close

Giuseppina Irene Groccia

Interviste

Un’intervista esclusiva con Andrea Barretta sull’Arte e la Cultura Contemporanea

L’ArteCheMiPiace – Interviste

 

 

 

 

 

 

Un’intervista esclusiva con 

Andrea Barretta 

sull’Arte e la Cultura Contemporanea

 

 

 

 

 

di Giuseppina Irene Groccia |19|Aprile|2024|

 

 

Con una carriera eccezionale che abbraccia il giornalismo, la scrittura, la curatela e la critica d’arte, Andrea Barretta non necessita di presentazioni. 

Il suo percorso ammirevole è segnato da grandi collaborazioni, successi e gratificazioni, rendendolo una figura di spicco nel circuito dell’arte.

Con il suo studio a Brescia, si è guadagnato una reputazione di paladino dell’arte e della cultura, impegnandosi instancabilmente nella difesa della bellezza e nell’esplorazione dei percorsi creativi della comunicazione. 

La sua vasta conoscenza e la profonda comprensione dei diversi ambiti disciplinari si fondono in una trama intricata di saperi, conformato dall’uso critico che ne fa in ogni sua esperienza concreta. Autore di saggi accattivanti e stimolanti, Barretta si distingue per la qualità argomentativa e la capacità di condividere un’etica comune attraverso la sua scrittura. Le sue numerose conferenze sono sempre seguite con interesse, testimoniando il suo ruolo centrale nel dialogo culturale contemporaneo. 

Come curatore ha firmato numerose mostre di artisti contemporanei e di arte moderna, portando avanti una visione  progressista e innovativa che ha attirato l’attenzione del Metropolitan Museum di New York. Il suo impegno nel campo della critica d’arte si traduce anche nella cura e nella realizzazione di cataloghi d’arte arricchiti dai suoi testi critici illuminanti. 

Il riconoscimento internazionale del suo lavoro è stato sottolineato dalla sua accoglienza privata da parte di Giovanni Paolo II e dall’inclusione nel Comitato critico del prestigioso “Catalogo dell’Arte Moderna” dell’Editoriale Giorgio Mondadori. Il suo contributo al mondo dell’arte e della cultura è stato ulteriormente onorato con l’assegnazione dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, testimonianza del suo straordinario impegno e della sua influenza nel campo della cultura contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Barretta

 

 

 

Nell’intervista a seguire avremo l’opportunità di immergerci nel pensiero di Andrea Barretta e di scoprire i dettagli affascinanti della sua eccezionale carriera professionale.

 

 

 

 

Quando è stato il momento in cui ha iniziato il suo viaggio nell’ambiente artistico?

 

Non c’è un momento preciso ma fin da giovane l’apprezzare il piacere della bellezza che ci circonda e l’amore di mio padre per l’arte sempre presente in casa per gli artisti che frequentava. Poi nella mia prima carriera professionale, quella di giornalista, mi sono sempre occupato di cultura e recensioni sia letterarie che d’arte e ben presto ad essere editorialista. Da lì il passaggio ad essere scrittore e critico d’arte è stato consequenziale.

 

C’è stato un momento o episodio grazie al quale ha capito di volersi dedicare a questa professione? 

 

Dal mio ingresso nella redazione di un settimanale nel 1977 che mi ha consentito di dare stura al mio desiderio di scrivere ma anche di organizzare, promuovere eventi e il mio primissimo amore letterario che è stata la poesia. Poi la conferma con la mia direzione di altri giornali.

 

 

 

Qual è stato il processo attraverso il quale ha trasformato il suo stile di scrittura dall’ambiente giornalistico al mondo dell’arte? Come si differenzia la scrittura in questi due contesti?

 

Non c’è stata e non c’è una trasformazione. Il giornalismo rende chiara ogni esposizione linguistica e questo è un bene per la critica d’arte che se ne avvantaggia con testi chiari sull’arte e gli artisti, non con un linguaggio critichese spesso autoreferenziale che troviamo purtroppo oggi in tanti ambiti. Allorquando la cultura e l’arte non sono più motivo di aggregazione ma di disgregazione nel non dare significato e ruolo a competenze che evidenzino il rispetto del principio di credibilità. In tal guisa, dopo anni d’arte di grande fermento, il mito multidisciplinare dell’autodefinizione termina il suo percorso e provoca l’allontanamento dal criterio della bellezza e, negli anni successivi, ne ha sancito la decadenza. Sono stati messi in subordine i temi iconografici, gli elementi di conoscenza, a originare un’arte speculativa che sta dando luogo a una sorta di gioco spregiudicato, in cui è abolita ogni residua distinzione, in un’epoca già definita altermoderna, ossia il desiderio di agire in modo alternativo, successiva al postmoderno e prima ancora al modernismo. Siamo nella “bellezza d’indifferenza” duchampiana già in atto nel 1912 e che si caratterizza in un’assenza di qualità e particolarità connotative in una assenza estetica, dissociando l’idea di arte dalla bellezza, in quella smaterializzazione che oggi ancora viviamo nello sconfinamento in ormai finti readymade.

 

C’è un momento, un’opera, una collaborazione o una figura che hanno particolarmente influenzato il suo percorso come curatore e critico d’arte che risiede nei suoi ricordi?

 

Sono vari. Soprattutto la coscienza di un linguaggio artistico per intuire la crisi in atto, che è anche semantica, soprattutto quando certa arte abdica nel dimenticare sé stessa. Eppure non è un archetipo, perché l’artista è il divenire con il mutare dei contesti sociali, siano essi riferibili alla collettività sia all’attualità. Tuttavia quando l’arte è impregnata di stereotipi in parole prive di lucidità e intransigenza, verbali e scritte, tra composizione discorsiva e funzione formale, tra lettura e godimento dell’opera, perde la sua capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Che si esprime ma non si rivela. Poi c’è l’altra arte, quella che è letta in tutte le lingue del modo senza essere poliglotti, che conserva nel tempo qualcosa da dire, qualcosa da cui ripartire per ritrovare quella direzione che abbiamo smarrito, senza prendere sul serio quanto è solo intrattenimento, gioco, diversione.

 

 

 

Quali sono stati i libri o gli autori che hanno influenzato e contribuito a formare il suo pensiero critico e curatoriale?

 

Mi piace l’approccio filosofico all’arte, dell’osservare e del guardare per vedere. Interessanti autori come: Kant, Bauman, Baudrillard, Clair, Baudelaire, Dorfles, Goodmann, Longhi, Danto. E anch’io cerco di dare indicazioni per formare un’opinione, per aprire un dibattito, ma si evince anche un mio convincimento, una constatazione più che altro, cioè rimandare al mittente le opere di coloro che stenografano idee altrui, né rinnovatori né pionieri ma epigoni, in un fare che attinge alle avanguardie storiche e che dunque non ha niente da dire di nuovo, in una contestualità che sembra dirci che tutto può diventare arte. E noi siamo parte di quel che accade se non riusciamo a metabolizzare un cambio di mentalità. Se non ci diamo una scossa, saremo tutti untori nel preferire la tranquillità del non vedo, non sento, non parlo … nel lasciare che l’arte sia tutt’altra cosa, non il riconoscerla per quello che è ma in mercanzie, in acquisti nei luoghi simbolo del consumismo, dove alcuni artisti giunti sul mercato internazionale predicano bene ma razzolano male in sermoni social popolari contro tutto e il contrario di tutto, mentre le loro opere non hanno certo prezzi abbordabili. Non ribelli ma proletari nel lusso, nell’ipocrisia di proclamarsi fustigatori degli squilibri sociali, coperti nel far pensare che è inevitabile e normale, perfino accettabile la loro pseudo arte. Artisti concettuali sul mercato internazionale tra milioni di dollari o euro, mentre ci sono tanti altri bravissimi artisti che non riescono a emergere, e io sto con questi.

 



 

Secondo lei, quali sono gli elementi che rendono questo lavoro particolarmente gratificante?

 

Per me nello svelare la mistificazione che argomenta la smitizzazione dell’arte. Joice esortava a “cercare adagio, umilmente, … di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere” e sosteneva che “questo è l’arte”. È l’arte che “ha bisogno o di solitudine o di miseria, o di passione”, come “un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude”, precisava Dumas padre, ed è questo il bello di prim’ordine. Cerchiamo, insomma, di far sì che nessuno ci dica cos’è l’arte, e a cosa serve, perché lo sappiamo già: è quella che risiede dentro di noi. È questo discernere che dovrebbe dare l’esempio di perfezione che si manifesta nel brivido che si prova davanti al vero capolavoro, alla vera opera d’arte che è, diceva Hegel, “essenzialmente una domanda, un’apostrofe, rivolta a un cuore che vi risponde, un appello indirizzato all’animo e allo spirito”.

