materiali naturali e lasciandosi avvolgere dai suoni, si connettono all’opera, così come all’intero sistema vivente, diventando parte di una comunità sensoriale temporanea.

In un’epoca di distacco crescente tra uomo e ambiente, l’arte di Ernesto Neto ci invita a rallentare, a percepire e ad ascoltare ciò che ci circonda. Non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo e con il cuore, riattivando una sensibilità che la modernità ha spesso anestetizzato. Questa sua opera immersiva è un richiamo a vivere l’arte e la vita come esperienze profonde di scambio, in cui tutto è connesso e niente esiste in isolamento.

 

 

 

La mostra, aperta fino al 7 ottobre 2024, invita il visitatore a vivere un’esperienza profondamente immersiva, dove corpo, spazio e ritmo si fondono in un dialogo armonico. Un percorso che supera la contemplazione visiva, trasformandosi in un coinvolgente scambio sensoriale. Ogni interazione all’interno della mostra diventa un’opportunità per esplorare nuove forme di consapevolezza e senso. L’arte, in questo caso, non è più solo un oggetto da contemplare, ma un’esperienza da vivere intensamente. Il percorso coinvolge a tal punto da trasformare ogni passo in un viaggio interiore che lascia una traccia duratura, in grado di connettere il visitatore al mondo in modi inaspettati e significativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nato nel 1964 a Rio de Janeiro, dove tutt’ora vive e lavora, Ernesto Neto ha studiato presso la Escola de artes visuais do Parque Lage di Rio dal 1994 al 1997, frequentando contestualmente il Museo di Arte Moderna di San Paolo.

La ricerca artistica di Ernesto Neto, conosciuto per le sue grandi installazioni realizzate con la tecnica dell’uncinetto, garze, spezie e pietre, trae ispirazione da un’ampia varietà di fonti: da tradizioni moderniste dell’astrazione biomorfica, l’Arte Povera ed il Minimalismo Americano, fino alle recenti eredità del Neoconcretismo brasiliano, riuscendo ad unire influenze apparentemente disparate in un linguaggio coerente ed armonioso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Magazine Settembre 2024

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti presenti all’interno del magazine con contributi rilevanti che desiderano richiedere più copie possono farne richiesta via email all’indirizzo info@lartechemipiace.com, beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata.

Artisti presenti in questa Edizione:
 
Jago, Vally Nomidou, Vanni Rocca, Antonio De Nardis, Christine Selzer, Katerina Dramitinou, Fabrizio Ceci, Giuseppina Irene Groccia, Michele Coccioli, Giacomo Falcinelli, Tutti Guezdro, Gianpia Affaitati, Vian Borchert, Stefano Massa, Ilaria Pisciottani, Paola Lomuscio, Elisabeth Longhi, Emilia Di Stefano, Alessandro Giansanti, Alessio Musella, Maria Di Stasio, Mariella Rinaldi, Francesca Menconi, Walter Festuccia, Isabella Tucci, Isabelle Sauvineau, Iolanda Morante.
 
 

Il Magazine ContempoArte è un progetto editoriale indipendente nato dal Blog  L’ArteCheMiPiace. Periodicamente propone articoli, interviste e approfondimenti dedicati all’arte e alla cultura. Un’attenzione particolare è riservata agli artisti selezionati, i quali hanno offerto contributi significativi e interessanti nelle loro rispettive discipline e ricerche artistiche. 

L’obiettivo è quello di offrire sempre differenti prospettive su temi culturalmente significativi e artisticamente rilevanti, ma soprattutto quello di dare un supporto concreto ad artisti emergenti ed affermati, con l’opportunità di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento. 

La Raccolta ContempoArte accompagna i vari contenuti e presenta una selezione di opere di artisti scelti da L’ArteCheMiPiace, pubblicati a pagina intera.
Ogni nuova uscita è caratterizzata dall’elevato livello qualitativo degli artisti coinvolti. 

La presente edizione si presenta come una finestra aperta sul vasto e variegato mondo dell’arte contemporanea, un luogo di incontro dove le idee creative e le suggestioni possono liberamente dialogare e intrecciarsi tra loro. Questo spazio, aperto alle diverse forme d’arte, quali pittura, scultura, fotografia e arte digitale, accoglie il lettore in un viaggio di scoperta attraverso l’universo creativo, consentendogli di esplorare un ampio ventaglio di contributi artistici.  Gli approfondimenti, le interviste e i testi critici offrono uno sguardo più approfondito sugli artisti presentati, analizzando la loro rilevanza nell’ambito dell’arte contemporanea.

Il Magazine si identifica come una produzione editoriale che riflette l’evoluzione del panorama dell’arte contemporanea e l’importanza di fornire un’analisi più approfondita e riflessiva delle tendenze artistiche. Dalle pubblicazioni sul Blog alle edizioni cartacee, ContempoArte rafforza il ruolo del formato cartaceo come fonte di approfondimento culturale.

 

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My Favourites

Jago Il Rinascimento Contemporaneo

L’ArteCheMiPiace – My Favourites

 
 
 
 
 
Jago
 
Il Rinascimento Contemporaneo 
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia  |22|Agosto|2024|
 

 

Jago!
Un nome altisonante nel contesto dell’arte contemporanea. Un artista capace di attraversare
i confini della tradizione e della modernità in un abbraccio che utilizza il
marmo e i digitali mitologici della nostra era come mai prima! Che cosa dire di
lui? Egli incarna una sintesi espressiva potente, osmosi di passato e futuro.
Alla stregua di un fantomatico Michelangelo che, grazie alla macchina del tempo,
rivive in un’epoca in cui il pubblico non si accontenta più della
contemplazione silenziosa, ma cerca un’interazione diretta e «corporale» con
l’artista.

Jago nasce a Frosinone
nel 1987. Egli incarna una nuova generazione di artisti che non disdegnano i
valori delle tecniche tradizionali, riuscendo a rielaborarle in virtù di un
adeguamento al quotidiano reale nel contesto sociale contemporaneo. Egli
dimostra quanto il marmo e la sua
«unicità» nel panorama dei
materiali nella storia dell’arte, sia in grado di instaurare un dialogo attivo
nella rappresentazione delle problematiche contemporanee.

Il suo background
formativo presso l’Accademia di Belle Arti può essere intravisto come quel seme
che gli ha consentito l’ispirazione di opere di straordinaria intensità. Già nelle
sue prime esposizioni come quella iconica al Palazzo Venezia durante la
Biennale di Venezia nel 2009, si avverte l’aspirazione a superare i confini
convenzionali della scultura, trasformando il marmo in un autentico mezzo di
analisi approfondite. Ad esempio la scultura di Papa Benedetto XVI, premiata
con la Medaglia Pontificia, è un manifesto della sua capacità di coniugare
tradizione e innovazione.

 

Il Guardian lo ha definito
come “il nuovo Michelangelo”: un artista che ha saputo dare un ruolo che
appariva smarrito, alla scultura del ventunesimo secolo. Le opere di Jago pur
rimanendo ancorate alle raffinate tecniche del Rinascimento italiano vogliono
stabilire un dialogo autentico con la quotidianità contemporanea. La scultura è
disciplina nobile ma troppo spesso percepita come un linguaggio superato e
inaridito, finalmente trova in lui una rinascita sorprendente. Al marmo considerato
un materiale
«imperturbabile», egli riesce a
conferire vita e movimento, consentendo all’opera di riacquistare una vitalità ben
immersa nel presente. Questo atto creativo trascende il tempo e fa dialogare la
solidità della pietra con i profondi stati d’animo e le poetiche attuali. È il
merito della sua visione innovativa e del talento straordinario che questa
forma d’arte ha trovato una nuova linfa vitale e un rinnovato
significato. 

 

Jago – “David” 2021

Attraverso l’uso di
tecniche tradizionali fuse con un approccio contemporaneo Jago riesce a
reinterpretare e riconsiderare la scultura, ponendo attenzione non solo
all’aspetto estetico, ma anche a quello interattivo. Ogni sua opera
diventa un invito per lo spettatore a riflettere e a immergersi in un universo
in cui il passato convive armoniosamente con il presente, dove il marmo si
trasforma in un veicolo narrativo capace di raccontare storie di umanità e sensibilità,
rendendo la scultura una affascinante esperienza esistenziale. Il suo sguardo
attento e magnetico si dedica a un’analisi meticolosa dei dettagli, dando vita
a sculture che palpitano di una profonda vita interiore, di autentiche ellissi
di umanità. In questo modo egli ricolloca l’anatomia umana – volti, mani, corpi
– al centro di una narrazione che mescola sapientemente il sacro e il profano.

 

Jago – “Narciso” 2023

Jago concepisce ogni
sua creazione come un ponte comunicativo che collega l’artista con il pubblico.
Le sue opere diventano veri e propri dialoghi tra culture, generazioni e
storie, invitando tutti a una condivisione di esperienze e significati che
vanno oltre il tempo e lo spazio. Ogni scultura diventa un canale attraverso il
quale trasmettere idee e riflessioni.

 

Jago Museum by Tommaso Zijno

In questo processo, l’artista
sfrutta il vasto spazio multimediale e del web. Non a caso è universalmente
noto come “The Social Artist” per le innate capacità comunicative e il grande
successo che riscuote sui social. Nel contesto attuale caratterizzato dalla
rapidità e dalla superficialità dei mezzi di comunicazione, l’artista ha saputo
trasformare i social network in un’estensione del suo studio, condividendo il
processo creativo e instaurando un dialogo diretto con il pubblico. Un pubblico
che lo ama e lo ricompensa con una vincente interazione da fare invidia alle
rockstar più acclamate.

 

Jago – “Apparato circolatorio” 2017

Ed è in questa cornice che
il dibattito si infittisce. La critica è radicalmente divisa: da un lato c’è
chi riconosce in Jago un talento sensibile dal rinnovato virtuosismo;
dall’altro quelli che si distinguono per il loro snobismo accademico,
liquidando il suo impegno come mera operazione di marketing e tacciandolo come un
fenomeno social che al contrario non vuole rendersi conto di quello che sta
accadendo: il suo è un logico percorso di un’evoluzione naturale
dell’arte! Se Michelangelo avesse avuto accesso a strumenti simili, non li
avrebbe utilizzati per amplificare la propria visione artistica? Se
Michelangelo avesse avuto i social media sarebbero diventati uno strumento
naturale nelle sue mani, amplificando la sua voce e la sua creatività in modi
che oggi possiamo solo immaginare! 

 

 

Jago – “Pietà” 2021

A partire dal maggio
2023, la Chiesa seicentesca di Sant’Aspreno ai Crociferi situata nel cuore del
rione Sanità di Napoli ha intrapreso una nuova vita, grazie allo spazio
prestato come museo permanente dedicato alle maestose sculture di Jacopo
Cardillo, in arte Jago. Il giovane scultore vanta un curriculum
prestigioso per le sue partecipazioni alla Biennale d’arte di Venezia fino alle
installazioni esposte in città come Roma e New York. Attualmente, l’artista sta
vivendo un periodo particolarmente proficuo: tra le sue opere più celebri si
annoverano Il Figlio VelatoLa PietàHabemus
Hominem
 (che presenta un busto di Papa Benedetto XVI spogliato) e
opere come DavidVenere e Aiace &
Cassandra
.

