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Giuseppina Irene Groccia

Segnalazione Eventi

Un Compleanno d’Arte: Alessio Musella Inaugura la sua Home Gallery a Dubai

Che scelta di stile! Unire un traguardo personale come il compleanno con il lancio di un progetto artistico è un modo audace per sottolineare quanto la vita privata e la visione curatoriale di Alessio Musella siano ormai un tutt’uno.
​L’inaugurazione della collettiva “Habibi come to Dubai” presso la sua Home Gallery non è solo una mostra, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti.

L’evento ha visto la partecipazione di figure di spicco del panorama locale e internazionale, consolidando il legame tra arte e lifestyle d’eccellenza.

Tra i presenti, spiccavano icone del lifestyle di Dubai come Rossella Catapano, Chicco Merighi e Jordan Carletti, che hanno confermato con la loro presenza il fascino trasversale di questa iniziativa.
​A documentare e supportare questo nuovo capitolo artistico è intervenuto come media partner Contempoarte Dubai, punto di riferimento per il dialogo culturale negli Emirati.
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​Musella sta portando a Dubai il modello della Home Gallery, uno spazio che rompe la freddezza del “white cube” tradizionale per accogliere collezionisti e artisti in un ambiente intimo e domestico.

L’arte viene vissuta nella quotidianità, permettendo ai visitatori di immaginare le opere all’interno di una casa reale.
​Situata nel cuore pulsante degli Emirati, la galleria funge da ponte tra l’estetica europea (e italiana in particolare) e il dinamismo del mercato mediorientale.
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​Il titolo della collettiva gioca con il celebre tormentone social, ma lo eleva a invito culturale.

La mostra punta a…


​Celebrare l’accoglienza:

Il termine “Habibi” riflette lo spirito di condivisione e calore della serata.


​Creare un dialogo:

Mettere in contatto artisti internazionali con il contesto cosmopolita e vibrante di Dubai.


​Alessio Musella, noto per il suo ruolo di Art Advisor ed editore, usa questo spazio per testare nuove forme di collezionismo.

Far coincidere l’evento con il suo compleanno trasforma il vernissage in un happening esclusivo. In una città dove il networking è tutto, Musella si posiziona non solo come gallerista, ma come catalizzatore di relazioni, rendendo l’esperienza artistica calda e memorabile.

 

​”L’arte smette di essere un semplice oggetto da acquistare e diventa un’occasione d’incontro.”
Alessio Musella

Gli Artisti in Esposizione


​La selezione curata per l’occasione presenta un mix eclettico di linguaggi e visioni:

Presenti inoltre con le loro opere: Serge Gauya, Lucrezia Coli, Shutry Jhaveri, Marco Host, Fadwa Zinelhala Benazouz, Benito Macerata, Massimo Bardi, Valente Cancogni, Alex Belli ( the Materials), Lorenzo Marini, Giacomo Consigli, Mariella Rinaldi, Lorenzo Malfatti

Media partner
Contempoarte Magazine Dubai

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Interviste

Con “Bringing Back” Max Callari firma il suo nuovo libro

Con Bringing Back. Un racconto psicoanalitico, Max Callari firma un’opera intensa e consapevole che affonda nella materia viva della memoria per interrogare il rapporto tra identità, velocità e disconnessione emotiva. Ambientato nella Milano iper-produttiva degli anni Novanta, il libro mette in scena il collasso di un sistema interiore prima ancora che sociale, mostrando come l’efficienza e la performance possano trasformarsi in forme sottili di alienazione.

La narrazione procede per immagini, attriti e sospensioni, evitando il racconto lineare a favore di una scrittura che lavora per scarti e risonanze. In questo impianto si riconosce lo sguardo dell’artista visivo.

L’autore osserva il reale con precisione analitica, senza mai perdere la dimensione umana, lasciando che siano i dettagli, la materia e il corpo a farsi portatori di senso. In questa prospettiva, la materia non è semplice elemento simbolico, ma luogo di attrito e di risveglio, capace di interrompere l’anestesia del sistema e restituire al soggetto il senso del proprio corpo. Bringing Back si impone così come un racconto di rottura e di ritorno, un viaggio psicoanalitico che diventa anche riflessione critica su un’epoca e sulle sue promesse mancate.

Fotografo e artista visivo da sempre attento all’essenza delle cose, Callari conferma anche nella parola scritta la sua capacità di osservare il reale con uno sguardo analitico, costantemente attento ai suoi dettagli più essenziali. La parola, come l’immagine, si fa strumento di osservazione e di scavo, articolando un racconto sospeso tra indagine psicoanalitica e spinta critica, senza perdere mai il contatto con l’interiorità autentica del personaggio.

 

In questa conversazione, l’autore ci ha gentilmente concesso in esclusiva di discutere del suo nuovo libro, Bringing Back, ripercorrendone la genesi, il dialogo tra scrittura e fotografia e le prospettive del suo percorso artistico nel raccontare il nostro modo di abitare la realtà.

“Bringing Back” è un titolo che suggerisce un ritorno, un recupero. Cosa sentivi l’urgenza di riportare indietro, un tempo, una sensibilità, o una parte di te stesso che il presente tende a rimuovere?

L’urgenza di “Bringing Back” nasce dal bisogno di recuperare l’impronta biologica dell’uomo, quella che io chiamo la nostra ‘verità artigianale’. Ho voluto riportare indietro il senso dell’urto: la realtà che reclama il suo spazio attraverso il dolore di una scheggia, contro l’anestesia di un segnale ininterrotto. Riportare indietro ICS significa riconnettere l’umano alla memoria della materia, al legno, a tutto ciò che è lento e profondo. Ciò che il presente rimuove è la nostra capacità di essere nudi e soli di fronte a noi stessi. “Bringing Back” è il ritorno a quella solitudine necessaria per poter esistere davvero.

 

ICS sembra incarnare una forma estrema di efficienza emotivamente anestetizzata. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto invece rappresenta una condizione collettiva, quasi generazionale?

ICS è uno specchio dalle doppie facce, c’è sicuramente una traccia autobiografica nella sua ricerca di controllo, un tratto che ha accompagnato il mio percorso: quella tendenza a cercare l’ordine per contenere il caos interiore. Ma ICS è anche il simbolo di una condizione che negli anni 90 stava già prendendo forma. In quegli anni, l’idea di un’efficienza asettica e di un successo basato sul rigore esteriore iniziava a diventare una corazza dietro cui nascondere le fragilità. Ambientare la storia a metà degli anni ’90 mi ha permesso di esplorare un’alienazione più intima, meno mediata dalla tecnologia digitale, ma altrettanto profonda. ICS incarna quel paradosso: una donna che funziona perfettamente secondo i canoni del suo tempo, ma che deve ritrovare la strada verso la propria ‘umanità sommersa’

Intanto, svelaci il significato delle iniziali, perché hai scelto proprio questa sigla come nome della protagonista?

La scelta di ICS nasce da una ricerca di essenzialità e simbolismo, volevo un nome che non fosse semplicemente un nome, ma un suono, un’identità quasi grafica. Da un lato, ICS richiama foneticamente la ‘X’, l’incognita per eccellenza: rappresenta ciò che di noi non è ancora stato svelato, il punto in cui la coscienza si interrompe e inizia l’ignoto. Dall’altro, per chi ha familiarità con il linguaggio analitico, è l’abbreviazione quasi istintiva di Inconscio. Scegliere questa sigla significa per me dare un corpo e una voce a quella parte sommersa che tutti abbiamo, ma che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome. ICS non è solo un personaggio; è lo spazio bianco in cui ogni lettore può proiettare la propria parte più profonda.

 

Nel libro la tecnologia non è demonizzata, ma descritta come un sistema che accelera fino a perdere il contatto con il corpo. Pensi che oggi siamo più consapevoli di questo rischio rispetto agli anni Novanta, o semplicemente più assuefatti?

Non credo ci sia più consapevolezza, ma una profonda assuefazione. Nel 1995 la tecnologia era ancora un corpo estraneo che potevi osservare mentre si insinuava nelle coscienze; c’era ancora l’attrito tra l’uomo e la macchina. Oggi quell’attrito è scomparso: siamo immersi in un ronzio costante che abbiamo smesso di sentire. In Bringing Back, la tecnologia è un vortice di pura efficienza che accelera fino a scindere la mente dal corpo. Trent’anni fa potevamo ancora percepire lo strappo; oggi viviamo in una sorta di ‘prigione del segnale’. Non siamo più consapevoli del rischio perché in un certo senso il rischio è diventato il nostro ambiente naturale. Abbiamo barattato la presenza con la reperibilità. Il vero eroismo moderno, come quello di ICS, non è combattere la tecnologia, ma avere il coraggio di disertare: strappare la spina per tornare a sentire il peso della propria carne.

Il momento di rottura non arriva attraverso un grande evento, ma da un dettaglio minimo, organico: una scheggia di legno. Che ruolo ha, nel tuo immaginario, la materia come elemento di risveglio e di verità?

La materia è l’unica bussola capace di riportarci a casa quando ci smarriamo nell’astrazione. Nel mio immaginario, il risveglio non può essere un processo intellettuale, ma deve essere viscerale. La scheggia di legno è un atto di ‘grazia violenta’: è la realtà che buca l’anestesia. Mentre il silicio è liscio, freddo e smemorato, il legno è poroso, caldo e trattiene il tempo. Quella piccola ferita nel corpo di ICS è il punto di rottura necessario per mandare in corto circuito la ‘Grande Macchina’. La verità non si trova nei flussi di dati, ma nell’attrito, nel dolore che ti costringe a guardarti i piedi, a sentire la terra, a ricordarti che hai un corpo. Senza l’urto con la materia, restiamo manichini; solo attraverso la ferita torniamo a essere umani.

