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Festival Letterature senza esercito. Il canto del pendolo, pittura e poesia a Roma

All’interno del Festival Letterature senza esercito, uno spazio particolare è dedicato alla poesia e al suo dialogo con le altre forme d’arte. In questa prospettiva si inserisce Il canto del pendolo, la rassegna a cura di Pier Paolo Di Mino e Veronica Leffe, in programma dal 20 al 23 ottobre alla Libreria Ubik Tiburtina di Roma.

I quattro appuntamenti, il cui titolo rende omaggio a un saggio di Iosif Brodskij, intrecciano parola poetica e pittura nel segno dell’ut pictura poesis, con un’attenzione particolare al mito e alla rappresentazione del femminile. Le opere di Veronica Leffe accompagneranno gli incontri. Le riflessioni della curatrice e artista, riportate di seguito, approfondiscono questo dialogo.

Gli appuntamenti

20 ottobre — Prima tempesta

Marco Cassini presenta Prima tempesta di Susana Chávez Castillo (SUR).

21 ottobre — Ingannevole più di ogni altra cosa

Prima presentazione della raccolta poetica di Nicola Argenti, pubblicata da Connessioni Editore nella collana Sentieri Interrotti. Il libro esplora gli inganni del cuore, della memoria e delle cose quotidiane, tra legami familiari, infanzia e paesaggi urbani. Prefazione di Giorgio C. Galli.

22 ottobre — Senza mai darsi pace. Vita e poesia di Assunta Finiguerra

Prima presentazione del libro di Filippo Golia, pubblicato da Connessioni Editore nella collana Passo a due. Un ritratto narrativo della poetessa lucana Assunta Finiguerra, dalle radici a San Fele alla scoperta della sua voce poetica in dialetto. Con la prefazione di Claudia Durastanti e un ricordo di Guido Oldani.

23 ottobre —  Storia Aurea —  Lo splendore

Pier Paolo Di Mino presenta Storia Aurea – Lo splendore, in dialogo con Filippo Golia. Il progetto intreccia poesia, narrazione e pittura, in relazione con le opere di Veronica Leffe.

Le riflessioni di Veronica Leffe

«[…] Una dea più bella delle altre:

sempre so riconoscere il suo urlo acuto di bestia del deserto,

lo strascico, adorno di piume e serpenti, del suo fasto.

Lo sento giungere, e sento incuocere il mio animo velenosamente:

la stessa furia assangua l’assassino; la stessa pena esalta l’amante […].»

Questo brano di “Storia Aurea”, un racconto in versi scritto da Pier Paolo Di Mino per il quale ho realizzato diverse figurazioni, è l’incipit perfetto per raccontare Athena nel deserto, l’opera che, oggi, mi lega felicemente al Festival Letterature senza esercito. Direi che qui ci sono già tutti i topoi e le metafore necessari al discorso: Athena, dea selvaggia, ma allo stesso tempo benigna, dea della Sapienza e della guerra, corre in un luogo estremo e marginale, vuoto e senza più parola e, insieme al suo urlo di guerra, trascina con sé anche le sue armi. Quali armi? Quale guerra persegue la dea? Nell’immagine originaria, che fu creata per la copertina di “Storia Aurea”, accanto alla figura ammantata di piume rosse, avevo inserito, con la tecnica del collage digitale, alcuni altri elementi: un vecchio grammofono, delle pile di libri. Questi oggetti stavano a indicare che, insomma, erano la poesia, la pittura, la musica, tutte le arti insieme a costituire l’arsenale di questa mia Athena, e che la sua guerra era la stessa guerra messa in atto dai Fedeli d’amore.

“Storia Aurea”, testo che presenterò in seno al Festival Letterature senza esercito il 23 ottobre con Filippo Golia e Pier Paolo Di Mino all’interno della rassegna “Il canto del pendolo”, costituisce il nucleo fondativo di “Lo splendore”, la performance filosofico-letteraria-artistica che da diversi anni, in collaborazione con lo scrittore Pier Paolo Di Mino, assorbe le mie energie creative.

La performance, che esplora e rappresenta il concetto mistico di Splendore (tipico della tradizione mistica ebraica cabalistica), si dipana in un gioco di specchi fra poesia e arte figurativa, narrazione e pittura, filosofia e gesti, finzione e realtà, e ruota attorno a una struttura labirintica a partire dalla relazione tra un ciclo narrativo e un ciclo figurativo. Come un’artista medievale o del Rinascimento italiano, dunque, compongo le figurazioni pittoriche relative ai concetti filosofici, ai personaggi e alle situazioni che si dipanano nel ciclo narrativo de “Lo splendore” composto da Pier Paolo Di Mino, una vasta opera che si manifesta attraverso diverse forme letterarie: dalla poesia al racconto, dal testo filosofico al romanzo. Le opere visive costituiscono l’aspetto iconografico e iconologico dell’opera, in un dialogo serrato tra poesia e pittura, tra parola e immagine, che è riassunto perfettamente dal motto rinascimentale Ut pictura poesis.

La relazione tra linguaggio poetico e pittorico si fonde nel comune slancio ad un rapporto con il divino, e in particolare con il femminile inteso come manifestazione del divino nel mondo, e mette al centro della performance la figura femminile che diventa oggetto centrale e particolare di indagine, e si declina attraverso il confronto, lo studio, la ricerca, il rapporto sempre attuale con il mito antico, nella sua relazione con il tempo e con lo spazio.

La nostra partecipazione e adesione al Festival Letterature senza esercito rappresenta per noi, oggi, un’occasione perfetta per confrontarci con altre realtà di ricerca, in cui il dialogo tra pittura, poesia e letteratura sia preminente.

Veronica Leffe

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Rubrica "I libri non scadono"

Tre figlie, tre madri, una suora, un cane e una damigiana

“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglie contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Viviana Viviani

 

La casa delle orfane bianche di Fiammetta Palpati (Laurana, 2024)

Non è facile narrare la terza età, forse perché non c’è il tempo di elaborare i ricordi. Bisogna allora giocare d’anticipo, quando la vecchiaia è ancora lontana ma comincia a proiettare la sua ombra. Fiammetta Palpati lo fa molto bene. Non guarda la vecchiaia da dentro: la guarda da quella terra di mezzo dove stanno le figlie cinquantenni. Sono abbastanza giovani da occuparsi delle madri e abbastanza grandi da riconoscere in quei corpi sfatti il proprio futuro. «Sembra ritirato. In sé stesso. Seccato in dentro», dice Lucia rigirandosi tra le dita un torsolo di mais trovato in cantina. E subito aggiunge: «Mummificato. Come noi».

Il punto di partenza è quasi da commedia sociale. Tre amiche di mezza età decidono di andare a vivere sotto lo stesso tetto con le loro madri anziane, per dividere le spese, le fatiche e la solitudine. Natàlia, restauratrice di mobili, mette la casa nel borgo umbro di “Amena”, che è poi Amelia appena travestita, dove ha passato tutta la vita accanto alla madre Pina. Lucia, insegnante ordinata fino alla mania, porta l’anziana Felicita, ritirata da una casa di riposo perché la retta costava troppo. Germana arriva da Roma con Adele, una madre ammutolita da decenni di psichiatria, e con un lutto troppo recente: il figlio Adamo, morto da meno di un anno. Il primo giorno è il Mercoledì delle Ceneri, e Lucia apre un taccuino intitolato Regole della casa. Il lettore capisce subito che quel patto è destinato a franare, e in effetti il sottotitolo del primo atto avverte che le donne preparano, «allo stesso tempo, il fallimento» della loro promessa di felicità.

La prima cosa che colpisce è l’impianto teatrale. Il libro si presenta come «Romanzo in due atti e un intervallo galante (godibile in platea o nel comodo del vostro salotto)». Si apre con l’elenco dei personaggi, dove accanto alle protagoniste figurano «Il cane Laica: un cane», «La Damigiana: una damigiana» e «Un Narratore imperfetto». Segue un’Avvertenza che suggerisce al lettore, se qualcosa gli sembrasse faticoso, di «tenere d’occhio il cane». La vicenda è scandita in “giornate” che seguono il calendario liturgico della Quaresima, e le pagine sono piene di didascalie. Il soggiorno della casa viene descritto come una scenografia, con il divano «color giallo polenta», le sedie da osteria dipinte di rosa ciclamino e le tre poltrone relax elettriche che svettano «enormi e minacciose» come catafalchi. Ci sono entrate, uscite, colpi di scena e rumori fuori campo scritti in maiuscolo: BUUUM!, SLAM, TOC TOC. Non è un vezzo. Il teatro dà alla storia la distanza che serve per raccontare pannoloni, dentiere e piaghe senza cadere nel patetico.

Il cuore del libro è la lingua, e la voce che la governa. Il Narratore imperfetto è un ospite invisibile della casa: pedante, impiccione, un po’ snob. Parla al plurale maiestatico, indossa una «giacca da fumo», sparge «nevvero», «eziandio» e «vivaddio», si scusa per i propri vaneggiamenti e ogni tanto perde la pazienza con le sue creature («CHE VI SCALMANATE? BERTUCCE!»). Sotto quel registro aulico scorre l’italiano parlato delle figlie, sboccato e rapido, e sotto ancora il romanesco e l’umbro delle vecchie. Ne nasce una partitura in cui Palpati si concede di tutto: le frasi nominali, che hanno il ritmo di un’azione di scena («Pezzetta. Acqua. Pezzetta.»); le divagazioni etimologiche, come quella sul verbo «rimettere», che in campagna si usa per le galline e per gli anziani mandati all’ospizio; persino una schermaglia tra Natàlia e Felicita commentata come una partita di calcio, che si chiude con «Rete. Partita per la vecchia». È una prosa che si diverte e diverte, ma che sa anche fermarsi di colpo, all’improvviso, per lasciar passare il dolore.