Il suo operato
artistico è un’affermazione di grande impatto in grado di stimolare riflessioni
critiche su temi contemporanei. Ogni sua creazione è intrisa di significati,
una fusione tra abilità tecnica con un forte messaggio simbolico. In una delle
sue opere più provocatorie, Monumento al Libero Pensiero,
realizzata nel 2016 e conservata nel Castello di Poppi, Jago ha scelto la
ghigliottina come simbolo del potere oppressivo in riferimento alla figura del
poeta Tommaso Baldassarre Crudeli, il quale ha pagato un prezzo altissimo per
le sue idee. La ghigliottina materiale in legno, marmo e acciaio diventa così
un monito decisivo in merito alla questione fondamentale della libertà di
espressione: proprio la sua distruzione ha ulteriormente reiterato il dibattito
sulla vulnerabilità dell’arte rispetto ai contesti socio-culturali e alle
reazioni pubbliche.

 

 

 

Jago – “Muscolo minerale” 2017

Al contrario, Muscolo Minerale, attualmente esposto
nello Jago Museum, si distingue per una accortezza poetica diversa. In questo
caso Jago esplora il concetto di vulnerabilità e resistenza attraverso il marmo
e il sasso di fiume, creando un cuore scavato che sembra pulsare dentro la
durezza del materiale. Questa riflessione sull’anima umana intrappolata in una
corazza di pietra è un invito a contemplare la delicatezza della vita, rendendo
l’arte un rifugio di forte commozione.

 

 

Jago – “Donald” 2018

Con Donald,
esposta per la prima volta al The Armory Show di New York nel 2018, Jago si lancia
nel campo della critica sociale attraverso un soggetto controverso: un bambino
con l’iconica pettinatura di Donald Trump. L’opera solleva interrogativi sul
potere e sull’innocenza, suggerendo una connessione tra l’infanzia e la
politicizzazione precoce della società contemporanea. La scelta del soggetto permette
a Jago di affrontare il tema della manipolazione dell’identità fin dalla
giovane età.

 

 

Jago – “Venere” 2018

Un altro aspetto
cruciale del lavoro di Jago è il suo approccio innovativo riguardo alla
creazione e alla
«condivisione» dell’arte. Nella
realizzazione della “Venere”, presentata al Museo Carlo Bilotti e
successivamente a New York, egli ha portato il suo pubblico all’interno del
processo creativo, mostrando in diretta e attraverso i social media, i
progressi della scultura: egli rispondendo ai commenti e invitando i suoi
follower a diventare parte dell’esperienza artistica ha dimostrato la
flessibilità comunicativa del gesto artistico. Questa apertura al pubblico
tramite la tecnologia ridefinisce il ruolo di Jago come scultore
«veramente»
contemporaneo,
trasformandolo in un narratore interattivo.

 

Jago – “Venere” (Dettaglio) 2018

La “Venere”
di Jago rappresenta una potente reinterpretazione del concetto classico di
bellezza, capovolgendo le tradizionali aspettative estetiche legate alla
perfezione e giovinezza. In questa scultura sfida apertamente gli stereotipi
convenzionali, incarnando una bellezza che risiede non nella superficie liscia
e impeccabile di un corpo ideale, ma nella profondità e autenticità dell’anima.
La sua Venere è una donna anziana, i cui segni del tempo non sono mascherati,
ma anzi esposti con orgoglio: rughe, pieghe della pelle e imperfezioni
diventano qui testimonianze della vita vissuta, di un corpo che porta con sé la
memoria del passato. L’opera perde la semplice rappresentazione fisica,
divenendo un racconto scolpito in marmo. Le membra che si mostrano affaticate
dal tempo non sono simbolo di declino, ma di resistenza, di una grazia che
persiste proprio perché radicata nella realtà di ciò che è stato. Egli riesce a
catturare l’energia emotiva del tempo che passa, rendendo la decadenza un
simbolo di una bellezza più profonda, fatta di ricordi, esperienze e vita
vissuta. Un dettaglio particolarmente significativo è lo sguardo della Venere.
Gli occhi della scultura sembrano seguire lo spettatore, invitandolo a un
dialogo silenzioso ma intenso. Questo elemento crea un’interazione intima e
magnetica, in cui la scultura non è solo osservata, ma diventa un interlocutore
che racconta una storia, stimolando riflessioni su temi universali come la
mortalità, il trascorrere del tempo e l’essenza della bellezza. Gli occhi della
Venere carichi di vita sono il gesto più eloquente nel trasmettere
vulnerabilità e forza contrapposte.

 

Jago – “Venere” (Dettaglio) 2018

Realizzata con il
prezioso marmo Bianco Lasa/Covelano “Vena Oro”, proveniente dalle Alpi della
Val Venosta, la Venere di Jago beneficia di un materiale che ne amplifica
l’espressività. Questo marmo, noto per la sua grana fine e il colore bianco
traslucido, conferisce alla scultura una luminosità calda e raffinata. Le sue
venature dorate presenti nella variante “Vena Oro” aggiungono un ulteriore
livello di preziosità e suggeriscono una qualità quasi mistica al corpo
scolpito. Il marmo diventa non solo un supporto fisico, ma anche un elemento
narrativo che dialoga con la forma, contribuendo a esaltare il contrasto tra la
durezza del materiale e la delicatezza emotiva che l’opera trasmette.

 

Jago – “Habemus Hominemm” Spoliazione 2009/2016

Habemus Hominemm
è l’opera che ha lanciato la carriera di Jago e ha lasciato un segno nel
panorama artistico contemporaneo. Attraverso il busto di Papa Benedetto XVI
l’artista ha unito reverenza e provocazione, culminando in una performance di
“spoliazione” che rispecchia il tema della vulnerabilità dell’autorità: egli
crea un dialogo sull’ideale religioso messo a confronto con la realtà
contemporanea. L’opera iniziata nel 2009 come un ritratto di Papa Benedetto XVI
ispirato alle celebri opere di Adolfo Wildt si è caratterizzata per forza
evocativa in seguito all’abdicazione del Papa nel 2013. Il giovane scultore si
è spinto al di là delle venerate sembianze papali: in realtà si celava un uomo
da liberare nella sua potente immagine iconica. Questa metamorfosi da Habemus
Papam
 a Habemus Hominem non è semplicemente un cambio
di titolo, ma di prospettiva. Jago invita il pubblico a una riflessione più
profonda sul significato dell’umanità, incarnata in chi detiene il potere. Il
marmo, materiale
«stabile
e all’immortale
»
,
diventa la prigione di una figura che, nonostante la sua imponenza, è intrisa
di vulnerabilità.

 

Jago – “Habemus Hominemm” Spoliazione 2009/2016

L’importanza dell’opera
è stata riconosciuta fin dalle prime esposizioni, in particolare con la
presentazione alla Biennale di Venezia, dove Jago ha esposto alla presenza dell’autorevole
figura di Vittorio Sgarbi. Questo importante evento ha rappresentato una
vetrina fondamentale per l’artista, che ha rivendicato con vigore la sua
presenza sulla scena artistica internazionale, consacrandosi come uno dei
principali protagonisti della scultura contemporanea. Il valore dell’opera è
stato ulteriormente convalidato dal riconoscimento del Papa, il quale ha
conferito a Jago la Medaglia del Pontificato. Un attestato di valore artistico
che evidenzia il dialogo tra arte e spiritualità, un elemento valoriale
artistico che continua a caratterizzare il lavoro dell’artista.

 

Jago – “Il Figlio Velato” 2019

La scultura Figlio
velato
 di Jago rappresenta una potente riflessione sulla morte degli
innocenti nel nostro tempo, incapsulando un messaggio di profonda attualità
all’interno di un’opera dallo straordinario impatto visivo. Scolpita da un
unico blocco di marmo l’immagine del fanciullo coperto da un velo evoca
immediatamente il celebre Cristo Velato di Giuseppe
Sammartino, ma la reinterpretazione di Jago porta il dialogo artistico in una
direzione decisamente al passo con i nostri tempi. Invece di celebrare il
sacrificio di un individuo per la collettività, Figlio velato ci
invita a riflettere sulla fragilità dei più innocenti e sul dolore che spesso
ignoriamo. La scelta di fissare nel marmo una rappresentazione così carica di
significato sociale costringe lo spettatore a confrontarsi con una realtà che,
seppur presente nei dibattiti contemporanei, tende tuttavia a insabbiarsi
nell’indifferenza collettiva.

 

Jago – “Il Figlio Velato” (Dettaglio) 2019

Il lungo processo
creativo che ha condotto Jago lavorare tra New York e Long Island testimonia la
rilevanza della collocazione di tale opera nel contesto del rione Sanità. Si
tratta di una impegnata opera d’arte che lancia un monito, una chiamata al
risveglio delle coscienze e a non voltarsi dall’altra parte di fronte alle
ingiustizie del nostro tempo. Con la sua intensità egli riesce a trasformare il
marmo in un invito al confronto sul proprio ruolo nella società. L’opera Look
Down
concepita durante il lockdown rappresenta simbolicamente l’innocenza
perduta e la fragilità umana in un momento di crisi globale. 

 

Jago – “Look Down” 2020

Si tratta di un’idea
che si configura come un potente grido d’allarme di fronte a una delle realtà
più strazianti della nostra società: la presenza dei senzatetto. Ispirata da
una sua personale esperienza durante una visita a New York nel 2018, l’artista
ha creato una scultura che comunica con immediata incisività l’innocenza e la debolezza
del bambino addormentato, una figura che emerge in contrasto drammatico con la
durezza della vita di strada. L’artista italiano ha recentemente presentato la
sua scultura “Look Down” al Thomas Paine Park di New York, un evento
che ha suscitato grande interesse sia per il valore artistico dell’opera, che
per la presenza di una personalità di rilievo: Caryn Elaine Johnson meglio
conosciuta come Whoopi Goldberg. 

 

 

 

 

In anteprima mondiale al Tribeca Film Festival 2024 “Jago Into the White”

La celebre attrice, doppiatrice e produttrice
cinematografica ha presentato in quell’occasione anche il primo film
documentario, JAGO: Into the White, durante il prestigioso Tribeca
Film Festival di New York. L’opera ha riscosso unanimi consensi.
Successivamente il docufilm è stato proiettato in Italia in due date uniche,
nel mese di giugno in sale cinematografiche selezionate. La partecipazione dell’attrice
e conduttrice televisiva ha aggiunto un elemento di prestigio all’evento,
enfatizzando il potere trasversale dell’arte nel connettere persone di origini
e background professionali differenti.

 

Jago e Whoopi Goldberg inaugurano “Look Down” a New York

Il 17 luglio 2024 infatti in
un clima di grande partecipazione collettiva si è svolta la cerimonia di
inaugurazione, alla quale hanno preso parte numerosi rappresentanti delle
istituzioni locali, artisti, e appassionati d’arte. In questa cornice Jago ha
avuto modo di raccontare il percorso che ha portato alla creazione di
“Look Down”, un’opera che sollecita una riflessione su temi di
giustizia sociale. L’opera in armonioso dialogo con il contesto urbano colpisce
per il suo impatto visivo, e si distingue come invito all’introspezione: vuole
suscitare nel pubblico una risposta che trascende la semplice osservazione
estetica e trasformarla in un’esperienza immersiva toccante. L’opera resterà
esposta fino a ottobre 2024 e offre ai visitatori l’opportunità di riflettere
sul suo profondo messaggio, che vuole essere un richiamo alla responsabilità
collettiva e alla compassione verso chi vive ai margini della società.