 

La tua scrittura è fortemente visiva, luci fredde, superfici lisce, contrapposte a elementi naturali e tattili. Quanto il tuo sguardo da fotografo ha influenzato la costruzione narrativa di questo libro?

Moltissimo, quando scrivo io ‘vedo’ la scena prima di raccontarla. Il mio sguardo da fotografo ha imposto una regia precisa a “Bringing back”. Le luci fredde e le superfici lisce rappresentano quel distacco, quasi clinico, che a volte la mente frappone tra sé e il dolore. A queste ho contrapposto elementi naturali e tattili, perché sono quelli che ci riportano alla verità del corpo e delle emozioni primordiali. In questo libro, l’ambiente non è mai un semplice sfondo, ma un protagonista silenzioso che riflette lo stato psicologico dei personaggi. La narrazione procede per inquadrature: cerco di guidare il lettore attraverso dettagli visivi che, proprio come in uno scatto, rivelano l’anima di un momento senza bisogno di troppe spiegazioni.

Nella tua fotografia il bianco e nero è stato definito “ricco di colori”. Ritrovi questa stessa idea di sottrazione fertile anche nella tua prosa, che sembra dire molto proprio attraverso ciò che non esplicita?

Assolutamente sì. Per me, il bianco e nero fotografico non è un’assenza ma una scelta di essenzialità. Così come in una fotografia la mancanza di colore costringe l’occhio a cercare la forma, il contrasto e l’emozione pura, nella mia prosa il silenzio e ciò che resta tra le righe hanno lo stesso peso delle parole scritte. La psicoanalisi, d’altronde, ci insegna che è proprio nel vuoto, nelle pause e in ciò che non viene esplicitato che si nascondono le verità più profonde. Scrivere per me significa accendere una torcia nel buio: non serve illuminare tutto il castello, basta mostrare la porta giusta e lasciare che sia il lettore a immaginare cosa si nasconde nelle ombre. Il mio ‘nero’ narrativo è un terreno pieno di possibilità, dove chi legge può proiettare i propri colori interiori.

 

Bringing Back non racconta un esaurimento, ma un risveglio “violento e necessario”. Credi che oggi il dolore sia ancora un passaggio legittimo per la trasformazione, o tendiamo a neutralizzarlo troppo in fretta?

Oggi viviamo nell’era della neutralizzazione. Tendiamo a trattare il dolore come un errore di sistema, un bug da correggere immediatamente con una notifica, un acquisto o una pillola. Abbiamo perso la capacità di abitare il disagio, trasformandolo in una patologia da curare invece che in un segnale da ascoltare. In “Bringing Back” il dolore di ICS non è una malattia, ma l’unico linguaggio rimasto alla realtà per farsi sentire. Credo fermamente che il dolore sia ancora un passaggio legittimo, anzi essenziale, per ogni vera trasformazione. Senza quell’urto, senza quella ‘scheggia’ che lacera la superficie liscia del quotidiano, rimaniamo prigionieri di un’esistenza bidimensionale.

Nel corso della tua carriera hai attraversato design, arte contemporanea, fotografia e ora letteratura. Vedi questi linguaggi come territori distinti o come diverse declinazioni di un’unica ricerca interiore?

Ho sempre percepito questi diversi linguaggi come se fossero le stanze di un’unica dimora interiore. La mia ricerca è sempre la stessa: l’indagine sull’essere umano, sulle sue zone d’ombra e sulle sue strutture emotive. Sono declinazioni diverse di un unico battito: il bisogno di comprendere ed esprimere la complessità dell’animo umano.

 

Nel 2025 hai scelto di adottare il nome d’arte Noir Di Max. Che tipo di sintesi rappresenta questa nuova identità e cosa aggiunge, o toglie, al tuo modo di raccontare il reale?

Adottare il nome d’arte Noir Di Max è stato un atto di auto-analisi, una sintesi necessaria tra la mia identità personale e la mia visione artistica. Il ‘Noir’ non è per me solo un genere cinematografico piuttosto che letterario di cui sono un grande appassionato… ma è un’attitudine che rappresenta la mia volontà di guardare dentro le ombre senza paura e di esplorare i contrasti forti della psiche. Certamente aggiunge una maggiore libertà espressiva. Questo nuovo nome d’arte è un filtro che mi permette di andare più a fondo, di essere più crudo e diretto nel raccontare il reale, spogliandolo dalle convenzioni sociali e superficiali. Non toglie nulla alla verità, anzi, ne aggiunge una dimensione ulteriore: quella dell’inconscio. Sotto questo nome, il mio racconto del reale diventa una ricerca di ciò che è autentico proprio perché nascosto.

Dopo l’uscita di Bringing Back e in vista dei prossimi progetti fotografici, quale tipo di dialogo prevedi tra parola e immagine nel tuo futuro artistico? Continueranno a procedere in armonia o a interagire in un gioco creativo?

Quando nel 2023 ho iniziato a dedicarmi anche alla scrittura, pubblicando l’anno dopo “Granelli di Vita”, consideravo parola e immagine come due binari paralleli, poi strada facendo ho iniziato a viverli con spirito un po’ più audace come due elementi pronti a scontrarsi e fondersi in una sorta di ‘reazione chimica’ creativa. Se fino a oggi hanno proceduto in armonia, in futuro mi aspetto che il loro dialogo diventi ancora più serrato e incalzante. La parola ha la capacità di nominare l’ombra, mentre l’immagine ha il potere di mostrarne la consistenza. Nel mio futuro artistico, immagino progetti dove il testo non sia una semplice spiegazione della foto, e la foto non sia solo l’illustrazione della parola. Vorrei che interagissero per sottrazione: un’immagine che toglie il fiato alla parola, e un racconto che svela ciò che l’occhio non può vedere. Sarà un gioco di specchi continuo, dove il fine ultimo rimane sempre lo stesso: portare alla luce ciò che di noi resta solitamente sommerso

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Segnalazione Eventi

“Tensioni Cromatiche” conquista il pubblico. Successo di presenze alla CathArt Gallery di Varese

Grande successo di pubblico per il vernissage di “Tensioni Cromatiche”, mostra bipersonale di Doriano Marocca e Giuseppe Pavia, inaugurata presso la CathArt Gallery di Varese. Numerosi i visitatori intervenuti, a conferma di un pubblico ormai abituato alle buone riuscite proposte dalla galleria, realtà giovane ma già riconosciuta per la professionalità curatoriale e per la qualità delle sue proposte espositive.

Si inaugura così, con un’ampia partecipazione e riscontri molto positivi, una nuova mostra alla CathArt Gallery, spazio che nel tempo ha saputo costruire un’identità precisa e riconoscibile, distinguendosi per eventi sempre interessanti e di notevole spessore artistico.

Tensioni Cromatiche nasce dall’incontro tra due artisti in dialogo tra loro, due espressioni astratte messe a confronto in una bipersonale dalla forza cromatica sorprendente. I linguaggi di Doriano Marocca e Giuseppe Pavia, pur differenti, sono animati dalla stessa urgenza espressiva: affidare all’atto creativo il compito di reggere la densità dell’esistenza in forma pura, diretta e carnale. La mostra mette in scena un equilibrio dinamico tra controllo e impulso, materia e gesto.

Doriano Marocca, artista originario di Reggio Emilia, presenta una pittura intensa e istintiva, legata allo stato d’animo e alle esperienze di vita. Accanto alle opere pittoriche, espone anche la serie scultorea Anatomia del presente, realizzata con fili di PLA, una ricerca che si configura come una radiografia del nostro tempo, riducendo l’umano alla sua essenza.

Giuseppe Pavia, da Borgomanero, porta in mostra una ricerca fondata sul dialogo tra controllo della materia e apertura all’imprevisto. Le sue tele si configurano come campi di vibrazione incessante, in cui i pigmenti scorrono, si equilibrano e vengono interrotti da gesti improvvisi, a ricordare che la vita non si lascia mai domare completamente.

Padrona di casa affabile e attenta, Carla Pugliano ha saputo creare una forte sintonia tra gli artisti coinvolti e il pubblico presente. Il suo essere a sua volta artista rappresenta un valore aggiunto nella costruzione del dialogo espositivo e nella cura delle opere. La mostra conferma ancora una volta la linea curatoriale della CathArt Gallery, orientata alla ricerca, al confronto e alla qualità dei contenuti.

Di grande rilievo l’intervento critico di Andrea Barretta, critico d’arte, scrittore e giornalista, che ha accompagnato il pubblico in una lettura profonda ed esistenziale delle opere esposte. Professionista di riconosciuta esperienza nel panorama delle arti visive contemporanee, Barretta ha curato nel corso degli anni importanti mostre dedicate a maestri come Andy Warhol, Enrico Baj, Mimmo Rotella e Mario Schifano, ottenendo anche riconoscimenti internazionali, tra cui l’interesse del Metropolitan Museum di New York per il suo lavoro critico e curatoriale. Il suo intervento è stato particolarmente apprezzato per chiarezza, profondità e capacità di coinvolgimento.

La mostra è curata da Carla Pugliano, artista di riconoscimento internazionale e fondatrice della CathArt Gallery, spazio culturale immersivo nato per favorire il dialogo tra materia e spirito, tra urgenza contemporanea e sperimentazione artistica. Tra i numerosi riconoscimenti, Pugliano è stata insignita del Leone d’Oro alla Triennale di Venezia, ha esposto alla 60ª Biennale di Venezia e alla XIV Florence Biennale. Dal 2025 è inoltre Consulente artistico per l’Atlante dell’Arte Contemporanea (Giunti), che verrà presentato al MoMA di New York. Le sue opere sono presenti in collezioni private, istituzionali e museali.