Poi ci sono i personaggi, tratteggiati con una precisione quasi crudele. Le madri sono tre maschere grottesche e insieme tre enigmi. Pina vive con le cuffie in testa tra il Rosario di Radio Maria e le telenovelas, e da quando la figlia era all’asilo le lascia la lista della spesa intitolata «PEMMÉ». Felicita annota ossessivamente ogni cosa in un’agenda gonfia di foglietti e va in crisi per una sigaretta «fumanda» che non torna nei conti. Adele tace e chiama soltanto la sorella che l’ha accudita per una vita: «Armida». Le figlie sono ancora più interessanti, perché ognuna ha la sua difesa: l’efficienza rancorosa di Lucia, la disponibilità svagata di Natàlia, l’euforia disperata di Germana. Ognuna porta nella casa nuova un credito d’amore mai riscosso. È qui che il titolo comincia a rivelarsi: queste donne sono orfane di madri ancora vive. In una delle scene più belle, Germana confessa che vorrebbe «essere sua figlia, per una volta. Prima che muoia». Lucia, di spalle, risponde: «Vorrei che fosse madre, per una volta. Prima che muoio».

Nel frattempo la casa si riempie di ciarpame salito dalle cantine, di insetti, di gatti, di una papera da far frollare (ma questa è una scena da scoprire da sé, con lo stomaco forte), di sospetti e di farmaci scambiati. Germana lo aveva promesso: «Adesso sarà tutto diverso». Il nido diventa «un covo». E proprio quando le figlie, sfinite, si prendono per mano e ridono fino a cadere a terra in un girotondo, qualcuno bussa. Sulla soglia c’è una monaca gigantesca, con una valigia di cartone e un ombrello strappato, che domanda: «È questa la casa delle orfane bianche?». Cala il sipario sul primo atto. Il resto va lasciato al lettore.

Con questo esordio Palpati, romana trapiantata ad Amelia, dove insegna, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2024. La giuria ha lodato la sua «originalità di linguaggio, di drammaturgia, di impianto e di tema» e la capacità di reinventare «una delle questioni più rimosse della contemporaneità»: l’accudimento dei genitori anziani. Il libro è uscito nella collana fremen curata da Giulio Mozzi, con una postfazione di Alessandro Zaccuri. Non è un romanzo che si legge distrattamente: chiede pazienza, orecchio e disponibilità a ridere di cose di cui non si dovrebbe ridere. Restituisce una delle rappresentazioni più vere e meno consolatorie del legame tra madri e figlie lette negli ultimi anni. Un libro da non dimenticare, da rileggere o, se non lo si é letto, da recuperare, e da continuare a tenere d’occhio, come il cane, perché non smetta di parlarci.

 

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Viviana Viviani

Viviana Viviani è nata a Ferrara e vive a Bologna. Ingegnere e giornalista pubblicista, ha scritto per le riviste «Pangea.news», «Hic Rhodus» e «L’Intellettuale Dissidente». Ha pubblicato le raccolte poetiche Se mi ami sopravvalutami (Controluna, 2019), La bambina impazzita (Arkadia, 2023) e Lui (Connessioni, 2025). Come coautrice dei testi ha collaborato con il cantautore Immanuel Casto agli album Malcostume (2021) e Formato non riconosciuto (2026). Un suo poemetto è incluso nell’antologia Antenate II (Sartoria Utopia). Nel 2024 ha partecipato al progetto Arimo – La Spoon River di Milano alla Casa degli Artisti, con una poesia ora raccolta in Milano porto di mare. La poesia e la città, a cura di Luca Mastrantonio (Mondadori). 

 
 
 
 
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Rubrica "I libri non scadono"

QUANDO TUTTO CROLLA o della letteratura come creatura senziente.

Rubrica I libri non scadono

“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglie contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Nicola Argenti  

 

Non tutti i romanzi sono romanzi. Alcuni appartengono ad una specie piuttosto rara, in via d’estinzione, non componimenti di parole e frasi strutturate, bensì creature cartacee senzienti, multiformi, un confine tra luce e ombra. Dalle rovine di Luciano Funetta appartiene a questa specie, un romanzo – per convenzione chiamiamolo così – di quelli che partoriscono i luoghi nei quali le storie possono accadere, costruendo laddove non c’è nulla se non terra vergine, generando quei figli dispersi che diventeranno personaggi e che popoleranno le fondazioni della narrazione, le atmosfere in divenire, coaguli di nebbia e alienazione, screziature di luce in un lungo, lunghissimo tempo di buio. Lampi in lontananza.

Un Noi narrante, oscuro e serpentile si annoda nella scrittura, non personaggio, non entità esterna, non voce lontana, bensì arcaico e avvolgente linguaggio, che non racconta, bensì crea, modella, e poi accompagna. Il primo ad essere avvolto da questa moltitudine narrante è Rivera, un uomo chiuso, spezzato, separato, che continua a vivere nel mondo senza esserne veramente più parte. Non è un eremita, non è un folle, non è nemmeno un misantropo nel senso consueto del termine. Partecipa al vivere comune, ma come chi osservi la propria esistenza attraverso un vetro. Rivera abita nella città di Fortezza, la cui pianta urbana è modellata sull’inganno e il disorientamento e il nome è una eco funesta. È una metropoli desertica che pullula di vite brulicanti dietro serrande chiuse, è fatta di interminabili viali brumosi, di porte sbarrate, di confini interminabili, è inespugnabile e al contempo luogo di partenze. Fortezza è una città, certo, ma è anche Rivera. È la sua condizione interiore resa forma materiale, trasformata in architettura. Una fortezza è fatta per difendere qualcosa, ma anche per impedire che qualcos’altro entri o esca.

Rivera ha una casa. Varcando l’uscio, si ha la sensazione di entrare lentamente in un ambiente matrioska, una stanza, poi in un’altra più piccola, poi in un’altra ancora, poi tutto diventa transizione, ci si muove seguendo il lento trascinarsi del nostro, fino a scoprire che tutte le stanze convergono in una e una soltanto, epicentro della deriva. Rivera vive con dei serpenti, numerosi serpenti, alcuni rari, procurati in maniera clandestina, custoditi nelle loro teche, raccolti in una stanza-cuore di quella casa-organo. Sono il suo legame con qualcosa che ancora appartiene alla vita. Ma è un legame curioso, perché avviene attraverso una sorta di regime di separazione: Rivera può guardarli, toccarli, nutrirli, lasciarsi attraversare dal loro corpo sinuoso, e tuttavia quei suoi bizzarri coinquilini sono rinchiusi in uno spazio limitato. Si incontrano, si permeano l’un l’altro, poi l’uomo torna nella sua (non) dimensione e i serpenti scivolano nuovamente nel loro piccolo vivarium. Rivera instaura con i suoi rettili un rapporto indecifrabile, tanto da domandarsi se non sia una convivenza, una relazione tra un uomo e i suoi animali, oppure l’incontro tra due specie che si studiano reciprocamente. Quello scrigno di plexiglass li contiene e contemporaneamente li protegge. Li separa dal mondo permettendo loro di continuare a esistere. Anche Rivera è separato dal mondo, dalla città, poi dai serpenti, che a loro volta sono separati da Rivera, dalla casa, dalla città e dalla vista di altri uomini, e poi separati anche da Rivera.

La trama che segue non servirebbe neanche saperla, non perché non sia importante, ma perché in una certa letteratura, non è fondamentale, si costruisce man mano. Eppure c’è sempre un inizio, una scaturigine:

Dopo aver filmato una singolare e perturbante esperienza con i suoi animali, Rivera entra quasi casualmente nel mondo della pornografia e, tramite il vecchio proprietario dell’unico cinema a luci rosse di Fortezza, incontra Jack Birmania, produttore e figura carismatica di una piccola comunità di personaggi ai margini. Birmania non definisce il porno come farebbe chiunque si approcci al genere, registi e produttori inclusi. Ne ha una visione quasi mistica, distante dal sesso e più vicina ad una pratica ascetica contemporanea. Dal momento del loro incontro, Rivera viene trascinato in un universo sempre più ambiguo, popolato da registi, attrici, inquietanti tuttofare e uomini scavati dal tempo. Non mancano vecchi amici-nemici dello stesso Birmania, come Klaus Traum, con il quale ha un rapporto che rimanda alla coppia Herzog-Kinski, ma più antico, più viscerale (“Traum è un sogno”). Alcuni personaggi sono volutamente ombre, accompagnatori, comparse talvolta, altri sono una marcatura a fuoco, una lacerazione e poi una cicatrice permanente, un segno profondo e indelebile, presenze persistenti che gravitano intorno a quel mondo pornografico, ma per le quali cinema, sesso e desiderio diventano soltanto la superficie di qualcosa di più oscuro, un tramite, un veicolo e, al contempo, il messaggio stesso. L’incontro con Alexandre Tapia e con il suo misterioso progetto apre infine nuove crepe nella realtà di Rivera, trascinandolo in un viaggio dove i confini tra vita, rappresentazione, memoria e allucinazione diventano progressivamente sempre più incerti.

