A più di trent’anni di distanza, il capolavoro Lezioni di piano della regista neozelandese Jane Campion viene ricordato soprattutto per essere stato il primo film diretto da una donna a vincere la Palma d’oro alla quarantaseiesima edizione del Festival di Cannes. Era il 1993 e il cinema poetico e viscerale di questa magnifica regista esplose, affiancando a questo traguardo la vittoria del premio a Holly Hunter per l’interpretazione femminile e, l’anno dopo, l’arrivo di tre Oscar su otto nomination per miglior sceneggiatura originale, attrice protagonista Holly Hunter e attrice non protagonista Anna Paquin, appena undicenne. Oltre a una moltitudine di altri riconoscimenti, il film rimane il maggior successo commerciale della regista neozelandese, con un incasso di circa cinquanta milioni di dollari.
Ciò che ha reso questo film un’opera destinata a durare nel tempo è proprio la sua modernità, la sua eleganza e la ricchezza delle sue sfumature narrative.
Una storia appassionante, capace di sfiorare i tasti più sensibili del nostro inconscio.
Anche oggi, nonostante siano passati molti anni, Lezioni di piano resta un’opera trascinante, coinvolgente e fuori dal tempo, eterna e immortale come una tragedia greca, che oscilla tra durezza e delicatezza, sincerità e maldicenza, spazi incontaminati e frammenti di intimità.
Nella Nuova Zelanda dell’Ottocento, amore e sensualità si intrecciano in un paesaggio mistico fatto di spiagge avvolte da una natura rigogliosa, foreste maori che si spingono fino al mare e arenili resi ancor più suggestivi dal ritmo mutevole delle maree.
La protagonista Ada McGrath, accompagnata dalla sua figlioletta Flora, approda insieme al suo pianoforte su una di quelle spiagge dopo un lungo viaggio compiuto per raggiungere un perfetto sconosciuto, destinato a diventare suo marito in un matrimonio combinato a distanza, come era consuetudine in quell’epoca. Lei, che non parla dall’infanzia, trova attraverso la musica del suo pianoforte la sua unica voce.
Ada è una donna di straordinaria complessità. Il suo fascino nasce dalla contraddizione e dal mistero che la circonda. È bella di una bellezza atipica, segnata dal dolore, mutilata eppure capace di trasformare la propria mancanza in potenza espressiva. La sua voce muta e la sua musica la rendono una creatura anacronistica, fragile e insieme indomabile.
Per Ada, il pianoforte è la sua vita, l’unico modo per comunicare, per dare forma e suono alla propria anima.
Questo aspetto così importante non viene compreso dal suo futuro marito Alisdair Stewart, uomo onesto ma ruvido e puritano, rivelando fin da subito un’incompatibilità destinata a segnare il loro percorso.
Approdata su quella spiaggia remota con tutti i suoi bagagli, una vita stipata in casse, tessuti e oggetti da cui forse voleva emanciparsi, e uno strumento da cui invece non avrebbe mai potuto separarsi, Ada si trova immediatamente davanti alla prosa del nuovo mondo.
Alisdair, con il pragmatismo di chi misura l’esistenza in volumi e pesi, decreta che il pianoforte sia troppo ingombrante per essere trasportato dal litorale al villaggio attraversando la palude. Troppo pesante, troppo complicato, troppo inutile, un’eccedenza poetica che la nuova vita non aveva previsto.
L’opposizione di Ada, muta, furiosa, quasi fisica, non basta.
E così lo strumento rimane sulla spiaggia, adagiato come un animale ferito, abbandonato alla marea e al tempo, con l’aria tragica degli oggetti che non vengono capiti e per questo vengono lasciati.
Tra gli uomini incaricati del trasporto delle casse c’è anche un socio in affari del futuro marito, mescolato agli altri lavoratori, discreto e silenzioso, testimone involontario di quella scena. Un osservatore nascosto che assiste al dramma senza sapere che ne verrà toccato.