L’evento ha potuto contare sul supporto di L’ArteCheMiPiace, media partner della mostra, da sempre attento alla valorizzazione e alla diffusione dei linguaggi dell’arte contemporanea

La mostra merita di essere visitata per l’intensità del dialogo tra le opere, per la qualità della proposta curatoriale e per la capacità di offrire al pubblico un’esperienza autentica e coinvolgente.

 

 

INFORMAZIONI MOSTRA

📆 Mostra visitabile fino al: 5 febbraio 2026
🕰
Orari di apertura:

  • Martedì – Venerdì: 16:30 – 18:30
  • Sabato: 10:30 – 12:00 / 15:30 – 18:30
  • Domenica: 15:30 – 18:30

📍 Sede: CathArt Gallery
Piazza Giovanni XXIII, 11 – Varese
(Ingresso da Via Salvo D’Acquisto)

🎟 Ingresso: libero

CONTATTI

📞 +39 392 8081554
📘 Facebook: CathArt Gallery
📸 Instagram: @cathart_gallery
🌐 Sito: https://carlapuglianoartist.com/cathart-gallery/
✉️ Email: myartcharlotte@gmail.com

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ArtistiInterviste

Sedimenti di gesto e visione nella pittura di Pier Toffoletti

Guardando il lavoro di Pier Toffoletti si capisce subito che non siamo di fronte a una pittura accomodante. Non c’è nulla di decorativo, nulla che cerchi di piacere nel senso facile del termine. Le sue opere chiedono attenzione, ma soprattutto chiedono rispetto, come accade con certi luoghi naturali che non si attraversano senza preparazione.

La prima cosa che colpisce è la superficie. Non è mai una semplice base su cui dipingere, ma un vero e proprio campo di battaglia tra materia e immagine. Sabbie, polveri, argille costruiscono fondi che sembrano avere una loro autonomia, quasi una memoria propria. È una pittura che nasce dal basso, dalla terra, e che conserva sempre qualcosa di ruvido, di irregolare, di volutamente non addomesticato.

In questo paesaggio denso e stratificato, le figure emergono con forza, catturano lo sguardo e si impongono alla percezione, come presenze necessarie e decisive, mai soggetti celebrativi. Il corpo, soprattutto quello femminile, che potrebbe apparire come tema centrale, si rivela invece uno strumento attraverso il quale l’artista parla d’altro: dell’identità, del rapporto tra natura e uomo, di ciò che resta quando si rimuovono maschere e sovrastrutture.

A queste considerazioni si aggiunge un livello più sottile, legato alle esperienze giovanili nello yoga e ai viaggi interiori dell’artista, che hanno profondamente plasmato la sua percezione del corpo e dell’anima. Nei gesti pittorici e nella costruzione delle superfici, emerge così una relazione tra fisico e spirituale, tra presenza e trascendenza, dove l’atto stesso del dipingere diventa pratica di consapevolezza e ricerca interiore.

Le opere più recenti, come quelle presentate nella mostra Fragmenta Maya, testimoniano questa fusione di materiali, segni e energia: un equilibrio delicato tra la corporeità delle figure e la dimensione spirituale che le attraversa, dove la pittura non si limita a rappresentare, ma diventa strumento di conoscenza e esplorazione dell’essenza dell’artista stesso.

Non c’è mai, nelle sue opere, un compiacimento formale e anche quando il corpo è riconoscibile resta sempre in dialogo serrato con il fondo, come se non potesse esistere separatamente da esso, mentre figura e materia si contaminano a vicenda, si tengono in equilibrio e si mettono costantemente alla prova ed è proprio in questo rapporto che il lavoro trova la sua forza.

Un ruolo fondamentale lo giocano i segni incisi, i graffiti e le scritture frammentate, che non sono intesi come messaggi da leggere, ma come tracce che chiedono di essere osservate e percepite nel loro emergere. Pier Toffoletti prende testi, immagini, frammenti visivi e li priva del loro significato originario, trasformandoli in puro elemento pittorico. È un gesto che parla chiaramente del nostro tempo, saturo di informazioni e immagini, ma lo fa senza proclami, dimostrando che la critica può passare attraverso la pratica più che attraverso la dichiarazione.

Il suo modo di lavorare è tutt’altro che lineare. Distruggere, cancellare, rifare non sono incidenti di percorso, ma parti integranti del processo. Ogni opera sembra il risultato di una lunga trattativa con la materia, di una serie di decisioni prese e poi rimesse in discussione. Nulla appare definitivo, e forse non vuole esserlo.

C’è nella sua pittura un rapporto serio con il tempo, non quello dell’effetto immediato, ma quello della sedimentazione, in cui ogni superficie testimonia la durata dei gesti, dei ripensamenti e delle pause. È una pittura che non ha fretta e che, proprio per questo, invita lo spettatore a un tempo lento di osservazione.

Ed è forse qui che risiede il senso più importante della sua ricerca, nel continuare a usare la pittura come strumento di conoscenza e come luogo di confronto tra esperienza personale e dimensione collettiva, senza retorica, senza effetti speciali, ma con una voce interiore chiara e riconoscibile.

Serie Body Splash
Dalla superficie dei suoi quadri emerge una storia di gesti e pensieri che Pier Toffoletti racconta in prima persona, come ci mostra nell’intervista a seguire…

Hai spesso affermato che oggi la bellezza non è una scelta neutra, ma una forma di ribellione. In un sistema dell’arte che sembra talvolta indulgere nella provocazione fine a sé stessa, che tipo di responsabilità senti nel continuare a porre la bellezza al centro della tua ricerca?

La mia è una forma di ribellione pacifica, una sorta di resistenza silenziosa verso un sistema dell’arte che sembra aver smarrito il senso della bellezza autentica, preferendo la provocazione immediata, spesso finalizzata a generare clamore e visibilità. Ho scelto di intraprendere un percorso più difficile, controcorrente, che richiede pazienza e dedizione: lavorare “nell’arte della bellezza”. È un cammino più lungo, dove all’inizio sembra che nessuno si accorga di te, ma con il tempo, se resti fedele a te stesso e alla tua visione, i frutti arrivano, più maturi e veri.

Serie Body Splash
Serie Body Splash

Nei cicli Face Splash e Body Splash il volto e il corpo femminile emergono e, allo stesso tempo, sembrano sul punto di dissolversi. È un modo per opporsi alla mercificazione dell’immagine o un tentativo di restituire alla figura una dimensione spirituale sottratta al tempo?

Questi cicli nascono dal concetto di “bellezza resistente”. Ogni opera è frutto di una battaglia: davanti alla tela bianca agisco liberamente, tra gesti impetuosi, schizzi di colore, dripping, spatolate – un caos primordiale che per molti sarebbe già un’opera informale compiuta. Ma per me non basta: voglio che da quel disordine emerga il volto di una donna, simbolo universale della bellezza, della natura e dello spirito. È un atto testardo di armonizzazione tra caos e forma, materia e spiritualità. La figura femminile è per me la manifestazione visibile di ciò che resiste: la grazia, l’anima, la presenza del divino dentro l’umano.

Oltrenatura
Fragmenta Maya

Il tuo lavoro sembra abitare una zona di confine: non pienamente figurativa e non davvero astratta, lontana da classificazioni rassicuranti. Hai mai percepito questa posizione come una difficoltà nel panorama contemporaneo, oppure come uno spazio di libertà assoluta?

Sì, ho percepito questa posizione come una difficoltà, ma anche come uno spazio di grande libertà creativa. Vivere e creare in questa terra di mezzo, tra il figurativo e l’astratto significa affrontare sfide costanti, ma anche avere l’opportunità di esplorare nuove frontiere artistiche. Questa ambiguità mi permette di esprimere emozioni e stati d’animo che sfuggono a categorizzazioni rigide. È un percorso di continua scoperta, dove la libertà di espressione diventa il motore della mia ricerca. Proteggere questo spazio è fondamentale, poiché è qui che si trova l’autenticità della mia voce artistica

Serie Body Splash

Nei testi critici dedicati al tuo lavoro ricorre spesso l’idea del rito, del gesto pittorico come azione arcaica e necessaria. Quando dipingi, soprattutto nelle performance dal vivo, ti senti più vicino all’artista contemporaneo o all’uomo delle caverne che incideva segni per lasciare una traccia oltre il tempo?

Le pitture rupestri mi hanno sempre affascinato: sono espressioni primordiali, pure, essenziali. In alcune delle mie prime opere materiche cercavo proprio quell’effetto di incisione consumata dal tempo, come un dialogo con la memoria dell’uomo. Nelle performance dal vivo, invece, il processo è diverso: lì prevale la necessità di creare in tempi brevi qualcosa di compiuto, mantenendo comunque la forza rituale del gesto. In studio, invece, il tempo si dilata; emergono la meditazione, il silenzio, la lentezza. Forse porto entrambe le nature in me: quella arcaica, che incide, e quella contemporanea, che comunica

Pier Toffoletti all'opera

Il termine splash evoca lo schizzo, l’evento improvviso, ma nel tuo lavoro nulla appare realmente casuale. Quanto controllo e quanto abbandono convivono nel momento esatto in cui la forma prende vita sulla tela?

Non progetto mai un’opera nel dettaglio. Seguo l’intuito, come una bussola interiore. Ogni quadro è un viaggio nell’ignoto, dove controllo e abbandono si alternano continuamente. Talvolta il risultato è un fallimento, un lavoro da cancellare; altre volte accade il contrario: qualcosa di talmente intenso da lasciarti quasi timoroso di non riuscire più a ripeterlo. È un equilibrio sottile tra il lasciarsi attraversare e il mantenere un respiro consapevole nel gesto.