Tentando ancora una nuova definizione, un sinonimo per questo “romanzo”, a costo di sembrare esagerato – ma fatevene una ragione – l’ho definito una soglia, un portale. E ogni strada che porti verso e attraverso un confine è costellata di ambienti liminali – soglie anch’esse – e rituali, sogni lucidi, e simboli. Tanti simboli quanti i mattoni gialli verso la Città di Smeraldo. E Funetta,  non traghettatore, bensì esperto onironauta, padrone di una scrittura rigorosa e pulita – il cui periodo diventa verso tagliente, il cui tratto è netto e marcato, le parole sono incisioni che generano matrici, scavano la pagina, trapassano le fibre di cellulosa per sbucare in un’altra dimensione – riesce a creare una simbologia enorme e tentacolare, nascosta tra le crepe dei muri, nelle contrazioni dei muscoli e dei genitali, nei tumulti dei vicoli di Barcellona, tra i piedi delle persone, o tra le scaglie dei serpenti, tra un orgasmo ora asettico, ora cosmico, tra le interferenze di un video a bassa risoluzione e le ombre di un patibolo, nei sogni alcolici o tra le pagine di un vecchio manoscritto:

Jack Birmania è un re e un custode. Ha costruito un regno di immagini e persone, interpreta il mondo, è un uomo che comprende la forza delle storie, eppure finisce per essere inghiottito da un enigma indicibile dall’ineffabile; il suo eterno rivale e unico amico, Klaus Traum è un uomo di dolore e tenacia. È vecchio ma ancora feroce. È sempre pronto a morire; Alexandre Tapia è un essere frantumato. Ha vissuto tempi ormai cancellati, fotografie, voci, urla, l’Argentina, la fuga, la violenza. La vita di Tapia ci arriva come ci arrivano i sogni: in frammenti indecifrabili e che svaniscono in un attimo. Ha vissuto qualcosa. Tapia è ossessionato dalla decadenza e dalle rovine. È parte delle rovine. E poi i corpi come passaggi, come “finestre”; il desiderio sessuale come volontà di uscire da sé stessi; gli orgasmi che non sono più unione, bensì emblema della solitudine; i bagliori del porno, che illuminano ma anche accecano; Barcellona, la seconda teca dopo Fortezza, nella quale Rivera si contorce e si agita, una nuova e dolorosa nascita; chiese in rovina, che diventano santuari, reliquie di un passato mai esistito, triste cenotafio della memoria di chi non vuol morire. 

Tutto questo immaginario di segni e metafore in continua espansione, si traduce in un concetto semplice, che necessita di tutte le cautele del caso, capace – parafrasando l’indimenticabile Jack Burton – di far tremare i pilastri del cielo: Letteratura.

Oggi, se dovessi definire un testo “letterario”, prenderei senza dubbio in prestito una parte delle teorie formaliste, dunque un testo è letterario non per ciò che racconta, ma per il modo in cui si organizza il linguaggio e come costruisce l’esperienza del lettore. Non la storia, che non va demonizzata chiaramente, bensì per il procedimento del raccontare. L’arte della parola, per dirla con la voce di Šklovskij.

E proprio lui, con la sua ostranenie, ci ricordava che nella vita quotidiana, ormai, le persone tendono ad automatizzare la percezione (forse per un meccanismo di autodifesa? Oppure un corale annebbiamento, l’assuefazione all’orribile, al diverso, all’anormalità, all’eccezionalità?). Gli oggetti, le persone e le situazioni diventano tutte familiari, fin troppo. Si smette di “vedere”. L’arte – della parola – interviene proprio su questo: rompe l’abitudine. Scuote dall’anestesia. Infrange la luce con il buio, avvolge l’oscurità con lo splendore. 

Tutto questo lo troviamo nel lavoro di Funetta. La scrittura diventa trasformazione, la lettura diventa trasmigrazione. Essa non raggiunge mai una sola conformazione e, soprattutto, non termina mai veramente, perché arrivati all’ultima pagina, al punto finale, tutto è già mutato, le percezioni sono rinnovate e nuovamente vive, le pareti della teca sono più sottili, l’opera non ha cambiato solo noi, ha rimodellato ciò che è intorno a noi. Non siamo più dove eravamo prima, siamo altrove.   

Dalle rovine non racconta soltanto del decadimento: racconta ciò che viene dopo, ciò che resta. O meglio, ciò che continua a vivere quando qualcosa è già crollato. Funetta è un narratore discreto ma febbricitante, lavora sul non detto e sul non visto – o non visibile –  e dunque non ci mostra mai davvero le cose come sono. Sembra così di trovarsi di fronte al Kurtz di Cuore di tenebra (anche lui conserva gli spettri di una foresta), o in compagnia dell’enigmatico replicante Roy Batty di Blade Runner, finanche alla corte del Giudice Holden, nello spietato Meridiano di Sangue, con il potere di espungere le cose del mondo dalla memoria umana, solo scrivendo il nome e bruciandolo. È come il cuore citato da Geremia, Funetta: Ingannevole. Ma non maligno, perché la letteratura, come la natura, non lo è. Ostica forse, indecifrabile il più delle volte, ma crudele no, mai. 

Sfogliando l’ultima pagina resta vivida quella presenza plurale, quel Noi che continua a restare in disparte e in agguato, mantenendo una premessa non detta, eppure implicita: continuare a osservarci, a suggerire, a sibilare e soffiare il dubbio dietro la nuca.

È forse questa la cosa che più mi rimane addosso dopo aver chiuso Dalle rovine: non i serpenti, non il porno, non la morte, non la città senza uscita, non gli incubi o l’abbandono. Mi rimane la sensazione di essere stato osservato durante tutta la lettura, di esserlo ancora e   ne deriva. Di non volermene liberare. Come se, entrando in quelle centosettantacinque pagine, avessi vissuto dentro un terrario. Ma anche uscendone, penso: non siamo tutti quanti, forse, dentro una teca?

Nota personale: durante un incontro sul “Corpo in Letteratura”, chiesi a Luciano come interpretasse l’elemento corpo, appunto, nella sua scrittura, aggiungendo che – secondo me – lui parlava del non-corpo, ovvero ne parlava non ponendolo come elemento essenziale della costruzione narrativa. Mi rispose più o meno così – e mi perdonerà se il ricordo non è preciso, ma la memoria è come la luce, tende a essere soffocata dalle tenebre: “Non scrivo mai del corpo, né di qualcosa in particolare. Scrivo di ciò che emerge dal buio e che entra nella luce, di ciò che si mostra, perché penso che voglia essere raccontato e sento di volerlo raccontare.”

FINE (?)

 

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Nicola Argenti

Nicola Argenti, vive e lavora a Roma. Dal 2000 al 2002 è stato caporedattore di un giornale indipendente romano, KR, sul quale scriveva articoli di attualità, cultura e disegnava vignette. Nel 2003 ha fondato, con altri artisti, un collettivo poetico, organizzando letture di poesie in diversi locali di Roma e nell’ambito di numerose manifestazioni culturali. Nello stesso periodo ha pubblicato alcune raccolte autoprodotte di poesia e narrativa. Ha partecipato, inoltre, a pubblicazioni collettive con piccoli editori indipendenti e fanzine.
Dopo una lunga pausa, nel 2019 torna a partecipare ad alcuni concorsi letterari indetti da editori e associazioni culturali, ai quali seguiranno alcune pubblicazioni in antologie poetiche e, nel 2021, la pubblicazione della silloge poetica La rosa nel magma, Montag Edizioni.
Nel 2022 torna a dedicarsi maggiormente alla prosa, pubblicando il suo secondo lavoro, una raccolta di racconti brevi, brevissimi e microstorie, dal titolo Di uomini e mostri – Brevi cronache dal mondo, Les Flaneurs Edizioni.
Nel 2022 è cofondatore del Gruppo Letterario Palinuro e de Il Chiosco Letterario, uno spazio culturale sito a Roma, all’interno della Facoltà di Ingegneria dell’università Sapienza, dedicato a diverse attività, quali booksharing, cross booking, servizi bibliotecari e presentazioni letterarie con autori e case editrici.
Suoi lavori di narrativa e poesia sono apparsi su diversi blog, riviste e inserti culturali, quali L’incendiario, Grado Zero, la Bottega della Poesia (Repubblica-Bari, a cura di Vittorino Curci), Thétis (pagina Facebook) e Incontriamoci in Biblioteca (pagina Facebook).Dalla fine degli anni ‘90 ad oggi si dedica alla poesia e alla narrativa, in un intenso e articolato percorso personale.

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LetteraturaSegnalazione Eventi

Affetti in saldo. Il Festival delle Lett(erat)ure 2.0 si conclude con una riflessione sui legami e sulle fragilità del nostro tempo

Il Festival delle Lett(erat)ure 2.0 giunge alla sua tappa conclusiva con la presentazione di Affetti in saldo, volume a cura del Prof. Giovanbattista Trebisacce, pubblicato da Jonia Editrice nel 2026.

Anche quest’anno L’ArteCheMiPiace accompagna il Festival in qualità di media partner, rinnovando una collaborazione nata con la prima edizione e condividendo un progetto culturale che, nel corso delle sue tappe, ha saputo intrecciare letteratura, pensiero, territorio e partecipazione. 

Un percorso che si conclude con un volume dedicato a una delle questioni più profonde del nostro presente: la trasformazione dei legami affettivi e il modo in cui le nuove generazioni vivono le relazioni nell’epoca della connessione permanente.