Sarà lui, più avanti, a recuperare il pianoforte. Non per un atto di bontà plateale, ma perché a volte il destino si aggancia a ciò che abbiamo visto per caso, senza comprendere fino in fondo perché ciò che accade davanti ai nostri occhi comincia, impercettibilmente, a riguardarci.
Si tratta di George Baines, interpretato da Harvey Keitel, uomo rozzo ma sensibile, anche lui europeo, stabilitosi in Nuova Zelanda dopo aver vissuto a lungo tra i Maori, dei quali ha adottato lingua, costumi e tatuaggi tradizionali.
Colpito da Ada e affascinato dalla sua musica, decide di recuperare il pianoforte e di offrirle la possibilità di tornare a suonarlo, ma a un prezzo particolare. In cambio di ogni tasto che vorrà riacquistare, Ada dovrà concedergli piccoli gesti di intimità.
Nasce così un legame ambiguo ma intenso, inizialmente dettato da un accordo, ma presto destinato a trasformarsi in un sentimento autentico, complesso e travolgente.
Nel silenzio che accompagna i loro incontri, la musica diventa l’unico linguaggio possibile, la penombra della casa di Baines il luogo dove poter esprimere desiderio e libertà. Ada, che fino a quel momento aveva vissuto chiusa in sé stessa, ritrova attraverso il pianoforte e lo sguardo di Baines la parte più vera di sé.
Un amore che non conosce parole, ma vive solo di emozioni, una passione che si manifesta come atto di ribellione, capace di infrangere le regole di un mondo rigido e patriarcale, dove la musica diventa voce dell’anima e forma più pura di libertà.
Il matrimonio combinato non si interrompe, ma si incrina inevitabilmente. Incomprensioni, rigidità e gelosia creano tensioni continue, mentre Ada scopre la forza di desiderare, di affermare la propria volontà, di sentirsi viva in un mondo che l’aveva messa da parte.
Il culmine del film arriva quando il marito, privato di ogni intimità con la moglie e intuendo l’importanza del legame tra lei e Baines, tenta di separarla definitivamente dal suo pianoforte, vietandole ogni contatto con lui. Ma proprio in quel gesto nasce la ribellione di Ada, che decide di non farsi più definire dalle imposizioni degli altri e sceglie il coraggio della libertà.
Questo scatena in lui la più orrenda delle vendette. Con determinazione si rende protagonista di un atto crudele, prende un’ascia e amputa un dito alla moglie. Un gesto emblematico che non è solo violenza fisica. Colpisce direttamente la sua libertà di esprimersi e la sua voce interiore. La mano che suona il pianoforte è il mezzo attraverso cui Ada comunica ciò che le parole non possono dire, e privarla di quella possibilità significa privarla della sua identità, del suo linguaggio, del suo potere personale.
La fotografia di Stuart Dryburgh amplifica ogni dettaglio. La luce fredda, il fango, il movimento della protagonista e l’inquadratura concentrata sulla mano trasformano l’atto in un evento che rimane impresso nello spettatore, come metafora della repressione e della negazione della soggettività femminile.
La scena successiva è di una drammaticità tale che, da sola, sembra giustificare tutti gli Oscar vinti dal film. Subito dopo l’atto di violenza, Ada si allontana tra gli alberi immersa in una pioggia scrosciante che sembra farsi eco del suo dolore interiore. La sequenza, lenta e calibrata, trasforma il movimento della protagonista in un rito di sofferenza e solitudine. Di spalle, fragile e isolata, si allontana barcollando in un paesaggio onirico. Il vestito ampio e vaporoso, che cede sotto il peso dell’acqua e del fango, accentua visivamente la sua fragilità.
Quando finalmente si affloscia a terra, la scena raggiunge il suo momento più alto. È la rappresentazione visiva di una sottrazione, di una voce privata della propria espressione. L’inquadratura, i piani ravvicinati, la luce fredda e diffusa, la pioggia che lambisce la pelle concorrono a creare un’immagine struggente e poetica.
