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Interviste

Con “Bringing Back” Max Callari firma il suo nuovo libro

Con Bringing Back. Un racconto psicoanalitico, Max Callari firma un’opera intensa e consapevole che affonda nella materia viva della memoria per interrogare il rapporto tra identità, velocità e disconnessione emotiva. Ambientato nella Milano iper-produttiva degli anni Novanta, il libro mette in scena il collasso di un sistema interiore prima ancora che sociale, mostrando come l’efficienza e la performance possano trasformarsi in forme sottili di alienazione.

La narrazione procede per immagini, attriti e sospensioni, evitando il racconto lineare a favore di una scrittura che lavora per scarti e risonanze. In questo impianto si riconosce lo sguardo dell’artista visivo.

L’autore osserva il reale con precisione analitica, senza mai perdere la dimensione umana, lasciando che siano i dettagli, la materia e il corpo a farsi portatori di senso. In questa prospettiva, la materia non è semplice elemento simbolico, ma luogo di attrito e di risveglio, capace di interrompere l’anestesia del sistema e restituire al soggetto il senso del proprio corpo. Bringing Back si impone così come un racconto di rottura e di ritorno, un viaggio psicoanalitico che diventa anche riflessione critica su un’epoca e sulle sue promesse mancate.

Fotografo e artista visivo da sempre attento all’essenza delle cose, Callari conferma anche nella parola scritta la sua capacità di osservare il reale con uno sguardo analitico, costantemente attento ai suoi dettagli più essenziali. La parola, come l’immagine, si fa strumento di osservazione e di scavo, articolando un racconto sospeso tra indagine psicoanalitica e spinta critica, senza perdere mai il contatto con l’interiorità autentica del personaggio.

 

In questa conversazione, l’autore ci ha gentilmente concesso in esclusiva di discutere del suo nuovo libro, Bringing Back, ripercorrendone la genesi, il dialogo tra scrittura e fotografia e le prospettive del suo percorso artistico nel raccontare il nostro modo di abitare la realtà.

“Bringing Back” è un titolo che suggerisce un ritorno, un recupero. Cosa sentivi l’urgenza di riportare indietro, un tempo, una sensibilità, o una parte di te stesso che il presente tende a rimuovere?

L’urgenza di “Bringing Back” nasce dal bisogno di recuperare l’impronta biologica dell’uomo, quella che io chiamo la nostra ‘verità artigianale’. Ho voluto riportare indietro il senso dell’urto: la realtà che reclama il suo spazio attraverso il dolore di una scheggia, contro l’anestesia di un segnale ininterrotto. Riportare indietro ICS significa riconnettere l’umano alla memoria della materia, al legno, a tutto ciò che è lento e profondo. Ciò che il presente rimuove è la nostra capacità di essere nudi e soli di fronte a noi stessi. “Bringing Back” è il ritorno a quella solitudine necessaria per poter esistere davvero.

 

ICS sembra incarnare una forma estrema di efficienza emotivamente anestetizzata. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto invece rappresenta una condizione collettiva, quasi generazionale?

ICS è uno specchio dalle doppie facce, c’è sicuramente una traccia autobiografica nella sua ricerca di controllo, un tratto che ha accompagnato il mio percorso: quella tendenza a cercare l’ordine per contenere il caos interiore. Ma ICS è anche il simbolo di una condizione che negli anni 90 stava già prendendo forma. In quegli anni, l’idea di un’efficienza asettica e di un successo basato sul rigore esteriore iniziava a diventare una corazza dietro cui nascondere le fragilità. Ambientare la storia a metà degli anni ’90 mi ha permesso di esplorare un’alienazione più intima, meno mediata dalla tecnologia digitale, ma altrettanto profonda. ICS incarna quel paradosso: una donna che funziona perfettamente secondo i canoni del suo tempo, ma che deve ritrovare la strada verso la propria ‘umanità sommersa’

Intanto, svelaci il significato delle iniziali, perché hai scelto proprio questa sigla come nome della protagonista?