L’appuntamento è fissato per sabato 29 agosto alle ore 21.00, presso il Kursaal Mini Golf sul Lungomare Centofontane di Mirto Crosia (CS), e rappresenta l’ultimo incontro di un percorso culturale che ha portato libri, autori, studiosi e temi di attualità al centro del dialogo con il territorio.

La serata sarà introdotta e moderata dal Prof. Pier Paolo Cetera, dell’Associazione Culturale Soci@l Mirto Crosia, organizzatrice del Festival, e vedrà la partecipazione di un articolato tavolo di interventi composto dal Prof. Giovanbattista Trebisacce, docente di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Unical, dalla Dott.ssa Serena Spezzano, dalla Dott.ssa Miriam Aurora Cetera e dalla Dott.ssa Erica Spadafora.

Seguiranno i contributi di approfondimento dello scrittore Prof. Gerardo Aiello e della DS Rachele Anna Donnici, dell’Istituto Comprensivo “E. L. Cornaro Piscopia” di Crosia.

La serata sarà aperta dai saluti istituzionali di Maria Teresa Aiello, Sindaco di Mirto Crosia.

Un libro per interrogare il nostro tempo

Curato da Giovanbattista Trebisacce, con introduzione di Lucio Presta, Affetti in saldo nasce da un percorso didattico e laboratoriale sviluppato nell’ambito dei corsi di Pedagogia sociale dell’Unical e raccoglie le riflessioni e le scritture di un gruppo di giovani studentesse.

Il volume si concentra sulla crisi dei legami affettivi nella contemporaneità, interrogando il modo in cui le nuove generazioni vivono amore, relazione, solitudine e bisogno di riconoscimento nell’epoca della connessione permanente e dei social media.

Non si tratta soltanto di raccontare una fragilità, ma di comprenderne le ragioni e le trasformazioni. Il libro mette così in relazione pedagogia e narrazione, esperienza personale e riflessione critica, ponendo al centro una domanda essenziale: cosa accade ai nostri legami quando anche gli affetti sembrano assumere la logica della precarietà e del consumo?

La peculiarità del progetto risiede inoltre nel suo valore formativo: la scrittura diventa esperienza condivisa, occasione di confronto e strumento per trasformare la frammentazione in pensiero, continuità e consapevolezza.

Una conclusione nel segno del dialogo

Con Affetti in saldo, il Festival delle Lett(erat)ure 2.0 conclude il proprio percorso affidando alla riflessione sui legami umani un tema profondamente contemporaneo, capace di coinvolgere pedagogia, educazione, letteratura e realtà sociale.

Dopo aver attraversato la storia, il territorio, la memoria e la cultura, il Festival rivolge così lo sguardo alla dimensione più intima, quella dei rapporti con l’altro e della necessità di comprendere come cambiano i modi di stare insieme.

L’incontro si svolge con il patrocinio del Comune di Mirto Crosia e con la media partnership di L’ArteCheMiPiace.

 

Sabato 29 agosto 2026 – ore 21.00

Kursaal Mini Golf – Lungomare Centofontane, Mirto Crosia (CS)

Presentazione del volume Affetti in saldo

Jonio Editrice, 2026

 

La cittadinanza è invitata a partecipare.

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Letteratura

La poesia del pensiero. Parole e riflessioni di Jesús Rafael Marcano Guzmán

Nel contributo che Jesús Rafael Marcano Guzmán affida a queste pagine, la parola assume una funzione particolare. Non serve soltanto a raccontare, ma a fermare per un istante ciò che normalmente attraversiamo senza osservare. Nei suoi pensieri la riflessione nasce spesso da un’immagine: un fiore, una stella cadente, la pioggia, la neve, una gabbia, il volo. Elementi semplici che diventano il punto di partenza per interrogare la vita, la libertà, l’amore, l’arte e il modo in cui scegliamo di abitare il mondo.

 

La sua formazione legata alla cultura e alle letterature cinese e giapponese affiora soprattutto nella sensibilità verso il tempo e la transitorietà. C’è la bellezza del fiore che appassisce, quella della sakura destinata a cadere, ma anche la possibilità di rinascere proprio attraverso ciò che sembra segnare una fine. È una visione nella quale la fragilità non coincide con la debolezza e l’effimero può diventare una forma di consapevolezza.

 

Accanto alla dimensione poetica emerge quella filosofica. Marcano Guzmán riflette sulla libertà del pensiero, sui dogmi che costruiamo e che finiscono per diventare le sbarre della nostra stessa coscienza, ma anche sul rapporto tra desiderio, consumo e autentica ricchezza. La sua scrittura cerca così un equilibrio tra contemplazione e interrogazione, tra immagine poetica e pensiero.

 

Forse è proprio questo il tratto più interessante di queste brevi riflessioni: non pretendono necessariamente di offrire risposte, quanto piuttosto di lasciare aperta una possibilità. Quella di fermarsi, riconoscersi in un’immagine, mettere in discussione una certezza o semplicemente guardare con occhi diversi qualcosa che credevamo di conoscere.

 

Proponiamo di seguito una selezione di pensieri e aforismi di Jesús Rafael Marcano Guzmán, frammenti di una ricerca nella quale poesia, filosofia e sensibilità orientale si incontrano per parlare, in fondo, di una cosa molto occidentale e molto universale: l’essere umano.

 

“La vita, nonostante le sue delusioni, rimane bella, proprio come una rosa che, nonostante le sue spine, conserva una meravigliosa bellezza.”

 

“Le stelle cadenti sono l’hanami dell’universo; una meravigliosa scena di pioggia stellare in cui ogni stella caduta è un fiore appassito.”

 

“Io sono il fiore che sboccia quando viene reciso! Sono la pioggia di petali di rose appassite che cade sugli antichi castelli medievali, danzando mentre scende nella fredda brezza autunnale! Io sono il fiore che sboccia!”

 

“Il mio mondo era ormai completamente ricoperto di ghiaccio, ma all’improvviso sei arrivata nella mia vita come il sole all’alba e hai sciolto ogni cosa.”

 

“L’arte è eterna, ma noi artisti siamo effimeri come i fiori di sakura, eppure è l’arte a renderci immortali.”

 

“Il linguaggio della poesia non consiste nel comprendere le parole della canzone, ma nel sentire la musica stessa.”

 

“Sono un turista senza passaporto né visto, che si gode una passeggiata attraverso queste terre di nessuno! Sono la primavera adornata dalle foglie autunnali ormai appassite! Sono la polvere di stelle dell’universo che svanisce!”

 

“Certamente, la strada per raggiungere il vero successo — parafrasando un po’ le parole di Confucio e George Bernard Shaw — consiste nello scegliere un lavoro che ci appassiona, e non dovremo lavorare neppure un giorno della nostra vita; questo significa davvero avere successo: avere una professione che sia in armonia con la nostra più grande passione.”

 

“Solo la libertà di pensiero, al di là di qualsiasi tipo di dogma basato sulla razza, sulla nazionalità, sull’ideologia politica, sulla religione o sullo status sociale, potrà porre definitivamente fine alle guerre nel mondo.”

 

“La nostra coscienza è quell’uccello in gabbia, dove ogni sbarra rappresenta i dogmi acquisiti dall’infanzia fino all’età adulta; e così il risveglio della coscienza significa fuggire dalla gabbia e volare liberamente attraverso i gloriosi cieli della libertà.”

 

“Molte volte, le nostre vere anime gemelle sono i nostri amanti.”

 

“Io sostengo che la vera ricchezza risieda nel vivere con austerità, godendo di ciò che ci rende veramente felici; la povertà, invece, nasce certamente dalla moltiplicazione dei desideri e dal voler soddisfare l’ego di una società consumistica.”

 

“Il mercato ci vende uno standard di bellezza del tutto irrealistico, perché la bellezza autentica è relativa e risiede negli occhi di chi la percepisce.”

 

“La vita consiste nel lasciare belle impronte come eredità di apprendimento e guida, coltivando la speranza in un domani migliore, ma vivendo intensamente il presente.”

Jesús Rafael Marcano Guzmán, conosciuto anche con il nome di Jade Emperor, è nato a Maturín nel 1993. È scrittore, sinologo, haijin, artista dell’origami, mangaka, filosofo spirituale, insegnante e studioso delle lingue e delle estetiche cinese e giapponese. È inoltre traduttore letterario cinese-giapponese, grammatico, relatore internazionale, imprenditore e promotore culturale.

La sua produzione letteraria si sviluppa attraverso una dimensione mistica, filosofica, epico-fantastica e apologetica, con uno stile di matrice giapponese tradizionale ispirato al Wafism e all’estetica Wabi-sabi.

Tra le sue pubblicazioni figurano l’antologia poetica “#Nos une la poesía”, realizzata con 21 autori (Mérida, 2021), e “Hanasaki” (Mérida, 2021), opera recensita dalla poetessa e docente Dulce Burkooitz presso la Royal Poetic-Literary Order Juan Benito in Spagna nel 2021. Il volume è stato successivamente pubblicato in edizione elettronica da Editorial SoyLivre nel 2022 e in una seconda edizione elettronica da Laia Editora, Argentina, nel 2024.

Nel 2022 è presente nell’antologia poetica “Anime allo specchio” (Italia), mentre nel 2023 pubblica haiku sulla rivista spagnola Poemame e prende parte alle antologie poetiche “Palabras para una reina” e “Un poema para Mariangel”. Nello stesso anno pubblica inoltre a Maturín una raccolta di racconti di genere fantastico, saggi, frasi e riflessioni in lingua spagnola.