 

Jago – “Pietà” 2021

La “Pietà” di
Jago si impone invece come un’opera monumentale e capace di sprigionare una
forza visiva che tocca profondamente l’animo dello spettatore. La scultura,
lucida e finemente dettagliata come un capolavoro rinascimentale ritrae un
padre desolato che sostiene il corpo senza vita del suo giovane figlio. La
smorfia di dolore che traspare dal suo volto è straziante e capace di catturare
la pietà di ogni essere umano. Pur richiamando alla mente la celebre Pietà di
Michelangelo l’opera di Jago la rielabora attraverso le lenti di una realtà
contemporanea, evocando l’eco di un trauma moderno simile a quello di una
fotografia scattata in zona di guerra. Questo dolore universale sembra essere
pietrificato, ma al contempo emana una luminosità che contrasta con la tragedia:
si riflette sull’epidermide dei corpi e nella drammaticità del movimento dei
capelli del giovane morituro.

 

Jago – “Pietà” (Dettaglio) 2021

Jago è un artista che
sa esattamente quale messaggio intende comunicare: non si limita a rendere
omaggio all’eredità del passato, né accetta di osservarla da una distanza
museale. Al contrario la riattualizza, la arricchisce di nuovi significati che si
rivolgono e accendono la sensibilità contemporanea. La sua visione si configura
come una reinvenzione del barocco, nel tentativo di offrire un’opera intrisa da
un potente canto funebre che invita alla riflessione e all’empatia. Con
“La Pietà” Jago non offre solo una rappresentazione artistica del
dolore, ma presenta una meditazione sul valore della vita e sull’inevitabilità
della perdita, unendo la bellezza e la tragedia in un’unica, straordinaria
esperienza. Questo linguaggio artistico attraversa le barriere generazionali,
giungendo sia ai più dotti che alle nuove generazioni, grazie alla scelta
consapevole di rimanere vicino al suo pubblico, piuttosto che relegarsi negli
spazi asettici delle istituzioni museali. Lui non impone la sua arte, la
propone come una conversazione aperta, un’interazione che stimola domande e
suscita risposte.

 

La sua voce artistica
si distingue come imprescindibile in un mondo dove il dialogo tra arte e
società è più che mai essenziale. In un’epoca dominata dalla frenesia e dalla
superficialità, la sua opera invita a una riflessione profonda Rinnova e
arricchisce il patrimonio culturale con una freschezza che comunica in un
linguaggio universale. La sua arte è costantemente aperta alle leggi
dell’equilibrio e della forma che, nel loro insieme, configurano un progetto di
trasformazione della realtà: egli è finalmente divulgatore di principi etici
oltre che estetici.

 

 

 

 

 

 

 

Sito Web JAGO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

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Intervista a Alessandro Giansanti di Agarte – Fucina delle Arti e a Alessio Musella, Editore EXITURBANMAGAZINE

 L’ArteCheMiPiace – Interviste

 

 

Intervista a Alessandro giansanti di Agarte – Fucina delle Arti E A ALESSIO MUSELLA, EDITORE EXITURBANMAGAZINE 

Un Viaggio nella Passione e Innovazione Artistica di due Curatori d’eccellenza 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |20|Giugno|2024|

 

 

Nel cuore dei Castelli Romani, un giovane gallerista ama rivoluzionare il mondo dell’arte contemporanea. 

Alessandro Giansanti, fondatore di Agarte – Fucina delle Arti, ha avviato il suo progetto all’età di 25 anni, nel pieno della pandemia, dimostrando che la passione e la determinazione possono trasformare le sfide in opportunità. 

Oggi, Agarte è un punto di riferimento per molti artisti emergenti, grazie anche alle collaborazioni con realtà influenti come Art&Investments ed ExitUrbanMagazine di Alessio Musella

 

 

 

Da sn Alessandro Giansanti, Gallerista e Titolare Agarte-Fucina delle Arti. A ds Alessio Musella, Curatore artistico, editor e Founder Art&Investments e ExitUrbanMagazine 

 

Alessio Musella è un editore, curatore e collettore di arte contemporanea con una passione profonda per il dialogo tra marketing, design e arte. Con una conoscenza approfondita della comunicazione online, compresi i social media, Alessio sa come utilizzare la potenza della diffusione di un messaggio per promuovere l’arte e gli artisti. Sviluppando un format comunicativo innovativo e sempre aggiornato ha da sempre avuto successo nell’unire le sue passioni per l’arte e la comunicazione per creare esperienze di successo.

 

In questa intervista, Alessandro e Alessio si confronteranno con i lettori per raccontare la storia della loro collaborazione, che ha portato all’organizzazione di un evento molto originale e innovativo. Questo incontro sarà un’avventura stimolante e coinvolgente, che unirà audacia e entusiasmo in un percorso di idee innovative e strategie avanzate che rinnoveranno sicuramente il mondo dell’arte contemporanea. 

In particolare, ci soffermeremo sul nuovo evento in programma in questi giorni, “NOT ONLY URBAN“, che mira a presentare artisti emergenti e di tendenza, sottolineando l’importanza di stili e movimenti contemporanei.

 



 

Ciao Alessandro, presentati ai nostri lettori e illustraci
cosa 
rappresenta Agarte – Fucina delle Arti e come la tua
passione per l’arte 
si è trasformata in un progetto concreto che ti ha portato a
diventare 
uno dei più giovani e apprezzati galleristi in Italia?
Inoltre, ci racconti 
un po’ della tua scelta di collaborazione con
Art&Investments ed 
ExitUrbanMagazine di Alessio Musella?

 

Aprii il progetto di Agarte insieme alla mia famiglia nel
2020 all’età di 25 anni annoverandomi a 
tutti gli effetti tra i più giovani galleristi d’Italia e
d’Europa. Aprimmo il progetto per una necessità 
di ripartire con l’arte e la cultura scegliendo una zona
periferica, quella dei Castelli Romani, subito 
dopo la pandemia da Covid-19 principiando dunque il percorso
durante un periodo complicato, ma 
puntando sin da subito sugli emergenti capitolini (vista
l’esplosiva scena artistica romana)! 
Attualmente mi reputo un gallerista emergente che ha molto
da apprendere e in questi 48 mesi ho 
avuto modo di crescere molto, finendo per realizzare 36 tra
mostre collettive e personali, sul suolo 
nazionale ed internazionale.. Non penso di essere parte di
quel gruppo dei galleristi più conosciuti 
ed apprezzati, almeno non ancora, ma sicuramente vengo preso
come riferimento per molte delle 
scelte inconsuete che applico al mio lavoro, nella costante
ricerca e nello spingermi sempre oltre il 
ruolo di gallerista.

Con Ale è stata collaborazione sin da subito, ci siamo
trovati bene e abbiamo iniziato scambiandoci 
consigli e suggerimenti, Alessio ha una grande esperienza in
campo della comunicazione e ho avuto 
modo di poter prendere spunto su più fattori, tenendo sempre
un occhio di riguardo dapprima per il 
progetto Art & Investments e poi Exiturban. Quest’ultimo
anno è stato incentrato sulla creazione di 
progetti condivisi, prima con la mostra “Dis-Comfort” a
Palazzo Rospigliosi di Zagarolo (RM) con 
le mie colleghe Roberta Cristofari, Giusy Longo ed Eleonora
Turli, poi con “Sapori: Arte 
nutrimento per l’anima” a Frascati in collaborazione con
Divulgarti Group di Loredana Trestin.. Da 
quest’ultimo lavoro abbiamo deciso di riprendere la vecchia
collaborazione con Alessio Musella 
scegliendo di curare una rassegna insieme!

 

Ciao Alessio, il tuo nome è ben noto nel campo artistico per la tua dedizione alla curatela artistica e al supporto ai giovani artisti emergenti. Hai iniziato la tua carriera artistica tanti anni fa venendo dal mondo del design e dell’architettura. Attraverso l’esperienza accumulata e la tua grande passione per l’arte  hai consolidato il tuo successo con la creazione della piattaforma online Art&Investments e della rivista mensile ExitUrbanMagazine. Ci racconti un po’  della tua scelta di collaborazione con Agarte Fucina delle Arti di Alessandro Giansanti?

 

Alessandro è un gallerista giovane, dinamico e molto preparato, tre caratteristiche non scontate da trovare quando parliamo di arte. 

La quarta caratteristica che apprezzo molto è l’ambizione, ma non quella fine a se stessa, ha programmato come e dove vuole arrivare, e sarà un piacere affiancarlo nel suo percorso.

Non ultimo Agarte Fucina della arti è tra le poche gallerie che tratta la ceramica, forma d’arte che da sempre mi affascina e che ho messo tra le priorità nel voler far comprendere al grande pubblico quanta tecnica e tradizione sono avvolte nel lavorare l’argilla, terra fuoco aria e acqua vengono sapientemente miscelati per creare splendide opere d’arte…

 

 

 

Come è nata la vostra conoscenza e di riflesso la vostra
intesa 
professionale?

 

Alessandro: La nostra conoscenza è nata ancora prima dello sviluppo
della galleria “Agarte – Fucina delle Arti”, 
nel periodo del 2018-19. Durante quegli anni collaboravo con
una rivista per il quale Alessio aveva 
scritto un articolo e mentre vagliavamo la possibilità di
aprire uno spazio fisico, la figura di Alessio 
ci sembrava sempre più interessante in termini di
connessioni e sinergie. 
Il primo periodo ci siamo occupati maggiormente dello
scambio di contatti ed artisti, solamente nel 
2023 abbiamo cominciato a collaborare direttamente con la
scelta di alcuni artisti da inserire nel 
nostro showroom e con la partecipazione in eventi
organizzati con la collaborazione di Art & 
Investments ed Exit.. Ad oggi “Not-Only Urban” è la prima ed
ufficiale rassegna collettiva di arte 
contemporanea che vede un lavoro a quattro mani realizzato,
organizzato e promosso direttamente 
da entrambi!

 

AlessioCollaborare per me è sinonimo di stima, e ho potuto constatare da subito, come già detto, l’approccio  innovativo e dinamico che Alessandro, se pur giovane, ha saputo mettere in campo, e l’arte ha bisogno di trovare nuovi modi per comunicare e ampliare il pubblico di riferimento.

 

 

Qual è stata l’ispirazione dietro la scelta di Frascati come
sede della 
mostra?

 

Alessandro: Frascati è la sede della nostra associazione e galleria,
conosciamo bene il territorio, siamo avvezzi 
alle sue dinamiche e sono anni che oramai organizziamo
mostre sul suo territorio. Ultimamente 
stiamo collaborando con vari comuni dell’hinterland romano,
stiamo uscendo fuori dalla regione ma 
anche fuori dallo stivale. Il ruolo informale e più diretto
di Frascati ci sembrava il più appropriato 
per una rassegna di volti nuovi da presentare al pubblico! NOT-ONLY URBAN, un titolo che lascia spazio a precise
riflessioni 
sull’arte contemporanea e il suo ruolo nel mondo globale.
Quali sono 
state le motivazioni che avete considerato nella scelta del
tema per 
questa mostra? Inizialmente volevamo chiamare la rassegna “Urban
Selection”, ma effettivamente suonava 
riduttivo.. L’idea è quella di focalizzasi su alcune delle
tendenze più contemporanee che si possano 
sposare con l’idea di una tipologia d’arte più diretta. Il
nome vuole avvicinarsi alla rivista di Alessio 
“Exiturban magazine”, ma anche approcciarsi a quella che è
la location industriale di riferimento: il 
mercato coperto; il polo di 450mq che ospita la rassegna è
una struttura priva di quel fascino 
elegante tipico dei musei e delle gallerie, ma è una tela
bianca che può trasformarsi in base 
all’utilizzo che se ne fa! Il palazzetto difatti, ex mercato
ortofrutticolo della città posto nel centro 
della vita economica di Frascati, è una location che a lungo
è stata abbandonata a se stessa.. siamo 
stati tra i primi ad intervenire utilizzando la struttura
come polo culturale, non sono mancate certo le 
critiche, ma quando si ha una visione, poco importa di
quelle!