 

 

Qual è stata la sua più recente iniziativa curatoriale e quali sono i progetti su cui sta attualmente lavorando?

 

La più recente la mostra “Pop Art: da Warhol agli italiani”, conclusa in aprile, alla Galleria Fucsia di Brescia. La cultura artistica d’oltre oceano fino a una mia selezione di artisti italiani, da Warhol a Rauschenberg e Keith Haring, a confronto tra le diverse anime della pop art italiana, da Enrico Baj e Mimmo Rotella a Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano e Lucio Del Pezzo. E Piero Manzoni, Ugo Nespolo, Marco Lodola e Concetto Pozzati.

 

 

Come bilancia la sua autonomia creativa con le aspettative della galleria o dell’istituzione che le commissiona una mostra?

 

Nell’essere indipendente. L’arte contemporanea è intervenuta con una rivoluzione che ha liberato nuove potenzialità ma ha mancato di aprirsi al largo pubblico divenendo preda di un’arte abusata. Un paradosso che va superato con artisti nella creatività espressa che superi un panorama artistico dove ci sono più attori che spettatori. Occorrono nuovi “incontri”, perché l’esperienza conoscitiva oggi si esercita soprattutto in un percorso sinergico in rapporto con il mercato, la produttività e le dovute verifiche storiche e critiche, oltre che sui modi di significare i metodi di lettura dell’arte rispetto a un approccio contemporaneo. Cercando di alimentare l’emozionarsi in un rapporto umano con gli artisti, che sono il vero collante e il motore insieme alle gallerie d’arte che permette di poter seguire e apprezzare il mondo dell’arte nel suo continuo movimento.

 

 

 

Qual è stata la mostra d’arte più stimolante che ha curato finora e perché?

 

Quelle che ho presentato in diverse città e quella che ho curato alla Galleria ab/arte di Brescia che ho diretto per diversi anni, tra cui: Andy Warhol e Marilyn, l’arte e la visione di un’icona; Fotografie dal set nella storia del cinema della Metro Goldwyn Mayer; La via pulchritudinis, dal Cinquecento ai maestri dell’arte moderna; Dadavanguardie da neo a post; Emblema e i protagonisti dell’informale italiano; Baj e Guttuso, la fantasia e la realtà; L’inquietudine nell’espressionismo italiano; Il colore e la forma nell’arte del XX secolo; Mimmo Rotella, il décollage e il cinema; Le donne di Guttuso e le altre; Nud’arte, in un dibattito tra estetica e cultura; Novella Parigini e gli artisti della Dolce Vita. E molte altre di artisti contemporanei che sarebbe troppo lungo elencare qui ma che si possono leggere nel mio sito ufficiale su internet.

 

 

Qual è il suo approccio alla selezione degli artisti da includere nelle sue mostre?

 

Lei cita una parola molto importante: “selezione”, che è il mio modo di fare serio e professionale sia per le mostre personali sia per le collettive, soprattutto queste ultime dove la partecipazione è lasciata spesso al caso: tutti senza un invito personalizzato e tutti in un calderone con opere che non dialogano tra loro. Non è il mio modo di fare. Intendo sempre selezionare artisti validi e opere valide nel costituire mostre che abbiano come punto focale l’armonia, alla base della bellezza. In tutte le grandi mostre di arte moderna che ho curato ho scelto sempre in prima persona le opere da esporre, e così anche per quelle contemporanee in una visione d’insieme che gli artisti non possono avere, fermo restando che questi stessi artisti vanno sostenuti ma non per forza assecondati. Un progetto curatoriale implica molti fattori spesso complessi per tipo di opere, soggetti, formati, tecniche, e questo nel mio essere anche critico d’arte porta a scelte oggettive e mai soggettive. 

 

 

 

Tra gli artisti contemporanei che ha avuto l’opportunità d’incontrare personalmente, quali ritiene siano stati cruciali per l’avvio della sua carriera professionale? E quali sono stati i motivi di questa influenza?

 

Sono talmente tantissimi che è impossibile citarne solo qualcuno. Tutti hanno avuto con me un rapporto di dare e avere, fin quando c’è l’umiltà di ascoltare. Motivo comune per molti, nella loro bravura, è percepirne incertezze al cospetto dell’estetica e nell’interrogarsi su cosa facciamo, cosa è cambiato, cosa sta accadendo. Intorno si parla soltanto di artisti famosi che propongono cose orrende e loro cadono in un dato ineludibile: siamo in uno stato di svilimento; rassegnati e privi dell’energia necessaria per combattere l’incuria e incamminarci verso la bellezza che invita a prodigarsi affinché non significhi disinteresse. Non c’è sviluppo ma cedimento. C’è lo stordimento che s’inquadra nelle incongruenze di composizioni appartenenti alla coreografia, nell’affettazione salottiera di un accesso mediato dalla parola e senza sarebbero ben poca cosa. Sta a noi, e io sto con questi artisti che ho incontrato anche andando nei loro studi. Perché là dove si palesa un tutto è compiuto, tutto può cominciare, se guardiamo a qualcosa di nuovo con rispetto e attenzione … ed è questo che dico loro. Avanti … anche se altri spacciano caricature per arte, e si continua in sibillini commenti entro cui valutare un’opera di là da puerili trovate. Accerchiati da un’arte dalla critica ossequiosa già stanca prima di un tempo supplementare, defunta già prima di nascere ma tenuta in essere solo da esaltazioni cui dobbiamo imparare a distrarcene. Quindi il motivo di una influenza non è tanto per me ma per questi artisti cui cerco di dare il coraggio di continuare.

 

 

Quali sono i criteri che utilizza per valutare il successo di una mostra d’arte che ha curato?

 

Non quello di esposizioni che attirano pubblico come per una sagra, dimenticando che una mostra non si valuta in base al numero di visitatori ma sul risultato di aver insegnato qualcosa. Nelle mostre che ho curato ho sempre incluso un percorso per collettive o personali, un dialogo con il pubblico e cataloghi a corredo. Il successo poi è sempre arrivato con un gradimento dato dal vedere un pubblico attento e non nel porsi in una toccata e fuga, in una veloce visita, ma nel restare assorti davanti ad ogni opera cui io pongo a lato un breve testo critico, e la sorpresa è stata che moltissimi leggono con attenzione tutto fino ad avere alla fine il senso di quella partecipazione al percorso, prima citato, che io ho apparecchiato per loro. E uscire dalla mostra soddisfatti. Poi spesso resto presente per rispondere a domande e a chiacchierare per un’accoglienza che gratifica.

 

 

 

Come vede l’evoluzione del ruolo del curatore d’arte nell’era digitale?

 

Altre ragioni di fare arte. E siamo già oltre il digitale con gli NFT e l’intelligenza artificiale, ossia la disumanizzazione. Se al possibile allontanarsi dall’arte si aggiunge la rinuncia all’estetica e si va in una disneyficazione che vediamo in tante mostre che mirano alla sorpresa più che al merito, accompagnate da altre ragioni di fare critica fino alla polemica su come debba essere: descrittiva, interpretativa o creativa? Fino a dove i testi favoleggiano una storia mentre le opere ne narrano un’altra e non sempre dettata almeno dal buongusto. Come novelli sofisti nella soggettività del sapere identificando nella convenienza pratica il solo criterio della verità di un’affermazione, e a tale scopo valorizzando al massimo la retorica considerata come efficace mezzo di convinzione e persuasione. Il Novecento ha svelato tutti i suoi segreti, nell’arte, nella letteratura e nella storia dell’umanità anche nella sua catastrofe in avvenimenti strazianti, ma l’arte contemporanea non rivela ancora una composizione plausibile se guardiamo alle artistar, sicura, tanto da entrare in una storicizzazione, o almeno a poterla introdurre, perché non ha più correnti, movimenti o manifesti come per l’arte moderna, perché non ha nulla di diverso da dire senza ormai canoni di riferimento. C’è tutto e il più di tutto, c’è il dubbio. E in questa surreale incertezza attiviamo il cambiamento ad ogni costo e riportiamo alle mode tutto l’insieme di un accontentarsi fatto d’indeterminatezze che vanno a sostituire l’arte stessa che sconta una condizione esistenziale.

 

 

 

Quali strategie ritiene efficaci per democratizzare l’arte contemporanea e renderla accessibile a una vasta gamma di pubblici, inclusi quelli più diversificati?