 

La fotografia per te rappresenta un passaggio fondamentale: il congelamento di un attimo prima della sua trasformazione pittorica. Cosa accade, sul piano emotivo e concettuale, quando quell’immagine fotografica viene superata, tradita e ricreata dal gesto pittorico?

Uso la fotografia come un punto di partenza, un mezzo pratico che mi offre modelli e spunti visivi. Tuttavia, il processo pittorico comincia davvero nel momento in cui decido di tradire quella realtà fotografica. L’opera non è mai una copia: è una metamorfosi, un andare oltre ciò che si vede. L’immagine iniziale è solo la miccia che accende la mia immaginazione, portandomi a seguire un filo interiore che trasforma la realtà in visione.

Serie Face Splash

Nei lavori più recenti emergono fondali scuri, quasi bituminosi, che richiamano grotte, anfratti, luoghi di passaggio tra luce e buio. Si tratta di una discesa nell’inconscio, di una metafora del nostro tempo o di un ritorno alle origini del vedere?

Da ex speleologo, credo che quelle immagini siano inevitabilmente legate alla mia memoria profonda. Ho vissuto esperienze straordinarie esplorando ambienti sotterranei mai toccati da nessuno prima di me. Quel senso di scoperta, di silenzio primigenio e di sacralità dello spazio, riaffiora nei miei dipinti. Quelle grotte interiori sono anche metafore delle esplorazioni dello spirito: come nella meditazione, si tratta di un viaggio nelle profondità del sé, verso un “io” sconfinato.

 

Il tuo percorso è attraversato da viaggi fisici ed interiori, dall’esplorazione delle viscere della terra alla pratica dello yoga. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua idea di corpo, di anima e di identità nella pittura?

Le mie esperienze giovanili nello yoga, unite a un lungo periodo di vita materiale, hanno profondamente plasmato la mia percezione del corpo e dell’anima. Recentemente, ho avvertito un ritorno di questa consapevolezza spirituale nelle mie opere, come dimostra la mia mostra “Fragmenta Maya” nella chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Il titolo, che combina parole latine e sanscrite, rappresenta il tema della rottura del velo illusorio della vita materiale. Questa mostra è un riflesso della mia ricerca di un equilibrio tra il corpo fisico e la dimensione spirituale, un viaggio verso una maggiore comprensione della mia essenza artistica e umana.

Fragmenta Maya
Fragmenta Maya

Hai recentemente vissuto l’esperienza dolorosa del plagio di una tua opera. Al di là dell’aspetto legale, che cosa viene realmente violato quando si copia un lavoro che nasce da un processo così intimo, lungo e stratificato?

Affrontare il plagio di un’opera è un’esperienza straziante. Dal punto di vista legale, potrei cercare giustizia, ma ciò che realmente viene violato è il valore intrinseco e l’anima di un lavoro frutto di un lungo e intimo processo creativo. Ogni opera rappresenta una parte di me, un viaggio personale che non può essere replicato. La violazione di questa intimità fa male, poiché sottrae autenticità e riconoscimento a un’esperienza unica. Per me, l’arte è un’estensione della mia essenza, e vedere questa essenza calpestata è un dolore profondo e personale

Hai iniziato giovanissimo confrontandoti con Michelangelo e la grande tradizione rinascimentale, e oggi dialoghi con una scena internazionale profondamente contemporanea. Che cosa significa, per te, essere contemporaneo senza rinunciare alla profondità della tradizione?

Sono grato di essere nato in Italia, immerso in una cultura che respiriamo fin da bambini. Le nostre radici storiche e spirituali sono ancora vive nel nostro modo di concepire la forma, la figura, la luce. Anche quando lavoro in un contesto internazionale e contemporaneo, dentro di me convivono queste due forze: la modernità e la tradizione. Essere contemporaneo, per me, non significa abbandonare le radici, ma trasformarle, lasciarle vibrare nel presente. Credo che l’arte italiana abbia una profondità naturale che va oltre il marketing e le mode. Purtroppo le mode esistono anche nell’arte contemporanea dove, talvolta, vengono efficacemente promosse opere prive di spessore concettuale ed emotivo.

La bellezza resistente

Nei tuoi volti si avverte spesso una malinconia sottile, una sospensione temporale, come se appartenessero a un tempo perduto o non ancora esistito. Pensi che la pittura possa ancora offrire consolazione, silenzio e attesa in un’epoca così rumorosa e accelerata?

Sì, credo che la pittura possa ancora offrire uno spazio di silenzio e contemplazione. Tuttavia, la voce dell’arte si fa sempre più flebile, sommersa dal rumore di una vita frenetica e dalle distrazioni tecnologiche. La pittura è un atto di resistenza anche in questo: invita a fermarsi, a guardare, a entrare in contatto con la parte più profonda di sé. È un invito alla lentezza e alla presenza.

 

Guardando avanti, senza bisogno di anticipare titoli o luoghi, senti che la tua ricerca sta andando verso una nuova trasformazione del gesto, della figura o del rapporto tra corpo e materia?

Sì, è un momento di trasformazione continua. Sto sperimentando nuovi equilibri tra gesto e materia, tra figura e luce. Come sempre, non so esattamente dove mi porterà questa ricerca, ma sento che si sta aprendo un nuovo capitolo, ancora più interiore e vibrante.

L'Artista con una sua opera
Maya

C’è una domanda, più che un progetto, che oggi ti accompagna e che senti ancora irrisolta nel tuo lavoro?

C’è sempre un elemento di irrisolto nella mia arte, ed è proprio questa incertezza che mi spinge a continuare a cercare. La ricerca di un appagamento completo è un obiettivo che, per sua natura, non può mai essere raggiunto. Questo continuo interrogarsi su cosa significhi veramente creare è ciò che alimenta la mia creatività. Ogni opera è un tentativo di rispondere a domande più grandi, e nel farlo, scopro nuove strade e possibilità. È un viaggio senza fine, ma è proprio in questa ricerca che trovo la mia vera essenza artistica.

 

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PIER TOFFOLETTI

Pier Toffoletti nasce nel 1957 in provincia di Udine. La sua passione per la pittura è molto precoce. Nel 1976 consegue il diploma di “maestro in arte applicata nel ramo di grafica pubblicitaria e fotografia” presso il Liceo artistico di Udine. Nel 1979 apre uno studio pubblicitario operando come creativo in campagne pubblicitarie e come regista di spots televisivi e video clip. Collabora con emittenti televisive nazionali e locali realizzando diversi cortometraggi in cartoni animati e video clip. Fino al 1995 Toffoletti dipinge nei ritagli di tempo, alternando questa sua passione a quella della speleologia. Tra il ’92 ed il ’95, una serie di viaggi nel centro e sud America, segnano l’inizio di un importante cambiamento che lo porta ad impegnarsi a tempo pieno nella pittura.

 

Alcune delle mostre personali più importanti:

Nel 2025 personale Teatro ERA Pontedera, personale presso il Polo Museale Chiesa di San Francesco di Gualdo Tadino (PG), personale presso la Chiesa dei Battuti a Cividale del Friuli, mostra che è rientrata nel contesto di GO2025! Capitale Europea della Cultura, nel 2021 Chiesa di S. Cristoforo Lucca (Lucca Film Festival), nel 2020 mostra personale Chiesa di S. Maria della Spina (Pisa), nel 2019 personale al PAN Palazzo delle Arti di Napoli, nel 2018 personale presso iI Municipio di Stoccarda, 2017 personale alla Chiesa di San Domenico a San Miniato (PI), 2016 Red Dot Miami nel circuito Art Basel, 2015 Palazzo dei Giureconsulti circuito Milano Expo, nel 2013 personale presso la Casa Museo Spazio Tadini a Milano, 2012 ha esposto ad Art Basel Miami, nel 2011 ha esposto alla 54a Biennale di Venezia e personale al Palazzo Molino Stucky a Venezia. Ha partecipato al oltre duecento mostre personali e collettive fra le quali nel 2009 alla Villa Farsetti di Santa Maria di Sala (VE). Nel 2008 mostra personale presso il Museo Correr di Venezia, al Palazzo Senato a Milano e ad OPEN XI al Lido di Venezia. Nel 2007 ha esposto a Verona al Palazzo della Gran Guardia.

Nel 2005 personale presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo, espone con i giapponesi al Palazzo Scuola Grande San Giovanni Evangelista a Venezia.

Nel 2004 espone presso il Consolato Generale d’Italia a Coral Gables e all’Art Center in Lincoln Road a Miami. Nel 2002 espone con i giapponesi al Palazzo Zenobio a Venezia e nel 1999 all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.

Numerose anche le sue partecipazioni ad importanti Fiere internazionali d’arte, tra cui Madrid e New York, Yokohama, Las Vegas, Philadelphia, Innsbruck, Strasburgo. Hong Kong, Singapore, Amsterdam, Londra, ecc.

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Segnalazione Eventi

Le Stanze dell’Arte 2026. Un viaggio immersivo nella creatività contemporanea

Dal 20 febbraio all’8 marzo 2026, Palazzo Fruscione a Salerno ospiterà la quinta edizione di Le Stanze dell’Arte, rassegna curata da Luciano di Gianni Flusso Contemporary Art, con la direzione artistica di Olga Marciano, che conferma il suo ruolo di punto di riferimento per la comunità artistica e culturale.

La serata inaugurale, prevista per venerdì 20 febbraio alle ore 18:30, si preannuncia come un momento di viva partecipazione, in grado di guidare il pubblico in un percorso espositivo vario e sorprendente.

