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Giuseppina Irene Groccia

ContempoArte Magazíne

ContempoArte Magazine Novembre 2025

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Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

 

Gli artisti presenti all’interno del magazine con contributi rilevanti che desiderano richiedere più copie possono farne richiesta via email all’indirizzo info@lartechemipiace.com, beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata.

ContempoArte Magazine Nr. 19 – Novembre 2025
ISSN 3103-3628
EAN-13: 9773103362009

Anche in questo nuovo numero sono presenti numerosi artisti emergenti di talento e autori affermati che si raccontano nelle interviste, offrendo uno spazio prezioso di ascolto e condivisione. Tuttavia, questa edizione si distingue per la presenza di ospiti d’eccezione: critici d’arte di fama, direttori di musei, ideatori e organizzatori di eventi culturali, che arricchiscono il dibattito con esperienze e originali prospettive. Non mancano gli approfondimenti a cura dei nostri collaboratori e di artisti di rilievo nazionale e internazionale, che contribuiscono a delineare un panorama ampio e stimolante. A completare il tutto, la letteratura e la poesia fanno da cornice, intrecciandosi armoniosamente con le arti visive e donando all’insieme una dimensione ancora più completa e ispirata.

Il Magazine si identifica come una produzione editoriale che riflette l’evoluzione del panorama dell’arte contemporanea e l’importanza di fornire un’analisi più approfondita e riflessiva delle tendenze artistiche. Dalle pubblicazioni sul Blog alle edizioni cartacee, ContempoArte rafforza il ruolo del formato cartaceo come fonte di approfondimento culturale.

Artisti e Collaboratori presenti in questa Edizione Nr 19 – Novembre 2025:

Roberto Litta, Roberto Mutti, Piero Giannuzzi, Robbie McIntosh, Jaya Suberg, Carlo Alberto Mazza, Giovanna Magri, Luigi Le Piane, Ester Maria Negretti, Leo Castelli, Alessio Musella, Diego Salvador, Mimma Galtieri, Nikolina Grabez, Eugenio Sinatra, Sax Palumbo, Gianpia Affaitati, Emanuel Acciarito, Mimmo Legato, Danilo Calò, Fabrizio Gentilini, Emanuele Attadia, Franco Emilio Carlino, Marinella Scigliano, Liliana Condemi, Mariella Rinaldi, Matteo Groppi, Sandra Sciommarello, Rossella Scaramuzza, Paride Bianco, Giuliana Donzello, Angela Kosta, Dante Maffia, Giuseppina Irene Groccia, Donatella Maino, Willy Indiviglia, Ilaria Pisciottani, Alfonso Caniglia, Giovanni Vano, Mario Perrotta, Stefano Vecchione, Adriana Finazzi, Cristina Crestani.

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ArtistiUno Sguardo sull’Opera

“Il silenzio della forma” Nikolina Grabez

Quest’opera dell’artista Nikolina Grabez, si distingue per la sua potente presenza concettuale e la raffinata identità visiva — minimalista e al tempo stesso profondamente evocativa. Trasmette un senso di contenimento e intensità silenziosa che invita lo spettatore a una contemplazione interiore.

La composizione si presenta nitida e calibrata: la simmetria verticale della figura centrale instaura un forte senso di stabilità, mentre il contrasto tra bianco e nero conferisce all’immagine una gravitas quasi iconica.

L’abbigliamento scuro e i guanti bianchi sottolineano il rigore geometrico, mentre l’enorme “testa-fiore” rompe quest’ordine, introducendo una tensione surreale e poetica. Il dialogo tra formalità e astrazione genera un’espressione visiva elegante e al contempo inquietante, segno di una maturità artistica contemporanea.

Il motivo del grande fiore che copre il volto si presta a molteplici interpretazioni: il fiore come maschera nasconde l’individualità, trasformandosi però in una nuova persona, rituale e quasi metafisica; il fiore artificiale, realizzato in carta, rappresenta la tensione tra vita organica e perfezione umana artificiale; il volto nascosto, le mani abbassate e la postura composta evocano introspezione, silenzio e forza controllata. Questo linguaggio visivo di occultamento e rivelazione invita lo spettatore a riflettere su cosa significhi essere visti e su ciò che rimane nascosto.

La tavolozza limitata a nero, bianco e grigi delicati costruisce una forte presenza grafica, quasi come un collage in movimento. Il contrasto tattile tra tessuto e carta accentua la tensione tra morbidezza e rigidità, tra essere e forma, generando un dialogo tra corpo e struttura. L’opera potrebbe inserirsi in una serie concettuale più ampia, esplorando la disumanizzazione, l’introspezione e la trasformazione dell’identità nel mondo contemporaneo. Risuona con il surrealismo poetico di fotografi di moda come Tim Walker o Sarah Moon, pur mantenendo una firma distintamente personale, caratterizzata da silenzio disciplinato, immobilità e minimalismo visivo.

L’opera è intensa, contemplativa ed enigmatica. La sua forza risiede nel sottile intreccio tra moda, performance e metafora, tra umano e astratto, e coglie lo spettatore non con il rumore, ma con il silenzio trasformato in forma.