 

La democratizzazione va bene ma nell’attuale depressione economica la proletarizzazione dei consumatori va per altre strade; infatti, per i costi esorbitanti l’arte è percepita come un bene d’élite e in un mercato del lusso come merce di investimento. E per di più l’arte nella sua associazione al mondo del denaro o del business spegne la creatività. Dalla fine del Novecento predomina un anti-intellettualismo che avvera una “anti arte” dedita al mercato, tra giustapposizioni enigmatiche e semplicistiche posizioni a creare il caos. È il tema di un mio prossimo libro. Come in un normale andare e ritornare a enunciazioni e prese di posizione, a volgere lo sguardo a una forma espressiva di un’arte sorretta dalla parola che non fa altro che andare verso il brutto e l’inutile, in una sorta di superamento evolutivo che non è. E il pubblico ne è disorientato. Così la mancanza di voci ufficiali e coerenti – oltre una prospettiva decentralizzata dal potere mediatico – che non favorisce il crescente interesse per più forme oggettuali fa sì che, di fatto, mischiando archetipi e simbologie da decifrare, non produce progresso ma un cavallo di Troia. Artisti – quelli che la parola trasforma in icone dell’arte – che sono arrivati in gallerie, musei e istituzioni portati da mercanti d’arte, direttori e politici per minare all’interno la bellezza; giunti dentro le mura che per secoli ne avevano conservato l’identità, e di notte – perché il silenzio degli intellettuali è assordante – hanno portato la distruzione dell’arte giacché il tacere non scrive la storia. Tanto che la nuova narrazione all’inizio del Duemila subisce inevitabilmente esempi sterili d’inventiva che odorano di stantio, proiettando l’arte nello spazio di modalità eterogenee con atteggiamenti strambi nel sovvertire un repertorio di apparenze inteso come libertà di escogitare piuttosto che di concepire nella commistione di linguaggi fra arte scenografica e arte visiva nell’impostura dell’obiettività, con l’effetto di escludere bravi artisti dalla casta e da un mercato arrogante che ha ritmi perversi. Allora non c’è strategia che tenga ma continuo a scrivere per chi ha la curiosità di conoscere l’attuale mondo dell’arte, e per quegli addetti ai lavori che bocciano i compromessi e continuano in un mestiere risoluto nell’essere indipendenti, e soprattutto affinché il bello non sia una capacità dimenticata. O più semplicemente per chi ammira l’arte e l’ama, come verifica del suo vero tessuto per uditori entusiasti.

 

 

 

Come bilancia il suo ruolo di critico con la scrittura di libri sull’arte, e in che modo queste due attività s’influenzano reciprocamente nel suo lavoro?

 

Entrambe le attività non stanno in una influenza ma in un rapporto di vasi comunicanti che sta nella narrazione dell’arte e del sociale, per comprendere il regresso del presente. Direzioni molteplici percorse in una dimensione dell’essere che abbia la volontà di edificare un’alternativa, senza pregiudizi, e cercarne le cause che edifichino un principio per intuire la struttura di un fenomeno. C’è, infatti, ed è sotto gli occhi di tutti, la pratica artistica contemporanea senza alcun controllo apparente nel preferire un’immagine già articolata invece di produrne una originale, perché già codificata nella storia visiva e quindi più direttamente e facilmente fruibile, insieme alla seduzione spettacolare anacronistica nel rivolgervi sempre lo sguardo restandone ostaggi. Icone prese dall’arte che ripresentano pari o in modo altro, tralasciando il rilievo di quell’opera che sta nel momento del compimento temporale. E quello che all’inizio era un intrattenimento colto e per gli artisti un veicolo per testimoniare sembianze stilisticamente vicine, rischia di diventare ladrocinio privo di consistenza e disgregamento. Fino a poter dire con Tagore: “Qualcuno rovesciò il calamaio sulla tela. Ora si vanta: ho dipinto la notte”. Non è facile dibatterne ma per farlo bisogna mollare l’ostinazione e convincersi che non porta da nessuna parte, quando il nuovo che avanza è lo svuotamento delle nostre emozioni che si vorrebbe riempire con suggestioni, mentre la citazione avanza nei corsi e ricorsi della storia che spesso è stata travolta e stravolta dallo scontro con il copiare, e nel peggio che è la “rivisitazione”, altra parola che usano molti per non dire che siamo davanti a un qualcosa di già fatto in tristi appropriazioni.

 

 

In che modo la sua scrittura contribuisce alla sua missione di promuovere l’arte e la cultura?

 

Nei miei libri di saggistica cerco di riflettere su come sono cambiati i linguaggi dell’arte contemporanea, il rapporto di reciprocità con il pubblico e il ruolo dell’artista. Infatti, un passo va da sé sta proprio in quell’arte e in quegli artisti che oggi ci pongono continuamente di fronte a una scelta: arte e non arte, tra oggetti dubbi e oscuri. All’inizio di questo nuovo secolo i legami tra gli individui tendono a dissiparsi e a disgregarsi, e richiama un ruolo della cultura per superare l’isolamento dell’arte che tende a rimuovere piuttosto che affrontare un’estetica insoddisfacente e frammentaria che non vuol essere plurale. E l’aspetto che più di ogni altro esemplifica questa vita nella quale sembra non ci siano punti fermi, sta proprio nel miscelare il tutto nel contenitore di una galleria, in un museo, in luoghi istituzionali, sulle pagine dei giornali e, che noi vogliamo o no, ne subiamo la mescolanza degli stili che confluivano a comporre i canoni di un’arte eterna e immortale, mentre l’oggi è precario e di breve durata, come il lampo di una installazione che generalmente si attraversa o di una performance che crea relazione. Per questo mi rivolgo a chi ha la curiosità di conoscere l’attuale mondo dell’arte, e a quegli addetti ai lavori che bocciano i compromessi e continuano in un mestiere risoluto nell’essere indipendenti, e soprattutto affinché il bello non sia una capacità dimenticata.

 

 

 

Esiste un argomento o un tema su cui desidererebbe essere intervistato e che non le è stato ancora chiesto?

 

Discutere di un tema legato all’arte sacra e in molti casi alla sua dissacrazione con cose brutte e blasfeme – di cui nessuno parla – elaborate da alcuni artisti contemporanei che pensano di provocare ma sono soltanto pusillanimi giacché rivolgono la loro inutile attenzione solo a offendere i cattolici e non altri da cui avrebbero ben altra risposta che non l’indifferenza. Fermo restando che nessun credo va offeso.

 

 

Qual è il contributo che ritiene di aver apportato al panorama dell’arte contemporanea attraverso il suo lavoro di curatore e critico?

 

Con la qualità di mostre ben organizzate con opere di artisti ben rappresentati. Poi, prestare una maggiore attenzione in termini non di frenetici incontri salottieri in luoghi che hanno abbandonato il parametro di storicità dato che molti di questi sono ormai custodi di eventi in affitto e di carnevalate, tra esposizioni che non dimostrano niente. Tra colossali bufale: narrazioni visive in cui si manifesta non la straordinarietà dell’arte ma ciò che non è e che sconcerta, attraverso una sorta di processo di alienazione che porta alla prigione della mente e a non sapere più creare in questo stato di cose enormemente volubile, dove disobbedire è una chimera. E questo lo faccio con i miei libri. Dove spiego gli scivoloni nell’ambiguità di un eterno presente concettuale, mettendo in connessione frammenti originali e parti riviste, come per un artificioso antiquariato nell’assemblare parti diverse di mobili. Per questo in un clima come quello attuale diventa necessario ritrovare i passi utili a risvegliare il mondo dell’arte che ha assorbito prestazioni ondivaghe in un fare che vive dell’apparenza quando c’imbattiamo in dislivelli come consumo simbolico, in sfide che richiedono agganci con la parola da metabolizzare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Contatti

 

Email  info@andreabarretta.it 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com

 

Oppure contattaci attraverso questo Form

 

1. Nome

2. Email

3. Testo

 

  

 

 

 

 

 

 

Se l’articolo ti è piaciuto, ti invitiamo ad interagire attraverso la sezione commenti di seguito al post, arricchendo così il blog con le tue impressioni. 

E se trovi interessanti gli argomenti trattati nel Blog allora iscriviti alla newsletter e seguici anche sui canali social di L’ArteCheMiPiace.

In questo modo sarai aggiornato su tutte le novità in uscita.

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

 

 

 

        

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato periodicamente, ma senza una cadenza predefinita. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001 stante  la carenza del carattere QUALIFICANTE della periodicità. [TAR Lazio,sent n° 9841/2017] 
L’autrice declina ogni responsabilità per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post che saranno cancellati se ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy.

I testi critici scritti dall’autrice e inseriti nel blog non possono essere utilizzati o riprodotti online o altrove senza una richiesta e un consenso preventivo. La riproduzione di articoli e materiale presente nel blog dovrà essere sempre accompagnata dalla menzione dell’autore e della fonte di provenienza.

 

Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog potrebbero essere tratti da fonti online e quindi considerati di dominio pubblico: qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate segnalarlo via email per la rimozione immediata. 