 

AlessioFrascati ha un fascino tutto suo, a tratti sembra di essere a Parigi, la piazzetta di fronte al mercato coperto è davvero splendida, quando Alessandro mi ha proposto la location, avendo avuto modo di visionarla qualche mese fa insieme durante una sua collettiva, ho subito risposto affermativamente.. Non dimentichiamoci che Frascati è il comune dei Castelli dove i Romani amano passare il weekend, e questo non guasta di certo quando prepari una mostra.

 

 

NOT-ONLY URBAN, un titolo che lascia spazio a precise riflessioni sull’arte contemporanea e il suo ruolo nel mondo globale. Quali sono state le motivazioni che avete considerato nella scelta del tema per questa mostra?

 

AlessandroInizialmente volevamo chiamare la rassegna “Urban Selection”, ma effettivamente suonava riduttivo. L’idea è quella di focalizzasi su alcune delle tendenze più contemporanee che si possano sposare con l’idea di una tipologia d’arte più diretta. Il nome vuole avvicinarsi alla rivista di Alessio “Exiturbanmagazine”, ma anche approcciarsi a quella che è la location industriale di riferimento: il mercato coperto; il polo di 450mq che ospita la rassegna è una struttura priva di quel fascino elegante tipico dei musei e delle gallerie, ma è una tela bianca che può trasformarsi in base all’utilizzo che se ne fa! Il palazzetto difatti, ex mercato ortofrutticolo della città posto nel centro della vita economica di Frascati, è una location che a lungo è stata abbandonata a se stessa… siamo stati tra i primi ad intervenire utilizzando la struttura come polo culturale, non sono mancate certo le critiche, ma quando si ha una visione, poco importa di quelle!

 

 

Alessio: Io mi sono limitato a concordare con Alessandro Not only davanti a Urban, perché abbiamo scelto di inserire diverse creatività, e artisti che sono diventati urban creando collaborazioni tra di loro, un esempio su tutti la scultrice Elisabeth Longhi ha creato due opere raffiguranti Cat woman e Wonder man in stile “Boteriano”, opere che sono state poi personalizzate dagli artisti Marco Host e Mariella Rinaldi seguendo il loro stile, il connubio ha dato risultati molto interessanti, “sperimentare” per noi, diventa spesso una parola d’ordine….

 

 

 

Quali sono stati i parametri principali che avete utilizzato
per la 
selezione delle opere e degli artisti durante la
pianificazione di questo 
evento?

Alessandro: Principalmente la rassegna vuole essere un compendio di
artisti emergenti italiani che si avvicinano 
alle seguenti categorie artistiche: arte del riciclo e trash
art, arte naïf, art brut, graffitismo, pop e 
neo-pop, street art, arte urbana e writing, digital art..
come si evince la forbice è larga, ma sono tutti 
generi purtroppo ancora troppo poco considerati in Italia e
che necessiterebbero di esser 
rappresentati maggiormente.

AlessioLe collettive a mio avviso hanno in primis il compito di avvicinare un nuovo pubblico all’arte, non sai mai chi entrerà dalla porta, e far trovare diversi stili artistici aiuta il fruitore a ritrovare la sua comfort zone, fondamentale per iniziare un dialogo…

 

 

 

Perché avete scelto di rimanere nei generi rappresentati
dalle ultime 
tendenze stilistiche dell’arte contemporanea, come Urban,
Street Art, 
Pop e Neo-Pop, Art brut, Naïf e Graffitismo per citarne
alcune?
 Spiegateci i motivi di questa precisa scelta e preferenza stilistica.

 

AlessandroIl motivo è presto detto: si conoscono i nomi degli stili e
dei movimenti, ma non si sa identificare 
effettivamente cosa appartiene a queste categorie e cosa
no… ciò è dovuto da una confusione dettata 
da un’approssimazione nella descrizione dei generi e delle
tecniche impiegate. La nostra idea era 
quella di fare maggiormente chiarezza e di posizionare la
nostra rassegna come mezzo conoscitivo 
di quegli artisti che hanno scelto di seguire queste
tendenze ed inserirsi in quei contesti specifici. 
L’interazione con l’arte in contesti non tradizionali spesso
contribuisce 
ad una esperienza artistica molto positiva per i visitatori. 

 

Alessio: Non è un caso che tu abbia citato nella domanda stili che poco hanno a che fare con l’accademico, oggi l’arte prescinde dalla tecnica e va diretta al significato che vuole esprime e comunicare. Se vuoi ampliare il pubblico di riferimento devi iniziare, a mio avviso, non dalla perfetta esecuzione, ma spiegare che fare arte è molto altro… e questi stili, essendo più di facile comprensione per il neo utente, sono un buon punto di partenza per iniziare un dialogo.

 

 

L’interazione con l’arte in contesti non tradizionali spesso contribuisce ad una esperienza artistica molto positiva per i visitatori. Come siete arrivati a scegliere la location industrial del mercato
coperto in Piazza del Mercato a Frascati come spazio per la mostra? Quali
fattori hanno giocato un ruolo importante nella vostra scelta e come vi è
sembrata essere adatta alla tematica delle opere che volevate
proporre?

 

Alessandro: La scelta nasce in parte in maniera casuale, proprio come le
migliori intuizioni. Abbiamo sin da 
subito compreso che il futuro dell’arte, quantomeno in
Italia, è in un approccio divulgativo-
promozionale ibrido e fluido, da questa comprensione parte
la scelta che ci ha accompagnati per 
tutti e 4 gli anni iniziali della nostra attività, ovvero
quella di fare uso di luoghi inconsueti. “Se la 
montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”, con
questo voglio dire che 
lamentiamo spesso un calo delle visite nei musei e nelle
gallerie, ma non facciamo nulla per 
avvicinarci a quelle che potrebbero essere le soluzioni per
avvicinarci alla gente, ovvero fare uscire 
le opere dai musei e dalle gallerie. Ospedali, strade
commerciali, ristoranti, hotel, mercati, abbiamo 
sempre prediletto ambienti di questo genere ottenendo sempre
notevoli risultati, portando l’arte nei 
luoghi dove meno ci si aspettava di trovarne! Questo nostro
atteggiamento si ricollega ad una frase 
detta, un po’ per invidia, un po’ per noia esistenziale, da
una persona poco lungimirante che 
criticando il nostro operato disse “adesso manca solamente
l’arte messa al mercato con la frutta” la 
frase mi ha fatto riflettere.. le più grandi rivoluzioni
nella storia dell’arte partono da provocazioni ed 
insulti (come il termine “impressionismo”) quindi mi son
detto, perché non partire da questa banale 
affermazione? Effettivamente l’arte contemporanea soffre
ancora di quella concezione ancorata ad 
un’idea inverosimile ed ingiustificata dell’arte, ovvero
quella che essa debba stare solamente nei 
luoghi aulici e di “alto valore”. Noi preferiamo avere un
approccio concreto e reale, e dunque, 
qualora lo ritenessimo consono, potremmo portare l’arte
anche nei mercati della frutta.

 

AlessioCome dice Alessandro non è facile oggi capire i vari stili come vanno inseriti nelle correnti artistiche, e una collettiva, se ben curata, può aiutare a comprendere meglio anche l’uso di certi termini. Ad ogni modo non siate mai frettolosi nel commentare un’opera…cercate sempre di andare oltre le apparenze…. Artista non è colui che padroneggia una tecnica, ma colui che ha e vuole esprimere un pensiero attraverso l’arte e farlo arrivare a chi osserva.

 

 

 

Quali sono le tendenze attuali nel mondo dell’arte che
ritenete più 
interessanti o significative?

 

Alessandro: Ritenere interessante solamente una tendenza sarebbe
riduttivo, più di quello credo si debba 
guardare a determinati modus operandi degli artisti.. Trovo
sempre di più artisti che grazie alle 
conoscenze maturate negli ultimi anni cominciano a
comprendere effettivamente cosa voglia dire 
investire sul proprio talento e lavorare con raziocinio e in
maniera ordinata e sistematica. Spesso 
sono proprio quelli gli artisti che riescono ad accrescere
il proprio nome nel corso del tempo. La 
storia è piena di creativi caotici di cui purtroppo si è
persa traccia negli anni, se non sei tu la prima 
persona ad avere cura del tuo talento, perché dovrebbero
farlo gli altri?

 

AlessioMi sto sempre più appassionando alla ceramica, che credo tornerà ad avere un ruolo importante nel contemporaneo, ritrovando le sue radici  e ricordando i grandi del 900 che hanno saputo creare un dialogo con l’osservatore, detto questo,  “Contaminazione” (street art, figurativo, astrattismo) sarà insieme a Sperimentazione la base della rinascita di questa antica e splendida arte, perché sono convinto che proprio attraverso la collaborazione e l’interessenza di diverse creatività e tra artisti apparentemente distanti fra loro  la ceramica troverà il suo ruolo.

 

 

Qual è il ruolo dell’arte nel contesto sociale e culturale
attuale, 
secondo voi?

 

Alessandro: Il ruolo rimane sempre lo stesso, come lo rimarrà anche nel
futuro: testimoniare, ricercare, indagare 
e sperimentare. Ci sembra di capire che questo evento potrebbe essere la
prima 
edizione di altre a venire. Ciò vi induce a pensare ai
possibili sviluppi 
futuri? Cosa potete anticiparci a riguardo di queste
eventuali future 
interazioni? Se tutto si muove in maniera fluida, se gli artisti sono
contenti, se il pubblico si trova bene e se noi 
continuiamo a lavorare in maniera professionale come abbiamo
sempre fatto, la rassegna può 
certamente divenire un appuntamento annuale.. Il progetto iniziale
è quello di trasformare “Not-
Only Urban” in un punto d’incontro per chi vuole investire e
collezionare un certo tipo di arte.

Alessio: Raccontare il contemporaneo 

 

 

 

Ci sembra di capire che questo evento potrebbe essere la prima edizione di altre a venire. Ciò vi induce a pensare ai possibili sviluppi futuri? Cosa potete anticiparci a riguardo di queste eventuali future interazioni?

 

 

Alessandro: Se tutto si muove in maniera fluida, se gli artisti sono contenti, se il pubblico si trova bene e se noi continuiamo a lavorare in maniera professionale come abbiamo sempre fatto, la rassegna può certamente divenire un appuntamento annuale… Il progetto iniziale è quello di trasformare “Not- Only Urban” in un punto d’incontro per chi vuole investire e collezionare un certo tipo di arte.