Nikolina Grabez
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Letteratura

La forza della parola e del sentimento… Marinella Scigliano

Marinella Scigliano, nata a Rossano il 3 marzo 1965, porta nel cuore la passione per la poesia, nata da un’esperienza dolorosa che ha saputo trasformare in luce e parola. Legatissima alla sua città, ricca di storia artistica e culturale, Marinella ha trovato nella scrittura un modo per dare voce alle emozioni più profonde.

Alla domanda “cos’è la poesia per me?”, ama rispondere: “In passato avrei detto che è il più bel viaggio introspettivo per guarire l’anima. Oggi rappresenta quel che sono… il divenire.”
Un pensiero che racchiude perfettamente la sua evoluzione interiore e artistica, segnata da una sensibilità autentica e da un profondo amore per la parola.

Seguo Marinella da molto tempo, ed è una presenza sempre vicina alle attività del mio blog. Ha partecipato, tempo fa, a una mia precedente pubblicazione che univa arte visiva e poesia, un momento che lei stessa ama ricordare come la sua prima occasione di condivisione pubblica. È quindi per me una grande gioia ritrovarla oggi, con la sua voce intensa e luminosa, nelle pagine del blog e nel prossimo numero del magazine *ContempoArte* in uscita a breve.

Sono inoltre felice di presentare in questo articolo una selezione di due sue bellissime poesie, che testimoniano ancora una volta la profondità e la grazia della sua ispirazione.

TEMPESTA

Mi abituerò

a calpestare germogli ed

il mare morire all’orizzonte

di una terra non più mia

nel muro a secco di un

abbraccio

al confine di un deserto

dove il vento non si posa…

a placare la solennità del

tempo il mio sguardo

in un batter di ciglia.

LETTERA AD UNA MADRE

Si piega sotto il peso

della neve il silenzio

dell’inverno.

La luce delle stelle morte

trasmigra da cielo a terra.

Non è più tempo che

la mia guancia scivoli sulla

tua per cercarti tra parole

perdute e se è pur facile

dimenticare tra un ululato e

il vento

non piango…

mi è dolce perdermi

quando a gran voce mi

chiami…

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Letteratura

Fondali di Corallo… Rossella Scaramuzza

Con Fondali di corallo (Bertoni Editore, aprile 2025), Rossella Scaramuzza consegna al lettore una raccolta poetica che si presenta come un approdo maturo e consapevole all’interno del panorama lirico contemporaneo. La sua voce, al tempo stesso limpida e vertiginosa, si muove tra le pieghe dell’anima con l’eleganza di chi sa che la poesia può rivelare e non solo descrivere. Nei suoi versi, il mare, da scenario simbolico, diventa materia viva, cangiante, che accoglie e restituisce l’essenza stessa dell’esistenza.

Il corallo, emblema di una bellezza che nasce dalla profondità e dal tempo, diviene metafora di una ricerca interiore costante: un tornare a sé dopo l’urto delle maree, un rinnovarsi attraverso la fragilità. Scaramuzza scava con mano sapiente nelle zone d’ombra dell’essere, traducendo il dolore in parola, la memoria in luce. La sua scrittura, densa e musicale, ricorda quella di certe poetiche novecentesche in cui la parola riusciva a farsi corpo, respiro, eco di una verità universale.

Definire Fondali di corallo una semplice silloge sarebbe riduttivo. L’opera si configura come un viaggio sensoriale e spirituale, una discesa nel cuore del lettore, dove ogni verso si trasforma in frammento di mare, in corallo che risplende nell’intimità di chi legge. Rossella Scaramuzza si afferma così come una voce autentica, capace di trasformare la vulnerabilità in arte e di restituire alla poesia la sua originaria funzione: quella di illuminare, con grazia e ardore, gli abissi del vivere.

COME LE SERE D’ESTATE

Me lo strapperei, sì,

uno strappo recisivo.

Poi lo sbatterei, come si fa con il polpo

le sere d’estate, quando

-bagnati di sale-

si lancia il proprio trofeo sulle pietre per stordirlo ed esibirlo

e insieme alla vittoria se ne assapora già il gusto. 

E farei così con il mio cuore:

me lo strapperei dal petto

e proverei a stordirlo sui sassi,   

sulla battigia di pietre

e sugli scogli appuntiti,   

fino a quando,

-bagnata di lacrime e sale-

completamente stordito

e rimesso al suo posto, 

potrei convincermi di non sentire più il suo dolore

e se si addormenta,

-finalmente liberata-

potrei abbandonarmi al mare

UNA VITA CON NESSUNO

Come me,
è Donna Polifemo!
La Fiducia è donna,
come lo Strazio di Polifemo
per aver abbassato i suoi scudi
ed averli consegnati all’affabulatore.
Una vita con Nessuno.
Oltre ogni orizzonte e confine,
oltre ogni mare e terra
vado gridando il mio dolore,
ferita e accecata da un profondo squarcio.

SPIAGGIATA

E te ne vai in giro,
con il mio scalpo tra le mani.
Mi hai spiaggiata…
Anche al dolore ci si arrocca, ci si abitua talmente!
Ma forse, non sai,
Vita
Che ti vivo così: fronte mare!
L’Orizzonte negli occhi
L’Infinito nello sguardo
Le Profondità nel cuore
Le Onde nei pensieri
E il Vento, il Vento che mi leviga,
mi scava, mi ammorbidisce ed è scudo,
maestro e m’invita a prendere il largo.
A volte spiaggiata, a volte arroccata,
a volte infranta,
a volte onda altissima
che si confonde al cielo.