 

L’autrice del blog declina ogni responsabilità per i siti collegati tramite link, considerando che il loro contenuto potrebbe subire variazioni nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggi Ancora
My Favourites

Dietro il Velo della Divinità – Il Fascino del Cristo di Sanmartino

L’ArteCheMiPiace – Favourites

 

Dietro il Velo della Divinità
 
Il Fascino del Cristo 
di Sanmartino
 
 

di Giuseppina Irene Groccia |30|Marzo |2024|

 

Nel cuore della Cappella Sansevero di Napoli, un’atmosfera di sacralità avvolge l’osservatore di fronte al Cristo velato, un’opera che si distingue per la sua straordinaria bellezza e profondità emotiva. Realizzato nel 1753 da Giuseppe Sanmartino, questo capolavoro scultoreo rappresenta uno dei vertici dell’arte barocca e continua a suscitare ammirazione e meraviglia nei visitatori di ogni epoca.

 



 

L’origine del Cristo velato risale a un momento di grande fermento artistico e culturale a Napoli. Inizialmente commissionato ad Antonio Corradini, il compito passò a Sanmartino a seguito della prematura morte del primo artista. Questo cambio di mano, tuttavia, non fece che aumentare la grandezza dell’opera, portando alla creazione di un’immagine che ha conquistato il cuore di generazioni di spettatori.

L’attenzione ai dettagli è sorprendente: il Cristo morto è raffigurato sdraiato su un giaciglio, avvolto da un velo che sembra quasi pulsare di vita propria. Ai piedi della scultura, gli strumenti della Passione – la corona di spine, le tenaglie, i chiodi – sono disposti con precisione chirurgica, aggiungendo ulteriore drammaticità e realismo alla composizione.

 

 

La statua, con la sua espressione serena e distesa, sembra quasi trasmettere la sensazione di un sonno placido, anticipando forse la sua imminente risurrezione. Tuttavia, è il velo che avvolge il corpo del Cristo a catturare l’attenzione e ad alimentare l’immaginazione degli osservatori. Quel velo, sottile e etereo, sembra essere più di un semplice tessuto: sembra essere un confine, una separazione tra il divino e il terreno, tra il mondo spirituale e quello materiale. 

 



 

Questa separazione simbolica associa ulteriori concetti a questa meravigliosa opera, suggerendo la dualità dell’esistenza umana e la ricerca costante di unione con il divino. Il Cristo velato va oltre la semplice rappresentazione della Passione e della resurrezione di Cristo; esso si erge come una porta aperta alla contemplazione e alla riflessione più profonda sul significato dell’umanità e della fede.

 

 

 

La leggenda che circonda l’opera aggiunge fascino e interesse al suo già intrinseco mistero. Si racconta che il principe committente, Raimondo di Sangro, noto alchimista e studioso, abbia trasmesso a Sanmartino il segreto della trasformazione del marmo in cristallo. Questa suggestiva narrazione, sebbene affascinante, è stata smentita da analisi scientifiche che confermano la natura interamente marmorea dell’opera.

 



Il Cristo velato si distingue per la sua capacità di comunicare emozioni e riflessioni spirituali che vanno ben oltre la superficie dell’opera. Le ferite visibili sul corpo del Cristo, i segni dei chiodi sulle mani e sui piedi, sono rappresentazioni struggenti della sofferenza umana e del sacrificio divino. L’accorto ingegno di Sanmartino nell’esprimere queste tematiche universali attraverso la scultura lo colloca tra i più grandi artisti della sua epoca.

 

 

 

Celebri viaggiatori e artisti, come il rinomato Antonio Canova, hanno lodato l’opera, riconoscendo in essa un’espressione sublime dell’arte e della fede. La sua presenza nella Cappella Sansevero continua a commuovere coloro che hanno il privilegio di contemplarla, diffondendo un messaggio di speranza e redenzione che si estende oltre i confini del tempo, toccando l’animo di chiunque vi si avvicini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se l’articolo ti è piaciuto, ti invitiamo ad interagire attraverso la sezione commenti di seguito al post, arricchendo così il blog con le tue impressioni. 

E se trovi interessanti gli argomenti trattati nel Blog allora iscriviti alla newsletter e seguici anche sui canali social di L’ArteCheMiPiace.

In questo modo sarai aggiornato su tutte le novità in uscita.

 

 

 

 

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato periodicamente, ma senza una cadenza predefinita. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001 stante  la carenza del carattere QUALIFICANTE della periodicità. [TAR Lazio,sent n° 9841/2017] 
L’autrice declina ogni responsabilità per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post che saranno cancellati se ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy.

I testi critici scritti dall’autrice e inseriti nel blog non possono essere utilizzati o riprodotti online o altrove senza una richiesta e un consenso preventivo. La riproduzione di articoli e materiale presente nel blog dovrà essere sempre accompagnata dalla menzione dell’autore e della fonte di provenienza.

 

Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog potrebbero essere tratti da fonti online e quindi considerati di dominio pubblico: qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate segnalarlo via email per la rimozione immediata. 

 

L’autrice del blog declina ogni responsabilità per i siti collegati tramite link, considerando che il loro contenuto potrebbe subire variazioni nel tempo.

 

 

Leggi Ancora
ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Magazine Marzo 2024

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera. Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
La collezione di artisti presentata in questo numero del magazine si caratterizza per emanazioni vibranti che, fluendo, si perpetuano nella luminosità dei sensi, dando vita a un ininterrotto rinnovarsi di energia cromatica e contemplazione meditativa. Ciascun artista, sia mediante interviste dettagliate che tramite singole opere, condivide le proprie emozioni, mettendo in evidenza convergenze tra linguaggi artistici e tendenze che si manifestano in modo diretto al pubblico. Il collettivo, nel suo insieme, si presenta eterogeneo, riconoscibile per influenze che spaziano dall’arte concettuale all’arte figurativa, manifestate attraverso vari linguaggi espressivi come la pittura, l’arte digitale o la fotografia. Nell’insieme, questa selezione si configura come attualissima, evidenziando diverse personalità di notevole spessore con voci e modalità differenziate nel delineare il proprio pensiero.

Artisti presenti in questa Edizione:

Richard Stainthorp, Janet Cawthorne, Alessandro Andreuccetti, Alessandro Maio, Giovanna Mavilia, Martina Hengsbach, Virginia Cava, Michele Coccioli, Dieter  Decker, Paolo Volpi, Eugenio Franzò, Joan Josep Barceló, Mark Longbottom, Paolo Cantù Gentili, Alfonso Caniglia, Cosimo Mancioli, Maria R. Suma, Pier Paolo Tralli, Filippo Papa, Daniela Cavazzoni, Susan Greg, Vian Borchert, Teresa Saviano Sarterre, Aurora Iogà, Mariella Rinaldi, Emilia di Stefano, Claudio Rossi, Carla Pugliano, Raffaella Bruzzi, Domenico Summa, Ilaria Pisciottani, Astrid Wasmuth, Arianna Forni, Giuseppina Irene Groccia, Valente Cancogni, Iryna Winnick, Iolanda Morante.

Leggi Ancora
ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Magazine Dicembre 2023

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera. Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
Questa nuova edizione di ContempoArte Magazine si configura come uno spazio d’incontro, un ponte tra mondi e linguaggi creativi diversi, accomunati da un presupposto fondamentale: la valorizzazione consapevole dei sensi.
Gli artisti selezionati per questa pubblicazione esplorano varie sfaccettature di un concetto fondamentale: celebrare la diversità e la ricchezza delle prospettive artistiche, evidenziando la pluralità di approcci, stili e visioni che ogni artista apporta alla creazione visiva. L’obiettivo è offrire al pubblico una panoramica stimolante e inclusiva dell’arte contemporanea, sottolineando la bellezza e l’importanza delle molteplici interpretazioni che contribuiscono ad arricchire il panorama artistico.
Inoltre, la rivista mira a facilitare il contatto diretto tra i lettori appassionati di arte contemporanea e gli artisti protagonisti, unendo il pubblico in una comune esplorazione estetica. Il magazine si impegna a mettere in luce il lavoro artistico individuale, riconoscendolo come portatore di molteplici possibilità espressive, e il concreto sostegno agli artisti emergenti ne diventa una componente essenziale. 

Artisti presenti in questa Edizione:

Vilija Vitkute, Motoi Yamamoto, Joanne Huxford, Antonella Preti, Giorgio Mercuri, Mimmo Milano, Ole Hedeager, Monia Monea, Vian Borchert, Carla Pugliano, Antonio De Nardis, Cristina Castellani, LBS, Mimmo Aloise, Pier Paolo Tralli, Katia Bonanno, Sara Cozzi, Alessandro Andreuccetti, Deborah
Bertinotti, Eugenio Franzò, Gianpia Affaitati, Domenico Summa, Ilaria Pisciottani, Iolanda Morante, Teresa Saviano Sarterre, Luisa Greco, Daniela Cavazzoni, Rino Rossi, Donatella Maino, Marco Host, Willy Indiviglia, Jean Claude N’Doumbè.

