L’ArteCheMiPiace – I miei articoli su Art&Investments
L’ArteCheMiPiace – I miei articoli su Art&Investments
LA POETICA INTIMISTA
NELLE SCULTURE DI RABARAMA
INTERVISTA
di Giuseppina Irene Groccia |24|Aprile|2021|
Artista di eccezionale talento, Rabarama, all’anagrafe Paola Epifani, è tra le figure artistiche più note, a livello internazionale, per quanto riguarda l’arte contemporanea italiana.
Ho sempre pensato alla sua scultura come essenza viva, autentica e palpitante che non necessita di elogi.
Le sue opere si muovono nello spazio, in una sinuosità di vuoti e di pieni, rappresentando la trasformazione della materia in spiritualità.
Trovo sia un dono meraviglioso, quello di assicurare a tutti la possibilità di fruire di queste bellissime opere d’arte, nel nostro capoluogo.
Poterle toccare, osservare da vicino è stata per me una indescrivibile emozione.
Ci si rende subito conto di quanto lo scopo principale di un artista sia quello di esprimere se stesso e trasmettere la sua anima al prossimo.
Paola ci riesce pienamente, diventando universale e grandiosa nell’interpretare la sua tridimensionalità scultorea. Riesce ad unire la sintassi e l’oggettiva ripetitività del corpo umano, alla molteplicità di pattern e disegni utilizzati per la decorazione delle superficie.
Questo suo eccezionale transito creativo, sospeso tra scultura e pittura, riesce a regalarci una intenzionalità intrisa di poetica astrazione, che dà ordine e senso alla proiezione emozionale del suo Io.
Appassionata sin da giovanissima alla scultura, che ritiene immediatamente il medium più vicino alla propria sensibilità, si interessa alla sperimentazione di tale declinazione artistica.
Le sue opere disegnano un percorso contrassegnato da vibrazioni umane, attraverso una dinamicità di torsioni che segnano in modo struggente le sensazioni di ogni osservatore, evocando memorie di sentimenti intrecciati, attese, lontananze, abbracci e assenze.
Opera Tantra 2015 – Bronzo dipinto
Associando il culto del bello e della raffinatezza al suo forte talento, l’artista riesce a liberare la forza e l’intenzione necessaria per imprimere alla materia, le proprie idee e determinazioni.
Le sue creazioni diventano “corpi viventi”, e assumendo una forma spirituale riescono ad andare oltre la loro statuaria apparenza.
Opera Switch 2013 – Bronzo dipinto
La sua dirompente creatività coniuga l’imprevedibilità del divenire con la perennità della materia. Le sue sono figure decorate con tessere di mosaico, alfabeto, geroglifici, puzzle, nidi d’ape, labirinti e simboli del genoma, questo insieme espressivo genera un dinamismo in grado di rappresentare emozioni con cui è facile e spontaneo entrare in connessione.
La grande abilità creativa di Paola Epifani, alias Rabarama, va di pari passo con la sua gentilezza e la sua disponibilità, dimostrata nel concedermi l’opportunità di un interessante scambio e confronto artistico, attraverso questa intervista.
Grazie Paola!
HO voluto approfondire con lei l’autenticità del suo cammino interiore, del suo percorso artistico E Dei suoi progetti futuri.
Quanto è stato determinante il contesto della tua famiglia nel portarti a intraprendere il mestiere dell’artista?
In realtà, anche se cresciuta in una famiglia di artisti, non sono mai stata sforzata ad intraprendere questa strada, è stata una scelta personale; sicuramente ho potuto anticipare alcuni passi, grazie alla disponibilità dei materiali e delle conoscenze, tuttavia ho sempre avuto libertà di scegliere il mio futuro, che è poi coinciso con la scultura.
Foto di Annamaria Bortolozzo – annamariabortolozzo.com
Come e quando ti sei avvicinata alla scultura e perché, tra le diverse forme
artistiche, hai scelto proprio questa?
Mi sono avvicinata sin da piccola a questa forma d’espressione, amavo ed amo tuttora plasmare la materia; è stato l’istinto a condurmi alla scultura, sentivo che era la forma di comunicazione più adatta al mio essere.
Opera Chimera 2020 – Bronzo dipinto
Qual è l’approccio mentale che hai con la materia per arrivare agli aspetti contenutistici e concettuali delle tue sculture?
La mia idea è che la materia trasformi i contenuti e le emozioni da intangibili a tridimensionali. Inizio quindi la realizzazione del prototipo approcciandomi alla materia plasmandola fino a quando non raggiunge la forma definitiva, ricca di contenuti e significato.
Opera Mantis 2015 – Acrilico su tela
Nelle tue opere troviamo varie interpretazioni del sistema comunicativo. C’è un tuo linguaggio ben preciso nelle forme e nelle pose che assumono le tue figure, come anche nei segni che decidi di incidere su tutta la loro superficie. Spiegaci questo tuo messaggio non verbale…
Trovo che i simboli siano un linguaggio perfetto per comunicare messaggi complessi, e che possano raggiungere anche differenti culture (cerco infatti di utilizzare iconografie riconosciute o riconoscibili, rifacendomi ad antiche tradizioni). Il mio obiettivo è diffondere un concetto in maniera universale, ed il modo più semplice per farlo senza utilizzare la parola trovo sia quello di utilizzare mezzi visivi comprensibili ed immediatamente fruibili.
Opera A-Mors 2019 – Bronzo Dipinto
Le tue sono sculture pensanti e spesso rappresentate in pose riflessive. Puoi svelarci qualcosa su questa caratteristica?
Attraverso la mia arte sono alla continua ricerca del senso della vita, che penso sia raggiungibile tramite una profonda riflessione interiore. Le pose che assumono le mie creature sono connesse a questo momento intimo di ricerca all’interno di ognuno di noi. Mi piace inoltre enfatizzare quelle linee energetiche che percorrono il nostro corpo e che sono utili per potenziare il linguaggio non verbale di quest’ultimo.
Opera Othila 2012 – Bronzo
Puoi descriverci il processo creativo della tua scultura, dal bozzetto alla creazione?
Tutto inizia con la ricerca di contenuti, a cui do la priorità, e che verranno poi trasposti sulla scultura; per fare ciò, mi lascio ispirare dal mio vissuto ed approfondisco tramite degli studi mirati su svariati temi. A volte eseguo qualche bozzetto su carta e prendo appunti, anche se più spesso inizio realizzando direttamente il prototipo dall’argilla. Nella mia mente riesco a visualizzare il risultato che voglio ottenere e da lì modello la materia finché non sono soddisfatta. Il corpo delle mie creature non è altro che la tela o la mappa che racconta e trasmette un messaggio, in modo tale che possa suggerire al fruitore un percorso da intraprendere attraverso le incisioni, le pose e, per alcune, la dipintura.
Contrariamente alla predilezione dell’arte contemporanea per le cose poco belle
tu punti molto su una forte tensione estetica. Ci spieghi perché?
Personalmente penso sia importante dare un messaggio positivo, e che sia possibilmente piacevole oltre che per gli occhi anche per l’anima. Nella vita possono capitare eventi drammatici o difficili, dai quali però è possibile uscirne rafforzati, trovandone un senso a noi utile per il futuro, in tal modo sarà possibile andare avanti ricercando la luce e la bellezza che è in noi oltre che nell’Universo. Con le mie opere voglio suggerire questo a chi le osserva.
Opera 2-Second, Flusso Vitale 2014 – Bronzo
Qual è l’ispirazione o il concetto che hai colto maggiormente della cultura e della filosofia orientale?
Mentre nella cultura occidentale vediamo spesso alla vita come un percorso con un inizio ed una fine, nella cultura orientale è presente una visione circolare, dove l’anima si reincarna più volte. Questo permette di vivere più vite ed accumulare più esperienze, oltre a far fluire costantemente l’energia.
Opera 31 L’influsso 2011 – Bronzo dipinto
Il tuo percorso artistico ti ha portato in giro per il mondo, avendo avuto modo di acquisire competenze e possibilità di confronto nella scena artistica internazionale. Qual è oggi, secondo te, la situazione dell’arte e della scultura nel mondo e come la rapporti al nostro paese?
L’essere umano sente dall’alba dei tempi la necessità di comunicare con il mondo che lo circonda e questo si realizza attraverso differenti linguaggi tra i quali è presente anche l’arte. Credo che nel corso del tempo si sia sperimentato moltissimo sia tecnicamente che espressivamente. Sicuramente chi ha modo di esprimere se stesso in maniera pulita ed onesta trova il modo di risaltare e comunicare attraverso le sue creazioni.
Foto di Hikari Kesho – hikarikesho.com
Hai dei modelli, degli artisti di riferimento che riconosci come decisivi per la loro influenza nel tuo lavoro?