IL LANCIO

Mi hai voluta
mi hai stretta al tuo petto
e poi, d’improvviso, non c’era più il riparo,
come se mi avessi presa dai capelli ed estirpata,
estratta, di colpo, di netto,
così, a crudo e incurante del lancio,
di dove potessi finire,
se sbattuta su una roccia,
o se ammarata negli abissi.
Incurante, così, d’improvviso,
mi hai sradicata con forza, ma incurante del lancio,
di dove potessi finire:
infranta in terra,
o tra le fiamme,
o affogata nel mio stesso sangue!
Non avevi più voglia: tutto qui!
Ma sotto le tue unghie c’è ancora un po’ di pelle,
ancora un po’ di sangue,
la Mia Pelle, il Mio Sangue…
E nelle tue mani c’è ancora un po’ di Me
e lo so, so che te le porti al cuore!

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ArtistiUno Sguardo sull’Opera

Presenza e dissoluzione… l’alchimia del mordançage nell’opera di Eugenio Sinatra

Eugenio Sinatra, fotografo e sperimentatore, è un autore che da sempre indaga i confini più sensibili e poetici della fotografia analogica. La sua ricerca si muove tra tecnica e intuizione, tra rigore di laboratorio e abbandono emotivo, facendo della materia stessa dell’immagine – l’emulsione, la luce, il tempo di sviluppo – un linguaggio espressivo. In ognuno dei suoi lavori emerge chiaramente la sua passione per i processi artigianali e la propensione verso una fotografia che sia gesto creativo e trasformazione.

In questo lavoro, un nudo femminile di intensa eleganza, Eugenio Sinatra adotta la tecnica del mordançage, processo di camera oscura inventato da Jean-Pierre Sudre e reso celebre in epoca contemporanea da Elisabeth Opalenik, considerata la “regina” di questa pratica. Proprio la Opalenik, che ha guidato e ispirato Sinatra con preziosi consigli, descrive il mordançage come “a darkroom process where the silver emulsion is lifted from the photographic paper in the shadow areas, then removed or rearranged. The floating veils of silver emulsion are my contribution to this process. Each image is unique.”

Un procedimento in cui l’emulsione d’argento, sollevata e quasi “strappata” dalla carta fotografica, viene poi ricomposta, lasciando sospesi veli e lacerti di materia che trasformano l’immagine in un corpo vivo, vulnerabile e irripetibile.

In questo lavoro, il nudo si libera da ogni tentazione descrittiva per assumere una forma di presenza rarefatta. La pelle, da semplice superficie, diventa un vero e proprio campo di trasformazione: un luogo dove la materia fotografica si solleva, lasciando affiorare frammenti, incisioni e lembi di luce. È come se l’emulsione, sottoposta alla forza del mordançage, restituisse visivamente la memoria di un contatto, la vibrazione di un passaggio tra presenza e dissoluzione. La figura femminile si manifesta come impronta, come residuo di un’apparizione che non si concede del tutto, sospesa in una dimensione di fragile eternità.

Il risultato è un’immagine sospesa tra fotografia e scultura, tra gesto alchemico e rivelazione poetica — un’opera in cui la materia fotografica si fa pelle, e la pelle diventa linguaggio.

 

A testimonianza della sua rilevanza artistica, questo lavoro è stato scelto per la pubblicazione nel prossimo numero di ContempoArte Magazine, in uscita a novembre 2025.

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Segnalazione Eventi

A LECCO, L’ARTISTA E ARCHITETTO EMANUEL ACCIARITO SVELA “IL SEGRETO DI GERTRUDE” ALL’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI ARTE CONTEMPORANEA “I PROMESSI SPOSI”.

 

A LECCO, L’ARTISTA E ARCHITETTO 

EMANUEL ACCIARITO 

SVELA “IL SEGRETO DI GERTRUDE” ALL’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI ARTE CONTEMPORANEA 

“I PROMESSI SPOSI”.

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |10|Ottobre|2025|

 

 

Nel suggestivo Monastero del Lavello di Calolziocorte a Lecco, il veliterno architetto-artista Emanuel Acciarito espone insieme a tanti altri artisti talentuosi alla Esposizione Internazionale di arte contemporanea “I Promessi Sposi” che è stata ideata e

allestita dal professore, storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.

 

L’esposizione inaugurata il 04 ottobre 2025, resterà aperta al pubblico tutti i giorni fino al 16 ottobre.

 

 

 

L’opera “Il Segreto di Gertrude” di Emanuel Acciarito di dimensioni 60 x 120 cm è realizzata con tecnica mista su tavola, e raffigura Gertrude, l’iconica figura femminile del celebre romanzo “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, da un’angolazione creativa per niente scontata.

 



 

La Monaca di Monza è stata interpretata dall’artista nella sua intimità, assieme al suo segreto velato nel romanzo, della vera o presunta maternità.

L’opera di Acciarito aleggia tra le stanze del Monastero dei Padri Serviti, in tutta la sua nudità, con coperto solamente il capo e le spalle dal velo dell’ordine ecclesiastico dal quale si era opposta fino alla fine, ma poi ceduto per indossarlo a vita. Il velo che sa di imposizione, prigione e peso, per l’artista non privano Gertrude di poter esprimere nella sua quotidianità, la libertà di amare un uomo e in segreto, nuda dinanzi al solo Dio, custodirne senza nessuna veste di monaca, l’attesa di un figlio.