La colonna sonora di Michael Nyman gioca un ruolo fondamentale in tutto il film. In questa sequenza, le note delicate e ripetitive del pianoforte dialogano con la pioggia e con la natura circostante, amplificando solitudine, fragilità e disperazione.
Allo stesso modo, in un momento precedente del film, la scena in cui Ada ritrova il pianoforte sulla spiaggia, accompagnata da Baines, diventa pura poesia visiva e sonora. Tra le note dello strumento, il fragore delle onde e i passi improvvisati della figlia che danza sulla sabbia, la macchina da presa cattura un istante di libertà e di bellezza poetica.
Tra le scene più emblematiche c’è l’ultima, in cui Ada è legata al suo pianoforte che giace in fondo al mare e lei, trattenuta alla caviglia dalla corda, fluttua sopra di esso. In quel momento scorrono i suoi pensieri nella voce fuori campo, un istante di intensità estrema in cui la regia di Campion mostra ancora una volta la sua capacità di coniugare poetica e sentimento. L’immagine, potente e struggente, resta impressa nella memoria. All’inizio sembra suggerire un epilogo tragico, l’assenza di un lieto fine, eppure, con uno scarto delicato, il film conduce oltre, verso la speranza, la liberazione e la rinascita di Ada.
In Lezioni di piano sono soprattutto la fotografia e la colonna sonora a definire l’esperienza del film e a catturarne le emozioni più intense. La fotografia di questa pellicola è poetica e immersiva e la luce naturale, spesso fredda, costruisce atmosfere sospese, mentre le inquadrature studiate mettono in rilievo la solitudine e l’interiorità dei personaggi. Una sensibilità visiva che richiama procedimenti arcaici, quasi pittorici. L’uso di una cromia smorzata, vicina per suggestione all’autocromia, rende alle immagini un’aura antica e sospesa, come se il racconto emergesse da una memoria lontana, più emotiva che storica. La macchina da presa insiste spesso su dettagli tattili ed epidermici, mani che sfiorano, pelle che reagisce al fango, alla pioggia, al desiderio, trasformando il corpo in un vero campo di battaglia emotivo e comunicativo. Allo stesso tempo, il paesaggio non rimane semplice sfondo ma diventa presenza attiva e agente narrativo. La natura selvaggia e ostile della Nuova Zelanda viene ripresa come un organismo primordiale che amplifica gli slanci dei personaggi, in particolare il legame tra Ada e Baines, fatto di attrazione e inevitabile fusione.
Il contrasto tra interni oppressivi e spazi esterni ampi, tra il silenzio dei boschi e il fragore del mare, trasforma ogni scena in un quadro in cui il paesaggio diventa parte integrante della storia di Ada.
Attraverso il suo sguardo sensibile e viscerale, Jane Campion scrive e dirige un dramma di fosco romanticismo che mette costantemente in tensione opposti inconciliabili, pulsione sessuale e purezza virginale, silenzio e parola negata, innocenza e colpa, sopraffazione e sottomissione. Cinema e letteratura trovano un punto di contatto nella musica, forma d’arte primaria, presente in natura prima ancora dello strumento che la produce. Sotto una superficie di apparente quiete, erotismo, violenza e passione sono sempre pronti a esplodere.
Accanto alla forza visiva, l’evocativa colonna sonora di Michael Nyman assume un ruolo strutturale che prescinde dal semplice accompagnamento. Le sue composizioni accarezzano le immagini con vera poesia, esse modulano le emozioni e ne accentuano la fisicità. È proprio nell’incontro tra fotografia e partitura che ogni sequenza trova la propria compiutezza, in un’esperienza totale, visiva e sensoriale.