Louise Bourgeois e Lucian Freud, le cui opere mi coinvolgono moltissimo a livello interiore e per i contenuti che trasmettono.
Opera Tadashii 2011 – Marmo bianco di Carrara
Quali sono gli aspetti che oggi stimolano di più la tua creatività?
Qualsiasi cosa può stimolare la creatività, che sia della musica, un libro, una chiacchierata… La mia arte trae origine dalla mia vita e dalle mie esperienze, motivo per cui ogni fatto può scatenare una riflessione che mi porta a realizzare una nuova opera. Gli stimoli che riceve il mio cuore, il mio ventre e quindi la mia anima (irrazionale) vengono poi rielaborati nella mia mente (razionale) e tramite la mia ricerca personale ogni opera diverrà espressione unica e originale del mio essere, quindi essenza.
La tua passione è un insieme di ricerca e profonda conoscenza dei diversi materiali.
Quali prediligi utilizzare e perché?
Prediligo l’argilla semi refrattaria rosa in quanto mi permette di modellarla a mio piacimento. Mi ha sempre affascinato l’idea di poter realizzare una scultura semplicemente con le mani, senza l’ausilio di strumenti, e poterne ammirare rapidamente la nascita. Sento mente e cuore che si collegano in un flusso di energia che passa attraverso le mie mani per raggiungere la materia stessa.
C’è un opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Perché?
Certamente, si tratta dell’opera Trans-mutazione che ho realizzato agli esordi della mia carriera e riprodotta anche in versione monumentale, utilizzata per un mio famoso scatto legato al body painting ed in collaborazione con il fotografo Hikari Kesho (al secolo Alberto Lisi). Di quest’opera amo la forza della posizione, che ho voluto rappresentasse una concentrazione di linee energetiche, che portano dal ventre, la Grande Madre dalla quale ha origine la vita, nel cui buio è importante perderci per poi ritrovarci. La superficie incisa ad esagoni si collega all’idea del DNA trasposto visivamente, traducendo quelli che sono gli elementi della vita stessa che ci rendono unici e irripetibili; tanto le cellule sono una piccola parte che compongono il nostro corpo, tanto il nostro corpo diviene cellula pulsante dell’Universo di cui siamo parte. Trans-mutazione vuole essere una sintesi di tutti i temi che tratto nella mia arte, esposti con semplicità, ma che trasmettono grande energia.
Foto di Hikari Kesho – hikarikesho.com
Hai affrontato esperienze che ti hanno trasmesso la voglia di comunicare temi particolari attraverso le tue opere d’arte?
In realtà è ciò che faccio tutti i giorni con la mia arte: ogni opera è frutto della mia esperienza di vita, delle risposte che trovo dentro di me e che, trasponendo nelle mie creature, cerco di rendere universali. In questo modo, spero che il fruitore possa intraprendere un percorso di riflessione interiore e ricerca, stimolato dai messaggi che invio attraverso le simbologie.
Il tuo umore creativo è stato influenzato e cambiato da questo momento difficile che stiamo vivendo?
Non particolarmente; la riflessione su questo momento storico è diventata però motivo per suggerire ai fruitori della mia arte di trovare del tempo per stare con se stessi e riflettere sul proprio IO interiore. La frenesia della contemporaneità ci stava facendo estraniare dalla comprensione del nostro essere, perseguendo ideali materiali, tuttavia credo sia importante di tanto in tanto fermarsi ed interrogarsi riguardo temi spirituali, cercando di capirci al fine di rispettarci ed amarci un po’ di più.
Foto di Annamaria Bortolozzo – annamariabortolozzo.com
La tua carriera artistica è ricca di esperienze e di importanti riconoscimenti internazionali. Qual è l’esperienza che ricordi con maggior piacere?
Non riesco ad identificare una sola esperienza, ce ne sono state tante, tutte diverse ed uniche, maognuna mi ha lasciato emozioni tanto forti quanto importanti. Sicuramente le esposizioni pubbliche dove le opere monumentali si incontrano casualmente con persone dai backgound molto diversi fra loro, ma soprattutto con un contesto ogni volta differente, sono quelle che mi hanno dato maggiore soddisfazione e da cui ho tratto sensazioni intense. Ogni esperienza entra a far parte della vita e rimane in me per sempre.
Foto di Hikari Kesho – hikarikesho.com
Numerose ed importanti sono le acquisizioni delle tue opere da parte di importanti istituzioni pubbliche e private. Ce ne è una che porti in modo particolare nel cuore?
Senza dubbio l’acquisizione da parte del Governo Cinese di un’opera ora posizionata allo Shanghai Sculpture Space. L’esperienza in sé, dove ero entrata in contatto con questa cultura millenaria così diversa dalla nostra, era stata molto forte; sapere che una mia creatura rimarrà lì negli anni a venire è per me un traguardo importante senza ovviamente nulla togliere alle acquisizioni da parte di altri luoghi di prestigio, che mi hanno donato altresì grandi soddisfazioni.
Come si rapporta oggi, chi come te si occupa di scultura, con l’epoca del virtuale?
Si creano spesso delle sinergie, integrando la scultura con le nuove tecnologie, come era stato per me la collaborazione con Drawlight, dove una mia creazione ha “preso vita” mutando la pelle in modo camaleontico grazie a delle proiezioni. Inoltre, grazie alla stampa 3D ed alla realtà virtuale è più semplice entrare in contatto con il pubblico e mostrare la scultura in tutta la sua volumetria e tridimensionalità, superando il limite della fotografia. In ultimo, per quanto riguarda alcuni procedimenti, le nuove tecnologie hanno aiutato a velocizzare alcuni lavori (come ad esempio la sbozzatura di opere in marmo); l’importante è rimanere fedeli a se stessi e non farsi inghiottire da questo processo di tecnologizzazione, a meno che non si utilizzi questo tipo di linguaggio che è parte integrante del proprio tempo storico e della propria ricerca artistica.
Opera Bozzolo 2012 – Scultura con 3D Mapping. In collaborazione con Drawlight
Quale opera ti ha dato più soddisfazione?
Come spiegato prima, Trans-mutazione. Facendo invece riferimento ad un’opera realizzata in questi ultimi anni, direi Shiva: questa scultura mi ha permesso di trasformare l’idea di luce interiore, rispetto a come la rappresentavo prima in simboli, inessenza vera.
Opera Shiva 2017 – Bronzo dipinto
Da quali spunti riflessivi pensi di ripartire per i tuoi nuovi progetti?
Vorrei raccontare un percorso verso l’equilibrio e la libertà. Se prima vedevo l’uomo ingabbiato a causa di costrutti interni ed esterni, come possono essere la genetica, l’ambiente in cui viviamo, le tradizioni e gli insegnamenti, ora sento giunto il momento di intraprendere un viaggio che partendo dalla consapevolezza del nostro essere interiore, e quindi dalla nostra essenza vera, ci fornisca la possibilità di interagire liberamente con il mondo che ci circonda. Le risposte possiamo trovarle solo dentro noi stessi, attraverso l’auto consapevolezza e l’equilibrio interiore.
Opera Omael 2011 – Marmo bianco di Carrara
Mi piacerebbe chiudere questa nostra conversazione con una tua massima…
Perdersi in un labirinto emozionale. Con ciò, intendo invitare il fruitore a trovare la parte istintuale di sé, a perdersi nella sua anima e nelle sue emozioni, giungendo a vedere la propria bellezza interiore ed accettarsi; solo così, si raggiunge la libertà.
BIOGRAFIA
Paola Epifani, alias Rabarama, è nata a Roma nel 1969. Vive e lavora a Padova.
Figlia d’arte, fin da piccola mostra un innato talento per la scultura. Inizia la sua formazione artistica presso il Liceo Artistico di Treviso, proseguendo poi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Si laurea con il massimo dei voti nel 1991 ed inizia immediatamente a prendere parte a un gran numero di concorsi nazionali e internazionali di scultura, ottenendo sempre più consensi sia dalla critica che dal pubblico in generale.
Rabarama crea sculture e dipinti con uomini, donne o creature ibride, spesso passando per l’eccentrico. La pelle del soggetto creato dall’artista è sempre decorata con simboli, lettere, geroglifici e altre figure in una varietà di forme. La “membrana”, il “mantello” che sembra avvolgere queste figure è in continua evoluzione, aggiungendo sempre nuovi segni, simboli e metafore. L’alfabeto indica la restrizione interna del linguaggio e la nostra entità singolare-plurale (secondo la concezione del filosofo Jean-Luc Nancy): geroglifici, puzzle e favi sono la visualizzazione del genoma, le infinite combinazioni e le possibili varietà inerenti all’umanità, visualizzato nei labirinti mentali dove si materializza la complessità sfaccettata dell’Io. Spesso le mostre delle opere di Rabarama sono presentate in collaborazione con altri artisti (body painting, ballerini, acrobati) e sono arricchite da video proiezioni e suoni. Il suo lavoro è considerato suggestivo ed eccitante, descrive tutti i dolori e le gioie dell’essere umano, dalla schiavitù alla libertà, attraverso il codice genetico dei sogni.