Nel 2024 i suoi haiku sono pubblicati sulla rivista letteraria “Escritores Rebeldes” e sulla rivista letteraria messicana “Elipsis”. Nello stesso anno partecipa al I Concorso di Haiku dell’Associazione Culturale Aragón-Japan in Spagna, a una selezione di haiku promossa da La Cacharrería Efervescente in Colombia e al I Concorso Internazionale di Haiku Acueducto de Hornos in Spagna, oltre a numerose altre iniziative e partecipazioni, sia in presenza sia online.

È membro del Sistema Nazionale dei Cultori Popolari e membro fondatore del fondo editoriale “#Nos une la poesía”, nato a Mérida nel 2021.

È inoltre fondatore del movimento poetico-filosofico Jaykism (俳句教; 俳句主义, haikukyō; はいくイズム, haikuizumu), presidente e fondatore della International Society of Hispanic American Writers (SIDEH) e ideatore della lingua letteraria artificiale ᚠaïry långuage.

Dal 2024 è editorialista del quotidiano spagnolo “Siglo XXI”, con sede a Valencia.

Nel corso della sua attività ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il primo premio per la poesia alla I Esposizione Internazionale “Aventuras de Papel”, svoltasi a Mar del Plata nel 2024, e il Premio Internazionale Prof. Ciro Artemio Constantino Álvarez, conferito dalla Royal International Academy of Art and Literature del Messico nel 2024.

Tra le onorificenze ricevute figura inoltre la distinzione “Gran Maestre Litterarum Don Jesús Rafael Marcano Guzmán”.

The Poetry of Thought. Words and Reflections by Jesús Rafael Marcano Guzmán

In the contribution that Jesús Rafael Marcano Guzmán entrusts to these pages, words take on a particular function. They do not merely serve to tell, but to pause, for a moment, what we normally pass through without truly observing. In his thoughts, reflection often begins with an image: a flower, a shooting star, rain, snow, a cage, flight. Simple elements that become a starting point for questioning life, freedom, love, art, and the way we choose to inhabit the world.

His background in Chinese and Japanese culture and literature emerges above all in his sensitivity to time and transience. There is the beauty of the flower that withers, that of the sakura destined to fall, but also the possibility of being reborn precisely through what seems to mark an ending. It is a vision in which fragility does not coincide with weakness, and the ephemeral can become a form of awareness.

Alongside the poetic dimension, a philosophical one also emerges. Marcano Guzmán reflects on freedom of thought, on the dogmas we construct that eventually become the bars of our own consciousness, but also on the relationship between desire, consumption, and authentic wealth. His writing thus seeks a balance between contemplation and questioning, between poetic imagery and thought.

Perhaps this is precisely the most interesting aspect of these brief reflections: they do not necessarily claim to offer answers, but rather to leave a possibility open. The possibility of pausing, recognizing ourselves in an image, questioning a certainty, or simply looking at something we thought we knew through different eyes.

Below, we present a selection of thoughts and aphorisms by Jesús Rafael Marcano Guzmán, fragments of a body of work in which poetry, philosophy, and Eastern sensibility come together to speak, ultimately, of something deeply Western and profoundly universal: the human being.

 
 
 

“Life, despite its disappointments, remains beautiful, just like a rose that, despite its thorns, is still wonderfully beautiful.”

 

“Shooting stars are the universe’s hanami; a beautiful scene of stellar rain where each fallen star is a withered flower.”

 

“I am the flower that blooms when it is cut! I am the rain of petals from withered roses falling upon ancient medieval castles, dancing with the cold autumn breeze as it falls! I am the flower that blooms!”

 

“My world had become entirely covered in ice, but suddenly you arrived in my life like the sun at dawn and melted everything away.”

 

“Art is eternal, but we artists are as ephemeral as sakura flowers, and yet art makes us immortal.”

 

“The language of poetry is not to understand the lyrics of the song but to feel the music itself.”

 

“I am a tourist without a passport or visa, enjoying a stroll through these no-man’s lands! I am spring adorned with already withered autumn leaves! I am the universe’s stardust that fades away!”

 

“Certainly, the path to achieving true success — and paraphrasing the words of Confucius and George Bernard Shaw a bit — is to choose a job you are passionate about, and you will never have to work a single day in your life; that is truly being successful: having a profession that aligns with your greatest passion.”

 

“Only freedom of thought, beyond any type of dogma based on race, nationality, political ideology, religion, or social status, is what will definitively end wars in the world.”

 

“Our conscience is that caged bird, where each bar of the cage represents those dogmas acquired from childhood to adulthood, and thus the awakening of consciousness means escaping the cage and flying freely through the glorious skies of liberty.”

 

“Many times, our true soulmates are our lovers.”

 

“I say that true wealth lies in living with austerity; enjoying what truly makes us happy, and poverty certainly comes from the multiplication of desires and wanting to satisfy the ego of a consumerist society.”

 

“The market sells us a type of purely unrealistic standard of beauty because authentic beauty is relative and lies in the eyes of the one who perceives it.”

 

“Life consists of leaving beautiful footprints as a legacy of learning and guidance, having hopes for a better tomorrow, but living intensely in the present.” 

JESÚS RAFAEL MARCANO GUZMÁN

Jade Emperor

Maturín, Venezuela, 1993

Jesús Rafael Marcano Guzmán (Jade Emperor), Maturín (1993). Literary writer, sinologist, haijin, origami artist, mangaka, sage, spiritual philosopher, teacher of Chinese-Japanese languages and aesthetics, Chinese-Japanese literary translator, grammarian, international speaker, entrepreneur, and cultural promoter.

His writings have a mystical, philosophical, epic-fantastic, and apologetic background, with a traditional Japanese style inspired by Wafism and Wabi-sabi.

PUBLICATIONS

Poetry anthology “#Nos une la poesía”, featuring 21 authors (Mérida, 2021).

“Hanasaki” (Mérida, 2021), reviewed by poet and professor Dulce Burkooitz at the Royal Poetic-Literary Order Juan Benito (Spain, 2021). Electronic edition published by Editorial SoyLivre (2022), followed by a second electronic edition published by Laia Editora (Argentina, 2024).

Poetic anthology “Anime allo specchio” (Italy, 2022).

Haiku published in the Spanish magazine “Poemame” (Spain, 2023).

Poetic anthology “Palabras para una reina” (2023).

Poetic anthology “Un poema para Mariangel” (2023).

Wonderful genre stories, essays, phrases, and reflections in the Spanish language (Maturín, 2023).

Haiku published in the literary magazine “Escritores Rebeldes” (2024).

Haiku published in the literary magazine “Elipsis” (Mexico, 2024).

Participation in the I Haiku Contest organized by the Aragón-Japan Cultural Association (Spain, 2024).

Haiku published by La Cacharrería Efervescente (Colombia, 2024).

Participation in the I International Haiku Contest Acueducto de Hornos (Spain, 2024).

Among many other literary and cultural participations, both in person and online.

ACTIVITIES AND CULTURAL ROLES

Member of the National System of Popular Cultors.

Founding member of the editorial fund “#Nos une la poesía” (Mérida, 2021).

Founder of the poetic-philosophical movement Jaykism (俳句教; 俳句主义, haikukyō; はいくイズム, haikuizumu).

President-founder of the International Society of Hispanic American Writers (SIDEH).

Creator of the artificial literary language ᚠaïry långuage.

Columnist for the Spanish newspaper “Siglo XXI”, based in Valencia, Spain (2024–Present).

DISTINCTIONS AND AWARDS

First Place Poetry Prize at the 1st International Exhibition of “Aventuras de Papel” (Mar del Plata, 2024).

International Award Prof. Ciro Artemio Constantino Alvarez, presented by the Royal International Academy of Art and Literature (Mexico, 2024).

HONORS

Distinction “Gran Maestre Litterarum Don Jesús Rafael Marcano Guzmán”.

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A Mirto Crosia la cultura entra nel centro storico. Arte, storia e territorio protagonisti di due giornate del Festival delle Lett(erat)ure 2.0

La cultura torna a incontrare il territorio nel cuore storico di Crosia, con due giornate di particolare rilievo inserite nel programma della seconda edizione del Festival delle Lett(erat)ure 2.0, rassegna dedicata ai libri, agli autori e al dialogo culturale, ideata e diretta da Pier Paolo Cetera, promossa dall’Associazione Culturale Soci@l, con la media partnership di L’ArteCheMiPiace il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Mirto Crosia.

Il 19 e 20 agosto, il Museo del Pane, ospitato all’interno della seicentesca Residenza Palazzo Madeo, accoglierà una proposta culturale articolata, in cui convergono arte, ricerca storica e conoscenza del territorio, con una mostra d’arte e due importanti convegni di approfondimento storico-culturale e territoriale, affidati alla competenza di autorevoli studiosi, storici, scrittori e protagonisti del mondo accademico.

A fare da cornice alle due giornate sarà una mostra di opere di artisti locali, curata da Giuseppina Irene Groccia, artista e fondatrice di L’ArteCheMiPiace, realtà da anni impegnata nella promozione dell’arte e della cultura contemporanea.

L’esposizione riunirà le opere di Alfonso Caniglia, Chiara Comite, Giuseppina Irene Groccia, Enzo Labonia, Veronica Martino, Ida Proto, Isabella Tucci, Immacolata Tucci, Michele Tucci, Gabriele Tucci, Fabiana Vega e Antonella Vincenzo.