La conduzione di Concita De Luca e la partecipazione del Coro T’Incanto, diretto da Antonella Zito, con le esecuzioni al pianoforte di Roberto Marino e alle percussioni di Biagio Marinelli, creeranno un’atmosfera accogliente, dando subito il tono a una rassegna che privilegia il dialogo tra linguaggi diversi dell’arte contemporanea.

La forza di Le Stanze dell’Arte risiede nel suo format innovativo. Diversamente dalla tradizionale mostra collettiva, ogni artista dispone di una stanza dedicata, concepita per raccontare in modo completo la propria ricerca, tecnica e poetica. Questo approccio consente di apprezzare l’individualità di ciascun percorso creativo, favorendo al contempo un confronto stimolante tra espressioni artistiche differenti.

Tra le novità di questa edizione, una stanza sarà interamente dedicata a una collettiva di artisti emergenti, con l’obiettivo di garantire loro un’importante occasione di visibilità e riconoscimento nel panorama dell’arte contemporanea.

All’interno del percorso espositivo, le iniziative proposte lungo tutto il periodo della mostra si rivelano particolarmente interessanti e coinvolgenti.

Sabato 28 febbraio, per esempio, il progetto Silver Soul unisce arti visive, teatro e musica. L’artista Olga Marciano, l’attrice Cinzia Ugatti e il musicista compositore Jacopo Martone accompagneranno il pubblico in un’esperienza multisensoriale che invita anche a condividere momenti di convivialità, sorseggiando un tè insieme.

Venerdì 6 marzo, la rassegna propone due momenti di grande interesse: Spoiler d’Artista, un format originale che svela ciò che di solito resta nascosto dietro l’opera, tra intuizioni improvvise, dubbi, ossessioni e piccoli segreti mai raccontati, e Il Fantasma del Palazzo, un percorso suggestivo in cui la mostra si anima di presenze simboliche e inattese, dando vita a un gioco di percezioni e narrazioni tra spazio e opera.

La rassegna si chiuderà domenica 8 marzo con la premiazione finale e la consegna di attestati e catalogo, un momento di valorizzazione del percorso creativo degli artisti e della partecipazione del pubblico.

In parallelo, non mancheranno incontri dedicati alla ceramica con Roxana Esposito, che permetteranno di approfondire e dialogare con la materia e le diverse tecniche artistiche.

Gli orari di apertura della mostra, studiati per garantire la massima fruibilità, saranno dal martedì al giovedì dalle 17:30 alle 20:00 e dal venerdì alla domenica dalle 11:00 alle 13:00 e dalle 17:30 alle 20:00, con il lunedì giorno di chiusura.

Con il suo equilibrio tra individualità espressiva e dialogo tra linguaggi diversi, l’evento Le Stanze dell’Arte rappresenta una finestra aperta sulla scena contemporanea, capace di regalare al pubblico un’esperienza immersiva e coinvolgente.

Grazie alla varietà delle iniziative, alla cura degli spazi espositivi e alla presenza di artisti emergenti e affermati, Le Stanze dell’Arte conferma la sua identità di progetto innovativo e inclusivo, e coinvolge visitatori e operatori culturali in un autentico dialogo con l’arte contemporanea.

 

 

Artisti partecipanti:

Laura Bruno, Anna Ciufo, Lello D’Anna, Antonio De Chiara, Dario Di Martino, Roxana Esposito, Maria Fontanella, Stefania Frigenti, Anna Nuzzo Grisabella, Giuseppina Irene Groccia, Elena Lembo, Olga Marciano, Antonio Mariconda, Nicola Pellegrino, Anna Quaglia, Giulia Reale, Maria Scotti, Regina Senatore, Pasquale Siano, Barbara Spatuzzi, Sabrina Tortorella, Silvana Valse.

Stanza Collettiva:

Francesco Avvisati
Peppe NocerinO

Omaggio a Maria Di Filippo

 

 

 

 

 

Scopri qui l’elenco completo degli artisti partecipanti e tutte le informazioni a loro dedicate.

 

 

 

 

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Letteratura

Custodire le parole: il dizionario di Mandatoriccio di Franco Emilio Carlino tra memoria storica, identità e futuro

Giorni fa, in occasione della giornata nazionale del Dialetto, alla sua vigilia, il 16 gennaio 2026, a Cosenza, nel salotto letterario del Terrazzo della Casa Editrice L. Pellegrini, alla presenza di un ristretto e qualificato pubblico, ha avuto luogo la presentazione del Dizionario Etimologico del Dialetto Mandatoriccese. Raccolta di Parole Perse, con Proverbi, Modi di dire, Soprannomi e Note storiche di Mandatoriccio, compilato da Franco Emilio Carlino, Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Socio della Deputazione di Storia Patria Per la Calabria e Componente del Comitato Scientifico dell’Università Popolare di Rossano.

L’evento è stato coordinato magistralmente dal giornalista Francesco Kostner. I lavori sono seguiti con la relazione del prefatore prof. Pierpaolo Cetera e l’intervento dell’Autore prof. Franco Emilio Carlino che ha dialogato con il giornalista trattenendosi sulle motivazioni che lo hanno spinto a compilare il suddetto Dizionario. Carlino si è poi soffermato sulle finalità della pubblicazione e sulla struttura dell’opera.

Dell’intervento del prefatore prof. Pierpaolo Cetera pubblichiamo un’ampia sintesi.

«Partirei subito dal libro, dal suo titolo che rimanda immediatamente a una disciplina – l’etimologia– e due concetti chiave, come quelli di dialetto e dizionario. Ebbene credo che tutto il senso di quest’opera stia in ciò: voglio dire, in una riappropriazione dignitosa dell’idioma, di un patrimonio linguistico, attraverso una scrupolosa disamina culturale (l’etimologia), cosa messa in evidenza fin dalle prime righe dall’a. stesso; una valenza pedagogica ed etica (di conservazione di un mondo linguistico: quello dialettale); di un suo impegno ragionato nel costruire uno strumento (il dizionario), agile fruizione ma completo. C’è direi, in tutto il processo un suo monito: quello di non disperdere questo patrimonio, anzi di proiettarlo in un avanti plausibile.

Impegno, monito e patrimonio. È una triade che, in un certo senso, accompagna tutta l’esperienza saggistica dell’amico Franco Emilio, anzi ne è la sua cifra: culturale, morale e civile.

Il Dizionario, quindi, come oggetto ramificante, che aspetta i suoi frutti, il suo utilizzo, che traccia un suo impegno/impiego futuro.

Vorrei qui dire che il dialetto e le lingue locali non sono solo il passato. Per quando l’ostinata tendenza in atto sia quella di seppellire con i parlanti anche l’idioma locale – frutto di una esacerbata globalizzazione dei linguaggi e di appiattimento della comunicazione – è in atto una reattività di fondo che riconsidera positivamente l’uso e la diffusione del dialetto. Se giovani poeti e qualche raro scrittore “reinventa” la lingua madre ci sarà un motivo! Ecco in questa capacità di nuova invenzione constaterebbe il futuro del dialetto…    

Tornando al volume di Franco Emilio Carlino, bisogna notare che, come strumento di consultazione, ci arricchisce anche dal punto di vista della linguistica storica, della glottologia, della ricerca filologica.

L’ampia introduzione storico-locale sul borgo mette a punto un periodo di circa 4 secoli: dalla fondazione nel XVII alla seconda metà del XX secolo; seguono, quindi, l’evoluzione del linguaggio dialettale e formazione della parlata a Mandatoriccio (che si collocherebbe tra i dialetti della Calabria Ultra, a partire dall’isoglossa del catanzarese) considerazioni fonologiche (come quella sulla distinzione della f intervocalica dal suono caratteristico hf) e glottologiche che coprono circa sessanta pagine e che ispirati al lavoro dei grandi studiosi del passato (in primis G. Rohlfs). Segue il glossario – che è la parte corposa – e le relative appendici interessanti per i richiami demologici.

Due sono le novità di questa ricerca, individuati dall’autore – e che sono state approfondite in altri contributi scritti da F.E. Carlino (mi riferisco ai precedenti lavori sul Reventino-Savuto e sulle Tradizioni di suo borgo natio) – e costituiscono spunti e interessi da sviluppare.

Il primo punto è di natura geo-linguistica: l’a. asserisce infatti (p. 16) che la parlata mandatoriccese ha origine negli eventi storici (al contempo luttuosi e solidaristici) conseguente ai terremoti del 1636-38 (rif. Kostner), quando parte della popolazione del casale di Scigliano venne ricollocata nel nuovo casale voluto dal Signore locale il feudatario Teodoro Mandatoriccio e che proprio da questi prenderà il nome. Il ruolo svolto sia della Chiesa e che dal feudatario Mandatoriccio (per motivi opposti ma mai così stranamente coincidenti in quel momento): per il feudatario vide così l’accrescersi della forza lavoro a disposizione; per la chiesa mettere a frutto l’idea di intervento di natura solidaristica per aiutare le popolazioni colpite dal disastro naturale.

Lo sviluppo conseguente fu di tipo urbanistico lineare o segmentato: importanti furono i punti di riferimento del Castello e della chiesa matrice. Siamo lontani da modelli “utilitaristici” – come quello noto di urbanistica razionale ed illuministica che portò alla fondazione di Filadelfia in Calabria Ultra – bensì modelli di urbanizzazione che erano tipici e legati alla grande proprietà fondiaria (con costruzioni di case palazzate nelle aree rurali e non nel borgo, ville e masserie ancora visibili come dell’Arso) e piccole abitazioni per la maggior parte della popolazione.  