La scelta di ICS nasce da una ricerca di essenzialità e simbolismo, volevo un nome che non fosse semplicemente un nome, ma un suono, un’identità quasi grafica. Da un lato, ICS richiama foneticamente la ‘X’, l’incognita per eccellenza: rappresenta ciò che di noi non è ancora stato svelato, il punto in cui la coscienza si interrompe e inizia l’ignoto. Dall’altro, per chi ha familiarità con il linguaggio analitico, è l’abbreviazione quasi istintiva di Inconscio. Scegliere questa sigla significa per me dare un corpo e una voce a quella parte sommersa che tutti abbiamo, ma che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome. ICS non è solo un personaggio; è lo spazio bianco in cui ogni lettore può proiettare la propria parte più profonda.

 

Nel libro la tecnologia non è demonizzata, ma descritta come un sistema che accelera fino a perdere il contatto con il corpo. Pensi che oggi siamo più consapevoli di questo rischio rispetto agli anni Novanta, o semplicemente più assuefatti?

Non credo ci sia più consapevolezza, ma una profonda assuefazione. Nel 1995 la tecnologia era ancora un corpo estraneo che potevi osservare mentre si insinuava nelle coscienze; c’era ancora l’attrito tra l’uomo e la macchina. Oggi quell’attrito è scomparso: siamo immersi in un ronzio costante che abbiamo smesso di sentire. In Bringing Back, la tecnologia è un vortice di pura efficienza che accelera fino a scindere la mente dal corpo. Trent’anni fa potevamo ancora percepire lo strappo; oggi viviamo in una sorta di ‘prigione del segnale’. Non siamo più consapevoli del rischio perché in un certo senso il rischio è diventato il nostro ambiente naturale. Abbiamo barattato la presenza con la reperibilità. Il vero eroismo moderno, come quello di ICS, non è combattere la tecnologia, ma avere il coraggio di disertare: strappare la spina per tornare a sentire il peso della propria carne.

Il momento di rottura non arriva attraverso un grande evento, ma da un dettaglio minimo, organico: una scheggia di legno. Che ruolo ha, nel tuo immaginario, la materia come elemento di risveglio e di verità?

La materia è l’unica bussola capace di riportarci a casa quando ci smarriamo nell’astrazione. Nel mio immaginario, il risveglio non può essere un processo intellettuale, ma deve essere viscerale. La scheggia di legno è un atto di ‘grazia violenta’: è la realtà che buca l’anestesia. Mentre il silicio è liscio, freddo e smemorato, il legno è poroso, caldo e trattiene il tempo. Quella piccola ferita nel corpo di ICS è il punto di rottura necessario per mandare in corto circuito la ‘Grande Macchina’. La verità non si trova nei flussi di dati, ma nell’attrito, nel dolore che ti costringe a guardarti i piedi, a sentire la terra, a ricordarti che hai un corpo. Senza l’urto con la materia, restiamo manichini; solo attraverso la ferita torniamo a essere umani.

 

La tua scrittura è fortemente visiva, luci fredde, superfici lisce, contrapposte a elementi naturali e tattili. Quanto il tuo sguardo da fotografo ha influenzato la costruzione narrativa di questo libro?

Moltissimo, quando scrivo io ‘vedo’ la scena prima di raccontarla. Il mio sguardo da fotografo ha imposto una regia precisa a “Bringing back”. Le luci fredde e le superfici lisce rappresentano quel distacco, quasi clinico, che a volte la mente frappone tra sé e il dolore. A queste ho contrapposto elementi naturali e tattili, perché sono quelli che ci riportano alla verità del corpo e delle emozioni primordiali. In questo libro, l’ambiente non è mai un semplice sfondo, ma un protagonista silenzioso che riflette lo stato psicologico dei personaggi. La narrazione procede per inquadrature: cerco di guidare il lettore attraverso dettagli visivi che, proprio come in uno scatto, rivelano l’anima di un momento senza bisogno di troppe spiegazioni.

Nella tua fotografia il bianco e nero è stato definito “ricco di colori”. Ritrovi questa stessa idea di sottrazione fertile anche nella tua prosa, che sembra dire molto proprio attraverso ciò che non esplicita?

Assolutamente sì. Per me, il bianco e nero fotografico non è un’assenza ma una scelta di essenzialità. Così come in una fotografia la mancanza di colore costringe l’occhio a cercare la forma, il contrasto e l’emozione pura, nella mia prosa il silenzio e ciò che resta tra le righe hanno lo stesso peso delle parole scritte. La psicoanalisi, d’altronde, ci insegna che è proprio nel vuoto, nelle pause e in ciò che non viene esplicitato che si nascondono le verità più profonde. Scrivere per me significa accendere una torcia nel buio: non serve illuminare tutto il castello, basta mostrare la porta giusta e lasciare che sia il lettore a immaginare cosa si nasconde nelle ombre. Il mio ‘nero’ narrativo è un terreno pieno di possibilità, dove chi legge può proiettare i propri colori interiori.