La presenza dell’arte all’interno del Festival non assume un ruolo semplicemente complementare, ma contribuisce a definirne il carattere multidisciplinare. La scelta di coinvolgere volutamente artisti del territorio nasce dalla volontà di creare un dialogo tra la loro espressione creativa e le tematiche dei due convegni, dedicate alla storia, alla memoria e al rapporto tra la Sibartide e il mare.

Pittura, parola, ricerca storica e riflessione sul territorio entrano così in relazione, creando un percorso nel quale differenti forme di espressione e conoscenza possono incontrarsi.

Una scelta che rispecchia anche la vocazione di L’ArteCheMiPiace, da sempre orientata alla promozione degli artisti e alla costruzione di occasioni di dialogo tra l’arte e gli altri ambiti della cultura.

Particolarmente significativa è la scelta di portare queste due tappe del Festival nel centro storico di Crosia, dopo gli appuntamenti che hanno animato il lungomare di Mirto.

Il trasferimento della manifestazione in uno dei luoghi più identitari del territorio non è soltanto una scelta logistica, ma assume un preciso valore culturale. Esso significa riportare l’attenzione sui luoghi della memoria, sulla storia della comunità e sul patrimonio architettonico e culturale locale, trasformandoli in spazi di confronto e partecipazione.

Il Museo del Pane presso il Palazzo Madeo diventa così parte integrante del racconto del Festival, inserendosi in modo particolarmente coerente in una programmazione dedicata alla storia e alla conoscenza del territorio.

È proprio in questo contesto che si collocano i due appuntamenti del 19 e 20 agosto, differenti per tematica ma accomunati dalla volontà di proporre al pubblico occasioni di approfondimento qualificato, attraverso la presenza di relatori di prestigio.

Il monachesimo medievale in Calabria

Il primo appuntamento è fissato per mercoledì 19 agosto alle ore 19.00, con il convegno “Monachesimo medievale in Calabria – Basiliani, Cistercensi e Florensi nei secoli XIII-XV”.

Un incontro dedicato a una pagina fondamentale della storia calabrese, con un approfondimento sulla presenza e sul ruolo degli ordini monastici che hanno contribuito in maniera significativa alla formazione del patrimonio spirituale, culturale e sociale della regione.

A portare il proprio contributo saranno Flaviano Garritano, autore di Abbazia Sambucina, Maurizio Traversari, autore di Abbazia Calybita, e lo scrittore Pierpaolo Cetera.

L’incontro sarà introdotto dai saluti di Don Salvatore Spataro, parroco della Chiesa di San Michele di Crosia, e vedrà come momento conclusivo la Lectio Magistralis di Mons. Luigi Renzo, storico e scrittore, figura di riconosciuta autorevolezza nel panorama culturale calabrese.

La presenza di studiosi e autori impegnati nella ricerca storica rende l’appuntamento un’occasione preziosa per conoscere e rileggere il ruolo che Basiliani, Cistercensi e Florensi ebbero nella storia della Calabria tra XIII e XV secolo.

La Sibartide e il mare, storia e prospettive

Il secondo appuntamento è in programma giovedì 20 agosto alle ore 18.00 con il convegno “La Sibartide e il mare – Storia e prospettive”.

Un tema strettamente legato all’identità del territorio, che affronta il rapporto tra la Sibartide e la sua dimensione marittima con una riflessione che intreccia storia, infrastrutture e prospettive di sviluppo. Nel corso dell’incontro verrà inoltre ricordata la figura del Dott. Mimmo Forciniti, fondatore e primo Presidente della locale delegazione LNI.

A moderare l’incontro sarà il Dott. Pierpaolo Cetera. Il programma prevede la relazione del Dott. Eugenio Madeo, i saluti di Eugenio Fusaro, Presidente della LNI Mirto Crosia, e l’intervento del Prof. Pietro Dalena, storico e docente Unical.

È inoltre previsto, da remoto, il contributo del Prof. Giuseppe Mendicino, tecnico infrastrutture Unical, mentre concluderanno i saluti dell’Amministrazione Comunale.

Un confronto che guarda dunque alla storia, ma senza fermarsi al passato, interrogandosi sul rapporto tra il territorio e il mare e sulle possibilità che questo legame può ancora rappresentare per il futuro della Sibartide.

Le due giornate del Festival delle Lett(erat)ure 2.0 si compongono come un unico percorso nel quale arte, letteratura, ricerca storica e territorio entrano in dialogo, restituendo nuova attenzione a un patrimonio che appartiene alla memoria e all’identità della comunità.

La mostra d’arte e i due convegni non si configurano come momenti separati, ma come parti di una narrazione più ampia, in cui il sapere incontra i luoghi e i luoghi diventano materia di conoscenza. Il centro storico di Crosia assume così un ruolo che va oltre quello di semplice cornice, diventando luogo vivo di memoria, cultura e confronto.

Il Festival rinnova, in questo intreccio di linguaggi e prospettive, il dialogo tra libri, autori, studiosi, artisti e territorio, aprendo uno spazio di riflessione capace di guardare alla storia e, insieme, al futuro.

La cittadinanza è invitata a partecipare.

19 agosto, ore 19.00 – Museo del Pane, Crosia Centro Storico
Monachesimo medievale in Calabria – Basiliani, Cistercensi e Florensi nei secoli XIII-XV

20 agosto, ore 18.00 – Palazzo Madeo / Museo del Pane, Crosia Centro Storico
La Sibartide e il mare – Storia e prospettive

Esposizione d’arte – Mostra di opere di artisti locali
A cura di Giuseppina Irene Groccia – L’ArteCheMiPiace

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Prima tappa del Festival delle Lett(erat)ure a Mirto Crosia. Emozioni e valori con Alessandro Greco e il libro “Oltre i guanti”

Si è svolta, nella serata di ieri, la presentazione del libro autobiografico di Alessandro Greco “Oltre i guanti” già preparatore di portieri e attualmente comandante della stazione dei Carabinieri di Crosia (Cs). Un folto pubblico attento e qualificato ha accolto e partecipato, con grandi emozioni, alla prima tappa del Festival delle Letterature sul lungomare di Mirto.

L’autore Alessandro Greco
L’autore con il sindaco Maria Teresa Aiello

Ha introdotto ai prossimi eventi  l’ideatore della rassegna sui libri e sugli autori Pierpaolo Cetera. Sono intervenuti il sindaco Maria Teresa Aiello e l’assessore allo Sport e Cultura Antonio Graziani, per i saluti e per la consegna di una targa all’autore. I valori condivisi di solidarietà, rispetto degli altri e sacrifici per l’impegno costante per la riuscita dei propri progetti sono stati declinati, attraverso le letture (affidate a Giacomo Lauricella) e le esperienze umane vissute (con l’intervento di Don Claudio Cipolla, della Caritas diocesana) di Alessandro Greco.

Del libro hanno ampiamente discusso l’autore e il giornalista Eugenio Forciniti in un serrato e seguitissimo dialogo sul senso e sull’esperienza sportiva e umana che promana dalla lettura del libro. Gradita la partecipazione del pubblico con interventi di ringraziamento indirizzati all’autore. È stato  infine consegnato in dono il volume fotografico prodotto dall’Associazione social (“Mirto scatti della memoria”).

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Festival delle Lett(erat)ure 2.0

Festival delle Lett(erat)ure 2.0: a Mirto Crosia la seconda edizione della rassegna dedicata ai libri, agli autori e al dialogo culturale

Prenderà il via mercoledì 5 agosto alle ore 21.30, sul lungomare di Mirto Crosia (CS), la seconda edizione del Festival delle Lett(erat)ure 2.0, rassegna dedicata agli autori e ai libri ideata e diretta da Pier Paolo Cetera, promossa dall’Associazione Culturale Soci@l in collaborazione con Maurizio Traversari, Giuseppina Irene Groccia (media partner: L’ArteCheMiPiace e ContempoArte Magazine) e Anila Dahriu, traduttrice internazionale e poetessa.

La manifestazione si svolge con il patrocinio del Comune di Crosia, guidato dal sindaco Maria Teresa Aiello, e dell’Assessorato allo Sport e alla Cultura, retto da Antonio Graziani.

Ad inaugurare il festival sarà Alessandro Greco, autore del volume Oltre i guanti, un’opera che racconta il percorso umano e professionale maturato prima come preparatore dei portieri e successivamente come allenatore nel calcio dilettantistico e nel settore giovanile. Oggi Comandante della Stazione dei Carabinieri di Crosia Mirto, Greco ripercorre un’esperienza che pone al centro valori quali sacrificio, disciplina, impegno e determinazione, offrendo una testimonianza particolarmente significativa per le giovani generazioni.

L’incontro sarà condotto dal giornalista e blogger Eugenio Forciniti, fondatore del blog Il Pittulo, e sarà arricchito da una riflessione condivisa con don Claudio Cipolla, parroco della Parrocchia San Francesco d’Assisi e direttore della Caritas diocesana. Le letture saranno affidate a Giacomo Lauricella.

Il secondo appuntamento, in programma mercoledì 12 agosto, vedrà protagonista la scrittrice Francesca Lupo, autrice di libri per ragazzi e non solo, che presenterà il suo ultimo lavoro, I viaggi di Veronica: una coinvolgente raccolta di racconti ispirati a luoghi, personaggi e vicende della storia del territorio. L’incontro sarà accompagnato da un laboratorio di narrazione interattiva dedicato ai più giovani, con il supporto del linguaggio del fumetto.