Leggi Ancora
Arte

HUNDERTWASSERHAUS Fantasia di Colore e Forme nelle case popolari più belle al mondo

 

 

Il rinomato complesso residenziale Hundertwasserhaus, composto da 52 abitazioni e situato in Via Kegelgasse 34-38, si è affermato come un’iconica attrazione viennese sin dal 1985. Frutto della collaborazione tra l’artista austriaco Friedensreich Hundertwasser e l’architetto Joseph Krawina, il complesso prende il nome da Hundertwasser e si distingue per la sua struttura che sovverte gli schemi dell’architettura convenzionale cittadina.

 

 

 

Nel 1977, la città di Vienna affidò a Friedensreich Hundertwasser la progettazione di un edificio residenziale, imponendo un progetto in cui incarnare la sua filosofia artistica e trasformare l’idea in un autentico capolavoro. Tuttavia, l’implementazione di questo concetto non fu priva di ostacoli, poiché Hundertwasser e l’architetto Josef Krawina inizialmente non riuscirono a trovare un accordo sul progetto. La ricerca di un idoneo appezzamento di terreno occupò diversi anni, avviando la costruzione solo nel 1983.

Dopo la partenza di Krawina, nel 1983, Hundertwasser trovò in Peter Pelikan il partner ideale per dare vita ai suoi progetti. In soli due anni, l’architetto realizzò una casa a schiera colorata, composta da 50 unità abitative. La peculiarità del design non risiedeva solo nella facciata eterogenea, ma anche nell’inclusione di elementi naturali. Per Hundertwasser, era fondamentale creare un edificio residenziale che fosse rifugio sia per gli esseri umani che per gli alberi. Il costo totale di questa costruzione straordinaria ammontò a 6 milioni di euro.

 

 

 

 

L’Hundertwasserhaus viene frequentemente associato alle creazioni dell’architetto catalano Antoni Gaudí, grazie al suo stile artistico originale e asimmetrico. Questo complesso si compone di edifici dai vivaci colori e dalla struttura irregolare, caratterizzati da una varietà di finestre, balconi e facciate che conferiscono un’atmosfera vivida ed eclettica all’intero ensemble architettonico.

Esternamente, il complesso si distingue per le sue pareti vivacemente colorate, che riflettono tutta l’immaginazione e la creatività dell’artista. Questo elemento lo trasforma in uno spettacolo straordinario, affascinante per turisti e visitatori.

All’interno dell’edificio si trovano sia appartamenti residenziali che spazi commerciali, oltre a tre terrazze panoramiche destinate a un uso comune e condiviso.

 



 

È rilevante sottolineare che l’Hundertwasserhaus costituisce principalmente una residenza privata, pertanto, di solito, è consentito osservare l’edificio solo esternamente, anche se la sua straordinaria facciata continua a meravigliare e affascinare i visitatori che si avvicinano, catturando l’attenzione per la sua accattivante prospettiva esterna.

 

 

 

Questo complesso di case popolari costruite tra il 1983 e il 1986 è un sogno colorato scaturito dalle pagine di un libro di fiabe, una stravaganza di forme organiche e un capolavoro dell’architettura artistica. L’Hundertwasserhaus è come una poesia visiva, un inno alla creatività e alla libertà espressiva. Camminando lungo le sue facciate, si è trasportati in un mondo incantato di colori vivaci e linee sinuose, dove ogni angolo offre una sorpresa visiva. Le finestre, i balconi e le facciate irregolari sembrano danzare insieme in un’armonia caotica e affascinante. L’architettura è viva e respira, infondendo l’ambiente circostante con un’energia vibrante e unica. Ogni dettaglio è stato curato con amore e attenzione, rendendo questa creazione di Hundertwasser un’esperienza mozzafiato per chiunque la contempli. È un luogo che va oltre l’arte e l’architettura, è un invito a sognare, a liberarsi dalle restrizioni e a lasciare che la fantasia prenda il volo. L’Hundertwasserhaus è un’opera senza tempo, una testimonianza della genialità e dell’audacia dell’artista, che ispira e incanta chiunque abbia la fortuna di visitarla.

 

 

 

Una delle caratteristiche più notevoli dell’Hundertwasserhaus è rappresentata dalla vegetazione che ricopre il tetto, con un peso complessivo di ben 900 tonnellate di terra utilizzato per la creazione delle terrazze. Tale elemento conferisce all’edificio un aspetto naturale e armonioso, integrando la struttura con l’ambiente circostante e aggiungendo un tocco ecologico all’architettura.

Le piante, ribattezzate da Friedensreich Hundertwasser come “inquilini degli alberi”, si trovano diffusamente all’interno dello stabile. Questa rappresenta un’ulteriore distintiva del suo stile, poiché l’artista nutriva un’affinità per l’integrazione della natura nella sua architettura, portando il verde persino nelle parti più sorprendenti dell’edificio. La struttura ospita circa 200 piante, tra arbusti, alberelli e fiori distribuiti sui terrazzi e balconi. L’approccio di Hundertwasser rifletteva la convinzione che la natura dovesse riconquistare il suo spazio nel deserto urbano grigio e sterile. Questa visione risale a oltre 30 anni fa, in un’epoca in cui la sensibilità ecologica non era ancora diffusa. Gli “inquilini degli alberi” si affacciano dalle finestre, mentre alberi e piante adornano la facciata, il tetto e il cortile interno. Questo progetto di design non solo restituisce alla natura il suo territorio, ma offre anche vantaggi pragmatici, poiché gli alberi e le piante generano ossigeno, agiscono da isolanti acustici, filtrano la polvere e forniscono un habitat per farfalle e uccelli. In parole di Hundertwasser, “è così che ritornano la bellezza e la gioia di vivere: verdi vallate in cui l’uomo può respirare liberamente.”

 

 

 

L’integrazione della natura e della vegetazione nell’architettura dell’Hundertwasserhaus non è solamente un aspetto estetico, ma riflette il profondo desiderio dell’artista di concepire un ambiente armonioso e sostenibile. In questo contesto, architettura e natura convergono, dando vita a uno spazio unico e accogliente pensato per gli abitanti e i visitatori. In definitiva, l’Hundertwasserhaus è un’opera d’arte architettonica che va oltre il tradizionale concetto di edificio, con un design stravagante e innovativo che riflette la genialità e la visione di Friedensreich Hundertwasser come artista e architetto.

 

 

 

Nell’angolo del fabbricato, una scala conduce a un piccolo bar dotato di terrazza all’aperto. Durante la stagione estiva, è un piacere concedersi il comfort di sedersi qui, di fronte a uno dei panorami più vibranti e suggestivi di Vienna.

 



 

Scoprire che accanto all’Hundertwasserhaus, a pochi passi oltre la fontana, vi è anche un piccolo e grazioso centro commerciale chiamato “Hundertwasser Village“, costruito nello stesso stile caratteristico dell’artista, aggiunge curiosità e fascino. Con uno spirito e un design inconfondibili, non solo rispecchia il genio artistico di Hundertwasser, ma offre anche un’esperienza di shopping unica e stimolante per chi lo visita. Sorto pochi anni dopo la costruzione della casa omonima ospita negozi di souvenir e oggetti d’arte.  Al centro del villaggio, spicca un piccolo bar-caffetteria, mentre dalla galleria al secondo piano è possibile osservare l’animato “villaggio” che si sviluppa al piano sottostante.

 

 

 

 

A pochi passi dall’imponente Hundertwasserhaus sorge la Kunst Haus Wien, fondata nel 1991 e anch’essa frutto dell’ingegno progettuale di Friedensreich Hundertwasser. 

Al suo interno trova la sua dimora il Museo Hundertwasser. Inizialmente concepita come una sede dedicata esclusivamente all’opera di Hundertwasser, l’edificio fu progettato per accogliere anche spazi destinati a mostre temporanee di portata internazionale. Questa struttura singolare, posizionata sulle rive del Canale del Danubio, continua a incarnare e seguire scrupolosamente i principi filosofici e creativi dell’eclettico e celebre artista. Tale museo costituisce un eloquente manifestazione delle idee all’avanguardia e dello stile inconfondibile dell’artista austriaco. Una realtà museale che rappresenta un’opportunità inestimabile per approfondire ulteriormente l’universo artistico di Hundertwasser, consentendo di esplorare le sue opere e la sua visione eclettica di arte, architettura e natura in maniera avvincente e suggestiva.

 



 

Il Museo Hundertwasser, articolato su due distinti livelli espositivi, presenta un’accattivante fusione degli elementi più significativi del vasto repertorio artistico di Friedensreich Hundertwasser. Questa istituzione ospita la più ampia collezione mondiale delle sue opere, spaziando tra dipinti, grafica originale, arazzi, arte applicata come francobolli e bandiere, modelli architettonici e testimonianze del suo attivismo ecologico.