È in questo equilibrio che risiede la vera potenza di Lezioni di piano, un film che dimostra come una regia attenta, una fotografia misurata e una colonna sonora intelligente possano diventare co-protagoniste di un racconto cinematografico capace di emozionare e durare nel tempo.
Lezioni di piano è uno di quei film che tornano, che si lasciano rivedere senza consumarsi, capaci di restituire ogni volta la stessa intensità emotiva, come se il tempo non riuscisse a scalfirne la forza. È tra i film che sento più miei, non perché cambi a ogni visione, ma perché sono io a cambiare, trovando sempre nuove risonanze in una storia che continua a parlare con identica enfasi, con la stessa urgenza espressiva. Il gusto cinematografico è inevitabilmente soggettivo, eppure il valore di quest’opera è stato riconosciuto anche in modo oggettivo dai premi ricevuti, dagli Oscar alla Palma d’oro, che ne hanno sancito l’importanza all’interno della storia del cinema contemporaneo.
Ciò che colpisce, prima di tutto, è la narrazione che si affida alle immagini, ai suoni, al montaggio, alla forza delle inquadrature più che alla parola. La fotografia, magistrale, costruisce un linguaggio emotivo autonomo attraverso l’uso dei toni freddi, soprattutto nelle scene immerse nei boschi, dove la luce livida e umida sembra farsi eco del conflitto interiore di Ada. Al contrario, gli interni sono attraversati da cromie più dolci e calde, come se offrissimo allo sguardo brevi sospensioni, spazi di apparente protezione destinati però a incrinarsi.
In questo tessuto visivo prende forma anche il rapporto tra Ada e la figlia, un legame intimo, profondo, quasi simbiotico, che proprio per questo si rivela fragile. Il tradimento della bambina, inconsapevole eppure decisivo, diventa la miccia che scatena la furia del marito e conduce alla scena più drammatica del film, quella in cui la violenza esplode come atto di dominio e annientamento. È un passaggio narrativo che non ha bisogno di spiegazioni, perché tutto è già stato detto dal silenzio, dallo sguardo, dal gesto.
Il film apre inoltre uno sguardo significativo sulla cultura Māori, integrata nel racconto non come semplice elemento esotico, ma come presenza autentica e alternativa a un mondo coloniale rigido e repressivo. Allo stesso modo affronta temi complessi e ancora attuali, la disabilità di Ada e la sua condizione di donna muta, l’adulterio e le diverse reazioni che genera, la tensione tra educazione e istinto, tra raffinatezza e rudezza. Ada, colta e sensibile, si innamora di Baines, uomo analfabeta e apparentemente rozzo, in una dinamica che sovverte le gerarchie sociali e morali, dimostrando come il desiderio e la comprensione possano nascere dove meno ce lo aspettiamo.
Alla fine resta il paesaggio, che nel film non fa mai da sfondo ma si imprime come una memoria emotiva. La foresta chiusa e umida, i boschi attraversati dalla pioggia, il mare che avanza e si ritira seguendo il ritmo delle maree sembrano respirare insieme ai personaggi, accompagnandone i silenzi. Sono luoghi che assorbono il loro dolore e il loro desiderio, che li riflettono senza mai giudicarli. È anche per questo che Lezioni di piano continua a tornare, a farsi sentire nel tempo, perché parla prima al corpo e solo dopo alla mente, lasciando nello spettatore un segno sottile ma persistente, di quelli che non si cancellano facilmente.
Questa capacità di resistere al tempo è stata riaffermata anche dal restauro del film, realizzato nel 2018 sotto la supervisione della stessa Jane Campion. Una nuova vita per le immagini e per i suoni, che non ha tradito lo spirito originario dell’opera ma ne ha restituito intatta la forza espressiva. Non è un caso che Lezioni di piano abbia chiuso l’edizione 2019 de Il Cinema Ritrovato, come se il cinema stesso avesse sentito il bisogno di tornare lì, a quella storia, a quella voce muta che continua a parlare con intensità anche allo sguardo contemporaneo.