La terza serata, prevista per mercoledì 19 agosto, sarà dedicata alla storia medievale della Calabria e agli Ordini monastici. Protagonista sarà mons. Luigi Renzo, storico e scrittore, che terrà una lectio magistralis sul tema “La presenza dell’Ordine Florense nella Sila Greca”. Seguiranno le presentazioni dei saggi Una grande abbazia europea: La Sambucina e L’Abbazia Calibytense, offrendo un approfondimento sul patrimonio storico e spirituale del monachesimo calabrese. Interverranno Flaviano Garritano, che approfondirà la presenza cistercense e florense, e Maurizio Traversari, che illustrerà il mondo dei monaci italo-greci e dell’Abbazia Calibita. A dialogare con i relatori sarà Pier Paolo Cetera. L’incontro si svolgerà presso il Museo del Pane, nel centro storico di Crosia.

La rassegna si concluderà sabato 29 agosto con un appuntamento dedicato ai temi della pedagogia contemporanea. Il prof. Giovanbattista Trebisacce, docente dell’Università della Calabria, insieme ad alcune sue studentesse, dialogherà con Gerardo Aiello e Pier Paolo Cetera sui principali aspetti del rapporto tra nuove generazioni e tecnologie, prendendo spunto dal saggio Affetti in saldo (2026). Un confronto aperto su una delle questioni più attuali del nostro tempo, che chiuderà un’edizione del festival pensata per promuovere cultura, conoscenza e partecipazione attraverso il dialogo tra autori, studiosi e pubblico.

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SCHIAVONEA OSPITA LA COMUNITÀ POETICA DE LA VALLISA

A Schiavonea, un borgo marinaro affacciato sulla costa ionica, a due passi da Corigliano e da Rossano, in provincia di Cosenza, vive Maria Curatolo, una poetessa impegnata attivamente sul territorio come promotrice culturale.

Sabato 18 luglio, alle ore 18,30, all’interno della VII Edizione di “Letture nel borgo con l’autore”, la scrittrice ha organizzato la presentazione della nuova collana di poesie “La Confraternita letteraria, Dal sud – Poesia meridionale”, e dell’ultimo numero della rivista La Vallisa (Edizioni Gagliano di Daniela Gagliano). Entrambe sono dirette dal professor Daniele Giancane, poeta, scrittore, critico letterario, già docente di Letteratura per l’infanzia presso l’Università agli studi di Bari e autore di più di un centinaio di testi.

Maria Curatolo, coordinatrice dell’evento, componente dell’Università della poesia J.R. Jiménez  e redattrice della storica rivista di poesia, dopo i saluti e i ringraziamenti, ha informato il nutrito pubblico, presente nonostante le proibitive elevate temperature, delle assenze del professor Giancane e del poeta Eugenio Nastasi. Successivamente ha dato via all’incontro, pensato all’aperto, in Via Pola (una stradina chiusa, fronte mare) dinanzi alla sede della sua associazione culturale.

Dopo la realizzazione degli opuscoli individuali (con dieci poesie) a cura dell’Università della poesia J.R. Jiménez, appariva interessante sperimentare che più autori, due appartenenti alla comunità letteraria de La Vallisa e uno esterno – sostiene il poeta salentino – scrivessero sei poesie ciascuno su un tema prescelto, a partire dal verso di un famoso poeta, verso che poi avrebbe dato il titolo al libretto.

Zilli successivamente, infrangendo la regola della comunità letteraria, che prevede che agli incontri di poesia siano letti solo i testi poetici dei presenti, omaggia, i grandi maestri suoi compagni di penna (Giancane e Nastasi), assenti per causa di forza maggiore, declamando, (prima di leggere un suo testo) una loro poesia dedicata all’amore.

Tema invece dell’opuscolo successivo  sono i luoghi dell’anima, e la scrivente, che insieme a Matteo De Marzo e Pasquale Vitagliano  ha pubblicato “ C’è un altro cielo  (E. Dickinson)”, prima di far ascoltare una sua poesia, è invitata dalla moderatrice a riassumere la storia della comunità letteraria dell’Università della poesia J.R Jiménez e della longeva rivista La Vallisa, al suo quarantatreesimo anno di vita, soffermandosi in particolare sul Progetto europeo CERV “Poetry for Participation”, vinto con Associazione InCo e sullo speciale dell’ultimo numero dedicato alla Finlandia.

Seguono gli interventi dei poeti Rosa Cecere e  Sandro Marano, autori, insieme a Giuseppina Girasoli, della pubblicazione “Amavo più di ogni altro un salice d’argento (Anna Achmatova)”, opuscolo dedicato alla natura, quindi Clara Russo che legge un testo tratto dal suo libretto  “Le ricordanze (G. Deledda)”, realizzato con le poetesse Anna Cellaro e Maria Pina Ciancio.

La parola poetica è poi affidata a Loredana Lorusso  e Rocco Angelo Stano che con Monica Messa hanno pubblicato  “Di sogno in sogno (Yeats)”, diciotto poesie sul sogno.

Quindi è la volta di Roberta Positano che, oltre a declamare un suo testo, tratto dalla pubblicazione “Ma tu sei la pianta (R.M.Z Rilke)”, realizzata con Silvia De Luca e Paolo Polvani, si sofferma a parlare del suggestivo e interessante viaggio in Finlandia, intrapreso con le altre ragazze di Luminka (Maria Curatolo e Giuseppina Girasoli), nell’ambito del Progetto europeo sulla poesia. Alla sua testimonianza si collega Maria Curatolo, leggendo alcuni haiku ispirati dalle atmosfere nordiche.

È la volta poi della poetessa calabrese Sonia Vivona, autrice insieme a Maurizio De Giglio e Damiano Leo del libretto “Pace non trovo (Petrarca)”,  che declama una sua poesia su un tema attuale quanto delicato.

Seguono gli interventi di Ornella Mamone Capria, Maria  Curatolo e Giuseppina Irene Groccia che invece hanno scelto di soffermarsi sul tema delle donne, pubblicando “L’infinita (P. Neruda)”,  con una copertina che riprende un bellissimo dipinto della Groccia.

Come da programma conclude la serata con il suo interessante intervento il professor Gennaro Mercogliano dell’Università popolare rossanese, che definisce l’evento una calorosa odissea, un viaggio nella poesia del sud, matrice di tutte le culture.

Oggi abbiamo ascoltato  un bel saggio di poesia – afferma il docente, storico e critico letterario –  sulla natura, sulla vita, sulle esperienze, esperienze fatte anche di dolore e sofferenza.

I testi degli opuscoli della Confraternita, di cui sarebbe interessante fare una lettura analitica approfondita, li raggrupperei in tre grandi macroaree: poesia del realismo, poesia della trasfigurazione, poesia sperimentale.

Mi preme sottolineare – aggiunge – che contemporaneamente alla rivista pugliese La Vallisa  in  questa zona della Calabria  nasceva a cura di Dante Maffia un ‘altra interessante rivista di poesia e “ I 100 poeti di Laicata”, un testo del 1990 che ho curato personalmente e che raccoglie le espressioni più interessanti della poesia dell’epoca.

Noi come poesia meridionale, poeti de La Vallisa e poeti di Lacaita, rappresentiamo una poesia alternativa rispetto alle grandi case editrici del Nord, ai potentati editoriali e, pur non disponendo di ingenti forze economiche, possediamo  la forza della  cultura di cui siamo matrice, perché è nel bacino del Mediterraneo che sono nati tanti grandi poeti e tanti ce ne sono oggi.

Tra essi Nastasi che ha compiuto con la sua poesia un cammino in salita, un autore immerso nella vita pulsante della nostra terra, della nostra cultura, un poeta stimato e apprezzatissimo, a cui dedico un affettuoso saluto e un grande augurio – conclude il professor Mercogliano con la voce rotta dall’emozione.

Un poeta cosentino, amico di Sonia, ci regala la declamazione di una sua poesia su Ulisse.

 

Rodia, chiamato dalla conduttrice a condividere una breve riflessione sulla serata, riprende l’intervento del professor Mercogliano sulla poesia del Sud, sottolineando come i poeti meridionali effettivamente non figurino nelle antologie nazionali.

Il Sud è assente – dichiara il critico letterario –  e l’ attività de La Vallisa, come quella di Mercogliano si configurano, pertanto, come un’operazione di appartenenza, di autoproduzione e promozione, in cui una pluralità di voci si confrontano costruttivamente.

Sarebbe auspicabile la realizzazione di una mappa meridionale della poesia e poi di una mappa mediterranea, perché la nostra poesia merita  e perché è diversa da quella del Nord, caratterizzandosi per forza emotiva e passione sanguigna.

Le  rilassanti note del flauto di Rocco, accompagnate dal  dolce suono della risacca chiudono l’intensa serata poetica.

Un grazie di cuore a Maria per aver organizzato l’evento, al professor Mercogliano per l’interessante contributo alla riflessione, al  nostro maestro professor Giancane per tutti ciò a cui ha dato vita e a cui continua con entusiasmo a dar vita, a tutti i presenti che, nonostante l’afa, hanno scelto di esserci e a tutti gli  amici assenti, vicini col cuore.