 

 

AlessioQuando l’intento è comunicare un concetto, non può fermarsi ad una singola kermesse,  diventerà un appuntamento annuale, come ha detto Alessandro, ma tutto in crescita esponenziale…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

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Interviste

La convergenza di tradizione e tecnologia; un’intervista con Fabrizio Marino, fondatore di FigArte

L’ArteCheMiPiace – Interviste

 

 

 

La convergenza di tradizione e tecnologia; un’intervista con Fabrizio Marino, fondatore di FigArte
 
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |12|Giugno|2024|
 
 

In questa intervista, abbiamo il piacere di
conoscere Fabrizio Marino, fondatore di FigArte, una piattaforma innovativa che unisce
tradizione e tecnologia per supportare gli artisti nella vendita delle proprie
opere. Fabrizio ci racconta del suo percorso personale legato all’arte, delle
motivazioni che lo hanno spinto a creare FigArte e delle idee rivoluzionarie
che stanno implementando per aiutare gli artisti a diventare venditori
efficaci. Ci parla anche del coinvolgimento della tecnologia blockchain nella
piattaforma e di come stanno conciliando la tradizione con l’innovazione.
Infine, condivide con noi la sua missione che è quella di rendere autonomi gli
artisti e di promuovere una maggiore interazione tra artisti e acquirenti. 

Un’intervista che ci porta a riflettere sull’importanza della formazione e
dell’utilizzo delle nuove tecnologie nel mondo dell’arte

 

 

 

Ciao Fabrizio! Presentati brevemente ai nostri amici
artisti…

 



SCARICA QUI IL QUESTIONARIO

 

 

 

 

Come hai sviluppato il tuo interesse per l’arte e come ti
sei avvicinato a questa realtà? Hai avuto esperienze o ispirazioni specifiche
che ti hanno spinto a indagare questo campo?

 

Ciao e grazie per questa domanda. In realtà, l’interesse per
l’arte ce l’ho in casa: mia mamma è un’artista contemporanea e dipinge
astratto. Ho sempre trovato nei suoi quadri, oltre ai bei colori, anche dei
messaggi spirituali, che era proprio il suo intento trasmettere.

Inoltre da qualche anno mi sono avvicinato all’arte anche
come collezionista di artisti emergenti, ed ho creato una mia piccola
collezione di cui vado fiero. 

 

Sei fondatore di FigArte, una piattaforma dedicata all’arte
con idee molto innovative per quanto riguarda l’approccio alla vendita delle
opere. Puoi raccontarci il percorso che ti ha portato a creare questa
piattaforma e quali sono state le principali motivazioni e ispirazioni dietro
il progetto?

 

La prima motivazione è stata quella di liberare mia mamma
dalle condizioni commerciali imposte da questa società d’arte che tratteneva il
90% dell’incasso delle sue opere. Mi sembrava ingiusto! Anche se sono
consapevole che esistono gallerie d’arte molto professionali e meno costose.
Questa situazione mi ha comunque spinto a cercare soluzioni per aiutarla e, di
conseguenza, anche la comunità artistica.

Subito dopo nel 2020 ho iniziato ad investire in
criptovalute,  ho conosciuto così nuove
tecnologie e, dopo un paio di anni di approfondimenti ho avuto l’idea di unire
l’arte fisica alla tecnologia blockchain. Così, ho iniziato a studiare questo
mondo per renderlo accessibile agli artisti, chiedendomi se questa idea fosse
stata d’aiuto non solo a mia madre. Facendo qualche intervista alla mia cerchia
di amicizie ho notato che le risposte erano quasi sempre le stesse, e anche le
motivazioni principali.

Ho notato che alcuni artisti mi confermavano che le
difficoltà erano quasi sempre le stesse e cioè legate alla mancanza di
competenze sul marketing e la tecnologia.

 

 

 

Potresti descrivere quali sono le idee rivoluzionarie che
state implementando per aiutare gli artisti a diventare anche abili venditori
delle proprie opere?

 

Esatto! Aiutare è la parola giusta, perché non basterà una
semplice tecnologia, non è una bacchetta magica come alcuni credono o
professano, ma bensì un aiuto. E’ proprio perché crediamo nella forza e
l’energia che un artista può donare attraverso la propria arte abbiamo deciso
di aggiungere un supporto formativo su come un artista può promuoversi,
esprimersi, utilizzando le nuove tecnologie e quelle già esistenti… così
nasce il coaching program A.R.T.E. che va a scoprire e migliorare gli aspetti
emotivi, informando ed insegnando l’utilizzo delle nuove tecnologie e la
promozione.

Abbiamo deciso per l’amore dell’arte che la nostra missione
è quella di unire la tradizione all’innovazione senza separarle, ma in che
modo?

La tecnologia della blockchain è a supporto dell’opera reale
fisica la cui immagine della stessa viene iscritta in un registro tecnologico
appunto chiamato (blockchain), mantenendo la vita di due entità, fisica e
digitale da cui nasce la parola (phygital), in questo modo il certificato NFT
che rappresenta l’opera crea una storia e ne traccia ogni attività, (comprese
le royalties per l’artista) il collezionista riceve l’opera fisica a casa e il
certificato digitale nel suo wallet, tutto questo è possibile solo grazie alla
tecnologia di uno smart contract (contratto intelligente), all’interno del
certificato digitale possono essere scritte tutte le informazioni che si
decidono con l’artista.

 

 

Come conciliate la tradizione con l’innovazione nella
vostra piattaforma?

 

Il nostro marketplce è stato realizzato con una tecnologia
che agisce da collante tra le due forme dell’opera, il collezionista entrando
nella piattaforma potrà trovare le informazioni dell’artista sul suo profilo, e
potrà completare l’acquisto in moneta cripto o dollaro digitale USDT tramite il
suo wallet dove riceverà il certificato digitale, nel frattempo il corriere
ritirerà l’opera dall’artista per consegnarla al compratore direttamente a casa
sua. 

 

Chi sono i tuoi collaboratori e come riuscite a muovervi nel
complesso mondo dell’arte? Puoi raccontarci un po’ del team e delle strategie
che adottate per avere successo in questo settore? 

 

In questo percorso abbiamo dovuto affrontare delle sfide,
ostacoli ed esperienze anche negative ma che ci hanno aiutato a
consapevolizzare ciò che vogliamo. Siamo riusciti a creare un team di sviluppo
informatico che oggi ci garantisce la sicurezza della tecnologia, ed abbiamo acquisito
attraverso corsi di formazione riguardo tecnologie e coaching di crescita
personale, che abbiamo prima applicato su noi stessi per poter essere coerenti
su ciò che insegniamo.

Il nostro team è
composto da 5 persone, 3 developers, io e la mia compagna nella parte
commerciale e coaching.

Il nostro successo è dato dal fatto che ci confrontiamo
sempre sugli aspetti che possiamo migliorare, siamo spesso impegnati nella
formazione costante relativa al marketing, al coaching e alle nuove tecnologie,
oltre che al metterci costantemente in gioco nella nostra crescita personale e
professionale.

 


 

Qual è l’aspetto che ti sta più a cuore in questo progetto?
Cosa ti motiva maggiormente nel portare avanti FigArte?

 

Sicuramente rendere autonomi gli artisti e far sì che la
loro passione possa diventare un lavoro redditizio, perché credo fortemente che
l’espressione autentica senza filtri di un artista sia anche un contributo
all’umanità e che possa aiutare tante persone, e non essere solo un’opera
d’arte materiale da possedere in casa.

Oltre che poter apprendere nuove esperienze che mi
consentono di migliorarmi sotto ogni aspetto.

 

Mettere in contatto artisti e potenziali acquirenti è la tua
missione, ma qual è l’idea innovativa che stai portando avanti per realizzare
questo obiettivo?

 

La mia idea nasce anche dal fatto che da collezionista avrei
voluto una maggiore sicurezza sul percorso di crescita dell’artista anche se è
chiaro che nessuno me la potrà mai dare, ma sapere che l’artista si sta
impegnando investendo sulla propria crescita professionale e personale mi dà
una sensazione maggiore di garanzia e di conseguenza nell’acquisto. I
certificati digitali e la nostra piattaforma offrono questa possibilità agli
artisti, puntiamo molto a trasmettere una buona comunicazione efficace che
incentiva la vendita, creare eventi e workshop dove sia artisti che
collezionisti possano incontrarsi, utilizzando il nostro sistema di Program
rewards che incentiva e premia i partecipanti con la remunerazione dei nostri
token nativi (monete con delle funzioni specifiche: sconti, partecipazione ad
eventi, aste, vetrine), mentre per i collezionisti ci saranno anche possibilità
di partecipare anche come partners finanziari e di progetto. L’intenzione è di
condividere un successo con una community attiva.

 

Come concili l’importanza del pezzo unico nell’arte con
l’opportunità vantaggiosa di vendere opere in serie?

 

Il nostro modello di business prevede la vendita di opere
uniche o di intere collezioni, ma legate a un solo certificato digitale,
vogliamo appunto differenziarci.

 

Qual è il tuo punto di vista sul crescente fenomeno degli
NFT (Token Non Fungibili) nel mondo dell’arte digitale e come pensi che possa
influenzare il futuro del settore?

 

A quanto pare, non si tratta più di futuro ma del
presente… abbiamo studiato l’andamento del mercato NFT e condivido con voi i
dati raccolti da Artprice: (leader mondiale nella raccolta dei dati
dell’andamento nel settore arte)

https://imgpublic.artprice.com/pdf/the-contemporary-art-market-report-2023.pdf
(da pagina 20-25 si parla dell’andamento degli NFT)

che parlano chiaramente di un fenomeno in crescita. Sono
anche consapevole che esistono ancora molti dubbi e mancanza di conoscenza di
questo fenomeno che oggi viene anche usato per scam o truffe. Bisogna però ben
conoscere che è uno strumento e come tale può essere usato nel bene e nel
male….

 

Potresti illustrarci il percorso formativo che proponete
agli artisti per insegnare loro a commercializzare le proprie creazioni? Quali
competenze e strumenti offrite per assisterli nel diventare venditori efficaci
e di successo?

 

Bene, il nostro percorso denominato A.R.T.E. ASCOLTA,
RISVEGLIA,TRASFORMA la tua ECCELLENZA prende l’artista e lo conduce dal punto A
al punto B. Lavora su tutti gli aspetti della persona, dal prendere maggiore
fiducia in se, scardinare credenze limitanti, ascoltare il proprio messaggio
interiore e la propria missione, alla parte tecnologica dove si impara a trasformare
la propria arte attraverso la tecnologia fino a concludere con gli strumenti di
vendita abbinati alla nuove tecnologie e i social media.

L’obiettivo è poter creare la propria indipendenza
professionale e renderlo redditizio.

Spirito e materia vogliono e devono poter vivere assieme!
Così in cielo come in terra, professa un grande saggio

 

Quali sono i prossimi step che farete? Il progetto a che
punto si trova?

 

Siamo una startup nascente, e faremo degli eventi live e
online a partire da settembre 2024, iniziando dalla città di Roma con
l’obiettivo di far capire l’importanza della formazione e della “giusta
informazione” per quanto riguarda le competenze di vendita e i vantaggi
nell’utilizzo delle nuove tecnologie, offrendo agli artisti la possibilità di
trasformare le loro opere in NFT, omaggiando coloro che decideranno di iniziare
un percorso formativo insieme a noi di avere 3 NFT gratuiti!

La creazione della community è un obiettivo importante, un
ecosistema dove artisti e collezionisti possano interagire e crescere insieme
diminuendo la distanza tra loro.