 

Bringing Back non racconta un esaurimento, ma un risveglio “violento e necessario”. Credi che oggi il dolore sia ancora un passaggio legittimo per la trasformazione, o tendiamo a neutralizzarlo troppo in fretta?

Oggi viviamo nell’era della neutralizzazione. Tendiamo a trattare il dolore come un errore di sistema, un bug da correggere immediatamente con una notifica, un acquisto o una pillola. Abbiamo perso la capacità di abitare il disagio, trasformandolo in una patologia da curare invece che in un segnale da ascoltare. In “Bringing Back” il dolore di ICS non è una malattia, ma l’unico linguaggio rimasto alla realtà per farsi sentire. Credo fermamente che il dolore sia ancora un passaggio legittimo, anzi essenziale, per ogni vera trasformazione. Senza quell’urto, senza quella ‘scheggia’ che lacera la superficie liscia del quotidiano, rimaniamo prigionieri di un’esistenza bidimensionale.

Nel corso della tua carriera hai attraversato design, arte contemporanea, fotografia e ora letteratura. Vedi questi linguaggi come territori distinti o come diverse declinazioni di un’unica ricerca interiore?

Ho sempre percepito questi diversi linguaggi come se fossero le stanze di un’unica dimora interiore. La mia ricerca è sempre la stessa: l’indagine sull’essere umano, sulle sue zone d’ombra e sulle sue strutture emotive. Sono declinazioni diverse di un unico battito: il bisogno di comprendere ed esprimere la complessità dell’animo umano.

 

Nel 2025 hai scelto di adottare il nome d’arte Noir Di Max. Che tipo di sintesi rappresenta questa nuova identità e cosa aggiunge, o toglie, al tuo modo di raccontare il reale?

Adottare il nome d’arte Noir Di Max è stato un atto di auto-analisi, una sintesi necessaria tra la mia identità personale e la mia visione artistica. Il ‘Noir’ non è per me solo un genere cinematografico piuttosto che letterario di cui sono un grande appassionato… ma è un’attitudine che rappresenta la mia volontà di guardare dentro le ombre senza paura e di esplorare i contrasti forti della psiche. Certamente aggiunge una maggiore libertà espressiva. Questo nuovo nome d’arte è un filtro che mi permette di andare più a fondo, di essere più crudo e diretto nel raccontare il reale, spogliandolo dalle convenzioni sociali e superficiali. Non toglie nulla alla verità, anzi, ne aggiunge una dimensione ulteriore: quella dell’inconscio. Sotto questo nome, il mio racconto del reale diventa una ricerca di ciò che è autentico proprio perché nascosto.

Dopo l’uscita di Bringing Back e in vista dei prossimi progetti fotografici, quale tipo di dialogo prevedi tra parola e immagine nel tuo futuro artistico? Continueranno a procedere in armonia o a interagire in un gioco creativo?

Quando nel 2023 ho iniziato a dedicarmi anche alla scrittura, pubblicando l’anno dopo “Granelli di Vita”, consideravo parola e immagine come due binari paralleli, poi strada facendo ho iniziato a viverli con spirito un po’ più audace come due elementi pronti a scontrarsi e fondersi in una sorta di ‘reazione chimica’ creativa. Se fino a oggi hanno proceduto in armonia, in futuro mi aspetto che il loro dialogo diventi ancora più serrato e incalzante. La parola ha la capacità di nominare l’ombra, mentre l’immagine ha il potere di mostrarne la consistenza. Nel mio futuro artistico, immagino progetti dove il testo non sia una semplice spiegazione della foto, e la foto non sia solo l’illustrazione della parola. Vorrei che interagissero per sottrazione: un’immagine che toglie il fiato alla parola, e un racconto che svela ciò che l’occhio non può vedere. Sarà un gioco di specchi continuo, dove il fine ultimo rimane sempre lo stesso: portare alla luce ciò che di noi resta solitamente sommerso

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