 

 


Tutte le immagini che corredano questo articolo sono dí Margherita Bufi

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Rubrica "I libri non scadono"

Un Invito Alla Lettura Di Christian Bobin

“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglierà contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Filippo Golia 

“La voce di Emily – quella che emerge dal sarcofago dorato di un poema quando lo si apre – è una voce precipitosa, come di qualcuno che accorra verso di noi da così lontano da arrivare senza fiato. Molti trattini e grumi. La voce di un angelo asmatico, o quella di una ragazzina portatrice di notizie così incredibili che tutte le parole le si affollano in bocca, tanto lei è convinta che non la capiremo. L’angelo asmatico, la ragazzina cui nessuno crede e la febbricitante dama bianca sono, in questa serata di agosto 1870, davanti a Higginson, che non crede ai suoi occhi.”

Questa folgorante istantanea dell’incontro tra Emily Dickinson e Thomas W. Higginson, il critico che intuì il talento della poetessa ma non diede seguito alla sua intuizione, a suo modo un luogo comune della narrazione letteraria globale, si trova nel libro La dame blanche di Christian Bobin, ancora mai tradotto in Italia.

Bobin è uno scrittore che si sottomette solo alle leggi del cuore, ossia: ascolto, slancio contemplativo, attenzione ai particolari del visibile e dell’invisibile; soprattutto verità, di ogni parola, di ogni frase e di ogni visione.

In Italia è accolto con distacco e diffidenza.
 I suoi libri sono tradotti da piccole case editrici e per lo più confinati a una dimensione spirituale, come se si trattasse di un autore di sermoni o di minima propaganda religiosa; oppure di un protagonista dell’imperante new age.

La sua unica religione, in realtà, è la letteratura.

Un buon libro per iniziare a conoscerlo nel nostro paese è “Un cigolio d’altalena” pubblicato nel 2022 dalle edizioni Sanpino. Nasce dall’incontro tra l’autore e le opere del poeta giapponese e monaco zen Ryokan. Il testo è composto da 19 lettere (alla madre, a uno sconosciuto, a un pensatore, a una nuvola, a Marina Cvetaeva, a Nadežda Mandel’štam, al compositore Arvo Pärt, a una vecchia scala ecc.)
Una delle lettere è indirizzata a Ryokan ma la sua ombra si aggira anche nelle altre: scrive, gioca con i bambini, si nasconde in covoni di fieno, è immensamente felice, insegue il fantasma del padre, affronta la malattia e la morte.
 “In un monastero zen, ogni monaco, alla fine del pasto, lascia qualche chicco di riso nel piatto per gli uccelli. La scrittura è quel gesto”, annota Bobin. E poi: “Ryokan diceva che non gli piaceva la cucina dei cuochi, la calligrafia dei calligrafi e la poesia dei poeti. Non ho mai messo piede in Giappone, ma conosco molto bene questo paese. Lo conosco attraverso la goccia d’acqua di un silenzio che scintilla sulle piastrelle di una poesia di Ryokan”.

 Il manifesto di Bobin è limpido: “Quel che ci salverà – se qualcosa deve salvarci – è la semplicità estrema di una parola”.

 Ma la sua prosa può essere molto complessa, un piccolo organismo metamorfico in cui segno e significato, mondo e scrittura si scambiano di posto nel girare di poche righe:

 “Sotto i ponti, dei cartoni piegati. Sono le case dei clochard. Le case da tè giapponesi hanno pareti di carta fine, divisori che scorrono come una frase che si apre con naturalezza sulla frase successiva. I loro abitanti mangiano e dormono all’interno di una poesia. Mi allontano da quei cartoni malinconici. Sono i poemi di una vita disgraziata.”

Eppure la metamorfosi della lingua si articola entro confini ben precisi, che le impediscono di esondare nei campi aperti del postmoderno e del relativismo. E i confini sono: il silenzio, la morte, il rispetto della verità, la concentrazione, la sintesi, lo stupore inesausto per la sovrabbondanza della vita.

 È inevitabile riconoscere come anche in questo contesto protetto sia all’opera una maniera: la scrittura di Bobin è manierista. E può sorgere il dubbio: se fosse proprio la sua la calligrafia del calligrafo e la poesia del poeta, che Ryokan riprovava?

 

I dubbi iniziano a dissiparsi durante la lettura di La dame blanche. Un testo fatto di pietra dura e bianca come il granito.
Un cigolio d’altalena si specchia nei versi e nella figura di Ryokan; adesso nello specchio c’è la poetessa di Amherst. Quanto meno docile e mansueta!
 Tutta la scrittura di Bobin può essere descritta come una lotta con l’Angelo ma qui, come lui sa bene, l’angelo conosce e pratica le malizie di un diavolo.
 Per far fronte all’indocile scricciolo, le frasi brevi e le parole esatte di Bobin devono funzionare come lame di rasoio; o affilati scalpelli per scavare nel marmo.
Il libro si apre con la morte della poetessa, come se lei venisse da lì, dalla morte, e con i funerali, ronzanti di api mentre il corteo funebre sembra galleggiare sui fiori di campo e la piccola Millicent – la figlia dell’amante del fratello di Emily – segue da lontano l’incomprensibile feretro, dell’incomprensibile donna, di quell’incomprensibile famiglia in cui si è trovata: sarà proprio Millicent invece, un giorno, la prima interprete e divulgatrice delle poesie tenute segrete durante una vita.

 Tutto il montaggio del libro è audace e febbrile, proprio come la poetessa. Un po’ alla volta entrano in scena, oltre ai familiari – primi fra tutti l’inaccessibile padre Edward Dickinson e la madre, così grave da sorreggere nelle sue melanconie – gli amori impossibili della dama bianca: Susan Gilbert, la moglie del fratello Austin, oggetto di vere accensioni erotiche; il reverendo Wadsworth, la guida; Samuel Bowles, il giornalista, che forse sapeva per che verso prenderla ma non ebbe la costanza necessaria per tenerla; il giudice Otis P. Lord, uno schivo succedaneo del padre, da poco perduto. E ci si potrebbe mettere anche la morte, che la corteggia, le danza intorno, le sottrae uno per volta i più cari, le apre nella carne squarci di infinito.

 Per Bobin un vero teatro barocco, altrettanto necessario per spiegare l’opera quanto la persona e le azioni di Emily Dickinson: come la sua versatilità nel preparare il pan di zenzero. Perché qui non si tratta della scelta critica di coinvolgere la vita nel lavoro di interpretazione del testo: qui il poeta (come il santo) è considerato un luogo di confine, dove filtra, da ogni fessura e rammendo, la terribile luce della sapienza.
Molti aneddoti riportati hanno carattere sapienziale:

“Un mezzogiorno, a tavola, Edward domanda ironicamente più volte di seguito se sia ‘necessario’ che un piatto impercettibilmente sbreccato gli sia messo davanti. Alla terza domanda, Emily si alza bruscamente, si impadronisce del piatto e lo polverizza nel giardino, su una pietra: che sia fatta la tua volontà, padre che non sopporti la vista di un solo difetto nella materia o nelle anime. Un altro giorno davanti alle scuderie, Edward sudato, gli occhi fuori dalle orbite, scudiscia a sangue uno dei suoi cavalli. Gli rimprovera di aver ‘mancato d’umiltà’. Emily accorre, scapigliata, urlando contro il boia che abbandona il frustino e indietreggia, raggelato.”
 La collera dei santi – chiosa Bobin – è più terribile di quella del demonio.

E davvero di un luogo di confine si parla:

 “Il paese di Emily ha per frontiera la siepe che circonda il suo giardino. Dall’altro lato della siepe c’è l’estraneo – l’America…
 Lei non è di questo mondo e non vuole saperne né della sua guerra né della sua pace. Lei ha messo i suoi occhi in quelli della morte e contempla tutte le cose in uno stupore senza fine.”

Quasi inevitabile l’accostamento con Arthur Rimbaud, perché tutto si tesse, in queste pagine, lavorando con il materiale mitico della letteratura:

 “Alla stessa epoca in cui lei indossa la sua veste bianca, Rimbaud, con la negligenza furiosa della giovinezza, abbandona il suo libro incantato nella cantina di uno stampatore e fugge verso un oriente inebetito. Sotto il cielo inchiodato d’Arabia e nella stanza proibita di Amherst, i due ascetici amanti della bellezza lavorano a farsi dimenticare.”

 Farsi dimenticare! Sospeso tra Emily Dickinson e la poesia giapponese, tra asceti e santi, Christian Bobin frequenta un territorio molto simile a quello che ha portato lo scrittore americano J. D. Salinger al suo quarantennale silenzio, troppo terrorizzato dal rischio di compiacersi del proprio talento e di scrivere parole non autentiche.

Bobin invece ha pubblicato una quarantina di piccoli libri; ma, come una biglia sull’orlo di un cratere, continua a girare anche lui intorno al silenzio.

E resta lì: dove “la scrittura è la sola ricompensa di se stessa”.

Se la sua scrittura, così controllata, sia viziata anche solo da un’ombra di compiacimento spetta ai lettori dirlo.

 


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Filippo Golia

Filippo Golia, a lungo inviato del Tg2, si occupa principalmente di affari esteri e relazioni internazionali. Quando ha tempo, realizza anche reportage sul mondo della letteratura e della poesia. Come scrittore ha pubblicato libri per adulti,  “C’era 49 volte un paese” (Robin edizioni) e bambini, “Zelda Mezzacoda” (Laltracittà). Per Mattioli 1885, ha scritto la sceneggiatura del Graphic Novel “Il bacio fantasma”, sulla vita del poeta americano Richard Brautigan, disegnato da Marco Petrella.

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