La piattaforma sarà aperta agli acquisti dopo il
raggiungimento di 500 opere d’arte. Gli artisti potranno usufruire di vantaggi
iniziali, tra cui la creazione gratuita degli NFT.

 

Mi hai menzionato un questionario che di solito chiedi agli
artisti di compilare, e che siamo lieti di rendere disponibile qui per il
download gratuito. Potresti spiegare in dettaglio qual è il suo utilizzo e la
sua finalità? In che modo questo strumento contribuisce a migliorare
l’esperienza degli artisti e a potenziare le loro opportunità di vendita sulla
piattaforma?

 

Come ti ho già accennato in precedenza, l’attore principale
su cui investiamo il nostro tempo e risorse insieme è “l’artista” e quindi
vogliamo che possa essere lui ad esprimerci le sfide che affronta ogni giorno,
per dargli di conseguenza un prodotto a lui utile per la sua professione.

Quindi, il questionario contiene delle domande che ci
aiutano a capire meglio se confermare o modificare il nostro programma in base
alle loro esigenze.

Aiuta chi vuol essere aiutato…cit. 

 

 

 


 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

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ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Magazine Giugno 2024

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera. Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.

La presente Raccolta si presenta come una finestra aperta sul vasto e variegato mondo dell’arte contemporanea, un luogo di incontro dove le idee creative e le suggestioni possono liberamente dialogare e intrecciarsi tra loro. Questo spazio, aperto alle diverse forme d’arte, quali pittura, fotografia e arte digitale, accoglie il fruitore in un viaggio di scoperta attraverso l’universo creativo, consentendogli di esplorare un ampio ventaglio di contributi artistici. 

Artisti presenti in questa Edizione:

Mukti Echwantono, Alexa Meade, Silvia Nastase, Loredana Fiammetta Aino, Max Callari, Andrea Barretta, Petros Kozabasis, Raffaele Polia, George Androutsos, Oscar Luca Taddei, Serena D’Onofrio, Teresa Saviano Sarterre, Christine Selzer, Annamaria Giugni, Marta Mistrangelo, Margherita Vitagliano, Gianluca Nadalini, Eugenio Franzò, Pierangela Bilotta, Chiara Comite, Rossella Pennini, José Yaruro, Manuel Binda, Giuseppina Irene Groccia, Annarita Valenzi, Monica Baldi, Vian Borchert, Maria Marchese, Giusy De Iacovo, Anna Palermo.

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Interviste

Quando la pittura diventa dialogo tra forma e concetto – Domenica Galtieri

 L’ArteCheMiPiace – Interviste

 

 

 

 

 

 

 

Quando la pittura diventa dialogo 

tra forma e concetto

 

Domenica Galtieri

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |05|Maggio|2024|

 

 

L’arte di questa pittrice astratta si distingue per la profonda introspezione e il suo coinvolgimento psicologico, elementi che la rendono un’autentica esperienza emotiva per lo spettatore. 

Il suo percorso artistico, influenzato dalla fotografia e dalla tecnica dello Shodō, riflette un’attenta ricerca di armonia sia nell’osservazione della natura che nell’interpretazione su tela bianca delle disposizioni interiori di se stessa. 

Domenica Galtieri, con la sua ardente energia creativa, va oltre l’immagine canonica per risvegliare qualcosa di profondamente spirituale, trasportandoci in una dimensione intellettuale totalmente nuova. 

Le sue opere non si limitano al semplice gesto astratto, ma emergono come archetipi della spiritualità stessa, incarnando una moderna forma di espressione artistica che supera ogni convenzione canonica. 

L’immagine che emerge dalle sue opere è in costante evoluzione, sempre in attesa di una nuova definizione, una forza che rinnova continuamente la nostra percezione dell’arte. Domenica Galtieri riesce a trasmettere un senso di febbrile attesa attraverso la sua pittura, creando un dialogo dinamico tra forma e concetto, tra il tangibile e l’ineffabile. 

Le sue opere non sono semplicemente dipinti astratti, ma vere testimonianze di un processo di trasformazione continua, una ricerca indefinita di significato e bellezza. 

Con la sua visione e la capacità di trasmettere emozioni attraverso il colore e la forma, l’artista si conferma come una voce molto originale ed innovativa nell’arte contemporanea.

Il suo background come Visual nel mondo della moda e la sua formazione presso scuole d’arte e corsi tenuti da maestri rinomati, conferiscono alla sua arte un’inconfondibile ricchezza di prospettive e tecniche. Ma ciò che la rende veramente interessante è la sua incessante ricerca, sperimentazione ed evoluzione delle tecniche, finalizzate a catturare il concetto essenziale del tempo e del suo fluire. 

Le sue opere, esposte in prestigiose location come musei e biblioteche, trasmettono un senso di profonda connessione con il tempo e lo spazio, invitando lo spettatore a riflettere sulla percezione sensoriale che sono capaci di innescare. 

Nelle sue opere, materia e colore si fondono in un’intreccio sorprendente, creando un substrato fondamentale che rivela la profondità della sua ricerca artistica. 

Attraverso l’attento utilizzo del colore e la manipolazione di materiali, l’artista sviluppa emozioni e concetti astratti, invitando lo spettatore a esplorare le sfumature del suo universo creativo. La sua capacità di tradurre intime visioni in forma visiva, evidenzia un’approfondita comprensione della relazione tra arte e percezione sensoriale. 

Ogni opera diventa così un viaggio percettivo e concettuale, dove estro, colore e pensiero si mescolano per creare un’esperienza artistica coinvolgente e progressista.

 

 

Ciao Domenica, benvenuta! Parlaci brevemente di te e di come è iniziata la tua esperienza con la pittura…

 

Eccomi… da sempre ho avuto una sensibilità  artistica che ho portato avanti, cercando qualcosa della quale, non ero cosciente. Inizio appassionandomi alla fotografia,  proseguo con lo studio dello shodo e approdo alla pittura come una naufraga. 

 

Che tipo di formazione Artistica hai avuto? Accademica o Autodidatta?

 

Non provengo da un’accademia, ma non mi sono accontentata di esercitarmi da autodidatta. Lo studio è  fondamentale, a mio parere. Diversi sono stati gli approcci didattici e da ognuno ho appreso ciò  che mi serviva per farlo mio, personale.

 

 

 

Qual è il significato della pittura per te e quale ruolo ha nella tua vita?

 

La pittura, è  diventata, per me, uno spazio di pace, di arricchimento per la mia anima. Un modo per uscire dalla mia vita ed entrare nella magia che non ti aspetti. È  un’urgenza che va accontentata.

 

 

 

Come si è evoluto il tuo stile?

 

Il mio stile… è  in divenire. Ogni lavoro si aggiunge un mattoncino… e non c’è  una sola strada, mi piace il disegno, l’astratto e anche il figurativo.

 

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?

 

Nella mia ricerca cerco sempre di cogliere, osservare, e mettere un segno, su tela, carta o altro supporto ciò  che vivo, che vedo o sento, ma anche l’ignoto.

Nei miei lavori, quasi sempre è  presente la ruggine. Come un oggetto che si usura, qualcosa che si è  rotto, consumato col flusso del tempo. E alla possibilità  di trarre da quella ruggine, la meraviglia, la sorpresa.

 

 

 

 

Quali sono gli strumenti, le tecniche con cui preferisci lavorare?

 

Mi piace sperimentare diverse tecniche, quasi sempre miste. Acrilico olio, matita, pastelli, anche con l’aggiunta di materiali che attirano il mio sentire. 

 

 

 

Qual è attualmente l’opera che maggiormente ti rappresenta?

 

Un lavoro che apprezzo e non mi stanca mai, è quello lavorato su una lastra di alluminio trovata sulla riva di un lago. A lavoro finito, la ruggine ha lavorato di suo creando, e ancora in divenire volti e scritte che hanno del trascendentale.

 

 

 

Qual è il tuo rapporto con il colore? Quali sono i tuoi colori sostanziali, indispensabili e come esprimi i tuoi stati d’animo attraverso le tinte?

 

Prediligo i colori un po’ pacati, ma mi lascio condurre da loro. Come a dargli libertà… in un secondo momento sono io a guidarli.

 

 

 

Quando crei, parti da un messaggio chiaro e definito che vuoi comunicare agli spettatori, oppure questo messaggio si sviluppa durante il processo creativo?

 

Non parto mai da un’idea ben definita. Può  essere il colore, una figura, un pensiero che pian piano faccio mio. Non tengo molto conto della possibilità  che venga apprezzato o meno dallo spettatore, deve invece, appagare la mia visione

 

 

 

Cosa significa fare pittura oggi per te? E cosa pensi della pittura italiana contemporanea?

 

Il mondo della pittura italiana, mi lascia un po’ frastornata. Vedere anche sui social, che poi sono diventati il mezzo più importante, tanto, troppo, bello e brutto, e in parte anche devalorizzato. 

 

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

 

Il mio progetto per il futuro? Quello che ancora non conosco, ma so come sempre, che mi stupirà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Email  galtieri.domenica@libero.it

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Domenica Galtieri è nata a Bruzzano Zeffirio (RC) – Sud Italia. II suo primo approccio all’arte fu la fotografia e l’antica tecnica dello Shodo (arte della calligrafia giapponese). Lavora come Visual nel settore della moda e ha frequentato diverse Scuole e corsi d’arte. Alcuni seminari sono stati tenuti da rinomati maestri italiani. La sua particolarità artistica sta nella ricerca e trasformazione dei materiali di recupero come concetto essenziale del tempo e del suo flusso. Le sue opere sono state esposte in diversi Festival d’Arte Nazionali e in varie località come Musei e Biblioteche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Interviste

Un’intervista esclusiva con Andrea Barretta sull’Arte e la Cultura Contemporanea

L’ArteCheMiPiace – Interviste

 

 

 

 

 

 

Un’intervista esclusiva con 

Andrea Barretta 

sull’Arte e la Cultura Contemporanea

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |19|Aprile|2024|

 

 

Con una carriera eccezionale che abbraccia il giornalismo, la scrittura, la curatela e la critica d’arte, Andrea Barretta non necessita di presentazioni. 

Il suo percorso ammirevole è segnato da grandi collaborazioni, successi e gratificazioni, rendendolo una figura di spicco nel circuito dell’arte.

Con il suo studio a Brescia, si è guadagnato una reputazione di paladino dell’arte e della cultura, impegnandosi instancabilmente nella difesa della bellezza e nell’esplorazione dei percorsi creativi della comunicazione. 

La sua vasta conoscenza e la profonda comprensione dei diversi ambiti disciplinari si fondono in una trama intricata di saperi, conformato dall’uso critico che ne fa in ogni sua esperienza concreta. Autore di saggi accattivanti e stimolanti, Barretta si distingue per la qualità argomentativa e la capacità di condividere un’etica comune attraverso la sua scrittura. Le sue numerose conferenze sono sempre seguite con interesse, testimoniando il suo ruolo centrale nel dialogo culturale contemporaneo. 

Come curatore ha firmato numerose mostre di artisti contemporanei e di arte moderna, portando avanti una visione  progressista e innovativa che ha attirato l’attenzione del Metropolitan Museum di New York. Il suo impegno nel campo della critica d’arte si traduce anche nella cura e nella realizzazione di cataloghi d’arte arricchiti dai suoi testi critici illuminanti. 