Quest’ultima opera dell’artista fa parte di un nuovissimo ciclo creativo realizzato a Vigevano tra il 2023 e il 2025, ma maturato nel tempo, attraverso un rigoroso ragionamento tecnico e creativo che ha potuto sperimentare nel 2014 con altrettanti lavori materici realizzati con la carta pesta, nel suo territorio natale e nei paesi limitrofi di Giulianello e Artena, Cori e Latina.

 



 

La scelta del colore bianco è una scelta vincolante a tutto questo percorso che pone dei paletti voluti dall’artista alla sua realizzazione, per permettere all’autore Emanuel Acciarito, di indagare fino in fondo tutte le sue simbologie che l’artista va

ricercando nella sua introspezione quotidiana.

La ricerca del bianco lo ha portato ad analizzare questa scelta in tutte le culture. E nella ricerca delle diverse culture si è ritrovato ad accettare il simbolo del bianco nell’associazione della purezza, dell’innocenza e della spiritualità, che in questo caso è enunciato dalla bellezza del corpo della donna con la sola eccezione del colore nero del velo del copri capo e quello del copri spalle, che in questo caso l’artista ha voluto rimarcare per enfatizzarne maggiormente il forte significato di appartenenza religiosa.

 



 

Al bianco nelle diverse culture analizzate si attribuisce l’alto valore del sacro e ad esso si associano tanti significati simbolici, e ad essi Emanuel Acciarito cerca ogni volta di attingere nel suo percorso creativo.

Nella cultura occidentale il bianco viene associato alla purezza e all’innocenza, tanto è che viene utilizzato per rappresentare matrimoni e battesimi, poiché simboleggia l’inizio della nuova vita. Nella cultura orientale il bianco viene associato alla spiritualità e alla pace interiore. I monaci buddisti indossano abiti bianchi per rappresentare la loro rinuncia al mondo materiale offrendo la loro dedizione alla sola ricerca spirituale. Nella cultura africana il colore bianco viene associato alla purezza divina e alla spiritualità. Il bianco viene quindi considerato un colore sacro perché simboleggia la connessione con gli spiriti e il divino.

Nella cultura indiana il bianco viene associato alla purezza e alla morte. “Emanuel Acciarito – ha scritto il curatore della mostra de “I Promessi Sposi” – porta in scena una Gertrude intima, materna e libera di amare. E lo fa con la sua tecnica

e il suo stile riconoscibile”.

 

Nel 2023 ha esposto i lavori di questo nuovo ciclo nella galleria di Milano Arcadia Art Gallery, nel 2024 ha partecipato alla prima edizione della “Biennale d’arte di Vigevano” allestita nelle stanze del Castello Sforzesco di Vigevano e alla rassegna d’arte “Donne in Trasformazione” che si è tenuta nell’antico palazzo “Malvinni Malvezzi” a Matera, dove ha ricevuto assieme ad altri artisti presenti, anche il Premio Modart Exhibition.

A gennaio di questo anno ha esposto alla esposizione d’arte “Lo stato dell’arte ai tempi della 60° Biennale di Venezia” che è stata allestita presso il Palazzo Pisani – Revedin a Venezia.

“L’esposizione di un mio lavoro – ha dichiarato Emanuel Acciarito – è sempre una importante prova per me, perché mi permette da un lato di guardare il processo creativo maturato durante la sua realizzazione da spettatore, e dall’altro, di continuare a farlo da artista tra la gente, mentre penso al mio prossimo lavoro”

 

 

 

 

 

 

 

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com

 

 

 

 

 

 

 

 

Emanuel Acciarito, architetto e artista originario di Velletri, si è laureato in Architettura presso l’Università di Roma “La Sapienza”. La sua attività creativa si esprime attraverso diverse forme d’arte, dalla pittura alla scultura materica, accomunate da una profonda ricerca simbolica e spirituale.

Nel suo percorso artistico, Acciarito esplora temi universali come la libertà, la purezza e l’introspezione, con una particolare attenzione al valore del bianco, colore che per lui rappresenta la soglia tra il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito.

Negli ultimi anni ha presentato le sue opere in importanti rassegne nazionali e internazionali, tra cui Arcadia Art Gallery di Milano (2023), la Biennale d’Arte di Vigevano (2024) al Castello Sforzesco e la mostra “Donne in Trasformazione”a Matera, dove ha ricevuto il Premio Modart Exhibition. Nel 2025 ha partecipato all’esposizione “Lo stato dell’arte ai tempi della 60ª Biennale di Venezia” presso Palazzo Pisani-Revedin.

Alla Esposizione Internazionale di Arte Contemporanea “I Promessi Sposi” di Lecco, Acciarito presenta Il segreto di Gertrude, un’opera intensa che indaga la dimensione intima e spirituale della Monaca di Monza.

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tutti i contenuti vengono selezionati a discrezione della redazione, in base alla coerenza con la linea editoriale del blog.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Segnalazione Eventi

A LECCO, L’ARTISTA E ARCHITETTO EMANUEL ACCIARITO SVELA “IL SEGRETO DI GERTRUDE” ALL’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI ARTE CONTEMPORANEA “I PROMESSI SPOSI”.