Furono fondamentali, per la piccola comunità di operosi contadini ed artigiani che presto vedranno all’attivo un esperimento di convivenza tra genti diverse e sconosciute tra loro. È stato quindi un casale in cui un dialetto viene trapiantato da un luogo a un altro.

La seconda questione importante – per i suoi aspetti letterari e di storia culturale – è la menzione di un autore (Pasquale Spataro) che potrebbe aprirci a un mondo: quello della letteratura e lingua in vernacolo calabrese nei luoghi di emigrazione della gente mandatoriccese (Germania, USA; Argentina…), tutt’ora negletto e poco o per nulla studiato».

 

Clicca sulla locandina a seguire, per accedere al sito dell’autore, dove sono disponibili tutti i contenuti relativi alla serata dell’evento

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Artisti

Alessandro Maio. Il gesto come pensiero

 

Non vivo il mio operare come una competizione,

non ricerco disperatamente un nuovo linguaggio,

anche perché, casomai, arriverà da sé.

La mia è una pittura di meditazione

in connessione con il passato e presente

nel “Qui e ora”.

Alessandro Maio

C’è un momento, nell’esperienza artistica, in cui il gesto si sottrae alla funzione di spiegare e assume il compito di interrogare, aspetto più difficile e radicale. Esso non pretende comprensione immediata, ma richiede consenso e partecipazione. Ed è in questa soglia — precaria, instabile, eppure inevitabile — che prende corpo la pittura di Alessandro Maio. Una pittura che non nasce dal desiderio di rappresentare il mondo, ma dall’urgenza di precederlo, di afferrarne l’origine, di coglierne l’energia prima che si dispieghi in forme riconoscibili.

L’artista non parte dal disegno. È un dettaglio che torna spesso, quasi fosse un’anomalia tecnica, e che invece rivela una scelta di campo. Rinunciare al disegno significa sospendere l’idea di progetto, sottrarsi alla rassicurazione dell’anticipazione, accettare che l’opera accada prima ancora di essere pensata. Il colore arriva per primo, come un evento. Il gesto non arriva a coronare un racconto già pensato, ma lo mette in moto. La pittura, qui, non si incarica di restituire una forma compiuta, bensì di intercettare un processo in atto, qualcosa che assomiglia più a un principio, a un’origine ancora instabile, che non a un’immagine definitivamente riconoscibile.

L'ombra della luce (Omaggio a F. Battiato)
Notturno Quantico

 

I vortici che attraversano le sue tele, e che troppo facilmente si rischierebbe di ridurre a cifra stilistica, funzionano piuttosto come dispositivi concettuali. Essi generano e rendono percepibile il movimento, trasformando la superficie della tela in un luogo dove spazio e tempo oscillano insieme.

Sono luoghi in cui lo spazio sembra perdere stabilità e il tempo smette di procedere in linea retta. Qui il riferimento al futurismo e al vorticismo non è nostalgico né citazionista, ma strutturale. Come allora, anche nei lavori di Alessandro Maio il problema non è la forma, bensì l’energia che la precede, quel momento indistinto in cui gli elementi non sono ancora separati e tutto è, per usare una sua espressione ricorrente, “informazione”.

Giochi senza fine da Le Cosmicomiche di I. Calvino
Vortici Orgonici
La Spirale da Le Cosmicomiche di I. Calvino

Umberto Boccioni, nella sua riflessione sulla pittura futurista, scriveva: “Verrà un tempo in cui il quadro non sarà più sufficiente, la sua immobilità diventerà un arcaismo rispetto al vertiginoso movimento della vita umana. L’occhio dell’uomo percepirà i colori come sensazioni in sé…” È proprio questo principio a prendere forma attraverso il gesto istintivo, la materia cromatica e i vortici che percorrono e animano le sue tele. Non siamo di fronte a forme chiuse, ma a un processo in divenire, un luogo in cui colore e tempo assumono corpo e coscienza.

Entanglement
Paesaggio Quantico nel Verde

 

È in questa zona che prende corpo l’idea di un “ordine implicito”, percepito più come ipotesi e non come sistema rassicurante. Un ordine che non si mostra mai del tutto, che resta velato, attraversato da geometrie trasparenti, da filigrane che dissolvono ogni confine. Le sue velature non fissano mai nulla in modo definitivo, ma alludono, aprendo lo sguardo a ciò che sfugge. In esse, l’effimero diventa visibile, e ciò che crediamo materia si rivela istante di energia vibrante, condensazione temporanea di un flusso che non smette di muoversi.

Il percorso cromatico dell’artista si muove controcorrente, in un tempo in cui le immagini si accavallano e la velocità detta il ritmo dello sguardo. Non ti seduce subito, non ti porge appigli narrativi evidenti, ma ti costringe a fermarti, a respirare insieme all’energia che vibra sotto la superficie, a entrare in uno spazio sospeso dove ogni campitura apre un varco sull’indefinito.

Benedetto XVI La scelta

 

La sua pittura chiede tempo. Chiede silenzio. Chiede, soprattutto, una disponibilità interiore che oggi appare quasi sovversiva. Non è un caso che la sua ricerca si accompagni a una riflessione critica sulla società contemporanea, percepita come un sistema che consuma forme svuotandole di senso, confezionando, per usare un’espressione ricorrente nella critica che lo accompagna, “contenitori di vuoto”.

Eppure, il vuoto, nel lavoro di Alessandro Maio, non è mai mancanza. Nella serie, significativamente intitolata Dal Vuoto, esso diventa origine, matrice, punto di partenza. Dipinto con smalti, con segni incisivi e colori puri, il vuoto si trasforma in pienezza, in spazio generativo. È un ribaltamento che riguarda non solo la pittura, ma una visione del mondo, contro una società che teme il silenzio e riempie ogni interstizio, l’artista rivendica il diritto a un caos primario, a un ritorno a ciò che precede la forma definitiva.

Dal Vuoto Quantistico
Dal Vuoto Mi Manifesto

Questa energia indomita tra caos e struttura, tra istinto e consapevolezza, attraversa tutta la sua produzione, anche quando affiora una dimensione più figurativa, legata al mito, alla storia, alla memoria della Sicilia. Ma anche qui, nulla è mai descrittivo. L’isola non è paesaggio, bensì palinsesto, stratificazione di culture, luce e ombra, mito e ferita. Una presenza che si avverte anche quando non si vede, come un sottofondo identitario che alimenta la pittura senza mai imprigionarla in un’immagine riconoscibile.

C’è infine, nella ricerca di Alessandro Maio, una domanda etica che resta aperta e che forse ne costituisce il nucleo più profondo: quale responsabilità ha oggi il gesto individuale? Se ogni azione, come egli stesso afferma, può avere effetti sull’intera umanità, allora anche il primo colore posato su una tela non è mai innocente. La pratica artistica diventa così un atto di consapevolezza, un tentativo, fragile ma necessario, di ristabilire una relazione tra l’individuo e la collettività, tra arte e vita.

Paesaggio Intrinseco

 

Forse è proprio qui che la sua opera trova la sua ragione più autentica, nel non offrire risposte preconfezionate. Dipingere per lui significa perpetuare l’attraversamento dell’origine, seguire una traccia di energia che sfugge a ogni definizione e non si lascia catturare e trasformare in immagine compiuta. Ogni gesto, ogni vortice cromatico, è un invito a sostare nell’indeterminatezza, a percepire l’atto creativo come un processo in costante divenire.

E resta da chiedersi se, oggi, non sia proprio questa capacità di sospendere il compimento la forma più radicale e necessaria di contemporaneità.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

ALESSANDRO MAIO

Maio si avvicina al mondo della pittura da autodidatta. Interessante  è l’incontro con il Maestro Italo-inglese  John Picking, da cui apprende le tecniche dell’olio e dell’incisione, propedeutiche per lo sviluppo autonomo e indipendente che connota il suo percorso. Desideroso di suscitare emozioni nell’osservatore, l’artista emerge nel variegato panorama contemporaneo tramite la vis cromatica che gli è propria, memore, in ciò, del paesaggio insulare in cui è nato e in cui tuttora vive. Nella maturazione della poetica dell’autore, nomi quali Hieronymus Bosch, Nicolas Poussin, George Grosz, Georges Mathieu e Mario Schifano hanno sicuramente svolto un ruolo non marginale: a questi  il pittore si è infatti rivolto con ammirazione. Prendono così vita scenari astratto – informali in cui è il colore (evanescente, incisivo, geometrico) a dare carattere e personalità alle opere, con atmosfere spesso surreali. […] Fil rouge che unisce i cicli della sua produzione è la caducità delle cose materiali. In tal senso, i gesti informali sul mezzo pittorico devono intendersi  come moti dei singoli elementi  intercettati dal nostro apparato sensistico. Essi rappresentano dunque l’energia che dal vuoto si manifesta in materia tangibile, seppur effimera e soggetta a continui cambiamenti  ed evoluzioni. […] Tra le partecipazioni più rappresentative: Triennale di arti visive a Roma, 2014, presso l’università La Sapienza.  Premio Sulmona (su invito) 2016, 2020, 2021, 2022, 2023,  due volte premiato con menzione speciale di merito. Premio “Pittura e Poesia” Roseto Degli Abruzzi (TE). Vincitore del concorso “Arte Memoria e Legalita” 2021, patrocinato dalla presidenza della Repubblica.  Suoi dipinti si trovano in diverse collezioni pubbliche nazionali e in importanti collezioni private

 Si sono occupati del suo lavoro

Aldo Albani, Alessandro Celli, Gianluca Covelli, Felicia Lo Cicero, Paolo Giansiracusa, Giorgio di Genova, Paolo Levi, Enzo Le Pera, Ghislain Mayaud Giuseppe Possa, Daniele Radini Tedeschi, Maurizio Vitiello, Vittorio Sgarbi.