“L’arte di Rabarama è spesso molto aggressiva, non solo per il pubblico, ma anche per il creatore”, ha detto George S. Bolge, direttore esecutivo del Museum of Art di Boca Raton, Miami, Stati Uniti d’America, sulle opere dell’artista.
Questo lungo percorso, costellato di successi, l’ha portata a presentare nel 2011 alla 54° Biennale di Venezia l’opera monumentale Abbandono, realizzata interamente in marmo di Carrara.
Oltre a questo riconoscimento fondamentale, le sue opere sono state esposte nelle principali capitali mondiali della scena artistica come, tra gli altri, Parigi, Firenze, Cannes, Miami, Shanghai.
Numerose e importanti sono anche le acquisizioni delle sue opere di importanti istituzioni pubbliche e private come il Museo d’arte della Biennale di Pechino, lo Shanghai Sculpture Space e il Copelouzos Museum di Atene, per non parlare delle tre opere monumentali acquistate dal Comune di Reggio Calabria ed esposte sul lungomare di Falcomatà. Nel 2014 è madrina e ispiratrice del Skin Art Festival, che si tiene a Merano, collaborando con Kryolan. Nel 2015, Rabarama ha vinto il concorso internazionale tenuto dal Comune di Vallo della Lucania (SA). A seguito di questa vittoria è stato creato Leud, il più grande marmo mai creato prima dall’artista, ora esposto nel caratteristico centro storico.
Indimenticabile è anche l’intesa artistica e la collaborazione con il Cirque du Soleil.
Grazie al suo talento versatile, Rabarama sperimenta e realizza nel tempo opere in terracotta, bronzi classici ben noti, affascinanti pezzi unici di marmo, vetro e pietre rare, inclusioni in resina, monotipi in resina siliconica, preziosi gioielli d’artista e, naturalmente, i meravigliosi dipinti e serigrafie.
Rabarama attualmente vive e lavora a Padova, gestisce la propria carriera e collabora a livello internazionale con importanti gallerie d’arte in Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra, Turchia, Svizzera e Stati Uniti.
Contatti
Sito Web www.rabarama.com
ESPOSIZIONI
1990
Metepec–Oxaca-Guadalajara-Città del Messico: selected as italian representative at the international contest of wooden sculpture, Città del MEssico, Mexico.
1991
La Bresse (France): selected as the Italian representative at the Festival de sculpture Camille Claudel, the artist created a wooden sculpture for the event.
Toluca (Mexico): invited and selected for the II Wood Sculpture Competition. The Museum of Modern Art purchases the work created during the competition for the permanent collection.
1992
Rabarama, Museo d’Arte Moderna, Toluca, Mexico.
1993
Selected for the Alaska Ice Sculpture Contest, Alaska, United States of America.
1995
Rabarama, Galleria Dante Vecchiato, Padova, Italy.
Rabarama, Palazzo Piazzoni Parravicini, Vittorio Veneto (Treviso), Italy.
1996
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Bologna, Italy.
1997
Rabarama, Galleria Dante Vecchiato, Vicenza, Italy.
Rabarama, Palazzo Grasselli, Cremona, Italy.
Rabarama, Galleria Arte Segno, Udine, Italy.
Rabarama, Busacca Gallery, Philadelphia, United States of America.
Tentoonstelling Exposition, Galleria Artstudio, Knokke, Belgium.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Bologna, Italy.
Europ’Art, Palexpo, Ginevra, Switzerland.
MiArt, Fiera di Milano, Milano, Italy.
Art Miami, Wynwood Arts District, Miami Beach, United States of America.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
1998
Rabarama, Galerj JFV, Roeselare, Belgium.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Bologna, Italy.
Europ’Art, Palexpo, Ginevra, Switzerland.
MiArt, Fiera di Milano, Milano, Italy.
Art Miami, Wynwood Arts District, Miami Beach, United States of America.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
1999
Rabarama, Salone delle Terme, Anversa, France.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Bologna, Italy.
Europ’Art, Palexpo, Ginevra, Switzerland.
Art Miami, Wynwood Arts District, Miami Beach, United States of America.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
2000
Una scoperta, New Art Gallery, Galleria Dante Vecchiato, Padova, Italy.
Rabarama, Fondazione Mudima, Milano, Italy.
Rabarama, Show Room Telemarket, Palazzo Orsini, Genova, Italy.
Trans-formation, Galerie Enrico Navarra, Parigi, France.
Rabarama, Galleria Dante Vecchiato, Forte dei Marmi (Lucca), Italy.
Rabarama. Colori e Forme (a cura di G. Granzotto), Sant’Ivo alla Sapienza, Roma, Italy.
Italian Bronze Masterpieces in Hong Kong, J. Gallery, Ritz Carlton, Hong Kong.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Bologna, Italy.
Europ’Art, Palexpo, Ginevra, Switzerland.
Art Miami, Wynwood Arts District, Miami Beach, United States of America.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
TIAF – Toronto International Art Fair, Metro Toronto Convention Centre, Toronto, Canada.
2001
Rabarama: Dimensione Bronzo, New Art Gallery, Galleria Dante Vecchiato, Padova, Italy.
Rabarama. Sculture Monumentali (a cura di D. Magnetti), Fondazione Palazzo Bricherasio, Torino, Italy.
Rabarama, Palazzo del Senato, Milano, Italy.
Rabarama, Show Room Telemarket, Milano, Italy.
Exposition Itinerante: Mondial (a cura di C. Schreyer), Forum Grimaldi, Monaco, Galerie Enrico Navarra, Parigi, France.
En Voyage, Castello Svevo, Barletta, Italy.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Bologna, Italy.
Art Miami, Wynwood Arts District, Miami Beach, United States of America.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
Foire International d’Art Contemporain, Luxemburg.
2002
Rabarama: Esculturas Monumentales, Fondazione Dolores Olmedo Patino, Città del Messico, Mexico.
Sculture Monumentali, Museo Fleury, Lodéve (Montpellier), France.
Rabarama, Show Room Caffarelli, Verona, Italy.
Rabarama, Show Room Mercedes, Verona, Italy.
Rabarama, Hotel Hilton, Milano, Italy.
Rabarama, Alessandro S. Carone. Linee Riflesse (a cura di A. S. Carone, G. Perez), Pinacoteca Castello Svevo, Barletta, Italy.
Mondial, Taiwan, Cho Sun Ilbo Art Museum, Galleria Hyundai, Seoul, Yokohama, South Corea.
Open 2002 – “Imaginaire Féminin” – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni, (a cura di P. De Grandis, P. Restany), varie sedi, Lido di Venezia, Italy.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Italy.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
2003
Indecipherable trip, San Giovanni Evangelista, Spazio Badoer, Venezia, Italy.
Rabarama: Corpi Mutanti, varie sedi, Padova, Italy.
Sculture Monumentali, Fiera d’Oltremare, Napoli, Italy.
Sculture Monumentali, varie sedi, Abano Terme (Padova), Italy.
Im-patto (a cura di M. Calvesi, G. Granzotto), Musei di San Salvatore in Lauro, Roma, Italy.
Beijing International, National Art Museum of China, Biennale di Pechino, China.
24 artisti a confronto, Castel Brando, Cison di Valmarino (Treviso), Italy.
Arte Fiera, Fiera di Bologna, Italy.
Lineart, Flanders Expo Centre, Gent, Belgium.
Beijing International (a cura di V. Sanfo), Premio per la ricerca artistica, National Art Museum of China, Biennale di Pechino, China.
2004
Rabarama, Show-Room Telemarket, Roma, Italy.
Sculture Monumentali, varie sedi, Brescia, Italy.
Rabarama (a cura di C. Zanetti), Galleria Marchina Arte Contemporanea, Brescia, Italy.
Sculture Monumentali, Caselle Torinese, Torino, Italy.
Antropos (a cura di F. Di Leo), Casa del Cima, Conegliano (Treviso), Italy.
Sculpture Exhibition of Rabarama, Museo d’Arte Contemporanea Millennium Monument, Pechino, Museo d’Arte di He Xiangning, Shenzhen, Sculpture Space, Shangai, Jinan, China.
Oisterwijk Sculptuur 2004, Etienne Gallery, Oisterwijk, The Netherlands.
2005
Rabarama, Villa Remmert, Cirié (Torino), Italy.
Rabarama. Il Mistero dell’identità (a cura di N. D. Angerame, L. Caprile), Ex Chiesa Anglicana, Alasso (Savona), Italy.
Rabarama, Fundaciòn Sebastian, Città del Messico, Mexico.