 

A LECCO, L’ARTISTA E ARCHITETTO 

EMANUEL ACCIARITO 

SVELA “IL SEGRETO DI GERTRUDE” ALL’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI ARTE CONTEMPORANEA 

“I PROMESSI SPOSI”.

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |10|Ottobre|2025|

 

 

Nel suggestivo Monastero del Lavello di Calolziocorte a Lecco, il veliterno architetto-artista Emanuel Acciarito espone insieme a tanti altri artisti talentuosi alla Esposizione Internazionale di arte contemporanea “I Promessi Sposi” che è stata ideata e

allestita dal professore, storico e critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso.

 

L’esposizione inaugurata il 04 ottobre 2025, resterà aperta al pubblico tutti i giorni fino al 16 ottobre.

 

 

 

L’opera “Il Segreto di Gertrude” di Emanuel Acciarito di dimensioni 60 x 120 cm è realizzata con tecnica mista su tavola, e raffigura Gertrude, l’iconica figura femminile del celebre romanzo “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, da un’angolazione creativa per niente scontata.

 



 

La Monaca di Monza è stata interpretata dall’artista nella sua intimità, assieme al suo segreto velato nel romanzo, della vera o presunta maternità.

L’opera di Acciarito aleggia tra le stanze del Monastero dei Padri Serviti, in tutta la sua nudità, con coperto solamente il capo e le spalle dal velo dell’ordine ecclesiastico dal quale si era opposta fino alla fine, ma poi ceduto per indossarlo a vita. Il velo che sa di imposizione, prigione e peso, per l’artista non privano Gertrude di poter esprimere nella sua quotidianità, la libertà di amare un uomo e in segreto, nuda dinanzi al solo Dio, custodirne senza nessuna veste di monaca, l’attesa di un figlio.

Quest’ultima opera dell’artista fa parte di un nuovissimo ciclo creativo realizzato a Vigevano tra il 2023 e il 2025, ma maturato nel tempo, attraverso un rigoroso ragionamento tecnico e creativo che ha potuto sperimentare nel 2014 con altrettanti lavori materici realizzati con la carta pesta, nel suo territorio natale e nei paesi limitrofi di Giulianello e Artena, Cori e Latina.

 



 

La scelta del colore bianco è una scelta vincolante a tutto questo percorso che pone dei paletti voluti dall’artista alla sua realizzazione, per permettere all’autore Emanuel Acciarito, di indagare fino in fondo tutte le sue simbologie che l’artista va

ricercando nella sua introspezione quotidiana.

La ricerca del bianco lo ha portato ad analizzare questa scelta in tutte le culture. E nella ricerca delle diverse culture si è ritrovato ad accettare il simbolo del bianco nell’associazione della purezza, dell’innocenza e della spiritualità, che in questo caso è enunciato dalla bellezza del corpo della donna con la sola eccezione del colore nero del velo del copri capo e quello del copri spalle, che in questo caso l’artista ha voluto rimarcare per enfatizzarne maggiormente il forte significato di appartenenza religiosa.

 



 

Al bianco nelle diverse culture analizzate si attribuisce l’alto valore del sacro e ad esso si associano tanti significati simbolici, e ad essi Emanuel Acciarito cerca ogni volta di attingere nel suo percorso creativo.

Nella cultura occidentale il bianco viene associato alla purezza e all’innocenza, tanto è che viene utilizzato per rappresentare matrimoni e battesimi, poiché simboleggia l’inizio della nuova vita. Nella cultura orientale il bianco viene associato alla spiritualità e alla pace interiore. I monaci buddisti indossano abiti bianchi per rappresentare la loro rinuncia al mondo materiale offrendo la loro dedizione alla sola ricerca spirituale. Nella cultura africana il colore bianco viene associato alla purezza divina e alla spiritualità. Il bianco viene quindi considerato un colore sacro perché simboleggia la connessione con gli spiriti e il divino.

Nella cultura indiana il bianco viene associato alla purezza e alla morte. “Emanuel Acciarito – ha scritto il curatore della mostra de “I Promessi Sposi” – porta in scena una Gertrude intima, materna e libera di amare. E lo fa con la sua tecnica

e il suo stile riconoscibile”.

 

Nel 2023 ha esposto i lavori di questo nuovo ciclo nella galleria di Milano Arcadia Art Gallery, nel 2024 ha partecipato alla prima edizione della “Biennale d’arte di Vigevano” allestita nelle stanze del Castello Sforzesco di Vigevano e alla rassegna d’arte “Donne in Trasformazione” che si è tenuta nell’antico palazzo “Malvinni Malvezzi” a Matera, dove ha ricevuto assieme ad altri artisti presenti, anche il Premio Modart Exhibition.

A gennaio di questo anno ha esposto alla esposizione d’arte “Lo stato dell’arte ai tempi della 60° Biennale di Venezia” che è stata allestita presso il Palazzo Pisani – Revedin a Venezia.

“L’esposizione di un mio lavoro – ha dichiarato Emanuel Acciarito – è sempre una importante prova per me, perché mi permette da un lato di guardare il processo creativo maturato durante la sua realizzazione da spettatore, e dall’altro, di continuare a farlo da artista tra la gente, mentre penso al mio prossimo lavoro”

 

 

 

 

 

 

 

Emanuel Acciarito

Atelier Creativo Acciarito

Studio di architettura

Emanuelacciarito@gmail.com

www.acciarito.com

 

 

 

 

 

 

 

 

Emanuel Acciarito, architetto e artista originario di Velletri, si è laureato in Architettura presso l’Università di Roma “La Sapienza”. La sua attività creativa si esprime attraverso diverse forme d’arte, dalla pittura alla scultura materica, accomunate da una profonda ricerca simbolica e spirituale.