La visita al museo non si limita a una contemplazione statica delle opere, ma si trasforma in un viaggio interattivo attraverso documenti fotografici rari e filmati che narrano la storia affascinante della sua barca “Regentag” – sua dimora per dieci anni – e offrono una profonda comprensione della vita e delle influenze di Hundertwasser.

 



 

Un aspetto distintivo del Museo Hundertwasser è l’incorporazione del suo impegno ecologico visionario, guadagnandosi  così il titolo di primo “museo verde” di Vienna. Questa oasi di verde “verticale” non solo arricchisce il contesto architettonico, ma sottolinea anche la filosofia intrinseca dell’artista nei confronti della natura e della sostenibilità. In tal modo, il museo offre un’esperienza immersiva che abbraccia la vastità dell’eredità artistica di Hundertwasser e permette ai visitatori di relazionarsi con la sua visione innovatrice.

 



 

L’Hundertwasser Village e il Museo Hundertwasser, insieme all’Hundertwasserhaus, formano un affascinante complesso che celebra l’eredità artistica e architettonica di Friedensreich Hundertwasser, offrendo ai visitatori un’esperienza completa e senza paragoni nel cuore di Vienna. 

Questa destinazione culturale e artistica è senza dubbio un imperdibile percorso per gli appassionati d’arte e gli ammiratori dell’architettura innovativa. Ogni dettaglio architettonico e artistico di questo eclettico complesso urbano, celebra la creatività e la visione di un artista innovativo e costantemente proiettato verso il futuro.

 



 

 

 

 

Le residenze di Hundertwasser, oltre a fungere da affascinante attrazione turistica e catalizzatore di grande interesse estetico, conservano la loro essenza di abitazioni popolari, in accordo con il vincolo originariamente imposto dall’artista, che purtroppo si spense nel 2000.

La gestione degli affitti segue una logica che mira a garantire un’accessibilità diffusa, con un costo di circa 5 euro al metro quadrato. Il comune di Vienna, attentamente valutando le reali necessità e lo status economico dei richiedenti, cede le destinazioni abitative con una rigorosa selezione.

Nel quartiere delle vivaci case colorate, la selezione delle persone aventi diritto mira a dare priorità a famiglie con membri dotati di attitudini artistiche, studenti provenienti da scuole o licei musicali o artistici, e individui coinvolti in ensemble musicali o gruppi artistici. Si presta particolare attenzione alle persone in grado di dimostrare un reale interesse per l’arte, considerando, ovviamente, anche uno status socio-economico svantaggiato.

 

 

Hundertwasserhaus 

 



 

 

 

 

 

Hundertwasser Village 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Friedrich Stowasser, celebre con il nome di Friedensreich Regentag Dunkelbunt Hundertwasser, nacque a Vienna nel 1928. L’artista, noto principalmente come pittore, estese la sua influenza al di là dei confini della tela, emergendo anche come architetto e ambientalista di rilievo. Fino alla sua scomparsa nel 2000, avvenuta a bordo della Queen Elizabeth 2, Hundertwasser ha lasciato un’impronta indelebile attraverso la creazione di opere fantasiose e altamente individuali. Oltre alla pittura, il suo genio artistico si estese alla progettazione di francobolli, a un poster commemorativo per i XX. Olimpiadi estive, all’esplorazione di tetti verdi, pannelli solari, ruote idrauliche e alla concezione di abitazioni dal design innovativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se l’articolo ti è piaciuto, ti invitiamo ad interagire attraverso la sezione commenti di seguito al post, arricchendo così il blog con le tue impressioni. 

E se trovi interessanti gli argomenti trattati nel Blog allora iscriviti alla newsletter e seguici anche sui canali social di L’ArteCheMiPiace.

In questo modo sarai aggiornato su tutte le novità in uscita.

 

 

 

 

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggi Ancora
ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Settembre 2023

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera. Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
Questa nuova Edizione butta uno sguardo plurale, trasversale e intergenerazionale su una porzione affascinante del panorama artistico attuale. L’arte contemporanea è un territorio vasto e in continua evoluzione, in cui le diverse voci degli artisti si intrecciano, si sfidano e si ispirano reciprocamente. In questa raccolta si è scelto di presentare una serie di opere selezionate che hanno la potenzialità di spingere i confini della nostra comprensione artistica, a porci domande e a cercare connessioni tra le opere che vengono proposte. Come una finestra che si apre sul mondo interiore degli artisti, troviamo singole narrazioni, le quali consentono di percepire la loro passione, la loro riflessione e il loro impegno nel dare vita a opere che ci sfidano a pensare in modo nuovo e profondo.

 

Artisti presenti in questa Raccolta:


Willy Verginer, Gianluca Monacelli, Rosetta Agliardi, Katia Bonanno, Paolo Volpi, Lavinia Dianini, Elisabetta Maetzke, Eugenio Franzò, Patrizia Candiano Cirò, Marina Vitolo, Serena D’Onofrio, Giancarlo Siniscalchi, Ornella Imbrogno, Domenico Summa, Giuseppina Irene Groccia, Martina Cardia, Maximiliano Marconi, Sergio Catitti, Giuseppe Panza, Iolanda Morante, Ilaria Pisciottani, Floriana Avellino, Roberta Chiodi.

Leggi Ancora
ArteArtisti

Sergio Larrain – Il Poeta di Valparaiso

 

 
 
 
 
 
Sergio Larrain
Il Poeta di Valparaiso
 
 
 
 
 
di Giuseppina Irene Groccia |30|Giugno|2023|
 
 
 

Sergio Larrain è stato un fotografo cileno noto per il suo
stile unico e sperimentale. Nato nel 1931 a Santiago del Cile, ha studiato
ingegneria forestale prima di decidere di dedicarsi completamente alla
fotografia. Il fotografo cileno acquisì nella sua infanzia un’ampia cultura
visiva guidata da suo padre, Sergio Larraín García – Moreno, fondatore del Museo
d’Arte Precolombiana
, rinomato architetto, professore e più tardi decano
dell’Università di Santiago del Cile. Larrain ha iniziato la sua carriera fotografica
negli anni ’50, periodo in cui acquistò la sua prima macchina fotografica, una
Leica IIIC, con cui iniziò la pratica della fotografia, catturando immagini che
riflettevano la vita quotidiana e la cultura cilena. Le sue fotografie
spaziavano da ritratti intimi a scene di strada e documentari.

 

 

Larrain è diventato famoso per la sua prospettiva unica e
insolita, e il suo approccio artistico distintivo. Utilizzava composizioni
audaci, giochi di luce e ombra per creare immagini sorprendenti e poetiche. La
sua sensibilità artistica e la sua capacità di catturare l’anima dei suoi
soggetti lo hanno reso un indiscusso interprete nel campo della fotografia
d’autore mondiale, non solo cilena.

 

 

Larrain era noto per il suo stile documentaristico e la sua capacità di catturare la bellezza e l’essenza delle persone e dei loro luoghi, all’interno della vita quotidiana. Tutte le sue opere sono frutto di una combinazione di elementi visivi forti e un senso di intimità e mistero. Ha sempre avuto un occhio attento per le geometrie e le linee, utilizzando punti di vista  singolari per creare immagini uniche e memorabili.

 

 

 

 

Celebre era il suo uso poetico della fotografia in bianco e nero. Le sue opere emanano una profonda atmosfera emotiva. Egli ha saputo
sfruttare al meglio le tonalità di grigio, i contrasti e le sfumature per creare composizioni suggestive e evocative. La sua poetica visiva è una narrazione silenziosa in grado di evocare un senso di contemplazione e una connessione intima con i soggetti e gli ambienti in essi immortalati.

 

 

 

Sergio Larrain è stato un artista enigmatico, la cui vita e opere sono state oggetto di fascino e ammirazione.

Larrain viene descritto come una persona introspettiva e riflessiva, che cercava di esplorare la spiritualità e il significato della vita attraverso la sua arte fotografica. Il suo impatto nel campo della fotografia è stato molto significativo, nonostante la sua breve carriera di fotografo.

 

 
 
 

Gran parte della sua vita l’ha trascorsa a viaggiare in Europa, Egitto e Medio Oriente,  avendo modo di documentare diverse culture e ambienti. Ha ispirato Julio Cortázar, ha
lavorato con Pablo Neruda, ha impressionato Henri Cartier-Bresson ed è stato l’unico cileno nelle file della Magnum Photos, l’agenzia che piú di ogni altra ha definito i canoni estetici dellla fotografia contemporanea del ‘900.

 

 

Fu durante uno dei suoi tanti viaggi, a Parigi esattamente, negli anni ’50, che Larrain incontrò Henri Cartier-Bresson, uno dei più grandi fotografi del XX secolo. Questo incontro ebbe un forte impatto su Larrain, che ammirava profondamente il lavoro di Cartier-Bresson. L’incontro li portò a sviluppare una forte amicizia e una collaborazione artistica. Entrambi, fotografi notevoli del loro tempo, facevano parte di Magnum Photos, agenzia fotografica internazionale, che offrí loro diverse opportunità di interazione e scambio professionale.