Trans-calare, Delegacion Miguel Hidalgo, Città del Messico, Mexico.
Sculture monumentali, varie sedi, Città del Messico, Mexico.
Le sculture di Rabarama, Giardini del Centro Culturale La Estancia, Caracas, Venezuela.
Rabarama & Frans Molenaar, Etienne Gallery, Oisterwijk, The Netherlands.
Rabarama, Etienne Gallery, Osterwijk, The Netherlands.
Quando il gioiello diventa arte (con Leo Pizzo), Palazzo Braga Valmarana, Vicenza, Italy.
Anima-ta-mente, Show-room Telemarket, Brescia, Italy.
Open 2005. Mostra Internazionale di Sculture e Installazioni, (a cura di P. De Grandis, V. Sanfo, C. Tong-zung, M. Vescovo), varie sedi, Lido di Venezia, Italy.
SEG-Menti Contemporanei (a cura di F. Melengé), 1000 Bolle Arte Contemporanea, Amantea (Cosenza), Italy.
Collettiva (a cura di L. Ramonio), Galleria Le Tele Tolte, Calcata (Viterbo), Italy.
Novecento. Pittura e scultura (a cura di R. Bossaglia), Galleria D’Arte Cinquantasei, Bologna, Italy.
2006
Anima-ta-mente, Show-room Telemarket, Milano, Italy.
Rabarama, Etienne Gallery, Oisterwijk, The Netherlands.
Rabarama. Art in the city, piazza Torino, Jesolo (Venezia), Italy.
In-Formale (a cura di F. Amendola), 1000 Bolle Arte Contemporanea, Amantea (Cosenza).
Etienne Gallery, Oisterwijk, The Netherlands.
Sculture monumentali, Mostra dell’artigianato, Rovereto (Trento), Italy.
Reggio Emilia: vincitrice del premio Profilo Donna come migliore artista dell’anno.
MiArt 2006, Fiera di Milano, Milano, Italy.
2007
Anime, Show-room Telemarket, Milano, Italy.
Rabarama a Ginevra, maestoso connubio, Castello Franck Muller, Ginevra, Switzerland.
Rabarama. Identità (a cura di C. Alampi, D. Quattrone), Villa Genovese Zerbi, Reggio Calabria, Italy.
Rabarama. Oper-azioni, Galleria Achrome Arte Contemporanea, San Benedetto del Tronto, Italy.
Rabarama. Dreams of Transformation, Vecchiato New Art Galleries, Padova, Italy.
Surreal Metafisic’ Art, Galleria Profumo D’Arte, Roma, Italy.
Biennale FreeArte 2007 (a cura di L. Garbuglia), Galleria Il Canovaccio – Studio Antonio Canova, Roma, Italy.
Cornice Art Fair, Isola dei Tronchetto, Venezia, Italy.
MiArt 2007, Fiera di Milano, Milano, Italy.
ArtVerona 2007, Fiera di Verona, Verona, Italy.
2008
Rabarama a Cortina, Galleria Corbelli & Arte, esposizione di sculture monumentali lungo Corso Italia, Cortina d’Ampezzo (Belluno).
Rabarama – Mutazioni dell’animo, Show-room Telemarket, Bologna.
Rabarama. Peintures et Sculptures, La Galery Fine Arts, Saint Paul de Vence.
Rabarama. Gli spazi dell’arte, installazione di sculture monumentali lungo le strade cittadine in occasione di Catania Arte Fiera 2008, Catania.
Rabarama. Presenze (a cura di S. Arfelli), Galleria Comune Ex Peschiera, Piazza del Popolo e Centro Storico, Cesena, Galleria Comunale Leonardo da Vinci, Piazza Andrea Costa e percorso urbano, Cesenatico (Forlì-Cesena).
Rabarama à Paris (a cura di V. Sanfo), installazione di sculture monumentali tra Place de la Sorbonne, Rue Soufflot e Place du Pantheon, Parigi.
Rabarama. Italian Shape, AnniArt Gallery 798, Pechino.
Rabarama, Boca Raton Museum, Miami, United States of America.
MiArt 2008, Fiera di Milano, Milano, Italy.
Beijing Art Salon, Fiera di Pechino.
PAN Amsterdam, Fiera di Amsterdam.
2009
Rabarama dans la presqu’ile de Saint Tropez, installation of monumental sculptures along streets and public beaches, with Francesca Donà Gallery, Saint Tropez, France.
Rabarama – comes to life, Etienne Gallery, Oisterwijk, The Netherlands.
Rabarama, Serata di presentazione del catalogo ragionato “Riflessioni” a Palazzo della Gran Guardia, Padova, Italy.
Corpi Speciali, Milano, Italy.
2010
Rabarama sur la Croisette, installation of marble monumental sculptures along city streets and in the Garden of the Grand Hotel, Cannes, France.
Rabarama a Ortissima Percorsidorta 2010, installation of monumental sculptures along city streets in Palazzo Penotti Umbertini, Orta San Giulio, NO, Italy.
Rabarama at Moorhouse, London, England.
Rabarama at the Italian Cultural Institute, London, England.
2011
54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Padiglione Italy, Arsenale, Venezia, Italy.
Rabarama “ANTICOnforme” FIRENZE, Piazza Pitti – Giardino di Boboli – Giardino delle Scuderie Reali – Complesso Le Pagliere, Florence, Italy.
2012
Rabarama Solo-show, Van Loon & Simons Gallery and Mary Church, Vught, Netherlands.
In-cinta, marble sculptures in Duomo square, Pietrasanta, Toscana, Italy.
Biennale Brabant, The Netherlands.
Galleria Il Novecento, Poltu Quatu, Sardegna, Italy.
Galleria Bel-Air, Genève, Switzerland.
Galery Wild, Zurich, Switzerland.
2013
Rabarama “Volarearte”, Pisa – Forte dei Marmi – Lucca, Italy.
Rabarama with Cirque du Soleil for “One Night for One Drop”, Las Vegas, USA
Rabarama “Metamorfosi”, Cafmeyer Gallery, Belgium.
2014
Rabarama “SkinArt”, public art in Merano, Italy.
Rabarama, public art, La Croisette, Cannes, France.
CI Contemporary Istanbul art fair, Istanbul, Turkey.
Biennale d’arte contemporanea di Salerno, Palazzo Fruscione, Salerno, Italy.
Rabarama a Henley Festival, London, England.
Rabarama, Cafmeyer Gallery, Knokke, Belgium.
Rabarama, Bel Air Gallery, Verbier, Switzerland.
2015
Artist-IQ, Beurs Van Berlage, Amsterdam, The Netherlands.
One Night for One Drop, with Cirque du Soleil, Las Vegas, United States of America.
Visione dell’uomo, exhibition Rabarama and Antonio Tamburro, Galerie Hegemann, Munich, Germany.
Rabarama Expositie, Van Loon Galleries, Vught, The Netherlands.
Cocktail “105 years young”, Cafmeyer Gallery, Knokke-Zoute, Belgium.
Collaboration for Life Style by Caielly e Ferrari, Vergiate (VE), Italy.
Rabarama’s white marble monumental sculpture LEUD in Comune di Vallo della Lucania.
Biënnale Brabant, Van Loon Galleries, Tilburg, The Netherlands.
2016
Rabarama, Italian Fine Art Gallery, Positano, SA, Italy.
Rabarama at Il Salotto delle Eccellenze, Caffè Pedrocchi, Padova, Italy.
RabarAMAsolo, solo exhibition, in occasion of the Biennale d’Arte di Asolo, Asolo, TV, Italy.
Biennale of Vught, Van Loon Galleries and Mary Church, Vught, The Netherlands.
Narayana, solo exhibition, Porto Cervo, Sardegna, Italy.
MULTICOLORE, exhibition Rabarama, Gerhard Neumaier and Yulia Kasakova, Galerie Hegemann, Munich, Germany.
Gran Galà Arte Cinema Impresa, Rabarama receives the Career award, Fondazione Mazzoleni, Venice, Italy.
Biennale d’arte contemporanea di Salerno, Palazzo Fruscione, Salerno, Italy.
Biennale Veghel, Van Loon Galleries, Veghel, The Netherlands.
Condizio-nata-mente, solo exhibition, Galleria d’Arte Marano, Cosenza, Italy.
2017
Ars omnia vincit, meeting with the artist, Ferrowine, Castelfranco Veneto (TV), Italy.
Exclusive Art Cocktail, thanks to Luxury Fashion Hotel Ambra Cortina and Galleria d’arte di Luigi Proietti, Cortina d’Ampezzo (BL), Italy.
Rabarama Expositie, solo exhibition, Van Loon Galleries, Vught, The Netherlands.
Biënnale Brabant, Van Loon Galleries, Tilburg, The Netherlands.
2018
Avatar, Fondazione Mazzoleni, Alzano Lombardo (BG), Italy.