Nel suo percorso artistico, Acciarito esplora temi universali come la libertà, la purezza e l’introspezione, con una particolare attenzione al valore del bianco, colore che per lui rappresenta la soglia tra il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito.

Negli ultimi anni ha presentato le sue opere in importanti rassegne nazionali e internazionali, tra cui Arcadia Art Gallery di Milano (2023), la Biennale d’Arte di Vigevano (2024) al Castello Sforzesco e la mostra “Donne in Trasformazione”a Matera, dove ha ricevuto il Premio Modart Exhibition. Nel 2025 ha partecipato all’esposizione “Lo stato dell’arte ai tempi della 60ª Biennale di Venezia” presso Palazzo Pisani-Revedin.

Alla Esposizione Internazionale di Arte Contemporanea “I Promessi Sposi” di Lecco, Acciarito presenta Il segreto di Gertrude, un’opera intensa che indaga la dimensione intima e spirituale della Monaca di Monza.

 
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Artisti

Liliana Condemi, artista di talento di Condofuri, protagonista dei recenti eventi con le opere “Pane di Vita” e “Sogno Liminale”

 

Entrare nel mondo pittorico di Liliana Condemi significa attraversare una soglia dove la pittura si fa insieme esperienza sensoriale e viaggio interiore. Nulla è puramente descrittivo: tutto, nei suoi lavori, tende
all’evocazione, al ricordo, al respiro di ciò che resta invisibile ma sempre vivo.
Il colore diventa pensiero, la forma si trasforma in memoria, e ogni segno
racconta un tempo che continua ad abitare anche il presente.

Le sue opere si muovono tra sogno e ricordo, tra la dolcezza delle origini e lo scorrere del tempo, nei cui cromatismi vive una luce che tenta la riconciliazione, un varco di quiete dove la materia stessa si apre alla poesia e l’immagine diventa luogo di pace interiore.

Nata a Condofuri nel 1949 e formatasi all’Istituto Statale d’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, la pittrice calabrese prosegue da decenni una ricerca ininterrotta che unisce il linguaggio del colore alla riflessione sull’esistenza, sull’interiorità e sulla memoria collettiva.

Nel settembre e ottobre 2025, due suoi recenti interventi espositivi ne hanno ribadito la profondità poetica e la coerenza di visione.

 

Il primo, “Pane di Vita”, presentato a Grimaldi (CS) per Tornare@Itaca 2025 – Pane di Pace (a cura di Mimma Pasqua), nasce da un gesto semplice e universale: impastare il pane, simbolo di nutrimento e condivisione, per ricordare i bambini di Gaza. Liliana ha scelto di “dividere il passato dalle macerie” e di trasformare la materia in segno di rinascita. 

 

Liliana Condemi-Artista-Eventi recenti-Pane di Vita-Tornare a Itaca-

 

 


Il suo pane, da semplice sostanza, diviene memoria custodita, prezioso elemento di vita
, che come scriveva Paul Klee, “rende visibile l’invisibile”, perché in esso la materia si fa simbolo, trasformando il gesto concreto in segno di speranza e rinascita. Nei suoi colori si percepisce l’intensità di una speranza che non ignora il dolore, ma lo trasforma in luce.

 

A distanza di pochi giorni, al Museo del Presente di Rende (CS), l’artista ha presentato “Sogno liminale” nell’ambito della collettiva Geni Comuni, ideata e diretta da Luigi Le Piane, con la curatela di Roberto Sottile e Mariateresa Buccieri. Qui il linguaggio si fa più rarefatto, sospeso tra ricordo e percezione. In un gioco di blu e verdi emergono echi di esperienze intime, i centrini della nonna, il riflesso del laghetto delle
ninfee a Gambarie, tutto si intreccia in una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione. L’opera si apre come una soglia, un passaggio tra ciò che è stato e ciò che ancora può essere, tra il gesto antico e il respiro della natura.

 

Liliana Condemi-Artista-Eventi recenti-Geni Comuni-

 

 

Nella pittura di questa abile artista, il colore scivola sulle tele come un’anima viva. È un atto vitale, una musica silenziosa che si
espande sulla tela come “una serie di accordi musicali”, per citare le parole di un critico che le sono state dedicate. In lei si rinnova quella sapienza del colore che, come diceva Kandinsky, “è un potere che influenza direttamente l’anima”.

Liliana Condemi intesse e porta avanti il suo universo
pittorico come un diario spirituale, dove la memoria si fa speranza e la bellezza diventa un gesto consolidato di pace.

 

 

 

 

Per ulteriori informazioni sul percorso artistico e sulle opere di Liliana Condemi, si invita a consultare il suo sito ufficiale.

 

Clicca sulla sua firma per accedere al suo Sito web

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



 
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Segnalazione Eventi

“15 – La fotografia oltre l’umano” – Un vernissage che diventa dialogo

“15 – La fotografia oltre l’umano”

 

Un vernissage che diventa dialogo

 

 

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |04|Ottobre|2025|

 

 

Non una semplice inaugurazione, ma un intreccio di sguardi,
relazioni e spazi vitali. Così si è presentato sabato 27 settembre il
vernissage della mostra “15 – La fotografia oltre l’umano” presso la CathartGallery di Varese, trasformando l’apertura ufficiale in un’esperienza
condivisa.