 


 
 


Trascorse anche un periodo significativo della sua vita in India, immergendosi nella cultura e nella spiritualità del paese. Questo

periodo influenzò profondamente la sua visione artistica e il modo con il quale
lui stesso si avvicinava alla fotografia. 

 

 

Le serie scattate a Londra, per le strade di Parigi o i
vicoli siciliani pieni di bambini offrono un’atmosfera degli anni 50-60 ma
sembrano mancare di bagliore. È allora che Sergio Larrain decide di tornare in
Cile, fuggendo dal successo e dal mondo mediatico che non gli assomigliano per
ritrovare la sua anima nella solitudine. 

 
 

Nonostante tutti i successi e le grandi soddisfazioni,
Sergio Larraín era bloccato in una persistente condizione di eterna malinconia e trovava il mondo
che lo circondava noioso, vuoto e privo di spiritualità. 

 

È così che decise di ritirarsi dopo un periodo di grande
successo nel mondo della fotografia. Nel ‘70 abbandonò improvvisamente la vita
glamour e la fotografia commerciale e si concentrò unicamente sulla sua vita
personale e spirituale, decidendo radicalmente di non concedere interviste e
non partecipare ad esposizioni. Si stabilì nelle montagne del Norte Chico,  in un villaggio vicino a Ovalle (Quarta
regione del Cile). Solo lì lo si poteva vedere camminare tranquillamente nelle
vie o nella piazza. Un uomo di bassa statura, magro e dai capelli grigi, che di
solito portava incrociato una borsa artigianale. Faceva lezioni di yoga nel
villaggio di Tulahuén, dove la sua vita ormai trascorreva come un eremita. A
volte, distribuiva gratuitamente opuscoli con poesie e testi spirituali a cui
non apportava la sua firma. In zona nessuno conosceva il suo passato, non
sapevano che venti anni prima era stato uno dei maggiori fotografi cileni.

 

 

In quel periodo ci furono centinaia di fotografi che
cercarono di contattarlo, sperando di ottenere un confronto o un’ ispirazione,
ma tutti fallirono. In quel momento Larrain scelse di disconnettersi dal mondo.
Non era morto, ma fotograficamente era come se lo fosse.

 

La sua principale preoccupazione in quel momento era la
salvaguardia dell’ambiente dall’inquinamento. Gli unici consigli che dava erano
invitare le persone a scrivere poesie. 

 

 

 

Durante questo esilio si è concesso il lusso di chiudere le
porte al New York Times, El País e a tutta la stampa cilena. Nessuno sapeva
cosa stava passando per la testa di Larraín. In Cile era un mito vivente.
Capitava che qualcuno lo dava per morto oppure altri che affermavano vivesse in
solitaria in montagna. Del suo esilio si vociferava fosse forzato in seguito a
controversie avute con un boss mafioso siciliano. 

Larrain, inviato dalla Magnum
avrebbe ritratto troppo bene l’organizzazione criminale italiana, attraversando
una linea di confine molto pericolosa, laddove l’unica  “via di ritorno” era fuggire e cambiare vita.

 

 

 

Ma la verità era che Don Sergio, era in clausura a casa sua,
scriveva libri di poesie che si autopubblicava, con la macchina fotografica
appesa ad un chiodo per sempre.

  



  

 

Il gioco è lasciar andare, lasciare che l’avventura inizi. Come una barca a vela che lascia cadere le vele.

 

 

Sergio Larraín era innamorato di Valparaíso. La sua storia
personale e fotografica  non si comprende
senza averla prima associata a questo posto.
 

 

  

A Valparaíso, una città portuale sul litorale cileno, Larrain trova un contesto affascinante e unico per stabilirsi e realizzare una serie di fotografie che diventeranno in seguito le più iconiche e rappresentative del suo lavoro.

 

 

 

 

Queste immagini hanno catturato l’essenza della città,
mettendo in risalto l’architettura e il paesaggio urbano. Le sue fotografie di
Valparaíso riflettono una sensibilità artistica distintiva, che combina
realismo e un tocco di mistero, creando atmosfere poetiche senza tempo. Sono
scatti che offrono uno sguardo intimo e autentico sulla vita urbana di
Valparaíso, regalando al pubblico una prospettiva affascinante e suggestiva. Un
lavoro fotografico davvero memorabile che entra a pieno titolo tra le
produzioni più importanti della storia della fotografia.

 

 

“È stato a Valparaiso che ho iniziato a fotografare,
camminando per le colline. Le bambine che scendevano da una scala fu la prima
foto magica che venne verso di me
” racconta.

 

Il risultato è stato battezzato Petites filles. Credo sia la
foto più conosciuta di Sergio Larrain, una fotografia iconica 
scattata nel 1952 e inserita in apertura del
suo libro su Valparaíso.

 

  

Larraín iniziò a fotografare Valparaíso negli anni ’50, ma
fu solo nel 1963 che passò più tempo al porto, sempre in compagnia di Pablo
Neruda
, suo grande amico con cui
  amava
esplorare le colline e la boemia.

In questa bella città cilena egli cammina, ascolta, guarda,
sembra prendere parte all’universo delle strade. È qui che ritrae i suoi giorni
malinconici e le sue notti tristi.

Nel porto c’erano racconti e lui era il trovatore di
immagini. Lì fotografa marinai, artisti, bambini, prostitute e bohémien. 

 

 

Come il suo amico Neruda, egli collega il suo pensiero
poetico alla realtà più vicina a cui poteva avere accesso.

 

Anche qui segue i bambini, come prima quelli abbandonati di Santiago e ne cattura il loro sguardo, cogliendo momenti di vagabondaggio, di noia e di gioco.  

 

 

Sergio Larrain affronta i suoi soggetti in modo originale:
taglia angoli, si concentra sui suoi personaggi appuntandoli a un’estremità di
muro, dà una visione a terra o di traverso, sperimenta con la sfocatura. I
personaggi sembrano uscire dal campo e continuare il loro movimento, come se
fossero sfuggenti. Un luogo triste e cupo diventa familiare, riscaldato dalla
magia di un sorriso, come quello della prostituta del bar dei Siete Espejos.

 

 

 

 

“Una buona immagine nasce da uno stato di grazia” – Sergio
Larrain

 

 

Di questa esperienza significativa, intrattenuta con anima e
corpo a Valparaiso, ne è nato un lavoro fotografico definito negli anni il suo
capolavoro.

 

Valparaiso non è solo il suo libro più conosciuto e
apprezzato, ma è anche, quello che ci avvicina di più alla personalità di
Larrain.

Le sue pagine, ricche di poetiche visive e pensieri ad alta
voce, lasciano intravedere il nostro modo di stare al mondo. Forse l’unica cosa
che può spiegare la magia delle sue immagini.

 

 

Se le fotografie hanno la capacità di raccontare di noi stessi più di quello che mostriamo in esse, Valparaiso sembra parlare più di Sergio Larrain che della città che ha fotografato per più di quattro decenni (dal 1952 al 1992).

 

 

 

 

 

Sfogliamo insieme questo suo capolavoro…

 

 

 

 

Sebbene il progetto originale sia stato ideato da Larraín,
insieme a Pablo Neruda, all’inizio degli anni ’60, è diventato realtà solo nel
1991.

 

 

 

 

Quindi, con il contributo di Agnés Sire, direttrice della
Fondazione Henry Cartier Bresson ed ex direttrice dell’Agenzia Magnum, la casa
editrice francese Editions Hazan ha pubblicato in quell’anno la prima edizione
di “Valparaíso”, diventato rapidamente un libro di culto. Ciò che lo rende
interessante, seducente e a tratti avvolgente è in primo luogo l’originale
costruzione di un racconto fotografico preciso e impeccabile, seguita
dall’ineccepibile scelta delle immagini, caratterizzate da tutta quell’atmosfera
di inquietante nostalgia, e quella magia di accattivante mistero che le
immagini di Larraín sanno possedere. Un libro che narra Valparaíso. Il
Valparaiso degli anni ’60, che parla del Cile quale luogo profondo, scuro e
patibulario. Un lavoro definito da un editing fotografico che funziona su vari livelli,
sia pittorico che letterario.

 

 

 

La seconda edizione, con 82 fotografie inedite, oltre alle
38 iniziali presenti nella prima edizione, è stata pubblicata da Ediciones
Xavier Barral
nel 2017. 