First Art Fair, Van Loon Galleries, Amsterdam, The Netherlands.
CONTEMPO, exhibition Rabarama, David Bigbie, Nigel Cox, Frank Fischer, Igor Oleinikov, Ronal A. Westerhuis, Galerie Hegemann, Munich, Germany.
Ritratti di donna, Fondazione Mazzoleni, Castello Visconteo di Pagazzano (BG), Italy.
Art Expo New York 2018, Contemply Srl, New York, United States of America.
Reiki, Miart Gallery, Milano, Italy.
Miscelànea, P|Art Ibiza, Ibiza, Spain.
Beautiful People Exposition, Van Loon Galleries, Vught, The Netherlands.
MEMENTO, solo exhibition, Canova Arte, Stadio di Domiziano, Roma, Italy.
Biennale Veghel, Van Loon Galleries, Veghel, The Netherlands.
2019
Mana, Galleria d’Arte Malinpensa by La Telaccia, Torino, Italy.
Ciclopica. La grande scultura internazionale, Diffusione Italia International Group Srl, Siracura, Italy.
Dhyana, Contemply Srl, Hotel Melià Milano,Milano, Italy.
Biennale Arteinsieme, Museo Tattile Statale Omero, Ancona, Italy.
Art Cocktail Rabarama, Italian Fine Art Gallery, Piccolo Sant’Andrea Luxury Suite Hotel & SPA, Praiano (SA), Italy.
Armonie di colori e forme di arte contemporanea, Artenate Galleria Arte Contemporanea, Todi (PG), Italy.
Biënnale Brabant, Van Loon Galleries, Tilburg, The Netherlands.
2020
Expositie Rabarama, Van Loon Galleries, Vught, The Netherlands.
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LA RICERCA POLIEDRICA DI PIERLUIGI RIZZO
di Giuseppina Irene Groccia |10|Gennaio|2021|
Per il ciclo “L’intervista”, ho pensato che non avrei potuto non intervistare il Maestro Pierluigi Rizzo
Nel suo percorso ha guardato costantemente ad una contaminazione tra le arti, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo, a quello teatrale e poetico.
Nella sua pittura, ritroviamo forme e colori dai chiari tratti informali, che non sono altro che l’eco di suoi pensieri e parole.
Sono opere caratterizzate da una violenta gestualità, pulsanti di colore, in cui sembra che l’artista diventa un tutt’uno con la propria opera, amalgamando l’immagine di se stesso fino ad emergere con tematiche chiare della propria identità personale, della memoria e dell’anima.
Osservando e ammirando la pittura gestuale di Pierluigi, si percepisce chiaramente l’espressione del gesto astratto, dell’azione e del movimento.
L’uso esclusivo della spatola crea energia pura, che si imprime sulla superficie, attraverso una sua sapiente tecnica personale, rafforzata dalla scelta del colore, grande protagonista della sua pittura.
La struttura compositiva è complessa, con orizzonti spesso popolati da inquietudini visionarie.
Altra arte che è ben collocata all’interno del suo potenziale artistico, è quella di coniugare egregiamente la materialità delle pietre preziose all’estetica del design,disegnando con particolare abilità, oggetti preziosi da gioielleria.
Parallelamente alle diverse forme di arte visiva, come pittura e scultura, nei momenti di ispirazione, si dedica anche alla poesia, inserendo suoi scritti in antologie e raccolte di liriche.
La sua è una poetica in grado di muoversi tra le cose, secondo una dimensione alchemica dello spazio scritto.
Una narrazione, che è un peregrinare fantastico, all’interno della sua fantasia.
Dalle sue opere, siano esse letterarie o visive, emergono sussurri, frammenti di scene lontane che raccontano paesaggi e attraversamenti, bagliori e ombre, luci e tenebre.
Ho scavato una fossa
ho lavorato lentamente
l’ho fatta molto profonda
ed ho adagiato il mio amore..
Con dolcezza l’ho guardato , l’ho baciato
ed ho cominciato a buttare terra poi pietre
poi rocce. ..
Ho sepolto il mio amore
non c’era nulla da fare
ho seppellito il mio cuore.
Pierluigi Rizzo
Nel suo rapporto con la scena teatrale invece, c’è un percorso finalizzato all’approccio intellettuale, il palcoscenico diventa luogo dove egli si gioca abilità e pratica.
L’elemento visivo fa da contrappeso a quello verbale, in un perfetto equilibrio… e la sua voce diviene racconto, evocando visioni.
Questo è il cuore dell’arte e del buon narratore..
Pierluigi Rizzo vive la realtà e l’arte come un atto di passione in un territorio magico, traducendo in immagini e versi la propria sensorialità psico emotiva.
Il suo spazio artistico e il suo procedimento creativo, sono strumenti attraverso i quali ci restituisce le immagini della sua straordinaria e sensibile visione del mondo.
“La roccia di Horeb” – Sculture in marmo grigio venato
Cercheremo di conoscerlo meglio attraverso questa intervista, per capire a fondo i suoi lavori e per comprendere meglio i meccanismi della sua poliedrica attività artistica
Un aspetto che mi ha subito colpito è il tuo autorevole background artistico. Pittore, scultore, attore teatrale, scenografo, designer, scrittore e poeta.. In che modo e quanto riesce ad apportare, ogni singola esperienza artistica, al tuo profilo creativo e umano?
Innanzi tutto ti ringrazio poi aggiungo che in realtà le varie arti si intrecciano fra loro e diventa molto facile esprimersi nei vari linguaggi artistici. Attraverso le varie esperienze, naturalmente ci si arricchisce sempre più in quanto alcune cose non si possono spiegare bene con una tecnica, mentre è più facile con una altra e cosi che i vari percorsi si possono completare l’uno nell’ altro.
Scrivere e lavorare per il teatro mi ha arricchito enormemente e tutto quello che apprendevo si riversava inesorabilmente nei vari linguaggi, dalla scultura alla pittura e al design in genere.
Ci racconti un pò dell’importante scelta, di interrompere gli studi in medicina per dedicarti a tempo pieno alla tua passione per l’Arte? Hai mai avuto rimpianti?
Abbandonare gli studi di medicina per seguire la mia strada artistica è stato problematico, non tanto per me ma per i miei genitori. Faccio presente che allora eravamo negli anni settanta, con una mentalità completamente diversa da ora e dire che facevi l’artista era visto come una follia, soprattutto a Rossano e in Calabria. Io provenivo da studi classici e non avevo mai avuto contatti con il mondo artistico, tranne suonare la chitarra in un gruppo giovanile, esperienza che mi ha aiutato molto in teatro e nello scrivere, per cui ho dovuto studiare da solo tutto quello che era possibile, del mondo artistico.
No, nessun rimpianto e se tornassi indietro lo rifarei di nuovo.
Quanto ha influito la tua lunga permanenza a Perugia, una città d’arte piena di storia, nel tuo percorso artistico e professionale?
Indubbiamente Perugia è stata fondamentale per due motivi, uno per il lato artigianale e l’altro per gli incontri con quasi tutte le nazionalità del mondo, in quanto sede dell’università per stranieri, con la possibilità di conoscere gente proveniente dalle varie parti della terra ed avere scambi culturali enormi e questo mi ha aiutato molto.
Perugia e il suo Umbria Jazz. Pensi che nasca da lì la tua grande passione per il Jazz?
Si, senza dubbio anche se io preferivo il blues ma a Perugia la mia conoscenza del jazz si è perfezionata ed ho potuto apprezzarlo ancora di più.
Amo ancora il blues.
Che tipo di percorso artistico hai compiuto e quanto ha influito sulla tua formazione?
Come dicevo prima, non avevo nessuna formazione artistica tranne i miei studi classici, ma era troppo poco. Arrivai a fare arte da un cammino, oserei dire classico e cioè dall’artigianato. Cominciai a lavorare il vetro con la tecnica della pittura a freddo, che in quel tempo, parlo degli anni settanta, a Perugia la importarono degli studenti artisti iraniani e infatti è una antichissima arte persiana.
In italia è conosciuta come arte povera ed infatti la voce grossa la fa la tecnica delle vetrate a fuoco.
Cominciai cosi e naturalmente, il vetro, avendo bisogno di una struttura di sostegno, cominciai a costruire oggetti come lampade, vassoi, tavoli, posaceneri, porte etc, utilizzando il vetro dipinto a freddo e studiando le strutture in un modo nuovo.
Piano piano rubai le tecniche ad altri artigiani anziani che erano ben contenti che qualche giovane si appassionasse al loro lavoro. Parlo naturalmente sempre del vetro.
Serie “Fumetti” – Resine su Plexiglas
Un giorno, entrò nel mio laboratorio aperto al pubblico, un signore il quale osservò tutti i miei lavori molto attentamente poi mi lascio il suo biglietto da visita e mi disse: “quando reputa di avere un lavoro artistico mi telefoni.” Ed uscì.