 

La città, con la sua vocazione artistica, ha accolto un
evento che ha superato la dimensione della pura esposizione per diventare
un’occasione di incontro. Determinante è stato il ruolo dello spazio: la
galleria di Carla Pugliano, che con magnifica accoglienza e grande
professionalità ha saputo gestire l’allestimento e la stampa, si è rivelata una
cornice capace di amplificare il linguaggio delle opere senza mai sovrastarlo,
restituendo al pubblico la giusta intimità e una luce museale indispensabile
per la fotografia.

 

 

 

Alla guida del progetto, l’ideazione e la cura di Ilaria Pisciottani, che ha saputo intrecciare visioni e sensibilità differenti, dando
alla mostra una coerenza narrativa e un respiro critico che hanno reso l’evento
più di una semplice esposizione, e cioè un percorso pensato come esperienza
collettiva.

 

L’artista e curatrice Ilaria Pisciottani e il critico Roberto Mutti

 

 

L’atmosfera respirata durante il vernissage non si è
misurata in numeri o applausi, ma in quella sottile armonia che ha legato
immagini, ambiente e persone. Ogni fotografia ha trovato il proprio posto,
instaurando un dialogo con lo spazio e con chi lo abitava in quel momento.

 

Un ruolo centrale lo hanno avuto le collaboratrici
coinvolte: professioniste serie, preparate, ma anche amiche di lunga data, tra
cui proprio Carla Pugliano e Giuseppina Irene Groccia. La loro collaborazione
non si è limitata alla semplice coesistenza, ma ha dato vita a un intreccio di
sensibilità che, grazie alla visione curatoriale di Ilaria Pisciottani, si è
tradotto in un progetto corale e autentico. “Il successo si ha perché succede
qualcosa
” – ha ricordato appunto la curatrice durante l’evento, e sabato quella
sintonia di pensiero si è concretizzata in un percorso comune.

 

L’artista e gallerista ospitante Carla Pugliano con il critico
Roberto Mutti

 

 

Il vernissage ha visto anche il contributo di autori di
rilievo, le cui ricerche fotografiche sono state accolte con grande interesse.
Esporre le loro opere ha significato riconoscere il valore di una ricerca che
merita di essere diffusa, ma anche dare un segno di stima verso chi continua a
interrogare la fotografia come linguaggio critico e poetico. 
I 14 fotografi selezionati – Matteo Abbondanza, Fabrizio Ceci, Michele Coccioli, Monica Cossu, Giuseppina Irene Groccia, Matteo Groppi, Sonia Loren, Alessio Marzola, Maria Cristina Pasotti, Ilaria Pisciottani, Alessandro Rovelli, Christine Selzer, Louis Selzer, Pier Paolo Tralli 

 

 

 

Il progetto non si esaurisce però nello spazio della
galleria: le opere proseguiranno il loro cammino verso la Sicilia, entrando a
far parte del museo a cielo aperto del Borgo di Cannistrà, grazie all’impegno e
all’amicizia di Tonino Privitera. Un viaggio che testimonia come la fotografia
possa abitare luoghi diversi e continuare a generare senso oltre l’evento.

 

 

Determinante è stato anche il lavoro redazionale: la cura
del catalogo e della rassegna stampa, affidata a Giuseppina Irene Groccia
definita affettuosamente “la nostra Vasari” – ha garantito coerenza e qualità,
offrendo all’iniziativa una cornice critica solida e professionale.

 

 

Il momento forse più intenso è stato l’intervento del
critico Roberto Mutti, tra le voci più autorevoli nel panorama fotografico
italiano. Con aneddoti sulle origini della fotografia e sui pionieri che ne
hanno tracciato la strada, Mutti ha saputo affascinare il pubblico, offrendo
nuove prospettive di lettura e consolidando il valore dell’esperienza.

 

 

 

Il pubblico stesso, numeroso e partecipe, ha giocato un
ruolo chiave: colto, attento, entusiasta, ha trasformato la serata in un
dialogo vivo tra chi espone e chi osserva. Tra i presenti spiccava una figura
storica del fotogiornalismo italiano: Giorgio Lotti. Con una carriera lunga
sessant’anni
, oltre 400.000 scatti all’attivo e una vita trascorsa a
documentare i protagonisti e gli eventi del Novecento – da Yasser Arafat a
Brigitte Bardot, da Andy Warhol a Eugenio Montale, fino allo sbarco sulla Luna
accanto a Giuseppe Ungaretti – Lotti ha portato con sé la testimonianza viva di
un’epoca. Emblematico il record della sua fotografia ufficiale del premier
cinese Zhou Enlai, stampata in oltre 100 milioni di copie, la più venduta al
mondo.

 

Il vernissage è stato, in definitiva, un momento di
gratitudine: verso chi ha proposto le proprie idee creative, verso lo spazio
che ha accolto le opere, verso chi ha reso possibile il catalogo e la stampa di
qualità, verso il critico che ha offerto uno sguardo illuminante, e soprattutto
verso il pubblico, che ha dato calore e senso a ogni immagine. Ma soprattutto
un ringraziamento va alla curatrice Ilaria Pisciottani, la cui visione ha reso
possibile questo intreccio di energie, idee e relazioni.

