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Interviste

“Le mie donne mi assomigliano tutte”. Conversazione con Mirella Bitetti

È sottile ma tenace l’energia che si sprigiona dall’opera di Mirella Bitetti, un’energia che sembra provenire da un tempo sospeso, capace di muoversi tra la misura e la disciplina della tradizione pittorica e la modernità dei suoi soggetti. È un’energia capace di parlare tanto a chi crea oggi quanto a chi, in epoche lontane, ha interrogato il corpo e l’immagine con la pittura. Ogni epoca trova il proprio linguaggio, e oggi Mirella Bitetti ne è una delle interpreti più intense.

Lo è con la pittura, e soprattutto con quella particolare alchimia tra immagine e luce che genera il suo lavoro. Il suo gesto né impetuoso né dichiaratamente espressivo, rimane misurato, preciso, quasi trattenuto, e proprio per questo animato da un’invisibile risonanza. Mirella assorbe questa energia e la restituisce in figure femminili che emergono dalla penombra, attraversate da tagli di luce netti e improvvise accensioni di rosso. Un’energia che scorre sotto la pelle della tela, nei neri profondi e nei bianchi abbaglianti che modellano i corpi senza mai invadere la superficie.

Sarebbe sbagliato ridurre il suo lavoro a un semplice esercizio di iperrealismo fotografico, così come sarebbe riduttivo parlare solo di suggestioni caravaggesche. Vi è una pittura che imita la fotografia, vi è una pittura che la subisce, e vi è una pittura, come quella della Bitetti, che la usa come matrice per andare oltre. In lei l’immagine fotografica è guida e disciplina, ma non gabbia, essa diventa piuttosto un punto di partenza da cui la pittura prende slancio, trasformando il dato visivo in presenza psicologica.

Fotografia di Giada Rochira

 

Diversamente dal gesto istintivo dell’action painting o dall’automatismo surrealista, il suo segno è meditato, quasi architettonico nella sua precisione. Le sue donne, che potrebbero apparire come semplici oggetti da contemplare, si trasformano invece in occhi attenti che scrutano il fruitore, lo misurano, ne sondano la soglia di comprensione, lo mettono in crisi con la loro quieta, implacabile intensità. È un gioco sottile, che trasforma il gesto pittorico in un vero e proprio dialogo attento, facendo del suo lavoro non tanto una pittura di figura quanto, più profondamente, una pittura di sguardo, un invito a confrontarsi con ciò che il corpo comunica senza parlare.

Colpisce quanto il lavoro di Mirella Bitetti sia al tempo stesso radicato in una sensibilità mediterranea e proiettato verso un orizzonte universale: le sue figure appartengono a un tempo sospeso, quasi cinematografico, nutrito di suggestioni neorealiste, e al contempo custodi di un linguaggio comprensibile ovunque. Le sue donne, crisalidi o farfalle, portano con sé il peso del passato e la promessa della metamorfosi, rivelando una femminilità complessa, mai pacificata, sempre in trasformazione.

E, in fondo, resta sottile ma tenace l’energia che l’autrice trae dalle sue terre di Ginosa, sospese tra il sole abbagliante della Puglia e le ombre lunghe dei vicoli. Un’energia antica, intrisa di silenzi, gesti quotidiani, pane caldo e sedie di paglia lasciate davanti alle case, che l’artista custodisce e trasforma in pittura. Ma le sue donne non appartengono a quel mondo di memorie locali: emergono dalle tele come presenze avvenenti, urbane, metropolitane, portatrici di una sensualità e di una consapevolezza che trascendono il tempo e il luogo. È questo equilibrio tra ricordo intimo e visione cosmopolita che rende il suo sguardo pittorico così potente: un filtro attraverso il quale il personale diventa universale, e la memoria diventa esperienza emotiva condivisa, pulsante negli sguardi delle figure che crea.

© Giuseppina Irene Groccia, 2026. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

 

 

Il tuo percorso artistico è iniziato con una forte sperimentazione sui materiali e sulle tecniche. Quali sono state le influenze principali che hanno segnato la tua evoluzione stilistica?

Per un pittore la ricerca è fondamentale, in quanto  permette una sorta di evoluzione, sia concettuale che tecnica. Si è sempre alla ricerca affannosa di superarsi, di andare oltre a quello che si è già realizzato. Ho sempre guardato i grandi maestri del passato, che inevitabilmente hanno esercitato un’ influenza profonda e continua sulla mia arte. Il passato contribuisce alla formazione di un artista. Ho guardato Caravaggio per il suo realismo e quel taglio di luce che permette di tirare fuori le sue figure da una totale oscurità. Ho osservato, in maniera quasi maniacale le dame di Boldini per la loro eleganza e sensualità.

 

 

La figura femminile è al centro della tua poetica. Cosa rappresenta per te la donna e come riesci a trasmetterne la complessità attraverso la tua arte?