Venni a sapere che era un importante collezionista di arte perugino, nonché un primario di ospedale.
Spinto da questa nuova storia cominciai a studiare tutto quello che era possibile del mondo dell’arte e cominciai a leggere soprattutto un libro sulla Bauhaus e qui cominciò la mia avventura in questo mondo fantastico dell’ arte.
Il mio lavoro artigianale, che non ho mai abbandonato, abbinato alle ricerche artistiche, mi hanno portato in giro per il mondo .
Ami definirti “operatore di materia”. Ci spieghi perché?
Ho coniato questo termine, operatore di materia, perché non sono un Creatore in quanto ex nihilo, dal nulla non riesco a fare niente ma da un lavoro manuale riesco a far uscire qualcosa.
Non mi posso definire artigiano in quanto in realtà non lo sono, come produzione intendo e quindi mi è venuto facile coniare questo termine, in poche parole non sono Dio e nessun uomo lo è.
Serie “Ramette”, l’originale progetto realizzato con latte da olio in banda stagnata, dipinte ad olio.
Quali tecniche utilizzi nell’esecuzione dei tuoi lavori?
Come ho detto prima non avendo studiato arte ho dovuto inventarmi le mie tecniche e negli anni le ho perfezionate.
Uso molto l’olio per dipingere e uso la spatola per farlo, in quanto non so usare i pennelli e in realtà non li ho mai usati . Essendo scultore preferisco la spatola perché lo trovo un attrezzo simile ad uno scalpello.
Le tecniche poi variano a seconda dei materiali che uso.
In alcune mostre ti sei contraddistinto con le tue famose “stratificazioni”, una tecnica che spinge l’osservatore ad interrogarsi sull’inesorabile scorrere del tempo. Che cosa rappresentano per te?
La serie delle “Stratificazioni” inizia più o meno una decina di anni fa con l’osservazione di una vecchissima porta nel centro storico di Rossano, dove risiedo, notando che il tempo aveva grattato e consunto il colore superficiale facendo apparire i vari strati di colore che si erano succeduti nel tempo e formando forme particolari; naturalmente mentre osservavo, i ricordi mi risalivano e vedevo persone, scene, odori che avevo dimenticato. Praticamente fu come un viaggio nel tempo e mi trovai immerso in quel periodo rivivendolo. Associare i colori alle varie sensazioni fu un tutt’uno. Cominciai cosi a viaggiare a ritroso nel mio interiore cercando di seguire i contorni di un ricordo ma mi accorsi che sfumavano sovrapponendosi ad altri ricordi tanto da non poter distinguere, se non a tratti, le varie storie. Nella sovrapposizione accadeva che si formavano altre storie e cosi decisi di provare ad immortalare con i colori questo viaggio nella memoria.
Quali sono i materiali che prediligi usare per le tue sculture e soprattutto a cosa ti ispiri quando le realizzi?
Il materiale che prediligo è il bronzo. Fare la scultura e poi fonderla è una goduria, ma i costi sono alti, troppo alti ed è da molto tempo che non faccio più fondere. Le ultime sculture le feci fondere in alluminio, materiale che mi piace molto ed è molto meno costoso del bronzo ma resta il fatto che è difficile vendere una scultura. Lavoro con tutti i materiali dal legno al marmo e naturalmente vetri e plastiche fuse .
I miei temi sono più o meno gli stessi, sia in pittura che in scultura o in scrittura e cioè il rapporto uomo/Dio/uomo.
Non faccio il figurativo perché il mio mondo è interiore, come tutte le problematiche umane e cerco di scandagliare il più possibile dentro il mio animo, partendo dalla bibbia e da tutti gli altri testi cosiddetti sacri.
La tua “sete” di ricerca ti ha portato a girare un po’ il mondo, parlaci dei luoghi che ti hanno maggiormente apportato ispirazione..
Ho avuto il piacere e l’onore di esporre in molti paesi del mondo ovest, ed ognuno mi ha trasmesso qualcosa. Sono rimasto enormemente colpito dagli artisti brasiliani, che toccano diversi linguaggi, sia dal lato conservatore che dal lato di avanguardia. La Francia, sotto un certo aspetto, mi ha deluso ma io parlo degli anni novanta ed allora, sembrerebbe strano, era sempre in voga il classico, anche per come sono, o meglio erano, arredate allora le case. Ho potuto conoscere diversi artisti che, a loro modo, mi hanno convinto a continuare la mia strada .
Lavori ed esponi non solo in Italia, ma anche all’estero. In particolare quanto ha inciso la tua esperienza espositiva negli Stati Uniti sul tuo percorso artistico?
Per quanto riguarda l’America del nord io posso parlare solo di alcune città come New York, Frederik, Cumberland o Washington. Quello che ho potuto vedere nelle varie gallerie delle diverse città, mi ha trasmesso un qualcosa di fermo agli anni sessanta e settanta, ho visto poca ricerca di avanguardia interessante.
Unica cosa, per me positiva, è stato constatare che moltissimi artisti lavorano l’olio su carta. Lavori che anche io porto avanti da più di cinque anni, ma che non trovano un mercato, perché la gente è abituata alla tela. I vari luoghi nei quali ho potuto lavorare nonché esporre, in realtà, non mi hanno ispirato, in quanto la mia ispirazione viene da dentro, dal mio profondo.
Serie “Giano bifronte” Olio su Plexiglas con luce interna e supporto in legno. H 2mt
Opere esposte presso la Schwab Mountain Maryland Gallery – Cumberland (Stati Uniti)
Anno 2015
Nei primi anni 80 avviene il tuo incontro con il teatro. Ci parli della tua prima esperienza come scenografo e poi di quella come attore?
In realtà il teatro è avvenuto per gradi. Un giorno entra nel mio laboratorio a Perugia un signore che conoscevo come attore e direttore di un teatro cabaret di Perugia “Il Canguasto”, appena entrato si presenta e mi chiede se ero disponibile a fare da factotum per la sua compagnia.
In pratica dovevo guidare il furgone con tutte le varie attrezzature ed in più occuparmi del mixer audio e luci. Io, che avevo una leggera conoscenza del settore, accettai anche perché la paga era buona e si lavorava di domenica. Iniziai cosi dal basso e poi accadde, come succede sempre, che mancava un attore e mi chiesero di sostituirlo. Accettai, anche perché non dovevo fare niente, solo entrare salutare ed uscire. Alla fine dello spettacolo l’attrice protagonista Mariella Chiarini, venne da me e mi disse che avevo una grossa presenza scenica. Allora non capivo, ma aveva perfettamente ragione.
Fu così che iniziai.
Per quanto riguarda la scenografia, fui contattato da un’altra compagnia, che aveva messo su un lavoro particolare su Cristo ed avevano bisogno di una grande croce in vetro. La realizzai, tenendo presente che non doveva essere fragile e studiai una scultura di vetro incollata su specchio e legno che si montava per il trasporto. Poi vennero altre scenografie, ma sempre introdussi le mie ricerche artistiche .
Ci racconti qualcosa sulla tua ricerca poetica e il rapporto che hai con la tecnica espressiva?
Per quanto riguarda il lato poetico devo dire che non mi sento un poeta, sono un autore teatrale e forse a volte sono sconfinato nella poesia. In realtà, le mie cosiddette poesie sono micro storie, dato che ormai non scrivo più per il teatro per varie vicissitudini, sia personali che per la vita in generale.
Il mio ultimo lavoro teatrale è stato nel 2016 con lo spettacolo “Ah l’amore”, successivamente ho portato a termine, sempre nel 2016, il libro “Il tempo di esplorare il nostro amore” un lavoro iniziato nel 2015.
Ecco, il tuo ultimo lavoro letterario “Il tempo di esplorare il nostro amore” è molto autobiografico, qual è stato l’impulso che ti ha spinto a realizzarlo?
Si, hai ragione questo libro è autobiografico ed è l’analisi, momento per momento, di tutto quello che è accaduto in quel rapporto intenso di amore, sia nelle fasi belle che nelle fasi distruttive.
In realtà accadde un fatto strano mentre vivevo le fasi negative di quell’ amore e cioè cominciai a sdoppiarmi, ad analizzare il me stesso che soffriva, ed era come se in quei momenti esistessero due me stessi, uno che annotava i vari momenti, direi freddamente, e l’altro che smaniava per amore.
Fu una esperienza che lasciò solchi profondi.
A volte, per noia, prendo una penna e scrivo quello che passa nel mio interiore. Le mie incazzature, le mie illusioni e delusioni, le riflessioni su un mondo che reputo sempre più in decadenza, il mio rapporto con un Dio che trovo sempre più sadico etc.