Da  Atlante dell’arte contemporanea De Agostini.

Scroll down for the English text:

There is a moment, in the artistic experience, when gesture withdraws from the function of explanation and takes on the more difficult and radical task of questioning. It does not seek immediate understanding, but rather demands assent and participation. It is at this threshold—precarious, unstable, yet inevitable—that the painting of Alessandro Maio takes shape. A painting that does not arise from the desire to represent the world, but from the urgency to precede it, to grasp its origin, to seize its energy before it unfolds into recognizable forms.

The artist does not begin with drawing. This is a detail often mentioned, almost as if it were a technical anomaly, yet it reveals a clear position. Renouncing drawing means suspending the idea of a project, relinquishing the reassurance of anticipation, accepting that the work happens even before it is thought. Color comes first, like an event. The gesture does not crown a premeditated narrative; it sets it in motion. Painting here is not tasked with delivering a finished form, but with intercepting a process underway—something closer to a principle, an unstable origin, than to a definitively recognizable image.

The vortices that traverse his canvases, which one might too easily reduce to a stylistic signature, function instead as conceptual devices. They generate and make movement perceptible, transforming the surface of the canvas into a place where space and time oscillate together.

These are sites in which space seems to lose its stability and time ceases to proceed in a linear manner. Here, the reference to Futurism and Vorticism is neither nostalgic nor citational, but structural. As in those movements, the problem in Alessandro Maio’s work is not form, but the energy that precedes it—that indistinct moment in which elements are not yet separated and everything is, to use one of his recurring expressions, “information.”

Umberto Boccioni, in his reflections on Futurist painting, wrote: “A time will come when the picture will no longer be sufficient; its immobility will become an archaism in comparison with the vertiginous movement of human life. The eye of man will perceive colors as sensations in themselves…” It is precisely this principle that takes shape through instinctive gesture, chromatic matter, and the vortices that run through and animate his canvases. We are not faced with closed forms, but with a process in becoming, a place where color and time take on body and consciousness.

It is within this zone that the idea of an “implicit order” emerges—perceived more as a hypothesis than as a reassuring system. An order that never fully reveals itself, remaining veiled, crossed by transparent geometries, by filigrees that dissolve every boundary. His glazes never fix anything definitively; they allude, opening the gaze toward what escapes. In them, the ephemeral becomes visible, and what we believe to be matter reveals itself as an instant of vibrating energy, a temporary condensation of a flow that never ceases to move.

The artist’s chromatic trajectory moves against the current, at a time when images overlap and speed dictates the rhythm of looking. It does not seduce immediately, it offers no obvious narrative footholds, but instead forces us to stop, to breathe alongside the energy vibrating beneath the surface, to enter a suspended space where each field of color opens a passage toward the indefinite.

His painting asks for time. It asks for silence. Above all, it asks for an inner availability that today appears almost subversive. It is no coincidence that his research is accompanied by a critical reflection on contemporary society, perceived as a system that consumes forms by emptying them of meaning, packaging—using a recurring expression in the criticism surrounding his work—“containers of emptiness.”

Yet emptiness, in Alessandro Maio’s work, is never absence. In the series tellingly titled Dal Vuoto (From the Void), it becomes origin, matrix, point of departure. Painted with enamels, incisive marks, and pure colors, the void is transformed into fullness, into generative space. This reversal concerns not only painting, but a worldview: against a society that fears silence and fills every interstice, the artist claims the right to a primordial chaos, to a return to what precedes definitive form.

This untamed energy between chaos and structure, between instinct and awareness, runs through his entire production, even when a more figurative dimension emerges, linked to myth, history, and the memory of Sicily. But here too, nothing is ever descriptive. The island is not landscape, but palimpsest—a stratification of cultures, light and shadow, myth and wound. A presence that is felt even when it is not seen, like an identitarian undertone that nourishes the painting without ever imprisoning it in a recognizable image.

Finally, in Alessandro Maio’s research, there is an ethical question that remains open and perhaps constitutes its deepest core: what responsibility does individual gesture carry today? If every action, as he himself states, can have effects on all of humanity, then even the first color laid on a canvas is never innocent. Artistic practice thus becomes an act of awareness, a fragile yet necessary attempt to reestablish a relationship between the individual and the collective, between art and life.

Perhaps it is precisely here that his work finds its most authentic reason: in refusing to offer ready-made answers. For him, painting means perpetuating the crossing of origin, following a trace of energy that escapes every definition and cannot be captured and transformed into a finished image. Every gesture, every chromatic vortex, is an invitation to linger in indeterminacy, to perceive the creative act as a process in constant becoming.

And one is left to ask whether today this very ability to suspend completion is not the most radical and necessary form of contemporaneity.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. All rights reserved.

ALESSANDRO MAIO

Maio approached the world of painting as a self-taught artist. A significant moment in his formation was his encounter with the Italo-British master John Picking, from whom he learned oil painting and printmaking techniques—foundational skills that supported the autonomous and independent development characterizing his artistic path. Eager to evoke emotions in the viewer, the artist stands out in the diverse contemporary scene through his distinctive chromatic intensity, reflecting the insular landscape of his birthplace, where he continues to live.

In the maturation of his artistic poetics, names such as Hieronymus Bosch, Nicolas Poussin, George Grosz, Georges Mathieu, and Mario Schifano have undoubtedly played a significant role: Maio has engaged with these artists with genuine admiration. From this engagement emerge abstract-informal scenarios in which color—evanescent, incisive, geometric—imparts character and personality to the works, often creating surreal atmospheres. […]

A common thread throughout his body of work is the transience of material things. In this sense, informal gestures on the pictorial surface should be understood as movements of individual elements intercepted by our sensory apparatus. They thus represent the energy that manifests from the void into tangible matter, though ephemeral and subject to constant change and evolution. […]

Among his most notable participations: Triennale of Visual Arts in Rome, 2014, at La Sapienza University; Premio Sulmona (by invitation) 2016, 2020, 2021, 2022, 2023, twice awarded with special merit mentions; “Pittura e Poesia” Prize in Roseto Degli Abruzzi (TE); winner of the “Arte Memoria e Legalità” competition, 2021, sponsored by the Presidency of the Republic. His paintings are part of various national public collections and important private collections.

Critics and scholars who have written about his work:
Aldo Albani, Alessandro Celli, Gianluca Covelli, Felicia Lo Cicero, Paolo Giansiracusa, Giorgio di Genova, Paolo Levi, Enzo Le Pera, Ghislain Mayaud, Giuseppe Possa, Daniele Radini Tedeschi, Maurizio Vitiello, Vittorio Sgarbi.

From Atlante dell’Arte Contemporanea, De Agostini.

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Arte

Una stanza tutta per sé – Dallo scritto di Virginia Woolf a “Le stanze dell’arte”

Il format espositivo Le Stanze dell’Arte, ideato da Olga Marciano e ospitato presso Palazzo Fruscione nel centro storico di Salerno, trova una sorprendente risonanza concettuale con il celebre saggio di Virginia Woolf  “Una stanza tutta per sé.” In entrambi i casi, la “stanza” non è inteso soltanto uno spazio fisico, ma una condizione alquanto necessaria, un luogo di libertà e autodeterminazione, senza il quale la creatività rischierebbe di rimanere frammentata o soffocata.

Così come la celebre e influente scrittrice, saggista e attivista britannica del XX secolo, considerata una figura chiave del modernismo letterario,  rivendicava per le donne scrittrici uno spazio proprio, materiale e simbolico, in cui poter pensare, creare e affermare la propria voce, “Le Stanze dell’Arte” offrono a ogni artista uno spazio autonomo e dedicato, sottratto alla logica della collettiva tradizionale. Ogni stanza diventa una mostra personale, un territorio libero e indipendente in cui l’artista può sviluppare un discorso completo, armonico e senza compromessi. È uno spazio di tempo e ascolto, in cui la ricerca artistica può mostrarsi nella sua complessità, fatta di tecnica, visione e percorso.

Nell’ attraversare le stanze di Palazzo Fruscione, distribuite su tre livelli, il pubblico compie un viaggio tra molteplici universi creativi, varcando soglie successive che interrompono la continuità dello sguardo e impongono ogni volta una ricalibrazione percettiva.

Ciascuna stanza si configura come una “stanza tutta per sé”, un mondo autonomo e un incontro diretto con l’identità dell’artista, con la sua voce e la sua necessità espressiva. L’esperienza di fruizione assume così un carattere immersivo e attento, una sequenza di incontri che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto, restituendo racconti singolari senza mai schiacciarli all’interno di un discorso collettivo dominante.

Questo permette di rendere leggibili non solo i risultati formali della ricerca, ma anche i processi, le intenzioni e le traiettorie che la attraversano. La stanza diventa quindi luogo di concentrazione e di legittimazione, in cui l’artista non è ospite di un discorso curatoriale dominante, ma soggetto pienamente autorizzato del proprio racconto visivo.

La pluralità che ne deriva non è mai gerarchica né competitiva. Come nella genealogia immaginata dalla scrittrice, fatta di molte voci che possono esistere solo se messe in condizione di parlare, Le Stanze dell’Arte costruiscono una coabitazione di autonomie. La condivisione dello spazio espositivo non annulla le differenze, ma le rende finalmente visibili e leggibili, favorendo una circolazione di sguardi, pubblici e relazioni.