 

Questo
è un libro fatto da Larraín per se stesso, non per i lettori. Forse è per
questo che è rimasto inedito finché era in vita: forse perché non era nato per
essere pubblicato bensì era nato per altri scopi. Le sue frasi mistiche –
quelle che sono annotate a mano nel corso delle 200 pagine di questa Edizione –
lo rendono piuttosto una sorta di mantra che a volte diventa meravigliosamente
criptico. Un diario metaforico di quella che è stata la sua ricerca, sia
fotografica che spirituale. Senza dubbio siamo di fronte a una pubblicazione in
cui il conflitto tra i due aspetti inseparabili della sua biografia diventano
evidenti. È un’interpellanza costante tra l’uomo che ha smesso di essere un
fotografo e la leggenda… il mito della fotografia.

 

 

Sergio Larrain è deceduto il 7 febbraio 2012 a Tulahuén, in
Cile. La sua eredità artistica rimane come un importante contributo alla storia
della fotografia. Le opere di Sergio Larrain sono state esposte in numerose
mostre internazionali e il suo contributo all’arte della fotografia è stato
ampiamente riconosciuto. Oggi le sue opere fanno parte di musei e collezioni
prestigiose, tra cui quella del MOMA di New York. La sua eredità artistica
continua a ispirare molti fotografi di oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mostre

 

1953: prima mostra a Santiago del Cile

1991: Cile, Sergio Larrain , Rencontres d’Arles

2013: Retrospettiva al Rencontres de la Photographie, Arles.

2013: Mostra alla Fondation Henri-Cartier-Bresson , a
Parigi.

2014: Mostra Vagabondages al Forte di Bard in Valle d’Aosta
.

2020: Londra, 1959 , Fondation Henri-Cartier-Bresson,
Parigi.

Collezioni pubbliche

 

MOMA , New York

Torre dell’acqua di Tolosa

Pubblicazioni

1963: El rectangulo en la mano

1966: (es) La casa en la arena , testi di Pablo Neruda

1968: Cile

1991: Valparaíso , testi di Pablo Neruda , edizioni Hazan

1998: Londra , edizioni Hazan

1999: (en) Sergio Larrain , René Burri , edizioni IVAM ,
Center Julio González

2017: Valparaiso , Xavier Barral Publishing

2018: El rectangulo en la mano , Éditions Xavier Barral

2020: Londra, 1959 , Xavier Barral Publishing

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 

©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 

 
 
 
 
 
 
 

 

Se l’articolo ti è piaciuto, ti invito ad interagire attraverso la sezione commenti di seguito al post, arricchendo così il blog con le tue impressioni. 

 

E se trovi interessanti gli argomenti trattati nel Blog allora iscriviti alla newsletter e seguimi anche sui canali social di L’ArteCheMiPiace.

In questo modo sarai aggiornato su tutte le novità in uscita.

 

        

Enter your email address:

Delivered by FeedBurner

L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.

 

Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.

 

 

Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com

 

Oppure contattaci attraverso questo Form

 

1. Nome

2. Email

3. Testo

 

  
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Leggi Ancora
ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Giugno 2023

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva non disponibile su Amazon

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera. Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
Questa nuova Edizione, è animata dall’intento di favorire il confronto e il dialogo tra artisti eterogenei e di diversa nazionalità e dal desiderio di narrare linguaggi multidisciplinari contribuendo allo sviluppo del sapere diffuso attraverso i valori dell’arte e della cultura contemporanea. 
I ventinove artisti interpreti di questa raccolta hanno dato vita ad una narrazione che si caratterizza per la coesistenza di linguaggi rappresentati da tecniche e stili differenti.  L’esigenza comunicativa che accomuna le loro voci, li rende sensibili interpreti di un’eclatante creatività, individuata nelle libere astrazioni segniche e nella capillare diffusione del messaggio artistico che riescono ad esprimere con spontaneità ed eleganza ai fruitori.
Un racconto visuale, tanto ricco di sfaccettature, che permette di approfondire il percorso creativo dei vari artisti, pregno di sperimentazione e di un insieme di esperienze e ricerche.

Artisti di questa Raccolta:
Dirk De Keyzer, Andrea Lelario, Ingebjorg Støyva, Monica Cossu, Cleidimar Isabel De Oliveira, Andrea Virdis, Yinon Gal-on, Felipe Cardeña, Marcin Laskowski, Nilo Domanico, Carlo Ferrara, Luca Barlocci, Alessandro Andreuccetti, Mario Cucchi, Gianfranco Calió, La Chigi, Giuliano Cotelessa, Patrizia Crupi, Cinzia Aino, Martina Di Ferdinando, Ercolino Ferraina, Giuseppina Irene Groccia, Francisco Soriano, Alejandro Montini, Adele Quaranta, Tonia Erbino, Pio Peruzzini, Marinella Pucci, Claudia del Giudice

Leggi Ancora
ContempoArte Magazíne

ContempoArte Selezione Marzo 2023

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva a loro riservata

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera.Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
In una armoniosa molteplicità di linguaggi espressivi questa nuova Selezione accoglie e abbraccia il fruitore, rispondendo all’esigenza di bellezza, di nuovi stimoli visivi e intellettivi.
In un gioco gratificante di sottile comunicazione, artisti di diversa provenienza geografica, cultura ed esperienza artistica si trovano a confronto in una serie di arditi e godibili collegamenti.
Tali concetti innescano una reazione che coinvolge lo spettatore in un gioco di rimandi visivi e intellettuali, attraverso un percorso ricco di forme, colori, stili, interpretazioni, linguaggi e significati differenti. Ne scaturisce un viaggio che ci emoziona e che è essenzialmente testimonianza di abile creatività.

 


Artisti di questa Raccolta:


Andrea Gallo – Olivia Mazzola – Giorgio Cerutti – Vincenzo D’Alessandro – Max Callari  – Imma Lavorato – George Androutsos – Damiano Fasso – Katharina Werner – Elisabetta Maistrello – Alessandro Andreuccetti – La Chigi – Erte Belli – Pietro Lo Buglio – Angiolina Marchese – Cristina Castellani – Eija Härkänen – Silvia Bellu – Agostino Maiello – Annalisa Ceolin – Monica Cossu – Anna Maria Colace – Max Sebastiani – Giovanni Paolini – Roberta Manzin – Giuseppina Irene Groccia – Nadia Bianchi – Aurora Iogà – Marinella Pucci – Marzia Ratti – Luisa Greco – Vito Franceschino

Leggi Ancora
ContempoArte Magazíne

ContempoArte – Selezione Dicembre 22

Modulo di Richiesta

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

Gli artisti con contributi rilevanti che desiderano più copie del magazine possono richiederle via email (info@lartechemipiace.com), beneficiando di una scontistica esclusiva non disponibile su Amazon

La nuova Raccolta di ContempoArte si propone come una vetrina, dove ogni artista selezionato ha libertà di manifestare la sua idea, il suo sentire e il suo pensiero attraverso una sua singola opera.
Il risultato è un incontro corale, nonostante le apparenti variazioni stilistiche, uno sguardo, un’interrogazione su come si interpreti il concetto che scardina l’importanza del reale per addentrarsi più profondamente a un sentire dell’anima o della mente.
All’interno di questa Raccolta si trovano bellissime voci dell’arte contemporanea attuale: artisti poetici che riescono a raccontare emozioni infinite attraverso le loro immagini.
Queste nuove selezioni sono manifestazione libera di creatività, un percorso che esplora correlazioni tra stili e tecniche più variegate e che mette in atto spunti riflessivi sui temi della forma e del pensiero creativo nell’arte attuale.
Il suo obiettivo è quello di tracciare un percorso che presenti le principali tendenze degli artisti contemporanei, connessi tra loro da quell’ impulso generativo che non può essere trattenuto, e da quell’importante denominatore comune che è l’emozione.
Artisti di questa Raccolta:
Isabelle Savineau, Thomas Saliot, Monica Marioni, Gisella Biondani, Giorgio Mercuri, Ilaria Pisciottani, Joanne Huxford, Tina Bellini, Francesca Falli, Ivana Urso, Mariada Perrucci, Beatrice Meoni, Ida Di Pasquale, Carlo Ferrara, Stefano Sommariva, Laura Visigalli, Noemi De Angelis, Francesco Tadini, Linda De Luca, Rosanna Casagrande, La_Maky, Mariella Sapienza, Emilia Di Stefano, Lino Rusciano, Luisa Greco, Michele Palma, Stefano Montinaro, Ernesto Blotto, Barbara Cecchini, Paola Francesca Barone, Gabriel Keresztesi, Barbara Sgavicchia, Paola Rizzi, Stefania Piccoli, Sax Palumbo, Giovanna Mavilia, Iolanda Morante, Nikolina Grabez, Michele Straface, Barbara Businaro, Michele Coccioli, Maria Rosaria Suma, Gianpia Affaitati, Giuseppe Basile, Mauro Mikulin.

Leggi Ancora
1 … 13 14 15 16 17
Page 15 of 17