 


 

Tra i ringraziamenti finali, non sono mancate le artiste
Carlotta Baldazzi, Chiara Galliano e Luisa Montagna per la loro presenza, così
come Maria Cristina Pasotti e Pier Paolo Tralli, che hanno immortalato con le
loro fotografie i momenti salienti della serata.

 

“15 – La fotografia oltre l’umano” si è così rivelata molto
più di una mostra: un passaggio che ricorda come l’arte sia sempre costruita su
incontri, relazioni e luoghi capaci di restituire significato alle immagini.

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

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È possibile inviare comunicati stampa o proposte all’indirizzo: gigroart23@gmail.com.
Tutti i contenuti vengono selezionati a discrezione della redazione, in base alla coerenza con la linea editoriale del blog.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Rouen e il suo Musée des Beaux-Arts – Un viaggio tra capolavori

 

 

Rouen e il suo Musée des Beaux-Arts

 

Un viaggio tra capolavori

 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |04|Ottobre|2025|
 
 

Il Musée des Beaux-Arts di Rouen è senza dubbio una delle tappe culturali imprescindibili della Normandia. Fondato per volontà di Napoleone Bonaparte nel 1801, testimonia la lungimiranza del grande condottiero che, con un decreto, rese la città normanna custode di un patrimonio artistico di livello internazionale. L’attuale edificio, progettato dall’architetto Louis Sauvageot e completato nel 1888, domina oggi l’Esplanade Marcel Duchamp, ed è stato rinnovato nel 1994 per accogliere al meglio visitatori e collezioni.

Il museo conserva una delle più ricche raccolte pubbliche di provincia in Francia, con opere che spaziano dal XV al XX secolo. Pittura, scultura, arti decorative e disegni convivono in un percorso che attraversa Rinascimento, Barocco, Romanticismo, Impressionismo e arte moderna.

 

 

 

Tra i nomi che impreziosiscono le sale figurano giganti della storia dell’arte: Caravaggio, Rubens, Velázquez, Veronese, Poussin, Fragonard, David, Ingres, Géricault, Delacroix, Degas, Monet, Sisley, Renoir, Modigliani, i fratelli Duchamp, fino a Dubuffet e Dufy. L’elenco è talmente impressionante da sembrare quasi una parata in carne e ossa di maestri che hanno segnato la storia dell’arte europea. Non mancano capolavori meno noti ma straordinari, come La Vergine tra le vergini di Gerard David o le delicate raffigurazioni di François Clouet.

 

Una menzione speciale spetta all’Impressionismo, di cui il museo custodisce una delle più grandi collezioni francesi, resa possibile grazie alla donazione del collezionista François Depeaux nel 1909. Monet, con la sua celebre Serie della Cattedrale di Rouen, ma anche Sisley, Renoir, Pissarro e Caillebotte, sono i protagonisti di una stagione artistica che proprio in Normandia trovò la sua culla naturale.

Oltre alla pittura, il museo ospita una ricca collezione di sculture, dalle opere barocche di Pierre Puget ai moderni lavori di Jacques Lipchitz e Raymond Duchamp-Villon. A completare il percorso, preziosi disegni, una raccolta di icone russe e splendidi esempi di arti decorative.

 

L’esperienza di visita è resa ancora più piacevole dalla presenza del Giardino delle Sculture, un bellissimo spazio all’aperto ma al contempo protetto, dove il verde dialoga con opere tridimensionali esposte en plein air. È un luogo di pausa e di contemplazione, che consente di vivere l’arte in continuità con la natura. Qui si trova anche il ristorante del museo, ideale per concludere la visita con un momento di relax.

 

Entrare al Musée des Beaux-Arts di Rouen significa dunque intraprendere un vero viaggio tra maestri immortali, sorprese nascoste e spazi che respirano cultura. Eppure, nonostante la sua grandiosità, il museo riesce a trasmettere un senso di accoglienza, quasi domestico. Lo dimostra la vivacità dei laboratori e delle attività dedicate ai più piccoli, che imparano a leggere i segreti delle tele con entusiasmo e curiosità.

 

 

Passeggiando tra le sue sale luminose, il visitatore percepisce subito la ricchezza e la varietà del patrimonio custodito.
Ma c’è una stanza che cattura ogni sguardo, un luogo in cui il tempo sembra fermarsi, ed è quella che ospita La Flagellazione di Cristo di Caravaggio. Davanti a questo capolavoro non si può restare indifferenti. La forza drammatica della scena, il contrasto tra luce e ombra, l’intensità dei corpi e dei volti, tutto parla con la potenza unica dell’arte italiana, vero orgoglio e vanto del nostro Paese.
 
 
Caravaggio, più di chiunque altro, emerge come un gigante, non c’è paragone, non c’è rivale che tenga. Il suo linguaggio diretto e struggente ti afferra con forza e ti trascina oltre la tela, dentro la carne viva della scena. È in quel preciso istante che si avverte il rischio di cadere nella cosiddetta sindrome di Stendhal, non più intesa come semplice smarrimento, ma come autentica vertigine estetica. Un cortocircuito tra percezione sensibile e coscienza critica, in cui la bellezza si manifesta in modo tanto assoluto da risultare quasi insostenibile.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
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