Non ho una tecnica poetica né la ricerco, perché non scrivo poesie. Nella mia presunzione lascio una traccia diversa, scrivo appunti sulla mia vita e stranamente, anche altri si ci ritrovono. Mi piace sfatare i vari luoghi comuni perché creano prigioni, dalle quali è difficile uscirne.
A cosa stai lavorando in questo periodo?
In questo periodo sto lavorando ad una serie di nuovi quadri, tenendo presente il lavoro di scrittura, cerco di dare alle varie parole un colore e debbo confessare che mi piace molto questo connubio.
Infatti stai vivendo un momento di grande forza creativa attraverso la realizzazione di numerose nuove opere. A quando una tua nuova personale?
Forse, una volta finito questo brutto periodo di chiusura a causa del covid, riuscirò a fare una personale con questi nuovi lavori e spero prima di morire .
Per te che hai fatto della definizione di “libertà” uno stile di vita, ci spieghi un tuo personale concetto a riguardo?
La libertà? Un concetto vago, una idea con troppe sfumature. Esiste un tentativo di raggiungere la libertà ma sarà comunque condizionata dagli altri. È vero, ho sempre lottato per la mia libertà, tenendo presente che si paga un pedaggio molto salato e cioè la solitudine.
Libertà è una parola troppo usata. Ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che limiterà questo concetto e in fin dei conti noi siamo legati l’uno all’altro come penisole. Personalmente ho sempre cercato di non uniformarmi al pensiero degli altri soprattutto se era un pensiero che soffocava il mio sentire interiore e lo stesso nel mio mondo artistico. Quando ero giovane, seguivo la strada classica nel mondo artistico e cioè gallerie, pubblicazioni, critiche etc, poi mi accorsi, che in realtà cercavano un cavallo da sfruttare ed io non sono un cavallo, ma un tentativo di uomo per cui mi allontanai da tutto e seguii la mia strada, che conduco ancora oggi.
Ripeto, si paga con la solitudine, anche se io non l’avverto mai .
Per chiudere questa conversazione, vorrei chiederti qual è il tuo più grande obiettivo professionale raggiunto o anche solo sognato?
Il mio obbiettivo raggiunto è quello di aver vissuto di arte fino ad ora girando mezzo mondo, mi riferisco al mondo ovest, quello che mi piacerebbe realizzare ancora è di esporre in Cina e in Giappone, due culture che mi attraggono moltissimo, purtroppo data la mia età sarà molto difficile realizzare questi obiettivi ma è anche vero che non bisogna mai dire mai.. chissà.
Contatti dell’artista
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JEAN PAUL BOURDIER – Paesaggio e corpo come tela
di Giuseppina Irene Groccia |01|Gennaio|2021|
Jean Paul Bourdier combina paesaggio e carne come tela, senza l’uso della manipolazione digitale, per creare un’unione visiva, con tutte le immagini che sono state scattate sul posto tramite la tecnica della fotografia analogica.
Attraverso l’uso simultaneo di performance art, pittura e fotografia analogica, mette in scena situazioni che richiamano la magia dell’essere, della natura e della Luce.
Il suo lavoro si concentra sempre sulla bellezza e la geometria del corpo umano.
Le immagini che produce fungono da portale per rivendicare il nostro rapporto intimo con l’infinito.
Ogni immagine è una scena unica – creata, messa in scena e catturata – di paesaggi naturali uniti alla forma umana, che esprimono bellezza, verità e meraviglia sul piano fisico, così come ciò che è nella nostra immaginazione.
Attraverso il corpo nudo dipinto con i colori della luce, riporta l’umanità alla sua natura fondamentale, scavalcando i soliti strati di identità, spazio e tempo, e ricontestualizzandola in essere.
Jean Paul Bourdier riesce a presentare il corpo in un modo del tutto surreale su un paesaggio infinito, in un universo in continua evoluzione, facendolo interagire in vari modi con la terra.
Questo corpus di opere è una contemplazione degli esseri umani e della loro intima interrelazione con l’ambiente.
Jean Paul Bourdier è professore di design, disegno e fotografia nel dipartimento di architettura della UC Berkeley.
Scenografo di sette film e co-regista di due film diretti da Trinh T. Minh-ha, ha anche pubblicato diversi libri, tra cui Vernacular Architecture of West Africa, uscito nel 2011 e tre libri di fotografia, Bodyscapes, pubblicato nel 2007, Leap intro the Blue (2013), Body Unbound (2017) e Body Mirror il suo ultimo lavoro uscito a Novembre 2020, dove ritorna ad unire la sua arte fotografica all’editoria.
Fine Art Photography Book “Body Mirror” Info sul libro qui
Puoi trovare “Body Mirror” su Amazon clicca qui
Fusione tra Arte e Tecnologia
di Giuseppina Irene Groccia |28|Dicembre|2020|
Il momento della “fruizione” di un’opera d’arte sembra raggiungere l’apoteosi nelle installazioni artistiche.
L’opera è viva, in movimento, la si attraversa, e si lascia fruire da noi stessi con infiniti sensi, quali vista, udito, olfatto e tatto, oltre che con il cuore e con la memoria di ciò che quell’opera ci farà sentire e sperimentare.
Oggi vorrei parlarvi di una delle mie preferite, presentata per la prima volta nel 2012, conquistando in seguito un enorme successo nell’ambito delle opere site specific.
Camminare sotto la pioggia senza bagnarsi?! Qualcuno l’ha reso possibile.
Si tratta del progetto “Rain Room” di Random International, collettivo di design con sede a Chelsea, fondato da Stuart Wood, Florian Ortkrass e Hannes Koch al Royal College of Art.
Un’imponente installazione consente ai visitatori di camminare direttamente attraverso una tempesta di pioggia simulata, senza bagnarsi.
Il progetto utilizza strumenti altamente tecnologici capace di interagire con le persone, quali piastrelle stampate a iniezione, elettrovalvole, regolatori di pressione e telecamere di tracciamento 3D per rilevare la posizione delle persone, attivando o disattivando di conseguenza ciascuno dei suoi singoli flussi di pioggia. Coprendo un’area di oltre 100 metri quadrati, utilizza quasi 220 litri d’acqua ogni minuto, con un meccanismo rapido di filtraggio e rimessa in circolo.
Guarda il video del progetto “Rain Room”
L’esperienza ha un fascino surreale e teatrale. Entrando nello spazio espositivo ci si trova immersi nell’oscurità, con una sola luce all’estremità della stanza. Questo conferisce una qualità magica ed argentea al campo di pioggia, che si riversa su una piattaforma rialzata.. un palcoscenico per l’esperienza dello spettatore.
L’interazione del pubblico diventa parte cruciale dell’installazione, poiché la pioggia risponde alle loro reazioni attraverso specchi motorizzati, e in questo modo il pubblico diventa il soggetto dell’opera d’arte.
Quando i visitatori si avviano sul palco, queste identiche linee verticali di pioggia battente iniziano a essere respinte, come se ogni corpo emettesse una sorta di campo magnetico invisibile. Man mano che entrono, la pioggia si chiude intorno ad essi, avvolgendo ogni figura che si staglia in un perfetto vuoto cilindrico. Il visitatore si ritrova circondato dal rumore della pioggia e dalle particelle d’acqua in sospensione ma completamente asciutto.
L’installazione Rain Room vede la luce per la prima volta nel 2012 presso il Barbican Centre di Londra. Successivamente l’opera è stata riproposta più volte, prima al MoMA di New York nel 2013, poi al Yuz Museum di Shangai nel 2015, infine al LACMA di Los Angeles nello stesso anno.
Attualmente è ospitata all’interno del Jackalope Pavilion a St Kilda a Melbourne, e successivamente sarà trasferito nel nuovo Jackalope Hotel a Flinders Lane.
Durante l’esposizione di debutto del 2012 al Barbican Centre, la compagnia di danza di Wayne McGregor si è esibita sulle note del compositore contemporaneo Max Richter, interagendo con l’installazione e con i normali spettatori. Acqua, corpo e tecnologia riescono così a creare un’installazione unica, capace di rendere possibile il paradosso di danzare sotto la pioggia rimanendo completamente asciutti.
Guarda il video dell’esibizione
Il collettivo Random International tratta ogni progetto come parte di un processo continuo di ricerca, sulla relazione tra le persone e le nuove tecnologie intelligenti, ed ha lavorato inoltre con lo scienziato cognitivo Philip Barnard per analizzare il comportamento delle persone.
RANDOM INTERNATIONAL sono:
Florian Ortkrass nato nel 1975 a Rheda-Wiedenbrück, Germania. Laureato alla Brunel University nel 2002 e al Royal College of Art nel 2005.
Hannes Koch nato nel 1975 ad Amburgo in Germania. Laureato alla Brunel University nel 2002 e al Royal College of Art nel 2004.