La domanda più frequente che mi viene posta è “perchè una donna dipinge le donne”. Storicamente  la figura femminile è sempre stata ritratta da pittori uomini che l’hanno rappresentata con uno sguardo da uomo, trasformandola solo in un oggetto da ammirare. Noi donne, rappresentiamo il corpo femminile nella sua cruda realtà, cercando di andare oltre, rappresentando l’identità e lo stato psicologico del soggetto. Le mie donne sono cresciute con me, da aggressive e irriverenti nella prima fase a donne mature e consapevoli nel restante percorso.

 

Nei tuoi ultimi lavori hai introdotto le ali di farfalla, un simbolo potente di rinascita e trasformazione. Cosa ti ha spinto verso questa scelta e che significato ha per te il concetto di metamorfosi?

L’elemento delle ali, soprattutto su una figura femminile, viene spesso identificato come simbolo di libertà. Nel mio caso, tengo a precisare, che sono un simbolo di rinascita, di cambiamento, di passaggio da uno stato larvale ad uno di consapevolezza. Una trasformazione sofferta e vissuta in silenzio e solitudine . Le ali rappresentano quindi, il risultato complesso di un processo di trasformazione. Con l’aggiunta delle ali, sono cambiati anche gli sfondi, che ho riempito con la foglia oro, aggiungendo preziosità e luce all’opera.

 

 

Il nero è un colore che non può mancare nelle tue opere. Qual è il suo ruolo nella tua visione artistica e che valore simbolico assume nei tuoi dipinti?

Renoir lo ha definito ” il principe dei colori “. Mi affascina da sempre la sua profondità e la sua eleganza. Non potrebbe mai esistere una mia opera senza il nero. Il nero fisicamente è l’assenza di luce, ma in realtà agisce come un esaltatore di essa.

 

 

 

 

 

Il corpo femminile nelle tue opere non è solo oggetto di osservazione, ma diventa un soggetto che guarda e interagisce con lo spettatore. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questa scelta compositiva?

I canoni di bellezza nell’arte, con il tempo si sono trasformati. Se una volta il ventre rotondo di una modella poteva essere simbolo di fertilità, di nido che accoglie la vita, ora si predilige il corpo snello e atletico, simbolo di disciplina e cura di sè. L’involucro che uso per le mie figure è sicuramente ruffiano, ma è un ottimo “trascinatore” affinchè si vada oltre l’apparenza e si riconoscano gli stati d’animo che ogni figura trasmette.

 

 

L’uso della luce e della monocromia, con accensioni improvvise di rosso, è una caratteristica distintiva del tuo stile. Come lavori con questi elementi per creare l’atmosfera delle tue opere?

Sin dai tempi del liceo, il chiaroscuro è stato un esercizio continuo, tanto da averlo utilizzato anche sulle opere pittoriche. Tralasciando la matita (mia compagna fedelissima) e avvicinandomi a tecniche come l’olio, ho sentito l’esigenza di aggiungere un colore che rafforzasse questa base neutra che è il monocromo. Con l’aggiunta del rosso (colore che mi appartiene come il nero) ho creato una sorta di comunicazione ed empatia immediata con il fruitore. Con il rosso ho trasmesso sentimenti come rabbia, passione, dolore.

 

Il ritratto, nella storia dell’arte, è sempre stato un mezzo di indagine psicologica oltre che estetica. In che modo nei tuoi lavori cerchi di cogliere non solo l’aspetto esteriore, ma anche l’anima dei tuoi soggetti?

Non credo di dire una banalità quando affermo che ” gli occhi sono lo specchio dell’anima”. E’ lo sguardo che fa il ritratto. Gli occhi utilizzano una comunicazione non verbale diventando devi veri specchi dell’anima. Titolo che ho utilizzato per una personale nella galleria Teknè di Potenza, dove ho esposto solo volti di grandi dimensioni. Dipingere la figura femminile e nello specifico i volti, non è cosa facile in quanto trovarsi in casa un volto che ti fissa è come ospitare un estraneo, se quel volto non ti appartiene. Quindi è importate avere la capacità di tirare fuori da quei volti degli stati d’animo dove il fruitore si riconosce.

 

Spesso il tuo stile viene accostato all’iperrealismo e alla fotografia. Ti riconosci in questa definizione o pensi che il tuo lavoro vada oltre questa etichetta?

La fotografia mi ha dato tanto, I tagli netti che spesso utilizzo sono studiati da tecniche fotografiche. La foto aiuta a captare velocemente le zone d’ombra che con la pittura riesco ad ammorbidire. I soggetti sono foto che ,a volte scatto personalmente, altre volte trovo nel web e trasformo. A differenza del ritratto che deve risultare molto più veritiero. Non parlerei di iperrealismo, ma di realismo. Non a caso, tra i grandi maestri del passato, ho guardato con molto interesse Caravaggio.

Nel tuo percorso hai esposto in numerose gallerie e fiere d’arte. C’è una mostra o un evento che ha rappresentato un momento particolarmente significativo per la tua carriera?