Il riconoscimento internazionale del suo lavoro è stato sottolineato dalla sua accoglienza privata da parte di Giovanni Paolo II e dall’inclusione nel Comitato critico del prestigioso “Catalogo dell’Arte Moderna” dell’Editoriale Giorgio Mondadori. Il suo contributo al mondo dell’arte e della cultura è stato ulteriormente onorato con l’assegnazione dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, testimonianza del suo straordinario impegno e della sua influenza nel campo della cultura contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Barretta

 

 

 

Nell’intervista a seguire avremo l’opportunità di immergerci nel pensiero di Andrea Barretta e di scoprire i dettagli affascinanti della sua eccezionale carriera professionale.

 

 

 

 

Quando è stato il momento in cui ha iniziato il suo viaggio nell’ambiente artistico?

 

Non c’è un momento preciso ma fin da giovane l’apprezzare il piacere della bellezza che ci circonda e l’amore di mio padre per l’arte sempre presente in casa per gli artisti che frequentava. Poi nella mia prima carriera professionale, quella di giornalista, mi sono sempre occupato di cultura e recensioni sia letterarie che d’arte e ben presto ad essere editorialista. Da lì il passaggio ad essere scrittore e critico d’arte è stato consequenziale.

 

C’è stato un momento o episodio grazie al quale ha capito di volersi dedicare a questa professione? 

 

Dal mio ingresso nella redazione di un settimanale nel 1977 che mi ha consentito di dare stura al mio desiderio di scrivere ma anche di organizzare, promuovere eventi e il mio primissimo amore letterario che è stata la poesia. Poi la conferma con la mia direzione di altri giornali.

 

 

 

Qual è stato il processo attraverso il quale ha trasformato il suo stile di scrittura dall’ambiente giornalistico al mondo dell’arte? Come si differenzia la scrittura in questi due contesti?

 

Non c’è stata e non c’è una trasformazione. Il giornalismo rende chiara ogni esposizione linguistica e questo è un bene per la critica d’arte che se ne avvantaggia con testi chiari sull’arte e gli artisti, non con un linguaggio critichese spesso autoreferenziale che troviamo purtroppo oggi in tanti ambiti. Allorquando la cultura e l’arte non sono più motivo di aggregazione ma di disgregazione nel non dare significato e ruolo a competenze che evidenzino il rispetto del principio di credibilità. In tal guisa, dopo anni d’arte di grande fermento, il mito multidisciplinare dell’autodefinizione termina il suo percorso e provoca l’allontanamento dal criterio della bellezza e, negli anni successivi, ne ha sancito la decadenza. Sono stati messi in subordine i temi iconografici, gli elementi di conoscenza, a originare un’arte speculativa che sta dando luogo a una sorta di gioco spregiudicato, in cui è abolita ogni residua distinzione, in un’epoca già definita altermoderna, ossia il desiderio di agire in modo alternativo, successiva al postmoderno e prima ancora al modernismo. Siamo nella “bellezza d’indifferenza” duchampiana già in atto nel 1912 e che si caratterizza in un’assenza di qualità e particolarità connotative in una assenza estetica, dissociando l’idea di arte dalla bellezza, in quella smaterializzazione che oggi ancora viviamo nello sconfinamento in ormai finti readymade.

 

C’è un momento, un’opera, una collaborazione o una figura che hanno particolarmente influenzato il suo percorso come curatore e critico d’arte che risiede nei suoi ricordi?

 

Sono vari. Soprattutto la coscienza di un linguaggio artistico per intuire la crisi in atto, che è anche semantica, soprattutto quando certa arte abdica nel dimenticare sé stessa. Eppure non è un archetipo, perché l’artista è il divenire con il mutare dei contesti sociali, siano essi riferibili alla collettività sia all’attualità. Tuttavia quando l’arte è impregnata di stereotipi in parole prive di lucidità e intransigenza, verbali e scritte, tra composizione discorsiva e funzione formale, tra lettura e godimento dell’opera, perde la sua capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Che si esprime ma non si rivela. Poi c’è l’altra arte, quella che è letta in tutte le lingue del modo senza essere poliglotti, che conserva nel tempo qualcosa da dire, qualcosa da cui ripartire per ritrovare quella direzione che abbiamo smarrito, senza prendere sul serio quanto è solo intrattenimento, gioco, diversione.

 

 

 

Quali sono stati i libri o gli autori che hanno influenzato e contribuito a formare il suo pensiero critico e curatoriale?

 

Mi piace l’approccio filosofico all’arte, dell’osservare e del guardare per vedere. Interessanti autori come: Kant, Bauman, Baudrillard, Clair, Baudelaire, Dorfles, Goodmann, Longhi, Danto. E anch’io cerco di dare indicazioni per formare un’opinione, per aprire un dibattito, ma si evince anche un mio convincimento, una constatazione più che altro, cioè rimandare al mittente le opere di coloro che stenografano idee altrui, né rinnovatori né pionieri ma epigoni, in un fare che attinge alle avanguardie storiche e che dunque non ha niente da dire di nuovo, in una contestualità che sembra dirci che tutto può diventare arte. E noi siamo parte di quel che accade se non riusciamo a metabolizzare un cambio di mentalità. Se non ci diamo una scossa, saremo tutti untori nel preferire la tranquillità del non vedo, non sento, non parlo … nel lasciare che l’arte sia tutt’altra cosa, non il riconoscerla per quello che è ma in mercanzie, in acquisti nei luoghi simbolo del consumismo, dove alcuni artisti giunti sul mercato internazionale predicano bene ma razzolano male in sermoni social popolari contro tutto e il contrario di tutto, mentre le loro opere non hanno certo prezzi abbordabili. Non ribelli ma proletari nel lusso, nell’ipocrisia di proclamarsi fustigatori degli squilibri sociali, coperti nel far pensare che è inevitabile e normale, perfino accettabile la loro pseudo arte. Artisti concettuali sul mercato internazionale tra milioni di dollari o euro, mentre ci sono tanti altri bravissimi artisti che non riescono a emergere, e io sto con questi.

 



 

Secondo lei, quali sono gli elementi che rendono questo lavoro particolarmente gratificante?

 

Per me nello svelare la mistificazione che argomenta la smitizzazione dell’arte. Joice esortava a “cercare adagio, umilmente, … di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere” e sosteneva che “questo è l’arte”. È l’arte che “ha bisogno o di solitudine o di miseria, o di passione”, come “un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude”, precisava Dumas padre, ed è questo il bello di prim’ordine. Cerchiamo, insomma, di far sì che nessuno ci dica cos’è l’arte, e a cosa serve, perché lo sappiamo già: è quella che risiede dentro di noi. È questo discernere che dovrebbe dare l’esempio di perfezione che si manifesta nel brivido che si prova davanti al vero capolavoro, alla vera opera d’arte che è, diceva Hegel, “essenzialmente una domanda, un’apostrofe, rivolta a un cuore che vi risponde, un appello indirizzato all’animo e allo spirito”.

 

 

Qual è stata la sua più recente iniziativa curatoriale e quali sono i progetti su cui sta attualmente lavorando?

 

La più recente la mostra “Pop Art: da Warhol agli italiani”, conclusa in aprile, alla Galleria Fucsia di Brescia. La cultura artistica d’oltre oceano fino a una mia selezione di artisti italiani, da Warhol a Rauschenberg e Keith Haring, a confronto tra le diverse anime della pop art italiana, da Enrico Baj e Mimmo Rotella a Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano e Lucio Del Pezzo. E Piero Manzoni, Ugo Nespolo, Marco Lodola e Concetto Pozzati.

 

 

Come bilancia la sua autonomia creativa con le aspettative della galleria o dell’istituzione che le commissiona una mostra?

 

Nell’essere indipendente. L’arte contemporanea è intervenuta con una rivoluzione che ha liberato nuove potenzialità ma ha mancato di aprirsi al largo pubblico divenendo preda di un’arte abusata. Un paradosso che va superato con artisti nella creatività espressa che superi un panorama artistico dove ci sono più attori che spettatori. Occorrono nuovi “incontri”, perché l’esperienza conoscitiva oggi si esercita soprattutto in un percorso sinergico in rapporto con il mercato, la produttività e le dovute verifiche storiche e critiche, oltre che sui modi di significare i metodi di lettura dell’arte rispetto a un approccio contemporaneo. Cercando di alimentare l’emozionarsi in un rapporto umano con gli artisti, che sono il vero collante e il motore insieme alle gallerie d’arte che permette di poter seguire e apprezzare il mondo dell’arte nel suo continuo movimento.

 

 

 

Qual è stata la mostra d’arte più stimolante che ha curato finora e perché?

 

Quelle che ho presentato in diverse città e quella che ho curato alla Galleria ab/arte di Brescia che ho diretto per diversi anni, tra cui: Andy Warhol e Marilyn, l’arte e la visione di un’icona; Fotografie dal set nella storia del cinema della Metro Goldwyn Mayer; La via pulchritudinis, dal Cinquecento ai maestri dell’arte moderna; Dadavanguardie da neo a post; Emblema e i protagonisti dell’informale italiano; Baj e Guttuso, la fantasia e la realtà; L’inquietudine nell’espressionismo italiano; Il colore e la forma nell’arte del XX secolo; Mimmo Rotella, il décollage e il cinema; Le donne di Guttuso e le altre; Nud’arte, in un dibattito tra estetica e cultura; Novella Parigini e gli artisti della Dolce Vita. E molte altre di artisti contemporanei che sarebbe troppo lungo elencare qui ma che si possono leggere nel mio sito ufficiale su internet.

 

 

Qual è il suo approccio alla selezione degli artisti da includere nelle sue mostre?

 

Lei cita una parola molto importante: “selezione”, che è il mio modo di fare serio e professionale sia per le mostre personali sia per le collettive, soprattutto queste ultime dove la partecipazione è lasciata spesso al caso: tutti senza un invito personalizzato e tutti in un calderone con opere che non dialogano tra loro. Non è il mio modo di fare. Intendo sempre selezionare artisti validi e opere valide nel costituire mostre che abbiano come punto focale l’armonia, alla base della bellezza. In tutte le grandi mostre di arte moderna che ho curato ho scelto sempre in prima persona le opere da esporre, e così anche per quelle contemporanee in una visione d’insieme che gli artisti non possono avere, fermo restando che questi stessi artisti vanno sostenuti ma non per forza assecondati. Un progetto curatoriale implica molti fattori spesso complessi per tipo di opere, soggetti, formati, tecniche, e questo nel mio essere anche critico d’arte porta a scelte oggettive e mai soggettive. 

 

 

 

Tra gli artisti contemporanei che ha avuto l’opportunità d’incontrare personalmente, quali ritiene siano stati cruciali per l’avvio della sua carriera professionale? E quali sono stati i motivi di questa influenza?