È in quest’ottica che la scelta curatoriale di Olga Marciano assume una valenza etica e politica molto importante. Offrire una stanza non è un gesto neutro ma significa redistribuire attenzione, tempo e potere simbolico. Così come Virginia Woolf individuava nella stanza un atto di emancipazione, Le Stanze dell’Arte assumono la forma di un progetto che resiste alla logica dell’urgenza e delle sovrapposizioni, riaffermando il diritto dell’arte contemporanea a esistere in uno spazio di ascolto.

Clark et Pougnaud
Clark et Pougnaud

“Le Stanze dell’Arte” propongono dunque un modello espositivo capace di ridefinire il rapporto tra artista, spazio e pubblico, restituendo alla creazione ciò di cui ha più urgente bisogno…  tempo, silenzio e una stanza tutta per sé.

A ds la Curatrice e Artista Olga Marciano

Questa riflessione sullo spazio, la libertà e l’autonomia creativa trova una nuova occasione di esperienza concreta con la 5ª edizione di Le Stanze dell’Arte, che sarà inaugurata il 20 febbraio 2026.

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Interviste

Giuseppe Pavia – L’equilibrio che accoglie l’imprevisto

La ricerca pittorica di Giuseppe Pavia si inscrive in una zona liminale, dove il gesto controllato e l’evento accidentale coesistono come forze strutturanti dell’opera. La superficie non è mai semplice campo d’azione, ma luogo di stratificazione emotiva e concettuale, in cui la fluidità del colore diventa dispositivo di indagine sull’instabilità dell’identità e sulla possibilità stessa di equilibrio.

Nato a Marsala nel 1975 e oggi attivo a Borgomanero, l’artista avvia dal 2020 una fase di rinnovamento del proprio linguaggio, individuando nella Fluid Art uno strumento espressivo capace di accogliere una ricerca personale autonoma e svincolata da modelli accademici. Le opere nascono dall’interazione tra campiture governate e interventi più irruenti, in cui il dripping interviene a interrompere l’equilibrio iniziale, introducendo una componente di rischio e apertura. Ne emerge una pittura che riflette un’identità in movimento, mai pienamente risolta, ma costantemente ridefinita dal confronto tra protezione e esposizione.

Dal 24 gennaio al 5 febbraio 2026, Giuseppe Pavia sarà protagonista alla Cathart Gallery di Varese in una mostra bipersonale curata da Carla Pugliano, con la partecipazione del critico d’arte Andrea Barretta. L’esposizione segna un passaggio significativo nel percorso dell’artista, delineando uno spazio di confronto e visibilità in cui la pittura emerge come pratica di costante mediazione tra disciplina e libertà. In questo contesto, l’imprevisto non è elemento da contenere, ma forza generativa capace di trasformare il controllo in apertura e l’intuizione in linguaggio condiviso.

 

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

Il tuo percorso artistico nasce da un’esigenza di trasformazione interiore e si sviluppa attraverso un equilibrio costante tra controllo e impulso. In che modo questa caratteristica si manifesta concretamente nel tuo lavoro quotidiano?

Il mio lavoro quotidiano è una negoziazione continua. Il controllo si esprime nel rigore del mio spazio di lavoro: l’arte fluida è la mia ancora di salvezza. Tuttavia all’interno di questa struttura rigida cerco deliberatamente l’impulso attraverso lo scardinamento delle abitudini per mezzo del dripping. Questo equilibrio mi permette di non restare intrappolato nel perfezionismo, trasformando la fatica del controllo nella libertà dell’intuizione improvvisa.

 

La Fluid Art e il dripping convivono nella tua pratica come due poli opposti ma necessari. Cosa rappresentano per te questi due linguaggi e come dialogano all’interno di una stessa opera?

Per me, l’arte fluida è un rifugio. Rappresenta la sicurezza in cui si ripara la mia timidezza; in quel fluire morbido e accogliente trovo lo spazio per essere me stesso senza sentirmi giudicato. È il luogo dove la mia introversione diventa armonia.

Il Dripping, invece, è la parte di me che pulsa ma che mi fa paura: è quella forza che temo di non saper controllare e che, una volta liberata sulla tela, mi espone totalmente. È il mio mettermi in gioco, il salto nel vuoto oltre l’insicurezza. 

In ogni opera, queste due parti dialogano cercando un equilibrio: la fluidità mi protegge, mentre il dripping mi sfida a mostrami per chi sono veramente.

 

La CathArt Gallery si definisce come spazio immersivo e di ricerca. Come ti sei relazionato a questo contesto espositivo e quanto ha inciso sulla percezione del tuo lavoro?

Per me questa rappresenta la prima vera occasione di vedere il mio lavoro riconosciuto a un livello così importante e non posso negare che la cosa mi lusinghi profondamente. Allo stesso tempo, il fatto che un’artista affermata come Carla Pugliano abbia creduto nel mio percorso mi intimorisce: sento la responsabilità di questa occasione.

Tuttavia, sono convinto che il mio processo di trasformazione abbia bisogno proprio di spazi come la CathArt Gallery dove non conta da dove vieni ma dove vuoi andare.

 

Esporre in una bipersonale significa entrare in relazione diretta con un altro artista. Cosa ti interessa del lavoro di Doriano Marocca e quali punti di contatto o frizione riconosci tra le vostre ricerche?

In linea generale sono sempre interessato al lavoro di altri artisti, non per giudicare ma perché mi piace vedere come ognuno cerca di mettere sulla tela il suo vissuto, le sue esperienze e/o le sue emozioni. Non cerco mai similitudini o differenze nel lavoro di altri artisti: mi limito ad osservare senza prevenzione e a cogliere la bellezza che ognuno sa esprimere e trasmettere con le proprie opere.

 

Mostre recenti di Giuseppe Pavia

  • Collective Art Exhibition, ottobre 2024, Galleria d’Arte Ikonica, Milano
  • Arte a Villa Giulia, novembre 2024, Villa Giulia, Pallanza – Verbania
  • Eco delle Forme, dicembre 2024 – gennaio 2025, Omnia Art Gallery, Latina
  • Art Sound Loud, febbraio 2025, all’interno di Art City Bologna 2025
  • Ricognizioni Contemporanee, giugno 2025, Sala della Gran Guardia, Isola d’Elba
  • Attraverso l’arte: la metamorfosi del mondo, agosto 2025, Sala dei Templari, Molfetta
  • Visioni d’Arte, ottobre 2025, Castello di Galliate
  • Re-Cycle / Re-Cosmos, dicembre 2025, bipersonale presso Spazio Azimut C.M., Novara
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ArteSegnalazione Eventi

Le Stanze dell’Arte – Il format espositivo di Olga Marciano che ridefinisce la mostra contemporanea

Qualche giorno fa abbiamo avuto ospite per un’intervista Olga Marciano Oltre a confermarsi una bravissima artista apprezzata da collezionisti con opere acquisite dal FAMM Femmes Artistes du Musée de Mougins in Francia diretto dal noto collezionista Christian Levett abbiamo scoperto molto di più ovvero la sua visione curatoriale e la capacità di ideare eventi espositivi che si distinguono nettamente dalle mostre tradizionali

Con “Le Stanze dell’Arte”, evento ospitato presso Palazzo Fruscione nel centro storico di Salerno, Olga Marciano ha ideato un format espositivo vincente, pensato tanto per gli artisti quanto per il pubblico.

Non si tratta di una classica collettiva, ma di un progetto molto originale che riunisce numerose mostre personali all’interno di un unico grande contenitore espositivo. Ogni artista ha a disposizione una stanza, uno spazio autonomo e dedicato, in cui può raccontare il proprio progetto creativo in modo completo, coerente e approfondito.

Il risultato è sorprendente: agli artisti viene concessa una libertà espressiva totale, difficilmente possibile nelle collettive tradizionali, dove poche opere non sempre riescono a restituire la complessità di una ricerca. Qui, invece, ogni autore può costruire una vera e propria narrazione, attraverso un numero adeguato di opere, rendendo leggibili tecnica, idea e percorso artistico.

Allo stesso tempo, il pubblico vive un’esperienza immersiva e dinamica. Attraversando le numerose stanze del Palazzo, distribuite su tre piani, il visitatore entra di volta in volta in universi differenti, fatti di voci, anime e linguaggi diversi. Ogni stanza diventa un racconto autonomo, un incontro diretto con l’artista.

 

Un ulteriore vantaggio, tutt’altro che secondario, è la possibilità per ciascun artista di intercettare non solo il proprio pubblico, ma anche quello degli altri partecipanti, creando un’importante condivisione di visibilità e relazioni. Una scelta curatoriale fortemente voluta da Olga Marciano, che da artista conosce profondamente le reali esigenze di chi espone.

Come lei stessa racconta:

“Ho voluto creare un format che mettesse davvero l’artista al centro. Le Stanze dell’Arte nascono dall’esigenza di superare il limite della collettiva tradizionale, offrendo a ogni autore lo spazio e il tempo necessari per raccontarsi. Ogni stanza è una mostra personale, un’esperienza completa per chi espone e per chi guarda. L’arte ha bisogno di ascolto, non di sovrapposizioni.”

L’idea di un unico contenitore che ospiti contemporaneamente più mostre personali di artisti contemporanei si rivela dunque estremamente interessante e innovativa. Un progetto capace di diventare punto di riferimento per appassionati, collezionisti e per chi è alla ricerca di nuove forme di espressione artistica.

 

 

 

Lartechemipiace è media partner ufficiale dell’evento e seguirà l’evolversi del progetto, fornendo aggiornamenti sulle varie attività legate a Le Stanze dell’Arte.

 

Clicca qui per conoscere l’elenco degli artisti partecipanti, una selezione in costante aggiornamento, attualmente in fase di definizione.

 

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