Come spesso consiglio a chi si avvicina al lavoro di artista, le fiere nel percorso lavorativo  sono importantissime. La fiera d’arte è una vetrina sul mondo. Non troverai mai un posto con così tanti galleristi concentrati in un unico ambiente. Questo ti permette di sponsorizzare il tuo lavoro e farti conoscere. Di personali ne ho fatte tante, ma non dimenticherò mai la mia prima esposizione. Era un locale difronte ad una chiesa, dove entravano ed uscivano velocemente solo preti e suore. All’epoca le mie figure risultavano più irriverenti e meno vestite. Un solo prete a differenza degli altri espesse un parere. Con un tono accusatorio e rigido, mi consigliò di dipingere in ginocchio come il Beato Angelico.

 

 

Una cosa che mi ha colpito molto è la tua decisione di non firmare le opere. Dici che la tua più grande soddisfazione è essere riconosciuta comunque. Questa scelta nasce dal tuo bisogno di discrezione, o dal desiderio che siano i tuoi dipinti – e soprattutto le tue donne – a raccontarti al mondo? Come vivi questo equilibrio tra visibilità e riservatezza?

Non credo che sia discrezione, ma è una piccola presunzione che mi sono concessa. Un artista deve essere riconoscibile, e se questo avviene, la firma risulta superflua. Oltre a questo, vedo la firma antiestetica , quasi una macchia che disturba un intero lavoro. Questo non toglie che per esigenze di mercato le tele sono tutte firmate con autentica sul retro e sul certificato di autenticità.

 

Hai detto che potresti aprire uno studio a Milano, ma che lì perderesti le sfumature quotidiane di Ginosa: la sedia di paglia fuori casa, il pane caldo, i dettagli della vita pugliese. Quanto pesa questo paesaggio umano e sensoriale nella costruzione delle tue donne, che pure sembrano senza tempo e quasi cinematografiche? Diresti che il tuo lavoro è più “radicato” o più “universale”?

Si, abbiamo parlato di questo un po di tempo fa. In effetti non riuscirei a vivere lontano dai luoghi dove sono cresciuta, mi mancherebbe la mia terra, il calore della gente del sud, i posti che frequento. L’ambiente mi condiziona molto, soprattutto sull’umore. Non sempre il dolore è catalizzatore di creatività .

 

 

Nei tuoi dipinti il corpo femminile non si offre allo sguardo, ma lo restituisce, spesso da una penombra che sembra proteggerlo: quanto di questo “sguardo che guarda chi guarda” nasce dalla tua sensibilità di donna e dal tuo vissuto personale?

Le mie donne mi somigliano quasi tutte a livello caratteriale. Se qualcosa non l’hai vissuta non puoi raccontarla.  Mantenere lo sguardo ha infiniti significati. Cercare connessione emotiva, può anche indicare sfida, rabbia, intimidazione, dipende tutto dal contesto. Ho dipinto pochissime donne con lo sguardo basso.

 

 

 

Contatti

Email  mirellabitetti@libero.it

Instagram  mirellabitettiart

Facebook  Mirella Bitetti Art

Bitetti Mirella

Mirella Bitetti nasce a Ginosa (TA). Dopo gli studi umanistici consegue la maturità artistica. Inizia le sue esperienze attraverso la sperimentazione e la ricerca nei materiali e nelle tecniche. Allestisce personali e collettive con successo di critica e di pubblico. Nell’opera di M. Bitetti c’è il senso pieno di una femminilità che si avvolge nella dilatata valenza della seduzione. Il corpo non è oggetto che si esibisce allo sguardo ma è protagonista dell’evento in quanto “guarda” esso medesimo il fruitore inducendolo ad entrare nell’universo dei pensieri che pulsano nell’intellettualità e nella sensibilità femminile. Ci accorgiamo che tali protagoniste ci giudicano da una penombra costruita sapientemente coi tagli netti di luce da una monocromia che accetta solo l’accensione improvvisa del rosso che sa di ferita di passione di trasgressione. Nella pittura di M. Bitetti esiste un segno prefigurato di natura fotografica che si impone come guida ineludibile alle espressioni figurali e ne condiziona i valori pittorici. L’immagine è esasperata di proposito in quanto è obbligata ad assumere valore di modello da non cancellare nelle impostazioni generali del dipinto e neanche nei particolari anatomici della figura femminile che vi assolve il ruolo di protagonista in un ottimo bianco e nero. Col tempo vi è stata una evoluzione artistica, una maturità acquisita . Le sue donne, inizialmente irriverenti, arrabbiate, strafottenti come pose ed espressione, si evolvono e trasformano. Così sono nate le sue recenti donne farfalla.Le ali non sono simbolo di libertà, ma la presa di coscienza che ogni bruco diventa farfalla. Che ogni donna si trasforma. Quelle ali appartengono all’intimo femminile. Possono essere trasformazione, rinascita ,coraggio. Consiglia a tutte le donne di infilare quelle ali, perchè possono diventare la nostra forza.  Attualmente vive e lavora a Ginosa.