 

Sono talmente tantissimi che è impossibile citarne solo qualcuno. Tutti hanno avuto con me un rapporto di dare e avere, fin quando c’è l’umiltà di ascoltare. Motivo comune per molti, nella loro bravura, è percepirne incertezze al cospetto dell’estetica e nell’interrogarsi su cosa facciamo, cosa è cambiato, cosa sta accadendo. Intorno si parla soltanto di artisti famosi che propongono cose orrende e loro cadono in un dato ineludibile: siamo in uno stato di svilimento; rassegnati e privi dell’energia necessaria per combattere l’incuria e incamminarci verso la bellezza che invita a prodigarsi affinché non significhi disinteresse. Non c’è sviluppo ma cedimento. C’è lo stordimento che s’inquadra nelle incongruenze di composizioni appartenenti alla coreografia, nell’affettazione salottiera di un accesso mediato dalla parola e senza sarebbero ben poca cosa. Sta a noi, e io sto con questi artisti che ho incontrato anche andando nei loro studi. Perché là dove si palesa un tutto è compiuto, tutto può cominciare, se guardiamo a qualcosa di nuovo con rispetto e attenzione … ed è questo che dico loro. Avanti … anche se altri spacciano caricature per arte, e si continua in sibillini commenti entro cui valutare un’opera di là da puerili trovate. Accerchiati da un’arte dalla critica ossequiosa già stanca prima di un tempo supplementare, defunta già prima di nascere ma tenuta in essere solo da esaltazioni cui dobbiamo imparare a distrarcene. Quindi il motivo di una influenza non è tanto per me ma per questi artisti cui cerco di dare il coraggio di continuare.

 

 

Quali sono i criteri che utilizza per valutare il successo di una mostra d’arte che ha curato?

 

Non quello di esposizioni che attirano pubblico come per una sagra, dimenticando che una mostra non si valuta in base al numero di visitatori ma sul risultato di aver insegnato qualcosa. Nelle mostre che ho curato ho sempre incluso un percorso per collettive o personali, un dialogo con il pubblico e cataloghi a corredo. Il successo poi è sempre arrivato con un gradimento dato dal vedere un pubblico attento e non nel porsi in una toccata e fuga, in una veloce visita, ma nel restare assorti davanti ad ogni opera cui io pongo a lato un breve testo critico, e la sorpresa è stata che moltissimi leggono con attenzione tutto fino ad avere alla fine il senso di quella partecipazione al percorso, prima citato, che io ho apparecchiato per loro. E uscire dalla mostra soddisfatti. Poi spesso resto presente per rispondere a domande e a chiacchierare per un’accoglienza che gratifica.

 

 

 

Come vede l’evoluzione del ruolo del curatore d’arte nell’era digitale?

 

Altre ragioni di fare arte. E siamo già oltre il digitale con gli NFT e l’intelligenza artificiale, ossia la disumanizzazione. Se al possibile allontanarsi dall’arte si aggiunge la rinuncia all’estetica e si va in una disneyficazione che vediamo in tante mostre che mirano alla sorpresa più che al merito, accompagnate da altre ragioni di fare critica fino alla polemica su come debba essere: descrittiva, interpretativa o creativa? Fino a dove i testi favoleggiano una storia mentre le opere ne narrano un’altra e non sempre dettata almeno dal buongusto. Come novelli sofisti nella soggettività del sapere identificando nella convenienza pratica il solo criterio della verità di un’affermazione, e a tale scopo valorizzando al massimo la retorica considerata come efficace mezzo di convinzione e persuasione. Il Novecento ha svelato tutti i suoi segreti, nell’arte, nella letteratura e nella storia dell’umanità anche nella sua catastrofe in avvenimenti strazianti, ma l’arte contemporanea non rivela ancora una composizione plausibile se guardiamo alle artistar, sicura, tanto da entrare in una storicizzazione, o almeno a poterla introdurre, perché non ha più correnti, movimenti o manifesti come per l’arte moderna, perché non ha nulla di diverso da dire senza ormai canoni di riferimento. C’è tutto e il più di tutto, c’è il dubbio. E in questa surreale incertezza attiviamo il cambiamento ad ogni costo e riportiamo alle mode tutto l’insieme di un accontentarsi fatto d’indeterminatezze che vanno a sostituire l’arte stessa che sconta una condizione esistenziale.

 

 

 

Quali strategie ritiene efficaci per democratizzare l’arte contemporanea e renderla accessibile a una vasta gamma di pubblici, inclusi quelli più diversificati?

 

La democratizzazione va bene ma nell’attuale depressione economica la proletarizzazione dei consumatori va per altre strade; infatti, per i costi esorbitanti l’arte è percepita come un bene d’élite e in un mercato del lusso come merce di investimento. E per di più l’arte nella sua associazione al mondo del denaro o del business spegne la creatività. Dalla fine del Novecento predomina un anti-intellettualismo che avvera una “anti arte” dedita al mercato, tra giustapposizioni enigmatiche e semplicistiche posizioni a creare il caos. È il tema di un mio prossimo libro. Come in un normale andare e ritornare a enunciazioni e prese di posizione, a volgere lo sguardo a una forma espressiva di un’arte sorretta dalla parola che non fa altro che andare verso il brutto e l’inutile, in una sorta di superamento evolutivo che non è. E il pubblico ne è disorientato. Così la mancanza di voci ufficiali e coerenti – oltre una prospettiva decentralizzata dal potere mediatico – che non favorisce il crescente interesse per più forme oggettuali fa sì che, di fatto, mischiando archetipi e simbologie da decifrare, non produce progresso ma un cavallo di Troia. Artisti – quelli che la parola trasforma in icone dell’arte – che sono arrivati in gallerie, musei e istituzioni portati da mercanti d’arte, direttori e politici per minare all’interno la bellezza; giunti dentro le mura che per secoli ne avevano conservato l’identità, e di notte – perché il silenzio degli intellettuali è assordante – hanno portato la distruzione dell’arte giacché il tacere non scrive la storia. Tanto che la nuova narrazione all’inizio del Duemila subisce inevitabilmente esempi sterili d’inventiva che odorano di stantio, proiettando l’arte nello spazio di modalità eterogenee con atteggiamenti strambi nel sovvertire un repertorio di apparenze inteso come libertà di escogitare piuttosto che di concepire nella commistione di linguaggi fra arte scenografica e arte visiva nell’impostura dell’obiettività, con l’effetto di escludere bravi artisti dalla casta e da un mercato arrogante che ha ritmi perversi. Allora non c’è strategia che tenga ma continuo a scrivere per chi ha la curiosità di conoscere l’attuale mondo dell’arte, e per quegli addetti ai lavori che bocciano i compromessi e continuano in un mestiere risoluto nell’essere indipendenti, e soprattutto affinché il bello non sia una capacità dimenticata. O più semplicemente per chi ammira l’arte e l’ama, come verifica del suo vero tessuto per uditori entusiasti.

 

 

 

Come bilancia il suo ruolo di critico con la scrittura di libri sull’arte, e in che modo queste due attività s’influenzano reciprocamente nel suo lavoro?

 

Entrambe le attività non stanno in una influenza ma in un rapporto di vasi comunicanti che sta nella narrazione dell’arte e del sociale, per comprendere il regresso del presente. Direzioni molteplici percorse in una dimensione dell’essere che abbia la volontà di edificare un’alternativa, senza pregiudizi, e cercarne le cause che edifichino un principio per intuire la struttura di un fenomeno. C’è, infatti, ed è sotto gli occhi di tutti, la pratica artistica contemporanea senza alcun controllo apparente nel preferire un’immagine già articolata invece di produrne una originale, perché già codificata nella storia visiva e quindi più direttamente e facilmente fruibile, insieme alla seduzione spettacolare anacronistica nel rivolgervi sempre lo sguardo restandone ostaggi. Icone prese dall’arte che ripresentano pari o in modo altro, tralasciando il rilievo di quell’opera che sta nel momento del compimento temporale. E quello che all’inizio era un intrattenimento colto e per gli artisti un veicolo per testimoniare sembianze stilisticamente vicine, rischia di diventare ladrocinio privo di consistenza e disgregamento. Fino a poter dire con Tagore: “Qualcuno rovesciò il calamaio sulla tela. Ora si vanta: ho dipinto la notte”. Non è facile dibatterne ma per farlo bisogna mollare l’ostinazione e convincersi che non porta da nessuna parte, quando il nuovo che avanza è lo svuotamento delle nostre emozioni che si vorrebbe riempire con suggestioni, mentre la citazione avanza nei corsi e ricorsi della storia che spesso è stata travolta e stravolta dallo scontro con il copiare, e nel peggio che è la “rivisitazione”, altra parola che usano molti per non dire che siamo davanti a un qualcosa di già fatto in tristi appropriazioni.

 

 

In che modo la sua scrittura contribuisce alla sua missione di promuovere l’arte e la cultura?

 

Nei miei libri di saggistica cerco di riflettere su come sono cambiati i linguaggi dell’arte contemporanea, il rapporto di reciprocità con il pubblico e il ruolo dell’artista. Infatti, un passo va da sé sta proprio in quell’arte e in quegli artisti che oggi ci pongono continuamente di fronte a una scelta: arte e non arte, tra oggetti dubbi e oscuri. All’inizio di questo nuovo secolo i legami tra gli individui tendono a dissiparsi e a disgregarsi, e richiama un ruolo della cultura per superare l’isolamento dell’arte che tende a rimuovere piuttosto che affrontare un’estetica insoddisfacente e frammentaria che non vuol essere plurale. E l’aspetto che più di ogni altro esemplifica questa vita nella quale sembra non ci siano punti fermi, sta proprio nel miscelare il tutto nel contenitore di una galleria, in un museo, in luoghi istituzionali, sulle pagine dei giornali e, che noi vogliamo o no, ne subiamo la mescolanza degli stili che confluivano a comporre i canoni di un’arte eterna e immortale, mentre l’oggi è precario e di breve durata, come il lampo di una installazione che generalmente si attraversa o di una performance che crea relazione. Per questo mi rivolgo a chi ha la curiosità di conoscere l’attuale mondo dell’arte, e a quegli addetti ai lavori che bocciano i compromessi e continuano in un mestiere risoluto nell’essere indipendenti, e soprattutto affinché il bello non sia una capacità dimenticata.

 

 

 

Esiste un argomento o un tema su cui desidererebbe essere intervistato e che non le è stato ancora chiesto?

 

Discutere di un tema legato all’arte sacra e in molti casi alla sua dissacrazione con cose brutte e blasfeme – di cui nessuno parla – elaborate da alcuni artisti contemporanei che pensano di provocare ma sono soltanto pusillanimi giacché rivolgono la loro inutile attenzione solo a offendere i cattolici e non altri da cui avrebbero ben altra risposta che non l’indifferenza. Fermo restando che nessun credo va offeso.

 

 

Qual è il contributo che ritiene di aver apportato al panorama dell’arte contemporanea attraverso il suo lavoro di curatore e critico?

 

Con la qualità di mostre ben organizzate con opere di artisti ben rappresentati. Poi, prestare una maggiore attenzione in termini non di frenetici incontri salottieri in luoghi che hanno abbandonato il parametro di storicità dato che molti di questi sono ormai custodi di eventi in affitto e di carnevalate, tra esposizioni che non dimostrano niente. Tra colossali bufale: narrazioni visive in cui si manifesta non la straordinarietà dell’arte ma ciò che non è e che sconcerta, attraverso una sorta di processo di alienazione che porta alla prigione della mente e a non sapere più creare in questo stato di cose enormemente volubile, dove disobbedire è una chimera. E questo lo faccio con i miei libri. Dove spiego gli scivoloni nell’ambiguità di un eterno presente concettuale, mettendo in connessione frammenti originali e parti riviste, come per un artificioso antiquariato nell’assemblare parti diverse di mobili. Per questo in un clima come quello attuale diventa necessario ritrovare i passi utili a risvegliare il mondo dell’arte che ha assorbito prestazioni ondivaghe in un fare che vive dell’apparenza quando c’imbattiamo in dislivelli come consumo simbolico, in sfide che richiedono agganci con la parola da metabolizzare.

 

 

 

 

 

 

 

 

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