LOST IN TRANSLATION
di Giuseppina Irene Groccia 09|Dicembre|2020
Diciassette anni di Lost in Translation. Il film diventato un cult uscì ad ottobre del 2003, nelle sale italiane arrivò per la prima volta esattamente il 5 Dicembre 2003.
Per un film, diciassette anni possono essere tanti.. tanti da rischiare la bolla del dimenticatoio oppure al contrario tanti da trasformarlo in un’immagine eterna, che rinasce sempre e ci racconta ogni volta più di una sola storia.
Per me rientra tra i miei film preferiti fin da allora.
Sofia Coppola, la figlia d’arte più importante del cinema americano contemporaneo, realizzò una pellicola minimale di grande eleganza ed ancora maggiore sensibilità.
Il film venne girato in 27 giorni tra Tokyo e Kyoto, con un budget di 4 milioni di dollari. Finì per incassare circa 120 milioni di dollari in tutto il mondo, ottenendo quattro nomination agli Oscar come Miglior Film, Migliore Attore Protagonista , Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura.
Sofia Coppola alla fine si aggiudicò quest’ultima e fu la terza donna a essere nominata come Miglior Regista nella storia degli Academy Award.
Sofia Coppola durante le riprese del film
La loro eccellente interpretazione, contribuì sicuramente ad elevare ancora di più la qualità del film.
Una parte ricorrente e poi diventato culto è la scena in cui il film si apre sulla finestra di una camera del Park Hyatt, hotel in cima alla Shinjuku Tower. E’ proprio da lì che Scarlett Johansson osserva spesso Tokyo in completa solitudine.
Ed è sempre in quella struttura, esattamente al cinquantaduesimo piano, che si trova anche il New York Bar: una delle location più romantiche della città. Il posto in cui i personaggi di Bob e Charlotte si incontrano per la prima volta.
Bob: “Sai mantenere un segreto? Sto organizzando un’evasione da un carcere. Mi serve, diciamo, un complice. Prima dobbiamo andarcene da questo bar, poi dall’albergo, dalla città e infine dal paese. Ci stai o non ci stai?”
Trama:
La storia si svolge nella caotica e moderna Tokyo, dove l’americano attore Bob, la cui carriera è ormai in declino, accetta di pubblicizzare una marca di whisky. Una volta arrivato nella metropoli, Bob si trova a dover far i conti con una cultura ed una lingua completamente diverse e difficili da comprendere. Tale diversità, crea nelle varie situazioni da lui affrontate diversi malintesi e incomprensioni che lo portano inevitabilmente a sentirsi sempre più isolato. Ma nell’albergo nel quale alloggia, Bob nota presto una ragazza, Charlotte, con la quale stringerà poi una particolare amicizia.
Charlotte invece, ventiquattrenne in cerca del suo destino, si è trasferita a Tokyo per seguire il neo-marito fotografo. Così come Bob, anche la ragazza si sente irrimediabilmente sola. Annoiata, Charlotte percepisce una più profonda solitudine, che va oltre l’incomunicabilità dovuta ad un paese straniero. I due protagonisti si incontrano nel bar dell’albergo e iniziano ad uscire insieme per sfuggire alla noia, dandosi conforto l’un l’altra. Tra loro nasce una relazione che apparentemente può sembrare la nascita di una storia d’amore, ma nasconde un più intimo e profondo rapporto. (www.filmpost.it)
Il titolo ‘Lost in translation’ è diventato, nella versione italiana, impropriamente ‘L’amore tradotto‘, traduzione che non ha assolutamente niente a che fare con il reale significato dell’originale e del film stesso, ci ripaga il fatto che il vero significato di questo “perdersi nella traduzione” lo troviamo fortunatamente negli occhi dei protagonisti Bob e Charlotte.
Sofia Coppola confeziona un film estremamente poetico, nascosto in una storia leggera ed ordinaria. Non è affatto un film semplice, non a caso additato spesso come una pellicola minimale eccessivamente lenta, poco parlata e con lunghe scene.. a tratti noioso.
La verità è che tutto si riduce a sensazioni nel suo susseguirsi di immagini ed emozioni.
Lost in Traslation è qualcosa di diverso dai soliti film, che può piacere o no ma che è comunque un’opera originale e decisamente ben fatta che riesce in pieno a trasmettere il suo messaggio.
Il dato più rimarchevole del film è una dominante dolcezza mai leziosa. È la storia del rapporto solo sfiorato e del non detto, i due protagonisti sono l’emblema di due satelliti paralleli che nonostante gravitino intorno allo stesso pianeta non riescono mai a toccarsi.
È l’umanità di un sentimento tenerissimo che cresce e si evolve, un sentimento dove il sesso è assente, si ha voglia solo di sentirsi vicini, di avvertire accanto a sé la presenza dell’altro, è un viaggio la cui meta, per qualcuno forse deludente, non è un bacio appassionato o una notte d’amore che apre a un futuro insieme, ma un importante gradino nella conoscenza di sé, dei propri limiti e delle proprie insoddisfazioni, mai completamente estinguibili.
Ciò che provano non è visibile attraverso gesti o baci. Le loro intenzioni e i loro desideri sono sempre veicolati attraverso sguardi e silenzi più potenti delle parole stesse.
È in questo lavoro cinematografico che Sofia Coppola rivela il suo grande amore per Tokio, affronta la tematica di un matrimonio in crisi e l’origine di un’amicizia speciale.
Ma Lost in Translation, oltre ai riferimenti autobiografici veri o presunti della regista, è un racconto intimo di due persone smarrite, due solitudini che si incontrano, due anime solitarie che si attraggono e si avvicinano infine con la speranza di trovare un equilibrio stabile.
Questo penso vada a sancire in qualche modo il sottotitolo inglese al film, “Everybody wants to be found” (“Tutti vogliono essere trovati”).
Un incontro, il loro, inevitabile, con in più il sapore amaro delle storie impossibili ma non per questo meno importanti.
Il confronto intimo che ne scaturisce, rappresenta per entrambi una cura.
Quella a cui assistiamo è sì una silenziosa e discreta storia d’amore, ma è anche un’operazione di salvataggio.
Tutto viene mostrato tramite una stupenda fotografia fatta di campi lunghissimi.
A tratti Tokyo diventa il simbolo del mondo tecnologico, dell’odierna metropoli in cui tutto si esaurisce, tutto si perde e non c’è mai tempo o modo per godere davvero l’attimo.
In altre sequenze invece, attraverso il viaggio di Charlotte, sul “bullet train” per Kyoto, vediamo anche la delicata ed eterea spiritualità dei giardini o dei luoghi di culto giapponesi.
Come la visita al tempio Joganji, dove ha la fortuna di osservare da vicino il passaggio di una affascinante geisha, come anche i templi di Nanzenji e Chion-in e il Santuario Heian Jingu con il suo meraviglioso giardino dove Charlotte lega un o-mikuji (biglietto contenente una predizione divina), ad un albero.
Il ritmo, come avevamo detto precedentemente, è lento ma
accompagnato piacevolmente da sonorità intimiste, introspettive e profondamente
nostalgiche.
In particolare la scena appena descritta sopra, è dotata di un ottimo montaggio sonoro attraverso la traccia “Alone in Kyoto” degli Air, un pezzo etereo, dai suoni e dalle atmosfere uniche e ricercate, scritta appositamente per il film. (Vedi video sotto)
Per la prima inquadratura del film, Sofia Coppola si lascia ispirare da un dipinto di John Kacere, i cui quadri si vedono più avanti nel film, appesi in hotel.
Scarlett era riluttante a filmare la prima scena con le mutandine rosa semitrasparenti, fino a che Sofia non le indossò lei stessa per mostrarle come apparivano.
Jutta di John Kacere – Acrilico (1973)
Sofia Coppola ce lo regala sulle note di un vecchio hit dei Jesus e Mary Chain, con Bob che in partenza per l’aereoporto vede Charlotte dal taxi e la rincorre per le affollatissime strade di Tokyo. La raggiunge, l’abbraccia forte e le sussurra qualcosa all’orecchio prima di salutarla definitivamente. E’ in questo piccolo gesto, di un’intimità così clamorosa, dalla quale la regista ci tiene letteralmente fuori, che sta tutta la bellezza di un film tenero e dove lascia allo spettatore la possibilità di costruire un proprio finale, che sia stato un addio o un arrivederci non è dato sapere, ma sicuramente nessuno dei due sarà più lo stesso dopo quei giorni in giro per Tokyo in mezzo a strampalati karaoke e ristoranti silenziosi.
In conclusione, mi sento di dire, a chi non ha avuto modo di vederlo, che Lost in Translation è un film da recuperare perché credo sia in grado di cullarci nel nostro quotidiano inquieto, suggerendo risposte senza la necessità di essere razionali.
Ci lascia immagini intrisi di melanconia, un senso di evanescente tristezza.. come un racconto che è già ricordo.